Il solito Prodi fra rimpianti e moniti agli oppositori della Meloni

       Il 21 aprile, cioè domani, non sarà il solo il 2.769.mo compleanno di Roma, fondata nel 743 avanti Cristo. Sarà anche -ma soprattutto per Romano Prodi e tuttora amici e ammiratori- il 30.mo anniversario, tondo tondo, della vittoria elettorale dell’Ulivo, simbolo della prima coalizione di centrosinistra della seconda Repubblica, sul centrodestra di Silvio Berlusconi. Che aveva vinto due anni prima perdendo però rapidamente la sua maggioranza per l’abbandono di Umberto Bossi.  

       Vincere in quelle condizioni di divisione e naufragio dello schieramento opposto non era francamente difficile. Anche se Romano Prodi, incoronato capo dell’alternativa a Berlusconi da Massimo D’Alema, ha cercato ieri di far credere ai lettori della Stampa, in una intervista autocelebrativa, che l’impresa fosse invece quasi disperata. Egli sentiva all’inizio la sua come una semplice “barchetta”, diventata via via lungo la campagna elettorale “una flotta”, ma sempre di barchette. E venne la vittoria, secondo lui, per un’ondata di emozioni e partecipazione diffusasi fra la gente. Ondata che oggi -si è doluto l’ex premier- manca agli aspiranti all’alternativa al centrodestra di Giorgia Meloni, pur dopo la vittoria referendaria contro la riforma costituzionale della magistratura, perché non vi è ancora traccia di un loro programma comune. Vi sono invece troppi aspiranti a capeggiare la coalizione.

       Facciano tutti gli ambiziosi -ha praticamente detto e ammonito Prodi- quello che fece lui, imbastiscano cioè un programma per motivare gli elettori sulle cose concrete da fare o ottenere, e potranno anche loro aspirare a vincere.

       Nell’euforia del ricordo della sua avventura, assecondata dalla Stampa anche fotograficamente, Prodi si è dimenticato di dare il rilievo che merita ad una circostanza che è stata comune alle sue due esperienze a Palazzo Chigi: nel 1996, trent’anni fa, e nel 2006, dieci anni dopo, con l’Unione al posto dell’Ulivo un po’ rinsecchito. La circostanza è la breve durata di quei due governi. Il primo dei quali, come ha ricordato l’intervistatore di Prodi, Fabio Martini, pur essendo composto come ministri da “due ex premier, un ex governatore della Banca d’Italia, due futuri Capi dello Stato”, cadde in un anno e mezzo, sostituito da altri tre governi di breve durata presieduti due da D’Alema e uno da Giuliano Amato grazie all’aiuto di Francesco Cossiga e qualche profugo del centrodestra.

       Quel primo governo Prodi cadde non perché avesse governato male ma perché Fausto Bertinotti gli ritirò l’appoggio avendo perduto voti per strada o, peggio, temendo di perderne. Perché non potrebbe riaccadere all’eventuale successore di Meloni a capo di una coalizione di partiti tutti essenziali per la tenuta della maggioranza?

       Della caduta del secondo governo Prodi, nel 2008, fu responsabile Clemente Mastella, già del centrodestra, dimettendosi da ministro della Giustizia per essere finito con l’intera famiglia nel mirino della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetera. Ma anche perché la nascita del Pd, in cui erano confluiti post-comunisti, post-democristiani e cespugli vari a vocazione “maggioritaria”, come diceva il primo segretario Walter Veltroni, comportava il rischio alle elezioni successive che i 500 mila voti di Mastella in Campania non fossero più decisivi per la maggioranza. Fu un’altra crisi per inadempienze non programmatiche ma umorali. Sempre possibili, anche oggi e domani.         

La prodigiosa memoria di Giuseppe Conte, che ancora ricorda le sue tre candeline…..

       Attenti, il presidente americano Donald Trump non è il solo politico che vanta un rapporto diretto con Dio, dal quale si sente protetto anche nelle sue guerre e tregue più o meno riuscite inseguendo il premio Nobel della pace. Gli fa buona compagnia in Italia l’amico “Giuseppi”, l’ex premier che ha appena raccontato ad Aldo Cazzullo, sul Corriere della Sera, di avere conosciuto da bambino Padre Pio e di averlo a lungo pregato dopo la morte, sino a quando non ha cambiato interlocutore rivolgendosi direttamente a Dio, appunto.

       La memoria dell’infanzia da parte di Conte è eccezionale. Ha raccontato all’intervistatore di quelle tre candeline -solo tre- spente avendo accanto i suoi genitori. Personalmente non riesco a rammentarmene neppure dieci.

       Se si ricorda bene da bambino, figuriamoci da giovane, quando per esempio Conte scoprì politicamente Ciriaco De Mita, il segretario più a sinistra che ebbe la Dc, sentendosi “molto vicino”. Ma poi cominciò a votare per i radicali di Marco Pannella, che stava a De Mita francamente come il cavolo e la merenda. Nel 2018, non prima, quando non certo casualmente divenne presidente del Consiglio su designazione del Movimento 5 Stelle, cominciò a votare per il partito di Beppe Grillo. Lo fece con tanta convinzione e ambizione da finire poi, notoriamente, per estromettere il fondatore, garante, elevato e quant’altro e prenderne il posto nel movimento. Una carriera relativamente fulminante, vivendo ora il 2026.

       Da presidente del Consiglio in due edizioni opposte, di destra con Matteo Salvini vice presidente e ministro dell’Interno e di sinistra con ministri del Pd anziché della Lega, Conte ha affinato tanto la già forte memoria infantile e adolescenziale da poter raccontare bene, come nessun altro potrebbe, la disavventura capitatagli di perdere Palazzo Chigi, pur avendovi lavorato meglio di tutti i suoi predecessori, secondo nella graduatoria di Marco Travaglio solo a Camillo Benso conte, pure lui, di Cavour. Che pure Palazzo Chigi, a Roma, non lo aveva mai visto dalla sua Torino e tanto meno sperimentato.

       A fargli perdere Palazzo Chigi -ha raccontato l’ex premier a Cazzullo- dopo avere strappato all’Unione Europea un bel po’ di miliardi dei quali ancora vivrebbe l’Italia, per quanto male amministrati dai successori, sarebbero stati quelli che noi chiamiamo comunemente e genericamente poteri forti, italiani e internazionali, meglio rappresentati da Mario Draghi. Che in effetti  lo sostituì, non spinto da Matteo Renzi, che se ne vantò e se ne vanta ancora sentendosi Mandrake, ma muovendosi di suo dietro le quinte e la falsa rappresentazione di un uomo stanco della lunga fatica di presidente della Banca Centrale Europea e desideroso solo di riposarsi.

       Richiesto di dare una prova, un indizio dei maneggi di Draghi, che lui poi avrebbe contributo a punire sbarrandogli la strada del Quirinale alla scadenza del primo mandato di Sergio Mattarella, l’astuto, enigmatico Conte ha risposto suggerendo di rivolgersi a Massimo D’Alema. Dal quale egli avrebbe appreso appunto di quei maneggi. Chissà se l’ex premier, pure lui, il primo e sinora unico post-comunista salito alla guida di un governo in Italia, avrà mai la voglia e l’occasione di raccontare i fatti anche a noi…..

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Roberto Scarpinato si scopre adesso prigioniero della politica

Roberto Scarpinato, 74 anni, già procuratore generale a Palermo, ora senatore della Repubblica a 5 Stelle e membro della commissione parlamentare antimafia, che si trova ad occuparsi anche di lui per il ruolo svolto negli anni Novanta nella gestione di un’indagine, dossier e quant’altro su mafia e appalti, è inconsapevolmente prigioniero della politica. Alla quale è passato, da ex magistrato, il più scortato d’Italia quando indossava la toga, accettando la candidatura alla Camera offertagli personalmente e orgogliosamente dall’ex premier Giuseppe Conte, presidente del movimento che fu di Beppe Grillo.

       E’ stata una scelta, quella politica di Scarpinato, che ha finito per farlo partecipare ad una pratica che ora, provata un po’ sulla sua pelle, egli deplora vigorosamente, come nel suo stile, sentendosi inquisito e persino processato, in una sovrapposizione e confusione di funzioni, per la sua passata attività di magistrato.

       Forse anche per questo, e non solo per il clima sopraggiunto alla vittoria referendaria, il mese scorso, della riforma costituzionale della magistratura, Scarpinato ha recentemente auspicato, scrivendone sul Fatto Quotidiano, l’autoscioglimento della commissione parlamentare antimafia presieduta dalla sorella d’Italia Chiara Colosimo. O il suo blocco, la sua volontaria rinuncia al lavoro assegnatole con tanto di legge, compreso quello proposto dalla premier Giorgia Meloni, parlandone in Parlamento, di occuparsi anche delle possibili infiltrazioni mafiose in tutti i partiti, compreso o a cominciare dal suo.   

       Si potrebbe anche concordare in linea di principio con Scarpinato quando coglie la contraddizione, a dir poco, fra l’archiviazione giudiziaria chiesta dalla Procura della Repubblica di Caltanisetta di un’indagine riguardante anche il ruolo dell’allora procuratore generale di Palermo di un dossier dei Carabinieri su mafia e appalti, e la convinzione espressa davanti alla commissione parlamentare dal capo stesso di quella Procura che vi fosse stato un nesso fra quel dossier e le stragi che costarono la vita nel 1992 prima a Giovanni Falcone, a Capaci, e poi a Paolo Borsellino, sotto casa della madre.

       Ma un’inchiesta parlamentare, come dimostrano precedenti clamorosi, a cominciare dal delitto Moro, dal terrorismo e dalle stragi, ha di particolare proprio quello di non attenersi alle sole procedure e valutazioni giudiziarie.

       Per essere coerente con i dubbi e le proteste che esprime oggi, quando si è trovato -ripeto- a vivere in prima persona la realtà di un’inchiesta parlamentare, Scarpinato avrebbe dovuto quanto meno evitare di parteciparvi, o correrne solo il rischio entrando nella commissione che ora sembra entrargli stretta, quanto meno. Una commissione della quale fa parte come vice presidente anche il  collega deputato ed ex magistrato Federico Cafiero De Rhao. Pure lui, per diaboliche coincidenze, trovatosi ad occuparsi del suo stesso lavoro alla Procura Nazionale antimafia, dove si sono raccolti dossier e si sono trafficate notizie, prevalentemente a scapito di esponenti del centrodestra, che hanno fatto rizzare i capelli al capo della Procura di Perugia Raffaele Cantone quando vi ha lavorato sopra.

       La politica, lo so bene raccontandola da una vita, è una brutta bestia. Non è, come anche l’attività giudiziaria, un pranzo di gala, una gita fuori porta. Ancor meno lo sono, l’una e l’altra, quando si intrecciano e si sovrappongono, o confliggono. Ne converranno insieme, Scarpinato e De Rhao, senza limitarsi a festeggiare la prevalenza della magistratura sulla politica nel risultato del referendum svoltosi il mese scorso.

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Gli imprevisti di vivere sotto gli occhi e gli umori di Donald Trump

       Sono trascorsi 50 anni dalla morte di Mao e continua a riproporsi la sua leggendaria soddisfazione, da rivoluzionario, per la “grande confusione sotto il cielo”. Ma questa volta il rivoluzionario che gode non è in Cina ma negli Stati Uniti. Il cui presidente Donald Trump si traveste da Gesù, scomunica a suo modo il Papa peraltro connazionale, forse proprio per questo più indigesto, accorda e tronca amicizie, apre guerre e tregue come gli capita.

Trump avrebbe procurato vertigini anche a Mao. Ora le procura soprattutto agli alleati occidentali, come si sono chiamati per una ottantina d’anni nel mondo spartito a tavolino a Yalta dai vincitori della seconda guerra mondiale. Alleati ai quali il presidente americano ha dato lo sfratto, diffidandoli peraltro dal solo affacciarsi allo stretto di Hormuz, nel Golfo Persico, di cui aveva provocato la chiusura bombardando l’Iran ma che è appena riuscito a fare riaprire o addirittura allargare in cambio di chissà che cosa. Se ne occuperanno forse più storici che cronisti.  

       Poiché non si fidano abbastanza chiaramente degli umori imprevedibili di Trump, un bel po’ di ”volenterosi”  amici europei, interni e esterni all’omonima Unione, si sono incontrati a Parigi proponendosi di rendere la riapertura dello stretto di Hormuz stabile e sicura, sminandone le acque e presidiandolo con una missione certificata internazionalmente. Non l’avessero mai fatto, alimentando peraltro la fantasia di una versione nuova della Nato, ristretta all’Europa e non più “tigre di carta”, come l’ha ridotta Trump protestando in fondo contro se stesso. Il presidente americano ha ammonito gli “estranei” a tenersi alla larga dal terreno e dalle acque di cui si occupa lui.

       Le immagini giunte da Parigi anche alla Casa Bianca non debbono essere piaciute a Trump. Specie quelle dell’abbraccio fra il presidente francese Emmanuel Macron e la premier italiana Giorgia Meloni, che è mancato poco non cadesse a terra per l’allegria procuratale da qualche battuta dell’amico ritrovato. Che poi, aggravando probabilmente gli umori di Trump, ha posato per la foto ufficiale con l’ospite, all’Eliseo, strizzando l’occhio destro.  Entrambi peraltro hanno assaporato, prima lui e poi lei, l’ebbrezza di scontri pubblici col presidente americano. Che potrebbe ripetere con la Meloni il trattamento riservato a Macron quando rivelò il contenuto di alcune conversazioni precedenti per dargli praticamente del falso, doppiogiochista, traditore e simili.

       Certo, è dura la fatica di vivere in un mondo e con interlocutori del genere. Ma non se ne può fare a meno, purtroppo. E bisogna cercare di sopravvivervi, evitando di essere riportati all’”età della pietra” come un Iran qualsiasi.

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La fantasia allegramente stampata sia a sinistra che a destra

       C’è molta, anche troppa fantasia maliziosa a sinistra, d’accordo. Come la sceneggiata attribuita ieri sul Fatto Quotidiano a Trump e alla Meloni. Il primo accusando, per esempio, l’altra di non collaborare alle sue guerre, compresa quella verbale al Papa pur americano, e la Meloni facendogli da settimana usare la base di Aviano per il trasporto di mezzi utili ai bombardamenti dell’Iran prima della tregua in corso. Ma ce n’è, anche troppa, di fantasia maliziosa pure a destra.  Quella, per esempio, stampata oggi sulla prima pagina del Giornale – non partecipe come altri di analogo orientamento politico allo sciopero per il rinnovo del contratto di lavoro- che ha visto in un editoriale uscito ieri sul Corriere della Sera un “ritorno” di Walter Veltroni, l’ex primo segretario del Pd, finalizzato alla corsa al Quirinale fra tre anni, alla scadenza del secondo mandato quasi regale di Sergio Mattarella. Regale come quello, doppio anch’esso ma interrotto- di Giorgio Napolitano. “Re Giorgio”, titolevamo in Italia e all’estero, in spirito per niente critico verso di lui.

       Ho personalmente da ridire su quel “ritorno” di Veltroni.  Quando mai, una volta assunto con contratto dal Corriere della Sera come editorialista dal suo amico e compagno Luciano Fontana, che aveva giù collaborato con lui all’Unità, l’ex segretario del Nazareno ha smesso di scrivere e di guadagnarsi il dovuto onorario? E perché mai gli uomini della sinistra e dintorni dovrebbero votarlo alla presidenza della Repubblica dopo che lui li ha declassati a “Tafazzi” per la corsa alle primarie di Palazzo Chigi, diciamo così, che hanno aperto, fra Schlein, Conte e altri più o meno volenterosi e probabili candidati alla guida di un nuovo governo, dando per “scontata” ciò che non è? Cioè la vittoria nelle elezioni politiche dell’anno prossimo sulla falsariga di quella referendaria del mese scorso contro la riforma costituzionale della magistratura.

       Con lo stesso metro di giudizio, e di fantasia, dovremmo iscrivere alla corsa al Quirinale, a sinistra, anche il novantenne Achille Occhetto che proprio oggi ha ricordato dalle colonne del Tempo alla segretaria del Pd Elly Schlein e ai suoi concorrenti a Palazzo Chigi che la vittoria elettorale dell’anno prossimo “bisogna sapersela guadagnare”, non essendo scontata neppure per lui. Che, d’altronde, ha assaporato personalmente la delusione quando nel 1994 improvvisò la famosa “gioiosa macchina da guerra” a Silvio Berlusconi, che invece vinse atterrando direttamente a Palazzo Chigi da Arcore.

       Sempre con lo stesso metro di giudizio e di fantasia, di fronte a quella foto del Papa sulla prima pagina del suo Osservatore romano che libera al volo una colomba bianca, dovremmo metterlo in competizione col connazionale presidente Trump per il premio Nobel della pace. Al quale, travestito nei giorni scorsi da Gesù Cristo, l’inquilino della Casa Bianca si è riproposto per avere strappato a Israele una tregua in Libano. E per stare trattando con l’Iran pur essendosi proposto di riportarlo all’età della pietra.

Se non si pensa mai abbastanza male degli avversari politici

Alle prese con la politica in generale, ma con quella italiana in particolare, non si è mai abbastanza maliziosi, come già raccomandava il tanto citato Giulio Andreotti. Che si vantava di “azzeccarci” ogni volta che pensava male, appunto, di qualcosa o di qualcuno.

       E’ durato solo 24 ore il sospetto, timore e quant’altro che finisse per essere rappresentata a sinistra, e dintorni, come una sceneggiata il duro scontro avvenuto fra Trump e Meloni, o viceversa. Il Trump “scioccato” dal giudizio severamente critico espresso dalla Meloni sui suoi attacchi al Papa,  pur o soprattutto americano, che non condivide le guerre apocalittiche che il presidente degli Stati Uniti apre, conduce, interrompe e riprende per far tornare il nemico di turno all’”età della pietra”. La Meloni scioccata a sua volta dalla reazione di Trump, che l’ha accusata praticamente di non avere il coraggio che proprio lui le aveva internazionalmente attribuito dandole della “fantastica”. Scioccata, ripeto, anche lei e orgogliosa di avergliene cantate più forte di chiunque altro.

       Si sono sprecati commenti e vignette sui due “ex amici” e sulle  derivabili prospettive di politica estera e interna. Ma ieri un giornale che Giuseppe Conte stesso ha raccontato di leggere ogni giorno, e forse qualche volta ispira con l’autorità conferitagli dal direttore che lo considera il migliore presidente del Consiglio avuto dall’Italia dopo Camillo Benso di Cavour, ha gridato e stampato in rosso sangue in prima pagina: “Macchè rottura”. E’ naturalmente Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Che questa volta ha declassato a inutile la rubrichetta della Cattiveria che sistema ogni giorno in fondo pagina. Qualche volta, lo confesso, anche spiritosa ed efficace davvero nella sua stringatezza, quasi di scuola montanelliana, che d’altronde Travaglio ha frequentato in gioventù.

       La prova della sceneggiata, di quel “macchè rottura” è stata trovata o indicata nell’intenso traffico militare nella base americana di Aviano, al Nord, dove da un bel po’ di settimane  transitano armi e mezzi utili alla guerra all’Iran, impediti invece di recente dal governo italiano nella base di Sigonella, al Sud.

       Conte, per tornare a lui,  “Giuseppi” come lo chiamò una volta Trump e gli è rimasto attaccato addosso per la variabilità delle sue opinioni e maggioranze realizzate prima a Palazzo Chigi e poi fuori, nello scontro pur farlocco fra  lo stesso Trump e Meloni è riuscito a dare, sotto sotto, sorprendentemente ragione al presidente americano. Che egli ha considerato “tradito” -testuale-  per chissà quale impegno preso con lui dalla Meloni e cestinato per difendere il Papa che elettoralmente pesa in Italia più che altrove.

       Anche nella gestione politica e propagandistica della rottura, vera o presunta, fra Trump e Meloni l’ex presidente pentastellato del Consiglio ha trovato l’occasione e il modo di distinguersi dalla segretaria del Pd scavalcandola nella corsa alla leadership del campo largo dell’alternativa al centrodestra. E praticamente contestandone, pur tra saluti e bacini quando si incontrano nelle piazze e nei corridoi, la solidarietà al governo espressa con spirito istituzionale e bipartisan, nella impegnativa aula di Montecitorio, dopo gli attacchi del presidente americano.

       Le cosiddette primarie rimangono insomma, con la sua ambizione di tornare a Palazzo Chigi, al centro dell’azione e dei pensieri di Conte. Al quale deve avere criticamente pensato Walter Vetroni, il primo segretario del Pd, in questo passaggio, fra gli altri, del suo editoriale di ieri sul Corriere della Sera.: “Tutti a parlare di primarie e a immaginare scenari che non si realizzeranno mai, fumosi, stantii, arzigogoli che prevedono, tanto tutto è già vinto, chi andrà a Palazzo Chigi, chi al Quirinale, chi alla presidenza di Camera e Senato”.

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La primavera sfiorita del Conte tolemaico del campo largo

Vedrete se prima o dopo, ma più prima che dopo, non si sosterrà a sinistra che la polemica esplosa fra la premier italiana Giorgia Meloni e il presidente americano dopo l’attacco di Trump al Papa connazionale, che non gli sarebbe grato, fra l’altro, dell’aiuto da lui ricevuto nella successione al sudamericano Bergoglio al vertice della Chiesa, sia una grande sceneggiata. Alla quale Trump si sarebbe prestato, con la reazione alle critiche della Meloni in difesa del Papa, per aiutarla a sottrarsi ai continui assalti delle opposizioni in Italia per la sua “subalternità” alla Casa Bianca.

       A questa rappresentazione della sceneggiata ci è andato vicino, molto vicino, nella sua stagione primaverile anche sul piano politico e librario, l’ex premier Giuseppe Conte. Che, parlandone con i giornalisti alla Camera, ha rinnovato i suoi attacchi alla premier, infastidito del credito accordatale invece dalla segretaria del Pd Elly Schlein con un discorso patriottico, diciamo così, di difesa dagli attacchi rivoltegli da un Trump “scioccato” dalla sua mancanza di “coraggio”. E dagli “aiuti” negatigli nelle guerre in cui è impegnato, sino a negargli recentemente l’uso della base di Sigonella per gli aerei americani destinati al conflitto in Iran.

       Per Conte la premier italiana resta subalterna alla Casa Bianca e, in più, “ambigua”. Di questa presunta ambiguità l’ex premier pentastellato si era già spinto forse a parlare recentemente in un incontro conviviale per niente riservato con l’ambasciatore personale di Trump in Italia, diverso da quello ufficiale che lavora in via Veneto fra le bandiere a stelle e strisce di Palazzo Margherita. Se non l’aveva ancora fatto, lo farà probabilmente la prossima volta., con la confidenza di quel “Giuseppi”, al plurale  come le sue esperienze e maggioranze politiche, conferitogli da Trump già nel primo mandato presidenziale.

       Scrivevo della primavera di Conte, cominciata anche politicamente per lui e per le sue ambizioni con la vittoria referendaria del no, il mese scorso, alla riforma costituzionale della magistratura.  Una vittoria sulla quale ha messo il cappello, diciamo così, non più snobbando o ignorando le primarie del cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra ma accettandole, le più aperte possibili naturalmente, per eleggere il candidato a Palazzo Chigi nella prossima legislatura, se alla sinistra dovesse davvero capitare di vincerle.

       Nella visione tolemaica che, a torto o a ragione, poco importa a questo punto sul piano dell’analisi, si avverte nella posizione, nella linea, nelle scelte, negli umori dell’ex premier, che peraltro già conosce bene Palazzo Chigi per esservi stato con due maggioranze diverse, anzi opposte, Conte non si lascia distrarre da nulla. Lui persegue il suo obbiettivo senza se e senza ma. E se la Schlein, con la quale pure si sta accordando o si è già accordato per una manifestazione pacifista insieme nel mese prossimo, avverte il bisogno, l’opportunità, direi anche la decenza di solidarizzare con la premier e il governo in carica in un difficile passaggio della congiuntura internazionale, lui trova un argomento, un’occasione in più per contrapporsi. Più che un carro lanciato sulla strada delle primarie, delle quali sempre più numerosi sono gli esponenti del Pd, e non solo del Pd, che dubitano temendo il peggio, Conte sembra diventato un paracarro. E magari ne sarà anche orgoglioso. E ci scriverà sopra un altro libro per regalarci nuovi retroscena.

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Portata ed effetti della rottura fra Meloni e Trump sul Papa americano

       Il presidente americano non ha dunque gradito il guano che Stefano Rolli, nella sua seconda e ben riuscita vignetta in pochi giorni su Trump, ha fatto scaricare nella prima pagina del Secolo XIX sui suoi capelli dalla premier italiane Giorgia Meloni, dopo l’attacco “inaccettabile” al Papa. Forse ancora più inaccettabile delle guerre che l’alleato, si fa per dire, non riesce a spegnere o addirittura apre nel mondo con la “prepotenza” rimproveratagli allusivamente dal connazionale salito l’anno scorso al vertice della Chiesa.

       “Scioccato” dalle proteste della Meloni, peraltro non le prime dopo le scaramucce sulla Groenlandia e sulla condotta dei militari italiani nella passata guerra in Irak, Trump le ha ritirato il “coraggio” riconosciutole più volte, anche nella Casa Bianca ricevendola come una mezza regina. E l’ha praticamente insultata procurandole in Italia la solidarietà espressa in Parlamento dalla segretaria del principale partito di opposizione, Elly Schlein. Una solidarietà doppia, di genere e politica. Un miracolo, direi, pensando a quello attribuitosi da Trump travestito da Gesù al capezzale di un infermo più di là che di qua.

       Su ciò che è accaduto fra Trump e Meloni, o viceversa, si sono sprecati titoli e immagini giornalistiche: rottura, strappo, divorzio, scaricamento, ponte crollato e altro ancora.

       Ma senza nulla togliere a tutto questo sul piano internazionale, con tutti gli effetti che potranno derivarne nella prosecuzione del mandato di Trump alla Casa Bianca, mi sembra notevole anche lo strappo e quant’altro consumatosi sul piano interno, a sinistra, fra la Schlein solidale con la Meloni e il suo concorrente alla guida della cosiddetta alternativo, Giuseppe Conte. Che ha rinnovato alla premier l’accusa di rapporti quanto meno ambigui, se non ancora di sudditanza, al presidente americano. Col cui ambasciatore personale a Roma, diverso da quello ufficiale, l’ex premier ha appena avuto tuttavia un incontro conviviale, per niente coperto da riservatezza, che di solito si cerca, si organizza e si svolge non per scambiarsi insulti. Conte rimane pur sempre il “Giuseppi”, al plurale come le sue politiche e maggioranze, apprezzato da Trump nel suo primo mandato alla Casa Bianca.

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Se Trump si traveste da Gesù, ma anche da Stalin attaccando il Papa

Il passato ogni tanto ritorna. Generalmente nel male, qualche voltanel bene.

       Nel male come nel caso del presidente americano Donald Trump, che ha dato del “debole” al connazionale Robert Francis Prevost salito, sul trono di Pietro grazie non allo Spirito Santo ma a lui, che dalla Casa Bianca seppe influenzare i cardinali di Santa Romana Chiesa nel Conclave seguito alla morte di Papa Francesco, il sudamericano Jorge Mario Bergoglio.  

Questa debolezza, ripeto, di Leone XIV è la stessa rimproverata, anzi derisa un’ottantina d’anni fa da Stalin interrompendo i suoi interlocutori di Yalta che avevano un certo rispetto, chiamiamolo così, per Pio XII, il Papa italianissimo allora regnante.  “Di quante divisioni dispone?”, chiedeva Stalin di quello che lui considerava un rompiscatole disarmato.  E gli altri zitti, non potendo appendersi alle divise pur michelangiolesche delle guardie svizzere. E Stalin si fermò li, non arrivando a paragonarsi, pur con i suoi trascorsi in seminario, né a Dio che Trump invece vede a sua somiglianza, né a Gesù, nel quale il presidente americano si è riconosciuto benedicente, quanto meno, se non salvifico, né nello Spirito Santo in quella rappresentazione fatta dell’elezione di Papa Prevost grazie a lui. Una Trinità blasfema, della quale si rifiutato di scusarsi di fronte allo sgomento e alle proteste sollevate dalle sue parole contro il Papa, persino nel palazzo romano dove lavora e governa l’Italia Giorgia Meloni. Che nelle polemiche delle opposizioni temo rimarrà la “favorita”,  “subordinata” eccetera eccetera del presidente americano anche dopo avere definito “inaccettavili” le sue invettive contro il Papa.

       Il passato ritorna invece, con gli adeguati aggiornamenti, nel bene a Budapest con la vittoria elettorale di Peter Magyar su Viktor Orban, reduce da 16 anni di potere condiviso o apprezzato internazionalmente più da Putin, al Cremlino, che dai soci dell’Unione europea a Bruxelles. Eppure l’Ungheria era rimasta nel cuore di tanti, in Europa e fuori, per il generoso, quanto tragicamente fallito tentativo 70 anni fa di sottrarsi alle dipendenze dell’allora Unione Sovietica.

       E’ stato proprio il vincitore delle elezioni ungheresi a richiamarsi agli “anni del comunismo” per rinnovare la promessa e l’impegno elettorale di restituire al suo Paese la dignità di quell’antica rivolta contro Mosca, dove oggi governa non un anticomunista ma semplicemente un post-comunista come Putin. Che non fa neppure tanto mistero di una certa nostalgia di Stalin e delle sue abitudini e visioni internazionali, in una concezione imperialistica della Russia di cui stanno facendo le spese da più di quattro anni di guerra gli ucraini. I quali possono ora sperare di poter contare sulla solidarietà magiara negata loro da Orban.

       Ah, i corsi e ricorsi storici di Giambattista Vico, di cui abbiamo celebrato l’anno scorso i 300 passati dalla sua “Scienza nuova”.

Pubblicato siul Dubbio

La blasfema Trinità del presidente americano Donald Trump

       Come al solito i vignettisti hanno saputo superare con la loro ironia gli editorialisti nella rappresentazione dei fatti. Stefano Rolli sul Secolo XIX ha tradotto l’attacco del presidente americano Donald Trump al Papa, americano peraltro come lui, nella domanda che una guardia svizzera pone ad un’altra guardia: “Fammi capire, abbiamo il nucleare?”. Come l’Iran bombardato da Trump, appunto.

       Non so francamente se ci sia sempre più metodo o meno nella follia amletica e nella blasfemia del presidente americano. Che già prima di essere rieletto alla Casa Bianca si era un po’ paragonato a Dio, vedendo poi nella sua protezione il segreto della vittoria presidenziale, E’ di ieri l’immagine esposta per qualche ora elettronicamente di lui come Gesù che guarisce o comunque benedice un infermo. Sempre di ieri è l’immagine metaforica dello Spirito Santo attribuitasi sempre dal presidente americano sostenendo, insinuamdo e quant’altro di avere fatto salire l’anno scorso l’allora cardinale e connazionale Prevost al vertice della Chiesa, dopo la morte del sudamericano Papa Francesco.

       E lui, Papa Leone XIV, ingrato e armato solo delle guardie svizzere, si permette di criticare le guerre di Trump e i suoi contorni. Lui, sempre Papa Leone XIV, “debole” e “pessimo in politica internazionale”. E’ seguito, dopo le reazioni negative levatesi un po’ da tutto il mondo, persino in Italia dalla premier Giorgia Meloni che ne appoggia la scalata al premio Nobel della pace, il rifiuto di scusarsi. Anzi, la conferma del suo attacco verbale. Che un Papa per niente intimidito, parlandone con i giornalisti, ha fatto ridurre sulla prima pagina del suo Osservatore romano, senza farlo peraltro nominare, a un richiamo di “cronaca” alle sue parole di risposta al presidente degli Stati Uniti: “Non sono un politico, parlo di Vangelo. Ai leader del mondo dico: basta guerre”. Parole, ripete, di Leone XIV, cui Trump ha contrapposto il fratello Luigi preferendolo. E magari conferendogli qualche onorificenza, salvo ritirargliela dopo qualche ultimatum, o penultimatum dei suoi per intervenuta indegnità.

       Di fronte a simili storie di ordinaria follia o blasfemia  di Trump gli americani meritano la solidarietà umana per averlo ancora come presidente.  

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