Falso allarme al Senato sulla tenuta della maggioranza e del governo

       Sotto un titolo sulla “Destra nel  caos” La Repubblica di carta ha così riassunto in prima pagina una giornata difficile, diciamo così, trascorsa dalla maggioranza: “Al Senato spunta una mozione del centrodestra che chiede di rivedere l’obiettivo del 5% per le spese della difesa, così come concordato in ambito Nato, alla luce- testuale– della situazione economica e delle priorità nazionali. Poi il passaggio viene eliminato”.

       “Governo bollito”, ha gridato entusiasticamente il solito Fatto Quotidiano di Marco Travaglio  scrivendo impropriamente, direi, di  “un successo delle opposizioni unite”, come se fossero state loro, favorevoli quindi al mantenimento dell’obiettivo del 5% delle spese per la  difesa concordato con la Nato, a segnare la  rete della partita.

       Conti e ragionamento chiaramente non tornano. Se qualcuno ha fatto cambiare la mozione della maggioranza al Senato è stato evidentemente un governo per niente bollito. Nella persona, debbo presumere, del ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha sollevato la maggioranza, questa volta senza ridere, come l’allora futura premier Giorgia Meloni in una celebre foto di partito.

Se il “successo” delle opposizioni si è tradotto nell’intervento riuscito di Crosetto, senza avere incontrato nella maggioranza difficoltà di sorta con quel fisico peraltro di corazziere che si trova, parlerei piuttosto di una loro autorete. O di un loro tiro in porta fallito, come preferite, parato da Crosetto, ripeto, con quelle mani che si ritrova.

       La notizia insomma, per stare alle regole e alla logica dell’informazione, non sta tanto nel testo originario della mozione della maggioranza quanto nella sua modifica, o rinuncia. L’ombrello del governo ha insomma funzionato. E di questo le opposizioni impegnate alla costruzione dell’alternativa, per ora senza un programma e senza un leader, hanno ben poco di compiacersi.

Ripreso da http://www.startmag.it

C’è Mario Monti al telefono con stile e ironia tutta andreottiana….

       Il professore, senatore a vita, ex commissario dell’Unione Europea, ex presidente del Consiglio Mario Monti ha avuto la cortesia di telefonarmi -con stile e ironia che mi hanno ricordato felicemente Giulio Andreotti- per sfidarmi a indicare un’occasione in cui lui si fosse proposto per un altro passaggio tecnico e bipartisan a Palazzo Chigi nella prospettiva, credo, di una crisi in questo scorcio di legislatura  o di un pareggio elettorale l’anno prossimo. Evidentemente è questa l’impressione maliziosa che gli ho dato riconoscendogli il merito, il realismo, il senso di responsabilità e quant’altro delle critiche mosse alle opposizioni dalle colonne del Corriere della Sera chiudendosi come in un fortino alla proposta formulata loro in Parlamento dalla premier Giorgia Meloni di non limitarsi  ad attaccarla, ma di dare anche una mano in una congiuntura internazionale eccezionale come quella che stiano vivendo. Con un presidente americano che ha appena deciso un’altra guerra all’Iran ma contemporaneamente di sospenderla, o di prolungare la precedente tregua.

       Ma io, come ho detto all’interessato, non ho per niente attribuito a Monti un’autocandidatura a Palazzo Chigi, pur essendo andreottianamente malizioso, cioè  convinto che a pensare male si faccia peccato ma spesso, se non sempre, s’indovina. Ho anche polemizzato amichevolmente su facebook con un lettore, Giorgio Riondino, anche lui pratico dei palazzi della politica, che immaginava Monti interessato al Quirinale del 2029. Per il quale -gli ho ricordato- l’ex presidente del Consiglio ormai non ha più l’età, come ha scritto di recente un altro ex presidente del Consiglio come Giuliano Amato contestando Libero che l’aveva iscritto d’ufficio alla corsa al Colle.

       Ho soltanto espresso la condivisone, che confermo, delle critiche mosse da Monti alle opposizioni nell’esercizio delle loro funzioni, più spesso esasperato che ragionevole, a dir poco.

Le mani (ri)pulite di Antonio Di Pietro nei rapporti con la stampa

La sconfitta subita con noi -o come noi- nel referendum sulla riforma costituzionale della magistratura, da lui sostenuta fra la sorpresa e l’imbarazzo di tanti ex colleghi di toga e nostalgici degli anni delle cosiddette “mani pulite”, non ha fermato l’evoluzione di Antonio Di Pietro. O la involuzione, come preferisce forse chiamarla la tifoseria del passato, quella dei cortei milanesi di manifestanti che reclamavano sempre più manette ai polsi di politici e affini sospettati delle pratiche di Tangentopoli. ”Facci sognare”, gridavano quei manifestanti proprio a Di Pietro, che era diventato più famoso dei suoi superiori o colleghi più attrezzati di lui nell’uso della lingua italiana. Di cui l’allora sostituto procuratore aveva inventato una variante da lui stesso chiamata, con spavalda ironia, “dipietrese”, comprensiva anche di una certa mimica fuori e dentro i tribunali.

       Sconfitto con noi, ripeto, nel referendum sulla riforma della magistratura, scampata alla separazione delle carriere e altro, Di Pietro ha voluto partecipare, condivendola, alla manifestazione promossa congiuntamente dall’Unità di Piero Sansonetti e dal Riformista di Claudio Velardi, contro le querele tanto facili quanto arbitrarie, il cui solo annuncio intimidisce spesso chi le subisce, a cominciare naturalmente dai giornalisti e, generalmente, dai loro editori.

       Di Pietro conosce bene questa pratica per avervi contribuito sia nella parte attiva, diciamo così, sia nella parte passiva, avendo promosso ma anche subìto iniziative giudiziarie. Era forse superato nella parte attiva dal collega Pier Camillo Davigo, che riuscì una volta a stupire pur il sornione e navigatissimo Paolo Mieli confermandogli che sì, usava raccogliere in una cartellina ostentata sulla sua scrivania col titolo “Per una serena vecchiaia”, o   giù di lì, gli articoli critici da contestare con cause per diffamazione o reati simili. Si sa poi com’è finita l’esperienza di Davigo quando gli è capitato di stare dall’altra parte del banco, diciamo così.

       L’evoluzione di Di Pietro- per tornare a lui- contribuisce ad allontanare sempre di più l’epoca, come ho già detto, delle cosiddette “mani pulite”, con le quali cominciò tutto. Inteso come sconfinamento della magistratura. O come “brusco cambiamento dei rapporti” fra  politica e giustizia, per restare alla certificazione datane al Quirinale da Giorgio  Napolitano scrivendo di Bettino Craxi e del “trattamento senza uguali” ricevuto come imputato di Tangentopoli. Ne scrisse, in particolare, in una lettera aperta alla vedova Anna nel decimo anniversario della sua morte in terra tunisina, da profugo o esule per gli amici o da latitante per i nemici irriducibili.

       Se la nostra sconfitta referendaria -permettetemi di scriverne al plurale- ha contribuito ad allontanarci di più da quella stagione para-rivoluzionaria, potremmo anche consolarci.

Pubblicato sul Dubbio

Quel “signor Mattarella” rifilato al presidente della Repubblica da Sinner

       Non per guastargli la festa, ma solo per lamentare l’abuso che ne ha fatto, mi pare disdicevole, a dir poco, quel “signor Mattarella” non credo sfuggito, ma dato in piena consapevolezza riduttiva al presidente della Repubblica da Jannik Sinner ricevendo dalle sue mani la coppa conquistata al Foro Italico prima di lui 50 anni fa dal campione italiano di tennis Adriano Panatta. Che lo ha abbracciato senza esserne respinto, per fortuna, o solo trattenuto.

       Seguito alla diserzione di  un’udienza al Quirinale perché  fisicamente stanco di un’altra competizione affrontata, quello stitico “signor Mattarella” dato al Capo dello Stato mi sembra semplicemente e duramente un’offesa, peraltro immeritata dal titolare più longevo della carica  di presidente della Repubblica e accessori. Far finta di niente e sorridere a quella che si vorrebbe considerare solo una gaffe inconsapevole lo considero un errore nei tempi che corrono di una distrazione o maleducazione di massa. Praticata del resto anche a livello internazionale, per esempio persino dal presidente americano Donald Trump parlando del connazionale Papa Leone XIV.

Ripreso da http://www.startmag.it

Il senatore a vita Mario Monti suona la fisarmonica sul Corriere della Sera

       Mario Monti, 83 anni compiuti a marzo, sì , proprio lui, il senatore a  vita che da “giovane anzianotto”, come avrebbe detto ai suoi tempi Amintore Fanfani, faceva sognare le mamme tedesche che avevano figlie da maritare, è tornato con la  fisarmonica sulla prima pagina del “suo” Corriere della Sera a suonare a favore, o quasi, della premier Giorgia Meloni. Che egli aveva invece scaricato nella campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura annunciando il no a causa del “contesto” anche internazionale nel quale, a prescindere dal merito di quella riforma, una vittoria del sì le avrebbe fatto perdere la testa.

       Ora che ha perduto il “suo” referendum e la testa non è  rotolata,  la premier meriterebbe la mano che ha recentemente chiesto, proposto e quanto altro alle  opposizioni per praticare una politica bipartisan -si dice così- nel percorso europeo di maggiore unità e forza di fronte ai colpi che il presidente americano Donald Trump assesta all’Unione. E che anche Mario Draghi, pur non essendo senatore a vita come Monti, considera ormai irreversibili reclamando un’Europa più reattiva.

       “Le opposizioni- ha scritto e ammonito Monti- potrebbero essere tentate, e sarebbe comprensibile dopo tre anni e mezzo di linea “muro contro muro” praticata  dal  governo, di lasciare che la  maggioranza marcisca come un frutto sull’albero della superbia e cada da sé. Ma oltre a non giovare all’interesse generale dell’Italia e dell’Europa, questo  compiaciuto distacco non credo gioverebbe alle stesse opposizioni. Il Paese-ha avvertito Monti, probabilmente convinto della impraticabilità di un suo nuovo governo tecnico di emergenza- anche nella parte cospicua che non apprezza questa maggioranza o che non va a votare, ha probabilmente bisogno di assistere a comportamenti adulti e responsabili da parte delle forze politiche”. Cioè dei partiti, o di ciò che ne rimane dopo la loro involuzione personalistica subentrata alla sciagurata soppressione del voto di preferenza che tutti, o quasi, chiedono di ripristinare ma nessuno, o quasi, vuole davvero.

Ripreso da http://www.startmag.it

Schlein, la pulzella del Nazareno, nella trappola della questione cattolica

       La segretariadel Pd Elly Schlein, 41 anni appena compiuti anche con gli auguri che le ho rivolto da queste pagine, chiamata nei corridoi parlamentari “la pulzella del Nazareno”, come Giovanna d’Arco ai suoi tempi “la pulzella d’Orleans, è riuscita a provocare, creare e quant’altro nel suo partito quella che potremmo definire “la questione cattolica”. Che si proietta anche oltre il Pd, formato notoriamente da una fusione molto fredda e malriuscita fra i resti comunisti e democristiani di sinistra. E invade il terreno delicatissimo di confine fra il centrodestra e il centrosinistra, e il bipolarismo che ne è derivato.

       Pur avvoltasi nella memoria di Aldo Moro celebrando con personalità del mondo cattolico i 48 anni trascorsi dalla morte, e che morte, del presidente della Dc  Schlein sta perdendo da un po’ di tempo pezzi importanti proprio di quella cultura. E non solo cultura.

 Non credo, personalmente e senza volere offendere l’interessato, che potrà bastare l’ex ministro della Cultura Dario Franceschini, immancabile nella scomposizione e ricomposizione delle maggioranze al Nazareno, a garantire quel poco ormai che rimane di cattolico nell’amalgama del Pd di memoria dalemiana.

       Anche un pezzo cattolico da Novanta come l’ex premier e mancato presidente della Repubblica Romano Prodi emette segnali frequenti di insofferenza per una che pure è cresciuta nel Pd, uscendone e poi rientrandovi giusto per fare la segretaria, facendo la prodiana. A lei il professore emiliano ricorda sempre più inutilmente che la vittoria referendaria contro la riforma costituzionale della magistratura non basta a prenotare quella delle elezioni politiche dell’anno prossimo, come crede, fra gli altri, il suo maggiore concorrente a Palazzo Chigi che è Giuseppe Conte, scopertosi recentemente anche lui moroteo, e non solo suo corregionale.

       Il vero, ultimo, visibile filo del Pd della Schlein col mondo cattolico da cui pretendeva di derivare con quel che era rimasto del Pci, è il medico Graziano Delrio. La cui famiglia composta di nove figli da sola basta e avanza per capire l’uomo, più delle sue esperienze di sindaco, sottosegretario, ministro, capogruppo parlamentare del Pd. Un uomo che è il più invitato e anche il più attivo nella promozione di convegni di cattolici impegnati ancora in politica e sofferenti nel Pd, o surrogati.

       Se la Schlein riuscirà a perdere anche lui in quel che rimane di questa legislatura, preferendo testardamente, come dice lei stessa, inseguire Conte nel cosiddetto campo largo della presunta o presumibile alternativa al centrodestra di una Meloni che non ha esitato a scegliere il Papa americano piuttosto che il presidente connazionale che lo attaccava; se la Schlein, dicevo, riuscirà a spazientire del tutto e a perdere anche Delrio, potrà anche risparmiarsi l’ultima fatica. Che sarà a quel punto la sconfitta elettorale l’anno prossimo. Neppure una udienza generosamente propiziatoria in Vaticano, oltre Tevere, potrà esserle di aiuto, ammessa e non concessa naturalmente la disponibilità del Papa a concedergliela,  e del Segretario di Stato cardinale Parolin a proporgliela.

       La questione cattolica, come l’ho chiamata, è la trappola peggiore nella quale si è infilata la Schlein con tutti i suoi passaporti. E i colori dei suoi abiti selezionati da una specialista.

Pubblicato su Libero

Il governo Meloni risparmiato, sinora, dalle polemiche sui morti italiani alle Maldive

       E’ noto ormai il livello al quale sono arrivate le opposizioni, che reclamano rapporti del governo al Parlamento e relative discussioni su tutto ciò che di male o di imprevisto accade nel mondo. E le induce a sospettare lo zampino personale della premier Giorgia Meloni o di qualcuno fra i suoi ministri e sottosegretari, se non tutti insieme per rappresentarli come un’associazione a delinquere. Bisognerebbe pertanto meravigliarsi dell’assenza di iniziative parlamentari, almeno sino al momento in cui scrivo, per la tragedia dei cinque turisti italiani morti nella profondità delle acque alle Maldive. Una profondità non sfuggita alla pur lontana Procura della Repubblica di Roma, dove hanno aperto il solito fascicolo d’indagine, per la sua superiorità enorme quasi doppia, a quella massima consentita dalle leggi locali.

       Il più esposto al paradossale rischio di responsabilità nella compagine governativa italiana è forse il ministro degli Esteri, e vice presidente del Consiglio, Antonio Tajani. Che è già incorso in polemiche e sarcasmi per il tempo che si lascia sottrarre nelle sue attività di governo, e di tutela degli italiani anche oltre i confini nazionali, dalla famiglia Berlusconi, a cominciare da Marina, la figlia del fondatore scomparso, nella gestione del partito che si chiama ancora Forza Italia. O è tornato a chiamarsi così, come alle origini, dopo la parentesi, pausa, distrazione ed altro  del Pdl, acronimo del partito delle libertà, in un plurale peraltro controverso nelle cronache e nei retroscena giornalistici.

       Il sogno di queste opposizioni ancora esaltate dalla vittoria insperata nel referendum contro la riforma costituzionale della magistratura, è di vedere affogare nelle acque delle Maldive anche il governo dell’odiatissima Meloni, prima che trovi, o ritrovi, il tempo di essere confermato dalle elezioni politiche dell’anno prossimo. E di trovare, magari,  per la sua maggioranza anche i numeri per condizionare,  due anni dopo, la successione al  presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il più longevo dei suoi predevessori.

Riecco Mario Draghi, col medaglione di Carlo Magno al collo….

       Di Mario Draghi, 79 anni da compiere a settembre, molto ben portati, ho appena lamentato la dabbenaggine compiuta a Palazzo Chigi, ancora fresco di nomina a presidente del Consiglio sostituendo Giuseppe Conte, di intestare alla Cultura il Ministero dei beni culturali per promuovere, diciamo così, il titolare Dario Franceschini, non potendolo nominare vice presidente del Consiglio per conto del Pd. Cosa che avrebbe comportato l’assegnazione di vice presidenze ai non pochi partiti della compagine ministeriale nata per essere prevalentemente tecnica. Si sa com’è finito ormai il Ministero della Cultura: una fonte, più che altro, di guai politici e personali.

       Sfortunato, diciamo così, in politica interna, considerando anche il mancato obiettivo del Quirinale postosi alla scadenza del primo mandato di Sergio Mattarella, quando vi aspiravano anche Silvio Berlusconi, Pier Ferdinando Casini e forse anche qualcun altro, Mario Draghi non ne sbaglia una, anche ora che è ex, in politica estera, più in particolare europea.

       Il conferimento, meritatissimo, del prestigioso premio Carlo Magno ad Aquisgrana gli ha dato l’occasione di una “scossa”, come l’hanno generalmente chiamata i giornali, all’Unione Europea nel pieno della crisi -è inutile ormai nasconderselo-dei rapporti con gli Stati Uniti. E mentre continua in Europa la guerra in Ucraina aperta da una Russia che pratica l’imperialismo senza più chiamarlo sovietico. Una Ucraina dove Draghi accorse in treno con altri leader europei appena cominciata la cosiddetta “operazione speciale” di Putin, improvvista per essere chiusa in un paio di settimane con l’eliminazione, forse anche fisica, di quel nazista truccato da ebreo che sarebbe ancora per il Cremlino il presidente Zelensky, in quella tenuta paramilitare contestata alla Casa Bianca anche da Trump.

       “Per la prima volta noi europei -ha detto Draghi col medaglione del premio Carlo Magno appeso al collo- siamo davvero soli…..Dobbiamo far fronte alla possibilità che gli Stati Uniti d’America non garantiscano più la sicurezza. E la Cina un’ancora alternativa, perché sostiene il nostro avversario, la Russia”.

       E’ un discorso. un ragionamento, chiamatelo come volete, anche la scossa ricorrente nei titoli dei giornali, di stile, ricordo. forza churchelliana, dal nome dell’intrepido statista britannico rivoltatosi nel secolo scorso all’accondiscendenza verso Hitler. Chi sia l’Hitler di oggi, non certo un altro tedesco, per quanto la destra vada forte in Germania, lo lascio alla vostra fantasia, o preveggenza.

Torniamo, per favore, al Ministero di Spadolini per i beni e le attività culturali

Il meno che si possa pensare, dire,lamentare del Ministero della Cultura dopo gli incidenti occorsi prima a Gennaro Sangiuliano e poi ad Alessandro Giuli, entrambi di destra orgogliosamente dichiarata e indossata, è il nome assegnatogli cinque anni fa, con tanto di decreto legge, dal presidente del Consiglio Mario Draghi cambiando quello assegnatogli 47 anni prima, nel 1974, dal premier Aldo Moro istituendolo.

       Creato apposta per Giovanni Spadolini su pressione del vice presidente del Consiglio e amico di partito Ugo La Malfa, e col pieno, entusiastico consenso del presidente della Repubblica Giovanni Leone, tutti grandi estimatori dell’ex direttore del Corriere della Sera, storico e quant’altro, a quel dicastero fu assegnata la tutela, testualmente, dei “beni culturali e ambientali” sottoposti sino ad allora alle competenze di più Ministeri o enti. Moro era arrivato a quella decisione, e a quel titolo, su richiesta dello stesso Spadolini, che mi risulta avesse reagito con fastidio all’ipotesi, prospettata da altri, di intestargli già allora la Cultura, con la maiuscola.  E’ roba da regimi, era sbottato Spadolini.

       A cedere alla Cultura, sempre con la maiuscola, fu nel 2021 il presidente del Consiglio fresco di nomina Mario Draghi per compensare, nei miei ricordi, il torto che il titolare tutore degli allora e ancòra beni culturali Dario Franceschini riteneva di avere subito non ottenendo formalmente la funzione, assegnatagli implicitamente come capo della delegazione del Pd al governo, di vice presidente del Consiglio. Draghi avrebbe dovuto nominarne anche altri, ciascuno in rappresentanza del proprio partito, ma preferì scontentare tutti. Salvo, ripeto, il buon Franceschini, con la sua barba, le origini democristiane e la vocazione incipiente di romanziere, intestando addirittura alla Cultura il suo dicastero al Collegio Romano. La cultura, questa volta con la minuscola, se permettete, con tutti gli annessi e connessi ideologici, politici, partitici, comprese le tentazioni di egemonie da contrastare o conquistare.

       Se Giorgia Meloni, più accorta o meno sprovveduta delle rappresentazioni che ne fanno avversari e antipatizzanti, tutti prima o dopo ospiti da Lilli Gruber nel salotto televisivo di Otto e mezzo su la 7, dove si finisce di parlare contro la premier anche discutendo d pomodori o piselli; se Giorgia Meloni, dicevo, volesse davvero bene a se stessa e al governo che sta portando al primato della durata nella storia della Repubblica, dovrebbe reintestare ai beni culturali il Ministero che le sta creando più guai che altro. Dovrebbe consigliarglielo, in fondo, lo stesso Giuli ,in qualsiasi abito da dandy di turno, per non doversi ritrovare nella situazione, appena capitatagli, di essere convocato a Palazzo Chigi, o di chiedere e ottenere udienza, per scusarsi di qualcosa e promettere di non farlo più:  dalle assunzioni o promozioni  alle destituzioni, sempre in nome della cultura, con la minuscola sempre più minuscola.

Pubblicato sul Dubbio

A ciascuno la sua prigione nel bipolarismo muscolare italiano

       Impossibilitata a parteciparvi al Senato, di cui non fa parte perché deputata a Montecitorio, la segretaria del Pd Elly Schlein ha voluto dare il suo contributo all’assalto al governo di Giorgia Meloni con una intervista al sempre ospitale, se non familiare, Corriere della Sera. Che l’ha sistemata in prima pagina con l’accusa alla premier di essersi “rinchiusa nel palazzo” dopo la sconfitta referendaria sulla riforma della magistratura, pur fingendo di aprirsi alle opposizioni con una riforma elettorale, per esempio, irricevibile perché funzionale solo ad un’altra vittoria  del cetrodestra, dopo quella di più di tre anni fa. ”Rinchiusa nel palazzo”, ripeto, come nella “bolla di gas” preferita come immagine da altri avversari.

       Ciascuno tuttavia ha la sua prigione in questa versione un po’ strimpellata, o muscolare come la chiama sul Riformista Claudio Velardo, del bipolarismo della politica italiana. Anche la Schlein, col Pd e ciò che ne rimarrà perdendo ogni tanto pezzi, di natura generalmente moderata, è rinchiusa nel campo largo “testardamente” perseguito con la partecipazione decisiva di Giuseppe Conte. Che vorrebbe anche guidarlo strappando nelle primarie la candidatura a Palazzo Chigi. Anzi, al suo ritorno, essendovi lui già stato con due governi e altrettante, opposte maggioranze guadagnandosi dall’ammirato Marco Travaglio il secondo posto nella graduatoria nazionale, monarchica e repubblicana, dopo un altro conte: Camillo Benso di Cavour.

       Da custode delle ambizioni del Conte con la maiuscola, Travaglio oggi ha attaccato e dileggiato proprio la Schlein per attaccarsi, nella sua corsa a Palazzo Chigi, a fantasmi politici, ormai, come l’ex presidente americano Barak Obama, che è andata a riverire a un raduno internazionale di democratici, progressisti e altro in Canada. Un Obama che negli otto anni trascorsi con due mandati alla Casa Bianca- gli ha contestato il direttore del Fatto Quotidiano-è riuscito ad abusare del premio Nobel improvvidamente conferitogli aprendo e conducendo più guerre di Trump. Il nostro Conte invece ne ha aperte e condotte solo due incruente: una, fallita, contro la povertà di cui fu annunciata la scomparsa dal balcone di Palazzo Chigi da un Luigi Di Maio infatuato del reddito di cittadinanza, e l’altra, quella vinta, contro la stabilità finanziaria. Che la Meloni invece si vanta di avere ristabilito già nel suo e non ancora concluso mandato alla guida del governo, prossimo anche al primato della durata.

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