Le caricature del presidente della Repubblica Sergio Mattarella

       Da un eccesso all’altro. Dall’uomo della “immoral suasion” rimproveratagli da Marco Travaglio sul Fatto Quotidano per avere contribuito alla preparazione di nuove misure di sicurezza del governo, al “Capitan Costituzione” fatto confezionare in una locandina da Luca Telese, che dirige un giornale periferico, in Abruzzo, intestato però al Centro.  Un capitano, il Mattarella della locandina da circo equestre, che nella “difesa della legalità” compromessa dai propositi governativi riduce in lacrime quel gradasso del vice presidente del Consiglio e ministro delle strade, dei porti e dei ponti Matteo Salvini e mette a cuccia la premier Giorgia Meloni. Già reduce, poverina, dalla rimozione della sua “faccia d’angelo” da un restauro eseguito dal sacrestano-pittore della basilica romana di San Lorenzo in Lucina, a due passi da Palazzo Chigi.

       L’una e l’altra rappresentazione del presidente della Repubblica, di Travaglio e di Telese, lo deturpano assegnandogli un ruolo, una funzione, una dimensione che non sono quelle dei nove articoli della Costituzione che lo riguardano: dall’83 al 91. Ma soprattutto l’articolo 87, che elenca minuziosamente in 12 commi, come si dice in gergo giuridico, prerogative e incarichi del Capo dello Stato, eccetto quello conferitogli a parte, nell’articolo 104, di presidente del Consiglio Supremo della Magistratura. O dei due Consigli che gli subentrerebbero se passasse la riforma della magistratura, appunto, sotto procedura referendaria, che separa le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri.

       Se la “pagliacciocrazia” evocata da Travaglio come effetto dell’azione e dei comportamenti del presidente della Repubblica, colluso con un’azione liberticida del governo, è al limite, ma forse anche oltre il limite del vilipendio, la forza messagli addosso da Telese lo caricatura. Uno lo fa troppo debole, l’altro troppo forte, specie nel contesto agiografico del “re Sergio” di cui vedo scrivere ogni tanto nelle cronache e nei retroscena per l’eccezionale durata, appunto regale, del suo doppio mandato settennale, che scadrà nel 2029, cioè nella prossima legislatura.  Quando la sinistra teme di non potere scegliere né condizionare l’elezione del successore al vertice dello Stato, per la prima volta almeno dal 1971, quando fu eletto Giovanni Leone con l’appoggio determinante, per quanto nascosto a scrutinio segreto, della destra. Ciò avvenne dopo la mancata elezione del primo candidato della Dc, che era stato l’allora presidente del Senato Amintore Fanfani, e il mancato decollo, nella riunione e votazione dei grandi elettori democristiani, della candidatura di Aldo Moro, l’altro cavallo di razza dello scudo crociato, come li chiamava Carlo Donat-Cattin.

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Assolto da vivo, il giudice Corrado Carnevale condannato da morto

Su Repubblica, la corazzata della flotta referendaria del no alla riforma costituzionale della magistratura -ripeto, della magistratura- è stato così ricordato Corrado Carnevale, morto a 96 anni quasi compiuti: “C’è una distanza nella vicenda Carnevale tra la verità processuale e quella pubblica. La prima ha detto che il fatto non sussiste. La seconda, che i fatti restano. Carnevale ha avuto il diritto alla sua difesa, alla sua assoluzione. Ma chi guarda oggi quel tratto di strada lo fa sapendo che la magistratura ha camminato pericolosamente sul ciglio dell’abisso. E lì lui era presente”.

       L’abisso, mi sembra, è piuttosto quello in cui la Repubblica di carta è precipitata, volente o nolente, con questa rappresentazione della vicenda umana e giudiziaria di un magistrato “formidabile e intrattabile”, come lo ha definito, ammirato, sul Foglio Giuliano Ferrara. Un magistrato che vinceva tutti i concorsi, o gare professionali, cui partecipava e si guadagnò il soprannome di “ammazzasentenze” perché in Cassazione, di cui era diventato presidente della prima sezione penale a 55 anni soltanto, non faceva sconti a chi aveva fatto errori nelle procedure e nelle sentenze.

       Nel clima creato attorno a lui con quel soprannome, ripeto di “ammazzasentenze” Carnevale finì iscritto d’ufficio alla corrente politica di Giulio Andreotti  e indagato per concorso esterno in associazione mafiosa  e sospeso dall’ordine giudiziario. Condannato nel 2001, fu assolto definitivamente dalla Cassazione perché “il fatto non sussiste”. Egli reclamò giustamente e altrettanto giustamente il ritorno al servizio giudiziario.

       Il fatto quindi che “non sussiste” per la Cassazione, cioè per la Giustizia con la maiuscola, si moltiplica in “fatti” che “restano” in quella che viene elevata a “verità pubblica” da Repubblica. E’ tutto virgolettato nella giustizia, rigorosamente al minuscolo, raccontata da un giornale fra i più diffusi e, direi, presuntuosi col risultato di cospargere vigliaccamente di fango un morto. Vigliaccamente perché un morto non può difendersi.

       Questa rappresentazione della giustizia -ripeto, con la minuscola- non è offensiva solo per il compianto Carnevale, E’ offensiva per la magistratura nel suo complesso. Una magistratura che la campagna referendaria del no ritiene invece di difendere da una riforma che sarebbe stata congegnata per svilirla e sottometterla alla politica. O per rendere ancora più forte la magistratura d’accusa separandone la carriera da quella giudicante. Che perderebbe così, con questa semplice separazione delle carriere, ripeto, l’autonomia e l’indipendenza che hanno permesso ai giudici di Canevale di assolverlo in via definitiva. Ma con un verdetto che ora i presunti estimatori e difensori della magistratura vanificano contrapponendolo ad una fantomatica “verità pubblica”. Quella dei processi sarebbe quindi una verità privata, o di casta.

       Nella cornice della campagna referendaria del no questo quadro dipinto della vicenda giudiziaria e umana del compianto Corrado Carnevale diventa schizofrenico. Mi consola solo l’idea che possa risolversi in un’autorete. Cioè in un altro contributo alla campagna del sì. Di un sì che non è né quello mafioso dei professionisti dell’antimafia, come li chiamava Leonardo Sciascia, né quello criminale avvertito dalla campagna del no al presunto indebolimento generale della magistratura, pur nel contesto di un curioso, presunto, cervellotico rafforzamento della pubblica accusa. E’ soltanto il sì della ragione. Contro il no della schizofrenia politica.

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La rivincita della Meloni sul blocco navale e gli insulti rimediati da Mattarella

       Ho perso il conto ormai delle volte in cui la premier Giorgia Meloni è stata sbeffeggiata su giornali ostili, in Parlamento e nei salotti televisivi per il blocco navale chiesto quando era all’opposizione per difendere meglio le frontiere marittime dal traffico dei migranti clandestini. Che procura morti a quanti vi si affidano e soldi a quanti l’organizzano, gestiscono e quant’altro. Blocco navale proposto ma neppure tentato -le hanno gridato addosso le opposizioni- quando la leader della destra è arrivata non solo al governo ma alla sua guida.

       Ora per nascondere la figuraccia – salvo Piero Sansonetti sull’Unità, che vi ha fatto il titolo di apertura della prima pagina dando praticamente del fascista al governo e preconizzando altre migliaia di morti nelle acque scelte dagli scafisti – le opposizioni hanno ignorato o minimizzato, scrivendo genericamente nei titoli di una “stretta” nell’azione di contrasto della immigrazione clandestina, il blocco navale- sì, proprio il blocco navale- inserito fra le misure di sicurezza concordate fra il governo e la Presidenza della Repubblica alla luce del sole, con tanto di comunicato, per esempio, sull’incontro al Quirinale fra il Capo dello Stato e il sottosegretario principale della Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Misure distribuite fra un decreto legge di immediata applicazione e un disegno di legge che entrerà in vigore dopo l’approvazione parlamentare e la promulgazione. Decreto e disegno di legge  entrambi bisognosi della firma di Sergio Mattarella:  il primo per essere emanato e applicato, ripeto, il secondo per essere proposto alle Camere. Si chiama, nel secondo caso, di firma di “autorizzazione”, mai scontata pur se molti la ritengono così.

       Smentiti ancora una volta nella loro attesa o persino pretesa di disporre del Presidente della Repubblica, che dal canto suo ha più volte avvertito pubblicamente di non essere né voler essere “il presidente dell’opposizione”, i signornò non sono riusciti sempre a contenere la loro sorpresa e protesta. Così anche per questo blocco navale nelle acque territoriali cui si potrà ricorrere di volta in volta per un periodo di emergenza da uno a sei mesi il solito Marco Travaglio sull’altrettanto solito Fatto Quotidiano ha scritto come del prodotto di una “immoral suasion”, opposta cioè a quella “morale” attribuita al Capo dello Stato e generalmente accettata in un’applicazione estensiva delle prerogative presidenziali dettate dalla Costituzione. Saremmo ormai non in una democrazia ma in “una pagliacciocrazia”. Siamo al limite, se non oltre, il vilipendio del Capo dello Stato, chiamato in causa direttamente nella protesta, previsto e colpito dall’articolo 278 del codice penale.

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La Meloni imbiancata nella basilica romana di San Lorenzo in Lucina

         Il campo più o meno largo dell’alternativa pur improbabile al centrodestra ha ora la sua chiesa. Anzi una basilica: quella di San Lorenzo in Lucina, a Roma, per quanto di radicate tradizioni di destra. Dove ancora si ricorda Umberto secondo e ultimo di Savoia che “preferì l’esilio alla guerra civile” che avrebbe potuto provocare, o riaprire dopo quella conclusasi l’anno prima, contestando il risultato del referendum istituzionale del 1946 sino a barricarsi nel Quirinale.

       Il ricordo scultoreo dell’ultimo re d’Italia è rimasto, ma nottetempo è stato imbiancato, cioè cancellato, il restauro di un angelo cherubino rovinato dall’umidità e contestato dalla sorveglianza di sinistra, annessi e connessi perché maledettamente somigliante, o persino ispirato deliberatamente alla premier Giorgia Meloni. Che fingendo di non riconoscervisi, o quasi, anziché reclamarne lei stessa la rimozione, ha peggiorato le cose incattivendo critici ed avversari e facendo capitolare Vicariato, Sovrintendenza e dintorni. Il sacrestano restauratore è riuscito peraltro a mantenere per ora il posto, peraltro precario di suo ai fini contrattuali. Dubito tuttavia che, dopo avergli imposto l’imbiancatura del volto dell’angelo, scambiabile ora per quello di una mucca, gli commissionino un altro restauro, magari dopo le elezioni dell’anno prossimo sperando di trovare un’altra ispirazione nel vicino Palazzo Chigi.

       Dovrà comunque essere un volto italiano, diciamo così, o riconducibile all’Italia essendone rimasta nell’affresco la carta geografica  appesa alla mano dell’angelo. La pluripassaportata Elly Schlein, pur con quel nome internazionale, diciamo così, che porta, potrebbe illudersi di sostituire la Meloni anche nella basilica del campo largo.

Vannacci per la sinistra come la ricotta della favola di Marietta

Altro che “Vannacci nostri”, come fa dire a Giorgia Meloni il vignettista Stefano Rolli condividendo sulla prima pagina del Secolo XIX le scommesse che a sinistra si fanno sulle perdite elettorali che il generale del “mondo al contrario” davvero, ma il suo, procurerà al centrodestra l’anno prossimo, quando si voterà per il rinnovo delle Camere. E il cosiddetto “campo largo” dell’alternativa, da chiunque guidato a questo punto, da Elly Schlein a Giuseppe Conte, e a tutti gli altri aspiranti dei quali si occupano da tempo i retroscenisti facendo loro montare la testa, potrà essere aiutato dallo stesso Vannacci all’opposizione a vincere la partita elettorale contro la premier.

       A costoro, ai sognatori a occhi aperti, agli smaniosi di una vittoria che non riescono a costruire da soli, fra divisioni, faide e ambiguità che li contraddistinguono, può calzare a pennello la favola di Marietta. O Matilde, secondo altre versioni, che riceve da un pastore -al posto del generale appena uscito dalla Lega tradendosi anche come vice segretario- una ricotta. Dalla quale la poveretta sogna subito il danaro che potrà ricavare andandola a vendere al mercato in un cestino che appoggia sulla testa per tenersi libere le mani. E muoverle con i sogni di un acquisto, poi, di una gallina, di un coniglio, di un maiale, di una mucca e via salendo di ricchezza, sino a immaginarsi proprietaria di una casa alla quale affacciarsi per ricevere gli inchini di pastori meno fortunati di lei. Ma rispondendo rovinosamente a quegli inchini, Marietta o Matilde lascia cadere irrimediabilmente nel fango la sua ricotta e torna alla realtà delle sue condizioni.

       Ecco, Marietta Schlein o Matilde Salis, la sindaca di Genova alla quale sembra che la segretaria del Pd cominci a guardare con tanta apprensione da correre a trovarla appena può per nascondere appunto la paura o ostentare sicurezza, potrebbero finire come nella favola. E con loro anche gli uomini concorrenti, a cominciare dal già citato Conte per finire con Ernesto Maria Ruffini. Che, sogno per sogno, coltiva quello di pescare voti nelle acque dell’astensionismo, come ha creduto di fare da direttore dell’Agenzia delle Entrate pescando soldi fra gli evasori.

       I “mortacci” romaneschi, anzi garbatelliani, nascosti nel Vannacci della vignetta di Rolli cadranno addosso ai sognatori dell’alternativa sfogliando man mano l’agenda politica di questa ormai lunga fine di legislatura. Man mano che il governo continuerà a fare il suo lavoro, nella stabilità politica che lo ha già imposto all’attenzione internazionale, e le opposizioni il loro. Che è un lavoro di velleità e confusione insieme, a passo anche di lumaca per i tempi che si sono dati con la scusa, addotta in particolare dalla Schlein, di “ascoltare” il Paese. Magari, sempre per la Schlein, anche gli iscritti al suo partito messi in minoranza nelle primarie che gli esterni, anche avversari, le fecero vincere su Stefano Bonaccini, ancora stordito da quella botta.

       I tempi che si sono presi  i sognatori dell’alternativa sono quelli di una decina di mesi per stendere ciascuno un programma di governo e di altri due o tre per confrontarli fa loro e cercare di combinarli in qualche centinaia di pagine. Come già faceva Romano Prodi per i suoi governi che duravano meno di un terzo della legislatura, a volte portandosela appressa nella caduta.

       Oltre a questi problemi – i soliti- questa volta i sognatori dell’alternativa hanno anche l’inconveniente, procurato loro proprio dal generale su cui hanno sprovvedutamente scommesso, di  non potere affibbiare l’etichetta di estrema destra alla Meloni e al suo partito, essendovene una, all’opposizione, da loro stessi certificata perdendo la ricotta che volevano portare al mercato elettorale.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 7 febbraio

Quel futuro di troppo nel lancio di Roberto Vannacci dalla Lega

       Vedo, avverto e quant’altro, francamente, una parola di troppo nel nome o titolo che il generale ed europarlamentare Roberto Vannacci ha voluto dare alla sua avventura abbandonando la Lega dopo esserne stato, nella breve permanenza, anche vice segretario per grazia ricevuta da Matteo Salvini. Il troppo è quel “futuro” già adottato a destra da Gianfranco Fini rompendo da presidente della Camera con Silvio Berlusconi, e risoltosi nel nulla per quanto gli fosse stata data ospitalità da Mario Monti nelle elezioni del 2013. E proprio a Fini ha voluto paragonare Vannacci, commentandone tradimento slealtà e simili, il deluso Salvini.

       Abituato ai tempi della Folgore, la brigata che ha persino comandato, Vannacci ha sempre fatto tutto in fretta nella sua esperienza politica procuratasi col famoso libro scritto contro il “mondo alla rovescia” che aveva dovuto evidentemente subire anche da generale. Fretta nel saltare sul Carroccio già di Umberto Bossi e fretta nel buttarsi fuori pensando -temo- di portarsi appresso quei 500 mila voti e più di preferenza ottenuti nelle elezioni europee di due anni fa. Che Salvini invece ritiene di avergli procurato: tutti, o quasi, della Lega più che del generale.

       Si vedrà come andrà a finire la partita aperta adesso da Vannacci col suo lancio, per ora, nel vuoto. Non credo che gli potrà portare fortuna a destra l’appaluso riservatogli da Matteo Renzi, che a destra è ormai avvertito quello che in realtà, peraltro, lui stesso si è sempre considerato, in tutte le direzioni in cui ha viaggiato: un rottamatore.

       Quel 2 o 3 per cento, la misura proprio di Renzi, che Vannacci potrà portare via al centrodestra l’anno prossimo, quando si voterà per il rinnovo delle Camere, potrebbe ben essere compensato, forse anche superato, dai voti moderati preclusi oggi alla destra di governo proprio dal generale del “me ne frego” appena opposto orgogliosamente a chi gli contesta nomi e simboli adottati nel lancio.

       Per una volta non condivido la vignetta di Stefano Rolli che sulla prima pagina del Secolo XIX fa dire oggi a Giorgia Meloni garbatellamente “Vannacci nostri”. Vannacci vostri, potrebbe piuttosto dire agli avversari ridotti a scommettere adesso persino sul generale, non essendo riusciti da soli a contrastarla davvero.  

La piazza mediatica indulgente con quelle della violenza

C’è un’altra piazza dove, pur senza le devastazioni, gli assalti, le “lesioni” agli agenti di polizia contestate nelle indagini giudiziarie al posto del “tentato omicidio” reclamato dalla premier Giorgia Meloni accorsa a Torino per visitare e confortare i feriti; c’è un’altra piazza, dicevo, in cui si fanno parecchi danni. Quanto meno alla sicurezza dell’informazione, che è il requisito essenziale per giudicare e magari anche votare, se non si è persa del tutto la voglia di farlo  alimentando quello che è ormai diventato, del resto e non a caso, il partito di maggioranza: quello dell’astensionismo. Dove tutti si propongono di pescare voti “la prossima volta” e invece ne portano sempre di più.

       La piazza alla quale alludo è quella mediatica, affollata dei titoli, degli articoli, delle formule, degli slogan, delle vignette, delle “cattiverie” distribuite in rubriche quotidiane, volendo raccontare i fatti che accadono e dileggiare frequentemente chi li compie o esprime parole equipollenti ai fatti medesimi.

       Mi ha colpito, per esempio, senza fare nomi di testate, direttori e quant’altro perché non vorrei fare loro una pubblicità francamente immeritata, lo slogan lanciato contro il governo- dopo i disordini di Torino ,dove è mancato poco che ci scappasse il morto e la magistratura fosse obbligata a indagare per omicidio, e non solo per devastazioni e lesioni- di “meno giudici e più criminali”. Giudici già troppo carichi di lavoro e criminali protetti dalla borghesia bacchettata dalla procuratrice generale di Torino.  

       Dei giudici, a carriere auspicabilmente separate, e a rappresentanza e disciplina anch’esse auspicabilmente  modificate se verrà confermata la riforma costituzionale sotto procedura referendaria, si occuperanno nelle loro competenze le Camere, il governo, i consigli superiori della magistratura giudicante e inquirente e l’alta corte di disciplina. Dei criminali si occuperanno i magistrati quando avranno la fortuna di vederseli portare davanti dalle forze dell’ordine senza lasciarli possibilmente liberi dopo qualche ora e consentire loro anche di uccidere di nuovo. Ma di certi criminali che probabilmente continueranno a farla ancora franca, o perché rimessi in libertà o soprattutto -nel nostro caso- per la loro capacità di rimanere nascosti a tirare i fili del disordine e dell’eversione, in una regia da anni di piombo, faremmo bene a occuparci noi nei giornali, nei salotti televisivi e dintorni, spesso in compagnia di politici e politicanti, un po’ meglio di quanto non abbiamo fatto sinora, spesso scambiandoli per eroi. Non c’è solo la borghesia, insomma, bacchettata dalla procuratrice di Torino.

       Personalmente non avrei voluto trovarmi la sera dei disordini a Torino nei panni del buon Fausto Bertinotti, che aveva appena esaltato in una intervista all’edizione torinese del Corriere della Sera “la piazza” rimasta, unica, a presidiare la democrazia. Presidiare o ucciderla del tutto?

Pubblicato sul Dubbio

Alla faccia dell’umorismo dopo i disordini di sabato a Torino

       Quest’ultimo ha scritto, anzi premesso, in apertura del suo editoriale odierno, dopo il sabato rosso di fuoco di Torino, che “quando un poliziotto viene picchiato da un manifestante noi siamo col poliziotto”, come -ha subito compensato- “col manifestante se picchiato dal poliziotto”.

       Ma sentite, anzi leggete quel che si è scritto nella “Cattiveria” di giornata – le virgolette del titolo sono mie- di quel poliziotto picchiato a martellate  dopo essere stato atterrato, prima di finire al pronto soccorso: “Torino: il poliziotto preso a martellate dimesso il giorno dopo. Un recupero talmente lampo che l’ha preso la Juve”. Che potrebbe magari allenarlo e tenerselo come riserva nel ruolo di portiere. Alla faccia dell’umorismo.

       Alla prossima “Cattiveria”, sempre tra le mie  virgolette, si scriverà magari che il poliziotto è stato trattenuto in ospedale per il tempo strettamente necessario alla visita che gli ha fatto, tra fotografi, telecamere e altro, la premier Giorgia Meloni, corsa a Torino dopo essersi contemplata e riconosciuta nella “faccia d’angelo” restaurata nella Chiesa di San Lorenzo in Lucina, a due passi da Palazzo Chigi.  

       Umorismo per umorismo, cronache e retroscena riferiscono di una Meloni -sempre lei- “incartata” nella questione della sicurezza col suo appello alle opposizioni a fare la loro parte in Parlamento con la maggioranza. Ma mi pare che ad incartarsi siano state le opposizioni reagendo al solito loro modo, cioè dividendosi e dettando condizioni di copertura alle loro già ricordate divisioni e, in più, ambiguità.

       Intanto quelli di Alkatasuna, il centro sociale  di Torino un po’ gemello del Leoncavallo di Milano, hanno esultato per il “successo” della manifestazione a loro sostegno. La prossima volta sapranno fare anche meglio, al loro modo. Cioè peggio.

Per la piazza violenta la magistratura se la prende con la borghesia

Non ho altri titoli se non quello di un giornalista doverosamente curioso per occuparmi della protesta, chiamiamola così, della procuratrice generale di Torino Lucia Musti contro gli ambienti benestanti e dintorni, diciamo pure la borghesia, come hanno tradotto in parecchi. Ambienti che hanno sottovalutato, sino a fiancheggiarli, volenti o nolenti, protagonisti, attori e comparse della criminalità di piazza. Che proprio a Torino si è appena fatta vedere e sentire devastando, secondo le indagini giudiziarie, e picchiando con martellate anche un agente di Polizia già atterrato negli scontri, e inerme.

       D’accordo, per carità, sulla borghesia distratta e pasticciona, sulla quale potette contare anche il terrorismo, rosso e nero, negli anni giustamente chiamati di piombo. La borghesia dei salotti nei quali si scambiavamo lucciole per lanterne, informata da un Corriere della Sera che omise nei titoli il nome di Indro Montanelli -licenziato qualche anno prima e presosi così sul serio da fondare un giornale concorrente portandosi appresso “l’argenteria” di via Solferino- quando riferì delle pallottole sparategli addosso da terroristi desiderosi di fare carriera. Come poi avrebbero fatto altri col mio collega e amico Walter Tobagi ammazzandolo sotto casa come un cane, sempre a Milano.

       Ma ai borghesi in salotto, magari anche televisivo, e per strada, non certamente cresciuti leggendo Leo Longanesi, che ne avrebbe avuto solo orrore, per quanto ne avesse viste anche lui di tutti i colori, bisognerebbe dare, almeno per onestà intellettuale , se non coraggio civile, una buona compagnia. Buona, naturalmente, per modo di dire. Penso ai magistrati -sì, anche loro- che occupandosi d’ufficio, diciamo così, dei malintenzionati che mettono a ferro e fuoco le città li liberano troppo facilmente o li indagano per reati di gran lunga minori rispetto alle azioni compiute e documentate in diretta o in differita.

       Vedrete che prima o dopo -se non è già avvenuto espressamente, e non solo allusivamente con le proteste a sinistra contro le “strumentlizzazioni” politiche degli avversari- sarà contestato alla premier Giorgia Meloni il “tentativo di omicidio” da lei avvertito e denunciato correndo a visitare gli agenti feriti a Torino. Come le fu contestato nelle settimane scorse di avere avvertito e denunciato l’opera di “vanificazione”, se non addirittura di boicottaggio, che subiscono il  governo e  il Parlamento che ne approva le iniziative quando intervengono decisioni giudiziarie della solita, assoluta discrezionalità.

       Anche di questa discrezionalità in fondo ai magistrati tocca rispondere, consapevoli o no che siano, nel referendum genericamente intestato alla giustizia, magari anche con la maiuscola che io invece mi e vi risparmio, nel referendum del 22 e 23 marzo. Che, in realtà, tocca solo loro, la separazione delle loro carriere, la composizione dei loro organi rappresentativi di carattere istituzionale e la loro disciplina, quel poco cioè di responsabilità di cui davvero possono rispondere, essendo quella cosiddetta “civile” qualcosa di molto improbabile o aleatorio dopo il tradimento del risultato del referendum del 1987. Cui seguì una legge ordinaria che lo vanificò appunto.

       La campagna referendaria del no condotta dall’associazione nazionale dei magistrati e partiti o correnti di sostegno, anche cambiando il quesito per tradurlo truffaldinamente nella domanda a favore o contro la “subordinazione dei giudici alla politica”, già si è scontrata con la cronaca nera di cui i disordini di Torino sono stati gli ultimi in ordine cronologico. Temo, sempre per i promotori del no, che altra ne seguirà a beneficio delle ragioni del sì ad una riforma che contiene sì praticamente la magistratura, ma solo nella onnipotenza che si è attribuita ben oltre limiti, confini e altro della Costituzione.

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La campagna referendaria del no sempre più comtrastata dalla cronaca

         La cronaca nera, o di guerra, o di guerriglia, come preferite, soprappostasi a quella politica della manifestazione a Torino favorevole al centro sociale Askatasana sgomberato dopo anni di polemiche e occupazione abusiva, disturba -a dir poco- la campagna referendaria del no alla riforma costituzionale sulla magistratura. La quale, proprio a Torino, indaga sui disordini per “devastazione”, almeno sino al momento in cui scrivo, anche dopo l’evidenza fotografica e televisiva – sottolineata personalmente dalla premier accorsa in ospedale dai feriti-  del tentativo di omicidio compiuto contro gli agenti di polizia, particolarmente quello inerme a terra e colpito a martellate.

       Apparentemente, verbalmente solidali con la polizia aggredita da malintenzionati non a caso incappucciati, le opposizioni non si sono lasciate scappare neppure questa occasione per liquidare come “stumentalizzazioni” i richiami del governo e delle forze della maggioranza alla necessaria severità delle reazioni. Il problema, secondo loro, e un titolo del Fatto Quotidiano che ne riflette logica e istinti, non è di una magistratura ritardataria, distratta e ideologizzata, ma di un “governo della insicurezza” che lesina nelle spese e non permette abbastanza giudici e forze dell’ordine per fronteggiare “i criminali”. “Meno giudici e più criminali”, è esattamente lo slogan del giornale capofila della campagna referendaria contro la riforma della magistratura.

       Manca ormai meno di un mese al referendum, che i signornò hanno tentato sinora inutilmente di ritardare in sede naturalmente giudiziaria contestando la data fissata dal governo. Ho l’impressione tuttavia  che il tempo giochi contro di loro per via non di chissà quale piano governativo e istituzionale ma semplicemente della cronaca, ripeto.

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