Mattarella chiude a chiave il Quirinale alla piazza torinese del si alla Tav

             Il presidente della Repubblica ci ha pensato sopra per qualche giorno, tra il Quirinale e i palazzi esteri di cui è stato ospite nei suoi ultimi viaggi, e alla fine ha deciso per il no alle “madamine” che gli avevano chiesto udienza dopo avere riempito il 10 novembre la piazza torinese dello Statuto con trentamila “borghesucci”, come li ha chiamati Beppe Grillo, favorevoli alla Tav. E, più in generale, a tutte le grandi opere infrastrutturali osteggiate dal movimento delle 5 stelle per ragioni ambientali, o per paura della corruzione che potrebbe alimentare la realizzazione, o per dubbi sulla loro effettiva convenienza, o per una istintiva preferenza per la cosiddetta “decrescita felice” del Paese.

             Sergio Mattarella ha guardato a lungo – si presume-  le foto di quel raduno, ne ha letto le reazioni grilline e quelle di segno opposto, ha sentito alla televisione -credo- qualcuna delle “madonnine” sottrattesi all’invito ad un incontro ricevuto dalla sindaca grillina di Torino preferendo una visita preventiva al Quirinale, e ha deciso di tenersene lontano.

             La Tav e tutte le altre sigle che distinguono l’offensiva dei grillini  contro le grandi opere, fatta eccezione per la Tap, per la cui realizzazione Mattarella ha ritenuto di potersi spendere personalmente in una recente visita nel paese di origine del gasdotto con terminale italiano, sono per il capo dello Stato materie di troppa competenza governativa perché lui possa metterci il becco.

             Mi sembra francamente difficile evitare che passino per la scrivania, le mani e la testa del presidente della Repubblica questioni di pertinenza del governo, con tutte le firme che lui è chiamato dalla Costituzione ad apporre agli atti di governo, appunto, anche quando non li condivide e se  ne sente “dovuto”, dimenticando che di veramente dovuto non c’è proprio nulla al posto dove lui si trova. Il presidente della Repubblica ha gli strumenti per sottrarsi a ciò che non condivide oltre una certa misura, rinviando per esempio una legge alle Camere per una seconda deliberazione, come dice un’apposita norma costituzionale, o dimettendosi, piuttosto che promulgarla, se il Parlamento dovesse confermarla. Non parliamo poi di tutte le nomine che, comportando la firma del capo dello Stato, gli vengono preventivamente sottoposte dai governi di turno e cambiate quando non ottengono il suo aulico e preventivo assenso, con una procedura avviata nel 1955 al Quirinale da Giovanni Gronchi e mai dismessa dai suoi successori.

            Il no alla Piazza torinese del sì alla Tav, volente o nolente il capo dello Stato, si è politicamente tradotto in un intervento a sostegno della posizione grillina. Magari in funzione- sospetterà qualcuno della scuola di pensiero andreottiano secondo cui a pensare male si fa peccato ma sì indovina- della speranza che i pentastellati trascinandosi appresso i leghisti finiscano per ricambiare la cortesia assumendo una posizione meno intransigente nel confronto, chiamiamolo così, in corso con gli organismi comunitari sui conti troppo indebitati del governo gialloverde. E riescano così a risparmiare al presidente della Repubblica anche la tentazione che egli avverte ogni tanto, sino a farla comparire sui giornali e poi prudentemente smentirla o annacquarla, com’è appena accaduto, di non promulgare una legge di bilancio troppo osteggiata dall’Unione Europea, con tutte le procedure e gli altri inconvenienti del caso.

Eppure si chiama Governo, quello gialloverde ancora in carica

             No. Non è un albero di Natale quello che Emilio Giannelli ha proposto nella sua vignetta sulla prima pagina ai lettori del Corriere della Sera, anche se manca ormai poco più di un mese alle feste di fine anno. E gli addobbi relativi cominciano a comparire sulle nostre strade, nelle nostre piazze e nei centri commerciali che Luigi Di Maio, dalla postazione stellata di vice presidente del Consiglio a Palazzo Chigi, ci permette ancora di frequentare anche nei giorni festivi.

            Quello che Giannelli ha disegnato è un cumulo di rifiuti su cui troneggiano i due vice presidenti del Consiglio, lo stesso Di Maio e il leghista Matteo Salvini, divisi su cosa farne, o come trattarli. Se destinarli all’inceneritore più vicino, almeno uno in ogni provincia, estendendo dappertutto i buoni affari che fanno quelli operanti dove gli amministratori hanno avuto la fortuna, l’accortezza, il coraggio, come preferite, di lasciarli costruire e funzionare, o mangiarseli.

             La disputa fra i due vice presidenti del Consiglio, nell’abituale o sostanziale silenzio naturalmente del presidente titolare dell’ufficio di capo del governo, o di premier, come dicono all’estero, ha avuto l’inconveniente di non passare inosservata al presidente grillino della Camera Roberto Fico. Che è abituato come ogni napoletano a convivere con la monnezza ancor più di quanto la sua collega di partito Virginia Raggi stia cercando di fare nella Capitale con romani e ospiti, fissi o di passaggio.

            Il Foglio.jpg  La pronta protesta di Fico contro le bizzarrie inceneritrici di Salvini, destinata -ritengo mentre scrivo- ad essere recepita e rilanciata dal collega di partito Alessandro Di Battista in veste sia di reporter sia di mito del movimento delle 5 stelle, pronto al rientro anche fisico nella lotta politica italiana, ha allarmato Di Maio. Che, già critico di suo con Salvini per tante altre cose, anche quelle sulle quali i due si sono appena chiariti o accordati al telefono o a vista, ha alzato il tono della voce, ha portato le mani dove di solito stanno quando si dice a qualcuno che ha rotto i cosiddetti…e lo ha perentoriamente invitato a non creare tensioni fra i grillini e , più in generale, nel governo: per giunta, su un argomento estraneo al famoso contratto stipulato in primavera. Di cui prima o poi troveremo una copia anche sui comodini o nei cassetti delle camere d’albergo per il suo valore ormai biblico.

               Nel frattempo la combinazione ministeriale gialloverde continua il suo confronto o scontro, come preferite, con la Commissione Europea e altre istituzioni internazionali sui  conti italiani  “senza cedere di un millimetro”, come ripetono ossessivamente Salvini e Di Maio, e da qualche tempo anche il ministro dell’Economia Giovanni Tria, rinsavito rispetto alle prime posizioni attribuitegli, a torto o a Gazzetta.jpgragione, dai soliti animali travestiti da giornalisti. Che adesso starebbero giocando sporco pure col presidente della Repubblica Sergio Mattarella, indicato all’unisono con vistosi titoli di prima pagina dal Fatto Quotidiano di Marco Travaglio e da La Verità di Maurizio Belpietro di meditare un intervento a gamba tesa a favore dell’Unione Europea. Ciò avverrebbe  rifiutando la promulgazione del bilancio se il Parlamento l’approverà fregandosene delle osservazioni, critiche e quant’altro degli organismi comunitari.

                Va bene che anche quello di Sua Maestà Elisabetta II è un governo con qualche problema, come riferiscono le cronache da Londra. Ma è pur sempre un’impresa scambiare per un governo quello in carica a Roma.

 

 

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Spettacolo surreale al Senato offerto da forzisti e grillini in combinazione inedita

               Ho avuto paura che mi esplodesse il televisore insieme con la faccia della capogruppo forzista del Senato Anna Maria Bernini, troppo stretta forse nei ritocchi di mantenimento che vi si scorgono, quando ho visto e sentito la sua protesta nell’aula di Palazzo Madama contro il ministro grillino manifesto.jpgdelle infrastrutture Danilo Toninelli. Che -ho poi scoperto- aveva scandalizzato la parlamentare berlusconiana per avere festeggiato dal banco del governo, sollevando in aria il pugno chiuso, la conversione definitiva in legge del decreto che continua a portare ormai arbitrariamente il nome di Genova. Esso è infatti diventato più famoso, e controverso, con l’articolo fattovi inserire dal vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio, grillino pure lui, per sanare nel modo più vantaggioso possibile non solo i danni sismici ma anche gli abusi edilizi a Ischia. Che sono quasi quanto le case che vi esistono, in piedi o diroccate che siano dopo le scosse telluriche.

              IL fatto.jpg Il nesso anomalo fra il decreto per Genova, imposto dall’emergenza creatasi in agosto col crollo, non certamente sismico,  del ponte Morandi e la sanatoria edilizia a Ischia non poteva essere rappresentato meglio dall’insospettabile Fatto Quotidiano con la vignetta di prima pagina che sostituisce il ponte crollato della capitale ligure con quello progettato per unire Genova all’isola tanto cara a Di Maio. Cara, per motivi che dubito siano soltanto romantici o paesaggistici, visto che essa appartiene al suo territorio elettorale. Un bel viadotto da Genova a Ischia sarebbe davvero imponente. Provate a pensare, con la fantasia che ha dimostrato di avere fra i suoi riccioli il ministro Toninelli, quanti ristoranti, discoteche, sale da gioco per bambini, sale cinematofragiche, negozi straordinariamente aperti anche di domenica, palestre, officine, piste ciclcabili, commissariati di polizia e altre diavolerie potrebbero sorgere sul gigantesco manufatto.

                Anche se la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati – collega di gruppo della signora Bernini, e per qualche ora di notte, all’esordio di questa legislatura, sua concorrente al verticeRolli.jpg di Palazzo Madama per una proposta a sorpresa fatta a Berlusconi dal leader leghista Matteo Salvini- ha ritenuto di approfondire l’esame della situazione sospendendo la seduta e poi contestando a Toninelli quel pugno alzato in segno di festa, e non di protesta, la vicenda mi è apparsa subito e mi è rimasta surreale.

               Non capisco, per esempio, di cosa avesse da dolersi del decreto di Genova, e più in particolare della sua parte più controversa, quella riguardante Ischia, la capogruppo forzista del Senato dopo avere contribuito a salvarla, tra voti a favore e astensioni dei suoi collegi pubblicamente annunciati, dalla bocciatura rischiata per il dissenso di alcuni parlamentari del movimento grillino, ora sotto processo stellare e a rischio di espulsione.

               Né capisco perché il ministro Toninelli o altri al suo posto, magari dimenticando qualche vicenda giudiziaria loro contestata anche di recente, non abbiano ancora ringraziato Gazzetta.jpgi senatori di Forza Italia, campani e non,  che li hanno aiutati a conseguire quella che ritengono una grande vittoria “contro le lobby”, ha detto l’ormai più imprevedibile e incontenibile esponente del governo gialloverde. Per il quale evidentemente quella degli abusi edilizi, almeno ad Ischia, non è una lobby. Dev’essere un’associazione patriottica, o benefica, da premiare, magari rimproverando al buon Dio di averli “abbandonati” alla tentazione, per usare la nuova formulazione della preghiera del Padre Nostro appena sancita in Vaticano.  

Miracolo a Roma, e a Ischia, grazie alla capogruppo forzista del Senato

              Miracolo a Ischia. O, se preferite, miracolo a Roma per gli elettori di Ischia, sorpresi dall’infortunio occorso al loro beniamino Luigi Di Maio nella commissione del Senato, col ridimensionamento del condono edilizio insaccato nel decreto legge sul crollo del lontano ponte Morandi di Genova.

             In meno di 24 ore tutto è tornato come prima. Arrivato in aula, l’articolo ischitano del provvedimento, peraltro già approvato alla Camera, è stato ripristinato nella formula originaria. E ciò non perché i due dissidenti grillini che hanno sgambettato il governo in commissione facendo passare l’emendamento di una senatrice siciliana di Forza Italia hanno cambiato idea durante la notte, magari temendo l’espulsione già minacciata. Per niente. I dissidenti grillini sono anzi saliti di numero dopo l’incidente, pronti ad aumentare il distacco di un solo voto tra il sì e il no verificatosi in commissione.

             A ripensarci sono stati invece i senatori di Forza Italia. Che col pretesto di ridare dignità alla pratica del condono sostenuta in passato dal loro partito, e che i grillini vorrebbero adottare nascondendola con qualche altro nome, ma in realtà per non deludere le attese e gli interessi dei propri elettori nell’isola di Ischia si sono rivoltati alla collega sicula che aveva terremotato la legge in commissione.

            Tre senatori forzisti, in particolare, si sono autosospesi dal gruppo per potere liberamente votare a favore del ripristino del testo voluto dal governo. Ma, forse nel timore che i tre non potessero bastare, visto il malumore crescente fra i grillini, la capogruppo di Forza Italia  Anna Maria Bernini, avvolta nei suoi abiti aderentissimi e sempre in bilico su quei tacchi a spillo che porta, ha lasciato a tutti gli azzurri libertà di voto. E ciò, immagino,  con grande e sia pur nascosto sollievo del capo delle 5 stelle Di Maio. Che a dire il vero, all’esordio di questa legislatura, sarebbe stato ben felice di fare votare dai suoi senatori alla presidenza di Palazzo Madama proprio la Bernini, proposta dal leader Matteo Salvini al posto del candidato e capogruppo forzista Paolo Romani, indicato da Berlusconi ma contestato dai pentastellati per la vecchia faccenda di un telefonino di servizio  fatto usare dalla figlia quando  egli era assessore a Monza.

               Costretto a cedere, Berlusconi lo fece a vantaggio di Maria Elisabetta Alberti Casellati, più anziana anche di militanza forzista. E alla Bernini toccò la consolodazione della presidenza del murales.jpggruppo, dove la signora non lascia passare giorno senza auspicare diligentemente che Salvini si decida a rompere l’esperienza di governo con i grillini, pur autorizzatagli a suo tempo dal Cavaliere, e a ripristinare a tutti gli effetti il centrodestra. Ma questa del condono a Ischia non era evidentemente l’occasione buona per una crisi. Potenza dei condoni. Così Salvini e Di Maio possono ancora spalleggiarsi, come sui murales apparsi a Milano, e vivere allegramente i loro scontri quotidiani con l’Unione Europea sui conti del 2019 nelle mutevoli versioni  sfornate con lettere e quant’altro dal  ministro dell’Economia Giovanni Tria. Che tuttavia non si muove “di un millimetro”, come gli chiedono all’unisono i due vice presidenti del Consiglio , dalla sua ultima postazione di turno.

 

 

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Politici e giornalisti da sempre fratelli coltelli, di ogni colore e tribù

Non per difendere i grillini, per carità, ma solo per sbertucciare la loro presunta rivoluzione anche nei rapporti con i giornalisti e, più in generale, col mondo dell’informazione, vorrei ricordare che a darci dei “pennivendoli”, senza aspettare il loro arrivo, che certamente non poteva neppure immaginare, fu Ugo La Malfa dal palco di un congresso del suo partito: il Pri. Che fu per molti anni, a dispetto della sua consistenza elettorale, l’ago della bilancia di governi e maggioranze.

Pennivendoli e anche miserabbili, con la doppia b, ci gridò addosso il segretario del Pri reagendo agli attacchi, ma anche alle ironie, che si era guadagnato destituendo in tronco il collegio dei probiviri della formazione dell’edera presieduto da Pasquale Curatola. Esso aveva predisposto un documento critico sugli esponenti siciliani  di cui più si fidava il sicilianissimo La Malfa, a cominciare da Aristide Gunnella.

Poco mancò che lo stesso La Malfa nel 1975, vice presidente del Consiglio in un bicolore Dc-Pri guidato da Aldo Moro, non mi schiaffeggiasse nel cosiddetto Transatlantico di Montecitorio per avere rivelato sul Giornale diretto dal comune amico Indro Montanelli un suo incontro riservato con i corrispondenti dei giornali esteri a Roma. In quella occasione egli aveva espresso la convinzione che fosse “ineluttabile” il cosiddetto compromesso storico fra democristiani e comunisti, poi realizzatosi nella versione ridotta di un monocolore scudocrociato sostenuto esternamente dal Pci di Enrico Berlinguer.

Nella foga della protesta La Malfa arrivò a minacciare un intervento su Montanelli perché fossi licenziato, e “in tronco”. A Montanelli invece egli telefonò il giorno dopo per scusarsi dello scontro avuto con me. Altri anni, altri uomini.

Di schiaffi invece ne sono volati davvero nella buvette e nei corridoi di Montecitorio fra deputati e giornalisti. Memorabili, a loro modo, furono quelli scambiati fra il braccio destro di Giulio Andreotti, Franco Evangelisti, e Guido Quaranta, ora fra i più anziani dell’associazione della stampa parlamentare. Lui stesso li ha evocati in una delle quindici interviste  di testimonianza degli ultimi settant’anni  e più di politica raccolte da Giorgio Giovannetti per i “Passi perduti- Storie dal Transatlantico”, freschi di stampa per i “Quaderni delle Istituzioni della Repubblica”, editi da G. Giappichelli. E’ un libro decisamente e meritoriamente controcorrente rispetto alla rottamazione del Parlamento prevista, o auspicata, dai grillini a vantaggio della democrazia “digitale”. Grazie alla quale Montecitorio e Palazzo Madama potrebbero diventare musei o alberghi, secondo i gusti o le convenienze, potendo i cittadini provvedere da casa, usando il computer, a fare leggi e a far nascere e morire i governi.

Di quegli schiaffi a Quaranta, chiamato per la sua impertinenza “la supposta” da Alfredo Covelli, penso che Evangelisti fosse stato poi costretto a scusarsi con Andreotti. Al quale il mio amico Guido stava simpatico per quell’abitudine che aveva di tallonare i politici con un blocchetto di carta in mano. “Che fai? Mi vuoi multare?”, gli chiedeva sornione proprio Andreotti nei suoi panni di turno di ministro, o capogruppo democristiano della Camera, o presidente del Consiglio.

Non ebbe il tempo invece di reagire ad uno schiaffo di Luigi Barzini, fresco di elezione a deputato liberale, il vecchio giornalista della Stampa Vittorio Statera, rimasto basito per l’affronto e costretto a raccogliere  davanti alla porta dei gabinetti gli occhiali saltatigli dal naso.

Erano stati decisamente migliori i metodi usati contro lo stesso Statera da Alcide De Gasperi. Che, infastidito pure lui per l’insistenza con la quale il giornalista del quotidiano torinese cercava di sondarne progetti e opinioni, gli chiese una volta, davanti alla porta del suo ufficio di presidente del Consiglio, allora al Viminale: “Ma perché mi interroga sempre come un commissario di Polizia?”. E l’indimenticabile Aniello Coppola, dell’Unità, profittò subito della circostanza per chiedere a De Gasperi, che aveva appena scaricato i comunisti dal governo: “E’ una critica alla Polizia?”.

Sempre per La Stampa, toccò nel 1971 a Vittorio Gorresio scontrarsi, o subire l’assalto del presidente del Senato Amintore Fanfani. Che, non avendo gradito le cronache e i commenti del giornale torinese alla sua corsa al Quirinale, sviluppatasi in una serie di votazioni infruttuose per l’ostinazione di una parte dei deputati del suo partito, la Dc, a contrastarne la candidatura, apostrofò il pur anziano e autorevole giornalista nella buvette dandogli praticamente del servo di Gianni Agnelli. Che lesse dell’incidente sulla Stampa il giorno dopo, avendo Gorresio riferito puntualmente dell’accaduto. Ciò forse contribuì a suo modo al naufragio della già compromessa avventura dell’aretino. Nella votazione successiva a quell’episodio uno dei “franchi tiratori” della Dc si divertì a scrivere sulla scheda, dichiarata nulla sul banco della presidenza di Montecitorio da Sandro Pertini che l’aveva appena letta in silenzio: “Nano maledetto, non sarai mai eletto”.

Celebre è rimasto nella storia settantennale del Parlamento repubblicano anche lo schiaffo del solitamente impeccabile Alfredo Pazzaglia al giovane cronista politico del Giornale Antonio Tajani -sì, proprio lui, l’attuale presidente del Parlamento Europeo- che ne aveva scritto come di un pericolante capogruppo missino della Camera. E, ciò nonostante, impegnato dietro le quinte a fare le scarpe al segretario del partito Giorgio Almirante. Dal quale  Pazzaglia aveva peraltro appena ricevuto una telefonata di amichevole solidarietà, apprendendo così dell’articolo che non aveva ancora visto.

“Mi è sfuggita la mano sinistra”, si scusò poi Pazzaglia col vice presidente della Camera Alfredo Biondi, liberale, accorso in transatlantico per difendere Tajani e precedere le prevedibili proteste dell’associazione della stampa parlamentare. Cui seguì la deplorazione della severa presidente dell’assemblea Nilde Iotti. Che veniva da noi chiamata , con spirito più deferente che critico, “la zarina di Montecitorio”, e della quale è in alcuni tratti davvero toccante il racconto, anzi il ritratto umano, oltre che politico, fattone nei “Passi perduti” di Giorgio Giovannetti dal più stretto e fidato dei suoi collaboratori: Giorgio Frasca Polara.

Anche al solitamente pacioso Paolo Cirino Pomicino, al netto della simpatica vivacità napoletana, toccò una volta di derogare dalla linea prudente del suo amico e capocorrente Andreotti in tema di rapporti con i giornali. Gli capitò da ministro del Bilancio di precedere di parecchi anni la rivolta dei grillini contro gli editori “impuri”, che usano i giornali di loro proprietà per difendere attività di tutt’altro segno.

In particolare, Pomicino disse che i giornali italiani erano in mano a “poche famiglie” e che “prima o poi bisognerà occuparsene”: cosa, appunto, che si è appena proposto di fare il vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio per vendicare l’appena assolta sindaca di Roma Virginia Raggi dall’accusa di falso. Come se fossero stati i giornalisti a rinviarla a giudizio soccombendo col risultato di primo grado.

Così  Di Maio, iscritto peraltro all’Ordine dei Giornalisti della Campania nell’elenco dei pubblicisti,  ha tenuto il passo con l’amico e concorrente Alessandro Di Battista, stanco di viaggiare alla Che Guevara e smanioso di buttarsi nella mischia in Italia sotto le cinque stelle. E’ suo, dal lontano Nicaragua, il paragone fra giornalisti e “puttane”, con tanto di scuse a quest’ultime.

Non parliamo,  tornando indietro con gli anni, delle picconate della buonanima di Francesco Cossiga, quando era presidente della Repubblica, contro l’omonima Repubblica di carta e il suo editore Carlo De Benedetti, da lui trattato peggio che da Bettino Craxi. I cui rapporti con i giornalisti e gli intellettuali dei “miei stivali”, come scappò una volta di dire al leader socialista, raggiunsero picchi memorabili, fra le proteste di Sandro Pertini al Quirinale. Che con i giornali e i giornalisti aveva rapporti eccellenti, anche se ogni tanto, in verità, strapazzava gli uni e gli altri con telefonate di protesta per qualche torto che riteneva di avere ricevuto.

Che dire poi delle “iene dattilografe” gridate da Massimo D’Alema contro i colleghi giornalisti che non ne apprezzavano doti e sarcasmo? O del sospetto una volta espresso dal mitico direttore del Tg 3 Alessandro Curzi che il compagno di partito Claudio Petruccioli volesse fargli la festa alla Rai?

Ebbene, pur in presenza di reazioni a dir poco vivaci, nessuno fu davvero colto in quei tempi e frangenti da preoccupazioni vere per le sorti della libertà di stampa, presidio di una vera democrazia, come ha appena ricordato o ammonito Sergio Mattarella, evidentemente colpito pure lui dalla veemenza e dalla frequenza degli attacchi dei grillini a giornali e giornalisti non allineati, o non sufficientemente allineati,  tanto da potersi risparmiare il rimprovero appena rivolto in una intervista al Foglio dall’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli a quanti cedono il microfono al grillino di turno senza mai interromperlo con una domanda scomoda. O si mettono disciplinatamente in coda nella fila della lottizzazione di turno.

De Bortoli perse peraltro la direzione del Corriere dando del “maleducato di talento” all’allora presidente del Consiglio e segretario del Pd Matteo Renzi.

Evidentemente ora il clima politico, e sociale, è davvero cambiato. E si ha paura di quello che era impensabile pur dietro o davanti agli schiaffi e quant’altro, dopo l’avventura irripetibile di un giornalista -Benito Mussolini- che aveva eliminato la libertà di stampa in Italia.

 

 

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Il governo inciampa al Senato nel controverso condono edilizio di Ischia

             I muscoli esibiti dal governo contro l’Unione Europea con tanto di lettera in difesa dei conti, ma soprattutto delle previsioni di sviluppo portate a sostegno del maggiore deficit, e debito pubblico, si sono miseramente afflosciati nella commissione del Senato che si occupa della conversione in legge del decreto che porta il nome di Genova per l’emergenza creatasi col cedimento del viadotto Morandi. Ma dove il vice presidente grillino del Consiglio, facendone quasi una questione personale di fiducia nel suo partito e fuori, ha insaccato un condono edilizio molto generoso per moltissime case della lontanissima Ischia, abusive e travolte non da un ponte crollatovi addosso ma dal terremoto.

           Di questo condono la senatrice berlusconiana Urania Giulia Rosina Papatheu, eletta in Sicilia, ha proposto non l’abolizione ma un ridimensionamento, una versione insomma meno generosa, con un emendamento approvato a sorpresa con 23 voti contro 22, nonostante la defezione di un parlamentare forzista che ha cercato di sostenere la traballante maggioranza gialloverde.

          Rolli.jpgA far pendere la bilancia contro il governo sono stati il voto del senatore grillino Gregorio De Falco a favore dell’emendamento e l’astensione della collega di gruppo Paola Nugnes, entrambi già sotto processo nel loro movimento per non avere voluto approvare, neppure col ricorso del governo alla fiducia, la conversione del decreto legge su immigrazione e sicurezza nell’aula di Palazzo Madama.

           Ora i due senatori grillini, soprattutto De Falco, rischiano l’espulsione dal movimento e dal relativo gruppo parlamentare. Per De Falco, noto come l’ufficiale che dalla Capitaneria di Porto di Livorno il 13 gennaio del 2012 ordinò perentoriamente, con una parolaccia, al comandante Francesco Schettino di risalire a bordo della nave Concordia abbandonata nel naufragio davanti all’isola del Giglio, si prospetta uno spettacolo alla rovescia. Qualcuno gli ordinerà probabilmente di scendere, con o senza la parolaccia rafforzativa, dal movimento col quale è approdato al Senato nelle elezioni del 4 marzo scorso.

          L’incidente occorso ai grillini e, più in generale, alla maggioranza gialloverde nella commissione Ambiente e Lavori Pubblici di Palazzo Madama, anche se dovesse essere superato in aula con un contro-emendamento, magari rafforzato col ricorso generale alla fiducia su tutto il provvedimento per evitarne peraltro il ritorno alla Camera, conferma ad un tempo le tensioni esistenti nel movimento delle 5 stelle e la precarietà numerica della combinazione  di governo al Senato: elementi o circostanze che potrebbero aggravarsi negli sviluppi  della situazione politica.  

 

 

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Meno male che ci sono i vignettisti sulle prime pagine dei giornali

           Non è la prima volta, e non sarà neppure l’ultima, che di una rassegna dei giornali mi aiutino a capire ciò che è accaduto nelle ultime 24 ore più le vignette che gli articoli. Onore a chi le fa. Ma anche chi nelle redazioni è magari tentato di dissentirne, ma le lascia ugualmente in pagina per semplici, banali ragioni di tempo, non sapendo come rimpiazzarle all’ultimo momento, quando di solito esse arrivano sul tavolo di chi deve decidere.

          Vauro Senesi è riuscito sul Fatto Quotidiano a rappresentare come meglio non si poteva la notizia rimbalzata per tutta la giornata sulle misteriose ragioni per le quali il presidente del Consiglio, peraltro in partenza per Palermo alle prese con un’altra grana come quella della Libia, non riusciva a riunire attorno allo stesso tavolo i due vice e altri interessati alla famosa lettera di risposta ai commissari europei. Che l’attendono per trasformare il loro dubbi  sui conti del bilancio italiano del 2019 in una procedura d’infrazione.

           Senesi non ha avuto bisogno di telefonare a nessuno, né di consultare carte e cartine, per attribuire a Luigi Di Maio e a Matteo Salvini parole di sfide e di schermo da affidare alla penna di un Conte che sembrava un redivivo Totò, con tutti quei punti e punti e virgola con cui separare invettive e quant’altro. Bravissimo.

          Rolli.jpgLo stesso ha fatto sul Secolo XIX Stefano Rolli immaginando i due vice presidenti del Consiglio ignari di dove fosse il loro presidente, occultatosi fra di loro con un berretto che poteva però farlo somigliare al ministro ormai più imbarazzato e imbarazzante del governo gialloverde per le tante parti in commedia, o in tragedia, secondo gusti e circostanze, impostegli dalla contrarietà del presidente della Repubblica all’esplosione di una crisi in questi frangenti. Parlo naturalmente del Ministro, anzi superministro dell’Economia Giovanni Tria.

           Felicissima è stata anche la traduzione nella vignetta di Nico Pillinini, sulla prima pagina della Gazzetta del Mezzogiorno, degli insulti e minacce grilline a giornali e dintorni non allineati agli umori pentastellati, e della difesa della libertà di stampa assunta dal capo dello Stato alla prima occasione offertagli dalla sua agenda Gazzetta.jpgdi incontri, fra un viaggio e l’altro. Il problema dei grillini, in effetti, come ha rappresentato Pillininin con quella trasposizione di targhe, è di passare dall’Ordine dei Giornalisti all’Ordine ai Giornalisti, molti dei quali purtroppo ben disposti a eseguirli, magari per partecipare alle lotterie dei posti, o più banalmente a quella degli ospiti e degli indici di ascolto delle loro trasmissioni.

          Per una volta mi posso riconoscere nell’urticante editoriale dedicato dal direttore Alessandro Sallusti, sul Giornale della famiglia Berlusconi, all’ospitalità offerta da Massimo Giletti, davanti alle telecamere de la 7, al vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio per la puntata settimanale di una trasmissione che ora ho capito meglio perché si chiama, in negativo, “Non è l’arena”. Appunto, non è, almeno per Di Maio. 

 

 

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Tra le lenzuola, le paure e le allusioni di Di Maio, Salvini e Berlusconi

              Quegli eterni e simpatici goliardi del Foglio –simpatici specie quando riescono a liberarsi di una certa supponenza da  sapientoni, che li fa sentire più informati, più colti, più furbi ed anche più fortunati nella ricerca del mecenate di turno, necessario come il primo, che fu Silvio Berlusconi “di tendenza Veronica”, ad un giornale che voglia vivere bene, a prescindere dalle copie che riesce a mandare nelle edicole, e soprattutto a vendere- cominciano ad essere davvero insofferenti di fronte al protrarsi del matrimonio di convenienza politica fra Matteo Salvini e Luigi Di Magio. Schermata 2018-10-20 alle 06.42.58.jpgE al sospetto, la paura e quant’altro che da interesse, tanto da essere stato valutato e autorizzato a suo tempo dal socio elettorale del leader leghista in una cerimonia d’investitura in quel di Arcore, l’unione non sia diventata un po’ anche d’amore: un po’ secondo gli auspici murali della prima ora, dipinti a mezza strada fra la Camera e il Senato, coi due giovanotti, ancora aspiranti in quel momento al vicino Palazzo Chigi, abbracciati e allabbrati, come ho sentito dire una volta in gergo sconosciuto in una borgata romana.

               Consapevoli di quanto si siano complicate le cose dopo cinque mesi abbondanti di governo gialloverde, la brava e avvenente Annalisa Chirico, che Giuliano Ferrara si diverte a chiamare Chirichessa, immaginandola badessa e chissà cos’altro nella sua incontenibile e virtuosa fantasia, non è stata lasciata sola a esplorare la situazione e a prevedere come e quando si potrà contare sulla fine dell’esperimento. E così è venuta fuori un’articolessa, come si dice in  gergo più o meno professionale di un pezzo tanto lungo quanto presuntuoso, cui possono dire di avere a loro modo contribuito l’ex direttore di Repubblica Ezio Mauro, il successore Mario Calabresi, il direttore della Stampa Maurizio Molinari, il direttore -credo- del Messaggero Virman Cusenza, il suo illustre editorialista Carlo Nordio, Angelo Panebianco e Antonio Polito del Corriere della Sera, il direttore del Tg de la 7 Enrico Mentana, il direttore editoriale di Libero Vittorio Feltri, Lucia Annunziata, il professore Luca Ricolfi e Carlo Bonomi, di Assolombarda. Se ne ho dimenticato qualcuno, chiede umilmente scusa.

                Ma più umilmente vi debbo confessare il risultato modesto di tanta e così affollata lettura. A parte un senso generale di fastidio, qualche volta anche di delusione e preoccupazione degli interessati per le condizioni del governo, mi è rimasto assai poco nelle meningi.

               Di forte e chiaro mi è risultato il sottinteso che, magari sbagliando, ho trovato nella grande vignetta che ha preceduto graficamente l’articolo e un po’ forse l’ha riassunto e vanificato. Alludo a quel Luigi Di Maio fuori campo, che forse in versione maschile della ex fidanzata di Salvini recentemente staccatasi fotograficamente da lui, rimprovera dal letto il ministro dell’interno di essersene andato “dopo avermi tolto tutto”. Alludo inoltre a Salvini, che si riveste, magari per correre da Berlusconi,  dicendogli: “Sai, Gigì, è la cosa che più mi piace dei noir. I protagonisti sanno quale sarà il proprio destino. Ciò nonostante vanno fino in fondo”.

            Salvini.jpg  Che cosa poi Salvini, una volta raggiuntolo, abbia potuto o voluto dire al suo vecchio e non ancora del tutto scaricato socio elettorale del centrodestra, appena lamentatosi del pericolo di una dittatura che correrebbe il Paese col governo gialloverde, non è neppure il caso di inventarselo perché è stato lo stesso leader legista, parlandone con i giornalisti, a liquidarlo come “un frustrato”. Gli credo, dopo tutti quei voti che Salvini, in sorpasso già da 4 marzo scorso, continua a  prendere a Forza Italia nei sondaggi e negli appuntamenti veri con le urne locali.

 

 

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Il tribunale assolve a Roma la sindaca Raggi e i grillini condannano i giornali

              L’assoluzione – per in quanto in primo grado- della sindaca grillina di Roma Virginia Raggi dall’accusa di falso ha colto così di sorpresa i vertici del suo partito, non a caso pronti a scaricarla sino ad un attimo prima applicandole in caso di condanna  il loro interdittivo codice etico, da averli fatti impazzire.

              “Hanno perso la testa”, ha titolato su Repubblica il direttore Mario Calabresi il suo commento alle reazioni dei vari Luigi Di Maio ed Alessandro Di Battista: tutti inviperiti non contro gli inquirenti che hanno portato a giudizio la sindaca ma contro i giornalisti che ne hanno raccontato la vicenda giudiziaria, purtroppo parte anche della sua vicenda politica e amministrativa.

             I giornalisti saranno pure quegli “sciacalli”, quei “prostituti” e quegli “avvoltoi con sembianze umane” apostrofati, per ultimo, dall’ex o dal ritrovato marito della sindaca di Roma. Gli editori “impuri”, che usano o sfruttano i giornali per investire la loro influenza in altri affari ben più consistenti, saranno pure quei malviventi ai quali il vice presidente grillino del Consiglio è tornato a proporsi di tagliere unghie, mani e quant’altro con una epocale “riforma” della stampa. Ma dovrebbe pur dire qualcosa ai rivoluzionari pentastellati la vignetta che ha dedicato alla vicenda Raggi sulla prima pagina un giornale insospettabile come Il Fatto Quotidiano dell’ancora più insospettabile Michele Travaglio, appena spesosi col solito editoriale sarcastico contro i critici dell’amministrazione grillina del Campidoglio.

            Riccardo Mannelli ha fatto dire ad una composta e soddisfatta sindaca Raggi appena assolta: “Visto? Io non ho fatto nulla..”. E le ha fatto rispondere “ecco, appunto” da una voce fuori campo non proprio soddisfatta, diciamo così, di quello che la signora non ha fatto per risparmiare ai romani lo stato a dir poco penoso cui è Fatto.jpgridotta la città dopo due anni, non due settimane o due mesi, di sua amministrazione, per quanto pesante sia stata -per carità- l’eredità lasciatale dai predecessori, compreso l’ultimo: l’immaginifico Ignazio Marino.

             Lo spirito, diciamo così, della vignetta di Mannelli si ritrova in fondo anche nel titolo di copertina scelto dal Fatto Quotidiano per rappresentare la situazione: “Raggi assolta e condannata a governare”. Condannata a governare significa che deve decidersi a farlo, per forza, visto che sinora non ha voluto o potuto farlo per una somma, diciamo così, di sfortunate coincidenze. Fra le quali metterei anche il fiato al collo che non ha certamente fatto mancare alla Raggi il suo movimento politico, silenzioso e forse anche compiaciuto di quei titoli degli odiatissimi giornali in cui la sindaca veniva rappresentata sotto il “commissariamento” dei suoi referenti. E non dico altro sui rapporti fra sindaca di Roma e partito appartenenza.

            sputasemntenze.jpgVorrei dire invece qualcosa agli “sputasentenze” del movimento grillino giustamente messi alla berlina dal manifesto per l’abitudine che hanno preso di processare i giornali, e di sentirsi vittime di una loro presunta persecuzione. Vorrei dire loro, abusando un po’ della scuola di Indro Montanelli frequentata in una decina d’anni di esperienza al suo fianco al Giornale, che la testa non si perde solo quando la si ha. C’è gente, come scrisse appunto Montanelli una volta commentando con uno dei suoi fulminanti corsivi controcorrente una sfuriata dell’allora segretario della Dc Flaminio Piccoli in una riunione di corrente, che “riesce, diavolo, a perdere anche quello che non ha: la testa”.

            Temo che i grillini, e loro estimatori, la stiano perdendo, la testa che non hanno, anche adesso facendo spallucce ai trentamila senza tessere che hanno riempito la piazza più grande e famosa di Torino per protestare contro i no dei grillini alla Tav e, più in generale, a tutte le grandi opere infrastrutturali che fanno migliorare  un paese, o agli eventi che costituiscono altrettante occasioni di crescita.

          Torino.jpg Preceduti dai quarantamila scesi in piazza e per le strade, sempre di Torino, nel 1980 per liberare la Fiat dai picchettatori che la volevano bloccare inseguendo con i sindacati  modelli cervellotici e demagogici di sviluppo,  i trentamila torinesi di 38 anni dopo hanno mandato lo stesso segnale, insieme, di coraggio e di realismo. Li ha in qualche modo imitati a Milano il sindaco Giuseppe Sala mandando alla sua città d’origine, Avellino,  come a quel posto di grillina memoria,  il vice presidente del Consiglio Di Maio col progetto di imporre ai negozi la chiusura domenicale.

 

 

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