Alpa spiazza il collega ed ex allievo Conte sul tema della prescrizione

               Costretto non tanto dall’opposizione dell’ex alleato Matteo Salvini,  peraltro minacciato di querela per calunnia nel legittimo esercizio del suo mandato parlamentare tutelato dall’articolo 68 della Costituzione, ma dal ripensamento e dal dissenso del tuttora alleato Luigi Di Maio a riferire lunedì  alla Camera sull’affare del Mes, o fondo europeo salva-Stati, il presidente del Consiglio si nuove ormai fra troppe trappole per non rischiare un’altra crisi di governo in quest’anno da lui imprudentemente annunciato alla vigilia come “bellissimo”.

            “La corda troppo tesa prima o poi si spezza”, si è lasciato scappare in uno sfogo raccolto dal Corriere della Sera il capo della delegazione del Pd al governo Dario Franceschini. Che fra tutti i suoi colleghi di partito era stato il primo nella scorsa primavera, precedendo la svolta improvvisa di Matteo Renzi, ad aprire ai grillini mentre maturava la rottura della loro alleanza con i leghisti. Ed era stato anche il primo, una volta aperta la trattativa con i pentastellati, a scavalcare Renzi e lo stesso segretario del Pd Nicola Zingaretti prospettando per la nuova maggioranza giallorossa l’estensione a livello regionale e la durata sino alla scadenza ordinaria della legislatura, nel 2023.

            “L’incasso del risanamento lo farà il Salvini 1”, è stato attribuito sempre a Franceschini, e sempreFRQNCESCHINI.jpg dal Corriere della Sera”, facendogli immaginare -con le tensioni e le trappole crescenti di Corriere.jpgquesti giorni, e al netto dell’ottimismo sull’esito della manovra finanziaria compiuta dal governo in carica-  elezioni anticipate vinte dal centrodestra a trazione leghista e l’insediamento dell’ex ministro dell’Interno a Palazzo Chigi.

            La trappola successiva al controverso Mes, o fondo europeo salva-Stati, il cui decollo potrebbe slittare a febbraio dal preannunciato mese di dicembre per la firma a Bruxelles o dintorni, è la non meno controversa disciplina della prescrizione destinata a scattare il 1° gennaio prossimo. E ciò per una norma inserita come una supposta dall’allora maggioranza gialloverde nella cosiddetta legge “spazzacorrotti”, e promulgata a gennaio di quest’anno dal presidente della Repubblica dopo qualche settimana di riflessione, nonostante le proteste levatesi anche dal Consiglio Superiore della Magistratura contro la possibilità di abolire la prescrizione, appunto, al pronunciamento della sentenza di primo grado senza un preventivo o contemporaneo meccanismo di garanzia della “ragionevole durata” dei processi. Che è imposta dall’articolo Giulia Bongiorno.jpg111 della Costituzione. Per questo meccanismo il guardasigilli grillino Alfonso Bonafede si era impegnato con i leghisti, guidati nella trattativa dall’allora ministra e avvocata Giulia Bongiorno, ma esso non è sopraggiunto, neppure adesso che l’hanno reclamato con forza nella nuova maggioranza il Pd e il nuovo partito di Matteo Renzi.

            Su questo contenzioso esploso nel governo e, più in generale, nel Parlamento, dove una parte della maggioranza potrebbe votare con l’opposizione di centrodestra per ripristinare la vecchia disciplina della prescrizione portante il nome dell’ex guardasigilli del Pd Andrea Orlando, è tanto clamorosa quanto imbarazzante per il presidente del Consiglio Giuseppe Conte la posizione assunta dal suo vecchio maestro, amico, professore e avvocato Guido Alpa, ex presidente peraltro del Consiglio Nazionale Forense.

            In particolare, mentre Conte si è schierato con Bonafede e i grillini per non toccare la nuova e sostanzialmente soppressiva disciplina della prescrizione al compimento del primo grado di giudizio, essendone secondo lui gli effetti abbastanza differiti per accelerare in un secondo momento Alpa 1 .jpgi processi ed evitare l’orribile prospettiva degli imputati a vita, il professore Alpa ha detto che questo non si può fare. E lo ha detto nei giorni scorsi parlando con i giornalisti a Montecitorio, dove si era recato per una cerimonia. “Non sono d’accordo -ha spiegato il giurista- perché siamo un paese in cui i processi sonoAlpa 2 .jpg troppo lunghi”. “La nuova disciplina”, sempre della prescrizione, “va abbinata a quella che abbrevia i processi”, ha insistito Alpa. Che ha ripetuto ai cronisti, forse dubbiosi perché memori della diversa posizione assunta dal suo amico ed ex discepolo Conte e interessati quindi a capire bene i tempi dell’operazione: “Sì, devono andare insieme”. Che figuraccia per l’ex allievo, verrebbe da dire.

 

 

 

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Involontario pesce d’aprile fuori stagione l’annuncio di Conte di denunciare Salvini

           Va bene che le piazze piene di sardine, per stare alla quasi metafora del titolo di copertina del manifesto, si può ben cadere nella tentazione di fare fuori stagione un bel pesce d’aprile. Va bene pure che con l’abitudine invalsa di delegare alla magistratura compiti che non manifesto.jpgle appartengono si può cadere nella tentazione, condivisa sia dal presidente del Consiglio sia dal capo dell’opposizione, in ordine d’importanza istituzionale, di portare in tribunale la vertenza politica esplosa anche all’interno della maggioranza giallorossa, e non solo fra questa e il centrodestra, sul cosiddetto fondo europeo salva-Stati o revisione del Mes, acronimo del Meccanismo europeo di stabilità. Alla cui adesione corrisponderebbe, secondo il leader leghista Matteo Salvini, un alto tradimento della Costituzione da parte del presidente del Consiglio. Che potrebbe risponderne appunto nelle aule giudiziarie con le procedure del cosiddetto e ordinario tribunale dei ministri, visto che dal 1989, per fortuna, i giudici speciali del Palazzo della Consulta possono processare per questo tipo di reato solo il capo dello Stato.

            Va bene, ripeto, tutto questo, che già è una enormità. Ma temo che questa volta, pur provocato dall’offensiva dell’opposizione e dal solito dissenso della principale forza di governo, il Movimento 5 Stelle attraversato -dice francescanamente lo stesso presidente del Consiglio- da difficoltà di “transizione”, Giuseppe Conte si sia fatto prendere la mano dalla sua inesperienza politica o, se preferite, dalla sua eccessiva esperienza forense, tradottasi questa volta nell’annuncio di una causa temeraria. Così a me sembra, come un giornalista un po’ avvezzo alla politica, la querela per calunnia annunciata dal presidente del Consiglio con la sfida a Salvini, in veste di senatore, a rinunciare all’immunità parlamentare ancora sancita dall’articolo 68 della Costituzione, pur dopo le mutilazioni impostogli nel 1993 dalla furia popolare, diciamo così, scatenata dalle inchieste giudiziarie sul finanziamento illegale della politica e sulla corruzione, concussione e quant’altro potesse accompagnarlo.

            “I membri del Parlamento -dice ancora l’articolo 68 della carta costituzionale- non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni”. Ed è salvini.jpgprobabilmente a questa garanzia che deve avere pensato Salvini quando, intervistato dalla Stampa, ha reagito all’annuncio o alla minaccia di Conte invitandolo sarcasticamente a mettersi “in fila dopo Carola”, la giovane tedesca da lui liquidata come “una zecca” quando lo sfidava come ministro dell’Interno, speronava una motovedetta della Guardia di Finanza e sbarcava in Italia migranti raccolti al comando di una nave del cosiddetto volontariato battente bandiera straniera. E meno male che Salvini si è fermato a Carola e non ha aggiunto alla fila la denunciante Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano purtroppo morto non per la droga di cui faceva uso ma per le percosse subite in una caserma, dove egli aveva tutto il diritto di essere protetto e sorvegliato, non ridotto in fin di vita.

          Nato per sua e nostra fortuna solo nel 1964, Conte aveva solo undici anni quando i poveri Alcide De Gasperi e Mario Scelba, rispettivamente presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, subirono la pesante offensiva politica soprattutto dei comunisti contro una legge elettorale da loro proposta, e fatta approvare dal Parlamento fra proteste e tumulti, per garantire un premio di maggioranza a chi avesse già conquistato di suo il 50 per cento più uno dei voti:  e non molto meno, come sarebbe stato poi proposto e deciso da maggioranze comprensive degli eredi del Pci.

          Quella legge fu bollata da Palmiro Togliatti e compagni come “truffa”. A De Gasperi e a Scelba, quest’ultimo peraltro avvocato di professione, non venne minimamente  in testa l’idea di querelare Togliatti, o altri non coperti da immunità parlamentare, per calunnia. E se lo avessero fatto su suggerimento di qualche studio forense anticipatore dello studio o del semplice avvocato pugliese Giuseppe Conte, sarebbero stati inseguiti per strada dai loro stessi elettori per manifesta inadeguatezza alla politica, e non solo al governo.

 

 

 

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Matteo Renzi si trova a ripercorrere la Via Crucis di Bettino Craxi

Con la solita cattiveria, che va ben oltre la malizia di una polemica politica, visto anche che Bettino Craxi è morto da quasi vent’anni e sarebbe pure ora che lo lasciassero in pace, un irriducibile avversario del defunto e del vivo di cui sto per scrivere ha invitato la vedova del Renzi.jpgleader socialista ad allestire una camera nella sua villa tunisina di Hammamet per Matteo Renzi. Il quale si sarebbe meritata la beffarda ospitalità, nonostante il rifiuto opposto da sindaco di Firenze a intestare una strada della città del giglio allo scomparso leader socialista definendone la memoria “diseducativa”, perché ne ha imitato o ripetuto le reazioni ai magistrati impegnati a indagare sui finanziamenti della sua attività politica.

Al netto delle disquisizioni giuridiche, dei metodi adottati dagli inquirenti, tradotti dalle cronache giudiziarie in perquisizioni, retate e quant’altro, e delle polemiche sulle conseguenze, lamentate con particolare vigore dal tesoriere del Pd Luigi Zanda, derivanti dall’affrettata e demagogica abolizione, secondo lui, del finanziamento pubblico dei partiti, che dovrebbe essere quindi ripristinato; al netto, dicevo, di tutto questo, fra le vicende di Craxi e di Renzi c’è una coincidente, diabolica circostanza, diciamo così. Che non piacerà probabilmente vedere sottolineata nè agli amici né agli avversari di entrambi, gelosi della diversità o unicità dei “loro” beniamini, ma è nelle cose dannatamente inconfutabile. Essa dovrebbe lasciare l’amaro in bocca anche ai magistrati e a quanti ne difendono sempre e a priori comportamenti, scelte, decisioni, ordinanze, sentenze e quant’altro.

A Craxi capitò di essere coinvolto e infine travolto  giudiziariamente, e sotto certi aspetti persino fisicamente, dal fenomeno non certo ignoto o poco diffuso del finanziamento illegale dei partiti, e loro derivati, proprio mentre le circostanze politiche gli fornivano spazi decisivi e legittimi d’azione.

Caduto col muro di Berlino il comunismo che aveva confinato in Italia il socialismo in una posizione minoritaria a sinistra, il segretario e leader socialista poteva ben aspirare a ridisegnare la stessa sinistra, mentre il Pci cercava di sottrarsi alla resa dei conti con la sua storia cambiando nome e simbolo.

In attesa o in funzione di questa prospettiva, che non poteva certamente avverarsi in tempi brevissimi per  incrostazioni personali e politiche,  Craxi poteva contare nella legislatura destinata a nascere dalle elezioni ordinarie del 1992 a tornare a Palazzo Chigi, come nel 1983, per una riedizione del “pentapartito” a guida socialista, avendo sostenuto in modo decisivo nei cinque anni precedenti ben tre presidenti democristiani del Consiglio: Giovanni Goria, Ciriaco De Mita e Giulio Andreotti, in ordine rigorosamente cronologico.

Le circostanze giudiziarie, con annessi e connessi politici e mediatici, di piazza e di strada, comprese le famose monetine lanciategli contro, all’uscita dell’albergo romano dove abitava, da una folla inferocita Monetine.jpgpromossasi a infame corte popolare di giustizia, risentita per gli ostacoli ai processi nei tribunali ancora derivanti dalle garanzie costituzionali dei parlamentari, impedirono a Craxi di perseguire i suoi disegni politici: disegni, ripeto, legittimi essendo egli stato eletto in libere votazioni, e non imposto di certo con la forza a nessuno da qualche generale o armata d’invasione.

Matteo Renzi, peraltro neppure indagato allo stato delle cose, mentre scrivo, come Craxi nel 1992 quando si vide rifiutare la nomina a presidente del Consiglio dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, si trova coinvolto mediaticamente nella vicenda giudiziaria della disciolta “Fondazione Open”, dopo avere fondato un suo partito, uscendo dal Pd, e avere rivendicato una partecipazione autonoma, non defilata, ad una maggioranza di governo da lui stesso promossa dopo la crisi estiva della combinazione gialloverde, composta da grillini e leghisti.

Si dirà che i finanziamenti, peraltro tutti tracciabili, come si dice in gergo tecnico, raccolti da quella fondazione, che non era peraltro un partito, e caduti sotto le lenti giudiziarie d’ingrandimento, risalgono non ai nostri giorni ma ai tempi dell’appartenenza di Renzi al Pd. Peggio mi sento, mi viene voglia di replicare pensando ai tempi d’esplosione dell’indagine, che hanno permesso all’ex presidente del Consiglio di gridare contro una specie di boicottaggio preventivo alla sua neonata formazione politica “Italia Viva”. A finanziare la quale si può ben sospettare, temere e quant’altro di rischiare chissà quali e quanti guai. Il bambino insomma può ben temere di morire soffocato in culla.

E’ francamente una brutta, orrenda faccenda, per il solito intreccio fra cronache giudiziarie e politiche: una faccenda inseribile nella storia ormai tossica, a dir poco, dei rapporti fra la politica, la giustizia e l’informazione, ma soprattutto fra la politica e la giustizia, bastando e avanzando per l’informazione il sarcastico auspicio più volte espresso dal politico ed ex magistrato Luciano Violante di separare almeno le carriere dei pubblici ministeri e dei giornalisti, in attesa di separare quelle dei pubblici ministeri e dei giudici.

Alla storia dei rapporti fra politica e giustizia, entrambe con la minuscola, visti i tempi che corrono, appartengono anche i propositi enunciati da Renzi, all’esordio ormai lontano della sua doppia funzione di segretario del Pd e presidente del Consiglio, di restituire alla Politica, con la maiuscola, il “primato” perduto forse ancor prima, più che per effetto, di quella che chiamiamo “Tangentopoli”. Ma mi chiedo, francamente, se Renzi abbia davvero tenuto fede a quei suoi propositi, e non abbia invece gestito pure quelli in modo così discontinuo e contraddittorio da finire per diventarne vittima pure lui.

 

 

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Il naufragio della maggioranza prodiana Orsola sotto le stelle a Strasburgo

             D’accordo, maiora premunt, come dicevano i latini. In Italia il Movimento delle 5 Stelle è alle prese con tanti altri problemi, interni ed esterni ai suoi gruppi parlamentari, fra ponti che crollano, vecchi e nuovi avversari da colpire cavalcando disgrazie e inchieste giudiziarie, l’”elevato”, garante e quant’altro che cerca di mettere in riga il capo ancòra coi gradi addosso, Luigi Di Maio, che però continua a fare come gli pare e piace.

           La stessa portavoce ed esponente della delegazione grillina all’Europarlamento Tiziana Beghin ha ammesso o precisato, come preferite, che “non abbiamo dato grande importanza all’episodio”, ma ha o dovrebbe avere pure la sua importanza il fatto che in poco più di quattro mesi, fra il 16 luglio e il 27 novembre, i pentastellati hanno perduto la cosiddetta centralità che si erano vantati di avere conquistato nel Parlamento di Strasburgo, nonostante vi fossero tornati rimediando una scoppola astronomica nelle elezioni di fine maggio. Essi erano infatti precipitati al 17 per cento dei voti dal 32 per cento conquistato nelle elezioni politiche dell’anno prima.

            La “centralità”, con grande scorno per gli allora alleati leghisti di governo, schieratisi all’opposizione a Strasburgo e messisi in fila, diciamo così, per finire all’opposizione anche in Italia, era stata conquistata dai grillini facendo confluire i loro 14 voti sulla tedesca Ursula von der Leyen, designata alla presidenza della nuova Commissione Europea dai vertici politici dell’Unione. I nove voti di scarto con i quali la ministra tedesca della Difesa, e collega di partito della cancelliera Angela Merkel, aveva ottenuto la maggioranza a scrutinio segreto, con evidenti dissensi socialisti e d’altro colore, avevano reso determinanti i 14 sì dei quali si erano compiaciuti i grillini.

            Ebbene, dopo soli quattro mesi, nella votazione -questa volta palese- sulla Commissione nel frattempo composta dalla presidente tedesca, in cui il governo italiano a conduzione grillina è rappresentato da un commissario non certo di second’ordine come quello degli affari economici, nella persona dell’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, i pentastellati non solo hanno perso la loro centralità ma si sono spaccati e dispersi. Dei loro quattordici eurodeputati, dieci hanno votato sì, due no e altri due si sono astenuti. La irrilevanza dei dieci favorevoli è provata dalla differenza fra i 481 sì rimediati dalla nuova Commissione contro i 159 no e le 89 astensioni.

            I grillini hanno rimediato questa debacle politica nonostante nel frattempo, da luglio a novembre, siano riusciti in Italia a conquistare con Di Maio addirittura il Ministero degli Esteri, e la loro nuova maggioranza di governo a Roma, comprensiva della sinistra al posto dei leghisti,  sia stata ottimisticamente e trionfalmente battezzata “Orsola”, dalla tedesca Ursula, in una intervista di Romano Prodi, già presidente del Consiglio italiano e presidente della Commissione Europea. Il cui compiacimento per i nuovi alleati scelti dai grillini a Roma lo ha rimesso in corsa, stando almeno ai retroscena giornalistici, per il Quirinale alla scadenza del mandato di Sergio Mattarella, nel 2022. Sembra che proprio o anche per salvaguardare questa candidatura, in qualche modo riparatrice del traguardo mancato dal professore emiliano nel 2013, si sia saldata l’attuale maggioranza giallorossa consentendo al capo dello Stato di respingere la richiesta di elezioni anticipate avanzata da Matteo Salvini e dai suoi ritrovati alleati di centrodestra nella crisi di agosto.

            Maiora premunt, dicevo. Infatti la notizia della fiducia dell’Europarlamento alla Commissione Ursula, chiamiamola così, neppure si trova nel blog delle 5 stelle. Dove invece -nell’ordine delle priorità di casa- sono elencati la polemica di Luigi Di Maio contro i Benetton, naturalmente Il blog delle stelle.jpgassimilati ai Gavio, per i crolli autostradali a Genova e Savona, un’intervista al sociologo Massimo De Felice sulla cittadinanza digitale, un ritorno dell’ex ministro delle Infrastrutture Toninelli sul crollo del Ponte Morandi dell’anno scorso, una polemicuzza contro il governatore ligure Giovanni Toti per i viadotti crollati nella sua regione e la difesa che farebbe dei responsabili, infine la richiesta di una commissione d’inchiesta parlamentare sul finanziamento dei partiti dopo le retate, e simili, dell’incbiesta giudiziaria sulle sovvenzioni dirette e indirette a Matteo Renzi quando ancora faceva parte del Pd, ne scalava la segreteria e cercava di conservarla, o riconquistarla, secondo i punti di vista.

          Irrilevanti, nelle priorità sotto le cinque stelle, sono risultati anche i tumulti alla Camera sulla difesa del costituendo fondo europeo salva-Stati fatta dal nuovo ministro dell’Economia, e non condivisa da una ritrovata convergenza fra i leghisti e almeno una parte dei grillini.

 

 

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Le credenziali cinesi di Beppe Grillo, scambiabile per Moro solo a Pechino

Dalla lontana, lontanissima Shanghai mi è giunta una divertente richiesta d’aiuto da una collega cinese conosciuta e frequentata verso la fine degli anni Sessanta a Roma. Dove le rimasi felicemente creditore  di un soccorso professionale prestatole per farla districare nelle complicatissime vicende interne democristiane seguite al defenestramento di Aldo Moro da Palazzo Chigi, dopo quattro anni e mezzo ininterrotti di governo di centrosinistra.

Mi chiese aiuto, poveretta, in un bar di Piazza San Lorenzo in Lucina perché i giornalisti e compagni dell’Unità e di Paese Sera, cui lei si rivolgeva o appoggiava abitualmente per affinità politiche, diciamo così, non le avevano saputo spiegare bene -mi disse- le ragioni per le quali Moro fosse stato praticamente messo in minoranza nel suo partito e sorpassato a sinistra dai “dorotei” di Mariano Rumor per un’edizione “più incisiva e coraggiosa” del centrosinistra: loro, poi, i dorotei, che lei era stata abituata, sempre dai compagni italiani, a considerare la destra dello scudo crociato.

Con pazienza e scrupolo persino imbarazzanti, attingendo carta e penna da una borsa piena di gomitoli di lana che aveva appena acquistato in un negozio attiguo, la collega  annotò ben bene la mia descrizione delle correnti, sottocorrenti e correntine in cui era frantumato il maggiore partito italiano anche per il proposito o l’abitudine di Moro -debbo dire- di “scomporre per ricomporre” gli equilibri interni alla Dc. Egli finì cosi per contribuire anche lui allo scavalcamento continuo a sinistra avviato appunto dai “dorotei” offrendo ai socialisti -da un’inchiesta parlamentare sui servizi segreti alle cosiddette pensioni sociali- tutto ciò che a lui era stato impedito quando era presidente del Consiglio. A quelle aperture Moro reagì formulando,, dall’opposizione interna allo scudo crociato, la famosa “strategia dell’attenzione” verso i comunisti, esclusi da una maggioranza, ai suoi tempi di governo, rigorosamente “delimitata” a destra già dai liberali sino ai missini e a sinistra dal Pci e oltre, essendo già cominciato il fenomeno degli “extra-parlamentari”.

E’ vero -mi ha chiesto incredula la collega a tanti anni di distanza- che i grillini, come mi dicono qui, hanno preso in Italia il posto dei democristiani ? Bella domanda, le ho risposto per posta elettronica precisandole che in effetti i grillini nelle elezioni politiche dell’anno scorso hanno preso all’incirca i voti che raccoglieva ai nostri tempi romani la Dc nel frattempo scomparsa. Essi dispongono della maggioranza relativa in Parlamento e occupano pertanto una posizione centrale, da cui non si può prescindere per la formazione del governo, scegliendo loro di volta in volta le forze con cui tentare e magari anche raggiungere intese. In più -le ho spiegato- essi somigliano e per certi versi superano anche i democristiani per le loro divisioni interne, con correnti, sottocorrenti, correntine, gruppi e gruppetti, di cui francamente non saprei fare una descrizione precisa come quella che le feci quel giorno al bar liberandola dalla curiosità professionale che i suoi compagni non avevano saputo soddisfare.

Ma chi è il Moro di questo movimento a cinque stelle?, mi ha chiesto la collega cinese sopravvalutando le mie capacità, nonostante i limiti da me appena ammessi. Eppure ho trovato la forza, la volontà, il bisogno, non so neppure io come definirlo, di negare che possa essere individuato fra i grillini un personaggio in qualche modo paragonabile a Moro. E ciò anche se Grillo in persona -le ho detto- da qualche tempo guarda a sinistra, avendo incoraggiato il suo movimento ad accordarsi per il governo con la sinistra, appunto, e spingendo adesso il pur refrattario capo formale della sua forza politica, Luigi Di Maio, ad estendere o quanto meno provare quest’alleanza anche a livello locale. Ma il solo paragonare Grillo a Moro -le ho scritto- mi sembra come lasciarsi scappare una bestemmia in Chiesa. E la stessa sensazione, in fondo, mi procura un paragone fra Moro e l’uomo scelto e infine persino imposto da Grillo alla guida del governo: un professore di diritto, un pugliese, un credente, un devoto di Padre Pio come Moro e per giunta aspirante dichiarato ad assomigliarli sul piano culturale, sociale, politico o umanistico: aggettivo, quest’ultimo, coniato recentemente dal presidente del Consiglio in carica per uscire dallo strereotipo dell’”avvocato del popolo” pur da lui assegnatosi all’esordio della sua esperienza di governo.

Infine, con un po’ di perfidia che spero mi sarà stata perdonata dalla collega che non mi ha ancora risposto, le ho suggerito di chiedere di Grillo e del suo movimento notizie più precise dai connazionali -credo- che gliene hanno parlato come dei nuovi democristiani. E ciò perché i pentastellati, come noi li chiamiamo in Italia, amano la Cina in tutti i sensi e sembrano spesso usciti da una delle tante scuole della cosiddetta rivoluzione culturale con cui Mao ritenne di ammodernare il suo immenso paese, forse non immaginando di spingerlo verso quel curiosissimo fenomeno del comunismo capitalistico o del capitalismo comunista.

Per  non sembrare spiritoso e basta, o irreverente verso la memoria di Mao -Mao Zedong-  di cui ricordo il gran bene che me ne diceva ai nostri tempi romani, ho riferito alla collega cinese le parole pronunciate recentemente a Roma da Grillo dopo un paio d’ore di conversazione col capo formale del suo Movimento sul “momento magico” che starebbe attraversando, peraltro fra una visita e l’altra all’ambasciatore cinese in Italia Li Jinhua : “Il caos è nella nostra natura”. Sono parole che sanno tanto dei tempi della rivoluzione culturale cinese, appunto, quando Mao diceva che “grande è la confusione sotto il cielo”, per cui la situazione sulla terra doveva ritenersi “eccellente”.

 

 

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La caccia giudiziaria e mediatica a Matteo Renzi, come quella a Bettino Craxi

            Un amico e sostenitore di Bettino Craxi come mi vanto di essere stato, e di essere ancora di fronte agli insulti che molti avversari continuano a rivolgergli anche a quasi vent’anni Libero.jpgdalla morte in terra accogliente ma straniera, dove si rifugiò per non subire in Italia un carcere che riteneva di non meritare essendone peraltro stato, dopo Alcide De Gasperi, uno dei migliori presidenti del Consiglio, dovrei essere umanamente e politicamente tentato dal compiacimento, o qualcosa di simile, per la caccia giudiziaria scatenatasi, col solito supportoCraxi.jpg mediatico, contro Matteo Renzi. Che con la memoria di Craxi, pur avendone in qualche modo raccolto i tentativi di ammodernare la sinistra e il sistema istituzionale del Paese, è stato ingiusto e sgradevole definendola “diseducativa”, per non dire altro. Invece non ho nè la tentazione né il proposito del contrappasso, vedendo nelle vicende giudiziarie dei due uomini politici, e nel trattamento giornalistico, contesti o coincidenze temporali e politiche a dir poco curiose, se non inquietanti.

            Craxi entrò in quella che sarebbe poi diventata una bufera giudiziaria senza scampo, se non il rifugio in Tunisia, o la latitanza, come preferiscono definirla i suoi irriducibili nemici, anche in morte, mentre il socialismo, di cui era il leader incontrasto in Italia, vinceva la sua storica Il Fatto.jpgbattaglia contro il comunismo, che lo aveva sempre voluto o subalterno o in galera. Craxi inoltre, nell’alternanza che regolava nell’epoca del cosiddetto pentapartito i rapporti di alleanza con la Dc, in assenza anche dei numeri per un’alternativa di sinistra, si accingeva a tornare a Palazzo Chigi dopo i cinque anni di una legislatura in cui vi si erano succeduti  i democristiani Giovanni Goria, Ciriaco De Mita e Giulio Andreotti.

            Saranno state coincidenze casuali, dannatamente casuali, come dissero i magistrati che se ne occuparono e i politici che ne sostennero l’azione anche negli eccessi e straordinarietà “senza pari”, riconosciuti  per iscritto dieci Verità 2 .jpganni dopo la morte del leader socialista dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ma quelle furono le circostanze in cui si svolse l’azione giudiziaria contro il mio amico. Di cui peraltro toccai con mano, andandolo a trovare più volte nella casa di Hammamet, la quasi ruggine dei rubinetti che dovevano essere d’oro nella rappresentazione degli avversari. Nè trovai traccia -vi giuro- della fontana del Castello Sforzesco di Milano che, sempre per i suoi nemici, vi sarebbe stata trasportata negli anni del potere. Vidi invece con i miei occhi le piaghe da diabete sui piedi di Bettino, che l’allora sostituto procuratore della Repubblica Antonio Di Pietro in un’aula del tribunale di Milano aveva liquidato come “foruncoloni” contestando i certificati medici.

            Matteo Renzi è entrato nella bufera personale, dopo le disavventure giudiziarie dei genitori, per presunti brogli o simili della fondazione finanziatrice delle sue legittime iniziative politiche La Verità.jpgdopo essere uscito dal Pd ed essersi messo in proprio con un partito chiamato Italia Viva. Egli inoltre partecipa all’attuale maggioranza di governo, peraltro da lui stesso promossa quando stava ancora nel Pd, con una certa autonomia e obiettiva confusione, diciamo cosi, non gradite ad altre componenti della coalizione giallorossa. Che tuttavia, quanto a confusione di propositi e di azioni, come sta dimostrando il cammino parlamentare della legge di bilancio, manovra finanziaria e quant’altro, per non parlare dei problemi internazionali, industriali e idreogeolici, fanno al partitino di Renzi una certa concorrenza, a dir poco.

            In più, quasi per una circostanza aggravante sul piano politico, l’ex segretario del Pd, ex presidente del Consiglio, ex sindaco di Firenze ed ora semplice “senatore di Scandicci”, come ama definirsi con falsa e stucchevole modestia, è pubblicamente impegnato giorno e notte, anche nelle feste, ad aumentare con adesioni provenienti da ogni direzione la consistenza dei suoi nuovi Schermata 2019-11-27 alle 08.30.54.jpggruppi parlamentari, a Palazzo Madama e a Montecitorio, in assenza di elezioni anticipate alle quali lui stesso è fra i più contrari con diverse motivazioni, coinvolgenti persino la scelta del nuovo capo dello Stato nel 2022, l’anno prima della scadenza ordinaria della legislatura.

          In questa ricerca di nuove adesioni, di cui gli avversari elencano con precisione precedenti penali e simili, per quanto se ne possa dissentire, Renzi ha dalla propria parte un articolo della Costituzione, il numero 67, neppure toccato dalla sua riforma costituzionale clamorosamente, e direi anche rovinosamente, bocciata nel referendum del 2016. Esso dice: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita la sue funzioni senza vincolo di mandato”. Ne dissentono i grillini, d’accordo, ma pazienza. Da soli essi non hanno ancora, e credo che non l’avranno mai, visti gli umori del Paese che emergono da ogni tipo di appuntamento elettorale, la forza per cambiare quell’articolo non certo secondario della Costituzione repubblicana in vigore dal 1948.

 

 

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Luigi Di Maio sfugge come Pinocchio a “mastro Geppetto” Grillo…

            Alla faccia del “commissariamento” sbandierato da giornaloni, giornali e giornalini dopo lo spettacolo offerto da Beppe Grillo e Luigi Di Maio davanti ai Fori imperiali di Roma: l’uno confermandolo capo del Movimento 5 Stelle, e invitando chi non fosse d’accordo a “non rompere i coglioni”, l’altro annuendo e sorridendo a tutte le stravaganti affermazioni del comico, compresa la rivendicazione del caos come “natura” della formazione politica da lui improvvisata dieci anni fa.

            Più che commissariato, Di Maio si sta rivelando un irriducibile insubordinato politico, che fa pure rima. Le indicazioni o raccomandazioni del fondatore, “elevato”, “garante” e Vuota la Farnesina.jpgquant’altro da un orecchio gli entrano e dall’altro gli escono senza fermarsi un istante in qualche angolino del cervello. Egli continua a tenersi frequentemente lontano Folli su Di Maio.jpgdalla Farnesina, come ha appena denunciato su Repubblica Stefano Folli anche per contestare al Pd, per non parlare del presidente del Consiglio, la tolleranza verso la sostanziale mancanza, secondo lui, di un ministro degli Esteri italiano. Se ne tiene lontano, Di Maio, per correre ovunque ritenga necessario, pur tra piogge, frane e crolli, esercitare e difendere il suo ruolo di capo effettivo del partito.

            L’ultima o, mentre scrivo,  già penultima missione di questo tipo messa ben in evidenza dappertutto è quella compiuta da Di Maio a Bologna. Dove è corso ad incoraggiare Il Fatto.jpgi militanti pentastellati che non hanno alcuna voglia di seguire le indicazioni implicite di Grillo ed esplicite del Fatto Quotidiano a non partecipare da soli alle elezioni regionali del 26 gennaio -visto che la partecipazione è stata autorizzata, o imposta, a stragrande maggioranza dal recente referendum digitale- ma a cercare accordi col Pd per non compromettere le sorti del governo nazionale giallorosso, seguìto solo di recente a quello gialloverde.

            Non c’è niente da fare, ha detto Di Maio precisando di averne anche parlato daccapo a Grillo. Sarebbe addirittura lo statuto del Movimento a impedire collegamenti, accordi elettorali e Corriere.jpgquant’altro a livello locale che non siano di natura “civica”, com’è avvenuto in Umbria. Dove il Pd, alquanto malmesso per i guai giudiziari degli amministratori uscenti, ha cercato e trovato con i grillini per la presidenza della Regione un candidato cosiddetto civico: il presidente degli albergatori locali clamorosamente sconfitto poi dal centrodestra a trazione leghista, peraltro con risultati che hanno danneggiato, all’opposizione, più il Movimento 5 Stelle, riducendolo ad una sola cifra, che il partito di Nicola Zingaretti.

            In Emilia Romagna il Pd per la sua forte e storica presenza e per la buona salute anche politica del presidente uscente della regione, Stefano Bonaccini, col quale peraltro almeno Bonaccini.jpguna parte dei pentastellati locali ha avuto modo e occasione di condividere visioni e iniziative, non ha nessuna intenzione di ripetere la fallita esperienza umbra di nascondersi praticamente dietro un candidato civico. E se anche a causa della concorrenza pur solitaria dei pentastellati, destinati secondo Di Maio a togliere voti solo ai leghisti, il Pd dovesse perdere a fine gennaio l’Emilia Romagna, avrebbe ben poco da consolarsi l’olimpico e umanista presidente del Consiglio Giuseppe Conte nell’appartamento e relativo bagno in ristrutturazione a Palazzo Chigi.

            Di Maio, d’altronde, non è il solo a resistere alle preoccupazioni e ai consigli di Grillo. Che anche dopo la sua performance romana davanti ai Fori imperiali, fra una visita e l’altra all’ambasciata cinese su cui cresce, diciamo così, la curiosità generale anche all’estero, è costretto a registrare dissensi, proteste e persino dileggi di chi a lungo lo ha considerato o scambiato per un genio, o “un nomade del pensiero”, come ha detto il presidente pentastellato della commissione parlamentare antimafia Nicola Morra nella presunzione di parlarne bene.

          Il senatore a cinque stelle, pure lui, Gian Luigi Paragone, con passato leghista mai rinnegato, si è in qualche modo rimesso nella “Gabbia” di una sua vecchia e fortunata trasmissione televisiva Paragone contro Grillo.jpgper gridare a Grillo direttamente dalla prima pagina di un giornale romano: “Sì, caro Beppe, rompo i coglioni”. E per chiedergli, come un Gianfranco Fini qualsiasi con Berlusconi ai tempi del Pdl: “E adesso che fai? Mi cacci”. Fini fu praticamente cacciato, per quanto fosse allora presidente della Camera. E non se ne hanno più notizie, se non giudiziarie, come accade di sovente in politica dalle nostre parti.  

 

 

 

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Ridiamo a Mario Scelba, per favore, tutto quello che gli spetta

Fra i primissimi articoli scritti all’insegna di un orgoglioso e meritato “ritorno in Solferino” quel salutare bastian contrario della sinistra che è Giampaolo Pansa ha voluto dedicarne uno al democristiano che forse fu il più odiato dai comunisti e dai loro alleati -più  dello stesso Alcide De Gasperi, il vincitore delle storiche elezioni del 18 aprile 1948- per il polso col quale volle e seppe fare il ministro dell’Interno. Pansa invece gli ha giustamente espresso “gratitudine” proprio per questo,  riconoscendo che a causa dello stato in cui erano ridotti i “corpi di sicurezza italiani” nel dopoguerra sarebbe stato facile al Pci di Palmiro Togliatti realizzare una “rivoluzione”, se lo avesse voluto davvero sfidando anche Stalin. Che difendeva da Mosca la spartizione dell’Europa concordata con gli altri vincitori del conflitto scatenato dai nazisti, cui si erano accodati i fascisti.

Peccato che Pansa, Giampa per gli amici come me, si sia sostanzialmente limitato a riconoscere a Scelba solo quel merito, comprensivo del ricorso ai “celerini” scambiati spesso a sinistra per barbari scatenati dal Viminale contro inermi dimostranti. Scelba fu un patriota, e non il reazionario dipinto dai suoi avversari, anche per scelte successive a quegli anni terribili e per la pazienza con la quale seppe sopportare le provocazioni tentate contro di lui, persino con dossieraggi segreti sulla sua famiglia, quando contrastò l’apertura della Dc a sinistra, particolarmente nei riguardi del Psi di Pietro Nenni. Era il superamento di quel centrismo che gli era capitato di guidare anche come presidente del Consiglio, sostanzialmente rimosso nel 1955 da Giovanni Gronchi appena approdato al Quirinale.

Per dimostrarvi la civilissima opposizione di Scelba a quella svolta, a capo di una corrente che fu chiamata “Centrismo popolare”, ricordo un particolare riferitomi dal fedele Oscar Luigi Scalfaro. Dopo avere presieduto una lunga e complicata riunione della direzione sulla preparazione del centrosinistra, il segretario del partito Aldo Moro propose e fece approvare un documento “con le consuete riserve” -disse- dell’onorevole Scelba. Il quale però reagì dicendo che per le cautele di quel documento egli non aveva riserve da esprimere. “Ma è utile che vi siano”, gli replicò Moro pensando alle esigenze tattiche delle trattative con i socialisti. E Scelba sorridendo consentì.

Realizzato finalmente nell’autunno del 1963 sotto la propria guida il primo governo “organico” di centrosinistra, con la partecipazione diretta dei socialisti, Moro dovette dimettersi già nell’estate dell’anno successivo per un incidente parlamentare sul finanziamento alla scuola materna privata. Che, bocciato dai socialisti, alcuni settori della Dc tentarono di cavalcare per interrompere l’esperienza di governo col Psi e tornare alle elezioni con un governo centrista. Essi trovarono una certa sponda al Quirinale, dove peraltro Antonio Segni era stato eletto nel 1962 come contrappeso politico preventivo al centrosinistra in gestazione.

Lo stesso Scelba, prima di morire a novant’anni nel 1991, ha raccontato in un suo libro di memorie la proposta ricevuta da Segni nell’estate del 1964 di fare quel governo elettorale di centro. Che egli contestò esprimendo la preoccupazione che, data la breve durata dell’esperimento di governo avviato da Moro,  si aprisse una stagione politica di altissima tensione anche nelle piazze.

Alla garanzia del controllo della situazione dell’ordine pubblico fornitagli da Segni parlando delle assicurazioni ricevute in questo senso dal Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri De Lorenzo.jpge già capo del servizio segreto Giovanni De Lorenzo, di una cui udienza al Quirinale fu data peraltro notizia ufficiale, Segni oppose un rifiuto ancora più forte e convinto. E la crisi di governo prese tutt’altra piega, con la ricomposizione del centrosinistra da parte di Moro fra i “rumori di sciabole” avvertiti nei propri diari da Pietro Nenni. Essi contribuirono a diffondere la sensazione, mai provata, anche con verifiche giudiziarie, di un colpo di Stato predisposto allora con un piano chiamato “Solo”.

Fu dopo quella crisi, per volontà dello stesso Moro e quasi come riconoscimento della lealtà del suo amico di partito, che Mario Scelba divenne presidente del Consiglio Nazionale della Dc, rimanendovi sino al 1973, anche dopo avere assunto nel 1969 la Presidenza del Parlamento Europeo a elezione non ancora diretta. Questo era Scelba, non a caso il pupillo, come ha ricordato lo stesso Pansa, del più celebre concittadino  don Luigi Sturzo. Di cui era stato allievo e fidato segretario.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

E’ partita la caccia pentastellata ai Gavio, come l’anno scorso ai Benetton

            Da Genova a Savona o a Piacenza: la regola o l’abitudine ormai è la stessa. Quando crolla tra le intemperie un viadotto, un ponte o si apre una voragine su una strada l’uomo normale pensa prima di tutto a chi è morto o si è salvato ma ha ugualmente bisogno di soccorsi. L’uomo speciale, diciamo così, il politico a tutto tondo, come si diceva una volta, e come ora si considera non più solo l’oppositore ma il governante grillino, forte della “centralità” e varianti conquistate in Parlamento dal Movimento 5 Stelle col voto del 4 marzo dell’anno scorso, pensa prima di tutto al manifesto da affiggere sui muri col volto, singolo o di gruppo, del colpevole da processare col solito rito sommario e dare in pasto all’ira collettiva, spogliandolo della dignità, dei beni e di quant’altro.

            Accadde l’anno scorso con i Benetton per il crollo, a Genova, del viadotto Morandi, purtroppo risoltosi in una strage per il numero dei morti e dei feriti. Si è appena ripetuto con i Gavio, pur nel contesto fortunoso di un ben diverso bilancio umano, per il crollo di trenta metri di uno dei viadotti sull’autostrada Torino-Savona, ceduti per una frana di chiarissima evidenza.

            Collegato televisivamente dalla lontana Sicilia, il cui elettorato ha preferito -con un intermezzo romano per curare i rapporti con Beppe Grillo- all’appuntamento in Giappone con gli omologhiDi Maio dalla Siciia.jpg del cosiddetto G20, il ministro degli Esteri e capo ancòra del suo Movimento, Luigi Di Maio, ha annunciato o sentenziato: “Questi concessionari che non mantengono ponti e strade non devono avere più le concessioni”. Lo ha annunciato anche se il ministro competente delle Infrastrutture non è più adesso, col passaggio dal primo al secondo governo di Giuseppe Conte, un uomo del suo movimento politico ma una donna del Pd. E anche se i processi per le responsabilità si debbono fare nei tribunali, secondo le regole del nostro pur malmesso ordinamento giudiziario, e non sulle piazze fisiche e metaforiche.

            Di Maio, in verità, non ha citato i Gavio, concessionari dal 2012 dell’autostrada Torino-Savona, ma a sbatterne il nome in prima pagina hanno provveduto i giornali, a cominciare naturalmente da quello più sensibile, diciamo così, ai sentimenti, agli umori e ai problemi anche interni, che certamente non mancano, dei pentastellati: Il Fatto Quotidiano.

            “Le autostrade liguri a pezzi: crolla il ponte dell’A6 targata Gavio”, ha titolato in apertura il giornale diretto da Marco Travaglio, che deve tenere Il Fatto.jpgun elenco aggiornatissimo delle “targhe”, come le chiamano in redazione, delle autostrade italiane. In mancanza di uno spazio maggiore a causa delle particolarità tecniche, diciamo così, dell’edizione in gran parte preconfezionata del lunedì per contenerne i costi, Il Fatto Quotidiano ha rafforzato il titolo e il concetto del titolo di apertura con “La cattiveria”. Che, sempre in prima pagina, è la rubrica corrosiva del giorno.

            Oggi vi si legge: “Liguria, crolla un viadotto dell’autostrada A6. Il gruppo Gavio tenta di mettersi La cattveria.jpgin pari con Atlantia”, cioè con i Benetton. I quali possono almeno consolarsi per essere stati citati in modo, diciamo così, indiretto, meno esplicito, comprensibile solo per gli specialisti. Che discrezione. Che sensibilità. Viene quasi da commuoversi pensando al titolo brutale della rubrica: una cattiveria questa volta misurata, almeno per i Benetton.

 

 

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