Uno scambio di prigionieri rivelatore delle bugie e del cinismo di Putin

Senza volere minimizzare altre nefandezze, a cominciare da quella efficacemente denunciata dal manifesto con i cappi iraniani in prima pagina a corredo del titolo “Boia chi mullah”, penso che meriti una segnalazione, e adeguata riflessione, lo scambio di prigionieri appena avvenuto a Dubai fra russi e americani. Esso mette a nudo la spregiudicatezza di Putin e di quanti lo assecondano in Occidente rappresentando quella in Ucraina come una guerra per procura condotta dagli americani contro i russi per assecondare la produzione e il commercio delle armi destinate ai resistenti all’aggressione. Ebbene, lo scambio a Dubai -non il primo della guerra fredda ripresa fra la Russia e gli Stati Uniti dopo il crollo del muro di Berlino- è avvenuto fra una cestista americana restituita dai russi a Biden e un trafficante d’armi consegnato, restituito o quant’altro dagli Stati Uniti, che lo avevano imprigionato, a un Putin del quale si può quanto meno dire che lo avesse in simpatia, o comunque fosse interessato a farlo liberare. 

Le dimensioni umane e politiche fra i due prigionieri sono ben descritte e sintetizzate in questo modo dal Foglio in prima pagina: “Gli americani hanno riportato a casa la cestista Brittney Griner e i russi Viktor Bout, il trafficante d’armi più famoso del mondo, a lungo al secondo posto nella lista delle persone più ricercate dagli Stati Uniti, quando al primo c’era Osama bin Laden, il capo di al Quaeda che nel 2001 organizzò gli attentati contro New York e contro il Pentagono. Griner era stata arrestata e condannata a nove anni da trascorrere in una colonia penale per le cartucce della sigaretta elettronica all’olio di cannabis trovato nel suo bagaglio a Mosca”. L’accusa naturalmente era stata di contrabbando di droga, come se l’icona gay del basket americano occultasse lo spaccio dietro la sua attività atletica. 

Con le sue bugie, personali o di sistema, sul traffico di droga e d’armi Putin meriterebbe quanto meno nelle vignette un naso come quello di Pinocchio. Altrettanto i suoi sostenitori, ripeto, in Occidente. Dove stiamo sprecando il nostro tempo a decrittare dietro le parole e le mosse vaganti al Cremlino tempi e modi di una disponibilità, finalmente, del successore di Stalin -altro che Pietro il Grande- a cessare il fuoco, sul quale ieri ha pianto a Roma il Papa sotto la statua della Madonna in Piazza di Spagna, e a trattare davvero la pace in Ucraina, anche contro gli interessi del “suo” Viktor Bout.

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Sergio Mattarella ringraziato alla Scala per il bis al Quirinale

Alla distrazione politica del manifesto, che stavolta ha voluto un pò snobbare l’ormai storico evento teatrale di Milano, ha rimediato La Stampa col titolo malizioso che ha colto in flagranza, diciamo così, “la destra all’Opera” nel palco reale della Scala e dintorni. Dove tutto è sembrato congiurare a favore della presidente del Consiglio Giorgia Meloni al suo esordio mondano, peraltro alla sinistra del capo dello Stato e del presidente del Senato. 

“La borghesia milanese sceglie il nero”, ha scritto sul Corriere della Sera Annachiara Sacchi raccontando che “gli habituèe della Scala preferiscono smoking e rassicuranti tonalità scure”. E “niente mascherina”, ha aggiunto con allusione, non so se volontaria o casuale, alla scarsa popolarità che le difese dal Covid sembrano avere a destra. 

Fra tanta malizia -volontaria o casuale che sia, ripeto- permettetemi di segnalare la pertinenza dello sfondo politico nel quale la cronista di Repubblica Brunella Giovara ha voluto vedere, sentire e raccontare l’ovazione ricevuta da Sergio Mattarella all’arrivo sul palco di cui è “il vero re”, per quante “stelle” possano di volta in volta affiancarsi a lui. Un re “osannato come un eterno salvatore della Patria o qualcosa del genere”. “D’altra parte -ha evocato la Giovara- l’anno scorso egli era stato sommerso di richieste di bis (del mandato, cosa che poi si è avverata come una profezia nata sulle tavole della Scala). Così amato e rispettato -tutti in piedi, per 5 minuti di applausi- che persino la presidente Von der Leyen “si è detta colpita”, ha poi raccontato Sala”, il sindaco di Milano. Che stando sul palco accanto alla capa tedesca della Commissione Europea ha potuto in effetti raccoglierne confidenze e quant’altro. 

Già, l’anno scorso. Fu proprio alla Scala – fra segni di insofferenza dell’interessato che proprio il sindaco di Milano esortò a non scambiare per ostilità verso un pubblico tanto generoso-  che cominciò con un certo anticipo la campagna promozionale dal basso, diciamo così, per la conferma del presidente allora uscente della Repubblica. Essa poi si sviluppò per più di un mese nelle piazze e per le strade dove Mattarella si avventurava. E negli stessi saloni del Quirinale dove il capo dello Stato ogni tanto interrompeva l’imballaggio di libri e quant’altro destinati al trasloco per ricevere visitatori di ogni tipo. Che immancabilmente gli chiedevano di restare e di smetterla di dire no. 

I dinieghi di Mattarella furono presi talmente sul serio dal presidente allora in carica del Consiglio Mario Draghi da indurlo imprudentemente a proporsi alla successione nella conferenza stampa di fine anno, quando rispose alle domande sulla successione appunto al Quirinale dichiarandosi “un nonno a disposizione” delle istituzioni. Non lo avesse mai fatto! Draghi ne ricavò solo danni, di fronte ai quali pure luì si unì al coro delle richieste al capo dello Stato di restare, quella volta riuscendovi dopo che i partiti nella loro dabbenaggine avevano già bruciato fra trattative più o meno segrete e votazioni a Montecitorio un bel po’ di candidature. 

Non è un male ricordare tutto questo, all’ombra del Boris Gudunov applaudito ieri sera per tredici minuti dal pubblico del teatro milanese vestito prevalentemente di scuro. Non è un male anche per capire, a dispetto della sorpresa che molti ancora ostentano, come si sia arrivati allo scuro letto e visto politicamente dalla Stampa con quel titolo stile manifesto riportato all’inizio. 

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Le condizioni politiche e istituzionali che rendono possibile la riforma Nordio della Giustizia

Da guardasigilli fortemente voluto da Giorgia Meloni nel suo governo, nonostante le resistenze sorprendentemente opposte nella maggioranza da Silvio Berlusconi, e forse anche per questo nominato molto volentieri dal capo dello Stato, Carlo Nordio è stato  appena declassato giornalisticamente da Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano a “cosiddetto ministro della Giustizia”. E ciò per avere “lanciato” in Parlamento “nuovi anatemi a grappolo contro il mestiere che faceva (così almeno pare) fino all’altro ieri: il magistrato”. 

Ci sono più semplicemente, come possono testimoniare tutte le toghe, anche quelle che sono più ammirate e sostenute da Travaglio, ma che non per questo vanno definite “rosse”, per carità, vari modi di fare il magistrato. Diciamo che quello di Nordio non ha riscosso il plauso del direttore del Fatto Quotidiano. Tutto qui, senza scomodare la professione o la funzione in sé, ed altro ancora. 

Nordio, per esempio, ha una concezione del ricorso e soprattutto della gestione delle intercettazioni diversa da quella praticata da altri magistrati, di cui magari qualche giornale conserverà un eccellente ricordo per il vantaggio diffusionale e politico ricavato dalle sue cronache. Egli ha del principio costituzionale della obbligatorietà dell’azione penale una concezione, visione, chiamatela come volete, diversa da colleghi, anzi ex colleghi, essendo lui ormai in pensione da cinque anni: meno sacrale, meno ipocrita, più realistica -anche qui, come volete- di tanti magistrati che predicano bene e razzolano male, a volte ma di rado incorrendo anche in qualche richiamo o censura. E’ infine, sempre Nordio, uno che anche quando era magistrato in servizio non riteneva -al pari di colleghi come il compianto Giovanni Falcone- che la rinuncia alla carriera unica di pubblico ministero e giudice comportasse anche una rinuncia o solo una riduzione dell’autonomia, indipendenza eccetera eccetera. E lo scrivo anche perché ritengo manzonianamente che l’autonomia, come il coraggio, è una cosa che si ha dentro o non si ha. 

Potrei continuare di questo verso ancora per molto, magari mettendo a profitto anche qualche esperienza personale di  giornalista imputato, sottoposto a cosiddetta custodia cautelare ma alla fine prosciolto con formula piena, o di  imputato costretto a un patteggiamento per avere osato addentrarsi in uno dei tanti, ma forse il più tenebroso dei misteri del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro coperti anche con qualche manina giudiziaria. Ma andrei troppo sul personale, appunto.

Mi preme qui lamentare il troppo scetticismo, secondo me, levatosi attorno al programma sommariamente esposto, o ribadito, da Nordio. Che il mio carissimo amico Piero Sansonetti, per esempio, già direttore del Dubbio, ha espresso contrapponendo in qualche modo lo stesso Nordio alla presidente del Consiglio che -chissà perché, a questo punto- avrebbe fatto tanto per mandarlo in via Arenula. “E’ tornato il vero Nordio! (Speriamo che la Meloni non se ne accorga)”, ha scritto e titolato Piero sul Riformista. 

Non parlo poi, cioè non scrivo più di tanto di chi non è solo scettico sulla praticabilità del programma di Nordio ma contrario, preferendo paragonare, per esempio, il ministro finalmente in carica della Giustizia a Nerone piuttosto che a Giustiniano, come ha fatto su Repubblica Carlo Bonini pur riconoscendo che i magistrati almeno dai tempi di “Mani pulite” hanno preso anche qualche brutta abitudine, e non solo compiuto con dolorosa severità il loro compito. 

Ciò che mi induce a pensare che Nordio abbia ormai tracciato una strada non più liquidabile come irrealistica, su una terra ancora troppo affollata di serpenti, è la condizione politica e persino istituzionale nella quale egli si trova a muoversi. Siamo per fortuna ormai troppo lontani dall’epoca in cui al Quirinale sedeva un ex magistrato, peraltro, come Oscar Luigi Scalfaro. Che volle, o comunque ritenne di potersi impegnare col sindacato delle toghe, senza minimamente sospettare di potere sbagliare, a non firmare mai, per la promulgazione, una legge passata in Parlamento per separare davvero le carriere dei pubblici ministeri e dei giudici. O che nella gestione della prima crisi di governo capitatagli al Quirinale estese di fatto la pratica delle consultazioni al capo di una Procura della Repubblica. E non scrivo di più, pace alle anime loro. 

Da allora, e prima ancora che arrivasse il “regnante” Sergio Mattarella, è passato per il Quirinale anche un presidente come Giorgio Napolitano, che non esitò a difendere einaudianamente le prerogative del capo dello Stato investendo la Corte Costituzionale dell’operato della Procura della Repubblica di Palermo. 

L’unica, purtroppo, a non accorgersi di nulla -anche nel contesto del congresso del Pd in cantiere al Nazareno- è una certa sinistra che ha passato anche il testimone del garantismo, se mai l’ha avuto, alla destra. E ora vaga alla ricerca di un’identità perduta.

Pubblicato sul Dubbio

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Oggi è il turno della bomba politica di Carlo Nordio sulla Giustizia

Anche se l’unica, vera guerra più vicina alle nostre case rimane quella in Ucraina, aperta nello scorso mese di febbraio da Putin non prevedendo la  resistenza degli aggrediti aiutati dall’Occidente, la cronaca della politica interna italiana continua ad annunciare e commentare bombe più meno grandi che cadono sul governo e sui partiti a volte di maggioranza, a volte di opposizione, a volte di entrambi.

Ieri è stato il caso della guerra fra Bankitalia e governo, per fortuna chiusa prontamente dalla presidente del Consiglio in persona, Giorgia Meloni, che non ha avvertito critiche dell’ex istituto di emissione sulle “grandi voci” della manovra finanziaria all’esame del Parlamento ed ha perciò zittito anche colleghi di partito, oltre che di governo, insorti per resistere o contrattaccare. La premier si è guadagnata per questo oggi in prima pagina la definizione di “equilibrista” dal Foglio, che pure ieri era stato l’unico a raccontare e spiegare nella sua cronaca che il funzionario di Bankitalia ascoltato dalle commissioni parlamentari aveva apprezzato nel suo complesso la legge di bilancio, pur criticandone alcuni aspetti. 

Sempre oggi la bomba avvertita nelle redazioni di quasi tutti i giornali in prima pagina, fatta eccezione per La Verità di Maurizio Belpietro, è quella di Carlo Nordio sulla Giustizia, di cui è ministro. “Nordio accusa”, ha gridato il Corriere della Sera, come in una riedizione del celebre “J’accuse” di Emile Zola  in Francia nel 1898 per il caso Dreyfus, ingiustamente accusato di tradimento. “Sfida ai pm”, ha gridato la Repubblica scommettendo, per la detonazione della bomba, sul grande potere di cui dispongono in Italia i pubblici ministeri. E che Nordio appunto, avendone sperimentato le funzioni in prima persona, ha finalmente intenzione di contenere in limiti decenti, diciamo così, vista l’indecenza alla quale si sono abbandonati, per fortuna, non tutti di sicuro ma alcuni magistrati sì, e non sempre, o assai raramente, pagandone le conseguenze. 

Nella redazione di Repubblica debbono avere -se mi consente il pur apprezzabilissimo direttore Maurizio Molinari- una ben curiosa concezione delle condizioni di crisi in cui versa la giustizia in Italia se, a commento della “sfida” appena attribuitagli, Carlo Bonini ha paragonato il guardasigilli in carica a Nerone, piuttosto che a Giustiniano. Da melomane Il Foglio ha apprezzato il carattere melodioso della musica suonata da Nordio alla Commissione Giustizia del Senato, dove ha esposto il suo proposito di limitare e displicare finalmente in modo serio le intercettazioni, di separare le carriere dei pubblici ministeri e dei giudici e di dire la verità, nient’altro che la verità, come giura ogni testimone nei processi, sul principio costituzionale della obbligatorietà dell’azione penale, dietro al quale si nasconde spesso l’arbitrarietà più assoluta. Peccato solo che anche Il Foglio, per quel vezzo un pò provinciale di ostentare la conoscenza anche di qualche lingua straniera, oltre che italiana, abbia reso impossibile a molti lettori -ritengo- di capire l’elogio riservato a Nordio definendolo “unchained”. Pazienza. 

Ma Il Foglio ha tenuto anche a precisare che con “più garanzie e meno carcere” quello del nuovo Guardasigilli, con la maiuscola, è un “programma non proprio meloniano”, provenendo la presidente del Consiglio da una formazione politica e da una cultura di tutt’altro segno. Che è poi anche la convinzione del mio amico Piero Sansonetti esplicitata con quel forte titolo sparato, come un’altra bomba, sul suo Riformista: “E’ tornato il vero Nordio! (Speriamo che Meloni non se ne accorga…)”.

Se n’è accorto invece sul Fatto Quotidiano Marco Travaglio dando a Nordio, nel suo editoriale, del “cosiddetto ministro della Giustizia” abbandonatosi a “nuovi anatemi a grappolo contro il mestiere che faceva (così almeno pare) fino all’altro ieri: il magistrato”.  

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La guerra più vicina rimane quella in Ucraina, con Bankitalia è ancora pace

Oddio, ch’è successo? viene da chiedersi vedendo le prime pagine dei maggiori giornali accomunate dal “gelo di Bankitalia” sul governo -titolo del Corriere della Sera- dall’”assalto a Bankitalia” per reazione da Palazzo Chigi e dintorni -titolo di Repubblica- e dall’”alta tensione” gridata dalla Stampa. Non parliamo poi delle intestazioni dei commenti.

Al Corriere hanno persino immaginato con la vignetta di Emilio Giannelli una secchiata d’acqua fredda rovesciata da una finestra della sede  nazionale della Banca d’Italia sulla testa di un malcapitato difficilmente identificabile sulla soglia del palazzo ma affiancato dal riconoscibilissimo ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. 

I più bravi con la fantasia, e la malizia, sono stati forse, e come al solito, quelli del manifesto. Dove hanno saputo scegliere tra le foto d’archivio delle conferenze stampa recenti a Palazzo Chigi una particolarmente adatta per rappresentare lo stesso Giorgetti e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni appena colti di sorpresa -“sballati”, ha titolato il quotidiano ancora orgogliosamente comunista- da qualcosa di imprevisto, sorprendente, imbarazzante e quant’altro.

A leggere poi fra le righe il solito Fatto Quotidiano si avverte quasi il sospetto di una conquista della Banca d’Italia da parte di Giuseppe Conte per la coincidenza fra le critiche formulate alla manovra finanziaria del governo da un alto funzionario della stessa Banca, Fabrizio Balassone,  ascoltato in sede di commissioni alla Camera, e quelle che il capo delle 5 Stelle va ripetendo sulle piazze. Ciò a cominciare naturalmente dai tagli al cosiddetto reddito di cittadinanza per finire con i tentativi di favorire l’uso del contante rispetto ai pagamenti elettronici. 

Come accade ogni tanto da sempre, da istituzione superiore, dalla quale sono stati scomodati anche fior di “governatori” per metterli alla guida di governi da salute pubblica, o quasi, la Banca d’Italia è stata scambiata per un partito. E colpita alla stregua di una specie di sindacato protettivo  delle più esose banche private, come ha fatto addirittura un sottosegretario molto vicino a Giorgia Meloni, o Fdi un luogo anch’esso aduso a “bruciare miliardi”, come ha fatto su Libero il direttore Alessandro Sallusti alludendo sia alle vecchie lire sia all’euro. 

Poi uno legge qualche cronaca dettagliata dell’accaduto, per esempio quella di Luciano Capone sul Foglio, e scopre che del povero  Balassone sono state ascoltate e riprese solo talune critiche o riserve e non il giudizio complessivamente positivo, e compiaciuto, sulla legge di bilancio all’esame del Parlamento. O che la presidente del Consiglio, scrivendo le prime pagine  o righe di quella specie di diario o rubrica appena battezzata nelle comunicazioni social col suo nome di battesimo, ha buttato acqua sul fuoco del suo sottosegretario e garantito tutto il rispetto dovuto all’autonomia, autorevolezza e quant’altro della Banca d’Italia.

Tutto a posto, allora? La guerra in corso resta solo quella in Ucraina, dove Putin certamente non si risparmia? Si, pare proprio di sì. E non si può neppure dire “per fortuna”, viste le nefandezze delle quali ogni giorno di più al Cremlino si dimostrano capaci, purtroppo fra l’indifferenza o la distrazione di parecchi pacifisti di casa nostra. 

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La pentola del congresso del Pd senza il coperchio, come quella del diavolo

 Per quanto sia o soltanto appaia in una condizione eccezionale, alla ricerca addirittura di una identità perduta, se mai ne abbia avuta una davvero, essendo stato definito un amalgama mal riuscito da uno come Massimo D’Alema, che pure aveva partecipato alla sua fondazione, il Pd non è il primo e non sarà neppure l’ultimo alle prese con un congresso condizionato da ombre esterne. Come sarebbe quella di Matteo Renzi intravista o denunciata, per esempio, da Lucia Annunziata sulla Stampa dietro alla candidatura del presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini a segretario, sostenuta dal sindaco di Firenze Dario Nardella e da altri amministratori locali all’insegna della concretezza e del legame con i territori, più che con le varie correnti. Che sono proliferate al Nazareno come funghi non sempre commestibili, a volte anzi tanto tossici da eliminare segretari come il fondatore Walter Veltroni, l’imbattibile battutista Pier Luigi Bersani, leader delle metafore, e Nicola Zingaretti. Che sembrava un monumento alla mitica figura del funzionario di partito adatto a tutte le evenienze: un fratello a tutti gli effetti del commissarioMontalbano.

           Sono bastati vecchi rapporti di amicizia non rinnegati dopo rotture o divergenze politiche pur serie  per esporre Bonaccini e Nardella al sospetto di collusione con l’ormai nemico Renzi. Che sognerebbe di divorare elettoralmente, forse già fra meno di due anni, in occasione del rinnovo del Parlamento,  quella parte del Pd rifiutatasi di seguirlo nell’avventura prima di Italia Viva e ora della federazione con Azione di Carlo Calenda.

              È bastata un’intemerata verbale antirenziana della candidata ancora fresca di annuncio Elly Schlein per esporla al sospetto opposto di essere funzionale agli interessi, tutti esterni al Pd, di Giuseppe Conte. Che  sogna anche lui di assorbire o asservire il Pd e non perdonerà mai a Renzi di averlo rottamato quasi due anni fa come presidente del Consiglio per sostituirlo con Mario Draghi

             La Schlein, anche per via della sua mancata iscrizione al vecchio Pd per attendere di iscriversi al “nuovo” direttamente da segretaria, non si sa con quale dei tre passaporti di cui dispone, sembra fatta opposta per far sognare Conte. Di cui ha peraltro mostrato di condividere quanto meno i dubbi su altri aiuti militari all’Ucraina non votando la mozione favorevole presentata recentemente dal Pd alla Camera.

            Il congresso in cantiere al Nazareno mi ricorda un po’ quello della Democrazia Cristiana, il quindicesimo, nella primavera del lontano 1982. Che fu condizionato dalla paura, ombra e quant’altro di Bettino Craxi, improvvisamente affacciatosi a Palazzo Chigi tre anni prima su incarico del compagno di partito e presidente della Repubblica Sandro Pertini. 

Fra i democristiani nell’estate del 1979 ve n’erano ancora di fiduciosi di riprendere i rapporti col Pci interrotti dopo la tragica fine di Aldo Moro da Enrico Berlinguer. Al quale francamene tutto si poteva offrire in cambio di una riedizione della cosiddetta “solidarietà nazionale” fuorché l’appoggio ad un governo guidato dall’odiatissimo Craxi. Che d’altronde era stato messo in pista da Pertini non per farsi sostenere dal Pci ma per garantire personalmente alla Dc ancora guidata da uno scettico  Benigno Zaccagnini la sincerità e stabilità di una ripresa dell’alleanza di governo con i socialisti e i partiti laici. Ma nello scudo crociato solo Arnaldo Forlani, astenendosi in una votazione conclusiva e negativa della direzione, si era mostrato incline a pagare per la ripresa dell’alleanza con i socialisti il prezzo di Craxi a Palazzo Chigi. 

           Era bastata comunque una settimana o poco più di trattativa vera col segretario del PSI per creare nella Dc, peraltro abituatasi ad ottenere da Berlinguer sostegni esterni a governi monocolori, un vero e proprio panico. Di cui decise di assumere la guida Ciriaco De Mita proponendosi poi al congresso come l’uomo che non avrebbe mai ceduto la presidenza del Consiglio al troppo ingombrante e pericoloso leader socialista. E così nell’elezione diretta del segretario al congresso De Mita vinse e Forlani perse, peraltro in un rimescolamento di correnti da capogiro, con i fanfaniani definitivamente spaccati fra lo stesso Fanfani e il suo ormai ex delfino Forlani, appunto.

            Poiché il diavolo fa notoriamente le pentole ma non i coperchi, l’anno dopo De Mita perse ben sei punti percentuali nelle elezioni per il rinnovo ordinario delle Camere. E, perdurando una dura opposizione di Berlinguer, che ne aveva fatto addirittura una dura “questione morale”, toccò allo stesso De Mita come segretario della Dc negoziare con Craxi -addirittura in un convento- la cessione di Palazzo Chigi. Che nel frattempo tuttavia era stato occupato per un anno e mezzo dal repubblicano Giovanni Spadolini, in carica con due governi, in particolare, fra l’estate del 1981 e il tardo autunno del 1982. 

            Ah, il diavolo. Vedremo, fatte le debite differenze, se e quali sorprese il maligno riserverà al congresso del Pd messo in cantiere da Enrico Letta e ai passaggi successivi.

Pubblicato sul Dubbio

La (ir)resistibile scalata di Elly Schlein al “nuovo” Partito Democratico

Sono curioso, quanto meno, di vedere se sarà confermata o finirà la leggenda dell’infallibilità di Dario Franceschini nella collocazione dalla parte vincente tutte le volte in cui nel partito di turno – prima la Dc, sfiorata negli anni giovanili o dell’adolescenza, poi il Partito Popolare, poi ancora la Margherita e infine il Pd- si sono mosse più del solito le correnti e si sono cercati e trovati nuovi equilibri attorno a nuovi segretari. 

Stavolta, nel più difficile congresso del Pd pur già provato in 15 anni di vita da tre scissioni, o due e mezza, compiute in ordine cronologico da Francesco Rutelli, Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi, considerando mezza quella di Rutelli per  la sua consistenza; stavolta, dicevo, nel più difficile congresso del Pd, alle prese addirittura con una rifondazione e altri obiettivi altisonanti, Franceschini ha scommesso su Elly Schlein. O così l’ex ministro barbuto della Cultura ha lasciato sinora che si dicesse e si scrivesse, pur non precisando, all’interno della scommessa generale, quale dei tre passaporti dell’interessata gli piaccia di più: lo svizzero, l’americano o l’italiano. 

Di bello, di strano, di stravagante, come preferite, il “nuovo Pd” promesso o propostosi da Elly scendendo in lizza, e neppure iscritta al vecchio, potrebbe avere appunto il carattere multinazionale della sua prima donna leader. Che, quanto meno, potrebbe raccontare meglio all’estero il suo partito rispetto ai predecessori. Ma proprio sul fronte internazionale la candidata è stata pizzicata da un osservatore non certo inesperto e superficiale come Claudio Martelli. Che sulla Gazzetta del Mezzogiorno, probabilmente informato di prima mano da sua moglie Lia Quartapelle, parlamentare piadina, le ha contestato di avere disertato nei giorni scorsi le votazioni alla Camera sulla prosecuzione degli aiuti militari all’Ucraina, compresa quella sul documento a favore presentato dal gruppo di appartenenza.

Salutata a Roma dai suoi tifosi, all’annuncio della candidatura, col canto insistito di “Bella ciao” della Resistenza italiana al nazifascismo, come ha raccontato alla Stampa Annalisa Cuzzocrea, l’aspirante segretaria del Pd ha dunque evitato l’appoggio -se non vogliamo dire che lo ha negato- alla Resistenza, con la maiuscola come l’altra, degli ucraini all’aggressione di Putin. Che si è notoriamente proposto ai russi come un nuovo Pietro il Grande ma si è stabilizzato per ora come un nuovo Stalin. Del quale è stato appena celebrato il genocidio compiuto ai suoi tempi nelle stesse terre ora devastate e insanguinate dai russi. 

Proprio sulla Stampa, e sempre a proposito del Pd, un’altra osservatrice non sprovveduta come Lucia Annunziata ha appena avvertito e denunciato “l’ombra” dell’ormai esterno Matteo Renzi sul congresso piddino per via della candidatura a segretario dell’amico e già collaboratore Stefano Bonaccini: il presidente della regione Emilia-Romagna di cui peraltro Elly Schlein è stata vice crescendo in qualche modo fra la sua barba, sino a ispirare la vignetta odierna di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera. 

Non meno ingombrante, a questo punto, dovrebbe essere avvertita, ai danni della Schlein, l’ombra esterna del grillino Giuseppe Conte, messosi ormai a capo, anche nell’abbigliamento, dello schieramento politico contrario alla prosecuzione degli aiuti militari all’Ucraina. E in attesa di un cambiamento del “gruppo dirigente”  per tornare a considerare un progetto di alleanza col Pd. O di quel che rimarrebbe dei suoi iscritti e soprattutto elettori dopo una scelta simile. Che metterebbe il partito del Nazareno, convertitosi sul piano della politica interna anche alla difesa, per esempio, del cosiddetto reddito di cittadinanza osteggiato quando venne istituito dal primo governo Conte, a sostanziale rimorchio dei resti -anch’essi- del MoVimento 5 Stelle. Sarebbe la realizzazione della opa sul Pd tentata da Grillo in persona nel lontano 2009 iscrivendosi d’estate a una sezione sarda.  

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Allerta a sinistra per “l’ombra” di Matteo Renzi sul congresso del Pd

Quello che con la solita felicità di titolazione il manifesto ha definito “Toscanello emiliano”, volendo rappresentare l’asse ormai formalizzatosi sulla strada del congresso del Pd fra il sindaco di Firenze Dario Nardella e il governatore dell’Emilia Romagna e candidato alla segreteria del partito Stefano Bonaccini, ha procurato l’orticaria a un bel pò di osservatori apparentemente neutrali, distaccati e quant’altro: in realtà, schieratissimi contro l’ipotesi di una vittoria di questo tandem. Che sarebbe né più né meno che la rivincita di Matteo Renzi dall’esterno del partito da lui guidato negli anni scorsi: un partito scalato a suo tempo dalla postazione di sindaco di Firenze, lasciata poi in eredità a Nardella, con l’appoggio proprio di Bonaccini.

In un commento sulla Stampa titolato sull’”ombra di Renzi”, bontà sua, Lucia Annunziata ha scritto che “il filo renziano, sia chiaro, non è una colpa, e nemmeno un complotto”. Ci mancherebbe altro, con tutto quello peraltro che il senatore di Scandicci ha da fare su tutti i fronti che pratica o gli sono soltanto attribuiti. Ma la prospettiva di una vittoria del “toscanello emiliano”, per tornare al manifesto, sarebbe solo rovinosa per un Pd che ormai -per esempio Stefano Rolli nella vignetta sulla prima pagina del Secolo XIX, dello stesso gruppo editoriale della Stampa, e di Repubblica- paragona all’isola d’Ischia travolta dal fango che precipita dalla montagna sovrastante tra le case abusive. 

“Rottamazione. Quanta eco in questa parola. Che grande soddisfazione per Renzi”, ha scritto l’Annunziata a proposito del progetto di Bonaccini e Nardella di “smontare e rimontare” il Pd, piuttosto che inseguire a sinistra -come altri preferirebbero- Giuseppe Conte alla testa di quel che  è rimasto del movimento grillino nelle elezioni anticipate del 25 settembre scorso. “I timori di scissione che cominciano a circolare in queste ore”, sempre secondo l’Annunziata, “sono la proiezione più chiara” del disastro incombente sul Nazareno. “Giusto, sbagliato ?”, finge di chiedersi l’editorialista, esperta e quant’altro della Stampa invocando Watson e fingendo di garantire che  “noi non facciamo politica, ma raccogliamo solo le parole che altri lasciano per strada”.

All’Annunziata della Stampa fa ecco in qualche modo, leccandosi i baffi che ancora non ha, Marco Travaglio sul solito Fatto Quotidiano titolando “contro Bonaccini&C” che nel Pd, o a proposito del Pd, “tutti parlano di scissione” anche o proprio in attesa che scenda “in lizza”, probabilmente oggi stesso, la deputata per quanto non iscritta al partito Elly Schlein, ex vice di Bonaccini alla regione Emilia Romagna e sorella della diplomatica italiana entrata in Grecia nel mirino degli anarchici. 

A tali e tanti annunci di scissione del Pd velleitariamente -secondo i grillini- attestatosi nelle elezioni di settembre sopra il MoVimento 5 Stelle, a sua volta dimezzatosi rispetto al clamoroso risultato del 2018, Conte si starò fregando le mani nel tour intrapreso, e cominciato a Napoli, contro il governo “disumano” e “guerrafondaio” di Giorgia Meloni. Che praticamente vuole togliere il reddito di cittadinanza a tanta povera gente, fra cui pochi profittatori, per spendere di più in armamenti, compresi quelli destinati agli ucraini ostinati nel volersi difendere dai russi che li sommergono di missili destinati anche contro scuole ed ospedali. 

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Peppiniello Conte nella ritrovata missione di avvocato del popolo

A Napoli, dove la buonanima di Eduardo De Filippo ha fatto scuola con i diminuitivi dei nomi dei protagonisti e attori delle sue commedie, Giuseppe Conte si è sentito chiamare in piazza Peppiniello. Non ho capito bene se da una percettrice del reddito di cittadinanza, da una parente o da una ex esterna o precaria dell’Inps regolarizzata grazie ad un provvedimento risalente al suo ultimo governo. 

E Peppiniello, che fa rima, solo quella, col rivoltoso Masaniello datogli oggi sul Giornale dal direttore Augusto Minzolini, sentendosi ormai in quella città come a casa sua, più ancora che nella Volturara Appula da cui proviene, per via di tutti quei voti raccolti dal movimento grillino nelle ultime elezioni politiche, alla faccia del trombatissino scissionista Luigi Di Maio; Peppiniello, dicevo, si prende molto sul serio nella sua ritrovata missione di avvocato del popolo. Inteso naturalmente come il popolo degli ultimi, dei diseredati, dei veri disperati, non di quei pochi fottutissimi furbi che abusano del reddito di cittadinanza e lo sputtanano, fornendo alibi, pretesti e quant’altro alla “disumana” Giorgia Meloni per tagliarne la consistenza e via via abolirlo.

Dall’alto della popolarità guadagnatasi a Napoli, sia pure sulle orme della buonanima di Achille Lauro, che distribuiva il ben di Dio in ogni campagna elettorale, Conte ha dedicato poche, sprezzanti battute ai concorrenti di sinistra del Pd parlandone coi giornalisti sulla soglia di qualche bar, o alla cassa con una sfogliatella in mano. 

Il congresso del Pd? E che è un congresso quello che Enrico Letta ha messo in cantiere? Il gruppo dirigente del Nazareno? Ma è davvero un gruppo dirigente quello che ha lasciato la periferia  del partito nelle mani dei “potentati”? L’opposizione del Pd al governo Meloni? E che è un’opposizione quella di un partito che fa opposizione a se stesso, con tutte le correnti che ha, e in tutta la confusione in cui si trova da quando è nato assemblando i resti di vecchie formazioni politiche? 

Magari, saranno pure vere, realistiche alcune di queste lamentele, accuse e simili dell’ex presidente del Consiglio ma a sentirle o leggerle senza reagire sotto i soffitti del Nazareno, dopo tutti gli aiuti forniti a Peppiniello nella scorsa legislatura per farlo restare a Palazzo Chigi dalla primavera del 2018 a febbraio del 2021;  a sentirle  o leggerle, dicevo, sotto i soffitti del Nazareno senza reagire è uno spettacolo davvero avvilente. Al quale si è però deciso a reagire l’ex senatore, ex tesoriere, ex capogruppo al Senato Luigi Zanda. Almeno lui, togliendosi finalmente da una scarpa o da entrambe i sassolini finitivi quando gli toccò accordare la fiducia al secondo governo Conte. Cui era stato quanto meno tentato di preferire le elezioni anticipate, a costo anche di vederle vinte allora da Matteo Salvini. 

“Di Conte -è finalmente sbottato Zanda parlandone col Riformista, che non voleva sentirsi dire altro- non riesco a fidarmi politicamente. Mi sembra una personalità che ha fatto della disinvoltura politica la sua cifra principale. L’uomo che ha firmato i decreti sicurezza di Salvini e che ha taciuto quando Salvini chiedeva pieni poteri? Oppure l’uomo che ha cacciato Salvini dal governo mettendogli una mano sulla spalla in pieno Senato? Il Conte che aumentava consistentemente gli stanziamenti per gli armamenti? L’uomo che appoggiava l’invio di armi all’Ucraina oppure quello che ha fatto cadere Draghi proprio negandogli la fiducia sulle armi all’Ucraina?…..A me sembra che Conte sia attento principalmente alla sua fortuna politica. Lo abbiamo visto cercare il voto di Ciampolillo nella speranza di guidare un Conte tre e ora lo vediamo atteggiarsi a progressista alla ricerca di un suo spazio politico”. Peraltro, a vedere certe foto giunte ieri proprio da Napoli, scambiando per folle ciò che folle non erano davanti a lui in cappotto, scaldate a mala pena da qualche lampada.   

Ripreso da http://www.policymakermag.it e http://www.startmag.it

Gerardo Bianco, l’irpino dc più irriducibile di Ciriaco De Mita

L’appena scomparso Gerardo Bianco, fra tutti gli uomini politici che ho conosciuto e frequentato, è stato insieme il più semplice e il più colto, il più inflessibile nei propri convincimenti e insieme il più umano.

Lo conobbi in Transatlantico, a Montecitorio, presentatomi da Mario Segni all’inizio del fenomeno dei peones democristiani, insofferenti al gioco delle correnti e per niente timorosi di scontrarsi con pezzi grossi, da novanta, come Amintore Fanfani, Flaminio Piccoli, Antonio Gava, Ciriaco De Mita. Di quest’ultimo, leader della sinistra chiamata “Base”, almeno da Roma in giù, essendone al Nord il capo indiscusso Giovanni Marcora, Albertino per gli amici e i partigiani  della Resistenza, Gerardo era stato a suo modo allievo nella comune Irpinia. Ma, come i migliori allievi, non succubo. 

La rottura politica fra i due avvenne nel 1979, quando, consumatesi la tragedia di Aldo Moro e la stagione eccezionale della cosiddetta “solidarietà nazionale”, da non confondersi -come fanno ancora oggi in molti, anzi in troppi- col più complesso e organico “compromesso storico” perseguito da Enrico Berlinguer, i più giovani e valenti fra i parlamentari democristiani avvertirono la necessità di farla finita con quello stato di emergenza da cui si erano sentiti costretti anche nei rapporti gerarchici di corrente. 

Nacque così all’interno del gruppo scudocrociato della Camera, all’inizio della legislatura nata dalle elezioni anticipate imposte dal ritorno del Pci all’opposizione dopo l’appoggio esterno a due governi monocolori di Giulio Andreotti, la candidatura di Gerardo a presidente. Ma su quella postazione aveva già messo gli occhi non tanto il segretario allora in carica del partito,  un Benigno Zaccagnini ormai in uscita, quanto Ciriaco De Mita per promuovere Giovanni Galloni, pure lui basista. 

Francesco Cossiga era tornato a frequentare Montecitorio, dopo le dimissioni da ministro dell’Interno, per l’epilogo drammatico del sequestro Moro, tenendo la contabilità -come lui stesso scherzava- della cosiddetta “area Zaccagnini”. Dalla quale ogni giorno, anzi ogni mezza giornata, toglieva qualcuno per mettervi qualche altro: un’attività, chiamiamola così,  di controllo, arruolamento e quant’altro che di lì a poco, con la complicità di Sandro Pertini sul Colle, gli avrebbe procurato Palazzo Chigi. Cui sarebbero seguiti Palazzo Madama, cioè la presidenza del Senato, e infine il Quirinale.

In uno dei tanti aggiornamenti della lista dell’”area Zaccagnini” ebbi la possibilità di interloquire e di chiedere a Cossiga una previsione sull’esito della partita sul capogruppo. Partita? mi chiese lui beffardo.    La vittoria l’aveva già in tasca Galloni.  Ai miei dubbi Francesco m sfidò a scommettere una cena. La vinsi, ma non la riscossi mai. In cambio mi guadagnai l’amicizia di Bianco, che vidi crescere sempre di più fuori e dentro la Dc. Dove contribuì alla ripresa dell’alleanza di governo con i socialisti: governo in uno quei quali -il sesto e penultimo di Andreotti- sarebbe entrato come ministro della Pubblica Istruzione sostituendo nel 1990 il collega di partito Sergio Mattarella. Che si era dimesso con altri della sinistra democristiana per protesta contro la disciplina finalmente legislativa dalla televisione privata. Non c’era Ministero, francamente, che non fosse più adatto a uno come Bianco, indicato personalmente ad Andreotti dal segretario della Dc allora in carica: Arnaldo Forlani. 

Diversamente dall’altra volta, quando fu eletto contro le indicazioni del vertice del partito, Gerardo tornò alla guida del gruppo democristiano della Camera all’inizio della legislatura uscita delle urne del 1992 su designazione del segretario, sempre Forlani. E vi sarebbe rimasto sino alla fine anticipata delle Camere, meno di due anni dopo, senza più Forlani segretario e bastian contrario rispetto ad un establishment rassegnato alla fine della cosiddetta prima Repubblica per via giudiziaria. Ma bastian contrario, felicemente, anche nella seconda, terza e quarta del breve conio grillino della legislatura scorsa.

Pubblicato sul Dubbio

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