Vi invito a partecipare al gioco della ricerca della maggiore notizia politica

            Con la complicità dell’allegria natalizia che ci avvolge sempre di più, a dispetto dei problemi che non smettono neppure loro di assediarci, vi propongo un gioco: la scelta della notizia secondo voi principale, più significativa, fra tutte quelle che ha offerto la cronaca politica delle ultime ventiquattro ore.

            Comincio da quella che -non so, francamente, se a torto o a ragione, perché la scelta alla fine spetta a voi che leggete-  ha più colpito sulla prima pagina del Corriere della Sera il vignettista Emilio Giannelli: i banchi parlamentari vuoti davanti ai quali, prima che si riempissero col Conte.jpgdibattito e le votazioni, ha dovuto parlare il presidente del Consiglio Giuseppe Conte per chiedere e alla fine ottenere, bene o male, il mandato dalla sua maggioranza gialloverde a trattare al pur interlocutorio vertice europeo il controverso problema del Mes o fondo salva-Stati. Su cui il discorso si farà più stringente e decisivo solo fra qualche mese, salvo altri rinvii.

             Le aule vuote davanti ad un governo che riferisce di una questione che lacera il dibattito politico, almeno sui giornali, sono sempre uno spettacolo deludente, per quante buone ragioni si possa avere la voglia o l’occasione di cercare e proporre all’indulgenza del pubblico.

            Compiuto il passaggio alla Camera senza tanti problemi, pur sempre coi corridoi più affollati dell’aula, Conte ha dovuto affrontare il passaggio più difficile al Senato: più difficile per l’esiguità direi cronica della maggioranza a Palazzo Madama e per le particolari, crescenti turbolenze nel gruppo più consistente della maggioranza, che è quello delle 5 stelle.

            Proprio cinque sono stati i senatori grillini su cui il presidente del Consiglio ha dovuto puntare gli occhi alla fine della discussione, quando si è passati al voto. Ebbene, di questi cinque, solo uno ha votato il documento faticosamente concordato fra ministri, esperti e quant’altri dei partiti della coalizione giallorossa. Gli altri quattro grillini, nonostante l’intervento personale e telefonico dello stesso Grillo su uno di essi, non hanno votato il documento. Tre hanno preferito votare il documento del centrodestra e almeno due di essi sono stati poi visti a cena con i leghisti, in direzione dei quali sembra che stiano muovendosi almeno un’altra decina di senatori stanchi – a sentirne gli sfoghi- di vivere in una bolgia infernale, d’insofferenti non si sa se più dell’alleanza di governo col Pd o della guida del movimento recentemente confermata, con vista sui Fori Imperiali, dal fondatore, garante, “elevato” e quant’altro a Luigi Di Maio.  Del quale, raggiunto poi dalle proteste di chi si aspettava altro, Grillo secondo retroscena sinora non smentiti avrebbe detto che “per ora” non può cambiarlo.

            Come avrete notato, non ho fatto e non intendo fare i nomi dei dissidenti, chiamiamoli così, perché ritengo più importante il fenomeno pentastellatonel suo complesso, col quale siamo alle prese dalla inattesa vittoria elettorale del 4 marzo 2018, e col quale deve ora fare di più i conti, anche senza lamentarsene pubblicamente, il presidente del Consiglio.

            Dall’Albania, raggiunta come ministro degli Esteri con una tempistica, diciamo così, singolare dopo la disinvoltura con la quale per fare un giro elettorale in Sicilia non ha voluto recentemente Di Maio in Albania.jpgpartecipare ad un appuntamento in Giappone con i suoi omologhi del G20, Di Maio ha commentato le vicende romane dei suoi senatori denunciando un “mercato delle vacche”, attribuendone la regia alla Lega del suo ex alleato e amico Matteo Salvini e auspicando, chiedendo e quant’altro un intervento della solita magistratura, sulla falsariga di altre transumanze parlamentari, chiamiamole così, avvenute in anni passati da sinistra a destra, a vantaggio del partito di Silvio Berlusconi.

            Contemporaneamente però, o quasi, le agenzie di stampa hanno battuto la notizia di Salvini indagato dalla Procura di Roma per 25 voli di Stato compiuti quando era ministro dell’Interno per fini o circostanze che la Corte dei Conti non ha ritenuto congrue, diciamo così. E così l’ex vice presidenteFatto su Salvini.jpg del Consiglio, ora capo dell’opposizione perché leader del maggiore partito dello schieramento antigovernativo, ha potuto riconquistare col fotomontaggio di un ricercato, o qualcosa del genere, la prima pagina del solito e festoso Fatto Quotidiano. Che così ha potuto anche consolare giornalisticamente i lettori delle delusioni o preoccupazioni -immagino- procurate dalle cronache grilline.

           

 

Giù le mani, i piedi e il resto, per favore, dalla compianta Nilde Jotti

Mi aveva già colpito domenica scorsa, casualmente festa peraltro dell’Immacolata Concezione, leggere su Libero un curioso editoriale del direttore Piero Senaldi di critica a quanti non avevano gradito che tre giorni prima fosse uscita sul suo giornale, sotto forma di recensione ad Jotti e Togliatti.jpguna trasmissione televisiva su Nilde Jotti, un articolo in cui si era sottolineato quanto fosse, da donna e da emiliana, “brava a letto”, oltre che in cucina. Tanto brava, evidentemente, da aver saputo conquistare da giovane deputata comunista dell’Assemblea Costituente il segretario del partito Palmiro Togliatti.

Pur in un timido tentativo, fra una riga e l’altra, di “scusarsi” con quanti avevano potuto considerarsi a torto colpiti o offesi da quella “brava a letto”, nonostante il recensore televisivo avesse riconosciuto la grande prova data da Nilde Jotti da presidente della Camera, fra il 1979 e il 1992, “saggio e imparziale come pochi prima e dopo di lei”, Senaldi si era abbandonato ad una difesa a dir poco infelice, per altri sottintesi che comportava, delle qualità, meriti e quant’altro del suo ottantenne cronista e recensore, Giorgio Carbone. Che, a differenza di Togliatti, separatosi da tempo dalla moglie Rita Montagnana e morto peraltro  per un ictus nel 1964 in Crimea assistito dalla sua compagna,  “è rimasto con  figli e la moglie tutta la vita, tenendole la mano in ambulanza nel momento del trapasso”. “Mi auguro – aggiungeva Senaldi, e non dico altro- che per una donna di sinistra questo sia ancora un valore”.

Vi confesso che a quel punto per curiosità ero andato a recuperarmi nelle rassegne stampa parlamentari l’articolo di Carbone pubblicato il giorno 5. E vi avevo trovato, fra l’altro, un passaggio tutto politico sui “vent’anni d’amore” fra Nilde Jotti e “il migliore”, come veniva definito Togliatti pur dovendosi considerare, a suo avviso, “uno dei peggiori” per i rapporti avuti a Mosca e altrove con Stalin. “Per quattro lustri Nilde – diceva l’articolo- viaggiò con “uno dei peggiori” in perfetto accordo sentimentale e politico. E allora uno si chiede: è giusto considerarla un’eroina, un personaggio senza ombre quale pare voglia rappresentarlo lo sceneggiato alle 21,15 su Rai 1?”.

Mi ero detto, leggendo questo passaggio: “Meno male che Senaldi si è risparmiato di difendere nel suo editoriale anche un simile processo postumo, politico e morale, contro la Jotti. Della quale io ricordo solo la collaborazione prestata a Togliatti in un viaggio a Mosca perTogliatti .jpg sottrarsi alla decisione, suggerita al dittatore sovietico da certi compagni a Roma, di trattenervelo praticamente per lasciare il Pci nelle mani dell’ala dura, tipo Pietro Secchia. Che  sognava la rivoluzione e considerava un po’ tradita la lotta di liberazione dal nazifascismo per l’esito democratico che aveva avuto in Italia.

E’ stato pertanto con enorme stupore, e imbarazzo professionale come giornalista, che l’altra sera nello studio televisivo di Giovanni Floris, su La 7, ho assistito ad una rissa sull’affare Jotti, chiamiamolo così, alla fine della quale Senaldi è sbottato dandole della “stalinista” ancora più esplicitamente del suo vecchio cronista e critico televisivo di circostanza.

Se il giornalismo è ridotto a questo, mi pento francamente di averlo così a lungo esercitato. Mi consola solo la possibilità di dare, all’età che ho, qualche testimonianza utile ai giovani e meno giovani che lo praticano. Per rimanere alla Jotti, vi posso raccontare che alla sua prima elezione Jitti a Montecitorio.jpgal vertice di Montecitorio noi giovani cronisti le davamo un po’ malevolmente della “zarina”, finendo però per pentircene subito perché scoprimmo che, dai modi in cui sapeva muoversi e guidare la Camera, spesso e volentieri mandando di traverso la saliva ai compagni di partito e di gruppo,  era una regina vera, non appezzata ma ammirata da tutti.

I commessi, funzionari e quant’altri di Montecitorio rimasero di stucco- per ripetervene una raccontata in questi giorni dal suo ex fidatissimo portavoce Giorgio Frasca Polara- quando si affrettarono a fare allestire l’appartamento della presidente, all’ultimo piano del Palazzo di Montecitorio, per evitare i rischi  dei trasferimenti pluriquotidiani dalla sua casa di Montesacro alla Camera. La presidente si fece allestire solo le due camerette addette alle persone di servizio, di cui fece a meno bastando e avanzando le sue braccia per accudirvi. E dello stesso mio amico e collega Giorgio, giornalista dell’Unità, quando il funzionario di turno chiese alla presidente a quanto dovesse ammontare il suo compenso, si sentì rispondere con aria quasi stupita: ”Quel che tocca ad un metalmeccanico di terza, come usiamo al partito”.

Un’ultima e personalissima testimonianza è quella del 1983, quando mi toccarono sette giorni di arresti domiciliari per avere pubblicato sulla Nazione un documento sulle connessioni internazionali del terrorismo: documento depositato nella commissione parlamentare d’inchiesta sul delitto Moro e sospettato – a torto, come si venne poi a scoprire- di essere coperto da segreto di Stato. Essendo alla vigilia delle elezioni e avendo i comunisti paura di subirne contraccolpi per il coinvolgimento di alcuni paesi del Patto Varsavia, fui raggiunto da una gragnuola di attacchi e insinuazioni da quelle parti politiche. Ebbene, Nilde Jotti, su carta intestata della Presidenza della Camera, mi fece portare a mano da un motociclista una lettera di stima e di solidarietà di cui vado ancora orgoglioso.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Conte è nei guai sui giornali, ma ne ride allegramente col portavoce Casalino

              Per quanto destinatario ogni giorno di qualche proposta o offerta di aiuto- dalla “verifica” di vecchio stile del Pd al “cronoprogramma” di Luigi Di Maio da lui subito apprezzato, dal patto addirittura di Maurizio Landini, il capo della Cgil, perché “o si lavora tutti insieme o non si va da nessuna parte”, ai contatti privatissimi attribuiti dai soliti retroscenisti ai maggiordomi e altri collaboratori di Silvio Berlusconi, smaniosi di soccorrere Palazzo Chigi all’occorrenza con assenze parlamentari o voti segreti all’insegna della solita “responsabilità”- il presidente del Consiglio Giuseppe Conte continua a non passarsela molto bene sulle prime pagine dei giornali. Che sembrano un pò impegnati quotidianamente a rimproverargli o sottolineare debolezze, anche quando il professore fa loro la cortesia di qualche intervista a muscoli tirati per farsi apprezzare non dico come l’uomo forte atteso o desiderato dal 48 per cento degli italiani ma quasi, come quando ha detto al Corriere che non starà “appeso” a niente e a nessuno perché non è nel suo “carattere”.

            A spulciare o sfogliare la rassegna stampa di oggi 11 dicembre, giornata peraltro decisiva per un appuntamento parlamentare con la sua maggioranza sulla grana del Mes, non si sa se lasciarsi Repubblica.jpgimpressionare più dal “vizio di un Paese che non sa decidere” messo sulle spalle del presidente del Consiglio da Repubblica, o dalla “fattura” rinfacciatagli dal Giornale della famiglia Il Giornale.jpgBerlusconi, che lo inguaierebbe nei rapporti col vecchio amico e maestro Guido Alpa ai fini della sua carriera universitaria, o dai “conti di “Giuseppi” che secondo Il TempoIl Tempo.jpg fanno a pugni con la realtà”, o dalla colpa attribuitagli in blu dal Foglio, che pure Il Foglio 2 .jpgspesso supera persino Il Fatto Quotidiano nell’elogiarlo, di essersi “consegnato col Pd alle parole morte della politica per attestare un’illusione di sistema”, o dalla fulminante e rossa bocciatura,Il Foglio 1 .jpg sempre da parte del Foglio, della versione grillina della verifica, chiamata “cronoprogramma“ e liquidata brutalmente come “una boiata pazzesca”, alla maniera fantozziana del compianto Paolo Villaggio.

            Eppure, contro questo scenario francamente preoccupante, che potrebbe ispirare persino un moto di simpatia e di solidarietà verso questo professore e avvocato -a sentirne i critici- incautamente prestatosi alla politica, e a  una vita obiettivamente infernale, costretto a fare mille parti in commedia per puntellare la maggioranza di turno, si staglia sui cosiddetti social, in pallidissima concorrenza con le piazze stipate di sardine, la foto di un Conte allegrissimo che non sa trattenersi dalle risate di fronte al suo portavoce ormai a tempo pieno Rocco Casalino, sorridente  pure lui alle prese con una carta: magari, una barzelletta del repertorio berlusconiano.

            Il tempo pieno di Casalino deriva dal fatto che, applicato al presidente del Consiglio alla nascita del suo primo governo, quello gialloverde con i leghisti di Matteo Salvini, come l’uomo praticamente più importante e fidato della comunicazione del Movimento 5 Stelle, il quarantasettenne e baldanzoso ingegnere elettronico e gestionale, tutto sommato simpatico anche per la sua provenienza televisiva dall’esperienza del “Grande fratello”, di origini pugliesi come Conte, si è perso letteralmente il conto delle correnti, correntine, anime, animelle e quant’altro in cui si è frammentato il movimento grillino man mano che perdeva voti nelle elezioni di ogni tipo successive a quelle politiche del 4 marzo scorso.

              Molto giustamente o opportunamente, dal suo punto di vista, Casalino ha deciso di interessarsi meno del movimento e più del governo e del presidente che riesce a tenere allegro nonostante Schermata 2019-12-11 alle 08.19.55.jpgtutti i guai che lo assediano. Almeno in questo Conte  ha finito per essere fortunato, dopo tutti i problemi creatigli dal portavoce quando si lasciò scappare, per esempio, tra mille proteste e richieste di destituzione, la minaccia di una mezza epurazione al Ministero dell’Economia. allora guidato da Giovanni Tria, per le resistenze alla guerra alla povertà. La cui presunta vittoria fu celebrata lo stesso sul balcone di Palazzo Chigi con Luigi Di Maio sventolando una sera il 2,4 per cento del deficit, prima che a Bruxelles lo riportassero al 2,04.

 

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Giuseppe Conte si appende pure lui all’antica “verifica” della maggioranza

              Dopo l’impeto di generosità più o meno natalizia condiviso col suo ministro dell’Economia risparmiando ai furbetti dell’Imu sulle seconde case truccate come prime, e perciò esenti dall’imposta, grazie a cambi di residenza sostanzialmente fittizi, il presidente del Consiglio Giuseppe Cionte.jpgConte ha avuto impeti d’orgoglio, di ottimismo, di forza, direi quasi muscolari –suggeriti al sempre immaginifico manifesto nel titolone di copertina dalla vicenda olimpica di Putin e dei suoi atleti russi- annunciando al Corriere della Sera che non rimarrà “appeso” alle tensioni, contraddizioni e quant’altro dei suoi alleati di governo perché -ha assicurato- “non è nel mio carattere”.

            Allora il professore -avrà pensato qualcuno- ha deciso di dimettersi non appena avrà assolto al dovere istituzionale, ricordatogli continuamente dal preoccupato presidente della Repubblica, di fare approvare entro l’anno in corso, ormai ex “bellissimo”, come lo aveva preannunciato, il bilancio dello Stato e la connessa manovra finanziaria. E ciò sia pure a colpi di voti di fiducia che stanno impensierendo i presidenti delle Camere per lo strozzamento derivante al dibattito parlamentare garantito dalla Costituzione, oltre che dal buon senso.

            No, per niente. A dispetto della “maggioranza senza bussola” appena contestagli anche nel titolo dell’editoriale Maggioranza senza bussola.jpgdal giornale La Repubblica, Conte sembra deciso a restare al suo posto appendendosi -è proprio il caso di dire per i precedenti della prima, seconda e non so se davvero cominciata terza Repubblica, quella vera, non di carta- ad una “verifica” per “il rilancio”, o tentativo di rilancio, del suo governo dopo i primi cento giorni di vita. Che pure, di solito, sono o dovrebbero essere i migliori, nella logica o nell’abitudine americana della “luna di miele” del presidente appena eletto, ma che nel caso del secondo governo Conte sembrano essere stati un po’ al di sotto, diciamo così, delle aspettative.

            Molti dei presidenti del Consiglio che mi è capitato di conoscere facevano le corna ogni volta che erano costretti dalle non facili circostanze politiche a chiedere o subire “verifiche”, sapendo bene che di solito si moriva, non si viveva di quei riti, un po’ paragonabili alle estreme unzioni per gli effetti che potevano produrre, quasi sistematicamente opposti a quelli desiderati. Al massimo, cioè nella migliore delle ipotesi, se ne usciva col rinvio delle questioni più spinose e con qualche fragile, fragilissima tregua.

            Va detto tuttavia con onestà che i presidenti delle Camere non stanno meglio del presidente del Consiglio. Quello di Montecitorio, il grillino Roberto Fico, se n’è appena uscito con una filippica Fico.jpgche poteva francamente risparmiarsi, viste le sue funzioni studiate più per la loro neutralità che per la partigianeria politica, sul tema fortemente divisivo, fuori e dentro la stessa maggioranza, della sostanziale abolizione della prescrizione con la sentenza di primo grado. Che è stata introdotta l’anno scorso nel codice, ma a decorrere dal 1° gennaio prossimo, nella speranza o in attesa di una riforma del processo penale che non è invece sopraggiunta, per cui ora si rischia di rimanere imputati a vita anche se assolti in primo grado con sentenza contestata dall’accusa.

            La filippica del presidente della Camera è stata contro i ricchi e i loro altrettanto ricchi ma anche bravi avvocati che avrebbero saputo tirare alla lunga i processi fino alla decadenza dei reati. E’ una convinzione, questa, che Mattia Feltri ha definito sulla Stampa e giornali collegati “una scemenza”, ricordando a Fico gli ultimi dati del Ministero della Giustizia, guidato dal suo collega di partito Alfonso Buonafede, secondo i quali dei 129 mila processi prescritti nel 2017, quasi centomila non sono neppure arrivati in un’aula di giustizia perché estinti negli uffici e tra le scartoffie delle Procure, dove gli avvocati di solito non toccano neppure palla.

            Visto poi che si trovava, il mio amico Mattia ha anche ricordato a Fico che, stando alle statistiche dei processi e dei loro esiti, quando si riesce a farli svolgere, e dei danni risarciti dallo Stato agli innocenti, “ogni otto ore uno Ogni otto ore.jpgdi noi va in galera anche se non ha fatto nulla”.  Dovrebbe essere roba da brividi anche per un uomo così olimpico e serafico come appare di solito, con i suoi modi generalmente gentili e un  filo di sorriso costante sulle labbra, il presidente della Camera.

            La presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati -spero di non avere dimenticato o storpiato nulla del suo lungo nome- è invece riuscita a sua insaputa nel miracolo di farmi trovareIl Fatto.jpg d’accordo con Marco Travaglio. Che sul Fatto Quotidiano, pur col solito montaggio fotografico in prima pagina che ha del forzato già di suo, le ha contestato le lettere che fa recapitare dagli avvocati di Padova di sua conoscenza e frequentazione a casa dei giornalisti di quella testata che l’hanno criticata. Le missive  annunciano o minacciano, secondo la sensibilità di chi le riceve, cause civili per le critiche formulate alle iniziative o scelte dell’eletta.

            Travaglio le ha definite “lettere minatorie” protestando anche perché a lui arrivano al giornale e non a casa. Io le definirei perniciose, per il Lettera minatoria.jpgdanno che producono non solo ai destinatari ma anche all’immagine della presidente. Alla quale non potrà sfuggire la sproporzione oggettiva e imbarazzante esistente, anche contro la volontà dei magistrati eventualmente incaricati di occuparsene, fra lei, seconda carica dello Stato, e i giornalisti che le hanno dedicato la loro pur critica attenzione.  Via, signora Presidente, lasci perdere dall’alto della Sua, con la maiuscola, carica o funzione.

 

 

 

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Regalo natalizio di Gualtieri ai furbetti dell’Imu che truccano le seconde case

Vi confesso una debolezza, o bassezza, come preferite. E’ la soddisfazione avvertita leggendo della decisione attribuita genericamente al governo, prima che il superministro dell’Economia Roberto Gualtieri smentisse o ne prendesse le distanze, di una stretta -si dice così- nella lotta all’evasione fiscale sulle cosiddette seconde case e successive. Che diventano magicamente prime case, esenti perciò dalla tassa conseguente, quando se le intestano altri membri della stessa famiglia fissando la loro residenza nei rispettivi Comuni. Dove in realtà vanno solo in vacanza, o vi mandano amici e simili, o le affittano.

Ho goduto all’annuncio un po’ perché circondato, nel mio piccolo, da furbi e furbetti nel posto dove risiedo in estate pagando al Comune il dovuto da solitario o quasi, e un po’ perché finalmente educato – o, magari, diseducato, secondo i gusti- dai tanti succedutisi nei governi, di ogni colore e durata, invitandomi direttamente e indirettamente a odiare gli evasori, all’ingrosso e al minuto, come nemici personali. Che mi obbligano a pagare i loro debiti effettivi o potenziali con la comunità nazionale, anche a costo di privarmi del necessario, con quel che mi resta della pensione -o mi restava dello stipendio negli anni passati- al netto delle imposte, delle trattenute assicurative, dei contributi di solidarietà  per niente volontari, come dovrebbero essere con l’uso corretto di qualsiasi dizionario della lingua italiana, e quant’altro.

Chissà quante volte ho rischiato di sputare in faccia alla persona sbagliata fidandomi delle apparenze o delle casualità, come capitò -vi giuro- ad un collega che andò a prendere all’asilo il figliolo e vide prelevarne da una mamma in Porsche l’amichetto esente dalla retta per esiguità del reddito familiare.

Ebbene, il sogno consolatorio, e per qualcuno forse anche meschino, di vedere fatta giustizia coi furbi e furbetti delle prime, e non seconde, case fasulle è durato lo spazio di una notte. Perduti imperdonabilmente i telegiornali della sera, ho appreso dai quotidiani del giorno dopo che non se ne farà niente per uno scrupolo sopraggiunto nel titolatissimo ministro dell’Economia, fra uno scontro e l’altro con quegli insolenti o addirittura terroristi della Lega, e un po’ anche con quei rompiscatole dei grillini nostalgici dell’avventura gialloverde con Matteo Salvini. E’ stato, in particolare, lo scrupolo di fare un torto immeritato a quei coniugi che lavorano in Comuni diversi ed hanno avuto la sventatezza di volere abitare in appartamenti di loro proprietà, forse allergici all’idea di una casa in affitto, e magari con minori spese di manutenzione, o di aspirare magari a ricongiungersi il più rapidamente possibile anche nel luogo di lavoro.

Non so francamente, e non riesco neppure ad immaginare, quanti possano essere in Italia i coniugi così dannatamente sfortunati da lavorare in Comuni diversi e da permettersi di abitare in case di loro proprietà, magari di una soglia sotto il livello del lusso che li priverebbe dell’esenzione dall’Imu. So tuttavia che sono state valutate, temo in difetto,  attorno alle 135 mila le abitazioni di false seconde case, promosse a prime con l’espediente della residenza finalizzata all’evasione fiscale. L’ammontare delle imposte evase sarebbe non inferiore ai duecento milioni di euro.

Non è un fenomeno da poco, specie per quei Comuni sistematicamente privati di risorse ogni anno, e da tempo, dal governo di turno, oltre che dagli sprechi dei loro amministratori.

Vedere tanta, improvvisa, direi pure sfacciata tolleranza, o generosità, o complicità coi furbetti dell’Imu, chiamiamoli così, fa una certa impressione, oltre che sorpresa. Non vorrei che, accorgendosene pure loro, specie se senza casa, le sardine sparse in questo periodo in tante piazze e strade sardine in piazza.jpgitaliane, così inoffensive da essere piaciute anche a Francesca Pascale, la giovane e non certo indigente fidanzata di Silvio Berlusconi, cambiassero natura e imparassero improvvisamente a volare. Così potrebbero divorare nello spazio i frammenti delle cinque e tante altre stelle in caduta per il solo gusto poi di vomitarli, come una volta disse Beppe Grillo di noi giornalisti, forse prima di ravvedersi e di farsi venire la voglia di farlo anche o solo con Luigi Di Maio, stando a certi retroscena che impensieriscono, fra una smentita e l’altra, il così giovane e già ministro degli Esteri d’Italia.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Il governo finisce, con le sue lucette a intermittenza, fra gli addobbi natalizi

               Il ricorso ormai abituale alla fiducia nelle votazioni parlamentari sul bilancio, che certamente ne forzano e snaturano il cammino parlamentare, già una volta censurato dalla Corte Costituzionale, sta per sterilizzare un po’, come un Conte2 .jpgcontraccettivo, la turbolenza ormai cronica della coalizione giallorossa. Che, finita ormai fra gli addobbi dell’albero di Natale confezionato personalmente da Giuseppe Conte nel suo ufficio di Palazzo Chigi col figliolo, pure al Fatto Quotidiano hanno smesso di chiamare pudicamente giallorosa. E’ ormai evidente che più a sinistra di questa coalizione di governo non c’è più niente di realmente visibile.

            Le ragioni o responsabilità della turbolenza di questa maggioranza vengono attribuite dai nemici di Matteo Renzi, al solito abbondanti a sinistra, a destra e ora anche al centro, allo stesso Renzi. Che vive quasi ossessionato dal bisogno di farla pagare cara al Pd per il boicottaggio praticatogli Matteo Renzi.jpganche quando ne era alla guida, e contemporaneamente conduceva il governo: tanto cara da ridurlo alla irrilevanza procurata al partito socialista in Francia dal suo amico e punto di riferimento ideale Emmanuel Macron, arrivato tuttavia all’Eliseo con un sistema elettorale che in Italia ci sogniamo. E quando lo stesso Renzi, allora a Palazzo Chigi, cercò di piantarlo come un seme anche qui con la sua doppia riforma costituzionale ed elettorale, glielo bocciarono clamorosamente, come in una diabolica combinazione, gli elettori e i quindici potentissimi giudici della Corte Costituzionale.

            Sarà ben difficile ritentarci, ma Renzi è notoriamente un testardo, per giunta toscano, e si è proposto di segare in qualsiasi altro modo il Pd, anche a costo di far cadere il governo da lui stesso proposto e fatto nascere pochi mesi fa rinunciando alla dieta dei pop-corn adottata dopo la batosta elettorale del 4 marzo 2018 infertagli dai grillini.  

            Eppure anche all’interno del Pd, dove soffrono con fastidio e preoccupazione la concorrenza parlamentare e manovriera di Renzi, pericolosa in particolare al Senato, dove i senatori della sua Italia Viva sono pochi ma sufficienti a provocare una crisi, alla fine  mettono da parte i risentimenti personali e riconoscono che la crisi della maggioranza deriva da quella del primo partito della coalizione. Che è il Movimento 5 Stelle, per nulla o non abbastanza riconoscente della grazia  ricevuta in agosto col fortunoso salvataggio di una legislatura dove i grillini sono ormai sovradimensionati, continuando a disporre di una maggioranza relativa perduta in tutti i tipi di elezione svoltisi  dopo il 4 marzo dell’anno scorso e la conseguente nascita di questo Parlamento.

            Il deputato spezzino Andrea Orlando, ex ministro della Giustizia e ora vice segretario unico del Pd, che mi sembra tanto studiare da segretario in concorrenza con Dario Franceschini, nel caso Zingaretti.jpgnon improbabile di un logoramento anzitempo del segretario in carica Nicola Zingaretti, ha eufemisticamente dichiarato in una intervista al Corriere della Sera che il governo, e con esso anche il suo partito che lo sostiene “con forte spirito zen”, tra una secchiata e l’altra di Luigi Di Maio, “beneficerebbe di un chiarimento all’interno del Movimento 5 Stelle”.

            Il “come” di questo chiarimento -ha detto Orlando- sta a loro deciderlo”, stante anche l’anomalia dell’organizzazione grillina”, ma di certo “la conflittualità sotto il pelo dell’acqua che registriamo” -ha aggiunto il vice segretario del Pd  esagerando un po’ con quel “pelo”, specie lui che è anagraficamente un uomo di mare- è il riflesso più di una sorta di congresso interno che di ricerca del consenso, o degli interessi del Paese”.

            Senza volerlo, o preferendo farlo solo in questo modo surrettizio, da specialisti o addetti ai lavori, Orlando ha un po’ toccato il nervo scoperto, anzi scopertissimo, del rapporto fra l’attuale partito “centrale” del Parlamento, indeciso o deciso a tutto, secondo i giorni e le ore, e l’articolo 49 della Costituzione: quello sui partiti attraverso i quali, associandosi liberamente, “tutti i cittadini” possono “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

           Ai grillini è sconosciuto, se non vietato, il concetto di un “congresso”, tanto è “diretta” e “digitale” la loro “sorta di democrazia”, mi verrebbe voglia di dire usando le parole paludate del vice segretario del Pd. Che non sarà laureato, come qualcuno gli contestò già quando divenne ministro della Giustizia, e tanto meno avvocato e professore come il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, di soli cinque anni più anziano o meno giovane di lui, ma di politica credo che ne mastichi molto di più.

 

 

 

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I retropensieri di Mattarella sul palco reale della Scala allo spettacolo della Tosca

            Chissà se Sergio Mattarella, godendosi sul palco reale della Scala, a Milano, sia lo spettacolo della Tosca sia l’accoglienza entusiastica, direi persino affettuosa, riservatagli dal pubblico, si sarà chiesto, sgomento, che tipo d’Italia sia questa, di cui gli è capitato in sorte di rappresentare “l’unità nazionale” scolpita nell’articolo 87 della Costituzione, ma sempre più indecifrabile, incerta, contraddittoria, in uno scenario sociale e persino politico appena descritto dal Censis con quel 48 per cento di persone tanto stremate dalla crisi e dalla confusione da desiderare “l’uomo forte”. Nei cui panni, magari, molti vorrebbero che si mettesse proprio lui, il capo dello Stato, allargando al massimo, nell’applicazione delle sue prerogative, quella fisarmonica che è stata definita la Costituzione da fior di giuristi alla luce dell’uso che ne hanno fatto gli inquilini succedutisi al Quirinale. Ma Mattarella impallidirebbe, e s’ingobbirebbe ancora più di quanto gli capiti assomigliando al compianto Giulio Andreotti, solo a sentir parlare di sè come dell’uomo finalmente e salvificamente forte.

            Eppure, nonostante la fiducia in qualche modo impostagli dal ruolo sia per praticarla sia per diffonderla, evitando che la situazione  peggiori e che quel 48 per cento salga addirittura al 76 già attribuito dal Censis a chi è deluso e persino stufo dei partiti, Mattarella è preoccupato, seriamente preoccupato, del quadro politico.  Non so, francamente, se sia anche un po’ pentito, vista la prova che sta dando la maggioranza giallorossa improvvisatasi qualche mese fa col suo consenso, di non avere sciolto le Camere, pur a poco più di un anno dalla loro elezione, dove i partiti sono aumentati e quello centrale, in quanto provvisto della maggioranza dei seggi, cioè il Movimento 5 Stelle, non si sa bene da chi sia davvero diretto: se da Beppe Grillo dietro i cancelli delle sue ville, difficili da violare come una volta il Muro di Berlino, o dal suo delegato Luigi Di Maio, con tutti gli scatti e gli scarti che riserva al presidente del Consiglio Giuseppe Conte in curiosa, sconcertante concorrenza col capo dell’opposizione e suo ex alleato Matteo Salvini e, all’interno della stessa maggioranza, con l’altro Matteo. Che è naturalmente Renzi.

            Di quest’ultimo, conosciuto e frequentato bene quando era insieme segretario del Pd e presidente del Consiglio, sino a suggerirgli come un vecchio e paziente maestro i libri su cui formarsi, riferendogliene Scalfari 1 .jpgpoi di persona per dimostrare di averli letti davvero, ha appena scritto nel suo appuntamento domenicale su Repubblica Eugenio Scalfari come  di “un vero capo conforme a un Paese populista che sfoci inevitabilmente in una dittatura”, per quanto -al limite- “democratica” come fu quella di Napoleone, pur non volendo paragonare -ha poi precisato Scalfari- Renzi a quell’esemplare unico al mondo.

            Come dittatore, comunque, l’uomo di Rignano, o il senatore di Scandicci, o il leader della neonata Italia Viva, sarebbe per Scalfari più  adatto a questa Italia persino di Salvini.  Che pure a sinistra manifesto e sardine.jpgè l’uomo più odiato e temuto, tanto da avere mobilitato contro di lui, riempiendone le piazze come il “Mare nostro” dell’immaginifico titolo del manifesto, le pacifiche, solitamente inoffensive sardine, diventate loro malgrado un potenziale nuovo movimento politico capace di attrarre, secondo il sondaggio Demos commissionato da Repubblica, un elettore su quattro.

           E’ un mare, quello delle sardine, nel quale si è in qualche modo tuffata, tra sorpresa, ilarità e quant’altro, Pascale.jpgpersino Francesca Pascale, la giovanissima e ancora adorante fidanzata dell’ultraottantenne Silvio Berlusconi. Cui la signorina ha consigliato di non ripetere, sottovalutando le sardine, l’errore fatto da tutti, anche da lui, alle prime comparse dei grillini. Che a questo punto potrebbero anche ringraziare la fidanzata di quello squalo che loro continuano a considerare il Cavaliere.

            Per tornare alle preoccupazioni di Mattarella, sopra e dietro il palco reale della Scala a Milano, basterà leggere un Titolo Breda.jpg“retroscena” del quirinalista principe del giornalismo italiano, Marzio Breda, pubblicato dal Corriere della Sera chissà  perché a pagina 6, e non in prima, magari come editoriale. Leggiamolo insieme, al netto di una prima parte in cui l’allarme al Quirinale era diventato altissimo di fronte ad un presidente del Consigilo che “esorcizzava” con Breda.jpgun ottimismo di maniera la crisi della sua maggioranza: “Il tormentato compromesso raggiunto l’altra sera sulla manovra ha tamponato quel pericolo, con un sospiro di sollievo del premier e pure di Mattarella, preoccupato per le conseguenze sullo spread. L’equilibrio resta però fragile ed esposto a tante incognite. Sul Colle le stanno valutando una per una, mentre a Palazzo Chigi si studia un cronoprogramma per la ripartenza dell’esecutivo, e mentre gli “artificieri” dei partiti dialoganti lavorano per disinnescare le mine più esplosive, quasi tutte con il timer fissato in gennaio”. Oltre quel mese, quindi, neppure Mattarella sembra riuscire a formulare previsioni.

 

 

 

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Se Giuseppe Conte ha più bandiere alle spalle che futuro di governo davanti

            Non ho francamente capito se quel 48 per cento d’italiani, secondo il rapporto Censis, favorevoli Schermata 2019-12-07 alle 06.40.14 2.jpgall’uomo forte, e in fondo coerenti col 76 per cento che non si fidano più dei partiti, o col 90 per cento stufi di vederne Schermata 2019-12-07 alle 06.40.14.jpggli uomini o le donne in televisione, dove invece stazionano in ogni ora del giorno e persino della notte, siano stati registrati, diffusi e persino commentati un po’ da tutti i giornali più con Schermata 2019-12-07 alle 06.40.14 3.jpgpreoccupazione, soddisfazione o rassegnazione. E’ il sentimento, quest’ultimo, espresso senza tanto stupore persino nel titolo del manifesto, il quotidiano ancora orgogliosamente comunista, la cui cultura, storia, tradizione dovrebbero portare a inorridire degli Manifesto  su stressati.jpguomini forti: almeno di quelli non del proprio segno politico, visto che la storia del comunismo è stata ed è, dove sopravvive, una storia di uomini non forti ma fortissimi, diciamo pure feroci. Ormai siamo abbastanza “stressati”, hanno riconosciuto al manifesto, da poterci anche abituare all’idea di un altro dittatore, dopo Mussolini.

            Nella nostra povera Italia, come l’ha ridotta la politica corrente, di uomini forti, o potenzialmente forti, o avvertiti e combattuti come tali persino dalle sardine, che sembravano sino a qualche giorno fa pesci inoffensivi e hanno invece invaso le piazze per presidiarle dall’avventuriero di turno, ce ne sono ormai soltanto due: uno all’opposizione, che è naturalmente Matteo Salvini, cui sembra che siamo appena scampati, almeno al momento, pur avendolo avuto per più di un anno vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, e uno con due piedi nella maggioranza giallorossa, da lui stesso promossa qualche mese fa, e con le braccia protese Il Fatto.jpgverso l’opposizione, che è naturalmente Renzi, anche lui Matteo. Già c’è chi -come Il Fatto Quotidiano col titolo e fotomontaggio di prima pagina- li vede o immagina insieme, probabilmente nella prossima legislatura ma forse anche prima, visto che il presidente del Consiglio  Giuseppe Conte a Palazzo Chigi sembra proprio avere più bandiere alle spalle che futuro di governo davanti, pur cercando di ostentare ottimismo e di infonderne al presidente della Repubblica. Che, comprensibilmente preoccupato, a dir poco, lo ha appena voluto incontrare e ascoltare al Quirinale per capire che cosa stia diventando in Parlamento, tra modifiche, rinvii ed altro, la legge di bilancio e la cosiddetta manovra finanziaria da lui autorizzate, come prescrive ancora la Costituzione.

            In effetti, a scorrere i titoli e le cronache dei giornali, e a sentire all’uscita dai vertici o altre riunioni di maggioranza quelli che vi hanno eroicamente partecipato conservando il coraggio poi di parlarne, non si capisce bene se siamo ormai alla manovra come “gioco d’azzardo” annunciato Repubblica.jpgnel titolo principale di prima pagina da Repubblica, o più semplicemente, banalmente, infelicemente, ridicolmente, come preferite, a una maggiore tassazione delle vincite alle lotterie per rimediare ai tagli fiscali imposti nella maggioranza da Renzi minacciando di votare contro e far cadere il governo almeno al Senato. Dove i numeri sono già scarsi di loro e potrebbero anche diminuire ulteriormente per i parlamentari in partenza o fuga dal movimento grillino, che non vuole chiamarsi partito ma temo faccia parte di quelle forze politiche di cui il 76 per cento  d’italiani non si fidano più.

          “Si fa cassa con le lotterie”, ha titolato la solitamente compassata Stampa a Torino. “Stangata sulla fortuna”, Stampa su lotterie.jpgha Messaggero su su portuna.jpgtitolato Il Messaggero a Roma: fortuna al singolare, che è quella sognata dai poveri grattando i biglietti o giocando appunto al lotto, non certo le fortune, al plurale, che rimangono solitamente quasi intatte nelle mani di chi le possiede, anche quando sembrano essere in pericolo, o minacciate dagli annunci di turno di qualche patrimoniale.

 

 

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Dietro, di lato, sopra e sotto la grazia presidenziale a Umberto Bossi

            Per quanto malmessa, la politica è ancora capace di riservare qualche bella sorpresa, specie quando dai piedi dei partiti e delle piazze essa passa nelle mani degli uomini ai vertici delle istituzioni, stavolta in quelle del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che non ha Corriere su Bossi.jpgesitato a concedere Mattarella.jpgla grazia al senatore Umberto Bossi, l’ormai vecchio -e malandato pure lui- fondatore della Lega, risparmiandogli l’anno e quindici giorni da scontare ai servizi sociali per la condanna definitiva rimediata nell’autunno scorso, avendo vilipeso l’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano negli ultimi giorni del 2011. Allora gli aveva dato del “terrun” in un comizio nel Bergamasco, lasciando o addirittura incoraggiando l’uditorio a fischiare e spernacchiare il Presidente, con la maiuscola dovutagli anche per dettato costituzionale. La si ritrova infatti in tutti gli articoli della Costituzione in cui si parla di lui.

            Il senatore ha avuto il buon senso e l’umiltà, una volta processato e condannato, di scusarsi e di chiedere Bossi oggi.jpgla grazia, senza stare lì a discutere dell’articolo del codice penale, contestato invece da altri, e forse qualche volta pure da lui, a tutela della onorabilità del capo dello Stato. Napolitano, Napolitano.jpgormai presidente emerito della Repubblica e senatore pure lui, ma di diritto e a vita, si è affrettato a dare il suo consenso, non avendo motivo -ha detto- di risentimento per il fondatore ormai del più antico partito rappresentato in Parlamento. Lo è diventato dopo la scomparsa di tutti gli altri un po’ per suicidio -bisogna ammetterlo, visti gli errori compiuti- e un po’ perché ghigliottinati dalle Procure della Repubblica nella bufera di Tangentopoli. Dove pure la Lega, a dire la verità, lasciò qualche impronta, ma essendo ancora in culla fu risparmiata quanto meno dalla giustizia mediatica, a volte più feroce ancora di quella ordinaria, diciamo così. Forte anche di quella generosità, poi Bossi si sarebbe lasciato andare in una gestione  un po’ troppo familistica del suo partito, con annesse e connesse complicazioni giudiziarie.

            Va detto, non per assolverlo ma per comprenderlo, che quella sera in cui rimproverò a Napolitano anche il nome che portava qualche ragionamento di risentimento personale Bossi, in fondo, ce l’aveva. Sino a pochi mesi prima egli era ancora ministro delle riforme per il federalismo nell’ultimo governo dell’alleato e ormai amico strettissimo Silvio Berlusconi. Che forse esagera a parlare ancora di colpo di Stato per le dimissioni presentate otto anni fa sull’onda di una gravissima crisi finanziaria, non foss’altro per il volontario concorso dato a quell’epilogo vantandosi del suo successore Mario Monti, sino ad apporre con entusiasmo la controfirma neppure necessaria, in teoria, alla sua preventiva nomina a senatore a vita da parte del presidente della Repubblica: preventiva rispetto al conferimento dell’incarico di presidente del Consiglio all’ex commissario europeo. Ma sicuramente qualcosa si era svolto in modo anomalo in quell’avvicendamento fra un Berlusconi pur deteriorato politicamente di suo dopo la rottura con Gianfranco Fini e un Monti di cui si lodavano il loden che usava indossare e  il fatto che la maggioranza delle mamme tedesche  avrebbe preferito averlo come genero, tanto egli  era riuscito a diventare popolare da quelle parti così sospettose dei conti italiani gestiti dal governo del Cavaliere.

          Di quell’anomalia si accorse, e ne avrebbe poi parlato anche un ministro americano del Tesoro riferendo  dei contatti avuti in quei tempi burrascosi con gli omologhi dell’Unione Europea.

          I maligni, mai inoperosi né nei palazzi del potere né nelle redazioni dei giornali, hanno visto o intravisto nella generosità di Mattarella e del suo predecessore nei riguardi di Bossi qualcosa di somigliante Salvini.jpgalla nostalgia o alla solidarietà di fronte ai cambiamenti intervenuti nella Lega sotto la guida di Matteo Salvini. Di cui si è appena appresa peraltro la decisione di improvvisare per il 21 dicembre, a vantaggio della Lega col suo nome,  un congresso per commissariare e liquidare la vecchia Lega Nord di cui Bossi è presidente a vita, non si sa, a questo punto, se più sua  -di vita- o del movimento ormai in liquidazione. A pensare male, diceva la buonanima di Giulio Andreotti, si fa peccato ma s’indovina.

 

 

 

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