Mattarella tra il detto e il non detto nel messaggio televisivo a sorpresa

            Premesso che a pensare male si fa peccato ma spesso s’indovina, come scherzava Giulio Andreotti parlando anche di politica, il presidente della Repubblica ha confermato il sospetto di Papa 1 .jpeguna certa delusione per le comunicazioni del capo del governo sull’emergenza virale e per il dibattito che n’è seguito in Parlamento, se ha ritenuto opportuno tornare Francesco.jpegsull’argomento con un suo inatteso messaggio televisivo. Che è peraltro arrivato immediatamente dopo il toccante appuntamento di preghiera del Papa con la piazza deserta di San Pietro e la benedizione con indulgenza plenaria.

            Di Mattarella ha giustamente colpito soprattutto la forte richiesta di una maggiore e più unitaria partecipazione dell’Unione Europea, “prima che sia troppo tardi”, alla difesa dal coronavirus e alla ricostruzione economica e sociale che dovrà seguire a questa specie di guerra. Ma il presidente non ha ripetuto quel “sennò faremo da soli” detto  in videoconferenza ai suoi colleghi europei dal presidente del Consiglio. Il quale “ha tolto la parola di bocca a Salvini”, ha osservato persino Il Fatto, che stima Conte quanto disprezza il sovranista leader della Lega.

          Tuttavia Mattarella nel suo messaggio si è appellato proprio all’opposizione, chiamandola per nome, molto più chiaramente di quanto non avesse fatto il presidente del Consiglio alle Camere. Casini al Corriere  ieri 1 .jpegD’altronde, che sul problema cruciale del rapporto col centrodestra in periodo di emergenza le cose non fossero state per niente chiarite nel dibattito prima a Montecitorio e poi a Palazzo Madama, lo aveva denunciato il senatore Pier Ferdinando Casini parlandone al Corriere della Sera. Cui aveva aveva detto, con allusioni a grillini, piddini e quant’altri, se non  a Conte in persona, che “è fuori dal mondo” chi si ritiene autosufficiente con la maggioranza giallorossa realizzatasi nella scorsa estate.

         Un altro giudizio critico sul dibattito parlamentare e sullo stesso approccio di Conte era arrivato, in una intervista ad Avvenire, da un esponente autorevole del Pd come il tesoriere ed ex capogruppo al Senato Luigi Zanda. Zanda ieri ad Avvenire.jpegIl quale, pur avendo “apprezzato la puntualità” della “descrizione dei provvedimenti del governo”, aveva osservato: “Avrei avuto piacere anche di poter cogliere una visione di prospettiva”. E aggiunto: “come ha fatto Draghi” nel suo intervento sul Financial Times, a molti apparso propedeutico, volente o nolente, alla formazione di una maggioranza e di un esecutivo, prima o poi, di quella vera e propria unità nazionale più volte evocata La blindatura di Conte.jpegdal presidente della Repubblica da quando è esplosa l’emergenza virale. Altro che “la blindatura di Conte” vista nelle parole televisive e intenzioni di Mattarella dal giornale di Marco Travaglio.

       Su questa storia di Draghi, della sua disponibilità e di quando potranno esserne utilizzati a Casini al Corriere ieri 2 peg.jpegPalazzo Chigi il prestigio internazionale e le competenze, il più esplicito è stato il già ricordato senatore della maggioranza, ed ex presidente della Camera, Casini nell’intervista al Corriere della Sera. Eccone le parole: “Sarà il presidente della Repubblica a decidere il percorso. Certo, io penso che le persone che hanno più credibilità difficilmente possano rifiutare la chiamata della patria”, chissà perché al minuscolo nel testo del Corriere.

 

 

 

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Non piace alle 5 Stelle ma cresce la voglia di spingere Draghi a Palazzo Chigi

          L’immagine ormai storica dell’allora presidente della Banca Centrale Europea tra lo sgomento e il divertito, nell’aprile del 2015, mentre una giovane contestatrice saltava sul tavolo di una sua conferenza stampa a Francoforte lanciandogli addosso coriandoli e fogli di carta, è metaforicamente sovrapponibile a quella di Mario Draghi oggi assaltato in qualche modo dai retroscena Draghi di sbieco.jpego dalle manovre politiche che lo candidano alla guida di un governo di unità nazionale in Italia per la gestione dell’emergenza virale, se questa dovesse aggravarsi anziché ridursi. O, nel caso di un fortunato superamento dell’epidemia, per la gestione dell’emergenza recessiva che le sopravviverà, quando bisognerà riparare i danni e ricostruire Draghi e Mattarella.jpegeconomicamente, socialmente e persino istituzionalmente l’Italia. I cui limiti costituzionali, legislativi e burocratici sono impietosamente emersi in queste settimane, dopo tante riforme inutilmente attese o improvvidamente affondate, come quella del 2016 targata Renzi, che avrebbe potuto quanto meno definire meglio i rapporti fra competenze, poteri e quant’altro dello Stato e delle regioni.

            La prospettiva di succedere a Giuseppe Conte, e poi forse allo stesso presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il cui mandato scadrà nel 2022, potrebbe sia lusingare sia terrorizzare Draghi: il pensionato forse più famoso, più prestigioso e più d’oro d’Italia, a “soli” 73 anni da compiere il prossimo 3 settembre.

            Il suo intervento ancora fresco di stampa sul giornale economico più autorevole in circolazione, il Finanacial Times, a proposito dell’unica strada percorribile di un forte indebitamento per fronteggiare una crisi come quella moltiplicata dall’epidemia del coronavirus, ha dato a molti l’impressione, a torto o a ragione, che Draghi, a dispetto della ritrosia manifestata Draghi e Conte.jpegalla fine del suo lavoro a Francoforte, sia interessato o disponibile all’avventura di Palazzo Chigi. Ma va detto, con onestà, che l’ex presidente della Banca CentraleDraghi accademico.jpeg Europea, anche per il tipo di giornale scelto per il suo intervento, potrebbe avere voluto solo spendere il suo peso o prestigio per spingere a livello internazionale verso una ulteriore e decisiva integrazione del vecchio continente, mancando la quale in questa emergenza virale che non riguarda solo l’Italia, anche se per ora l’ha investita di più, rischiano di saltare davvero l’euro e l’Unione, già Repubblica.jpegindebolita dall’uscita manifesto.jpegdella Gran Bretagna. I contrasti appena confermati in videoconferenza fra i capi di governo, che hanno fatto titolare a Repubblica “La brutta Europea” e al manifesto “Una crepa nel muro”, sullo sfondo della porta berlinese di Brandeburgo, fanno venire i brividi.

          Rispetto all’obiettivo superiore di un’Europa più sincera e fattualmente unita e solidale la questione politica del futuro politico di Draghi in Italia appare più forzata che reale leggendo le cronache sull’ipotesi di un suo governo. Che tuttavia -con quel titolone del Giornale della famiglia Berlusconi Il Giornale.jpegsu “Chiamate Draghi”- fa sognare gli oppositori o critici di Conte, come è emerso anche dai richiami appena fatti a lui nell’aula del Senato da Pier Ferdinando Casini e dai due Mattei -Salvini e Renzi- nella discussione sull’emergenza virale. Tremano invece i grillini, il cui ministro degli Esteri Luigi Di Maio  ha profittato della prima intervista a portata di telefono o microfono per liquidare come irrealistico e improponibile un governo diverso da quello attuale anche nello scenario economico e sociale terremotato dall’emergenza sanitaria. E il Pd di Nicola Zingaretti, Goffredo Bettini, Dario Franceschini e compagni o amici? A  capirlo e saperlo davvero….

 

 

 

 

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Conte si barrica nell’emergenza pure al Senato e i grillini provocano l’opposizione

In meno di due anni, quanti ne sono trascorsi dal festoso ma un po’ anche imbarazzato arrivo a Palazzo Chigi, più al seguito che precedendo gli allora due vice presidenti del Consiglio Luigi Di Maio e Matteo Salvini, il professore Giuseppe Conte è diventato più sicuro di sé. Ma forse un po’ troppo, visto il modo in cui ha riferito, prima alla Camera e poi al Senato, con uno stesso lungo discorso, sulla gestione dell’emergenza virale da parte del suo secondo governo. In cui egli non ha vice presidenti e ha potuto sostituire quasi dalla mattina alla sera, nella scorsa estate, la destra leghista con la sinistra in tutte le sue sfumature parlamentari.

            Il presidente del Consiglio ha affidato il giudizio sull’azione del suo governo in queste drammatiche circostanze agli “storici”. Che tuttavia ha finito per declassare citando quel passo dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni in cui si dice che “del senno di poi sono piene le fosse”. O gli archivi e le biblioteche, se preferite.

Dei Promessi Sposi manzoniani in un’altra occasione il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha preferito invece ricordare, quando neppure poteva immaginare il dramma nel quale si sarebbe trovato il Paese col coronavirus, un altro passo relativo -guarda caso- al secolo lontanissimo della peste a Milano, quando “il  buon senso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”.

E’ proprio ispirandosi al buon senso che il capo dello Stato, ad emergenza virale esplosa, ha esortato le forze politiche a ridurre la loro conflittualità per collaborare in uno spirito di unità nazionale. E si è prodigato personalmente perché proprio alla vigilia della prima “informativa” del governo alle Camere –chiamate peraltro alla conversione dei decreti legge già varati dal Consiglio dei Ministri- una delegazione delle opposizioni di centrodestra fosse ricevuta a Palazzo Chigi.

Ebbene, dopo tanto sforzo penso che Mattarella, seguendo dal suo studio in bassa frequenza televisiva, come avviene in queste circostanze, l’intervento parlamentare di Conte, sia rimasto sorpreso dalla mancanza di un esplicito appello alle opposizioni a collaborare. Il che potrebbe avvenire o in una “cabina di regìa”, evocata da Giorgia Meloni, o a “un tavolo” evocatoCasini.jpeg a Montecitorio dal capogruppo del Pd Graziano Delrio. Al Senato invece l’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini ha proposto, anzi riproposto, il ricorso ad una commissione parlamentare speciale e trimestrale per l’esame ma anche per la preparazione, rispettivamente, dei vecchi e nuovi decreti legge. Gli strumenti insomma non mancherebbero di certo. E le opposizioni si sono dette tutte disponibili a partecipare, pur senza “obbedire”, come ha avvertito la capogruppo di Forza Italia Anna Maria Bernini, o rinunciare al loro ruolo di critica, come ha riconosciuto giusto il capogruppo del Pd Andrea Marcucci parlando al Senato.

Anche all’interno della maggioranza i renziani non hanno certamente rinunciato alla loro peculiarità, sino a ricordare al governo che deve delle “scuse” agli italiani per ritardi e contraddizioni, come ha detto alla Camera l’ex ministra Maria Elena Boschi. E a prospettare, come Renzi al Senato.jpegha Salvini al Senato.jpegripetuto Renzi in persona al Senato, il ricorso ad una commissione parlamentare d’inchiesta, quando si sarà usciti dall’emergenza, per accertare cause e responsabilità di errori. Ma per adesso il partito dell’ex segretario del Pd sosterrà il governo con convinzione, suggerendogli tuttavia -lo ha fatto Renzi rivolgendosi direttamente a Conte con la formula del “caro presidente”- di seguire i consigli appena espressi da Mario Draghi sul Financial Times di spendere tutto il dovuto, senza remore per l’aumento del debito pubblico, come avviene in guerra. Lo stesso hanno fatto Casini e Matteo Salvini, spintosi quest’ultimo a ringraziare l’italiano forse oggi più famoso nel mondo.

Questi plurimi richiami all’ex presidente della Banca Centrale Europea, di un cui possibile governo di vera unità nazionale sono pieni da qualche giorno retroscena e cronache politiche, non sono forse piaciuti a Conte. Non sono certamente piaciuti ai grillini, il cui oratore al Senato, Gianluca Perilli, ha pronunciato un discorso assai duro contro le opposizioni, accusate di “ipocrisia” nella loro dichiarata disponiblità a collaborare. Gli attacchi diretti a Salvini –“monumento all’incoerenza”- e alla Meloni, avventuratasi in un salotto televisivo a definire “criminale” Conte, sono stati tali e tanti che ad un certo punto la Casellati.jpegpresidente del Senato Maria Elisabetta Casellati ha richiamato Perilli dicendogli di rivolgersi a lei, e solo a lei, come da regolamento. Ma l’importante per l’oratore grillino era avere rivendicato di fatto la trazione grillina del governo, per quanto grande sia notoriamente la crisi d’identità e d’altro ancora del Movimento 5 Stelle, fermo intanto come un paracarro, al pari della destra post-missina e della Lega, contro il  ricorso al cosiddetto fondo europeo salva-Stati.

 

 

 

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Increscioso passo falso di Conte alla Camera sull’emergenza virale

             Giuseppe Conte in ben 50 minuti d’intervento, letto con tono monocorde nell’aula di Montecitorio rarefatta dalle misure  di sicurezza sanitaria, elencando numeri e date di tutti i provvedimenti emiciclo.jpegadottati e cercando di commessi Camera.jpeganticipare quelli che seguiranno, non ha trovato il modo e il momento di coinvolgere le opposizioni. Eppure il Capo dello Stato si era speso perché, proprio in vista delle comunicazioni al Parlamento, e non solo delle prossime misure del governo, il presidente del Consiglio incontrasse a Palazzo Chigi una delegazione del centrodestra desiderosa di dialogo.

            Volente o no, per imperizia politica o superbia, Conte ha dato l’impressione di considerare autosufficiente, anche di fronte ad un’emergenzadi Conte alla Camera 2 .jpegquesto tipo, paragonabile ad una guerra, la sua pur martoriata maggioranza giallorossa. Se n’è mostrato compiaciuto il grillino  Davide Crippa, che rappresentando il gruppo parlamentare più consistente è intervenuto per primo nella discussione. Egli tuttavia ha levato alla fine un monito al presidente del Consiglio: a non spingersi sulla strada europea, alla ricerca di aiuti, sino ad accettare il cosiddetto fondo salva-Stati.

       Su questo punto non certo secondario  la componente pentastellata della maggioranza si è trovata paradossalmente in sintonia con la destra di Giorgia Meloni. La quale, avvolta in una camicetta rossa, dopo Crippa ha gridato in aula che dietro quel fondo ci sarebbe solo la voglia della Germania e di altri paesi di intervenire tra “le macerie” procurateci dall’epidemia per “rubarci l’argenteria”.

           Il senso di autosufficienza di Conte, dichiaratamente convinto che potranno essere  solo “gli storici” a giudicarlo, è stato tale che il capogruppo del Pd Graziano Delrio gli ha chiesto di aprire “un tavolo con le opposizioni” per il prosieguo dell’emergenza. Altri hanno parlato di “cabina di regìa”

           La renziana Maria Elena Boschi, sempre dai banchi della maggioranza, ha riconosciuto Camera con Conte.jpegche il governo deve delle “scuse” per i ritardi e le contraddizioni verificatesi, spingendosi a prospettare una commissione d’inchiesta parlamentare su ritardi e inconvenienti a vari livelli. Più che con Conte, l’ex ministra si è trovata d’accordo con le critiche del leghista che l’aveva preceduta, Guido Guidesi, parlamentare peraltro della cosiddetta zona rossa della Lombardia, apprezzato da Delrio.

          Come in un pugno di mosche, è rimasta a Conte solo la soddisfazione di un intervento del deputato di Forza Italia Roberto Occhiuto inizialmente proteso a prendere una certa distanza dalle altre componenti del centrodestra. Di cui tuttavia il parlamentare azzurro ha dovuto poi condividere le proteste per il mancato appello alle opposizioni e per la costante confusione tra gli annunci del Presidente del Consiglio in queste tormentate settimane e il contenuto dei successivi provvedimenti.

        “La comunicazione è un mezzo, non può diventare un fine”, ha ammonito anche Federico Fornaro, dei liberie uguali, rivolgendosi direttamente a Conte dai banchi della maggioranza.

            Peggio, francamente, non poteva andare per il presidente del Consiglio, su cui si allunga per forza di cose l’ombra di Mario Draghi, appena tornato peraltro a farsi sentire al di fuori del Parlamento.

 

P.S.- Lo spettacolo della Camera si è ripetuto al Senato con l’aggravante di un pesante intervento del grillino Gianluca Perilli contro le opposizioni, accusate di “ipocrisia” nelle loro offerte di disponibilità a collaborare col governo. Gli attacchi sono stati così insistenti e diretti contro gli interessati che la presidente dell’assemblea lo ha dovuto interrompere per invitarlo a rivolgersi solo a lei.

 

 

 

 

 

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La sconcertante indifferenza della carta stampata verso “il caso” Bertolaso

            In attesa dell’esordio parlamentare, in ritardo, del presidente del Consiglio Giuseppe Conte sull’emergenza sanitaria, spinto verso le Camere con le buone o le cattive dalle opposizioni e dallo stesso Capo dello Stato, mi permetto di sottolineare un aspetto apparentemente solo minore del desolante spettacolo dato dal giornalismo italiano della carta stampata persino in queste pur drammatiche circostanze.

            Per “il caso” di Guido Bertolaso, definito così giustamente nella lontana pagina 11 dando notizia del coronavirus che lo ha infettato nell’esercizio dell’opera svolta fra Lombardia e Marche per potenziare le strutture e attrezzature ospedaliere, il Corriere della Sera non ha trovatoBertolaso .jpeg neppure un centimetro di spazio in prima pagina.  E neppure La Stampa, Il Secolo XIX, Libero, Il Mattino, Avvenire, Il Tempo, il Gazzettino, il manifesto, Il Riformista del mio carissimo amico Piero Sansonetti, Il Foglio, La Nazione e -temo- tutti gli altri giornali del gruppo Monti Riffeser, nonchè La Gazzetta del Mezzogiorno, forse distratta dalla notizia del dissequestro dei beni del suo editore Mario Ciancio Sanfilippo. Che è stato disposto finalmente e fortunatamente dalla Corte d’Appello di Catania dopo una rumorosa e dannosa misura preventiva di mafia

            Hanno invece avvertito il bisogno di portare in prima Repubblica 2 .jpegpagina, più o meno in vista, “il caso”- ripeto- di Guido Bertolaso la Repubblica, nel riepilogo dei fatti più significativi dal fronte dell’emergenza, Il Giornale, la Verità, Il Messaggero. Il Quotidiano del Sud e Il Dubbio.

           La sproporzione fra le due liste, ricavate dalla rassegna stampa del Senato, dice da sola quanto curiosa sia, a dir poco, la sensibilità della carta stampata in questo nostro Paese, dove c’è poi gente che cade dalle nuvole quando scopre la scomparsa progressiva delle edicole, magari solo quando perde quella sotto casa.

            In nessuno dei due elenchi ho potuto mettere Il Fatto Quotidiano perché sarei disonesto, dalla mia postazione generalmente critica o diffidente verso il giornale diretto da Marco Travaglio e fondato da Antonio Padellaro, se mi attaccassi alla mancanza di un titolo o titolino esplicito Travaglio.jpegper metterlo, diciamo così, tra gli indifferenti. Di Bertolaso o del suo caso al Fatto Quotidiano si sono occupati per due volte in prima pagina. Me ha scritto personalmente il direttore nell’editoriale, pur di attacco al solo Vittorio Feltri per il suo esasperato salvinismo, aprendolo con queste testuali parole, ironiche ma una volta tanto rispettose: “La Lombardia era perfettamente in grado di tirar su un ospedalino da 300 posti alla Fiera di Milano senza scomodare Bertolaso dal Sudafrica. Ma ora che Mister Wolf, più che creare posti letto, ne ha occupato uno, gli auguro sinceramente di guarire presto: sulla salute non si scherza”.

            Ma nella “Cattiveria” di giornata, che è una rubrichetta di prima pagina dove forse i sentimenti del Fatto diventano davvero irrefrenabili, “il caso” è trattato Il Fatto.jpegcosì: “Guido Bertolaso positivo al Coronavirus. Ora si cerca la massaggiatrice zero”. Che è un modo -ritenuto evidentemente spiritoso da quelle parti- di evocare e riproporre vicende giudiziarie dalle quali l’ex capo della Protezione Civile è tuttavia uscito assolto. Per completezza d’informazione aggiungo che al “positivo”  e “isolato” Bertolaso -isolato prima di essere ricoverato in ospedale – è dedicato un articolo di cronaca quasi asettica a pagina 4.  

 

 

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L’incontro enigmatico fra Conte e il centrodestra a Palazzo Chigi

            Non si è ben capito se più per convinzione, dopo tante telefonate senza risposta da una parte o dall’altra, o per cortesia almeno verso il capo dello Stato, intervenuto personalmente per informazione unanime a favore dell’evento, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha finalmente aperto, o riaperto, Palazzo Chigi ai rappresentanti del centrodestra, smaniosi di riferirgli personalmente e direttamente proteste, dubbi, rilievi e quant’altro sull’ultimo decreto emesso per Schermata 2020-03-24 alle 11.05.13.jpegcombattere l’epidemia da Coronavirus. “Certo, anche sul Colle, dove sono state condivise le misure prese finora, alcuni tentennamenti di troppo e qualche scelta comunicativa di Palazzo Chigi non devono essere piaciute granché”, ha scritto o avvertito il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda.

            Perché non ci fossero dubbi sull’incontro, avvenuto naturalmente alle debite distanze, misurate -presumo- alla perfezione, con tanto di metro in meno da parte degli addetti non so se alle pulizie o alla sicurezza, è stata scattata anche qualche foto. In cui ho visto purtroppo penalizzato -almeno da quella capitatami sott’occhio- il povero Maurizio Lupi, invitato per la sigla minore del centrodestra insieme col capo della Lega Matteo Salvini, al centro del tavolo, la sorella dei Fratelli d’Italia Giorgia Meloni alla sua destra -e dove sennò- e il vice presidente di Forza Italia Antonio Tajani, già presidente del Parlamento Europeo, a sinistra.

            Un’altra cosa non si è ben capita al termine dell’incontro sponsorizzato -ripeto- dal presidente della Repubblica su richiesta esplicita dell’opposizione di centrodestra: se sia stato un fallimento o una riapertura di dialogo, confronto e com’altro lo si voglia chiamare.  Le dichiarazioni rilasciate in pubblico e in privato dai rappresentanti del centrodestra con tanto di mascherine protettive hanno lasciato aperta la porta ad entrambe le letture. Se ne vedranno gli sviluppi sul piano parlamentare, visto che il presidente del Consiglio si è deciso a riferire alle Camere, dove peraltro almeno i decreti legge -non quelli dello stesso presidente del Consiglio- debbono essere esaminati e approvati, anzi convertiti in leggi, per obbligo costituzionale inderogabile.

            Pur nell’incertezza del bilancio dell’incontro, si è comunque rilevata o confermata, a dispetto delle smentite e precisazioni che arrivano ogni volta che se ne parla, una certa differenza di tono e, direi, persino di comportamento tra Salvini e soprattutto Tajani. Il quale, d’altronde, ha pubblicamente annunciato di volersi impegnare a “spiegare” al capo della coalizione di centrodestra l’utilità di usare, di fronte alle urgenze della guerra virale, lo strumento del MES, tanto inviso all’alleato. Non si tratta naturalmente Paragone.jpegdella marca di un aperitivo prodotto a Bruxelles ma del famoso Meccanismo di Sviluppo Europeo da tempo in attesa di firma,  contrastato anche all’interno della maggioranza dai grillini per obblighi derivanti dal loro programma elettorale, sbandierato ogni giorno dal senatore non più grillino Gianluigi Paragone, espulso dal Movimento prima della guerra del Coronavirus fra le inutili proteste di solidarietà di Alessandro Di Battista, Dibba per gli amici come lui.

 

 

 

 

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Sereni, Beppe Grillo è con noi e vigila sull’epidemia che ci angoscia

            Tranquillli, si fa per dire. O sereni, come direbbe Matteo Renzi. Contrariamente alle apparenze lamentate da qualche parte commentando il suo lungo silenzio, Beppe Grillo non se l’è data, sopraffatto dalla crisi d’identità o nervi  in cui si dibatte il Movimento 5 Stelle da lui fondato.

            Non so, francamente, se il “garante”, l’”Elevato”, con la maiuscola, il “padre di tutti noi”, come lo chiamano ancora in molti tra militanti e “portavoce” del suo quasi partito e come si diceva di Mao in Cina, soffra ancora delle apnee notturne da lui stesso comunicate qualche tempo fa preannunciando un intervento che gliele avrebbe risparmiate, consentendogli di stare poi meglio anche di giorno. Spero, per lui, che tutto sia regolarmente avvenuto e bene, prima che i traffici ospedalieri si ingolfassero per l’epidemia, anzi la pandemia del Coronavirus, come l’ha dichiarata l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

            So tuttavia che Grillo, i cui spettacoli “terrapiattisti” sono sospesi anche per gli assembramenti vietati dalla guerra virale,  è vigile, attento, probabilmente preoccupato e sempre pronto blog di Grillo.jpegalla battuta ironica. Lo rilevo dal suo blog personale, che viene regolarmente aggiornato  e che nella sua 103.ma settimana non ha per niente ignorato l’epidemia  con la quale sta facendo i conti anche il governo e la relativa maggioranza a trazione pentastellata. E’ una trazione derivanti dalla consistenza parlamentare del Movimento omonimo e dalla quasi discendenza o appartenenza -chiamatela come volete- del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che senza la forte e convinta designazione di Grillo non sarebbe arrivato a Palazzo Chigi quasi due anni fa e non sarebbe stato confermato nella scorsa estate, pur a maggioranza  diversa o capovolta, con la sinistra al posto della destra leghista, non più “costola della sinistra” immaginata e decantata nel 1995 -ricordate?- da Massimo D’Alema. Che a sinistra allora dettava legge, o quasi.

            Oltre a scherzarci un po’ vignetta blog Grillo.jpegsopra con una vignetta di Davide Charlie Leccon -se non ne ho letto male il nome- in cui il conduttore di un telegiornale gioca tra pandemia e pandemonio, Beppe Grillo tratta seriamente l’argomento affidandolo all’articolo di un professore -Fabio Massimo Parenti- che si divide fra l’Università cinese degli affari internazionali, a Beijling, e l’Istituto Internazionale Lorenzo dei Medici, a Firenze.

            Il professore lamenta “la politicizzazione” del Coronavirus attraverso la sua “etnicizzazione” cinese, come si dice e si fa alla Casa Bianca e dintorni. Piuttosto, egli indica la Cina come modello da seguire sul fronte antivirale, grazie anche alla sua “politica di comando e controllo”, e auspica che il governo italiano continui con “le misure coraggiose” già intraprese, senza lasciarsi evidentemente trattenere dalle critiche di sostanza e di forma che gli stanno piovendo addosso dalle opposizioni di centrodestra, ma anche da giornali di una certa autorevolezza come il Corriere della Sera e la Repubblica.

Cina-Italia: un destino comune”, è il titolo Ambasciatore cinese.jpegdell’articolo del professore Parenti, con tanto di immagine esplicativa. Ne sarà rimasto contento -immagino- al pari di Grillo, suo frequentatore quando viene a Roma-  l’ambasciatore di Pechino in Italia, appena intervistato dal Messaggero.

Di questa specie di asse Roma-Pechino, gestito in qualche modo alla Farnesina dal ministro grillino degli Esteri Luigi Di Maio, si è parlato anche nell’incontro di Conte con la delegazione del centrodestra ricevuta a Palazzo Chigi. E’ stata insomma riaperta per assistenza, tra tanti blocchi, almeno la cosiddetta Via della Seta.

 

 

 

 

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Le guerre puniche del Fatto Quotidiano alla Lombardia del leghista Fontana

Gli esperti, dai virologi in giù e in sù, non condividono questa lettura delle condizioni della sanità lombarda, sostenendo anzi che nella disgrazia nazionale è stata per certi versi una fortuna che l’emergenza si sia manifestata per prima e sviluppata in una regione attrezzata sanitariamente come quella lombarda. Altrove, dal centro al Sud, la situazione sarebbe stata ancora più drammatica, e il bilancio dei malati e dei morti ancora più pesante. Ma da quest’orecchio, diciamo così, al Fatto non vogliono sentire. La Lombardia sembra ormai diventata per loro quella che i romani  per alcuni secoli prima di Cristo considerarono Cartagine.

Se il presidente americano Donald Trump dall’alto -ahimè- della sua Casa Bianca non si lascia scappare nessuna occasione per ricordare la provenienza e natura cinese del coronavirus, dopo averlo peraltro scambiato per un raffreddore o qualcosa del genere, al Fatto Quotidiano non si lasciano scappare nessuna occasione per ricordare la provenienza e natura lombarda dei guai virali con i quali sono alle prese l’Italia e l’incolpevole governo presieduto da Conte. Che fra i vari inconvenienti ereditati dai suoi predecessori avrebbe quello delle competenze riconosciute in materia di sanità alle Regioni non chissà da chi ma dalla Costituzione della Repubblica. Alla quale anche Conte, come tutti i suoi predecessori, ha convintamente giurato fedeltà nelle mani del capo dello Stato all’atto dell’insediamento, prima ancora di chiedere e ottenere la fiducia parlamentare.

Da un po’ di tempo a questa parte, quando se ne occupa, Travaglio diffida dei governatori, del loro potere, delle loro manie, pur senza essere ancora arrivato all’insofferenza di Massimo D’Alema verso i sindaci, liquidati una volta come “cacicchi”. I governatori hanno in comune con i sindaci l’inconveniente -in questa lunga epoca di leggi  a liste più o meno bloccate- di essere davvero eletti direttamente dalle comunità che poi amministrano. Ma fra tutti i governatori quello della Lombardia è preso particolarmente di mira dal direttore del Fatto Quotidiano. Lo sfortunato Attilio Fontana non riesce a farsi perdonare , oltre all’eredità del già ricordato Formigoni, pur con l’interregno di Roberto Maroni, l’appartenenza alla Lega del “cazzaro verde”, come viene generalmente chiamato Fontana.jpegMatteo Salvini da Travaglio, l’alleanza con un Silvio Berlusconi Reavaglio.jpegriuscito a convincerlo a tagliarsi la barba e infine -dannatamente- quel goffo tentativo in diretta televisiva di infilarsi dal verso sbagliato la mascherina. Ora egli è anche il governatore comicamente “mascherato”, che pur di non assumersi le proprie responsabilità nell’adozione delle misure da emergenza del coronavirus – preferendo avvalersi solo del potere di assumere come consigliere per l’ospedale in allestimento nei padiglioni della vecchia Fiera di Milano Guido Bertolaso, altra bestia nera del caravanserraglio del Fatto Quotidiano– le scarica su Conte.

Eppure, nonostante questo successo, chiamiamolo così, attribuitogli da Travaglio, nell’area del centrodestra nè il governatore lombardo, né Salvini, e neppure il più dialogante Giornale della famiglia Berlusconi, spintosi a definire “buffonata” l’ultimo parto governativo di Conte, hanno Fatto contro Fontana.jpegmostrato di avere gradito o condiviso gran che le decisioni del presidente del Consiglio. Di cui probabilmente -insisto, probabilmente- non debbono essere piaciute a Travaglio le circostanze politiche in cui, all’interno della maggioranza, sono maturate le scelte.

Il sospetto mi è venuto dalla cronaca, sul Corriere della Sera, di Marco Cremonesi e Monica Guerzoni. Che hanno Cremonesi e Guerzoni sul Corriere.jpegraccontato testualmente, senza essere stati smentiti sino al momento in cui ne scrivo: “Se Di Maio si è battuto per restrizioni il più possibile rigorose, Bonafede ha scelto la linea della cautela. Il capo della delegazione era per mandare avanti la Lombardia, raccontano nel Movimento 5 Stelle”. Conte invece ha preferito seguire l’ex capo della delegazione grillina al governo, piuttosto che il nuovo.

La sintonia fra Travaglio e Bonafede sarà stata del tutto casuale, per carità, a scanso di equivoci, insulti e chissà che altro, ma sta lì, nelle cose.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Statevene a casa, con le buone o le cattive. Come dobbiamo ripetervelo?

            Se non vi bastano o non vi convicono gli appelli notturni del presidente del Consiglio per le loro modalità tecniche, peraltro contestate addirittura come “una buffonata” dal pur dialogante Giornale Il Giornale.jpegdella famiglia Berlusconi, e non solo per i contenuti dei provvedimenti annunciati, tradottisi non a torto in quel “Tutto chiuso, anzi no” gridato su tutta Repubblica.jpegla prima pagina dalla Repubblica di carta, statevene a casa almeno per seguire l’appello dei medici all’unione, o intimità, affidato ad un manifesto tricolore che giustamente Pirellone.jpegLa Stampa ha scelto quasi come una copertina. E che rende obiettivamente più di quella scritta proiettata di notte sulla facciata della sede della regione lombarda governata dal leghista Attilio Fontana. Il quale peraltro è risultato molto meno Fontana.jpegsoddisfatto dell’ultimo decreto di Conte, che pure al Fatto Quotidiano gli avevano rimproverato di avere quasi imposto al riluttante presidente del Consiglio per non volersi assumere lui la responsabilità di imporre certe misure ulteriormente restrittive dello spostamento delle persone e delle attività industriali.

            Statevene a casa, con le buone e con le cattive, com’è accaduto con i militari che hanno bloccato nella stazione di Milano le partenze ritentate verso il Sud da meridionali tentati dalla fuga, come in un titolo dei giornali del gruppo Monti Riffeser, perché quello di non muovervi è l’unico mezzo La Nazione.jpegdi difesa di cui disponete. E’ l’unico dispetto che potete fare a quel mostro del coronavirus che vi insegue per infettarvi e farvi infettare gli altri, vendicandosi delle curve del rallentamento della sua corsa verso gli indifesi, mortale soprattutto per gli anziani.

            Statevene a casa, con le buone e con le cattive, perché è l’unico modo non solo di vincere questa guerra virale nella quale siamo tutti drammaticamente coinvolti, ma anche di smentire quei tre italiani su quattro che, secondo Ivo Diamanti e i suoi accertamenti o sondaggi, sono convinti che essa durerà “alcuni mesi” e non alcune settimane, per cui oltre a questa primavera appena iniziata perderemmo anche l’estate, se non addirittura la vita.

            Statevene a casa e cercate di non litigare con i vostri familiari per costrizione d’ambiente, diciamo così, visto che negli studi degli avvocati, chiusi o no dalle ordinanze nazionali o locali, risultano aumentate in questi giorni le richieste di separazione. E’ accaduto e accade anche questo, purtroppo, in questa dannatissima primavera del 2020. La cui immagine più funesta rimane quella fila di carri militari che trasportano altrove le salme non più contenibili nei cimiteri locali. E c’è gente che pensa a separarsi da vivi, anziché ad andare d’accordo. Robe da matti.

 

 

 

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