Aumentano i guai di Salvini: leghisti 3 dei 5 deputati disonesti col bonus virale

 

 

            Piove sul bagnato della Lega di Matteo Salvini, visto che risultano tre leghisti, per quanto ancora ignoti, fra i cinque deputati segnalati dal servizio antifrode dell’Inps per avere chiesto e percepito, con tutto quello che prendono d’indennità parlamentare, 2.200 euro ciascuno di “bonus” come lavoratori autonomi o titolari di partita Iva danneggiati dall’epidemia virale. Gli altri due deputati sono del movimento grillino e del partito di Matteo Renzi.

            “Un passo avanti”, ha reclamato con involontaria ironia l’indignatissimo presidente grillino della Camera Roberto Fico sfidando gli interessati ad autodenunciarsi e dimenticando di chiederne anche le dimissioni con due passi indietro. Ma di una ironia maggiore e Fico.jpegdi minore involontarietà è stata la reazione di Salvini, che ha consentito ai responsabili -o irresponsabili- del suo partito di invitare, peraltro inutilmente sino a questo momento, i “suoi” tre “onorevoli accattoni”, secondo la Giornale su accattonidefinizione del Giornale, a venire allo scoperto con tanto di autogiustificazione incorporata. “Vi chiediamo -dice il messaggio ai parlamentari partito con l’incredibile approvazione dell’ex ministro dell’Interno e capo ancora dell’opposizione di centrodestra a trazione leghista, appunto- di verificare se per un disguido i vostri commercialisti ne hanno fatto richiesta e conseguentemente vi sono stati accreditati” due bonus da 600 euro e uno da 1000.

            Non meno infelice, a mio avviso, è stata quella specie di attenuante che Salvini, ma questa volta non da solo, ha cercato di applicare agli ancora ignoti deputati furbi, accattoni, disonesti e quant’altro prendendosela col governo per non avere scritto bene la norma del decreto legge di cui essi hanno potuto avvalersi, non impedendo preventivamente con la necessaria chiarezza gli abusi. Che peraltro a livello di amministratori locali sono stati ben più numerosi: non meno di duemila.

            Deplorevole, a mio avviso, è stato anche l’uso che alcuni hanno tentato di questa letterale porcata  per sostenere la causa un po’ traballante -con gli ultimi sviluppi del dibattito politico- della riduzione dei 345 seggi parlamentari disposta con una riforma costituzionale fortemente voluta dai grillini, senza i compensativi cambiamenti dei regolamenti parlamentari, della legge elettorale ed altro ancora. Essa è sotto procedura referendaria: La cattiveria.jpegsarà votata dai cittadini il 20 settembre, in coincidenza con un grosso turno di elezioni regionali e comunali.

            Sulla prima pagina del Fatto Quotidiano “la cattiveria” di giornata indica con sarcasmo proprio “il taglio dei parlamentari” come “giustificazione” del sostanziale furto compiuto dai cinque deputati incassando il bonus virale, chiamiamolo così.

            Dal canto suo, ospite con la fidanzata Olivia Paladino del Comune pugliese di Ceglie Messapica, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha voluto dare il suo contributo alla campagna referendaria Conte con fidanzata.jpegannunciando in un convegno che voterà, naturalmente convintissimo e in sintonia con i grillini che lo hanno mandato a Palazzo Chigi, per il sì al taglio dei seggi parlamentari, per quanto monco di tutti i necessari aggiornamenti della Costituzione. Fra i quali dovrà esserci anche la riduzione dei delegati regionali partecipi, col Parlamento, dell’elezione del presidente della Repubblica.

 

 

 

 

 

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Berlusconi di nuovo mozzafiato: celebrerà la Dc con Conte fra un mese

            Giusto per non smentire l’abitudine di smentirsi, o di cambiare idea spiazzando per primi i suoi fedelissimi, o di giocare contemporaneamente su più tavoli o prospettive politiche, seguendo o imitando -per carità- politici più professionali di lui che lo hanno preceduto in Italia e fuori, Silvio Berlusconi ha confermato col silenzio, almeno sino ad ora, l’annuncio di una sua partecipazione con Giuseppe Conte, come “ospiti d’onore” entrambi, a un convegno annuale sulla defunta ma mai dimenticata e spesso rimpianta Democrazia Cristiana.

            Organizzato da Gianfranco Rotondi, un democristiano doc riportato costantemente in Parlamento da Forza Italia dopo la fine del suo partito, l’evento si svolgerà dal 9 all’11 settembre a Saint Vincent, dove ogni anno -pure lui, e solitamente di settembre- riuniva la sua corrente democristiana di sinistra chiamata “Forze Nuove” il compianto Carlo Donat-Cattin.

            Di più Rotondi, che già il 14 ottobre dell’anno scorso, riuscì a portare Giuseppe Conte in un Rotondi con Conte.jpegteatro di Avellino a commemorare Fiorentino Sullo alla presenza di Ciriaco De Mita ed altri superstiti dello scudo crociato, non ha potuto o voluto dire Titolo Corriere sul centroa Giuseppe Alberto Falci per un articolo pubblicato ieri a pagina 10 del Corriere della Sera sull’”araba fenice del “centro”. Che va inteso come un’area di mezzo capace, specie in un sistema elettorale proporzionale, di determinare gli equilibri politici, indifferentemente a destra o a sinistra, secondo le occasioni, opportunità, necessità e quant’altro, come seppe e volle fare appunto la Dc ai suoi tempi.

            Anche il vegliardo Eugenio Scalfari oggi su Repubbica ha voluto collocare al centro il “solo”, inteso come solitario, presidente del Consiglio paragonandolo a una “mezz’ala” di una “discreta” squadra di calcio -un redivivo Meazza, ha aggiunto- ma chiedendosi anche se l’interessato Scalfari su Conte.jpegsia davvero “consapevole” di questo ruolo delicatissimo occasionalmente occupato in questo passaggio difficile della politica italiana ed europea, e non si trovi alla ricerca di “un finale” a lui Fatto su Conte.jpegstesso ignoto. Che magari potrebbe essere anche vicino, come hanno preconizzato o auspicato dopo un summit di Forza Italia svoltosi nella villa sarda di Silvio Berlusconi prima la capogruppo della Camera Mariastella Gelmini e poi la capogruppo del Senato Anna Maria Bernini, bollando entrambe come balle spaziali anticipazioni e quant’altro di soccorsi della loro parte politica a Conte. Le cui difficoltà non a caso si è affrettato a sottolineare l’aperturista dei giorni scorsi tra i forzisti, Renato Brunetta, con una impietosa analisi delle misure appena annunciate dal governo con la solita riserva del “salvo intese”, ormai dileggiate anche dal Fatto Quotidiano con le vignette in prima pagina di Riccardo Mannelli.

              “Zero investimenti strutturali, tanta spesa, niente ripresa”, ha commentato Brunetta sul Giornale iBunetta su Conte.jpegl decreto legge De Bortoli.jpegappena annunciato dal governo. Non sono stati dissimili i giudizi di Ferruccio De Bortoli sul Corriere della Sera e di Carlo Cottarelli sulla Stampa.

            Vedremo, peraltro ad una decina di giorni soli di distanza dalle elezioni regionali e comunali e dal referendum del 20 settembre  sulla riduzione dei seggi parlamemtari, con tutte le relative implicazioni politiche, se Rotondi riuscirà a fare finalmente incontrare, e non solo arrivare, Berlusconi e Conte a Saint Vincent. O se non si ripeterà la vecchia scena al Quirinale, nel rito delle consultazioni per le crisi di governo, fra i due che quasi si toccano, o si inseguono, ma neppure si salutano.

 

 

 

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Dietro quella foto della corte di Berlusconi convocata in Sardegna

            Per quanto scarsa di qualità, la foto che Silvio Berlusconi ha voluto che fosse diffusa del “summit”- come lo ha definito il Corriere della Sera- svoltosi nella sua villa in Sardegna doveva servire a restituire un’immagine di compattezza di Forza Italia dopo mesi di confusione, a dir poco.

            Un giorno o in un’ora della stessa giornata il partito del Cavaliere è sembrato quanto meno nell’anticamera della maggioranza, smanioso di entrarvi e spintovi anche da auspici a sorpresa di insospettabili come l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi, più volte rivale diretto di Berlusconi nella cosiddetta seconda Repubblica, ed anche vittorioso, ma col fiato troppo corto per resistere a Palazzo Chigi più di due anni a volta. Un altro giorno, o in un’altra ora della stessa giornata, Forza Italia è sembrata smaniosa non dico come la Lega di Matteo Salvini, per carità, ma a modo suo di vedere anch’essa la fine della stagione del governo “delle quattro sinistre”, come lo stesso Berlusconi ogni tanto torna del resto a definire quello in carica presieduto da Giuseppe Conte con troppa disinvoltura, forse anche di abbigliamento. Che pure una volta al Cavaliere piaceva, riconoscendo probabilmente negli abiti del professore pugliese la mano di qualche sarto forse in comune.

            Se stiamo alle parole, visto che dopo il summit la prima a parlare è stata -con una intervista al Dubbio– la capogruppo della Camera Mariastella Gelmini, l’aria prevalente in Forza Italia dovrebbe Gelimni al Dubbioessere decisamente sfavorevole al governo, destinato secondo la Gelmini ad uno sfratto autunnale per il prevedibile esito delle elezioni regionali e comunali del 20 settembre. In cui i grillini ormai non rischiano più nulla, dopo quello che hanno già perduto da due anni a questa parte in ogni tipo di appuntamento con le urne, ma il Pd rischia l’osso del collo.

            Eppure c’è qualcosa proprio di quella foto che mi fa dubitare dell’esito tutto oppositorio del “summit” forzista: la figura particolarmente sorridente e in primo piano di Gianni Letta, forse il più berlusconiano di tutti gli ospiti, fra uomini, donne e cani: più ancora del padrone di casa. Ebbene, vedere Letta e immaginarlo in lotta -scusate il gioco delle parole- contro  Conte dopo tutto quello che ho letto e sentito dei suoi rapporti col presidente del Consiglio mi sembra francamente impossibile. Letta è un uomo che impallidisce a vedere uno spigolo e non si dà pace sino a quando non lo ha levigato sino a farne una dolcissima curva.

            Anche al Foglio di Giuliano Ferrara e di Claudio Cerasa, dove scrivono ancora con amicizia e simpatia di Berlusconi, rimasto “l’amor nostro” anche dopo averlo perduto come sostanzialeFogliosu Berlusconi.jpeg editore, o mecenate, hanno riassunto o presentato con questo titolo il “summit” di Forza Italia: Il Cav e la (ri)svolta a destra di Villa Certosa, nel clima di fine impero”. Che impietosamente i nemici irriducibili dalla Il Fatto.j su FIpegpostazione del Fatto Quotidiano vedono minacciato non più o non solo dall’ex “royal baby” Matteo Renzi, come il fondatore e ancora fondatore del Foglio definì l’allora presidente del Consiglio e adesso  leader di Italia Viva, ma anche o persino dall’Azione, intesa come movimento, dell’ex ministro Carlo Calenda. Dal quale è stato appena “catturato” l’onorevole Enrico Costa.

 

 

 

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Bonafede con la scopa: dalla legge spazzacorrotti alla legge spazzacorrenti

            Ci sono voluti tre mesi, da quando ne fu annunciata la predisposizione di fronte all’esplosione della vicenda di Luca Palamara e dello sfacciato mercato correntizio delle carriere giudiziarie, perché il guardasigilli grillino Alfonso Bonafede riuscisse a portare in Consiglio dei Ministri la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura. Che è stata scritta non si è ben capito a quante mani: comunque tante, fra Ministero della Giustizia, partiti, sindacalisti e avvocati.

            Tre mesi sono tanti, ma ci si potrebbe anche accontentare e considerarli persino pochi considerando i problemi concorrenti dell’emergenza virale e gli otto mesi trascorsi dall’entrata in vigore della cosiddetta prescrizione breve -che vale solo sino alla sentenza di primo grado- senza che si sia predisposta la riforma del processo penale per evitare che un imputato sia a vita.

            Come la prescrizione breve fu introdotta quasi come una supposta in una legge chiamata “spazzacorrotti”, così Bonafede ha voluto usare un’immagine forte per la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura chiamandone la legge “spazzacorrenti”: quelle naturalmente delle toghe.

 Il guardasigilli pensa -beato lui- che per spezzare le reni alle correnti, come voleva fare Mussolini con la Grecia, basta una legge elettorale del Consiglio Superiore della Magistratura a due turni, con 19 collegi quanti sono i distretti, con liste a parità di genere di dieci candidati obbligatori, sorteggiando quelli che le correnti -appunto- non dovessero raccogliere e indicare da sole, vietando la composizione di gruppi nel Consiglio Superiore, che salirà da 26 a 30 componenti, di cui 20 togati e 10 laici, cioè eletti dalle Camere,  e chiudendola davvero con la pratiche delle nomine a pacchetto, da programmare invece ciascuna secondo la scadenza cui provvedere. Dalle nomine direttive saranno esclusi per quattro anni, e non più per due, i magistrati al termine del loro eventuale mandato in Consiglio. Anche questo, certo, potrebbe servire a disinquinare un po’ l’organo di autogoverno della magistratura, così come la riduzione a due delle possibilità di passare dalla funzione di pubblico ministero a quella di giudice, o viceversa, vista la impraticabilità politica e istituzionale- a Costituzione invariata- di separare una buona volta per sempre le carriere, e i loro inevitabili intrecci. In Gran Bretagna pubblici ministeri e giudici non possono neppure accedere insieme a un ascensore in tribunale.

            Resta naturalmente da vedere quanto tempo impiegheranno le Camere ad esaminare e approvare questa legge. Che non sarà tuttavia immediatamente operativa, dovendosi tradurre poi entro 60 giorni -salvo proroghe, probabilmente- in decreti delegati. Il quadro politico è quello che è, pieno di insidie e di incognite, a cominciare dalle elezioni regionali e comunali del 20 e 21 settembre. I cui risultati potrebbero essere così vantaggiosi per il centrodestra o così cattivi o deludenti per il Pd, all’interno della maggioranza giallorossa, da far saltare il governo. Non parliamo poi di come e quanto potrebbero saltare i nervi nel già agitatissimo Movimento 5 Stelle se dalle urne referendarie di quelle  stesse due giornate elettorali dovesse uscire bocciata la riforma costituzionale, sventolata dai grillini come una bandiera, che riduce di 345 seggi la Camera e il Senato. I dubbi stanno crescendo a sinistra e a destra per una simile trasformazione del Parlamento senza una preventiva o simultanea riforma della legge elettorale e dei regolamenti.

 

 

Se Conte si mette a fare il temporeggiatore anche con i servizi segreti…

Una volta, parlandone con Aldo Moro, che ne aveva un rispetto quasi sacrale, tanto da difendere apertamente come ministro degli Esteri un capo che era finito nei guai, notai che ad ogni mio accenno ai “Servizi”, come ci eravamo ormai abituati anche noi giornalisti a chiamarli quasi per ridurne l’aspetto inquietante e ingentirli, lui ci aggiungeva l’aggettivo che avevo omesso: segreti. Egli credeva così tanto a quell’aggettivo, ed evidentemente alle sue implicazioni, che da presidente del Consiglio al suo vice Pietro Nenni, convintoMoro.jpeg che si potesse e dovesse fare un’inchiesta parlamentare sui servizi segreti, appunto, di fronte alle polemiche su un colpo di Stato che sarebbe stato tramato nell’estate del 1964, durante la crisi del suo primo governo di centro-sinistra, gli spiegò pacatamente che i socialisti non potevano “scivolare su un ossimoro”. A un Nenni scettico egli spiegò che l’ossimoro consisteva nel fare un’inchiesta su qualcosa che è istituzionalmente segreto.

Quando da un’inchiesta parlamentare, in aggiunta peraltro al processo che stava maturando su quei fatti del 1964 raccontati da Lino Iannuzzi sull’Espresso di Eugenio Scalfari, si decise di scendere ad un’inchiesta amministrativa, Moro trasecolò davanti al ministro socialdemocratico della Difesa Roberto Tremelloni che parlava delle spese dei servizi segreti su cui rafforzare il controllo della Corte dei Conti.

Per mettere sotto inchiesta parlamentare i servizi segreti i democristiani e i socialisti dovettero mandare via Moro da Palazzo Chigi, nell’estate del 1968, l’anno anche della contestazione giovanile, e inventarsi un’edizione “più incisiva e coraggiosa” del centro-sinistra, sempre col trattino. E Moro, finito in minoranza nella sua Dc, dopo averla guidata da segretario fra il 1959 e il 1963, per ritorsione -secondo i suoi avversari- o per lungimiranza -secondo i suoi estimatori- si inventò la cosiddetta e famosa “strategia dell’attenzione” verso i comunisti. Che erano destinati all’opposizione anche della nuova edizione del centro-sinistra, pur depurata della formula originaria della “delimitazione della maggioranza”.

Mentre Moro parlava tuttavia di “strategia dell’attenzione” nasceva in qualche anfratto dei servizi segreti la “strategia della tensione”. Che era supportata da ambienti internazionali non esclusivamente americani o israeliani, che avevano colorato a lungo le uniche correnti di quei servizi, prima che subentrasse con Enrico Mattei alla presidenza dell’Eni anche una corrente un po’ filo-araba.

La “strategia della tensione” doveva servire, fra attentati, depistaggi e altro, a fermare quella che veniva considerata una corsa a sinistra degli equilibri politici italiani, scomoda anche ai sovietici per i cambiamenti che avrebbe potuto provocare nel Pci e per l’allontanamento dal mondo “bipolare” uscito dai trattati di Yalta conclusivi della seconda guerra mondiale.

Lo stesso Moro in quelle condizioni finì per rimetterci la vita con un sequestro che nelle motivazioni delle brigate rosse doveva servire a salvare l’anima del Pci interrompendone l’imborghesimento, come lo chiamavano i terroristi convinti che la Resistenza con la fine della seconda guerra mondiale fosse stata solo un’avventura interrotta, o deviata.

Eppure -pensate un po’- l’esordio dei servizi segreti nelle incursioni nelle vicende politiche della Repubblica era avvenuto agli inizi degli anni Sessanta per spostare gli equilibri dal centro, dove li aveva fermamente collocati Alcide De Gasperi, a sinistra. Per quanto insultati da Ugo La Malfa come “miserabbbili”, con tre b di accento o tono siciliano, molti videro o avvertirono soldi dei servizi segreti per piegare le ultime resistenze di Randolfo Pacciardi al centro-sinistra e far vincere un decisivo congresso del Partito Repubblicano ai sostenitori della svolta in direzione dei socialisti.

Erano dei servizi segreti i fascicoli a carico di tutti gli oppositori reali o solo potenziali a quella svolta: fascicoli che si moltiplicarono a tal punto da indurre ad un certo punto il governo a disporne la distruzione, compreso quello -per esempio- dedicato con pruriginosa attenzione ad una relazione extra-coniugale dell’ex presidente del Consiglio ed ex ministro democristiano dell’Interno Mario Scelba. Che si arrese alla svolta non per questo, cioè sotto ricatto, ma per la capacità che ebbe Moro di arrivarvi a tappe, con prudenza certosina.

Alla fine di una riunione della direzione democristiana dedicata proprio alla preparazione dell’intesa con i socialisti Moro lesse un documento da lui stesso predisposto annunciandone l’approvazione “con le consuete riserve dell’onorevole Scelba”. Che obbiettò di essere Moro e Scelbainvece favorevole al testo. Ma Moro lo pregò di non smentirlo perché quell’astensione gli serviva nel negoziato col Psi. Cui, a governo ormai formato e riuscito a sopravvivere alla prima crisi, quella appunto del 1964, propose la nomina  a ministro di Scelba, che aveva rifiutato l’incarico di presidente del Consiglio fattagli dal capo dello Stato Antonio Segni per interrompere l’alleanza con i socialisti e tornare al centrismo, anche a costo di elezioni anticipate. Nenni non ne volle sapere e Moro, per ripararvi, promosse l’elezione di Scelba a presidente del Consiglio Nazionale della Dc.

Vennero poi i tempi, a cavallo fra la prima e la seconda Repubblica, di incursioni ancora più pesanti dei servizi segreti, o della loro parte “deviata”, nelle vicende politiche d’Italia. Se ne sta occupando un processo d’appello a Palermo sulla “trattativa”, riconosciuta da una sentenza di primo grado, fra pezzi dello Stato e la mafia finalizzata a farla recedere dalla stagione delle stragi.

Nacquero anche fra le pieghe dei servizi segreti i guai del mitico magistrato antimafia Giovanni Falcone. Che, già osteggiato da non pochi colleghi e dal sindaco di Palermo Leoluca Orlando, fra gli altri, che lo accusava pubblicamente di coprire nelle sue indagini i livelli cosiddetti politici di “Cosa nostra”, egli si trovò ad un certo punto a che fare con un pentito convinto di avere buone informazioni sul ruolo che uomini dell’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti, se non lui direttamente, avrebbero avuto addirittura nelll’assassinio, nel 1980, del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, fratello dell’attuale capo dello Stato.

Insospettito dalle contraddizioni del pentito, Falcone si fece consegnare dal direttore del penitenziario in cui era rinchiuso l’elenco delle persone che erano andate a parlargli negli ultimi tempi. E scoprì alcune visite rimaste, diciamo così, anonime, senza l’indicazione delle persone. Ciò avveniva quando queste appartenevano ai servizi segreti. Falcone avvertì puzza di bruciato e, anziché credere al pentito, lo incriminò per calunnia. Da allora la sua permanenza a Palermo si fece impossibile. Egli fu costretto a cambiare aria con l’aiuto Falcone e Borsellino.jpegdell’allora capo dello Stato Francesco Cossiga, di Andreotti a Palazzo Chigi  e di Giuliano Vassalli e poi Claudio Martelli guardasigilli, trasferendosi a Roma come direttore degli affari penali del Ministero della Giustizia. Ma non riuscì lo stesso a scampare alla morte con la strage di Capaci del 1992, cui seguì quella che costò la vita al collega e sodale Paolo Borsellino.

Mi chiederete a questo punto quale attualità possa avere questa rievocazione di fatti e uomini riconducibili ai servizi segreti in questo momento in cui altri sembrano essere i problemi sul tappeto del governo e della maggioranza: stato di emergenza virale appena prorogato mentre scoppiano polemiche sul confinamento disposto a marzo in tutta Italia, difformemente dalle indicazioni limitative del comitato tecnico-scientifico, crisi economica, utilizzo dei fondi europei per la ripresa, riforma del Consiglio Superiore della Magistratura, riforma del processo penale promessa in cambio della prescrizione breve ormai in vigore dall’inizio di quest’anno, riapertura delle scuole, riforma dello sport contestata al ministro del ramo dai compagni pentastellati di partito, rimpasto ministeriale negato a parole e perseguito dietro le quinte, nuova legge elettorale, referendum confermativo della riduzione di 345 seggi parlamentari e contemporanee elezioni regionali e amministrative d’autunno.

Purtroppo in questo groviglio di problemi si è inserito anche quello di una proroga degli incarichi ai vertici o piani alti dei servizi segreti, anche di quelli non rinnovabili per vecchie norme superate un po’ alla chetichella con un articolo inserito in uno dei decreti legge dettati dall’emergenza virale.

Sfuggita anche all’attenzione, a quanto sembra, del Quirinale fra la sorpresa di una parte della maggioranza -particolarmente il Pd, da cui sono giunte al governo richieste correttive, anzi soppressive, nel percorso parlamentare di quel decreto- questa storia ha procurato al presidente del Consiglio in persona un attacco molto circostanziato del quotidiano La Repubblica. Il cui specialista Carlo Bonini, quasi completando o stringendo una stretta critica verso Conte cominciata col  recente cambiamento della  proprietà del giornale, ha usato parole ed espressioni pesanti, curiosamente rimaste senza risposta: compresa la rappresentazione di un presidente del Consiglio che si fa consigliare in una materia così delicata e minata da un generale “disinvolto nella vita privata”. Che ha evidentemente un ruolo in “questa patita avvelenata -ha scritto Bonini- che divide il governo e ha il sentore fetido della cultura del ricatto”.

Non è francamente questo ciò di cui Conte aveva ed avrebbe bisogno in un passaggio già così difficile della sua esperienza a Palazzo Chigi, pur confortato da un indice di gradimento Conte.jpegpersonale abbastanza alto in tutti i sondaggi. Che purtroppo non bastano a risolvere i problemi di un presidente del Consiglio cui proprio, e sempre, su Repubblica il costituzionalista Michele Ainis ha appena rimproverato i troppi rinvii cui ricorre, sino a paragonarlo a “Fabio Massimo, il temporeggiatore”. Fu un “dittatore” romano che un po’ si illuse di poter sconfiggere Annibale temporeggiando, appunto.

Un’altra tegola su Conte: il confinamento eccessivo da epidemia disposto a marzo

            Ammesso e non concesso che si faccia impressionare più di tanto dai giornali che se ne occupano criticamente, convinto com’è di avere dalla sua l’alto gradimento personale attribuitogli dai sondaggi, a dispetto di tutti i vuoti della sua troppo variegata maggioranza di governo, non so francamente da quale dei due quotidiani di Roma –Il Messaggero e Il Tempo, in ordine alfabetico e diffusionale- il presidente del Consiglio debba sentirsi oggi maggiormente colpito.

            Il Messaggero con più grazia dell’altro, che ha rappresentato sulla prima pagina Giuseppe Conte addirittura come il capo di una banda di sequestratori sardi di un tempo, ha titolato genericamente Tito,o Messaggero su Conte.jpegsulle “verità nascoste del Lockdown”. Che è la traduzione inglese del confinamento da epidemia virale disposto a marzo in tutta Italia, con danni enormi Nordio su Conteper l’economia, dopo che i tecnici, gli esperti e quant’altri avevano suggerito al governo interventi meno generalizzati, o più circoscritti al Nord. Ma alla grazia evasiva del titolone di prima pagina il quotidiano del facoltoso editore e costruttore romano Francesco Gaetano Caltagirone ha accompagnato un commento di Carlo Nordio micidiale per il contenuto e per l’autorevolezza del suo autore. Il quale può ben essere considerato un giurista dopo una lunga carriera di magistrato.

            Dietro o sopra la necessità indicata da Nordio di una spiegazione dovuta da Conte al Parlamento dopo la cosiddetta desecretazione di una parte dei documenti del comitato tecnico-scientifico, sempre citato dal presidente del Consiglio a sostegno e giustificazione dei suoi interventi nel periodo peggiore dell’epidemia da coronavirus, vi sono le pesantissime ipotesi prospettate dal giurista di “acquiescenza codarda o colpevole convivenza” del governo con gli interessi di bottega degli imprenditori del Nord. Che egoisticamente non volevano pagare da soli gli effetti del confinamento degli italiani in casa e della chiusura di tanti luoghi di lavoro, per cui furono sacrificate anche le aziende del Sud.

            Se non è stata -ripeto- “acquiescenza codarda o colpevole convivenza” con gli egoismi e persino la cattiveria di una parte della classe imprenditoriale troppo più forte evidentemente del potere costituito e legittimo del governo in un regime parlamentare, quella di Conte sarebbe stata, secondo Nordio, “avventatezza superficiale”.

            Il presidente del Consiglio, forte anche dell’aiuto di quello che per anni abbiamo ironicamente chiamato “il generale Agosto” o “Ferragosto”, tuttavia spiazzato o sconfitto l’anno scorso con una crisi di governo scoppiata proprio in questo periodo, sopravviverà probabilmente anche a questo incendio politico, ma è francamente difficile prevedere per quanto ancora potrà andare avanti così, dribblando fra rinvii e progetti di “rimpasti” ministeriali per cercare di tonificare un esecutivo da troppo tempo in affanno. E con appuntamenti elettorali in autunno da fiato sospeso.

 

 

 

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Tranquilli: il sottosegretario grillino Di Stefano continuerà a brillare alla Farnesina

 

            Il fatto di avere come ministro degli Esteri Luigi Di Maio, cui capitò -ma prima di arrivare alla Farnesina, va riconosciuto- di scambiare per venezuelano il defunto generale e dittatore cileno Augusto Pinochet, renderà probabilmente difficile allo stesso Di Maio tirare le orecchie al suo collega di partito, amico e Schermata 2020-08-06 alle 07.30.22sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, peraltro arrivato in quel dicastero prima di lui, già nel governo gialloverde, per avere scambiato i libanesi per i libici. Ai quali il poveretto si è affrettato ad esprimere tutta la solidarietà sua personale e del governo, naturalmente, per le vittime e i danni delle esplosioni a Beirut. Egli si è trascinato appresso, via twitter, che dovrebbe cominciare ad essere inibito per ragioni di prudenza e di igiene a esponenti del Parlamento e del Governo, con tutte le maiuscole del caso, la collega di partito e senatrice Elisa Pirro.

            L’ineffabile Di Stefano, un ingegnere informatico siciliano eletto in Lombardia  alla Camera forse perché conosciuto in quella regione meno che nella sua di origine, ha cercato di cavarsela scherzandoci lui per primo sulla sua gaffe, a dir poco. E per fortuna non ha cercato di scusarsi dicendo di avere alla Farnesina solo “la delega”, come si dice in gergo tecnico per indicare le proprie competenze, dell’Asia:  non quella dell’Africa o del Medio Oriente. Su cui quindi potrebbe sentirsi esentato da ogni obbligo di informazione.

            Naturalmente il sottosegretario rimarrà stabilmente, fisso come un paracarro, al suo posto alla Farnesina in questo secondo governo Conte e forse anche in quello successivo, se ce ne sarà un terzo: cosa che in questa Italia dalle enormi ma nascoste risorse e sorprese potrebbe anche accadere. Eppure sarebbe bello se qualcuno cadesse nella tentazione, nei piani alti della politica e soprattutto delle istituzioni, di farne un caso per nobilitare questa estate che promette così poco di buono.

             

           

Se i servizi segreti diventano personali, e non solo politicamente lottizzati

            La lettura, ieri su Repubblica, di un lungo articolo di Carlo Bonini sulla “vera battaglia dei servizi segreti”, come dal titolo del richiamo in prima pagina, o su “Conte, Di Maio, Zingaretti- La guerra sui Servizi spacca il governo”, come dal titolo a pagina 11, mi ha lasciato senza Richiamo Bonini.jpegfiato, pur con tutte le cautele suggeritemi da quel “retroscena”, in rosso, sovrastante il racconto della complessa trama in cui si intrecciano vite e progetti di militari eTitolo Bonini politici di rango. Che sarebbero protagonisti -ha scritto Bonini, approdato a Repubblica dal manifesto e dal Corriere della Sera- di “una partita avvelenata”, che ha “il sentore fetido della cultura del ricatto” e “non ha nulla a che vedere con la sicurezza nazionale, ma con la convinzione, figlia della fragilità delle biografie dei protagonisti politici” di potersi muovere e muovere gli altri per garantirsi la propria sicurezza, sotto ogni punto di vista, prima o al posto di quella del Paese.

            A un articolo pieno di nomi, di gradi, di qualifiche, di circostanze datate, di scadenze e di norme inserite come supposte in decreti legge di tutt’altro argomento e destinazione per evitarle o prorogarle, e di giudizi pesantissimi su  un generale che avrebbe persino una vita privata Palazzo Chigi.jpegtroppo “disinvolta” per collaborare col capo del governo e sussurrargli all’orecchio come al cavallo Conte.jpegdel celebre film del 1998 tratto dal romanzo di Nicholas Evans e interpretato da Robert Redford, mi aspettavo non una pioggia ma un temporale di reazioni, smentite, precisazioni, minacce di denunce e denunce immediate. Ma tutti, militari e civili, sono rimasti silenziosi ai loro posti: terribilmente silenziosi, direi.

            Non sono tanto ingenuo, all’età che ho e col mestiere -continuo a chiamarlo così- che faccio, da pensare che ai vertici, ma anche molto al di sotto dei vertici, dei servizi segreti -o solo dei Servizi, come qualcuno li chiama con un generoso e misterioso maiuscolo- uomini e ora anche donne si avvicendano  per caso, o per concorso. Se così fosse, dovrei credere che davvero i bambini nascono sotto i cavoli. La politica ci ha sempre messo lo zampino, anche per mano di autentici statisti: da Alcide De Gasperi ad Aldo Moro, per stare al topo e nei confini temporali della Repubblica. Ma erano statisti dietro ai quali c’era appunto lo Stato, nel peggiore dei casi i loro partiti, ma con tutte le fisionomie dovute, i voti, i seggi parlamentari, le maggioranze, le opposizioni incalzanti e quant’altro.

            Anche i Servizi -sempre quelli con la maiuscola- hanno finito per essere lottizzati partiticamente. Lo ammetto. Ma qui, a leggere bene  Carlo Bonini e il silenzio che ne è seguito, debbo dire che anche la lottizzazione è scesa di livello. E da politica o partitica è diventata personale, intestata persino a uomini dei quali il meno che si possa dire, col nulla di politico davvero che hanno alle spalle, è che sono in cerca d’autore, se mai riusciranno a trovarne uno. E Corazzieri.jpegmi chiedo come possa anche l’illustrissimo signor Presidente della Repubblica leggere certe cose senza inorridire, essere soccorso da qualche corazziere nel suo ufficio o per i corridoi del Quirinale e fare poi quello che deve: rifiutare la propria firma a certe nomine, se la sua firma occorre, come spero.   

 

 

 

 

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I 50 anni delle Regioni festeggiati al Quirinale ma portati un pò male…

            Per quanto con i loro 50 anni di vita siano più giovani della Costituzione, che ne ha compiuto De Luca al Quirinale.jpeg72, e alcuni dei loro “governatori” sianoFontana al Quirinale.jpegarrivati al Quirinale a passo di carica, come Vincenzo De Luca, o con le giacche svolazzanti Emiliano al Quirinale.jpegsu maniche Zaia al Quirinale.jpege spalle, come i leghisti Attilio Fontana e Luca Zaia, le regioni italiane si portano maluccio la loro età, diciamolo francamente. A farle invecchiare precocemente ha contributo la dura prova sopportata dal sistema sanitario, di loro competenza, nell’impatto con l’emergenza virale.

             Nella festa di compleanno politico allestita per loro sul Colle  il presidente della Repubblica ha  fornito anche un aiutino prezioso con la raccomandazione al governo di coinvolgere le regioni nella gestione degli ingenti fondi europei per la ripresa post-endemica varati nel recente vertice di Bruxelles, anche se deve essergli costata -credo-una grossa fatica sorvolare sul rischio che esse corrono, a causa della posizione assunta nella maggioranza dai grillini, di non poter attingere a quel prestito di 37 miliardi di euro già disponibili proprio per il potenziamento del sistema sanitario, diversamente dagli altri soldi destinati ad arrivare solo dall’anno prossimo.

            Se il capo dello Stato si fosse avventurato su questo terreno, magari limitandosi a raccomandare realismo al governo, avrebbe moltiplicato i guai del presidente del Consiglio. Il quale è convinto che l’attenzione a  questo problema sollevato con insistenza dal Pd e dai renziani nella maggioranza, e dai forzisti e radicali all’opposizione, sia  addirittura “morbosa”. L’ascolto gli costerebbe la crisi, visto che il Movimento 5 Stelle, diviso quasi  su tutto,  fa del suo no a quel prestito targato Mes, da meccanismo europeo di stabilità, una questione di bandiera: come il suo sì alla riduzione dei 345 seggi parlamentari alla prova del referendum confermativo del 20 settembre. Se, in assenza di un barlume di nuova legge elettorale reclamata nel momento di far passare la riforma in Parlamento, il Pd si disimpegnasse a tal punto da far mancare la ratifica, i grillini compirebbero forse anche il suicidio delle elezioni anticipate, a costo di ridursi davvero a fare “i gelatai” davanti al Parlamento nella nuova legislatura, come li sfotte ogni tanto il loro ex simpatizzante Antonio Di Pietro. Che essi hanno tenuto a distanza non fidandosene, nonostante i suoi buoni rapporti e una passata collaborazione con la buonanima di Roberto Casaleggio.

            Forse il capo dello Stato ha peccato di ottimismo leggendo in chiave positiva la riforma già subita dalle regioni nei loro cinquant’anni di vita col titolo quinto della Costituzione, riscritto in tutta fretta nel 2001 dal secondo governo di Giuliano Amato per inseguire i leghisti sulla strada del federalismo e trattenerli, peraltro inutilmente, dal ritorno nel centrodestra di Berlusconi, dopo la rottura di Umberto Bossi alla fine del 1994. Ne derivò un pasticcio, con un contenzioso infinito davanti alla Corte Costituzionale, riconosciuto dagli stessi autori -di centrosinistra- della riforma con un  intervento correttivo travolto però dall’antirenzismo che segnò il referendum del 2016: un’occasione davvero perduta, che aggravò anziché fermare l’invecchiamento precoce dell’istituto regionale, ancor prima della sopraggiunta epidemia virale.

 

 

 

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Il partito di Beppe Grillo ridotto ormai come la carcassa del suo fuoristrada

C’è solo l’imbarazzo della scelta se valutare più dannosi al Paese i danni procurati da Matteo Salvini al centrodestra, impedendogli -secondo l’ex direttore di Repubblica Ezio Mauro- di essere un vero e affidabile schieramento conservatore di stampo europeo, o quelli procurati al governo in carica dai grillini. Il cui caos interno è francamente ancora più visibile di quello leghista e mette sempre di più nell’angolo, nonostante il gradimento personale che gli riservano generalmente i sondaggi, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Verso il professore pugliese alla sua seconda esperienza a Palazzo Chigi, proprio o sempre su Repubblica, quasi come controcanto a Ezio Mauro, va sempre più affievolendosi il giudizio una volta entusiastico del fondatore Eugenio Scalfari. Che domenica scorsa, per esempio, ha scritto di lui che “in queste settimane ha perso molto della sua efficacia” e “va avanti a tentoni”, pur essendo uscito con un buon risultato dal recente vertice europeo di Bruxelles. Salvini a tentoniDove si è assicurato, grazie alla tenuta del tandem Merkel-Macron, aiuti comunitari per la ripresa post-epidemica di 209 miliardi di euro, pur non disponibili immediatamente come il prestito di 37 miliardi per il potenziamento del servizio sanitario. Che è invece  contestato dai grillini e quindi bloccato lì, tra le cose da vedere e non toccare.

Che Matteo Salvini, “il capitano” della Lega, non goda più della buona salute politica o del vento delle elezioni europee dell’anno scorso e di quelle regionali immediatamente successive, che lo portarono a quasi il 35 per cento dei voti, è indubbio. Che fra i leghisti ci sia malumore e un po’ anche di paura, specie di fronte all’oggettivo pasticcio in cui si è ficcato il “governatore” lombardo Attilio Fontana con la storia dei camici prima venduti e poi offerti  alla regione, nei giorni peggiori dell’epidemia, dal cognato in società con sua moglie, è altrettanto indubbio. Che l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, e tuttora responsabile del dipartimento estero della Lega, Giancarlo Giorgetti non abbia digerito per niente il sostanziale voltafaccia di Salvini, di fronte al no di Giorgia Meloni, sulla prospettiva di un governo di unità nazionale o emergenza presieduto da Mario Draghi, non è vero ma verissimo. Eppure mi sembra alquanto prematuro il mezzo funerale politico del leader della Lega celebrato dal già citato ex direttore di Repubblica in sintonia, una volta tanto, col Fatto Quotidiano, sul cui ring di prima pagina Salvini è diventato un pugile “suonato”.

Se non vogliamo credere ad un filosofo, ma anche politico, incontrovertibilmente di sinistra e per niente sprovveduto come Biagio De Giovanni, che sul Foglio ha accusato il Pd di avere ridato buone carte da giocare a Salvini unendosi a Matteo Renzi e ai grillini per l’autorizzazione a procedere contro di lui per i presunti sequestri di persona l’anno scorso a bordo della nave spagnola “Open Arms, soffermiamoci almeno sulla paura avvertita dal ministro pentastellato degli Esteri Luigi Di Maio. Che di fronte alla recrudescenza degli Di Maio e Salvini.jpegsbarchi di migranti in fuga, una volta approdati in Italia, anche dalla quarantena virale, ha inseguito Salvini e costretto Conte a fare altrettanto promettendo una tolleranza zero per gli “ingressi irregolari”. Il “capitano” leghista insomma continua a far paura, eccome. Lo stesso Silvio Berlusconi, all’interno del centrodestra, ha ridotto le distanze dalla Lega sulle prospettive politiche e sul modo di fare opposizione.

Alla paura di favorire, o tornare a favorire Salvini sul terreno sempre scivoloso dell’immigrazione si aggiungono fra i grillini le frustrazioni, a dir poco, di una collaborazione col Pd sempre più difficile e onerosa. Essa è già costata loro tre presidenze di commissioni al Senato e due alla Camera, con rivolte interne che hanno letteralmente travolto i vertici dei gruppi parlamentari e complicato ulteriormente la marcia di avvicinamento agli Stati Generali, cioè congressuali, del Movimento ora sostanzialmente acefalo, e per niente rassegnato a consegnarsi mani e piedi, se fosse necessario, a Conte. Che, dal canto suo, non sembra avere molta voglia di avventurarsi in questa direzione, sapendo di muoversi su un terreno minatissimo.

Non vi è praticamente questione, ora anche quelle del referendum confermativo dei tagli dei seggi parlamentari, in mancanza di una nuova legge elettorale, e dei decreti delegati per la riforma dello sport, su cui i grillini non si scontrino spennando anche i propri ministri. Vincenzo Spadafora è stato trattenuto a stento sulla strada delle dimissioni da un Conte precipitatosi all’ennesima mediazione, o rinvio.

Il groviglio dei contrasti personali e politici sotto le cinque stelle è tale che penso abbiano ormai sfibrato lo stesso Grillo. Che proprio in questi giorni -guarda caso- è stato richiamato ad una Grillo.jpegsua tragica esperienza dal sindaco di Limone Piemonte. Che lo ha invitato a rimuovere dal terreno dove l’aveva abbandonata la carcassa del Suv da lui imprudentemente guidato una quarantina d’anni fa  su una strada ghiacciata di montagna. Dal quale  il comico si buttò fuori, abbandonandone la guida, in tempo per salvarsi ma  provocando la morte di tre ospiti.

Non vorrei che il Movimento spinto da Grillo  due anni fa al governo, e di cui è tuttora “garante”, “elevato” e quant’altro, facesse la stessa fine di quel fuoristrada, e gli italiani fossero condannati alla stessa sorte di quei tre sventurati: Renzo Giberti, Rossana Quartapelle e il loro figliolo Francesco, di 9 anni. Fu omicidio giudiziariamente colposo, non so come traducibile in termini politici se il governo Conte dovesse fare la stessa fine di quell’auto in una legislatura diventata più insidiosa di una strada sdrucciolevole su uno strapiombo.

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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