Il curioso assalto a due donne quirinabili: la Casellati e la Cartabia

C’è chi si appassiona in questi giorni alle analisi sul G7 svoltosi in Cornovaglia, o sul vertice della Nato, o sull’incontro tra il presidente americano Joe Biden e i massimi rappresentanti dell’Unione Europea, o sulle quattro ore di colloquio fra Biden e Putin a Gineva, o sulle tre ore di Beppe Grillo con l’ambasciatore cinese a Roma, o sulla campagna vaccinaria di casa nostra tra polemiche e i soliti conflitti tra e con le regioni, o sulla proroga dello stato di emergenza in cantiere tra le resistenze del solito Matteo Salvini, spalleggiato all’opposizione da Giorgia Meloni, o viceversa, o sulle difficoltà del Pd nel tessere la tela con le 5 Stelle,o sul partito unico del centrodestra proposto da Silvio Berlusconi agli europarlamentari della sua Forza Italia. E chi invece, come il solito Fatto Quotidiano, è impegnato in una offensiva contro due donne molto diverse, per cariche che ricoprono, stile e quant’altro, ma accomunate da una circostanza: quella di essere, dietro le quinte dalle quali i loro avversari vogliono tirarle fuori, candidabili per un finale di genere, diciamo così, della corsa al Quirinale, stando per scadere il mandato di Sergio Mattarella.

            Un finale di genere significa l’elezione per la prima volta di una donna al vertice dello Stato. Che potrebbe essere un modo meno indolore possibile di uscirne in una edizione molto speciale, diciamo pure anomala, della successione presidenziale affidata alle votazioni di un Parlamento sostanzialmente delegittimato da una riforma che ne determinerà l’anno dopo l’insediamento del nuovo Presidente, salvo anticipi, un rinnovo specialissimo. La Camera sarà ridotta da 630 seggi a 400 e il Senato da 315 a 200. Ma la consistenza dei gruppi sarà anche politicamente diversa perché i grillini, per esempio, sono i primi ad essere convinti di non poter tornare come i più numerosi.

            Le due donne quirinabili contro le quali è concentrata l’attenzione o l’offensiva personale e politica del Fatto Quotidiano sono la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati e la ministra della Giustizia Marta Cartabia, già presidente della Corte Costituzionale.

Titolo del Fatto del 17 giugno

            Contro la Casellati il giornale di Marco Travaglio ha aperto il fuoco, diciamo così, prima contestandone i troppi voli di Stato, che non sarebbero giustificati dalla pandemia, poi cercando di coinvolgerla nell’affare Palamara per le conoscenze o gli incontri quando l’esponente forzista era consigliere superiore della magistratura, infine attribuendole una specie di confisca del Festival dei due mondi a Spoleto per farne in qualche modo protagonisti i figli Andrea e Ludovica. Tra titoli, fotomontaggi e articoli del Fatto c’è da ricavarne un album.

Titolo del Fatto Quotidiano del 14 giugno

            Alla guardasigilli Cartabia il giornale di Travaglio ha rimproverato di avere allentato le maglie del cosiddetto ergastolo ostativo quand’era alla Corte Costituzione e di essersi in qualche modo guadagnata l’attenzione, con tanto di lettera sulla quale sono state reclamate le solite indagini, di Giuseppe Graviano, stragista ed ergastolano di mafia. Ma Cartabia non piace, diciamo così, sotto le 5 stelle neppure per la riforma del processo penale in cantiere, dove dovrà essere quanto meno modificata la prescrizione voluta dal precedente ministro grillino della Giustizia, con cui potrebbe capitare a chiunque di diventare un imputato a vita, persino dopo un’assoluzione in primo grado impugnata dall’accusa.    

Lo spirito testamentario del partito unico proposto da Berlusconi al centrodestra

Più che di una lettura politica temo che abbia bisogno di una lettura psicologica la proposta del partito unico del centrodestra formulata da Silvio Berlusconi partecipando, nelle modalità ormai imposte direttamente o indirettamente dalla pandemia, alla riunione degli europarlamentari, e quindi colleghi, della sua Forza Italia.  Con i quali quindi è andato ben oltre il progetto federativo prospettato dal leader leghista Matteo Salvini. Che è stato il primo a mostrarsi stupito, se non addirittura contrariato dall’uscita dell’alleato, avendo toccato con mano nei giorni e nelle settimane scorse le resistenze createsi, e persino esplose, tra i forzisti e gli stessi leghisti contro il suo progetto pur più modesto, e circoscritto ai due partiti del centrodestra impegnati nel governo e nella maggioranza di emergenza nazionale di Mario Draghi.

            Un partito unico del centrodestra comporta per forza di cose anche il coinvolgimento dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, che se ne sta comodamente all’opposizione, persino incoraggiata da un Draghi che, diversamente da quanto faceva il predecessore Giuseppe Conte col centrodestra interamente contrario al suo governo, la riceve e, più in generale, la tratta con tutti i riguardi e l’attenzione possibili.

Foto d’archivio dei tre leader del centrodestra insieme in piazza

            Non si capisce perché mai la giovane e rampante “Giorgia”, come ormai tutti la chiamano anche nei titoli dei giornali risparmiandole il cognome, debba prestarsi -e infatti non ha alcuna intenzione di farlo- ad un’operazione che in qualche modo potrebbe ridurre la sua carica oppositiva e così anche fermare o persino invertire il processo di crescita elettorale emerso con nettezza dai sondaggi. Esso già le ha consentito, peraltro, di sorpassare nel centrodestra, sia pure di poco, la Lega intestandole  la nuova trazione dello schieramento nella prospettiva delle prossime elezioni politiche. Dopo le quali, secondo un accordo che ha già funzionato con Salvini e che di certo non avrebbe più senso in un partito unico, anziché in una coalizione o federazione, la guida del governo, o dell’opposizione, spetta a chi ha preso più voti.

            C’è chi ha attribuito a Berlusconi, fra le righe e le parole, ciò che egli non merita, avendo dimostrato un rapido apprendimento della professione politica, riconosciutogli dal compianto presidente della Repubblica Francesco Cossiga mentre molti ancora lo liquidavano come un imprenditore fortunato, e magari anche bravissimo, ma un politico dilettante, improvvisato e quant’altro. In particolare, ho visto attribuire a Berlusconi, per la sua proposta del partito unico del centrodestra, l’interesse a compattare lo schieramento di centrodestra nella scalata al Quirinale, in vista della scadenza del mandato di Sergio Mattarella.

            Anche se questo è diventato l’incubo di giornali come Il Fatto Quotidiano e Domani, che si rincorrono nella paura e nella demonizzazione dell’ex presidente del Consiglio, mi rifiuto di credere ch’egli davvero pensi alla possibilità di essere eletto al vertice dello Stato da questo Parlamento, per quanti consensi lui possa ottenere fra i delegati delle regioni a prevalente maggioranza di centrodestra, e quanti deputati e senatori abbia perso per strada, dall’inizio di questa legislatura, l’ostilissimo MoVimento 5 Stelle. Ma poi che bisogno avrebbe un pur ingenuo e ottimista Berlusconi di garantirsi l’appoggio della destra post-finiana, chiamiamola così, se la Meloni in persona ha appena assicurato o fatto capire in una delle sue frequenti prestazioni televisive di non avere alcuna preclusione, anzi di essere disposta ben volentieri a votarlo come candidato al Quirinale? Via, cerchiamo di essere seri.

La senatrice Gabriella Giammanco

            E’ ben altra, come dicevo, la lettura che forse merita il progetto berlusconiano di un partito unico del centrodestra, ben più ambizioso peraltro di quello lanciato nell’autunno del 2007 a Milano dal predellino della sua auto, in Piazza San Babila. Si trattò allora di fare confluire nel Partito della Libertà la sua Forza Italia, cespugli, schegge e quant’altro del centrismo democristiano e laico della cosiddetta prima Repubblica e l’Alleanza Nazionale-post Movimento Sociale di Gianfranco Fini, con l’esclusione quindi della Lega ancora guidata da Umberto Bossi. E’ una lettura più psicologica che politica, come dicevo, quella che merita il nuovo progetto berlusconiano se persino una senatrice forzista come Gabriella Giammanco lo ha definito “visionario”.

            Senza voler essere sbrigativo e rude come il vignettista Stefano Rolli, che sul Secolo XIX ha immaginato Berlusconi sul predellino di una carrozzella anziché di un’auto, e avendo più rispetto di un uomo che ho conosciuto e frequentato, e col quale ho anche lavorato, penso che le dimensioni nelle quali egli è portato a pensare alla sua età, e con tutti i mali e malori che ha fronteggiato, siano ben maggiori di quelle che gli vengono attribuite.

Più che un obiettivo a portata di mano, da cui ricavare chissà quale vantaggio immediato, ho avvertito nella sortita con gli europarlamentari la generosa indicazione di un lascito testamentario, quasi la protezione di un patrimonio da lui pazientemente costruito. Berlusconi non ha saputo o voluto, magari prima non ha voluto e poi non ha saputo indicare e coltivare davvero un delfino, ma non per questo è indifferente allo sviluppo e al destino di un centrodestra che è giustamente convinto di avere avuto lui il coraggio di costruire in Italia, mentre la politica veniva decapitata nelle Procure della Repubblica paradossalmente tra gli applausi anche di una parte di quello stesso centrodestra.

Pubblicato sul Dubbio

Berlusconi lancia il cuore, ma forse anche qualcosa d’altro, oltre l’ostacolo

            A ulteriore dimostrazione di come una vignetta possa essere più efficace di ogni pur brillante, sapiente e informato articolo o commento a rappresentare un problema o una situazione non si può non segnalare quella di Stefano Rolli oggi sul Secolo XIX. Che propone impietosamente ai lettori Silvio Berlusconi proteso sul predellino non di un’auto, come nel 2007 per lanciare l’unificazione tra Forza Italia e Alleanza Nazionale, ma di una sedia a rotelle, o carrozzella, per proporre questa volta l’unificazione di Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia. E’ una proposta, da lui formulata parlando in collegamento con i parlamentari europei del suo partito, ancora più spinta di quella formalmente avanzata di recente da Matteo Salvini, e da lui accolta con interesse tra le proteste e i dubbi di molti forzisti, a cominciare dalla ministra Mara Carfagna, timorosi di un’annessione da parte della Lega, elettoralmente troppo più solida di Forza Italia.

            Anche l’idea di un partito unico del centrodestra, per quanto lanciata personalmente da Berlusconi, e in una prospettiva presumibilmente non immediata, ha sorpreso, spiazzato e quant’altro molti in Forza Italia, ma anche fuori. Salvini ha reagito riproponendo come più realistica la federazione. Decisamente contraria si è mostrata Giorgia Meloni, che navigando col vento in poppa grazie ai sondaggi che le hanno fatto sorpassare la Lega, accreditando un centrodestra a trazione sua personale, non ha obiettivamente interesse a contenere in un altro partito la sua formazione.

La Meloni non è decisamente nelle condizioni del 2007 di Gianfranco Fini. Che a botta calda liquidò come una “comica” la prospettiva di un partito che unificasse Forza Italia e la sua Alleanza Nazionale. Ma poi vi si convertì perché, in calo progressivo di voti da solo, avvertì l’opportunità, o il vantaggio, di non contarsi, riservandosi di condurre nel nuovo partito -il Pdl- un’azione di contenimento e poi di contrasto nei riguardi di un Berlusconi nel frattempo tornato a Palazzo Chigi. E Fini fu lì lì per rovesciarlo con una mozione di sfiducia preparata nel proprio ufficio, allora, di presidente della Camera. Era il 2010.

            Berlusconi, certo, non manca mai di sorprendere. Ma questa volta forse ha davvero lanciato troppo il cuore, o qualcosa di sottinteso nella vignetta di Stefano Rolli, cioè una stampella, oltre l’ostacolo.

Ripreso da http://www.startmag.it 

Di Maio imballato come ministro degli Esteri e pentastellato dopo il G7

            A vedere e sentire Luigi Di Maio nel salotto televisivo di Bianca Berlinguer annaspare come ministro degli Esteri ed esponente di primo piano del Movimento 5 Stelle sul G7 appena svoltosi in Cornovaglia, non si sapeva, francamente, se piangere o ridere, se compatirlo o scandalizzarsene. “Non credo -egli ha detto ad un certo punto, difendendosi in particolare dalle incalzanti domande di Lucia Annunziata, spalleggiata dalla conduttrice- che “abbia sconvolto le sorti del G7 la visita di Grillo” all’ambasciatore cinese a Roma, durata tre ore a ridosso del vertice internazionale.

Dal blog di Beppe Grillo

            Il ministro fingeva, a quel punto, di non rendersi conto che le polemiche, i dubbi, i sospetti e quant’altro creati da quella visita, alla quale si era fortunatamente sottratto all’ultimo momento il nuovo capo in pectore del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, erano già superate per l’ulteriore iniziativa assunta da Grillo. Che in qualità non di un comune cittadino o di un comico in servizio permanente effettivo ma di “garante” del Movimento, riconosciuto “insostituibile” da Conte, aveva deciso di ospitare e diffondere sul suo blog un articolo di Andrea Zhok, professore di antropologia e filosofia a Milano, in cui si liquidava il G7, ma anche il successivo summit della Nato, come “una parata vetero-ideologica” guidata contro la Russia e soprattutto  la Cina dal nuovo presidente degli Stati Uniti. Che avrebbe il torto di difendere, riproporre, rilanciare e quant’altro “la propria unilaterale supremazia mondiale”, trattando praticamente gli alleati come subordinati.  

            Come si possa conciliare questa visione delle cose e degli uomini – presumibilmente condivisa da Grillo prima, durante e dopo il suo lungo incontro all’ambasciata cinese a Roma- con quella del presidente del Consiglio Mario Draghi, partecipe non certo dissenziente sia al G7 sia al summit della Nato, Di Maio non ha voluto e saputo spiegare. E neppure come si concili quella partecipazione di Draghi, e i giudizi compiaciuti da lui espressi in entrambe le sedi internazionali, con la sua posizione e il suo stesso ruolo di ministro degli Esteri. Ch’egli peraltro ha rivendicato nell’organizzazione del G7, pur no  dovendovi partecipare.

            Escluso ogni “imbarazzo” anche per la riserva espressa esplicitamente dal presidente del Consiglio di “esaminare” l’applicazione e quant’altro dell’intesa commerciale con la Cina sottoscritta nel 2019 dallo stesso Di Maio come ministro dello sviluppo economico nel primo governo Conte, il ministro degli Esteri senza neppure rendersi conto della situazione paradossale in cui stava mettendosi ha detto, precisato, assicurato e quant’altro di essere perfettamente d’accordo con l’ex presidente del Consiglio e nuovo capo del MoVimento 5 Stelle. Ma che cosa Conte pensi esattamente delle cose dette da Draghi durante e dopo i due vertici internazionali non è dato sapere esattamente finora. Si sa solo che, pur continuando a fare parte della maggioranza, e deciso a “sostenere lealmente” il nuovo governo, egli si è pubblicamente pronunciato contro buona parte delle decisioni da esso adottate, evidentemente troppo condizionate dalle componenti di centrodestra.

            Il pasticcio insomma c’è tutto, e rimane. Anzi, aumenta ogni volta che qualcuno cerca di chiarirlo o solo ridurlo.

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I problemi del ritorno di Draghi dal G7 e dal summit della Nato

            Il Mario Draghi di ritorno dalla Cornovaglia e da Bruxelles, reduce dal G7 e dal summit della Nato, è fisicamente lo stesso di prima, naturalmente. Anche le idee sono rimaste le stesse, essendo non noto ma arcinoto il convinto atlantismo del presidente del Consiglio, del resto da lui espresso chiaramente e orgogliosamente presentandosi alle Camere per chiedere e ottenere la fiducia. Ma è un Draghi un po’ diverso per i grillini.

Titolo del manifesto

Costoro magari faranno finta di niente, disinvolti come sono diventati molti di loro nel cambiare alleanze, concetti e parole, ma non potranno sottrarsi adesso alle conseguenze degli impegni presi a livello internazionale dal capo del governo in quella che non solo la Repubblica nei giorni scorsi, presentando in prima pagina il G7, ma anche oggi il manifesto, riferendo sul summit della Nato, ha definito la “nuova guerra fredda”, dopo quella con l’Urss. Ora la Russia di Putin ha preso il posto della disciolta Unione Sovietica e la Cina è diventata un’avversaria dell’Occidente forse ancora più insidiosa e temuta di Mosca per quelle che anche Draghi ha definito o riconosciuto “sfide sistemiche all’ordine internazionale”.

            Il Draghi di ritorno dal suo incontro col nuovo presidente degli Stati Uniti, sollevato dalla fine dell’era del predecessore Donald Trump, non è certamente il Conte che riuscì a realizzare nell’estate del 2019 il suo secondo governo, scaricando la Lega e imbarcando il Pd, perché forte anche dell’incoraggiamento ricevuto dall’allora inquilino della Casa Bianca, sino a sentirsi raddoppiare il nome con quell’ormai famoso  e un po’ ridicolo “Giuseppi”.

            Col Draghi che si è proposto di “esaminare” l’accordo con la Cina sulla cosiddetta “via della Seta” stipulato con vanto nel 2019 dall’allora ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio si dovrà pur confrontare, diciamo così, lo stesso Di Maio che ora è ministro degli Esteri. Egli ha tanto furbescamente quanto inutilmente cercato di tenere il punto nella recente intervista alla Stampa rimettendosi al giudizio che di quell’intesa potranno e vorranno dare le imprese italiane, grandi e piccole, che ne hanno tratto vantaggio. Come se quell’intesa fosse stata e fosse solo di natura commerciale, senza risvolti ed effetti politici, che ora andrebbero quanto meno approfonditi. E non credo solo da Beppe Grillo con un altro incontro di tre ore con l’ambasciatore cinese a Roma, dopo quello recentissimo al quale si era avventurato a fare invitare anche il nuovo capo designato del MoVimento 5 Stelle Conte, sottrattosi all’ultimo momento capendo da solo -si spera- i problemi che avrebbe potuto provocare nel suo nuovo ruolo alla maggioranza di governo.

            Di quest’ultima, per quanto riguarda il MoVimento in via di rifondazione, Conte non può pensare che si senta o possa essere avvertito come “garante” il Grillo “insostituibile” che egli ha accettato come tale a casa sua. “Un uomo, una garanzia”, ha scherzato Mattia Feltri scrivendone sulla Stampa e sul Secolo XIX dopo avere elencato tutti gli ordini e i contrordini sotto le 5 Stelle emessi o accettati dal comico genovese nei primi tre anni di questa variegata e singolarissima legislatura. Che è, o dovrebbe essere, cosa diversa da uno spettacolo di teatro o tendone.

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In troppi corrono al centro ma mancano di un condottiero forte, convinto e astuto

Di fronte alla corsa al centro sotto le 5 stelle di Beppe Grillo, culminata in una gara fra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio al corteggiamento dell’elettorato moderato, come ha detto il primo parlando in televisione con Lucia Annunziata, o del ceto medio di cui nessuno più si occuperebbe, come ha detto il secondo in una intervista alla Stampa, trovo pertinente lo scetticismo dell’amico Marco Follini. Che ha appena scritto omericamente sull’Espresso della “nostra Itaca” intesa come il mitico centro, appunto, inseguito da un “fitto pulviscolo di partiti e partitini, leader e semi leader” che “se ne considerano le vestali”. E che si mostrano tutti convinti della necessità di “fronteggiare la pressione delle estreme, magari facendo appello al buon senso di quella parte di elettorato che a tutt’oggi considera troppo avventurosa una sinistra che s’accompagna al populismo di marca grillina e altrettanto disdicevole una destra arroccata sulla trincea della diffidenza contro l’Europa, l’estabilishment, le regole, le buone maniere, i poteri forti e chi più ne ha più ne metta”.

L’isola Fernandea in un dipinto
Itaca

            Ma oltre all’isola, ammesso e non concesso che essa sia davvero Itaca e non piuttosto la Fernandea, emersa e sommersa in poco più di un anno nel Mediterraneo durante l’Ottocento, contesa fra inglesi, francesi e borboni siculi, ci vorrebbe Ulisse. Ci vorrebbe cioè “un leader capace -ha spiegato Follini- di tracciare una rotta, di prendersi tempo per percorrerla, di indugiare nel frattempo nelle tentazioni senza cedervi del tutto, di attraversare i pericoli con lucidità e scaltrezza, e soprattutto di mettere la propria astuzia al servizio di una causa mai priva di una punta di grandiosità. Tutte virtù- ha scritto ancora Follini- che tra centristi a denominazione di origine controllata e neo-centristi in arrivo dalle lande più lontane non sembrano così diffuse”.

            Per restare nella rappresentazione di questa attesa omerica di Ulisse, occorrerebbe auspicarne  -mi permetto di aggiungere- anche la voglia, la forza e lo stomaco di fare strage, una volta tornato a Itaca, dei cento e più “Proci”  miserabilmente affollatisi alla porta dell’elettorato vedovo della centralità democristiana e laica dei tempi migliori della Repubblica, ingrassatisi nella dissipazione dell’eredità, oltre che nella corte a Penelope.

            Follini -lo dico subito, e non solo per amicizia, ma per averne ben seguito l’attività politica svolta anche o soprattutto, per ragioni anagrafiche, nella cosiddetta seconda Repubblica- non è confondibile con i Proci. Egli è uno che ha sempre diffidato delle virtù taumaturgiche attribuite al bipolarismo. Lo ha sperimentato, cioè vissuto, sia sul versante del centrodestra, diventando vice presidente del Consiglio con Silvio Berlusconi in rappresentanza dell’Udc gestita con l’amico Pier Ferdinando Casini, per allontanarsene di fronte all’impossibilità personalmente avvertita di drizzare le gambe ad una coalizione troppo appesa ai condizionamenti della Lega di Umberto Bossi e della destra di Gianfranco Fini. E se ne andò anche dall’Udc fondando un piccolo partito dal significativo nome dell’Italia di mezzo: più di centro di così non poteva proporsi di essere e di definirsi.

            Quando, nella versione non più dell’Ulivo ma dell’Unione, Romano Prodi fece il suo secondo governo il senatore Follini gli accordò la fiducia. E partecipò poi anche alla fondazione del Pd. In cui non rimase un minuto di più quando lo vide tentato nel 2013, col segretario Pier Luigi Bersani, dall’idea di poter governare l’Italia con una combinazione ministeriale di “minoranza e combattimento” appesa agli umori e ai vaffanculo -scusate la parolaccia- del movimento di Beppe Grillo. Che, non disponendo ancora della maggioranza relativa in Parlamento e quindi tentato dal realismo trasformistico, o dal trasformismo realistico, sopraggiunto in questa legislatura, mirava solo alla demolizione dell’esistente.

            Dalla onesta uscita dal Pd Follini fa politica a modo suo, raccontandola e commentandola, tra saggi e articoli, con l’arguzia di un moderato vero, deluso, preoccupato e, direi, anche vaccinato dal rischio di scambiare ancora lucciole per lanterne. Il nostro comune e compianto amico Aldo Moro ne sarebbe stato contento, come quando lo aiutò a scalare il movimento giovanile della Dc.

Uno come Marco Follini sarebbe utile anche a Ulisse, se dovesse davvero spingersi sulle coste italiane fra uno sbarco e l’altro di immigrati sfuggiti alla vigilanza di Salvini. Di cui peraltro non so neppure se sarà davvero possibile fidarsi -si fa per dire- come cacciatore di clandestini, vista la trasformazione in corso della Lega, cominciata già prima ma accelerata dopo la partecipazione alla maggioranza e al governo pluri-emergenziale di Mario Draghi. Il quale -a proposito- sarebbe, a ben pensarci, un magnifico Ulisse redivivo se, compiuta la missione affidatagli da Sergio Mattarella, e condivisa da una larga maggioranza del Parlamento, pur tra mal di pancia ora di questa e ora di quella componente, dovesse o volesse lasciarsi tentare dalla politica. Dove altro, in fondo, potrebbe collocarsi uno come lui, con le sue esperienze, le sue frequentazioni, il suo prestigio, se non nell’Italia di mezzo sognata a suo tempo da Follini?  E risognata da me scrivendo questo articolo.

L’inseguimento fra Conte e Di Majo nella corsa grillina al centro

            Anche se il finale di partita è già scritto a favore di Giuseppe Conte, che si aspetta – come ha detto a Lucia Annunziata in televisione- “una grande investitura da parte degli iscritti” come capo del MoVimento 5 Stelle, grazie evidentemente alla designazione fattane dal “garante”, “elevato”, “insostituibile” Beppe Grillo, è ormai una gara fra lui e Luigi Di Maio su chi si spinge più avanti nella rifondazione, trasformazione, evoluzione e quant’altro della forza più votata nelle elezioni politiche del 2018.

Titolo dell’intervista alla Stampa

            A parte il tema della giustizia, su cui Conte ha voluto rimanere un passo indietro dopo le scuse del ministro degli Esteri all’ex sindaco piddino di Lodi per la gogna praticata contro di lui quando fu arrestato, per poi essere assolto in appello dall’accusa di turbativa d’asta, i due ormai si rincorrono nel corteggiamento elettorale, per esempio, dei moderati. O del “ceto medio”, come ha detto in una intervista alla Stampa Luigi di Maio dicendone tutto il bene possibile, in particolare riconoscendo che “non se ne occupa più nessuno, pur pagando le tasse per tutti”. Anch’esso in fondo merita il titolo di “onorevole” appena restituito da Conte ai deputati e ai senatori dicendo all’Annunziata che non ha più un valore “diffamatorio”. La cui abolizione era stata proposta addirittura con legge dai grillini al loro arrivo in Parlamento.

            Non so, francamente, se più per convinzione o per ironia, che è la sola per parte mia condivisibile, l’intervistatore di Di Maio, Andrea Malaguti, ha paragonato il ministro degli Esteri nemmeno più a Giulio Andreotti, come aveva già fatto a suo tempo il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana, ma ad Arnaldo Forlani. Che alla bella età di 95 anni e mezzo cui è arrivato sarà saltato sulla sedia a vedersi accoppiato politicamente a chi è arrivato alla Farnesina tanti anni dopo di lui, nominato ministro degli Esteri del governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti, sostenuto all’esterno dai comunisti ai tempi della cosiddetta “solidarietà nazionale”, cioè nel 1976.

Vignetta del Foglio

            Secondo il giornalista della Stampa Forlani e Di Maio sarebbero “maestri naturali del centrismo ultraflessibile, integrato dai prodigi opachi della democrazia da tastiera”.  Rispetto alla finezza, diciamo così, di questa coppia immaginaria della democristianeria vecchia e nuova verrebbe voglia di declassare a una patacca la rappresentazione furbesca della “rivoluzione dolce” vantata da Conte e tradotta da Makkox sul Foglio in una vignetta esilarante. In essa l’ex presidente del Consiglio è immaginato a colloquio telefonico con Grillo a proposito dell’invito ad accompagnarlo al lungo incontro con l’ambasciatore della Cina a Roma, alla vigilia di un G7 contrassegnato dalla convinzione del nuovo presidente americano Joe Biden che occorra contrastare l’espansionismo cinese.

            Nella vignetta Conte -sotto i cui governi i rapporti dell’Italia con Pechino sono andati ben oltre gli  interessi e le aspettative del nostro principale alleato, cioè gli Stati Uniti- chiede a Grillo. “Senti, ma mi si  vota di più se vengo e me ne sto in disparte, o se non vengo per niente? Che dici? Boh?…”. La sua scelta, come si sa, è stata poi di non andare, e di Grillo di andarci da solo, bastando e avanzando a rappresentare il Movimento affidato alla rifondazione cosmetica dell’ex presidente del Consiglio.   

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it                                                                                                    

Draghi fra Biden, al G7 in Cornovaglia, e Letta, Grillo e Conte in Italia

Il segretario del Pd Enrico Letta, per quanto impegnato in un viaggio di ricognizione in Puglia, ha tenuto ad esprimere al Corriere della Sera quasi in diretta con quanto stava accadendo in Cornovaglia – al G7 della “sfida alla Cina”, come lo ha definito la Repubblica- la sua soddisfazione per il positivo incontro fra il presidente americano Joe Biden e il presidente del Consiglio Mario Draghi. Egli ha parlato di “asse” sia fra Draghi e Biden sia fra Draghi e lui, che grazie anche all’ultimo sondaggio Ipsos si trova a guidare un partito appena tornato in testa alla graduatoria nazionale.

“Stare in questo governo ci fa bene”, ha detto Letta diversamente da Giuseppe Conte, che alla guida pur non ancora formalizzata del Movimento 5 Stelle ha espresso recentemente “disorientamento”, preoccupazione  e quant’altro per le scelte di Draghi,  condizionando il “leale sostegno” ad una svolta nell’azione e nelle scelte del governo. Non è francamente una differenza da poco questa fra Letta e Conte, pur se il segretario del Pd ha fatto finta di nulla e confermato la volontà di lavorare in un “cantiere” comune col MoVimento 5 Stelle per un centrosinistra che possa riproporsi nelle prossime elezioni politiche, pur “ognuno a partire dalla sua identità”. Ma è appunto sull’identità, e ciò che ne consegue, a cominciare dalla politica estera, che c’è tutto o comunque molto da chiarire.

            Proprio mentre matura nei rapporti tra l’Europa e gli Stati Uniti la consapevolezza di quella che il direttore di Repubblica Maurizio Molinari ha definito “la seconda guerra fredda”, nella quale la Cina ha preso il posto che una volta fu dell’Unione Sovietica, Letta ha mostrato di non voler dare importanza  alle simpatie grilline, diciamo così, per il governo di Pechino. Col cui ambasciatore a Roma, proprio alla vigilia del G7, Beppe Grillo in persona ha voluto avere un colloquio di ben tre ore, certamente non dedicato tutto ai suoi problemi familiari, per fortuna in assenza di un Conte sottrattosi solo all’ultimo momento, pur essendo stato invitato. “Non so”, si è limitato ad osservare il segretario del Pd, parlando dei grillini e del rischio di una loro uscita dalla maggioranza: “Ogni giorno c’è un gossip, ma io non li inseguo. I fatti sono che i 5 Stelle stanno nel governo”.

            Può darsi che Daniele Capezzone sulla Verità abbia esagerato a reclamare attenzione sulla Cina che “usa Grillo come ariete contro Draghi”, ma sentite come sul Fatto Quotidiano un estimatore di Grillo e di Conte come Marco Travaglio ha commentato il problema dei rapporti con Pechino, dopo avere sfottuto a suo modo Draghi per la sintonia con gli Stati Uniti: “Basta leggere i dati dell’economia per capire che l’Italia può fare a meno più degli Usa che della Cina. Le esportazioni da Roma a Pechino sono balzate in sei mesi del 75 per cento e gli scambi commerciali del 50. Gli Usa hanno tutto da perdere dalla Cina. Noi tutto da guadagnare. La guerra fredda è finita da un pezzo”.

            Nei sei mesi che hanno  colpito Travaglio tanto da fargli sognare un rovesciamento della politica estera italiana è ben altro, di sapore tutto domestico, ciò che ha colpito Letta inducendolo a dare poca importanza alle ambiguità e contraddizioni di un centrosinistra a partecipazione grillina. “Il Pd è in salute, nel governo Draghi noi siamo a casa nostra e Salvini no. In sei mesi la Lega ha perso il 6% e noi abbiamo guadagnato il 3%”, ha detto letta continuando quindi a vedere i problemi solo a destra, diciamo così, e non a sinistra.

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Processo sommario al generale Figliuolo per la morte della diciottenne vaccinata

            Diversamente dagli azzurri, che hanno stravinto puliti la partita di calcio con i turchi all’Olimpico senza bisogno di drogarsi, regalando agli italiani la “notte magica” annunciata felicemente dalla Stampa, i nostalgici di Giuseppe Conte, da tempo inconsolabili per il suo allontanamento da Palazzo Chigi, hanno dovuto drogare la cronaca per festeggiare la sconfitta del suo successore e del generale degli alpini ch’egli ha promosso commissario straordinario per la lotta alla pandemia rimuovendo Domenico Arcuri.

            L’annuncio addirittura della “resa” del generale Francesco Figliuolo e l’intimazione…generosa alle scuse- generosa rispetto alla degradazione, la cui richiesta poteva pure sfuggire a tanto livore- nascono dal presunto fallimento della sua campagna per le vaccinazioni. Della cui dimensione, rapidità, approssimazione e quant’altro sarebbe rimasta vittima anche la povera diciottenne Camilla Canepa, morta dopo una dose di Astrazeneca. Che tardivamente è stata ora preclusa sotto i 60 anni.  Ma la sfortunata Camilla vi si era sottoposta -bisogna pur dirlo per onestà di cronaca- senza rivelare una patologia di cui era consapevole, essendo in cura per piastrine basse.

            La disinvoltura nell’uso della cronaca pur di imbastire processi sommari, con o senza il concorso di qualche magistrato  che -si sa- rischia poco, praticamente nulla, a prestarvisi con un semplice avviso di garanzia o con qualche soffiata, è purtroppo uno dei mali di cui soffre la comunicazione in Italia. Che è in crisi grave quanto e forse anche più della giustizia, E temo non vi si possa porre rimedio neppure col ricorso ai referendum abrogativi di cui Matteo Salvini ha appena scoperto l’utilità promuovendone sei, con l’aiuto dei navigatissimi radicali, per cautelarsi dal temuto fallimento dei tentativi in corso di riformare parti importanti del sistema giudiziario nella più appropriata -lo riconosco- sede parlamentare. Che facciamo? Abroghiamo i giornali più ancora di quanto non vi provvedano già da soli, e da tempo, scomparendo dalle edicole? Abroghiamo l’informazione che ci raggiunge ogni giorno, ogni ora, ogni minuto senza passare per le edicole? Evidentemente no, non si può fare.

            Pertanto il povero generale Figliuolo non è il primo e neppure l’ultima vittima, fortunatamente in salute, di questa brutta abitudine, alquanto diffusa nel mondo ma che in Italia conosciamo meglio per viverci, di fare male il proprio mestiere, indifferentemente, di giornalista, di magistrato o di politico.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Mario Draghi for ever, tra Palazzo Chigi e Quirinale…

Marco D’Aliberti

            Claudio Cerasa, il direttore del Foglio, lo ha presentato ai lettori come “l’uomo che sussurra a Draghi”, essendone il consigliere più stretto e fidato del presidente del Consiglio, o fra i più stretti e fidati. E lo ha descritto fisicamente a mezza strada fra Corrado Passera e Sabino Cassese. E’ il professore di diritto amministrativo -non a Cassino e a contratto come il candidato del centrodestra al Campidoglio Enrico Michetti, ma all’Università La Sapienza di Roma- Marco D’Aliberti. Al quale Cerasa ha strappato non un’intervista, pur avendogli fatto pervenire un elenco di temi da trattare e ricevuto per risposta un lungo documento scritto, ma una “chiacchierata” in cui scavare di più e capire meglio gli oracoli che potevano rischiare di essere o apparire parti estrapolate di quel testo ricevuto da Palazzo Chigi.

            Da questa “chiacchierata”, farcita di riferimenti a Seneca, Leopardi, Gaetano Filangieri, Manzoni e l’ancor vivo Giuliano Amato, si è capito che Draghi si era tenuto un po’ stretto dicendo qualche giorno fa a Giorgia Meloni, ricevuta a Palazzo Chigi con una cordialità sconosciuta a Giuseppe Conte nei rapporti con le opposizioni al suo secondo governo, che “qui abbiamo tanto da fare sino al 2023”, cioè sino alla scadenza ordinaria della legislatura. Il che bastò e avanzò per supporre una preferenza del presidente del Consiglio a rimanere al suo posto, piuttosto che lasciarsi prendere dalla tentazione di succedere a febbraio a Sergio Mattarella al Quirinale, dove qualcuno vorrebbe cercare di mandarlo non so, francamente, se più per imbalsamarlo, ammesso che uno come Draghi possa essere impagliato, o per affidargli in custodia uno e anche più successori a Palazzo Chigi, con o senza un passaggio di elezioni anticipate.

            Di lavoro da fare alla guida del governo sulla base delle cose già impostate da Draghi riformando, semplificando, accelerando e via con altri gerundi, il buon D’Aliberti ne ha viste sino alla fine del 2026, al termine cioè dello scadenziario trimestrale fissato dalla Commissione Europea per finanziare via via il famoso piano della ripresa mandato da Roma a Bruxelles.

            Non so se facendo il finto tonto o il furbo, lasciando cioè aperte a Draghi sia la strada del Quirinale sia la conferma alla guida del governo in buona parte anche della prossima legislatura, Cerasa ha scritto, e concluso il resoconto della sua chiacchierata con D’Aliberti, che “presto a Palazzo Chigi dovranno provare a chiedersi quale sia il modo migliore e il palazzo migliore su cui scommettere per far sì che la parentesi di oggi possa chiudersi il più tardi possibile”. E’ una parentesi, poi, per modo di dire, perché D’Aliberti l’ha più correttamente definita “una stagione di riforme”. Che non significa poi una stagione di chissà quante leggi, o quanto lunghe, perché un sistema per funzionare, e per difendersi dall’insidia della disonestà  avvertita anche da Seneca, ha bisogno di poche e semplici regole. Non di proclami, aggiungerei, come quella legge addirittura “spazzacorrotti” di cui fanno a gara a vantarsi l’ex presidente del Consiglio Conte e l’ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Che ne profittarono per mettervi dentro come una supposta una prescrizione così breve da poter produrre l’imputato a vita.   

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