La rinuncia e il dispetto di Berlusconi a Draghi sotto il balcone del Quirinale

Non sono due ma neppure una sola la notizia uscita da Arcore e affidata da Silvio Berlusconi alla senatrice e assistente di turno Licia Ronzulli, disertando il vertice pur da remoto reclamato dagli alleati. Sono state almeno una notizia e mezza, ma forse anche due mezza, come vedremo. 

Titolo del Giorno, Resto del Carlino e Nazione

La mezza notizia, essendo ormai scontata dopo il preannuncio del Giornale di famiglia, è la rinuncia di Berlusconi alla corsa al Quirinale. O “la resa”, come hanno preferito chiamarla nei titoli i quotidiani pur sostanzialmente fiancheggiatori del gruppo Riffeser Monti: Il Giorno, il Resto del Carlino e la Nazione. Una rinuncia o resa da “statista nell’interesse del Paese”, come è stato sottolineato dal Giornale condividendo evidentemente le stime ottimistiche dell’interessato sulla disponibilità effettiva dei voti . 

Augusto Minzolini sul Giornale

Un notizia intera, su cui solo Vittorio Sgarbi, al termine della campagna telefonica fra i parlamentari a favore dell’amico, aveva scommesso smentendo le aperture attribuite ad una visita di Gianni Letta a Palazzo Chigi nella scorsa settimana, è il dispetto quanto meno politico, se non anche personale, fatto da Berlusconi a Mario Draghi per eccesso di stima, apprezzamento e quant’altro per il suo ruolo di presidente del Consiglio. Che  l’interessato farebbe pertanto bene a ricoprire ancora, almeno sino alla fine ordinaria della legislatura, nel 2023, rinunciando pure lui alla candidatura al Quirinale adombrata con quella specie di parabola del “nonno a disposizione delle istituzioni” raccontata nella conferenza stampa del 22 gennaio. Una parabola che Berlusconi, già impegnato a suo modo nella corsa al Quirinale, deve avere interpretato come una sfida a lui, che pertanto ora l’ha ricambiata. E di “sfida”, appunto, ha scritto nel suo editoriale il direttore del Giornale Augusto Minzolini. 

Titolo del Fatto Quotidiano
Titolo di Libero

A questa sfida per  sospetta “tigna”, si dice a Roma, hanno dedicato i loro titoli compiaciuti due giornali così opposti politicamente ma convergenti contro Draghi: Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, su sfondo azzurro, e Libero di Alessandro Sallusti su sfondo rosso.  Addirittura Libero nella sua foga contro il presidente del Consiglio lo ha decollato. Travaglio invece si è accontentato di vederlo in bilico sulla buccia di banana appena lanciata con perfidia da Berlusconi sul percorso quirinalizio. Va però detto che con una certa prudenza inusuale Travaglio non ha rappresentato Draghi a terra, evidentemente consapevole o timoroso che ci siano ancora margini per la sua candidatura, per quanto sostenuta più o meno chiaramente -ha fatto scrivere nel titolo- dai “2 Letta”, zio Enrico e nipote Gianni, “Giorgetti e Toti”, dimenticando chissà perché Giorgia Meloni. Che invece dall’interno del centrodestra ornai sfasciato da Berlusconi -e questa può ben essere vista come la seconda notizia intera prodotta dalla rinuncia o dalla resa del Cavaliere- si è subito dissociata dal dispetto, sgambetto e quant’altro a Draghi. Che lei è pronta a far votare dai suoi parlamentari nella speranza che poi la situazione politica evolva verso le elezioni anticipate.

Titolo di Avvenire
Ancora Minzolini sul Giornale

“Buio sul Colle”, ha titolato non a torto Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, prevedendo quanto meno una lunga serie di votazioni a Montecitorio da domani pomeriggio, in attesa di un accordo largo o stretto che sia fra i partiti, franchi tiratori permettendo. Ma le preoccupazioni di Avvenire non sono condivise dal Giornale, dove Minzolini ha ricordato che “la media ponderata” delle elezioni presidenziali è di “11 scrutini”, in cui “non è mai morto nessuno”. Nel 1992 tuttavia la mafia volle partecipare a suo modo alle lungaggini parlamentari per la successione a Francesco Cossiga con la strage di Capaci, costata la vita a Giovanni Falcone, alla moglie e a quasi tutta la scorta. Seguì l’elezione “emergenziale” di Oscar Luigi Scalfaro, ancora fresco di arrivo alla presidenza della Camera. 

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Gli ultimi e forse anche amari giorni di Mattarella al Quirinale

Titolo del Fatto Quotidiano

Con l’inaugurazione dell’anno giudiziario in Cassazione alla sua presenza, tra ermellini, fiocchi e mascherine anti-covid, si è davvero conclusa -e con una certa amarezza, come vedremo- la missione presidenziale di Sergio Mattarella. La cui conferma, dopo essere stata da lui stesso avversata ripetutamente, nonostante il bis sollecitato in alto e in basso, dai vertici politici con una certa discrezione o reticenza, come preferite, e dai cittadini comuni con un certo entusiasmo, fra piazze, teatri e cerimonie nello stesso Palazzo del Quirinale, è svanita davanti alla crescita della candidatura di Mario Draghi. Che solo l’irriducibile Fatto Quotidiano di Marco Travaglio attribuisce alla generosità, alle speranze e persino alle manovre dei “giornaloni”. 

Titolo del manifesto
Titolo del Foglio

E’ diventato così un giornalone anche il manifesto con quel titolo di prima pagina su Draghi che “avanza”. O Il Foglio con quel titolo in rosso su “Chi ci guadagna con Draghi al Colle (tutti)”. O il debenedettiano Domani con quell’editoriale intitolato “Cosa manca per arrivare all’elezione di Draghi”, non in senso ironico o scettico ma per dire che ormai ci siamo, nonostante i ritardi, almeno mentre scrivo, nelle operazioni di autorimozione della rumorosa -ma niente di più- candidatura di Silvio Berlusconi, pago di avere occupato anche con le sue esitazioni per un bel pò di tempo le prime pagine dei giornali. Come se lui fosse stato davvero il “protagonista” della corsa, dicono e scrivono i fedelissimi, soddisfatti pure loro di tanto presunto successo. Di cui peraltro staremo a vedere gli effetti dentro lo stesso centrodestra, dove è emersa sempre più chiaramente una certa, diffusa insofferenza verso il Cavaliere e anche il suo missionario nei palazzi della politica e delle istituzioni, già sottosegretario con lui alla Presidenza del Consiglio. Ultima e alquanto controversa è stata la visita di Gianni Letta a Palazzo Chigi prima di recarsi al penultimo vertice del centrodestra a Villa Grande, la nuova residenza romana di Berlusconi sull’Appia antica. 

Titolo del Riformista

Scrivevo, all’inizio, dell’amarezza che ha procurato -forse anche allo stesso Mattarella- l’inaugurazione dell’anno giudiziario in Cassazione. Di cui addirittura il Riformista di Piero Sansonetti, particolarmente sensibile ai problemi della giustizia, ha lamentato con un vistoso titolo di prima pagina -“Shhh, si apre l’anno giudiziario, ma non ditelo a nessuno…”- una certa clandestinità, pur nell’abbondanza di fotografie e immagini televisive. 

Immagini dalla Cassazione
Pietro Curzio

Con tono umile, fra citazioni di Voltaire e Leonardo Sciascia, sollevato anche dall’incubo di non poter neppure partecipare alla cerimonia dopo essere stato quasi deposto dal Consiglio di Stato e reintegrato in tutta fretta dal Consiglio Superiore della Magistratura, il primo presidente della Cassazione Pietro Curzio ha auspicato, promesso, garantito -come preferite- che “i giudici sapranno riparare ai loro errori”. E ciò evidentemente, o augurabilmente, sulla strada di quella “rigenerazione” reclamata più volte da Mattarella di fronte all’esplosione delle varie, poco commendevoli vicende di toghe, carriere e quant’altro. 

Giovanni Salvi

Ma diversamente da Curzio, e dai suoi toni quasi da scuse, il Procuratore Generale della Cassazione Giovanni Salvi ha orgogliosamente rivendicato il funzionamento della vigilanza interna della magistratura, e quindi la sua affidabilità nei riguardi di un’opinione pubblica forse troppo critica o pretenziosa. Pensate un pò, su 1748 notizie di illeciti di magistrati il sistema di autocontrollo ne ha archiviate 1229. Poteva anche arrivare a 1230 per fare cifra tonda. 

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Solo 515 battute, o caratteri, in memoria di Sergio Lepri

Di Sergio Lepri, l’ex direttore primatista- in tutto- dell’Ansa spentosi a 102 anni, voglio solo scrivere che, pur non avendo mai lavorato con lui, ne avevo una paura terribile: quella di procurarmi la sua disapprovazione, tanto lo stimavo come giornalista e come lettore. E’ una paura che mi venne quando egli stesso ebbe la cortesia di dirmi che aveva l’abitudine di seguirmi. 

Ora che non c’è più, non mi sento più libero da quella paura. Mi sento piuttosto più debole, più esposto all’errore. Addio, direttore. 

Berlusconi a sorpresa nel teatrino della politica che una volta disprezzava

E’ nemesi storica, ormai, anche per Silvio Berlusconi, non solo per Beppe Grillo alle prese con i magistrati di Milano che lo accusano di traffico d’influenze, come un qualsiasi e volgare tangentista di una trentina d’anni fa colto più o meno con le mani nel sacco del finanziamento illegale dei partiti. Che era allora il reato attraverso il quale le Procure cercavano di arrivare alle accuse ancora più gravi di corruzione, concussione e altro. 

L’editoriale del Giornale
L’editoriale di Libero

Ora Berlusconi, con le esitazioni sulla strada della rinuncia alla corsa al Quirinale, che danno ormai per scontata gli insospettabili Augusto Minzolini sul Giornale di famiglia e Alessandro Sallusti su Libero, il primo garantendo che l’ex presidente del Consiglio non perde di vista “l’interesse del Paese” e il secondo che “”non è un kamikaze”, sta alimentando quello che una volta definiva sprezzantemente “il teatrino della politica”. In cui ognuno sceglie la parte che preferisce cambiandola quando non gli piace o non gli conviene più. 

Dalla prima pagina del Corriere della Sera

Sulla prima pagina del Corriere della Sera Francesco Verderami  riferendo di ciò che dicono “le personalità più vicine” al Cavaliere, dallo stesso giornalista frequentate e intervistate con una certa amichevole abitudine, gli ha attribuito come “parole d’ordine”, pur in questa vigilia di resa, le parole “resistere, resistere, resistere”.  Sono paradossalmente le stesse usate contro Berlusconi tanti anni fa dal  Procuratore Generale della Corte d’Appello di Milano ed ex capo della Procura di primo grado Francesco Saverio Borrelli.

Mattia Feltri sulla Stampa

Ma resistere, nel caso di Berlusconi di questi giorni o di queste ore, mentre scrivo, contro chi? Paradossalmente anche contro i suoi alleati di centrodestra. Che, insofferenti nell’attesa della sua rinuncia, incontrano in pubblico e in privato gli esponenti più diversi degli altri schieramenti ed elaborano piani quirinalizi che coprono ormai l’intero alfabeto, dalla A alla Z, come ha descritto nel modo al solito imperdibile Mattia Feltri sulla Stampa. 

Titolo del Foglio
Titolo di Domani

Mentre crescono, secondo i casi, l’attivismo e la rassegnazione alla candidatura di Mario Draghi al Quirinale, come raccontano rispettivamente con i loro titoli Il Foglio e Domani, ai giornali d’area del centrodestra o comunque simpatizzanti del Cavaliere rimane la ben magra soddisfazione, secondo me, di unirsi al solito Marco Travaglio dell’altrettanto solito Fatto Quotidiano nella rappresentazione peggiore possibile del presidente del Consiglio in carica. Che pure, stando alle ultime notizie raccolte e raccontate da Vittorio Sgarbi, anche Berlusconi sarebbe ora tentato di preferire a tutte le altre soluzioni, compreso il cosiddetto Mattarella bis attribuitogli dallo  stesso Sgarbi qualche giorno fa parlandone alla Stampa. 

Titolo di Libero
Angelo Panebianco su Corriere della Sera

Draghi prepara la grande fuga dal governo”, ha titolato Libero su sfondo azzurro un pò scuro, sbertucciando nelle cronache le trattative più  o meno in corso dietro le quinte su chi dovrà sostituirlo a Palazzo Chigi e con quali nuovi ministri politici al posto di qualcuno almeno dei tecnici nominati l’anno scorso. Eppure è difficile dare torto ad Angelo Panebianco, che nell’editoriale odierno del Corriere della Sera si è chiesto “perché alcuni auspicano e altri (a occhio, molti di più) che, una volta eletto il presidente della Repubblica, il governo Draghi lasci il posto -con o senza elezioni anticipate- a un altro governo questa volta totalmente controllato dai partiti?”. “All’apparenza -ha insistito impietosamente il professore- non ci sarebbe niente di male: non è forse la regola in democrazia?”. In realtà, siamo sempre alle prese col teatrino della politica una volta lamentato da Berlusconi, prima che, intabarrato in quello strano cappotto scuro di dimensioni da nomenclatura una volta sovietica, vi partecipasse pure lui anche per il resto, e non solo per la corsa al Quirinale. 

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Modesta lezione di garantismo al pur immeritevole Beppe Grillo

Titolo del Dubbio

La nemesi generalmente vista e indicata nelle indagini dei magistrati di Milano a carico di Beppe Grillo  per traffico d’influenze -che evoca niente e tutto, anche nuove versioni o edizioni della vecchia Tangentopoli fatta esplodere proprio a Milano trent’anni fa- é diventata “storica” nel commento del direttore Augusto Minzolini sul Giornale considerando la coincidenza col ventiduesimo anniversario della morte di Bettino Craxi. Alla demonizzazione della cui immagine, già negli anni della sua maggiore forza politica, Grillo  in effetti contribuì da comico con sparate e insinuazioni delle sue.

  Furono i segni premonitori di quella dannazione della politica che si sarebbe poi sviluppata nel giustizialismo, nella fine della cosiddetta prima Repubblica e in quell’infatuazione -diciamo la verità- che rese possibile molti anni dopo, nella cosiddetta seconda Repubblica, la trasfigurazione dello stesso Grillo nel vendicatore di tutte le nefandezze, nel rigeneratore della politica e nel protagonista di una mezza rivoluzione: mezza, solo perché il successo elettorale dei pentastellati nel 2018 non fu completo. 

Il movimento grillino per governare dovette rassegnarsi a “sporcarsi le mani”, diciamo così, con gli altri partiti, quasi tutti nell’arco di pochissimi anni, acquisendone i vizi peggiori, come martedì sera, ospite di Giovanni Floris in televisione, diceva sconsolato l’ormai fuoriuscito Alessandro Di Battista con l’aria dell’eroe o dell’angelo tradito. 

Non si è ancora arrivati, nel processo di evoluzione o di contaminazione di ciò che resta dei grillini, nei sondaggi nazionali e nelle amministrazioni locali, alle scuse tipo quelle formulate pubblicamente dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio dopo l’assoluzione di un sindaco del Pd che egli aveva personalmente attaccato in piazza sollecitandone dimissioni e quant’altro. Ma chissà, non è detto che non vi si giunga, prima o poi, fra la disperazione del già ricordato Di Battista. 

Intanto da buon garantista, spingendomi dove stavolta penso che non si sentirà di arrivare neppure Silvio Berlusconi nella sua ostinata ma declinante corsa al Quirinale, e nella conseguente ricerca di consensi fra tanti parlamentari sciolti e sbandati, auguro a Grillo di uscire dalle sue disavventure giudiziarie meglio del mio compianto amico Bettino Craxi. Di cui ho sentito l’altra sera, riproposta dall’omonima Fondazione, la lunga e toccante intervista televisiva del 25 ottobre 1996 alla televisione tedesca di Stato, conclusasi in lacrime, contro la “falsa rivoluzione” di Mani pulite e dintorni. 

Auguro davvero a Grillo di riuscire a difendere la semisecolare amicizia -dicono i suoi sostenitori- col generoso armatore Vincenzo Onorato dalle accuse e dai sospetti che ad essa avrebbe sacrificato il ruolo di rivoluzionario e moralizzatore assunto in piazza mandando a “fanculo” nel 2009 tutti i partiti. Ma ciò dopo avere inutilmente tentato di iscriversi al Pd e di scalarne il vertice appena lasciato da Walter Veltroni. 

Pubblicato sul Dubbio

Le ultime resistenze ormai alla scalata di Mario Draghi al Quirinale

Titolo del Foglio
Titolo del Fatto Quotidiano

Nonostante o forse grazie alla campagna contraria del Fatto Quotidiano-ostinata quanto la corsa non ancora finita di Silvio Berlusconi- siamo ormai alle ultime resistenze alla scalata silenziosa ma tenace di Mario Draghi al Quirinale. Che il segretario del Pd Enrico Letta ha sostenuto nell’incontro annunciato con Giuseppe Conte e col ministro della Salute Roberto Speranza raccogliendo le resistenze, appunto, del primo e la sostanziale disponibilità del secondo, in rappresentanza della sinistra ormai sulla via del ritorno a casa, cioè al Nazareno. Ma Conte poi si è incontrato prudentemente con l’amico-antagonista Luigi Di Maio che gli ha consigliato un pò di realismo, dal suo punto di vista, sino a indurlo a far sapere che non esistono -o non esistono più- veti pentastellati contro Draghi. Troppo tardi per far cambiare al giornale di Marco Travaglio il titolo di prima pagina tutto di battaglia ormai di retroguardia: “Missione incompiuta- Draghi resti a bordo”, cioè a Palazzo Chigi, da dove invece vorrebbe “fuggire” per il presunto fallimento della sua lotta vaccinaria alla pandemia. 

La vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX
Dalla prima pagina del ;essaggero

Anche Berlusconi, pur non avendo ancora annunciato, almeno sino al momento in cui scrivo, la sua rinuncia immaginata da Stefano Rolli sul Secolo XIX nei panni di Papa Francesco affacciato su Piazza San Pietro, si starebbe convincendo dell’opportunità. a questo punto, di favorire una candidatura di Draghi. Che aveva invece contestato ancora qualche giorno fa parlandone con Vittorio Sgarbi, che poi ne ha riferito alla Stampa. “Solo lui al Colle se io rinuncio”, gli attribuisce oggi il Messaggero in prima pagina col supplemento di una “richiesta” di “Gianni Letta segretario generale del Quirinale”, diversamente da Repubblica che invece in prima  pagina, sempre in prima pagina, dà l’ex sottosegretario di Berlusconi in corsa addirittura per il vertice dello Stato.

Titolo di Repubblica

Francamente, considerando anche gli 86 anni che sta per compiere l’interessato, più anziano ancora di Berlusconi, entrambe le ipotesi sembrano un pò fantasiose. E comunque smentiscono il malumore attribuito nei giorni scorsi allo stesso Berlusconi un pò da tutti i giornali, senza alcuna smentita o precisazione, per la visita compiuta dal suo collaboratore a Palazzo Chigi prima di raggiungere la Villa Grande, sull’Appia Antica, per l’ultimo vertice del centrodestra sulla corsa al Quirinale. Cui non ne sono seguiti altri, per quanto ne fosse stato preannunciato uno per oggi. 

Risulta che Sergio Mattarella stia seguendo un pò sollevato gli sviluppi delle trattative o manovre dietro le quinte, che gli risparmierebbero ripensamenti dopo tutte le indisponibilità annunciate ad una sua conferma per forza maggiore. Salvo imprevisti, naturalmente. 

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Quel nodo alla gola vedendo Craxi in lacrime in quel lontano 1996

Mi sono venuti i brividi a vedere Craxi chiudere in lacrime una lunga intervista concessa il 25 ottobre 1996 nella sua casa di Hammamet a Carlotta Tagliarini, per la televisione tedesca di Stato e riproposta per internet dall’omonima Fondazione nel ventiduesimo anniversario della morte di Bettino.

Ho pensato, risentendolo e rivedendolo per più di un’ora, che Craxi aveva a quell’epoca gli stessi anni -62- di Aldo Moro quando fu sequestrato dalle brigate rosse e poi ucciso. Furono due uomini accomunati, pur con caratteri così diversi, dall’orgoglio personale e dalla scomodità con cui erano avvertiti anche dagli alleati di turno. Non a caso, del resto, dall’interno della maggioranza di solidarietà nazionale -realizzatasi nel 1976 dopo un turno di elezioni anticipate conclusesi -diceva Moro- con due vincitori, la Dc e il Pci, incapaci di fare l’uno a meno dell’altro per governare il Paese in una condizione di emergenza economica e d’ordine pubblico- Craxi era stato  il primo e restato a lungo l’unico a rivoltarsi alla cosiddetta linea della fermezza, peraltro gestita come peggio francamente non si poteva, per cercare di salvare la vita all’ostaggio che drammaticamente la reclamava.

Passarono 56 giorni dal sequestro all’’uccisione di Moro. Più tempo invece sarebbe passato- tre anni e quasi tre mesi- da quell’intervista di Carlotta Tagliarini alla morte di Craxi, esule in Tunisia dopo le pesanti condanne comminategli dalla magistratura italiana per Tangentopoli. Egli reagì un pò infastidito alla domanda su un’eventuale sepoltura ad Hammamet, come la moglie aveva previsto per sé sfogandosi con l’intervistatrice contro il trattamento riservato al marito dall’Italia. Per quanto ammalato di diabete e complicazioni cardiache, ma non ancora del tumore renale che ne avrebbe accelerato la fine, Craxi non aveva nessuna fretta di morire. “Questa domanda me la faccia sul letto di morte”, rispose alla mia amica Carlotta mostrando poi qualche fiducia nella possibilità che l’Italia uscisse dalla “falsa rivoluzione” che l’aveva travolta. E che era già costata la vita, fra gli altri, a due amici e compagni di partito suicidi come Gabriele Cagliari e Sergio Moroni. E fu proprio rileggendo una parte della lettera di addio di Moroni ch’egli alla fine dell’intervista non riuscì a trattenere le lacrime.

Solo dieci anni dopo la morte di Craxi il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in una lettera alla vedova che gli costò gli improperi dell’anticraxismo militante, riconobbe “la durezza senza uguali” riservata all’ex presidente del Consiglio dal sistema mediatico-giudiziario.  Già da sola  quella espressione bastava e avanzava per capire quanta ingiustizia -altro che giustizia- fosse stata praticata nei riguardi dell’ultimo leader socialista italiano con la pretesa -così insistentemente contestata da Craxi nell’intervista del 1996- di equiparare in modo indiscriminato al furto, alla corruzione e simili il finanziamento illegale dei partiti e, più in generale, della politica: un fenomeno  vecchio quanto il mondo e aggravato nel nostro Paese da una legge ipocrita, evasa da tutti, che destinava a quello scopo una somma dieci volte inferiore -per esempio- a quella stanziata in Germania. E che tutti, proprio tutti, la violassero lo dimostrò la Camera col silenzio tombale opposto alla sfida dello stesso Craxi ai deputati che affollavano l’aula a dire il contrario. 

La tomba d Craxi ad Hammamet

Sono passati ventidue anni, ripeto, dalla morte di Craxi e dalla sua sepoltura ad Hammamet, più di 25 da quella intervista e 30 quasi esatti dall’esplosione di Tangentopoli con l’arresto in flagranza del socialista Mario Chiesa a Milano, il 17 febbraio del 1992. Si sono susseguiti al Quirinale cinque presidenti della Repubblica e del Consiglio Superiore della Magistratura, in questi giorni si sta cercando il sesto, ma il sistema giudiziario e un pò anche quello mediatico è peggiorato, anzichè migliorare.  Non parliamo poi delle condizioni in cui si trova la politica. 

L’improbabile mossa del Cavallo di Berlusconi sulla strada del Quirinale

Al punto in cui è ormai arrivata la sua ostinata corsa al Quirinale, dopo che Vittorio Sgarbi da “telefonista” ne ha impietosamente ammesso e rivelato i limiti, a Silvio Berlusconi la cronaca giudiziaria -una volta tanto- offre la possibilità di una mossa: non dico del cavallo, da Cavaliere che è, ma quasi. Egli potrebbe smetterla di inseguire i voti degli ex grillini o dei grillini dissidenti rimasti ancora a casa ma impauriti dal pericolo di elezioni anticipate e soccorrere direttamente Beppe Grillo da garantista mentre i magistrati di Milano -sempre loro, potrebbe dire Berlusconi- lo indagano per traffico d’influenze. Che sarebbe stato collegato a un finanziamento di quasi due milioni di euro avuto dalla Moby di Vincenzo Onorato. 

Titolo del Giornale
Titolo di Libero

Solidarizzare, ripeto. Altro che fare ironia come il Giornale di famiglia di Berlusconi con quel titolo su “Grillo vittima del grillismo”  o condividere la “pena” di Libero con quel titolo sul passaggio del comico genovese “da elevato a indagato per soldi”. O la sarcastica vignetta a colori di Ellekappa sulla prima pagina di Repubblica. 

Titolo della Stampa

Il buon Matteo Feltri sulla Stampa ha involontariamente suggerito a Berlusconi anche una citazione che potrebbe essergli utile nel soccorso a Grillo e nella ricerca di qualche appoggio fra i “grandi elettori” pentastellati in quel che resta ancora della sua corsa al Colle. “Il traffico d’influenze”, peraltro punibile ora con 4 anni e mezzo di carcere per un inasprimento di pena voluto dall’allora ministro grillino della Giustizia Alfonso Bonafede, “è un reato ridicolo, marginale, un pranzo di nozze con i fichi secchi” secondo il professore di diritto penale a Pisa Tullio Padovani. 

Titolo-copertina del manifesto

Scherzi a parte, ma davvero, non in televisione, la partita quirinalizia di Berlusconi, a meno di una settimana dall’inizio delle votazioni nell’aula di Montecitorio, è davvero agli sgoccioli, per quanti sforzi facciano, almeno in apparenza, lo stesso Berlusconi e i fedelissimi di nutrire e accreditare ottimismo. Più calano le reali possibilità di una vittoria del Cavaliere ai punti -dalla quarta votazione in poi, quando potrebbe bastargli la maggioranza assoluta e non più dei due terzi della platea degli elettori , che è comunque sempre una maggioranza qualificata e non “semplice”, come la definiscono fior d firme anche di grandi giornali- più crescono le quotazioni di Mario Draghi. Una cui visita d’ufficio, diciamo così, ieri al Quirinale per riferire a Sergio Mattarella sui problemi della lotta alla pandemia e dintorni, si è prestata a quel titolo brillante, come al solito, del manifesto sul “sopralluogo” del presidente del Consiglio. 

Titolo del Fatto Quotidiano

Di Grillo e della sua vicenda giudiziaria, questa volta personalissima, non indiretta come quella del figlio rinviato a giudizio sotto l’accusa di stupro, c’è poco da scommettere per i riflessi possibili sulla successione a Mattarella. Lo sbandamento politico e umano del MoVimento 5 Stelle e delle varie “anime” che lo compongono, per non chiamarle correnti o tribù, era già grande di suo per poter dire che si è aggravato. Nè ad aiutare il “garante” del quasi partito ora presieduto da Giuseppe Conte saranno i tentativi minimalisti, una volta tanto, del Fatto Quotidiano, che ha relegato -come in un ossimoro- la vicenda dei rapporti con la Moby in un’apertura quasi invisibile, corredata comunque -bisogna riconoscerlo- di una fotina dell’interessato. 

Dal Riformista

Il caso ha voluto -va detto anche questo- che la bomba o il petardo di Grillo sia scoppiato nel ventiduesimo anniversario della morte di Bettino Craxi, il cui figlio Bobo sul Riformista ha potuto ricordare a ragione che il padre, travolto dalla cosiddetta Tangentopoli con tutta la prima Repubblica, ma più di tutti gli altri leader di quella stagione, fu “la prima vittima della guerra sporca” cominciata anch’essa a Milano, come ho già ricordato. 

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Lo scherzo impietoso di Vittorio Sgarbi al Berlusconi quirinalizio

Titolo del Dubbio

               Quel diavolo di Vittorio Sgarbi è riuscito a lasciare comunque la sua impronta su questa edizione della corsa al Quirinale: la più strana di tutte, se non la più pazza, come d’altronde la legislatura nella quale si svolge, in scadenza un po’ differita rispetto al mandato del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

              Già gratificato come uno dei mille e rotti “grandi elettori”, fra deputati, senatori e delegati regionali cui spetta l’elezione del capo dello Stato, Sgarbi ha fatto un pò come quello spettatore ai bordi della strada che s’infila fra i corridori per aiutare, soccorrere e quant’altro il ciclista in difficoltà, sino a fargli rischiare la squalifica.        

Berlusconi e Sgarbi in una foto d’archivio
L’intervista di Sgarbi alla Stampa di ieri

 Stremato dalle telefonate alla ricerca di consensi a Berlusconi fuori dall’area di centrodestra ma anche dentro, visto l’andirivieni verificatosi pure tra forzasti e simili in questi ultimi tempi,  Sgarbi si è lasciato andare con Antonio Bavetti, della Stampa, fra i suoi divani, quadri, sculture e ninnoli. E ha rivelato che di sicuri Berlusconi dispone solo di 390 voti, non dei 450 e più vantati sinora, già insufficienti a fargli raggiungere dal quarto scrutinio in poi i 505 necessari all’elezione.

         “È sul punto di cedere”, pur dando l’impressione di essere ancora “sparato”, ha detto Sgarbi dell’amico accomunandolo inconsapevolmente all’immagine che del segretario socialista Francesco De Martino dava il compagno di partito Ferdinando Santi raccontando dei suoi rapporti tanto con la Dc quanto col Pci: “Resiste fino a un momento prima di cedere”.

           Incalzato sul dopo-rinuncia, ormai, dell’ex presidente del Consiglio, Sgarbi ne ha anticipato, previsto, intuito, come preferite, il sostegno ad una conferma di Mattarella, tanto non gli passa evidentemente per la testa il ripiegamento su un altro candidato del centrodestra meno “divisivo”, direbbero gli avversari e forse anche l’alleato Matteo Salvini.

Berlusconi in cappotto

           E Mario Draghi, così calorosamente sostenuto da Berlusconi alla nomina a presidente del Consiglio vantandosi di averlo portato lui al vertice della Banca Centrale Europea negli anni d’oro della guida del governo? Niente. Eppure anche Sgarbi, prima di mettersi al telefono, telefonino e quant’altro a disposizione del Cavaliere per sostenerlo nella corsa al Quirinale, lo aveva pubblicamente esortato a spendersi per l’elezione di Draghi. Evidentemente Berlusconi non ha gradito che nel frattempo questa soluzione sia diventata l’obiettivo del segretario del Pd Enrico Letta, per quanto, o ancor più perché condiviso dallo zio Gianni. Che è di casa, eccome, nelle residenze del Cavaliere.

           Tutto sommato, a questo punto dobbiamo a Sgarbi sulla vicenda quirinalizia più notizie di quante non ne abbiano sino date i cronisti al seguito della corsa. Grazie, Vittorio. Pace fatta dopo qualche tua intemperanza nell’aula della Camera con la presidente di turno che ti ho contestata.

Pubblicato sul Dubbio

                                                                          

Povero Berlusconi, verrebbe da dire se non si fosse messo lui nei guai

Povero Berlusconi, verrebbe da dire vedendolo nella sua ostinata corsa al Quirinale appeso non solo agli attacchi degli avversari, scontati pure nella forma della derisione sublimata nel titolo-copertina del manifesto “Conta che ti passa”, ma anche o ancor più dalle licenze che si concedono ogni giorno alleati e amici persino stretti, costringendolo a inseguirli con telefonate, richieste di chiarimento, sfoghi e presunti chiarimenti finali , anzi semifinali. Povero Berlusconi, scrivevo che verrebbe voglia di dire se non fosse stato lui a volersi mettere in questa situazione che nessun medico -credo- gli abbia prescritto come cura suppletiva dei postumi del Covid. Che sino a qualche mese fa lo costringevano ad entrare e a uscire dall’ospedale San Raffaele di Milano.

Titolo di Repubblica
Titolo del Fatto Quotidiano

“Lo strappo di Salvini”, ha titolato con ottimismo, dal suo punto di vista, laRepubblica antiberlusconiana anche nella versione ormai post-scalfariana. Strappo, come se Berlusconi fosse un redivivo Breznev e Salvini un redivivo, pure lui, Berlinguer. Che si mostrò tanto desideroso di emanciparsi da Mosca col suo Pci da meritarsi un mezzo attentato in Bulgaria, dove un mezzo militare investì la sua auto diretta all’aeroporto riuscendo però ad uccidere solo l’autista. “Salvini ritenta la fuga da B. (ma poi rientra)”, ha titolato con paradossale sollievo Il Fatto Quotidiano, temendo evidentemente che chissà quale nome ugualmente o ancor più sgradito a Marco Travaglio il leader leghista avesse deciso di proporre agli altri partiti per “allontanare Berlusconi dal Colle”, come ha titolato la Stampa.

Titolo del Foglio
Titolo della Stampa

“Salvini pressa il Cav. e apre un nuovo forno”, ha titolato Il Foglio come se il leader leghista, peraltro incoraggiato dal suocero Denis Verdini dagli arresti domiciliari a fare il cosiddetto kingmaker in questa edizione della corsa al Quirinale, fosse un redivivo Giulio Andreotti dei tempi in cui accusava Bettino Craxi di pretendere il monopolio della produzione e della vendita del pane alla Dc, ma anche agli altri partiti. 

Tommaso Labate sul Corriere della Sera

E’ tutto un fiorire, come vedete, di corsi e ricorsi storici nella rappresentazione di questa corsa al Quirinale che Berlusconi è comunque riuscito -gli va riconosciuto- ad animare attorno alla sua recitazione, magari sino all’ultimo momento utile, quando ritirandosene cercherà di riconquistare in extremis la figura di kingmaker contestagli fuori e persino dentro la stessa coalizione di centrodestra. “Gioca una partita allo specchio”, ha scritto di lui forse non a torto sul Corriere della Sera Tommaso Labate. Al quale risulta, non so se a torto o a ragione, che il Cavaliere abbia deciso o stia cercando un faccia a faccia privato con Matteo Renzi, nonostante l’ex partner del patto del Nazareno abbia già detto pubblicamente che un candidato del centrodestra o dintorni lo voterebbe, e farebbe votare dai suoi,  purché diverso da un ormai troppo ingombrante Berlusconi.  

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