Gli ordini politici al contrario di Vannacci, come il mondo che non gli piace

       Non so che ordini desse Roberto Vannacci da generale ai suoi sottoposti. So però che ordini dia da comandante politico, ora che, rompendo con la Lega ma conservandosi ben stretto il seggio nel Parlamento europeo procuratogli dalla candidatura leghista, appunto, ha creato un partito….futurista, almeno di nome, per guidarlo e condurlo in prima linea.

       Sono ordini, a dir poco, al contrario come il mondo omonimo che lui tanto disprezza e vorrebbe raddrizzare sopravvalutando, temo, la propria forza. Ordini al contrario come quelli dati ai “suoi” tre deputati alla Canera -di cui due provenienti dalla Lega e l’altro dal gruppo misto dove era finito perché espulso dai fratelli d’Italia- di votare la fiducia al governo, per appello nominale, sugli articoli del decreto legge sugli aiuti all’Ucraina, e contro il provvedimento, a scrutinio segreto, ma annunciandolo già prima per vantarsene. Col governo, quindi,  sulla fiducia, e con tre voti ininfluenti fra i 207 contro i 119 della Camera, e neppure con tutta l’opposizione contro  il complesso del provvedimento, per il quale, per esempio, voteranno a favore inece anche i piddini contrari alla fiducia. Uno spettacolo, francamente, più da Carnevale, d’altronde ancora in corso, finendo quest’anno il 17 febbraio, che da Parlamento. Ma bisogna accontentarsi. E’ strano solo che piaccia, anzi sia praticato anche da Vannacci – già soprannominato Catenacci da chi ne parla nei corridoi della politica- con tutti i soldi che si è fatto, peraltro, scrivendone e parlandone male.

       Il guaio per la Politica, con la maiuscola, è che questo Vannacci già generale e ora comandante di “Futuro nazionale”, scavalcando persino lo spettacolo, chiamiamolo così, del referendum costituzionale sulla magistratura, si è un po’ impadronito mediaticamente, grazie alla generosità di noi giornalisti, della fine della legislatura, in vista delle elezioni dell’anno prossimo per il rinnovo delle Camera. Ma tant’è, ci tocca pure questo.

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Il processo di Giuseppe Conte al governo Meloni per schiavitù e dintorni

Me l’ero presa ieri col mio amico Paolo Sansonetti, direttore dell’Unità, mettendo nel conto delle polemiche ossessive contro il governo Meloni anche la complicità con lo schiavismo giallo di Glovo, con i suoi fattorini in bicicletta o motorino pagati due euro e mezzo per ogni consegna, su cui indaga la Procura di Milano. Me l’ero presa con lui perché aveva un po’ sfottuto il governo chiedendogli di occuparsi anche di questa materia quando avrà finito di interessarsi più o meno direttamente di Rai, Olimpiadi, festival di Sanremo.

       Mi ero persa un’intervista dell’ex premier Giuseppe Conte, aspirante al ritorno a Palazzo Chigi. Del quale vi ripropongo un passo su Glovo, appunto, di una sua intervista alla Stampa: “Qui stiamo parlando di caporalato, paghe a cottimo, il tutto sotto la soglia di povertà per 40 mila lavoratori. E’ inaccettabile che si debba attendere la magistratura per far luce su uno scandalo che il governo non ha voluto vedere sin da quando abbiamo proposto il salario minimo e sollevato il tema di contratti collettivi realmente rappresentativi. Che riconoscano diritti e tutele al rialzo e non al ribasso. Questa si chiama schiavutù”.

       Sceso nel dettaglio dell’affaraccio dei fattorini, Conte si è vantato di avere introdotto “durante i mei governi”, che sono stati due in effetti, “una delle prime normative europee per riconoscerne i diritti”. Ebbene, “col decreto del primo maggio 2023 Meloni -ha denunciato l’ex premier- ha invece introdotto un passo indietro alleggerendo gli obblighi di trasparenza per le imprese -anche internazionali, a proposito di sovranismo- che usano algoritmi. Ovvero: meno dritti, più zone grigie, meno sicurezza”.

       Conte si è risparmiato nel suo processo a Meloni per sostanziale complicità col caporalato contestato dalla Procura di Milano, o reati ancora più gravi che dovessero sopraggiungere nelle indagini, a dimettersi prima ancora di ricevere un avviso di garanzia e di rischiare la condanna del tribunale dei ministri. Così almeno, essendo stato raggiunto con altri mezzi l’obiettivo della caduta del governo, il referendum del 22 e 23 marzo potrebbe tornare ad essere sulla magistratura e non sul governo, appunto. E Conte col suo fronte del no si appenderebbe al pero sul merito vero della prova referendaria. Dove è in gioco la fiducia non nel governo ma nella magistratura, specie quella associata.  

In ricordo di Angela Azzaro, scomparsa troppo presto davvero

Già incorso con lei in una gaffe imperdonabile, non avendone avvertito l’accento sardo e chiesto le se non fosse la figlia o la nipote del mio carissimo amico siciliano Giuseppe Azzaro, ex parlamentare della Dc, ebbi con Angela un approccio professionalmente sfortunato al Dubbio. Lecontestai un titolo che considerai troppo critico verso Massimo D’Alema apposto a un mio articolo già polemico di suo. Per cui avvertii il rischio di una querela che mi avrebbe infastidito. E che non giunse per riguardo, credo, di D’Alema più verso il direttore Piero Sansonetti che altro.

       Eppure quello fu anche l’inizio di una bella, indimenticabile esperienza umana e giornalistica con Angela Azzaro, al cui ricordo struggente fatto dal direttore Davide Varì vorrei associarmi, grato di tutta l’attenzione e l’amicizia ricevute, forse immeritatamente, da una professionista di primissimo ordine. Che divenne per me un angelo protettore per lo scrupolo col quale leggeva e passava i miei commenti, qualche volta forse non condividendoli ma spesso rimediando ai refusi -come li chiamiamo un po’ troppo generosamente fra di noi-  che nella pratica digitale delle redazioni frequentemente escono stampati come dal computer di chi scrive nella solita fretta. Ma anche disattenzione.

       Grazie, Angela. Te ne sei andata, a soli 59 anni, con la tua bravura e la tua bellezza, troppo presto davvero.

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Il sì “giusto” dei cattolici alla riforma costituzionale della magistratura

Vi ricordate Rocco Buttiglione, 78 anni a giugno, amico e devoto di più Pontefici di Santa Romana Chiesa, l’ex ministro che Silvio Berlusconi tentò da Palazzo Chigi di mandare alla Commissione europea, a Bruxelles, dove però inciampò nella bocciatura parlamentare perché prevenuto -dissero- verso gli omosessuali da lui considerati peccatori? E Roberto Formigoni, 79 anni da compiere a marzo, già governatore della Lombardia, pappa e ciccia con Comunione e Liberazione, pregiudicato negli archivi di chi non gli perdona di essere tornato in libertà dopo avere scontato la pena per corruzione? E Paola Binetti, 83 anni da compiere, coetanea di Marcello Pera, l’ex presidente forzista e laico del Senato, amico personale del compianto Papa Ratzingher, tanto da confezionare insieme un libro di discorsi e riflessioni? E il cardinale Camillo Ruini, che fra otto giorni compirà 94 anni e conserva ancora la voglia e la lucidità delle parole e dei ricordi? Vi risparmio altri nomi non perché minori ma per non esaurire lo spazio con l’elenco dei  cattolici espressisi per il sì referendario, fra convegni e interviste, alla riforma della magistratura. Anzi, per un sì “giusto”, come giusto peraltro è chiamato il processo nell’articolo 111 della Costituzione riscritto nel 1999 per vincolarlo a un “contraddittorio tra le parti in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale”. Formulazione dalla quale non solo il Guardasigilli in carica Carlo Nordio ma persino l’ex magistrato simbolo della stagione giudiziaria delle “Mani pulite” Antonio Di Pietro- che in tribunale gridava anche con le mani e con gli occhi-  fanno derivare la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri sottoposta al referendum del 22 e 23 marzo. E di tutto ciò che a sua svolta ne consegue fra Consigli superiori della magistratura anch’essi separati e Alta Corte di giustizia per non lasciare soli i magistrati a giudicarsi fra di loro, con una disciplina domestica che è un altro unicum italiano dai giorni, spero, contati.

       Ebbene, questi cattolici del sì persino giusto, per le reazioni suscitate dalle cronache che li hanno riguardati sembrano diventati un’altra ossessione dei signornò referendari. Che si sono svegliati dal sogno, torpore e quant’altro di certi parroci e simili aperti al no referendario volantinati fuori e dentro le chiese, già prima che la cattolica ex ministra e altro ancora Rosy Bindi condividesse la guida della campagna contro la riforma e si portasse appresso altri nomi di peso del suo mondo. Un torpore che aveva indotto i signornò, tanto da procurarsi una smentita ufficiale, a scambiare di recente per un invito al sì quello del presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale di Bologna Matteo Maria Zuppi, semplicemente a votare, a non disertare le urne come ormai fa la maggioranza degli elettori iscritti o militanti del partito dell’astensionismo.

       I cattolici del si -semplicemente del sì, risparmiandoci anche l’aggettivo di Buttiglione e amici- sono dai signornò più temuti, se non odiati, della “sinistra del sì” impersonata dal presidente emerito della Corte Costituzionale Augusto Barbera e amici o ex compagni di partito. Tolgono loro maggiormente il sonno perché la fede dei cattolici è più trasversale, più incisiva della fede e militanza di sinistra, viste le condizioni alle quali quest’ultima è stata ridotta da quelli che ne furono e ancora si considerano i rappresentanti più quotati e qualificati, persino sul piano morale, di una                                                                                                                                                                                                                             sinistra del passato finita tra le macerie del muro di Berlino e, particolarmente in Italia, tra le maglie del giustizialismo, a rimorchio dei magistrati più debordanti e della loro associazione.

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Quello schiavismo giallo di Glovo che corre in bicicletta nelle città…

       C’era una volta lo schiavismo giallo, inteso come cinese, praticandosi in quel paese pur orgogliosamente comunista uno sfruttamento della manodopera che rendeva i suoi prodotti estremamente competitivi nel mondo borghese, chiamiamolo così. Dove i sindacati esistevano, ed esistono, davvero, mica per finta come da quelle parti.

       C’è adesso in una ventina di paesi e più, caduto sotto il controllo giudiziario della Procura di Milano, che indaga per caporalato e altro, lo schiavismo della spagnola, per nulla cinese Glovo. Che manda in giro per le nostre città 40 mila e più fattorini in bicicletta, e contenitori gialli, che effettuano consegne a due euro e mezzo l’una, in qualsiasi clima, ora e condizioni di traffico o d’altro. E senza solide coperture assicurative o previdenziali, risultando lavoro autonomo.

       L’indagine giudiziaria è sacrosanta, per carità. E’ sacrosanto anche lo sdegno di cui ha voluto assumere una specie di guida professionale, per i suoi trascorsi accademici e politici, l’ex ministra del lavoro Elsa Fornero. Che è rimasta famosa per le lacrime versate, fra l’insofferenza dell’allora premier Mario Monti, in una conferenza stampa dove doveva spiegare tagli e sacrifici imposti dalla grave crisi economica e finanziaria di quel momento.

       Meno sacrosanto, anzi per niente, è l’uso strumentale che già avverto di questa vicenda nella lotta al governo in carica. Che sarebbe responsabile dello schiavismo giallo di Glovo, e società connesse a responsabilità limitata, anzi limitatissima. Un governo -ha scritto per esempio sull’Unità il mio amico Piero Sansonetti con ironia, anzi con sarcasmo- che “quando avrà risolto il caso Pucci, che di sicuro è più urgente e complesso, potrebbe occuparsi” anche dello schiavismo giallo facilitato o addirittura provocato dal no opposto dalla Meloni al salario minimo garantito. Cui anche i sindacati erano almeno una volta contrari considerandolo facilmente aggirabile e comunque riduttivo delle loro competenze nelle trattative contrattuali.

       Il mondo cambia ma il modo di fare opposizione resta sempre lo stesso. Tutto è comunque e sempre, ripeto, del governo o premier di turno.  

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Mastella fra il no referendario e il sì al piazzale Bettino Craxi a Benevento

Al (e del) sindaco di Benevento Clemente Mastella – accusato dal Fatto Quotidiano di stare saccheggiando politicamente, ma forse anche moralmente, la toponomastica della sua città dedicando parchi, aiuole, piazze e piazzali a persone immeritevoli- verrebbe voglia di scrivere che ben gli sta. O “se l’è cercata”, come diceva la buonanima di Giulio Andreotti, almeno una volta assai infelicemente perché parlava dell’avvocato Giorgio Ambrosoli. Che era stato appena ammazzato sotto casa a Milano, nel 1979, da un sicario americano di Michele Sindona. Della cui banca il professionista aveva avuto la sfortuna di essere il liquidatore.

       Ma a Mastella amichevolmente non glielo dico né glielo scrivo, pur avendomi  sorpreso in questa stagione referendaria, diciamo così, col suo no alla riforma costituzionale della magistratura, nonostante ne fosse stato -e in qualche modo ancora sia- danneggiato. Egli ha impiegato  undici anni con i suoi familiari per essere assolto da una cervellotica indagine e conseguenti processi che in ogni caso gli hanno abbassato il livello di azione e incidenza politica. Da ministro della Giustizia che era stato nel secondo ed ultimo governo di Romano Prodi- travolto con le Camere, sciolte anticipatamente, dalle  dimissioni dichiaratamente di protesta di Mastella contro il tipo di attenzione riservatagli da una magistratura che peraltro anche nel dicastero da lui diretto aveva ruoli e funzioni di grande e forse non del tutto opportuna dimensione- si è ristretto a livello regionale, al massimo. Dove sta peraltro con la sua formazione locale in una maggioranza di cosiddetto centrosinistra più borbottando che compiacendosi. E non scrivo di più. 

       Il sorprendente no alla riforma costituzionale della magistratura, quasi come quello del suo amico e collega di militanza democristiana Paolo Cirino Pomicino, non ha risparmiato a Mastella sul giornale capofila della campagna referendaria appunto del no, com’è Il Fatto, la contestazione di un’aiuola -fra le più belle di Benevento per ammissione del destro Italo Bocchino- a un campione delle preferenze sannite che fu a suo tempo  il parlamentare della destra Alberto Simeone.

       Se a quest’ultino è stata dedicata un’aiuola, al compianto Ciriaco De Mita, suo maestro di politica e di vita, di cui fu portavoce prima di salire su su fino al Ministero della Giustizia, Mastella ha dedicato un parco. Ma soprattutto al compianto Bettino Craxi un piazzale con tanto di cerimonia inaugurale col figlio Bobo, essendo forse la sorella Stefania troppo a destra nella geografia politica di Mastella come presidente della commissione Esteri e Difesa del Senato. Bobo invece dalla destra ha preso le distanze, ma sul referendum di marzo ha annunciato di votare sì alla riforma della magistratura

       Craxi celebrato a Benevento come presidente del Consiglio, quale fu fra il 1983 e il 1987, anziché come pregiudicato e latitante, è la goccia che ha fatto traboccare il vaso agli occhi e al naso degli avversari, ora, anche di Mastella. Il cui no referendario però, spero non decisivo, rimarrà probabilmente gradito lo stesso.  

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Un pò sfortunati, diciamolo, i signornò della campagna referendaria

       Diciamolo pure con franchezza, al limite di una solidarietà che di certo non meritano per tutte le forzature che stanno facendo nella campagna referendaria contro la riforma della magistratura. Che viene rappresentata contro la sua autonomia, indipendenza eccetera eccetera, pur ribadite espressamente dall’articolo 104 della Costituzione, modificato solo per stabilire che le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri non sono più uniche ma separate, come in tanti altri paesi, la maggioranza per altro di quelli ancora democratici in un mondo dove purtroppo crescono le spinte e le simpatie autoritarie, a cominciare dal mito che sono sati per tanti di noi e per tanto tempo gli Stati Uniti d’America. Dove invece a Trump piace troppo Putin, almeno per i miei gusti, nonostante ogni tanto mostri o finga di non gradirne i metodi, o la flotta clandestina che trasporta il petrolio sfuggendo alle sanzioni e simili.

       I signornò referendari hanno appena aperto o riaperto le loro offensive, anche sarcastiche, contro il governo, non solo il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che hanno avvertito la sagoma, diciamo così, del terrorismo nelle violenze di piazza e sono rimasti di stucco nel vedere liberati in poche ore dalla magistratura a Torino i pochi fermati per il sabato della vergogna, con un agente di Polizia martellato a terra, inerme: i signornò, dicevo, hanno appena attaccato e deriso un governo preoccupato e hanno dovuto registrare la decisione dei pubblici ministeri competenti di indagare anche per terrorismo sugli attentati alla sicurezza dei trasporti ferroviari. E nel momento peraltro in cui l’Italia è più esposta nel mondo, e nel traffico, per le olimpiadi invernali.

       Che sfiga per i signornò, direbbero a Roma, e non solo alla Garbatella dove è cresciuta Giorgia Meloni sino a diventare premier. Dopo avere accarezzato l’idea, e assunto iniziative per questo, di allungare la campagna referendaria sulla magistratura gli antagonisti dovrebbero temere ancora di più la campagna rimasta invariata nella sua durata con le decisioni adottate dal governo recependo la modifica apportata dalla Cassazione al quesito referendario.

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L’esonero della magistratura dai controlli concesso in diretta da Zagrebelsky

Gustavo Zagrebelsky, professore e presidente emerito, molto emerito della Corte Costituzionale, ha “in altre parole” – titolo di una trasmissione de la 7- bocciato in diretta televisiva il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Che nella sua veste di Guardasigilli e di magistrato per una vita si è permesso di chiedersi e chiedere in una conferenza stampa “chi controlla la magistratura” in un sistema di tanti controlli. In cui -mi permetto di osservare da cronista politico- il Parlamento è controllato dal presidente della Repubblica, che lo può sciogliere anche anticipatamente. E con una certa, vasta discrezionalità: quella, per esempio, praticata nel 1994 dal Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro inducendo alle dimissioni il presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi per presunto esaurimento del mandato da lui stesso assegnatogli, e rimandando gli italiani alle urne, appena due anni dopo le precedenti. E ciò mentre non solo il solito -direte- Marco Pannella ma anche l’allora capogruppo democristiano della Camera Gerardo Bianco cercavano di formalizzare a Montecitorio la permanente maggioranza di cui quel governo ancora disponeva, o poteva disporre se messo alla prova di una votazione di fiducia.  

       Se il Parlamento è controllato dal presidente della Repubblica, che ne giudica le capacità di funzionamento istituzionale e politico, il Capo dello Stato è a sua volta controllato dal Parlamento, che può “impicciarlo”, come si dice in volgare traduzione di un termine americano, mettendolo in stato di accusa davanti alla Corte Costituzionale, secondo l’articolo 134 della Costituzione.

       Non parliamo poi dei controlli cui è sottoposto il governo, solitamente accusato dalle opposizioni -non solo quello in carica della Meloni- di cercare di sottrarvisi. Innanzitutto il controllo del Parlamento, che lo fiducia o sfiducia Il controllo inoltre del presidente della Repubblica, che opera la cosiddetta persuasione morale facendogli spesso cambiare decreti legge e disegni di legge, rispettivamente, per emanarli o autorizzarne la proposta alle Camere. I controlli infine della  magistratura ordinaria e di quella amministrativa.

       E la magistratura, a sua volta?, si è chiesto con esperienza e buon senso il Guardasigilli in questa campagna referendaria in corso sulla riforma costituzionale che la riguarda direttamente. Una domanda che Zagrebelsky ha liquidato come “una supercazzola”, pur non pronunciando per intero la parola, aggravata dal fatto di essere stata espressa da un “super-ministro” davvero, essendo quello della Giustizia l’unico nominato, per le sue competenze e il suo ruolo particolari, nella Costituzione.

       Par di capire dal ragionamento del presidente emerito della Corte Costituzionale, arruolatosi da solo anche in questa campagna referendaria del no alla riforma in attesa di verifica del voto popolare, che la magistratura possa o debba essere considerata esonerata da controlli per l’autonomia e l’indipendenza da ogni altro potere riconosciutegli dall’articolo 104 della Costituzione. E anche perché “i giudici sono soggetti soltanto alla legge”, come dice l’articolo 101. La legge applicata e interpretata dalla stessa magistratura.

       Qui, con tutto il rispetto dovuto, per carità, al professore e presidente emerito della Corte Costituzione, e alla sua miscela di severità e ironia, temo che dalla partica di ragionare si stia passando, o si sia già passati, alla pratica del sofisticare. Che magari piacerà all’associazione nazionale dei magistrati, della quale di recente Antonio Di Pietro, simbolo per tanti anni della magistratura d’accusa, che faceva sognare le folle smaniose di manette e processi sommari di piazza, ha parlato come di “una bocciofila di fatto diventata quinto potere”. Dopo il quarto – bontà di “Tonino”- che dovrebbe essere il nostro, giornalistico.

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La data…immobile del referendum di marzo sulla magistratura

       E’ durata pochissimo l’illusione di allungare la campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura. Illusione alimentata addirittura dai giudici della Cassazione che hanno cambiato il quesito adottando quello proposto nella raccolta delle 500 mila firme sovrappostasi alla promozione parlamentare del referendum.

       In particolare, come in una beffa, l’allungamento della campagna referendaria sarebbe dovuto derivare dall’allungamento del quesito. Che è cambiato appunto nella sua lunghezza, non nel suo contenuto, essendo stati specificati più dettagliatamente gli articoli della Costituzione modificati dalla riforma. Già questa beffa, ripeto, avrebbe dovuto sconsigliare i giudici della Cassazione, fra i quali uno passato per un po’ per la politica, dal prestarsi al sostanziale tentativo del rinvio ma ormai nella magistratura può accadere davvero di tutto.

       Con mossa fulminea e “prepotenza istituzionale” -si è protestato dal Pd-  per quanto  a Roma il ministro della Giustizia Carlo Nordio minimizzava un eventuale rinvio di quindici giorni mostrando di metterlo nel conto, la premier Giorgia Meloni si è occupata personalmente della questione a Milano, fra i vari impegni collegati all’apertura delle Olimpiadi invernali, compreso il suo incontro col vice presidente americano Vance. E, d’intesa col presidente della Repubblica Sergio Mattarella, anche lui a Milano per lo stesso evento, ha disposto per l’indomani, cioè ieri, una seduta del Consiglio dei Ministri per prendere atto delle modifiche apportate al quesito ma confermare la data referendaria del 22 e 23 marzo. A un brigante un brigante e mezzo, diceva il compianto Sandro Pertini quando era presidente della Repubblica, certo con altro spirito parlando lui di briganti veri e trattandosi oggi di briganti metaforici.

       La conferma della data evita col mancato allungamento della campagna referendaria ulteriori inasprimenti, a dir poco, dello scontro politico e persino istituzionale per il livello dei contendenti. Come il presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, che ieri sera, partecipando alla trasmissione televisiva “in altre parole” di Massimo Gramellini, su la 7, ha praticamente sfottuto, se non insolentito, Nordio. Cui ha dato giustamente del “super”, essendo quello della Giustizia il solo ministro citato nella Costituzione, per definire ironicamente “supercazzola” la domanda polemica postasi dal Guardasigilli su chi “controlla la magistratura”. Domanda invece di semplice buon senso, peraltro postasi da un ex magistrato. E che magistrato.

Il no referendario di D’Alema a dispetto della sua commissione bicamerale

     

Orgogliosamente ostinato nelle sue abitudini, Massimo D’Alema non ha volito mancare all’appuntamento con la sorpresa annunciando, fra mostre e celebrazioni,  il suo no referendario alla riforma costituzionale della magistratura, più che della giustizia declamata con qualche esagerazione anche dai sostenitori.

       La sorpresa deriva dal ricordo, che personalmente ho nitido – confermato anche da autorevoli testimonianze di cui scriverò-  dello stesso D’Alema presidente della più celebre, direi, delle commissioni bicamerali per riforme piò o meno organiche della Costituzione. Presidente, nel 1997, per scelta soprattutto di Silvio Berlusconi, che dai banchi dell’opposizione di centrodestra lo preferì ad altri esponenti della sinistra che ambivano a quella carica, neppure tanto dietro le quinte. Nacque anche da quella scelta il personaggio “Dalemoni” inventato nelle sue cronache dall’indimenticabile Giampaolo Pansa, Giampa per gli amici,  anche se lo hanno dimenticato a Repubblica celebrando i 50 anni della testata.

       In quella commissione, non a caso finita presto in abrasivi e minacciosi giudizi di magistrati di primo piano dell’epopea giustizialista delle indagini rimaste famose come “Mani pulite”, prevalse  nel confronto sulla giustizia la prospettiva delle carriere separate dei giudici e dei pubblici ministeri. Non si ricordano francamente segni di contrarietà o solo di disagio del presidente della commissione, tutto preso dalla leggenda che a sinistra si faceva di lui fra i padri ricostituenti, diciamo così, della Repubblica, essendo caduta la prima sotto la ghigliottina giudiziaria e avendo bisogno la seconda di un adeguamento costituzionale, appunto.

       Ad un certo punto, per una serie di ragioni politiche, personali, umane e quant’altro, riguardanti anche il presidente del Consiglio dell’epoca Romano Prodi, che sembrava a torto o a ragione infastidito pure lui dalle dimensioni di D’Alema, che -guarda caso- l’avrebbe sostituito a Palazzo Chigi nel 1998 opponendosi alle elezioni anticipate reclamate dal presidente dimissionario e dal suo vice Walter Veltroni; ad un certo punto, dicevo, la commissione entrò in crisi. Ne furono interrotti i lavori e mancò una votazione specifica sulla separazione delle carriere dei giudici e, ripeto, pubblici ministeri.

       Di quella mancata votazione, o formalizzazione, D’Alema si fa forte probabilmente nelle sue riflessioni postume, e in questa campagna referendaria in corso, per credere di non contraddirsi scegliendo e annunciando il no. “In difesa degli indagati”, ha detto ragionando come un Pomicino o un Mastella qualsiasi, anche loro schieratisi per il no ricordando con paradossale nostalgia, o quasi, i pubblici ministeri nei quali erano incorsi nelle loro disavventure giudiziarie. Un Pomicino e un Mastella che mi perdoneranno per amicizia e stima ricambiate di quel “qualunque” cui ho fatto polemicamente ricorso.

       Fra gli amici e compagni di D’Alema di quella mancata fase ricostituente della sua commissione c’erano Cesare Salvi e Claudio Petruccioli. Il primo ha appena partecipato con l’ex presidente di centrodestra del Senato Marcello Pera ad una rappresentazione del sì referendario. L’altro ha appena riproposto al Giornale una sua intervista di luglio del 1997 allo stesso Giornale in cui, a proposito dei lavori di quella commissione ancora in corso, diceva di “essere stato sostenitore della separazione delle carriere da prima di Tangentopoli”. E di non avere certamente cambiato parere assistendo allo spettacolo giudiziario e politico che n’era seguìto.  E in qualche modo continua.  

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