Droni cadono anche sulla campagna referendaria in Italia a due settimane dal voto

       Droni dal golfo persico finiscono in qualche modo anche sulla campagna referendaria in corso in Italia sulla riforma costituzionale della magistratura. La guerra in Iran e quelle che vi sono collegate, persino in Ucraina, dove i droni iraniani sono largamente usati dai russi nella loro ostinata “operazioni speciale” cominciata nel 2022, hanno quanto meno distratto l’attenzione dal voto referendario italiano. E minore attenzione può equivalere a minore affluenza alle urne. Che, a sua volta, può favorire il fronte del no, dipendendo il sì, secondo quasi tutti i sondaggi da oggi non più pubblicabili, da un’alta partecipazione, almeno dal 50 per cento in su. Che pure è solo la metà dell’affluenza alle urne degli aventi diritto al voto. Neppure sufficiente, dovendo essere la metà più uno, a rendere valido il risultato di un referendum abrogativo di legge ordinaria, o parte di essa. Quello invece su una legge o costituzionale è senza quorum, bastando un voto in più per fare prevalere uno schieramento sull’altro, di qualsiasi dimensione finisca per rivelarsi l’elettorato.

       I signornò naturalmente fanno affidamento su quel “fantasma” del referendum che Massimo Franco definisce l’astensionismo sul Corriere della Sera. Vi fanno affidamento anche per riparare agli inconvenienti in cui sono incorsi dando dei criminali a quanti fanno propaganda per il sì o attribuendo idee e interviste false di morti eccellenti che non possono smentire direttamente. E la cui credibilità neppure dipende più di tanto dall’autorevolezza di chi ne difende e propone idee favorevoli alla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, ai rispettivi Consigli superiori e ad un’Alta Corte disciplinare. Dove non possa ripetersi il caso del giudice Guido Salvini, di Milano. Che, non iscritto all’associazione nazionale dei magistrati e a qualcuna delle sue correnti, ha impiegato sette anni, e la durata di due Consigli cosiddetti superiori, per essere assolto da una cervellotica “incompatibilità ambientale” contestatagli dalla Procura della Repubblica di Milano. Di che cosa vogliamo ancora parlare, signornò referendari, togati e laici? Noti e meno noti. Compreso l’apparentemente irreprensibile Gherardo Colombo, già sostituto procuratore proprio a Milano, che il caso Salvini dovrebbe ricordarselo bene. E che comunque ha dovuto appena fare i conti in televisione con l’ex collega Antonio Di Pietro. Per il quale il tempo non è passato invano, essendo oggi tra i più loquaci e scomodi sostenitori del sì referendario. Non lo mette a tacere neppure la paura di un drone…..

Walter Veltroni non cede alla tentazione referendaria del sì alla riforma della magistratura

E’ durata una decina di giorni, non di più, la tentazione del sì referendario alla riforma costituzionale della magistratura avvertita, almeno da me, in un editoriale di Walter Veltroni sul Corriere della Sera. Dove il primo segretario del Pd, in qualche modo restituito o tornato al giornalismo, al cinema e alla televisione dopo le amarezze procurategli dalla politica, aveva lamentato “l’estremismo quotidiano” della politica, appunto, che si era esteso anche alla campagna referendaria. Un estremismo- scrisse il 20 febbraio- da “asilo infantile di chi usa il governo come un santino o l’effige del demonio”. Un diavolo deciso, nel caso della riforma approvate dalle Camere, a togliere alla magistratura l’autonomia e l’indipendenza pur confermate a parole nel testo modificato dell’articolo 104 della Costituzione.

       E’ durata, dicevo, la tentazione veltroniana del sì una decina di giorni perché, intervistato dalla Repubblica di carta, forse reduce dalla festa dei 90 anni di Achille Occhetto, alla quale non era  mancato con amici e compagni di una vita, egli ha voluto soddisfare a sorpresa, almeno -ripeto, per me,  la curiosità di Stefano Cappellini su come voterà il 22 marzo. “Quando si cambiano -ha detto- sette articoli della Costituzione non si può uscire dal Consiglio dei Ministri dicendo che il testo è blindato. La Costituzione si cambia insieme, dialogando. Siccome in questa scelta e nella campagna elettorale si vede un’ispirazione di tipo più autocratico che democratico, io voterò no”. No e basta, senza alcuna concessione a quell’intercalare famoso del “ma anche” cui Veltroni ci aveva abituati da politico. Un no come quello, fra gli altri, di Massimo D’Alema e di Elly Schlein, in ordine alfabetico.

       Pur restituito, ripeto, al giornalismo, Veltroni ha seguito la vicenda preparatoria e parlamentare della riforma costituzionale della magistratura senza accorgersi dello sciopero, non del dialogo e del confronto, opposto dall’associazione nazionale dei magistrati, fresca di ricambio direttivo, e sostenuto, nella difesa di principi e abitudini “non negoziabili”, anche dai partiti solitamente schiacciati sulle sue posizioni. A quel punto o il governo rinunciava, come forse avrebbe voluto anche Veltroni, o andava avanti nel dovere, oltre che nel diritto, di realizzare un programma condiviso dalla maggioranza degli elettori nel voto di rinnovo delle Camere, nel 2022. O no? Tertium non datur, dicevano i latini, non i barbari.

       Del resto, anche la sinistra -questo almeno Veltroni dovrebbe ricordarselo perché era ancor totus politicus– ha modificato la Costituzione con la forza della sua maggioranza, facendo peraltro tanti danni ai rapporti fra lo Stato e le regioni da pentirsene. E da tentare inutilmente di porvi poi rimedio. E tutto solo per inseguire un’alleanza, mancata, con i leghisti ancora di Umberto Bossi. O sottrarli alla tentazione di ripristinare quella con Silvio Berlusconi che essi avevano interrotto fra le sollecitazioni, confessate poi dallo stesso Bossi, dell’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.

       Nella già citata intervista a Repubblica, prima di annunciare il suo no referendario, Veltroni ha detto, fra l’altro, che “nei suoi momenti migliori la sinistra è sempre stata un impasto di riformismo e radicalità. Ha vinto quando è stata in grado di suscitare -ha detto- un sogno e di corrispondere a questo sogno con decisioni radicali ma realistiche”.

Mi chiedo se possa essere considerato di un radicalismo realistico, che è un po’ un ossimoro, il confermato appiattimento della sinistra neppure tanto alla magistratura, composta anche da giudici e pubblici ministeri per niente contrari alla separazione delle loro carriere, ma ad un’associazione  correntizia  e “privata”, come la chiamano Claudio Martelli e Antonio Di Pietro in un’assonanza che dovrebbe pur dire qualcosa anche a Veltroni.

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Le affinità a sorpresa di D’Alema e Veltroni sul fronte del no

Anche Walter Veltroni – tu quoque- ha dunque deciso di votare no alla riforma costituzionale della magistratura nel referendum del 22 marzo.  Lo ha annunciato a Repubblica alla fine di un’intervista spiegando a Stefano Cappellini:  “Quando si cambiano sette articoli della Costituzione non si può uscire dal Consiglio dei ministri dicendo che il testo è blindato. La Costituzione si cambia insieme, dialogando. Siccome in questa scelta e nella campagna elettorale -ha detto- si vede un’ispirazione di tipo più autocratico che democratico, io voterò no”.

       E’ un po’ lo stesso discorso, o ragionamento, fatto di recente da Massimo D’Alema – col quale Veltroni si è trovato spesso in dissenso quando praticava la politica a tempi pieno o totalizzante- all’assorto Corrado Augias nella torre televisiva di Babele, su la 7. Un discorso o ragionamento da anni piuttosto lontani -Sessanta del secolo scorso- dell’”arco costituzionale” steso nella Dc da Ciriaco De Mita per chiudere la porta alla destra missina e socchiuderla al Pci pur arroccatosi nell’opposizione al centro-sinistra, ancora col trattino. Un arco oggi un po’ d’antiquariato perché tutti, ma proprio tutti i partiti che si intestarono la Costituzione finalmente repubblicana sono morti. Alcuni nemmeno di morte naturale, se pensiamo a quelli suicidatisi nella pratica del finanziamento illegale o decapitati dalla magistratura della stagione delle “mani pulite”.

       A parte tuttavia l’antiquariato dell’arco costituzionale di De Mita, la sinistra referendaria del no alla riforma costituziomale della magistratura. a carriere separate fra giudici e pubblici ministri e tutto il resto, è coerente solo con l’errore commesso da Veltroni  nel 2008 come primo segretario del Pd, fondato l’anno prima. L’errore, in particolare, di preferire Antonio Di Pietro a Marco Pannella nell’apparentamento elettorale. Il Di Pietro oggi autocritico e  favorevole alla riforma della magistratura  ma allora in politica col credito guadagnatosi come sostituto procuratore simbolo delle già ricordate “mani pulite”, che faceva “sognare” le folle   per le manette che le sue indagini procuravano ai politici non disposti a sottrarvisi confessando anche più di quanto non avessero fatto coi loro corruttori.

       Quella decisione di Veltroni di apparentarsi elettoralmente, ripeto, più col Di Pietro ancora giustizialista che con Pannella precluse al Pd i voti di cui aveva bisogno per diventare davvero maggioritario, come il segretario voleva. Voti fra i quali, per quel poco che valeva e vale, anche il mio. Voti che la sinistra probabilmente continuerà  a mancare col no referendario condiviso da Veltroni. Che pure avrei personalmente trovato in migliori condizioni con i tanti compagni o ex compagni schieratisi sul fronte del sì: dal presidente emerito della Corte Costituzionale Augusto Barbera all’ex ministro Cesare Salvi e a Claudio Petruccioli. Dei sì che non so quanto potranno resistere, e rimanere nel Pd, se dovesse vincere il fronte del no col conseguente rafforzamento dei vincoli fra la sinistra e la magistratura associata, diversa da quella più vasta che difende la sua autonomia e differenza dalle correnti pseudo-sindacali.

Pubblicato sul Dubbio

Achille Occhetto, il nonno della sinistra referendaria del no

Non per guastargli, tapino come potrò sembrargli, la festa dei 90 anni appena dedicatagli da compagni e amici a due passi dalla Camera, tutti felici e qualcuno anche sinceramente commosso, ma quell’opinione espressa da Achille Occhetto di un’Italia messa “peggio che durante il fascismo”, evidentemente per essere governata da Giorgia Meloni e alleati di centrodestra, mi sembra un’enormità degna solo di lui per tutti gli errori commessi quando gli capitò di diventare segretario del Pci. Di fargli poi cambiare nome nel furbesco tentativo di scampare al crollo del comunismo e di sfidare l’imprevisto Silvio Berlusconi con un’”allegra macchina da guerra” che gli costò prima la sconfitta. E infine il pensionamento anticipato disposto da Massimo D’Alema, “il deputato di Gallipoli”, come lo stesso Occhetto una volta lo chiamò con spirito più critico che geografico.

       Per rendergli omaggio, ricambiato dall’annuncio che sarebbe ben felice di votarla alle primarie per la leadership dell’alternativa al centrodestra, la segretaria Elly Schlein ha detto che il Pd non ci sarebbe se non ci fosse stato a suo tempo Occhetto. Certamente, ma in senso negativo, perché lo stato al quale è ridotta la sinistra, o la cosiddetta sinistra in Italia è l’effetto del corso impressogli da Occhetto quando gli capitò- ripeto- di guidarne la parte più consistente succedendo ad Alessandro Natta, sorpreso in ospedale, o quasi, dall’annuncio della successione.

       La sinistra, scampata secondo Occhetto al crollo del muro di Berlino, avrebbe potuto imboccare la strada dell’“unità socialista”, come la chiamava il segretario del Psi Bettino Craxi sventolandone le bandiere dalla sede nazionale del partito e offrendosi imprevedibilmente, dopo le elezioni del 1992, ad un percorso unitario nel governo o all’opposizione. Io gli dissi: “Bettino, sei matto?”. E lui mi rispose: “Tranquillo, mi diranno no”. E così avvenne con l’annuncio di Occhetto che quella dei rapporti col Psi era ormai una “questione morale” più che politica. Morale come nel 1981 Enrico Berlinguer aveva definito la questione dei rapporti del suo Pci, avvolto nella bandiera della “diversità”, con tutti gli altri partiti associati sino a meno di due anni prima alla maggioranza della famosa “solidarietà nazionale”.

       Piuttosto che trattare con Craxi l’unità socialista, che senza il muro di Berlino avrebbe potuto avrebbe potuto avere prospettive persino maggioritarie, Occhetto preferì assecondare l’offensiva giudiziaria contro il leader socialista per liberarsene defintivamente. E ridusse la sinistra sostanzialmente al guinzaglio della Procura di Milano e di tutte quelle che poi la scimmiottarono.

       Lo stesso Occhetto una volta ammise, tanto era evidente la situazione che si era creata con la sua scelta, che “purtroppo” la stagione di “Mani pulite” aveva compromesso la ricerca di quella che io chiamerei una “nuova sinistra”. E che l’allora segretario del Pds-ex Pci aveva avvertito, in un complesso di inferiorità di cui neppure si rendeva conto, come asservimento dei post-comunisti a Craxi.

       Occhetto è un leader, chiamiamolo così con generosità, nello spirito festoso del suo novantesimo compleanno, di cui avrebbero ben poco francamente di cui vantarsi gli eredi. E ben poco di cui essergli grati.   

       Il Pd di questa campagna referendaria, arruolato dalla Schlein nel fronte del no con i soliti Giuseppe Conte e Maurizio Landini, in ordine rigorosamente alfabetico, nonostante parti consistenti e autorevoli schierate invece per il sì alla riforma costituzionale della magistratura -una parte destinata forse a staccarsene prima o dopo- è l’eredità di Occhetto. Che potrebbe ben essere considerato meritevole dalla Schlein di assumerne la presidenza, dopo una generosa rinuncia di Stefano Bonaccini. O di quel che ne rimane dopo tutti i compagni di corrente o di area che egli ha perso per strada dopo il congresso in cui mancò la segreteria nel passaggio finale delle primarie condizionate dagli esterni.

Pubblicato su Libero

I morti manipolati nella campagna referendaria del no

       Peggiore dello scempio di cadavere, punito dall’articolo 410 del codice penale con una pena da uno a tre anni di carcere, è lo scempio di memoria, che si commette purtroppo senza rischiare nulla se non la faccia, non essendo stato codicizzato, diciamo così.

       Se n’è fatto uso nella campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura prima contro il compianto Giovanni Falcone e poi contro il compianto, pure lui, Giuliano Vassalli.

       Di Falcone ha abusato il capo della Procura della Repubblica Nicola Gratteri attribuendogli in una diretta televisiva la contrarietà alla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, segnalatagli con un messaggino telefonico  da un amico, presumo, che disponeva del suo numero. E che ha avuto il merito, fra l’altro, di sfatare ulteriormente la leggenda di Gratteri inquisitore già compromessa da tanti esiti delle sue retate, specie in terra calabrese, dove ha lavorato prima di arrivare a Napoli. Retate persesi per strada, nei processi, un bel po’ di sventurati, neppure tutti poi risarciti.

       Eppure, anche dopo quell’infortunio, a dir poco, viste le prove poi sopraggiunte di Falcone favorevole alla separazione delle carriere, Gratteri ha continuato e continua la sua campagna del no. Che, se dovesse vincere, chissà dove farà salire Gratteri, riparando anche al torto fattogli dal compianto Giorgio Napolitano negandone la nomina a ministro della Giustizia propostagli da Matteo Renzi.

       Di Vassalli, praticamente autore della riforma del processo penale, da inquisitorio ad accusatorio, ha abusato l’avvocato, anzi avvocatissimo Franco Coppi parlandone quasi come un allievo in un convegno del no organizzato in Campidoglio, fra gli altri, da Giuseppe Conte e Marco Travaglio. Ma ne ha abusato, contestandone il giudizio favorevole alla separazione delle carriere, o dubitandone, anche  Benedetta Tobagi, figlia di Walter, il mio carissimo amico e collega ucciso sotto casa da terroristi aspiranti ad essere arruolati dalle brigate rosse. Che non gli perdonavano di avere capito bene il terrorismo e di non considerarlo invincibile scrivendone sul Corriere della Sera.

       Giustizia per Vassalli è stata fatta pubblicamente dal giornalista inglese Torquil Dick Erickson, 81 anni, che ha recuperato un articolo scritto nel 1987 per il Financial Times, dopo un incontro con Vassalli presidente della Commissione Giustizia del Senato, e appunti e registrazioni da cui risulta che ancora prima di varare la sua riforma del processo penale il giurista prevedeva l’impossibilità di portarla a buon termine per il troppo potere di cui disponevano già allora i magistrati. I quali avevano reso quella del Parlamento una “sovranità limitata” come quella dei paesi di cui disponeva allora Breznev nell’est europeo.

       Capito, signori del no, a 18 giorni dal referendum? Brezneviani a loro più o meno insaputa.  

Ripreso da http://www.startmag.it il 7 marzo

La corsa del ministro Crosetto alle scuse per la trasferta personale a Dubai

       Al posto delle dimissioni reclamate a gran voce dalle opposizioni, nel processo mediatico e politico svoltosi col solito rito sommario, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha chiesto pubbliche scuse per il suo sfortunato viaggio a Dubai. Dove, raggiunti i familiari che già vi si trovavano, è stato sorpreso dal blocco dei voli seguìto alla guerra in Iran scatenata da americani e israeliani per interromperne i progetti nucleari di armamento. Nonché la protezione ad ogni sorta di terrorismo in Medio Oriente, e altrove.

       Il ministro ha dovuto rientrare a Roma con un volo di Stato appositamente organizzato in aeroporto omanita, lasciando sul posto i familiari, che forse avrebbero pure avuto il diritto di seguirlo per una parentela ancora legale in Italia. Ma essi hanno dovuto subire i danni collaterali, diciamo così, della demagogia. Da cui lo stesso Crosetto peraltro ha cercato di difendersi pagando di tasca propria, e di sua iniziativa, prima ancora di chiedere pubbliche scuse, il volo di Stato con una tariffa tripla rispetto a quella applicata per eventuali ospiti.

       Naturalmente le scuse del ministro della Difesa sono servite a poco, o nulla, essendo le dimissioni quelle reclamate dagli oppositori. Di quelle scuse, molto personalmente, non condivido il destinatario. Che non doveva e non deve essere il solito tribunale speciale e mediatico allestito contro di lui, senza neppure uno straccio di sorteggio, ma la sua famiglia. Lasciata sul posto, sia pure per una giornata soltanto, o quasi, e aggredita a distanza dalle opposizioni in Italia raccontandone di tutti i colori.  

Eppure lo chiamano ancora Consiglio…superiore della magistratura

Per certi versi ciò che fu in Sicilia Giovanni Falcone nelle indagini e nella lotta alla mafia, dovendosi guardare spesso più dai colleghi magistrati che dai mafiosi, riusciti comunque ad ammazzarlo ad ammazzarlo nella strage di Capaci, è stato a Milano Guido Salvini nelle indagini e nella lotta al terrorismo, per fortuna sopravvivendo come piccione al tiro dei suoi cosiddetti colleghi. E raccontando la sua esperienza in un libro intitolato proprio “Il tiro al piccione”, che meriterebbe di essere letto da quanti temono, addirittura, per la sorte del Consiglio Superiore della Magistratura e della disciplina interna, o domestica, delle toghe. Non sanno davvero, poveretti, di che cosa parlano, caduti nella trappola della campagna del no.

       Guido Salvini si occupava, dicevo, di terrorismo e finì nel mirino, più che dei terroristi, della Procura della Repubblica di Milano. Dove  qualcuno, gonfio del successo popolare delle indagini sul finanziamento illegale dei partiti, improvvisamente scoperto dopo anni di disattenzione, chiamiamola così, cominciò a non gradire il credito che per altri versi, senza clamori e forzature, si guadagnava il giudice Salvini. Contro il quale il Corriere della Sera si prestò a pubblicare l’’intervista del procuratore aggiunto Ferdinando Pomarici in qualche modo propedeutica ad un procedimento contro di lui presso il Consiglio superiore della magistratura per incompatibilità ambientale, finalizzato a destinarlo in chissà quale altra sede, sradicandolo dalla sua vita e dal suo lavoro.

       Ebbene, quel procedimento gestito non da uno ma da due Consigli Superiori della Magistratura succedutisi senza che il primo fosse riuscito a concluderlo, durò sette anni. E si concluse naturalmente con l’assoluzione, senza che Salvini ricevesse poi le scuse da nessuno. Dico: nessuno.  Eppure egli aveva subìto un blocco della carriera, pur in un sistema in cui una promozione per anzianità non si nega a nessuno, e una guerra di nervi, a dir poco, derivata dall’ambiente, diciamo così, in cui doveva muoversi fra alberghi romani e uffici e sale del Consiglio di autogoverno della magistratura. Il suo primo handicap, oltre all’invidia e simili non rari fra colleghi,, era quello di non avere mai fatto parte “per ragioni di indipendenza e di dignità personale, di alcuna corrente organizzata della magistratura”, come si legge nella terza pagina di copertina del suo libro autobiografico. Era quindi finito nel posto sbagliato, in una specie di tribunale speciale dove la corrente valeva più di qualsiasi avvocato e ragione di difesa.

       “Devi difenderti di giorno, acquisire gli atti che dovrebbero acquisire loro, riempire pacchi di carte con le tue difese al Csm, spedirle a Roma e poi essere interrogato dinanzi a quell’emiciclo. Ci pensi di motte”, racconta al presente Salvini la sua esperienza di magistrato accusato, fra l’altro, di avere avuto rapporti indebiti con i servizi segreti. “Il Csm -racconta ancora impietosamente Salvini- non è in grado o finge di non capire che rapportandomi senza inutile e plateale aggressività con il generale Sergio Siracusa, un ufficiale perbene, allora direttore del Sismi, ero riuscito per la prima volta, dopo le collusioni e i depistaggi dei decenni passati, a convincere il Servizio ad aprire i suoi archivi e a fornire molti contributi decisivi per le indagini”, ad  esempio, sulla strage di Brescia. Ma era l’indagine su un’altra strage, quella di Piazza Fontana, che si pretendeva segretamente di fargli lasciare, gli fu confidato da un collega non allineato della Procura di Milano.

       “Quando sei sottoposto per anni a un procedimento di incompatibilità ambientale -racconta ancora Guido Salvini- diventi un paria, un intoccabile” nel senso di appestato. “Nei corridoi i colleghi ti scansano o, quando proprio non possono, preferiscono far finta di niente. Più ancora della cattiveria di chi fa parte dell’apparato, in magistratura vige la viltà, è un costume diffuso. Del resto, ogni autocrazia si fonda sulla vigliaccheria della maggioranza”.

       Una “autocrazia”, appunto. E’ questa che per me è finalmente in gioco nel referendum del 22 marzo, difesa dal fronte del no alla riforma.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 7 marzo

Piccoli ayatollah crescono in Italia esercitandosi contro Crosetto

Ne hanno appena ammazzato uno in Iran, che dipendeva da lui, dai suoi ordini, dai suoi umori e naturalmente dalle sue preghiere più o meno d’ufficio.  Si tratta naturalmente di Alì Khamenei, ucciso nella sua residenza a Teheran, distrutta dagli israeliani grazie a informazioni americane nella guerra fra le più annunciate per la dovizia dei preparativi, anche o soprattutto americani, diffusi a mezzo stampa, come gli avvisi di garanzia in Italia.  La più grande disfatta, credo, dei servizi segreti, peraltro compiaciuti di se stessi per avere fatto il loro dovere di tradirsi, essendo state queste le istruzioni o gli ordini ricevuti dall’alto, o dall’altissimo. Una rinuncia alla riservatezza dettata dalla speranza che l’altra parte rinsavisse e si risparmiasse il peggio.

       Kamenei, che nella lotta al Satana americano e, più in generale, occidentale aveva voluto riscattarsi dalle compromissioni del suo predecessore Khomeini abbandonatosi in traffici d’armi con gli Stati Uniti di Reagan, ha avuto -scusate la franchezza- la fine che meritava dopo le repressioni sanguinose non solo del dissenso, ma semplicemente di chi gli capitava, diciamo così, a tiro. O  indossava indumenti non graditi alle sue guardie, manutengole della rivoluzione islamica. Spero, personalmente, che ci venga risparmiato il solito spettacolo, purtroppo, di un successore peggiore di lui.

       Ma ancor più delle successioni ayatollesche nel lontano Iran, a dispetto delle scommesse, aspettative e quant’altro del presidente americano, mi infastidiscono, a dir poco, i piccoli aytollah che crescono da noi, in Italia. Pronti allo sciacallaggio.  E ad alzare patiboli coi loro processi politici e mediatici, senza le lungaggini e le sorprese, qualche volta, dei processi ordinari, nei tribunali. Compresi i tribunali dei ministri per i quali è ancora previsto il preventivo passaggio parlamentare.

       Ha saltato tribunale dei ministri e Parlamento il titolare della Difesa Guido Crosetto salendo direttamente sul patibolo mediatico e politico per essersi lasciato sorprendere a Dubai, dove aveva raggiunto la famiglia, dalla guerra in Iran e dai suoi effetti collaterali. Tre volte colpevole: di essere andato a Dubai, appunto, sia pure a spese sue, di non avere saputo informarsi bene della situazione militare in Medio Oriente, nonostante i pubblici preparativi di guerra, e di ininfluenza internazionale,  insieme con la premier e collega di partito  Giorgia Meloni, per non avere ricevuto adeguate e tempestive informazioni né dagli americani né dagli israeliani, diversamente da quanto sarebbe accaduto col governo tedesco.

       Quando lo sventurato ministro Crosetto ha cercato di difendersi dagli attacchi e dalle insinuazioni, ha peggiorato la situazione, sommerso anche dal sarcasmo degli avversari. Prima di salire, senza la famiglia rimasta a Dubai, sull’aereo di Stato mandatogli da Roma per accelerarne e proteggerne il ritorno egli ha annunciato e disposto un bonifico bancario pari a tre volte la tariffa applicata agli ospiti di questo tipo di voli? Roba da “qualche migliaio di euro”, gli ha rimproverato o rinfacciato, scrivendo di “cortocircuito di Stato”, il giornale Domani. Che ha preso nel cuore del suo editore Carlo De Benedetti il posto della Repubblica di carta svenduta secondo lui, dai figli al nipote più graduato di Gianni Agnelli, peraltro stancatosi relativamente presto dell’acquisto, ora che sta vendendo a sua volta ad un armatore greco il quotidiano fondato 50 anni da Eugenio Scalfari.

       Allo spettacolo del patibolo non sono mancati neppure accessori di perfidia, come l’informazione retroscenista  vantata senza alcuna prova di una perdita della fiducia della premier al  dal ministro col cappio al collo. E questa sarebbe opposizione. Poi si lamentano, i signornò, della fuga dei loro per fare aumentare l’astensionismo, se non per passare direttamente dall’altra parte.

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Polveri di stelle anche nel fronte referendario del no presidiato da Conte

       Con tutto quello che c’era da stampare, fra cronache di guerra, finalissima canora di Sanremo e campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura, era finita ieri sul Corriere della in fondo alla 21.ma pagina, con un titolo a una colonna come per le minori, la notizia della conferma a presunta stragrande maggioranza, da parte dei militanti delle 5 Stelle, dei sei vice presidenti dell’omonimo movimento selezionati e nominati da Giuseppe Conte. Sono Paola Taverna, vicaria, Michele Gubitosa, Mario Turco, Stefano Patuanelli e Vittoria Baldino, nell’ordine non alfabetico voluto anch’esso dall’onnipotente presidente.

       Ma la stragrande maggioranza raccolta dai sei, e dallo stesso Conte, dei 20.685 votanti, dei quali solo 1246 contrari, compresi i 3 che hanno votato deliberatamente a vuoto vanificando la validità del pronunciamento, è una balla clamorosa. I quasi 22 mila votanti hanno rappresentato solo il 21,3 per cento dell’affluenza al voto, cui si sono sottratti 82.296 aventi diritto.

       Eppure da quelle parti, come anche dalle attigue del fantomatico campo largo dell’alternativa al centrodestra, di cui Conte contende alla segretaria del Pd Elly Schlein chiavi e quant’altro, stanno sempre lì a contestare la scarsa rappresentatività della premier, e del suo governo, per via di un’affluenza alle urne di poco superiore al 60 per cento nel rinnovo delle Camere del 2022.. Ce ne vuole, di coraggio, cioè di sfrontatezza, per avventurarsi in queste polemiche.

       Fra tutti i partiti della improbabile alternativa, per quanto ambizioso nei propositi e nei progetti del suo presidente, che si considera ancora scalzato da Palazzo Chigi con un colpo di palazzo, se non di Stato, il Movimento 5 Stelle è quello -penso- messo peggio nel rapporto con la sua presunta militanza. E col suo elettorato più che dimezzato rispetto ai tempi più fantasiosi e pur caotici, credo, di Beppe Grillo. Più che dimezzato, esso  forse è anche  fra i più divisi nell’area del no referendario sulla riforma costituzionale della magistratura: più diviso ancora dell’elettorato del Pd, dove pure c’è una parte favorevole venuta alla luce e composta da esponenti di rilievo. Ho la sensazione, maturata anche leggendo qualche cronaca o retroscena del movimento, che sotto le 5 stelle, o le loro polveri, prevarrà l’astensionismo nel referendum ormai vicino come nelle votazioni fra i militanti per la conferma dei vertici. Un astensionismo referendario clamorosamente a dispetto del no propagandato dai magistrati di grido, diciamo così, arruolati nelle liste delle ultime elezioni da Conte come Federico Cafiero de Raho e Roberto Scarpinato. Che rimarranno così ancora più delusi della loro esperienza politica, dopo i guai che vivono nella commissione parlamentare antimafia, di cui de Raho è addirittura vice presidente coinvolto da una relazione sui dossieraggi eseguiti nella omonima procura nazionale

La Meloni interviene nella campagna referendaria in soccorso, ma vero, dei magistrati

       A 21 giorni dal voto sulla riforma costituzionale della magistratura la campagna referendaria è stata un pò sommersa, fra paura e allegria, dalle cronache della guerra in Medio Oriente, con l’attacco di americani e israeliani all’Iran, di cui è stato abbattuto il despota fanatico Khamenei, e quelle del festival canoro di Sanremo finalmente conclusosi, col relativo sequestro dei palinsesti televisivi della Rai.

Ma, per quanto sommersa da altri e opposti avvenimenti, la campagna referendaria ha segnato un intervento della premier in persona Giorgia Meloni. Che ha così accolto le sollecitazioni giuntele dall’interno della maggioranza e del governo a impegnarsi di più sul fronte del sì minacciato di sorpasso dal fronte del no.

       “Sarebbe un peccato- ha detto la presidente del Consiglio a Bloomberg-se non vincessero i si. Ma invece penso che accadrà”. Cioè che a vincere saranno i sì. A vantaggio non tanto del governo-  che ha promosso la riforma anche per riequilibrare i rapporti fra giustizia e politica -perché no?- alterati “bruscamente”  da una trentima d’anni con tanto di certificazione, a suo tempo, del presidente della Repubblica e del Consiglio Superiore della Magistratura Giorgio Napolitano- quanto degli stessi magistrati. “Vogliano un sistema della giustizia  -ha spiegato la Meloni- nel quale quando un giudice vale non ha bisogno di andare a chiedere il permesso alla corrente per fare carriera”.  Se ne ha una di appartenenza, fra quelle che alimentano l’associazione nazionale dei magistrati e condizionano il Consiglio Superiore. Sennò, quel giudice si appende al classico tram.

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