Tra i fondatori del Partito Democratico, già tesoriere e capogruppo al Senato, Luigi Zanda è stato declassato a “dirigente che oggi non ha ruoli operativi”, e parla perciò a titolo personale, anzi personalissimo, anzi irrilevante, per avere osato dissentire dalle frequentazioni, dai metodi ed altro di Sigfrido Ranucci. E averne auspicato una sospensione dalla conduzione del suo Report di lotta, in attesa degli sviluppi delle indagini giudiziarie sull’affare Lavitola, l’amico dichiaratosi mandante dell’attentato dell’autunno scorso alle auto di famiglia davanti casa, a Pomezia, funzionale all’aumento della sua protezione e della sua notorietà. Funzionale, a sua volta, alla carriera politica immaginata dallo stesso Lavitola per lui come capo, addirittura del cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra, al posto dei tanti che vi aspirano, a cominciare dalla segretaria del Pd Elly Schlein e dall’ex premier pentastellato Giuseppe Conte.
A degradare il povero Zanda è stato un altro dirigente del Pd, ma dichiaratamente e orgogliosamente operativo, di nome Walter, quasi come Lavitola, e cognome Verini. Che di Ranucci non vuole né un passo indietro né uno di lato, prospettato invece da Zanda con l’ipotesi di tornare a guidare e condurre Report in condizioni più agibili o meno tossiche, diciamo così, senza mescolare, o dare l’impressione di mescolare ambizioni professionali e politiche. Che non sono mancate di certo ad altri giornalisti, della Rai e delle concorrenze, ma mai al livello immaginato per lui da Lavitola predisponendo sondaggi, oltre a “bombe d’amore”, come le ha definite l’ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli, con le consulenze dello stesso Mieli, del direttore di Repubblica Stefano Cappellini ed altri generosamente ammessi al giro della fortuna.
Meno male che Verini, con tutte le entrature che ha nel partito come dirigente operativo e senatore in carica, anziché ex come Zanda, si é limitato a spendersi per la conferma di Ranucci al suo posto. E non ne ha chiesto o proposto la promozione per valorizzare ancora di più la sua vocazione a “trasmissioni urticanti”, per quanto “non di sinistra”, o non ancora.
Consiglierei all’amico Zanda, conosciuto quando era collaboratore di Francesco Cossiga alle prese col drammatico sequestro di Aldo Moro, di non prendersela per la scortesia, quanto meno, di Verini che lo ha equiparato a un Prodi o D’Alema qualsiasi. Sono gli inconvenienti della imprudente permanenza in un partito che è al lavoro, più o meno consapevole, per riportare a Palazzo Chigi il “progressista indipendente” Giuseppe Conte, piuttosto che mandarvi la Schlein. La difesa di Ranucci in questa prospettiva da parte del Pd “operativo” è il cacio sui maccheroni, come l’esplosione dei contrasti d’ambizioni e di paghe esploso nella redazione di Report, dove si guadagna sino a 300 mila euro l’anno. Che neppure sono quelle del capo, tornato oggi nel mirino di Aldo Grasso, sul Corriere, per la sua compromessa credibilità.