Sergio Mattarella alla finestra e Giuseppe Conte sulla graticola

            “Tesi fondate sul nulla” sono considerate al Quirinale, secondo quanto ha riferito ieri l’informatissimo Marzio Breda sul Corriere della Sera, voci e vocine sull’interesse del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ma anche sul “pressing” che verrebbe esercitato su di lui da varie parti a liberarsi del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che peraltro anche dagli ultimi sondaggi pubblicati oggi proprio dal Corriere risulta in calo di consensi, oltre che indebolito da tensioni nella maggioranza.

            Eppure Mattarella avrebbe avuto e avrebbe motivo di essere deluso e di lamentarsi di Conte, e ancor più dei suoi più accaniti sostenitori. Senza risalire al cosiddetto “impeachment” minacciato a gran voce dai grillini nel 2018 – quando Mattarella costrinse Conte alla rinuncia rifiutando di sottoscrivere a scatola chiusa la lista dei ministri da lui concordata con i candidati e poi vice presidenti del Consiglio Luigi Di Maio e Matteo Salvini- basterà ricordare tutti gli appelli di Mattarella lasciati cadere nel vuoto da Conte negli ultimi tempi per tenere rapporti più costruttivi con l’opposizione di centrodestra, considerate l’emergenza virale e quelle annesse e connesse. Anche oggi Lina Palmerini sul Sole-24 Ore riferisce della “spinta del Colle affinchè il premier faccia una sintesi e apra una fase di dialogo”

            L’opposizione ci avrà messo pure del suo, specie nelle componenti di Salvini e di Giorgia Meloni, per rendere difficile una cooperazione, o qualcosa che le assomigli, ma francamente del suo ce l’ha messa pure Conte. Che ha dato l’impressione di volere più spaccare l’opposizione che coinvolgerla nella gestione delle varie emergenze, scommettendo soprattutto sulla Forza Italia di Silvio Berlusconi. Che però ai grillini è ancora più indigesto del pur “traditore” Salvini  per la storia fattane di “psiconano” sopra e sotto i palchi dei suoi spettacoli dal comico fondatore, garante e quant’altro del MoVimento 5 Stelle.

            Ancora qualche giorno fa il più contiano dei giornali sulla piazza -naturalmente Il Fatto Quotidiano– inseriva il Quirinale tra le fonti di disturbo del lavoro a Palazzo Chigi per la produzione dei decreti del presidente del Consiglio dei Ministri per il contenimento dei contagi virali. Poi, a dire la verità, il presidente Mattarella è stato “graziato” per avere ricordato anche ai critici e agli avversari di Conte che il nemico da cui guardarsi è solo o soprattutto il Covid.

            Qualora al Covid nei rapporti con Conte si aggiungessero davvero settori della maggioranza ora inquieti solo a parole, sino a sfiduciarlo o a costringerlo alle dimissioni, persino a costo di rinverdire della cosiddetta e odiata Prima Repubblica anche l’abitudine delle crisi “extraparlamentari”, Mattarella sarebbe costretto a pensare sì -ma solo allora- se e come sostituirlo, in uno scenario comunque da brividi, ha fatto capire il quirinalista del Corriere, pur non usando questa parole. Più esplicitamente e chiaramente invece Marzio Breda ha fatto capire le criticità -chiamiamole così- avvertite al Quirinale nell’azione di governo lamentandone “sottovalutazioni, ritardi, inerzie” e persino “fragilità”. E’ un po’ quello che ha anche scritto su Repubblica Stefano Folli ricordando a Conte che una cosa è la popolarità da sondaggi, pur ormai datati, altra è “l’autorevolezza” necessaria a un presidente del Consiglio in tempi di crisi e di emergenze come questi.

 

 

 

 

 

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Le “distrazioni” di Roma di fronte alla nuova, orribile strage di Nizza

            Per fortuna, sia fa per dire, siamo distratti in Italia, diciamo così, dalle incursioni del Covid e dalle liti, tensioni, scaramucce e quant’altro nella troppo composita maggiorana di governo.  Dove la confusione appena esplosa nel Pd, come vedremo, ha fatto il miracolo di superare quella fra i grillini, tornati in prima pagina con  l’idea di applicare i preservativi ai cinghiali per proteggere dalla loro proliferazione le immondizie di Roma e delle altre città dove non si riesce a smaltirle, e tanto meno a custodirle.

            Per fortuna, dicevo, siamo distratti da tutto questo, e anche dal conteggio che qualcuno fa, come al Riformista, delle “ore” che mancano alla resa del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che “resiste nel bunker” all’assedio più degli alleati che degli avversari. Ma che forse -potrebbe avere ragione Il Foglio- può contare sulla “immunità di governo” derivante da questa concisa, quasi tacitiana “cronaca di una crisi impossibile”: “Renzi ammicca a Salvini, Marcucci chiede il rimpasto, ma il Covid vince su tutto”. Irrilevante, a questo punto, per il giornale di Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa è anche la difesa del governo opposta a sorpresa a Marcucci dal segretario del Pd Nicola Zingaretti. Che almeno per un giorno ha smesso di chiedere anche lui a Conte “cambio di passo”, “apertura all’opposizione” e quant’altro.

          Così Marco Travaglio sul suo Fatto Quotidiano ha potuto finalmente prendersi la rivincita disprezzando “il nanismo” del capogruppo piddino al Senato, Marcucci appunto, permessosi di invitare o sfidare il presidente del Consiglio ad una realistica valutazione critica dei suoi ministri, e impartendo una lezioncina di saggezza a tutti i “politicanti” perché “nei ritagli di tempo, tra un assalto e un agguato al loro governo, si ricordino del virus”.

          Per fortuna -scusatemi l’insistenza-  inseguiamo sui giornali tutto questo po’ po’ di dibattito politico e sorvoliamo sulla imbarazzante parte, a dir poco, che l’Italia ha avuto nel nuovo, atroce attacco jadista -si dice così per evitare di scomodare l’islamismo e dintorni?- con la strage nel Duomo di Nizza. Il cui autore è un tunisino sbarcato a Lampedusa in settembre, trasferito a Bari e  poi fuggito  in Francia.

          Di questa assai grave e inquietante vicenda tutti si sono affrettati a deplorare la “strumentalizzazione” tentata dal solito Matteo Salvini con la richiesta delle dimissioni di chi l’ha sostituito nell’estate scorsa al Viminale come ministra dell’Interno. Che invece, proprio per essere subentrata al “capitano” leghista, interrompendogli forniture e collezioni di felpe, maglioni e berretti della Polizia e simili per lasciargli solo crocifissi, rosari e medagliette delle Madonne più disparate sui palchi dei comizi, gode della incondizionata solidarietà, comprensione e quant’altro dei cultori dell’accoglienza, della solidarietà, della democrazia e di tutti gli altri valori tutelati dalla Costituzione.

           Ora, pur dopo la nuova strage di Nizza e la provenienza italiana, e non solo tunisina, del sanguinario fanatico di turno dobbiamo accontentarci della notizia prontamente fornita dall’Ansa che se ne occuperà, “sentendo” Luciana Lamorgese e  Franco Grabrielli, cioè la ministra dell’Interno e il capo della Polizia, il Copasir. Che è l’acronimo del riservatissimo Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica. Nell’aula della Camera o del Senato, o in entrambe, no. Non è il caso di parlane, neppure con le distanze e le mascherine del caso.

 

 

 

 

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Arriva con lo sconto in Italia la paura dell’Europa per la pandemia

            “La paura dell’Europa” strillata nel titolo realistico, per niente esagerato, di prima pagina della Repubblica per l’avanzata della pandemia virale si  scorge bene anche sui volti che lo sovrastano: quelli della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, del presidente francese Emmanuel Macron e della cancelliera tedesca Angela Merkel: di quest’ultima, debbo dire, in modo particolare. E non certo per il gossip che la vorrebbe contrariata anche per il tradimento del marito, innamoratosi di una ex allieva, peraltro in questi tempi così pericolosi per le distanze, diciamo così, non convenzionali. Il solito Libero non ha saputo resistere alla tentazione di portare ruvidamente “le corna” della cancelliera in prima pagina e di attribuire loro anche i “tremori” della Merkel non proprio recenti ripresi da fotografi e teleoperatori in circostanze pubbliche.

            Se la paura dell’Europa è tanta, quella dell’Italia governata da Giuseppe Conte, nonostante o proprio a causa delle piazze e dintorni affollate di gente contraria alle misure restritive appena adottate dall’ennesimo pdcm di Palazzo Chigi, sembra avere ottenuto lo sconto non ho capito bene da chi. Proprio la Repubblica, sempre quella di carta, ha attribuito al presidente del Consiglio ben “tre piani di riserva” per cercare di evitare un nuovo lockdown. Peccato che, se veramente esistono questi piani e li ha esposti prima ancora che alla Camera, dove Conte parla spesso in imbarazzante solitudine dai banchi del governo,ai capigruppo della maggioranza, essendo stati quelli di opposizione probabilmente esclusi per sottrarli a rischi di contagio, la discussione si è risolta in un processo, o quasi, a lui.

            Ne ha riferito con dovizia di particolari e di virgolettati in un retroscena sul Corriere della Sera la solitamente informatissima Maria Teresa Meli. Che ha attribuito, fra l’altro, al capogruppo del Pd alla Camera Graziano Delrio, già sottosegretario, ministro e quant’altro, queste parole rivolte al presidente del Consiglio: “Se pensate veramente che le cose vadano bene, sono ancora più preoccupato perché significa che non avete la percezione della realtà”. D’altronde è nota, anzi arcinota, l’insofferenza del Pd per il mancato “cambio di passo” più volte chiesto al governo dal segretario in persona Nicola Zingaretti, forte anche dei risultati elettorali di settembre e ottobre, fra regioni e comuni, che gli hanno quanto meno risparmiato una buona parte dei danni temuti.

            Ma ancor più impaziente del Pd, sino a procurarsene proteste e critiche  da rischio, diciamo così, di fastidioso scavalcamento nell’assedio o quant’altro a Conte, è l’Italia Viva di Matteo Renzi. La cui capogruppo alla Camera Maria Elena Boschi ad un certo punto, sempre secondo il retroscena del Corriere della Sera, ha chiesto di verbalizzare le sue riserve e preoccupazioni sulle misure adottate dal governo, e pure su altre che sembrano in arrivo, in modo che il presidente del Consiglio direttamente o indirettamente non possa tornare a lamentare che nelle riunioni di vertice, e simili, tutto fili liscio, o quasi, e poi i renziani sparino sulla sua diligenza.  

           Conte pertanto, se non è stato “abbandonato da tutti” e non è “un uomo solo allo sbando”, come lo hanno rappresentato soddisfatti quelli di Libero nei titoli a caratteri di scatola di prima pagina, un bel po’ di problemi nella sua maggioranza, e nello stesso governo, li ha davvero, oltre a quelli straordinari da Covid.

La Repubblica del gambero: un passo avanti e due indietro verso la prima

Penso che stia arrivando il momento, se non è già arrivato, di riprendere col carissimo amico Gerardo Bianco un’idea dalla quale fummo tentati una quindicina d’anni fa, rinunciandovi alla fine perché, bene o male, per quanto pasticciato e zoppicante, sembrava avesse preso piede il bipartitismo della cosiddetta seconda Repubblica.

Acque e pesci, tutti provenienti della cosiddetta Prima Repubblica, si erano talmente mescolati che ci sembrò opportuno rimanere alla finestra e vedere come si sarebbe ulteriormente sviluppata l’avventura politica avviata nei tribunali, non importa se più a caso o apposta, per reazione beffarda alla caduta del Muro di Berlino, cioè del comunismo, perché i vincitori sul campo storico diventassero gli sconfitti e viceversa.

La nostra tentazione era di costituire un’associazione di “Amici della Prima Repubblica”, cioè di estimatori di una lunga parte della politica italiana contrassegnata dalla ricostruzione degasperiana e dall’allargamento, via via, delle alleanze democratiche: dal centrismo al centro-sinistra, col trattino, e dal centrosinistra senza trattino alla simbiosi delle due formule col cosiddetto pentapartito, comprensivo di liberali e socialisti precedentemente alternativi gli uni agli altri, superata la pausa o tregua -come si preferisce chiamarla- della cosiddetta “solidarietà nazionale”. Che fu imposta fra il 1976 e il 1978 alla Dc di Aldo Moro e al Pci di Enrico Berlinguer dalla perdita di autonomia dei socialisti di Francesco De Martino, timorosi di governare con lo scudo crociato senza l’appoggio dei comunisti, e dalle emergenze dell’economia e del terrorismo.

Nè io né il mio amico Gerardo potevamo immaginare, accantonando il progetto della nostra associazione,  che la spinta a riprenderlo avrebbe potuto venirci da una forza politica allora neppure sul mercato elettorale. Mi riferisco naturalmente ai grillini, o pentastellati. Il cui arrivo sembrò almeno a me, ma credo anche a Gerardo, davvero la fine del nostro mondo politico.

Ebbene, arrivati non solo al Parlamento ma anche al governo con forbici, seghe, tenaglie, apriscatole e quant’altro per una rottamazione rispetto alla quale quella precedentemente tentata o perseguita da Matteo Renzi era stata poco più di una barzelletta, i grillini battono da qualche giorno -nel pandemonio politico prodotto anche dalla pandemia virale- strade, sentieri, sentierini della tanto lontana e disprezzata Prima Repubblica senza neppure rendersene conto, anzi continuando a dirne tutto il male possibile e immaginabile.

Poverini, non volevano neppure sentir parlare di statuti per il loro MoVimento -si scrive così- avendo paura di somigliare ai partiti e ne hanno adottati di equivoci e ambivalenti che non so neppure come li definiscano, ma possono essere modificati al computer da poche migliaia di persone presuntivamente militanti, gestite da una piatttaforma privata che viene ogni giorno e ogni ora sempre più contestata dai cosiddetti “portavoce”. Che pure debbono a quegli stessi computer e a quelle stesse mani le loro candidature e i loro approdi al Parlamento.

Ancòra, non volevano neppure sentir parlare di programmi su cui trattare la formazione dei governi, una volta fallito l’obiettivo di poterne fare uno tutto loro, autosufficiente, preferendo stendere attorno a tavoli più o meno larghi veri e propri “contratti”, peraltro esenti dalla presenza di un  notaio, bastando e avanzando l’avvocato civilista promosso sul campo da potenziale ministro dell’ennesima riforma burocratica a presidente del Consiglio, e ora discettano con Renzi, Zingaretti ed altri di un “programma di fine legislatura”. Che li possa mettere meglio al riparo dal rischio di elezioni anticipate, da cui uscirebbero -nel migliore dei casi- con un terzo dei voti raccolti fortunosamente nel 2018.

Ho letto da qualche parte che il ministro più alto in grado di cui dispongono i grillini, che non è il guardasigilli e capo delegazione al governo Alfonso Bonafede ma il titolare della Farnesina Luigi Di Maio, non si accontenta neppure di un programma, forse troppo generico e indeterminato per i tempi che corrono, ma vorrebbe un “cronoprogramma”. Alla cui gestione, controllando la puntualità anche dei minuti e dei secondi, potrebbe essere preposto un apposito ministro.

Così avvenne del resto ai tempi della cosiddetta Seconda e anch’essa odiata Repubblica: prima con Giuseppe Pisanu e poi con Claudio Scajola, entrambi forzisti, consolati da Silvio Berlusconi con l’incarico di vigilare sull’attuazione del programma, appunto, dopo altre esperienze più impegnative ma, diciamo così, accidentate, fra le quali l’Interno. Dove al povero Scajola, prima ancora della vicenda della casa acquistata a Roma  con suggestiva vista sul Colosseo e forte sconto a sua insaputa, era capitato di sottovalutare, diciamo così, le pur fondate paure del giuslavorista bolognese  Marco Biagi di essere ucciso da eredi o imitatori delle già sconfitte brigate rosse. Il che purtroppo avvenne sotto casa del professore il 19 marzo 2002  nel giorno di San Giuseppe, patrono dei lavoratori.

Fu addirittura attribuita al ministro Scajola un aggettivo –“rompicoglioni”- nei riguardi del povero Biagi che francamente non ho mai creduto ch’egli avesse pronunciato, parlando forse di altri che gli avevano rappresentato male la situazione di pericolo in cui il povero Biagi, consulente del ministro leghista del Lavoro Roberto Maroni e del sottosegretario Maurizio Sacconi, di provenienza socialista, si trovava dopo avere ricevuto telefonate ed altri segni di minacce.

Oltre al programma o cronoprogramma dei bei tempi della Prima Repubblica, quando i programmi spesso venivano dileggiati come libri dei sogni dai critici di turno, compresi autorevoli esponenti della maggioranza come la buonanima di Amintore Fanfani in polemica con Moro, l’altro “cavallo di razza” della scuderia democristiana decantata da Carlo Donat-Cattin, sta tornando nel linguaggio politico di questa presunta Terza Repubblica anche il termine “verifica”, sia pure tra le resistenze o addirittura le proteste persino del presidente del Consiglio. Che mostra spesso di volerla evitare, per quanto sollecitata dal segretario del Pd Zingaretti, dal vice Andrea Orlando e dall’ex presidente del Consiglio  Renzi, ora semplice senatore di Scandicci e leader della vivace ma elettoralmente modesta Italia Viva, appena misuratasi nelle urne regionali e comunali di settembre.

Sono da capire le resistenze di Conte alla verifica, pur alla fine promessa di fronte alle insistenze del Pd ma prudentemente posticipata ai cosiddetti Stati Generali di chiarimento dei grillini, già fissati per il 7 novembre e curiosamente rinviati di una settimana subito dopo il sì evidentemente inatteso del presidente del Consiglio a Zingaretti e amici. E non sarà un rinvio risolutivo ai fini del chiarimento all’interno del laceratissimo MoVimento 5 Stelle, in crisi di identità almeno dalla scoppola rimediata nelle elezioni europee di fine maggio dell’anno scorso. E’ stato già precisato che agli Stati Generali da remoto, e non più fisici come previsto prima della riesplosione della pandemia, dovranno seguire non una ma una serie di consultazioni digitali sulle posizioni emerse dal confronto del primo giro.

Dicevo della comprensione che merita la diffidenza di Conte. Pur nuovo, o relativamente nuovo alla politica, e di età tale da avere personalmente vissuto con i calzoni corti, o quasi, i tempi della Prima Repubblica, egli deve avere appreso da qualcuno di maggiore esperienza che ai tempi di Moro, di Fanfani, di Mariano Rumor, di Giulio Andreotti ma ancor prima anche ai tempi di Alcide De Gasperi e Attilio Piccioni, le verifiche non erano passeggiate o passatempi. I loro percorsi erano o diventavano spesso tanto accidentati da sfociare in crisi vere e proprie di governo.

Le crisi, come soleva dire Flaminio Piccoli, un altro democristiano che se ne intendeva, avevano ciascuna una vita e caratteristica ma in comune una cosa: si sapeva come cominciavano, mai o quasi mai come sarebbero finite, con o senza lo zampino che poteva metterci il Quirinale. Che era imprevedibile già ai tempi di Luigi Einaudi, spintosi nell’estate del 1953 a spiazzare la Dc, divisa nella lotta per la successione ad Alcide De Gasperi, con la formazione di un governo di Giuseppe Pella subito degradato dai vertici del partito a “governo amico”. Esso durò non a caso solo cinque mesi, per quanto intensissimi di fatti ed emozioni: a cominciare dallo schieramento delle truppe sul fronte orientale per accelerare la restituzione di Trieste all’Italia dopo la gestione internazionale seguita alla seconda guerra mondiale. Pella ne uscì con una popolarità per niente intaccata dalle proteste di una sinistra comunista in qualche modo ammiccante con Tito e le sue aspirazioni annessionistiche.

Quanto o ancora più ostico del termine “verifica” è per Conte e per i grillini, fra i quali tuttavia si colgono qua e là segni di interesse, il termine “rimpasto”, anch’esso da Prima Repubblica ma affacciatosi ripetutamente al dibattito politico negli ultimi tempi, pure stavolta per iniziativa soprattutto del Pd. Dove sono notoriamente confluiti non a caso i resti o gli eredi dei due maggiori partiti della Prima Repubblica, sempre al maiuscolo per favore.

Infastidito più del solito dalle voci, allusioni e sollecitazioni esplicite per un rimaneggiamento della compagine ministeriale, spostando ministri da un dicastero all’altro o sostituendone alcuni con altri di prima nomina, o di ritorno, allo scopo di rafforzare e ricalibrare la struttura governativa e usare al meglio le varie competenze di fronte alle nuove necessità imposte dall’emergenza virale, una volta Conte si è spinto, forse un po’ troppo imprudentemente, a dire che nessun partito della coalizione gli aveva chiesto un rimpasto. Anzi, si spinse ancora più avanti attribuendo l’operazione all’”agenda” non sua ma “dei giornalisti” inclini più ai retroscena che alle scene, più alla fantasia che alla realtà, più alle manovre che alle notizie, e incapaci di vivere e scrivere serenamente astenendosi a lungo dalla pratica del totoministri. Che notoriamente fomenta anziché sopire le ambizioni degli insoddisfatti di turno.

Certo, sarà difficile che si ripeta in questa Terza Repubblica il miracolo, o la stranezza, del rimpasto del 1977 attuato dall’allora presidente del Consiglio Andreotti dimissionando l’amico ministro della Difesa Vito Lattanzio, che si era fatto scappare una notte dall’ospedale militare del Celio, nascosto addirittura in una valigia, il generale nazista Herbert Kappler, ma dandogli in cambio non uno bensì -allora- due Ministeri: Trasporti e Marina Mercantile.

Eppure, a questo rimpasto edizione 2020, o 2021, viste anche le risse esplose con le ultime misure antivirali, ho la sensazione modestissima, da vecchio cronista politico come mi sento, senz’altri fronzoli o gradi capitatimi addosso in circa 60 anni di mestiere, che si arriverà, come alla verifica e a tutte le altre diavolerie quali erano considerate sino a qualche tempo fa quelle della Prima Repubblica. Vi si arriverà specie se gli interessati vorranno veramente evitare il rischio più grande di tutti che rimane una crisi di governo vera e propria, improvvisa e devastante come un temporale.

Serpeggia fra cronache e retroscena anche il ritorno di un’altra immagine o imprecazione degli anni della Prima Repubblica: quella del “destino cinico e baro” lamentato nel 1953 dal leader socialdemocratico Giuseppe Saragat per commentare il risultato di un passaggio elettorale avaro per il suo partito, da lui coraggiosamente e atlanticamente fondato nel 1947 a Palazzo Barberini uscendo da quello di Pietro Nenni. Che andava legandosi mani e piedi al Pci di Palmiro Togliatti nella vana speranza di vincere  col “fronte popolare”, arricchito dell’immagine addirittura del compianto e incolpevole Giuseppe Garibaldi, le elezioni politiche dell’anno dopo.

Ha appena rispolverato le parole del destino cinico e baro Augusto Minzolini sul Giornale della famiglia Berlusconi per commentare, fra l’altro, il calo in corso del gradimento di Giuseppe Conte nei sondaggi. Ma, a rifletterci bene o meglio, potrebbero lamentarsi del destino beffardo anche i grillini, con l’emorragia di voti in corso da quasi un anno e mezzo, pur se rallentato ultimamente secondo i calcoli del presidente pentastellato della Camera Roberto Fico, i leghisti di Matteo Salvini, scesi di una decina di punti rispetto al boom di fine maggio del 2019, e di Forza Italia del Cavaliere, ormai ridotta a una sola cifra e decimali dalle vette del 1994.

Ciò che mi preoccupa, o inquieta, ben oltre quindi la curiosità di un cronista, è il fatto che si torna ai termini, alle parole e persino ai tempi e forse anche alla legge elettorale proporzionale della Prima Repubblica – vi prego sempre, con le maiuscole- senza averne più i partiti, di massa e non, e gli uomini. E’ un bel guaio, senza offesa, almeno in parte, per quanti ne hanno preso il posto.

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.atartmag.it il 1° novembre 2020

Conte tra ristori e proteste, ironie e saccheggi, scemenze e verità

            Per quanto forte, si fa per dire, delle debolezze e persino delle cretinerie di alcuni che gli fanno la guerra fuori e persino dentro la sua stessa maggioranza, dove si sono levate voci, per esempio, per la “parlamentarizzazione” e conseguenti modifiche votabili tra Camera e Senato di uno strumento come il decreto del presidente del Consiglio dei Ministri -dpcm-  sull’emergenza virale, pensato e praticato apposta per sottrarlo all’esame del Parlamento, è francamente difficile che Giuseppe Conte possa cedere alla tentazione  dei pur amici del Fatto Quotidiano. Che con una vignetta di Riccardo Mannelli in prima pagina gli hanno suggerito una reazione tipicamente grillina alle proteste provocate dalle misure e raccomandazioni adottate o formulate per fronteggiare la seconda ondata della pandemia: gridare anche per iscritto, con un altro dpcm: “andate pure liberamente affanculo”. E scusate, naturalmente, la parolaccia.

            Temo, per Conte e i suoi sostenitori, che non basteranno a placare rabbia e quant’altro neppure i “ristori” deliberati da un apposito e omonimo decreto legge per compensare ristoranti e altre attività danneggiate dalle ultime o penultime misure restrittive, specie se i 5 o i 7 miliardi di euro stanziati per essere spesi entro metà novembre -neppure sui numeri le versioni sono univoche sui giornali- dovessero perdersi per strada per le solite bizzarrie burocratiche, o rivelarsi davvero “l’elemosina di 5000 euro” una tantum a ciascuna delle aziende interessate, come ha sparato su tutta la sua prima pagina il quotidiano La Verità. Che per fortuna nella sua stessa testata si chiede umilmente in latino “quid est veritas?”: cosa che ai sovietici della omonima Pravda sarebbe costata probabilmente la galera.

            Nel “pandemonium” provocato dalla pandemia, e tradottosi in un felice titolo del giornale Il Quotidiano del Sud diretto da Roberto Napoletano, trovo anche sprecato il tempo che impiegano persino al Viminale, ma forse già anche nelle Procure della Repubblica, per scoprire, denunciare, processare e condannare con rito sommario “chi soffia sul fuoco” delle proteste per trarne profitto, tra criminalità comune, organizzata e persino politica, con la coda dell’occhio rivolta -diciamolo francamente- anche al solito “capitano” leghista Matteo Salvini. Che tuttavia non mi sembra somigliare all’omino immaginato da Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera sulla “seconda ondata” pandemica che sta travolgendo la barca a remi di un Conte col naso ancora più lungo di quello che ha, con o senza il permesso di Pinocchio.

            Tutti e nessuno contemporaneamente possono soffiare, volenti o nolenti, sul fuoco della protesta e -aggiungerei- del disorientamento e della paura: persino i vignettisti, o certi titolisti che si compiacciono della loro carica polemica o ironica. Penso, per esempio, a quel “bluff” di Conte che “gioca sporco” sparato da Libero, peraltro sull’”arrivo dei forconi a palazzo” annunciato da Vittorio Feltri. O alla sfasciavetrine cui Nico Pillinini sulla Gazzetta del Mezzogiorno fa dare una mano ai commercianti che vogliono “tenere aperti i negozi”. O a Stefano Rolli che sul Secolo XIX raccomanda di contenere anche “le sommosse non oltre le 18” consentite dal decreto Conte. E persino a quegli spiritosi del Foglio che liquidano come “la rivolta dei fighetti” le proteste contro la chiusura dei teatri e dei cinema, che se la passavano “male” già “prima del Covid”, per cui adesso potrebbero anche chiudere definitivamente senza tante storie.

 

 

 

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L’imbarazzo della scelta fra gli assalti e i dileggi al premier antivirale

            C’è solo l’imbarazzo della scelta di fronte alle rappresentazioni giornalistiche, in titoli e immagini, delle proteste esplose un po’ dappertutto, dal Nord al Sud, in piazza e al chiuso dei locali autorizzati a rimanere aperti solo sino alle ore 18, dopo le misure e le raccomandazioni infilate dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel suo ultimo, per ora, decreto d’emergenza virale. Si sprecano la “rabbia”, le “rivolte”, gli “scontri”, le “preoccupazioni” del Quirinale e del Viminale, le incitazioni  al “balzoka” e persino le imprecazioni alla Grillo, pur silente stavolta, come quella lanciata da Vittorio Feltri su Libero, in versione originale e non imitata, con un ”andate tutti affancovid”. Che -bisogna ammetterlo- gli è venuta bene e non gli procurerà problemi all’Ordine né regionale né nazionale dei giornalisti, da cui d’altronde mi pare che lui si sia dimesso per protesta contro tutti i processi, o simili, fattigli per altri titoli, invettive e allusioni.

            Il più misurato, e persino elegante, è stato ancora una volta il professionalissimo manifesto con quel “sipario strappato” sovrapposto come titolo all’immagine dell’ultima, sempre per ora, conferenza stampa di Conte nel cortile di Palazzo Chigi, con tutte le distanze di sicurezza rispettate e in assenza del covidato -direbbe Vittorio Feltri- portavoce ufficiale Rocco Casalino, in quarantena da contagio col suo compagno.

            Accorata, pur senza le lacrime ormai famose di Elisa Fornero nella conferenza stampa nella quale le toccò come ministra del Lavoro di Mario Monti di annunciare dolorose misure contro pensionati e pensionabili, è stata la lettera di risposta del presidente del Consiglio sul Corriere della Sera all’ormai divino Maestro Riccardo Muti, tramortito dal divieto degli spettacoli anche musicali.

            L’unico giornale che si è risparmiato titoli, vignette e quant’altro, almeno in prima pagina, sulle reazioni alle misure e raccomandazioni del notoriamente stimatissimo, anzi amatissimo presidente del Consiglio, fortunatamente prestatoci dalla Divina Provvidenza in questi drammatici frangenti, e persino con largo anticipo rispetto all’arrivo della prima e seconda ondata della pandemia virale, è stato naturalmente Il Fatto Quotidiano. Che è già proiettato verso le festività natalizie salvate dal previdente governo Conte, con tanto di “capannuccia” del Presepe “sanificata” con cura dal pennarello, spugna e quant’altro del solerte e spiritoso Vauro Senesi.

Chissà quanti sacrifici sarà costatata nella redazione del Fatto in questi giorni la rinuncia alla tentazione di sfruculiare, tra la vignetta e la ”cattiveria” di giornata, un’ormai consumata vittima del sarcasmo di Marco Travaglio come il senatore, eletto come indipendente nelle liste del Pd, e già presidente della Camera negli anni di permanenza nel centrodestra Pier Ferdinando Casini. Che nei mesi scorsi, quando la prima ondata della pandemia sembrava felicemente affrontata e superata, criticando non ricordo più quale decisione o iniziativa del governo cui pure aveva dato la fiducia, aveva previsto, avvertito e quant’altro il presidente del Consiglio delle difficoltà che gli avrebbero procurato in autunno non solo i pariolini,  fra i quali lo stesso Casini abita a Roma, ma tutti gli italiani armati di “forconi”. Spero che Vauro non ci proponga prima o poi Casini come un nuovo Masaniello, pur di origini bolognesi. 

 

 

 

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La falsa cordialità fra Mattarella e Conte, secondo il retroscena del Fatto….

Comunque si vogliano giudicare i decreti del presidente del Consiglio imposti dalla pandemia virale -undici, come li ha contati la maggior parte dei cronisti, o ventidue, come risultano al giornalista che forse lo segue con più passione di tutti, e di cui non faccio il nome perché mi interessa il peccato, di cui parlerò, più che il peccatore- debbo dire che Giuseppe Conte si deve guardare in questi difficilissimi tempi più dagli amici che dai nemici.

Nel tentativo di giustificare le carenze e quant’altro trovate anche da lui fra i divieti, gli obblighi e le raccomandazioni agli italiani per fare i sacrifici necessari ad arrivare indenni al Natale e al suo indotto, un esimio direttore di giornale ha rappresentato il presidente del Consiglio come una specie di San Sebastiano supertrafitto.

Sentite da quante “mani”, cioè intromissioni, il povero Conte ha dovuto difendere il suo non dico ultimo ma almeno penultimo decreto antivirale, essendo di buon senso prevederne ancora altri: “ministri, vice ministri, sottosegretari, consulenti, Quirinale, leader di partito, Comitato tecnico-scientifico, sindaci metropolitani, presidenti di Regione, sindacati, associazioni di categoria, ovviamente nessuno d’accordo con gli altri”.

Mettere il Quirinale, sia pure con la maiuscola, in questa vasta compagnia di disturbatori della sua quiete, competenza e quant’altro mi sembra francamente un pessimo servizio al presidente del Consiglio.

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Conte prenota il Natale oscurando il Paese dalle 18, ora solare

            Va bene. Obbedisco, molto piò modestamente, da tapino che sono, di come fece Giuseppe Garibaldi telegrafando il 9 agosto 1866 al generale Alfonso La Marmora, che gli aveva ordinato di fermarsi sulla strada di Trento. Diversamente dai colleghi, per esempio, del Secolo XIX, che l’hanno sparato su tutta la prima pagina, non chiamo “coprifuoco” quello che il presidente del Consiglio ha appena disposto per fronteggiare l’epidemia virale.

            Consentitemi tuttavia di condividere il giudizio di Aldo Cazzullo, che nell’editoriale del Corriere della Sera ha trovato nel decreto appena firmato da Giuseppe Conte “non un piano per il futuro” ma “una dichiarazione di fallimento per il passato”, perché “sancisce l’incapacità di prevenire la seconda, annunciatissima ondata della pandemia”.

            Persino Marco Travaglio -sì, proprio lui, il direttore del Fatto Quotidiano che sovente raccoglie per primo, anticipa le decisioni e suggerisce il presidente del Consiglio, come mi è sembrato fare ieri proiettando il decreto in arrivo verso il salvataggio del Natale, in effetti evocato da Conte nella sua conferenza stampa a Palazzo Chigi- ha aperto oggi il suo editoriale scrivendo di “non essere d’accordo sull’ultimo Dpcm”. Cui peraltro ha assegnato il numero 22 della serie anti-pandemica, contro l’11 ricordato da altri. Ma scritto da lui, bisogna credergli perché dispone di un archivio politico che, se è pari a quello giudiziario, dev’essere imbattibile, al netto delle omissioni o delle mutilazioni comode alle sue polemiche di giornata.

            A tanto sforzo di obiettività nel riconoscere i limiti dell’ultimo decreto Travaglio ha comunque aggiunto il riconoscimento a Conte di avere “usato le parole e i toni giusti, come quasi sempre dall’inizio della pandemia, per lanciare l’allarme senza diffondere allarmismo”, pur reduce da una fatica politica enorme così raccontata, con un cenno di perdurante preoccupazione: “Non sappiamo se, dopo il cedimento dell’altra notte all’ala più isterica e meno riflessiva del governo e della maggioranza, ne abbia ripreso il pieno controllo politico”. “Ma almeno .ha aggiunto, sempre riferendosi a Conte- ne ha dato l’impressione con un discorso asciutto, fermo, equilibrato, abile nel mascherare la babele cacofonica delle mille istituzioni che hanno messo le mani nel Dpcm”. Che è risultato perciò “il meno coerente e razionale della collezione”.

             Forte probabilmente di notizie, confidenze e quant’altro passategli dal portavoce ufficiale di Conte e Palazzo Chigi Rocco Casalino, momentaneamente lontano dal suo ufficio perché contagiato, al pari del portavoce di Sergio Mattarella e del Quirinale, Travaglio ha raccontato che a mettere le mani nell’ultimo e meno riuscito decreto sono stati “ministri, vice ministri, sottosegretari, consulenti, Quirinale, leader di partito, comitato tecnico-scientifico, sindaci metropolitani, presidenti di Regione, sindaci, associazioni di categoria, ovviamente nessuno d’accordo con gli altri”.

            Tanto involontariamente quanto autolesionisticamente Travaglio non poteva esporre meglio il bailamme di governo gestito dal “suo” Conte: l’uomo regalatoci dalla Provvidenza attraverso quel singolarissimo campione dello spettacolo comico che è Beppe Grillo.

 

 

 

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I conti del governo Conte che non tornano neppure al direttore della Stampa

            Ancora due parole, o poco più, a proposito delle prestazioni di Marcello Sorgi sulla Stampa come avvocato di Giuseppe Conte in questa drammatica emergenza virale, ripetute oggi nel suo “taccuino” di quinta pagina, dopo l’editoriale di ieri. Ripetute per riconoscere al presidente del Consiglio il merito di essere “tornato pienamente sul ponte di comando progettando misure più drastiche ed efficaci su tutto il territorio nazionale”. Che “dovrebbero sostituirsi al Carnevale delle singole Regioni e dei governatori”, specie di quelli esaltati dai voti che li hanno recentemente confermati al loro posto, a cominciare naturalmente dal campano Vincenzo De Luca.

            L’unico dubbio, un po’ retorico, rimasto al mio amico Marcello è se Conte nei giorni scorsi fosse stato “scalzato dal suo posto” o si sia adesso “semplicemente alzato per far sentire la sua mancanza” nelle ore diurne e notturne della studiata assenza.

            Tornato col suo dubbio in quinta pagina, Marcello si sarà letto questa mattina, o già durante la notte, l’editoriale di prima pagina scritto dal direttore Massimo Giannini dopo tre settimane di ricovero per covid al Policlinico Gemelli di Rona, dove è rimasta ancora la madre. Alla quale naturalmente auguro di uscire pure lei quanto prima.

            In debito con Giannini per il magistrale racconto della sua esperienza di malato, e ora di convalescente, fra lo stile del cronista e quello del romanziere, alla grande, lo sono ancora di più per la franchezza dell’analisi politica della situazione giù difficile che aveva lasciato nel momento del ricovero ma nel frattempo aggravatasi di pari passo con la pandemia.

            “Non tornano -ha scritto il direttore della Stampa– i conti del governo, che continua a rivendicare ciò che ha fatto di fronte alla prima ondata, ma ad autoassolversi su ciò che non ha fatto di fronte alla seconda”. Non è vero, è verissimo. Ma ancora, dopo avere fatto le pulci a vari ministri, chiamandoli per nome, Giannini ha scritto di Conte che ha “il massimo rispetto, ma di fronte ai numeri di questa emergenza lo stillicidio dei Dpcm a cascata e la strategia dei piccoli passi (e possibilmente uno indietro rispetto agli enti locali) non servono più a niente”. “Da lui -ha aggiunto Giannini senza fargli sconti di sorta- ci aspettiamo atti di governo, chiari e inequivoci, severi e all’altezza della sfida atroce che ci opprime, non prediche inutili e consigli da buon padre di famiglia”. Meglio e di più non avrebbe potuto scrivere l’appena scampato, fortunatamente, alla trappola del covid.   

Altro che Vincenzo De Luca sul Vesuvio, siamo tutti seduti sul fuoco

            Magari fosse solo Vincenzo De Luca a sedere sul fuoco del suo Vesuvio, come lo ha proposto Emilio Giannelli nella vignetta del Corriere della Sera di fronte alle notizie e alle immagini provenienti da una Napoli in rivolta: non si sa se più contro il lockdown disposto dal suo governatore regionale o quello più morbido, diciamo così, in arrivo col solito affanno, o tra le solite tensioni interne, dal governo a cominciare dalle 18. Che va intesa peraltro come ora solare, appena ripristinata, più indietro quindi di 60 minuti rispetto a quella legale cui eravamo abituati da fine marzo.

            Qui, con la seconda ondata della pandemia virale che ha colto tutti impreparati, a qualsiasi livello, e con la scomparsa – provata da quella fila, per esempio, di sciatori assembrati a Cervinia- del buon senso, della ragionevolezza, della disciplina e di tutte le altre esagerazioni attribuite anche dall’estero agli italiani in occasione della prima ondata, siamo tutti a sedere sul fuoco. Lo sono anche quelli che, spontaneamente a casa, senza aspettare non più le norme ma le “raccomandazioni” espresse con decreto dal presidente del Consiglio dei Ministri, credono di essere in sicurezza.

            A me, per esempio, per quanto può valere una modestissima esperienza personale, è accaduto di venire sputato in faccia in macchina, e a finestrino imprudentemente abbassato, da un energumeno -senza mascherina naturalmente- che, avendo posteggiato il suo furgoncino davanti alla palazzina di casa, mi impediva di uscire solo per portare mia moglie a un appuntamento nell’ambulatorio radioterapico del Policlinico Gemelli. Questi sarebbero gli italiani disciplinati, educati, eroici della propaganda conformista, come i napoletani elogiati da Libero su tutta la prima pagina pur dopo aver messo a ferro e a fuoco la loro città. Ma, per cortesia, dove pensiamo di poter arrivare in questo paese che personalmente ritengo ormai semplicemente incarognito dalla mancanza -ripeto, mancanza- da un bel po’ di tempo di un governo degno di questo nome, nazionale o locale che sia? Dai, siamo seri.

            Noi giornalisti -sia chiaro anche questo- partecipiamo a codesta follia non solo alimentando le polemiche più assurde e violente nel linguaggio e nelle azioni, ma anche dando false notizie o informazioni distorte. Proprio oggi, per esempio, capita di leggere un titolo sul Fatto Quotidiano  -e dove sennò?- in cui il decreto presidenziale, l’ennesimo, in arrivo con le sue raccomandazioni per l’emergenza viene annunciato “per salvare il Natale”. Cui chissà se arriveremo mai e come, vista la gestione catastrofica di questo autunno

            E poi -sentite, sentite, o leggete- sempre su quel giornale si scrive di un povero, sfortunatissimo, eroico presidente del Consiglio costretto a districarsi non fra la sua scarsa impreparazione politica, avendo fatto ben altro sino a due anni e mezzo fa, non fra le confusioni e tensioni dei grillini che lo hanno portato a Palazzo Chigi imponendolo prima a Matteo Salvini e poi a Nicola Zingaretti, ma tra “le pressioni isteriche” di un Pd che “non tocca palla”. Eppure è lo stesso, non un altro Pd che su quel giornale il direttore in persona raccomanda agli amici grillini come alleato sistemico, organico, strategico e non so cos’altro, liquidando come traditori, visionari, sprovveduti quelli che non lo stanno a sentire e non usano il cosiddetto voto disgiunto per far vincere i candidati piddini, appunto, a governatori e sindaci dove i pentastellati non hanno avuto l’accortezza, la saggezza, la furbizia di apparentarvisi elettoralmente.

 

 

 

 

 

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