Il governo finisce, con le sue lucette a intermittenza, fra gli addobbi natalizi

               Il ricorso ormai abituale alla fiducia nelle votazioni parlamentari sul bilancio, che certamente ne forzano e snaturano il cammino parlamentare, già una volta censurato dalla Corte Costituzionale, sta per sterilizzare un po’, come un Conte2 .jpgcontraccettivo, la turbolenza ormai cronica della coalizione giallorossa. Che, finita ormai fra gli addobbi dell’albero di Natale confezionato personalmente da Giuseppe Conte nel suo ufficio di Palazzo Chigi col figliolo, pure al Fatto Quotidiano hanno smesso di chiamare pudicamente giallorosa. E’ ormai evidente che più a sinistra di questa coalizione di governo non c’è più niente di realmente visibile.

            Le ragioni o responsabilità della turbolenza di questa maggioranza vengono attribuite dai nemici di Matteo Renzi, al solito abbondanti a sinistra, a destra e ora anche al centro, allo stesso Renzi. Che vive quasi ossessionato dal bisogno di farla pagare cara al Pd per il boicottaggio praticatogli Matteo Renzi.jpganche quando ne era alla guida, e contemporaneamente conduceva il governo: tanto cara da ridurlo alla irrilevanza procurata al partito socialista in Francia dal suo amico e punto di riferimento ideale Emmanuel Macron, arrivato tuttavia all’Eliseo con un sistema elettorale che in Italia ci sogniamo. E quando lo stesso Renzi, allora a Palazzo Chigi, cercò di piantarlo come un seme anche qui con la sua doppia riforma costituzionale ed elettorale, glielo bocciarono clamorosamente, come in una diabolica combinazione, gli elettori e i quindici potentissimi giudici della Corte Costituzionale.

            Sarà ben difficile ritentarci, ma Renzi è notoriamente un testardo, per giunta toscano, e si è proposto di segare in qualsiasi altro modo il Pd, anche a costo di far cadere il governo da lui stesso proposto e fatto nascere pochi mesi fa rinunciando alla dieta dei pop-corn adottata dopo la batosta elettorale del 4 marzo 2018 infertagli dai grillini.  

            Eppure anche all’interno del Pd, dove soffrono con fastidio e preoccupazione la concorrenza parlamentare e manovriera di Renzi, pericolosa in particolare al Senato, dove i senatori della sua Italia Viva sono pochi ma sufficienti a provocare una crisi, alla fine  mettono da parte i risentimenti personali e riconoscono che la crisi della maggioranza deriva da quella del primo partito della coalizione. Che è il Movimento 5 Stelle, per nulla o non abbastanza riconoscente della grazia  ricevuta in agosto col fortunoso salvataggio di una legislatura dove i grillini sono ormai sovradimensionati, continuando a disporre di una maggioranza relativa perduta in tutti i tipi di elezione svoltisi  dopo il 4 marzo dell’anno scorso e la conseguente nascita di questo Parlamento.

            Il deputato spezzino Andrea Orlando, ex ministro della Giustizia e ora vice segretario unico del Pd, che mi sembra tanto studiare da segretario in concorrenza con Dario Franceschini, nel caso Zingaretti.jpgnon improbabile di un logoramento anzitempo del segretario in carica Nicola Zingaretti, ha eufemisticamente dichiarato in una intervista al Corriere della Sera che il governo, e con esso anche il suo partito che lo sostiene “con forte spirito zen”, tra una secchiata e l’altra di Luigi Di Maio, “beneficerebbe di un chiarimento all’interno del Movimento 5 Stelle”.

            Il “come” di questo chiarimento -ha detto Orlando- sta a loro deciderlo”, stante anche l’anomalia dell’organizzazione grillina”, ma di certo “la conflittualità sotto il pelo dell’acqua che registriamo” -ha aggiunto il vice segretario del Pd  esagerando un po’ con quel “pelo”, specie lui che è anagraficamente un uomo di mare- è il riflesso più di una sorta di congresso interno che di ricerca del consenso, o degli interessi del Paese”.

            Senza volerlo, o preferendo farlo solo in questo modo surrettizio, da specialisti o addetti ai lavori, Orlando ha un po’ toccato il nervo scoperto, anzi scopertissimo, del rapporto fra l’attuale partito “centrale” del Parlamento, indeciso o deciso a tutto, secondo i giorni e le ore, e l’articolo 49 della Costituzione: quello sui partiti attraverso i quali, associandosi liberamente, “tutti i cittadini” possono “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

           Ai grillini è sconosciuto, se non vietato, il concetto di un “congresso”, tanto è “diretta” e “digitale” la loro “sorta di democrazia”, mi verrebbe voglia di dire usando le parole paludate del vice segretario del Pd. Che non sarà laureato, come qualcuno gli contestò già quando divenne ministro della Giustizia, e tanto meno avvocato e professore come il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, di soli cinque anni più anziano o meno giovane di lui, ma di politica credo che ne mastichi molto di più.

 

 

 

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I retropensieri di Mattarella sul palco reale della Scala allo spettacolo della Tosca

            Chissà se Sergio Mattarella, godendosi sul palco reale della Scala, a Milano, sia lo spettacolo della Tosca sia l’accoglienza entusiastica, direi persino affettuosa, riservatagli dal pubblico, si sarà chiesto, sgomento, che tipo d’Italia sia questa, di cui gli è capitato in sorte di rappresentare “l’unità nazionale” scolpita nell’articolo 87 della Costituzione, ma sempre più indecifrabile, incerta, contraddittoria, in uno scenario sociale e persino politico appena descritto dal Censis con quel 48 per cento di persone tanto stremate dalla crisi e dalla confusione da desiderare “l’uomo forte”. Nei cui panni, magari, molti vorrebbero che si mettesse proprio lui, il capo dello Stato, allargando al massimo, nell’applicazione delle sue prerogative, quella fisarmonica che è stata definita la Costituzione da fior di giuristi alla luce dell’uso che ne hanno fatto gli inquilini succedutisi al Quirinale. Ma Mattarella impallidirebbe, e s’ingobbirebbe ancora più di quanto gli capiti assomigliando al compianto Giulio Andreotti, solo a sentir parlare di sè come dell’uomo finalmente e salvificamente forte.

            Eppure, nonostante la fiducia in qualche modo impostagli dal ruolo sia per praticarla sia per diffonderla, evitando che la situazione  peggiori e che quel 48 per cento salga addirittura al 76 già attribuito dal Censis a chi è deluso e persino stufo dei partiti, Mattarella è preoccupato, seriamente preoccupato, del quadro politico.  Non so, francamente, se sia anche un po’ pentito, vista la prova che sta dando la maggioranza giallorossa improvvisatasi qualche mese fa col suo consenso, di non avere sciolto le Camere, pur a poco più di un anno dalla loro elezione, dove i partiti sono aumentati e quello centrale, in quanto provvisto della maggioranza dei seggi, cioè il Movimento 5 Stelle, non si sa bene da chi sia davvero diretto: se da Beppe Grillo dietro i cancelli delle sue ville, difficili da violare come una volta il Muro di Berlino, o dal suo delegato Luigi Di Maio, con tutti gli scatti e gli scarti che riserva al presidente del Consiglio Giuseppe Conte in curiosa, sconcertante concorrenza col capo dell’opposizione e suo ex alleato Matteo Salvini e, all’interno della stessa maggioranza, con l’altro Matteo. Che è naturalmente Renzi.

            Di quest’ultimo, conosciuto e frequentato bene quando era insieme segretario del Pd e presidente del Consiglio, sino a suggerirgli come un vecchio e paziente maestro i libri su cui formarsi, riferendogliene Scalfari 1 .jpgpoi di persona per dimostrare di averli letti davvero, ha appena scritto nel suo appuntamento domenicale su Repubblica Eugenio Scalfari come  di “un vero capo conforme a un Paese populista che sfoci inevitabilmente in una dittatura”, per quanto -al limite- “democratica” come fu quella di Napoleone, pur non volendo paragonare -ha poi precisato Scalfari- Renzi a quell’esemplare unico al mondo.

            Come dittatore, comunque, l’uomo di Rignano, o il senatore di Scandicci, o il leader della neonata Italia Viva, sarebbe per Scalfari più  adatto a questa Italia persino di Salvini.  Che pure a sinistra manifesto e sardine.jpgè l’uomo più odiato e temuto, tanto da avere mobilitato contro di lui, riempiendone le piazze come il “Mare nostro” dell’immaginifico titolo del manifesto, le pacifiche, solitamente inoffensive sardine, diventate loro malgrado un potenziale nuovo movimento politico capace di attrarre, secondo il sondaggio Demos commissionato da Repubblica, un elettore su quattro.

           E’ un mare, quello delle sardine, nel quale si è in qualche modo tuffata, tra sorpresa, ilarità e quant’altro, Pascale.jpgpersino Francesca Pascale, la giovanissima e ancora adorante fidanzata dell’ultraottantenne Silvio Berlusconi. Cui la signorina ha consigliato di non ripetere, sottovalutando le sardine, l’errore fatto da tutti, anche da lui, alle prime comparse dei grillini. Che a questo punto potrebbero anche ringraziare la fidanzata di quello squalo che loro continuano a considerare il Cavaliere.

            Per tornare alle preoccupazioni di Mattarella, sopra e dietro il palco reale della Scala a Milano, basterà leggere un Titolo Breda.jpg“retroscena” del quirinalista principe del giornalismo italiano, Marzio Breda, pubblicato dal Corriere della Sera chissà  perché a pagina 6, e non in prima, magari come editoriale. Leggiamolo insieme, al netto di una prima parte in cui l’allarme al Quirinale era diventato altissimo di fronte ad un presidente del Consigilo che “esorcizzava” con Breda.jpgun ottimismo di maniera la crisi della sua maggioranza: “Il tormentato compromesso raggiunto l’altra sera sulla manovra ha tamponato quel pericolo, con un sospiro di sollievo del premier e pure di Mattarella, preoccupato per le conseguenze sullo spread. L’equilibrio resta però fragile ed esposto a tante incognite. Sul Colle le stanno valutando una per una, mentre a Palazzo Chigi si studia un cronoprogramma per la ripartenza dell’esecutivo, e mentre gli “artificieri” dei partiti dialoganti lavorano per disinnescare le mine più esplosive, quasi tutte con il timer fissato in gennaio”. Oltre quel mese, quindi, neppure Mattarella sembra riuscire a formulare previsioni.

 

 

 

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Se Giuseppe Conte ha più bandiere alle spalle che futuro di governo davanti

            Non ho francamente capito se quel 48 per cento d’italiani, secondo il rapporto Censis, favorevoli Schermata 2019-12-07 alle 06.40.14 2.jpgall’uomo forte, e in fondo coerenti col 76 per cento che non si fidano più dei partiti, o col 90 per cento stufi di vederne Schermata 2019-12-07 alle 06.40.14.jpggli uomini o le donne in televisione, dove invece stazionano in ogni ora del giorno e persino della notte, siano stati registrati, diffusi e persino commentati un po’ da tutti i giornali più con Schermata 2019-12-07 alle 06.40.14 3.jpgpreoccupazione, soddisfazione o rassegnazione. E’ il sentimento, quest’ultimo, espresso senza tanto stupore persino nel titolo del manifesto, il quotidiano ancora orgogliosamente comunista, la cui cultura, storia, tradizione dovrebbero portare a inorridire degli Manifesto  su stressati.jpguomini forti: almeno di quelli non del proprio segno politico, visto che la storia del comunismo è stata ed è, dove sopravvive, una storia di uomini non forti ma fortissimi, diciamo pure feroci. Ormai siamo abbastanza “stressati”, hanno riconosciuto al manifesto, da poterci anche abituare all’idea di un altro dittatore, dopo Mussolini.

            Nella nostra povera Italia, come l’ha ridotta la politica corrente, di uomini forti, o potenzialmente forti, o avvertiti e combattuti come tali persino dalle sardine, che sembravano sino a qualche giorno fa pesci inoffensivi e hanno invece invaso le piazze per presidiarle dall’avventuriero di turno, ce ne sono ormai soltanto due: uno all’opposizione, che è naturalmente Matteo Salvini, cui sembra che siamo appena scampati, almeno al momento, pur avendolo avuto per più di un anno vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, e uno con due piedi nella maggioranza giallorossa, da lui stesso promossa qualche mese fa, e con le braccia protese Il Fatto.jpgverso l’opposizione, che è naturalmente Renzi, anche lui Matteo. Già c’è chi -come Il Fatto Quotidiano col titolo e fotomontaggio di prima pagina- li vede o immagina insieme, probabilmente nella prossima legislatura ma forse anche prima, visto che il presidente del Consiglio  Giuseppe Conte a Palazzo Chigi sembra proprio avere più bandiere alle spalle che futuro di governo davanti, pur cercando di ostentare ottimismo e di infonderne al presidente della Repubblica. Che, comprensibilmente preoccupato, a dir poco, lo ha appena voluto incontrare e ascoltare al Quirinale per capire che cosa stia diventando in Parlamento, tra modifiche, rinvii ed altro, la legge di bilancio e la cosiddetta manovra finanziaria da lui autorizzate, come prescrive ancora la Costituzione.

            In effetti, a scorrere i titoli e le cronache dei giornali, e a sentire all’uscita dai vertici o altre riunioni di maggioranza quelli che vi hanno eroicamente partecipato conservando il coraggio poi di parlarne, non si capisce bene se siamo ormai alla manovra come “gioco d’azzardo” annunciato Repubblica.jpgnel titolo principale di prima pagina da Repubblica, o più semplicemente, banalmente, infelicemente, ridicolmente, come preferite, a una maggiore tassazione delle vincite alle lotterie per rimediare ai tagli fiscali imposti nella maggioranza da Renzi minacciando di votare contro e far cadere il governo almeno al Senato. Dove i numeri sono già scarsi di loro e potrebbero anche diminuire ulteriormente per i parlamentari in partenza o fuga dal movimento grillino, che non vuole chiamarsi partito ma temo faccia parte di quelle forze politiche di cui il 76 per cento  d’italiani non si fidano più.

          “Si fa cassa con le lotterie”, ha titolato la solitamente compassata Stampa a Torino. “Stangata sulla fortuna”, Stampa su lotterie.jpgha Messaggero su su portuna.jpgtitolato Il Messaggero a Roma: fortuna al singolare, che è quella sognata dai poveri grattando i biglietti o giocando appunto al lotto, non certo le fortune, al plurale, che rimangono solitamente quasi intatte nelle mani di chi le possiede, anche quando sembrano essere in pericolo, o minacciate dagli annunci di turno di qualche patrimoniale.

 

 

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Dietro, di lato, sopra e sotto la grazia presidenziale a Umberto Bossi

            Per quanto malmessa, la politica è ancora capace di riservare qualche bella sorpresa, specie quando dai piedi dei partiti e delle piazze essa passa nelle mani degli uomini ai vertici delle istituzioni, stavolta in quelle del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che non ha Corriere su Bossi.jpgesitato a concedere Mattarella.jpgla grazia al senatore Umberto Bossi, l’ormai vecchio -e malandato pure lui- fondatore della Lega, risparmiandogli l’anno e quindici giorni da scontare ai servizi sociali per la condanna definitiva rimediata nell’autunno scorso, avendo vilipeso l’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano negli ultimi giorni del 2011. Allora gli aveva dato del “terrun” in un comizio nel Bergamasco, lasciando o addirittura incoraggiando l’uditorio a fischiare e spernacchiare il Presidente, con la maiuscola dovutagli anche per dettato costituzionale. La si ritrova infatti in tutti gli articoli della Costituzione in cui si parla di lui.

            Il senatore ha avuto il buon senso e l’umiltà, una volta processato e condannato, di scusarsi e di chiedere Bossi oggi.jpgla grazia, senza stare lì a discutere dell’articolo del codice penale, contestato invece da altri, e forse qualche volta pure da lui, a tutela della onorabilità del capo dello Stato. Napolitano, Napolitano.jpgormai presidente emerito della Repubblica e senatore pure lui, ma di diritto e a vita, si è affrettato a dare il suo consenso, non avendo motivo -ha detto- di risentimento per il fondatore ormai del più antico partito rappresentato in Parlamento. Lo è diventato dopo la scomparsa di tutti gli altri un po’ per suicidio -bisogna ammetterlo, visti gli errori compiuti- e un po’ perché ghigliottinati dalle Procure della Repubblica nella bufera di Tangentopoli. Dove pure la Lega, a dire la verità, lasciò qualche impronta, ma essendo ancora in culla fu risparmiata quanto meno dalla giustizia mediatica, a volte più feroce ancora di quella ordinaria, diciamo così. Forte anche di quella generosità, poi Bossi si sarebbe lasciato andare in una gestione  un po’ troppo familistica del suo partito, con annesse e connesse complicazioni giudiziarie.

            Va detto, non per assolverlo ma per comprenderlo, che quella sera in cui rimproverò a Napolitano anche il nome che portava qualche ragionamento di risentimento personale Bossi, in fondo, ce l’aveva. Sino a pochi mesi prima egli era ancora ministro delle riforme per il federalismo nell’ultimo governo dell’alleato e ormai amico strettissimo Silvio Berlusconi. Che forse esagera a parlare ancora di colpo di Stato per le dimissioni presentate otto anni fa sull’onda di una gravissima crisi finanziaria, non foss’altro per il volontario concorso dato a quell’epilogo vantandosi del suo successore Mario Monti, sino ad apporre con entusiasmo la controfirma neppure necessaria, in teoria, alla sua preventiva nomina a senatore a vita da parte del presidente della Repubblica: preventiva rispetto al conferimento dell’incarico di presidente del Consiglio all’ex commissario europeo. Ma sicuramente qualcosa si era svolto in modo anomalo in quell’avvicendamento fra un Berlusconi pur deteriorato politicamente di suo dopo la rottura con Gianfranco Fini e un Monti di cui si lodavano il loden che usava indossare e  il fatto che la maggioranza delle mamme tedesche  avrebbe preferito averlo come genero, tanto egli  era riuscito a diventare popolare da quelle parti così sospettose dei conti italiani gestiti dal governo del Cavaliere.

          Di quell’anomalia si accorse, e ne avrebbe poi parlato anche un ministro americano del Tesoro riferendo  dei contatti avuti in quei tempi burrascosi con gli omologhi dell’Unione Europea.

          I maligni, mai inoperosi né nei palazzi del potere né nelle redazioni dei giornali, hanno visto o intravisto nella generosità di Mattarella e del suo predecessore nei riguardi di Bossi qualcosa di somigliante Salvini.jpgalla nostalgia o alla solidarietà di fronte ai cambiamenti intervenuti nella Lega sotto la guida di Matteo Salvini. Di cui si è appena appresa peraltro la decisione di improvvisare per il 21 dicembre, a vantaggio della Lega col suo nome,  un congresso per commissariare e liquidare la vecchia Lega Nord di cui Bossi è presidente a vita, non si sa, a questo punto, se più sua  -di vita- o del movimento ormai in liquidazione. A pensare male, diceva la buonanima di Giulio Andreotti, si fa peccato ma s’indovina.

 

 

 

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Il pasticcio della prescrizione ha un padre fiero e una madre abusata: Bonafede e Bongiorno

In attesa di vedere se e come la maggioranza giallorossa riuscirà a trovare in Parlamento a tempo debito un’intesa sul documento che dovrebbe permettere al presidente del Consiglio di partecipare in sede comunitaria alle decisioni sul controverso meccanismo di stabilità  o fondo salva-Stati, salgono di tono all’interno della coalizione di governo, e fra una parte di essa e l’opposizione di centrodestra, sulla nuova disciplina della prescrizione Bonafede.jpgche scatterà il 1° gennaio prossimo. I cui effetti, non riguardando i processi in corso ma quelli per i reati da compiere da quella data in poi, hanno reso il presidente del Consiglio Giuseppe Conte un po’ impermeabile alle proteste al pari del guardasigilli Alfonso Bonafede, convinti entrambi che vi sia tutto il tempo per interventi correttivi.

Contestata invece da fior di giuristi, costituzionalisti e avvocati, ricorsi anche allo sciopero e ad assemblee fuori e dentro i tribunali, la riforma ha già prenotato nel codice il blocco, cioè la soppressione, della prescrizione al momento del giudizio di primo grado. E ciò a prescindere dall’applicazione finalmente concreta e vincolante della “ragionevole durata” del processo stabilita dall’articolo 111 della Costituzione con una modifica risalente -pensate un po’- a vent’anni fa. Durante i quali l’Italia si è guadagnata in Europa il primato costoso, sotto tutti i punti di vista, delle censure per l’eccessiva e per niente ragionevole lunghezza dei processi.

Con la nuova disciplina il primato diventerebbe mondiale. Si realizzerebbe, anche per un imputato assolto in primo grado con una sentenza impugnata dall’accusa, il fenomeno del processo a vita o dell”ergastolo del processo”, secondo la drammatica ma azzeccata espressione coniata dal sociologo ed ex parlamentare di sinistra Luigi Manconi, noto per una misura di sincero garantismo un po’ controcorrente dalle sue parti politiche, dove sono generalmente garantisti a corrente alternata, secondo i casi personali o le circostanze politiche, per non chiamarle convenienze.

Voluta ad ogni costo dai grillini, durante l’esperienza del governo gialloverde con i leghisti, nella cosiddetta legge spazzacorrotti; criticata persino dal Consiglio Superiore della Magistratura ma ugualmente promulgata undici mesi fa dal presidente della Repubblica, e dello stesso Consiglio Superiore, con l’eroica speranza che nel frattempo la maggioranza volesse e sapesse riformare il processo penale per abbreviarne davvero la durata, i nodi della soppressione affrettata della prescrizione sono impietosamente arrivati  tutti al pettine.

I grillini, confortati dal presidente del Consiglio fiducioso nel solito compromesso all’ultimo momento e convinti di avere piantato nell’ordinamento giudico una bandiera con le loro mitiche cinque stelle, sono contenti come una Pasqua. E scambiano tutti gli avversari o semplici critici, nella maggioranza e all’opposizione, che reclamano il rinvio della nuova disciplina al momento in cui saranno definiti i tempi davvero “ragionevoli” dei processi, per complici dei delinquenti di ogni risma, o – sul piano politico- del solito e odiato Silvio Berlusconi. Che rimane ai loro occhi il prototipo, diciamo così, del male, pur all’età che ha, con i debiti con la giustizia regolarmente pagati, col ruolo che ancora gli conferiscono liberamente gli elettori e con una qualità di frequentazioni internazionali che i suoi avversari sono costretti a invidiargli.

Nello spettacolo delle proteste e delle recriminazioni il ruolo più scomodo e imbarazzante, bisogna dirlo con chiarezza e forza, è quello dei leghisti, senza il cui consenso, la cui tolleranza, la cui disinvoltura -chiamatela come volete- mai e poi mai i grillini sarebbero  riusciti a infilare come una supposta la sostanziale e incondizionata soppressione della prescrizione nella legge “spazzacorrotti”.

A carico dei leghisti, il cui capogruppo alla Camera Riccardo Molinari ha appena accusato il Pd di Molinari.jpgnon avere il coraggio di contrastare davvero la posizione irremovibile del Movimento 5 Stelle, avendo contribuito a negare l’urgenza ad un intervento correttivo proposto dai forzisti, gioca come aggravante la qualità della persona delegata da Salvini nel governo gialloverde ad occuparsi di questa vicenda, E’ l’avvocato di grido e di grinta, allora ministra della funzione pubblica, Giulia Bongiorno. Che giustamente, con l’esperienza professionale che si ritrova, definì allora, e continua a definire oggi, “una bomba atomica” quella imposta dai grillini. Ma per lealtà o obbedienza politica anche lei dovette fare buon viso a cattivo gioco e scommettere -ahimè- sulla ragionevole e successiva disponibilità degli allora alleati di governo a disinnescare la bomba  al momento giusto.

 

 

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L’ex ministro degli Eteri Moavero Milanesi smentisce Conte sul Mes

               Pur in tutt’altre faccende affaccendato in quel di Londra per il vertice della Nato in occasione del settantesimo Conte a Londra.jpganniversario della sua fondazione, tra foto con l’amico Donald Trump e il principe ereditario di lunghissimo corso della Gran Bretagna, se riuscirà mai a sopravvivere alla madre, il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte non deve avere accolto bene la notizia giuntagli da Roma del suo ex ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, che lo ha smentito sull’affare del Mes, o fondo europeo salva-Stati.

            Altro che i 26 -ventisei, in lettere- “sbugiardamenti” di Matteo Salvini, e in fondo anche del pur non nominato e tuttora alleato Luigi Di Maio, contati e attribuiti come altrettanti trofei  a Conte dall’ormai adorante Fatto Quotidiano riferendo della sua “informativa” alle Camere sul meccanismo europeo di stabilità, con annessi e connessi.

            Ospite con l’ex collega di governo Matteo Salvini di un convegno sull’Europa svoltosi in un albergoSalvini al convegno.jpg capitolino, l’ex ministro degli Esteri ha così risposto all’indiscreto direttore del Tempo Franco Bechis sulle discussioni e deliberazioni prese sul Mes e dintorni, secondo Testo Moavero.jpgl’informativa parlamentare di Conte, in Consiglio dei Ministri durante la stagione gialloverde della sua presenza a Palazzo Chigi: “Se per parlare intendano analisi approfondite, io non ne ricordo. Se intendiamo averlo menzionato di tanto in tanto, è stato menzionato”.

            La puntualizzazione, chiamiamola così, di Enzo Moavero Milanesi coincide con la rivelazione fatta dall’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria il giorno prima dell’informativa di Conte alle Camere e ignorata dal presidente del Consiglio nella presunzione, evidentemente, di esorcizzarla con la benevolenza, se non vogliamo chiamarla complicità, di buona parte dei giornali italiani.

            Tallonato, in particolare, da  un ipercritico Giulio Tremonti, uno dei suoi predecessori nel Superministero nato con l’unificazione dei dicasteri del Bilancio, del Tesoro e delle Finanze, il professore Tria rivelò nella trasmissione televisiva domenicale condotta da Lucia Annunziata che in un suo passaggio decisivo il Mes non fu portato in Consiglio dei Ministri, precisando che non fosse quella la sede, evidentemente per valutazione del presidente Conte.

            Questi purtroppo sono i fatti. E se non coincidono, o non coincidono perfettamente, con quelli riferiti dal presidente del Consiglio prima alla Camera e poi al Senato sventolando fogli, citando organismi, date, nomi e quant’altro, alternandoli con pause oratorie ad effetto di cui è obiettivamente e lodevolmente diventato maestro da autodidatta, non risultando sue partecipazioni a corsi teatrali o simili, temo che la colpa non sia del caso. O non solo del caso. Ma penso anche, francamente, che ciò non basti lo stesso ad avvalorare quell’accusa un po’ troppo cervellotica, e tutta politica, o da campagna elettorale permanente, di alto tradimento rivolta a Conte da Salvini, che lo ha scambiato per il capo dello Stato: l’unico che possa essere chiamato a rispondere di questo reato, e neppure in un tribunale ordinario, ma davanti alla Corte Costituzionale.

            Siamo solo alle prese con un affaraccio politico, e col diritto non pregiudicato del Parlamento di dire l’ultima parola con la ratifica o no di un eventuale trattato internazionale, o comunitario, come preferite.

 

 

 

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Altro cortocircuito tra Londra e Roma nei rapporti di Conte con Di Maio, e Di Battista

            Dalla lontana Londra -per sua fortuna, dato che a Roma avrebbe fatto ridere l’uditorio, specie dopo il gelo che li ha clamorosamente divisi nell’aula di Montecitorio durante l’informativa Conte.jpge il dibattito sul meccanismo europeo di stabilità- il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha detto che con Luigi Di Maio “si sente quotidianamente e non c’è alcuna divisione”: un Di Maio, si presume, in veste sia di ministro degli Esteri, sia di capo della “delegazione” grillina nell’esecutivo sia di capo, ancòra, del Movimento 5 Stelle. Che è -per chi lo avesse dimenticato consultando i risultati di tutte le elezioni parziali o locali svoltesi nell’ultimo anno in Italia- il maggiore partito della coalizione governativa e, più in generale, del Parlamento eletto il 4 marzo 2018 per la sua diciottesima edizione, o legislatura.

            Sempre da Londra, a “colloquio” con l’inviata del Fatto Quotidiano Paola Zanca, incaricata di seguirlo nella missione per il vertice della Nato, Conte ha assicurato di essersi “chiarito” con Di Maio, Il Fatto.jpgtanto critico sul cosiddetto fondo europeo salva-Stati da non averne condiviso e tanto meno applaudito la relazione informativa alla Camera. E deve essersi chiarito a tal punto da avergli già concesso -parole virgolettate nel titolo del  giornale diretto da Marco Travaglio- di “lavorare per il rinvio sul Mes”. Che non è una marca di sigarette ma l’acronimo del già citato meccanismo europeo di stabilità.

            A Roma, tuttavia, mentre Conte cercava di spegnere l’incendio, per quanto metaforico, esploso nella sua maggioranza gialloverde sui rapporti con Bruxelles e, più in generale, sul modo in cui stare o rimanere nell’Unione Europea, dalla quale invece a Londra hanno deciso di uscire, si alzavano altre fiamme dal maggiore partito di governo. In particolare, Di Maio, forse forte proprio del “chiarimento” vantato in Gran Bretagna da Conte, ha ribadito la “centralità” del suo movimento, “ago della bilancia” -ha spiegato- anche per sciogliere il nodo del fondo europeo salva-Stati. Che non può essere accettato e tanto meno firmato dal governo italiano senza preventive o contemporanee contropartite in materia di unione bancaria e di assicurazione sui depositi, in una logica di “pacchetto”.

            L’annuncio, avvertimento e quant’altro di Di Maio -affidato a facebook e prontamente condiviso dal l’amico e insieme concorrente Alessandro Di Battista, oggi in aspettativa come ex deputato ma destinato probabilmente a prenderne il posto come capo se Beppe Grillo non riuscirà a contenere o governare il pur “magico” caos che, parole sue, è “nella natura” del Movimento 5 Stelle- ha forse riaperto Rolli.jpgsperanze di implosione della maggioranza gialloverde nella Lega di Matteo Salvini e dintorni, ma ha provocato ulteriore allarme nel Pd. Il cui capogruppo alla Camera Graziano Delrio ha letteralmente gridato in una intervista a Repubblica: “Di Maio ci ricatta”. Delrio a Repubblica.jpgE si riferiva anche ad altri contenziosi aperti nel governo, come quello della prescrizione, che il segretario del Pd in persona, Nicola Zingaretti, ha diffidato dall’abolire dal mese prossimo dopo la sentenza di primo grado, come stabilito dalla cosiddetta legge spazzacorrotti in vigore, senza avere prima concordato il modo di accelerare veramente i processi per evitare che un cittadino, magari anche assolto nel primo giudizio con una sentenza contestata in appello dall’accusa, rimanga o diventi un imputato a vita.  

 

 

 

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Le facce più espressive delle parole nello scontro in Parlamento sul Mes

               Senza farsi prendere né da titolo un po’ troppo disfattista dei “Pagliacci in Parlamento” sparato Napoletano.jpgsu tutta la prima pagina dal Quotidiano del Sud di Roberto Napoletano, né dalIl Fatto.jpg troppo entusiastico bottino vantato dal Fatto Quotidiano di Marco Travaglio con quelle 26 reti che Giuseppe Conte avrebbe segnato contro Matteo Salvini “sbugiardandolo” sul cosidddetto Mes o fondo europeo salva-Stati, si può ben dire che per una volta tra Camera e Senato le facce hanno contato più delle parole.

            Più che gli argomenti, le accuse, le contro-accuse, gli insulti e i sarcasmi, compresa la ormai irriducibile e personale acrimonia di Conte verso Salvini, prima minacciato addirittura sui giornali di querela per calunnia e poi accusato in Parlamento di “disinvoltura” e “resistenza a studiare i dossier”, che il presidente del Consiglio avrebbe scoperto e per un bel po’ anche tollerato tenendoselo accanto sia come vice presidente del Consiglio sia come ministro dell’Interno nell’esperienza del governo gialloverde; più che gli argomenti, le accuse e quant’altro, dicevo, a dare un senso all’appuntamento parlamentare sul Mes è stata la mimica. Ad un certo punto ci si poteva anche tappare le orecchie, o da parte dei presidenti delle assemblee staccare l’audio, per consentire di capire meglio la situazione, come a volte verrebbe voglia di dire di certe partite di calcio quando il telecronista non ci piace o non ci convince.

            A fissare il banco del governo mentre si svolgeva il dibattito sulle informazioni di Conte si capiva bene solo la distanza fisica, umorale e politica fra il presidente del Consiglio e il capo della “delegazione” grillina e ministro degli Esteri, che pure era seduto alla sua sinistra. Luigi Di Maio sembrava più un estraneo che un partecipe all’avventura di Conte, che dal canto suo, per quanto arrivato a quel posto per designazione e alla fine per imposizione del movimento pentastellato, sembrava l’altra metà, anche fisica, del ministro piddino dell’Economia Roberto Gualtieri, sedutogli accanto a destra. Che poteva ben essergli non il vice presidente unico del Consiglio, come aveva cercato di diventare durante la crisi il collega di partito Dario Franceschini, ma il co-presidente, se mai si dovesse riuscire a istituire una carica del genere imitando i giornali, dove a volte c’è il condirettore, oltre al direttore.

            Questa scena sembrava peraltro fatta apposta per moltiplicare il disagio di Di Maio, che non a caso, o non a torto, da tempo viene generalmente descritto nei retroscena di stampa indeciso se sospettare più del rapporto privilegiato fra Conte e il Pd o della fiducia che il presidente del Di Maio.jpgConsiglio gode personalmente presso Beppe Grillo: il fondatore, il garante, l’”elevato” o elevatissimo del Movimento 5 Stelle. Dove Di Maio, per quanto supportato o minacciato -secondo i gusti- dalla promessa di stargli “più vicino” appena fattagli a Roma  dal comico davanti ai Fori imperiali, si sente un po’ la foglia d’autunno sull’albero, come nella celebre rappresentazione ungarettiana del soldato allo stremo nella prima guerra mondiale.

            Più partivano dai banchi leghisti affollati, contro quelli semideserti dei grillini, richiami alla posizione  di Di Maio e amici critica quanto la loro sul fondo europeo salva-Stati e più il ministro degli Esteri abbassava lo sguardo e volgeva il busto a sinistra, come per allontanarsi maggiormente dal presidente del Consiglio. Che peraltro egli si era ben guardato dall’applaudire al termine del discorso informativo. Questo imbarazzante spettacolo è stato risparmiato al Senato solo perché Di Maio non vi è andato per niente quando Conte si è trasferito a Palazzo Madama per riferire anche all’altro ramo del Parlamento.

            Per tornare a Montecitorio, la più scatenata contro il presidente del Consiglio, gridandogli addosso come in una piazza e reclamandone le Borghi.jpgdimissioni, è stata Giorgia Meloni.Meloni.jpg Eppure Conte, come per volerla distinguere dal leader leghista assente in quell’aula e non perdere il filo di cordialità di una recente partecipazione ad una festa dei fratelli d’Italia, aveva manifestato “stupore” per essersi messa anche lei sulle posizioni d’attacco del Carroccio, risparmiandosi solo le sarcastiche risate opposte ai banchi del governo dal salviniano Claudio Borghi.

            Al Senato invece Salvini si è fatto vedere e sentire gridando “vergogna” al presidente del Consiglio e dichiarandosi solo incapace di dire, praticamente, chi avesse più mentito sulla vicenda del Mes fra lo stesso Conte e il ministro dell’Economia. Ma, a proposito sempre di mimica, e a parte il tentativo dei leghisti subito represso dalla presidente Casellati di rappresentare Conte come un Pinocchio qualsiasi col naso allungato dalle bugie, la cosa che deve essere apparsa più sgradita al presidente del Consiglio è l’amichevole scambio di saluti Savlni e Renzi.jpgfra lo stesso Salvini e Matteo Renzi, che è un socio di maggioranza più temuto della stessa opposizione a Palazzo Chigi perché i suoi senatori basterebbero e avanzerebbero a far cadere il governo, se lo volessero. Essi sono sicuri  che, nonostante il malumore crescente nel Pd e le minacce perduranti di Franceschini delle elezioni anticipate, questa tormentata legislatura potrebbe sopravvivere anche ad un’altra crisi ministeriale e, soprattutto, ad un altro presidente del Consiglio.

             Avversari per la pelle in agosto, quando il loro consueto Briatore.jpgscontro diretto consentì il passaggio dalla maggioranza gialloverde alla maggioranza giallorossa, Salvini e Renzi si sono incrociati sorridendo e scambiandosi i pugni chiusi e l’appellativo di compagni. D’altronde, quel diavolo di comune amico e ammiratore Flavio Briatore, fuori e dentro i suoi locali, li ha già sognati insieme in un governo prossimo venturo.

 

 

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Il Presepe mancato a Palazzo Chigi col vertice sul fondo europeo salva-Stati

             Non poteva di certo essere scambiato per il Presepe appena raccomandato a tutti dal Papa, durante la sua visita a Greccio nella prima domenica dell’Avvento, quello allestito in serata a Palazzo Chigi dal presidente del Consiglio col vertice di governo e della maggioranza, o qualcosa di simile, sul tema che la sta dividendo più clamorosamente e pericolosamente in questi giorni: il cosiddetto fondo europeo salva-Stati. Che i grillini, ritrovandosi d’accordo con gli ex alleati leghisti, contestano nel testo concordato a Bruxelles e in corso di firma, diciamo così, pur in un contesto temporale di circa due mesi.

            In attesa di quello che il quotidiano La Repubblica, sotto il titolo ad effetto di avvertimento sulla prima pagina “Così salta tutto”, ha voluto annunciare per oggi come “lo scontro in Parlamento Repubblica.jpgtra Conte e Salvini”, nell’aula evidentemente del Senato, dove siede appunto il leader leghista oggi all’opposizione, si è consumato nel vertice di Palazzo Chigi uno scontro tutto interno, e ben più decisivo, alla coalizione giallorossa di governo. Che, nell’assenza esclusiva e non casuale dei renziani,  ha raggiunto il massimo della tensione, e insieme della incoerenza, quando Luigi Di Maio- nella triplice e imbarazzante veste di capo ancora del movimento grillino, di capo della delegazione pentastellata nell’esecutivo e di ministro degli Esteri, le cui competenze non sono certamente estranee a trattative o iniziative a livello europeo- ha sostenuto che al punto in cui sono arrivate le cose il governo deve “tenersi fuori” dalla vicenda e rimettersi praticamente alla sorte di una mozione parlamentare pentastellata. Sulla quale potrebbe ricostituirsi sul piano formale -guarda caso- la convergenza con i leghisti critici della condotta di Conte  e del contenuto sinora noto dell’intesa sul Mes, inteso come meccanismo europeo di stabilità.

            Se non a smentire, almeno ad inficiare la convinzione più volte espressa da Conte, e ribadita nel vertice, che sia stata sollevata dai leghisti, e condivisa dai grillini, una questione fatta di “fesserie” e “calunnie”, meritevoli persino di una querela a Salvini, solo se questi avesse il coraggio di rinunciare all’immunità garantitagli dall’articolo 68 della Costituzione nell’esercizio del suo mandato parlamentare, è intervenuto l’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria. Che, in un confronto televisivo con uno dei suoi predecessori, il forzaleghista Giulio Tremonti, si è lasciato scappare qualcosa che obiettivamente dà più ragione alle critiche e proteste di Salvini e Di Maio che alle reazioni stupite, anzi scandalizzate, di un presidente del Consiglio convinto che le trattative sul cosiddetto fondo europeo salva Stati, condotte proprio da Tria negli ultimi mesi del governo gialloverde, si fossero svolte in un clima di totale trasparenza e informazione.

            Ebbene, pur difendendo il proprio lavoro e i risultati raggiunti nel difficile rapporto soprattutto Tria.jpgcon gli olandesi e i tedeschi, che avrebbero voluto regole potenzialmente più svantaggiose per l’Italia, Tria ha rivelato che “in Consiglio dei Ministri non se ne parlò mai perché non era quello il luogo”. Egli ha inoltre precisato di non averne parlato neppure con Salvini e Di Maio per il semplice fatto che i due non erano i suoi vice ministri, ma i vice del  presidente del Consiglio Conte. Solo  quest’ultimo quindi avrebbe potuto o dovuto sentirsi vincolato a informarli di ciò di cui egli era stato riferito  dal ministro dell’Economia.

            Da ex titolare del Superministero di via XX Settembre, del quale si è letteralmente perso il conto delle dimissioni preannunciate o minacciate e poi smentite o rientrate, spesso per l’intervento dissuasivo del presidente della Repubblica, durante la convulsa stagione gialloverde che sembra proseguire in altri colori, Tria potrebbe essere anche sospettato, a torto o a ragione, di avere deciso di cominciare a togliersi qualche sassolino delle scarpe.

 

 

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