Gli insulti rimediati dalla riforma elettorale diventata legge

A sentire e leggere l’abrasivo professore Michele Ainis, il braccio accademico dell’opposizione politica, generosamente al singolare, la riforma elettorale oltre che truffaldina,  per lo spropositato premio di maggioranza destinato alla coalizione che dovesse vincere almeno col 42 per cento dei voti, sarebbe “ipocrita”.

       Ipocrita perché la nomina del presidente del Consiglio, pur rimanendo di competenza del presidente della Repubblica col secondo comma dell’articolo 92 della Costituzione, gli verrebbe sottratta con una legge per giunta ordinaria per l’obbligo imposto ai partiti, e loro coalizioni, di indicare il candidato a Palazzo Chigi.  Sarebbe un premierato occulto. Come potrebbe il Capo dello Stato -è la domanda sottintesa di Ainis- sottrarsi all’obbligo quanto meno morale di affidare l’incarico di formare il governo, e poi nominarlo presidente del Consiglio, al candidato uscito vincitore dalle urne? Non potrebbe sottrarsi.

       Il ragionamento sembra ferrato ma non lo è. Tanto è vero che la Corte Costituzionale, avendo già avuto l’occasione di occuparsene in altre occasioni, non ha eccepito. Alla Corte evidentemente conoscono i meccanismi politici meglio del professore Ainis.

       Pur supportata dagli elettori direttamente, continuando la Costituzione ad affidare al capo dello Stato la nomina del presidente del Consiglio, quella dei partiti e degli elettori è una proposta. E’ analoga a quella che lo stesso articolo 92 della Costituzione conferisce al presidente del Consiglio di formulare al Capo dello Stato per la nomina dei ministri. Ve ne sono, nella storia della Repubblica, di ministri, appunto, proposti al Capo dello Stato e non nominati, dietro e davanti alle quinte: Cesare Previti alla Giustizia da parte di Silvio Berlusconi, Nicola Gratteri sempre alla Giustizia da parte di Matteo Renzi e Paolo Savona all’Economia da parte di Giuseppe Conte. Un rifiuto, a quest’ultimo, contro il quale i grillini, zittiti dallo stesso Beppe Grillo che ancora li dominava, minacciarono di ricorrere con la procedura dell’impeachment, cioè dell’imputazione del Presidente della Repubblica per alto tradimento davanti alla Corte Costituzionale. Fu Mattarella a rifiutare quella nomina, preceduto da Giorgio Napolitano e da Oscar Luigi Scalfaro, rispettivamente, per Gratteri e per Previti.

       Non convivono quindi solo per ipocrisia precetti costituzionali e una loro applicazione politica, diciamo così. O, come si preferisce dire, Costituzione materiale e Costituzione reale. Una Costituzione nella quale la sovranità assegnata al popolo col primo dei suoi 139 articoli deve fare i conti col diritto assegnato ai partiti dall’articolo 49, come associazioni, di “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Partiti ai quali può capitare, a dispetto di ambizioni altisonanti come nel caso di questa stagione pre-elettorale con le aspirazioni all’alternativa al centrodestra governante, di faticare moltissimo a trovare un accordo sul programma e sul candidato comune a Palazzo Chigi da proporre prima agli elettori e poi al Capo dello Stato nelle procedure d’abitudine, cioè le consultazioni al Quirinale per la formazione del governo. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it

Blog su WordPress.com.

Su ↑