Mattarella grazia il Consiglio Superiore della Magistratura e ne reclama il rispetto

       Anche o “persino” il presidente della Repubblica, come ha titolato con uno stupore galeotto, ha voluto dunque intervenire, a suo modo naturalmente, nella campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura. Lo ha fatto andando a presiedere una volta tanto anche una seduta ordinaria del Consiglio Superiore della Magistratura per graziarne “gli errori”, da lui riconosciuti espressamente, e chiedere lo stesso “il rispetto” dell’organismo istituzionale di cui è il vertice  anche da parte del governo. Ottenendo dal ministro della Giustizia Carlo Nordio l’impegno di “adeguarsi”, un po’ come il famoso “obbedisco” di Giuseppe Garibaldi degli anni risorgimentali. Di cui si è dimenticato Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera, negando al Guardasigilli un paragone che forse gli spettava. E riducendolo al semplice ministro richiamato all’ordine da chi lo ha nominato a quel posto.  

       Al di là di ogni ironia o sarcasmo possibile, l’intervento del Capo dello Stato si presta ad ogni interpretazione. Anche a quella che ritengo personalmente la più arbitraria, nonostante avanzata da un giornale che si chiama presuntuosamente  “La Verità”, di un Mattarella arruolato, o persino arruolatosi, nella formazione politica del no referendario. Come un signornò qualsiasi, insomma.

Solo il presidente della Repubblica potrebbe liberarsi di questa rappresentazione che lo degrada a uomo di parte smentendola, o lasciandola smentire dai suoi uffici quirinalizi, non solo da qualche volenteroso, anche troppo, analista, commentatore e quant’altro. Ma francamente, molto francamente, ne dubito. Come dubito anche di quel rispetto, sì, ma “vicendevole”, cioè reciproco, reclamato da Mattarella pensando evidentemente a quello mancato dalla magistratura ,associata e non, al governo e persino al Parlamento che legifera in modo diverso dalle aspettative di lor signori.

La sinistra divisa e smemorata della campagna referendaria sulla magistratura

       Dichiaratamente e simpaticamente compagni politici e amici, che si vogliono bene anche attaccandosi a vicenda, Massino D’Alema e Cesare Salvi, peraltro quasi coetanei con i 77 anni dell’uno e i 78 dell’altro da compiere a breve, si sono scambiati graffi referendari, chiamiamoli così, sulla magistratura che aiutano a capire non il problema ma il dramma che su questa materia vive la sinistra.

       D’Alema, partecipe della campagna del no alla riforma che separa le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri autogovernati da due Consigli superiori e istituisce un’Alta Corte disciplinare per niente o meno domestica delle abitudini prese dalle toghe, ha accusato Salvi, partecipe invece della campagna del sì, di avere “cambiato opinione”. E ciò per avere votato contro  la separazione delle carriere nella Commissione bicamerale per la riforma costituzionale presieduta dallo stesso D’Alema nel 1997. Presieduta peraltro grazie alla preferenza per lui espressa, stando all’opposizione, da Silvio Berlusconi rispetto ad altri candidati della sinistra, palesi o occulti che fossero.

       Cesare Salvi, dalle colonne dello stesso Corriere della Sera che aveva ospitato D’Alema, gli ha ricordato la circostanza, altre volte precisata dallo stesso D’Alema, di quella Commissione conclusasi senza votazioni. Ci furono, quindi, o non ci furono quelle benedette votazioni?  In ogni caso Salvi ha ribadito la sua posizione favorevole, già in quella Commissione, alla separazione delle carriere ricordandone il recepimento non certo casuale nella cosiddetta “Bozza Boato”, dal cognome del parlamentare Marco, di sinistra, in cui furono racchiusi gli orientamenti emersi dai lavori  dall’organismo bicamerale prima che ne venisse troncato il percorso per una crisi politica di carattere generale, sfociata poi nella caduta del primo governo di Romano Prodi. Che fu sostituito a Palazzo Chigi nel 1998 dallo stesso D’Alema mentre il premier dimissionario e il vice Walter Veltroni reclamavano elezioni anticipate contro la sinistra di Fausto Bertinotti, che ne aveva provocato la caduta in Parlamento. Da allora Bertinotti divenne negli articoli e nei binocoli di Giampaolo Pansa, che vi ricorreva nei congressi e simili, “il parolaio rosso”.

       Ma torniamo al referendum sulla magistratura. E ai problemi della sinistra, che mi sembrano francamente maggiori di quelli del centrodestra. Dove sicuramente c’è qualcuno – tra i leghisti del cappio nell’aula di Montecitorio e il missino che cambiava lire di carta in monete per fornirne i lanciatori contro Bettino Craxi all’uscita dall’albergo dove abitava a Roma-  che ha cambiato idea in tema e campo di garantismo e giustizialismo, di libertà e di manette. Ma non lo nega, vivaddio. Mentre nei piani alti della sinistra, diciamo così, non si trova mai il momento giusto, opportuno e quant’altro per tornare alle origini garantiste di quell’area partecipe della Costituzione repubblicana. Mai il momento giusto, ripeto, per chiedere ai magistrati di tornare anche loro alla Costituzione, che non basta sventolare nelle manifestazioni contro il governo ma va applicata davvero, anche nella giurisdizione e nel modo di essere magistrati autonomi e indipendenti, pure dalla politica delle opposizioni di turno.  Diversamente neppure gli apprezzamenti ricevuti ieri dal presidente della Repubblica e del Consiglio Superiore Sergio Mattarella basteranno a far loro recuperare il consenso perduto, che dovrebbe valere più della paura che le toghe riescono a procurare nei tribunali e fuori.        

La campagna referendaria della Meloni per il sì alla riforma della magistratura

       Distintosi nei giorni scorsi con un editoriale del direttore Claudio Velardi, sul fronte del sì alla riforma costituzionale della magistratura , per un forte invito alla premier Giorgia Meloni a partecipare di più alla campagna referendaria, vista la rimonta del no avvertita nei sondaggi, Il Riformista si è un po’ attribuito il merito di avere scosso, diciamo così, la presidente del Consiglio. O il presidente, come l’interessata preferisce farsi chiamare.

       Alla protesta rinnovata dalla premier contro l’abitudine perdurante della magistratura “politicizzata” a vanificare il contrasto all’immigrazione clandestina perseguito dal governo, in sede peraltro non solo nazionale ma anche europeo e internazionale, ancora più in generale, il Riformista ha dedicato il titolo di copertina del sapore di uno slogan: Sì parte.

       Non so, francamente, se la Meloni abbia voluto davvero raccogliere l’invito pressante, ed allarmato, del giornale diretto da Claudio Velardi. Ma di sicuro il suo è stato un intervento a gamba tesa nella campagna referendaria. Che mi pare preferisca condurre cavalcando più la cronaca, maggiormente avvertita dall’opinione pubblica, che le distrazioni fatte di richiami alla Costituzione più o meno appropriati e processi alle intenzioni.

La Meloni ha indicato il caso –ultimo solo in ordine cronologico- del mirante clandestino algerino così ostinatamente protetto dalla magistratura, dopo 23 condanne, da venire risarcito di 700 euro per un suo trattenimento in un campo di raccolta. Un fatto che da solo vale dieci, cento interviste, comizi, conferenze stampa, ospitate televisive e quant’altro sulla necessità di contenimento di una magistratura passata dall’autonomia e indipendenza dell’articolo 104 della Costituzione alla prepotenza. A dir poco.   

Ripreso da http://www.startmag.it 

L’affare buffo, molto buffo, dei sì e dei no al comitato di pace a Gaza

       Al board- comitato in italiano- della pace a Gaza, per quanto tradotto in “bordello” di affari più o meno personali del presidente americano Donald Trump, per esempio sul manifesto all’indomani dell’annuncio della sua formazione, l’Italia parteciperà dunque come paese “osservatore”. Invitato dallo stesso Trump, non potendo aderirvi a tutti gli effetti perché mancano “le condizioni di parità con gli altri Stati” imposte dall’articolo 11 della Costituzione per associarsi in pieno a organismi internazionali di pace, appunto. Che possono comportare “limitazioni di sovranità”.

       Il ruolo di osservatore concordato dietro le quinte nei giorni scorsi, presumibilmente anche col Presidente della Repubblica, e infine formalizzato in un passaggio parlamentare, come si dice in gergo politico e come richiesto anche qui probabilmente dal Capo dello Stato, è stato visto, interpretato, denunciato, contestato dalle opposizioni, una volta tanto riuscite alla Camera a elaborare una risoluzione comune, come un aggiramento della Costituzione sul piano del diritto, diciamo così, e una sottomissione a Trump sul piano politico. I sì alla risoluzione della maggioranza sono stati 183, i no 122.

       Solo i fatti naturalmente potranno dire, in tempi non brevi, visto anche ciò che continua ad accadere a Gaza e dintorni in attesa di una pace vera e di una riviera di affari, chi in questi giorni abbia sbagliato o stia sbagliando di più o di meno. Sbagliato, non azzeccato, perché francamente e personalmente, temo più il pessimismo della ragione che l’ottimismo della volontà.

       Mi sembra tuttavia che tra le tante formule o immagini negative applicate al comitato di pace a Gaza, chiamiamolo pure semplicemente così, la più bislacca sia quella di una “Onu privata” che con la solita disinvoltura il presidente americano sia riuscito a realizzare con le complicità di amici e soci di affari. Se lo ha fatto davvero, si è portato appresso il consenso delle stesse Nazioni Unite con una risoluzione del Consiglio di sicurezza, numero 2863, approvata nel mese di novembre scorso, evidentemente senza che nessuno se ne accorgesse, sulla questione di Gaza appunto.

Ripreso da http://www.startmag.it

Gli interessi poco lodevoli degli avvocati del no referendario

Questo benedetto referendum  sulla magistratura – maledetto, secondo gusti e interessi, sui quali mi soffermerò- si sta rivelando molto più complesso, e insieme divisivo, di quanto non abbiano tentato e stiano tuttora tentando le opposizioni riducendolo a uno scontro col governo. Nella presunzione, o illusione, di poterlo battere più facilmente scommettendo sulla vittoria del no come propiziatrice della partita elettorale successiva, dell’anno prossimo. Alla quale le opposizioni sono non impreparate ma impreparatissime per i loro contrasti sul programma, peraltro neppure delineato per sommi capi, e sul candidato a Palazzo Chigi. Che di solito, nel sistema elettorale non più proporzionale della cosiddetta prima Repubblica, viene proposto o indicato prima del voto, non definito dopo con le solite operazioni, interne ed esterne, di partiti e palazzi.

       La complessità del referendum, che ne fa un po’ un mosaico, si vede nelle divisioni che esso ha provocato all’interno delle due, principali categorie di operatori, chiamiamoli così, interessati alla separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri e a tutto quello che ne potrà o dovrà conseguire. Operatori che non sono solo gli stessi giudici e pubblici ministeri ma anche gli avvocati.

       I magistrati schieratisi per il sì, contro le scelte e indicazioni della loro associazione “privata”, come sottolineano convergendo persone diverse come l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli e l’ex magistrato simbolo della stagione di “mani pulite”, Antonio Di Pietro, sono mossi non solo da motivi di principio, o persino ideologici, ma da interessi personali legittimi. Che sono quelli di potere fare finalmente carriera per i loro meriti, di cui evidentemente sono sicuri, tanto da scommettervi, e non più per le loro appartenenze correntizie. Di correnti magari ch’essi hanno già rifiutato in blocco pagandone come conseguenza la marginalità professionale, o qualcosa del genere. La forza di questi magistrati sarà, magari, ininfluente per il loro numero ai fini del risultato referendario, ma potrà rivelarsi decisiva per la Giustizia nella formazione, che potrebbe seguire alla prova referendaria, dei due consigli superiori della magistratura. E dell’alta Corte di disciplina.

       Gli avvocati, dal canto loro, si stanno dividendo, anzi si sono già divisi anche con sortite di un certo clamore, fra chi ha da perdere dal miglioramento del lavoro dei magistrati, e più in generale, dalla gestione del servizio della giustizia in Italia, e chi invece già ci guadagna e ancor più potrà guadagnare da una vittoria del no che condannerebbe quel servizio a rimanere com’è.

       Sotto questo profilo il sì referendario degli avvocati è ancora più apprezzabile, per i danni che potrebbero subirne con una riduzione della conflittualità e una semplificazione delle procedure, di quello dei magistrati stimolati dall’interesse a fare carriera più per meriti che per appartenenze politiche. Sì, politiche. Tali in fondo sono, con tutti i collegamenti con partiti più o meno di riferimento o collegamento, le correnti dell’associazione nazionale dei magistrati riuscite a istituzionalizzarsi nell’omonimo Consiglio Superiore, unico- spero- ancora per poco. Esso ha funzionato, o finito di funzionare, anche o soprattutto dopo la vicenda scandalosa, e soffocata nella culla, intestata a Luca Palamara. Che con onestà ed esperienza personale non si è per niente scandalizzato, diversamente dai suoi ex colleghi associati, degli aspetti “paramafiosi” dell’organo di autogoverno delle toghe lamentati dal Guardasigilli Carlo Nordio. Che da solo, senza voler togliere nulla anche ai migliori dei suoi predecessori, è un po’ l’infortunio maggiore in cui è incorsa la magistratura associata. Un infortunio maggiore forse anche di quello costituito dalla premier Giorgia Meloni, della quale non a caso i signornò della campagna referendaria nei mesi precedenti, quando la riforma era ancora all’esame delle Camere, si lamentavano perché -ripetevano con lei- “non ricattabile”.

Pubblicato su Libero

L’avvocatissimo Franco Coppi caduto nella trappola referendaria del No

       Nell’infanzia, adolescenza e prima gioventù, diciamo così, avemmo la fortuna, e anche il rimpianto per la sua morte a soli 41 anni, per una banale malaria non diagnosticata in tempo, un campione, anzi un campionissimo in bicicletta come Franco Coppi.  In verità, io tifavo per Gino Bartali, ma le vittorie, anzi i tronfi di Coppi mi piacevano lo stesso.

       In vecchiaia, personalmente della sua stessa età, o quasi, abbiamo Franco Coppi professore emerito e avvocato. Il campione non delle scalate in bicicletta, ma dei processi. Molti dei quali vinti, ma anche persi,  di alcuni dei quali confessa di non darsi pace. Ma “mai -ha rivelato, assicurato e quant’altro parlando in Campidoglio in una manifestazione delle 5 Stelle e dintorni sulla riforma costituzionale della magistratura in pendenza referendaria- pensando che un magistrato (coinvolto) meritasse un’azione disciplinare”. Li ha trovati tutti “intellettualmente onesti”. Di alcuni ha pensato che, nel peggiore dei casi, fossero solo “ciucci”. Come continueranno ad essere a carriere separate se la riforma targata Nordio dovesse superare la prova referendaria. Separarne le carriere non li renderà meno o più “ciucci”, ripeto. Li confermerà nelle loro orecchie metaforicamente lunghe, per non parlare dei nasi da Pinocchio cresciuti nella campagna referendaria del no.

       Con questo modo di ragionare e di raccontare la sua lunga esperienza forense l’avvocato Franco Coppi si è guadagnato naturalmente l’appezzamento del pubblico al quale parlava e l’indomani il titolo di apertura e di copertina del Fatto Quotidiano, entusiasta della riforma liquidata come “inutile” dal campione degli avvocati, anzi campionissimo come l’omonimo in bicicletta del secolo scorso.

       Anche se la buonanima di Giulio Andreotti, suo cliente come anche il compianto Silvio Berlusconi, diceva notoriamente che a pensare male si fa peccato ma s’indovina, non starò qui a dire che l’avvocato Coppi può essersi meritato, ancora di più, anche a sua insaputa, come per la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo, il compiacimento e la gratitudine di qualche magistrato, “ciuccio” o no, alle prese con i processi dei quali lui si occupa ancora. Non lo dico né lo scrivo. Ma   lo  sospetto. 

Irrompe anche l’indecenza nella campagna referendaria sulla magistratura

       Nella campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura, oltre al fascismo evocato spesso da almeno una parte dei sostenitori del no lamentando o denunciando “l’autoritarismo” della premier Meloni che uscirebbe rafforzato da una vittoria del sì, è entrato anche il tema della indecenza, sollevato dal presidente emerito della Corte Costituzionale Augusto Barbera. O, se preferite, della decenza mancata, per esempio, al capo della Procura di Napoli Nicola Gratteri quando ha criminalizzato, almeno nella Calabria che forse conosce meglio della Campania dove adesso lavora, il sì sostenuto, secondo lui, da indagati, imputati, condannati di indrangheta,  massonici deviati e simili. Siamo “ai limiti dell’indecenza”, ha detto testualmente Barbera superando “l’eclissi del diritto” lamentato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. Che poi se l’è presa, giustamente, anche col Consiglio Superiore, cosiddetto, della Magistratura di cui la maggioranza composta di 20 su 30 dei componenti ha sottoscritto un documento contro un interessamento -solo un interessamento- dell’organismo di autogoverno della magistratura al caso Gratteri, appunto.

Il presidente emerito della Corte Costituzionale Barbera, così severamente intervenuto invece, è stato notoriamente e orgogliosamente anche militante e parlamentare comunista, del quale Massimo D’Alema non può dire -come ha fatto di altri, intervistato dal Corriere della Sera– di essere  “un compagno che non sbaglia, ma ha cambiato idea”.

Quella campagna referendaria e rafforzata del no, anzi del sì

Calma, tranquilli, amici e signori benemeriti del sì referendario alla riforma costituzionale della magistratura. Le notizie, voci e quant’altro della “rimonta” del no, vantata per esempio dal capo della Procura di Napoli Nicola Gratteri, che pensa addirittura di avervi personalmente contribuito, sono alquanto esagerate.

Mi sembra eccessivo anche l’allarme di quanti, temendo magari la sola prospettiva accreditata da Nando Pagnoncelli, sul Corriere della Sera, di una tenuta di misura del sì solo nel caso in cui l’affluenza alle urne dovesse essere “almeno” del 46 per cento, si dolgono un po’ dei troppi impegni internazionali della premier Giorgia Meloni. E le chiedono,  o intimano, di rimediare in fretta con una partecipazione “pancia a terra”, come si dice comunemente, alla campagna referendaria. Qualcuno spingendosi persino a indicarle come esempio il Bettino Craxi del 1985, che da presidente del Consiglio vinse il referendum sui tagli antinflazionistici alla scala mobile dei salari minacciando le dimissioni in caso di sconfitta.

       Ma quelli erano altri tempi, altre circostanze. Bettino fece quella minaccia, a ridosso del voto, dopo che gli avevo personalmente riferito di un mio colloquio col segretario della Dc Ciriaco De Mita, alla Camera, che scommetteva sulla sua sconfitta per liberarsene rimanendo nell’ombra. Qui non c’è nessuno che nella maggioranza, neppure il “cabarettista” generale Vannacci, come lo chiama Mario Sechi, non veda l’ora di liberarsi della Meloni. Quello inoltre era un referendum abrogativo, senza il cosiddetto quorum di partecipazione, questo un referendum confermativo, senza quorum. E di uno analogo nel 2016 affrontato dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi alla maniera di Craxi, diciamo così, l’esito fu catastrofico, o quasi, avendo quel premier sottovalutato le ostilità nel suo stesso partito, già allora Pd, che fu spaccato da Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani e compagni pur di far prevalere il no.

       Qui, cioè ora, di sottovalutazione mi pare che ci sia solo quella del già citato Nicola Gratteri rispetto ai danni che procura al no ogni qualvolta parli, o quasi. Specie dopo avere praticatamente dato dei criminali ai sostenitori del sì. E peggiorato la situazione precisando di avere parlato solo degli elettori della Calabria, dove ha lavorato da magistrato prima che in Campania. Così ha rasentato, spero suo malgrado, una prevenzione geografica, se non vogliamo parlare o straparlare di razzismo.

       Il guaio, per lo stesso Gratteri e la compagnia del no, è che il Consiglio Superiore della Magistratura in scadenza, ancora in edizione unica, lo abbia voluto coprire con quei venti consiglieri su trenta che hanno contestato eventuali iniziative interne contro di lui. Che intanto è stato pubblicamente contestato all’esterno da una cinquantina di magistrati, cioè di colleghi, che hanno pubblicamente chiesto scusa al pubblico per la   sostanziale criminalizzazione del sì. 

       Questa dei venti consiglieri cosiddetti superiori, dal nome assegnato dalla Costituzione al loro consesso, è stata un po’ la ciliegia, la spinta che mancava per far capire agli elettori, molto meno sprovveduti di quanto non li considerino a sinistra, la necessità della riforma anche nella divisione del Consiglio, appunto, e non solo delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri. Avanti, signori del no, continuate a fare il vostro…dovere. Grazie, davvero, anche per conto della Giustizia: quella con la maiuscola che abbiamo, noi del sì, il dovere di restituirle.

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Dopo quella di Gratteri l’autorete del Consiglio Superiore della Magistratura

       Con spirito, sentimento e quant’altro opposto a quello che comunemente si avverte e si chiama coraggio – e con l’effetto di un’autorete pari o peggiore di quella compiuta dall’interessato dando praticamente dei criminali a quanti voteranno sì al referendum confermativo della riforma costituzionale della riforma della magistratura- venti consiglieri superiori della stessa magistratura su trenta, quindi la maggioranza, hanno steso una rete di protezione del capo della Procura di Napoli Nicola Gratteri. Lo hanno fatto sostenendo che il Consiglio Superiore ancora unico, essendo destinato con la riforma a separarsi come le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, “non può essere usato come strumento di contesa”, tanto più in questa campagna referendaria in corso.

       Con questa motivazione i colleghi e sostenitori di Gratteri, e del gratterismo più in generale, si sono contrapposti anche a quei 51, per ora, magistrati di ogni parte d’Italia, e di ogni grado, che hanno sottoscritto un documento di richiesta di  scuse ai cittadini, calabresi e non, per il discredito cosparso contro di loro dal capo della Procura di Napoli, e già procuratore in Calabria con risultati forse più scenografici che concreti. Si è spesso registrata una certa sproporzione, a dir poco, fra il numero degli arrestati e quello dei condannati per criminalità organizzata. O l’equivalente della mafia nella terraferma calabra.

       Poiché il Consiglio Superiore della Magistratura in carica è arrivato  al termine del suo mandato, c’è da compiacersi che esso muoia, in un certo senso, in modo da non lasciare rimpianti. E dando un notevole, insperato contributo, come quello dello stesso Gratteri, alla campagna referendaria del sì alla riforma proprio nel momento in cui quella del no sembrava in ripresa e mandava in visibilio le opposizioni più agguerrite al governo.

Dopo quella di Gratteri, l’autorete del Consiglio Superiore della Magistratura

       Con spirito, sentimento e quant’altro opposto a quello che comunemente si avverte e si chiama coraggio – e con l’effetto di un’autorete pari o peggiore di quella compiuta dall’interessato dando praticamente dei criminali a quanti voteranno sì al referendum confermativo della riforma costituzionale della riforma della magistratura- venti consiglieri superiori della stessa magistratura su trenta, quindi la maggioranza, hanno steso una rete di protezione del capo della Procura di Napoli Nicola Gratteri. Lo hanno fatto sostenendo che il Consiglio Superiore ancora unico, essendo destinato con la riforma a separarsi come le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, “non può essere usato come strumento di contesa”, tanto più in questa campagna referendaria in corso.

       Con questa motivazione i colleghi e sostenitori di Gratteri, e del gratterismo più in generale, si sono contrapposti anche a quei 51, per ora, magistrati di ogni parte d’Italia, e di ogni grado, che hanno sottoscritto un documento di richiesta di  scuse ai cittadini, calabresi e non, per il discredito cosparso contro di loro dal capo della Procura di Napoli, e già procuratore in Calabria con risultati forse più scenografici che concreti. Si è spesso registrata una certa sproporzione, a dir poco, fra il numero degli arrestati e quello dei condannati per criminalità organizzata. O l’equivalente della mafia nella terraferma calabra.

       Poiché il Consiglio Superiore della Magistratura in carica è arrivato  al termine del suo mandato, c’è da compiacersi che esso muoia, in un certo senso, in modo da non lasciare rimpianti. E dando un notevole, insperato contributo, come quello dello stesso Gratteri, alla campagna referendaria del sì alla riforma proprio nel momento in cui quella del no sembrava in ripresa e mandava in visibilio le opposizioni più agguerrite al governo.

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