Le contraddizioni di D’Alema su sinistra e vocazione al comando

Vado ad occhio e orecchio, per come ho visto e sentito Massimo D’Alema, al di qua dello schermo, nel salotto televisivo di Lilli Gruber, a la 7. Se ho visto, sentito o compreso male, sono pronto a chiedergli scusa e a ritirare le due domande che sto per rivolgergli, peraltro senza alcuna acrimonia. L’ex presidente del Consiglio non è mai riuscito a diventarmi antipatico per il suo spigolosissimo temperamento. Ho sempre condiviso le parole dettemi una volta da Sandro Pertini per consolarmi:  “Ad avere un brutto carattere ci vuole poco. Basta averne uno”. Il suo ne era l’esempio.

Ebbene, D’Alema dalla Gruber ha interrotto sarcastico il giornalista Nicola Porro che gli parlava del Pd e di Matteo Renzi come di un partito e di un uomo di sinistra. “Di sinistra?”, gli ha chiesto incredulo, se non scandalizzato, il politico di lungo corso.

Porro ha incassato non insistendo. Il discorso poi è passato alla nuova forza politica che esordirà domenica all’Eur, frutto dell’unificazione, o qualcosa di simile, fra gli scissionisti del Pd, i compagni di Nichi Vendola, quelli di Giuseppe Civati e forse anche altri.

Perfidamente, vista l’interruzione precedente, Porro ha dato per scontata la presenza della parola “sinistra” nel nome del nascituro partito, e delle conseguenti  liste che concorreranno alle prossime elezioni. Ma D’Alema, pur dicendo di saperne poco perché “in queste ore se ne stanno occupando altri”, ha detto di ritenere che quel termine non si troverà nel nome della nuova forza politica perché certe “categorie” ormai sono vecchie, superate. Infatti circola la

sigla di “liberi e uguali” e varianti, fra cui l’ex presidente del Consiglio ha mostrato una certa predilezione per i “progressisti”.

Chiedo a questo punto a D’Alema che senso abbia contestare la qualifica di sinistra a Renzi e al Pd se si tratta di una categoria superata: tanto superata, da non essere adottabile dal nuovo partito antirenziano che lui sta costruendo con Pier Luigi Bersani e tanti altri. Fra i quali avrebbe potuto esserci anche l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia se non avesse cambiato idea e posizioni, di cui -ha avvertito severamente D’Alema- “risponderà solo alla sua coscienza”.

Va peraltro ricordato che al superamento della vecchia categoria politica della sinistra proprio D’Alema diede il suo contributo d’azione e di cultura negli anni della scoperta o valorizzazione del blairismo, da Tony Blair, il leader laburista e a lungo premier britannico. Ed erano anni nei quali Renzi andava ancora a scuola.

L’altra domanda che vorrei fare all’ex presidente del Consiglio nasce dagli apprezzamenti che lui ha fatto del presidente del Senato Pietro Grasso accreditando una sua partecipazione alla nuova formazione politica.

In particolare, del “vecchio ragazzo di sinistra” quale lo stesso Grasso si è recentemente definito in un raduno di scissionisti dal Pd, D’Alema ha apprezzato nell’ordine: di essersi dato alla politica dopo essere andato in pensione come magistrato, di non aver voluto candidarsi nel 2013 in Sicilia, dove aveva svolto buona

parte della sua carriera giudiziaria, di aver saputo o di sapere -non ricordo bene- “comandare”. Quest’ultimo è un termine che invece ricordo bene. E nasce proprio qui la mia seconda domanda.

Se il problema è, o è anche quello di comandare, variante non militare di decidere ma comportante comunque una certa determinazione, di cui si ha bisogno anche nella conduzione di un movimento politico, come avvertirono ai loro tempi nelle proprie formazioni, fra gli altri, Palmiro Togliatti, Enrico Berlinguer, Alcide De Gasperi, Amintore Fanfani e Bettino Craxi, che senso ha presentare come un tiranno, o aspirante tale, Matteo Renzi? Non credo francamente che sia una domanda troppo impertinente.

Dall’elenco dei leader e partiti che hanno avvertito o avvertono tuttora, il dovere o bisogno di una certa disciplina, ho escluso Silvio Berlusconi e la sua Forza Italia perché li considero un po’ fuori concorso per la loro peculiarità. Che deriva anche dall’ossessione che ne hanno avuto e ne hanno ancora certi magistrati di prima linea, rigorosamente al minuscolo naturalmente.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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