Gli ottant’anni della Repubblica incompiuta nell’ordinamento giudiziario

Non per guastare la festa degli 80 anni della Costituzione e dei 78 già compiuti in gennaio dalla sua Costituzione, considerata ancora da molti, a sinistra, come “la più bella del mondo”, ma vorrei sommessamente ricordare che quest’ultima è ancora allo stato transitorio. O incompiuto.

       Mi riferisco, in particolare, alla settima delle diciotto “disposizioni transitorie”, appunto, “e finali”. Essa dice testualmente: “Fino a quando non sia emanata la nuova legge sull’ordinamento giudiziario in conformità con la Costituzione continuano ad osservarsi le norme dell’ordinamento vigente”. Che risalivano 78 anni fa e continuano a risalire al regio decreto, per favore con la minuscola imposta dal rispetto dello spirito repubblicano, 30 gennaio 1941, numero 12.

       Grazie a quel regio decreto, ma anche alla maggioranza referendaria che ha bocciato a marzo la riforma costituzionale della magistratura voluta dal centrodestra e condivisa da dissidenti anche autorevoli del Pd e altre forze all’opposizione, le toghe godono, pur nella distinzione dei ruoli di giudice e pubblico ministero, di una carriera unica. Rigorosamente, fascisticamente unica, direi, considerando il regime del 1941 disinvoltamente dimenticato dai vincitori del referendum di marzo.

       Viviamo insomma nel campo non marginalmente giudiziario, essendo ormai chiamata la nostra anche da costituzionalisti di un certo perso, la Repubblica delle Procure, e non solo del lavoro esaltato dal primo dei 139 articoli della Costituzione; viviamo, dicevo, in un paradosso alto e grande come un grattacielo. Il più grande di quelli di cemento, acciaio e vetro che svettano nel mondo.

       Non è un bel vivere, francamente, anche se molti sembrano trovarvisi bene ed esultare ogni volta che fallisce un tentativo per vivere meglio, a dir poco.

       E’ bello, certamente festeggiare la Repubblica e la sua Costituzione un po’ più giovane, o meno anziana. Magari partecipando alla raccolta dei messaggi promossa dal Quirinale. Ma anche ricordandone la perdurante transitorietà. O incompiutezza, ripeto. Viva l’Italia, verrebbe da cantare con Francesco De Gregori, pur rimasto senza ispirazione da qualche tempo a questa parte.

Pubblicato sul Dubbio

La frattura trasversale della politica italiana sull’Ucraina nell’Unione europea

       Per una volta -o stavolta di più, come preferite- il centrodestra di Giorgia Meloni si à fatta cogliere in contraddizione, e crisi di credibilità, dal fronte opposto, per quanto diviso anch’esso. Quel “fatto enorme” del ministro della Difesa Guido Crosetto contro un’accelerazione dell’adesione dell’Ucraina all’Unione europea lamentato su Repubblica, anzi denunciato da Paolo Gentiloni, ex presidente del Consiglio ed ex commissario europeo, mette obiettivamente in difficoltà la premier. Anche se la posizione di Crosetto, e ancor prima di Matteo Salvini, vice presidente del Consiglio e capo della Lega, è simile a quella, nel cosiddetto campo largo dell’alternativa, assunta da Giuseppe Conte, ex premier e aspirante al ritorno a Palazzo Chigi. Conte e Salvini di nuovo insieme, con nel governo grigioverde dell’esordio degli allora grillini nella stanza dei bottoni.

       Fra le due fratture, o nella frattura trasversale sul futuro dell’Ucraina, e in fondo della stessa Europa minacciata ugualmente dalla Russia di Putin, quella del centrodestra è la più grave perché divisiva del governo e della maggioranza, Dove peraltro Salvini e Crosetto, o viceversa, possono ben sentirsi fiancheggiati da Forza Italia. La cui nuova capogruppo al Senato, Stefania Craxi, ha appena ripetuto ciò che aveva detto il vice presidente del Consiglio, ministro degli Esteri e capo del partito, Antonio Tajani, sulla priorità spettante ai paesi balcani sulla strada dell’allargamento dell’Unione europea. “Tempi lunghi”, ha detto la Craxi per l’Ucraina, pur nell’”apertura subito” del negoziato. Che, in verità, mi sembrava già cominciato col contributo della presidente in persona della Commissione europea, la tedesca Ursula von der Leyen.

       L’Ucraina in Italia può continuare a contare sulla Meloni?, ci si potrebbe chiedere a questo punto. E sul presidente della Repubblica Sergio Mattarella?, si potrebbe aggiungere considerando sia il ruolo del capo dello Stato, sia la notoria posizione favorevole appunto al Paese di Zelensky, sia la sua popolarità, valutata al 61 per cento da un sondaggio della Demos fresco di stampa. Un 61 per cento che è la media fra l’89 dell’area elettorale del Pd, il 74 di Forza Italia, il 67 dei fratelli d’Italia, il 61 della Lega e il 49 dei…futuristi del generale Roberto Vannacci. Un 61 per cento, quello del consenso di Mattarella, che sale al 63 dei giovani sotto i 25 anni.

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Tu quoque, Crosetto, contro l’Ucraina più vicina all’Unione europea

       Come uno dei cavalli fuggiti per le strade di Roma prima della  rassegna militare del 2 giugno nell’ottantesimo compleanno della Repubblica, anche il ministro della Difesa Guido Crosetto -tu quoque, potrebbe dirgli la premier Giorgia Meloni- si è sfilato dal governo e dalla maggioranza sulla prospettiva di una più sollecita adesione dell’Ucraina all’Unione europea.

       Crosetto si è allineato, direi, al vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini anche nelle motivazioni più grette del no camuffato dall’aggettivo “difficile”, anzi “molto difficile”, applicato alla prospettiva sulla quale la Meloni sta invece lavorando a livello europeo, e anche oltre.

       “Molto difficile”, ripeto, “non solo politicamente -ha detto Crosetto al Corriere della Sera- perché se l’Ucraina entrasse in Europa, con la sua grandezza e il suo sistema economico, ci sarebbe immediatamente una crisi nel settore agricolo gravissima per molti paesi Ue che nessuno, neppure i tedeschi, può permettersi”.

       Con la solita franchezza, mentre peraltro l’Ucraina continua ad essere messa a ferro e fuoco dalla Russia di Putin, debbo dire che se il cosiddetto campo dell’alternativa è troppo largo, cioè disomogeneo, per vincere la partita elettorale, lo sta diventando anche quello del governo per sopravvivere l’anno prossimo alle elezioni. E scampare, entrambi, alla palude di un pareggio, con qualsiasi tipo di legge si andasse, o si cercasse di andare alle urne. Una palude, del resto, preferita sempre più apertamente nella cosiddetta nomenclatura del centro sinistra, particolarmente del Pd, nella prospettiva recentemente attribuita, per esempio, all’ex ministro della Cultura Dario Francewschini, senza alcuna smentita o precisazione, di un grande tavolo, più grande di una seduta spiritica, dove trattare all’apertura della nuova legislatura l’assegnazione immediata di Palazzo Chigi e la prenotazione del Quirinale per la successione dopo due anni a Sergio Mattarella. Se questi non dovesse fare all’aspirante probabile della sinistra il piacere di liberargli il posto prima. A meno che il centrodestra non preferisca il Quirinale a Palazzo Chigi per mandarvi uno proprio come Crosetto.  E restituire la Meloni alla carriera parlamentare che la fece arrivare quasi da ragazza a una vice presidenza della Camera. La prossima potrebbe essere la presidenza.

Alessandro Sallusti succede a Mario Sechi con poco garbo alla direzione di Libero

       Già i latini consigliavano di cercare il veleno nella coda. L’ho trovato leggendo l’editoriale di insediamento, ritorno e quant’altro di Alessandro Sallusti alla direzione di Libero dopo il brusco licenziamento di Mario Sechi, appena messo sotto scorta per le minacce di morte degli anarchici insurrezionalisti. Messo sotto scorta, ripeto, non messosi da solo o fattosi mettere dalle autorità competenti e compiacenti per simulare una certa ritorsione mediatica dell’editore che aveva deciso di liberarsene. Così ha letto in cronache adeguatamente ispirate.

       Il veleno nella coda dell’editoriale, ripeto, di insediamento, ritorno e quant’atro di Sallusti, già ex direttore del Giornale sostituito bruscamente da Tommaso Cierno, tanto da rifiutare l’offerta compensativa fattagli della direzione editoriale del quotidiano che fu di Indro Montanelli; il veleno nella coda, dicevo, sta in questa postilla di otto righe: “Ps: torno oggi alla direzione di Libero con orgoglio ed entusiasmo. Ringrazio l’editore, la famiglia Angelucci, per la fiducia, conto sull’aiuto della redazione e sulla comprensione di voi elettori. Ci aspettano mesi importanti e ricchi di novità”. La prima delle quali -novità- sta nella scortesia, a dir poco, di non ringraziare e salutare -come di consueto in queste circostanze- il collega e predecessore Mario Sechi. Preferendo evidentemente la subordinazione agli umori della proprietà ritrovata piuttosto che uno stile, diciamo, liberale.

       I giornali così condotti meritano più di altri le perdite diffusionali di cui soffrono tutti, in una crisi pari a quella delle edicole che chiudono.

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Il licenziamento istantaneo di Mario Sechi da direttore di Libero

In 66 anni di mestiere ne ho francamente viste e persino vissute di tutti i colori. Persino il licenziamento di Indro Montanelli dal Giornale che aveva fondato e diretto anche con Silvio Berlusconi, sino a quando l’editore non decise di scendere in politica, come soleva dire calcisticamente, e di metterlo in difficoltà, diciamo così. Momtanelli, pur avendo avuto sino ad allora la massima libertà, continuando a considerare “suo” il quotidiano con l’autorizzazione concessagli per iscritto dall’editore, ebbe paura di non poterlo più essere abbastanza. E Berlusconi lo licenziò, appunto.

       Mi trovai involontariamente coinvolto nel pandemonio trovando nelle cronache il mio nome nella rosa dei possibili successori indicati dall’editore al comitato di redazione, per quanto io avessi lasciato Il Giornale una decina d’anni prima per divergenze su Bettino Craxi. Di cui mi fidavo, diversamente da Montanelli per questioni più di carattere che di politica, avendomi personalmente spiegato -diavolo di un uomo e di un maestro- che i lettori del Giornale non gli avrebbero perdonato l’appoggio a un socialista, per quanto anticomunista ostentato.

       Avevo polemizzato con Montanelli su questo preferendo cambiare casa, diciamo così, ma mai avrei accettato di succedergli. E tenni a farlo sapere, senza tuttavia recuperare più di tanto i rapporti con lui, che nella pratica dell’antiberlusconismo riuscì a piacere, compiaciuto, anche al pubblico delle feste dell’Unità, cui veniva invitato con astuzia più che con convinzione. Claudio Velardi, che mi ospita ogni tanto, potrebbe confermarlo nella onestà esemplare con la quale scrive della sua passata militanza comunista, da solo o con Chicco Testa. Del cui comune libro, ricavato dalle lettere che si sono scambiate, consiglio di non perdere neppure una pagina.

       Pur abituato, ripeto, a vederne e viverne di tutti i colori, sono rimasto esterrefatto del licenziamento fresco di stampa di Mario Sechi da Libero, appena finito sotto protezione per le minacce di morte di anarchici estremisti prese sul serio dagli organi, uffici e quant’altro competenti.

       Più grave e sconcertante del licenziamento di Sechi in queste circostanze, ho trovato e trovo il tentativo dell’editore -che l’ormai ex direttore di Libero ha chiamato per nome e cognome, Giampaolo Angelucci, figlio del più illustre e parlamentare Antonio- ha compiuto di attribuire all’interessato l’uso strumentale del servizio di protezione assegnatogli dalle autorità competenti per fare la vittima. Una cosa, leggendola nella cronaca, per esempio, del Corriere della Sera, che dà da sola la prova e la misura di quanto si possa abusare, sì, ma di una certa pratica editoriale, più che giornalistica. Della quale ha dovuto sentire puzza di bruciato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella tenendo a far sapere la solidarietà al licenziato. Di cui naturalmente resto amico ed estimatore capendo ora anche certe difficoltà recentemente avute con lui come collaboratore di Libero. Ex collaboratore, naturalmente, per una questione quanto meno di stile.

Pubblicato sul Riformista

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Fino a quando Salvini abuserà della pazienza di Meloni, ma anche di Mattarella?

Come Cicerone a Catilina nel 63 avanti Cristo, cioè 2089 anni fa, si può ora chiedere a Matteo Salvini sino a quando abuserà della pazienza di Giorgia Meloni. Della quale è vice presidente del Consiglio e ministro delle infrastrutture, comprensive -nella sua visione della politica e nella pratica di governo- delle competenze altrui.

       L’ultima, o penultima, del capo della Lega, costretto dalla sua imprudenza a inseguire il generale Roberto Vannacci messosi in proprio dopo l’allenamento da vice segretario del Carroccio, è stata la contestazione del tentativo in corso nell’Unione europea, e condiviso dalla premier Meloni, di accelerare l’adesione, antiicipandola sotto certi aspetti, dell’Ucraina di Zelensky. Che sarebbe un modo anche per rafforzare il sostegno europeo, appunto, alla sua difesa dall’aggressione imperialistica della Russia di Putin.

       All’interesse geopolitico alla sorte dell’Ucraina, scambiata anche per il suo europeismo da Putin per un paese da “denazificare” mettendolo a ferro e fuoco, Salvini preferisce quello di proteggere non l’Italia, ma gli elettori della Lega, dalla concorrenza che le loro attività economiche potrebbero subire per la partecipazione del Paese di Zelensky all’Unione.

       Salvini insomma chiede alla Meloni ciò che neppure le opposizioni più filoputiniane osano reclamare. E questo, ripeto, per difendersi dalla concorrenza elettorale del suo ex vice segretario Vannacci.

       Fino a quando -ripeto anche questo- Salvini abuserà della pazienza della premier e degli alleati di centrodestra? Sino a quando avrà la pazienza di sopportarlo anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ancora più filoucraino e antirusso della Meloni?  Non mi aspetto naturalmente risposte.

Non è di melonite che soffre il non più ispirato Francesco De Gregori

Meno male che è stato lo stesso Francesco De Gregori -il popolarissimo cantautore tanto ottimista e generoso da avere scritto e cantato Viva l’Italia nel 1979, l’anno dopo il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro- a precisare di avere perduto l’ispirazione “da una decina d’anni”. Dopo tutto quello che le rimproverano o le attribuiscono, compresa la rivalutazione del fascismo attraverso il ricordo di Giorgio Almirante, che pure morì rispettato da dirigenti comunisti che lo avevano accolto tre anni prima alla camera ardente di Enrico Berlinguer, alla premier Giorgia Meloni sarebbe stata rivolta anche l’accusa di essere stata lei a inaridire, spegnere e quant’altro la fantasia di De Gregori, appunto. Che non l’aveva perduta neppure dopo lo scontro avuto con Bettino Craxi quando il leader socialista e poi presidente del Consiglio scelse proprio la sua canzone Viva l’Italia, ripeto, per aprire e chiudere raduni del suo partito, compresi i congressi.

       La storia repubblicana, di prima edizione e successive, delle quali ho perso persino il conto tante ne corrono anche in trasmissioni televisive, è piena, per carità, di polemiche feroci e di scontri. A cominciare dal “calcio in culo” propostosi da Palmiro Togliatti nelle elezioni politiche del 1948 contro Alcide De Gasperi dopo l’interruzione della loro collaborazione al governo, quando il leader comunista era stato il ministro della Giustizia del leader democristiano.

       Poi venne l’antimoroteismo, a sinistra e a destra, per la delimitazione della maggioranza di centro-sinistra, col trattino, teorizzata in Parlamento dal leader democristiano per escludervi liberali, monarchici e missini da una parte e comunisti dell’altra. Che si guadagnarono però “l’attenzione” di Moro una volta scavalcato a sinistra  dai suoi amici di partito e di corrente, e messo in minoranza.

       Ci fu anche un antifanfanismo sfociato nella preclusione della strada per il Quirinale, subìta poi anche da Moro per rispettare in qualche modo la leggenda dei due cavalli di razza della Dc.

       Seguì l’antricraxismo degli anni Settanta, Ottanta e Novanta, proseguito anche dopo la morte del leader socialista in Tunisia non da esule, come si considerava Bettino Craxi, appunto, bensì da latitante. Che riesce tuttavia a guadagnarsi ogni tanto qualche piazza o strada cittadina: per esempio, di recente, nella Benevento del sindaco Clemente Mastella.

       Seguì ancora l’antiberlusconismo, che continua anche dopo la morte di Silvio Berlusconi, appunto, viste le proteste levatesi contro i figli, Marina e Pier Silvio, che si interessano ancora, diciamo così, del partito del padre condotto dal vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani.

       Siamo ora all’antimelonismo, lungo il pendio della personalizzazione della politica aumentata, anzi esasperata dopo il tramonto delle cosiddette ideologie. Antimelonismo o melonite, la malattia un po’ degenerativa della destra fascista o post-fascista che si avverte in giro, per quanto non ancora diagnosticata mediaticamente o scientificamente. E appena imprudentemente alimentata con quelle assenze oscene della destra alla monumentalizzazione del seggio di Giacomo Matteotti a Montecitorio.

Pubblicato sul Dubbio

Le assenze oscene alla Camera che monumentalizza lo scranno 14 di Giacomo Matteotti

       Trovo francamente oscene le assenze a Montecitorio, a cominciare da quelle di destra di cui la premier Giorgia Meloni dovrebbe trovare il tempo di occuparsi per contestarle al capogruppo dei suoi fratelli d’Italia,  nella seduta, cerimonia, chiamatela come volete, in cui è stato monumentalizzato il seggio 14 intestandolo a Giacomo Matteotti. Che l’occupava abitualmente. Dove il parlamentare socialista pronunciò lo storico discorso, che gli costò la vita, contro i brogli elettorali e le violenze dei fascisti.

       Con i tempi che corrono, in un contesto nel quale si liquida come fascismo anche il ricordo, a 38 anni dalla morte, di Giorgio Almirante omaggiato anche dai comunisti, che ne avevano apprezzato l’arrivo ossequioso tre anni prima nella camera ardente di Enrico Berlinguer, la presidente del Consiglio non può sopportare in silenzio ,ripeto,  senza deplorarla e compiere gesti anche clamorosi, l’assenza della sua parte politica alla sacralizzazione dello scranno di Matteotti. Che sarà suo, del martire del fascismo, per sempre, non più assegnato ad alcuno in un’aula peraltro diventata abbondante con la riduzione dei seggi parlamentari voluta dagli ancora grillini e subita dai loro alleati di prima e seconda mano.

       Neppure i giornali, a dire la verità, hanno fatto una bella figura non trovando generalmente spazio in prima pagina per la notizia di Montecitorio. Ad eccezione meritoria dell’Unità di Piero Sansonetti, alla quale il partito della Meloni ha offerto un motivo e un’occasione di polemica obiettivamente imperdibile.

La stagione dell’antimelonismo dopo l’antiberlusconismo e l’anticraxismo

       Per quanto “acclamata”, secondo le cronache delle assemblee prima dei coltivatori diretti e poi degli industriali, l’applausometro personale di Matteo Renzi ha assegnato alla premier Giorgia Meloni, nel solito salotto televisivo di opposizione di Giovanni Floris su la 7, consensi decrescenti di quantità e qualità. Concessi più per cortesia, naturalmente immeritata, che per convinzione.

Ettore Prandini, presidente dei coltivatori diretti, è stato dileggiato per il suo entusiasmo nei riguardi dell’ospite. Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, è stato degradato a uno sciocco sovranista per aspettarsi anche lui, come la premier, una Unione europea più politica e meno burocratica, con  le sue regole contabili definite “stupide” a Bruxelles anche da Romano Prodi, quando era presidente della Commissione esecutiva.

       Scampata miracolosamente la settimana scorsa, come ho già rivelato con sollievo, al coinvolgimento nella tragedia dei sommozzatori italiani nelle acque delle Maldive, temo che la premier non scamperà invece alla tentazione dei suoi avversari di attribuirle, con la sua troppo lunga permanenza a Palazzo Chigi, le ragioni della perduta ispirazione di autore e cantante annunciata da Francesco De Gregori. Che nel 1979, l’anno dopo la mattanza della scorta e l’uccisione conclusiva di Aldo Moro per mano delle brigate rosse, e di quanti non vollero o non seppero né prevenirle né combatterle davvero dietro la formula della “fermezza”, aveva avuto l’ottimismo, la volontà, la generosità di inventarsi quella bellissima canzone intitolata “Viva l’Italia”.

       Viviamo ormai in anni di antimelonismo ossessivo, come di antiberlusconismo prima di lei, di anticraxismo prima ancora. Oltre che, naturalmente, di antifascismo appena riacceso dal ricordo della stessa Meloni, e del presidente del Senato Ignazio La Russa, dei 38 anni trascorsi dalla morte di Giiorgio Almirante, omaggiato nella sua camera ardente da Nilde Jotti e Giancarlo Pajetta. Che tre anni prima lo avevano accolto alla camera ardente di Enrico Berlinguer. Col quale Almirante aveva avuto incontri non certo occasionali negli anni del terrorismo che minacciavano i loro partiti avvertiti, a destra e a sinistra, come moderati, traditori o traditi.  

       I risultati delle elezioni amministrative di domenica e lunedì scorsi non hanno procurato alla Meloni, per quanto ferita dalla bocciatura referendaria della riforma costituzione della magistratura due mesi prima, i danni sperati dai suoi avversari e critici. Che ne sono usciti a volte persino umiliati, come a Venezia dove il Pd in edizione bengalese, improvvisata per pescare i voti islamici di tanti immigrati, si è procurata la giustissima derisione dell’ultimo sindaco lagunare davvero di sinistra che fu Massimo Cacciari.

       Il buon Paolo Mieli impegnatosi oggi sul Corriere della Sera in una spietata analisi dei ritardi e delle contraddizioni della sinistra imbaldanzita dall’illusione referendaria di marzo, si vedrà prima o dopo iscritto d’ufficio anche lui al fascismo neppure tanto occulto dei nostri tempi.  

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Venezia in cartolina per la Schlein come la Trieste di Cadorna…..

       Di Venezia, il maggiore degli oltre 700 Comuni dove si è votato in un turno amministrativo che aveva fatto sognare alle opposizioni una replica del referendum sulla riforma costituzionale della magistratura perduto dal governo due mesi fa, si potrebbe dire come di Trieste, nella famosa canzone del 1916, mandata in cartolina dal generale Cadorna alla regina.

       Neppure nella versione bengalese, diciamo così, patrocinata in persona sul posto dalla segretaria Elly Schlein, accorsa a sostenere la candidatura di Andrea Martella, il Pd è riuscito a conquistare con i suoi alleati la città lagunare. Che è rimasta al centrodestra con la vittoria, al primo turno e 12 punti di distanza, del candidato al quale ha telefonata per complimentarsi la premier Giorgia Meloni. Che è stata promossa “Serenissima” dal Giornale a caratteri quasi di scatola senza bisogno che il sindaco faccia gli scongiuri come imparò a fare a suo tempo Enrico Letta scalzato da Matteo Renzi, a Palazzo Chigi, dopo che il segretario del Pd ancora fresco di elezione al Nazareno lo aveva pubblicamente esortato a “stare sereno”.

       Se Venezia è rimasta al centrodestra al Nord, Reggio Calabria  è passata al Sud dal centrosinistra. Non parliamo poi della figuraccia, per quanto scontata, del Pd a Salerno, dove è tornato sindaco l’ex governatore campano Vincenzo De Luca pur non avendo potuto disporre delle insegne del partito di cui il figlio è peraltro segretario regionale.

       Il capogruppo del Pd al Senato Francesco Boccia con spavalderia ha cantato vittoria lo stesso man mano che arrivavano i risultati del corposo turno elettorale liquidando come “locali” le sconfitte della sinistra e assicurando, testualmente, che il governo “resta in crisi”, per quanto la premier non si sia mai dimessa e abbia potuto replicare con sarcasmo che “anche oggi il crollo del centrodestra è rinviato a domani”.

       Una segnalazione, per quanto marginale, merita il Comune lombardo di Vigevano, destinato a rimanere al centrosinistra nel ballottaggio fra due settimane, ma dove la Lega nel centrodestra è stata sorpassata dal partito creato dal generale Roberto Vannacci scendendo dal Carroccio. Sul quale Matteo Salvini lo aveva fatto salire promuovendolo imprudentemente vice segretario nazionale. Gli errori, si sa, prima o poi si pagano, tanto a sinistra quanto a destra.

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