Si sprecano gli schiaffi a Luigi Di Maio per l’aiutino al Pd negatogli sotto le stelle

             A meno che non vogliano consolarsi, appropriandosene, col forte assenteismo registrato nel referendum digitale, cui hanno partecipato solo 27 mila dei 125 mila iscritti alla cosiddetta Stampa.jpgpiattaforma Rousseau, amici e familiari di Luigi Di Maio non possono contestare  gli Messaggero.jpgschiaffi che il capo ancòra del Movimento delle 5 Stelle ha rimediato sulle prime pagine di tutti i giornali per la bocciatura della “pausa elettorale” da lui proposta o sostenuta per dare un aiutino, diciamo così, al pur scomodo alleato piddino nelle elezioni regionali del 26 gennaio in Emilia Romagna e in Calabria. Dove pertanto Il Giornale.jpgla sola partecipazione del Movimento pentastellato con proprie liste, scartata la strada La Verità.jpgdell’accordo percorsa in modo fallimentare in Umbria, costituisce per il Pd di Nicola Zingaretti un pericolo serissimo di sconfitta. E ciò a vantaggio naturalmente del centrodestra a trazione leghista, per quanto possano riempirsi le piazze di “sardine” anti-Salvini durante la campagna elettorale, peraltro già avviata, specie in Emilia.

            Lo stesso Di Maio ha ammesso a suo modo la bocciatura della propria linea, pur parlando non di sé ma del Movimento in “difficoltà”, cioè in crisi. Che potrebbe riflettersi sul governo giallorosso, trascinandoselo appresso, come molti degli stessi ministri temono e si sono detti fra di loro nella cena al ristorante romano “Arancio d’oro”, offerta con infelice tempistica, a dir poco, dal sempre Monica Guerzoni.jpgfiducioso Giuseppe Conte. I timori dei ministri sono quasi certezza  a Palazzo Chigi e nella sede ancora nazarena del Pd, secondo la cronaca della cena e dintorni fatta sul Corriere della Sera da Monica Guerzoni. In effetti, è ben difficile credere che la segreteria Zingaretti e annessi e connessi, compreso il governo, potrebbero sopravvivere ad una perdita della storica regione rossa Emilia Romagna.

            Va detto con onestà che fra tutti i giornali, compreso l’impietoso manifesto col suo titolo “Curre curre guagliò” Manifesto.jpgdedicato al giovane ministro votzioni Rousseau.jpgcampano degli Esteri, e la non meno impietosa “Polvere di 5Stelle” di Repubblica, il più obiettivo e severo è  stato  Il Fatto Quotidiano. Che senza risparmiare nessuno, neppure Beppe Grillo, il quale ogni tanto gli affida le sue Il Fatto.jpgriflessioni direttamente o indirettamente, ha Repubblica.jpgtradotto il 70 e rotti per cento del no alla “tregua” contro il 29 e rotti del sì, in un gigantesco e rosso “Vaffa della base ai capi”, anche quelli quindi che non si sono esposti come Di Maio e, peraltro, dietro le quinte non gli hanno mai dato un grande aiuto.

            Da ciò Marco Travaglio ha ricavato l’impressione, espressa anche nel titolo del suo editoriale, di avere a che fare Suicidio.jpgcon un “suicidio assistito” dell’intero e pur caro Movimento 5 Stelle. Ma “assistito” poi da chi, più di preciso? Da Di Maio è difficile crederlo; da Grillo pure, per quanto col mestiere di comico che pratica da sempre si potrebbe pure sospettarlo, e immaginarne anche una smorfia di compiacimento; da Davide Casaleggio sembra impossibile per i danni economici che subirebbe la “piattaforma” da lui gestita. Non è che, sotto sotto, senza rendersene neppure conto per la non molta pratica che ha della politica, essendovi approdato solo l’anno scorso, l’assistenza possa o debba essere attribuita al presidente del Consiglio? Egli rimarrebbe davvero e finalmente senza un partito di riferimento, come con scrupolo tiene sempre a presentarsi e descriversi, sentendosi soltanto “umanista”, neppure più “l’avvocato del popolo” d’inizio della sua avventura a Palazzo Chigi.

 

 

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Ai materassi Conte e Salvini, ma anche il “sovranista” Di Maio

            Ospite dell’assemblea dell’associazione nazionale dei sindaci e non di una piazza di sardine, le ultime maschere, diciamo così, indossate dai nemici di Matteo Salvini, che lo inseguono dappertutto per guastargli comizi, raduni e quant’altro, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha dato al leader leghista, già suo vice presidente e ministro dell’Interno, del “delirante”, “irresponsabile” e “sovranista d’operetta”.

           Il motivo di tanto livore, persino superiore al processo fattogli il 20 agosto al Senato appoggiandogli la mano sulla spalla nei banchi del governo ancora gialloverde, è nella pesante accusa rivolta dallo stesso Salvini a Conte di avere tradito o compromesso l’interesse nazionale concordando a Bruxelles e dintorni, o addirittura firmando all’insaputa del Parlamento, un cosiddetto “fondo salva-Stati” destinato, per un meccanismo praticamente imposto dai tedeschi, ad aiutare tutti fuorchè l’Italia. Che, pur contribuendovi con le percentuali proporzionali alla popolazione e altro, per usufruirne all’occorrenza dovrebbe accettare una riduzione bestiale e rapida del suo ingente debito pubblico. Ciò comporterebbe quanto meno il ricorso ad un’imposta patrimoniale da lacrime e sangue, ma anche perdite delle banche scaricabili sui depositi dei clienti: un pericolo peraltro avvertito anche dall’associazione degli istituti di credito e dallo stesso governatore della Banca d’Italia.

            Conte, spalleggiato dal nuovo ministro dell’Economia, nega tutto questo. Dice di non avere firmato un bel nulla, dovendo farlo eventualmente solo il mese prossimo, e di avere portato avanti le trattative sulla riforma del Mes, acronimo del Meccanismo europeo di stabilità, attenendosi scrupolosamente alle intese via via raggiunte nella maggioranza allora gialloverde con verticiSalvini.jpg cui ha partecipato qualche volta anche Salvini in persona. Il quale ha reagito immediatamente a mezzo stampa dandogli del “bugiardo” e dello “smemorato” perché in nessuna di quelle riunioni il presidente del Consiglio sarebbe stato autorizzato alla versione dell’intesa europea in via di definizione, e neppure nella risoluzione parlamentare approvata dopo una relazione fatta il 19 giugno da Conte. In soccorso del quale è tuttavia intervenuto l’allora ministro dell’Economia Giovanni Tria vantandosi di avere personalmente condotto le trattative dopo quella data, riferendone poi alle commissioni competenti delle Camere, col proposito riuscitogli di non far passare la linea del rigorismo oltranzista sostenuta dagli olandesi.

            Chi -fra Conte e Salvini- abbia ragione in questo scontro a distanza si potrà dire forse solo il mese prossimo, quando davvero il problema arriverà al vertice europeo e alla firma, che peraltro lo stesso Conte non ha dato per scontata, riservandosi di ricorrere al diritto di veto. Certo, un po’ di confusione deve esserci stata nella gestione della vicenda, non foss’altro per l’abitudine del governo gialloverde, seguita anche da quello giallorosso che gli è subentrato, di annunciare persino in Consiglio dei Ministri approvazioni di disegni di legge e decreti legge “con riserva d’intesa”, cioè senza intesa. Ma quel che colpisce di più, politicamente e anche umanamente, del duro intervento di Conte è la sua riconducibilità alla metafora di parlare a nuora perché suocera intenda.

            La nuora, in questo caso, è Salvini,  la suocera è Luigi Di Maio, tuttora alleato di Conte, capo  del principale partito di governo e addirittura ministro degli Esteri. Il quale, anche se Conte ha finto di non essersene accorto, ha praticamente condiviso preoccupazioni e proteste di Salvini reclamando un vertice di chiarimento. Del resto, è fresco di stampa un titolo Stampa su Di Maio.jpgdell’omonimo giornale di Torino che attribuisce a Di Maio questa dichiarazione, nelle conversazioni fuori e dentro il Movimento delle 5 Stelle, di cui avrebbe tutto il diritto di essere compiaciuto l’ex alleato Salvini: “Il futuro è il sovranismo”, senza il sarcastico e ittico -da sardine-richiamo di Conte all’”operetta”.

            Credo, o temo, che non abbia torto Stefano Folli a Folli.jpgscrivere su Repubblica che “come spesso accade, siamo precipitati nello psicodramma”, in cui “tutti recitano la loro parte sul palcoscenico romano ma pochi lo fanno con lealtà”. Ciò vale anche per la vicenda dell’ex Ilva e simili, compresa l’Alitalia, le cui sorti sono tornate in alto mare.

 

 

 

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La coppia stellare Di Maio-Di Battista si ritrova contro Conte

             Se ne sono accorti solo alla Stampa, che ne ha riferito in prima pagina, ma la notizia della decisione La Stampa.jpg di Luigi Di Maio di preferire un tour politico in Sicilia alla riunione dei ministri degli Esteri del G20 in Giappone, ad Aichi-Nagoya, aiuta a capire lo stato di salute, e purtroppo anche di credibilità internazionale, del governo italiano e della sua maggioranza. “Chissà chi si accorgerà a Nagoya” dell’assenza del titolare della Farnesina “ma se l’Italia non è abbastanza interessata, pazienza. Il mondo va avanti lo stesso”, ha scritto Stefano  Stefanini sul giornale torinese molto sensibile, per tradizione, alla politica internazionale.  

            Ma, più che dal suo tour politico in Sicilia, a leggere un altro quotidiano più interessato, di solito, alla politica interna italiana, la Repubblica, Di Maio nella sua triplice veste di capo ancòra del Movimento delle 5 Stelle, capo della delegazione grillina al governo e ministro degli Esteri sembra impegnato -peraltro in ritrovata sintonia con Alessandro Di Battista, che pure sembrava in viaggio non ricordo più dove per stare il più lontano Repubblica.jpgpossibile dal quadro politico del nuovo governo- in quella che lo stesso giornale fondato da Eugenio Scalfari ha definito in un vistoso titolo di prima pagina una “trappola per Conte”. O, se preferite fermarvi al cosiddetto occhiello di questo titolo, la “fine di un amore”, se davvero c’è stato amore fra Di Maio e il presidente del Consiglio, specie da quando l’uno è entrato in crisi nel proprio movimento, schiacciato dalle perdite elettorali, e l’altro è apparso, a torto o a ragione, in grado di contendergli il ruolo di guida con l’aiuto, dietro i cancelli delle sue ville, del fondatore, “elevato” e quant’altro. Che è naturalmente Beppe Grillo.

            La coppia stellare Di Maio-Di Battista si è ritrovata nella più o meno repentina o minacciosa richiesta di chiarimenti al presidente del Consiglio sull’adesione al cosiddetto fondo europeo salva-Stati, o Mes, acronimo di Meccanismo europeo di sviluppo. Che avrebbe l’inconveniente di danneggiare, almeno potenzialmente, l’Italia rispetto agli altri paesi dell’Unione a causa, fra l’altro, del suo noto ed enorme debito pubblico e dei criteri con cui valutarlo. Ma prima ancora della coppia stellare Di Maio-Di Battista questa contestazione a Conte era stata sollevata dal leader leghista Matteo Salvini fra un comizio e l’altro della campagna elettorale regionale d’Emilia Romagna, inseguito e contestato dalle “sardine” di cui sono piene piazze e prime pagine di giornali. E così in qualche modo si è ricostruita almeno sulla carta, per ora, la vecchia maggioranza gialloverde.

            Si dà tuttavia il caso, come qualche solerte cronista o osservatore ha scoperto consultando gli atti parlamentari, che di questo benedetto o maledetto fondo europeo salva-Stati il presidente del Consiglio riferì al Parlamento il 19 giugno scorso ottenendo una risoluzione favorevole dalla maggioranza di allora, che era proprio quella gialloverde.

            A pensarci bene, e tutto sommato, con la memoria che ha dimostrato di avere, forse Di Maio ha fatto bene a decidere di disertare l’appuntamento del G20, evitando così altri infortuni. E farebbe male a ripensarci, come gli ha invece chiesto l’incauto Stefanini sulla Stampa.

 

 

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Quella volta che Pertini mise in riga al Quirinale generali e sindacalisti

A dispetto dei malanni di cui soffre, la politica riesce ogni tanto a ringiovanire, o a fare ringiovanire chi la segue.

L’impazienza -immagino- con la quale il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha seguito la gestione della vertenza dell’ex Ilva ad opera del governo e di tutte le altre parti -forse un po’ troppe- chiamate ad occuparsene, decidendo alla fine di incontrare i segretari dei tre maggiori sindacati nazionali che avevano bussato alla sua porta, mi ha fatto tornare indietro di 40 anni con la memoria.

Tanti ne sono infatti passati dai bei tempi di Sandro Pertini,  almeno per i rapporti di sintonia ed empatia fra il Quirinale e i cittadini, senza voler fare troppi torti ai presidenti succedutisi fra quell’indimenticato e indimenticabile capo dello Stato e Mattarella. Che per sua e nostra fortuna non ha tanti morti per terrorismo su cui piangere e ai cui funerali accorrere, come capitò a Pertini, ma ha forse vicende politiche, amministrative, giudiziarie e sindacali ancora più aggrovigliate da seguire per la confusione nel frattempo aumentata nei rapporti fra i vari poteri dello Stato.

Nell’autunno del 1979 Pertini perse letteralmente la pazienza, che in verità non aveva nella quantità quasi industriale di alcuni predecessori e successori, per il palleggio di responsabilità e competenze di fronte al rischio di una paralisi negli aeroporti per lo sciopero dei controllori di volo, allora protetti o appesantiti, secondo i vari punti di vista, dalla loro condizione di militari.

“Sono o non sono il capo delle Forze Armate?”, chiese Pertini al fidato Antonio Maccanico, segretario generale del Quirinale, stringendo in una mano la pipa e sbattendo con l’altra sul tavolo una copia della Costituzione aperta sulla pagina in cui era stampato l’articolo 87 sulle prerogative presidenziali. Maccanico gli obbietto’ che avrebbe quanto meno dovuto raccordarsi col governo. E lui non fece una piega: gli ordinò all’istante di chiamargli, nell’ordine, il presidente del Consiglio Francesco Cossiga, il ministro della Difesa Attilio Ruffini, entrambi democristiani, e quello dei Trasporti, che era il socialdemocratico Luigi Preti.

Nessuno dei tre oppose resistenza alla decisione del capo dello Stato di occuparsi personalmente della vicenda, ciascuno anzi sollevato dalla paura di non venirne personalmente a capo e curioso, quanto meno, di vedere come se la sarebbe cavata Pertini, col suo carattere fumantino, alle prese con una vertenza intricatissima come quella.

Cossiga, da poco riemerso politicamente dalla vicenda tragica del sequestro di Aldo Moro da lui gestita l’anno prima al Viminale, si limitò a sottrarsi all’invito a partecipare alla riunione con le parti, compresi i sindacati, che Pertini aveva deciso di presiedere la sera stessa di quel giorno. Egli motivò il rifiuto per non mettere il  capo dello Stato -gli disse- in imbarazzo su chi alla fine avrebbe dovuto tirare le somme.

La riunione si svolse in un clima surreale. Il povero Ruffini, nipote di un cardinale, non sapeva più come farsi il segno della croce davanti alle intemperate del presidente. Preti non pronunciò parole, lui che pure era abitualmente loquace e sarcastico. I generali e altri graduati erano paradossalmente irrigiditi sull’attenti da seduti, i sindacalisti imbarazzati nel vedersi di fronte a un presidente socialista della Repubblica e Maccanico indaffarato a conteggiare, nella sua mente, gli articoli dei codici e dei regolamenti sui quali Pertini volava come il fumo della sua pipa.

Con rassegnata disciplina tutti si piegarono alla fine alle interpretazioni delle norme e alle decisioni del capo dello Stato chiamandole mediazioni, per cui alla fine fu possibile annunciata la consolante revoca dello sciopero.

Fu una serata memorabile, alla quale seguì nell’arco di due anni, quando Pertini era ancora al Quirinale, vigile sempre come quel giorno, la cosiddetta smilitarizzazione del controllo del traffico aereo.

Mattarella, così diverso per temperamento, cultura e formazione politica da Pertini, non ha nulla naturalmente da smilitarizzare nella vicenda dell’ex Ilva  arrivata anche sulla sua scrivania. Ma, forse anche nella sua veste di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, vista la natura pure giudiziaria delll’intricatissima vertenza, da cui dipendono la sorte della siderurgia italiana, tantissimi posti di lavoro e parte del prodotto interno lordo, con annessi e connessi, egli ha un po’ lanciato lo stesso messaggio di inquietudine e sollecitazione, a dir poco, di quella sortita di Pertini.

Già qualcuno ha autorevolmente visto e indicato nell’intervento del presidente della Repubblica, come Marcello Sorgi sulla Stampa, “un richiamo” al governo, a cominciare dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, pur distintosi dai suoi predecessori politicamente più professionali per la decisione di correre sul posto e di raccogliere personalmente istanze, paure e proteste di operai e abitanti di territori dove per troppo tempo sono entrati in conflitto i diritti al lavoro e alla salute.

Parlare di un sostanziale “commissariamento” del governo da parte di un capo dello Stato dichiaratamente preoccupato del “rischio di una bomba sociale” può sembrare esagerato ai cultori del diritto e delle istituzioni, anche per la natura informale dell’incontro da lui avuto con i segretari dei tre maggiori sindacati nazionali. Ma di certo non si può neppure girare la faccia dall’altra parte e fingere che non sia accaduto nulla al Quirinale e dintorni, peraltro nel contesto di una situazione politica a dir poco difficile, se non vogliamo spingerci a definirla caotica.

È’ una situazione in cui, per esempio, le componenti della maggioranza giallorossa si muovono in ordine sparso non meno della precedente e più smilza maggioranza gialloverde. E sul bilancio dello Stato all’esame del Parlamento, con i tempi stretti imposti dalle scadenze istituzionali e dalle procedure del bicameralismo cosiddetto paritario, sopravvissuto alla fallita riforma costituzionale del 2016, gravano 4500 emendamenti, di cui 1700 proposti all’interno della stessa maggioranza di governo.  E sui quali ciascuno, inteso come partito, come gruppo, come corrente e come singolo, è pronto a  battersi con la sua brava bandiera o bandierina in mano. I numeri parlano disperatamente da soli, per quanto ottimismo possano esprimere per doveri d’ufficio il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia, e per quanta comprensione l’uno e l’altro si aspettino dalla vecchia o nuova Commissione Europea.

 

 

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Mattarella “commissaria” il governo e tutti fingono di non accorgersene

             Questa volta neppure al manifesto, quotidiano orgogliosamente comunista, com’è stampato in rosso sopra la testata, hanno ritenuto di promuovere ad evento politico e sociale della giornata di ieri l’udienza ottenuta al Quirinale dai segretari dei tre maggiori sindacati. Che il presidente della Repubblica ha voluto ricevere molto volentieri per discutere della ex Ilva di Taranto, ma anche di altre crisi aziendali. E li ha ricevuti dopo avere lanciato pubblicamente l’allarme di “una bomba sociale”, sulla quale -mi permetterei di aggiungere- si ripete la pratica delle sovrapposizioni di competenze politiche, amministrative e giudiziarie che favoriscono spesso il gioco dei più spregiudicati.

            Piuttosto che sottolineare, come ha fatto il richiamo in prima pagina di un editoriale della Stampa La Stampa.jpgsul “richiamo del Colle al premier” sottinteso nell’iniziativa del capo dello Stato, in qualche modo emulo -aggiungerei- del clamoroso intervento dell’allora presidente della Manifesto.jpgRepubblica Sandro Pertini nella vertenza dei controllori di volo nel 1979, ai tempi del governo di Francesco Cossiga, al manifesto hanno preferito valorizzare il raduno delle “sardine” a Modena, dopo quello di Bologna, per gridare “fuori dalle scatole” a Matteo Salvini. Che osa ambire alla vittoria del centrodestra a trazione leghista nelle elezioni del 26 gennaio nella più storica delle regioni rosse: l’Emilia Romagna.

           Per l’incontro di Mattarella con i sindacati sulla sorte, praticamente, della siderurgia italiana dopo tutti i pasticci ricevuti e ricambiati dai gestori franco-indiani degli impianti di Taranto, è bastato e avanzato al giornale che dovrebbe essere considerato il più a sinistra nel nostro Paese un misero manifesto 2 .jpgocchiello, sia pure rosso, come si chiama nel nostro gergo professionale, apposto al titolo sulla notizia del “rallentamento” delle procedure annunciate dall’azienda per lo spegnimento di un altoforno sorvegliato, diciamo così, dalla magistratura tarantina.  

            In un altro momento, tra le parole e i gesti del presidente della Repubblica, e nella congiuntura politica di un bilancio dello Stato al quale sono stati proposti in Parlamento ben 4500 emendamenti, di cui 1700 da parte della stessa maggioranza, della quale non si può certo dire che sia quindi compatta e convinta delle scelte ministeriali, si sarebbe parlato di un governo sostanzialmente commissariato. Esso d’altronde vive tra risse continue e minacce reciproche di crisi e di elezioni anticipate. Alle quali ultime l’unico che continua ad opporsi testardamente è Matteo Renzi, che già le ha impedite nella scorsa estate ribaltando i suoi rapporti con i grillini e trascinandosi appresso il partito cui ancora apparteneva -il Pd- e il suo segretario Nicola Zingaretti, forse sempre meno convinto di quel cedimento.

            L’argomento che Renzi continua ad opporre alle elezioni, appena ribadito in una intervista al Corriere della Sera, è sfacciatamente quello di impedire che nuove Camere a prevedibile maggioranza Mattarella.jpgdi centrodestra eleggano alla Presidenza della Repubblica nel 2022 un successore di Mattarella a lui -Renzi stesso- non gradito. E’ un argomento che presumo, per ragioni di galateo personale e istituzionale, metta in imbarazzo per primo il presidente in carica. Ma Renzi è così: testardo e politicamente sfacciato- ripeto- sino all’autolesionismo, come già gli accadde col referendum del 2016 perduto sulla riforma costituzionale varata dal suo governo, e pur apprezzabile sotto molti aspetti, tanto da averla votata anch’io.

 

 

 

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Il solito gioco dei quattro cantoni nella maggioranza giallorossa

Certo, non è stata l’ovazione riservata alla presenza e all’intervento di Maurizio Landini, il segretario generale della Cgil, ma è pur stato consistente e significativa la buona accoglienza riservata al presidente della Confindustria Vincenzo Boccia dai partecipanti alla conferenza programmatica del Pd a Bologna. Le cui cronache purtroppo sono state anch’esse in qualche modo sommerse da quelle su Venezia e sulle altre località flagellate dall’acqua, dalla neve e dal vento.

Ha avuto un sapore per niente di forma quel “caro Nicola” rivolto amichevolmente dal rappresentante degli imprenditori italiani al segretario del partito Zingaretti. Che è deciso a scrivere per la sua formazione politica e, più in generale, per la sinistra “tutta un’altra storia”, secondo il titolo, lo slogan e quant’altro assegnato al quasi congresso -molto quasi- svoltosi nei giorni scorsi proprio in quella città e in quella regione che il centrodestra a trazione leghista si è proposto di conquistare a fine gennaio.

Quel “caro Nicola” dev’essere apparso incoraggiante a Zingaretti anche considerando la concorrenza che sul versante da cui proveniva opera con la solita baldanza nei riguardi del Pd Matteo Renzi con la formazione politica appena creata col nome di Italia Viva. E’ una concorrenza, direi, spietata con quel tentativo dell’ex presidente toscano del Consiglio di liquidare il suo ex partito come quello “delle tasse” e di spianarlo, dichiaratamente, alla maniera usata in Francia da Emmanuel Macron, scalando e conquistando l’Eliseo, ai danni del partito socialista. In cui, a dire la verità, nonostante gli auspici recentemente espressi anche da un ex militante comunista come Luciano Violante in una intervista a Carlo Fusi, e poi ribaditi in altri interventi, il Pd non vuole riconoscersi, pur essendo stato portato nella famiglia del socialismo europeo da un segretario -allora- di sostanziale provenienza democristiana: il sunnominato Renzi, diciamo così.

Questa è una delle tante anomalie della sinistra italiana o, se preferite, un residuo di quella lunga storia di divisioni, scissioni, traumi che non le hanno impedito di partecipare alla ricostruzione della democrazia dopo il fascismo e la guerra, ma di costituire davvero un’alternativa di governo sì.  Glielo hanno impedito, eccome. E ciò anche a prescindere -bisogna avere il coraggio di riconoscerlo da quelle parti- dal lungo periodo della cosiddetta guerra fredda, quando neppure Stalin a Mosca si augurava i comunisti italiani al governo per non tradire la spartizione dell’Europa concordata a Yalta con gli altri vincitori del secondo conflitto mondiale.

Prima o dopo, comunque, il Pd i conti con questa storia dovrà pur decidersi a farla, spero in tempo perché Violante possa assistervi con i suoi 78 anni per fortuna molto ben portati.

Per tornare a quel “caro Nicola” di Vincenzo Boccia a Zingaretti, vedrete che prima o poi glielo rinfaccerà al segretario del Pd anche il capo ancòra dei grillini Luigi Di Maio. Che dice di non credere né alla destra né alla sinistra, sentendosi semplicemente “pragmatico” e “deideologizzato”, ma finisce sempre, ogni volta che può o le circostanze gliene danno l’occasione, di mettersi e schierarsi, volente o nolente, da una parte o dall’altra, mai davvero al di fuori e al di sopra.

Con tutto il contenzioso che ha col Pd anche dopo essere stato spinto di persona da Beppe Grillo a fare un governo insieme dopo la rottura estiva con i leghisti, Luigi Di Maio nella sua doppia veste di ministro degli Esteri e di capo della delegazione pentastellata nel secondo Gabinetto Conte ha voluto aprire un altro fronte contro Zingaretti. Di cui egli, dichiaratamente “sconcertato”, non ha gradito, in particolare, il tema della cittadinanza ai figli degli immigrati nati e acculturatisi in Italia: tema rilanciato con una certa forza dal segretario del Pd a Bologna.

Lo sconcerto di Di Maio è stato motivato con l’inattualità, diciamo così, atmosferica o meteorologica di questo problema, con mezza Italia e forse più alle prese con l’acqua. Liquidare così un tema come il cosiddetto ius soli o culturae, comprensivo dei diritti civili, è una cosa francamente agghiacciante. E’ peggio che schierarsi a destra, e ritrovarsi con quel Salvini di cui non a caso ogni tanto anche nel suo partito Di Maio viene accusato di avere una certa nostalgia.

E’ peggio -ripeto- che schierarsi a destra, alla faccia del pragmatismo e della deideologizzazione dei pentastellati, perché anche a destra il tema della cittadinanza ai figli degli immigrati che vanno a scuola con i nostri figli o nipoti non è da tutti liquidato come fanno Di Maio e Salvini. Ne sa qualcosa Silvio Berlusconi, che rischia di perdere proprio su questo terreno una parte di quel che gli resta di Forza Italia, specie ora che inzuppa il pane in quella minestra “l’altro Matteo”, il sunnominato Renzi, sempre lui.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Il segretario del Pd rimedia un “caro Nicola” dal capo della Confindustria

              Doveva essere quasi un congresso la conferenza programmatica del Pd svoltasi a Bologna ma purtroppo sommersa anch’essa, nelle cronache, dall’acqua che ha sconvolto mezza Italia facendone emergere ancora una volta tutta la sua fragilità. Che è pari  forse solo a quella della politica dopo decenni di anti-politica svolta in parossistica concorrenza dalla sinistra e dalla destra, e pure dal fantomatico centro, piegatosi a una funzione di sostanziale supporto non all’una o all’altra, ma all’una e all’altra insieme.

            Sono state, quelle bolognesi sul Pd impegnato a scrivere, anche nel titolo scelto per il dibattito interno, “tutta un’altra storia”, cronache distratte, o minori. Ne rimarrà francamente poco nella memoria già corta di suo della politica di questi tempi, anche se è stato modificato addirittura lo statuto del partito e Nicola Zingaretti si è impegnato a ispirarvisi per rifare in tempi brevi un nuovo e unitario ufficio di segreteria. Che è ancor più necessario dopo la scissione consumata da Matteo Renzi con la creazione della sua Italia Viva, peraltro col proposito dichiarato di ripetere, pur senza il decisivo sistema elettorale francese, il lavoro svolto da Emmanuel Macron al di là delle Alpi per azzerare, praticamente, il partito socialista. Cui in fondo il Pd dovrebbe assomigliare, pur rifiutando il nome socialista anche dopo avere aderito pienamente, quando Renzi ne era segretario, all’omonimo partito europeo. E’ la solita schizofrenia della sinistra italiana, non a caso contrassegnata da una storia più di rotture che di riconciliazioni.

            Deciso, almeno a parole, a dare al suo Pd una fisionomia di sinistra più precisa e moderna anche per contestare il rifiuto o superamento sia della sinistra sia della destra conclamato dal Vincenzo Boccia.jpgmovimento grillino, col quale egli ha deciso improvvisamente due mesi fa di allearsi al governo rinunciando al preventivo passaggio elettorale pubblicamente promesso, Zingaretti si è alla fine trovato a Bologna nella singolare situazione di guadagnarsi quasi a conclusione della conferenza programmatica, o come altro la si voglia definire, l’amichevole e caloroso “caro Nicola” del presidente della Confindustria Vincenzo Boccia. Che, dal canto suo, fra i due maggiori partiti dell’attuale coalizione di governo, non poteva non sentirsi a suo agio più fra i piddini che fra i grillini della infausta “decrescita felice”, mitigata Di Pietro su Conte.jpgdal vantato ma un po’ troppo confuso “umanesimo” del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Al quale solo il ruspante Antonio Di Pietro, intervistato dal quotidiano La Verità mentre raccoglieva le olive nella sua campagna molisana, ha appena avuto il coraggio di contestare una “faccia di bronzo” e di chiedergli “figlio mio, quando diventi maggiorenne politicamente!”.

            Come e dove Zingaretti, nel sempre più difficile rapporto con i grillini, cui tiene di più nel Pd il volenteroso Dario Franceschini, potrà avvalersi del “caro Nicola” del presidente della Confindustria è francamente difficile dire, neppure sul terreno di scontro che si è creato fra i due partiti, proprio dopo la conclusione del raduno bolognese, sulla cittadinanza ai figli degli immigrati nati e acculturatisi in Italia. Su questa strada Di Maio si è affrettato a dirsi “sconcertato”, di fronte alla priorità del maltempo, e a sentirsi più in sintonia, praticamente, con l’ex alleato leghista Matteo Salvini.

 

 

 

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La sfortunata interruzione del silenzio di Beppe Grillo sul suo Movimento

               Beppe Grillo ha finalmente rotto il silenzio in questa fase di “transizione” del suo Movimento, come l’ha recentemente definita il presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel salotto televisivo di Bruno Vespa per spiegare, giustificare e quant’altro la confusione, a dir poco, della componente principale del suo governo. O il “marasma”, come più impietosamente l’ha definita un giornale che pure non gli è ostile come Il Fatto Quotidiano.

             Finalmente il comico genovese ha metaforicamente varcato in uscita i cancelli delle sue ville, apparsi per un bel po’ come muri dietro ai quali aveva preferito rimanere come riedizioni del più celebre Muro di Berlino, di cui si è appena festeggiato il trentesimo anniversario della caduta, e si è pronunciato su qualcosa e qualcuno riguardante quel quasi partito che in soli dieci anni egli ha saputo portare al governo in posizione dominante, o “centrale”, come la definisce costantemente e orgogliosamente Luigi Di Maio. Che continua ad essere -non si è ancora ben capito se più con rassegnazione o convinzione del garante, “elevato” e quant’altro debba essere considerato Grillo- il “capo” del Movimento delle 5 Stelle, anche dopo avere perduto nelle elezioni europee di fine maggio metà circa dell’elettorato di un anno prima ed essere diventato “solo” ministro degli Esteri, dopo aver fatto nel primo governo Conte a partecipazione leghista il vice presidente del Consiglio e l’ambo-ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro.

            Peccato però che nel rompere il suo lungo e assordante silenzio usando il blog personale arrivato alla sua 87.ma settimana, Grillo non abbia voluto occuparsi né del sunnominato Di Maio, né dei problemi di governo che gli stanno sfuggendo di mano, diciamo così, come l’ex Ilva di Taranto, l’incompiuto Mose dell’allagatissima Venezia, il modo di far partecipare il Movimento alle prossime elezioni regionali dopo la scoppola rimediata in Umbria alleandosi col Pd e l’ingovernabilità del gruppo parlamentare di Montecitorio, dove non dispone della maggioranza necessaria per fare eleggere dopo due mesi il nuovo presidente, avendo voluto portare il precedente nel secondo governo Conte. Il fondatore ha invece voluto spendersi per la causa insieme meno attuale e più impopolare  della sindaca pentastellata di Roma Virginia Raggi, per la quale ha propagandato un sito internet per Cose fatte.jpgdiffondere le “cosefatte” -tutta una parola, come è d’obbligo elettronico- in Campidoglio e dintorni dalla sua elezione e far Cose fatte 2 .jpgcapire finalmente agli ignorantoni e disinformati romani “l’enorme lavoro” di questa incompresa eroina. Che  per misteriose circostanze, tutte estranee evidentemente alla sua volontà, deve girare pure lei col fazzoletto al naso per il fetore della monnezza non raccolta, e indossare tute d’amianto prima di salire sugli autobus, più facili a prendere fuoco che ad arrivare prima o poi a destinazione, con ritardi variabili da quindici minuti a quindici ore, o quasi.

            Bisogna riconoscere che solo un comico della esperienza e professionalità di Grillo poteva assumersi questo immane e -ripeto- inattuale compito di proporre di fatto la rielezione della Raggi a sindaco di Roma, quando mancano ancora quasi due anni alla scadenza del suo impervio mandato.

            Con lo stesso eroismo, attingendo a quei “frammenti di pensiero” che sembrano la pubblicità di un Frammenti di pensieri.jpgpanettone in questa stagione prenatalizia,  Grillo potrà tentare nella prossima, 88.ma edizione settimanale del suo blog personale di difendere la fedelissima ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta dalla non esaltante rappresentazione appena fattane dal Corriere Trenta.jpgdella Sera per l’appartamento di servizio fattosi assegnare al momento della nomina governativa, l’anno scorso, e non restituito al momento della cessazione dall’incarico, con la formazione del nuovo Gabinetto Conte, perché nel frattempo affidato al marito maggiore, nel senso di ufficiale dell’Esercito, di grado non elevato abbastanza per disporre di quel tipo di alloggio, e pur avendo la coppia un appartamento di proprietà a Roma. Sarebbe, se confermata dalle indagini della magistratura penale e di quella contabile annunciate dal quotidiano milanese, una storiaccia più da casta -per usare un termine molto adoperato sotto le cinque stelle quando si parla degli avversari- che altro.

 

 

 

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La resurrezione di Giorgetti sul Corriere della Sera nel timore di una crisi

                  Sia pure molto fuori stagione rispetto alla Pasqua ma forse spinti dal continuo aggravamento delle condizioni della maggioranza giallorossa -tra Venezia che affonda, Taranto che si vede spegnere gli altiforni dai gestori indiani passati almeno in questo dalla parte dei magistrati impegnati da tempo sullo stesso percorso, i mercati che tornano ad essere dubbiosi sull’Italia, se mai avevano davvero smesso di esserlo, il Pd tentato dalla rottura e Beppe Grillo sempre più sconcertato e silenzioso di fronte al “marasma” del suo movimento raccontato ormai anche dal quotidiano al quale lui affida ogni tanto le sue ispirazioni giornalistiche- al Corriere della Sera hanno pensato di fare risorgere il vice segretario leghista ed ex sottosegretario a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti. Del quale non più tardi di martedì scorso avevano sepolto a pagina 10 nel “gelo” attribuito a Matteo Salvini la proposta di un “tavolo” o di una maggioranza “costituente” per realizzare una serie di riforme necessarie a garantire un minimo di governabilità a questo Paese sfinito da una lunghissima crisi di sistema.

            La proposta Corriere.jpgdel buon Giorgetti è stata riesumata a pagina 13, ancora più avanti della pagina 10, da Francesco Verderami ma questa volta con l’onore, la dignità e quant’altro di un richiamo in prima composto e titolato senza spirito liquidatorio, tradotto in una “mossa per non governare sulle macerie”, chiunque dovesse riuscire a vincere le elezioni, quando riusciremo a tornarvi, ottenere dal capo dello Stato le chiavi di Palazzo Chigi e strappare la fiducia delle Camere.

            Eppure, anche in questo rinsavimento, chiamiamolo così, o in questa resurrezione -ripeto- molto fuori stagione, risalendo col richiamo in prima l’ordine d’importanza della questione alla velocità di due pagine al giorno, la proposta di Giorgetti ha continuato ad essere letta, o interpretata, dal più diffuso giornale italiano anche in funzione di un aiuto agli “avversari” della Lega, che l’hanno sostituita al governo per impedirle di vincere col centrodestra a sua trazione  le elezioni anticipate reclamate in agosto da Salvini: un aiuto in cui il partito di Giorgetti dovrebbe accontentarsi di avere conquistato “un ruolo da protagonista” o “in termini di posizionamento”  quello che Luigi Di Maio chiama “il centro della politica”, rivendicandolo per il Movimento delle 5 stelle a causa della maggioranza relativa dei voti e dei seggi parlamentari conquistata nelle fortunose elezioni politiche dell’anno scorso fra lo stupore generale.

            Con tutta la stima che merita Giorgetti, o proprio per questa, ho una certa difficoltà a considerarlo non un uomofrate trappista.jpg politico ma un frate, per giunta frappista. Continuo pertanto a ritenere ch’egli abbia lanciato la sua proposta, o fatto la sua prima “mossa”, prevedendo un ulteriore peggioramento della situazione politica e la crisi anche del secondo governo Conte, cui solo una quantità industriale di ottimismo o ingenuità potrebbe permettere di prevedere un terzo governo del professore, avvolto questa volta nella bandiera piuttosto bagnata della solidarietà nazionale, o dell’emergenza, o di qualcosa di simile.

            Lo stesso Verderami, d’altronde, che è un giornalista di una certa Vrderami cita Draghi.jpgesperienza, fornito di ottime antenne, in un passaggio non certo casuale o distratto del suo articolo ricognitivo ha scritto di Giorgetti come dell’uomo “che parla con Draghi”: Mario Draghi naturalmente. Che, finalmente libero dopo il lungo mandato di presidente della Banca Centrale Europea, sarebbe appunto adattissimo a quel governo di garanzia delle riforme di cui l’Italia ha bisogno per uscire da una transizione che si trascina almeno dal 1992, l’anno della cosiddetta, molto cosiddetta, epopea di “Mani pulite”, e successive scuse chieste dall’insospettabile buonanima di Francesco Saverio Borrelli, anche se il suo ex sostituto Antonio Di Pietro ha appena detto in una intervista che rifarebbe tutto daccapo. Ma egli non è più un magistrato, e neppure un politico.

 

 

 

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