Se Berlusconi in cuor suo non volesse vincere le elezioni….

Di fronte alle dimensioni da transumanza dei passaggi personali e di gruppi da un partito all’altro potrebbe essere considerata irrilevante la notizia dell’approdo come alleati, all’interno del cosiddetto centrodestra, dell’ex ministro dell’Agricoltura e poi  sindaco di Roma Gianni Alemanno e dell’ex ministro della Sanità, e poi presidente della regione Lazio, Francesco Storace in quello che sta ormai diventando il condominio della Lega ex Nord di Matteo Salvini.

Sono davvero passati i tempi in cui il ruspante Umberto Bossi, pur già alleato di Silvio Berlusconi, che a sua volta era nel centro-sud alleato dell’ancora Movimento Sociale di Gianfranco Fini, minacciava nei comizi padani di andare a cercare “i fascisti” uno per uno nelle loro case per non fare loro certamente delle carezze.

Non voglio dire con questo che Alemanno e Storace siano ancora classificabili come fascisti, dopo tutta l’acqua che è corsa sotto i ponti romani. Ma non si può neppure dire che essi possano essere considerati antifascisti. Almeno, non mi sembra, se non mi sono perduto qualche battuta dei due esponenti più famosi della destra romana: più ancora di Gianfranco Fini, che pure fu il loro leader, ed ora ha ben altro di cui occuparsi da ex deputato, tra affari familiari e giudiziari.

Eppure non è una notizia minore il passaggio di Alemanno e di Storace nell’area leghista proprio nel momento in cui si accentua, se mai si era attenuata, l’ambizione di Matteo Salvini alla leadership di un nuovo centrodestra, a dispetto del protagonismo di un Silvio Berlusconi sdoganato persino da Eugenio Scalfari fra le proteste di quasi tutta la sua Repubblica di carta e le invettive di Marco Travaglio. Che gli rinfaccia ogni giorno le cose dette e scritte dell’allora Cavaliere, già prima che fosse condannato in via definitiva per frode fiscale e decadesse perciò da senatore e da eleggibile, o candidabile, come preferite.

Specie dopo le gaffe di cui il segretario della Lega si è appena mostrato capace parlando contro la legge sul cosiddetto fine vita, quando ha detto -“senza cattiveria”, lo hanno voluto difendere quelli di Libero in prima pagina-  che morti e moribondi vengono dopo i vivi, Berlusconi dovrebbe scendere dal predellino sui cui è risalito di recente e chiedersi paradossalmente se gli converrà davvero vincere le prossime elezioni politiche. E se non gli converrà invece perderle per meglio sciogliere dopo il voto la compagnia e fare davvero un’intesa di governo col Pd di Matteo Renzi e alleati. Dalla sua ora, grazie al già citato Scalfari, egli ha persino Aristotele. Che il fondatore di Repubblica ha citato l’altro giorno in televisione per dare praticamente dell’ignorante a Travaglio. Il quale, ossessionato dal casellario giudiziario, che consulta come la Bibbia, non ha ancora appreso dalla Storia, con la maiuscola, che una cosa è la politica, altra è la moralità da lui negata all’uomo di Arcore.

Una vittoria elettorale, intesa proprio come tale, cioè come conquista della maggioranza assoluta dei seggi parlamentari grazie a quel poco di maggioritario che è rimasto nella legge di disciplina del rinnovo delle Camere, obbligherebbe Berlusconi allo stesso gioco logorante, e da lui stesso lamentato, delle sue precedenti esperienze di governo, sostanzialmente boicottate ora dall’uno ora dall’altro dei suoi alleati, molto meno omogenei delle sue troppo ottimistiche previsioni. E con una circostanza aggravante, per lui, rispetto al passato: quella di non poter contare ora sulla propria presenza a Palazzo Chigi. Dove l’ex presidente del Consiglio immagina ogni giorno una persona diversa, con stellette o senza, ma sempre non gradita a Salvini. E ora neppure ad Alemanno e Storace. Che non fidandosi della capacità di contenimento, diciamo così, della loro ex collega di partito Giorgia Meloni, hanno deciso di fidarsi di più della Lega, con tutti gli annessi e connessi.

D’altronde, il centrodestra uscito vittorioso dalle elezioni regionali siciliane già appartiene al passato, visto che l’unico leghista eletto, ed escluso dalla giunta, si è ritirato dalla maggioranza. Che è ora ferma a 35 seggi sui 70 del parlamento isolano.  

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Alemanno, Storace e gli ultimi strattoni fra Salvini e Meloni

 

 

 

 

Le contraddizioni di D’Alema su sinistra e vocazione al comando

Vado ad occhio e orecchio, per come ho visto e sentito Massimo D’Alema, al di qua dello schermo, nel salotto televisivo di Lilli Gruber, a la 7. Se ho visto, sentito o compreso male, sono pronto a chiedergli scusa e a ritirare le due domande che sto per rivolgergli, peraltro senza alcuna acrimonia. L’ex presidente del Consiglio non è mai riuscito a diventarmi antipatico per il suo spigolosissimo temperamento. Ho sempre condiviso le parole dettemi una volta da Sandro Pertini per consolarmi:  “Ad avere un brutto carattere ci vuole poco. Basta averne uno”. Il suo ne era l’esempio.

Ebbene, D’Alema dalla Gruber ha interrotto sarcastico il giornalista Nicola Porro che gli parlava del Pd e di Matteo Renzi come di un partito e di un uomo di sinistra. “Di sinistra?”, gli ha chiesto incredulo, se non scandalizzato, il politico di lungo corso.

Porro ha incassato non insistendo. Il discorso poi è passato alla nuova forza politica che esordirà domenica all’Eur, frutto dell’unificazione, o qualcosa di simile, fra gli scissionisti del Pd, i compagni di Nichi Vendola, quelli di Giuseppe Civati e forse anche altri.

Perfidamente, vista l’interruzione precedente, Porro ha dato per scontata la presenza della parola “sinistra” nel nome del nascituro partito, e delle conseguenti  liste che concorreranno alle prossime elezioni. Ma D’Alema, pur dicendo di saperne poco perché “in queste ore se ne stanno occupando altri”, ha detto di ritenere che quel termine non si troverà nel nome della nuova forza politica perché certe “categorie” ormai sono vecchie, superate. Infatti circola la

sigla di “liberi e uguali” e varianti, fra cui l’ex presidente del Consiglio ha mostrato una certa predilezione per i “progressisti”.

Chiedo a questo punto a D’Alema che senso abbia contestare la qualifica di sinistra a Renzi e al Pd se si tratta di una categoria superata: tanto superata, da non essere adottabile dal nuovo partito antirenziano che lui sta costruendo con Pier Luigi Bersani e tanti altri. Fra i quali avrebbe potuto esserci anche l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia se non avesse cambiato idea e posizioni, di cui -ha avvertito severamente D’Alema- “risponderà solo alla sua coscienza”.

Va peraltro ricordato che al superamento della vecchia categoria politica della sinistra proprio D’Alema diede il suo contributo d’azione e di cultura negli anni della scoperta o valorizzazione del blairismo, da Tony Blair, il leader laburista e a lungo premier britannico. Ed erano anni nei quali Renzi andava ancora a scuola.

L’altra domanda che vorrei fare all’ex presidente del Consiglio nasce dagli apprezzamenti che lui ha fatto del presidente del Senato Pietro Grasso accreditando una sua partecipazione alla nuova formazione politica.

In particolare, del “vecchio ragazzo di sinistra” quale lo stesso Grasso si è recentemente definito in un raduno di scissionisti dal Pd, D’Alema ha apprezzato nell’ordine: di essersi dato alla politica dopo essere andato in pensione come magistrato, di non aver voluto candidarsi nel 2013 in Sicilia, dove aveva svolto buona

parte della sua carriera giudiziaria, di aver saputo o di sapere -non ricordo bene- “comandare”. Quest’ultimo è un termine che invece ricordo bene. E nasce proprio qui la mia seconda domanda.

Se il problema è, o è anche quello di comandare, variante non militare di decidere ma comportante comunque una certa determinazione, di cui si ha bisogno anche nella conduzione di un movimento politico, come avvertirono ai loro tempi nelle proprie formazioni, fra gli altri, Palmiro Togliatti, Enrico Berlinguer, Alcide De Gasperi, Amintore Fanfani e Bettino Craxi, che senso ha presentare come un tiranno, o aspirante tale, Matteo Renzi? Non credo francamente che sia una domanda troppo impertinente.

Dall’elenco dei leader e partiti che hanno avvertito o avvertono tuttora, il dovere o bisogno di una certa disciplina, ho escluso Silvio Berlusconi e la sua Forza Italia perché li considero un po’ fuori concorso per la loro peculiarità. Che deriva anche dall’ossessione che ne hanno avuto e ne hanno ancora certi magistrati di prima linea, rigorosamente al minuscolo naturalmente.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Una bella serata televisiva tra un D’Alema d’avanguardia e uno Scalfari aristotelico

La televisione targata UC, cioè Urbano Cairo, per quanto sculacciata ogni tanto da quelli del Foglio, che la trovano un po’ troppo grillina, mi ha regalato una bella serata, fra un Massimo D’Alema d’avanguardia, diciamo così, e uno Scalfari aristotelico, per quanto gli sarebbe bastato fermarsi a Benedetto Croce. Ma Scalfari, si sa, la prende sempre molto da lontano.

Il D’Alema d’avanguardia è quello che, ospite del salotto di Lilli Gruber, ha sorpassato tutti nel ridisegnare la geografia politica, compreso il tanto  bistrattato Matteo Renzi perché, secondo lui, abusivamente definito di sinistra da Nicola Porro, presente nello studio.

Ispirato forse anche da questa contestazione, il povero Porro ha dato per scontato che la nuova formazione politica in decollo sulla pista elettorale, comprensiva degli scissionisti del Pd, di vendoliani, civatiani eccetera, avrebbe messo la sinistra nel suo nome. No, questa è una categoria ormai superata nei nostri tempi, gli ha praticamente risposto D’Alema, pur fingendo di sapere poco o nulla di quello che stanno combinando con la toponomastica o l’anagrafe i compagni impegnati a preparare la sala parto di domenica prossima all’Eur. Dove il nuovo partito appunto esordirà dopo tante assemblee di base, cui l’ex presidente del Consiglio sa che hanno partecipato più di quarantamila persone di varia provenienza.

Ho quindi improvvisamente scoperto un D’Alema più renziano di Renzi nella segnaletica della politica. D’altronde sono in buona e folta compagnia nel ritenere che i due si assomiglino molto, tanto da non potersi sopportare a vicenda. Eppure mi sembrano destinati a rincontrarsi, almeno fisicamente, nel nuovo Parlamento. E, più in particolare, al Senato. Che Renzi avrebbe voluto ridurre con la sua riforma costituzionale ad un’assemblea minore di consiglieri regionali e sindaci, ma anche curiosamente di senatori a vita, e D’Alema ha invece salvato nella sua vecchia e attuale forma partecipando in prima linea alla vittoriosa campagna referendaria del no.

Renzi ha già detto spavaldamente, proprio per sfidare la sconfitta subita, che vorrebbe candidarsi al Senato, anche se non sa più in quale collegio, dovendo capire bene dove e con chi gli converrà contrapporsi nella quota maggioritaria dei seggi. D’Alema ha parlato del suo possibile approdo al Senato -dove per lui sarebbe l’esordio, dopo una vita spesa alla Camera-  in un inciso di un ragionamento riguardante il posto dove ha sempre vinto le sue gare elettorali personali e intende tornare a vincere: il Salento. I cui elettori di sinistra, o non so adesso come lui voglia chiamare, non vedrebbero l’ora di chiedergli, con le modalità prescritte dal suo nuovo partito,  di candidarsi.

Passiamo ora allo Scalfari aristotelico, invitato da Giovanni Floris a spiegare, precisare e quant’altro la clamorosa preferenza, espressa nella stessa sede televisiva la settimana scorsa, a favore di Berlusconi in un eventuale gioco della torre, pur non previsto dalla nuova legge elettorale, col grillino Luigi Di Maio.

Poiché il fondatore di Repubblica ha orgogliosamente rifiutato un confronto diretto con Marco Travaglio, che sul  suo Fatto Quotidiano, ma anche in quella stessa sede televisiva, gliene  ha scritte e dette di tutti i colori, rinfacciandogli le  numerose volte in cui il decano ormai del giornalismo politico italiano aveva liquidato Berlusconi come un campione della malavita, il buon Floris si è prestato a girargli la polemica.

Eugenio Scalfari, ribadendo in parte un intervento correttivo fatto a caldo su Repubblica, ha detto che non intende, per carità, smettere di votare Pd per passare a Forza Italia, ma solo accettare e sostenere un’eventuale intesa di governo fra Berlusconi e Renzi in funzione antigrillina nel nuovo Parlamento. E alla condizione -ha insistito- di una rottura di Berlusconi con Matteo Salvini.

Le vere o presunte malefatte di Berlusconi sono state invece liquidate da Scalfari con la   dovuta separazione della politica dalla morale, teorizzata e insegnata da Aristotele ad Alessandro Magno. Che non era uno stinco di santo, avendo l’abitudine di penetrare non solo nei paesi altrui ma anche nelle loro regine, o imperatrici. E ciò Scalfari ha ricordato forse pensando di meglio lusingare Berlusconi, e al tempo stesso di indispettire maggiormente Travaglio, implacabile anche contro le vere o presunte abitudini sessuali dell’uomo di Arcore. Che, proprio qualche giorno fa, nel salotto televisivo di Fabio Fazio si è peraltro compiaciuto della conquistata o ritrovata “saggezza” di Scalfari.

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Vi racconto Massimo D’Alema avanguardista nel salotto TV di Lilli Gruber a Otto e mezzo

Se un generale a Palazzo Chigi non turba (quasi) nessuno

Con tutto il rispetto, la comprensione e persino la simpatia che gli sono quasi dovute per l’ossessione che ne hanno certi magistrati di prima linea, rigorosamente al minuscolo, Silvio Berlusconi ha un po’ troppo sfidato gli avversari, ma anche gli amici, prospettando l’arrivo a Palazzo Chigi col suo aiuto, la sua protezione e chissà che altro di un generale, per quanto in pensione e degnissima persona, per carità. L’esagerazione rimane anche dopo la precisazione di volerne fare solo “una persona chiave” della nuova compagine ministeriale.

Un generale alla guida di un governo, o di cui ha le chiavi, mi fa un po’ venire i brividi. Passi per un generale o un ammiraglio al vertice del Ministero della Difesa di un governo tecnico, una tantum, come è accaduto negli anni passati con Mario Monti a Palazzo Chigi. Ma un generale alla guida, o con le chiavi di un governo politico, per quanto formato -nei progetti di Berlusconi- da 20 signori e signore scomodate dalla cosiddetta società civile e solo otto dalla società politica, che sembrerebbe a occhio e croce un pò meno civile dell’altra, secondo uno schema o un modo di ragionare che per i miei gusti sa troppo di grillismo, mi sembra sinceramente una enormità.

Mi immagino il salto che avrà fatto sulla sedia, ad ascoltare e a leggere di questa ipotesi, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che ai generali, per carità, è abituato  per la sua passata esperienza alla guida del Ministero della Difesa e per i consiglieri e consulenti d’alto grado di cui si avvale anche al Quirinale quando tratta questioni militari e di sicurezza, ma dubito assai che muoia dalla voglia di nominarne uno presidente del Consiglio, o quasi. E tocca a lui, solo a lui, decidere queste cose, per quanto autorevoli possano essere le proposte politiche formulategli da partiti e rispettivi leader, e per quante illusioni si siano fatte gli elettori negli anni della cosiddetta seconda Repubblica di andare alle urne per scegliere più o meno direttamente anche il capo del governo o affini, e non solo i deputati e i senatori. E’ stata una illusione generata dall’adozione, nel 1993, di un sistema elettorale prevalentemente maggioritario, sull’onda di un referendum che sembrò lo spartiacque fra il vecchio e il nuovo, il brutto e il bello, lo sporco e il pulito.

Di quella illusione è rimasto ben poco lungo   nella nuova legge elettorale, con la quale si andrà alle urne la prossima volta, anche se sulle schede i partiti hanno conservato il diritto, inutilmente contestato dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, di mettere nel simbolo anche il nome del loro capo.

Ma prima ancora della nuova legge elettorale e della lunga serie di presidenti del Consiglio succedutisi nella storia della seconda Repubblica senza essersi per niente candidati a quel posto nelle elezioni -da Lamberto Dini a Massimo D’Alema, da Giuliano Amato al già ricordato Mario Monti, da Enrico Letta a Matteo Renzi e a Paolo Gentiloni, nell’ordine preciso in cui sono entrati a Palazzo Chigi- ha giocato contro l’illusione dell’elezione sostanzialmente diretta del capo del governo  o affine l’indifferenza dei cittadini. Che si sono rivelati tanto poco contenti o convinti di questa loro prerogativa da disertare sempre di più le urne.

Di fronte alle dimensioni, ormai, del fenomeno dell’assenteismo e alle dimostrazioni date dal primo partito del Paese, quale numericamente è diventato il movimento 5 stelle, di volere e sapere selezionare digitalmente la sua classe dirigente, non ci sono da spargere lacrime sulla fine dell’illusione dell’elezione diretta del presidente del Consiglio. Ma  non è neppure il caso di compiacersi che ad un altro partito o leader sia venuta l’idea di mandare a Palazzo Chigi o dintorni un generale, forse pensando che solo ad un militare di altissimo rango possa riuscire l’impresa di tenere unita una coalizione molto particolare, dove il segretario della Lega ha reclamato un contratto con gli alleati da firmare davanti al notaio. Ed è stato proprio lui che, ispirando in una una gustosa vignetta di Giannelli   per il Corriere della Sera il riferimento all’ultima “barzelletta” sui Carabinieri, ha reagito infastidito e incredulo all’idea di Berlusconi, pur diversamente dal collega di partito, e governatore della Lombardia, Roberto Maroni. Il quale si è ricordato di avere partecipato come ministro dell’Interno nel 2009 alla nomina di quell’alto ufficiale -Leonardo Gallitelli-  a comandante generale dell’Arma dei Carabinieri.

Potrò sbagliare ma sospetto che, com’è già accaduto con Sergio Marchionne, pure lui indicato da Berlusconi per la guida del governo, anche il generale Gallitelli si sia diviso fra il compiacimento di una persona educata e l’imbarazzo per questa sua esposizione, peraltro seguita a quella fastidiosamente smentita di possibile candidato del centrodestra a presidente della regione Lazio, in concorrenza imbarazzata -nella stessa area- col sindaco della terremotata Amatrice Sergio Pirozzi.

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Tutti pazzi per Leonardo Gallitelli?

Fazio fa arrabbiare Travaglio unendosi a Scalfari filoberlusconiano….

Al rifiuto di Fabio Fazio di trasformare l’intervista a Silvio Berlusconi in prima serata su Rai 1 in un processo mediatico per corruzione e strage, come intimato di mattina sul Fatto Quotidiano con un titolo in prima pagina, il direttore Marco Travaglio ha reagito processando a sua volta il conduttore televisivo. Anche lui “riabilita B.”, ha strillato Travaglio in apertura del giornale, alludendo chiaramente con quell’”anche” ad Eugenio Scalfari. Che con una precisazione successiva, fatta sull’onda delle proteste di un po’ dei  vecchi lettori ed elettori della sua Repubblica di carta, non è riuscito a farsi perdonare dal suo  censore di avere preferito, sempre in televisione, ma a la 7, Berlusconi al “portavoce” di Beppe Grillo che corre addirittura per Palazzo Chigi.

Con, anzi contro Scalfari il direttore del Fatto Quotidiano ebbe il tempo o la voglia, o entrambi, di improvvisare un fotomontaggio di protesta e derisione raffigurante la nuova creatura orribile del giornalismo e della politica italiana: Berluscalfari, di complessivi 174 anni e più, quanti ne hanno insieme i due vegliardi combattutisi per tanti anni senza esclusione di colpi, prima di scoprirsi affini.

Con, o contro Fazio, agendo la sera di un giorno festivo e quindi a ranghi redazionali ridottissimi, e con buona parte del giornale già confezionato con materiale precotto, Travaglio non ha trovato né il tempo né la voglia di fotomontare un’altra creatura orribile del suo album, che sarebbe anche suonata più divertente e irriverente ai lettori: Berluscazio, Egli si è accontentato di sparare un titolo e basta. E di storpiare il nome solo alla trasmissione dove Berlusconi è stato ospitato dopo un divertentissimo e trainante siparietto, promotore di un loro film, fra Alessandro Gassmann e Gigi Proietti. Il “Che tempo che fa” è stato trasformato in “Che Silvio che fa”. Spiritosi, al Fatto Quotidiano.

Nel sommario del titolo, dove di solito si concentrano gli aspetti più importanti della notizia, e di fronte ad una vignetta di Mannelli in cui una sconsolata signora dice che “al meno peggio non c’è mai fine”, sono indicati al pubblico dileggio gli “anatemi” contro i grillini, i 20 ministri del governo di centro destra immaginati da Berlusconi, dei quali 12 della cosiddetta società civile e solo otto politici, dei quali a loro volta 3 di Forza Italia, 3 della Lega  e 2 di Fratelli d’Italia, e infine l’assenza di ogni domanda del conduttore sui processi a carico dell’ospite o sulla mafia, “a proposito di Dell’Utri in carcere”.

Di nessun rilievo, né politico ne d’altro tipo, è stata considerata da Travaglio e amici la proposta di Berlusconi ai suoi alleati, ma soprattutto al presidente della Repubblica, che dovrebbe nominarlo, di far guidare l’eventuale nuovo governo di centro destra dopo le elezioni dal generale in pensione dei Carabinieri, e attuale commissario antidoping del Coni, Leonardo Gallitelli. Che proprio Berlusconi aveva nominato nel 2009 comandante generale dell’Arma dei Carabinieri. Eppure è su Gallitelli che hanno in qualche modo titolato tutti gli altri quotidiani.

E’ davvero curiosa la graduatoria delle notizie nella redazione del giornale di Travaglio, dove pure i Carabinieri sono di casa nei pezzi e nei titoli, nel bene e nel male, secondo le circostanze e le convenienze editoriali e politiche dell’ormai principale giornale dell’opposizione di sinistra presente nelle edicole italiane sette giorni su sette. Che non è francamente da tutti, bisogna riconoscerlo tenendo presente la crisi del settore.

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Perché Fazio e Scalfari fanno soffrire il Fatto Quotidiano di Travaglio

Travaglio passa a Fazio lo spartito dell’intervista a Berlusconi su Rai 1

Il Gobbo, come si chiama la buca del suggeritore a teatro, dove si infila chi deve aiutare gli attori a non dimenticare battute e quant’altro, è approdato nel giornalismo c Marco Travaglio. Che nel suo rinnovato antiberlusconismo, specie dopo che Eugenio Scallfari, pur cercando poi di correggersi, ha dichiarato di preferire l’uomo di Arcore al giovane grillino di Pomigliano d’Arco in pista per Palazzo Chigi, ha allestito la buca di suggeritore in apertura  della prima pagina domenicale del suo Fatto Quotidiano. Ed ha indicato a Fabio Fazio le domande che un buon uomo di sinistra e per bene è tenuto a fare ad un ospite del suo Che tempo che fa come Silvio Berlusconi: per giunta, sulla prima  rete televisiva della Rai, dove il conduttore -come si sa- è stato trasferito dalla terza fra molte polemiche, ma anche invidie, diciamo la verità.

Il suggeritore di teatro s’infila nella buca del palcoscenico col copione dell’opera in mano, come il correttore di bozze nelle tipografe dei giornali ha sempre avuto a disposizione dizionari linguistici ed enciclopedie per risparmiare refusi ma anche strafalcioni agli articoli e ai loro autori.  Travaglio invece deve disporre, da par suo, di qualche diavoleria elettronica che lo collega ai casellari giudiziari, in modo da fare inchiodare l’ospite di turno di una trasmissione a tutti i procedimenti subiti o in corso.

Così Fazio è stato invitato -ma forse è il caso di usare una parola meno cortese, più intimidatoria- a “ricordare” a Berlusconi “i tre processi per corruzione e l’accusa di strage”, con la minuscola, pur non trattandosi di una strage di ordinaria follia criminale, ma di una serie di stragi compiute dalla mafia fra il 1992 e il 1993 per spianare la strada col panico degli elettori -secondo alcuni presunti pentiti- al progetto dell’allora Cavaliere di scendere in politica nel  1994 e coprire i vuoti politici  creati dai magistrati. I quali in quegli anni arrestavano o incriminavano, o solo demolivano l’immagine di partiti e leader della cosiddetta prima Repubblica, alcuni dei quali amici dello stesso Berlusconi, per l’abitudine diffusissima che avevano di finanziare illegalmente la politica.

In verità, quella di “strage”, sempre con la minuscola, non è mai, o non è ancora diventata l’accusa di un magistrato inquirente a Berlusconi. Non è mai, o non è ancora diventata un rinvio a giudizio. Si è sempre fermata a livello di indagini chiuse ad un certo punto con l’archiviazione. Ma Travaglio ha già spiegato, da grande esperto quale si ritiene a furia di leggere le carte delle Procure e di parlare con i magistrati, che le archiviazioni delle indagini per strage non sono quelle che appaiono, cioè chiuse e basta. No, esse semplicemente vengono messe in qualche freezer e congelate in attesa di qualche pentito o simile che fornisca altri spunti e le faccia scongelare, e tornare in vita con maggiore forza. E tutto questo -ha spiegato sempre il suggeritore- sino alla morte, anzi all’’incenerimento del malcapitato, perché quello di strage è un reato che non si prescrive mai.

Ciò significa che le indagini riaperte di recente a Firenze su Berlusconi addirittura “stragista”, o suggeritore a sua volta di stragi mafiose, per quanto accolte con un certo scetticismo dallo stesso Fatto Quotidiano al loro annuncio, con uno scoop fatto o fatto fare questa volta non al giornale di Travaglio ma ai più diffusi Corriere della Sera e Repubblica, hanno ora tutto il diritto, anzi il dovere di entrare a gamba tesa nella campagna elettorale contro l’ex presidente del Consiglio. O “Berluscalfari”, come lo stesso Travaglio ha deciso di chiamare  l’ex Cavaliere  imprudentemente preferito dal fondatore di Repubblica al grillino Luigi Di Maio.

Non è detto che Berluscalfari si conquisti la variante di “Berluscazio” se il conduttore di Che tempo che fa decidesse di non attenersi con Berlusconi alle indicazioni del suggeritore-direttore del giornale che ha adottato per la sua testata il nome di una celebre e incolpevole trasmissione televisiva del compianto Enzo Biagi. 

I soliti attori e invitati ai bagni autunnali e invernali di protesta

Di fronte alla giornata di “mobilitazione” contro il governo proclamata per sabato 2 dicembre dalla segretaria generale della Cgil Susanna Camuso, che il giorno dopo parteciperà molto probabilmente al raduno degli scissionisti del Pd, ricambiando così la scontata presenza di costoro alla manifestazione sindacale del giorno prima, Fabrizio Rondolino si è tolto il gusto di ricordare un congresso del Pds del 1997. Segretario del partito era Massimo D’Alema, col quale Rondolino lavorava. Segretario della Cgil era Sergio Cofferati.

I tempi sono diversi, e in parte anche gli uomini, e le donne. Ma i problemi maggiormente spinosi del mondo del lavoro sono rimasti, ahimè, gli stessi: la crisi del posto fisso, le nuove forme di occupazione, la difesa dal precariato, la disciplina dei licenziamenti, le pensioni, eccetera. Ai bagni estivi di mare continuano a seguire quelli autunnali di protesta.

Allora, mentre alla guida del governo c’era Romano Prodi e Massimo D’Alema, anche se Rondolino ha omesso di ricordarlo, o non lo ricorda più neppure lui, soffriva delle lentezze, indecisioni e quant’altro del professore emiliano,  l’appuntamento congressuale del Pds si trasformò in  una ramanzina, a dir poco, al sindacato. Il segretario del partito rimproverò praticamente a Cofferati di attardarsi a difendere chi era già protetto di suo, dalla solidità dell’azienda dove lavorava a quella del contratto collettivo, e di fregarsene di chi lavorava senza alcuna protezione, o non lavorava per niente.

Purtroppo quando l’anno dopo toccò a lui di andare a Palazzo Chigi, preferendo sostituire Prodi  piuttosto che andare alle elezioni anticipate reclamate dal presidente del Consiglio dimissionario dopo la fiducia negatagli da Bertinotti e compagni, D’Alema già cominciò ad annacquare il riformismo vigoroso di cui aveva dato prova muscolare al congresso.

Figuriamoci adesso che sono passati da quel congresso vent’anni, durante i quali D’Alema ha contribuito prima a costruire e poi a sfasciare un nuovo partito di sinistra chiamato Pd, sul cui segretario egli esprime ogni volta che ne ha occasione i peggiori giudizi, sino a considerarlo sul piano politico -per non parlare degli aspetti personali dello scontro perenne- un intruso, un uomo di destra infiltratosi in una formazione di sinistra.

Fra gli scissionisti, D’Alema è il più ostile a Renzi e a tutto ciò che egli ha fatto al governo e- secondo lui- ha imposto al suo successore a Palazzo Chigi. Le cui offerte o proposte al sindacato, ogni volta che si apre o riapre una vertenza, com’è accaduto sull’allungamento dell’età pensionabile per effetto della maggiore durata media della vita, non sono mai sufficienti a chiuderla con un’intesa, anche a costo di sfasciare la tanto perseguita e mitizzata unità sindacale con la Cisl e la Uil.

Pier Luigi Bersani, un altro riformista persosi per strada, è corso appresso a D’Alema cambiando persino carattere, riuscendo a inacidire anche la sua vecchia o usuale bonomia imitata da Maurizio Crozza.

Finirà per perdere il suo perenne sorriso sulle labbra, e abbronzatura annessa, anche il presidente del Senato Pietro Grasso, nuova icona della sinistra pura e dura. Che, non potendo definire radicale perché mi sembrerebbe  di tradire la memoria di Marco Pannella, preferisco continuare a chiamare al quadrato, anzi al cubo.

 

 

Ripreso da http://www.formiche net il 26 novembre col titolo: Vi racconto le piroette di D’Alema e Bersani su lavoro e Cgil

Travaglio alla ricerca dei lettori dissidenti di Scalfari

Da un po’ di tempo non gliene va bene una al Fatto Quotidiano di Marco Travaglio.

Accade sempre più di frequente che le buste gialle delle Procure, come le chiama Piero Sansonetti, raggiungano la concorrenza, costringendo Travaglio ad elogiare gli scoppisti di turno. L’ultimo buco giudiziario l’ha rimediato dal Corriere della Sera sulla vicenda di una collaboratrice del ministro dell’Economia accusata di passare notizie riservate ad una società della quale era stata dipendente continuando a percepire un compenso anche dopo essere passata alla pubblica amministrazione.

Poi è arrivato il corteggiamento degli scissionisti del Pd  come leader dello schieramento elettorale antirenziano di sinistra al presidente del Senato Pietro Grasso. Al quale Travaglio non ha mai perdonato di avere vinto il concorso, a suo tempo, al vertice della Procura nazionale antimafia grazie ad una legge dell’allora governo Berlusconi che aveva escluso dalla corsa lo sgradito Giancarlo Caselli.

Piuttosto che vincere in quel modo, Grasso avrebbe dovuto rinunciare alla nomina, secondo il direttore del Fatto Quotidiano. Ed evitare poi di apprezzare il contributo dato da alcune iniziative dello stesso governo Berlusconi alla lotta alla mafia, mentre c’erano pubblici ministeri che sospettavano ancora, come anche oggi, lo zampino degli uomini di Arcore e dintorni addirittura nelle stragi mafiose che accompagnarono la fine giudiziaria e politica della cosiddetta e odiata prima Repubblica.

Poi ancora sono arrivate le cronache dalla Corte europea dei diritti umani sulle crescenti possibilità di Berlusconi – sempre lui- di vincere il ricorso contro la sua decadenza da senatore, quattro anni fa, e la relativa ineleggibilità con l’applicazione retroattiva di una legge quasi fresca di approvazione.  E già tanto controversa da indurre anche l’ex presidente della Camera Luciano Violante a consigliarne il rinvio alla Corte Costituzionale. Per giunta, la decadenza fu deliberata al Senato con votazione innovativamente palese, voluta e annunciata nell’aula di Palazzo Madama dal presidente Grasso col conforto di un improvvisato e stentatissimo parere della commissione competente.

Come se non bastasse tutto questo, è arrivata sul Fatto la tegola di Eugenio Scalfari che in televisione annuncia di preferire nelle urne e dintorni il vecchio nemico Berlusconi -si, proprio lui- al candidato grillino a Palazzo Chigi Luigi Di Maio.

   Be’, a questo il povero Travaglio non ha retto. E si è a suo modo vendicato improvvisando in prima pagina un invasivo montaggio fotografico titolato Berluscalfari. E liquidando come un tradimento delle origini la nuova veste grafica, oltre che politica, della Repubblica di carta fondata da Scalfari nel 1976 e da lui stesso diretta per i primi vent’anni.

Poiché non bastava evidentemente il fotomontaggio, Travaglio si è speso in un lungo editoriale contro Barpapi, variante berlusconiana dell’affettuoso soprannome di Scalfari nelle redazioni da lui dirette: Barpapa’. Una variante perfida perché ispirata al soprannome papy assegnato all’allora presidente del Consiglio da una diciottenne al cui compleanno lui era corso procurandosi un’infinità di sospetti, pettegolezzi e quant’altro su cui il compianto Giuseppe D’Avanzo aveva imbastito per la Repubblica di vecchia maniera un processo mediatico contro Berlusconi ruotante attorno a dieci domande. E dieci sono state volutamente le volte in cui Travaglio ha commentato con la parolaccia “stracazzi” la svolta filoberlusconiana attribuita a Scalfari.

Mentre Travaglio già si godeva lo spettacolo  di una sostanziale retromarcia del fondatore di Repubblica, anticipata dal condirettore Tommaso Cerno a Corrado Formigli, di Piazza pulita, gli è caduto addosso come un’altra tegola il testo dell’intervento correttivo di Scalfari. Che per i gusti del Fatto Quotidiano è stato persino peggiore, perché si è tradotto in un endorsement del Pd, che Scalfari ha annunciato di voler votare anche la prossima volta, sperando però che poi Renzi e Berlusconi si mettano d’accordo in funzione anti grillina, vista ormai la impraticabilità di una ricomposizione del centrosinistra comprensivo degli scissionisti Bersani, D’Alema e compagnia varia.

D’altronde il fondatore di Repubblica era già finito nella gabbia metaforica degli imputati custodita dal Fatto per i suoi confessati rapporti di amicizia e quasi di scuola, fatti di incontri, telefonate,  consigli e quasi compiti a casa con l’odiato Matteo Renzi, prima e dopo il referendum dell’anno scorso sulla riforma costituzionale. Che Scalfari votò e difese, per quanto inutilmente, dalle critiche anche di un vecchio amico e prestigioso collaboratore di Repubblica come Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale.

Ora la sorveglianza, diciamo così, del Fatto Quotidiano su Repubblica sarà prevedibilmente più stretta e fastidiosa. L’ambizione neppure tanto nascosta di Travaglio, e del suo predecessore Antonio Padellaro, entrambi provenienti da un’esperienza difficile  all’Unita’, e’  di poter sottrarre alla “nuova” Repubblica i lettori della sinistra al cubo, da altri definita radicale senza rispetto per il compianto Marco Pannella, insoddisfatti del berlusconrenzismo attribuitole da Travaglio col piglio di un pubblico ministero. Sarebbe una parabola al rovescio della vecchia o prima Repubblica, che irruppe nelle edicole più di 41 anni fa danneggiando due giornali orgogliosamente di sinistra come l’Unita’ e Paese sera, dalle cui redazioni Scalfari aveva prelevato eccellenti professionisti. Ma erano altri tempi. E ben altri erano i protagonisti mediatici e politici.

Contrordine di Scalfari ai compagni: si vota Renzi, mai Berlusconi

Il “contrordine, compagni” dato da Eugenio Scalfari in un intervento straordinario, feriale anziché festivo, sulla sua Repubblica di carta perché i lettori non prendessero sul serio la preferenza elettorale  da lui espressa in televisione per Silvio Berlusconi in funzione antigrillina, non placherà di certo l’offensiva editoriale e politica del Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Che, pur avendo appreso dal condirettore di Repubblica    Tommaso Cerno, ospite di Corrado Formigli a Piazza pulita, l’arrivo del contrordine del fondatore del giornale, è tornato a trattarlo come imputato. Egli ha infatti sparato in prima pagina una raffica di pareri più o meno autorevoli contro quello che ha continuato a chiamare “l’endorsement di Scalfari pro Caimano”.

D’altronde, neppure nella versione corretta dall’intervento feriale, deciso di fronte al diluvio di telefonate di protesta abbattutosi sul suo giornale fresco di costosissima rivoluzione anche grafica, la linea di Scalfari può andar bene al Fatto Quotidiano. Per il quale un voto confermato al Pd di Matteo Renzi, qual è quello annunciato dal fondatore di Repubblica dopo “l’inganno” dell’invito a scegliere fra Berlusconi e il candidato grillino a Palazzo Chigi Luigi Di Maio, vale quanto  il voto all’uomo di Arcore.

Il “non voterò mai Berlusconi” promesso da Scalfari, in sintonia con Cerlo, Michele Serra e tanti altri di Repubblica, non vale niente agli occhi di Travaglio e amici quando è accompagnato alla benedizione di un’intesa post-elettorale di governo fra Renzi e Berlusconi in funzione antigrillina. Un’intesa poi chissà perché “non politica”, come ha precisato Scalfari confondendo il governo o la maggioranza per qualche confraternita religiosa. E comunque condizionata -ha aggiunto il fondatore di Repubblica- da una “separazione” di Berlusconi dall’alleato elettorale Matteo Salvini. Il quale, dal canto suo, per dimostrare come meglio non si poteva quanto confuse e infide siano le acque del centrodestra, ha avvertito che prima delle elezioni Berlusconi dovrà andare con lui e con la sorella dei Fratelli d’Italia Giorgia Meloni da un notaio per garantire che non farà poi accordi con Renzi. Sennò non basteranno al presidente di Forza Italia i soldi incassati vendendo il caro Milan per pagare i danni che gli chiederanno in giudizio la Lega e la formazione post-missina dell’ex ministra della gioventù.

Fatti i conti, questa volta politici e non monetari, la pezza messa da Scalfari col suo “contrordine, compagni” è stata peggiore del buco della prima sortita agli occhi di grillini e scissionisti del Pd, che costituiscono il pubblico di riferimento del giornale di Travaglio, al netto dell’arrivo, fra i secondi, del presidente del Senato Pietro Grasso. Al quale Travaglio continua a non perdonare di avere a suo tempo scalato la Procura nazionale antimafia in groppa ad una legge-cavallo fornitagli da un allora governo Berlusconi per impedire la vittoria a Gian Carlo Caselli. Che onora della sua firma, non a caso, il Fatto Quotidiano. 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: La guerra di carta fra Scalfari e Travaglio su Berlusconi, Di Maio e Renzi

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