Ma come è venuta bene a Draghi la ragnatela attribuitagli dal Corriere

            Dichiaratamente “arrossito” di commozione o imbarazzo per gli elogi appena ricevuti a Barcellona dal premier spagnolo Pedro Sanchez, e dai promotori del premio conferitogli per la partecipazione al processo d’integrazione europea, Mario Draghi farebbe presto a consolarsi, appena mette piede fuori d’Italia, se venisse preso a Palazzo Chigi da momenti d sconforto o, peggio ancora, di preoccupazione per il livello spesso troppo basso, a dir poco, del dibattito politico in Italia. Che è sempre più caratterizzato dall’ansia di tutti i partiti di ritrovare o darsi un’identità, spesso a spese del governo alla cui maggioranza essi partecipano più per paura, forse, che per convinzione. E’ la paura delle elezioni anticipate avvertita, per esempio, durante l’ultima crisi, nonostante l’aria quasi di sfida con cui parlavano pubblicamente dello scioglimento delle Camere i difensori ad oltranza del secondo governo Conte, o i sostenitori di un suo terzo Gabinetto, alla faccia dell’odiato, indisciplinato, imprevedibile e quant’altro partito di Matteo Renzi.

Richiamo del Corriere della Sera in prima pagina

            Ma a leggere proprio oggi il Corriere della Sera, in particolare un articolo di Francesco Verderami, Draghi non ha neppure bisogno di affacciarsi all’estero per consolarsi con gli apprezzamenti che riceve in ogni appuntamento internazionale. O di leggere l’autorevole Financial Times –lui che non ha bisogno di una traduzione- per trarre incoraggiamento. O di soffermarsi sull’ultimo sondaggio dell’istituto americano Morning Consult, che lo ha collocato al secondo posto della graduatoria mondiale dei capi di Stato o di governo maggiormente apprezzati dai loro cittadini, come ha tenuto a ricordare lo stesso Verderami sul Corriere. Secondo il quale ormai Draghi, a dispetto di certe cronache, e dei soliti allarmi o auspici del Fatto Quotidiano, ancora in contemplazione del predecessore Conte, e desideroso di un suo ritorno a breve per un clamoroso fallimento del successore, sarebbe riuscito a imporre la sua “pace” anche nelle sedute del Consiglio dei Ministri più difficili. Tutti insomma, anche gli apparentemente più irriducibili e sospettosi, sarebbero finiti nella “ragnatela” di Draghi.

            Credo peraltro che il presidente del Consiglio non si sia reso neppure conto di questa ragnatela, tanto gli è venuta spontanea, naturale, prodotta dal suo modo abituale di lavoro. Il  presidente del Consiglio sente tutti, per carità, o mostra di sentirli, ma poi decide praticamente da solo, come ha appena fatto, per esempio, destinando alla guida di quella che sarà la nuova Alitalia Alfredo Altavilla, pescandolo tra i collaboratori del compianto Sergio Marchionne, o correggendo, se non smentendo, il ministro della Salute Roberto Speranza sull’ultimo pasticcio delle vaccinazioni. O mettendo “in mutande gli economisti dogmatici” col suo “pragmatismo”, come ha titolato in turchese in prima pagina Il Foglio. O infine avvalorando l’ironia vignettistica di Stefano Rolli, che cita a dimostrazione del funzionamento della vaccinazione eterologa alla quale Draghi si è appena offerto personalmente l’assunzione da lui già fatta di Grillo e Berlusconi nella maggioranza di governo.

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Il Quirinale in edizione femminile che inquieta la consorteria giustizialista

Davide Varì, il direttore del Dubbio, si chiedeva giustamente qualche giorno fa se e cosa stesse sotto o dietro l’offensiva scatenata dal Fatto Quotidiano contro la ministra della Giustizia Marta Cartabia per una misteriosa lettera speditole dall’ergastolano e stragista di mafia Giuseppe Graviano. Come se, quasi attraverso la breccia aperta dalla stessa Cartabia alla Corte Costituzionale con una sentenza di allentamento, diciamo così, del cosiddetto ergastolo ostativo, ci fosse aria, puzza e non so cos’altro di una nuova trattativa fra lo Stato e la mafia, dopo quella su cui si sta svolgendo il processo d’appello a Palermo. Dal quale peraltro la pubblica accusa teme tanto di uscire male che ha preso l’assai singolare iniziativa di contestare la sentenza definitiva di assoluzione emessa dalla Corte di Cassazione, a proposito di quella stessa trattativa, nei riguardi dell’ex ministro democristiano Calogero Mannino. Dalle cui preoccupazioni o sollecitazioni, essendo stato minacciato di morte dalla mafia, sarebbe partito il negoziato del biennio 1992-93, finalizzato a scongiurare o contenere la stagione delle stragi mafiose.

            Una risposta alla curiosità, chiamiamola così, del direttore del Dubbio l’ho intravista in un passaggio dell’ennesimo editoriale dedicato ad un’altra donna delle istituzioni e della politica presa di mira dal Fatto Quotidiano. Che è la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati Alberti, seconda carica dello Stato essendo costituzionalmente titolare della supplenza in caso di impedimento del presidente della Repubblica.

            Già non gradita di suo per la provenienza o appartenenza politica al mondo berlusconiano di Forza Italia e, più in generale, del centrodestra di qualsiasi trazione possibile o immaginabile, per non parlare della passata esperienza di consigliere superiore della magistratura, per la quale nelle cronache giudiziarie del Fatto Quotidiano si è più volte cercato di coinvolgerla nel cosiddetto e pur successivo affare Palamara; già sgradita di suo, dicevo, la presidente del Senato è ora diventata agli occhi di Travaglio le peggiore candidata al Quirinale. L’”ideale” – ha egli scritto sarcasticamente-  per “la metamorfosi” imposta al Festival dei due Mondi di Spoleto in “festival dei due Casellati grazie alla contemporanea presenza dei due rampolli”, maschio e femmina, Alvise e Ludovica, l’uno alle prese con la musica e l’altra con le attività promozionali.

            “Chi può meglio simboleggiare la festosa Restaurazione italiana?”, ha chiesto Travaglio dicendo che “non manca nulla” alla presidente Casellati: “il vitalizio extralarge che ingloba anche il periodo in cui fece danni al Consiglio Superiore della Magistratura, seguito per par condicio dalla restituzione degli assegni ai senatori pregiudicati, i voli di Stato per qualunque spostamento anche minimo (un giorno il suo parrucchiere se la vedrà atterrare sul tetto)  e la prestigiosa ascesa sociale dei due figli, di pari passo alla sua”. E così via recriminando.

            Con la Cartabia la polemica nei giorni scorsi è stata meno personale e tranchant ma ugualmente riconducibile, secondo me, alla paura di certi ambienti politici affini alla linea del Fatto di una candidatura della prestigiosa guardasigilli al Quirinale per una successione di genere, diciamo così, al presidente in scadenza della Repubblica. Di genere, perché comporterebbe l’arrivo della prima donna al vertice dello Stato. E, in quanto tale,  potrebbe essere facilitata paradossalmente dalle enormi difficoltà di trovare una soluzione tutta politica sia per la frantumazione dei partiti, e dei rapporti fra di loro, al di là e contro i confini pur larghi della maggioranza di emergenza formatasi attorno al governo Draghi, sia per le circostanze istituzionalmente eccezionali in cui sta maturando la corsa al Quirinale. Che si concluderà come sempre in una volata parlamentare, ma stavolta in un Parlamento sostanzialmente delegittimato dalla riforma tanto voluta dai grillini, e concessa loro prima dai leghisti e poi anche dal Pd.

La riduzione di più di un terzo dei seggi parlamentari sconvolgerà le nuove Camere, da rinnovare massimo l’anno dopo le elezioni presidenziali.  E ciò in un equilibrio, o squilibrio, di forze scontatamente diverso da quello già molto anomalo uscito dalle urne nel 2018. Risulterà per forza di cose offuscata o quanto meno ridotta, sotto la crosta di una Costituzione indifferente a questo problema, la rappresentatività politica del capo dello Stato destinato a succedere a Mattarella. A meno che quest’ultimo non ci sorprenda con una scelta generosa, che sarebbe quella di accettare una rielezione sostanzialmente a termine per lasciare in pratica la scelta del successore alle nuove Camere.

Se una soluzione di genere, ripeto, dovesse invece far superare l’incrocio garantendo stabilmente al Quirinale, per sette anni, una donna fra le due oggi meglio piazzate nella corsa, ci sarebbe da immaginare la preoccupazione o lo sconcerto di un certo giustizialismo penale e persino culturale.  Che avrebbe motivo di temere, per esempio, una resistenza sia della Casellati sia della Cartabia alla promulgazione di leggi o norne anomale, e a rischio serio di incostituzionalità, come quella imposta dai grillini all’epoca della loro alleanza con i leghisti sulla cosiddetta prescrizione breve. Con le due donne suonerebbe davvero al Quirinale tutt’altra musica.

Pubblicato sul Dubbio

La smania anche di Conte di togliersi la mascherina per parlare più liberamente

Non solo Matteo Salvini, che ne ha appena parlato direttamente al presidente del Consiglio dichiarandosi ottimista alla fine dell’incontro, ma anche Giuseppe Conte non vede l’ora di togliersi la mascherina pure all’aperto, ma il secondo pensando più a se stesso che agli altri. La smania che gli è stata attribuita, a torto a ragione, su Repubblica da Francesco Bei, riferendo della sua recente visita a Napoli per sostenere il candidato a sindaco ed ex ministro Gaetano Manfredi tra pizze, incontri, passeggiate e conferenze stampa, è quella di parlare finalmente “il linguaggio della verità fra qualche giorno”. Cioè quando sarà reso pubblico il voluminoso statuto del MoVimento 5 Stelle e si potrà procedere agli  ultimissimi passaggi del suo insediamento come capo. 6Evidentemente l’ex presidente del Consiglio, pur avendo detto cose abbastanza clamorose o significative, come le critiche formulate a buona parte delle iniziative del governo di Mario Draghi, troppo condizionate dalla parte del centrodestra che lo compone, dev’essersi molto trattenuto. E non vede l’ora quindi di dirci tutta la verità, appunto, sui suoi propositi, deciso a impensierire non solo il presidente del Consiglio ma anche altri.

            Al segretario del Pd Enrico Letta, per esempio, Conte ha già comunicato l’ambizione di rimontare tutte le perdite subite dai grillini per tornare a sorpassare il suo partito e diventare la forza di “assoluta maggioranza”. Ma evidentemente vuole dirgli anche dell’altro, forse a proposito del governo in carica e della svolta che gli andrebbe imposta a breve.

            Del carattere “competitivo” dell’alleanza col Pd impostosi da Conte, inseguendo Letta anche o soprattutto al centro, ha appena parlato in una intervista al Corriere della Sera l’instancabile Goffredo Bettini senza avvertire rischi o difficoltà, sicuro evidentemente che la competizione farà bene a entrambi i partiti. L’uomo è notoriamente ottimista, pur avendo preso una brutta botta nell’ultima crisi di governo, vedendo sfumare il progetto di una terza edizione di Conte, addirittura impedita da un “complotto” forse anche internazionale, o qualcosa del genere.

Titolo del Fatto

            Meno sereno, diciamo così, davanti alla smania di Conte di muoversi e parlare più liberamente sembra essere sotto le cinque stelle Beppe Grillo. La cui funzione di “garante”, pur con l’aggiunta dell’aggettivo “insostituibile” pronunciato di recente dall’ex presidente del Consiglio, non sembra a sua volta garantita dal nuovo statuto. Per capirne di più, dopo avere fatto esaminare il testo da un parente avvocato, il comico ha deciso, secondo indiscrezioni o anticipazioni condivise anche dall’insospettabile e informatissimo Fatto Quotidiano, di venire a Roma, nel solito albergo, per parlarne con Conte davanti ai suggestivi resti dei Fori Imperiali, come quando  gli affidò il compito di rifondare la sua creatura e di guidarla.

            Una cosa mi sembra ragionevolmente certa, dato il carattere dell’uomo, e a dispetto di quanto forse pensano altri per i problemi familiari e giudiziari sin troppo noti per essere qui rievocati: Grillo non ha alcuna intenzione di confermare un sottotitolo di oggi del Sole 24 Ore, il giornale della Confindustria, che riassume e traduce “le ultime limature” al testo dello statuto annunciando che “il Garante non potrà più incidere sulla linea politica”. Se Conte si è fatta qualche illusione in questa direzione, temo che dovrà rinunciarvi.

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Il curioso assalto a due donne quirinabili: la Casellati e la Cartabia

C’è chi si appassiona in questi giorni alle analisi sul G7 svoltosi in Cornovaglia, o sul vertice della Nato, o sull’incontro tra il presidente americano Joe Biden e i massimi rappresentanti dell’Unione Europea, o sulle tre ore di colloquio fra Biden e Putin a Gineva, o sulle quattro di Beppe Grillo con l’ambasciatore cinese a Roma, o sulla campagna vaccinaria di casa nostra tra polemiche e i soliti conflitti tra e con le regioni, o sulla proroga dello stato di emergenza in cantiere tra le resistenze del solito Matteo Salvini, spalleggiato all’opposizione da Giorgia Meloni, o viceversa, o sulle difficoltà del Pd nel tessere la tela con le 5 Stelle,o sul partito unico del centrodestra proposto da Silvio Berlusconi agli europarlamentari della sua Forza Italia. E chi invece, come il solito Fatto Quotidiano, è impegnato in una offensiva contro due donne molto diverse, per cariche che ricoprono, stile e quant’altro, ma accomunate da una circostanza: quella di essere, dietro le quinte dalle quali i loro avversari vogliono tirarle fuori, candidabili per un finale di genere, diciamo così, della corsa al Quirinale, stando per scadere il mandato di Sergio Mattarella.

            Un finale di genere significa l’elezione per la prima volta di una donna al vertice dello Stato. Che potrebbe essere un modo meno indolore possibile di uscirne in una edizione molto speciale, diciamo pure anomala, della successione presidenziale affidata alle votazioni di un Parlamento sostanzialmente delegittimato da una riforma che ne determinerà l’anno dopo l’insediamento del nuovo Presidente, salvo anticipi, un rinnovo specialissimo. La Camera sarà ridotta da 630 seggi a 400 e il Senato da 315 a 200. Ma la consistenza dei gruppi sarà anche politicamente diversa perché i grillini, per esempio, sono i primi ad essere convinti di non poter tornare come i più numerosi.

            Le due donne quirinabili contro le quali è concentrata l’attenzione o l’offensiva personale e politica del Fatto Quotidiano sono la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati e la ministra della Giustizia Marta Cartabia, già presidente della Corte Costituzionale.

Titolo del Fatto del 17 giugno

            Contro la Casellati il giornale di Marco Travaglio ha aperto il fuoco, diciamo così, prima contestandone i troppi voli di Stato, che non sarebbero giustificati dalla pandemia, poi cercando di coinvolgerla nell’affare Palamara per le conoscenze o gli incontri quando l’esponente forzista era consigliere superiore della magistratura, infine attribuendole una specie di confisca del Festival dei due mondi a Spoleto per farne in qualche modo protagonisti i figli Alvise e Ludovica. Tra titoli, fotomontaggi e articoli del Fatto c’è da ricavarne un album.

Titolo del Fatto Quotidiano del 14 giugno

            Alla guardasigilli Cartabia il giornale di Travaglio ha rimproverato di avere allentato le maglie del cosiddetto ergastolo ostativo quand’era alla Corte Costituzione e di essersi in qualche modo guadagnata l’attenzione, con tanto di lettera sulla quale sono state reclamate le solite indagini, di Giuseppe Graviano, stragista ed ergastolano di mafia. Ma Cartabia non piace, diciamo così, sotto le 5 stelle neppure per la riforma del processo penale in cantiere, dove dovrà essere quanto meno modificata la prescrizione voluta dal precedente ministro grillino della Giustizia, con cui potrebbe capitare a chiunque di diventare un imputato a vita, persino dopo un’assoluzione in primo grado impugnata dall’accusa. 

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Lo spirito testamentario del partito unico proposto da Berlusconi al centrodestra

Più che di una lettura politica temo che abbia bisogno di una lettura psicologica la proposta del partito unico del centrodestra formulata da Silvio Berlusconi partecipando, nelle modalità ormai imposte direttamente o indirettamente dalla pandemia, alla riunione degli europarlamentari, e quindi colleghi, della sua Forza Italia.  Con i quali quindi è andato ben oltre il progetto federativo prospettato dal leader leghista Matteo Salvini. Che è stato il primo a mostrarsi stupito, se non addirittura contrariato dall’uscita dell’alleato, avendo toccato con mano nei giorni e nelle settimane scorse le resistenze createsi, e persino esplose, tra i forzisti e gli stessi leghisti contro il suo progetto pur più modesto, e circoscritto ai due partiti del centrodestra impegnati nel governo e nella maggioranza di emergenza nazionale di Mario Draghi.

            Un partito unico del centrodestra comporta per forza di cose anche il coinvolgimento dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, che se ne sta comodamente all’opposizione, persino incoraggiata da un Draghi che, diversamente da quanto faceva il predecessore Giuseppe Conte col centrodestra interamente contrario al suo governo, la riceve e, più in generale, la tratta con tutti i riguardi e l’attenzione possibili.

Foto d’archivio dei tre leader del centrodestra insieme in piazza

            Non si capisce perché mai la giovane e rampante “Giorgia”, come ormai tutti la chiamano anche nei titoli dei giornali risparmiandole il cognome, debba prestarsi -e infatti non ha alcuna intenzione di farlo- ad un’operazione che in qualche modo potrebbe ridurre la sua carica oppositiva e così anche fermare o persino invertire il processo di crescita elettorale emerso con nettezza dai sondaggi. Esso già le ha consentito, peraltro, di sorpassare nel centrodestra, sia pure di poco, la Lega intestandole  la nuova trazione dello schieramento nella prospettiva delle prossime elezioni politiche. Dopo le quali, secondo un accordo che ha già funzionato con Salvini e che di certo non avrebbe più senso in un partito unico, anziché in una coalizione o federazione, la guida del governo, o dell’opposizione, spetta a chi ha preso più voti.

            C’è chi ha attribuito a Berlusconi, fra le righe e le parole, ciò che egli non merita, avendo dimostrato un rapido apprendimento della professione politica, riconosciutogli dal compianto presidente della Repubblica Francesco Cossiga mentre molti ancora lo liquidavano come un imprenditore fortunato, e magari anche bravissimo, ma un politico dilettante, improvvisato e quant’altro. In particolare, ho visto attribuire a Berlusconi, per la sua proposta del partito unico del centrodestra, l’interesse a compattare lo schieramento di centrodestra nella scalata al Quirinale, in vista della scadenza del mandato di Sergio Mattarella.

            Anche se questo è diventato l’incubo di giornali come Il Fatto Quotidiano e Domani, che si rincorrono nella paura e nella demonizzazione dell’ex presidente del Consiglio, mi rifiuto di credere ch’egli davvero pensi alla possibilità di essere eletto al vertice dello Stato da questo Parlamento, per quanti consensi lui possa ottenere fra i delegati delle regioni a prevalente maggioranza di centrodestra, e quanti deputati e senatori abbia perso per strada, dall’inizio di questa legislatura, l’ostilissimo MoVimento 5 Stelle. Ma poi che bisogno avrebbe un pur ingenuo e ottimista Berlusconi di garantirsi l’appoggio della destra post-finiana, chiamiamola così, se la Meloni in persona ha appena assicurato o fatto capire in una delle sue frequenti prestazioni televisive di non avere alcuna preclusione, anzi di essere disposta ben volentieri a votarlo come candidato al Quirinale? Via, cerchiamo di essere seri.

La senatrice Gabriella Giammanco

            E’ ben altra, come dicevo, la lettura che forse merita il progetto berlusconiano di un partito unico del centrodestra, ben più ambizioso peraltro di quello lanciato nell’autunno del 2007 a Milano dal predellino della sua auto, in Piazza San Babila. Si trattò allora di fare confluire nel Partito della Libertà la sua Forza Italia, cespugli, schegge e quant’altro del centrismo democristiano e laico della cosiddetta prima Repubblica e l’Alleanza Nazionale-post Movimento Sociale di Gianfranco Fini, con l’esclusione quindi della Lega ancora guidata da Umberto Bossi. E’ una lettura più psicologica che politica, come dicevo, quella che merita il nuovo progetto berlusconiano se persino una senatrice forzista come Gabriella Giammanco lo ha definito “visionario”.

            Senza voler essere sbrigativo e rude come il vignettista Stefano Rolli, che sul Secolo XIX ha immaginato Berlusconi sul predellino di una carrozzella anziché di un’auto, e avendo più rispetto di un uomo che ho conosciuto e frequentato, e col quale ho anche lavorato, penso che le dimensioni nelle quali egli è portato a pensare alla sua età, e con tutti i mali e malori che ha fronteggiato, siano ben maggiori di quelle che gli vengono attribuite.

Più che un obiettivo a portata di mano, da cui ricavare chissà quale vantaggio immediato, ho avvertito nella sortita con gli europarlamentari la generosa indicazione di un lascito testamentario, quasi la protezione di un patrimonio da lui pazientemente costruito. Berlusconi non ha saputo o voluto, magari prima non ha voluto e poi non ha saputo indicare e coltivare davvero un delfino, ma non per questo è indifferente allo sviluppo e al destino di un centrodestra che è giustamente convinto di avere avuto lui il coraggio di costruire in Italia, mentre la politica veniva decapitata nelle Procure della Repubblica paradossalmente tra gli applausi anche di una parte di quello stesso centrodestra.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 19 gennaio

Berlusconi lancia il cuore, ma forse anche qualcosa d’altro, oltre l’ostacolo

            A ulteriore dimostrazione di come una vignetta possa essere più efficace di ogni pur brillante, sapiente e informato articolo o commento a rappresentare un problema o una situazione non si può non segnalare quella di Stefano Rolli oggi sul Secolo XIX. Che propone impietosamente ai lettori Silvio Berlusconi proteso sul predellino non di un’auto, come nel 2007 per lanciare l’unificazione tra Forza Italia e Alleanza Nazionale, ma di una sedia a rotelle, o carrozzella, per proporre questa volta l’unificazione di Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia. E’ una proposta, da lui formulata parlando in collegamento con i parlamentari europei del suo partito, ancora più spinta di quella formalmente avanzata di recente da Matteo Salvini, e da lui accolta con interesse tra le proteste e i dubbi di molti forzisti, a cominciare dalla ministra Mara Carfagna, timorosi di un’annessione da parte della Lega, elettoralmente troppo più solida di Forza Italia.

            Anche l’idea di un partito unico del centrodestra, per quanto lanciata personalmente da Berlusconi, e in una prospettiva presumibilmente non immediata, ha sorpreso, spiazzato e quant’altro molti in Forza Italia, ma anche fuori. Salvini ha reagito riproponendo come più realistica la federazione. Decisamente contraria si è mostrata Giorgia Meloni, che navigando col vento in poppa grazie ai sondaggi che le hanno fatto sorpassare la Lega, accreditando un centrodestra a trazione sua personale, non ha obiettivamente interesse a contenere in un altro partito la sua formazione.

La Meloni non è decisamente nelle condizioni del 2007 di Gianfranco Fini. Che a botta calda liquidò come una “comica” la prospettiva di un partito che unificasse Forza Italia e la sua Alleanza Nazionale. Ma poi vi si convertì perché, in calo progressivo di voti da solo, avvertì l’opportunità, o il vantaggio, di non contarsi, riservandosi di condurre nel nuovo partito -il Pdl- un’azione di contenimento e poi di contrasto nei riguardi di un Berlusconi nel frattempo tornato a Palazzo Chigi. E Fini fu lì lì per rovesciarlo con una mozione di sfiducia preparata nel proprio ufficio, allora, di presidente della Camera. Era il 2010.

            Berlusconi, certo, non manca mai di sorprendere. Ma questa volta forse ha davvero lanciato troppo il cuore, o qualcosa di sottinteso nella vignetta di Stefano Rolli, cioè una stampella, oltre l’ostacolo.

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Di Maio imballato come ministro degli Esteri e pentastellato dopo il G7

            A vedere e sentire Luigi Di Maio nel salotto televisivo di Bianca Berlinguer annaspare come ministro degli Esteri ed esponente di primo piano del Movimento 5 Stelle sul G7 appena svoltosi in Cornovaglia, non si sapeva, francamente, se piangere o ridere, se compatirlo o scandalizzarsene. “Non credo -egli ha detto ad un certo punto, difendendosi in particolare dalle incalzanti domande di Lucia Annunziata, spalleggiata dalla conduttrice- che “abbia sconvolto le sorti del G7 la visita di Grillo” all’ambasciatore cinese a Roma, durata tre ore a ridosso del vertice internazionale.

Dal blog di Beppe Grillo

            Il ministro fingeva, a quel punto, di non rendersi conto che le polemiche, i dubbi, i sospetti e quant’altro creati da quella visita, alla quale si era fortunatamente sottratto all’ultimo momento il nuovo capo in pectore del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, erano già superate per l’ulteriore iniziativa assunta da Grillo. Che in qualità non di un comune cittadino o di un comico in servizio permanente effettivo ma di “garante” del Movimento, riconosciuto “insostituibile” da Conte, aveva deciso di ospitare e diffondere sul suo blog un articolo di Andrea Zhok, professore di antropologia e filosofia a Milano, in cui si liquidava il G7, ma anche il successivo summit della Nato, come “una parata vetero-ideologica” guidata contro la Russia e soprattutto  la Cina dal nuovo presidente degli Stati Uniti. Che avrebbe il torto di difendere, riproporre, rilanciare e quant’altro “la propria unilaterale supremazia mondiale”, trattando praticamente gli alleati come subordinati.  

            Come si possa conciliare questa visione delle cose e degli uomini – presumibilmente condivisa da Grillo prima, durante e dopo il suo lungo incontro all’ambasciata cinese a Roma- con quella del presidente del Consiglio Mario Draghi, partecipe non certo dissenziente sia al G7 sia al summit della Nato, Di Maio non ha voluto e saputo spiegare. E neppure come si concili quella partecipazione di Draghi, e i giudizi compiaciuti da lui espressi in entrambe le sedi internazionali, con la sua posizione e il suo stesso ruolo di ministro degli Esteri. Ch’egli peraltro ha rivendicato nell’organizzazione del G7, pur no  dovendovi partecipare.

            Escluso ogni “imbarazzo” anche per la riserva espressa esplicitamente dal presidente del Consiglio di “esaminare” l’applicazione e quant’altro dell’intesa commerciale con la Cina sottoscritta nel 2019 dallo stesso Di Maio come ministro dello sviluppo economico nel primo governo Conte, il ministro degli Esteri senza neppure rendersi conto della situazione paradossale in cui stava mettendosi ha detto, precisato, assicurato e quant’altro di essere perfettamente d’accordo con l’ex presidente del Consiglio e nuovo capo del MoVimento 5 Stelle. Ma che cosa Conte pensi esattamente delle cose dette da Draghi durante e dopo i due vertici internazionali non è dato sapere esattamente finora. Si sa solo che, pur continuando a fare parte della maggioranza, e deciso a “sostenere lealmente” il nuovo governo, egli si è pubblicamente pronunciato contro buona parte delle decisioni da esso adottate, evidentemente troppo condizionate dalle componenti di centrodestra.

            Il pasticcio insomma c’è tutto, e rimane. Anzi, aumenta ogni volta che qualcuno cerca di chiarirlo o solo ridurlo.

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I problemi del ritorno di Draghi dal G7 e dal summit della Nato

            Il Mario Draghi di ritorno dalla Cornovaglia e da Bruxelles, reduce dal G7 e dal summit della Nato, è fisicamente lo stesso di prima, naturalmente. Anche le idee sono rimaste le stesse, essendo non noto ma arcinoto il convinto atlantismo del presidente del Consiglio, del resto da lui espresso chiaramente e orgogliosamente presentandosi alle Camere per chiedere e ottenere la fiducia. Ma è un Draghi un po’ diverso per i grillini.

Titolo del manifesto

Costoro magari faranno finta di niente, disinvolti come sono diventati molti di loro nel cambiare alleanze, concetti e parole, ma non potranno sottrarsi adesso alle conseguenze degli impegni presi a livello internazionale dal capo del governo in quella che non solo la Repubblica nei giorni scorsi, presentando in prima pagina il G7, ma anche oggi il manifesto, riferendo sul summit della Nato, ha definito la “nuova guerra fredda”, dopo quella con l’Urss. Ora la Russia di Putin ha preso il posto della disciolta Unione Sovietica e la Cina è diventata un’avversaria dell’Occidente forse ancora più insidiosa e temuta di Mosca per quelle che anche Draghi ha definito o riconosciuto “sfide sistemiche all’ordine internazionale”.

            Il Draghi di ritorno dal suo incontro col nuovo presidente degli Stati Uniti, sollevato dalla fine dell’era del predecessore Donald Trump, non è certamente il Conte che riuscì a realizzare nell’estate del 2019 il suo secondo governo, scaricando la Lega e imbarcando il Pd, perché forte anche dell’incoraggiamento ricevuto dall’allora inquilino della Casa Bianca, sino a sentirsi raddoppiare il nome con quell’ormai famoso  e un po’ ridicolo “Giuseppi”.

            Col Draghi che si è proposto di “esaminare” l’accordo con la Cina sulla cosiddetta “via della Seta” stipulato con vanto nel 2019 dall’allora ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio si dovrà pur confrontare, diciamo così, lo stesso Di Maio che ora è ministro degli Esteri. Egli ha tanto furbescamente quanto inutilmente cercato di tenere il punto nella recente intervista alla Stampa rimettendosi al giudizio che di quell’intesa potranno e vorranno dare le imprese italiane, grandi e piccole, che ne hanno tratto vantaggio. Come se quell’intesa fosse stata e fosse solo di natura commerciale, senza risvolti ed effetti politici, che ora andrebbero quanto meno approfonditi. E non credo solo da Beppe Grillo con un altro incontro di tre ore con l’ambasciatore cinese a Roma, dopo quello recentissimo al quale si era avventurato a fare invitare anche il nuovo capo designato del MoVimento 5 Stelle Conte, sottrattosi all’ultimo momento capendo da solo -si spera- i problemi che avrebbe potuto provocare nel suo nuovo ruolo alla maggioranza di governo.

            Di quest’ultima, per quanto riguarda il MoVimento in via di rifondazione, Conte non può pensare che si senta o possa essere avvertito come “garante” il Grillo “insostituibile” che egli ha accettato come tale a casa sua. “Un uomo, una garanzia”, ha scherzato Mattia Feltri scrivendone sulla Stampa e sul Secolo XIX dopo avere elencato tutti gli ordini e i contrordini sotto le 5 Stelle emessi o accettati dal comico genovese nei primi tre anni di questa variegata e singolarissima legislatura. Che è, o dovrebbe essere, cosa diversa da uno spettacolo di teatro o tendone.

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In troppi corrono al centro ma mancano di un condottiero forte, convinto e astuto

Di fronte alla corsa al centro sotto le 5 stelle di Beppe Grillo, culminata in una gara fra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio al corteggiamento dell’elettorato moderato, come ha detto il primo parlando in televisione con Lucia Annunziata, o del ceto medio di cui nessuno più si occuperebbe, come ha detto il secondo in una intervista alla Stampa, trovo pertinente lo scetticismo dell’amico Marco Follini. Che ha appena scritto omericamente sull’Espresso della “nostra Itaca” intesa come il mitico centro, appunto, inseguito da un “fitto pulviscolo di partiti e partitini, leader e semi leader” che “se ne considerano le vestali”. E che si mostrano tutti convinti della necessità di “fronteggiare la pressione delle estreme, magari facendo appello al buon senso di quella parte di elettorato che a tutt’oggi considera troppo avventurosa una sinistra che s’accompagna al populismo di marca grillina e altrettanto disdicevole una destra arroccata sulla trincea della diffidenza contro l’Europa, l’estabilishment, le regole, le buone maniere, i poteri forti e chi più ne ha più ne metta”.

L’isola Fernandea in un dipinto
Itaca

            Ma oltre all’isola, ammesso e non concesso che essa sia davvero Itaca e non piuttosto la Fernandea, emersa e sommersa in poco più di un anno nel Mediterraneo durante l’Ottocento, contesa fra inglesi, francesi e borboni siculi, ci vorrebbe Ulisse. Ci vorrebbe cioè “un leader capace -ha spiegato Follini- di tracciare una rotta, di prendersi tempo per percorrerla, di indugiare nel frattempo nelle tentazioni senza cedervi del tutto, di attraversare i pericoli con lucidità e scaltrezza, e soprattutto di mettere la propria astuzia al servizio di una causa mai priva di una punta di grandiosità. Tutte virtù- ha scritto ancora Follini- che tra centristi a denominazione di origine controllata e neo-centristi in arrivo dalle lande più lontane non sembrano così diffuse”.

            Per restare nella rappresentazione di questa attesa omerica di Ulisse, occorrerebbe auspicarne  -mi permetto di aggiungere- anche la voglia, la forza e lo stomaco di fare strage, una volta tornato a Itaca, dei cento e più “Proci”  miserabilmente affollatisi alla porta dell’elettorato vedovo della centralità democristiana e laica dei tempi migliori della Repubblica, ingrassatisi nella dissipazione dell’eredità, oltre che nella corte a Penelope.

            Follini -lo dico subito, e non solo per amicizia, ma per averne ben seguito l’attività politica svolta anche o soprattutto, per ragioni anagrafiche, nella cosiddetta seconda Repubblica- non è confondibile con i Proci. Egli è uno che ha sempre diffidato delle virtù taumaturgiche attribuite al bipolarismo. Lo ha sperimentato, cioè vissuto, sia sul versante del centrodestra, diventando vice presidente del Consiglio con Silvio Berlusconi in rappresentanza dell’Udc gestita con l’amico Pier Ferdinando Casini, per allontanarsene di fronte all’impossibilità personalmente avvertita di drizzare le gambe ad una coalizione troppo appesa ai condizionamenti della Lega di Umberto Bossi e della destra di Gianfranco Fini. E se ne andò anche dall’Udc fondando un piccolo partito dal significativo nome dell’Italia di mezzo: più di centro di così non poteva proporsi di essere e di definirsi.

            Quando, nella versione non più dell’Ulivo ma dell’Unione, Romano Prodi fece il suo secondo governo il senatore Follini gli accordò la fiducia. E partecipò poi anche alla fondazione del Pd. In cui non rimase un minuto di più quando lo vide tentato nel 2013, col segretario Pier Luigi Bersani, dall’idea di poter governare l’Italia con una combinazione ministeriale di “minoranza e combattimento” appesa agli umori e ai vaffanculo -scusate la parolaccia- del movimento di Beppe Grillo. Che, non disponendo ancora della maggioranza relativa in Parlamento e quindi tentato dal realismo trasformistico, o dal trasformismo realistico, sopraggiunto in questa legislatura, mirava solo alla demolizione dell’esistente.

            Dalla onesta uscita dal Pd Follini fa politica a modo suo, raccontandola e commentandola, tra saggi e articoli, con l’arguzia di un moderato vero, deluso, preoccupato e, direi, anche vaccinato dal rischio di scambiare ancora lucciole per lanterne. Il nostro comune e compianto amico Aldo Moro ne sarebbe stato contento, come quando lo aiutò a scalare il movimento giovanile della Dc.

Uno come Marco Follini sarebbe utile anche a Ulisse, se dovesse davvero spingersi sulle coste italiane fra uno sbarco e l’altro di immigrati sfuggiti alla vigilanza di Salvini. Di cui peraltro non so neppure se sarà davvero possibile fidarsi -si fa per dire- come cacciatore di clandestini, vista la trasformazione in corso della Lega, cominciata già prima ma accelerata dopo la partecipazione alla maggioranza e al governo pluri-emergenziale di Mario Draghi. Il quale -a proposito- sarebbe, a ben pensarci, un magnifico Ulisse redivivo se, compiuta la missione affidatagli da Sergio Mattarella, e condivisa da una larga maggioranza del Parlamento, pur tra mal di pancia ora di questa e ora di quella componente, dovesse o volesse lasciarsi tentare dalla politica. Dove altro, in fondo, potrebbe collocarsi uno come lui, con le sue esperienze, le sue frequentazioni, il suo prestigio, se non nell’Italia di mezzo sognata a suo tempo da Follini?  E risognata da me scrivendo questo articolo.

L’inseguimento fra Conte e Di Majo nella corsa grillina al centro

            Anche se il finale di partita è già scritto a favore di Giuseppe Conte, che si aspetta – come ha detto a Lucia Annunziata in televisione- “una grande investitura da parte degli iscritti” come capo del MoVimento 5 Stelle, grazie evidentemente alla designazione fattane dal “garante”, “elevato”, “insostituibile” Beppe Grillo, è ormai una gara fra lui e Luigi Di Maio su chi si spinge più avanti nella rifondazione, trasformazione, evoluzione e quant’altro della forza più votata nelle elezioni politiche del 2018.

Titolo dell’intervista alla Stampa

            A parte il tema della giustizia, su cui Conte ha voluto rimanere un passo indietro dopo le scuse del ministro degli Esteri all’ex sindaco piddino di Lodi per la gogna praticata contro di lui quando fu arrestato, per poi essere assolto in appello dall’accusa di turbativa d’asta, i due ormai si rincorrono nel corteggiamento elettorale, per esempio, dei moderati. O del “ceto medio”, come ha detto in una intervista alla Stampa Luigi di Maio dicendone tutto il bene possibile, in particolare riconoscendo che “non se ne occupa più nessuno, pur pagando le tasse per tutti”. Anch’esso in fondo merita il titolo di “onorevole” appena restituito da Conte ai deputati e ai senatori dicendo all’Annunziata che non ha più un valore “diffamatorio”. La cui abolizione era stata proposta addirittura con legge dai grillini al loro arrivo in Parlamento.

            Non so, francamente, se più per convinzione o per ironia, che è la sola per parte mia condivisibile, l’intervistatore di Di Maio, Andrea Malaguti, ha paragonato il ministro degli Esteri nemmeno più a Giulio Andreotti, come aveva già fatto a suo tempo il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana, ma ad Arnaldo Forlani. Che alla bella età di 95 anni e mezzo cui è arrivato sarà saltato sulla sedia a vedersi accoppiato politicamente a chi è arrivato alla Farnesina tanti anni dopo di lui, nominato ministro degli Esteri del governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti, sostenuto all’esterno dai comunisti ai tempi della cosiddetta “solidarietà nazionale”, cioè nel 1976.

Vignetta del Foglio

            Secondo il giornalista della Stampa Forlani e Di Maio sarebbero “maestri naturali del centrismo ultraflessibile, integrato dai prodigi opachi della democrazia da tastiera”.  Rispetto alla finezza, diciamo così, di questa coppia immaginaria della democristianeria vecchia e nuova verrebbe voglia di declassare a una patacca la rappresentazione furbesca della “rivoluzione dolce” vantata da Conte e tradotta da Makkox sul Foglio in una vignetta esilarante. In essa l’ex presidente del Consiglio è immaginato a colloquio telefonico con Grillo a proposito dell’invito ad accompagnarlo al lungo incontro con l’ambasciatore della Cina a Roma, alla vigilia di un G7 contrassegnato dalla convinzione del nuovo presidente americano Joe Biden che occorra contrastare l’espansionismo cinese.

            Nella vignetta Conte -sotto i cui governi i rapporti dell’Italia con Pechino sono andati ben oltre gli  interessi e le aspettative del nostro principale alleato, cioè gli Stati Uniti- chiede a Grillo. “Senti, ma mi si  vota di più se vengo e me ne sto in disparte, o se non vengo per niente? Che dici? Boh?…”. La sua scelta, come si sa, è stata poi di non andare, e di Grillo di andarci da solo, bastando e avanzando a rappresentare il Movimento affidato alla rifondazione cosmetica dell’ex presidente del Consiglio.   

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