Dalla falsa truffa di De Gasperi alla falsa violenza di Renzi

Ah, quanto mi è mancato in questi giorni Giulio Andreotti, che all’occorrenza riusciva a raccontarti da cronista impareggiabile le vicende vissute da sottosegretario di Alcide De Gasperi alla guida del governo, sfatando errori e menzogne che si sprecavano dopo la morte dello statista trentino, prima che anche gli avversari ne scoprissero i meriti, soprattutto a sinistra.

Ad Andreotti avrei chiesto di raccontarmi bene questa storia montata dagli indignati -a sostegno dell’uscita di Pietro Grasso dal Pd contro l’ultima “violenza” inferta al suo Senato dal governo di Paolo Gentilon su pressione di Matteo Renzi ricorrendo alla fiducia sulla nuova legge elettorale- delle dimissioni di Giuseppe Paratore nel 1953 da presidente del Senato contro la fiducia posta da De Gasperi, anche lui su una legge elettorale. Che istituiva un premio di maggioranza al partito o alla coalizione che avesse raggiunto di suo la metà più uno dei voti. Ci volle del coraggio a definirla “legge truffa”, peraltro neppure scattata poi nelle urne, e per poco, senza che De Gasperi fosse minimamente tentato di chiedere un controllo dei risultati, come gli consigliava invece il ministro dell’Interno Mario Scelba.

Eppure il Pci di Palmiro Togliatti, che non perdonava a De Gasperi di averlo allontanato dal governo dopo un viaggio in America dal quale  era tornato con un bel po’ di aiuti per la ricostruzione del Paese uscito a pezzi dalla seconda guerra mondiale, non ebbe esitazione a bollare appunto come “truffa” quella legge che oggi nessuno, neppure fra i nipoti di Togliatti, si sognerebbe di contestare.

Pur senza l’aiuto di prima mano della buonanima di Andreotti, ma riandando ad alcuni suoi vecchi racconti personali e navigando un po’ in internet, questa storia di Paratore antesignano di Grasso, per quanto avallata da illustrissimi notisti, non sta proprio in piedi.

Non sta in piedi non solo perché Paratore il 23 marzo 1953 si dimise da presidente del Senato, mentre il suo corregionale Grasso si è dimesso solo dal Pd tenendosi ben stretta, almeno sinora, la seconda carica dello Stato. Ma anche o soprattutto perché Paratore non si sentì  “violentato”, come Grasso ora da Paolo Gentiloni e dal Pd renziano, dalla decisione di De Gasperi di ricorrere alla fiducia sulla legge elettorale con la quale si sarebbe votato il 7 giugno di quello stesso anno.

Paratore si dimise per protesta contro le gazzarre ostruzionistiche delle opposizioni, che avevano trasformato l’aula del Senato in un ring vero e proprio, con gli assalti fisici seguiti alle parolacce. Ecco il testo della sua lettera di rinuncia alla presidenza, consegnata al vice presidente Enrico Molè, di sinistra: “La situazione creatasi dopo gli incidenti di questi giorni, e le mie condizioni di salute, mi impongono di presentare le dimissioni da presidente del Senato. Prego l’assemblea di accoglierle per evitarmi una conferma”.

A 76 anni di età, anche se destinato a viverne ancora quattordici, morendo da senatore a vita a 90, il povero Paratore non se la sentì di crepare in aula col cuore malandato che riteneva di avere. E la sua paura non era per niente immotivata perché Meuccio Ruini, eletto al suo posto, per poco non rischiò l’ospedale nella seduta del 29 marzo, quando la legge elettorale fu finalmente votata.

Il senatore comunista Clarenzo Menotti sradicò il leggio dal suo banco e lo lanciò con tutta la forza che aveva contro il presidente dell’assemblea, mentre il compagno di partito Velio Spano, a stento trattenuto dai commessi, cercava di lanciare una poltrona. Andreotti mi avrebbe poi raccontato di essersi messo al riparo da quella  bolgia infilandosi sotto i banchi del governo.

Colpito dalla tavoletta, il presidente Ruini fu soccorso dai commessi che lo trascinarono via mentre lui proclamava i risultati della votazione dichiarando approvata la legge. E Grasso ora ha avuto il coraggio di parlare di “violenza” contro di lui e il suo Senato, tanto da bollare “la deriva” del suo partito abbandonandolo, ma senza dimettersi -ripeto-   dalla presidenza ottenuta quattro anni e mezzo fa.

Trovo significativo il silenzio che ha dedicato a Grasso nell’intervento domenicale su Repubblica Eugenio Scalfari commentando alla fine di un ragionamento sull’Europa gli sviluppi della politica italiana e, più in particolare, della sinistra. Sul cui fronte Barpapà ha smesso di criticare Renzi, pago evidentemente di averlo visto e sentito criticare ma non impedire la conferma dell’amico Ignazio Visco a governatore della Banca d’Italia. Che ora però se la dovrà vedere con la commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, il cui presidente Pier Ferdinando Casini in una intervista proprio a Repubblica ha lamentato “troppe anomalie e complicità tra Bankitalia e istituti di credito”, dice il richiamo in prima pagina.

L’affare Grasso si ingrossa con i suoi attacchi politici

L’affare Grasso s’ingrossa, o ingrassa, con gli attacchi politici che il presidente del Senato ha deciso di rivolgere al Pd, da cui si è dimesso tenendosi però la sua importante carica istituzionale. Che persino il Manifesto, solidale col suo gesto e con gli attacchi al partito guidato da Matteo Renzi, ha sarcasticamente definito col titolone della sua prima pagina “Il soglio di Pietro”, giocando col nome proprio di Grasso.

Il tuttora presidente del Senato ha definito “violenza” quella che il governo avrebbe esercitato con le cinque votazioni di fiducia, per appello nominale, che hanno preceduto nell’aula di Palazzo Madama  l’approvazione definitiva della nuova legge elettorale, nello stesso testo quindi della Camera. Cui i senatori -ha lamentato Grasso- hanno dovuto soggiacere, senza potervi apporre modifiche.

Se è stata violenza, come ha detto Grasso davanti ai microfoni e alle telecamere, si deve presumere che i senatori in larghissima maggioranza l’abbiano subìta consenzienti. Gli altri, dissenzienti, sia quelli che sono rimasti in aula votando contro sia quelli che sono andati in piazza a dimostrare con bende e bavagli, avrebbero subìto non uno ma cinque stupri. E fra questi altri si è voluto aggiungere, con le sue proteste, anche il presidente dell’assemblea, tuttora -ripeto- in carica.

Lo scenario che deriva dalle parole di Grasso è a dir poco sconcertante. E si stenta francamente a credere che un uomo dell’esperienza giuridica di Grasso, arrivato alla politica dopo una lunghissima carriera giudiziaria, abbia potuto mettersi in questa situazione. Dalla quale si ha la sensazione, spero a torto, che non voglia recedere dimettendosi anche da presidente del Senato, mentre molti dei suoi estimatori o tifosi politici finiscono per aggravarne lo status proponendo la sua candidatura alla guida del  cartello elettorale di sinistra che si sta cercando di realizzare contro quel Pd  abbandonato da Grasso per non riconoscervisi di più “nè’ nel merito né nel metodo”.

Se così avvenisse davvero, il leader dello schieramento “avverso” a Renzi, direbbe Walter Veltroni, inutilmente spesosi per trattenerlo, parteciperebbe alle elezioni dell’anno prossimo avvantaggiato dalla sua carica istituzionale. Che lo farebbe anche capo supplente delle Stato, e del Consiglio Superiore della Magistratura, se Sergio Mattarella ne fosse impedito per una qualsiasi ragione.

Va inoltre detto che già durante la discussione sulla legge elettorale, per quanto strozzata o “violentata” dal ripetuto ricorso alla fiducia, Grasso ha dimostrato di avere una conoscenza non proprio esatta dei precedenti del suo gesto. Egli, per esempio, a chi da sinistra gli rimproverava di non dimettersi prima di accogliere le richieste di fiducia da parte del governo ha detto che Giuseppe Paratore nel 1953 si era dimesso da presidente del Senato dopo l’approvazione della legge elettorale liquidata dalle opposizioni come “truffa”, con  voto di fiducia richiesto dal governo di Alcide De Gasperi, e non prima.

Ebbene, il povero Paratore, peraltro siciliano come Grasso, si dimise prima della votazione di quella legge, e non contro il ricorso del governo alla fiducia ma contro il forte ostruzionismo che le opposizioni avevano deciso di condurre, e degenerato poi anche in disordini. E si dimise, il buon Paratore, davvero. A succedergli fu infatti eletto Meuccio Ruini.

Un’ultima osservazione mi sembra opportuna a proposito dei precedenti, cui sempre si ricorre per giudicare fatti e persone della politica.

E’ stata evocata, per giudicare la permanenza di Grasso alla presidenza del Senato dopo la rottura col partito che ve l’aveva praticamente mandato all’inizio della legislatura, l’esperienza di Gianfranco Fini, rimasto al vertice della Camera nel 2010 dopo la rottura col Pdl.

In soccorso di Fini, per quanto fosse il leader della destra post-missina, intervenne allora nelle polemiche l’ex presidente della Camera Luciano Violante dicendo che lo stesso Fini era stato cacciato dal Pdl, dopo uno scontro diretto con Silvio Berlusconi, allora anche presidente del Consiglio.

Il presidente della Camera a quel punto -sostenne Violante- non poteva lasciare il suo alto incarico istituzionale perché così se ne sarebbe lasciata “la disponibilità” al governo, anche se -in verità- i dirigenti del Pdl si erano già dichiarati disposti ad eleggere al vertice di Montecitorio un esponente della sinistra.

Di Grasso, purtroppo per lui, non si può proprio dire che come iscritto al Pd ne sia stato cacciato, neppure dopo che il presidente del Senato aveva ritenuto di partecipare ad un raduno degli scissionisti, a Napoli, vantandosi di essere “un ragazzo di sinistra”. Grasso se n’è andato dal Pd di volontà e testa sua.

Grasso riesce a sorpassare anche il modello Fini

Il presidente del Senato Pietro Grasso, dimessosi dal Pd e dal relativo gruppo parlamentare per dichiarato e    “sofferto” dissenso politico, visto l’alto ruolo istituzionale anche di capo supplente dello Stato, e del Consiglio Superiore della Magistratura, in caso di impedimento di quello in carica, si trova adesso di fronte ad un’altra  difficile decisione. Egli deve scegliere, esaminando i cosiddetti precedenti, fra due modelli politici e umani, diciamo così.

Un modello è quello lontano in cui si trovarono accomunati Giuseppe Saragat e Sandro Pertini. Il primo si dimise nel 1947 da presidente dell’Assemblea Costituente quando il partito socialista che lo aveva designato a quella carica si spaccò con la famosa, storica scissione di Palazzo Barberini, da lui stesso peraltro promossa. Egli accettò di buon grado di essere sostituito dal comunista Umberto Terracini, per quanto la scissione socialista fosse avvenuta sul tema dei rapporti proprio col Pci, guidato allora da Palmiro Togliatti.

Pertini si dimise da presidente della Camera nell’estate del 1969 per un’altra scissione nel suo campo, cioè dopo la rottura del Partito Socialista Unificato, che l’anno prima, all’indomani delle elezioni, lo aveva designato al vertice di Montecitorio.

Pipa in mano ed elegante come sempre, per quanto ruvido di carattere, Pertini rinunciò alle dimissioni solo dopo che nel suo ufficio sfilarono più o meno metaforicamente un po’ tutti i partiti per rinnovargli la fiducia. Che peraltro non era, come non è tuttora richiesta dal regolamento della Camera dopo l’insediamento del presidente, per cui Pertini avrebbe potuto anche risparmiarsi le dimissioni, di cui invece aveva fortemente avvertito l’opportunità per ragioni -disse- di “correttezza”.

L’altro modello possibile è quello di Gianfranco Fini: l’ex leader post-missino rimasto nel 2010 alla presidenza della Camera dopo la rottura dei rapporti con l’allora Pdl, che ve lo aveva praticamente mandato due anni prima e ne reclamava inutilmente le dimissioni con dichiarazioni, fra gli altri, di Silvio Berlusconi, all’epoca presidente del Consiglio.

Va onestamente detto che ad aiutare Fini, se non a salvarlo, era intervenuto l’ex presidente della Camera Luciano Violante. Che, come tanti altri, politici e giornalisti, non aveva capito bene se Fini fosse andato via spontaneamente dal Pdl o ne fosse stato espulso da Berlusconi dopo quel famoso scontro in un’assemblea di partito dove il presidente della Camera si era alzato dal suo posto, in platea, e aveva chiesto al presidente del partito e del Consiglio, col dito alzato e furente: “Che fai? Mi cacci?”.

Nel dubbio Violante preferì mettere nel conto l’ipotesi più favorevole all’imputato, diciamo così,: quella del cacciato. E sostenne che non potesse essere praticamente lasciata nella “disponibilità” del capo del governo, a quel punto, la presidenza della Camera allontanandone Fini.

Nel caso di Grasso mi sembra difficile sostenere, salvo fatti e circostanze non conosciute al momento, che egli sia stato estromesso dal Pd.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Un pò troppe le scommesse sul governatore di Bankitalia

Onore al merito, per quanto involontario. Il migliore titolo, in assoluto, sul raddoppio del mandato del governatore uscente dell’ex istituto di emissione è quello sfuggito -credo- al Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Che, forse distratto da una furiosa polemica con l’ex sindaco di Torino Piero Fassino sui propri presunti trascorsi fascisti di gioventù, non si è accorto del regalo all’odiato Matteo Renzi compiuto sfottendolo, al solito, per “il capolavoro” realizzato con la conferma del governatore uscente della Banca d’Italia. Di cui invece il segretario del Pd aveva fatto chiedere dal gruppo dei suoi deputati  la sostituzione con una mozione approvata nell’aula di Montecitorio martedì 17 ottobre, e fornita del parere favorevole del governo regolarmente in carica: incredibile ma vero, viste le decisioni che il presidente del Consiglio avrebbe poi assunto.

Il titolo del giornale di Travaglio dice testualmente: “Vincono Gentiloni e Colle- Bankitalia, il capolavoro di Renzi: Visco dimezzato ma confermato”.

Non ho parlato con Renzi, né lo frequento. Ve lo giuro. Ma scommetto un mese della mia pensione, mi spiace se alleggerita dell’obbligatorio contributo di solidarietà, sulla reazione soddisfatta del segretario del Pd sul treno che lo sta portando in giro per l’Italia quando ha visto e letto la prima pagina del Fatto Quotidiano.

Essere riuscito a “dimezzare” il governatore uscente e rientrante della Banca d’Italia, accusato con una mozione parlamentare approvata con 231 voti contro 97 di non avere fatto vigilare abbastanza sugli istituti di credito dissanguati dai loro incauti amministratori, e subirne la conferma con senso di responsabilità, spettando la decisione ad altri più in alto di lui, a Palazzo Chigi e al Quirinale, è stato ed è un capolavoro davvero per Renzi. Che ha potuto così sottrarsi al piattino, preparatogli a Montecitorio, di una campagna elettorale che avrebbe permesso ai grillini , promotori di un’altra mozione, di attribuire anche, anzi soprattutto a lui, segretario del partito di maggioranza, la responsabilità politica della conferma di Visco.

Il Corriere della Sera ha giurato e garantito in un titolo, anch’esso in prima pagina, che anche il secondo mandato del governatore uscente della Banca d’Italia “durerà sei anni”, cioè altri sei anni, per un totale di dodici. Che farebbero di Visco un governatore quasi a vita, come avveniva sino al 2005, quando la sfortunata conclusione del mandato di Antonio Fazio, incorso in guai giudiziari, indusse il legislatore a ridurne la durata per i successori.

Il Corriere ha insomma scommesso sulla sopravvivenza del secondo mandato di Visco alle difficoltà che lo attendono: a cominciare dalle sue deposizioni davanti alla commissione d’inchiesta parlamentare sulle banche per finire con le valutazioni degli inquirenti. I quali, se non faranno in tempo a concludere il loro lavoro in questa ormai declinante legislatura, saranno prevedibilmente sostituiti da altri nella prossima, se il Parlamento rinnovato  non rinuncerà ad occuparsene.

Il fatto -al minuscolo- è che sul povero Visco sono stati un po’ troppi a scommettere in questi giorni: Renzi su una sua rinuncia alla conferma per non restare in Paradiso, come si dice, a dispetto dei santi, e almeno una parte degli avversari di Renzi sulla capacità del governatore di superare le rapide delle inchieste parlamentari e d’altro tipo sui dissesti bancari che molto difficilmente possono essere avvenuti senza un difetto di vigilanza.

A quanti -e sono stati tanti- sono insorti contro il segretario del Pd in nome dell’autonomia della Banca d’Italia, che lui avrebbe cercato di manomettere impicciandosene, vorrei ricordare che in nome dell’autonomia della magistratura si sono compiute, e purtroppo anche tollerate molte ingiustizie.

Finalmente dismessi gli abiti elettorali della Consulta

A dispetto dei bavagli e delle bende grilline contro la nuova legge elettorale, i cui contenuti e le cui modalità di approvazione avrebbero tolto la voce e gli occhi alle Camere, col cosiddetto Rosatellum il Parlamento si è ripreso la paternità delle regole con cui farci votare.

E’ stata scongiurata la prospettiva, preferita invece dai grillini, ma originariamente indicata come l’obiettivo del tanto vituperato Matteo Renzi, di mandarci alle urne con le due leggi -una per la Camera e l’altra per il Senato- confezionate nella sartoria della Corte Costituzionale. Dove però si usano solo le forbici, per tagliare le parti considerate illegittime delle norme sottoposte a giudizio, senza passare poi all’ago e al filo, come si fa con gli abiti, per cucire ciò che resta.

Per il Parlamento, che già non gode di grande popolarità da qualche tempo, e più in generale per la politica troppo spesso preceduta dalla magistratura,  che è il maggiore dei cosiddetti poteri forti, sarebbe stato uno smacco ulteriore, forse il più disastroso, se fossimo andati a votare col sistema doppio del cosiddetto Consultellum.

Non foss’altro per questo, ho subito diffidato delle polemiche esplose, per i contenuti e per le forme, contro il Rosatellum, anche quando a parteciparvi è stato pure il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano. Che stimo moltissimo e non mi ha deluso neppure stavolta, avendo ribadito nell’aula di Palazzo Madama le sue critiche finendo però per concorrere sia alle fiducie sia all’approvazione della legge, preferibili rispettivamente alla instabilità di governo e a un “nuovo caos”.

“Re Giorgio” ha fatto un po’ il pubblico ministero in questo delicatissimo passaggio parlamentare e politico  -lui, poi, che al Quirinale ha voluto e saputo coraggiosamente tenere testa a certi procuratori, aggiunti e sostituti- ma dimostrando che si possono conciliare accusa e garantismo.

Come i budini del vecchio proverbio inglese, la prova delle leggi elettorali sta nel mangiarle, cioè nell’applicarle.  Chi a sinistra e a destra protesta e sostiene il contrario si contraddice, avendo contribuito l’anno scorso alla bocciatura referendaria della riforma costituzionale targata Renzi, in cui c’era la concessione assai generosa alle opposizioni di non applicare una nuova legge elettorale senza il preventivo esame e giudizio della Corte Costituzionale. I signornò non apprezzarono, o non capirono, accecati dal desiderio e dall’obiettivo della bocciatura non tanto della riforma quanto dell’allora presidente del Consiglio. Che, dal canto suo, invogliò gli avversari promettendo un ritorno totale a casa, salvo ripensarci dopo la sconfitta e riprendere a lottare su altri fronti.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio col titolo: “Re Giorgio” fa il Pm garantista

Pietro Grasso al Senato come Gianfranco Fini alla Camera nel 2010

Pietro Grasso ha fatto come Gianfranco Fini, che nella scorsa legislatura si dimise dall’allora Pdl tenendosi però ben stretta la carica di presidente della Camera ottenuta all’inizio della legislatura su designazione di quel partito.

In qualche modo Grasso ha fatto anche di peggio sul piano politico. Fini aveva davanti a sé ancora mezza legislatura, per cui poteva vantare l’attenuante della carne debole. Il presidente del Senato ha invece lasciato il Pd, e relativo gruppo parlamentare, a pochi mesi dalla conclusione del suo mandato. Non ha saputo resistere, evitando le dimissioni anche dalla carica istituzionale, neppure a pochi mesi di incarico.

Eppure durante la discussione sulla nuova legge elettorale, interrompendo un senatore che gli rimproverava di avere autorizzato il ricorso plurimo alla fiducia e di essersi lasciata scappare l’occasione di lasciare il Senato quando gli fu offerta, in estate,  la candidatura a governatore della sua Sicilia, Grasso aveva indossato la corazza degli obblighi istituzionali.

Il presidente del Senato, supplente del capo dello Stato quando questi è impedito, non ha accettato la candidatura alla guida della regione siciliana, ma non ha saputo resistere alla voglia di dare una mano politica agli scissionisti del Pd lasciando anche lui il partito dell’odiato Matteo Renzi. E ciò in vista delle elezioni politiche, la cui campagna è in corso da quasi un anno.

Sarà stato un eccellente magistrato, per carità. Ma come politico e presidente del Senato l’illustrissimo Pietro Grasso non si è rivelato all’altezza delle aspettative, almeno di una parte di quelli che lo vollero  quattro anni fa al vertice di Palazzo Madama e lo votarono. Peccato. Un peccato aggravato da regolamenti parlamentari che, non prevedendole, di fatto impediscono tanto legittimamente quanto curiosamente mozioni o ordini del giorno di sfiducia ai presidenti delle Camere. Alcuni dei quali però sentirono in passato lodevolmente lo scrupolo delle dimissioni nel momenti in cui cambiavano o si trovavano senza il partito di originaria appartenenza. Ma erano, appunto, altri presidenti. E altri tempi.

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net il 27 ottobre 2017

Pubblicato da ItaliaOggi del 28 ottobre 2017 col titolo: Pietro Grasso ha fatto come Fini, anzi peggio- Forse fu un grande magistrato ma come politico certo no

Napolitano al Senato come un pm, ma garantista

Costretto dagli inconvenienti dei suoi 92 anni compiuti a fine giugno a parlare standosene seduto nell’aula del Senato, e affiancato dal vispo ex compagno di partito Ugo Sposetti, che con i suoi 70 anni compiuti a gennaio potrebbe essergli figlio, il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano ha parlato sulla nuova legge elettorale, e sui cinque voti di fiducia che l’hanno blindata nel testo trasmesso dalla Camera, come un pubblico ministero. Che è un ruolo un po’ curioso per lui, distintosi nei lunghi nove anni trascorsi al Quirinale per avere voluto difendere con una certa durezza le sue prerogative presidenziali dalle invadenze della Procura della Repubblica di Napoli, nel procedimento penale sulla cosiddetta e presunta trattativa fra lo Stato e la mafia stragista di 25 anni fa. Egli ricorse con successo alla Corte Costituzionale per ottenere la distruzione delle  “incidentali” intercettazioni delle sue telefonate con l’indagato e poi imputato Nicola Mancino.

“Re Giorgio”, come affettuosamente più che criticamente veniva chiamato Napolitano già quando era al Quirinale, dopo che in gioventù nel suo Pci lo avevano scherzosamente chiamato “principe” per la straordinaria somiglianza fisica con Umberto di Savoia, ha assunto e svolto le funzioni della pubblica accusa contro modalità, e anche contenuti, della nuova legge elettorale a nome e per conto del carattere parlamentare della nostra Repubblica. Che sarebbe stato violato dalla strozzatura del dibattito imposto anche al Senato, come alla Camera, col ricorso per giunta plurimo alla fiducia, peraltro posta dal governo -ha detto Napolitano-  dopo “pressioni improprie” sul presidente del Consiglio Paolo Gentiloni.

Sulla paternità delle “pressioni”  Napolitano è stato un po’ reticente. A torto o a ragione, chi lo ascoltava ha subito pensato  tuttavia al segretario del Pd Matteo Renzi, anche se a chiedere l’intervento governativo è stato alla Camera  il capogruppo del Pd Ettore Rosato, il cui nome latinizzato è stato assegnato mediaticamente alla nuova legge elettorale per esserne stato lui il primo proponente. Al Senato invece si è mosso il capogruppo Luigi Zanda.

Potevate almeno ridurre le questioni di fiducia, ha detto Napolitano rivolgendosi alla povera ministra dei rapporti col Parlamento, Anna Finocchiaro, anche lei ex compagna di partito, che gli sedeva di fronte.

Il presidente emerito – cui la nuova legge non piace soprattutto per l’illusione che continuerebbe a dare agli elettori di votare, con quel nome del capo del partito accompagnato al simbolo sulla scheda elettorale, anche per il candidato alla guida del governo, nominato invece dal capo dello Stato-  è stato tuttavia nella sua inedita posizione di pubblico ministero un garantista.

Alla fine il bravo Napolitano, spiazzando quanti dai banchi di opposizione al governo speravano in chissà quale suo aiuto, ha chiesto alla Corte parlamentare l’assoluzione dei suoi imputati: legge e governo. Del conte Gentiloni, anzi, si è soffermato a tessere le lodi, in aula e pure fuori, riconoscendogli il merito di rappresentare come meglio non potrebbe la posizione e gli interessi dell’Italia sul piano europeo e internazionale.

Come la Parigi di Enrico IV di Borbone, 500 anni fa, anche la stabilità del governo in questi marosi interni e internazionali, e in questa “nevrotica” fine della legislatura, val bene le messe costituite dai cinque voti di fiducia imposti al Senato e dall’approvazione della legge con cui potere rinnovare le Camere fra qualche mese. E senza andare alle urne -ricordiamolo- con le due diverse leggi confezionate con le forbici, senza neppure l’ago e il filo, dalla sartoria della Corte Costituzionale.

“Ora occorre guardare avanti”, ha detto ad un certo punto il presidente emerito, come dall’estate va dicendo anche il segretario del Pd reclamizzando il suo libro, con la a maiuscola  dell’Avanti, e senza l’esclamativo finale della vecchia testata del socialismo italiano.

La bufala del passaggio di Bersani e compagni all’opposizione

Anche se comunicata ufficialmente al Quirinale, dove però si sono dimenticati, almeno sino al momento in cui scrivo, di darne notizia con un comunicato, l’uscita del partito di Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e compagni dalla maggioranza di governo, per protesta contro la fiducia posta sulla nuova legge elettorale al Senato, è una bufala. Una bufala senza latte. Essa appartiene, in questa fase digitale dell’informazione, al fenomeno noto in lingua inglese come Fake news, alimentato da notizie inventate, ingannevoli o distorte.

Sfido chiunque non addetto ai lavori, fra gli spettatori televisivi, i radioascoltatori e i lettori, a dire se si sia mai accorto negli otto mesi trascorsi dalla spaccatura del Pd della permanenza davvero degli scissionisti nella maggioranza del governo di Paolo Gentiloni.

Si, essi hanno approvato qualcosina e persino apprezzato lo stile del conte succeduto a Palazzo Chigi all’odiato Matteo Renzi dopo la bocciatura referendaria della riforma costituzionale. Che loro  hanno peraltro festeggiata a champagne nei circoli, nelle case private e nelle piazze. Ma i pochi sì al governo li hanno pronunciati sempre con la puzza sotto il naso. E mai comunque a ranghi completi nelle aule o commissioni parlamentari.

Lorsignori, come li chiamerebbe la buonanima di Fortebraccio se fosse vivo con l’Unità, sono sempre stati col mignolo della mano sinistra nella maggioranza e col resto del corpo all’opposizione, in attesa dell’autoesplosione del conte presidente del Consiglio o di una sua “coraggiosa” e liberatoria rottura con Renzi, non intravista invece neppure nella vicenda della Banca d’Italia. Di cui pure il segretario del Pd ha reclamato un nuovo governatore, scadendo a fine mese il mandato di quello in carica, mentre il capo del governo vorrebbe accontentare la smania del capo dello Stato di confermarlo. Bazzecole per Bersani, D’Alema e compagni. Il conte e il “fascista”, come viene definito sulle piazze Renzi, raffigurato sulle prime pagine  del Fatto Quotidiano del solito Marco Travaglio prima da morto e poi da ufficiale della milizia di Mussolini, sono tutt’uno.

Lorsignori, stando sempre alla felice formula di Fortebraccio, si sono decisi a togliere dall’area della maggioranza anche il mignolo della loro mano sinistra per risparmiarsi -una volta tanto lodevolmente- la fatica dell’ennesima sceneggiata  di una trattativa non sulla legge elettorale, destinata ormai all’approvazione definitiva, ma sulla cosiddetta legge finanziaria. E per godersi nelle imminenti elezioni regionali siciliane del 5 novembre quella manciata di voti in più che da oppositori dichiarati, in tuta catarifrangente per essere ben visibili anche di notte, potrebbero raccogliere per il loro candidato Claudio Fava a governatore.

L’obiettivo non è di far vincere le elezioni isolane a Fava, perché i passi che lo separano da un traguardo del genere sono ben più dei cento che il candidato ha assunto come suo slogan elettorale fra le proteste dei familiari e degli amici del povero Peppino Impastato. Che fu fatto ammazzare nel 1978, nello stesso giorno della morte di Aldo Moro, dai parenti mafiosi che abitavano appunto a quella distanza da casa sua. No, l’obiettivo di Fava e dei suoi sostenitori, in Sicilia e a Roma, è di sorpassare nella sconfitta l’altro candidato sostenuto da Renzi, ma designato dal sindaco sempiterno di Palermo Leoluca Orlando: il rettore dell’Università locale Fabrizio Micari.

Il problema, in Sicilia ma come antipasto per le elezioni nazionali, è dell’aggiudicazione dell’inutile terzo posto nella graduatoria, avendo lorsignori preferito lasciare a tavolino la gara per il primo e il secondo posto al centrodestra acrobaticamente ricostruito attorno alla candidatura del post-missino Nello Musumeci e ai grillini guidati almeno formalmente da Giancarlo Cancellieri, ma sempre ispirati dal comico genovese. Al quale non è parso vero tradurre la partita  in una guerra  -ha scherzato- fra “due buffoni”: lui, naturalmente, e Silvio Berlusconi. Fra i quali Beppe  si sente favorito, a parte qualche momento di depressione, per la sua professione certificata in tanti teatri.

La ciliegina del Foglio sui referendum autonomisti

Al Foglio si sono affrettati a mettere sui referendum autonomisti appena svoltisi in Lombardia e in Veneto la loro ciliegina, che peraltro è la firma abituale del direttore Claudio Cerasa.

Quest’ultimo ha attribuito ai due referendum consultivi, ripetibili altrove e funzionali a trattative col governo nazionale per aumentare l’autonomia delle regioni che vi aspirano, il significato di una sconfitta della Lega di lotta, rappresentata dal segretario del partito Matteo Salvini, a vantaggio di una Lega “di governo” rappresentata dai governatori della Lombardia e del Veneto.

Eppure l’ex ministro dell’Agricoltura Luca Zaia, presidente del Veneto, ha appena festeggiato l’esito pur virtuale della consultazione alzando subito la posta del negoziato con Palazzo Chigi, Al contenzioso finanziario egli ha aggiunto la rivendicazione  del regime dello statuto speciale di cui godono le regioni limitrofe Friuli-Venezia Giulia e Trentino- Alto Adige, e quelle lontane della Valle d’Aosta, della Sardegna e della Sicilia. Come Lega di governo di uno Stato unitario e ben amministrato, specie considerando l’uso del regime speciale che si è riusciti a farne in Sicilia, non c’è male.

Ammessa e non concessa la rappresentazione fattane dal direttore di un giornale che d’altronde ha appena celebrato a Firenze, con la partecipazione di Matteo Renzi, la festa dei “foglianti ottimisti”, l’esito dei referendum di domenica scorsa aprirebbe per la prossima legislatura lo scenario auspicato da Cerasa di una coalizione di governo fra il Pd, Forza Italia e la Lega di un Salvini rassegnato o rinsavito. Che d’altronde -ha fatto notare il direttore del Foglio– sta già contribuendo in Parlamento all’approvazione della nuova legge elettorale.

Lo stesso presidente della Repubblica, sempre secondo la ciliegina fogliante messa sui referendum autonomisti, dovrebbe avvertire l’opportunità di favorire la formazione di una simile maggioranza nella prossima legislatura.

Non so francamente se per fortuna o sfortuna, si dà il caso che gli scenari politici immaginati o raccomandati dal Foglio vengano spesso smentiti dalla realtà.

Prima di annunciare e poi disertare la festa fogliante di sabato e domenica scorsa a Firenze, convinto probabilmente che continuerà lo stesso ad essere “l’amor nostro”, come lo chiamano in redazione, Berlusconi aveva procurato al giornale di Ferrara e di Cerasa l’anno scorso la delusione di non accettare i loro pressanti inviti a partecipare alla campagna referendaria a favore della riforma costituzionale del “royal baby”. Così affettuosamente veniva definito l’allora presidente del Consiglio dal fondatore del Foglio in un libro quasi araldico.

Berlusconi non solo partecipò a quella campagna referendaria sul fronte del no, ma lo fece  in compagnia di Beppe Grillo, Massimo D’Alema, Gustavo Zagrebelsky,  Ciriaco De Mita, Antonio Ingroia e la Lega di Salvini. Quella riforma, peraltro, cercava di contenere i danni procurati da quell’altra sul cosiddetto federalismo, o regionalismo differenziato, improvvisata nel 2001 dalla sinistra e da questa poi rinnegata di fronte ai guasti provocati.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Vi racconto le ultime acrobazie del Foglio tra Matteo Renzi e Matteo Salvini

L’autorete referendaria del centrodestra autonomista

Favorito sinora, nella lunghissima campagna elettorale cominciata quasi un anno fa, dalle  devastanti divisioni della sinistra, che produssero più ancora dei no di Silvio Berlusconi e di Beppe Grillo la sconfitta referendaria di Matteo Renzi sulla riforma costituzionale il 4 dicembre scorso, il  cosiddetto centrodestra ha regalato ai pur malmessi avversari un’autorete. Di cui esso è destinato a subire gli effetti maggiori dopo le elezioni, se mai dovesse davvero riuscire a vincerle, come mostra di credere il presidente di Forza Italia percorrendo allegramente il Paese e attaccandosi ad ogni microfono a disposizione per lasciarlo solo quando qualcuno si decide a toglierglielo. E’ appena accaduto a Capri davanti alla platea dei giovani industriali.

L’autorete è il referendum appena svoltosi, all’insegna della maggiore autonomia, nelle due regioni più grandi del Nord governate proprio dal centrodestra, ma a trazione leghista, per quanto sul Carroccio si sprechino calci, calcetti e gomitate fra i conducenti: il governatore lombardo Roberto Maroni, Bobo per gli amici, il governatore veneto Luca Zaia e il segretario del partito Matteo Salvini.

La richiesta di più autonomia regionale dopo i guasti provocati proprio dalle regioni nei 47 anni della loro esperienza, tradottisi in maggiore spesa pubblica e in un contenzioso infinito col governo nazionale davanti alla Corte Costituzionale,  sta ad una coalizione di centrodestra come il diavolo all’acqua santa. Si sa che fine hanno fatto i tentativi già compiuti da Berlusconi in persona, al governo,  di conciliare centrodestra e federalismo.

Ad essere compromessa non è tanto l’unità nazionale, come ha gridato, solitaria, nel centrodestra la sorella dei Fratelli d’Italia Giorgia Meloni pensando alla vicenda spagnola della Catalogna, quanto la governabilità del Paese sul terreno economico e sociale, oltre o prima ancora che politico. Non vi sarebbe barzelletta di un Berlusconi eventualmente ricandidabile e  vittorioso, e magari anche tornato all’onorificenza del Cavalierato, in grado di ricomporre gli egoismi scatenati da chi stando meglio pretende di dare di meno, o niente, a chi sta peggio. Se poi dovessero mancare anche le barzellette di Berlusconi per il perdurante difetto della sua cosiddetta agibilità politica, e toccasse a una sua controfigura insediarsi a Palazzo Chigi, la situazione sarebbe ancora più grave. Mancherebbe anche l’occasione, pur effimera, di una risata.

Sarebbe paradossalmente preferibile un centrodestra guidato da Salvini. Che da segretario della Lega potrebbe contenerla meglio.

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