Giuseppe Conte sotto il ponte, forse non soltanto quello nuovo di Genova

            Rischia di tradursi in una beffarda metafora personale la corsa odierna  di Giuseppe Conte a Genova per inaugurare, a due anni esatti dalla tragedia che costò la vita a 43 persone, la “radura della memoria” allestita in loro onore sotto il ponte che ha sostituito quello crollato. E su cui scorre intenso e festoso, di notte e di giorno, il traffico della ripresa, della speranza e dell’orgoglio di una città e dell’Italia intera.

            A leggere le cronache e analisi politiche di Repubblica, che lo ha indicato “ora più debole” in un retroscena firmato da Claudio Tito, il presidente del Consiglio potrebbe essere a sorpresa la vittimaTito su Conte.jpeg designata di un accordo preso alle sue spalle, o sulla sua testa, fra il segretario del Pd Nicola Zingaretti, Beppe Grillo e Luigi Di Maio per completare la svolta governista del Movimento 5 Stelle. I cui militanti sono stati improvvisamente chiamati ieri alla solita consultazione digitale per eliminare il limite statutario dei due mandati elettivi a  livello locale, per ora, data l’urgenza del voto regionale e comunale del 20 settembre, e per consentire accordi con gli altri partiti, a cominciare dal Pd.

            Contrario o diffidente in questa direzione sino a qualche giorno fa, l’ex capo del movimento grillino Luigi Di Maio, che ha conservato tutta la sua visibilità dalla postazione di ministro degli Esteri, non perdendo mai occasione per Tito Su Di Maiointervenire su tutti i temi di politica interna e sulle vicende del proprio partito, si sarebbe convertito all’idea dell’estensione, in tutti i sensi e a tutti i livelli, della tormentata e forzata alleanza col Pd in funzione antileghista ritenendo di potere a questo punto rivendicare il diritto di gestirla in prima persona, senza più passare per Conte. Che avrebbe dimostrato troppo spesso di lavorare per sé più che per il movimento che lo ha portato a Palazzo Chigi. “La guerra sotterranea tra Di Maio e Conte ora si sta combattendo anche su questo piano”, ha scritto Claudio Tito.

            Con questa analisi dell’editorialista di Repubblica non concorderanno magari al Fatto Quotidiano, per il quale Conte è un mito insostituibile. Ma curiosamente i due giornali si Titolo Repubblica su Di Maio.jpegritrovano nei loro titoli in prima pagina a sottolineare il peso e il ruolo Titolo Fatto su Di Maio .jpegproprio del ministro degli Esteri in questo passaggio digitale in corso, diciamo così, nel movimento grillino. “La svolta- Di Maio. Alleanza col Pd”, è il titolo di Repubblica. “Di Maio. “Votiamo sì per Raggi e alleanze”, è il titolo del giornale diretto da Marco Travaglio.

            Conte insomma, come accennavo, rischia di trovarsi davvero sotto il ponte, e non soltanto a Genova. E neppure gli può essere di totale conforto sul piano personale e politico la decisione annunciata dalla Procura di Roma di aprire e chiudere al tempo stesso le indagini reclamate con ricorsi ed esposti di privati contro di lui e un bel po’ di ministri per i ritardi, le contraddizioni e quant’altro nella gestione dell’emergenza virale.

           Probabilmente la richiesta di archiviazione sarà accolta dal cosiddetto tribunale romano dei ministri, che svolge le funzioni di giudice delle indagini preliminari sui cosiddetti Schermata 2020-08-13 alle 07.09.50reati ministeriali. Ma bisognerà vedere come finiranno le indagini in corso a Bergamo sulle zone rosse di Alzano e Nembro: quelle di cui si è occupato ieri con domande quasi da inquirente in un editoriale sul Corriere della Sera il due volte ex direttore Paolo Mieli. Domanda per domanda, mi chiedo se gli inquirenti di Bergamo si lasceranno dettare la linea da quelli di Roma.

 

 

 

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Il miracolo della nostalgia dei vecchi partiti e delle loro scuole

Quei cinque deputati che hanno chiesto il bonus anti-covid o quei tre che lo hanno pure ottenuto dall’Inps senza violare formalmente alcuna norma ma finendo ugualmente sotto le lenti, e nei fascicoli, di uffici formalmente addetti al contrasto delle frodi, hanno prodotto fra i vari inconvenienti anche quello di farci chiedere come e perché mai sia scesa così in basso la selezione della classe politica. Che poi è classe dirigente anche quando fa l’opposizione, e perciò le pulci a chi governa nel tentativo, che ogni tanto gli riesce pure, di scalzarlo e sostituirlo.

Sino a prova contraria, essendosi continuato sempre a votare liberamente in Italia dal 1946 dopo la caduta del fascismo e la fine della guerra -per la scelta della Repubblica, la Costituente e poi le Camere di ben diciotto legislature-  la classe politica è stata selezionata dagli elettori, cioè da noi tutti. Se il suo livello è caduto così in basso, sino a finanziarsi illegalmente trascinandosi appresso la cosiddetta prima Repubblica e ora persino ad approfittare come un indigente qualsiasi della sprovvedutezza o buona fede del governo di turno, e del Parlamento che ne ha approvato le scelte, per intascarsi in tre casi, e cercare di farlo in cinque, seicento miserabili euro al mese per due volte e mille per la terza, dovremmo pendercela anche con noi stessi.

Col nostro consenso, non contro, è almeno dal 1991, cioè da 29 anni, che abbiamo accettato con un referendum abrogativo delle preferenze plurime di rinunciare ad una parte della Pannella.jpegselezione della classe politica. La parte residua, cioè la preferenza unica sopravvissuta a quel Mario Segnireferendum vinto dal compianto Marco Pannella e dal vivo e vegeto Mario Segni, Mariotto per familiari e amici, fu soppressa dalla legge che disciplinò gli effetti di quel voto popolare. Fu una legge, battezzata Mattarellum dal compianto Giovanni Sartori, per i tre quarti maggioritaria, che consentiva di scegliere in ogni collegio fra un candidato ciascuno dei partiti in lizza, e per un quarto proporzionale. Che mandava in Parlamento i parlamentari nell’ordine in cui i loro partiti li avevano proposti agli elettori, senza alcuna possibilità di scartarne uno, in una lista cortissima, chiamata perciò “listino”.

Pannella -pace all’anima sua- e il mio carissimo amico Mariotto, pur mossi dal proposito dichiarato di ridurre quella che chiamavano “partitocrazia”, cioè il potere dei partiti, praticamente tutti divisi in correnti ma alla fine convergenti, secondo il linguaggio del leader radicale, in una “cupola” come tante altre di questo Paese, finirono per moltiplicarne la forza.

Da allora, una volta che abbiamo deciso quale partito o movimento o lista votare, se decidiamo di andare alle urne e non al mare, o ai monti, secondo le stagioni e i gusti, o starcene semplicemente a casa, non ci rimane altro da fare. Il partito provvede a tutto il resto. E ciò varrà anche se la legge elettorale, com’è nel progetto o nei desideri della maggior parte delle forze politiche oggi in campo, tornerà interamente proporzionale. Di ritorno alle preferenze neppure a parlarne, perché solo ad accennarne si rischia di essere accusati di volere i voti venduti e comperati, come se quelli alle liste bloccate non fossero esenti da pratiche mercantili. Si rischia cioè di passare per sostenitori della corruzione e persino del deficit: già, pure del deficit, perché ci sono analisti che hanno attribuito al sistema delle preferenze anche le epoche dei disavanzi e del debito in crescita. Che nel frattempo è aumentato alle cifre stratosferiche che conosciamo, appena salito in questi giorni di un altro centinaio di miliardi di euro per effetto dell’epidemia virale.

Per fortuna questa volta, a parte i “furbetti” del bonus anti-covid, la  corruzione non c’entra. O c’entra poco, del resto “spazzata” via trionfalisticamente con una legge  nella quale i grillini, durante l’anno e più di governo con i leghisti, hanno infilato -visto che si trovavano- una norma in vigore dal primo gennaio sulla prescrizione breve, decapitata dalla prima sentenza. Per i due gradi successivi di giudizio il tempo a disposizione della magistratura è infinito. E tale rimarrà sino a quando la maggioranza giallorossa non riuscirà -se mai vi riuscirà- a riformare il processo penale per garantirne la “ragionevole durata” genericamente assicurata dall’articolo 111 della Costituzione.

Nel frattempo -dicevo, ma andando ancora più indietro negli anni- i partiti che noi anziani avevamo imparato a conoscere, seguendone congressi, convegni di corrente anticipatori di svolte politiche, tutte poi sottoposte al giudizio degli elettori, come avvenne col centro-sinistra dopo il congresso della Dc del 1962 e il rinnovo del Parlamento nel 1963, sono scomparsi. Ne hanno preso il posto emuli che dei congressi fanno bellamente a meno. O, peggio ancora, sono sopraggiunte formazioni dichiaratamente, sfacciatamente personali o personalistiche. Non è vero forse?

I vecchi tanto odiati partiti delle “copule” denunciate da Pannella, al netto certamente dei suoi meriti per la crescita dei diritti civili in Italia, a cominciare dall’introduzione del divorzio, non erano solo ritrovi di clientele, che certo non mancavano, per carità, ma Frattocchie.jpeganche scuole di formazione. La più rigorosa e famosa fu quella del Pci alle Frattocchie, alle porte di Roma, rispetto alla quale impallidiva quella della Dc alla Camilluccia, più celebre per le riunioni Scuola comunistadella direzione nazionale del partito o per i “vertici” che vi si svolgevano nei momenti più difficili, come quelli conclusivi delle tante crisi di governo attraverso le quali si celebrarono le quattro grandi esperienze o formule della prima Repubblica. Esse furono il centrismo degasperiano, il centro-sinistra di Amintore Fanfani, Aldo Moro, Mariano Rumor ed Emilio Colombo, la “solidarietà nazionale” di Giulio Andreotti a Palazzo Chigi e Moro a Piazza del Gesù, sino al suo tragico sequestro, e il centrosinistra allargato ai liberali e guidato, in ordine cronologico, da Bettino Craxi, Giovanni Goria, Ciriaco De Mita e di nuovo Andreotti.

Della scuola comunista alle Frattocchie molto si è scritto e persino favoleggiato, ma senza mai riconoscerle curiosamente il merito che ebbe di anticipare di moltissimi anni, senza che Lenin.jpegnessuno se ne accorgesse, neppure fra i militanti del Pci e i ristoratori ruspanti delle feste dell’Unità, la rottura culturale con Lenin. Il quale aveva preso il potere in Russia dicendo che il governo rivoluzionario dei soviet nasceva di suo così forte ed efficiente da poter essere “presieduto” anche dalla sua “cuoca”.

Altro che la cuoca di Lenin, o poi “la casalinga di Voghera” senza pretese rivoluzionarie, altro che “l’uno vale uno” sbandierato al loro esordio politico in funzione anti-casta dai grillini al primo vagito di quella che alcuni hanno già chiamato “la terza Repubblica”. Il Pci di Palmiro Togliatti volle che i suoi funzionari e i suoi candidati al Parlamento fossero culturalmente e socialmente attrezzati.

Il rispetto per il Parlamento, per la sua sovranità, le sue prerogative era talmente forte in Togliatti ch’egli mai volle disgiungere la carica di segretario del partito da quella di capogruppo alla Camera. E nell’approvazione della Costituzione del 1947 non condivise la “stranezza” di una Corte Costituzionale pensata non solo per decidere della conformità alla Costituzione delle leggi ereditate dal fascismo ma anche di quelle che avrebbe poi approvato il Parlamento della Repubblica. D’altronde, anche Pannella avrebbe poi bollato la Corte del Palazzo della Consulta, una volta vistala realizzata e all’opera, come una “cupola” anch’essa perché ogni tanto contraria a qualcuno dei referendum promossi a grappoli dai radicali. Sono cose che ai nostri giovani nessuno più racconta.

La Democrazia Cristiana, dal canto suo, pur essendo il partito centrale per la storica vittoria elettorale del 1948, destinato persino dagli accordi di Yalta conclusivi della seconda guerra mondiale a non temere un sovvertimento degli equilibri politici interni, col Pci filosovietico relegato all’opposizione da quello che Alberto Ronckey avrebbe poi chiamato “il fattore K”, non lasciò all’improvvisazione la gestione del governo. Ferree regole interne imponevano la gavetta anche agli ambiziosi più sgomitanti e persino preparati. Non si diventava ministri dalla sera alla mattina, ma solo dopo aver fatto i sottosegretari. E non si diventava sottosegretari senza essere mai stati relatori di leggi importanti o presidenti di commissione parlamentare. Il professionismo politico non era un difetto o un vizio, ma una virtù.

Se ne sono resi conto, una volta arrivati in Parlamento, e poi nel governo entro una sola legislatura, anche i grillini rimettendo in discussione il principio o addirittura la filosofia del massimo di due mandati elettivi, tanto a livello nazionale quanto a livello locale.

Non hanno giocato in questa direzione, fra i pentastellati, solo le ambizioni dei singoli ma anche la consapevolezza, una volta alle prese con i problemi del governo, che una classe dirigente non si improvvisa ma la si forma. In fondo, ma molto in fondo, persino la sindaca di Roma Virginia Raggi nel reclamare il diritto di riprovarci prima ancora del cambiamento delle regole interne, annunciando la ricandidatura e strappando il consenso ad un Beppe Grillo che aveva scomodato un imitatore di Trilussa per invitarla a rinunciare perché troppo in alto rispetto ai concittadini, come la volpe con l’uva acerba, ha tratto dall’esperienza compiuta nel suo primo mandato motivo per ritenere, o sperare, di poter far meglio la prossima volta. E ciò anche se la scommessa, francamente, della prima cittadina ormai uscente di Roma per le condizioni alle quali è stata ridotta la città dai grillini, a furia di improvvisare e cambiare assessori, sembra disperata.

Debbo dire che nel primo passaggio tra una Repubblica e l’altra, quando la rapidità e radicalità dell’offensiva giudiziaria contro i vecchi partiti di governo indusse Silvio Berlusconi a improvvisare con un grido da stadio – Forza Italia- la formazione di un partito che gli avversari definirono “di plastica”, ma che molti orfani elettoralmente della Dc o del Psi o dei partiti laici considerarono un rifugio, fui involontario testimone e persino partecipe della sua consapevolezza di dover formare una nuova classe politica e dirigente, e non solo di raccogliere quella degli altri partiti scampata alla decimazione giudiziaria.

Accettai per qualche settimana nella tarda primavera o estate del 1993, quando il Cavaliere era tentato dalla politica ma non  ancora deciso davvero, di contribuire a corsi di formazione politica, in una località vicino a Lugano, per il personale di Pubblitalia selezionato da Marcello Dell’Utri per l’avventura della famosa “discesa in campo” del Cavaliere. Lo stesso Dell’Utri concludeva personalmente quei corsi parlando ai suoi dipendenti, per esempio, di Dante o di Manzoni. Questo è il personaggio che personalmente ricordo: altro che il mafioso o il tessitore o complice di trame stragiste che poi i tribunali hanno sfornato con sentenze anche definitive.

Il fatto è che ci attendevano, in quel passaggio dalla prima alla cosiddetta seconda Repubblica, per non parlare delle successive, stagioni solo di confusione e illusioni. La principale delle quali fu quella proprio di poter improvvisare una nuova classe dirigente, mandata direttamente al governo dagli elettori, saltando tutti i passaggi intermedi dei partiti, non a caso diventati da veri a finti. E ora ne paghiamo tutti le conseguenze. Dai nipoti siamo precipitati ai pronipoti di Lenin.

 

 

 

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Il Corriere “processa” Conte per la ritardata emergenza Covid nel Bergamasco

            Anche perché un po’ gli assomiglia nel viso e in certe pose televisive, mi ha subito intrigato l’editorialista e più Paolo Mielivolte direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli nelle vesti di Alfred Hitchcook alle prese con gli aspetti oscuri, gli “imbarazzi” e le “domande lecite” sulla condotta del governo, e del presidente del Consiglio Giuseppe Conte in particolare, durante la fase più calda e pericolosa dell’emergenza virale, nei primi giorni di marzo.  

            Nel “fondo” che gli ha in gran parte dedicato Mieli sul più diffuso giornale italiano Conte se l’è cavata abbastanza bene sulla parte che pure è sembrata ultimamente più rischiosa delle polemiche che lo hanno investito: la decisione di confinare -traduzione in italiano del lockdown propinatoci da giornali e televisioni- tutta l’Italia e non solo quella del Nord consigliatagli dal comitato tecnico-scientifico con documenti che si è poi inutilmente cercato di non diffondere.

            Apparterebbero al “senno di poi”, notoriamente inutile, le polemiche sui danni ingiusti, e ingenti, che avrebbe subito il Sud con un blocco che poteva essergli risparmiato attenendosi alle indicazioni degli scienziati e specialisti pur evocati a difesa di tante altre decisioni annunciate di notte a Palazzo Chigi e tradotte in decreti presidenziali esenti da ogni passaggio parlamentare. Il governo si mosse, secondo Mieli, in modo “adeguato”.

             I “governatori” meridionali, di centrodestra ma anche di centrosinistra, si mettano quindi l’anima in pace e la smettano di fornire argomenti o di inseguire Matteo Salvini negli attacchi quotidiani al presidente del Consiglio. Del quale il leader leghista non ha ancora digerito il processo fattogli l’anno scorso nell’aula del Senato come vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno dal professore che sino a qualche settimana prima lo aveva assecondato, sino a posare con lui davanti ai fotografi per festeggiare i decreti di sicurezza sfornati prima dal Viminale e poi da Palazzo Chigi.

            Quello che invece Mieli-Hitchcock non perdona a Conte, e in qualche modo neppure al ministro della Sanità Mieli.jpegdall’ottimistico cognome di Speranza, è il ritardo di due giorni o poco più, fra il 3 e il 5 marzo, nel recepimento dell’allarme rosso lanciato dal comitato tecnico-scientifico su “Alzano, Nembro e praticamente tutto il bergamasco”. “E’ lecito domandarci -chiede Mieli, facendo un po’ concorrenza a quei magistrati che si occupano proprio di questa vicenda- come possa accadere che con un’emergenza del genere trascorrano quarantotto ore prima che un’informazione di importanza primaria, vitale, giunga all’attenzione dell’uomo che è alla guida del Paese” e che poi si prende qualche altra  ora per rifletterci sopra? Bella domanda.

 

 

 

 

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Dario Franceschini contraddetto dalla moglie nel giudizio politico sui grillini

Non so, francamente, se fra i più convinti ma di sicuro fra i più esposti nel Pd a favore del carattere non tattico ma strategico dell’alleanza di governo con i grillini, estendendola quindi il più possibile in periferia, il ministro Dario Franceschini ha qualche motivo più di altri per riflettere sull’intervista rilasciata al Corriere della Sera dalla giovane moglie Michela Di Biase. Che lui conobbe, innamorandosene, come lei stessa ha voluto precisare per smentire di averne ricavato chissà quali vantaggi politici, quando era già capogruppo del Pd in Campidoglio, prima di essere eletta al Consiglio regionale del Lazio.

Come capogruppo capitolina del Pd la signora si era già guadagnata dai colleghi di partito e da altri la qualifica dell’”anti-Raggi” per la puntigliosa denuncia -ha ricordato- delle “storture” della sindaca grillina. Che con un coraggio pari, secondo me, alla temerarietà ha Virginia Raggi.jpegappena confermato di volersi ricandidare l’anno prossimo, nonostante Beppe Grillo in persona avesse cercato nei mesi scorsi di dissuaderla dicendo, o facendo scrivere in rime romanesche ad un amico sul suo blog, che i cittadini della Capitale non la “meritano”.

“Daje”, ha detto invece adesso il fondatore, garante, “elevato” e quant’altro del Movimento 5 Stelle arrendendosi anche lui -temo-al caos in cui si è trasformato quello che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte l’anno scorso, dopo il dimezzamento subìto nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo rispetto ai voti del 2018, definì generosamente “il travaglio” politico e identitario del partito che lo aveva portato a Palazzo Chigi.

“Mi dispiace -ha detto la signora Franceschini al Corriere– che Raggi non voglia fare un’operazione verità su se stessa e l’operato della giunta. Non so come faccia ad affermare che i conti sono Di Biase al Corrierein ordine, visto che non si presenta all’approvazione dei bilanci come socio Ama, l’azienda municipalizzata” forse più invisa ai romani, oltre che più dissestata, per i rifiuti che sovrastano e impuzzolentiscono la città. Dove ci sono “quartieri interi” -ha raccontato l’ex capogruppo del Pd in Campidoglio- in cui la spazzatura non è stata raccolta per 40 giorni di seguito”.

Per fortuna della Raggi l’intervistata dal Corriere né di suo né stimolata dalle domande ha parlato delle condizioni delle strade e del traffico a Roma. Dove la sindaca ha appena assicurato che entro la scadenza del suo mandato avrà fatto “sistemare 780 degli 800 chilometri di strada” del territorio comunale. Peccato che alla fine dell’operazione -lo scommetto- saranno moltissimi i romani convinti di vivere e di muoversi nei 20 chilometri mancanti della bonifica immaginata dalla sindaca uscente.

Dalla sua postazione attuale del Consiglio regionale del Lazio, dove pure il Pd  con Nicola Zingaretti nella doppia veste di segretario del partito e di “governatore” ha un rapporto abbastanza buono con l’opposizione grillina. Michela Di Biase ha indicato i pentastellati come “i capponi di Renzo che si beccano tra di loro” e la Raggi in Campidoglio contemporaneamente “eterodiretta” dal suo movimento, che infatti quasi si vantò all’inizio del mandato di averla “commissariata”, ed “egoriferita”, cioè accentatrice e impegnata Manifeso su Raggi.jpega “pensare a se stessa”, ridotta ormai su facebook a “festeggiare cose ordinarie come l’accensione dei lampioni”, o a raccontare balle come quella degli “autobus che vanno a fuoco per colpa del Pd”. O a riproporsi sindaca per evitare che tornino a mangiare quelli di prima, cioè i piddini, non rendendosi conto che ormai non c’è più neppure “la tavola” a cui sedersi per come le cose sono state ridotte in Campidoglio. Non ha evidentemente torto il manifesto a parlare della Raggi come di un rischio capitale con un felice gioco di parole e immagini su tutta la prima pagina.

In questa situazione così degradata è comprensibile che la signora Franceschini, anagraficamente anche  più fresca della Raggi con i suoi 39 anni contro i 42 della sindaca, si sia sentita  tentata dall’idea prospettale dall’intervistatrice del Corriere, pratica di politica come Monica Guerzoni, di partecipare alle primarie prospettate dal grande consigliere o suggeritore di Zingaretti, che è Goffredo Bettini, per trovare il candidato o la candidata da contrapporre per il centrosinistra alla Raggi. Ma la signora  parteciperebbe alle primarie “non certo per vedere l’effetto che fa”, secondo le parole della giornalista prese da una “celebre canzone”.

La partecipazione della signora Franceschini alla gara del Campidoglio sarebbe vera, con buona pace -penso- anche di quelli del Fatto Quotidiano che hanno appena attribuito alle primarie di Bettini il machiavellico progetto di lasciare uscire dalla consultazione interna al Pd, vista la indisponibilità sinora annunciata da pezzi da novanta come Enrico Letta e Domenico Sassoli, un somarello, o una somarella, da eliminare dalla partita nel primo turno. Così arriverebbero al ballottaggio il candidato o la candidata del centrodestra e una Raggi da fare ingoiare all’elettorato di sinistra in chiave antileghista o anti-destra, intesa più in generale.

Sarebbe un po’ la ripetizione dello schema di gioco della crisi di governo dell’estate scorsa: accettare il governo con i grillini, senza neppure la discontinuità in Campidoglio,  come a Palazzo Chigi, pur di non darla vinta allo schieramento dove la Lega continua ad essere la forza trainante, pur tallonata dai fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Che peraltro a Roma è gia forte di suo, e lo sarebbe ancora di più se accettasse di candidarsi direttamente a sindaca.

In fondo neppure al Fatto Quotidiano debbono credere davvero, con o senza l’arrampicatura sugli specchi La Cattiveria sulla Raggi.jpegdi Bettini, alla partita capitolina della Raggi se le hanno dedicato la “cattiveria” di giornata sulla prima pagina paragonando alla “seggiovia” da lei proposta a Roma per collegare due parti peraltro vicinissime della città al tunnel appena lanciato dal presidente del Consiglio Conte come alternativa al ponte sullo Stretto di Messina.

 

 

 

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Renzi scambia Conte per un vaccino e ne scopre l’efficacia ancora scarsa

            Matteo Renzi ha scambiato Giuseppe Conte per una specie di vaccino contro l’altro Matteo, il capo della Lega ed ex ministro dell’Interno Salvini, assicurando di non essere per niente pentito di averlo prescritto un anno fa come un medico all’allora suo partito. Lui, del resto, è notoriamente convinto dell’obbligatorietà dei vaccini, che Conte invece considera facoltativi, compreso quello in arrivo contro il covid, come lo stesso professore ha appena annunciato tradendo anche in questo una certa sintonia col mondo grillino, almeno quello di un tempo.

              Nel fare col Corriere della Sera un bilancio dell’anno trascorso dalla somministrazione Titolo Renzi sul Corriere.jpegdi quel vaccino, l’ex segretario del Pd ha tuttavia diagnosticato un’Italia tuttora malata a livello di governo, per niente Viva, e maiuscola, come quella alla quale egli ha fiduciosamente intestato il suo nuovo movimento.

            Nonostante il merito di averci riportato “dalla parte dell’asse franco-tedesco” in Europa, che ci avrebbe sbattuto in faccia la porta e negato l’accesso ai 200 miliardi e roti dei fondi della ripresa con la Lega ancora al governo, Conte secondo Renzi deve ancora “dimostrare” di saper lavorare bene. Che non mi sembra francamente un complimento. “Molti dei provvedimenti Giannelli su Renzipresi -ha detto il senatore di Scandicci- sono funzionali al consenso, come si vede dalla insistita narrazione sui sondaggi” e sulle sue navigazioni in internet. “Ma se vuoi salvare un Paese -gli ha mandato a dire l’ex presidente del Consiglio- non può guidarti l’ansia del consenso. Servono dunque riforme coraggiose, anche facendo cose controcorrente”. E il vignettista del Corriere Emilio Giannelli ha perfidamente tradotto il giorno dopo sulla prima pagina questa parte dell’intervista in una vignetta autocritica.

            In risposta all’intervistatrice che gli chiedeva se “veramente questo governo arriverà a fine legislatura”, come Conte aveva appena detto di sperare parlando nel Brindisino, Renzi è stato alquanto gelido. “Non ho la palla di vetro”, ha detto. E Renzi su Conte:2.jpegsi è ritrovato una volta tanto d’accordo col segretario del Pd da cui era fuggito. o si era comunque staccato l’anno scorso, condividendo “il punto fermo di Nicola Zingaretti: il governo va avanti se fa le cose giuste per il Paese”.

            “Al momento opportuno, quando il premier vorrà chiedere la nostra opinione, non ci tireremo indietro”, ha assicurato Renzi dando ottimisticamente per scontato che il presidente del Consiglio vorrà appunto chiedere l’opinione degli alleati e non decidere da solo con annunci notturni da Palazzo Chigi in conferenze stampa senza domande.

            “A me -ha spiegato Renzi- interessa capire che facciamo di Ilva, come rilanciamo la contribuzione per chi vuole assumere o riassumere, quali cantieri sblocchiamo, quando prendiamo i soldi del Mes per la sanità, cosa Renzi su Conte :1.jpegscriviamo nel piano riforme”. Vasto programma, avrebbe detto il compianto generale Charles De Gaulle da Parigi, e forse ripeterebbe oggi Emmanuel Macron. Eppure Renzi ha dimenticato di aggiungere alla sua lista i problemi, per esempio, della giustizia. Che non sono solo quelli del Consiglio Superiore della Magistratura dopo il mercato delle carriere emerse dal telefonino di Luca Palamara, ma anche la riforma del processo penale per evitare che la prescrizione breve in vigore da otto mesi, introdotta come una supposta nella legge enfaticamente chiamata “spazzacorrotti”, crei l’imputato a vita, senza liniti di tempo per i giudizi di secondo e terzo grado.

 

 

 

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Il fattaccio dei bonus (dis)onorevoli fa scontrare Fico e Di Maio sotto le 5 Stelle

            Al manifesto, il quotidiano ancòra e orgogliosamente comunista, debbono essersi convertiti alla filosofia andreottiana secondo cui a pensare male si fa peccato ma s’indovina. Pertanto hanno avvertito Manifesto sul bonus.jpeglo zampino del Movimento 5 Stelle, e del presidente dell’Inps notoriamente designato e voluto dai grillini, nel (dis)onorevole affare del bonus da coronavirus approdato sui giornali.

             Più che scoprirla, il movimento di Grillo avrebbe “pescato” questa vicenda per spendersela in funzione anticasta e anti-parlamentarista in vista del referendum confermativo del 20 settembre sul taglio di 345 seggi fra Camera e Senato. Che tuttavia dovrebbero rimanere in carica sino al 2023 con i loro attuali 945 seggi elettivi perché nelle prossime i grillini dovranno subire un taglio doppio: quello della riforma e quello derivante dal dimezzamento dei loro voti rispetto al bottino sorprendente e ormai irripetibile del 2018.

            Questa interpretazione maliziosa dello scandalo uscito dagli uffici dell’Inps, dove tuttavia hanno precisato che sono stati in cinque i deputati a chiedere il bonus ma in tre a ottenerlo, è stata proposta dalla Stampa in una intervista al presidente, peraltro grillino, della Camera Roberto Fico 1 alla StampaFico. Che, anziché contestarla, escluderla e quant’altro ha risposto: “Francamente non posso crederlo”. Contemporaneamente il suo collega di partito, conterraneo, ministro degli Esteri Luigi Di Maio, e già capo non però disarmato del movimento pentastellare, ha rilanciato proprio cavalcando questo affare la partita referendaria del taglio dei seggi parlamentari. Che servirà a dare “un altro sapore di sobrietà” alla politica.

            Fico invece ritiene che l’affare dei bonus ai tre deputati che lo hanno percepito e il referendum sui tagli dei seggi parlamentari “sono due cose Fico 2 alla Stampa.jpegche nulla hanno a che vedere l’una con l’altra”. Anzi, il presidente della Camera ha colto Fico alla Stampa.jpegl’occasione sia per dire che meritano “un lavoro capillare d’informazione” tanto “le ragioni del sì quanto quelle del no”, sia per gridare finalmente basta alla “campagna d’odio” contro le istituzioni scambiate per covi di privilegi.

            Beh, è una svolta mica da poco, questa del presidente della Camera, dopo il silenzio da lui riservato alle feste -diciamolo pure- scomposte dei suoi colleghi di movimento davanti a Montecitorio, stappando bottiglie di champagne e sforbiciando poltrone di carta per celebrare i tagli rispettivamente, ai vitalizi passati e ai seggi futuri, dovendo quelli attuali -ripeto- durare sino alla loro scadenza ordinaria, senza correre troppo, anzi rallentando il più possibile la marcia verso l’epilogo.

            Lo scontro consumatosi a distanza fra il presidente della Camera e il conterraneo ministro degli Esteri, fuori e dentro il loro partito o movimento, mi sembra essere la notizia del giorno: più della stessa storiaccia del bonus chiesto o percepito, rispettivamente, da cinque o tre deputati sprovvisti di ogni senso di opportunità o di responsabilità, ma senza che ci sia stata “una violazione della legge”, ha precisato Fico. E neppure questa mi sembra una puntualizzazione da poco, che spiega perché il presidente della Camera si aspetti dagli interessati le scuse e la restituzione dei soldi, non di più.

 

 

 

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L’opportunismo dei grillini: tagliano i seggi degli altri e si tengono i loro

Se fosse vera la motivazione efficientista e moraleggiante della riforma fortemente riduttrice dei seggi parlamentari, chi l’ha imposta agli alleati di turno come condizione per governare insieme dovrebbe volerne anche l’immediata applicazione. Dovrebbe cioè reclamare, una volta vinta la partita referendaria del 20 settembre, lo scioglimento anticipato delle Camere e l’elezione delle nuove. O, in mancanza delle necessarie compensazioni su regolamenti, legge elettorale e altro, avrebbe dovuto promuovere una riforma combinata e subito spendibile.

Invece i grillini vogliono la riduzione dei seggi parlamentari per il futuro e ora lo sfruttamento massimo dell’attuale Parlamento, arrivato a metà del suo mandato quinquennale. E ciò solo perché in queste Camere essi godono di una maggioranza di seggi impensabile nelle nuove, visto il sostanziale dimezzamento dei loro voti del 2018 verificatosi in ogni appuntamento successivo con le urne. Questo è opportunismo, che spero non venga adesso supportato dalla strumentalizzazione anti-casta o anti-parlamentarista cui si presta la disonorevole vicenda dei bonus epidemici usati anche da alcuni deputati augurabilmente non destinati all’anonimato.

 

 

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Aumentano i guai di Salvini: leghisti 3 dei 5 deputati disonesti col bonus virale

 

 

            Piove sul bagnato della Lega di Matteo Salvini, visto che risultano tre leghisti, per quanto ancora ignoti, fra i cinque deputati segnalati dal servizio antifrode dell’Inps per avere chiesto e percepito, con tutto quello che prendono d’indennità parlamentare, 2.200 euro ciascuno di “bonus” come lavoratori autonomi o titolari di partita Iva danneggiati dall’epidemia virale. Gli altri due deputati sono del movimento grillino e del partito di Matteo Renzi.

            “Un passo avanti”, ha reclamato con involontaria ironia l’indignatissimo presidente grillino della Camera Roberto Fico sfidando gli interessati ad autodenunciarsi e dimenticando di chiederne anche le dimissioni con due passi indietro. Ma di una ironia maggiore e Fico.jpegdi minore involontarietà è stata la reazione di Salvini, che ha consentito ai responsabili -o irresponsabili- del suo partito di invitare, peraltro inutilmente sino a questo momento, i “suoi” tre “onorevoli accattoni”, secondo la Giornale su accattonidefinizione del Giornale, a venire allo scoperto con tanto di autogiustificazione incorporata. “Vi chiediamo -dice il messaggio ai parlamentari partito con l’incredibile approvazione dell’ex ministro dell’Interno e capo ancora dell’opposizione di centrodestra a trazione leghista, appunto- di verificare se per un disguido i vostri commercialisti ne hanno fatto richiesta e conseguentemente vi sono stati accreditati” due bonus da 600 euro e uno da 1000.

            Non meno infelice, a mio avviso, è stata quella specie di attenuante che Salvini, ma questa volta non da solo, ha cercato di applicare agli ancora ignoti deputati furbi, accattoni, disonesti e quant’altro prendendosela col governo per non avere scritto bene la norma del decreto legge di cui essi hanno potuto avvalersi, non impedendo preventivamente con la necessaria chiarezza gli abusi. Che peraltro a livello di amministratori locali sono stati ben più numerosi: non meno di duemila.

            Deplorevole, a mio avviso, è stato anche l’uso che alcuni hanno tentato di questa letterale porcata  per sostenere la causa un po’ traballante -con gli ultimi sviluppi del dibattito politico- della riduzione dei 345 seggi parlamentari disposta con una riforma costituzionale fortemente voluta dai grillini, senza i compensativi cambiamenti dei regolamenti parlamentari, della legge elettorale ed altro ancora. Essa è sotto procedura referendaria: La cattiveria.jpegsarà votata dai cittadini il 20 settembre, in coincidenza con un grosso turno di elezioni regionali e comunali.

            Sulla prima pagina del Fatto Quotidiano “la cattiveria” di giornata indica con sarcasmo proprio “il taglio dei parlamentari” come “giustificazione” del sostanziale furto compiuto dai cinque deputati incassando il bonus virale, chiamiamolo così.

            Dal canto suo, ospite con la fidanzata Olivia Paladino del Comune pugliese di Ceglie Messapica, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha voluto dare il suo contributo alla campagna referendaria Conte con fidanzata.jpegannunciando in un convegno che voterà, naturalmente convintissimo e in sintonia con i grillini che lo hanno mandato a Palazzo Chigi, per il sì al taglio dei seggi parlamentari, per quanto monco di tutti i necessari aggiornamenti della Costituzione. Fra i quali dovrà esserci anche la riduzione dei delegati regionali partecipi, col Parlamento, dell’elezione del presidente della Repubblica.

 

 

 

 

 

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Berlusconi di nuovo mozzafiato: celebrerà la Dc con Conte fra un mese

            Giusto per non smentire l’abitudine di smentirsi, o di cambiare idea spiazzando per primi i suoi fedelissimi, o di giocare contemporaneamente su più tavoli o prospettive politiche, seguendo o imitando -per carità- politici più professionali di lui che lo hanno preceduto in Italia e fuori, Silvio Berlusconi ha confermato col silenzio, almeno sino ad ora, l’annuncio di una sua partecipazione con Giuseppe Conte, come “ospiti d’onore” entrambi, a un convegno annuale sulla defunta ma mai dimenticata e spesso rimpianta Democrazia Cristiana.

            Organizzato da Gianfranco Rotondi, un democristiano doc riportato costantemente in Parlamento da Forza Italia dopo la fine del suo partito, l’evento si svolgerà dal 9 all’11 settembre a Saint Vincent, dove ogni anno -pure lui, e solitamente di settembre- riuniva la sua corrente democristiana di sinistra chiamata “Forze Nuove” il compianto Carlo Donat-Cattin.

            Di più Rotondi, che già il 14 ottobre dell’anno scorso, riuscì a portare Giuseppe Conte in un Rotondi con Conte.jpegteatro di Avellino a commemorare Fiorentino Sullo alla presenza di Ciriaco De Mita ed altri superstiti dello scudo crociato, non ha potuto o voluto dire Titolo Corriere sul centroa Giuseppe Alberto Falci per un articolo pubblicato ieri a pagina 10 del Corriere della Sera sull’”araba fenice del “centro”. Che va inteso come un’area di mezzo capace, specie in un sistema elettorale proporzionale, di determinare gli equilibri politici, indifferentemente a destra o a sinistra, secondo le occasioni, opportunità, necessità e quant’altro, come seppe e volle fare appunto la Dc ai suoi tempi.

            Anche il vegliardo Eugenio Scalfari oggi su Repubbica ha voluto collocare al centro il “solo”, inteso come solitario, presidente del Consiglio paragonandolo a una “mezz’ala” di una “discreta” squadra di calcio -un redivivo Meazza, ha aggiunto- ma chiedendosi anche se l’interessato Scalfari su Conte.jpegsia davvero “consapevole” di questo ruolo delicatissimo occasionalmente occupato in questo passaggio difficile della politica italiana ed europea, e non si trovi alla ricerca di “un finale” a lui Fatto su Conte.jpegstesso ignoto. Che magari potrebbe essere anche vicino, come hanno preconizzato o auspicato dopo un summit di Forza Italia svoltosi nella villa sarda di Silvio Berlusconi prima la capogruppo della Camera Mariastella Gelmini e poi la capogruppo del Senato Anna Maria Bernini, bollando entrambe come balle spaziali anticipazioni e quant’altro di soccorsi della loro parte politica a Conte. Le cui difficoltà non a caso si è affrettato a sottolineare l’aperturista dei giorni scorsi tra i forzisti, Renato Brunetta, con una impietosa analisi delle misure appena annunciate dal governo con la solita riserva del “salvo intese”, ormai dileggiate anche dal Fatto Quotidiano con le vignette in prima pagina di Riccardo Mannelli.

              “Zero investimenti strutturali, tanta spesa, niente ripresa”, ha commentato Brunetta sul Giornale iBunetta su Conte.jpegl decreto legge De Bortoli.jpegappena annunciato dal governo. Non sono stati dissimili i giudizi di Ferruccio De Bortoli sul Corriere della Sera e di Carlo Cottarelli sulla Stampa.

            Vedremo, peraltro ad una decina di giorni soli di distanza dalle elezioni regionali e comunali e dal referendum del 20 settembre  sulla riduzione dei seggi parlamemtari, con tutte le relative implicazioni politiche, se Rotondi riuscirà a fare finalmente incontrare, e non solo arrivare, Berlusconi e Conte a Saint Vincent. O se non si ripeterà la vecchia scena al Quirinale, nel rito delle consultazioni per le crisi di governo, fra i due che quasi si toccano, o si inseguono, ma neppure si salutano.

 

 

 

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Dietro quella foto della corte di Berlusconi convocata in Sardegna

            Per quanto scarsa di qualità, la foto che Silvio Berlusconi ha voluto che fosse diffusa del “summit”- come lo ha definito il Corriere della Sera- svoltosi nella sua villa in Sardegna doveva servire a restituire un’immagine di compattezza di Forza Italia dopo mesi di confusione, a dir poco.

            Un giorno o in un’ora della stessa giornata il partito del Cavaliere è sembrato quanto meno nell’anticamera della maggioranza, smanioso di entrarvi e spintovi anche da auspici a sorpresa di insospettabili come l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi, più volte rivale diretto di Berlusconi nella cosiddetta seconda Repubblica, ed anche vittorioso, ma col fiato troppo corto per resistere a Palazzo Chigi più di due anni a volta. Un altro giorno, o in un’altra ora della stessa giornata, Forza Italia è sembrata smaniosa non dico come la Lega di Matteo Salvini, per carità, ma a modo suo di vedere anch’essa la fine della stagione del governo “delle quattro sinistre”, come lo stesso Berlusconi ogni tanto torna del resto a definire quello in carica presieduto da Giuseppe Conte con troppa disinvoltura, forse anche di abbigliamento. Che pure una volta al Cavaliere piaceva, riconoscendo probabilmente negli abiti del professore pugliese la mano di qualche sarto forse in comune.

            Se stiamo alle parole, visto che dopo il summit la prima a parlare è stata -con una intervista al Dubbio– la capogruppo della Camera Mariastella Gelmini, l’aria prevalente in Forza Italia dovrebbe Gelimni al Dubbioessere decisamente sfavorevole al governo, destinato secondo la Gelmini ad uno sfratto autunnale per il prevedibile esito delle elezioni regionali e comunali del 20 settembre. In cui i grillini ormai non rischiano più nulla, dopo quello che hanno già perduto da due anni a questa parte in ogni tipo di appuntamento con le urne, ma il Pd rischia l’osso del collo.

            Eppure c’è qualcosa proprio di quella foto che mi fa dubitare dell’esito tutto oppositorio del “summit” forzista: la figura particolarmente sorridente e in primo piano di Gianni Letta, forse il più berlusconiano di tutti gli ospiti, fra uomini, donne e cani: più ancora del padrone di casa. Ebbene, vedere Letta e immaginarlo in lotta -scusate il gioco delle parole- contro  Conte dopo tutto quello che ho letto e sentito dei suoi rapporti col presidente del Consiglio mi sembra francamente impossibile. Letta è un uomo che impallidisce a vedere uno spigolo e non si dà pace sino a quando non lo ha levigato sino a farne una dolcissima curva.

            Anche al Foglio di Giuliano Ferrara e di Claudio Cerasa, dove scrivono ancora con amicizia e simpatia di Berlusconi, rimasto “l’amor nostro” anche dopo averlo perduto come sostanzialeFogliosu Berlusconi.jpeg editore, o mecenate, hanno riassunto o presentato con questo titolo il “summit” di Forza Italia: Il Cav e la (ri)svolta a destra di Villa Certosa, nel clima di fine impero”. Che impietosamente i nemici irriducibili dalla Il Fatto.j su FIpegpostazione del Fatto Quotidiano vedono minacciato non più o non solo dall’ex “royal baby” Matteo Renzi, come il fondatore e ancora fondatore del Foglio definì l’allora presidente del Consiglio e adesso  leader di Italia Viva, ma anche o persino dall’Azione, intesa come movimento, dell’ex ministro Carlo Calenda. Dal quale è stato appena “catturato” l’onorevole Enrico Costa.

 

 

 

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