Dietro e sotto la polemica a destra fra Giuli e Buttafuoco

       La guerra, guerriglia e simili fra il ministro dei beni culturali Alessandro Giuli e il presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco, che solo Giuliano Ferrara è riuscito a far convivere a suo tempo nell’altrettanto suo Foglio, è la conferma di una vecchia analisi di Indro Montanelli sul segreto della forza mediatica della sinistra. Che altri preferivano chiamare più o meno scientificamente egemonia. E cercano tuttora di proteggere dalle minacce che avvertono provenire da destra.

        La sinistra, salvo qualche eccezione che confermava tuttavia la regola, pur tra i frastuoni delle scissioni e i pidocchi che Palmiro Togliatti contava sprezzantemente nelle criniere dei suoi cavalli, in genere fa quadrato. Ha una solidarietà di classe, diciamo cosi in molti sensi. O disciplina, come preferisce orgogliosamente pensare o dire  Massimo D’Alema, ancora orgoglioso di essersela sentita riconoscere da un Antonio Di Pietro fresco di arrivo in politica, e ancora legato ai ricordi di sostituto procuratore della Repubblica a Milano nella stagione della peste antipolitica chiamata aulicamente “Mani pulite”. Un Antonio Di Pietro arresosi con quasi tutti i colleghi di un tempo alla fatica di ripercorrere la strada dei miliardi tangentati entrati una volta nella vecchia sede nazionale comunista delle Botteghe Oscure, a Roma, e non usciti. O usciti prima che si mettessero, o si fingesse di mettere i sigilli giudiziari a un ufficio amministrativo.

       L’intellettualità di sinistra, chiamiamola così, come la militanza degli uomini delle gabbiette resistita anche ai metodi spicci della magistratura ambrosiana del 1992 e anni successivi, era ed è unitaria almeno al 90 per cento. L’intellettualità di destra è al di sotto, molto al di sotto, del 50 cento, come l’astensionismo elettorale. E così al mio amico Pietrangelo Buttafuoco – accusato di troppa indulgenza con la cultura russa,  una specie di mussulmano peraltro prestato alla cristianità italiana- come ad un altro mio amico Marcello Veneziani, col quale -leggendolo- riesco a riconoscermi anche quando non sono d’accordo con ciò che scrive, giusto per il modo in cui si spiega e si racconta; a Buttafuoco e a Veneziani, dicevo, tocca anche in regime politico di destra, come lo definiscono gli avversari avvertendo la Costituzione antifascista in pericolo, di doversi vedere più dagli amici, in stivali e  senza, che dai nemici.  Anche la buonanima di Luigi Pirandello avrebbe difficoltà ad occuparsene.

In memoria sincera, non ipocrita, del senatur leghista Umberto Bossi

       Era già da un pezzo, in verità, che Umberto Bossi non si sentiva. Mancava ad amici e avversari col silenzio impostogli un po’ dalle condizioni malferme di salute ma forse ancor più dalla trasformazione politica e persino geografica della “sua” Lega sotto la guida di Matteo Salvini.  Che però lo ha trattato sino alla fine come un padre, anzi un nonno borbottone, al quale non può negarsi né il rispetto né l’affetto.

       Ora che il “senatur” è morto,  come il fondatore della Lega veniva generalmente chiamato avrà forse finito il capo del Carroccio di temere il giorno o l’ora di uno strappo alla sopportazione e di una reazione tanto scomoda quanto dovuta, peraltro in un periodo non facile per la Lega. Né politicamente, né elettoralmente, ormai schiacciata dal peso della destra della premier Giorgia Meloni e costretta a difendere il secondo posto nel centrodestra dai decimali di guadagno della Forza Italia di Antonio Tajani.

       Come sempre accade nei necrologi e celebrazioni funebri, religiose o laiche che siano, si sono levate solo buone parole e idee in ricordo dello scomparso. E gli sono stati perdonati tutti i contributi, quanto meno, che egli diede negli anni di esordio leghista all’imbarbarimento della politica, con insulti, invettive, volgarità, gesti anche odiosi di rottura. E’ rimasta di lui solo l’immagine un po’ simpaticamente donchisciottesca del condottiero irriducibile.

       Meridionale appena sbarcato a Milano, pur da Roma, alla direzione del Giorno allora ancora dell’Eni, provai subito il morso di Bossi, che non mi conosceva così come io non conoscevo lui.  Mi querelò invocando l’associazione a delinquere perché in uno stesso numero del quotidiano erano comparsi tre articoli, a firme diverse, non proprio entusiastici di una sua esibizione a Pontida. Il magistrato che archiviò naturalmente la faccenda, avendo la sfortuna, pure lui, di essere meridionale, si vide dileggiato da un bel po’ di manifesti leghisti sui muri di Milano e provincia.

       Quando Silvio Berlusconi decise di associare Bossi al suo centrodestra, improvvisato per impedire la vittoria dei comunisti, come ancora li chiamava, nelle elezioni politiche del 1994, io gli chiesi se fosse proprio convinto di potersene fidare. Lui, ottimista come sempre, mi assicurò che l’operazione sarebbe andata a buon fine, pur con le riserve che Bossi già aveva verso la destra di Gianfranco Fini, altro partner della coalizione berlusconiana. Durò naturalmente poco. Insediatosi a maggio a Palazzo Chigi, Berlusconi era già dimissionario il 22 dicembre, sotto o davanti all’albero di Natale, per una crisi procuratagli da Bossi, che poi raccontò di essersi lasciato spingere alla rottura dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Che lo riceveva al Quirinale come un liberatore: non tanto della Padania dall’Italia quanto di Scalfaro dal fastidio che gli procurava Berlusconi a Palazzo Chigi.

       Acqua passata, d’accordo. Poi, in condizioni peraltro di salute compromesse, Bossi scoprì in Berlusconi, tornato nel frattempo a Palazzo Chigi, l’amico di cui più poteva fidarsi, pur essendo il più lontano da lui per stile ed altro. Ma quell’acqua, per quanto passata, mi è rimasta ferma nella memoria.

Landini al comando del fronte referendario del no alla riforma della magistratura

Va bene che la buonanima di Bettino Craxifiniva spesso anche nelle vignette di Giorgio Forattini, al quale pure sotto sotto piaceva, come Benito Mussolini in Piazzale Loreto. Ma il segretario generale della Cgil Maurizio Landini, più ancora dei segretari, vice segretari e sottosegretari dei partiti del no referendario alla riforma costituzionale della magistratura, ha finito per regalare alla premier di destra Giorgia Meloni un paragone per niente sconveniente, per lei, col leader socialista che nel 1984 volle e seppe sfidare l’onnipotente sindacato rosso con i tagli antinflazionistici alla scala mobile dei salari,

       La Meloni ha ora sfidato quella che è stata chiamata “corporazione” dei magistrati anche da presidenti della Repubblica, e dell’ancora unico Consiglio Superiore, quando non hanno potuto fare a meno di lamentarsene. Addirittura chiedendone la “rigenerazione”, come fece Sergio Mattarella dopo l’esplosione del caso Palamara: il mercato cioè delle carriere appese non al merito ma alle appartenenze correntizie delle toghe.

       La sfida di Craxi nel 1984, col decreto legge di San Valentino, come fu chiamato per il santo del giorno in cui fu varato, sfociò nel referendum abrogativo imposto dall’allora segretario del Pci Enrico Berlinguer alla Cgil del pur refrattario, dubbioso Luciano Lama.  Che si prestò alla raccolta delle firme per promuoverlo. Finì l’anno dopo con la bocciatura non dei tagli ma di chi li aveva contestati: alcuni rimanendo dietro le quinte, come l’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita. Che aveva scommesso pure lui, come la buonanima ormai di Enrico Berlinguer, sulla sconfitta dello scomodo presidente socialista del Consiglio, subìto a Palazzo Chigi per i voti perduti dallo scudocrociato nelle elezioni politiche del 1983.

       Ciriaco De Mita dovette accontentarsi del si all’abrogazione nella sua Nusco. Altrove, pure nelle città del Nord famose come roccaforti operaie, vinse il no all’abrogazione.

       Il no questa volta, trattandosi di una riforma costituzionale, è alla conferma. Un no nel quale i maggiori partiti che se lo sono intestato -il Pd di Elly Schlein e il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte- si sono fatti sorpassare per toni e mobilitazioni di piazza da Landini. Che spera, fra l‘altro, di riscattarsi con una vittoria dalla sconfitta subita l’anno scorso nell’assalto referendario alla disciplina del mercato del lavoro voluta col nome inglese di jobs act dal governo di Matteo Renzi, e rinnegato dal Pd finito nelle mani o tra i piedi della Schlein. Che -le va riconosciuto onestamente- lo aveva contrastato a suo tempo da dissidente nel partito.

       Tutto mi sarei aspettato, francamente, dallo spettacolo della politica al quale sono abituato da una vita, diciamo così,  fuorchè  una toga pur metaforicamente indossata, diciamo onoraria, dal segretario generale di una Cgil non accodatasi ma sovrappostasi all’associazione nazionale dei magistrati e alle loro correnti, o partiti.

Pubblicato sul Dubbio

Anche Pier Silvio sberlusconizza la riforma della magistratura per favorirne la conferma

       Dopo Marina, la primogenita, anche un “convintissimo” Pier Silvio Berlusconi, il secondogenito, ha voluto intervenire nella campagna referendaria sula riforma della magistratura che sarebbe piaciuta al padre ma è stato possibile far passare in Parlamento solo al governo Meloni.

Come la sorella, anche il fratello, persino di più, ha evitato di familiarizzare, diciamo così, la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri e tutto il resto per farne una conquista non della destra ma di tutti, anche della sinistra. Dove d’altronde si sono levate molte voci per il sì, contro il no improvvisato dalla segretaria del Pd Elly Schlein inseguendo altri aspiranti ad un’alternativa di governo che si vorrebbe costruire anche su una eventuale bocciatura della riforma.

Le voci favorevole levatesi dalla sinistra per coerenza con le posizioni assunte da quella parte politica in anni neppure tanto lontani, e inserite in mozioni congressuali e programmi elettorali, debbono essere ben autorevoli, e rischiose per il no, se hanno fatto perdere la testa a uno come Marco Travaglio sommergendole di insulti con presunta ironia, o sarcasmo. In realtà, solo col livore di una vita. 

Oggi Travaglio, sempre lui, ha deriso il sì di Flavio Briatore , un altro che non gli sta simpatico lombrosamente, da Lombroso. E che non avrebbe il diritto di dolersi neppure della barca vendutagli dai magistrati a un terzo del suo valore prima che la Cassazione bocciasse le loro decisioni. Chissà di che cosa sarà capace di sghignazzare e sfottere Travaglio, sempre lui, ora che ha scoperto fra i sì alla riforma quello dell’avvocato marito di Silvia Albano, la capa “ideologizzata” -dice il consorte- della Magistratura democratica del no.  Imporrà, magari, il sempre vigile e puntuto Travaglio la separazione della coppia per infedeltà referendaria, con un editto dei suoi…..

Arriva sul fronte referendario anche il no lombrosiano alla riforma della magistratura

       Il solito Marco Travaglio sull’altrettanto solito Fatto Quotidiano – chi e dove, sennò- ha arruolato nella campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura, sul fronte naturalmente del no, anche Cesare Lombroso, il famoso, storico criminologo influenzato dalla fisiognomica.  

       La fisionomia che non piace al condottiero del no è quella della sinistra del sì, affollata di “ruderi” e di screditati, compresi “qualche vecchio avanzo di craxismo e spesso di galera”. “Ruderi”, ripeto, “di ceto politico senza popolo: un po’ a caccia di poltrone (“Ehi, Giorgia, io sono qua, sempre a disposizione !”), un po’ in cerca di vendette contro i magistrati che li hanno inquisiti, ma un po’ contro il Pd che finalmente li ha scaricati, ma soprattutto contro gli elettori che -meglio tardi che mai- hanno smesso di votarli”.

       Il necrologio travagliesco dei sì della sinistra si chiude così: “Chi pensa che mobilitino il Sì porta acqua al No. Certi nomi e certe facce non sono un blasone, ma un’aggravante”.

       Fra gli ultimi arrivati nel fronte del sì referendario c’è non un politico, un pregiudicato, una zecca ma Andrea Bocelli. Che, pur essendo laureato in giurisprudenza, si è confessato non abbastanza competente per giudicare di suo la riforma. Ma voterà sì fidandosi -ha detto- delle idee del compianto Giovanni Falcone e delle convinzioni maturate da Antonio Di Pietro.

       Con quella voce meravigliosa e possente ma con quelle lenti scure a protezione degli occhi che non vedono più anche Bocelli finirà nel museo lombrosiano gestito da Travaglio.

Anche Mattarella tra le vittime secondarie della campagna referendaria

Fra le vittime secondarie, diciamo così, della campagna referendaria del no alla riforma costituzionale della magistratura -la vittima di pietra, direi, come di un ospite, di un invitato e simili- c’è il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Di cui sono stati disattesi gli appelli alla moderazione, e al rispetto reciproco fra le parti scontratesi sulla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri e sugli annessi e connessi. Ma di cui soprattutto è stato di fatto ignorato, sin quasi all’insulto, o alla cattiva educazione istituzionale, il ruolo di garanzia riconosciutogli dalla riforma assegnandogli la presidenza di entrambi i Consigli Superiori della Magistratura, sdoppiati con la separazione delle carriere.

       Eppure la presidenza sia dell’uno che dell’altro Consiglio superiore avrebbe dovuto e dovrebbe segnare la garanzia, appunto, dell’indipendenza e dell’autonomia dei giudici e dei pubblici ministeri protetta anche dall’articolo 104 modificato della Costituzione.

       Nessuno sul fronte del no ha voluto fermare le sue invettive e paure, o i suoi processi alle intenzioni, come li ha chiamati il sottosegretario alla presidenza del Consiglio e magistrato Alfredo Mantovano, di fronte al ruolo anche di vigilanza del Capo dello Stato confermato, anzi raddoppiato, dalla riforma. Un Capo dello Stato, per esempio, che sicuramente non controfirmerebbe, per la promulgazione, una legge ordinaria che dovesse compromettere, direttamente o indirettamente, l’autonomia e l’indipendenza, ripeto, dei giudici e dei pubblici ministeri. Né autorizzerebbe il governo a proporre alle Camere una norma costituzionale contro l’una o l’altra delle condizioni assicurate ai magistrati. L’autorizzazione è esplicitamente richiesta nell’articolo 87 della Costituzione, quarto comma, che molti ignorano o sottovalutano. Molti, ripeto, anche fra quelli che a sinistra difendono le prerogative del presidente della Repubblica dalle limitazioni che la sua figura istituzionale subirebbe col premierato proposto dal governo alle Camere per l’elezione del presidente del Consiglio, anziché per nomina esclusiva del Capo dello Stato.

       Anche il galateo costituzionale, oltre al buon senso e al rispetto della memoria di celebri sostenitori della separazione delle carriere come effetto inevitabile della riforma del processo penale intestata a Giuliano Vassalli, è finita nella pattumiera della campagna referendaria per fortuna ormai agli sgoccioli. Fra i quali è stata infilata anche la stravagante, a dir poco, immersione del referendum nel “contesto” -come lo ha definito addirittura il senatore a vita ed ex premier Mario Monti- della situazione internazionale. Dove domina sinistramente l’autoritarismo del presidente americano Donald Trump da cui la premier italiana non avrebbe preso né prenderebbe abbastanza le distanze, tradendo una vocazione simile espressa anche nella riforma della magistratura. Così debole, poverina, sempre la magistratura, da non potere resistere, autonoma e indipendente, neppure a un sorteggio interno, selezionato con criteri oggettivi. Un diavolo per le correnti associative che si sono impadronite del Consiglio unico e superiore, a parole.

Pubblicato sul Riformista

Claudio Velardi sbertuccia il Corriere degli ayatollah italiani

       Con la franchezza che lo distingue  nel guardare sia al passato, compreso il suo di militanza comunista, sia al presente e al temibile futuro Claudio Velardi ha fatto barba e capelli al Corriere della Sera oggi sul suo Riformista.

       La combinazione fra una pagina di Milena Gabanelli sui costi economici della riforma costituzionale della magistratura, con lo sdoppiamento del Consiglio Superiore e l’Alta Corte di disciplina , un’intervista del senatore a vita Mario Monti contro lo spirito autoritario, diciamo cosi, della stessa riforma, contro la quale l’ex premier ha annunciato il suo no e l’orchestra televisiva del comune editore Urbano Cairo ha ispirato a Velardi la rappresentazione della “saldatura definitiva di un blocco di potere mediatico-giudiziario che difende se stesso”. Un blocco nel quale “le poche voci garantiste rimaste nel quotidiano”, come quelle di Paolo Mieli, Antonio Polito, Angelo Panebianco, “faticano a emergere” e a superare il “fuoco di sbarramento”  del no in una partita giocata “come un vero e proprio partito politico schierato a difesa dello status quo”.

       Più che il vero, più che centenario Corriere della Sera quello di via Solferino è diventato insomma -aggiungo io- il Corriere dei nostri ayatollah. Che non hanno il turbante e la violenza terroristica di quelli iraniani, ma la sicumera e la sfacciataggine sì. A difesa della casta più casta d’Italia che è diventata la magistratura associata, decisa a non mollare la conquista, se non addirittura il sequestro, del Consiglio Superiore della Magistratura in edizione unica. Con tutto ciò che ne consegue.

Il sì alla riforma della magistratura più trasversale del no

La forza del sì referendarioalla riforma costituzionale della magistratura, associativamente arroccata nella difesa non delle sue prerogative ma delle sue cattive abitudini, prese in una quarantina anni di abusi risalenti al caso di Enzo Tortora, ben prima quindi delle “mani pulite” di rito ambrosiano; la forza del sì referendario, dicevo, sta nella sua trasversalità. Che il fronte del no sottovaluta nella leggenda della rimonta coltivata con i sondaggi, prima che ne venisse vietata la divulgazione perché troppo a ridosso del voto.

       La trasversalità del sì è pari a quella del no di oltre una decina d’anni fa nel referendum sulla riforma costituzionale del governo di Matteo Renzi. Che la sottovalutò caparbiamente, nonostante i consigli alla prudenza ricevuti da Sergio Mattarella appena arrivato al Quirinale con la spinta decisiva dello stesso Renzi, che lo aveva preferito alla candidatura di Massimo D’Alema sponsorizzata anche dall’allora capo dell’opposizione Silvio Berlusconi.

       Renzi fece spallucce, diciamo così, all’opposizione interna al Pd, che lo aveva sfidato pubblicamente alla guida proprio del respinto D’Alema e di Pier Luigi Bersani. I quali, non contenti di avergli fatto perdere il referendum e Palazzo Chigi, gli organizzarono in due mesi una scissione al Nazareno per fargli perdere anche le elezioni politiche dell’anno successivo. Alle quali Renzi aveva deciso di arrivare rimanendo al posto di segretario, anziché ritirarsi dalla politica, almeno per un po’, come aveva promesso prima del referendum con tono persino minaccioso, di sfida.

       Tanto trasversale è il sì referendario di Giorgia Meloni di questo 2026 quanto non lo fu nel 2016 quello di Renzi. Un sì referendario, quello della Meloni, che il cosiddetto campo largo della immaginifica alternativa al centrodestra non riesce a contrastare unito, come unito invece è lo schieramento della maggioranza, per quanti sforzi di fantasia e zizzania hanno messo i signornò nella rappresentazione dei leghisti contro la premier, o di  quest’ultima addirittura contro la campagna referendaria del ministro della Giustizia e del suo capo di Gabinetto Giusì Bartolozzi. Della quale peraltro critici ed avversari continuano a ignorare la qualifica che ancora le spetta di magistrato, particolarmente di Corte d’Appello. Altro che l’ex attribuitole da giornaloni blasonati come il Corriere della Sera e Repubblica. Una magistrata, la Bartolozzi, che conosce i suoi colleghi quanto Nordio i suoi ex, essi sì. Li conosce così bene che, da indagata per un processo risparmiato dalle Camere ai ministri sul caso del libico Almasri, si è sentita e dichiarata come davanti a un plotone di esecuzione. Su cui il ha cercato di scherzare, in pubblico, il presunto capo Francesco Lo Voi, al vertice della Procura della Repubblica di Roma.

       La sinistra del sì referendario è più di un’enclave uscita, se si può dire così, dal campo del no presieduto da Eddy Schlein e Giuseppe Conte in competizione, peraltro, fra di loro: tanto per non farsi mancare niente. Oltre al Pd, di cui alcuni fra i più prestigiosi fondatori sono dichiaratamente favorevoli alla riforma della magistratura, anche il Movimento 5 Stelle non è riuscito a rimanere unito nello scontro col governo, per quanto l’ex premier ne abbia fatto una ridotta di ex magistrati illustri e combattivi. O forse proprio per questo, visti i problemi che costoro hanno finito per creare in Parlamento ai gruppi di appartenenza.

       Per tornare al Pd, il principale partito dello schieramento avverso alla Meloni, come diceva Walter Veltroni di Berlusconi in toni anglosassoni nei pochi mesi trascorsi al vertice del Nazareno, provo a immaginare andreottianamente, cioè pensando male con la speranza di azzeccarci, la crisi che si potrebbe non aprire ma spalancare sulla segretaria Schelin se dovesse perdere anche questa sua battaglia, come quella condotta l’anno scorso con Maurizio Landini e amici o compagni contro il jobbs act di Renzi.

Pubblicato su Libero

I 48 anni dal sequestro di Aldo Moro e dalla strage della scorta

Sono trascorsi 48 anni da quella maledetta mattina del 16 maro 1978 in cui Aldo Moro fu sequestrato dalle brigate rosse in via Fani, a Roma, a poca distanza da casa, fra il sangue della scorta sterminata come in una mattanza. Sequestrato per essere ucciso pure lui dopo 55 giorni trascorsi in una cosiddetta prigione del popolo, sottoposto al processo sommario dei terroristi e condannato a morte.

Fu ed è ancora una tragedia non solo della cosiddetta prima Repubblica, ma anche di quella o quelle successive, che non hanno saputo -spero anche non voluto- fare piena luce, o per niente, sulle complicità che permisero ai terroristi di compiere il sequestro e completarlo con la decapitazione della politica, essendone allora Moro il regolo, destinato nei piani dei partiti a succedere alla fine di quell’anno al Quirinale a Giovanni Leone. Il quale fu costretto, dopo la fine di Moro, alle dimissioni per avere osato compiere tutti i tentativi, al di là e in qualche modo anche contro la cosiddetta linea della fermezza, di sottrarre Moro all’esecuzione dividendo i suoi aguzzini con la grazia ad una sola dei detenuti con i quali le brigate rosse volevano scambiare l’ostaggio. Una tragedia, dello Stato, nella tragedia umana.

Di quella tragedia ci sono ancora superstiti come testimoni, attori e forse anche protagonisti. Ostinati nella loro rivoltante reticenza. 

Sale sul vagone referendario del no anche il senatore a vita Mario Monti

       Mario Monti, 83 anni da compiere il giorno di San Giuseppe, per cui gli faccio auguri anticipati, senatore a vita da una quindicina d’anni, ex presidente del Consiglio e altro ancora, ha dunque sciolto la riserva espressa sul Corriere della Sera in un articolo recente sulla riforma costituzionale della magistratura. Da indeciso è diventato convinto del no, e per niente incerto se andare a votare, come aveva invece sospettato Federico Fubini intervistandolo dopo avere colto ancora qualche perplessità.

       Più ancora del merito, sul quale sono divisi peraltro anche illustri giuristi ed altre eminenti personalità che conosce e forse anche frequenta, a colpire negativamente il senatore Monti è stato ed è “il contesto”, ha detto lui stesso. Il contesto, in particolare, di un governo che sostanzialmente per avere più potere nei rapporti con la giustizia, o con la magistratura che la gestisce, metterebbe a rischio addirittura “lo Stato di diritto”. Se si può considerare ancora tale, o del tutto, quello in cui i magistrati hanno finito per prevalere su tutti gli altri poteri, compreso il Parlamento applicandone le leggi con una discrezionalità superprotetta dalla loro “autonomia e indipendenza”.

       Fa parte del “contorno” anche il contesto internazionale nel quale si muove la premier Giorgia Meloni. Alla quale, pur nella simpatia che gli ispira, tanto da averla qualche volta appezzata in Parlamento e fuori, Monti non perdona l’occhiolino, quanto meno, che fa all’autoritarismo andando troppo d’accordo col presidente americano Donald Trump oltre Atlantico e col presidente ungherese Viktor Orban in Europa.

       Alla Meloni, sia pure per allusione o qualcosa del genere, Monti ha ricordato che la forza, autorevolezza e quant’altro di un governo dipende anche dall’ampiezza della maggioranza parlamentare che riesce a procurarsi, come nel 2011 capitò a lui, arrivato tuttavia a Palazzo Chigi per chiamata dell’allora Capo dello Stato Giorgio Napolitano, non per un verdetto elettorale, in condizioni a dir poco di eccezionalità. E anche di sicurezza sul piano del già citato “Stato di diritto” grazie al laticlavio assegnatoli dal presidente della Repubblica poco prima di conferirgli anche la Presidenza del Consiglio. Per quanto ridotta all’osso, una immunità parlamentare, oltre che governativa con la procedura del tribunale dei ministri, ancora esiste.

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