Conte prenota il Natale oscurando il Paese dalle 18, ora solare

            Va bene. Obbedisco, molto piò modestamente, da tapino che sono, di come fece Giuseppe Garibaldi telegrafando il 9 agosto 1866 al generale Alfonso La Marmora, che gli aveva ordinato di fermarsi sulla strada di Trento. Diversamente dai colleghi, per esempio, del Secolo XIX, che l’hanno sparato su tutta la prima pagina, non chiamo “coprifuoco” quello che il presidente del Consiglio ha appena disposto per fronteggiare l’epidemia virale.

            Consentitemi tuttavia di condividere il giudizio di Aldo Cazzullo, che nell’editoriale del Corriere della Sera ha trovato nel decreto appena firmato da Giuseppe Conte “non un piano per il futuro” ma “una dichiarazione di fallimento per il passato”, perché “sancisce l’incapacità di prevenire la seconda, annunciatissima ondata della pandemia”.

            Persino Marco Travaglio -sì, proprio lui, il direttore del Fatto Quotidiano che sovente raccoglie per primo, anticipa le decisioni e suggerisce il presidente del Consiglio, come mi è sembrato fare ieri proiettando il decreto in arrivo verso il salvataggio del Natale, in effetti evocato da Conte nella sua conferenza stampa a Palazzo Chigi- ha aperto oggi il suo editoriale scrivendo di “non essere d’accordo sull’ultimo Dpcm”. Cui peraltro ha assegnato il numero 22 della serie anti-pandemica, contro l’11 ricordato da altri. Ma scritto da lui, bisogna credergli perché dispone di un archivio politico che, se è pari a quello giudiziario, dev’essere imbattibile, al netto delle omissioni o delle mutilazioni comode alle sue polemiche di giornata.

            A tanto sforzo di obiettività nel riconoscere i limiti dell’ultimo decreto Travaglio ha comunque aggiunto il riconoscimento a Conte di avere “usato le parole e i toni giusti, come quasi sempre dall’inizio della pandemia, per lanciare l’allarme senza diffondere allarmismo”, pur reduce da una fatica politica enorme così raccontata, con un cenno di perdurante preoccupazione: “Non sappiamo se, dopo il cedimento dell’altra notte all’ala più isterica e meno riflessiva del governo e della maggioranza, ne abbia ripreso il pieno controllo politico”. “Ma almeno .ha aggiunto, sempre riferendosi a Conte- ne ha dato l’impressione con un discorso asciutto, fermo, equilibrato, abile nel mascherare la babele cacofonica delle mille istituzioni che hanno messo le mani nel Dpcm”. Che è risultato perciò “il meno coerente e razionale della collezione”.

             Forte probabilmente di notizie, confidenze e quant’altro passategli dal portavoce ufficiale di Conte e Palazzo Chigi Rocco Casalino, momentaneamente lontano dal suo ufficio perché contagiato, al pari del portavoce di Sergio Mattarella e del Quirinale, Travaglio ha raccontato che a mettere le mani nell’ultimo e meno riuscito decreto sono stati “ministri, vice ministri, sottosegretari, consulenti, Quirinale, leader di partito, comitato tecnico-scientifico, sindaci metropolitani, presidenti di Regione, sindaci, associazioni di categoria, ovviamente nessuno d’accordo con gli altri”.

            Tanto involontariamente quanto autolesionisticamente Travaglio non poteva esporre meglio il bailamme di governo gestito dal “suo” Conte: l’uomo regalatoci dalla Provvidenza attraverso quel singolarissimo campione dello spettacolo comico che è Beppe Grillo.

 

 

 

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I conti del governo Conte che non tornano neppure al direttore della Stampa

            Ancora due parole, o poco più, a proposito delle prestazioni di Marcello Sorgi sulla Stampa come avvocato di Giuseppe Conte in questa drammatica emergenza virale, ripetute oggi nel suo “taccuino” di quinta pagina, dopo l’editoriale di ieri. Ripetute per riconoscere al presidente del Consiglio il merito di essere “tornato pienamente sul ponte di comando progettando misure più drastiche ed efficaci su tutto il territorio nazionale”. Che “dovrebbero sostituirsi al Carnevale delle singole Regioni e dei governatori”, specie di quelli esaltati dai voti che li hanno recentemente confermati al loro posto, a cominciare naturalmente dal campano Vincenzo De Luca.

            L’unico dubbio, un po’ retorico, rimasto al mio amico Marcello è se Conte nei giorni scorsi fosse stato “scalzato dal suo posto” o si sia adesso “semplicemente alzato per far sentire la sua mancanza” nelle ore diurne e notturne della studiata assenza.

            Tornato col suo dubbio in quinta pagina, Marcello si sarà letto questa mattina, o già durante la notte, l’editoriale di prima pagina scritto dal direttore Massimo Giannini dopo tre settimane di ricovero per covid al Policlinico Gemelli di Rona, dove è rimasta ancora la madre. Alla quale naturalmente auguro di uscire pure lei quanto prima.

            In debito con Giannini per il magistrale racconto della sua esperienza di malato, e ora di convalescente, fra lo stile del cronista e quello del romanziere, alla grande, lo sono ancora di più per la franchezza dell’analisi politica della situazione giù difficile che aveva lasciato nel momento del ricovero ma nel frattempo aggravatasi di pari passo con la pandemia.

            “Non tornano -ha scritto il direttore della Stampa– i conti del governo, che continua a rivendicare ciò che ha fatto di fronte alla prima ondata, ma ad autoassolversi su ciò che non ha fatto di fronte alla seconda”. Non è vero, è verissimo. Ma ancora, dopo avere fatto le pulci a vari ministri, chiamandoli per nome, Giannini ha scritto di Conte che ha “il massimo rispetto, ma di fronte ai numeri di questa emergenza lo stillicidio dei Dpcm a cascata e la strategia dei piccoli passi (e possibilmente uno indietro rispetto agli enti locali) non servono più a niente”. “Da lui -ha aggiunto Giannini senza fargli sconti di sorta- ci aspettiamo atti di governo, chiari e inequivoci, severi e all’altezza della sfida atroce che ci opprime, non prediche inutili e consigli da buon padre di famiglia”. Meglio e di più non avrebbe potuto scrivere l’appena scampato, fortunatamente, alla trappola del covid.   

Altro che Vincenzo De Luca sul Vesuvio, siamo tutti seduti sul fuoco

            Magari fosse solo Vincenzo De Luca a sedere sul fuoco del suo Vesuvio, come lo ha proposto Emilio Giannelli nella vignetta del Corriere della Sera di fronte alle notizie e alle immagini provenienti da una Napoli in rivolta: non si sa se più contro il lockdown disposto dal suo governatore regionale o quello più morbido, diciamo così, in arrivo col solito affanno, o tra le solite tensioni interne, dal governo a cominciare dalle 18. Che va intesa peraltro come ora solare, appena ripristinata, più indietro quindi di 60 minuti rispetto a quella legale cui eravamo abituati da fine marzo.

            Qui, con la seconda ondata della pandemia virale che ha colto tutti impreparati, a qualsiasi livello, e con la scomparsa – provata da quella fila, per esempio, di sciatori assembrati a Cervinia- del buon senso, della ragionevolezza, della disciplina e di tutte le altre esagerazioni attribuite anche dall’estero agli italiani in occasione della prima ondata, siamo tutti a sedere sul fuoco. Lo sono anche quelli che, spontaneamente a casa, senza aspettare non più le norme ma le “raccomandazioni” espresse con decreto dal presidente del Consiglio dei Ministri, credono di essere in sicurezza.

            A me, per esempio, per quanto può valere una modestissima esperienza personale, è accaduto di venire sputato in faccia in macchina, e a finestrino imprudentemente abbassato, da un energumeno -senza mascherina naturalmente- che, avendo posteggiato il suo furgoncino davanti alla palazzina di casa, mi impediva di uscire solo per portare mia moglie a un appuntamento nell’ambulatorio radioterapico del Policlinico Gemelli. Questi sarebbero gli italiani disciplinati, educati, eroici della propaganda conformista, come i napoletani elogiati da Libero su tutta la prima pagina pur dopo aver messo a ferro e a fuoco la loro città. Ma, per cortesia, dove pensiamo di poter arrivare in questo paese che personalmente ritengo ormai semplicemente incarognito dalla mancanza -ripeto, mancanza- da un bel po’ di tempo di un governo degno di questo nome, nazionale o locale che sia? Dai, siamo seri.

            Noi giornalisti -sia chiaro anche questo- partecipiamo a codesta follia non solo alimentando le polemiche più assurde e violente nel linguaggio e nelle azioni, ma anche dando false notizie o informazioni distorte. Proprio oggi, per esempio, capita di leggere un titolo sul Fatto Quotidiano  -e dove sennò?- in cui il decreto presidenziale, l’ennesimo, in arrivo con le sue raccomandazioni per l’emergenza viene annunciato “per salvare il Natale”. Cui chissà se arriveremo mai e come, vista la gestione catastrofica di questo autunno

            E poi -sentite, sentite, o leggete- sempre su quel giornale si scrive di un povero, sfortunatissimo, eroico presidente del Consiglio costretto a districarsi non fra la sua scarsa impreparazione politica, avendo fatto ben altro sino a due anni e mezzo fa, non fra le confusioni e tensioni dei grillini che lo hanno portato a Palazzo Chigi imponendolo prima a Matteo Salvini e poi a Nicola Zingaretti, ma tra “le pressioni isteriche” di un Pd che “non tocca palla”. Eppure è lo stesso, non un altro Pd che su quel giornale il direttore in persona raccomanda agli amici grillini come alleato sistemico, organico, strategico e non so cos’altro, liquidando come traditori, visionari, sprovveduti quelli che non lo stanno a sentire e non usano il cosiddetto voto disgiunto per far vincere i candidati piddini, appunto, a governatori e sindaci dove i pentastellati non hanno avuto l’accortezza, la saggezza, la furbizia di apparentarvisi elettoralmente.

 

 

 

 

 

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Giuseppe Conte ha forse trovato per sè un avvocato migliore di lui

            Stimolato -lo confesso-anche dall’ironia con la quale ne ha parlato Marco Taradash nella rassegna “Stampa e regime” che gli capita di turno il sabato su Radio Radicale, sono andato a rileggermi l’editoriale che ha dedicato oggi sulla Stampa l’ex direttore Marcello Sorgi al presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Le cui difficoltà di fronte alla ripresa della pandemia virale -già sufficiente da sola a sfiancare anche il più collaudato professionista della politica, e tanto più quindi un capo “anomalo” di governo come lui, che lo stesso presidente del Consiglio Mattarella confessò pubblicamente più di due anni fa di avere nominato con qualche apprensione per la sua inesperienza- sarebbero aumentate per “l’invidia” procurata ai suoi stessi alleati dalla popolarità guadagnatasi nella prima ondata della pandemia.

            Eppure, se fosse solo o principalmente un problema di invidia, e quindi di ritorsione o di paura che cresca troppo, sino a fare il bingo del Quirinale -chessò- alla scadenza del mandato di Sergio Mattarella, i perfidi alleati o concorrenti di Conte dovrebbero allentare l’assedio che gli stanno praticando con sollecitazioni a fare di più e richieste di verifiche, perché il presidente del Consiglio ha cominciato a perdere punti nei sondaggi. A meno che, proprio per questo, i falsi amici non vogliano dargli il colpo di grazia, diciamo così, incuranti della convinzione di Sorgi che il professore prestato alla politica dai grillini, e subìto l’anno scorso dal Pd come nel 2018 dalla Lega di Matteo Salvini, sia addirittura “l’unica via di salvezza” di cui disponga oggi l’Italia.

            Va bene che il mio amico Marcello Sorgi è figlio di un compianto avvocato celebre e validissimo di Palermo, e ne ha probabilmente ereditato la passione, e non solo l’astuzia professionale, nell’arte della difesa, ma temo che questa volta si sia fatta prendere un po’ troppo la mano, pur riconoscendo ogni tanto anche gli “errori” commessi da Conte e i suoi tentativi di rimediarvi.

            Ma soprattutto temo che Marcello, lanciando un po’ il cuore oltre l’ostacolo di fronte alla fretta che mettono a Conte il segretario del Pd Nicola Zingaretti e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, convinto forse di essere il migliore  o il più furbo dei grillini sempre più divisi, anzi lacerati, abbia finito per consigliare al presidente del Consiglio la vecchia e tanto bistrattata filosofia andreottiana del meglio “tirare a campare che tirare le cuoia”.

            Da una parte l’ex direttore  della Stampa ha invitato gli impazienti  a lasciare lavorare in pace il povero capo del governo, fotografato qualche volta in una posa diciamo così del “mazzo” che si fa ogni giorno, o che vorrebbe fare agli altri, come potrebbero sospettare gli avversari, e dall’altra ha esortato Conte a non “darsi pensiero di chiarimenti politici, pur necessari, ma dagli esiti imprevedibili, dei quali non è affatto questa l’occasione”. Bertoldo, si sa, non riusciva mai a trovare l’albero al quale si era dichiarato disposto a farsi volontariamente appendere da chi gli voleva fare la pelle.

Ministri e simili alla larga, per favore o carità, dai salotti televisivi

            Con tutta la prudenza che abbiamo imparato ad avere, grazie anche alle vicende di Piercamillo Davigo e di Luca Palamara, in ordine rigorosamente alfabetico, un po’ per tutti i Consigli Superiori regalatici dalla Costituzione e dalle leggi ordinarie, ho diffidato d’istinto del “lockdown lontano” annunciato ottimisticamente dal presidente del Consiglio Superiore della Sanità Franco Locatelli in una intervista al Fatto Quotidiano. Che naturalmente non voleva sentirsi dire altro, impegnato com’è a buttare acqua sul fuoco della pandemia temendo che finisca per incenerire anche il governo del benemerito, provvidenziale, insostituibile, elegantissimo, sagace, spiritoso e resistente Giuseppe Conte. Anzi, a pensarci meglio, forse qualcosa in più il giornale di Marco Travaglio se l’aspettava o pretendeva dall’intervistato: non un semplice “lontano” ma un superlativo “lontanissimo”, o addirittura un categorico “impossibile”, non potendo bastare un “improbabile” lockdown, in lingua rigorosamente inglese adottata anche dal presidente del Consiglio dei Ministri.

            Se poi dovesse accadere ciò che dalle parti di Travaglio non si vuole, o non si desidera, o si teme per i suoi effetti forse più politici che fisici, sanitari, economici e quant’altro, sarebbero già pronti a pensare e a scrivere maledettamente “peggio per i fatti”, non per chi ne subirebbe i danni. O si consolerebbero con la vignetta di Nico Pillinini su tutto il globo terracqueo, e non solo l’Italia, soffocato dai tentacoli del Covid, preferendola a quella dell’impertinente Francesco Tullio Altan. Che praticamente denuncia l’attendismo del governo più bello del mondo, che si spende a  promettere tanto per il futuro e non fare niente, o quasi, in questo dannatissimo presente.

            Intanto, giusto per fare qualcosa di concreto e utile per il suo governo, o di meno nocivo, vista anche la perdita di consenso personale che comincia a registrare nei sondaggi così a lungo generosi con lui, il presidente del Consiglio potrebbe ricorrere ad una forma particolarissima e limitatissima di lockdown, riguardando i suoi 21 ministri e 41 fra vice ministri e sottosegretari, per un totale quindi di 62 persone, se ho fatto bene i conti. Egli potrebbe interdire a costoro, magari con un altro decreto presidenziale noto con l’acronimo dpcm, e finalizzato anch’esso all’emergenza virale, di frequentare salotti e salottini televisivi, visto che di solito -molto di solito- ne escono a pezzi. E con loro esce a pezzi anche il governo di cui fanno parte.

             Non più tardi di ieri, venerdì 23 ottobre, alla penultima  edizione legale  delle otto e mezza serale de la 7, visto che da lunedì prossimo saranno le otto e mezza solari, mi sono personalmente trovato -ma credo, da remoto, in buona compagnia- nell’imbarazzo della scelta fra l’apprezzamento delle incalzanti domande e interruzioni della conduttrice Lilli Gruber e degli altri intervistatori e lo sgomento per la prestazione della ministra delle infrastrutture e dei trasporti Paola De Micheli. Che si è trovata strettissima tra le insufficienze dimostrate anche dal suo dicastero di fronte alla seconda ondata della pandemia virale e il comprensibile dovere, per carità, di coprire, ignorare e quant’altro le responsabilità degli altri esponenti del governo, a cominciare dal presidente del Consiglio.

            Ad un certo punto -incredibile a pensarlo e a dirlo- ho rimpianto persino il buon umore che mi ispirava davanti alla televisione, tra l’autentico e l’imitato, il predecessore della ministra piddina: il grillino e riccioluto Danilo Toninelli, dell’epoca o maggiorana gialloverde.

 

 

 

 

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Il ritorno dimesso di Davigo nella familiare piazza pulita di Formigli

            Com’era previsto, anzi scontato, Pier Camillo Davigo è rimasto di casa nella piazza pulita televisiva di Corrado Formigli, a la 7, anche dopo avere perduto almeno il primo tempo della partita giocata al Consiglio Superiore della Magistratura per rimanervi anche da pensionato.

              Il secondo tempo della partita, come si sa, si giocherà nel tribunale regionale amministrativo del Lazio, cui l’ormai ex magistrato ha annunciato ricorso non per tigna, come forse pensano quelli che non lo stimano, ma per convinzione, sicuro com’è che la maggioranza del Consiglio Superiore, per quanto larga nel suo caso, abbia sbagliato a deciderne la decadenza prima della fine del mandato quadriennale conferitogli nel 2018  dai suoi 2500 e rotti elettori.

            Nel suo ritorno da Formigli, stavolta nei panni del pensionato, Davigo mi è sembrato dimesso nel senso non di dimissionario, naturalmente, ma di modesto, umile, misurato anche nei gesti, come dice il dizionario della lingua italiana che ho appositamente consultato prima di scrivere, perché col sia pur ex magistrato bisogna stare sempre attenti ad usare le parole per non essere querelati: molto più attenti di lui quando parla degli altri. Come quando disse -se non sbaglio, proprio nella piazza pulita di Formigli, o in qualche altro salotto televisivo- che “i politici non hanno smesso di rubare, hanno solo smesso di vergognarsi”. O come quando divise quanto meno gli imputati, se non tutti gli italiani, fra chi la fa franca con l’assoluzione e chi invece si becca la meritata condanna.

            Anche a questo tipo di linguaggio credo, anzi temo che si riferisse qualche giorno fa sul Fatto Quotidiano -e dove sennò ?- un amico ed estimatore di Davigo come Giancarlo Caselli elogiandone la franchezza “urticante” in un articolo di saluto solidale. E di raccomandazione ai lettori di non dimenticarne “i tanti meriti” disconosciuti, in particolare, da quanti “festeggiano anche in maniera scomposta” il pensionamento del famoso “dottor Sottile” del pool giudiziario di Milano, protagonista della stagione “anti corruzione” nota come quella di “Mani pulite”. Che notoriamente, pur tra qualche spiacevole suicidio e numerose assoluzioni, né gli uni né gli altri menzionati da Caselli, segnò la fine della cosiddetta prima Repubblica. E portò alla nascita dell’altrettanto cosiddetta seconda Repubblica, ma con l’inaspettata vittoria elettorale di Silvio Berlusconi. Cui Caselli ha rimproverato le “crociate avviate” contro la magistratura “in seguito -non è un mistero- ai numerosi processi a suo carico e di alcuni dei suoi più stretti collaboratori”, ha scritto ancora l’amico, collega e difensore di Davigo con lo stile e la sicurezza, diciamo così, di uno storico formatosi alla scuola di Tacito.

            Con comprensibile e storica sicurezza, pure lui, Davigo ha detto, tornando nella piazza pulita de la 7, che il suo “orgoglio più grande è di aver fatto il mio dovere al meglio delle mie capacità”. Al meglio delle sue capacità sono certo anch’io. Al meglio in senso assoluto, senza avere mai esagerato nei toni e nelle decisioni, sono francamente meno certo, assai meno.  

Se la politica annega nella seconda ondata della pandemia virale

Premetto di non essere appassionato e forse neppure esperto di calcio, pur in un paese di assatanati di questo sport, dove tutti al bar si sentono commissari tecnici, allenatori e quant’altro, in piedi o seduti, con mascherina o senza, a distanza prudenziale e non. Ma quella che ci sta offrendo la politica da qualche tempo, e ancor più da quando a tutti i guai precedenti si sono aggiunti quelli da pandemìa, mi sembra una partita di calcio o, se preferite,  un campionato davvero scombinato. E comincio ad avere il sospetto che il compianto Franco Basaglia avesse maturato la decisione di impegnarsi per la chiusura dei manicomi perché convinto che potesse e dovesse bastare quel grandissimo e unico manicomio chiamato Italia. Dove non a caso, proprio ai suoi tempi, c’era gente che non riteneva finita la guerra di liberazione o Resistenza, con la maiuscola, e praticò il terrorismo per farci stare meglio di come ci fossimo ripresi dalla guerra, anche civile. Più pazzi o briganti di così, come preferiva chiamarli l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, non si poteva francamente essere.

Ma torniamo ai nostri giorni e spettacoli della politica. La partita che giocano le due squadre in campo -quella giallorossa dell’assai presunto centrosinistra vantato dal segretario del Pd Nicola Zingaretti pur avendo come alleati i grillini, cui solo la bontà, ingenuità e quant’altro del sociologo Domenico De Masi attribuisce un futuro di sinistra, se e quando riusciranno a chiarirsi le idee, con o senza scissione, e quella verdazzurra del centrodestra a momentanea trazione leghista- è letteralmente da capogiro.

All’interno di ciascuna squadra ogni giocatore insegue e raccoglie la palla non per portarla  da solo, se ci riesce, o passandola ad un compagno meglio piazzato, contro la porta opposta ma per muoversi indifferentemente davanti, dietro o di lato e passarla ad un avversario che, a sua volta, pratica lo stesso gioco perverso. Lo sgomento degli spettatori, presenti o da remoto, allo stadio o davanti al televisore di casa, è pari solo a quello dell’arbitro e guardalinee di turno.

Prendiamo il caso del famoso Mes, come si chiama il fondo europeo salva-Stati da cui potremmo attingere crediti per più di 36 miliardi di euro destinati al potenziamento del servizio sanitario nazionale e indotto, messi a dura prova dalla pandemia. Zingaretti o Matteo Renzi prende la palla e la lancia in una direzione dove ad accoglierla può essere solo, ma dall’altra parte, il forzista Renato Brunetta. Che però deve strapparla, anticipandolo, a Matteo Salvini. Che tuttavia, se riuscisse a raccoglierla, la lancerebbe nell’altra parte del campo al pentastellato Luigi Di Maio, contrario pure lui all’uso di quei fondi perché velenosi, pur avendo un bell’aspetto e tassi d’interesse pari quasi allo zero.

In questo bailamme di palle che vanno da una parte all’altra il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, che dovrebbe essere una specie di centrocampista della squadra giallorossa, guarda più all’allenatore del centrodestra che a quello del centrosinistra. Che pure è il segretario di partito che lo ha voluto a quel posto e lo ha fatto anche diventare deputato alla Camera, avendo dovuto lui rinunciare al seggio del Parlamento europeo con la partecipazione al secondo governo Conte.

Prendiamo adesso un altro caso: quello delle misure restrittive, chiamiamole così, disposte dall’ultimo decreto del presidente del Consiglio, o da lui raccomandate a voce più o meno accorata, o disposte o in programma a livello regionale e/o comunale col supporto dei prefetti, vista la resistenza dei sindaci a farsi carico da soli delle strette a rischio di impopolarità. Molti di questi sindaci, o i più importanti, sono peraltro in zona Cesarini, diciamo così, perché nella primavera dell’anno prossimo ci sarà un bel turno elettorale che li riguarderà direttamente.

Ebbene, dalla Lombardia il governatore leghista Attilio Fontana, fra una pratica legale e l’altra di cui deve occuparsi da quando le Procure hanno cominciato a interessarsene, ha lanciato al ministro degli affari regionali e, più in generale, al governo una palla per rivendicare misure particolarmente dure di prevenzione di fronte alla pandemia crescente, e attuarle intanto nella sua Lombardia. Ma ad intercettare la palla, cui almeno una parte del governo è interessata, a cominciare dal ministro della Salute Roberto Speranza, e a mandarla praticamente fuori campo è stato Salvini, cioè il capo, allenatore e quant’altro del partito di Fontana.

Potrei continuare a lungo parlando della scuola, della ministra Lucia Azzolina ammutolita in televisione da una virologa, dei tamponi di vario tipo, del commissario Domenico Arcuri eccetera eccetera, ma vado direttamente all’osso chiedendomi di quant’altro tempo e di quali altri incidenti ci sarà ancora bisogno per ottenere quanto meno i rapporti di vera cooperazione  fra governo e opposizione che auspica e sollecita un giorno sì e l’altro pure il presidente della Repubblica di fronte alle varie emergenze -non una sola- in cui si trova l’Italia. Del resto, di quale governo e di quale opposizione si può parlare, viste le divisioni, a dir poco, che attraversano l’uno e l’altra? Eppure, ancor più che di migliori rapporti fra maggioranza e opposizione ci sarebbe bisogno di un vero e proprio governo di emergenza e solidarietà nazionale, guidato a questo punto non importa neppure da chi, politico o tecnico, magari tirato a sorte come Beppe Grillo vorrebbe fare per coprire i seggi, peraltro ridotti, delle prossime Camere.

Ma nessuno mi sembra in grado di imboccare la strada di un vero governo di unità nazionale, che presupporrebbe la scomposizione e ricomposizione di tutti gli equilibri, come solo la buonanima di Aldo Moro sapeva fare. E forse proprio per questo fu ammazzato, o lasciato ammazzare nel 1978.

A questo punto non resta che sperare -scusate il paradosso sarcastico- nella benevolenza o pietà di quel feroce virus chiamato Covid 19. Che potrebbe allentare la presa sull’Italia vedendo come essa sia in grado di rovinarsi. Sappiamo covidarci, diciamo così, da soli.

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 24 -10-2020

Gli inconvenienti della resistenza di Giuseppe Conte a un nuovo lockdown

            Il Conte, con la maiuscola, resistente alla tentazione o al rischio di un nuovo lokdown, secondo un titolo che gli dedica in prima pagina la Repubblica, mi ricorda il compianto segretario del Psi Francesco De Martino. Che nei rapporti con la Dc da una parte, al governo, e col Pci d’altra, all’opposizione, durante gli anni del secondo centrosinistra, dopo quello di Aldo Moro e Pietro Nenni, resisteva “fino a un momento prima di cedere”. Così diceva di lui sui divani di Montecitorio il sindacalista e deputato socialista Fernando Santi.

            Il paragone con De Martino, che portò il Psi nel 1976 al  minimo storico di voti, non piacerà probabilmente al presidente del Consiglio, in calo nei sondaggi da qualche giorno ma pur sempre abituato a ben altri abbinamenti: dal corregionale Aldo Moro addirittura al conte, minuscolo, Camillo Benso di Cavour, entrambi affiancatigli generosamente dal vegliardo e simpatizzante Eugenio Scalfari.

          Il presidente del Consiglio preferirà forse l’immagine del comandante in navigazione a vista, fra le mine dei contagi virali, attribuitagli dal vignettista Nico Pillinini sulla prima pagina della Gazzetta del Mezzogiorno, il quotidiano pugliese che peraltro Conte sta lodevolmente cercando dietro le quinte di salvare dal rischio di chiusura o di svendita, nel poco tempo -non “perduto”, come dicono al manifesto- lasciatogli libero dalle emergenze del Covid, della maggioranza e dei rapporti con regioni e città. Dove si  stanno sperimentando i coprifuochi serali e notturni in alternativa al lockdown, che il Fatto Quotidiano definisce “coprifuochini”. O che Il Foglio, altro giornale ormai simpatizzante e comprensivo nei riguardi di Conte, ha tradotto in un invito ai  suoi pochi ma qualificati lettori a “ricominciare a stare a casa”, possibilmente anche di giorno, e non solo di sera e di notte.

           Sarebbe un lockdown di fatto, sottinteso, senza la solennità, i vincoli, le certificazioni e quant’altro di un altro, ennesimo decreto presidenziale ormai noto con l’acronimo del dpcm, sottratto a passaggi parlamentari rischiosi, sotto tutti i punti di vista, non solo politici, per il crescente numero di deputati e senatori contagiati, o covidati, se mi permettete questo aggettivo non ancora approdato nei dizionari della lingua italiana.

           In questa purtroppo drammatica confusione di idee e parole si è inserita anche la bislacca interpretazione equilibratrice data da qualche giornale a un sondaggio che attribuisce circa il 10 per cento ad un eventuale partito di Luigi Di Maio, tutto governista, prodotto dalla crisi identitaria del MoVimento 5 Stelle. Che si è  aggravata col no gridato insieme da Alessandro Di Battista e Davide Casaleggio al poltronismo sotteso alla ipotesi di soppressione, fra i grillini, del divieto di un terzo mandato.

           Ma Di Maio, cari colleghi affascinati da un suo eventuale partito di stampo governista, magari disposto anche a ingoiare per ragioni di realismo l’accesso ai crediti europei per il potenziamento del servizio sanitario nazionale e indotto, ha appena negato in una intervista al Corriere della Sera di avere mai proposto o condiviso il terzo mandato. Senza il quale peraltro finirebbe fortunatamente anche la sua esperienza politica: fortunatamente, perché è passato il tempo in cui persino il direttore dello stesso Corriere della Sera, Luciano Fontana, scambiava Di Maio per un nuovo Giulio Andreotti, a costo di farne sobbalzare le ossa nella tomba, al Verano.

Renzi esulta per “il tavolo” della verifica subìto da Conte, ma non imminente

            Al netto della solita esuberanza, e senza tornare a scomodare John Elkann, che ne parlava come di un eterno “boy scout” commentandone la scalata quasi contemporanea alla segreteria del Pd e alla guida del governo, Matteo Renzi ha ragioni da vendere nella Enewws 683 del 20 ottobre attribuendosi il merito di avere proposto per primo, e di avere infine ottenuto da Conte e Zingaretti, “il tavolo politico per fare chiarezza sulle tante partite aperte e condividere il percorso per arrivare con una visione al 2023”, cioè alla fine ordinaria di questa diciottesima legislatura.

Il “tavolo” reclamato dal senatore di Scandicci  ora “soltanto” leader di Italia Viva, il partito improvvisato uscendo un anno fa dal Pd per partecipare in proprio alla maggioranza giallorossa dopo averla promossa, è quello della “verifica”. Che è una parola largamente in uso durante la cosiddetta prima Repubblica e perciò non gradita, anzi contestata, nella seconda e ancor più in questa terza Repubblica segnata dai governi di Giuseppe Conte. Ugualmente contestata è la parola del “rimpasto”, che di solito seguiva, sempre nella prima Repubblica, alla “verifica” per spostare ministri o nominarne di nuovi, quando e se le trattative fra i partiti non finivano addirittura con la formazione di un altro governo, con o senza lo stesso presidente del Consiglio.

            Snobbata per un po’, pur essendo stata formulata con la disponibilità a tradurre l’aggiornamento del programma in un “contratto”, come i grillini avevano voluto chiamare quello stipulato dopo le elezioni generali del 2018 con i leghisti, la proposta renziana del “tavolo” -rigorosamente a quattro gambe, contro le tre ipotizzate precedentemente da Goffredo Bettini dando probabilmente per scontato il ritorno nel Pd dei vari Bersani, D’Alema. Grasso, Speranza rifugiatisi nella sinistra dei liberi e uguali- si è imposta per un’autorete compiuta da Conte. Che nella conferenza stampa di presentazione del suo undicesimo decreto antivirale ha contestato più esplicitamente del solito la convenienza del credito europeo noto come Mes e destinato al potenziamento del servizio sanitario e indotto compromessi dalla pandemia. Il segretario del Pd Nicola Zingaretti ha protestato  per “la battuta” sino a condividere in pieno il chiarimento attorno al “tavolo” reclamato da Renzi, strappando a Conte la disponibilità a promuoverlo, o a subirlo, come preferite.

            Renzi non poteva non compiacersene, accettando la condizione posta dal presidente del Consiglio di provvedere alla verifica, o comunque la vorrà chiamare, dopo gli Stati Generali del tormentatissimo MoVimento 5 Stelle già annunciati per il 7 novembre.  Ma -guarda caso- qualche ora dopo essi sono stati spostati di una settimana, con modalità elettroniche anziché fisiche, viste anche le misure anti-virus appena adottate dal governo, e per niente chiarificatori o conclusivi.  Seguiranno le decisioni digitali gestite da Davide Casaleggio su tutti i temi divisivi degli Stati Generali.

            Campa cavallo, verrebbe da dire. Ma Renzi non lo ha detto un po’ perché il nuovo rinvio del quasi congresso pentastellato è sopraggiunto alla sua proclamata vittoria e un po’ perché forse neppure lui -a parte il sì “provincialotto” al Mes, come lo definiscono al Fatto Quotidiano-  non ha ancora ben chiare le idee su quella che chiama “l’Italia di domani”. E che ha ammesso di non potersi tradurre solo in un Paese senza Salvini a Palazzo Chigi. Dove peraltro il leader leghista si è messo adesso a studiare con Marcello Pera come arrivare attenuando sovranismo e quant’altro ne ha fatto sinora un appestato.

 

 

 

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Una volta tanto, tre notizie davvero buone in una sola giornata

            In un’altra giornata in cui si sprecano le paure, fra tante emergenze, è consolante potersi imbattere in almeno tre buone notizie.

            La prima, in ordine di gradimento per chi scrive, è la decadenza di Pier Camillo Davigo dal Consiglio Superiore della Magistratura per avere perduto col compimento odierno dei 70 anni, e il conseguente pensionamento da magistrato, il diritto di farvi ancora parte, salvo sorprese dal Tar cui lui vuole ricorrere.

            E’ una notizia naturalmente deplorevole per il  Fatto Quotidiano, che ha definito nel titolo di prima pagina “voltagabbana” i consiglieri che nel Palazzo dei Marescialli, a cominciare dai “vertici” della magistratura partecipi di diritto, hanno “cacciato” uno che, a sentire i suoi sostenitori, per essere stato eletto al Csm da 2552 magistrati su 8010, avrebbe dovuto e dovrebbe essere ritenuto libero da ogni vincolo di legge. Che è una logica contestata anche con insulti ai politici quando rivendicano, a difesa delle loro azioni cadute sotto le lenti delle Procure e dintorni,  il consenso che li ha portati in Parlamento, sia pure da qualche tempo con l’obbrobrio delle liste bloccate dai partiti che li impongono quindi ai loro elettori.

            Convinto evidentemente che non bastasse la qualifica di “voltagabbana”, il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio ha dato nel suo editoriale ai consiglieri che hanno voluto privarsi di Davigo, e ai magistrati che ne hanno condiviso il voto dall’esterno, o lo hanno sollecitato, degli “invidiosi della sua popolarità, della sua credibilità e del suo rigore morale”. Che brillarono particolarmente  nella Procura di Milano, quando lui lavorava con Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e altri alle indagini note come “Mani pulite”, costate la vita alla cosiddetta Prima Repubblica, oltre a qualche imputato fisico, diciamo così. E pensare che, personalmente, molto personalmente, oltre a dubitare di molti aspetti e metodi di quella stagione per altri epica, ho pensato che Davigo si fosse messo da solo fuori dall’ordine giudiziario quando in televisione divise gli italiani o, più in particolare gli indagati e imputati, non fra innocenti e colpevoli ma fra chi riesce a farla franca e chi no, essendo quindi tutti colpevoli.

            La seconda notizia, appresa leggendo le cronache politiche del Corriere della Sera, è la perdita di consensi che comincia a subire il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, al quale -sempre sul Corriere- il buon Massimo Gramellini servendoci il suo caffè quotidiano ha attribuito la “vena democristiana” di “dare sempre ragione un po’ a tutti, ma mai del tutto a nessuno”.  Lo ha appena fatto col problema del Mes, cioè del credito europeo per il rafforzamento del sistema sanitario, prima snobbato e poi ripreso  in considerazione per le proteste del Pd, sino a procurarsi una vignetta urticante del solitamente benevolo Foglio e  a subire, non a promuovere come sfida, come attribuitogli dal solito Fatto Quotidiano, la tanto odiata o bistrattata “verifica” della maggioranza. Che sarà tuttavia successiva a quella specie di congresso improbabilmete chiarificatore dei grillini.

            E’ proprio dai grillini che proviene la terza buona notizia di giornata: un’intervista in cui Luigi Di Maio assicura di non avere “mai proposto” il cosiddetto “terzo mandato”. Pertanto dovrebbe ritenersi conclusa la sua esperienza politica, almeno ad un certo livello,  fra poco meno di due anni e mezzo, salvo anticipi da conclusione prematura della legislatura.

 

 

 

 

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