L’App voluta da Conte contro il virus e quella che occorrerebbe a lui

            Può darsi che, nonostante le diffuse diffidenze e gli annunci già levatisi di un rifiuto quasi di principio a ricorrervi, abbia davvero ragione il presidente del Consiglio Giuseppe Conte a considerare necessaria “l’App immuni” appena varata dal Consiglio dei Ministri. Essa dovrebbe consentire il più largo tracciamento possibile degli incontri personali attraverso i telefonini Annuncio App.jpeged evitare, o quanto meno, limitare il contagio virale che ha messo in ginocchio non solo l’Italia ma il mondo. Può darsi, ripeto. Il telefonino ha fatto miracoli, salvo qualche App immuni.jpeginconveniente, nell’evoluzione dei rapporti sociali. Sarebbe un affare se ne facesse anche nella lotta al coronavirus, come già sperimentato in Corea del Sud, hanno assicurato gli esperti. Incrociamo pure le dita e fidiamoci della promessa che i dati raccolti elettronicamente sui nostri incontri vengano davvero cancellati entro fine anno. E non finiscano invece per essere utilizzati chissà come e chissà da chi per ricattare il coniuge infedele, presunti corruttori e via immaginando in un Paese dove peraltro le carceri sovraffollate, spesso di detenuti in attesa di giudizio, sembrano più piacere che dispiacere o allarmare.

            Sul piano politico e personale, tuttavia, il povero Conte -al netto degli errori già commessi e di quelli che tutto lascia ritenere che commetterà ancora, visto che ha appena detto che rifarebbe tutto quello che ha fatto se potesse tornare indietro, e non solo sulla strada della lotta al Covid 19-  avrebbe bisogno di un’altra applicazione, questa volta ai telefonini dei tanti politici di tutti gli schieramenti all’opera sotto traccia, oltre che in superficie, con incontri, soffiate, promesse, minacce e quant’altro, per rimuoverlo il prima possibile. E passare ad un altro governo e ad un’altra maggioranza.

            Federico Geremicca ha scritto sulla Stampa del “caos calmo” attorno al presidente del Consiglio, e Geremicca.jpegMarcello Sorgi, sempre sulla Stampa, Sorgi su Conte.jpegdelle “troppe turbolenze in vista per il premier”. Il Foglio di Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa – l’elefantino e la ciliegina- ha appena cercato di raccontare e spiegare “perché anche il Pd”, che pure è il partito più solido della maggioranza giallorossa, essendo il movimento grillino allo stato liquido Il Foglio.jpego gassoso, nonostante la sua forte consistenza parlamentare, “non vede più Conte come un affetto troppo stabile”. E’  un’ironia un po’ cercatasi dal presidente del Consiglio cercando di individuare meglio i “congiunti” ai quali sarà possibile fare visita nella nuova fase dell’emergenza virale: un’ironia che Nico Pillinini ha tradotto sulla Gazzetta del Mezzogiorno addirittura in una vignetta acrobatica. Dove Conte ha preso assai scomodamente il posto del ponte del 1° maggio saltato con la fase 1 dell’emergenza.

            Avrà di che lamentarsi Marco Travaglio sul suo Fatto Quotidiano, come ha già cominciato facendo le pulci velenose a Maurizio Molinari e Stefano Folli di Repubblica, contro il vero o presunto anticontismo della grande stampa, ora posseduta dal nipote del compianto Gianni Agnelli, e dei quotidiani minori che le vanno appresso. Il problema della ormai precarietà politica del presidente del Consiglio è sul tappeto, sbattutovi anche dall’agenzia internazionale di rating Ficht, che ha appena Rolli.jpegdeclassato l’Italia per motivi più politici, appunto, che economici. C’è poco da consolarsi, come ha fatto proprio Travaglio attribuendo Il Fatto.jpega Conte il merito di avere “messo a cuccia le regioni” che contestano il governo, dal Nord al Sud, per ragioni opposte ma convergenti, si diceva ai tempi della cosiddetta prima Repubblica quando si respirava aria di crisi.

 

 

 

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Il soccorso ricevuto dal Papa non risparmia a Conte altri problemi

              Almeno in uno dei vari fronti formatisi contro la nuova fase dell’emergenza virale, disposta dal 4 maggio con l’ennesimo decreto presidenziale, Giuseppe Conte è riuscito a segnare un punto a suo Giachetti legge il Vangelo.jpegfavore. E non è un fronte secondario, specie in un Paese come l’Italia, trattandosi della Chiesa per le proteste levatesi dai vescovi italiani e dai loro sostenitori laici. Fra i quali ha voluto distinguersi  il deputato “sempre radicale”, oltre che renziano, Roberto Giachetti, messosi a leggere pubblicamente il Vangelo contro il perdurante divieto delle messe con la partecipazione pubblica.

             A intervenire a favore del presidente del Consiglio, che si era già affrettato a prendere contatto con la Conferenza Episcopale italiana per Papa.jpegconcordare modifiche al suo cronoprogramma dell’uscita dai blocchi, è stato addirittura  il Papa in persona. Che, certamente al corrente della mezza rivolta dell’episcopato, ha colto l’occasione della sua messa mattutina e privata nella residenza di Santa Marta, trasmessa tuttavia  in diretta televisiva, per invitare prelati e fedeli in ascolto da casa a coltivare Giannelli.jpeg“la grazia della prudenza e dell’obbedienza alle disposizioni” adottate dalle autorità preposte a contrastare l’evenienza che “torni la pandemia”. Come se questa fosse davvero terminata, nonostante i bollettini quotidiani dei contagiati e dei morti, che continuano ad essere tanti, nonostante a volte in calo. I vescovi non debbono avere gradito molto. Giustamente Emilio Giannelli li ha immaginati sulla prima pagina del Corriere della Sera rivolti al Papa per ricordargli “il no di Conte non al Mes ma alle messe”. Il Mes è naturalmente il controverso fondo europeo salva-Stati.

            Peraltro ricevuto di recente dallo stesso Pontefice, che lo apprezza anche come fedele conoscendone bene la devozione particolare al santificato Padre Pio, Conte deve avere tirato un bel sospiro di sollievo anche nel giro intrapreso nelle zone del Nord maggiormente colpite dall’epidemia. Reduce anche dal Il ponte di Genova.jpegcompletamento del nuovo ponte a Genova, cui aveva voluto assistere, egli ha ecceduto un po’ in sicurezza respingendo le critiche di una interlocutrice ai suoi decreti sfidandola -se eletta, come se lui lo fosse mai stato- a scriverne di migliori. Eppure -a parte Cartabia al Corriere.jpegil monito appena arrivato dalla presidente Marta Cartabia in una intervista al Corriere della Sera che “le questioni di attualità” virale “potrebbero tutte arrivare al vaglio della Corte Costituzionale”- a  criticare i decreti di Conte, se vogliamo buttare nel cestino dei pregiudizi e delle incompetenze le reazioni dei politici, di opposizione e di maggioranza, sono giuristi della consistenza e autorità come il giudice emerito della Consulta Sabino Cassese. Che per i suoi rilievi si è recentemente procurato un editoriale particolarmente abrasivo, e ai limiti della diffamazione, del giornale più decisamente schierato a favore del presidente del Consiglio. Mi riferisco naturalmente al Fatto Quotidiano.

            A dispetto comunque del sollievo procuratogli dal Papa e del compiaciuto titolo di prima pagina del Il Fatto Quotidiano.jpeggiornale di Marco Travaglio sul “giorno nero dei nemici di Conte”, il capo del governo rimane “sotto assedio”, come Repubblica .jpegha più realisticamente titolato la Repubblica. E’ un assedio al quale ha partecipato, dopo Mody’s, anche l’agenzia internazionale  di rating Ficht anticipando la valutazione solitamente estiva del debito pubblico italiano con un meno che ha portato i titoli sulla soglia della spazzatura. E ciò non tanto per gli effetti dell’emergenza virale sull’economia quanto per la previsione che “la coesione politica non reggerà”. E questa è cosa che riguarda direttamente proprio Conte.

 

 

 

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Conte alle prese con nuove tensioni nella maggioranza dopo la ripartenza col freno

            Quella foto del presidente del Consiglio Giuseppe Conte finalmente a Milano col governatore leghista della Lombardia Attilio Fontana, a colloquio in Prefettura entrambi con mascherina e alla distanza di sicurezza imposta dall’emergenza virale, potrebbe essere considerata con molta buona volontà, forse anche troppa, come l’apertura di una nuova fase davvero, dopo i tanti scontri avvenuti a distanza fra i due uomini e i livelli di governo che rappresentano. Potrebbe essere, nonostante i moniti di Conte a risponderne poi agli elettori, una nova fase persino migliore di quella troppo ottimisticamente annunciata e definita “di ripartenza” dal presidente del Consiglio esponendo da Palazzo Chigi il suo nuovo e, temo, non ultimo decreto presidenziale sulla mobilità delle persone e sulle attività produttive e commerciali.

            Peccato però per Conte che il pur tardivo tentativo di instaurare un rapporto più diretto col potere locale, che non ha la pretesa ma il diritto riconosciutogli dalla Costituzione di gestire anch’esso l’emergenza impostaci dal coronavirus, coincida col peggioramento della situazione all’interno della maggioranza di governo.

            Oltre al “solito” Matteo Renzi si -potrà dire- che ha definito uno “scandalo costituzionale” il decreto Renzi.jpegpresidenziale sulla cosiddetta ripartenza, sfidando Conte su Repubblica a trasformarlo Renzi 1 .jpegin un decreto legge per consentire alle Camere di cambiarglielo nel processo di conversione, e che aspetta praticamente di uscire dalla maggioranza dopo che gli italiani potranno tornare ad uscire davvero da casa; oltre al “solito” Renzi, dicevo, ha fatto sentire i suoi rilievi e le sue preoccupazioni anche il segretario del Pd Nicola Zingaretti.

            Già nel titolo di richiamo in prima pagina dell’intervista al Corriere della Sera c’è una sostanziale protesta del segretario del Pd contro la riapertura delle attività commerciali, chiamiamole Zingaretti al Corriere.jpegcosì, nel “tanto lontano” mese di giugno, come già contestato in Consiglio dei Ministri dalla titolare renziana del dicastero dell’Agricoltura Teresa Bellanova.

            Non meno critico verso Conte è il passaggio dell’intervista Zingaretti.jpegin cui Zingaretti ha “auspicato” che si formino “le condizioni” -dipendenti ovviamente anche dal presidente del Consiglio, che in questo campo ha notoriamente deluso pure il capo dello Stato- di “un coinvolgimento sull’emergenza anche maggiore delle opposizioni”.

            Poi, certo, per indorare le pillole  e non deludere la certificazione della “vicinanza” di Conte al Pd appena fatta da Eugenio Scalfari sulla “sua” Repubblica, Zingaretti ha anche definito addirittura “deprimente e velleitario” un tentativo, in questo periodo, di cambiare governo e maggioranza. Ed ha silenziosamente preso per buona la rappresentazione, fatta dall’intervistatrice, di un Movimento 5 Stelle finalmente, chiaramente e generalmente disposto, come richiesto appunto dal Pd di fronte alle troppe resistenze ancora opposte, ad utilizzare il finanziamento degli interventi di emergenza col ricorso al tanto vituperato fondo europeo salva-Stati, o meccanismo europeo di stabilità.

            E’ naturalmente Pillinini.jpeguna spina nel fianco di Conte anche il malumore, a dir poco, dei vescovi per le messe ancora chiuse al pubblico: malumore che il vignettista della Gazzetta del Mezzogiorno” Nino Pillinini ha rappresentato sarcasticamente trasformando il presidente del Consiglio da “avvocato del popolo” in “avvocato del diavolo”.

 

 

 

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L’improvviso e sospetto affollamento dell’area del liberalsocialismo

A ciascuno la sua “ripartenza”, anche di carta, e più o meno a distanza, in questi tempi terribili di convivenza col coronavirus.

Muore dalla voglia di ripartire come editore il vecchio ma ancora vitalissimo Carlo De Benedetti, che non perdona ai figli, già inutilmente ripresi quando ne avevano solo l’idea, di avere venduto la Repubblica a John Elkann, il nipote del compianto Gianni Agnelli. Il quale ha formalizzato l’acquisto sostituendo il direttore Carlo Verdelli, per quanto minacciato di morte e sotto scorta rafforzata, con Molinari.jpegMaurizio Molinari. Che a sua volta ha ceduto la direzione della Stampa, lo storico giornale della Fiat, a Massimo Giannini, tornato da Repubblica a Torino. Dove era stato accolto di persona dall’”avvocato”, che gli parlò del suo come di “un giornale perbene”. Lo ha voluto ricordare lo stesso Giannini nell’editoriale di insediamento, tanto per far capire bene con lodevole franchezza chi conduce le danze nel nuovo gruppo editoriale.

Convinto non solo che i figli si siano fatti pagare troppo poco ma anche che la sua ormai ex Repubblica sia destinata a spostarsi praticamente a destra, come ha raccontato in una intervista al Foglio, De Benedetti sarebbe disposto addirittura ad acquistare la storica e dormiente De Benedetti e Scalfari.jpegtestata comunista dell’Unità per ristamparla come organo non più del Pci, ormai defunto, ma di una forma di socialismo liberale. Dove potrebbero l'Unità.jpegapprodare, all’occorrenza, lettori e giornalisti delusi della Repubblica del nuovo corso: non so, francamente, se a cominciare davvero da Eugenio Scalfari. Col quale l’”ingegnere” ebbe qualche mese fa uno sgradevole e, temo, irreversibile scontro a distanza nel salotto televisivo di Lilli Gruber rinfacciandogli la “carrettata” di soldi pagatagli  a suo tempo in un cambio di proprietà e dandogli praticamente dello svanito per i 96 anni allora neppure compiuti.

Di socialismo liberale ha deciso di rivestire il vecchio Avanti! anche Claudio Martelli, l’ex ministro e delfino quasi ripudiato da Bettino Craxi negli anni terribili di “Mani pulite”, quandoMartelli.jpeg l’allora guardasigilli si offrì pubblicamente a “restituire l’onore” al Psi, che evidentemente lo Avanti.jpegaveva perduto. Ma, non avendo di certo i soldi di De Benedetti, le ambizioni di Martelli sono assai modeste: una riedizione assai ridotta dell’Avanti!: una al mese da qui a giugno e poi chissà, forse una ogni quindici giorni, come Il Borghese di prima maniera di Leo Longanesi.

Peccato, però, sia per De Benedetti sia per Martelli, che abbia deciso di afferrare la bandiera del liberalsocialismo anche Scalfari, svendolandola nell’editoriale di domenica scorsa dalla metaforica torretta della Repubblica. Dove egli si è barricato come “fondatore”, deciso a la Repubblica.jpegvigilare perché il suo “fiore” di carta non appassisca prima dei “cento anni”: quelli non dalla nascita dello stesso Scalfari, che vi è quasi arrivato, ma della testata. Che esordì nel 1976, cioè 44 anni fa, per cui gliene resterebbero nella serra,  o addirittura all’occhiello della giacca immaginata dal fondatore, almeno altri 56.

L’annuncio della vigilanza di Scalfari era scontata, nonostante la fretta della rottura attribuitagli dal Fatto Quotidiano con un certo interesse di bottega, scommettendo sullo spazio a sinistra che Marco Travaglio spera di poter occupare in caso di crisi immediata e clamorosa nella redazione di Repubblica. Meno scontata tuttavia era la bandiera liberalsocialista di Scalfari, almeno ai miei occhi di vecchio cronista ancora fermi su quel titolo, e relativo articolo, in cui l’allora direttore di Repubblica, nel 1978, si sostituì al segretario del Pci Enrico Berlinguer per rimproverare a Craxi di avere voluto “tagliare la barba a Marx”. Ciò era avvenuto, in particolare, col “Vangelo socialista” pubblicato sull’Espresso e commissionato dal segretario del Psi a Luciano Pellicani, morto recentemente di coronavirus.

Un’altra cosa sorprendente di Scalfari, sempre ai miei modesti occhi di vecchio cronista, è stata l’intervento sull’anagrafe politica dell’attuale presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che da designato Schermata 2020-04-28 alle 05.45.24.jpege poi addirittura imposto Beppe Grillo.jpega Palazzo Chigi dai grillini -imposto, in particolare, nella scorsa estate in un improvviso cambio di maggioranza a un Pd che reclamava “discontinuità” nel passaggio da una coalizione gialloverde ad una giallorossa- è diventato nell’editoriale di Scalfari di domenica scorsa “vicino” al partito guidato da Nicola Zingaretti.

Così in effetti cominciano, in verità, a considerare il presidente del Consiglio anche fra i grillini, diventati perciò insofferenti e sospettosi, nonostante la mano metaforicamente e protettivamente distesa sul suo capo da Grillo in persona. Ma Conte non mi sembra per  niente o non ancora deciso a una frattura col movimento delle cinque stelle.  Anche nell’intervista appena concessa al nuovo direttore di Repubblica egli ha lasciato ancora sospeso il suo sì al fondo europeo salva-Stati, o Mes, su cui potrebbe consumarsi in Parlamento la scissione dei grillini irriducibilmente contrari.

Non solo “vicino” al Pd ma decisamente liberalsocialista è stato definito Conte da Scalfari nell’editto un po’ pragmatico e un po’ ideologico emesso dalla già ricordata torretta di Repubblica. Sempre da vecchio e ingenuo cronista politico, mi chiedo se non hanno qualcosa da obiettare a questo proposito nel Pd, dove è minoritaria ma non ininfluente, qualche volta anche decisiva, la componente proveniente dalla sinistra democristiana. Che negli anni Ottanta del liberalsocialismo di Bettino Craxi, per quanto alleato di governo, diffidava a tal punto da ricorrere, per proteggersene, al grintosissimo Ciriaco De Mita eleggendolo segretario del partito con l’appoggio del corpaccione doroteo dello scudo crociato. E De Mita, sostenuto anche da Scalfari alla guida della Repubblica, non deluse di certo le attese e le speranze dei suoi sostenitori, anche se le perdite elettorali del 1983 obbligarono persino lui a mandare Craxi a Palazzo Chigi, allontanandolo dopo quasi quattro anni.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Quel modesto punto e mezzo di recupero che ha pur imbaldanzito i grillini

            Il vignettista Davide Charlie Ceccon è rimasto per una settimana sul blog personale di Beppe Grillo con la testa infilata in un cesso e il braccio destro alzato in segno di vittoria avendo visto “una luce” in fondo allo scarico. E’ stato ora rimosso per missione compiuta, e sostituito con uno sfottò nuova vignetta grillina.jpega Matteo Salvini, che dall’ultimo sondaggio di Nando Pagnoncelli risulta avere perduto quasi 9 punti rispetto al 34,3 per cento guadagnato nelle elezioni europee del 26 maggio dell’anno scorso. I grillini invece hanno recuperato con un “balzo” un punto e mezzo assestandosi al 18,6 per cento il 23 aprile di questo 2020 pur maledettamente virale.

            Quel punto e mezzo in più -di cui non si sa bene chi potrà vantarsi meglio fra i tanti grillini che hanno cercato di tenere accese le luci sul movimento facendosi le scarpe a vicenda, in una gara a chi riusciva a spararla più grossa-  è obiettivamente un po’ troppo poco rispetto ai 15 punti e mezzo perduti il 29 maggio 2019 Allora fu quasi dimezzato il 32,6 delle elezioni politiche del 4 marzo 2018, che aveva portato i pentastellati al governo con l’aiuto imprevisto dei leghisti, staccatisi dal centrodestra col permesso rassegnato di Silvio Berlusconi in persona.

             Non solo andarono al governo, ma i grillini riuscirono anche ad assumerne la  guida con Giuseppe Conte, che in un loro “monocolore” avrebbe dovuto o potuto fare non più del ministro della Pubblica Amministrazione: un Conte rivelatosi invece così prezioso da essere imposto, nel cambiamento di maggioranza intervenuto nella scorsa estate, alla sinistra imbarcatasi in tutte le sue sfumature parlamentari: dal Pd di Nicola Zingaretti alla costola di Matteo Renzi, staccatasi subito dopo senza uscire però dalla combinazione, e ai liberi e uguali di Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema, Pietro Grasso e compagni.

             Nel frattempo tuttavia Conte ha avuto una trasformazione che, pur benedetta, almeno nelle apparenze, da Grillo in persona, ha aumentato la confusione sotto le cinque stelle. Eugenio Scalfari dalla postazione di “fondatore” di Repubblica –dove si è messo alla sua età l’elmetto per difendere il quotidiano dai propositi di spostarlo “a destra” attribuiti, a torto o a ragione, al nuovo editore John Elkann, il nipote del compianto Gianni Agnelli, e al nuovo direttore di fiducia Maurizio Molinari- ha ribattezzato laicamente il presidente del Consiglio. Da prossimo ai grillini Schermata 2020-04-27 alle 06.26.41.jpeglo ha fatto “vicino al Pd”. E, in più, lo ha incoronato leader di un “liberalsocialismo” che dovrebbe procurare l’orticaria a quella componente non piccola, e neppure sprovveduta, del Pd proveniente in prevalenza dalla sinistra democristiana. Che solo a sentir parlare di liberalsocialismo ai tempi del povero Bettino Craxi fremeva dalla rabbia e dalla paura, impersonate quasi fisicamente dall’allora segretario scudocrociato Ciriaco De Mita. Che non a caso si guadagnò le simpatie dell’ancòra direttore, oltre che fondatore, di Repubblica.

            Troppa acqua forse è passata sotto i ponti, e troppo torbida per capire bene cosa sia davvero accaduto e, soprattutto, cosa potrà ancora accadere, magari con l’aiuto o per effetto del mostriciattolo noto come Covid 19. Certo è che di fronte al liberalsocialismo quotidiano ora sbandierato da Scalfari fa una certa tenerezza, diciamo così, il “socialismo liberale” appena rivendicato da Claudio Martelli in un tentativo, per ora mensile e poi quindicinale, di recupero della vecchia testata dell’Avanti. Col punto esclamativo, naturalmente.

 

 

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Scalfari si scrolla di dosso 44 anni e si erge a garante del giornale fondato a 52

            Sarà pure stato “furibondo”, come lo rappresentarono sulla prima pagina al Fatto Quotidiano, interessatissimo Il Fatto su Scalfari.jpegnaturalmente a trarre qualche vantaggio da una crisi del giornale La Repubblica, ma Eugenio Scalfari ha reagito con molta prudenza e con un’apertura pur minacciosa di fiducia al nuovo corso del quotidiano da lui fondato nel 1976. Egli ha Scalfari.jpegconfidato ai lettori, nel solito appuntamento domenicale, di avere già avuto un confronto, diciamo così, col direttore Maurizio Molinari, appena subentrato al pur caro Carlo Verdelli per volontà dell’editore John Elkann, il nipote ed erede di Gianni Agnelli, e di averne praticamente raccolto la promessa che Repubblica continuerà a muoversi nel solco del “liberal-socialismo” rivendicato dallo stesso Scalfari. Che evidentemente deve avere dimenticato -alla bella età che ha di 96 anni- quella protesta levata nel 1978 contro il segretario socialista Bettino Craxi per essersi permesso di “tagliare la barba a Marx” con le forbici fornitegli da Luciano Pellicani, l’autore del “Vangelo socialista” affidato all’Espresso.

            Amante dichiarato delle “favole” come negli anni dell’infanzia, Scalfari ha garantito ai lettori che da “fondatore” vigilerà sul nuovo corsoLa minaccia di Scalfari.jpeg del suo giornale, pronto -se si troverà di fronte ad un altro soggetto o oggetto- ad avvertirli per primo e a “trarne personalmente e collegialmente, se possibile, le conseguenze”.

            D’altronde, dando forse un dispiacere al già citato giornale di Marco Travaglio, cui non parrebbe vero se si creasse un nuovo spazio a sinistra da coprire con giovanile rapacità, Carlo De Benedetti ha già avvertito con una intervista al Foglio di essere pronto con i suoi 85 anni sulle spalle, e i tanti soldi di cui ancora dispone anche dopo averne donati parecchi ai figli che lo hanno deluso, a mettere su una specie di Repubblica 2: un po’ come la Milano 2 ma anche 3 del suo antico e irriducibile concorrente o avversario Silvio Berlusconi. Col quale egli tentò ad un certo punto di realizzare anche qualche affare insieme, trattenuto a forza proprio dalle proteste di Scalfari e della Repubblica di cui aveva assunto la proprietà versando -avrebbe poi rivelato nel salotto televisivo di Lilli Gruber- una “pacchettata” di soldi al fondatore. Che non era e non è certamente uno sprovveduto alle prese col portafoglio.

            Poiché il liberal-socialismo è una formula che può prestarsi a tante interpretazioni, come dimostrò appunto la difesa della barba di Marx nel 1978, quando Craxi sfidò i comunisti di Enrico Berlinguer sul terreno ideologico e pratico, Scalfari lo ha incarnato anche nell’incontro con Molinari nell’attuale Conte alle Fosse Ardeatine.jpegpresidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che, guarda caso, il nuovo direttore si è affrettato a intervistare di persona, reduce da una visita alle Fosse Ardeatine.   

          Di Conte il “fondatore” ha tessuto gli elogi dimenticandone la designazione grillina, non proprio L'editoriale di Scalfari.jpegil massimo del liberal-socialismo, e condiviso forse l’odore per un “fiore”, come quello della “sua” Repubblica, che “non appassisce”, almeno sino ai “100 anni”. Che non sono quelli dello stesso Scalfari, arrivatovi ormai vicino, ma della testata, che ne ha “solo” 44: tutti scrollatisi di dosso dall’interessato riproponendo la foto emblematica della nascita di Repubblica in tipografia, quando Scalfari aveva solo 52 anni e  faceva le prove di stampa, attorniato da una squadra ambiziosa quanto lui.

            Il fiore in fiore Scalfari.jpegquesti giorni in cui si canta gioiosamente Bella ciao, che pure lo evoca per la tomba del partigiano, non farà certamente a Scalfari il brutto scherzo di appassire anzitempo. Auguri, don Eugenio, come avrebbero chiamato Scalfari ai tempi di Benedetto Croce. 

 

 

 

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Quanti significati in quella mascherina di Mattarella sull’Altare della Patria…

            Il presidente della Repubblica ha giustamente colto anche l’occasione della festa della liberazione dell’Italia dal nazifascismo, che l’aveva divisa e ulteriormente insanguinata dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, per rilanciare i suoi richiami all’unità nazionale attualizzandoli al momento di gravissima crisi sanitaria, economica e sociale che il Paese sta attraversando anche più di altri che ne sono stati colpiti.

           Ancora una volta il capo dello Stato ha fatto il suo dovere, ancora più encomiabile se consideriamo la delusione procuratagli negli ultimi tempi da buona parte delle forze politiche e persino dal governo. Che, già diviso al suo interno per l’eterogeneità della maggioranza giallorossa improvvisata nella scorsa estate pur di evitare uno scioglimento anticipato delle Camere destinato in quel momento ad una larga vittoria del centrodestra a trazione leghista, ha cercato sì di soddisfare le attese e i consigli del capo dello Stato ma cercando più di dividere l’opposizione che di coinvolgerla davvero nella gestione dell’emergenza. E vi è in parte riuscito, vista la concreta possibilità che il presidente del Consiglio si è guadagnato di ottenere in Parlamento, all’occorrenza, il sì del partito di Silvio Berlusconi all’uso del cosiddetto Mes, acronimo del meccanismo europeo di stabilità, noto anche come “fondo salva-Stati”, osteggiato invece da una parte almeno del Movimento 5 Stelle. Che non si fida delle nuove e minori “condizionalità” che graverebbero sugli oltre 30 miliardi di euro di cui l’Italia potrebbe disporre per le occorrenze sanitarie e attigue.

            Quella mascherina che Sergio Mattarella ha indossato sull’altare della Patria dopo avere omaggiato la tomba del Milite Ignoto mentre le Frecce Tricolori svettavano in cielo Frecce tricolori.jpegper partecipare alla festa del 25 aprile, gli è forse simbolicamente servita anche a proteggersi dalla brutta aria politica che si respira nel Paese, oltre che a fare da esempio ai cittadini che dovrebbero coprirsi naso e bocca sempre per strada per evitare il rischio di contagiarsi del coronavirus e di contagiare.

Di quanti altri morti lo Stato ha bisogno per liberarsi dal cinismo burocratico ?

            Mi era già capitato di osservarlo e non riuscivo a cambiare ad ogni annuncio televisivo di un altro passo in avanti compiuto nella lotta al coronavirus in Italia. I morti, alla fine, mi sembravano sempre troppi.

            Quei 51 chilometri e più di bare immaginate verticalmente allineate per contenere i 25.549 morti di coronavirus in Bilancio coronavirus.jpegItalia, risultanti dalla mia ultima verifica elettronica prima di mettermi a scrivere queste riflessioni, mi sembravano insopportabili da ignorare, o archiviare, di fronte alle riduzioni dei contagiati o all’aumento dei guariti, peraltro con tutto il beneficio d’inventario imposto dagli stessi esperti, analisti e quant’altri, tutti concordi nel diffidare dell’attendibilità dei numeri da loro stessi forniti.

            Negli ultimi tempi, dai calcoli che facevo moltiplicando per due, lunghezza media di una bara, il numero dei decessi mi è venuto fuori non meno di un altro chilometro al giorno in più nel mio virtuale viaggio fra le vittime dell’epidemia stese sul ciglio della strada. E su quell’ulteriore chilometro di allungamento quotidiano del viaggio ho imprecato non solo contro la bestia che ha attivato guerra infame, ma anche contro quanti, ai veri livelli delle loro responsabilità di cosiddetto governo del Paese e dei suoi territori, mi davano la sensazione di avere affrontato l’emergenza con ritardo o approssimazione, o entrambi.

            Eppure, in questa già immane tragedia mi è venuta la tentazione di gridare contro gli ancora troppo pochi morti, visto che quelli contati non sono riusciti a produrre la pietà che per me è il solo metro di giudizio con cui si possa valutare la capacità di un uomo di governo -ripeto, a qualsiasi livello- di reagire ad un evento devastante. La tentazione mi è venuta, in particolare, quando ho bare in Chiesa.jpegletto delle bare allineate.jpegrichieste pervenute a tante, troppe famiglie di versare alle amministrazioni di turno, o di competenza, le spese d’incenerimento ed altro dei loro cari, morti nella solitudine, chiusi nelle bare caricate per sovraffollamento dei cimiteri o chiese locali su autocarri militari e portati chissà dove per essere cremati e finire in urne qualche volta persino smarrite, o consegnate alle persone sbagliate.

            Tutto questo mi è sembrato ancora più orrendo della morte. In quelle tristissime file di autocarri militari usati per il trasporto dei morti di coronavirus l’unica cosa che mi aveva in qualche modo consolato, vedendole in televisione o sulle prime pagine dei giornali, era l’idea di uno Stato, con la maiuscola, che aveva provveduto  pietosamente, appunto, ad una esigenza purtroppo inderogabile, disponendo dei propri mezzi. Quando ho scoperto il contraro, con le notizie di quegli avvisi di pagamento arrivati puntuali alle famiglie, mi sono cascate le braccia, come si dice. E con le braccia tante altre cose. E sono inorridito, arrossendo di vergogna come cittadino. E di rabbia come governato da cosiddette autorità che meriterebbero sputi in faccia: dalle quali, almeno sino al momento in cui scrivo, non è incredibilmente arrivato un segno di consapevole ravvedimento e di scuse. Sono peggiori di quella bestiaccia del Codi 19, come la chiamano gli esperti.

            Mi chiedo in questo 25 aprile celebrato tra appelli, proclami, impegni, canti e bandiere, di quanti altri chilometri di bare lo Stato abbia bisogno per liberarsi dal cinismo non so, a questo punto, se più della burocrazia o della politica, se quest’ultima continuerà a voltarsi dall’altra parte. 

 

 

 

 

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L’ex Fiat normalizza il giornale che fu di Scalfari e De Benedetti

            La prima impressione che si ha di fronte all’improvviso cambiamento intervenuto alla direzione della Repubblica –quella naturalmente di carta, da non confondere con quella in carne e ossa presieduta al Quirinale da Sergio Mattarella- è di una irruzione metaforica dei cingolati o trattori della Fiat, o di come diavolo si chiama dai tempi del compianto Sergio Marchionne, nel Scalfari.jpeggiornale fondato nel 1976 da Eugenio Scalfari. Che a 96 anni appena compiuti ha dovuto incassare un’altra cocente delusione, dopo quella procuratagli dal penultimo editore della “sua” Repubblica, Carlo De Benedetti, quando nominò direttore Mario Calabresi per la successione a Ezio Mauro, senza neppure consultarlo. Allora Scalfari minacciò di diradare o addirittura interrompere la sua collaborazione con gli editoriali domenicali ed altri interventi.

            Il nuovo John Elkann.jpegeditore di Repubblica è notoriamente e sostanzialmente la ex Fiat – o, se preferite, per semplicità, il nipote della buonanima di Gianni Agnelli, John Elkann- con un cambiamento di proprietà De Benedetti.jpegche Carlo De Benedetti ha cercato inutilmente di impedire, anche a costo di scontrarsi con i figli e dar loro, senza mezzi termini, degli inadatti all’impresa ricevuta in donazione dal padre.

            Trasferire materialmente, dalla mattina alla sera, il direttore della storica testata della Fiat la Stampa da Torino a Roma, alla guida appunto della Repubblica, è qualcosa che parla da sé.  Il nuovo editore ha voluto far sentire tutto il suo peso come più, francamente, non si poteva, non lasciandosi condizionare- fra le proteste della redazione-  neppure dalla campagna di solidarietà a favore Verdelli.jpegdel direttore uscente, Carlo Verdelli, appena lanciata sulla stessa Repubblica da Francesco Merlo a causa delle minacce di morte piovutegli addosso e procurategli, fra l’altro, una protezione di primo livello da parte delle forze dell’ordine. Lo spostamento del pur ottimo Massimo Giannini dall’interno della Repubblica alla direzione della Stampa fa un po’ assomigliare i due giornali a due stabilimenti industriali dello stesso imprenditore, con vertici intercambiabili a preminenza tuttavia torinese.

            Sul piano economico o industriale, diciamo così, queste operazioni, chiaramente temute dalla redazione scesa non a caso in uno sciopero immediato, sembrano finalizzate a portare a termine piani radicali di riduzione di spese e personale con prepensionamenti destinati a danneggiare il già pericolante Istituto di previdenza dei giornalisti italiani. Che è stato usato spesso dagli editori da qualche tempo come bancomat per i loro stati  ripetutamente dichiarati di crisi e conseguenti ristrutturazioni.

            Sul piano politico si può sospettare -si vedrà con i fatti se a torto o a ragione- un ridimensionamento del peso della Molinari.jpegpolitica interna sulla linea di Repubblica, privilegiando notoriamente il nuovo direttore Maurizio Molinari, di formazione liberale, la politica estera per la sua consolidata esperienza fra gli Stati Uniti e Israele.

            D’altronde, va detto che della politica interna si è via via disamorato negli ultimi anni lo stesso Scalfari, scrivendo più volentieri del suo autorevolissimo amico Papa Francesco che dei presidenti  italiani del Consiglio dei Ministri. All’ultimo dei quali, tuttavia, egli ha voluto più volte concedere l’onore di un paragone col compianto Aldo Moro per capacità di intuizione e di creazione di sempre più nuovi equilibri politici. E ciò anche se l’ultimo interlocutore di Moro fu Enrico Berlinguer, mentre quelli di Conte vanno, dopo la rottura con Matteo Salvini, da Nicola Zingaretti a Vito Crimi, e un po’ da qualche giorno anche Silvio Berlusconi. Roba da capogiro, o da emergenze, di cui d’altronde è sin troppo piena l’Italia.

 

 

 

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