La manfrina, ormai, delle aperture fra Conte e tutte o parti delle opposizioni

           Lasciatemi dire che questa storia delle aperture di Conte alle opposizioni per quella unità insistentemente auspicata dal presidente della Repubblica, e degli spiragli di almeno una parte del centrodestra comincia ad essere una manfrina insopportabile, con troppe e troppo stucchevoli sovrapposizioni di furbizie e ambiguità. E’ peraltro curioso pensare che il presidente del Consiglio voglia rafforzare davvero il suo secondo governo con un più costruttivo rapporto, diciamo così, con le opposizioni se è vero il proposito attribuitogli da Repubblica di Conte senatore ?consolidare la sua posizione personale nell’unico modo in cui si contrapporrebbe di più al centrodestra: candidandosi al Senato nelle elezioni suppletive previste in Sardegna a novembre per sostituire una parlamentare grillina defunta. Egli punterebbe sulla rinuncia del Pd a presentare un proprio candidato. Ciò dovrebbe cementare l’alleanza giallorossa.

            Ma procediamo con ordine nella rassegna di fatti e posizioni di assai difficile assemblaggio per una fattiva collaborazione fra governo e opposizioni. L’ex vice ministro leghista all’Economia Garavaglia al DubbioMassimo Garavaglia dice al Dubbio, in una intervista, che “finchè ci sarà Conte l’unità nazionale anticrisi è impossibile”. Sullo stesso giornale, affiancata, l’ex Gelmimi al Dubbioministra Mariastella Gelmini, fino a prova contraria capogruppo ancòra di Forza Italia alla Camera, avverte che nel suo partito sono “pronti a collaborare per aiutare il Paese, non il governo”. E come si fa ad aiutare il Paese senza aiutare pure il governo che al momento lo guida e non ha proprio nessuna intenzione di tirarsi indietro, o solo di cambiare qualcosa, magari con un rimpasto appena adombrato dal sindaco di Milano pur di centrosinistra e subito escluso dal presidente del Consiglio?

            A questa domanda non aiuta a rispondere neppure l’esponente del centrodestra che sembra il più disponibile al dialogo ed è naturalmente Silvio Berlusconi. Il quale in una intervista alla Stampa Berlusconi alla Stamparaccolta dal buon Ugo Berlusconi alla Stampa 1Magri manda a dire a Conte che “ascoltare l’opposizione non può essere solo un gesto di cortesia formale” ma “deve tradursi nel concordare concretamente le scelte da fare”:  vi lascio immaginare con quale entusiasmo dei pentastellati, che sono sempre fermi al Berlusconi “psiconano” di Beppe Grillo. “Se matureranno le condizioni -aggiunge l’ex presidente del Consiglio alla Stampa– per un governo diverso da questo, le valuteremo con i nostri alleati”.

            Gli risponde a stretto giro di giornali sul Corriere della Sera  la sorella d’Italia Giorgia Meloniaccanto alla quale, oltre che a Salvini, il Cavaliere ha appena mandato il suo Antonio TajaniMeloni al Corriere in piazza a Roma-  dicendo che la medicina più utile al Paese e ai suoi problemi aggravati dall’epidemia virale resta il voto anticipato per sostituire l’attuale Parlamento con uno più rappresentativo, dopo tutto quello che è accadutoNeloni 1 al Corriere dalle elezioni di due anni fa. E poi, per quanto riguarda il confronto con Conte, se proprio questo ci tiene ad averlo con le opposizioni per muoversi in spirito finalmente unitario, “le riunioni le facciamo in streaming” perché “così gli italiani potranno giudicare”. Ci stanno?, chiede la Meloni, che si risponde: “I signori del Movimento 5 Stelle, che tanto amavano  la trasparenza”, umiliando a suo tempo il povero Pier Luigi Bersani,  incaricato nel 2013 da Giorgio Napolitano di fare un governo, ”adesso dicono di no, guarda caso…”.

            Si potrebbe continuare sfogliando i giornali, ma credo che basti e avanzi.

Quella somiglianza fisica, spirituale e sofferta di Gervaso a Montanelli

A farmi conoscere Roberto Gervaso, che sino ad allora avevo soltanto letto soprattutto per i libri sulla storia d’Italia scritti con Indro Montanelli, fu la madre dello stesso Montanelli, l’indimenticabile Maddalena. Che gli voleva bene come a un secondo figlio.

Dopo avermelo presentato mi volle incontrare di nuovo per chiedermi di tentare col figlio, di cui conosceva il rapporto stretto che si era creato fra di noi al Giornale fondato poco più di un anno prima, ciò che non era riuscito a lei: convincerlo ad assumere Roberto. Che moriva dalla voglia di seguirlo in quell’avventura con i fuoriusciti dal Corriere della Gervaso come MontanelliSera diretto da Piero Ottone, dei quali peraltro io non facevo parte, provenendo Montanellidal Giornale d’Italia.  Ma non riuscii nella missione. E ciò non perché a Montanelli non piacesse il modo di scrivere di Gervaso, che d’altronde egli aveva praticamente portato al successo associandolo come autore dei suoi libri di divulgazione storica. Semplicemente non gradiva che Gervaso accreditasse in qualche modo, secondo lui, la voce che fosse un suo figlio segreto, tanto gli assomigliava nel fisico e nello stile.

Quando, nel 1981, scoppiò quello che fu subito definito “lo scandalo della P2”- con la scoperta e la diffusione prima a singhiozzo e poi integrale, almeno nelle apparenze, delle liste della loggia massonica segreta di Licio Gelli, che comprendeva Gervaso non solo come affiliato ma anche come arruolatore- Montanelli liquidò la faccenda come una mezza Gervaso 1pagliacciata. E, nel tentativo di rafforzare questa sua rappresentazione, presentò tutti quelli che ne furono coinvolti come gente sprovveduta più o meno in grembiulino,, a dispetto dei gradi che portavano da militari, delle funzioni che rivestivano nell’alta burocrazia o nella politica, e del successo nelle loro professioni di giornalisti, medici e altro ancora. Lo stesso trattamento toccò a Gervaso, che ne rimase molto amareggiato. E mi toccò ancora una volta, su sua diretta richiesta questa volta, di parlarne con Montanelli. Che però era già in difficoltà di suo perché con Gelli si era una volta incontrato -tanto segretamente che non se n’era mai saputo nulla- per chiedergli una mano nell’apertura di una linea di credito al Giornale presso il Banco Ambrosiano, prima che Berlusconi ne diventasse editore risolvendo i problemi provocati dalla rottura dei rapporti con Eugenio Cefis. Grazie al quale il Giornale era potuto uscire. Pertanto solo a sentir parlare della delusione di Gervaso e del modo di rimediarvi  Montanelli mi mandò quasi a quel paese.

Gervaso, pur rimanendone un adoratore, si sentì quella volta davvero tradito, come un figlio dal padre. E mi toccò consolarlo in più di un incontro, finendo spesso anche per scherzarci sopra. Era accaduto che Roberto, di formazione orgogliosamente liberale, era stato colpito dall’anticomunismo Gervaso 4professatogli da Gelli e, in un periodo in cui molti sembravano rassegnati a cedere al Pci, avesse involontariamente inguaiato un bel po’ di amici, fra i quali il direttore del Gr2 della Rai Gustavo Selva e Silvio Berlusconi. I quali, o convinti a iscriversi da lui o a loro insaputa, si trovarono in quelle maledette liste, con quali complicazioni vi lascio immaginare, visto che la P2 divenne sui giornali, prima ancora o diversamente dai tribunali, o nella commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dalla ex ministra democristiana Tina Anselmi, la sentina della Repubblica: un’accolita di affaristi e carrieristi nella migliore delle ipotesi, di golpisti o aspiranti tali nella peggiore.

Francamente, solo l’idea di un Gervaso golpista mi faceva ridere conoscendone le abitudini e le debolezze. Ad attirarlo, però più nelle parole che nei fatti, bastandogli ed avanzandogli Gervaso con mogliela sua Vittoria, erano solo le donne, le farmacie per le malattie che immaginava di avere, la macchina da scrivere con cui sfornava pezzi e libri in quantità quasi industriale e le letture, particolarmente quelle di Seneca. Che egli consigliava a tutti gli amici, come ha appena testimoniato sul Messaggero anche il buon Enrico Vanzina.

Non appena ebbi l’occasione di dimostrargli la considerazione e la simpatia che avevo per lui, non cambiando né l’una né l’altra nel frastuono della P2, lo feci ben volentieri. Lo associai, per esempio, ai commenti politici nella trasmissione televisiva dell’allora Gervaso 6Fininvest “Parlamento in”, facendogli fare “il contrappunto”  al mio “punto”. E, arrivato alla direzione del Giorno, nel 1989, gli affidai una rubrica nella pagina della cultura procurandomi però una giornata di sciopero della redazione, peraltro proclamato proprio la sera in cui ero a cena nel Varesotto col presidente dell’Eni Franco Reviglio, che era il mio editore.

Pur di togliermi dall’imbarazzo, sapendo che ero pronto a dimettermi se fosse continuato il braccio di ferro col comitato di redazione, Gervaso affidò alle agenzie una lettera di rinuncia alla collaborazione. “Così avrebbe fatto Seneca”, mi spiegò per telefono esprimendomi tutta la solidarietà “umana e professionale” per dover dirigere quella redazione, che certamente avevo solo ereditato. E che aveva scambiato i papillon di Roberto per armi improprie. Poi -ma troppo tardi ormai per convincerlo a ripensarci, e forse neppure abbastanza per far cambiare idea al comitato di redazione- il ministro in persona delle Partecipazioni Statali, il democristiano Carlo Fracanzani, definito “il conte rosso” nel suo collegio elettorale veneto, rispose alle interrogazioni parlamentari provocate dallo sciopero al Giorno riconoscendo, bontà sua, il diritto di Gervaso di collaborare ad un giornale di proprietà pubblica.

L’ultima passione politica che ricordi di Roberto fu più passiva che attiva. Dei suoi aforismi, raccolti in articoli e libri sempre di grande successo, s’invaghì negli anni del primo centrodestra al governo Gianfranco Fini. Ciò aggravò in qualche modo il contenzioso con Berlusconi, che considerava Roberto un uomo suo. Ne aveva frequentato la casa molto prima di entrare in politica e di assumerlo nelle sue televisioni, arrivando anche lui col fiatone alle sue cene, come Giulio Andreotti, Antonio Bisaglia, Renato Altissimo e tanti altri. La casa romana di Gervaso, a pochi passi da Piazza del Popolo, era all’ultimo piano di un palazzo maledettamente privo di ascensore. E in una strada intitolata, malgrado il suo ostentato laicismo, a Gesù e Maria: cosa invece che Andreotti considerava provvidenziale anche per l’amico.

 

 

 

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Conte si perde un pò fra tutti i ponti che offre o propone da Palazzo Chigi

            Senza volersi spingere sino allo scenario del vuoto fisico e d’ascolto immaginato sulla prima pagina del Corriere della Sera dal vignettista Emilio Giannelli, i ponti che il presidente del GiannelliConsiglio ha lanciato un po’ in tutte le direzioni nella conferenza stampa a Palazzo Chigi sono stati troppi -persino sullo stretto di Messina, che è il sogno di Silvio Berlusconi- per poter essere realizzati. E rispondere all’“unità morale” riproposta dal capo dello Stato nel 74.mo compleanno molto particolare della Repubblica, festeggiato senza parate militari ma con un pellegrinaggio di Mattarella nei siti più significativi, diciamo così, dei tempi di coronavirus che stiamo vivendo, fra Codogno e l’ospedale Spallanzani di Roma.

Sono ponti un po’ lanciati nel vuoto di uno scenario politico tanto immobile quanto debole per le divisioni che attraversano la maggioranza, forse più ancora di quelle dell’opposizione di centro destra, raccoltasi solo per strada attorno a quella bandiera a metraggio stesa lungo un bel tratto della via romana del Corso.

            Conte non è disposto a concedere niente di pratico, sul piano politico, alla realizzazione effettiva dei suoi ponti. Lui si tiene ben stretto sia il suo secondo governo, senza cambiare un ministro o solo un sottosegretario per quello che si chiama “rimpasto”, sia la sua maggioranza, da non allargare neppure a uno spicchio del centrodestra, non foss’altro per cercare di dividerlo più visibilmente e concretamente di quanto già non sia: tra un Berlusconi che vorrebbe chissà che cosa di nuovo e di diverso, ma non può, e Matteo Salvini e Giorgia Meloni che si contendono  la leadership del centrodestra ridiventata scalabile.

            La prudenza, o la paura, come preferite, di Conte di perdere quella paletta di capostazione Conte capostazioneche i suoi amici del Fatto Quotidiano gli hanno messo in mano senza accorgersi del suo aspetto caricaturale, è aumentata con i rumori provenienti questa volta non tanto o non solo dal movimento grillino sempre in travaglio, al minuscolo, quanto dal Pd. Dove il grande consigliere di quasi tutti quelli che si sono avvicendati alla segreteria, Goffredo Bettini, si è lasciato scappare a sorpresa in televisione che Conte rimane bravo, per carità, ma “non basta più”. Magari, servirebbe meglio in Campidoglio per succedere l’anno prossimo all’accidentata Virginia Raggi, pur non essendo quello il colle romano preferito forse dal presidente del Consiglio. Che, a furia di salire al Quirinale per i suoi compiti istituzionali, ne deve avere scoperto il fascino d’altronde irresistibile: ma irresistibile anche per tanti altri, compreso -secondo i retroscena delle ultime settimane- il capo della delegazione del Pd al governo e ministro dei beni culturali e del turismo Dario Franceschini.

            In un quadro politico che il presidente del Consiglio vorrebbe immutato è difficile anche interpretare la portata e lo sbocco dell’aiuto che egli ha chiesto alle “singole menti brillanti”, sapendo benissimo che a sentire parole simili a tutti, ma proprio a tutti, magari persino all’interessato, è venuto di pensare all’ex presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi. Di cui Il Fattotuttavia si stenta a immaginare il salto come un passeggero ritardatario su uno dei treni che “il capostazione” del Fatto Quotidiano fa partire alzando la paletta.

 

 

 

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In ricordo di quel simpatico impenitente che fu il mio amico Roberto Gervaso

            Di Roberto Gervaso, morto sulla soglia degli 83 anni, che avrebbe compiuto il mese prossimo, avevo un po’ perso le tracce negli ultimi anni, leggendone solo ogni tanto gli articoli, sempre col solito divertimento. Eppure avevamo avuto una lunga, intensa frequentazione.

            Ero stato un ospite frequente dei pranzi e delle cene che Roberto e la moglie organizzavano negli anni Settanta convocando nella loro casa, a due passi da Piazza del Popolo, uomini allora saldamente al potere, come Giulio Andreotti o Antonio Bisaglia, e altri che vi sarebbero arrivati molto tempo dopo, come Silvio Berlusconi.

            Alla nascita del Giornale fondato e diretto dal suo amico Indro Montanelli, col quale egli aveva anche scritto alcuni libri della fortunata serie della storia d’Italia, feci una fatica immane e inutile per convincere lo stesso Montanelli ad assumerlo. E lo feci anche su sollecitazione della mamma di Montanelli, Maddalena, che voleva bene a Gervaso e non si capacitava neppure lei delle resistenze del figlio. Del quale ebbi a un certo punto l’impressione che non gli piacesse lo spazio che sotto sotto Roberto lasciava alle voci che gli assomigliasse perché suo figlio segreto.

            Al sopraggiungere dello “scandalo” della P2, cui Roberto era stato iscritto dall’amico Licio Gelli, e cui aveva anche cercato di arruolare amici, inconsapevole come loro dei risvolti affaristici e, secondo alcuni, persino golpisti di quella loggia massonica, Montanelli fu con lui severissimo, pur riconoscendo che si dicevano e si scrivevano di quella faccenda troppe “baggianate”. D’altronde, anche Montanelli aveva avuto modo di incontrare Gelli, e di ottenerne l’aiuto a trovare crediti bancari dopo la rottura con Eugenio Cefis, che aveva  finanziato la nascita del Giornale. Poi sarebbe arrivato Berlusconi come editore e i problemi di cassa furono risolti.

           Quando mi capitò di occuparmi di Parlamento in, una trasmissione televisiva settimanale dell’allora GervasoFininvest, feci coppia con Roberto in quello che chiamammo “Punto e contrappunto”, improvvisati all’istante.  Il “punto” della settimana politica lo facevo io, il “contrappunto” lui, sempre disincantato, polemico, eccentrico.

            Assunta la direzione del Giorno, nel 1989, proposi a Roberto un appuntamento fisso settimanale in quella che era o si chiamava una volta la “terza pagina”, della cultura. Provocai una rivolta della redazione, che mi contestava l’appartenenza di Gervaso alla pur ormai disciolta P2. Piovvero anche interrogazioni parlamentari al ministro democristiano delle Partecipazione Statali dell’epoca, Carlo Fracanzani, essendo Il Giorno di proprietà dell’Eni. Bontà sua, il ministro rispose dopo qualche mese difendendo il diritto alla collaborazione di Gervaso, che però nel frattempo, giustamente indignato per le proteste, e non volendo che io mi dimettessi, come avevo minacciato, ed ero pronto a fare, aveva spontaneamente rinunciato.

            Continuammo un po’ a frequentarci, poi a sentirci, poi a incontrarci occasionalmente Gervaso 2per le strade del centro di Roma, specie davanti alle farmacie che lui frequentava ossessivamente perché sempre alla ricerca di qualche medicina che lo proteggesse da mali reali o immaginari. Poi vennero a mancare anche gli incontri occasionali. Ed ora mi è arrivata la notizia della scomparsa davvero a sorpresa, come i suoi contrappunti. E ne sono davvero addolorato. Un abbraccio alla memoria, Roberto.

 

 

 

 

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Il tricolore a metraggio del centrodestra nel posto e nel giorno sbagliato

             Tanto è stata felice da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella la scelta dei siti del suo “pellegrinaggio” del 2 giugno -fra l’altare della Patria, la località lombarda di Codogno, compreso Schermata 2020-06-03 alle 05.30.40il cimitero, colpita per prima in Italia dal coronavirus, e l’ospedale romano Spallanzani- quanto è stata infelice la manifestazione voluta e organizzata a Roma dal centrodestra, con quel tricolore al Mattarella a Codognometraggio come la pizza, contro il governo. Che, una volta tanto, con la celebrazione dei 74 anni della Repubblica non c’entrava e non c’entra nulla, non avendo obiettivamente cercato di strumentalizzare l’evento a suo favore     in un momento che certamente non è dei migliori, con tutte le tensioni che attraversano la maggioranza e gli immani problemi che l’attendono in autunno.

            D’altronde, contro questo governo sicuramente debole rispetto alle esigenze del Paese, cui non a caso Mattarella raccomanda un giorno sì e l’altro pure di creare davvero e coltivare un rapporto costruttivo con l’opposizione, non solo a parole, il centrodestra aveva già preannunciato Il self di Salviniuna giornata di protesta per il 4 luglio: quando saranno probabilmente meno rischiosi in tempi perduranti di epidemia virale gli assembramenti. Che sono stati invece usati ieri da Matteo Salvini per farsi i soliti self col pubblico a mascherine dismesse o abbassate.

            Questi ed altri spettacoli, come quello successivo dei gilet arancioni dell’ex generale dei Carabinieri Il GiornaleAntonio Pappalardo, a dispetto dell’”avviso di sfratto” gridato su tutta la prima pagina dal compiaciuto Giornale di famiglia di Silvio Berlusconi, si sono risolti forse più in un assist per il governo che altro. Il centrodestra si è meritato quel titolo critico Corriere su centrodestradi “segnale sbagliato” espresso dal Corriere della Sera. Dove non a caso, del resto, lo stesso Berlusconi ha cercato di mettere una pezza Berlusconi al Corrierecon una lettera al miele, di apprezzamento e sostegno alle parole e ai gesti del Presidente della Repubblica. Il quale avrebbe ben meritato di essere lasciato e rispettato come l’unico, vero protagonista della festa della Repubblica nei tormentati e pericolosi tempi di coronavirus.

            Gli ondeggiamenti e le contraddizioni del fondatore di Forza Italia, rimastosene peraltro prudentemente lontano nel rifugio familiare della Provenza, cominciano ad essere troppi e troppo vistosi. A un uomo della sua età e ai suoi consiglieri -se davvero ne ha, perché ho personalmente conosciuto e frequentato un Berlusconi abituato a fare sempre di testa sua, magari lasciando furbescamente che qualche suo “vicino” coprisse contemporaneamente anche altri spazi politici o mediatici- non conviene più tenere il piede in due staffe: non foss’altro per ragioni di stile e persino di salute, essendo le cadute più rovinose col passare degli anni.

            Il Movimento 5 Stelle, con tutta la sua crisi di identità ed altro, nel suo interminabile e nocivo “travaglio”, come lo definisce bonoriamente Giuseppe Conte, che gli deve d’altronde Schermata 2020-06-03 alle 06.48.16la postazione di Palazzo Chigi, con la sua ormai sproporzionata sovrarappresentazione parlamentare, pari al doppio di quanto in realtà esso risulti nel Paese da tempo sia con i sondaggi sia con le elezioni parziali, trova negli errori e nelle ambiguità del centrodestra un soccorso francamente immeritato.

 

 

 

 

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Quella fortezza (in)espugnabile del Palazzo dei Marescialli

Non mi ero ancora ripreso dalla visione di Luca Palamara senza barba da Massimo Giletti in veste addirittura di benemerito “mediatore” e immeritato “capro espiatorio”, non di navigato tessitore correntizio di carriere giudiziarie o altro ancora, e mi è capitato di leggere l’altra mattina una intervista a dir poco disarmante di Claudio Martelli. Che pure è stato considerato ai suoi tempi di governo il migliore ministro della Giustizia da un uomo che non era certamente di gusti e attese facili: l’allora temutissimo capo della Procura di Milano Francesco Saverio Borrelli. Il quale fu davvero rammaricato di averlo visto costretto a dimettersi da guardasigilli per il coinvolgimento in quella Tangentopoli che lo stesso Borrelli e i suoi sostituti si erano proposti di demolire senza badare a mezzi, anche a costo di suicidi fuori e dentro le carceri. Furono considerati incidenti di percorso, come di auto agli incroci senza semaforo.

Non parlo poi della stima, e infine anche dell’amicizia, di quel fior fiore di magistrato che era Giovanni Falcone, di cui Martelli formalizzò l’arrivo al Ministero della Giustizia come direttore Falconedegli affari penali pazientemente preparato dal suo predecessore in via Arenula Giuliano Vassalli e dall’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Il quale mi raccontò di avere “quasi incantenato” ad una sedia del Quirinale il suo amico magistrato quando, nel passaggio da Vassalli a Martelli, andò a esprimergli il timore di esporsi a qualche supplemento di critiche e attacchi nel mondo giudiziario per essersi occupato, sia pure di striscio, del nuovo ministro come magistrato inquirente quando i socialisti furono accusati di essersi guadagnati i voti della mafia in Sicilia. Dove proprio a Martelli il segretario del partito Bettino Craxi aveva conferito il ruolo di capolista.

“Tu non ti muovi da qui sino a quando non ci ripensi e non ti lasci salvare dopo tutto quello che abbiano fatto per portarti via da Palermo”, mi raccontò Cossiga di avere detto a Falcone piegandone le resistenze. Non Cossigaimmaginava, il povero Cossiga, che non sarebbe riuscito a salvare l’amico neppure portandolo via dalla Sicilia, dove a minacciarlo non erano solo i mafiosi ma -ahimè, pur per altre vie- i colleghi magistrati invidiosi della sua bravura e i politici dell’isola, a cominciare dall’allora e ancora sindaco di Palermo Leoluca Orlando. Che lo immaginavano impegnato -pensate un po’- a nascondere fascicoli e a proteggere il cosiddetto “terzo livello” della criminalità mafiosa.

Quel plurale usato da Cossiga per ricordare a Falcone quanti si erano spesi per cercare di aiutarlo era riferito non solo a Vassalli, nel frattempo andato alla Corte Costituzionale, e al suo successore ma anche all’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti e a un amico di famiglia del magistrato, per via dei rapporti fra le mogli risalenti agli anni di scuola, che era il democristiano Calogero Mannino. Si, proprio lui: l’uomo destinato a provare sulla sua pelle gli inconvenienti di una giustizia amministrata in modo a dir poco discutibile, che da vittima designata della mafia si trovò ad essere rappresentato come un complice, fra gli ispiratori, se non il maggiore, della famosa “trattativa” nella stagione delle stragi, più volte assolto ma non per questo lasciato finalmente in pace da chi ne è evidentemente ossessionato.

Con queste storie alle spalle, che ho evocate anche perché addebitali in fondo ai criteri di lottizzazione correntizia e politica dei magistrati nei loro avanzamenti di carriera, inevitabilmente a scapito dei meriti, pur se Palamara ha disinvoltamente sostenuto nel salottoMartelli televisivo di Giletti che le scelte sono sempre state ugualmente di alto livello, che cosa mi fa l’ex guardasigilli e amico Claudio Martelli? Stecca nel giusto coro Martelli alla Veritàdelle proteste di fronte allo scenario emerso dalle intercettazioni di Palamara sollecitando praticamente il presidente della Repubblica, in una intervista alla Verità di Maurizio Belpietro, a convincere i consiglieri superiori del Palazzo dei Marescialli “da lui nominati” a dimettersi per creare le condizioni necessarie allo scioglimento anticipato dell’organo di autogoverno della magistratura.

Ma di consiglieri superiori di nomina presidenziale non me ne risultano, diversamente dai giudici costituzionali, cinque dei quali su 15 sono nominati appunto dal capo dello Stato. A meno che Martelli non intenda per consiglieri superiori nominati dal presidente della Repubblica quelli di diritto. Che sono, in base all’articolo 104 della Costituzione, il primo presidente e il procuratore generale della Corte di Cassazione: solo due, non certo sufficienti a paralizzare il Consiglio Superiore facendogli mancare il numero legale.

Purtroppo il capo dello Stato non ha alternative all’attesa o dell’autodemolizione improbabile del Consiglio, per rinuncia della maggioranza dei suoi esponenti a reggere la pesante situazione obiettivamente creatasi con la palamarite, o della sua riforma in cantiere nel governo. Dove personalmente non mi faccio illusioni sulla fretta un po’ da tutti dichiarata a parole, visto lo strumento della delega legislativa che vedo affiorato dalle cronache. E che per prassi ormai consolidata significa, per i tempi, l’opposto di quello che sembra.

Il ministro Alfonso Bonafede ha detto alla  Stampa, che “tra una cosa e l’altra” occorrerà  “un anno”, addirittura, con tutto quello che è venuto fuori Bonafedee con lo sconcerto che ha Bonafede alla Stampaprovocato, a cominciare dal Quirinale. Tuttavia – ha aggiunto il guardasigilli- in attesa della riforma del funzionamento del Consiglio “le regole sull’elezione saranno subito in vigore”. E’ come pretendere di costruire una casa dal tetto, come si è d’altronde già cercato di fare in Italia tentando di aggirare una vera riforma costituzionale modificando continuamente la legge elettorale. Stiamo freschi.

 

 

 

 

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I 74 anni non ben portati, purtroppo, della nostra cara Repubblica

            La nostra Repubblica -quella vera, non di carta- porta un po’ maluccio, diciamolo francamente, i 74 anni trascorsi dal referendum istituzionale del 2 giugno 1946. Porta decisamente meglio i suoi quasi 79 anni, cinque in più, il presidente Sergio Mattarella. Che è appena tornato-  purtroppo inutilmente, vista la mancata rinuncia dei promotori di tutte le manifestazioni Mattarella al concertodi protesta appositamente organizzate per oggi- a chiedere, invocare e quant’altro l’unità necessaria alla ripresa, o rigenerazione. Di cui tutti si riempiono solo la bocca, ciascuno scaricando sull’altro la responsabilità di una crisi che solo gli stolti possono negare.

             A piegare il giunco della Repubblica italiana non sono stati i 100 giorni dell’epidemia virale, che peraltro ci accompagnerà anche nelle vacanze. E con cui dovremo rassegnarci a convivere sino a quando non ce ne libererà davvero il vaccino cui stanno lavorando ricercatori e scienziati. Certamente non è stata neppure la nostalgia della Monarchia, pur sconfitta di misura, e con sospetti di brogli, nel referendum del 1946.

             Ben più dei 100 giorni dell’epidemia virale in cui abbiamo dovuto vedere non le articolazioni ma le disarticolazioni dello Stato, con le solite appendici giudiziarie per la ricerca delle responsabilità di ritardi e quant’altro, pesano sulle spalle della Repubblica i 10.950 giorni degli almeno ultimi trent’anni trascorsi inutilmente per adattare la Costituzione ai tempi via via cambiati dal 1946, o dal 1948, quando essa entrò in vigore. E “inutilmente” è già un avverbio generoso, perché siamo riusciti -purtroppo tutti insieme, come popolo e corpo elettorale- o a non cambiare una Costituzione sorpassata dai tempi, bocciando le due riforme proposte con una certa organicità da maggioranze politiche di segno opposto, o a a peggiorarla con le uniche modifiche che abbiamo fatto passare.

             Mi riferisco, a quest’ultimo proposito, alla riforma del titolo quinto -quello delle competenze regionali- improvvisata dal cosiddetto centrosinistra allo scopo esclusivo e tutto tattico, peraltro fallito, di impedire a suo tempo una nuova alleanza tra Silvio Berlusconi e la Lega federalista di Umberto Bossi. Ne stiamo sperimentando i danni proprio alle prese con l’epidemia virale, per non parlare di tutti i conflitti fra Stato e regioni che ha dovuto dirimere negli anni scorsi la Corte Costituzionale.

              Ma oltre al titolo quinto vanno ricordati gli interventi sulla Costituzione eseguiti a furor di partiti, senza neppure il bisogno di passare per i referendum confermativi, inseguendo le Procure per rovesciare masochisticamente i rapporti di forza voluti dai costituenti fra la politica e la magistratura. Siamo così passati dalle Procure della Repubblica alla Repubblica delle Procure, dove peraltro le carriere si fanno trojanamente, diciamo così: dal nome dell’applicazione che ha trasformato in una spia, o fogna, a cielo aperto il telefonino di uno dei gestori più attivi di quelle carriere. Che, poveretto, si è appena presentato alla televisione sentendosi un benemerito “mediatore” fra le cosiddette correnti delle toghe.

             Lasciatemi infine versare qualche lacrima anche su quei surrogati di riforme che sono state le tante leggi elettorali susseguitesi in trent’anni per consentire di parlare del tutto a torto di prima, seconda e persino terza Repubblica, a vizi e inconvenienti invariati, o persino peggiorati. Consolarsi con le pur belle frecce tricolori svettate festosamente nei cieli d’Italia mi sembra francamente un po’ poco.  

 

 

 

 

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Il virus non è morto e neppure indebolito, ma possiamo conviverci con le dovute cautele

Il professore associato di malattie respiratorie Salvatore Damato fa il punto del Covid 19 al 31 maggio in Italia elaborando i dati lab24.ilsole24ore.com/coronavirus.

Dal 1° marzo la percentuale dei contagiati  con tampone ancora positivo è scesa da 88% al 18%. Con il mese di giugno si conclude praticamente una prima fase, di poco più di tre mesi,  dell’andamento dell’epidemia.

Vale la pena fotografare la situazione riferendo i dati per 100.000 abitanti. A livello nazionale il numero dei contagi (prevalenza statica) è di 386.  La regione più rappresentata è la Valle d’Aosta con 942 contagiati, seguita dalla Lombardia con 884, il Piemonte con 703 ed il Trentino Alto Adige con 655. Le regioni meno rappresentate sono la Basilicata con 71 contagiati e la Calabria con 59. A livello provinciale, troviamo Cremona con 1799 contagiati, seguita da Piacenza con 1563. Le provincie meno rappresentate sono in Sicilia: Trapani con 33 contagiati e Ragusa  con 30.

L’apparente contradizione tra i dati delle regioni sopra individuate è determinata dalla situazione della esecuzione dei  tamponi diagnostici. In Italia come Nazione ne sono stati effettuati 6464 ogni 100.000 abitanti. In Lombardia sono stati 7538, in Valle d’Aosta 12162 ed in Trentino Alto Adige 14468.

Non ho trovato disponibile il dato relativo ai tamponi eseguiti più volte nello stesso soggetto. In termini temporali, in Italia, nel corso dei tre mesi sono stati eseguiti 43000 tamponi al giorno, contro i 70000 della Germania. Questo implica che il numero dei contagiati reali in Italia è enormemente superiore a quello riportato nelle statistiche. La prevalenza dei contagiati  in Italia  è troppo bassa per rendere statisticamente affidabili i risultati dei test sierologici per gli anticorpi, che hanno una intrinseca imperfetta sensibilità (falsi-negativi) e specificità (falsi-positivi).

In merito alla decisione di aprire i confini tra regioni e nazioni europee, vale la pena rifarsi al pragmatismo degli amici tedeschi. Si penalizza l’apertura per i  territori che hanno un significativo incremento giornaliero dei nuovi casi: il numero è 50 nuovi casi in sette giorni per 100.000 abitanti (incidenza). L’Italia, il 31 maggio, ne contava 5,71 (calcolato su media mobile di 7 giorni. La Lombardia (con la massima incidenza in Italia) ne contava  19,31; la provincia di Varese (con la massima incidenza in Lombardia)  19,71.

Raccomandazioni-  Ho illustrato in un precedente intervento le opzioni terapeutiche rese disponibili  e in uso per curare gli infetti sintomatici in ambiente anche ospedaliero, comunque in isolamento. La diagnosi precoce è fondamentale.  Il virus non è morto e neanche indebolito. Esso sa e può uccidere.  E’ necessario eseguire i tamponi in svariati milioni di cittadini sospetti o sintomatici, oppure selezionati con il criterio della casualità, rappresentatività  e volontarietà.

Bisogna continuare a salvaguardare le vie aeree con le distanze fisiche e le mascherine per ridurre la possibilità di contagiarsi e proteggere i concittadini dalla nostra inconsapevole possibilità di infettare. Abbiamo il dovere di collaborare tutti alla ripresa economica e sociale della nostra comunità. Il contributo più significativo consiste nel rendere sempre più difficile la permanenza e la diffusione del virus nei nostri territori.

Lo so, servirebbero anche molte altre cose. Ringrazio mio fratello Francesco per avermi ospitato nel suo blog e mi congedo dai lettori, facendo gli auguri a tutti noi per i difficili mesi che ci aspettano. Grazie.

Grafici 

Grafici- I risultati dei nostri sacrifici nell’ultimo trimestre. A sinistra, l’andamento giornaliero con valori assoluti. A destra, l’andamento dei dati giornalieri espressi come media mobile di sette giorni.

Salvatore

salva.damato@libero.it

 

 

L’imprevisto passaggio di Luca Palamara dalle forbici al rasoio…

             Di Luca Palamara nel salotto televisivo di Massimo Giletti, in orario non protetto per la buona abitudine dei genitori di mandare in tempo a letto i bambini, mi sono rimaste impresse due cose resistendo più volte al sonno per l’ora non po’ troppo avanzata anche per la mia ormai tarda età. Una è la barba che si è tagliata il magistrato sotto indagine a Perugia, l’altra l’uso ch’egli fa del rasoio anche fuori dal bagno, ora che ha sostituito le forbici, per parlare di chi lo tiene sotto tiro, fra la Procura di Perugia, il Consiglio Superiore del Palazzo dei Marescialli e i  giornali.

            Senza barba l’uomo è diventato più vicino alla sua effettiva età -51 anni compiuti- di quanto apparisse prima, quando forse quella massa compatta di nerume contribuiva ad aumentare anche Palamara ieriil peso che si era procurato fra Palamara oggile toghe, ma pure all’esterno, da domino delle loro carriere. La porta del suo ufficio, prima di presidente dell’associazione nazionale dei magistrati e poi di consigliere superiore nel Palazzo dei Marescialli, era diventata per sua stessa ammissione il terminale di una fila di aspiranti, o questuanti. Che vedevano in lui più il dominus -ripeto- che il “mediatore” fra correnti e quant’altro, com’egli stesso ha voluto modestamente rappresentarsi in televisione

            Di solito il ricorso alla barba o la sua rimozione, quando la si è tenuta a lungo, denota stanchezza o fastidio, e voglia di cambiare davvero pagina nella propria vita. Lo dico anche per esperienza personale, avendo fatto ricorso alla barba dopo una troppo faticosa esperienza professionale, che mi aveva procurato più amarezze che soddisfazioni, come se avessi fatto con troppo ritardo il servizio militare che mi ero risparmiato all’età giusta per un’esenzione da occhiali: gli stessi che, sempre in gioventù, mi avevano precluso un’assunzione alla Rai -pensate un po’- guadagnatami con tanto di concorso. Poi quella barba me la tagliai sentendomi peggio di prima.

            Non so se, a parti rovesciate, farà così anche Palamara. Di cui non so neppure se riuscirà a rimanere in magistratura, o dovrà cambiare mestiere. So però che il rasoio al quale è tornato l’ha usato -nel salotto di Giletti, che non è l’arena, come dice il titolo della trasmissione, ma molto vi assomiglia-  è passato un po’ pesante sul volto dei magistrati che, indagandolo per corruzione, prima gli hanno infilato nel telefonino quel maledetto “trojan”, trasformandolo in una specie di ordigno nucleare, o in una spia in servizio permanente effettivo, e poi ne hanno diffuso il materiale col ventilatore di ciò che una volta, parlando della politica, il mio caro amico Rino Formica definì impietosamente “sangue e merda”.

            Di fronte allo spettacolo prodotto dalla diffusione di questo materiale, altamente  nocivo anche per noi giornalisti, spesso risultati più spalle che cronisti o osservatori dei magistrati in carriera, anzi in carrierismo, Palamara ha promesso a Giletti, ai telespettatori e ai suoi ancora colleghi in toga, ma forse anche ai politici affrettatisi a farne il solito uso improprio, oltre che proprio, che non si farà trasformare in “capo espiatorio”. Ma così Palamara si è forse assegnato il compito più difficile davvero della sua vita: un compito da far tremare le vene ai polsi. Vasto programma, avrebbe detto la buonanima del generale Charles De Gaulle.

 

 

 

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