La forza del sì referendarioalla riforma costituzionale della magistratura, associativamente arroccata nella difesa non delle sue prerogative ma delle sue cattive abitudini, prese in una quarantina anni di abusi risalenti al caso di Enzo Tortora, ben prima quindi delle “mani pulite” di rito ambrosiano; la forza del sì referendario, dicevo, sta nella sua trasversalità. Che il fronte del no sottovaluta nella leggenda della rimonta coltivata con i sondaggi, prima che ne venisse vietata la divulgazione perché troppo a ridosso del voto.
La trasversalità del sì è pari a quella del no di oltre una decina d’anni fa nel referendum sulla riforma costituzionale del governo di Matteo Renzi. Che la sottovalutò caparbiamente, nonostante i consigli alla prudenza ricevuti da Sergio Mattarella appena arrivato al Quirinale con la spinta decisiva dello stesso Renzi, che lo aveva preferito alla candidatura di Massimo D’Alema sponsorizzata anche dall’allora capo dell’opposizione Silvio Berlusconi.
Renzi fece spallucce, diciamo così, all’opposizione interna al Pd, che lo aveva sfidato pubblicamente alla guida proprio del respinto D’Alema e di Pier Luigi Bersani. I quali, non contenti di avergli fatto perdere il referendum e Palazzo Chigi, gli organizzarono in due mesi una scissione al Nazareno per fargli perdere anche le elezioni politiche dell’anno successivo. Alle quali Renzi aveva deciso di arrivare rimanendo al posto di segretario, anziché ritirarsi dalla politica, almeno per un po’, come aveva promesso prima del referendum con tono persino minaccioso, di sfida.
Tanto trasversale è il sì referendario di Giorgia Meloni di questo 2026 quanto non lo fu nel 2016 quello di Renzi. Un sì referendario, quello della Meloni, che il cosiddetto campo largo della immaginifica alternativa al centrodestra non riesce a contrastare unito, come unito invece è lo schieramento della maggioranza, per quanti sforzi di fantasia e zizzania hanno messo i signornò nella rappresentazione dei leghisti contro la premier, o di quest’ultima addirittura contro la campagna referendaria del ministro della Giustizia e del suo capo di Gabinetto Giusì Bartolozzi. Della quale peraltro critici ed avversari continuano a ignorare la qualifica che ancora le spetta di magistrato, particolarmente di Corte d’Appello. Altro che l’ex attribuitole da giornaloni blasonati come il Corriere della Sera e Repubblica. Una magistrata, la Bartolozzi, che conosce i suoi colleghi quanto Nordio i suoi ex, essi sì. Li conosce così bene che, da indagata per un processo risparmiato dalle Camere ai ministri sul caso del libico Almasri, si è sentita e dichiarata come davanti a un plotone di esecuzione. Su cui il ha cercato di scherzare, in pubblico, il presunto capo Francesco Lo Voi, al vertice della Procura della Repubblica di Roma.
La sinistra del sì referendario è più di un’enclave uscita, se si può dire così, dal campo del no presieduto da Eddy Schlein e Giuseppe Conte in competizione, peraltro, fra di loro: tanto per non farsi mancare niente. Oltre al Pd, di cui alcuni fra i più prestigiosi fondatori sono dichiaratamente favorevoli alla riforma della magistratura, anche il Movimento 5 Stelle non è riuscito a rimanere unito nello scontro col governo, per quanto l’ex premier ne abbia fatto una ridotta di ex magistrati illustri e combattivi. O forse proprio per questo, visti i problemi che costoro hanno finito per creare in Parlamento ai gruppi di appartenenza.
Per tornare al Pd, il principale partito dello schieramento avverso alla Meloni, come diceva Walter Veltroni di Berlusconi in toni anglosassoni nei pochi mesi trascorsi al vertice del Nazareno, provo a immaginare andreottianamente, cioè pensando male con la speranza di azzeccarci, la crisi che si potrebbe non aprire ma spalancare sulla segretaria Schelin se dovesse perdere anche questa sua battaglia, come quella condotta l’anno scorso con Maurizio Landini e amici o compagni contro il jobbs act di Renzi.
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