A Reggio Calabria fra un mese come a Filippi……

       Sul Corriere della Sera l’ex direttore Paolo Mieli ha dedicato addirittura un editoriale alle elezioni suppletive del 28 settembre a Reggio Calabria, promosse a “un voto per capire” la forza non più sondaggistica ma reale del generale Roberto Vannacci. Che ha rotto il gruppo di Forza Italia alla regione  candidandone  il presidente Domenico Giannetta a candidato alla Camera per sostituire Ciccio Cannizzaro, dimessosi da deputato per fare il sindaco della città. Un deputato alla cui successione Forza Italia  ha candidato, su iniziativa del presidente forzista della regione Roberto Occhiuto, molto apprezzato pubblicamente da Marina Berlusconi, il tesoriere del partito Fabio Roscioli, anche lui di casa presso Marina. Egli verrebbe da una parte promosso a parlamentare e dall’altro retrocesso nel partito perdendo la firma per la presentazione di tutte le liste dei candidati al Parlamento nelle elezioni generali dell’anno prossimo. Cosa che non dispiacerebbe al segretario Antonio Tajani perché potrebbe rafforzarsi nel ruolo di selezione degli aspiranti alla Camera e al Senato.

       Vannacci otterrebbe un successo naturalmente significativo, dopo tante prove virtuali come sono i sondaggi, se riuscisse a fare eleggere il suo candidato sottratto a Forza Italia. Ma ugualmente forte e significativo sarebbe il successo del generale se il suo candidato mancasse la vittoria elettorale per procurare quella del candidato del cosiddetto campo largo. In questo caso egli dimostrerebbe il carattere determinante del suo partito nella gestione, diciamo così, del bipartitismo italiano. Determinante sia per far vincere il centrodestra rassegnato o comunque disposto ad arruolarlo nella coalizione, sia pure come una spina, sia per farlo perdere standone fuori e far vincere invece la sinistra.

       In questo senso ha ragione Paolo Mieli a vedere le elezioni suppletive del mese prossimo a Reggio Calabria un’occasione per “capire” ben oltre e ben più del posto di deputato in gioco. Come a Filippi a suo tempo dopo l’assassinio di Cesare. Ma forse ha torto, enfatizzando troppo Vannacci e le sue iniziative, e contribuendo quindi a farne crescere il ruolo, se consideriamo la prova alla quale è messo, oltre al centrodestra  e all’interno di esso  il partito azzurro di  Berlusconi e famiglia, vista la partecipazione ormai della figlia Marina alla gestione, usa a intrattenere col segretario Tajani, nonché vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, un rapporto apparso mediaticamente più di controllo che di collaborazione, criticato anche dall’insospettabile Paolo Del Debbio.  

       La vittoria del candidato della sinistra alle suppletive calabresi per effetto delle perdite procurate da Vannacci al centrodestra dividendolo, precluderebbe a Forza Italia anche la prospettiva per essa immaginata quasi invogliandola a un disimpegno dall’alleanza con la Meloni, dell’”azione d’oro”, per dirla col piddino Dario Franceschini, del bipolarismo di rito o tipo italiano.

       Il partito azzurro del Berlusconi che fu e dei Berlusconi rimasti, nonostante i suoi riferimenti internazionali, in particolare l’appartenenza al Partito Popolare Europeo, non sopravviverebbe, con la sua politica “rancida e poltronista” attribuitale da Domenico Giannetta, neppure al successo conseguito sinora di sorpassare la Lega tormentata e declinante di Matteo Salvini nella graduatoria elettorale e ormai anche politica del centrodestra.

La versione politica del bue che dà del cornuto all’asino….

       Come il bue che dà del cornuto all’asino, Piero Fassino si è permesso quello che la segretaria del suo Pd Elly  Schlein ha voluto risparmiarsi per non distanziarsi troppo da Giuseppe Conte che nel campo largo dell’alternativa le contende la leadership, cioè la candidatura a Palazzo Chigi. In particolare, Fassino ha contestato alla premier Giorgia Meloni quello che Repubblica ha definito “il passo indietro dell’Italia” rispetto all’impegno dei cosiddetti volenterosi d’Europa di continuare, anzi incrementare l’appoggio all’Ucraina nella difesa dall’aggressione russa.

       Il “passo indietro” sarebbe consistito nella decisione di fornire all’Ucraina generatori d’energia piuttosto che armi. Uso il condizionale perché le informazioni o intuizioni di Repubblica, sparate in prima pagina  a caratteri quasi di scatola, si sono rivelate infondate. Nel decreto che si sta preparando tra Palazzo Chigi e i Ministeri degli Esteri e della Difesa per la prosecuzione degli aiuti all’Ucraina ci saranno anche armi e non solo generatori di energia, che sono poi armi anch’esse per i danni che il paese di Zelensky subisce sempre di più dagli attacchi russi alle infrastrutture energetiche, appunto, degli aggrediti.

       Fassino, che pure da ex sottosegretario agli Esteri, oltre che ex titolare di dicasteri come la Giustizia e il Commercio con l’estero, dovrebbe potere accedere a qualche buona fonte, migliore di un giornale pur diffuso e rumoroso come quello fondato a suo tempo da Eugenio Scalfari.  

 “La scelta italiana -ha scritto Fassino- è la conseguenza di un atteggiamento freddo e reticente manifestato dalla destra italiana fin dall’inizio della guerra in Ucraina. Per più ragioni. La prima è non esacerbare le relazioni con Trump, il cui atteggiamento sulla guerra è stato sempre molto ambiguo, non esitando il presidente americano dall’incontro di Anchorage in poi a dare espliciti segnali in favore dio Putin”.

       La seconda ragione della reticenza e altro della Meloni starebbe nella presenza nella maggioranza, secondo Fassino, della Lega e di “settori del suo stesso partito” freddi, se non ostili, agli aiuti all’Ucraina.

       Eppure Fassino ammette nel suo articolo di protesta e denuncia sull’Altra Voce che la stessa “ostilità si ritrova anche nel campo largo” perché “il sostegno del Partito Democratico all’Ucraina è stato costantemente ribadito e confermato” mentre “Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra non fanno mistero della loro contrarietà a un impegno diretto italiano”. Una contrarietà che Conte si è riservato il diritto di confermare e applicare nell’azione di un suo nuovo governo nel caso in cui dovesse vincere le primarie nello schieramento dell’alternativa e poi anche le elezioni politiche dell’anno prossimo.

       E’ proprio la consapevolezza di questa situazione che avrebbe dovuto consigliare a Fassino una certa prudenza, a dir poco, nella polemica contro una Meloni “ambigua”, che tuttavia è sempre riuscita a tenere unita la sua maggioranza nei passaggi parlamentari della politica di sostegno all’Ucraina, mentre le opposizioni si sono sempre divise e pure scontrate. Invece  Fassino ha fatto e scritto contro la Meloni come il bue, ripeto, che dà del cornuto all’asino. Di chi allora dovrebbero fidarsi di più gli elettori favorevoli alla difesa dell’Ucraina? Del centrodestra meloniano o della sua alternativa di ancora incerta leadership, o addirittura di una leadership assegnata all’ex premier Giuseppe Conte? Questo è il problema aggirato da Fassino, e dai suoi compagni di partito, compresa la pur silenziosa -in questa occasione- segretaria Schlein.

La farina sospetta del sacco lanciato da Giuseppe Conte contro Elly Schlein

Anche se ha dato doverosamente spazio ai contrari ai suoi sospetti, condivisi invece da tanti piddini da lei consultati in una domenica agostana ma rimasti generalmente nell’anonimato, Monica Guerzoni sul Corriere della Sera ha posto la questione dell’autenticità della lunga lettera a Repubblica nella quale l’ex premier pentastellato Giuseppe Conte ha contestato la cultura cosiddetta woke. Che privilegia i diritti civili rispetto a quelli sociali.

L’ex premier, per fare un esempio terra terra, preferiscel’aspirazione a un aumento salariale rispetto a un aumento di tutela di una coppia gay. Un esempio terra terra, ripeto, che maliziosamente -lo riconosco- ho adottato considerando la relazione omosessuale della segretaria del Pd Elly Schlein. Che è la principale antagonista di Conte, pur nella “testarda” cornice unitaria da lei perseguita nel cosiddetto campo largo dell’alternativa; la principale antagonista, dicevo, nella corsa a Palazzo Chigi contro la coalizione antimeloniana.

       Anche io, lo confesso, ho sentito puzza, diciamo così, di un suggeritore, di un consigliere dietro e attorno a quella lettera particolarmente imbarazzante pure sul piano personale per la leader del maggiore partito della coalizione alternativa al centrodestra. E perciò la più attrezzata forse sul piano elettorale a guidarla. Ma già nella lontana e cosiddetta prima Repubblica coalizioni di governo comprensive del partito più votato d’Italia, che era la Dc, furono due volte guidate da leader di partiti minori: prima Giovanni Spadolini e poi Bettino Craxi. Ed anche nella seconda Repubblica un uomo della pur forte personalità come Silvio Berlusconi accettò di fare un passo indietro nell’aspirazione a rimanere o tornare a Palazzo Chigi a favore di chi aveva avuto la fortuna di sorpassarlo elettoralmente: prima il leader della Lega Matteo Salvini, che nel 2018 tuttavia finì a Palazzo Chigi, autorizzato dallo stesso Berlusconi, a fare il vice presidente del Consiglio nel primo governo di Giuseppe Conte, e poi la leader della destra che sta per battere il primato della longevità alla guida ininterrotta di un governo.

       Berlusconi preferì una selezione elettorale vera e completa, chiamiamola così, alle primarie, sostenute invece proprio da una Meloni ancora in erba, per risolvere il problema della leadership di governo nella coalizione di centrodestra. Conte invece ha preteso, e sinora ottenuto, pur tra dubbi crescenti a sinistra, proprio la strada delle primarie pensando di poterle vincere probabilmente per la debolezza personale, prima ancora che politica, della segretaria del Pd. Che è anch’essa ormai la più longeva al Nazareno dopo i passaggi di Walter Veltroni, di Dario Franceschini succedutogli brevemente come vice, di Pier Luigi Bersani, di Maurizio Martina, di Matteo Renzi in due edizioni, di Nicola Zingaretti e di Enrico Letta. La più longeva, ripeto, come segretaria ma non come iscritta, essendo uscita dal partito e rientrata apposta per scalarne la segreteria, in primarie affollate più di esterni che di interni, sorpassando   Stefano Bonaccini.

       Certo, con le passate esperienze di professore universitario di diritto e di avvocato civilista Conte avrebbe avuto e avrebbe tuttora le carte e la farina per la produzione di una lettera come quella inviata a Repubblica per rendere più spedita la sua corsa alle e delle primarie, sorprendendo persino il suo amico e in qualche modo mentore Goffredo Bettini, ritrovatosi comunque alla fine con lui pure in questo passaggio. Eppure qualche dubbio sulla farina mi è rimasto, come anche a Monica Guerzoni.

Ripreso da http://www.startmag.it

Quando, come e perchè Cossiga dal Quirinale volle far chiamare Falcone a Roma

Lo so, Francesco Cossiga è morto e non può smentirmi, per cui non dovrei rivelare quello che sto per raccontare sul ruolo avuto nel tentativo di salvare il magistrato Giovanni Falcone promuovendo  la sua chiamata da Parlemo con ruolo dirigenziale al Ministero della Giustizia. Che non lo salvò purtroppo dalla morte comminatagli dalla mafia, ma forse  l’accelerò per il maggiore pericolo che era diventato per essa Falcone nella sua nuova veste. Dalla quale il guardasigilli socialista Claudio Martelli, che gli era diventato amico, aveva pensato di traghettarlo alla guida della Procura nazionale antimafi contestata da molti magistrati proprio perché poteva arrivarvi il collega non so se più invidiato o temuto, o l’uno e l’altro in misura uguale.

       E’ morto Cossiga ma per fortuna vive ancora il mio amico Calogero Mannino, con i suoi 87 anni appena compiuti e ben portati, ex ministro ed esponente di punta della sinistra democristiana siciliana e nazionale, che potrebbe smentire il ruolo che gli attribuisco nella vicenda di Falcone. Fu lui, i cui rapporti col magistrato derivavano dall’amicizia fra le rispettive mogli risalente ai tempi scolastici, a chiedere all’allora presidente della Repubblica, come anche al presidente del Consiglio Giulio Andreotti, di aiutare Falcone ad allontanarsi da Palermo. Dove era diventato ancora più indigesto a colleghi ed altri per avere fatto fallire il tentativo di un pentito, curiosamente – a dir poco- visitato in carcere più volte da agenti dei servizi segreti, di far passare Andreotti per il punto di riferimento politico della mafia. Poi Andreotti sarebbe finito lo stesso sotto processo per mafia lungo altre piste ma assolto, sia pure usufruendo parzialmente di una prescrizione della quale l’accusatore Giancarlo Caselli ancora si vanta per considerarlo e farlo considerare praticamente condannato.

       Cossiga suggerì al ministro socialista della Giustizia Giuliano Vassalli di utilizzare l’esperienza di Falcone in via Arenula. Vassalli lo assecondò avviando un avvicendamento ai vertici del Ministero per liberare la direzione generale degli affari penali assegnata poi dal collega di partito Martelli succedutogli quando lui fu nominato giudice della Corte Costituzione, di cui avrebbe finito per assumere la presidenza.

       Proprio perché chiamato formalmente da Martelli, di cui si era occupato in una indagine quando sull’esponente socialista erano scoppiate polemiche e insinuazioni di mafia, Falcone tentò di tirarsi indietro. Cossiga, nel suo stile inconfondibile, lo convocò per persuaderlo ad accettare. E ci riuscì. E’ dunque falsa la rappresentazione infamante riproposta nei giorni scorsi da Marco Travaglio sul suo Fatto Quotidiano, in polemica con Sigfrido Ranucci paragonatosi anche a Falcone come eroe, insieme con Aldo Moro, Piersanti Mattarella e Paolo Borsellino. La rappresentazione cioè di un magistrato che anziché combattere la mafia se n’era andato da Palermo a Roma per collaborare col governo presieduto dal politico più sospettato già allora, prima di essere inquisito e mandato sotto processo, ripeto, di collusione con la cosiddetta Cosa nostra.

       La polemica aperta da Travaglio sulla figura di Falcone, anche a costo di contraddire il Ranucci difeso invece come conduttore televisivo di Report  vittima di un mezzo complotto per farlo allontanare dalla Rai, è una specie di ciliegina sulla torta tossica di questa pazza estate. La torta dell’affare che accomuna, anziché contrapporli, Ranucci a Valter Lavitola nel disegno di quest’ultimo di aumentarne notorietà e popolarità, anche con attentati dinamitardi, in funzione di una carriera politica da aspirante a Palazzo Chigi per la sinistra. Povero Falcone, finito anche lui nel tritacarne di questa vicenda fra l’orrore giustificatissimo di familiari, amici e giornalisti seri.

       Ci sarebbe da riflettere molto sull’affare Lavitola-Ranucci per i danni di credibilità, se non d’altro ancora, subiti dall’informazione e dalla Rai, diffidata invece a sinistra dall’assunzione di decisioni quanto meno di cautela, come una semplice sospensione, o rimozione dalla conduzione di Report. Dove si è praticato un giornalismo d’inchiesta procurando più querele e richieste di risarcimenti che aumenti di ascolto. Un giornalismo d’inchiesta a senso prevalentemente unico nel quale ad un certo punto si sono perse le tracce di una seria distinzione fra il giornalista conduttore e il candidato del campo largo dell’alternativa coltivato dall’amico Lavitola, fuori e dentro il suo ristorante di pesce, tra sondaggi e attentati. Ci sarebbe molto da riflettere, ripeto, ma si preferisce, come al solito, la corsa alla gazzarra. E all’intimidazione politica.

Pubblicato sul Dubbio

Benvenuti sulla giostra del campo largo dell’alternativa

       Per la legge dei numeri, considerata la consistenza elettorale dei rispettivi partiti, la leadership del cosiddetto campo largo dell’alternativa è roba di contesa fra la segretaria del Pd Elly Schlein, forte anche del primato della longevità che sta per battere al Nazareno, e il presidente del movimento post-grillino delle 5 Stelle Giuseppe Conte.

       Per la legge della politica, dove due più due non fanno necessariamente quattro, come accade sempre di sperimentare ai partiti che si unificano per presentarsi insieme alle elezioni, o che si alleano per cercare di vincerle, Conte ha sorpassato col suo camaleontismo, cioè la sua mobilità, la Schlein ferma nella sua contemplazione di se stessa e di una unità che non esiste a sinistra, per quanto ”testardamente”  perseguita da lei.

Neppure il centrodestra, per carità, è un monolite su problemi anche importanti come la politica estera, compresa la partita della guerra in Ucraina, ma sulla leadership meloniana sì. E non sarà certo il generale Vannacci, dentro o fuori la coalizione, a comprometterla, per quanto generosi siano con lui i sondaggi, specie quelli simpatizzanti della sinistra.

       A sinistra, cui d’altronde non ritiene di appartenere, si è profilata in questi giorni l’ultima versione di Conte, più vicina alla prima di “avvocato del popolo”, che gli consentì di fare un governo con la Lega di Salvin e  di fare annunciare dal balcone di Palazzo Ghigi dall’ancora fidato Luigi Di Maio la sconfitta o scomparsa della povertà. Il populismo accantonato cambiando maggioranza pur di restare a suo tempo al governo, è tornato ad attirare l’ex premier “progressista indipendente”, o “punto di riferimento più alto” certificato da Goffredo Bettini, è tornato col ripudio della cultura woke dei diritti civili privilegiati rispetto a quelli sociali, più materiali e diretti.

       Conte è ormai a un passo dal ripristino della lotta marxista di classe, inseguito però non tanto dalla Schlein quanto -udite, udite- da un Matteo Renzi evidentemente deciso o tentato dall’idea di farsi perdonare la crisi sfociata nella formazione del governo di Mario Draghi e di farsi finalmente accettare davvero dall’ex premier pentastellato nel campo largo più di ambizioni personali che altro. Più che un campo, quello dell’alternativa mi pare una giostra.

Il successo a Rimini, sotto il sole e le altre stelle, dell’altro americano……

       Perché negarlo o non scriverne o parlarne neppure? Il Papa del bagno di folla a Rimini, ospite del raduno annuale dei giovani di Comunione e Liberazione, raccoltisi questa volta attorno ai versi di Dante sull’”amor che muove il sole e le altre stelle”, ha avuto tanto successo più per quel che ha taciuto che per quel che ha detto. Ha taciuto, in particolare, ma contrapponendovisi lo stesso, del connazionale che siede alla Casa Bianca e lo considera un mezzo scemo, se non uno scemo totale. Che pure egli si era vantato di avere aiutato a uscire Papa dal Conclave dopo la morte del Papa argentino Bergoglio.

       Leone XIV, all’anagrafe statunitense Prevost, grazie anche ai giudizi espressi contro di lui dal presidente Donald Trump, è ormai percepito da fedeli e laici, devoti e non, come l’altro americano. Quello giusto, direi anzi serio, contrapposto a quello sbagliato ritornato alla Casa Bianca promettendo di chiudere le guerre in corso, a cominciare da quella in Ucraina, e distintosi invece nell’aprirne o provocarne altre, a cominciare da quella che sta perdendo in Iran pur cantando vittoria un giorno sì e l’altro pure. E scaricando sugli alleati che non lo avrebbero aiutato, o non abbastanza, compresa l’Italia della premier Giorgia Meloni, la responsabilità delle sue analisi e scommesse sbagliate.

L’assalto alla memoria di Falcone dopo l’inciampo di Ranucci paragonatosi a lui

       Fra i demeriti di Sigfrido Ranucci in questa pazza estate trascorsa a scoprirne il ruolo avuto nel progetto dell’amico Valter Lavitola di spingerlo nel campo dell’alternativa al centrodestra sino a guidarlo, c’è il pur involontario dileggio di Giovanni Falcone. Al quale il conduttore terminale, credo, di Report si è paragonato, come anche ad Aldo Moro, Piersanti Mattarella e Paolo Borsellino, per il loro destino di martiri.

       In deroga alla missione datasi di sostenere Ranucci, e il suo giornalismo investigativo a senso prevalentemente unico, dagli attacchi della destra e della parte più riformista del Pd, come Luigi Zanda, Arturo Parisi e Pina Picierno anche a costo di farne un concorrente di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, Marco Travaglio gli si è rivoltato contro proprio sul paragone con Falcone. Che sarebbe morto sul campo non tanto della lotta alla mafia quanto della collaborazione, da dirigente al Ministero della Giustizia, con un governo guidato dall’uomo politico più sospettato e processato, con una presunta assoluzione contraddittoria, per concorso esterno in associazione mafiosa: Giulio Andreotti.

       Si è cosi riproposta nel dibattito politico la polemica sul ruolo e sulla figura di Falcone, difeso con particolare vigore, parlandone al Foglio, dall’ex guardasigilli socialista Claudio Martelli che ne divenne amico, oltre che superiore gerarchico al Ministero della Giustizia. Dove tuttavia Falcone era approdato non proprio di sua iniziativa, ma spinto soprattutto dall’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Che, stimolato da Calogero Mannino, amico di famiglia del magistrato per via dei rapporti fra le loro mogli, aveva deciso di proteggere Falcone dai pericoli di vita che correva in Sicilia, dove in effetti poi fu ucciso nella strage di Capaci, per avere contestato un pentito, più volte contattato in carcere da agenti dei servizi segreti, che gli indicava Andreotti come punto di riferimento della mafia.

       Falcone, che pure si era occupato se non di Andreotti, dei suoi uomini nell’isola seguendo le tracce dei soldi per affari e appalti, non cadde nella trappola di quello che avvertì come un complotto a causa delle contraddizioni del pentito nei suoi racconti. Non vi cadde al contrario di altri magistrati, anche superiori di grado, che reagirono moltiplicandogli le difficoltà nel lavoro e praticamente isolandolo.

       Allertato, ripeto, da Calogero Mannino, esponente di punta della sinistra democristiana in Sicilia, ma anche a livello nazionale, Francesco Cossiga col consenso assicuratosi di Andreotti a Palazzo Chigi, chiese all’allora ministro socialista della Giustizia  Giuliano Vassalli di trovare un posto di dirigente a Falcone in via Arenula. Vassalli si propose di farlo promuovendo un avvicendamento ai vertici ministeriali che non riuscì però a completare per la nomina a giudice della Corte Costituzionale, di cui sarebbe diventato anche presidente. Il collega di partito Martelli, subentratogli, completò molto volentieri l’operazione apprezzando così tanto la collaborazione di Falcone da sostenerne, anzi promuoverne la candidatura a capo della Procura nazionale antimafia. Una candidatura tanto osteggiata dai colleghi magistrati da contestare l’opportunità di quell’ufficio, che sarebbe poi diventato, dopo l’assassinio di Falcone, il coronamento di un bel po’ di carriere giudiziarie.

       Chiamato a Roma, Falcone cercò di sottrarsi immaginando le polemiche che sarebbero sopraggiunte ma Cossiga lo sequestrò, diciamo così, in uno dei suoi uffici intimandogli a suo modo di accetta

       Questa è la storia di Falcone dileggiata invece da Travaglio, “pregiudicato e provocatore professionale” secondo la reazione di Martelli, dopo l’infortunio, secondo il direttore del Fatto Quotidiano,  dell’omaggio resogli da Ranucci nella sua scalata professionale ma anche politica, secondo i disegni dell’amico Lavitola.    

L’ottimismo dell’ambasciatore galleggiante di Trump sui rapporti con Meloni

Pur in barca piuttosto che nel suo ufficio romano- chiamiamola barca la nave di 117 metri di lunghezza, non so di quanti piani, dove lavorano in una sessantina fra equipaggio e domestici per navigare sostare e servire gli ospiti- l’ambasciatore americano Tilman Fertitta ce la sta mettendo tutta per ricucire lo strappo consumatosi fra il presidente Donald Trump e la premier italiana Giorgia Meloni. Anzi, gli strappi prima nel giudizio sul Papa statunitense regnante,  apprezzato devotamente dalla Meloni e criticato pesantemente da Trump, e poi sulla guerra all’Iran in cui ha finito per impantanarsi l’inquilino della Casa Bianca.

Fertitta concede interviste abbondanti, come quella all’inviato della Stampa Domenico Agasso  a Genova, salito a bordo dell’ambasciata galleggiante degli Stati Uniti, del valore approssimativo di 450 milioni di dollari, stracolma di elogio per l’Italia, e il suo governo. La cui “posizione nel Mediterraneo, così vicina al Medio Oriente e all’Africa, rende la sua dimensione marittima estremamente strategica non solo per Roma, ma per tutti gli alleati e la Nato”.

“La relazione tra Stati Uniti e Italia- ha detto il diplomatico e imprenditore americano- è forte come non mai”, anche nella gestione delle basi Usa nella penisola, per quanto Trump abbia avuto da ridire sull’autorizzazione negata dalla premier in persona all’uso di quella di Sigonella per i bombardieri destinati a colpire l’Iran. Trump -ha spiegato Fertitta- si aspettava di più dalla Meloni non perché la premier avesse promesso troppo, come sostengono le opposizioni immaginando chissà quali e quanti accordi sottobanco traditi a Roma, ma per la fiducia riposta anche emotivamente su di lei, considerata “non solo la guida dell’Italia ma una leader di statura mondiale”. “Quando ci si aspetta molto da qualcuno, è naturale che ci possa essere qualche confronto più acceso”, ha detto Fortitta, sui problemi o sulle circostanze critiche.

Ora, se mai fosse apparsa compromessa da scontri consumatisi a distanza fra Trump e Meloni, con scambi di parole e apprezzamenti più da avversari che da alleati, “l’intesa con la premier Meloni e il governo è straordinaria”, tanto da potere scommettere di “riequilibrare il deficit commerciale e rafforzare la collaborazione su ogni fronte: difesa, intelligence, forze dell’ordine e cultura”.

Tutto a posto, quindi, fra Stati Uniti e Italia, e fra Trump e Meloni sul piano personale? Tutto a posto valutando anche lo stato di pericolo in cui la guerra trumpiana per nulla conclusa in Iran ha messo anche i paesi europei minacciati di ritorsione per i loro rapporti con gli Stati Uniti? Non ne sarei così convinto, anche se le opposizioni per continuare a tenere sotto tiro la Meloni e il governo tendono ad accreditare analisi e previsioni ottimistiche di Fortitta.

L’autorevolissimo Financial Times ha appena raccolto in ambienti politici e mediatici del centrodestra non confondibili con l’estremismo del generale Roberto Vannacci, la sensazione di una permanente criticità, ormai, nei rapporti fra Roma e Washington. Mario Sechi, l’ex portavoce della Meloni a Palazzo Chigi, prima che assumesse la direzione del giornale Libero interrotta bruscamente, a dir poco, dall’editore Angelucci, ha detto che è ancora un “problema” per la Casa Bianca il rapporto con l’Italia. Un problema dopo “la decisione unilaterale di Washington di attaccare senza consultare i partner più colpiti come l’Italia”. Una decisione, quella della Casa Bianca, che “ha seriamente compromesso le relazioni”, per quanto possano essere considerate “straordinarie” dall’ambasciatore Fertitta. “Se vuoi degli alleati -ha detto Sechi- devi parlare con gli alleati”, possibilmente senza scambiarli per subordinati e addirittura minacciarli.

Pubblicato sul Dubbio

Riconoscimenti, consigli e moniti di Marcello Pera alla premier Giorgia Meloni

       Orgogliosamente conservatore, laico fra i migliori amici e persino consigliere di più Pontefici, presidente del Senato dirottato dalla carica di ministro della Giustizia alla quale aspirava tra le resistenze di Silvio Berlusconi, che pure lo aveva arruolato con entusiasmo in Forza Italia finendo però  per temere l’impatto di un simile Guardasigilli con una opposizione e una magistratura già prevenute nei riguardi del centrodestra e della sua guida, Marcello Pera ha avvertito e denunciato il tabù “fortissimo”, per la sinistra, di un presidente della Repubblica di area conservatrice. Fortissimo sì, ma anche “scosso”, ha detto in una intervista al Quotidiano Nazionale, dall’”autentica anomalia” costituita dal “doppio settennato di Mattarella”. Che in effetti, con i 14 anni che nel 2029 risulteranno accumulati come in un regno dal Capo dello Stato repubblicano, farà partire la sinistra svantaggiata nella successione. E ciò, per un principio di alternanza fisiologico in una democrazia, anche nel caso in cui dovesse capitare agli antagonisti del centrodestra di vincere la prossima partita elettorale, o quanto meno di pareggiarla.

       Il senatore Pera, con gli 86 anni che avrà alla scadenza del secondo mandato di Mattarella, più di quanti ne avesse avuto alla elezione al Quirinale Sandro Pertini, il più anziano dei presidenti succedutisi sul colle più alto di Roma, non è certamente sospettabile di avere pensato a se stesso avvertendo la “scossa” subìta dal tabù di un presidente della Repubblica di “area conservatrice”. Egli non può che avere pensato ad altri, da cui magari ottenere meritatamente il laticlavio, cioè la nomina a senatore a vita. In particolare, sospetto che Pera abbia pensato e pensi alla premier Giorgia Meloni, nelle liste del cui partito del resto egli ha voluto tornare al Senato nelle ultime elezioni, non riconoscendosi più evidentemente in Forza Italia, forse già quando era ancora vivo Silvio Berlusconi.

       Di Giorgia Meloni, che al momento dell’elezione del nuovo Capo dello Stato avrà anche il requisito anagrafico degli almeno 50 anni per salire sino al Quirinale dopo l’esperienza di Palazzo Chigi, Pera ha detto che le “è riuscito di costruire una destra europea di governo e responsabile”. “Lentamente, chè il compito è difficile anche per lei, sta costruendo -ha detto ancora l’ex presidente del Senato- un partito conservatore che da noi impedisce una Afd tedesca e l’avanzata di Putin”.

       Coerente con questo percorso è la indisponibilità della Meloni alla “destra vannacciana”, che “quando non è pittoresca come un generale paracadutista su un pattino di Viareggio, è pericolosa, non ha il senso della responsabilità”. “Sono nomadi transitati dappertutto, pieni di inconsistenza, ignoranza, tracotanza”, ha detto Pera dei seguaci di Vannacci. Di cui tuttavia Pera ha ammonito la Meloni che la destra responsabile e di governo da lei rappresentata potrà liberarsi solo con una nuova legge elettorale diversa da quella proposta alle Camere e caratterizzata dal premio di maggioranza da attribuire nell’assegnazione dei seggi parlamentari.

       Per liberare il centrodestra davvero dalla destra estrema di Vannacci, ma anche la sinistra, o il centrosinistra dalla punta estrema che Pera considera quella di Giuseppe Conte, “un Vannacci senza stellette”, occorrerebbe un sistema elettorale a doppio turno, col ballottaggio. “Ma questo – ha detto- è un altro discorso, per me dolente”, in quanto non condiviso dalla sua parte politica, almeno sinora.

       L’ex presidente del Senato si è tuttavia concesso l’ottimismo di prevedere per Vannacci e seguaci, che “avranno una fiammata”, non di più, per cui “ce la faremo”, pur essendo “all’ultima campana”.

Ripreso da http://www.startmag.it

L’estate sequestrata dall’affare politico di Lavitola, Ranucci, annessi e connessi

E’ appena entrato nelle cronache di questa estate, con la sua scomparsa, anche Varenne, il cavallo del trotto più forte e famoso del mondo. Che Vittorio Feltri rimpiange di non avere acquistato a suo tempo pur avendo avuto l’occasione e i soldi per farlo, diavolo di un giornalista resistente, con la sua autenticità, a tutte le imitazioni di Maurizio Crozza.

       Un’estate, quella in corso, rovente anche per le guerre che continuano, fra tregue debolissime, ultimatum, penultimatum e gradassate come quelle del presidente americano Donald Trump a ovest e del presidente russo Vladymir Putin a est. Estate rovente in Europa anche per i rapporti che saltano e cambiano tra i paesi dell’Unione nella lotta che dovrebbe essere comune contro l’immigrazione clandestina ma che ciascuno alla fine cerca di muovere per conto suo a scapito, generalmente, del più vicino. Piuttosto che con la contigua Francia di Macron o la Germania di Merz, l’Italia di Giorgia Meloni si ritrova con la lontana Danimarca di una premier di sinistra, non di destra.

       Un’estate rovente quella in corso, ripeto, anche per i partiti e gli schieramenti di riferimento, o di tendenza. A destra la Meloni si doveva già guardare da leader e partiti alleati timorosi di essere schiacciati dalla sua forza elettorale e dal credito guadagnatosi su scala internazionale, per quanto contestato dalle opposizioni sempre convinte della sua sudditanza ad altri. Da qualche mese la premier si deve guardare anche dal generale ex leghista Roberto Vannacci, che potrebbe procurarle guai sia rimanendo nel centrodestra sia rimanendone fuori.

       Non parliamo poi di ciò che accade a sinistra, dove tutti d’accordo contro la Meloni si dividono sul programma e sulla leadership, su chi cioè dovrà, prima ancora di vincere le primarie e le successive elezioni, proporsi a Palazzo Chigi. La Schlein parte favorita perché il suo partito ha più voti degli altri, sopra il 20 per cento, ma proprio per questo finisce per essere la più esposta alle sorprese. Giuseppe Conte col suo 15 per cento, dal 33 e oltre che aveva il suo partito ai tempi di Beppe Grillo, potrebbe diventare il beneficiario della scarsa omogeneità del Pd. Dove convivono sostenitori dell’Ucraina aggredita e sostenitori di Putin aggressore.

       Un’estate, ripeto, torrida e confusa che è stata però sequestrata in Italia dall’affare Lavitola-Ranucci. Incredibile ma vero. Lavitola si è imposto per l’idea messasi in testa, fra cene al suo Cefalù a base di pesce, telefonate fluviali, “bombe amiche” evocate dal suo ospite forse più illustre di nome Paolo e cognome Mieli, di lanciare in politica il conduttore televisivo di Report Sigfrido Ranucci per farlo diventare non deputato o senatore del cosiddetto campo largo dell’altrettanto cosiddetto centrosinistra, ma presidente del Consiglio. E riuscire a fare con lui ciò che aveva cercato a suo tempo di fare con Silvio Berlusconi finendone allontanato dai due collaboratori più stretti del Cavaliere, che erano l’avvocato Nicolò Ghedini e l’onnipotente sottosegretario Gianni Letta.

       E Ranucci?, mi chiederete giustamente incuriositi. Ma è proprio questo il nodo, o il principale dei nodi delle indagini costate l’arresto sinora di Lavitola come mandante, confesso, di un  attentato promozionale all’amico. Di un Ranucci inconsapevole dei progetti di Lavitola su di lui e quindi doppiamente danneggiato dall’amico,  rimettendoci due auto  saltate davanti casa a Pomezia e compromettendo la sua “credibilità” -come dice il super criticon televisivo Aldo Grasso- di giornalista implacabilmente autonomo e moralizzatore: di un Ranucci così, dicevo, sono sempre meno i convinti. E sempre più forti i sospetti che la politica fosse diventata per lui un’attrazione fatale, come fu politicamente fatale l’anno scorso Maria Rosaria  Boccia per l’allora ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano. La Boccia, sì, proprio lei, l’amica e ammiratrice ora anche di Ranucci appena emersa dalle cronache di questa pazza estate sotto sequestro.

Pubblicato sul Dubbio

Blog su WordPress.com.

Su ↑