Renzi guasta a Di Maio la festa per Fico con la colf in nero

            Matteo Renzi Rieccolo, come converrà chiamarlo d’ora in poi applicandogli lo storico e felice soprannome coniato da Indro Montanelli per un altro toscano famoso, che era Amintore Fanfani, ha guastato la festa a Luigi Di Maio. Che se ne stava tranquillo a godersi a distanza lo spettacolo dell’amico e concorrente Roberto Fico, colto dalle iene televisive in fallo domestico per una colf pagata in nero: cosa che potrebbe rendere simpatico il giovane e barbuto presidente della Camera a tanti elettori non grillini nelle sue stesse condizioni, ma potrebbe costargli carissima politicamente, coi tempi di demagogia imperanti.

            Fico probabilmente non ci rimetterà la terza carica dello Stato, almeno per quel che resta della nuova e molto asmatica legislatura. Il seggio più alto di Montecitorio ha, per esperienza ormai consolidata, il vantaggio di contenere riserve preziose di colla: vi si resta attaccati ad ogni costo sino alle successive elezioni, ordinarie o anticipate che siano.  Ma l’involontaria corsa di Fico a Palazzo Chigi cominciata con l’esplorazione della crisi affidatagli dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella potrebbe pure considerarsi finita.

           A questo probabilmente pensava, rinfrancato, il collega di partito Luigi Di Maio, che dal 4 marzo sta contando uno per uno i quasi undici milioni di voti che lo spingerebbero tuttora a Palazzo Chigi, quando quel guastafeste di Renzi gli ha chiuso nel salotto televisivo di Fabio Fazio il forno del Pd. Al quale lo stesso Di Maio, chiudendo a sua volta il forno di Matteo Salvini, si era rivolto per rifornirsi nella lunga, lunghissima sua corsa alla guida del governo.

            Dal Pd ormai, per quanto non manchino persone vogliose di aiutarlo per tante ragioni o pretesti, come il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, che non riesce ad immaginarsi senza scorta e auto blu, o il governatore pugliese Michele Emiliano, il povero Di Maio non può aspettarsi più di un’offerta a partecipare come ministro delle riforme ad un governo guidato e composto da chissà chi altro per riportare praticamente indietro orologio e calendario a quella maledetta domenica del 4 dicembre 2016: il giorno della sconfitta referendaria di Renzi sulla riforma costituzionale.

           C’è della logica o del metodo, tutto amletico, nella “follia” dell’ex segretario del Pd, come molti si sono affrettati a definirla, pur non potendo negare che la bocciatura brancaleonesca della riforma renziana, voluta da uomini e partiti che più diversi non potevano né possono essere, da Silvio Berlusconi a Beppe Grillo, da Matteo Salvini a Massimo D’Alema, ha ulteriormente inabissato la crisi italiana.

            Non c’è più legge elettorale che possa da sola risolvere la crisi politica italiana senza mettere mano contemporaneamente al sistema. Già la buonanima di Vanni Sartori aveva inutilmente denunciato l’inconsistenza di quello che lui felicemente chiamò “il rivotismo”, cioè la presunzione di limitarsi a rivotare, appunto, anche a distanza di un anno o di un semestre, per sopperire alla crisi di governabilità del Paese.

            La reazione di Di Maio a Renzi è stata istantanea, d’istinto, ben poco andreottiana direi a chi troppo generosamente ha visto tracce del compianto Giulio Andreotti nel giovane “capo politico” del movimento 5 stelle, come lui stesso si firma scrivendo ai giornali. Renzi e quel poco o molto del Pd che gli resta – ha praticamente detto Di Maio- “la pagheranno cara”.

          Questo, signori miei, è ormai il livello del dibattito politico in Italia. Alquanto basso. Il volo della diciottesima legislatura prosegue con le cinture di sicurezza ben allacciate. Si salvi chi può.

 

 

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Quell’incontro al bar fra Berlusconi e Salvini più duro di un cazzotto a Di Maio

            Quell’incontro all’Harry’s Bar di Trieste fra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, per niente improvvisato anche nel momento dell’abbraccio, è stato un segnale a Luigi Di Maio. Si tolga dalla testa, l’aspirante grillino a Palazzo Chigi, di tornare a giocare più o meno andreottianamente  con i due forni se la sua trattativa col Pd dovesse fallire, com’è molto probabile che accada.

            Anche se Salvini dovesse riuscire, come non gli è accaduto domenica scorsa in Molise, a sorpassare Forza Italia nelle elezioni regionali in corso nel Friuli-Venezia Giulia, dove il candidato alla presidenza è peraltro un leghista, l’alleanza con Berlusconi non vacillerebbe. Avrebbero entrambi interesse  a restare insieme: Salvini per continuare a crescere e consolidare il centrodestra a trazione leghista, Berlusconi per allungare la partita che sicuramente è aperta nella coalizione premiata il 4 marzo dagli elettori, ma non ancora compromessa. E ciò sia per le decisioni in arrivo in sede giudiziaria sul ripristino della piena agibilità politica del Cavaliere, azzoppato cinque anni fa da una condanna definitiva per frode fiscale al limite dei tempi processuali, sia per il ritorno di Matteo Renzi sulla scena del Pd. Un Renzi che non è tipo, ad occhio e croce, e al netto di tutti gli errori compiuti, di assecondare la manovra che Di Maio persegue dal giorno stesso delle elezioni di marzo.

            Quella di Di Maio è stata sempre una manovra d’ariete, tesa a dividere gli interlocutori per potersi alleare con il più debole: la Lega a destra, che senza Berlusconi varrebbe pur sempre la metà dei grillini, e il Pd a sinistra, diviso com’è tra correnti, sottocorrenti e spifferi. Ma nel Pd Di Maio aveva compiuto l’imprudenza di dare politicamente per morto Renzi, pur se aveva smesso di parlare di quel partito commestibile solo se “derenzizzato”. Come derattizzato.

            Non si sa se, in caso di fallimento del negoziato fra Di Maio e il Pd, il presidente della Repubblica accetterà, a più di due mesi ormai dalle elezioni, e con le scadenze internazionali e finanziarie ancora più impellenti, la richiesta del centrodestra, molto esplicita da parte di Berlusconi, di tentare la soluzione della crisi con le sue sole forze. Alle quali altre, magari schegge di partiti o correnti, potrebbero aggiungersi all’insegna della “responsabilità”. Non ne sarei molto convinto perché l’operazione comporterebbe un rischio cui mi risulta che Mattarella sia indisponibile: quello di nominare comunque un nuovo governo e di fargli gestire, al posto del dimissionario guidato da Paolo Gentiloni, le elezioni anticipate in ottobre. Che sarebbero inevitabili se il governo di centrodestra, presieduto da Salvini o da altri del suo partito, non trovasse per strada tutti i “responsabili” occorrenti, e fosse perciò bocciato in Parlamento sul voto di fiducia.

            Meno rischioso, più sobrio, direi più mattarelliano mi sembrerebbe il ricorso del presidente della Repubblica ad un governo il più possibile neutro, o istituzionale: un governo di decantazione per portare il Paese meno rapidamente verso le elezioni anticipate, magari tentando l’ennesima riforma elettorale. E intanto approvando la legge finanziaria del 2019.

            Per il profilo di questo tipo di governo molti si sono avventurati ad immaginare le ricerche di Mattarella in campi non propriamente politici: nelle riserve neutre per natura della Banca d’Italia e della Corte Costituzionale, da cui peraltro proviene l’attuale presidente della Repubblica, essendovi approdato dopo la conclusione della sua esperienza parlamentare e di governo.

             Ma questo campo di ricerca si è esteso, forse provvidenzialmente per Mattarella, un po’ meno per Di Maio e tutta la misteriosa corte che lo circonda annuendo e ripetendo le sue frasi davanti ad ogni telecamera o microfono, col passaggio dell’esplorazione affidata dal capo dello Stato al presidente della Camera Roberto Fico. Al quale sarebbe ben curioso se i compagni di partito rifiutassero un minimo di collaborazione o comprensione se toccasse appunto a lui l’incarico di presidente del Consiglio .

            Fico peraltro assomiglia, anche per una certa empatia personale, ad un suo conterraneo che lo ha preceduto di molti anni alla presidenza della Camera: Giovanni Leone. Certo, non è un giurista com’era Leone, ma i tempi sono quelli che sono. E bisogna convivervi.

            Ebbene, Leone guidò non uno ma due governi di decantazione, affidatigli nel 1963 e nel 1968 per dare alla Dc, il suo partito, il tempo e i modi necessari per guadagnarsi prima e recuperare dopo la collaborazione di governo dei socialisti. Furono governi bollati da noi cronisti parlamentari come “balneari”, per la stagione estiva in cui nacquero ed esaurirono le loro funzioni.

            “Pure voi con questa storia dei bagni”, mi disse Leone accennando alle braghe e difendendo con ironia il carattere “istituzionale” delle sue esperienze a Palazzo Chigi.

 

I nodi del “capo” grillino stanno finalmente arrivando al pettine

               I grillini cominciano ad accorgersi del vicolo cieco in cui si sono cacciati inneggiando alla trattativa per un contratto di governo -così loro preferiscono definire le alleanze- col tanto odiato Pd. E per giunta col Pd tornato nelle mani di Matteo Renzi, senza bisogno ch’egli ritirasse le dimissioni da segretario  e ne riassumesse il comando formale. Basta un suo mormorio per agitare le acque fuori e dentro il suo partito. Basta una passeggiata in centro nella sua Firenze per alimentare la paura degli avversari o le speranze degli amici.

            Il bello deve ancora venire. E non sarà il rifiuto della trattativa col Pd. Sarebbe stato e sarebbe troppo facile per un piatto della vendetta. No. Sarà l’andamento delle trattativa a moltiplicare i problemi, più fra i grillini che nel Pd.

            Fra i grillini è ormai maturata la questione chiamata Di Maio, esplosa come una bolla d’aria quando il presidente della Repubblica ha messo sulla pista della crisi, sia pure come esploratore, l’”altro” grillino: il presidente della Camera Roberto Fico. “Di lui non posso che dirne bene”, ha detto all’annuncio dell’iniziativa di Mattarella il giovanotto campano. Excusatio non petita, accusatio manifesta.

            Ora Fico è diventato l’incubo di Di Maio. Il breve rodaggio istituzionale compiuto dal presidente della Camera dal giorno della sua elezione al vertice di Montecitorio ne ha fatto una precoce riserva della Repubblica.

            Se la crisi tornerà ad attorcigliarsi attorno alle chiacchiere che ne hanno caratterizzato sinora l’andamento e il capo dello Stato sarà messo davanti alle sue responsabilità, che trasferirà di peso su tutti gli altri attori politici passando finalmente dalle esplorazioni al conferimento di un incarico, allora Di Maio si sveglierà dal sonno del 4 marzo. E scoprirà che gli undici milioni di voti raccolti nelle urne dal suo movimento sono solo coriandoli.

           Il capo del governo lo nomina solo il presidente della Repubblica, scegliendolo fra quelli che suo avviso avranno le maggiori possibilità politiche, personali e temperamentali per coagulare una maggioranza, fosse solo per una breve decantazione e per gli adempimenti delle scadenze istituzionali. E sarà esattamente lì che il convitato di pietra di questa fase della crisi apertasi con l’esplorazione di Fico, cioè Renzi, infilerà il suo dito, facendo probabilmente saltare quel tappo chiamato Di Maio, come dice un felice titolo appena sfornato dal Foglio.

          Il resto, compresa l’eterna e ormai stucchevole sfida nel centrodestra tra l’ostinato Berlusconi e l’incontenibile Salvini, sarà marginale. O quasi.  

 

 

 

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Da esploratore a meteorologo: la missione di Roberto Fico nella crisi

            Uscito pochi giorni fa dal Quirinale come esploratore, a piedi e superscortato  da agenti e carabinieri in tenuta quasi antisommossa, schierati per proteggerlo dai turisti armati solo di gelati, fotografi, giornalisti e operatori televisivi, il presidente della Camera Roberto Fico vi è tornato come meteorologo, questa volta in auto per un ritrovato senso della misura e delle istituzioni.

            Sa più di previsioni meteorologiche, appunto, che d’altro il giudizio “positivo” espresso dall’esploratore al termine della missione affidatagli dal presidente della Repubblica. Che era curioso di sapere se e quali probabilità avesse nello svolgimento della crisi l’ipotesi di una trattativa e di un’intesa di maggioranza in Parlamento fra il movimento delle 5 stelle, convinto di avere vinto le elezioni a mani basse, pur senza disporre dei numeri autosufficienti per fare un governo in grado di ottenere la fiducia tanto alla Camera quanto al Senato, e il Pd dell’ex segretario Matteo Renzi. Che è quello uscito malconcio dalle urne ed è entrato perciò nella sua ennesima crisi interna, con correnti schierate l’una contro l’altra, e divise anche al loro interno, con anime che soffrono, senza apostrofo, per l’astinenza da opposizione reclamata dai più, e s’offrono, con l’apostrofo, per la lotteria dei posti che potrebbe accompagnare un accordo con Luigi Di Maio. Ma meglio con lo stesso Fico, che da presidente del Consiglio lascerebbe la presidenza della Camera al Pd, escluso dalla lotteria parlamentare d’inizio legislatura gestita da Di Maio e Matteo Salvini, il segretario leghista che convive nel centrodestra con l’alleato Silvio Berlusconi come separato in casa. In difesa del quale Di Maio, tradendo l’interesse che conserva per i leghisti anche dopo averne chiuso il “forno”, si è abbandonato ad una minaccia di ritorsione contro giornali e televisioni del Cavaliere. Che terrebbero Salvini sotto troppo stretta sorveglianza.

            Ma torniamo ai rapporti fra grillini e Pd, e alla possibilità, tutta teorica, che un governo Fico liberi il posto di presidente della Camera. Di uomini nel Pd che si sentono vocati alla presidenza di Montecitorio ce ne sono, eccome. A cominciare dal ministro post-democristiano dei Beni Culturali Dario Franceschini, non a caso tra i più aperturisti adesso verso i grillini. Egli aspirava al vertice di Montecitorio, dopo essersi fatto le ossa come capogruppo del Pd, già cinque anni fa, all’apertura della diciassettesima legislatura. Ma l’allora segretario del partito Pier Luigi Bersani, sempre nella ricerca di un’intesa di governo con i grillini, volle fare altre scelte. Alla presidenza della Camera mandò la vendoliana Laura Boldrini, dovendo pur accontentare gli alleati elettorali di sinistra, e alla presidenza del Senato l’ex magistrato Pietro Grasso, preferito a scrutinio segreto da almeno una parte dei grillini al berlusconiano e già presidente dell’assemblea Renato Schifani.

            Grande, e comprensibile, fu la delusione di Franceschini. Che reagì ricollocandosi all’interno del partito con la sua corrente, schierata quindi a favore della scalata dell’allora sindaco di Firenze. Di cui adesso però il ministro uscente non comprende, e comunque non condivide la contrarietà ad un’intesa con i grillini, pari solo a quella, sul versante opposto, di Berlusconi. I due -Renzi e Berlusconi- hanno appena ispirato sul Fatto Quotidiano una vignetta di Mannelli condita della solita parolaccia.

            Per chiarire, o cercare di chiarire, la situazione vera all’interno del Pd bisognerà aspettare la riunione della pletorica direzione, di più di duecento persone, convocata per il 3 maggio. Dipenderà da quella riunione se e come, cioè a quali condizioni, il Pd sarà disposto ad aprire ai grillini, i quali sono anch’essi divisi e tormentati. Ma loro hanno altri modi per chiarirsi e decidere: si mettono al computer e cliccano.

            In questa situazione converrete che è stato un po’ affrettato il “giudizio positivo” espresso sulla sua esplorazione da Fico. Che peraltro è sembrato avere una maledetta fretta di chiudere la missione, come se fosse diventata fra le sue mani una patata bollente, col rischio di trovarsi fra qualche giorno nella scomoda posizione di essere un concorrente del “capo politico” del suo movimento per la guida del governo: l’amico Di Maio. Che, avendo già avvertito puzza di bruciato, ha smesso di parlare della sua aspirazione a Palazzo Chigi come di una condizione irrinunciabile, reclamata -usava dire fino a qualche giorno fa- da “undici milioni di elettori”.

            A dimostrazione della precarietà della situazione c’è la prudenza opposta all’ottimismo del meteorologo Fico dal presidente della Repubblica, che ha ripreso in mano, se mai le avesse lasciate, le redini della crisi di governo.

L’informazione intossicata dall’odio minimizza la morte augurata a Napolitano

            Ci sarà pure un motivo per il quale solo un giornale –Il Dubbio diretto da Piero Sansonetti e edito dal Consiglio Nazionale Forense, cioè dagli avvocati- ha privilegiato su tutte le notizie di giornata, aprendovi la sua prima pagina come denuncia di uno scandalo, le aggressioni digitali contro il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano. Al quale molti internauti -si chiamano così gli “webeti” felicemente declassati tempo fa  da Enrico Mentana- hanno augurato di non uscire vivo dall’ospedale romano in cui è stato operato al cuore.

            Il motivo è semplice. Neppure il male, come una volta il bene raccomandato da Aldo Moro in un editoriale del Giorno scritto l’anno prima di morire polemizzando con Claudio Magris,  fa più notizia in questo clima d’odio nel quale ci siamo abituati a vivere e a scrivere. E che ha reso impermeabile la generalità dell’informazione e dell’intellettualità italiana.

            Bisogna essere un po’ bohemien, liberi sino all’anticonformismo, come mi sento anche fisicamente quando mi affaccio alla redazione del Dubbio, ricavata quasi da un soppalco nel palazzo romano del Consiglio Forense, per indignarsi davvero di fronte alla morte augurata a un uomo di quasi 93 anni. Che ha le sole colpe di essere stato comunista, come il compianto Giorgio Amendola, per citare il più celebre dei compagni a lui vicini, e di avere scalato dignitosamente la politica e le istituzioni diventando alla fine presidente della Repubblica. Ed essere stato confermato, unico fra tutti i suoi predecessori, alla scadenza del suo primo mandato, tante erano evidentemente la stima e l’autorevolezza che si era guadagnate, nonostante o proprio a causa delle piazzate -in tutti i sensi- organizzate e gestite contro di lui da statisti in erba come si consideravano con un certo ottimismo i grillini cinque anni fa.  

           Calabresi.jpg In una giornata politicamente priva, peraltro, di grandi novità, in attesa del secondo giro dell’esplorazione affidata al presidente grillino della Camera Roberto Fico da Sergio Mattarella, anche il direttore di Repubblica, Mario Calabresi, ha sentito l’obbligo di inserire nel suo commento agli sviluppi confusi e incerti della crisi amarissime riflessioni sull’odio rovesciato in rete contro Napolitano. Ma si è ben guardato, benedett’uomo, di scriverne o lasciarne scrivere nel titolo, come se fosse poca cosa, o troppo scontata, per denunciarla con un urlo, quale un titolo, appunto, in simili circostanze è. E deve essere. Tutto va evidentemente e manzonianamente sopito.

            Che dire poi, fra gli altri, di Libero del pur anticonformista Vittorio Feltri? Dove in prima pagina c’è un titolino contro le “fogne” invase dalle “canaglie” smaniose di vedere Napolitano morto, e indignate per la tempestività dei soccorsi  prestati al presidente emerito. Di cui però in un altro titolo più grande, e superiore, si riferisce con doppio e infelice senso  “la Resistenza” alla morte nel giorno della celebrazione di quella del 1945 all’occupazione nazifascista. Non vi è cosa peggiore, mi diceva Indro Montanelli parlandomi di una lezione ricevuta da Leo Longanesi, di una battuta malriuscita.

         Libero.jpgIl giornale tornato alle redini del suo fondatore è d’altronde fra quelli, a destra,  che sono soliti rimproverare a Napolitano mi sono perso il conto di quanti presunti “colpi di Stato”, compreso quello del 2011 contro l’ultimo governo Berlusconi per insediare al suo posto la squadra tecnica di Mario Monti. Fu tanto presunto quel golpe che per un po’ lo stesso Berlusconi, dopo averne controfirmato la nomina a senatore a vita, appoggiò Momti in Parlamento. E poi, nel 2013, si mobilitò politicamente e umanamente per il secondo mandato presidenziale di Napolitano.          

Il forno piddino della crisi attivato dai grillini ha un pò troppi problemi

            La foto scelta dal giornale il manifesto per la copertina della sua prima pagina, con quel titolo sul “forno a micro onde” costituito dalla delegazione del Pd, chiamata a vendere il proprio pane ai grillini, contiene il presidente della Camera Roberto Fico sorridente e sornione. Sembra compiaciuto, a guardarlo con la malizia di un vecchio cronista politico, dello spettacolo che in quel momento egli sta prenotando per il successivo incontro da esploratore con la delegazione del proprio partito guidata dal quasi conterraneo Luigi Di Maio, l’aspirante irriducibile a Palazzo Chigi. Che è stato infatti costretto dopo alcune ore, uscendo proprio dall’ufficio di Fico, a rinunciare -almeno in questa fase della crisi- all’altro forno frequentato dall’apertura di questa diciottesima legislatura: quello intestato dallo stesso Di Maio solo al segretario leghista Matteo Salvini, ignorandone o disprezzandone i soci elettorali e politici Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, ma soprattutto Berlusconi naturalmente. Di cui pure la fedelissima Maria Elisabetta Alberti Casellati è stata votata dai grillini alla presidenza del Senato.

            Anche Fico naturalmente si trova dov’è, alla presidenza della Camera, grazie ai voti ordinati da Berlusconi ai deputati forzisti. Ma vi si trova senza essersi sporcato, diciamo così, le mani politicamente, avendo lasciato gestire il suo arrivo al vertice di Montecitorio da Di Maio.

            Il forno piddino -o pidiota, come preferiscono definirlo i detrattori- aperto da Fico come esploratore mandato in campo dal presidente della Repubblica ha tuttavia problemi, diciamo così, di funzionamento per i contrasti che dilaniano, più ancora di dividere, il partito affidato alla reggenza di Maurizio Martina, dopo le dimissioni di quel pezzo da novanta che rimane pur sempre Matteo Renzi. Il quale non è per niente convinto, a dir poco, della praticabilità di un’intesa con i grillini, e dell’affidabilità dei loro repentini cambiamenti o aggiornamenti. Egli non ha confermato ma neppure smentito la felicissima battuta attribuitagli sulla necessità di sottoporre Luigi Di Maio alla macchina della verità ogni volta che parla, sia per aprire sia per chiudere in questa o in quella direzione.

           mauro 1jpg.jpg Curiosamente a dare ragione alla diffidenza di Renzi è appena intervenuto su Repubblica l’ex direttore Ezio Mauro, che pure non è proprio tra i tifosi dell’ex segretario del Pd. Egli ha rappresentato la situazione maturata con i primi passi dell’esplorazione di Fico con l’immagine di “una strana rivoluzione”, quella reclamata dai grillini, “andata in porto perché gli assediati”, cioè i piddini o pidioti, “hanno aperto di notte le porte del Palazzo”. Che non è francamente uno spettacolo bello né per gli assediati né per gli assedianti.

           mauro 1jpg.jpg Col rigore piemontese e un po’ anche calvinista che lo distingue l’ex direttore di Repubblica si è spinto anche oltre, reclamando chiarezza e trasparenza a entrambe la parti in causa in questa nuova fase che si è aperta nella crisi, come l’ha chiamata il reggente del Pd. In particolare, Mauro ha chiesto al movimento grillino e al Pd di “spiegare la svolta” ben bene. “Altrimenti -ha scritto- il modello non è Cavour, ma Giano bifronte”.

            Ben scritto, amico mio. Ma il guaio è che sono trascorsi quasi due mesi dalle elezioni del 4 marzo ed entrambi i partiti interessati a questa nuova fase -ripeto-  della crisi non sembrano avere né il tempo né gli strumenti, addirittura,  per chiarirsi bene le idee e chiarirle agli altri, a cominciare naturalmente dagli elettori.

            Il tempo passato dal voto è tale che le scadenze inderogabili, di carattere internazionale e interno, e l’uso o abuso delle normali o abituali procedure, tra consultazioni al Quirinale ed esplorazioni nei dintorni, non ne lasciano ancora molto al capo dello Stato per riempire il vuoto di governo creato con la crisi, per quanto sia in carica la compagine ministeriale uscente di Paolo Gentiloni per i cosiddetti affari correnti. E poi, entrambi i partiti sembrano francamente sprovvisti ormai, come accennavo, dei tradizionali attrezzi di un chiarimento politico.

            Se provate a parlare di un congresso ai grillini rischiate o le pernacchie o l’ambulanza, praticando quei signori la cosiddetta democrazia digitale. A stento, accettano ancora il rito delle elezioni per il rinnovo delle Camere perché fortunatamente imposte dalla Costituzione. Dalle parti invece del Pd il congresso, già minato o alterato dalle primarie preventive o di accompagnamento, aperte anche ai non iscritti, il congresso non è cosa che possa essere indetto e portato a termine in qualche settimana.  Almeno mentre scrivo, non sono neppure riusciti a fissare al Nazreno la data per una riunione della direzione, dopo avere sconvocato all’ultimo momento l’Assemblea nazionale.

Addio a Giovanni Galloni, storico esponente della sinistra democristiana

Non credo di tradirne l’amicizia, ora che è morto, ricordando uno degli esponenti più storici e famosi della sinistra democristiana, Giovanni Galloni, attraverso alcuni aspetti e particolari della nostra lunga frequentazione. Che cominciò nella lontana estate del 1968, quando lui approdò alla Camera e, parlando alla buvette, ci scoprimmo entrambi estimatori di Aldo Moro, appena allontanato da Palazzo Chigi dopo quasi cinque anni di ininterrotta guida del centrosinistra cosiddetto “organico”.

La Dc era uscita sostanzialmente indenne dalle urne col suo 39 e rotti per cento di voti, ma i “dorotei”, che costituivano la corrente più forte del partito ed erano rappresentati dal segretario Mariano Rumor, non gli avevano perdonato la troppa accondiscendenza, secondo loro, con i socialisti. I quali, dal canto loro, curiosamente non gli avevano perdonato l’insuccesso elettorale dell’unificazione avvenuta due anni prima fra il Psi di Pietro Nenni e il Psdi di Giuseppe Saragat, eletto al Quirinale alla fine del 1964 proprio grazie all’azione persuasiva condotta da Moro nella Dc. Dove Saragat non godeva in quel momento di grandi simpatie perché durante un alterco proprio con lui alcuni mesi prima il democristianissimo Antonio Segni era stato colto da un ictus invalidante.

Il moroteismo, diciamo così, di Galloni mi sorprese perché la sua corrente, chiamata Base, diretta con mano ferma da Giovanni Marcora, detto Albertino, al Nord e da Ciriaco De Mita al Sud, aveva a larghissima maggioranza un rapporto privilegiato con l’altro “cavallo di razza” della Dc. Che era Amintore Fanfani.

Di Moro non piacevano ai basisti i tempi, considerati troppo lunghi. Ed anche una certa diffidenza verso i comunisti, sulla cui evoluzione invece i basisti scommettevano anche per ridurre il potere contrattuale dei socialisti.

In verità, nell’autunno proprio di quell’anno, una volta cacciato all’opposizione interna più che passatovi autonomamente, Moro spiazzò i suoi critici di sinistra con una lettura aperta della contestazione giovanile in corso e con la proposta della cosiddetta “strategia dell’attenzione” verso il Pci. Cui i “dorotei” andando a Palazzo Chigi con Rumor offrirono poi disinvoltamente un centrosinistra “più coraggioso e incisivo”, non più “delimitato a sinistra”, com’era avvenuto con i precedenti governi di Moro.

Ma neppure il Moro della “strategia dell’attenzione” al Pci riuscì a staccare i basisti dal rapporto preferenziale con Fanfani, che pure si inalberava a sentir parlare Moro del centrosinistra come di una formula “irreversibile”. E questo era per Galloni un cruccio, al quale però non ebbe mai neppure la tentazione di reagire passando all’altra sinistra della Dc: quella di origine e natura sindacale, chiamata Forze Nuove e guidata da Carlo Donat-Cattin. Quando lo stimolavo in quella direzione, dove Donat-Cattin lo aspettava a braccia aperte, Giovanni mi rispondeva scandalizzato dicendo che le battaglie politiche si conducono dentro e non fuori i gruppi di appartenenza, fossero correnti o partiti.

I nodi di questa concezione dell’appartenenza che aveva Galloni vennero al pettine alla fine del 1971, quando alla scadenza del mandato di Saragat la Dc tentò la riconquista del Quirinale con Fanfani, disciplinatamente votato da Giovanni, per quanto lui preferisse Moro. Che però non era il candidato del partito e se ne stava in quel momento un po’ distaccato dalla corsa al colle più alto di Roma con i suoi impegni di ministro degli Esteri.

Quando la candidatura di Fanfani naufragò tra gli scogli dei “franchi tiratori” del suo partito, la diffidenza e a volte anche l’ostilità degli alleati di governo e l’opposizione comunista, alimentata quotidianamente dagli urticanti corsivi di Fortebraccio sull’Unità, Moro uscì dal suo riserbo ed entrò in gara, ma solo all’interno del partito. Dove fu stoppato per pochissimi voti, a scrutinio segreto dei gruppi parlamentari congiunti, dalla candidatura di Giovanni Leone, concordata all’esterno della Dc fra i “dorotei” e soprattutto i repubblicani.

In quel passaggio Galloni visse un vero e proprio tormento. Votò inutilmente per Moro, mentre gran parte dei suoi colleghi di corrente votò per Leone, il cui figliolo Mauro d’altronde era già o sarebbe diventato presto -non ricordo più bene- consigliere nazionale della Dc proprio per la sinistra di Base. “Hanno fatto -mi confidò Galloni parlando degli amici di corrente- un torto ingiusto a Moro e un cattivo servizio a Leone, condannandolo a gestire una fase politica pericolosa”.

Il centrosinistra infatti si interruppe. La Dc sostituì i socialisti con i liberali di Giovanni Malagodi al governo e si incamminò verso quel referendum sul divorzio che, gestito proprio da Fanfani alla segreteria del partito nel 1974, avrebbe compromesso duramente la lunga primazia politica dello scudo crociato.

Ma di Leone il povero Galloni era destinato ad occuparsi drammaticamente nella primavera del 1978, dopo la tragica fine di Moro, che già l’aveva tormentato partecipando come vice segretario della Dc alla gestione della cosiddetta linea della fermezza. Una linea dove Moro, dalla prigione delle brigate rosse, stentava a credere davvero che fosse sinceramente attestato l’amico Galloni, di cui faceva ricorrentemente il nome nelle lettere ai democristiani incitandoli a salvargli la vita, anche a costo di trattare con i terroristi che lo avevano sequestrato sterminandone la scorta.

Alla fine di Moro seguì quella anticipata del settennato presidenziale di Leone. Ebbene, toccò proprio a Galloni andare al Quirinale, mandatovi dal segretario del partito Benigno Zaccagnini, per chiedere al capo dello Stato il “sacrificio” delle dimissioni, reclamate con una paradossale simmetria dai radicali di Marco Pannella e dal Pci di Enrico Berlinguer per una malintesa questione morale. Che era destinata a evaporare sul piano giudiziario con la condanna della giornalista Camilla Cederna, autrice di un libro scandalistico su Leone. La cui colpa vera, forse, era stata solo quella di essersi messo di traverso alla linea della fermezza durante il sequestro Moro, cercando di favorire lo scambio fra l’ostaggio e una detenuta per terrorismo compresa nell’elenco dei tredici “prigionieri” dei quali i terroristi avevano reclamato la liberazione. Per quella detenuta -Paola Besuschio- Leone aveva predisposto la grazia, che non fece in tempo a firmare perché Moro fu ucciso -deliberatamente- poche ore prima.

Vent’anni dopo quei terribili fatti, avendogli appena detto che stavo preparando un’intervista a Leone per Il Foglio,  Galloni mi chiese di riferirgli ciò che lui non aveva mai osato dirgli direttamente, tanto era il rimorso per quella visita al Quirinale commissionatagli dall’ormai scomparso Zaccagnini. “L’unica cosa di cui mi vergogno nella mia lunga attività politica- mi incaricò di dirgli- è quella richiesta di dimissioni”. Leone, col quale del resto si erano già scusati pubblicamente Pannella e i comunisti, gradì. Ne riferii nell’intervista. E Leone tolse Galloni dall’imbarazzo telefonandogli personalmente.

Di un’altra cosa invece Galloni non riuscì mai a darsi pace, sino agli ultimi incontri che avemmo alla Camera e nei suoi dintorni, fino a quando le sue condizioni di salute gli permisero di uscire e di consegnare personalmente agli amici i saggi che continuava a scrivere e a pubblicare, facendoci lo sconto sui prezzi di copertina: saggi della consueta lucidità.

Giovanni non riuscì mai a dimenticare, in particolare, il rude trattamento riservatogli dall’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, quando lui ne era il vice al vertice del Consiglio Superiore della Magistratura. Cossiga arrivò nel 1991 a ritirargli pubblicamente quasi tutte le deleghe, restituitegli poi dal successore Oscar Luigi Scalfaro.

La contesa, chiamiamola così, era scoppiata attorno al diritto nuovamente rivendicato da Cossiga, dopo un episodio analogo verificatosi col precedente Consiglio Superiore, ai tempi del governo Craxi, di dire l’ultima parola sugli ordini del giorno dell’organo di autogoverno della magistratura. La cui presidenza è affidata dalla Costituzione al capo dello Stato.

I rapporti tra la magistratura e il Quirinale erano tesissimi. Si arrivò alla proclamazione di uno sciopero nei tribunali contro il presidente della Repubblica, cui si rifiutò di aderire a Milano, con tanto di cartello appeso alla porta del suo ufficio, il sostituito procuratore Antonio Di Pietro. Che Cossiga naturalmente volle poi conoscere personalmente, instaurando con lui rapporti altrettanto naturalmente destinati poi a rompersi.

Ma la vice presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura fu dolorosa per Galloni anche dopo la presidenza di Cossiga, in particolare quando le inchieste giudiziarie sul finanziamento illegale della politica travolsero i partiti di governo e l’intera cosiddetta prima Repubblica. Galloni era sommerso dalle proteste di vecchi amici di partito e non, che volevano da lui interventi risolutivi contro questo o quel magistrato, o questa o quella Procura, che spesso gli erano impediti, se non al prezzo di forzature in un clima politico peraltro arroventato dalla paura e dai ricatti.

Galloni mi raccontò, fra l’altro, di una mattina in cui irruppe letteralmente nel suo ufficio, travolgendo tutti i commessi e gli agenti della sorveglianza, la moglie dell’ex ministro della Giustizia, ed ex sindaco di Roma, Clelio Darida, appena arrestato a casa, sul lungotevere, e tradotto al carcere milanese di San Vittore con l’accusa di corruzione per taluni lavori della Metropolitana della Capitale.

La signora Darida, Wilma, era una vecchia amica di famiglia di Galloni e non si dava pace che il marito potesse avere ricevuto un simile trattamento, rilevatosi poi doppiamente ingiusto. I magistrati milanesi non avevano il diritto di occuparsi di Darida, che poi sarebbe stato prosciolto dalla magistratura di Roma senza neppure il rinvio a giudizio. “Mi sentii morire -mi raccontò Giovanni- per l’impotenza in cui mi trovavo e per la consapevolezza, che avvertivo, delle ragioni di Wilma. Fu un periodo terribile, peggiore di quello che mi aspettava dopo qualche anno in macchina, quando rischiai di morire davvero in un incidente”. E dal quale, debbo dire, il povero Galloni non si riprese mai davvero.

Addio, caro Giovanni. E scusami se ho attinto a ricordi riservati, che mi sono però apparsi utili a far capire a chi non ti ha conosciuto quanto onesto tu fossi, e quanto pesante possa diventare per un uomo mite come tu eri l’esperienza politica: tu che, come professore di diritto agrario, ti trovasti nel pieno di uno scontro di poteri senza uguali, credo, nella storia più che settantennale della Repubblica italiana. Uno scontro peraltro che continua e ammorba la democrazia.

 

 

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

 

 

 

Di Maio per paura di Fico chiude a Salvini. Che minaccia una “passeggiata” su Roma

             Pur lento di riflessi politici, Luigi Di Maio si è deciso a cambiare registro dopo che il suo collega di partito Roberto Fico come presidente della Camera è stato incaricato dal capo dello Stato di esplorare le possibilità di un’intesa di governo fra il movimento delle 5 stelle e il Pd. Che sulla carta potrebbero disporre di una maggioranza parlamentare, sia pure molto modesta, specie al Senato, e perciò a rischio altissimo di assenze e/o dissensi, in entrambi i partiti.

            Impressionato un po’ dalla epifania empatica di Fico, un po’ da quell’imponente schieramento protettivo che ha scortato il presidente della Camera nella salita e discesa a piedi dal Quirinale, come se fosse già un capo di governo in carica, un po’ dalle poche ma preoccupanti dichiarazioni del nuovo esploratore, senza un minimo riferimento personale all’aspirante ufficiale del movimento delle 5 stelle a Palazzo Chigi, Di Maio ha cambiato registro nel rapporto privilegiato avuto sino ad allora col segretario leghista Matteo Salvini. Potremmo fare insieme grandi cose, avevano entrambi detto sino a qualche ora prima della nuova iniziativa di Sergio Mattarella in direzione del Pd. Solo se Salvini -pensava Di Maio- si decidesse a rompere con Berlusconi, e al tempo stesso a riconoscere al  “capo” delle cinque stelle il diritto di prelazione su Palazzo Chigi.

            L’irruzione di Fico sulla scena della crisi, sia pure solo in veste di esploratore, e per un’ipotesi di maggioranza parlamentare striminzita, come del resto sarebbe anche quella composta da pentastellati e leghisti, ha restituito a Di Maio il coraggio o il realismo, o entrambi, di interrompere il dialogo più o meno a distanza con Salvini. Che non c’è rimasto solo male, ma è andato su tutte le furie, scagliandosi contro Mattarella, scambiando per un colpo di Stato, o quasi, il coinvolgimento del Pd nello scenario di un nuovo governo e minacciando “una passeggiata su Roma”, variante della più celebre e infausta marcia di Benito Mussolini e delle camicie nere nel 1922.

           Travagliojpg (1).jpg La rinuncia di Di Maio al cosiddetto forno leghista, nel timore peraltro che il suo collega di partito Fico possa sopravvivere politicamente alla disperata missione di un’intesa col Pd diventando per la sua carica di presidente della Camera un concorrente alla guida di un governo istituzionale, di decantazione, di emergenza e quant’altro, ha fatto tirare un sospiro di sollievo anche nella redazione del Fatto Quotidiano. Il cui direttore Marco Travaglio, sicuro di vedere e difendere la causa dei leghisti meglio dei loro capi pro-tempore, ha gridato a suo modo, già nel titolo del suo editoriale “Basta cazzate”.

            In verità, Travaglio se l’è presa con quelle di Salvini, che non ha mai visto come un buon interlocutore o potenziale alleato dei grillini, preferendogli mille volte il pur debole -o proprio perché più debole- Partito Democratico. Il cui programma, guarda caso, il professore e altri esperti incaricati da Di Maio di studiare la materia hanno appena scoperto maggiormente vicino a  quello delle cinque stelle, non si è ben capito se al netto o al lordo delle modifiche apportate dopo le elezioni del 4 marzo al testo approvato prima dalla base col solito sistema digitale.

            Ma il direttore del Fatto ha parlato a nuora, cioè Salvini, perché suocera intenda, cioè Di Maio. Che ha inteso, non so ancora se in tempo per salvare la sua ormai ammaccata leadership politica nel movimento.

 

 

 

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Il pentito di Stato che serve a Nino Di Matteo sulla trattativa con la mafia

È curioso il bando di concorso a un posto di “Pentito di Stato” metaforicamente indetto dal pubblico ministero Nino Di Matteo, intervistato da Lucia Annunziata per Rai 3 dopo la vittoria conseguita dall’accusa nel processo di primo grado in Corte d’Assise, a Palermo, sulla trattativa fra lo stesso Stato e la mafia nella stagione delle stragi.

“Pentito di Stato” in che senso? Funzionario militare o civile, dei servizi segreti o affini? O politico?  Qualcuno, una volta tanto non mafioso,  che voglia o possa aiutare nuove indagini, o rivitalizzarne alcune già in corso, per completare il quadro che Di Matteo ritiene chiaramente emerso dalla sentenza di Palermo, dopo cinque anni di dibattimento: una durata pari a quella di una legislatura ordinaria, senza interruzioni elettorali anticipate.

Il quadro visto da Di Matteo nel verdetto giudiziario di primo grado, suscettibile quindi di smentita nel giudizio scontato di appello, cui i condannati hanno già annunciato di volere ricorrere, è quello di una doppia staffetta nella trattativa.

La prima staffetta sarebbe avvenuta fra il governo di Giuliano Amato, formato dopo la strage mafiosa del 1992 a Capaci, che costò la vita al giudice Giovanni Falcone, alla moglie e a quasi tutta la scorta, e il governo di Carlo Azeglio Ciampi, subentratogli nella primavera del 1993.

La seconda staffetta sarebbe avvenuta nel 1994 fra il governo di Ciampi, ultimo della cosiddetta prima Repubblica, e il governo di Silvio Berlusconi, praticamente uscito dalle urne anticipate di quell’anno e primo della cosiddetta seconda Repubblica. La cui morte per motivi ignobili l’aspirante grillino a Palazzo Chigi, Luigi Di Maio, ritiene certificata proprio dalla sentenza di Palermo, o a causa di essa.

Il cedimento alla mafia nella staffetta fra i governi di Amato e Ciampi sarebbe avvenuto col mancato rinnovo del trattamento carcerario speciale dell’articolo 41 bis disposto a favore di trecento e più detenuti di mafia dal ministro della Giustizia Giovanni Conso. Il quale però fece in tempo, prima di morire nel 2015, ad assumersi la piena responsabilità di quella decisione: frutto -spiegò- non di qualche indebita pressione ma di una sua valutazione di quella terribile stagione di sangue voluta dall’ala stragista della mafia.

Ma la verità di Conso non piacque, o non bastò, ai teorizzatori, giudiziari e mediatici, della trama eversiva della trattativa. Non è bastata nemmeno l’assoluzione, avvenuta in primo grado col rito abbreviato, dell’allora ministro democristiano Calogero Mannino, accusato di avere manovrato per la trattativa allo scopo di sottrarsi al rischio di un attentato ordito contro di lui dalla mafia.

Il “pentito di Stato” che cerca Di Matteo dovrebbe pertanto servire a smentire il compianto Conso e i giudici che hanno assolto Mannino, per non parlare di quelli che hanno assolto in procedimenti affini il generale Mario Mori, condannato invece a Palermo a 12 anni di carcere, al pari di altri imputati con i gradi.

Ma oltre a questo, il “pentito di Stato” che volesse partecipare al concorso pur metaforico, ripeto, del pubblico ministero Di Matteo dovrebbe servire a incastrare Berlusconi. Che da presidente del Consiglio nel 1994 si sarebbe quanto meno prestato, senza denunciarlo alla magistratura,  al tentativo della mafia di strappare favori anche al suo governo tramite il loro presunto comune amico Marcello Dell’Utri.  Che, guarda caso, è stato condannato a suo tempo in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, ma per fatti e frequentazioni solo fino al 1992. Il “pentito di Stato” dovrebbe pertanto servire a smentire anche la vista troppo corta, e persino indulgente, dei giudici per la cui sentenza Dell’Utri è in carcere, per quanto in condizioni a dir poco precarie di salute.

Un ulteriore compito del “pentito di Stato” che cerca Di Matteo è quello di smentire il ministro dell’Interno del primo governo Berlusconi: non il forzista ma il leghista Roberto Maroni. Il quale ha appena raccontato, in una intervista, delle sollecitazioni e degli aiuti ricevuti dall’allora presidente del Consiglio nella forte azione di contrasto alla mafia culminata nell’arresto del capo Totò Riina, il 15 gennaio del 1995. Un arresto eseguito proprio negli ultimissimi giorni del governo Berlusconi, non certo all’insaputa del pur dimissionario presidente del Consiglio. E con un’operazione dell’allora colonnello Mori, fra i condannati dalla Corte d’Assise di Palermo nella sentenza di venerdì scorso.

Sembra un fumettone alla rovescia. Ma è una storia vera, segnata da fatti e sentenze contraddittorie dei tribunali, emesse tutte in nome del popolo italiano. Che avrebbe il diritto di sentirsi, a torto o a ragione,  quanto meno sconcertato.

 

 

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