In dialetto romano, universale come tutte le cose di Roma, anche le sue pietre, il presidente pro tempore degli Stati Uniti Donald Trump è soprattutto un burino. Er burino, universale pure lui per derivazione, diciamo così.
Per la premier” allibita” Giorgia Meloni, insultata a freddo parlandone al telefono con una televisione italiana che non si aspettava di meglio – tanto ne è ossessionata fra l’imbarazzo neppure tanto nascosto dell’editore che cerca di rimediare con la carta stampata del Corriere della Sera- Trump è diventato un affare, dopo essere stato il suo handicap per le simpatie riservategli in passato. Un affare, data la solidarietà ricevuta, a cominciare da quella del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, come lo sta diventando il generale in pensione Roberto Vannacci, fanaticamente feccia della destra italiana, valorizzata dalla sinistra più trinariciuta e presuntuosamente astuta che punta su di lui scommettendo sui voti che potrebbe togliere alla coalizione di governo facendola sorpassare da attori e comparse di un’alternativa parolaia.
La pena che Trump dice di avere provato al G7 per la Meloni vedendosi implorare da lei, addirittura, una foto con lui, di spalle, di fronte e di lato, indifferentemente, per archiviare le divergenze avute sul Papa e sull’Iran, è pari solo alla paura ormai che il presidente americano fa ormai anche alla maggioranza del suo Paese. Se ne vedranno gli effetti nelle elezioni autunnali di cosiddetto medio termine, se alla Casa Bianca non si inventeranno qualcosa per evitarle. O truccarle, che sarebbe la stessa cosa.
Non stiamo assistendo al tramonto dell’Occidente, come forse sperano tanto a Mosca quanto a Pechino. Stiamo assistendo solo al tramonto del peggiore presidente che gli Stati Uniti abbiano avuto in 250 anni di storia. Riscattati solo, per ora, dal loro primo Papa.
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