Salvini a sorpresa scavalca Di Maio nella difesa dello sforamento del deficit

Tra Roma e Latina, tra una manifestazione ciclistica in onore dei 70 anni della Costituzione e un raduno leghista in terra pontina, si è svolto un alterco politico sui conti dello Stato fra il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini che ha rovesciato la rappresentazione abituale della maggioranza e dello stesso governo grigioverde.

Dopo più di centoventi giorni vissuti nella sensazione che Salvini seguisse a fatica, col suo Giancarlo Giorgetti posizionato in un posto di guardia a Palazzo Chigi, gli alleati grillini sul terreno economico, tanto da diventare all’interno della maggioranza il punto di riferimento o di scommessa della Confindustria, il ministro dell’Interno ha scavalcato il capo delle 5 Stelle Luigi Di Maio. Lo ha fatto  difendendo manovra finanziaria, bilancio e quant’altro in arrivo dalle preoccupazioni e dai moniti di Sergio Mattarella. Che Salvini ha chiamato per nome, fra fischi e mormorii di protesta della folla, per dirgli praticamente di fermarsi e di lasciare lavorare il governo sulla strada di una svolta salutare.

           Salvini.jpg Se poi Mattarella ha citato la Costituzione, stando accanto al suo testo nel cortile del Quirinale, in difesa dell’equilibrio dei conti, dei risparmi, delle pensioni, della difesa “reale” e non “fittizia” dei più bisognosi pensando anche ai vincoli o parametri dell’Unione Europea, Salvini rigorosamente in maglietta non si è risparmiato un “me ne frego” di memoria fascista all’indirizzo di Bruxelles e dintorni, compresi i mercati. Ai cui segni di nervosismo e di diffidenza egli aveva già reagito 24 ore prima con un’altra sfida, dicendo che “se ne faranno una ragione”.

            Il povero Alessandro Sallusti, il direttore del Giornale della famiglia Berlusconi che aveva di recente festeggiato su tutta la prima pagina il “ritorno a casa” del leader leghista fra cene e pranzi ad Arcore e a Roma col Cavaliere in persona e altri attori o comparse del centrodestra, è rimasto scioccato dalle notizie giuntegli da Latina. E si è chiesto in un editoriale “che ci faccia Matteo Salvini a tavola con i comunisti” di nuovo conio, diciamo così. Che sarebbero i grillini col loro cosiddetto reddito di cittadinanza, le pensioni omologhe, i tagli invece alle pensioni promosse al bisogno dallo zinco all’oro, le purghe nei Ministeri, a cominciare da quello dell’Economia ancora retto da un ex o quasi dimissionario Giovanni Tria, infestato di “burocrati” e “tecnici” ostili al cambiamento, e quant’altro.

            Rispetto alle reazioni di Salvini, quelle di Di Maio alle preoccupazioni e ai moniti di Mattarella, che peraltro ha parlato di decisioni del governo non prese ma da “assumere in questi giorni”, come per riservarsi altri e più incisivi interventi al momento opportuno, sono state un po’ risposte timide, da educando.

            Più che sfidare, il vice presidente grillino del Consiglio è sembrato volere tranquillizzare, rasserenare l’ansioso capo dello Stato, come hanno fatto anche dalle colonne del Corriere della Sera il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e del Fatto Quotidiano il ministro degli affari europei Paolo Savona con interviste centrate su quel che non si sarebbe ancora visto bene nella manovra finanziaria in arrivo ma risulterà più evidente nei prossini giorni: ingenti programmi di investimenti per una quindicina di miliardi di euro in tre anni, ha precisato in particolare Conte. Grazie a quelli, aumenterà il pil e scenderà di conseguenza il debito.

            Di Maio.jpgDella moderazione di Di Maio, saccente solo con i governi precedenti, che hanno lasciato in eredità a quello gialloverde l’ingente debito pubblico che si vorrebbe adesso ridurre in fretta, si deve forse ringraziare Marco Travaglio. Cui va riconosciuto, col credito di cui dispone fra i grillini, il merito di avere disapprovato lo stile giacobino, o da Masaniello, mostrato da Di Maio la sera di giovedì sul balcone di Palazzo Chigi, mentre il suo “popolo”  festeggiava in piazza la decisione del Consiglio dei Ministri di portare al 2,4 per cento  del prodotto interno lordo per i prossimi tre anni il deficit che Tria voleva contenere entro l’1,6, massimo l’1,9.

            “State lontani dai balconi. Portano sfiga”, aveva commentato Travaglio rivolgendosi proprio a Di Maio e amici. E dopo avere esortato -anche qui non a torto- Salvini, una volta tanto non liquidato come “il cazzaro verde”, a non cavalcare imprudentemente i  numeri usciti da Palazzo Chigi per fare le sue campagna elettorali contro l’Europa.

 

 

 

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Alla ricerca della Bastiglia, o del Palazzo d’Inverno fuori stagione……

            Lo spettacolo non è finito sopra e sotto il balcone di Palazzo Chigi col vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio esultante e il “popolo” grillino che sventolava le sue bandiere per festeggiare Schermata 2018-09-29 alle 05.55.21.jpgil deficit spostato per i prossimi tre anni al 2,4 per cento del prodotto interno lordo e la sconfitta del ministro dell’Economia Giovanni Tria. Che aveva inutilmente resistito piegandosi alla fine anche alle telefonate dal Colle e dintorni contro le sue dimissioni e una conseguente crisi di governo.

            A sentire il mio amico Walter Verini, deputato del Pd, se Tria si fosse dimesso o avesse vinto la sua partita nel governo grazie al sostegno di un capo dello Stato notoriamente preoccupato dello stato dei conti italiani, il “popolo” di Di Maio, e di Beppe Grillo, si sarebbe mosso con le sue bandiere verso il Quirinale per protestare. E avremmo avuto una versione reale e non digitale dell’”impeachment” invocato a fine maggio proprio da Di Maio contro Mattarella, che aveva appena rifiutato la nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia e costretto Giuseppe Conte alla rinuncia a formare il governo.

Quel “popolo” in effetti è da più di cinque anni alla ricerca della sua Bastiglia da assaltare, conquistare e abbattere, o del Palazzo d’inverno, magari fuori stagione. I grillini erano arrivati in Parlamento per aprirne le Camere some scatole di tonno, o di alici. Poi si accontentarono di scalare il terrazzo di Montecitorio per inscenarvi manifestazioni di protesta. Ora che ne hanno assunto la presidenza, e occupato anche l’adiacente Palazzo Chigi, mirano altrove.

            Forse il manifesto con quel gigantesco dito  fotomontato in primo piano contro la facciata della Borsa di Milano, dove le decisioni del governo gialloverde hanno provocato svendite che non era certamente difficile prevedere, ha involontariamente suggerito al “popolo” grillino una nuova destinazione. “I mercati se ne faranno una ragione”, hanno del resto dichiarato all’unisono scrollando le spalle contro la salita dello spread Di Maio e l’omologo leghista alla vice presidenza del Consiglio Matteo Salvini. E alla fine, par di capire, se non se ne faranno una ragione, sarà peggio per i mercati secondo gli umori, le opinioni e quant’altro dei due uomini nelle cui facce si identifica il governo più ancora che in quella di chi formalmente lo presiede e dovrebbe guidarlo: l’avvocato, pure lui “del popolo”, Giuseppe Conte: “Giuseppi” per l’amico americano Donald Trump, col quale ha appena cenato a New York.

            Come Stalin chiedeva e diceva del Papa al tavolo della spartizione dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale, anche Di Maio si chiederà forse di quante divisioni dispongano questi benedetti mercati.

            Breda.jpgA leggere il diligentissimo quirinalista del Corriere della Sera, Marzio Breda, il presidente Sergio Mattarella vivrebbe ore e giorni di angoscia, in cui tuttavia egli trova il tempo e soprattutto la voglia di controfirmare e fare entrare in vigore decreti legge dal percorso e dal contenuto quanto meno anomali: come quello sull’emergenza creata a Genova dal crollo del ponte autostradale Morandi. La cui responsabilità, sostituendosi ai magistrati che indagano e ai processi di là da venire, in cui sarà coinvolto anche il Ministero delle Infrastrutture, il decreto legge ha attribuito alla società concessionaria dell’autostrada, paradossalmente esclusa perciò dall’obbligo della ricostruzione. Che le consentirà l’apertura di una lunghissima vertenza.

            Poi, sempre a proposito di Genova, è arrivata la ciliegina sulla torta costituita dalla decisione del governo di nominare commissario straordinario per la ricostruzione un dirigente della Fincantieri: la società preferita dai grillini per realizzare il nuovo ponte, magari in concorso con altri, sempre ad esclusione della società ancora concessionaria dell’autostrada.

            Vauro.jpgA proposito di ciliegina sula torta, mi permetto di segnalare -non dico anche gustare perché non ho il gusto dell’orrido- quella che il Fatto Quotidiano, non sospettabile certamente di pregiudizio verso il governo in  carica, ha posto con la vignetta di Vauro Senesi sul cosiddetto reddito di cittadinanza, alla cui realizzazione dovrebbe servire il maggiore deficit, e debito, festeggiato sopra e sotto il balcone di Palazzo Chigi. Ora il povero -osserva Vauro, disincantato- avrà anche una paga per continuare ad esserlo.

           

Mattarella spiazza Tria preferendo evitare la crisi, almeno per ora

            Il Sole .jpgIl presidente della Repubblica ha spiazzato il ministro dell’Economia chiedendogli di non dimettersi dopo avere subìto nel vertice di maggioranza e in Consiglio dei Ministri lo sforamento del deficit al 2,4 per cento sul prodotto interno lordo. Esso è equivalente ad una decina di miliardi di euro rispetto alla soglia concordata dietro le quinte con l’Unione Europea ed è stato festeggiato dai grillini in piazza e sul balcone di Palazzo Chigi.

            Messaggero.jpg Il capo dello Stato ha preferito evitare, almeno per ora, la crisi che le dimissioni di Giovanni Tria avrebbero comportato, non volendo egli far finta di nulla, in caso di rinuncia, e limitarsi a sostituire il dimissionario con qualcun altro, magari affidando l’interim del superdicastero economico al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, pronto a proporsi.

            Convinto, a torto o a ragione, che una crisi di governo scatenerebbe la sfiducia nei mercati finanziari più ancora dell’annuncio dello sforamento dei conti, Sergio Mattarella ha preferito mettersi alla finestra, incrociare le dita e attendere le reazioni degli investitori nei titoli dell’ingente debito Giannelli.jpgpubblico italiano. Che è destinato a crescere con il livello di deficit reclamato e infine ottenuto dai grillini, con la sofferta adesione dei leghisti, per finanziare soprattutto il cosiddetto reddito di cittadinanza promesso agli elettori.

            Se dai mercati, ma anche dall’Unione Europea,  dovessero arrivare segnali più  negativi del previsto o del temuto, e dovesse quindi risultare insufficiente la garanzia costituita, secondo Mattarella, dalla permanenza di Tria al vertice del Ministero dell’Economia, le valutazioni al Quirinale e dintorni potrebbero cambiare. E lo spettro della crisi ricomparire.

           Corriere.jpg Le pressioni di Mattarella su Tria, che avrebbe probabilmente preferito festeggiare oggi in modo diverso il suo settantesimo compleanno, si sarebbero svolte -nel condizionale e altro cui è ricorso il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda- con “una concitata catena di telefonate tra il ministro e il Colle”, rimaste però “senza conferme” al Quirinale. Ma, almeno sino al momento in cui scrivo, anche senza smentite. Che, se dovessero sopraggiungere, dovrebbero far parlare di un curioso e, francamente, poco credibile abbaglio generale dei giornali, tanto numerosi sono stati gli articoli e i titoli dedicati ad una frenata del presidente della Repubblica. La cui “stagione” è stata definita da Marzio Breda “travagliatissima” non certo pensando a Marco Travaglio, il direttore del Fatto Quotidiano che ha festeggiato con i grillini “la manovra del popolo” costituita dalla legge di bilancio in arrivo.

            Ponte .jpgSulla scrivania del capo dello Stato e dei suoi collaboratori ci sono altri fascicoli, o problemi, aperti e roventi del governo gialloverde e della sua maggioranza. C’è, per esempio, il decreto legge travagliatissimo, pure lui, sull’emergenza genovese, che ha impiegato quindici giorni per arrivare agli uffici del Quirinale e contiene – oltre a coperture finanziarie improvvisate nelle ultime ventiquattro ore nel Ministero dell’Economia per riempire gli spazi bianchi o i puntini sospensivi lasciati nei precedenti passaggi- procedure per la ricostruzione del ponte autostradale crollato il 14 agosto difformi, a dir poco, da quelle europee. Ma soprattutto una condanna della società che gestisce l’autostrada, prima ancora di un pronunciamento giudiziario, ed è stata pertanto esclusa dal giro dei possibili ricostruttori. E’ quanto meno scontato, in una condizione del genere, un contenzioso che ritarderà l’uscita dall’emergenza.

            Csm.jpgDa presidente, infine, del nuovo Consiglio Superiore della Magistratura appena insediato con l’elezione di David Ermini a vice presidente, Mattarella ha dovuto assistere allo spettacolo inedito di una verbosa contestazione levatasi dal vice presidente del Consiglio dei Ministri Luigi Di Maio e dal guardasigilli Alfonso Bonafede, entrambi grillini. Che avrebbero preferito l’elezione del loro candidato Alberto Maria Benedetti, superato invece per due voti, e col concorso determinante dei consiglieri cosiddetti togati, cioè magistrati, da Ermini. La cui colpa imperdonabile è quella di essere stato responsabile dei problemi della giustizia nel Pd e soprattutto di essere tuttora amico, politicamente e personalmente, di Matteo Renzi. Che fra i grillini contende a Silvio Berlusconi il primato della detestabilità.

            Mattarella ha incassato in silenzio le proteste contro chi ne farà stabilmente le veci, e anche qualcosa in più, nell’organismo costituzionale di autogoverno della magistratura. Ma egli sa bene quali complicazioni lo aspettano su un terreno  da tempo così scivoloso fra politica e giustizia.

           

Assediato dai grillini, il ministro Tria si ripara dietro lo scudo di Mattarella

            Sotto la scorza del tecnico, preso di mira dai grillini smaniosi di strappargli numeri, numeretti, decimali e quant’altro per finanziare  i loro generosi progetti di spesa ed eliminare addirittura la povertà, riuscendo dove hanno fallito fior di rivoluzionari, il ministro dell’Economia Giovanni Tria nasconde le qualità di un politico di prim’ordine: un professionista della materia.

            Tria 2.jpgMentre il vice presidente pentastellato del Consiglio Luigi Di Maio, amici e colleghi di partito vergavano dichiarazioni e comunicati contro di lui minacciando di non votargli i documenti finanziari e costringerlo alle dimissioni, il ministro ha ricordato un passaggio istituzionale che lo accomuna ai suoi critici: il giuramento prestato al Quirinale il 1° giugno scorso davanti al presidente della Repubblica. Lo ha fatto quasi per ripararsi dietro lo scudo del capo dello Stato, di cui immagino l’apprensione, l’imbarazzo e non so cos’altro di fronte a ciò che sta accadendo a Palazzo Chigi e dintorni.

            In particolare, il professore Tria ha ricordato di avere giurato di lavorare al governo “nell’interesse esclusivo della Nazione”, non di una parte politica. E lo stesso hanno fatto tutti gli altri esponenti della compagine ministeriale, a cominciare dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte e dai suoi due vice Di Maio e Matteo Salvini.

            Dell’interesse “esclusivo” della Nazione, della solidità dei suoi conti, del rispetto degli impegni assunti in sede europea e oltre, della difesa del risparmio, peraltro invocata dal presidente della Repubblica nella scorsa primavera per rivendicare durante la crisi di governo le sue prerogative proprio nella nomina del ministro dell’Economia, “ognuno può avere -ha detto Tria- la sua visione, ma in scienza e coscienza bisogna cercare di interpretare bene questo mandato”.

            Chi stia interpretando e gestendo meglio il mandato di governo fra il ministro dell’Economia difendendo o e gli altri assaltando la cassaforte dello Stato, imbottita di soldi presi in prestito sui mercati finanziari ad un costo che salirà quanto più crescerà il disavanzo, lo giudicheranno alla fine gli elettori, quando e se avranno occasione di pronunciarsi.Giannelli.jpg Ma prima ancora degli elettori il giudizio toccherà al capo dello Stato se il braccio di ferro fra Tria e i suoi colleghi di governo sfocerà nelle dimissioni del primo e nell’apparente vittoria degli altri. Toccherà allora al capo dello Stato decidere se Tria potrà essere sostituito con un altro disposto a concedere di più, propostogli dal presidente del Consiglio fra una preghiera e l’altra a Padre Pio, di cui l’avvocato è notoriamente devoto, o se si dovrà entrare nel tunnel di una crisi di governo.

            Il mai abbastanza compianto Ennio Flaiano, che pure non poteva certo immaginare un governo capace di perdere per strada decreti approvati per finta, “salvo intese”, è famoso per avere parlato di “situazione politica in Italia grave ma non seria”. Chissà che cosa direbbe oggi.

 

 

 

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Il Ministero del Tesoro è sempre stata l’arma segreta e finale della politica

Al termine della sua acuta e divertente storia dei tecnici succedutisi negli ultimi 25 anni e più della Repubblica al vertice di quello che era il Ministero del Tesoro, ed è poi diventato il super dicastero dell’Economia assorbendo quelli delle Finanze e del Bilancio, Paolo Delgado mi è sembrato rimpiangere o comunque preferire a quel posto un politico.

Altrettanto vorrebbero i grillini, ma per fini meno nobili, visti i loro burrascosi rapporti col tecnico Giovanni Tria, e ancor più con i suoi più stretti collaboratori, accusati anche dal portavoce del presidente del Consiglio di boicottare il generoso programma di spese del governo gialloverde con un’attenzione spasmodica ai numeri e ai decimali. Anzi, ai “numeretti”, come ha cominciato a definirli sprezzantemente il vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio, nonché super ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro.

Ma anche guidato dai politici il Ministero del Tesoro è stato spesso nella lunga storia della Repubblica una spina nel fianco del presidente del Consiglio di turno, una specie di arma segreta o finale nella difesa di vecchi equilibri o nella ricerca di nuovi.

Emblematica fu a questo proposito la lunga e neppure tanto sotterranea guerra fra Emilio Colombo e Aldo Moro negli anni Sessanta, e Settanta, alla nascita e negli sviluppi della politica e delle alleanze di centro-sinistra, allora doverosamente col trattino per non confondere democristiani e socialisti, che ne erano i principali attori.

 

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Siamo alla primavera del 1963. Dopo le elezioni del 28 e 29 aprile per il rinnovo delle Camere il segretario della Dc Aldo Moro è pronto a fare il governo col Psi di Pietro Nenni. Che invece ha bisogno di qualche mese di tempo per le resistenze opposte dalla sua sinistra interna capeggiata da Riccardo Lombardi.

Moro pensa di concedere il tempo chiestogli da Nenni adoperandosi per la formazione di un governo dichiaratamente provvisorio, di attesa, da far guidare -per dargli anche una maggiore caratura istituzionale e neutrale- dal presidente democristiano della Camera  Giovanni Leone.

Nel frattempo, il 3 giugno, muore Papa Roncalli, Giovanni XXIII. Ai cui funerali partecipa per l’Italia il presidente della Repubblica in persona, il democristiano Antonio Segni. Che al termine della cerimonia offre un passaggio in auto al giovane collega di partito Emilio Colombo, già sottosegretario in vari governi e ministro dell’Industria, ma particolarmente caro al capo dello Stato per avere organizzato l’anno prima la sua elezione al Quirinale, dopo il settennato di Giovanni Gronchi, in collaborazione con Francesco Cossiga, conterraneo di Segni, e Mariano Rumor: ma col concorso non certo secondario del segretario del partito, nell’ambito di un gioco di pesi e contrappesi in vista della realizzazione del centro-sinistra, dallo stesso Moro anticipato e fatto approvare dal congresso della Dc.

In auto Segni sorprende Colombo offrendogli la presidenza di un governo monocolore democristiano senza durata e sbocco definiti, non fidandosi forse della pausa chiesta dai socialisti e della loro effettiva disponibilità ad allearsi poi con la Dc.

Tanto lusingato quanto astuto, Colombo avverte il rischio di entrare in rotta di collisione con Moro e, non sentendosi ancora attrezzato per una prova del genere, rifiuta l’offerta di Segni, con argomenti o scuse però che non gli fanno perdere la fiducia del presidente. Il quale lo mette a guardia del vitale Ministero del Tesoro quando, aderendo alla linea di Moro, nomina  il 21 giugno il primo governo “balneare” di Leone. E al Tesoro il giovane Colombo, intanto cresciuto di ruolo, di ambizione e di sicurezza, rimane quando Moro il 4 dicembre  succede a Leone formando il previsto e primo governo “organico” di centro-sinistra.

La collaborazione con i socialisti, per quanto guidati a Palazzo Chigi moderatamente da Nenni come vice presidente del Consiglio, si rivela sempre più faticosa e onerosa del previsto ai “dorotei”, come si chiamavano i colleghi di corrente di Moro nella Dc, rappresentati al vertice del partito dall’ormai segretario Mariano Rumor.

In particolare, non piacciono ai democristiani le crescenti richieste di spesa del Psi: un po’ come sta accadendo adesso di fare ai grillini, mi verrebbe la voglia di scrivere se non fossi trattenuto dal timore di far perdere loro la testa paragonando Beppe Grillo e persino Di Maio a Nenni e il centro-sinistra originario all’attuale governo gialloverde.

 

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Incoraggiato non so se più da Segni al Quirinale o da Rumor a Piazza del Gesù, il 25 maggio 1964 Colombo scrive a Moro una lettera allarmata per la situazione economica e finanziaria del Paese, compromessa dai socialisti che -racconterà lo stesso Colombo nel 2004 in una intervista a Pierluigi Vercesi per il supplemento Sette del Corriere della Sera– “sono entrati nelle stanze del potere volendo distribuire quattrini e scatenando l’inflazione”.

Dopo due giorni la notizia della lettera del ministro del Tesoro e una sua sintesi compaiono sul Messaggero con la firma di Cesare Zappulli, destinato nel 1974 a fondare con Indro Montanelli, Guido Piovene ed Enzo Bettiza il Giornale e più avanti ad essere eletto senatore a Genova in un esperimento di fronte laico.

Colombo tenta una smentita, che non placa le polemiche scatenatesi anche per l’amicizia notissima fra il ministro del Tesoro e l’autore dello scoop. La tensione politica, all’interno della Dc e fra la Dc e il Psi, sale alle stelle. Guarda caso, complice un incidente parlamentare verificatosi a scrutinio segreto sui finanziamenti di Stato alla scuola materna, Moro è costretto il 26 giugno a dimettersi e ad aprire una crisi di governo gestita con una certa forza, diciamo così, al Quirinale da Segni. Che convoca il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, e già capo dei servizi segreti, per chiedere e ottenere garanzie sul mantenimento dell’ordine pubblico nel caso di incidenti di piazza contro la formazione di un governo senza i socialisti.

Segni non pensa più a Emilio Colombo proprio per via della lettera che ha scatenato le polemiche e offre Palazzo Chigi a Mario Scelba. Che però, pur avendo osteggiato la linea del centro-sinistra, gli manifesta dubbi sulla opportunità di interromperla così presto, suscitando probabilmente nelle piazze incidenti analoghi a quelli verificatisi nel 1960 col governo monocolore democristiano di Fernando Tambroni, formato nella speranza di procurarsi i voti dei socialisti in Parlamento e finito per guadagnarsi la fiducia dei missini.

Quando Segni per tranquillizzare l’interlocutore, che ne parlerà poi in un libro di memorie, gli rivela le assicurazioni appena ricevute dal comandante generale dei Carabinieri, Scelba lo sorprende ripetendo ancora più forte il suo rifiuto.

La crisi a questo punto svolta verso la ricomposizione del governo dimissionario di Moro, mentre Nenni scrive nei suoi diari di avere sentito “rumori di sciabole”. E Colombo viene confermato ministro del Tesoro conservando alta, anzi altissima la vigilanza sui conti: tanto che nel 1967, dopo l’unificazione fra socialisti e socialdemocratici, favorita dall’elezione tre anni prima di Giuseppe Saragat al Quirinale per sostituire Segni impedito da un ictus, rifiuta il finanziamento di una legge proposta dagli alleati di governo per l’istituzione della pensione sociale.

Le elezioni del 1968, svoltesi alla scadenza ordinaria perché non si è ancora presa l’abitudine di anticiparla, puniscono le attese del partito socialista unificato, che prima di spaccarsi di nuovo attribuisce  la colpa dell’insuccesso alla debolezza di Moro rispetto al suo ministro del Tesoro. Che capisce l’antifona e, dopo un altro governo balneare di Giovanni Leone, si fa più generoso e facilita le trattative fra Rumor e i socialisti per un’edizione “più incisiva e coraggiosa” del centro-sinistra. In particolare, egli trovando i fondi per le pensioni sociali.

Moro naturalmente ci rimane male, ma gli tocca subire e passare volontariamente all’opposizione interna, in attesa di tempi migliori. Che verranno, col suo ritorno a Palazzo Chigi nel 1975, ma per poco. Egli è purtroppo destinato nel 1978 ad essere sequestrato dalle brigate rosse fra il sangue della sua scorta e poi ad essere ucciso pure lui.

Da guardiano più generoso dei conti Emilio Colombo rimane al Ministero del Tesoro nel primo, secondo e terzo governo Rumor, fra il 12 dicembre del 1968 e l’estate del 1970, quando forma -il 6 agosto- il suo primo e unico governo, di centro-sinistra, destinato a durare sino al 15 gennaio 1972.

 

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A determinare la caduta del governo Colombo, in cui le funzioni di ministro del Tesoro sono svolte dal fedelissimo Mario Ferrari Aggradi, non è una questione di fondi, numeri o numeretti, ma il combinato disposto di due problemi: la rottura intervenuta a fine dicembre del 1971 fra democristiani e socialisti, per l’elezione di Giovanni Leone al Quirinale con una maggioranza di centrodestra, e l’interesse del segretario in carica della Dc, Arnaldo Forlani, ad evitare con le elezioni anticipate il rischioso referendum in programma nella primavera del 1972 contro la legge sul divorzio.

Colombo cerca inutilmente da Palazzo Chigi di evitare il suo sfratto, che gli viene invece intimato praticamente da Forlani in una tesissima riunione della direzione del partito, dove nessuno più sente obblighi di riconoscenza evidentemente per l’ex ministro del Tesoro prestatosi prima a chiudere e poi ad aprire i rubinetti della cassa nella tormentata esperienza di governo con i socialisti, ma anche a detronizzare suo tempo Moro.

La detronizzazione di Moro peraltro non si è esaurita con la sua estromissione da Palazzo Chigi nel 1968. Essa ha avuto una coda sotto Natale del 1971, quando Colombo ha partecipato col suo peso di presidente del Consiglio con Rumor e Piccoli nella Dc, e con Ugo La Malfa e Giuseppe Saragat fuori dalla Dc, anche alle operazioni politiche contro la candidatura morotea al Quirinale, scambiata nella rappresentazione mediatica per un cedimento  o un’apertura eccessiva all’opposizione comunista.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 30 settembre 

Crollo continuo a Genova e dintorni: dopo il ponte anche il decreto

            Altro che ricostruzione, a più di un mese dalla caduta del ponte Morandi e dai funerali, fra privati e pubblici, delle ben 43 vittime. A Genova e dintorni, giù giù sino a Roma, in via XX settembre, sede del Ministero dell’Economia, a poche centinaia di metri dal Quirinale, è crollo continuo.

           L’ultimo a precipitare, ben al di là forse della natura morta ispirata dalla vicenda a Emilio Giannelli nella vignetta sulla prima pagina del Corriere della Sera, è stato il decreto legge proprio sull’emergenza genovese approvato “salvo intese”, che non c’erano, dal Consiglio dei Ministri il 13 settembre. E annunciato di persona ai genovesi il giorno dopo dal presidente Giuseppe Conte con la solita abitudine di enfatizzare le decisioni anche quando mancano.

           coperture.jpg Alla Ragioneria Generale dello Stato, dove il provvedimento è arrivato in grande ritardo per la cosiddetta “bollinatura”, che di solito è l’ultima, anche se -a dire il vero- il buon senso vorrebbe che fosse la prima tappa del percorso amministrativo e politico verso il Quirinale per la firma del capo dello Stato e la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica, si sono accorti della mancanza delle coperture finanziarie. Mancavano cioè i numeri. O i “numeretti”, come li chiama allegramente il vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio parlando anche di quelli dell’aggiornamento imminente e doveroso del documento di programmazione economica e finanziaria, e infine della legge di bilancio.

            Per tutta la notte i “tecnici” del Ministero dell’Economia -quelli che il portavoce di Palazzo Chigi Rocco Casalino vorrebbe fossero cacciati via perché sabotatori del programma di spese del governo gialloverde- hanno cercato di raccogliere e rassemblare le parti cadute del decreto per farne riprendere il trasporto verso il Quirinale. Dove in ogni caso il capo dello Stato dovrebbe fingere -ad occhio e croce- di riceverlo direttamente dal Consiglio dei Ministri e dal suo presidente, che nel frattempo è volato a New York per l’assemblea annuale delle Nazioni Unite. Ma anche per partecipare al pranzo di gala dell’Onu sedendo accanto al presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Che forse non a caso è stato tempestivamente informato dal suo ambasciatore a Roma della grande efficienza, forza e unità del governo italiano in carica: parole dello stesso ambasciatore affidate il 15 settembre scorso al Corriere della Sera in una intervista distesa, fra testo e foto, su un’intera pagina.

            Chissà se Conte avrà trovato il tempo, il modo ma soprattutto la voglia, o il pudore, di raccontare tra una pietanza e l’altra personalmente all’amico Trump, che lo chiama pubblicamente e confidenzialmente in italoamericano “Giuseppi”, le complicazioni intervenute sulla strada del governo grillo-leghista, e sua personale, dopo l’entusiasta rappresentazione fattane dall’ambasciatore degli Stati Uniti.

 

 

 

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La pezza del presidente del Consiglio forse peggiore del buco…

            Siamo proprio sicuri che del grande traffico registrato nelle ultime ventiquattro ore a Palazzo Chigi il prodotto maggiore sia stato il pur voluminoso decreto legge su sicurezza e immigrazione fortemente voluto dal leader leghista Matteo Salvini e infine approvato dal Consiglio dei Ministri, una volta tanto davvero e non “salvo intese”?  Come è invece avvenuto per altri provvedimenti che il presidente della Repubblica sta ancora aspettando al Quirinale.

           Anche a costo di scandalizzarvi, penso che per capire stile e spirito del governo gialloverde, annunciato come quello “del cambiamento”, titolo anche del “contratto” stipulato fra grillini e leghisti, nell’ordine della loro consistenza parlamentare, più importante del decreto Salvini siano stati gli incontri avuti dal presidente del Consiglio sulla preparazione della legge di bilancio: a cominciare da quello col ragioniere generale dello Stato Daniele Franco. Che, pronto nei giorni scorsi a lasciare per andarsi a godere le sue amatissime Dolomiti, ha accettato l’invito doppio di Giuseppe Conte: doppio perché il presidente del Consiglio ha voluto incontrare l’altissimo funzionario dello Stato prima da solo e poi col ministro dell’Economia Giovanni Tria e con altri dirigenti del superdicastero di via XX Settembre.

            Con questa iniziativa probabilmente il professore e avvocato Conte ha voluto mettere una pezza, diciamo così, allo sbrego da lui stesso apportato alla tela dello Stato durante il suo pellegrinaggio alla tomba di Padre Pio interrompendo preghiere e visite per unirsi al lontano vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio nella difesa del portavoce di Palazzo Chigi Rocco Casalino. Di cui erano state appena diffuse proteste e minacce a viva voce telefonica contro l’alta burocrazia del Ministero dell’Economia. Che saboterebbe il programma del governo stringendo i cordoni della borsa e andrebbe più o meno epurata.

            “Il governo si fida di voi”, ha detto il presidente del Consiglio al ragioniere generale dello Stato e poi agli altri dirigenti, nell’incontro con la partecipazione anche del ministro Tria. Ma, sempre secondo i resoconti non smentiti, ha aggiunto: “Dobbiamo remare tutti dalla stessa parte”. E con questo, magari al di là delle sue intenzioni, Conte ha finito per fare rientrare dalla finestra le proteste del suo portavoce, che sembravano essere state cacciate dalla porta, sia pure con qualche ritardo, con le iniziali parole di fiducia.

            Quel “dobbiamo remare tutti dalla stessa parte” può francamente apparire un’esortazione dettata dalla convinzione espressa appunto dal portavoce di Palazzo Chigi, da Luigi Di Maio e da altri esponenti del movimento delle 5 Stelle che non tutti lo abbiano fatto dalla nascita del governo gialloverde, tarpandogli le ali.   

           

La storia di Rocco e dei suoi predecessori portavoce, a volte portasilenzio…

Non ditelo, per favore, a Rocco Casalino perché potrebbe montarsi la testa, e fare chissà quali altri bizzarrie o provocare chissà quali altre polemiche come portavoce del presidente del Consiglio. O potrebbe cadere in depressione sapendo di quanti lo hanno preceduto senza riuscire a cambiare il corso degli eventi politici, sviluppatisi nel bene e nel male a prescindere dal suo omologo di turno.

Direttamente o indirettamente di portavoce di governo e oltre, e di segretari di partito, arrivati o non a Palazzo Chigi o al Quirinale, o passativi solo come interlocutori, ne ho conosciuti e sperimentati un centinaio.

Il più influente di tutti è stato anche il più lontano dallo stile e dalle tentazioni di Casalino, non foss’altro per ragioni scientifiche, diciamo così. Mancavano ai tempi di Nino Valentino, il portavoce del presidente della Repubblica Giovanni Leone, i maledetti telefonini e varianti di oggi, a usare i quali la tua voce e i tuoi sfoghi, insulti, minacce e quant’altro finiscono in rete e ti fanno rischiare la destituzione, magari dopo una prima solidarietà o copertura, come quella non mancata a Casalino. Che Conte e il capo formale dei grillini, Luigi Di Maio, hanno difeso dagli attacchi procuratigli dal proposito imprudentemente confessato di farla pagare cara, quando verrà il momento, ai dirigenti del Ministero dell’Economia contrari, sino al sabotaggio, al programma di spese in deficit datosi dal governo gialloverde.

Giovanni Leone si fidava a tal punto di Nino Valentino, un funzionario erudito e riservato di Montecitorio conosciuto quando il giurista napoletano era presidente della Camera, da delegargli compiti politici che sorpresero, a dir poco, la delegazione democristiana recatasi nella sua abitazione nel dicembre del 1971 per comunicargli la candidatura al Quirinale. Era ormai fallita la lunga corsa del presidente del Senato Amintore Fanfani ed era sopraggiunto anche il no opposto per pochi voti, a scrutinio segreto, dai parlamentari dello scudo crociato ad Aldo Moro, allora ministro degli Esteri e già segretario del partito e presidente del Consiglio.

“Parlatene pure col buon Valentino”, disse Leone ai dirigenti della Dc che lo invitavano a prepararsi agli effetti politici della sua elezione, largamente prevedibili per la rottura intervenuta proprio sulla successione al Quirinale col partito socialista guidato da Giacomo Mancini. Bisognava mettere nel conto una crisi di governo e un turno di elezioni anticipate, utile anche a rinviare non di uno ma di due anni lo scomodissimo referendum contro la legge sul divorzio. Che la Dc avrebbe perduto nel 1974 compromettendo il ruolo centrale conquistato nelle elezioni storiche del 18 aprile 1948.

I fatti furono più forti della buona volontà e delle relazioni di cui era capace Valentino. Che nel 1977 preferì farsi assegnare la segreteria generale del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro piuttosto che rimanere al Quirinale nell’ultimo anno del mandato del Quirinale, peraltro interrotto anticipatamente di sei mesi con le dimissioni imposte a Leone dai due partiti maggiori -la Dc e il Pci- e dal governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti che ne dipendeva in Parlamento.

Il povero Valentino si era speso inutilmente dietro e davanti alle quinte per difendere il suo presidente dal fango di una campagna denigratoria conclusasi nei tribunali a suo vantaggio, ma dopo ch’egli era stato sfrattato dal Quirinale, una volta venutagli a mancare con la morte per mano delle brigate rosse la difesa di Moro. Per la cui liberazione dalla prigione dei terroristi, peraltro, Leone aveva deciso di sfidare la linea della cosiddetta fermezza predisponendosi alla grazia per una dei tredici detenuti con i quali i sequestratori del presidente della Dc avevano reclamato di scambiare l’ostaggio.

Tutt’altro profilo, quello di un semplice passa parola, ebbe il portavoce del successore di Leone al Quirinale: il simpatico Antonio Ghirelli, scelto d’istinto, proprio per la sua simpatia e per la colleganza professionale di giornalista, da Sandro Pertini. Che però, molto più realista o meno sensibile di quanto non lasciasse trasparire pubblicamente, non esitò a sacrificarlo due anni dopo, destituendolo  durante una visita ufficiale a Madrid. Ai giornalisti che si erano radunati davanti all’albergo per chiedergli clemenza per il collega, appena invitato a rientrare a Roma coi propri mezzi, Pertini rispose con il pollice verso, come se fosse al Colosseo nei panni di un imperatore romano.

Il povero Ghirelli aveva fatto le spese di una intemerata romana dell’allora segretario della Dc Flaminio Piccoli. Che aveva protestato contro l’opinione di Pertini, espressa dalla Spagna e riferita da Ghirelli ai colleghi,  che il presidente del Consiglio Francesco Cossiga dovesse dimettersi per il procedimento d’incolpazione in  corso in Parlamento con l’accusa di avere favorito la latitanza di un figlio terrorista del collega di partito Carlo Donat-Cattin. Al quale invece Cossiga riteneva di avere solo consigliato di indurre il figlio Marco, se avesse avuto modo di contattarlo, a consegnarsi spontaneamente alla polizia per l’uccisione del magistrato Emilio Alessandrini, avvenuta a Milano l’anno prima.

Consapevole di avere addebitato a torto a Ghirelli il suo giudizio su Cossiga, il presidente Pertini colse la prima occasione che gli capitò per ripararvi, ma solo dopo tre anni, nel 1983. Quando Bettino Craxi formò il suo primo governo, fallito il tentativo compiuto nel 1979 di approdare a Palazzo Chigi, fu proprio Pertini a raccomandargli come portavoce Chirelli. Che si rivelò con Bettino tanto leale quanto efficace nel segnalargli tempestivamente agguati, come quello che stava compiendo silenziosamente la sinistra democristiana nel 1985 boicottando la campagna referendaria sui tagli alla scala mobile contestati dal Pci.

Per rianimare un appuntamento con le urne che rischiava l’indifferenza Ghirelli improvvisò a pochi giorni dal voto a Palazzo Chigi una conferenza stampa in cui Craxi rialzò la posta in gioco avvertendo che avrebbe aperto la crisi di governo, con le dimissioni, “un minuto dopo” l’eventuale sconfitta. Che non arrivò anche per effetto di quel monito.

Per tornare al Quirinale, dopo Pertini fu la volta di Francesco Cossiga. Che, anziché richiamare Luigi Zanda, suo portavoce negli anni tragici trascorsi al Viminale, e sfociati nel sequestro di Moro, scelse come portavoce il diplomatico Ludovico Ortona, rimasto afono per un bel po’ di tempo, al pari del presidente, sino alla svolta improvvisa e profonda delle picconate. Una svolta gestita interamente dal capo dello Stato, che telefonava di persona a giornalisti e a redazioni sconvolgendo le prime pagine già confezionate in tipografia. Fu una stagione pirotecnica che Ortona visse con una sofferenza , a dir poco, di cui fui testimone e anche partecipe, avendo più volte tentato, su sua richiesta, e sempre inutilmente, di fermare il presidente sulla strada di un attacco al presidente del Consiglio in carica Andreotti, o al capo dell’opposizione comunista Achille Occhetto o al troppo timido, secondo lui, segretario della Dc e mio amico personale Arnaldo Forlani.

Quest’ultimo aveva allora come portavoce Enzo Carra, abbastanza allineato alla sua forte alleanza di governo con i socialisti, contrariamente alla precedente esperienza come segretario del partito di maggioranza, fra il 1969 e il 1973. Allora Forlani, costretto dagli eventi a sospendere il centrosinistra e a riesumare il centrismo con la formula della “centralità”, si era curiosamente tenuto come portavoce un giornalista per niente convinto di quella linea: Mimmo Scarano. Di cui molti sospettavano nella Dc che fosse addirittura iscritto al Pci. Il fatto è che Forlani sapeva fare benissimo, quando occorreva, il portavoce di se stesso smentendo la pigrizia attribuitagli dai fanfaniani di più stretta osservanza, che ripetevano la rappresentazione fatta di lui da Fanfani in persona: “una mammoletta che non vuole essere colta per non appassire”. Arnaldo invece a tempo debito gli si sarebbe rivoltato contro dimostrando di sapere camminare bene sulle proprie gambe.

Anche Moro e Andreotti, pur così diversi fra loro, facevano uso molto parco dei loro portavoce. I quali non a caso scherzavano con chi li assillava di richieste e chiarimenti dicendo di essere piuttosto dei portasilenzio. Il portavoce storico di Moro fu Corrado Guerzoni. Andreotti ne avvicendò nei sette governi presieduti nella sua lunga carriera almeno tre: l’amico Giorgio Ceccherini, che aveva a lungo confezionato con lui la rivista quindicinale Concretezza, Stefano Andreani e Pio Mastrobuoni. Che, ancora convinto nella primavera del 1992 che Andreotti potesse essere eletto al Quirinale dopo la strage di Capaci, rientrando come presidente del Consiglio fra le soluzioni “istituzionali” imposte dall’urgenza dell’attacco terroristico-mafioso allo Stato, si sentì annunciare da lui con voce sommessa: “Guarda che domani eleggeranno Scalfaro”. Il quale si portò sul colle come portavoce Tanino Scelba, nipote dell’uomo alla cui scuola il capo dello Stato era cresciuto nella Dc, facendone da giovane il sottosegretario al Ministero dell’Interno: Mario Scelba. Ne avrebbe poi preso anche il posto, nel 1983.

Tanino, pace all’anima sua, era di una tale disciplina e devozione come portavoce da interrompere anche vecchi rapporti di amicizia personale con giornalisti ed altri che entrassero in polemica con Scalfaro, peraltro in un momento in cui era facile che ciò accadesse per l’eccezionalità degli avvenimenti. Erano, in particolare, gli anni terribili di “Mani pulite”, quando il Quirinale tutelava come santuari le Procure di Milano e di Palermo, di punta nell’offensiva, rispettivamente, contro tutto ciò che sapeva, prima ancora di essere davvero, corruzione e mafia.

In materia di disciplina e devozione Tanino Scelba riuscì a superare anche Giampaolo Cresci, che da portavoce di Fanfani una volta lo tolse d’impaccio in auto assumendosi la responsabilità di un soffietto d’aria che era sfuggito al capo, e scusandosene.

Ma un ricordo particolare merita, da parte di un vecchio cronista politico, Antonio Tatò, Tonino per gli amici, portavoce del segretario del Pci Enrico Berlinguer. Lo chiamavamo ironicamente “fra Pasqualino”, versione maschile della storica suor Pasqualina di Papa Pacelli, Pio XII. Lui, Tonino, ne rideva, ammettendo di svolgere un ruolo ben più ampio e solido di quello ufficiale. Con quella stazza fisica che aveva, il doppio quasi di Berlinguer, che era timido quanto Tonino spavaldo, più che il portavoce Tatò sembrava il pretoriano del segretario comunista. Al quale non si accedeva se non si superava l’esame preventivo del portavoce, fosse pure in attesa di incontro o di intervista il più orgoglioso o prestigioso giornalista su piazza. Lo raccontò con dovizia felice di particolare Giampaolo Pansa, mandato dal Corriere della Sera alle Botteghe Oscure per una intervista che avrebbe terremotato la politica con la confessione di Berlinguer di sentirsi “più sicuro”, per l’autonomia del suo partito da Mosca, sotto l’ombrello dell’alleanza atlantica.

Di tutt’altra pasta si sarebbe rivelato nell’ormai ex Pci Fabrizio Rondolino, che da portavoce di Massimo D’Alema ne divenne uno dei critici più acuminati, al pari di Claudio Velardi, anche lui dello staff dalemiano nella breve esperienza di  “Max” a Palazzo Chigi.

Una menzione a parte, infine, e forse allettante per Casalino, è dovuta ai portavoce destinati a diventare anch’essi politici: Francesco Storace per Gianfranco Fini e Paolo Bonaiuti, ormai ex anche come deputato, ma soprattutto Antonio Tajani per Silvio Berlusconi. Che lo ha appena promosso delfino anche per la posizione apicale assunta nel Parlamento europeo.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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L’ultima, ma forse ancora penultima sfida di Silvio Berlusconi

            Certo, gli 82 anni da compiere fra cinque giorni si vedono tutti sul volto e sulle mani di Silvio Berlusconi, per quanti ritocchi gli abbiano apportato gli specialisti della materia ad ogni suo richiamo. Ma la voglia di battersi non gli è passata, per quanti punti abbia perduto il suo partito nella sfida lanciatagli questa volta non dai vecchi avversari di sinistra, messi ormai peggio di lui, ma dai vecchi alleati leghisti di un centrodestra appena ripropostosi anche per le prossime elezioni regionali.

            L’annuncio lanciato dal Cavaliere a Fiuggi di correre per il rinnovo del Parlamento europeo nella primavera del 2019, come gli chiedeva da mesi il suo primo portavoce del 1994 e ora delfino Antonio Tajani, fattosi ormai le ossa proprio all’Europarlamento diventandone presidente, è di quelli destinati a lasciare comunque un segno.

            Ha fatto male il presidente del Consiglio Giuseppe Conte a liquidare con sufficienza il rinnovato impegno elettorale di Berlusconi esortandolo a “lasciarci lavorare”, e includendo in quel plurale naturalmente i leghisti. Che si dividono fra il governo nazionale gialloverde e i governi locali di centrodestra, anche di regioni importanti come la Lombardia, il Veneto, la Liguria, la Sicilia. Cui potranno aggiungersene altre di uguale peso e significato politico alle prossime tornate.

            Il “signor Salvini”, come Berlusconi nel comizio di Fiuggi ha chiamato l’alleato atipico sia suo sia di Conte e amici a 5 stelle, non nascondendo il fastidio procuratogli dal tentativo del leader leghista di minimizzare la portata dell’appena rinnovata intesa di centrodestra fra pranzi, cene e comunicati, non potrà non essere condizionato nei suoi rapporti con i grillini dalla presenza in campo del Cavaliere.

           Né Salvini potrà fare a meno degli uomini e delle donne di Berlusconi nei passaggi parlamentari che lo aspettano, specie quelli con votazioni a scrutinio segreto, dove potrebbero sfogarsi Salvini.jpgcontro il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno i nervosismi crescenti fra i grillini. Penso, a questo proposito, non solo e non tanto all’imminente appuntamento dell’appena rieletto presidente della Rai Marcello Foa, fortemente voluto da Salvini, con la commissione bicamerale di vigilanza per la convalida mancatagli a luglio, quanto al percorso parlamentare dei decreti e quant’altro su sicurezza e immigrazione, che segneranno la vittoria o la sconfitta del leader leghista. Ma soprattutto, e alla fine, penso all’approdo che potrà avere al Senato la vicenda giudiziaria aperta a Palermo contro Salvini, con le procedure del cosiddetto tribunale dei ministri, per presunto sequestro aggravato di persone nella nave Diciotti della Guardia Costiera.

            I diavoli, come Berlusconi considera i grillini, che hanno preso il posto dei comunisti nelle sue convinzioni e nei suoi umori, ma non solo in quelli, e non sempre a torto, fanno notoriamente le pentole senza i coperchi. E il Cavaliere, per quanto mal ridotto nei sondaggi, e ancora una volta più per demeriti altrui che per meriti propri, potrebbe trarne vantaggio in quella che potrebbe apparire come la sua ultima sfida, ma potrebbe rivelarsi come la penultima. E’ già accaduto altre volte.  

 

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