La frattura mediatica del centrodestra molto più solida di quella politica

             La rottura del fronte mediatico del centrodestra è forse il successo maggiore conseguito dal governo gialloverde: una rottura che resiste anche alle pur saltuarie e contradditorie ricomposizioni dello schieramento guidato per una ventina d’anni da Silvio Berlusconi, e sopravvissuto a livello locale, almeno sinora, alla separazione fra lo stesso Berlusconi e Matteo Salvini, avvenuta a livello nazionale dopo le elezioni politiche del 4 marzo scorso.

            Allineato al Cavaliere è rimasto solo il Giornale di famiglia, che ne riporta costantemente e fedelmente umori, interessi e quant’altro, festeggiando evangelicamente il ritorno del figliol prodigo Matteo Salvini ogni volta che ne avverte la sagoma nei pressi delle residenze berlusconiane, e partecipando alle delusioni e alle proteste non appena il leader leghista torna ad allontanarsene. Come il ministro dell’Interno ha appena fatto rivendicandone peraltro il diritto per essere stato a suo tempo autorizzato da Berlusconi in persona a “provare” a governare con i grillini.

             Questa prova, sempre secondo Salvini, varrebbe non per qualche settimana, mese o anno ma per tutta la legislatura. Che ha, fra gli altri inconvenienti o vantaggi, secondo i gusti, quello di durare per tutta la parte rimanente del mandato di Sergio Mattarella al Quirinale, per cui la scelta del successore sul colle più alto di Roma  non potrà prescindere dalla coalizione gialloverde.

            Quando non se la sente di tornare a prendere di petto Salvini, forse proprio a causa della licenza a sbagliare, diciamo così, rivendicata dall’alleato prestato ai grillini, il Giornale cavalca contro il governo le occasioni fornitegli da quello che una volta Berlusconi chiamava sprezzantemente “il teatrino della politica”, non immaginando di potervi alla fine contribuire.

            L’occasione appena colta dal Giornale per tornare a fare opposizione dura è quella uscita dalla viva voce del portavoce di Palazzo Chigi Rocco Casalino, sceso in guerra contro la dirigenza del Ministero dell’Economia. Che legherebbe  mani e piedi al ministro Giovanni Tria e boicotterebbe il programma del governo, per cui andrebbe rimossa in blocco, una volta varata la legge di bilancio. Vada piuttosto a casa lui, ha gridato il Giornale su tutta la prima pagina, e paragonando Casalino, nell’editoriale del direttore Alessandro Sallusti, al Totò Riina dei tempi più sanguinari: quello che ordinava le stragi pur di indurre i governi di turno ad alleggerire il trattamento ai detenuti di mafia.

            La Verità.jpgCasalino invece ha ragione per La Verità, il cui direttore Maurizio Belpietro, già direttore del Giornale e tuttora di casa nelle televisioni del Biscione, ha steso “la mappa delle stanze del potere” per denunciare, sempre su tutta la prima pagina, “tutti gli uomini del controgoverno”. Ed ha completato personalmente il bombardamento con un editoriale nel quale si riducono a dieci i dirigenti, o alti burocrati, da rimuovere per evitare che l’Italia continui a non cambiare. Una prima pagina perfetta per un giornale non di destra o di centrodestra, come molti lettori forse continuano a credere che sia, ma di fiancheggiamento del movimento grillino, in concorrenza col Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio. Non a caso i due giornali sono spesso in sintonia nei titoli, negli attacchi e nelle vignette.

            Un posto per Casalino, che è pur sempre un giornalista professionista, potrà sempre esserci alla Verità, se per qualsiasi ragione, magari di convenienza politica, dovesse crollare la solidarietà appena assicuratagli dal presidente del Consiglio e da chi glielo ha consigliato come portavoce: il vice presidente dello stesso Consiglio e capo formale del movimento delle 5 Stelle Luigi Di Maio.

            Libero.jpgDall’affare Casalino, e dintorni o contorni, si è tenuto prudentemente lontana la prima pagina di Libero, il giornale di centrodestra guidato, ispirato e quant’altro da Vittorio Feltri. Che ha preferito rasserenare, anzi entusiasmare i suoi lettori reclamizzando un sondaggio che dà ulteriormente in crescita la Lega sui grillini, “precipitati” dal 32 per cento del 4 marzo scorso al 27. “Salvini mangia voti a Di Maio”, ha raccontato in diretta Libero dal ristorante gialloverde. E tanto dovrebbe bastare a tranquillizzare -par di capire- anche Berlusconi, al netto dei voti che pure Forza Italia continua a cedere al Carroccio.

           

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