Il ritorno dimesso di Davigo nella familiare piazza pulita di Formigli

            Com’era previsto, anzi scontato, Pier Camillo Davigo è rimasto di casa nella piazza pulita televisiva di Corrado Formigli, a la 7, anche dopo avere perduto almeno il primo tempo della partita giocata al Consiglio Superiore della Magistratura per rimanervi anche da pensionato.

              Il secondo tempo della partita, come si sa, si giocherà nel tribunale regionale amministrativo del Lazio, cui l’ormai ex magistrato ha annunciato ricorso non per tigna, come forse pensano quelli che non lo stimano, ma per convinzione, sicuro com’è che la maggioranza del Consiglio Superiore, per quanto larga nel suo caso, abbia sbagliato a deciderne la decadenza prima della fine del mandato quadriennale conferitogli nel 2018  dai suoi 2500 e rotti elettori.

            Nel suo ritorno da Formigli, stavolta nei panni del pensionato, Davigo mi è sembrato dimesso nel senso non di dimissionario, naturalmente, ma di modesto, umile, misurato anche nei gesti, come dice il dizionario della lingua italiana che ho appositamente consultato prima di scrivere, perché col sia pur ex magistrato bisogna stare sempre attenti ad usare le parole per non essere querelati: molto più attenti di lui quando parla degli altri. Come quando disse -se non sbaglio, proprio nella piazza pulita di Formigli, o in qualche altro salotto televisivo- che “i politici non hanno smesso di rubare, hanno solo smesso di vergognarsi”. O come quando divise quanto meno gli imputati, se non tutti gli italiani, fra chi la fa franca con l’assoluzione e chi invece si becca la meritata condanna.

            Anche a questo tipo di linguaggio credo, anzi temo che si riferisse qualche giorno fa sul Fatto Quotidiano -e dove sennò ?- un amico ed estimatore di Davigo come Giancarlo Caselli elogiandone la franchezza “urticante” in un articolo di saluto solidale. E di raccomandazione ai lettori di non dimenticarne “i tanti meriti” disconosciuti, in particolare, da quanti “festeggiano anche in maniera scomposta” il pensionamento del famoso “dottor Sottile” del pool giudiziario di Milano, protagonista della stagione “anti corruzione” nota come quella di “Mani pulite”. Che notoriamente, pur tra qualche spiacevole suicidio e numerose assoluzioni, né gli uni né gli altri menzionati da Caselli, segnò la fine della cosiddetta prima Repubblica. E portò alla nascita dell’altrettanto cosiddetta seconda Repubblica, ma con l’inaspettata vittoria elettorale di Silvio Berlusconi. Cui Caselli ha rimproverato le “crociate avviate” contro la magistratura “in seguito -non è un mistero- ai numerosi processi a suo carico e di alcuni dei suoi più stretti collaboratori”, ha scritto ancora l’amico, collega e difensore di Davigo con lo stile e la sicurezza, diciamo così, di uno storico formatosi alla scuola di Tacito.

            Con comprensibile e storica sicurezza, pure lui, Davigo ha detto, tornando nella piazza pulita de la 7, che il suo “orgoglio più grande è di aver fatto il mio dovere al meglio delle mie capacità”. Al meglio delle sue capacità sono certo anch’io. Al meglio in senso assoluto, senza avere mai esagerato nei toni e nelle decisioni, sono francamente meno certo, assai meno.  

Se la politica annega nella seconda ondata della pandemia virale

Premetto di non essere appassionato e forse neppure esperto di calcio, pur in un paese di assatanati di questo sport, dove tutti al bar si sentono commissari tecnici, allenatori e quant’altro, in piedi o seduti, con mascherina o senza, a distanza prudenziale e non. Ma quella che ci sta offrendo la politica da qualche tempo, e ancor più da quando a tutti i guai precedenti si sono aggiunti quelli da pandemìa, mi sembra una partita di calcio o, se preferite,  un campionato davvero scombinato. E comincio ad avere il sospetto che il compianto Franco Basaglia avesse maturato la decisione di impegnarsi per la chiusura dei manicomi perché convinto che potesse e dovesse bastare quel grandissimo e unico manicomio chiamato Italia. Dove non a caso, proprio ai suoi tempi, c’era gente che non riteneva finita la guerra di liberazione o Resistenza, con la maiuscola, e praticò il terrorismo per farci stare meglio di come ci fossimo ripresi dalla guerra, anche civile. Più pazzi o briganti di così, come preferiva chiamarli l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, non si poteva francamente essere.

Ma torniamo ai nostri giorni e spettacoli della politica. La partita che giocano le due squadre in campo -quella giallorossa dell’assai presunto centrosinistra vantato dal segretario del Pd Nicola Zingaretti pur avendo come alleati i grillini, cui solo la bontà, ingenuità e quant’altro del sociologo Domenico De Masi attribuisce un futuro di sinistra, se e quando riusciranno a chiarirsi le idee, con o senza scissione, e quella verdazzurra del centrodestra a momentanea trazione leghista- è letteralmente da capogiro.

All’interno di ciascuna squadra ogni giocatore insegue e raccoglie la palla non per portarla  da solo, se ci riesce, o passandola ad un compagno meglio piazzato, contro la porta opposta ma per muoversi indifferentemente davanti, dietro o di lato e passarla ad un avversario che, a sua volta, pratica lo stesso gioco perverso. Lo sgomento degli spettatori, presenti o da remoto, allo stadio o davanti al televisore di casa, è pari solo a quello dell’arbitro e guardalinee di turno.

Prendiamo il caso del famoso Mes, come si chiama il fondo europeo salva-Stati da cui potremmo attingere crediti per più di 36 miliardi di euro destinati al potenziamento del servizio sanitario nazionale e indotto, messi a dura prova dalla pandemia. Zingaretti o Matteo Renzi prende la palla e la lancia in una direzione dove ad accoglierla può essere solo, ma dall’altra parte, il forzista Renato Brunetta. Che però deve strapparla, anticipandolo, a Matteo Salvini. Che tuttavia, se riuscisse a raccoglierla, la lancerebbe nell’altra parte del campo al pentastellato Luigi Di Maio, contrario pure lui all’uso di quei fondi perché velenosi, pur avendo un bell’aspetto e tassi d’interesse pari quasi allo zero.

In questo bailamme di palle che vanno da una parte all’altra il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, che dovrebbe essere una specie di centrocampista della squadra giallorossa, guarda più all’allenatore del centrodestra che a quello del centrosinistra. Che pure è il segretario di partito che lo ha voluto a quel posto e lo ha fatto anche diventare deputato alla Camera, avendo dovuto lui rinunciare al seggio del Parlamento europeo con la partecipazione al secondo governo Conte.

Prendiamo adesso un altro caso: quello delle misure restrittive, chiamiamole così, disposte dall’ultimo decreto del presidente del Consiglio, o da lui raccomandate a voce più o meno accorata, o disposte o in programma a livello regionale e/o comunale col supporto dei prefetti, vista la resistenza dei sindaci a farsi carico da soli delle strette a rischio di impopolarità. Molti di questi sindaci, o i più importanti, sono peraltro in zona Cesarini, diciamo così, perché nella primavera dell’anno prossimo ci sarà un bel turno elettorale che li riguarderà direttamente.

Ebbene, dalla Lombardia il governatore leghista Attilio Fontana, fra una pratica legale e l’altra di cui deve occuparsi da quando le Procure hanno cominciato a interessarsene, ha lanciato al ministro degli affari regionali e, più in generale, al governo una palla per rivendicare misure particolarmente dure di prevenzione di fronte alla pandemia crescente, e attuarle intanto nella sua Lombardia. Ma ad intercettare la palla, cui almeno una parte del governo è interessata, a cominciare dal ministro della Salute Roberto Speranza, e a mandarla praticamente fuori campo è stato Salvini, cioè il capo, allenatore e quant’altro del partito di Fontana.

Potrei continuare a lungo parlando della scuola, della ministra Lucia Azzolina ammutolita in televisione da una virologa, dei tamponi di vario tipo, del commissario Domenico Arcuri eccetera eccetera, ma vado direttamente all’osso chiedendomi di quant’altro tempo e di quali altri incidenti ci sarà ancora bisogno per ottenere quanto meno i rapporti di vera cooperazione  fra governo e opposizione che auspica e sollecita un giorno sì e l’altro pure il presidente della Repubblica di fronte alle varie emergenze -non una sola- in cui si trova l’Italia. Del resto, di quale governo e di quale opposizione si può parlare, viste le divisioni, a dir poco, che attraversano l’uno e l’altra? Eppure, ancor più che di migliori rapporti fra maggioranza e opposizione ci sarebbe bisogno di un vero e proprio governo di emergenza e solidarietà nazionale, guidato a questo punto non importa neppure da chi, politico o tecnico, magari tirato a sorte come Beppe Grillo vorrebbe fare per coprire i seggi, peraltro ridotti, delle prossime Camere.

Ma nessuno mi sembra in grado di imboccare la strada di un vero governo di unità nazionale, che presupporrebbe la scomposizione e ricomposizione di tutti gli equilibri, come solo la buonanima di Aldo Moro sapeva fare. E forse proprio per questo fu ammazzato, o lasciato ammazzare nel 1978.

A questo punto non resta che sperare -scusate il paradosso sarcastico- nella benevolenza o pietà di quel feroce virus chiamato Covid 19. Che potrebbe allentare la presa sull’Italia vedendo come essa sia in grado di rovinarsi. Sappiamo covidarci, diciamo così, da soli.

Gli inconvenienti della resistenza di Giuseppe Conte a un nuovo lockdown

            Il Conte, con la maiuscola, resistente alla tentazione o al rischio di un nuovo lokdown, secondo un titolo che gli dedica in prima pagina la Repubblica, mi ricorda il compianto segretario del Psi Francesco De Martino. Che nei rapporti con la Dc da una parte, al governo, e col Pci d’altra, all’opposizione, durante gli anni del secondo centrosinistra, dopo quello di Aldo Moro e Pietro Nenni, resisteva “fino a un momento prima di cedere”. Così diceva di lui sui divani di Montecitorio il sindacalista e deputato socialista Fernando Santi.

            Il paragone con De Martino, che portò il Psi nel 1976 al  minimo storico di voti, non piacerà probabilmente al presidente del Consiglio, in calo nei sondaggi da qualche giorno ma pur sempre abituato a ben altri abbinamenti: dal corregionale Aldo Moro addirittura al conte, minuscolo, Camillo Benso di Cavour, entrambi affiancatigli generosamente dal vegliardo e simpatizzante Eugenio Scalfari.

          Il presidente del Consiglio preferirà forse l’immagine del comandante in navigazione a vista, fra le mine dei contagi virali, attribuitagli dal vignettista Nico Pillinini sulla prima pagina della Gazzetta del Mezzogiorno, il quotidiano pugliese che peraltro Conte sta lodevolmente cercando dietro le quinte di salvare dal rischio di chiusura o di svendita, nel poco tempo -non “perduto”, come dicono al manifesto- lasciatogli libero dalle emergenze del Covid, della maggioranza e dei rapporti con regioni e città. Dove si  stanno sperimentando i coprifuochi serali e notturni in alternativa al lockdown, che il Fatto Quotidiano definisce “coprifuochini”. O che Il Foglio, altro giornale ormai simpatizzante e comprensivo nei riguardi di Conte, ha tradotto in un invito ai  suoi pochi ma qualificati lettori a “ricominciare a stare a casa”, possibilmente anche di giorno, e non solo di sera e di notte.

           Sarebbe un lockdown di fatto, sottinteso, senza la solennità, i vincoli, le certificazioni e quant’altro di un altro, ennesimo decreto presidenziale ormai noto con l’acronimo del dpcm, sottratto a passaggi parlamentari rischiosi, sotto tutti i punti di vista, non solo politici, per il crescente numero di deputati e senatori contagiati, o covidati, se mi permettete questo aggettivo non ancora approdato nei dizionari della lingua italiana.

           In questa purtroppo drammatica confusione di idee e parole si è inserita anche la bislacca interpretazione equilibratrice data da qualche giornale a un sondaggio che attribuisce circa il 10 per cento ad un eventuale partito di Luigi Di Maio, tutto governista, prodotto dalla crisi identitaria del MoVimento 5 Stelle. Che si è  aggravata col no gridato insieme da Alessandro Di Battista e Davide Casaleggio al poltronismo sotteso alla ipotesi di soppressione, fra i grillini, del divieto di un terzo mandato.

           Ma Di Maio, cari colleghi affascinati da un suo eventuale partito di stampo governista, magari disposto anche a ingoiare per ragioni di realismo l’accesso ai crediti europei per il potenziamento del servizio sanitario nazionale e indotto, ha appena negato in una intervista al Corriere della Sera di avere mai proposto o condiviso il terzo mandato. Senza il quale peraltro finirebbe fortunatamente anche la sua esperienza politica: fortunatamente, perché è passato il tempo in cui persino il direttore dello stesso Corriere della Sera, Luciano Fontana, scambiava Di Maio per un nuovo Giulio Andreotti, a costo di farne sobbalzare le ossa nella tomba, al Verano.

Renzi esulta per “il tavolo” della verifica subìto da Conte, ma non imminente

            Al netto della solita esuberanza, e senza tornare a scomodare John Elkann, che ne parlava come di un eterno “boy scout” commentandone la scalata quasi contemporanea alla segreteria del Pd e alla guida del governo, Matteo Renzi ha ragioni da vendere nella Enewws 683 del 20 ottobre attribuendosi il merito di avere proposto per primo, e di avere infine ottenuto da Conte e Zingaretti, “il tavolo politico per fare chiarezza sulle tante partite aperte e condividere il percorso per arrivare con una visione al 2023”, cioè alla fine ordinaria di questa diciottesima legislatura.

Il “tavolo” reclamato dal senatore di Scandicci  ora “soltanto” leader di Italia Viva, il partito improvvisato uscendo un anno fa dal Pd per partecipare in proprio alla maggioranza giallorossa dopo averla promossa, è quello della “verifica”. Che è una parola largamente in uso durante la cosiddetta prima Repubblica e perciò non gradita, anzi contestata, nella seconda e ancor più in questa terza Repubblica segnata dai governi di Giuseppe Conte. Ugualmente contestata è la parola del “rimpasto”, che di solito seguiva, sempre nella prima Repubblica, alla “verifica” per spostare ministri o nominarne di nuovi, quando e se le trattative fra i partiti non finivano addirittura con la formazione di un altro governo, con o senza lo stesso presidente del Consiglio.

            Snobbata per un po’, pur essendo stata formulata con la disponibilità a tradurre l’aggiornamento del programma in un “contratto”, come i grillini avevano voluto chiamare quello stipulato dopo le elezioni generali del 2018 con i leghisti, la proposta renziana del “tavolo” -rigorosamente a quattro gambe, contro le tre ipotizzate precedentemente da Goffredo Bettini dando probabilmente per scontato il ritorno nel Pd dei vari Bersani, D’Alema. Grasso, Speranza rifugiatisi nella sinistra dei liberi e uguali- si è imposta per un’autorete compiuta da Conte. Che nella conferenza stampa di presentazione del suo undicesimo decreto antivirale ha contestato più esplicitamente del solito la convenienza del credito europeo noto come Mes e destinato al potenziamento del servizio sanitario e indotto compromessi dalla pandemia. Il segretario del Pd Nicola Zingaretti ha protestato  per “la battuta” sino a condividere in pieno il chiarimento attorno al “tavolo” reclamato da Renzi, strappando a Conte la disponibilità a promuoverlo, o a subirlo, come preferite.

            Renzi non poteva non compiacersene, accettando la condizione posta dal presidente del Consiglio di provvedere alla verifica, o comunque la vorrà chiamare, dopo gli Stati Generali del tormentatissimo MoVimento 5 Stelle già annunciati per il 7 novembre.  Ma -guarda caso- qualche ora dopo essi sono stati spostati di una settimana, con modalità elettroniche anziché fisiche, viste anche le misure anti-virus appena adottate dal governo, e per niente chiarificatori o conclusivi.  Seguiranno le decisioni digitali gestite da Davide Casaleggio su tutti i temi divisivi degli Stati Generali.

            Campa cavallo, verrebbe da dire. Ma Renzi non lo ha detto un po’ perché il nuovo rinvio del quasi congresso pentastellato è sopraggiunto alla sua proclamata vittoria e un po’ perché forse neppure lui -a parte il sì “provincialotto” al Mes, come lo definiscono al Fatto Quotidiano-  non ha ancora ben chiare le idee su quella che chiama “l’Italia di domani”. E che ha ammesso di non potersi tradurre solo in un Paese senza Salvini a Palazzo Chigi. Dove peraltro il leader leghista si è messo adesso a studiare con Marcello Pera come arrivare attenuando sovranismo e quant’altro ne ha fatto sinora un appestato.

 

 

 

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Una volta tanto, tre notizie davvero buone in una sola giornata

            In un’altra giornata in cui si sprecano le paure, fra tante emergenze, è consolante potersi imbattere in almeno tre buone notizie.

            La prima, in ordine di gradimento per chi scrive, è la decadenza di Pier Camillo Davigo dal Consiglio Superiore della Magistratura per avere perduto col compimento odierno dei 70 anni, e il conseguente pensionamento da magistrato, il diritto di farvi ancora parte, salvo sorprese dal Tar cui lui vuole ricorrere.

            E’ una notizia naturalmente deplorevole per il  Fatto Quotidiano, che ha definito nel titolo di prima pagina “voltagabbana” i consiglieri che nel Palazzo dei Marescialli, a cominciare dai “vertici” della magistratura partecipi di diritto, hanno “cacciato” uno che, a sentire i suoi sostenitori, per essere stato eletto al Csm da 2552 magistrati su 8010, avrebbe dovuto e dovrebbe essere ritenuto libero da ogni vincolo di legge. Che è una logica contestata anche con insulti ai politici quando rivendicano, a difesa delle loro azioni cadute sotto le lenti delle Procure e dintorni,  il consenso che li ha portati in Parlamento, sia pure da qualche tempo con l’obbrobrio delle liste bloccate dai partiti che li impongono quindi ai loro elettori.

            Convinto evidentemente che non bastasse la qualifica di “voltagabbana”, il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio ha dato nel suo editoriale ai consiglieri che hanno voluto privarsi di Davigo, e ai magistrati che ne hanno condiviso il voto dall’esterno, o lo hanno sollecitato, degli “invidiosi della sua popolarità, della sua credibilità e del suo rigore morale”. Che brillarono particolarmente  nella Procura di Milano, quando lui lavorava con Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e altri alle indagini note come “Mani pulite”, costate la vita alla cosiddetta Prima Repubblica, oltre a qualche imputato fisico, diciamo così. E pensare che, personalmente, molto personalmente, oltre a dubitare di molti aspetti e metodi di quella stagione per altri epica, ho pensato che Davigo si fosse messo da solo fuori dall’ordine giudiziario quando in televisione divise gli italiani o, più in particolare gli indagati e imputati, non fra innocenti e colpevoli ma fra chi riesce a farla franca e chi no, essendo quindi tutti colpevoli.

            La seconda notizia, appresa leggendo le cronache politiche del Corriere della Sera, è la perdita di consensi che comincia a subire il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, al quale -sempre sul Corriere- il buon Massimo Gramellini servendoci il suo caffè quotidiano ha attribuito la “vena democristiana” di “dare sempre ragione un po’ a tutti, ma mai del tutto a nessuno”.  Lo ha appena fatto col problema del Mes, cioè del credito europeo per il rafforzamento del sistema sanitario, prima snobbato e poi ripreso  in considerazione per le proteste del Pd, sino a procurarsi una vignetta urticante del solitamente benevolo Foglio e  a subire, non a promuovere come sfida, come attribuitogli dal solito Fatto Quotidiano, la tanto odiata o bistrattata “verifica” della maggioranza. Che sarà tuttavia successiva a quella specie di congresso improbabilmete chiarificatore dei grillini.

            E’ proprio dai grillini che proviene la terza buona notizia di giornata: un’intervista in cui Luigi Di Maio assicura di non avere “mai proposto” il cosiddetto “terzo mandato”. Pertanto dovrebbe ritenersi conclusa la sua esperienza politica, almeno ad un certo livello,  fra poco meno di due anni e mezzo, salvo anticipi da conclusione prematura della legislatura.

 

 

 

 

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Ponzio Pilato si è affacciato a sorpresa, relativa, a Palazzo Chigi

            Non so se a causa più delle attese troppo grandi o  delle misure troppo modeste contenute nell’ennesimo -credo, l’undicesimo- decreto del presidente del Consiglio dei Ministri sull’epidemia virale, ormai noto col suo acronimo lungo e complicato da leggere dpcm, tutto minuscolo, è forse il caso di dire che la montagna ha partorito il classico topolino, sufficiente solo a provocare l’ira dei sindaci. Sui quali è stata scaricata per intera la responsabilità di chiusure strade e piazze delle loro città dopo le ore 21. Ma dal topolino partorito dalla montagna si potrebbe anche passare all’immagine di un nuovo Ponzio Pilato, senza la tunica romana, in abito rigorosamente moderno e pochette nel taschino, affacciatosi a Palazzo Chigi.

            A vedere e leggere i giornali si potrebbe dire, a occhio e croce, che Giuseppe Conte ha badato più all’economia che alla salute, più alle paure degli imprenditori e dei commercianti, senza tuttavia accontentarli del tutto, che alle paure e alle attese dei sanitari e dei virologi, resistendo più o meno duramente alle spinte contrarie dei ministri prevalentemente del Pd e della sinistra minore, fra cui quello della Sanità,

            “Covid, restrizioni soft”, ha titolato in blu il giornale ancòra della Confindustria 24 Ore. “Conte non richiude l’Italia”, ha annunciato con sollievo il Fatto Quotidiano pur dalla sponda opposta, visa la carta vetrata che il direttore Marco Travaglio usa abitualmente quando tratta della Confindustria e del suo nuovo presidente Carlo Bonomi. Che si permette -temerario- di criticare ogni tanto il governo giallorosso, o giallorosa, come lo vedono al Fatto, e reclamare investimenti e non sussidi, misure produttive e non “aiuti a pioggia”: peraltro non a torto, visto che Conte in persona ha appena promesso di non ricorrervi più, scordandosi di avvisare prima il povero Travaglio.

            “I contagi sono da record ma Conte annuncia solo una stretta minima”, ha titolato Domani, il giornale che a quasi 86 anni ben portati Carlo De Benedetti da più di un mese manda nelle edicole avendo nostalgia della Repubblica dei suoi tempi migliori, prima che i figli non gliela guastassero, in tutti i sensi, vendendola alla fine a John Elkann, il nipote erede di Gianni Agnelli. E Repubblica, appunto, come se l’è cavata col decreto appena sfornato dal presidente del Consiglio? Beh, stavolta non deve essere dispiaciuta al suo ex editore se dopo avere titolato come tanti altri sull’ira dei sindaci -dalla Gazzetta del Mezzogiorno di Bari, la città guidata dal presidente dell’associazione nazionale dei comuni, alla Nazione- ha lamentato nell’editoriale di giornata la mancanza di una “visione” a Palazzo Chigi e dintorni.

            “Di fronte ad una situazione drammatica come quella che il nostro Paese sta vivendo il governo non si può permettere di confondere la prudenza con l’attendismo”, ha scritto Claudio Tito. Il quale ha aggiunto, dopo avere ricordato  la “serie infinita di riunioni, vertici, incontri, colloqui” di Conte e ministri, che “non è stata assunta sostanzialmente nessuna decisione”. “Tutto rinviato, tutto procrastinato ad un prossimo bilancio di contagiati e di vittime, di terapie intensive e di guarigioni”, in attesa di “alcune”, non tutte, “valutazioni finali tra una settimana”, ha concluso in prima pagina l’articolista di Repubblica facendo miracolosamente contento -penserà qualcuno con la solita malizia- sia il vecchio che il nuovo editore del giornale fondato da Eugenio Scalfari.  

 

 

 

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A lezione di ottimismo e calma alla scuola di Marco Travaglio

            Meno male, una volta tanto, che c’è il Fatto, con la maiuscola: quello Quotidiano, anch’esso con la maiuscola, diretto, ispirato, vergato e chissà cos’altro da Marco Travaglio. Che oggi infonde ottimismo e calma, diversamente da tutti gli altri giornali, o quasi, impegnati a temere il peggio e a reclamare misure rapide e drastiche da un governo, al solito, incerto e diviso, ma per fortuna guidato da un Conte, con la maiuscola pure lui, molto stimato e apprezzato da Travaglio, ricambiato con una specie di filo diretto che li collega e qualche volta si traduce anche in interviste da collezione.

            A dispetto degli allarmi altrui, nazionali o locali, con qualche incertezza solo sull’ora d’inizio di un auspicabile o inevitabile coprifuoco, fra le ore 22 o 23, e anche del bravo Aldo Cazzullo che sul Corriere della Sera ci ricorda che “vietare di far tardi la sera non è un crimine contro l’umanità”, ma un modo per ridurre le occasioni di contagio virale per strada ma ancor più nei locali dove si sta più vicini che fuori, il Fatto Quotidiano grida su quasi tutta la prima pagina: “BASTA PANICO”. E spiega, sempre nel titolo, che i dati sono “seri ma non come a marzo”, quando fummo costretti a vivere in confinamento, come si traduce in italiano il lockdown di lingua inglese. Che ci siamo abituati a pronunciare anche bene, a furia di sentirlo in televisione.

            Puntiglioso, preciso e quant’altro come sa essere quando ne ha voglia o interesse, specie politico su un giornale che più politico non potrebbe essere con la vocazione irrefrenabile che ha a dare la linea a partiti, governi, maggioranze e opposizioni, Travaglio documenta, diciamo così, anche le differenze tra i numeri epidemiologici di questi giorni e del fatidico, orrido marzo scorso. E ciò alla faccia dei virologi e simili “da tastiera o divano  che non avendo una mazza da fare e non potendo dare cattivi esempi dispensano buoni consigli come gli umarell nei cantieri urbani”, cioè  quei fastidiosi nullafacenti e curiosi che pensano di sapere tutto. Per fortuna, all’insaputa di Travaglio, c’è il virologo Roberto Buriani ottimista, almeno secondo Libero, sull’arrivo del vaccino in tempo per ridurci pene e paure.

            Ma quello che forse Travaglio non si aspettava mentre preparava ieri i suoi bollettini odierni controcorrente sull’epidemia era di ritrovarsi d’accordo col tanto bistrattato Matteo Renzi, che lui chiama da qualche tempo “Innominabile” per protesta, diciamo così, contro le querele che riceve ogni volta che ne scrive chiamandolo per nome.

           Ebbene Renzi, l’ex presidente del Consiglio e segretario del Pd, ora socio insofferente della maggioranza come leader del partitino chiamato Italia Viva, pieno più di voti parlamentari che di voti elettorali; il senatore di Scandicci propostosi l’anno scorso come il Macron d’Italia per la voglia di ridurre a fettine il suo ex Pd come il partito socialista francese, contesta sulla Stampa il coprifuoco d’oltralpe. E prende  le difese della ministra grillina Lucia Azzolina nelle polemiche sulle scuole da chiudere o dimezzare con lezioni a distanza. Piuttosto, per supplire ai trasporti urbani insufficienti a trasportare gli studenti in condizioni di sicurezza, pur a orari differenziati, egli propone di ricorrere ai camion militari, che per fortuna hanno ora meno bare da trasportare che a marzo. Davvero imprevedibile, spiazzante e altro ancora questo Renzi, ormai inviso a Travaglio solo per l’insistenza con la quale chiede di usare i fondi europei del cosiddetto e famoso Mes per potenziare il sistema sanitario e indotto provati dall’epidemia di vecchio e rinnovato corso.  

 

 

 

 

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La costernante assenza di Berlusconi ai funerali di Jole Santelli

            Maiora premunt, dicevano i latini. D’accordo, abbiamo a che fare con quello che La Stampa in apertura del giornale chiama “Covid fuori controllo”, per quanto contestato dal solito Fatto Quotidiano, convinto ch’esso invece sia sotto il rasserenante controllo del governo presieduto dall’inattaccabile, inaffondabile, sapientissimo Giuseppe Conte. Che anche secondo Il Foglio di Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa, in curiosa e ormai frequente sintonia con quel giornale, è fastidiosamente “circondato dal Pd”. Dove si lamentano  le “indecisioni” del presidente del Consiglio e si lanciano, secondo Marco Travaglio, “gridolini isterici su nuovi vertici di governo per nuovi giri di vite assortiti”, a dir poco prematuri perché -dati alla mano- “stiamo meno peggio di marzo”.

            Beh, a dispetto di questi eventi o polemiche maggiori, mi ha colpito di più lo spettacolo -chiamiamolo così- delle prime pagine dei giornali, almeno di quella ventina, fra i più diffusi o considerati significativi, encomiabilmente offerti ogni alba dalla Rassegna stampa del Senato, unanimemente convinti che non meritassero un rigo, e tanto meno una foto, i funerali della presidente della Calabria Jole Santelli. La cui prematura scomparsa, a 52 anni neppure compiuti, aveva emozionato il giorno prima tutta la stampa, e tutta la politica, in un insolito sussulto di umanità e civiltà.

            Della povera Santelli ho trovato una traccia in prima pagina  con un titolo, anzi titolino, solo su Libero per la notizia, se la vogliamo così, di una dichiarata militante pentatellata -contraddetta da tutti gli esponenti di primo piano, diretti o indiretti, del movimento grillino, a cominciare dal presidente del Consiglio, accorso ai funerali a Cosenza lasciando in anticipo il Consiglio Europeo- che ha digitato  della scomparsa presidente della Calabria come di “una mafiosa in meno”. Strana mafiosa, direi, con quella nomina ad assessore regionale, fra le sue prime decisioni, di Sergio De Caprio, che tutti, a cominciare dagli esperti dell’antimafia, conoscono come “il capitano Ultimo”.

              Quella presunta notizia avrebbe meritato, secondo me, solo il cestino, potendo e dovendo bastare per l’antigrillismo le iniziative di lotta e governo del  personale abilitato del o dal movimento attorno al quale ruotano purtroppo da più di due anni e mezzo i cosiddetti equilibri, cioè squilibri, politici italiani.

            E ora un’ultima considerazione di rammarico, sempre a proposito della dolorosa scomparsa di Jole Santelli. Con tutta la comprensione che meritano la sua età, i postumi della contaminazione virale e la cautela impostasi e impostagli da medici, familiari, e amici, Silvio Berlusconi avrebbe dovuto partecipare fisicamente ai funerali della sua fedele, fedelissima militante politica e dirigente. Che lui peraltro  spinse personalmente, pur nelle difficili condizioni di salute in cui si trovava, a quel faticoso turno di elezioni regionali del 26 gennaio scorso, risolvendo col prestigio e la simpatia che Jole aveva saputo guadagnarsi le solite questioni o tensioni interne al centrodestra e al suo stesso partito.

            Anche se chiuso in uno scafandro protettivo, il dichiaratamente “costernato” Berlusconi non poteva e non doveva mancare all’ultimo appuntamento con Jole Santelli. Mi spiace scriverlo, ma non sarei stato onesto a risparmiarmelo.

 

 

 

 

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Ciò che non si vuole ma si deve assolutamente sapere sul covid

Riporto un breve passo dal libro “Spillover” di David Quammen, Adelphi, 2014. L’autore è un giornalista scientifico che ha lavorato sul campo assieme ad epidemiologici, virologi e medici in occasione di diverse endemie, virali e batteriche,  che si sono succedute dal 1994 in varie parti del mondo. Il testo si riferisce all’endemia da corona virus SARS-CoV-1, verificatasi nel 2003 in Asia ed altre parti del mondo:

“I sintomi della malattia respiratoria, indotta dal virus SARS-1, diffondendosi per via aerogena, compaiono prima che il contagio raggiunga il massimo dell’infettività, e non dopo. Questo permise la diagnosi precoce di molti casi che furono isolati. o ricoverati prima che grandi quantità di virus venissero disperse. Tale comportamento ebbe enorme importanza nell’epidemia. Gli infettati in genere stavano troppo male per andarsene in giro, vi fu un alto tasso di infezione secondaria nel personale sanitario. L’influenza ed altre malattie si comportano in modo opposto: il picco di infettività precede l’insorgere dei sintomi di qualche giorno. Solo per questo motivo potemmo congratularci per l’efficacia delle contromisure. La storia avrebbe altrimenti avuto esiti più tragici. E’ ipotizzabile che la prossima grande epidemia, il cosiddetto big-one, si conformerà al modello perverso dell’influenza e potrà spostarsi da una città all’altra sulle ali degli aerei, come un angelo della morte.”

Ora, noi tutti siamo in un  “big-one” da SARS-CoV-2. Io ritengo che il sistema sanitario, di cui ho fatto parte, si è fatto trovare impreparato ad inizio anno, nonostante la conoscenza particolareggiata dell’epidemia in Cina. Adesso continua a farsi trovare impreparata. La campagna vaccinale anti influenzale è in condizioni critiche. Pure la  campagna capillare di tamponi (individuare gli infettati asintomatici e sintomatici) è in condizioni critiche.

Abbiamo un esercito dotato di professionalità e strutture sanitarie. Si possono affidare  ad un generale i mezzi e l’autorità di perseguire questo scopo in breve termine ? Questo non è un problema di privacy e libertà negate. Questo è un problema di salute pubblica. Ogni singolo cittadino deve avere tutelata la propria salute.

Bisogna sapere:

1) La mascherina chirurgica serve per bloccare l’emissione da bocca e naso del virus di cui potremmo essere portatori inconsapevoli. Non è una protezione significativa  nei confronti del materiale emesso oppure aerosolizzato dalle fonti di contagio. Questa ulteriore protezione è necessaria per coloro che lavorano nelle strutture sanitarie. Portare tutti la mascherina chirurgica vuol dire collaborare a bloccare il contagio, quindi a vantaggio di tutti e nello stesso tempo. Voglio dire che fumare, cantare, ballare, mangiare, all’aperto e/o senza distanza e necessariamente senza mascherina, sono attività utili per diffondere il contagio. Se vogliamo una misura di protezione individuale dalla fonte di infezione, dobbiamo isolarci o essere perennemente distanziati.

2) I test per gli anticorpi contro il SARS-2 non sono affidabili  perché la risposta immunitaria al virus è variabile da soggetto a soggetto e compare a settimane di distanza dal contagio e/o malattia (Infectious Diseases Society of America – https://bit.ly/33qSjK2 Clinical Infectious Diseases, online September 12, 2020).  Questi test servono solo per studio diagnostico in casi clinici complessi e per valutazioni statistiche da parte degli istituti per l’igiene pubblica.

3)  I tamponi sono test che cercano direttamente il materiale virale. Pur non essendo molto sensibili (Fang Y et al. Sensitivity of chest CT for COVID-19: comparison to RT-PCR. Radiology 2020; 200432. In Press.), consentono di individuare, in misura ancora significativa,  le persone contagiate per isolarle/curarle.

                                                                                 Salvatore Damato*

 

*professore associato di malattie respiratorie. salva.damato@libero.it

 

A teatro, in ultima fila, per assistere allo spettacolo dell’emergenza

            Francesco Tullio Altan non poteva rappresentare meglio sulla prima pagina di Repubblica la situazione, non so se più comica o drammatica, con quel Cipputi in pantaloni e maglione che esulta, a braccia sollevate e pugni chiusi, non per una certezza ma per una domanda di fronte a ciò che accade attorno a noi, tra emergenza sanitaria e politica: “Ce la faremo ??”.

            Il governatore della Campania Vincenzo De Luca, in versione autentica e non imitato da Maurizio Crozza, dispone di fronte all’esplosione virale nella sua regione, fra l’altro, la chiusura momentanea delle scuole e la ministra grillina del settore, Lucia Azzolina, sostenuta da tutto intero -una volta tanto- il suo movimento, protesta reclamando riunioni, sconfessioni e quant’altro. E ancora di più si dimena quando la informano che il segretario del Pd Nicola Zingaretti non critica ma “comprende” la scelta del suo collega di partito e omologo della Campania, essendo lo stesso Zingaretti anche governatore della regione Lazio, peraltro limitrofa.  Ebbene, c’è voluto un vignettista -Stefano Rolli sul Secolo XIX- per spiegare alla signora ministra inviperita che se “il virus non si prende a scuola”, come lei grida appendendosi a dati e quant’altro, “non è un buon motivo per portarcelo”.

            A Montecitorio è scoppiato un putiferio politico raccontato dal manifesto magistralmente in prima pagina in  sole 185 battute:  “Italia Viva fa saltare alla Camera la riforma sul voto ai 18enni per il Senato. Il Pd a Conte: ora un chiarimento di maggioranza ai massimi livelli. Palazzo Chigi teme l’implosione M5S”. Che non è l’acronimo sbagliato dell’estinto Movimento Sociale Italiano ma quello vero del MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo fondatore, garante, “elevato” e non so cos’altro ancora, nato per essere liquidamente di protesta e refrattario a diventare solido come un partito normale, e per giunta di governo.

            Ma perché Conte teme “l’implosione” dei grillini in un vertice di chiarimento, di “verifica” o comunque lo si voglia chiamare: anche “tavolo”, come dice Matteo Renzi pensando anche al cosiddetto rimpasto che potrebbe o dovrebbe seguire spostando ministri, scaricandone qualcuno e nominandone altri di nuovi? Perché tra i piedi della verifica o simile c’è, fra l’altro, un problema che si chiama Mes, acronimo del Meccanismo europeo di stabilità, o fondo-salva Stati. Da cui potremmo prendere in prestito decennale più di 35 miliardi di euro a tasso vicino allo zero per potenziare il sistema sanitario e indotto messi a durissima prova da un’epidemia che sta per farci importare dalla Francia il coprifuoco, e ci obbligherà forse a chiuderci a chiave in casa a Natale: davvero, non per qualche scherzo del vignettista Sergio Staino sulla Stampa.

Ebbene, di fronte all’uso sollecitatone dal Pd nella maggioranza, leggete qui la linea grillina sul Mes esposta o dettata oggi sul Fatto Quotidiano da Marco Travaglio nel dispositivo, diciamo così, della sua sentenza: “Il Mes, oltre a non servire a una mazza, non ha più neppure alcuna convenienza”. Questo Travaglio rischiamo di trovarcelo governatore della Banca d’Italia, cacciando a calci nel sedere quello in carica che ha recentemente sollecitato pure lui l’uso di quella linea europea di credito.

            A tutto questo spettacolo è raccomandabile assistere in ultima fila, in modo da poter cercare di scappare dal teatro in tempo per non essere travolti dal suo crollo. Ma ce la faremo, con i due punti interrogativi di Altan ??

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