Scatta ora contro Salvini l’allarme 25 aprile dalle colonne di “Repubblica”

            Il Governo, con la maiuscola che gli spetta per il riguardo che gli conferisce la Costituzione ogni volta che lo cita, sarà pure paralizzato dalle liti, come lamenta in prima pagina la Repubblica.Repubblica.jpg Che con quel nome che porta ha forse maggiore titolo di altri quotidiani per preoccuparsene. Il rischio di una crisi non avrà certamente perso la sua gravità istituzionale, in mancanza di alternative e nel pieno di una campagna elettorale per le europee e le amministrative di altissimo valore anche politico, per il fatto di essere ormai diventato cronico, cioè abituale. Quel mitra imbracciato in maniche di camicia dal ministro dell’Interno, con tanto di foto lasciata diffondere in rete da un collaboratore, dopo il rimprovero fattogli da un magistrato di rafforzare la mafia difendendo un sottosegretario sospettato alla larga di essersene fatto corrompere, sarà pure uno scivolone. Ma la colpa maggiore di quel Lerner.jpgministro, nonché vice presidente del Consiglio, resta il sostanziale affronto fatto alla imminente festa del 25 aprile, settantaquattresimo anniversario della liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista: parola di Gad Lerner. Che vi ha dedicato un lungo “commento”, qualcosa di meno di un editoriale ma qualcosa di più di un semplice commento, appunto, per la sua collocazione in prima pagina, proprio su Repubblica, sotto l’allarme del “Governo paralizzato dalle liti”.

            Il Salvini del rifiuto  di unirsi, quanto meno, se non di capeggiare uno dei tanti cortei organizzati dall’Associazione Nazionale dei Partigiani, anch’essa con le maiuscole del politicamente corretto, preferendo inaugurare quel giorno a Corleone, in Sicilia, un commissariato di Polizia per sottolineare la maggiore attualità della lotta alla mafia e a ogni altra forma di criminalità organizzata, fa tutt’uno -secondo il mio amico Gad- col Trump americano, coll’Orban ungherese e col Bolsonaro brasiliano per far capire anche in Italia che “il fascismo ha un futuro”. Così, testuale: “il fascismo ha un futuro”.

            Questa convinzione, questo slogan, come preferite, si basa in Italia anche sulla liquidazione fatta da Salvini della festa del 25 aprile come di un vecchio, quasi anacronistico “derby” tra il fascismo e il comunismo: il primo sconfitto 74 anni fa e il secondo sconfitto pure lui moltissimi anni dopo, ma nel 1945 decisivo per la vittoria dei partigiani.  Della cui perdurante Associazione, sempre al maiuscolo, per quanto ormai composta solo in piccolissima parte dai superstiti della Resistenza, sempre con la maiuscola, Salvini starebbe facendo l’errore di sottovalutare la capacità di portare sfortuna a chi non ne ha o non me mostra sufficiente rispetto.

            Qui la memoria di Gad è stata micidiale, conoscendo la mania, se non l’ossessione che Salvini ha di Matteo Renzi, di cui si è sempre proposto di non ripetere gli errori finendo invece per incorrervi spesso. Dell’Anpi, acronimo dell’associazione dei partigiani, di cui mi risparmio stavolta le maiuscole per non abusarne, l’allora presidente del Consiglio Renzi e la sua ministra delle riforme e dei rapporti col Parlamento Maria Elena Boschi contestarono duramente nella campagna referendaria del 2016 la posizione presa contro la riforma costituzionale. Sappiamo tutti -ci ha ricordato Gad- come finì quel referendum: con la clamorosa sconfitta di Renzi. Che poi -aggiungo io- perse anche il confronto sulla ragionevole richiesta delle elezioni anticipate col presidente della Repubblica Sergio Mattarella, pur da lui fortissimamente voluto al Quirinale, anche a costo di rompere il cosiddetto patto del Nazareno con Silvio Berlusconi. Le elezioni si svolsero alla scadenza ordinaria del 2018, con la terza sconfitta dell’attuale senatore piddino di Scandicci.

            Salvini -cui peraltro Gad ha contestato anche l’improvvido cartello levato da un leghista in una manifestazione Tolli.jpgdel 28 febbraio 2015 per fargli dare il benvenuto da un ritratto di Mussolini- è insomma avvertito. E spero che al suo “amplificatore” non venga adesso l’idea di riprendere il ministro con le mani scaramanticamente e furiosamente a quel posto, diffondendone poi la foto in rete.

 

 

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Armi e potere a confronto tra un magistrato e un ministro dell’Interno

Non per giustificarla, per carità, rimanendo una reazione a dir poco inopportuna, specie per un “filosofo informatico” com’è il collaboratore di Matteo Salvini che si è assunta la responsabilità della sua diffusione in rete, ma quella fotografia del ministro dell’Interno in maniche di camicia e mitra in mano, pronto a difendersi da quanti “se ne inventano di ogni per fermarlo” -ha scritto il suo dichiarato “amplificatore” Luca Morisi- ha qualcosa a che fare con l’attacco appena sferrato al leader leghista in una intervista a Repubblica dal magistrato Nino Di Matteo.

“I mafiosi capiscono subito su chi poter fare affidamento. La difesa ad oltranza di un indagato per contestazioni di un certo peso potrebbe essere, in questo come in altri casi, un segnale che i poteri criminali apprezzano”, ha detto l’ex procuratore aggiunto di Palermo, ora in servizio alla Direzione Nazionale Antimafia, commentando il sostegno ricevuto nel proprio partito dal sottosegretario leghista ai Trasporti Armando Siri. Che è sospettato dalla Procura di Roma di corruzione, per 30 mila euro, avendo cercato di favorire con una modifica legislativa, per quanto inutilmente, una società eolica siciliana posseduta in parte dall’amico esperto di energia Paolo Arata con un imprenditore, Vito Nicastri, sottoposto a provvedimenti restrittivi anche di natura economica per rapporti col capo latitante della mafia Matteo Messina Denaro.

Immediatamente privato delle deleghe dal ministro grillino delle Infrastrutture Danilo Toninelli, il sottosegretario leghista ha negato l’addebito mossogli in base ad una intercettazione allusiva di Arata, esperto di energia per la Lega, ed è stato energicamente difeso da Salvini anche in ordine alle dimissioni reclamate dal vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio ed altri esponenti del Movimento 5 Stelle. Con i quali il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si è impegnato a convocare Siri per un incontro presumibilmente chiarificatore sulla sua permanenza nel governo.

Nino Di Matteo un’idea precisa sulla compatibilità fra Siri e il suo ruolo governativo l’ha già maturata. E in modo decisamente negativo, avendo l’interessato già patteggiato una condanna a un anno e otto mesi scovata negli archivi e denunciata con la solita tempestività da Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano.

“Il reato per cui il sottosegretario è già stato condannato, quello di bancarotta, è oggettivamente rilevante. Mi chiedo come sia stato possibile non prenderlo in considerazione al momento della nomina”, ha detto Nino Di Matteo estendendo il suo scetticismo critico, diciamo così, dal leader leghista che aveva proposto Sarti sottosegretario, peraltro dopo avere accarezzato l’idea di farlo diventare ministro, ai colleghi grillini di governo che ne avevano accolto la designazione: a cominciare evidentemente dal presidente del Consiglio Conte e dal vice presidente Luigi Di Maio.

L’affondo di Di Matteo, che ha risparmiato -forse in assenza di domanda da parte dell’intervistatore- il sottosegretario leghista a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti, coinvolto  duramente nelle polemiche per avere assunto come consulente al dipartimento economico un figlio di Arata, Federico, prontamente difeso ed elogiato, pure lui, dal leader della Lega che lo conosce personalmente, è stato abbastanza clamoroso.

Non credo che abbia contribuito a trattenere Salvini nelle sue reazioni comprensibilmente stizzite, specie alla vigilia del suo vantato viaggio del 25 aprile in Sicilia per sottolineare il proprio impegno nella lotta alla mafia, il ricordo delle volte in cui Nino Di Matteo fu Schermata 2019-04-23 alle 06.29.01.jpgindicato come possibile ministro della Giustizia in un loro governo dai grillini, fu applauditissimo ad un convegno di Casaleggio ad Ivrea e fu insignito della cittadinanza onoraria di Roma dalla sindaca a cinque stelle Virginia Raggi. Della quale Salvini si sta occupando proprio in questi giorni non certo per elogiarla, d’altronde ricambiato.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

I troppi guai del leader leghista e del suo giovane “amplificatore”

            Matteo Salvini, inseguito da Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano da dieci domande, quante ne fece il compianto Giuseppe D’Avanzo su Repubblica all’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi “processandolo” in contumacia per una festa di compleanno di una diciottenne, comincia forse a pagare l’errore compiuto non seguendo i consigli dell’amico e compagno di partito Roberto Maroni. Che, essendo stato proprio con Berlusconi ministro dell’Interno, peraltro lasciando un buon ricordo di sé dentro e fuori il dicastero più potente ma anche più difficile, aveva cercato di dissuaderlo dal cumulo di quella carica di governo con la segreteria del partito.

           A Salvini sarebbe bastato fare, in effetti, il vice presidente del Consiglio, peraltro obbligando ad uguale scelta l’omologo grillino Luigi Di Maio. Avremmo avuto forse al Viminale un ministro leghista meno esposto ma ugualmente, se non ancora più valido proprio perché meno esposto, e ai Ministeri non certo secondari dello Sviluppo Economico e del Lavoro due ministri pentastellati forse più esperti, e di sicuro con più tempo a disposizione per occuparsi delle crisi industriali e di riforme tanto costose quanto di difficile gestione come il cosiddetto reddito di cittadinanza e la pensione anticipata a quota cento, sommando l’età anagrafica e gli anni di contributi versati.

            Al Viminale, visto che lo conosceva bene già di suo, Salvini avrebbe potuto far tornare proprio Maroni, ormai scaduto da governatore della regione lombarda, vincendo le resistenze che avrebbe incontrato per ragioni di buon gusto, avendogli lo stesso Maroni posto il problema del pericolo del doppio incarico, fatale anche in partiti consolidati della cosiddetta prima Repubblica come la Dc. I cui segretari lasciatisi tentare di conservare la carica anche dopo avere assunto quella maggiore di governo, cioè la presidenza del Consiglio, furono rapidamente detronizzati da entrambe: prima Amintore Fanfani e poi Ciriaco De Mita. Che pure si consideravano, e in qualche modo erano furbissimi: specie il primo, capace di cadere e di rialzarsi più volte guadagnandosi il celebre soprannome montanelliano di Rieccolo.

            Alle prese, adesso, con la questione magari troppo enfatizzata, cioè strumentalizzata, dagli avversari ma pur sempre reale com’è quella del chiarimento necessario dei rapporti fra il suo partito e la famiglia del professore genovese di ecologia Paolo Arata, socio in Sicilia di un imprenditore con i beni sequestrati anche perché sospettato di finanziare la latitanza del capo della mafia Matteo Messina Denaro, il titolare del Viminale dovrebbe quanto meno impedire ai suoi collaboratori di diffondere foto a dir poco eccessive di un ministro dell’Interno così baldanzosamente impegnato a difendersi da imbracciare un mitra in maniche di camicia. E’ una foto, messa in rete da un giovane filosofo informatico che si è definito “amplificatore” del ministro,  sulla quale si è buttato come un pesce, anzi come uno squalo, un avversario di furia letteraria come Roberto Saviano per ferirlo sul versante più insidioso per un politico qual è quello mediatico, dell’immagine: più insidioso della mozione di sfiducia che il Pd ha appena presentato al Senato contro il governo per farsela probabilmente bocciare, essendo leghisti e grillini decisi a vivere ancora per un po’ da separati in casa, almeno sino alle elezioni europee e amministrative di fine maggio.

            C’è un vecchio proverbio che Salvini rischia di provare sulla sua pelle, e al quale forse sta pensando Silvio Berlusconi, pur avendogli ricambiato cordialmente, a quanto pare, gli auguri pasquali Salvini polentone.jpgsorvolando sui retroscena che attribuiscono al leader leghista una certa resistenza, diciamo così, a governare con lui, piuttosto che con Di Maio. Il vecchio adagio popolare dice, con tanto di rima, che chi troppo in alto sale, cade sovente precipitevolmente. Ne sa qualcosa, fra gli altri, l’ex segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio, ora senatore di Scandicci Matteo Renzi. Di una cui fotografia peraltro Salvini si è vantato di essersi fornito per sistemarla sul comodino, o non so quale altro mobile di casa, e ricavarne una riflessione che evidentemente poi ha dimenticato di fare, preso com’è dal presenzialismo anche di fronte a un innocente e inoffensivo piattone di polenta pasquale nel suo ritiro trentino.

 

 

 

 

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La brutta Pasqua di Matteo Salvini, attaccato per mafia da Nino Di Matteo

             Non è una buona Pasqua per Matteo Salvini, a dispetto delle vacanze ostentate in Trentino con i familiari e della sicurezza politica ostentata, anch’essa, in una intervista ai giornali del gruppo Riffeser Monti in cui, pur assicurando di non volere provocare la crisi di governo perché “abbiamo troppe cose da fare”, anche -credo- in materia di nomine, è tornato a difendere l’amico e compagno di partito Armando Siri. Che è il sottosegretario leghista ai Trasporti già privato delle deleghe dal ministro grillino delle Infrastrutture Danilo Toninelli e  ora sotto esame personalmente del presidente del Consiglio. Dal quale potrebbe giungergli un invito alle dimissioni, o una rimozione, come preferite, a causa dell’indagine giudiziaria che lo ha investito con l’accusa di corruzione, ammontante a 30 mila euro, per un tentato intervento politico e legislativo  di cui avrebbe potuto beneficiare l’anno scorso una società eolica siciliana posseduta dall’amico Paolo Arata e da Vito Nicastri, sospettato di favoreggiamento, quanto meno, della latitanza del capo della mafia  Matteo Messina Denaro.

                Attestatosi, nella difesa di Siri, su posizione decisamente garantista, nonostante una certa tradizione manettara, diciamo così, della Lega con quel cappio sventolato nell’aula di Montecitorio da un deputato del Carroccio ai tempi di Tangentopoli contro tutti gli inquisiti e arrestati, molti dei quali non Repubblica.jpgsarebbero stati neppure rinviati a giudizio o sarebbero stati assolti, il ministro dell’Interno e vice presidente del Consiglio è stato attaccato di brutto, ma proprio di brutto, dal magistrato della direzione nazionale antimafia Nino Di Matteo. Che, intervistato da Repubblica a proposito anche dell’indagine su Siri, pur “senza entrare nel merito”, bastandogli tuttavia lamentare un precedente del sottosegretario per bancarotta, ha detto: “La difesa ad oltranza di un indagato per contestazioni di un certo tipo potrebbe essere un segnale che i poteri criminali apprezzano”, e da cui potrebbero risultare rafforzati.

            La stilettata contro il pur non menzionato vice presidente leghista del Consiglio e titolare del Viminale è ancora più pesante se si tiene presente che Salvini si è vantato pubblicamente, fra Di Matteo con Ingroia.jpgle solite non poche polemiche, di avere deciso di non partecipare il 25 aprile alle manifestazioni celebrative della liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista per accorrere in Sicilia a manifestare contro la mafia. Si tratta di una circostanza non certamente ignota a Di Matteo: un magistrato informatissimo e  di prima Di Matteo con Travaglio.jpglinea, protagonista dell’accusa -ereditata dal collega Antonio Ingroia, ora alle prese con un altro mestiere e altri inconvenienti, come quello appena occorsogli di ubriachezza all’aeroporto di Parigi- nel processo di primo grado sulla trattativa che ci sarebbe stata fra il 1992 e il 1994 fra pezzi dello Stato, quanto meno, e la mafia della stagione stragista guidata da Totò Riina.

               A Di Matteo, che ha sempre rivendicato, come Ingroia ben prima di candidarsi addirittura a Palazzo Chigi nel 2013 e poi di lasciare la magistratura, il diritto di accogliere inviti a partecipare a manifestazioni di carattere politico, è anche capitato di ricevere manifestazioni di grande interesse dai grillini. I quali lo hanno ospitato ad un convegno a Ivrea, applaudendone l’intervento come Di Matteo con la Raggi.jpgdi un protagonista, dopo averne lanciato la candidatura a ministro della Giustizia di un governo a cinque stelle. Grillina -Virginia Raggi, appena rientrata peraltro nell’inchiesta giudiziaria da cui era uscita sul progetto del nuovo stadio della Roma- è anche la sindaca della città capitale d’Italia che ha voluto onorare Di Matteo della cittadinanza onoraria con tanto di cerimonia pubblica.

            Tutti questi precedenti caricano oggettivamente di significato politico, al di là delle sue stesse intenzioni,  l’intervista di Di Matteo a Repubbica nel bel mezzo delle polemiche sul caso Siri e dei rischi, persino, di una crisi di governo pur esclusa -ripeto- da Salvini. Al quale adesso, proprio per evitare la crisi, se Conte dovesse insistere per le dimissioni di Siri, sarà difficile poter spiegare un’eventuale rinuncia al sottosegretario sotto inchiesta senza esporsi all’accusa di avere accettato la subordinazione della politica non tanto alla giustizia in senso lato, quanto ad una Procura della Repubblica.

            In questo scenario tuttavia -va detto anche questo- la Lega tornerebbe alle origini giustizialiste già ricordate con l’episodio del cappio a Montecitorio nel 1992. Cui seguì qualcosa di ugualmente significativo nel 1994, quando la Lega non era più all’opposizione ma addirittura nel governo: il primo presieduto da Silvio Berlusconi. Accadde allora che un decreto-legge appena varato dal Consiglio dei Ministri, e già firmato dal capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, non Rolli.jpgcertamente prevenuto verso i magistrati, fu sconfessato e lasciato decadere dai leghisti, fra i quali l’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni, per le proteste della Procura di Milano contro le limitazioni ch’esso aveva in introdotto al ricorso alle manette durante le indagini preliminari. Persino il garantista Berlusconi dovette piegarsi al ripensamento dei leghisti per evitare la crisi, che però arrivò lo stesso dopo qualche mese, provocata sempre dalla Lega sul tema già caldo allora della riforma delle pensioni.

             

Giuseppe Conte mostra di non temere l’uovo di Pasqua avvelenato

            Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che da qualche giorno su Repubblica Massimo Giannini chiama ironicamentesor Contento”, non ha naturalmente alcuna intenzione, come ha spiegato in una intervista al Corriere della Sera, Via crucis .jpgdi trangugiare la pastiglietta di cianuro che ha trovato nell’uovo di Pasqua.  Sono quanto meno tossiche infatti le polemiche fra i due Conte e i vice.jpgpartiti di governo, salite di tono e di rischi di crisi per la vicenda giudiziaria del sottosegretario leghista Armando Siri e per quella che potrebbe scoppiare fra i tacchi della sindaca grillina Virginia Raggi proprio mentre la signora attende l’aiuto promessogli dal suo partito per sanare in qualche modo i debiti di Roma.

           Di questo aiuto all’amministrazione capitolina a cinque stelle, su cui il governo dovrebbe decidere la settimana prossima includendolo nel decreto legge sulla cosiddetta crescita, il vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini non è per niente convinto, specie dopo che  suo omologo grillino Luigi Di Maio ha preteso le dimissioni di Siri, già privato delle deleghe dal suo ministro pentastellato delle Infrastrutture Danilo Toninelli, perché indagato per Arata.jpgsospetta corruzione dalla Procura di Roma a favore di un’azienda eolica siciliana forse riferibile al capo latitante della mafia Matteo Messina Denaro: azienda sostenuta dal professore genovese di ecologia  Paolo Arata, già parlamentare berlusconiano, poi entrato nel giro leghista come esperto di energia.

             Non ha certamente contribuito a ridurre i sospetti e le pressioni grilline contro il sottosegretario Siri la notizia sopraggiunta di un figlio di Arata, Federico, assunto al dipartimento economico di Palazzo Chigi dal sottosegretario leghista alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti. Cui Di Maio, intervistato da Repubblica, ha annunciato di volere chiedere  personalmente chiarimenti alla presenza di Salvini, che lo ha però preceduto spiegando di fidarsi pienamente di Giorgetti e parlando del figlio di Arata come di “un ragazzo in gamba, onesto e lavoratore”.

              D’altronde, gli eventuali rapporti di Arata padre col titolare dell’azienda eolica siciliana Vito Nicastri, sospettato di essere un prestanome del capomafia Denaro, sono apparsi agli inquirenti di tale incertezza, anche nella conoscenza del sottosegretario leghista Siri, che a quest’ultimo è stato contestato solo un reato di corruzione, non di mafia. E di una corruzione tutta da provare per i 30 mila euro allusivamente lamentati in una intercettazione di Paolo Arata come costo di una modifica tentata peraltro inutilmente alla legge di bilancio del 2018 per estendere alle società analoghe a quella di Nicastri agevolazioni fiscali per le energie alternative.

            Sul versante capitolino la posizione della Raggi è talmente delicata politicamente che la capogruppo grillina alla regione Lazio, Roberta Lombardi, mai tenera in verità con la sua collega di partito, ha avvertito che in caso di iscrizione al registro degli indagati la sindaca potrebbe essere costretta a dimettersi. L’accusa sarebbe di  avere imposto la bocciatura del bilancio dell’Ama e deposto gli amministratori aggravando la crisi dell’azienda comunale e della raccolta -si fa per dire- dei rifiuti in una città fra le ormai più sporche d’Italia: sino alla “merda”, si è lasciata scappare la stessa sindaca parlando con l’ex presidente dell’Ama prima di rimuoverlo.

            Intervistato dal Corriere della Sera, come si diceva all’inizio, il presidente del Consiglio ha continuato a spargere ottimismo sulle prospettive del governo mandando a dire al suo vice presidente leghista Salvini di “aspettare” quanto meno la prossima legislatura se davvero avesse ambizione Corriere su Conte.jpgdi succedergli a Palazzo Chigi. Dove lui nel frattempo si è impegnato a sentire il sottosegretario della Lega rimasto al Ministero delle Infrastrutture senza deleghe  per valutane la posizione, senza farsi condizionare -ha detto-  dal giustizialismo, dal garantismo e da altri ismi. Il che per un giurista e avvocato suona un po’ strano perché il garantismo inteso come rispetto della presunzione di non colpevolezza  è scritta nell’articolo 27 della Costituzione. E lo stesso Conte ha riconosciuto che con Siri si è alla fase delle indagini preliminari. Ma egli ha anche avvertito che a comprometterne politicamente la partecipazione al governo potrebbe bastare, a prescindere dalla controversa tangente attribuitagli allusivamente in una intercettazione, la conferma di un suo interessamento per gli interessi non pubblici ma di una singola azienda. Pertanto uno spiraglio all’aggravamento politico del caso Sarti è stato lasciato aperto dal presidente del Consiglio.

            Intanto i due vice presidenti si scambiano accuse e sospetti indicativi del logoramento forse irrecuperabile dei loro rapporti. Di Maio, in particolare, tra allusioni e richiami diretti, ha Il Foglio.jpgcontestato a Salvini metodi berlusconiani, o la mania di dettare legge, e Di Maio a Repubblica.jpgnostalgie per il suo permanente alleato in sede locale, volendo forse investire in quella direzione i guadagni che il Carroccio si attende dalle elezioni europee e amministrative di fine maggio. Salvini, dal canto suo, meno allusivamente o più direttamente ha contestato a Di Maio di condividere le voglie aperturiste diffuse nel suo movimento in direzione del Pd, per quanto anche il successore di Renzi al Nazareno, Nicola Zingaretti, reclami in caso di crisi le elezioni anticipate. Che escludono quindi la disponibilità a un tentativo, per quanto anche numericamente improbabile, di cambiare maggioranza in questo Parlamento.

 

 

 

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Anche la monnezza di Roma si rovescia sul governo in campagna elettorale

              A dispetto di una settimana liturgicamente di passione, con i fedeli presi più dai sepolcri che dalle feste, questi potevano essere giorni finalmente fortunati per il governo gialloverde grazie a quel pur misero aumento dello 0,1 per cento del pil anticipato per il primo trimestre dell’anno dalla Banca d’Italia. Che qualche esponente grillino, in particolare, abbinandolo alla produzione industriale aumentata in febbraio rispetto sia al mese sia all’anno precedente, ha salutato come la prova dell’uscita dalla recessione “tecnica” registratati col segno negativo del prodotto interno lordo nei due trimestri precedenti. Alla cui responsabilità peraltro gli stessi grillini già avevano cercato di sottrarsi prendendosela con il governo di Paolo Gentiloni. Cui quello gialloverde di Giuseppe Conte era subentrato solo a giugno dell’anno scorso.

            Ma all’improvviso sono cadute su grillini e leghisti insieme, nel giro di poche ore, due tegole che sono tornate a contrapporli rovinosamente, per giunta sul terreno sempre scivoloso, ma ancor più in campagna elettorale, della giustizia.

            La prima tegola, in ordine d’orario, è stata quella del sottosegretario leghista Armando Siri, raggiunto da un avviso di garanzia per presunta corruzione e già privato delle deleghe dal suo ministro grillino delle Infrastrutture Danilo Toninelli, ma difeso a spada tratta dal leader del Carroccio, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Renzi di fronte Siri e Raggi.jpgalle dimissioni reclamate, anzi intimate dal suo omologo a cinque stelle Luigi Di Mario.

            La seconda tegola è stata quella della sindaca grillina di Roma Virginia Raggi, denunciata dall’ex presidente dell’azienda comunale dei rifiuti Lorenzo Bagnacani per averne preteso un bilancio in rosso e per averlo cacciato per ritorsione, essendosi lui rifiutato di provvedervi. La denuncia, in verità, non si è ancora tradotta, almeno sino al momento in cui scrivo, in una indagine o contestazione della Procura di Roma, ma essendo stata corredata di intercettazioni a dir poco imbarazzanti, eseguite dal denunciante, ha dato l’occasione a Rolli.jpgMatteo Salvini in persona e al suo movimento di porre ai grillini,  il problema  scabroso delle dimissioni della sindaca. A brigante, brigante e mezzo, soleva dire anche al Quirinale Sandro Pertini, il presidente socialista della Repubblica rimasto forse più caro nella memoria degli italiani.

            Siri si difende dall’avviso di garanzia, in verità troppo pieno di condizionali per essere scambiato, come purtroppo si fa sempre e da tempo, per una sentenza di primo grado, o solo per un rinvio a giudizio, dicendo di non avere preso i 30 mila euro attribuitigli indirettamente e allusivamente nella intercettazione di un amico per una modifica alla legge di bilancio dell’anno scorso, peraltro non introdotta, a favore di un’azienda eolica riferibile in qualche modo persino al capo latitante della mafia Matteo Messina Denaro. Ma riferibile così chiaramente all’insaputa del sottosegretario leghista che gli inquirenti non gli hanno contestato alcun reato di mafia, ma solo quello della corruzione, tutta naturalmente da provare.

           Qui arriva una dose suppletiva di veleno politico nella vicenda perché dal Ministero dello Sviluppo Economico guidato da Luigi Di Maio sarebbe partita verso la Procura di Roma la disponibilità a Repubblica.jpgcontribuire alle ricerche con una ricostruzione millimetrica della pratica contestata a Siri. Di cui intanto quella specie di Procura suppletiva della Repubblica che a volte, volente o nolente, riesce a diventare Il Fatto Quotidiano ha contestato la nomina stessa a sottosegretario, avendo a suo tempo patteggiato per bancarotta una condanna a un anno e 8 mesi di carcere.

            Ce n’è abbastanza, come si vede, per alimentare di materiale, diciamo così improprio, la campagna elettorale  in corso per le europee e amministrative di fine maggio. Ma di materiale improprio ne ha scaricato sulla o nella faccenda anche la sindaca di Roma in persona rinfacciando al poi deposto presidente Bagnacani.jpgdell’Ama “la merda” -testuale- propinata alla città con la cosiddetta raccolta dei rifiuti, e intimandogli di cambiare in rosso il bilancio dell’azienda con lo stesso scrupolo col quale avrebbe dovuto condividere un suo capriccioso parere sulla luna “piatta” anziché tonda.

             Cosi scopriamo che di piatta il sottosegretario legista difeso da Salvini, ed esperto del settore, considera la tassa da inserire o estendere nel bilancio del prossimo anno, e la sindaca grillina di Roma considera invece la luna. Bellissimo. Ne riderà probabilmente persino la ormai ex governatrice dell’Umbria Catuscia Marini, fra una protesta e l’altra contro il giustizialismo del suo partito, il Pd. Da cui la signora è stata praticamente costretta alle dimissioni perché coinvolta nelle indagini sui concorsi truccati nella sanità, che hanno già portato agli arresti domiciliari, fra gli altri, l’assessore competente e il segretario, ora ex, regionale piddino.

 

 

 

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Cronache bizantine dal governo, fra Iva e migranti, fra ministri e generali….

               L’ultima vittima, per ora, di quello che Carlo Fusi sul Dubbio ha definito “il morbo della fuga dalla realtà” è paradossalmente il ministro -quello dell’Economia Giovanni Tria- che più haFusi.jpg cercato nel governo gialloverde di tenersene lontano facendo di conto e richiamando i suoi colleghi, sino ad essere a volte insultato e provocato alle dimissioni. Dalle quali credo che egli si sia sinora trattenuto non per masochismo, e neppure per patriottismo, ma semplicemente per buona educazione nei rapporti col presidente della Repubblica. Che gli ha probabilmente chiesto più volte di risparmiargli una crisi intempestiva, aperta cioè in circostanze e tempi troppo difficilmente gestibili.

            Col realismo impostogli da un documento di economia e finanza appena approvato dal Consiglio dei Ministri, una volta Repubblica.jpgtanto senza riserva d’intesa, come avviene invece con i decreti-legge tanto frequentemente da avere fatto finalmente saltare la mosca al naso al capo dello Stato, Tria ha ricordato che l’Iva dovrà aumentare se non si troverà in tempo, cioè nel bilancio da varare in autunno, il modo per evitarlo con tagli alla spesa o altro tipo di entrate.

            E’ bastato questo semplice, banalissimo richiamo alle cosiddette clausole di salvaguardia, fra le quali si naviga da anni, per scatenare il putiferio e dare per scontato un aumento che si potrebbe quanto meno definire prematuro, come la morte di chi sta ancora ricoverato in ospedale, o se ne sta a casa in buona o accettabile salute.

            A rivoltarsi contro Tria non sono state, in una logica reazione politica, le opposizioni di vario colore o natura, ma nevroticamente anche la maggioranza, per intero, non una sua parte contro manifesto.jpgl’altra. I due partiti al governo, e i loro capi che sono vice presidenti del Consiglio, pur divisi ormai costantemente su tutto, attaccandosi e sfottendosi in diretta e in differita, si sono all’improvviso trovati d’accordo fra di loro e con le opposizioni, assicurando che l’Iva non sarà toccata. Chi ne toccherà i fili vi rimarrà attaccato e bruciato come al fuoco di Notre-Dame la sera di lunedì scorso. Ma né l’uno nè l’altro, né Luigi Di Maio per i grillini né il “capitano” Matteo Salvini per i leghisti, hanno trovato il tempo o la voglia di indicare davvero la soluzione del problema, avendo per il momento ben altro da fare, a poco più di un mese dalle elezioni europee e amministrative di fine maggio. E ciò per non parlare delle complicazioni in Libia e dei loro possibili effetti sull’immigrazione, a proposito dei quali si sono tanto clamorosamente quanto rovinosamente scontrati i ministri dell’Interno e della Difesa con il coinvolgimento dello Stato Maggiore, cioè dei generali, come si usa dire.

            A questi ultimi, i generali, presi fra i “vaneggiamenti” rimproverati dalla ministra Trenta al ministro Salvini e l’ostinazione del Viminale ad alzare la guardia contro gli sbarchi anche di possibili terroristi in fuga dalla Libia, è toccata l’esperienza di fare un corso acceleratissimo, troppo improvvisato, di politica, o di politichese, per mettersi al passo con l’evoluzione dei rapporti nella maggioranza. E così è venuto fuori un comunicato che -vi confesso- non sono riuscito a decifrare del tutto, pur abituato alla politica e al politichese da una sessantina d’anni di mestiere giornalistico.

            In particolare, le Forze Armate, al maiuscolo naturalmente, si sono impegnate a “operare in aderenza alle indicazioni politiche e secondo la prevista linea gerarchica”. Ma quando le “indicazioni politiche” e la “linea gerarchica” non coincidono, com’è appunto accaduto in questi giorni, o è stato permesso che accadesse sia dal presidente del Consiglio sia dal presidente della Repubblica, che non sono andati oltre uno scambio di idee, impressioni e quant’altro, che cosa succede? Che cosa fanno i politici e cosa fanno i militari, o loro capi, oltre ad usare le rispettive auto blu, stringere mani e sbattere tacchi? Sarebbe bello sapere e poter rispondere.

Una Lega di tutti i colori agli ordini del capitano camaleontico Matteo Salvini

C’è del vero, ma anche del verosimile nell’apodittico annuncio di qualche giorno fa del professore Giovanni Orsina su La Stampa che “oggi a destra la Lega è egemone” e “Forza Italia è partito di minoranza”.

Il vero è nei rapporti di forza ormai consolidati in quello che è stato e un po’ per abitudine continuiamo a chiamare centrodestra, ma vive e opera solo a livello locale, per quanto importante sia, in particolare, quello regionale.

I rapporti si sono decisamente rovesciati a favore della Lega di Matteo Salvini. Che viaggia ormai attorno al 30 per cento, di fronte al quale Forza Italia è costretta, e grazie solo all’attivismo di Silvio Berlusconi, sceso in campo personalmente per le elezioni europee di fine maggio, a scommettere solo sul superamento del 10 per cento.

La stessa figlia primogenita di Berlusconi, Marina, pur confermando la naturale “ammirazione” per il padre ancora impegnato nell’arena politica, ha appena lamentato in una intervista al Corriere della Sera la mancanza o il tramonto di una leadership in Italia. E ha scommesso, per una resurrezione della stessa politica e per una vera sconfitta del “populismo”, su “più cultura e libri”, di cui lei peraltro si occupa con la solita grinta alla Mondadori. Vasto programma, avrebbe detto il generale Charles De Gaulle.

Personalmente sospetto che Berlusconi si sia pentito di avere “autorizzato” l’anno scorso, come Salvini gli ricorda a mezzoSalvini e Berlusconi.jpg stampa ogni volta che può, a fare il governo con i grillini pur di non rischiare qualche altro punto percentuale di sorpasso della Lega sulla sua Forza Italia in elezioni anticipate dopo quelle ordinarie del 4 marzo.

Le distanze fra i due partiti sono paradossalmente aumentate grazie anche alla possibilità offerta dal Cavaliere a Salvini di dimostrare il logoramento elettorale cui il Carroccio ha potuto sottoporre, stando insieme al governo, il Movimento 5 Stelle. Che è considerato da Berlusconi quanto di peggio avrebbe potuto riservarci un elettorato secondo lui impazzito, per non ripetere l’aggettivo ben più greve adoperato dall’ex presidente del Consiglio ricambiando quanto meno lo “psiconano” che ancora gli grida addosso Beppe Grillo.

Il verosimile dell’apodittico annuncio di Giovanni Orsina, che pure è fra i più prestigiosi politologi in Italia, è nella classificazione della Lega “a destra”. Dove quindi essa avrebbe preso il posto, a tutti gli effetti, della Destra, con la maiuscola, che ai tempi della cosiddetta prima Repubblica almeno noi anziani, che l’abbiamo potuta vivere e raccontare, era stata rappresentata dal Movimento Sociale prima di Giorgio Almirante e poi, per minore tempo del previsto, di Gianfranco Fini. Che la traghettò sulle spiagge della seconda Repubblica portandola al governo con Berlusconi, cambiandole il nome in Alleanza Nazionale, senza però rinunciare alla fiamma nel simbolo, e continuando almeno per un po’ a definire Benito Mussolini “il più grande statista del secolo” allora ancora in corso, il Novecento. Poi egli avrebbe fatto almeno qualche pulce anche al Duce per le leggi razziali fra le proteste dalla nipote Alessandra e dell’indomabile Francesco Storace.

Francamente con quella Destra, sempre al maiuscolo perché non è soltanto un punto geografico nello scenario politico, ho sempre avuto difficoltà a confondere la Lega di Umberto Bossi, dalla quale non si può prescindere parlando della Lega di Salvini perché ne è stata solo lo sviluppo, non l’antitesi. E ciò per quanto Bossi, riportato non a caso dallo stesso Salvini in Parlamento, borbotti contro il suo successore non appena un giornalista gliene offre l’occasione su qualche divano parlamentare o a un bar.

Oltre una certa propensione comune per le manette, che nel 1993 aveva accomunato il cappio sventolato nell’aula di Montecitorio dal deputato leghista Luca Leoni Orsenigo contro gli inquisiti di Tangentopoli ai parlamentari missini che uscivano da quell’aula per mescolarsi in piazza con la folla mobilitata per “assediare” la Camera dei corrotti, ricordo ben poco.

Ancora nel 1994, quando già erano stati portati al governo da Berlusconi, i leghisti difesero il ricorso alle manette persino da un decreto legge cui avevano contribuito per ridurne l’uso durante le indagini preliminari. Essi solidarizzarono prontamente con le proteste della Procura di Milano contro quel provvedimento già firmato da un capo dello Stato -Oscar Luigi Scalfaro- che non si poteva certamente considerare prevenuto verso le toghe, avendone  indossato una prima di darsi alla politica, e avendone conservato addosso per sempre “l’odore”, come soleva dire con orgoglio agli amici.

Alle elezioni del 1994, quelle che segnarono il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, Berlusconi non riuscì a mettere insieme leghisti e missini  se non con un sotterfugio, imbarcando sul centrodestra i primi solo nella loro riserva del Nord e i missini nel resto del Paese. E, una volta fatto il governo, Berlusconi se lo vide travolgere da Bossi a sinistra, col grande rifiuto della riforma delle pensioni messa in cantiere dall’allora ministro del Tesoro Lamberto Dini e osteggiata dalla Cgil come una mezza macelleria sociale.

Erano i giorni e le settimane in cui Bossi veniva rassicurato al Quirinale da Scalfaro in persona dal rischio di elezioni anticipate e mangiava alici a casa con Massimo D’Alema. Che vi si trovava così a suo agio da cominciare a maturare quelle riflessioni sfociate l’anno dopo, a rottura ormai consumatasi fra il Cavaliere e Bossi, in una ormai storica intervista al manifesto.

“La Lega -disse l’allora segretario del Pds-ex Pci, subentrato ad Achille Occhetto dopo la sconfitta elettorale del 1994- c’entra moltissimo con la sinistra, non è una bestemmia. Tra la Lega e la sinistra c’è una forte contiguità sociale. Il maggiore partito operaio del Nord è la Lega, piaccia o non piaccia. E’ una nostra costola, è stato il sintomo più evidente e robusto della crisi del nostro sistema politico e si esprime attraverso un antistatalismo democratico e anche antifascista, che non ha nulla a vedere con un blocco organico di destra”.

Eppure erano i tempi in cui la Lega improvvisava un Parlamento a Mantova per la sua fantomatica Repubblica indipendente della Padania, con un governo provvisorio annunciato a Venezia fra le inutili proteste di una signora che sventolava il tricolore alla finestra di casa sentendosi dire di andarlo a buttare nel cesso. Persino la presidente leghista della Camera Irene Pivetti, che aveva gelato l’esordio di Berlusconi al governo nell’aula di Montecitorio rimproverandogli di non essere puntuale come l’orchestra e il pubblico al teatro milanese della Scala, si sentì a disagio e prese le distanze rimediando l’espulsione dal partito. E sarebbe stata poi tentata di tornarvi con Salvini, prima di cedere a sorpresa al corteggiamento politico dell’ex ritardatario Berlusconi, nelle cui liste ha appena annunciato di candidarsi al Parlamento europeo per tornare alla sua passione giovanile per la politica.

Curiosamente ma non troppo, con quell’inclinazione irrinunciabile alla certificazione politica e ideologica, anche adesso che le ideologie sono finite, D’Alema ha recentemente arruolato a sinistra anche il Movimento delle 5 stelle, con cui d’altronde già nel 2013 l’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani tentò di concordare un governo quanto meno acrobatico “di minoranza e di combattimento”, ben oltre quindi “il cambiamento” negoziato l’anno scorso fra grillini e leghisti.

In particolare, libri di storia alla mano, con l’aria di volerli segnalare al nuovo segretario del Pd, anche se lui ne è uscito col già menzionato Bersani, ma entrambi disposti a una qualche riconciliazione, D’Alema ha  ricordato che se Palmiro Togliatti dialogò a suo tempo con Guglielmo Giannini, il fondatore dell’Uomo Qualunque che peraltro pagò quel dialogo scomparendo dal panorama politico, oggi si può ben parlare da sinistra con Luigi Di Maio. Solo con Salvini, quindi, oltre che col solito Berlusconi, con cui pure D’Alema tentò a suo tempo una riforma della Costituzione, come poi avrebbe nuovamente tentato l’odiatissimo Matteo Renzi, la sinistra non potrebbe parlare senza dannarsi.

L’avversione della sinistra per Salvini, senza sconti per essere stato il capo dei giovani comunisti padani, è ampiamente ricambiata, per carità, come dimostra lo scrupolo col quale il nuovo capo della Lega registra le sconfitte che egli le procura, con l’aiuto del pur scomodo Berlusconi, ogni volta che si vota in una regione e il Pd la perde, pur recuperando qualche punto sulla batosta delle elezioni politiche dell’anno scorso.

Il sovranismo e il contrasto all’immigrazione clandestina, con tutte le esasperazioni obiettivamente cavalcate dal leader della Lega, per non parlare della voglia incautamente espressa qualche volta, prima di pentirsene con un’ospite a cena,  di vedere “marcire” in galera che vi finisce col proposito dell’articolo 27 della Costituzione di rieducarlo, sembrano a prima vista giustificare l’avversione della sinistra. E anche l’apodittica classificazione a destra della Lega da parte di Giovanni Orsina, con cui abbiamo aperto questo articolo. E non solo di Orsina, perché basta accedere alla enciclopedia elettronica e “libera” di Wikipendia per vedere collocata con una certa evidenza la Lega alla “estrema destra”, oltre quindi anche i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e ora anche di Caio Giulio Cesare Mussolini. Che infatti -potrebbero giustificarsi a Wikipendia- insidiano adesso da posizione moderate Forza Italia  facendo perdere le staffe al direttore del Giornale della famiglia Berlusconi, Alessandro Sallusti, insorto in particolare contro un quasi transfuga Giovanni Toti, così diverso da quel quasi omonimo Enrico, il patriota morto combattendo nella prima guerra mondiale con una sola gamba.

Diversamente da Wikipendia e dai saggi che vi sono indicati per collocare la Lega all’estrema destra, Annalisa Chirico ha ricavato da una certa frequentazione di Matteo Salvini, riferendone sul Foglio, e spiazzandone direttore e fondatore, l’impressione che il “camaleontico” ministro dell’Interna  persegua il progetto di quel partito centrale “della Nazione” tentato prima da Berlusconi e poi da Matteo Renzi. Ma vorrei aggiungere, per un altro verso, un’esperienza appena raccontata in una intervista dall’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini.

Quest’ultimo, essendosi candidato l’anno scorso nella sua Bologna come indipendente nelle liste di un Pd ancora renziano, bussò alla porta di un autorevole esponente della Cgil per farsi dare un aiuto, gentilmente ma fermamente rifiutatogli in difesa dei valori di sinistra. Ad elezioni passate, e a ritorno felicemente avvenuto al Senato, Casini si è tolto la soddisfazione di telefonare a quel sindacalista per ricordargli, dati alla mano, che “gli operai della Cgil -ha raccontato Pierferdi, come gli amici chiamano l’ex presidente della Camera- avevano votato per i grillini o per i leghisti”. Per cui il Pd avrebbe preso ancora meno voti se non lo avesse aiutato Casini a pescare nella propria area moderata.

Segnalo infine lo scrittore moldavo orgogliosamente comunista Nicolai Lilin, che in una intervista al manifesto, esasperatamente tradotta da Libero in “Salvini è meglio della sinistra”, ha appena accusato “i democratici”, intesi come comunisti e post-comunisti, di “odiare Savini perché egli ha preso il loro posto, arrivando al potere con gli argomenti ch’essi hanno abbandonato”.

Le cose e le situazioni, come si vede, sono un po’ più complicate, o più semplici, secondo i gusti, di come le rappresenti la politologia.

 

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Addio a Massimo Bordin, staccatosi da Radio Radicale prima che gliela chiudessero

            Voglio essere franco sino in fondo e dire al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, al suo sottosegretario all’editoria Vito Crimi e al suo vice presidente e ministro del cosiddetto Sviluppo Economico Luigi di Maio, per i cui uffici è passata la pratica ostinatissima della soppressione della convenzione, cioèmezz'asta.jpg del finanziamento pubblico di Radio Radicale, che Massimo Bordin ha perfidamente profittato un po’ della sua grave malattia per morire prima di vedere compiuto quel delitto politico che è la chiusura della “sua” radio. Di cui non è stato solo uno dei direttori avvicendatisi negli anni ma l’anima, con quella sua inconfondibile voce, intelligenza e conoscenza di cose e uomini con cui faceva la storica rassegna quotidiana di “Stampa e regime”.

            Egli è stato “il leader di una comunità morale e politica”, come Francesco Merlo aveva appena definito Radio Radicale su Repubblica chiedendo a Conte di risparmiarla. Lo è stato  non meno del compianto Marco Pannella: l’unico che Massimo sapesse in qualche modo domare negli appuntamenti radiofonici, nei quali ogni tanto perdeva la devozione dell’amico per incalzare Marco Pannella.jpgMarco nel ragionamento e nella ricostruzione di eventi e situazioni, sino a rischiare la rottura, se non addirittura il licenziamento. Grandissimo Bordin, per una cui citazione, anche critica, spulciando editoriali, cronache, retroscena e quant’altro, non c’è giornalista, credo, che non avrebbe fatto salti mortali.

            Già fiaccato dalla morte, sei anni fa, della carissima compagna Marianna Bartoccelli e da una malattia affacciatasi alla sua vita di fumatore incallito come enfisema polmonare per diventare qualcosa di assai Bordin e Pannella.jpgpiù grave, il mio amico Massimo si è come arreso alla prepotenza di chi voleva toglierli la voce prima che gliela togliesse la morte.

            A Bordin sarebbero rimaste certamente tutte le altre, numerose finestre della professione, dagli articoli alla rubrica sul Foglio, dalle interviste ai dibattiti nei salotti televisivi che avessero avuto la voglia e il coraggio di invitarlo, essendo un ospite imprevedibile, ma era Radio Radicale la sua vita. E senza di essa lui non riusciva a immaginarsi.

            Non so francamente se di fronte a questo virtuoso, orgoglioso e tragico sbattimento di porta costituito dalla morte di Massimo Bordin, a 67 anni neppure compiuti, i becchini politici di Radio Radicale vorranno fermarsi e risparmiarci la tumulazione anche di un’emittente libera che per una quarantina d’anni ha permesso a tantissimi italiani di vivere nei palazzi della politica pur standone fuori, come dice uno slogan che credo inventato proprio da lui. Sarebbe un gesto saggio di resipiscenza: troppo forse per questo governo e per questa maggioranza gialloverde, che non lascia ormai trascorrere giorno senza riservarci delusioni e preoccupazioni.

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