C’è dunque qualcuno, almeno in Italia, e non so se finalmente o purtroppo, che riesce a contendere lo spazio nelle prime pagine dei giornali a quel megalomane del presidente americano Donald Trump, che trascorre le sue giornate alla Casa Bianca sospendendo o riaccendendo le guerre sue e dei concorrenti che ha nel mondo. O coprendo di insulti più gli alleati che i nemici.
Si tratta del ministro della Cultura -con tanto di targa di bronzo applicata sulla facciata del palazzo che lo ospita- Alessandro Giuli. Che ha appena sfidato il suo partito, lo stesso della premier Giorgia Meloni, e un po’ anche il governo licenziando praticamente in tronco il segretario tecnico e quello personale, inutilmente difesi in particolare dal sottosegretario del cuore della presidente del Consiglio Giovambattista Fazzolari. Quello della testa, o della ragione, è Alfredo Mantovano, almeno sinora risparmiato alle polemiche guadagnatesi invece in altre vicende col concorso anche della solita magistratura. Che, magari, troverà il tempo e il modo per occuparsi pure dell’affare che sembra all’origine della crisi esplosa daccapo nel Ministero della Cultura, relativa questa volta al mancato finanziamento di un documentario sul povero Giulio Regeni, ucciso in Egitto da sciagurati ancora protetti dal presidente Al Sisi. L’altra esplosione riguardò l’allora ministro Gennaro Sangiuliano, saltato su e per una sua relazione intima.
Giuli, il ministro dandy per l’abbigliamento che ostenta, comprensivo di stivali e papillon, o il ministro più dandy non volendo fare del tutto torto ad altri, è riuscito a superare se stesso dopo essersi rumorosamente scontrato col collega di partito e di professione giornalistica Pietrangelo Buttafuoco, il presidente della Biennale di Venezia scambiato per un collaborazionista di Putin nella guerra all’Ucraina.
Più che delle sue vicende più o meno personali nell’esercizio delle funzioni di governo, mi colpisce personalmente di Giuli, di chi lo ha nominato, voluto, raccomandato, e dei suoi predecessori di segno politico opposto, l’avventatezza della Cultura alla quale è finito intestato un Ministero creato apposta più di 50 anni da Aldo Moro, addirittura con un decreto legge, per Giovanni Spadolini. Che da uomo colto davvero, e giornalista pure lui come Giuli e Sangiuliano, volle invece che fosse intestato ai “beni culturali”. Anche in questo, altri tempi e altri uomini.
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