Tranquilli: il sottosegretario grillino Di Stefano continuerà a brillare alla Farnesina

 

            Il fatto di avere come ministro degli Esteri Luigi Di Maio, cui capitò -ma prima di arrivare alla Farnesina, va riconosciuto- di scambiare per venezuelano il defunto generale e dittatore cileno Augusto Pinochet, renderà probabilmente difficile allo stesso Di Maio tirare le orecchie al suo collega di partito, amico e Schermata 2020-08-06 alle 07.30.22sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, peraltro arrivato in quel dicastero prima di lui, già nel governo gialloverde, per avere scambiato i libanesi per i libici. Ai quali il poveretto si è affrettato ad esprimere tutta la solidarietà sua personale e del governo, naturalmente, per le vittime e i danni delle esplosioni a Beirut. Egli si è trascinato appresso, via twitter, che dovrebbe cominciare ad essere inibito per ragioni di prudenza e di igiene a esponenti del Parlamento e del Governo, con tutte le maiuscole del caso, la collega di partito e senatrice Elisa Pirro.

            L’ineffabile Di Stefano, un ingegnere informatico siciliano eletto in Lombardia  alla Camera forse perché conosciuto in quella regione meno che nella sua di origine, ha cercato di cavarsela scherzandoci lui per primo sulla sua gaffe, a dir poco. E per fortuna non ha cercato di scusarsi dicendo di avere alla Farnesina solo “la delega”, come si dice in gergo tecnico per indicare le proprie competenze, dell’Asia:  non quella dell’Africa o del Medio Oriente. Su cui quindi potrebbe sentirsi esentato da ogni obbligo di informazione.

            Naturalmente il sottosegretario rimarrà stabilmente, fisso come un paracarro, al suo posto alla Farnesina in questo secondo governo Conte e forse anche in quello successivo, se ce ne sarà un terzo: cosa che in questa Italia dalle enormi ma nascoste risorse e sorprese potrebbe anche accadere. Eppure sarebbe bello se qualcuno cadesse nella tentazione, nei piani alti della politica e soprattutto delle istituzioni, di farne un caso per nobilitare questa estate che promette così poco di buono.

             

           

Se i servizi segreti diventano personali, e non solo politicamente lottizzati

            La lettura, ieri su Repubblica, di un lungo articolo di Carlo Bonini sulla “vera battaglia dei servizi segreti”, come dal titolo del richiamo in prima pagina, o su “Conte, Di Maio, Zingaretti- La guerra sui Servizi spacca il governo”, come dal titolo a pagina 11, mi ha lasciato senza Richiamo Bonini.jpegfiato, pur con tutte le cautele suggeritemi da quel “retroscena”, in rosso, sovrastante il racconto della complessa trama in cui si intrecciano vite e progetti di militari eTitolo Bonini politici di rango. Che sarebbero protagonisti -ha scritto Bonini, approdato a Repubblica dal manifesto e dal Corriere della Sera- di “una partita avvelenata”, che ha “il sentore fetido della cultura del ricatto” e “non ha nulla a che vedere con la sicurezza nazionale, ma con la convinzione, figlia della fragilità delle biografie dei protagonisti politici” di potersi muovere e muovere gli altri per garantirsi la propria sicurezza, sotto ogni punto di vista, prima o al posto di quella del Paese.

            A un articolo pieno di nomi, di gradi, di qualifiche, di circostanze datate, di scadenze e di norme inserite come supposte in decreti legge di tutt’altro argomento e destinazione per evitarle o prorogarle, e di giudizi pesantissimi su  un generale che avrebbe persino una vita privata Palazzo Chigi.jpegtroppo “disinvolta” per collaborare col capo del governo e sussurrargli all’orecchio come al cavallo Conte.jpegdel celebre film del 1998 tratto dal romanzo di Nicholas Evans e interpretato da Robert Redford, mi aspettavo non una pioggia ma un temporale di reazioni, smentite, precisazioni, minacce di denunce e denunce immediate. Ma tutti, militari e civili, sono rimasti silenziosi ai loro posti: terribilmente silenziosi, direi.

            Non sono tanto ingenuo, all’età che ho e col mestiere -continuo a chiamarlo così- che faccio, da pensare che ai vertici, ma anche molto al di sotto dei vertici, dei servizi segreti -o solo dei Servizi, come qualcuno li chiama con un generoso e misterioso maiuscolo- uomini e ora anche donne si avvicendano  per caso, o per concorso. Se così fosse, dovrei credere che davvero i bambini nascono sotto i cavoli. La politica ci ha sempre messo lo zampino, anche per mano di autentici statisti: da Alcide De Gasperi ad Aldo Moro, per stare al topo e nei confini temporali della Repubblica. Ma erano statisti dietro ai quali c’era appunto lo Stato, nel peggiore dei casi i loro partiti, ma con tutte le fisionomie dovute, i voti, i seggi parlamentari, le maggioranze, le opposizioni incalzanti e quant’altro.

            Anche i Servizi -sempre quelli con la maiuscola- hanno finito per essere lottizzati partiticamente. Lo ammetto. Ma qui, a leggere bene  Carlo Bonini e il silenzio che ne è seguito, debbo dire che anche la lottizzazione è scesa di livello. E da politica o partitica è diventata personale, intestata persino a uomini dei quali il meno che si possa dire, col nulla di politico davvero che hanno alle spalle, è che sono in cerca d’autore, se mai riusciranno a trovarne uno. E Corazzieri.jpegmi chiedo come possa anche l’illustrissimo signor Presidente della Repubblica leggere certe cose senza inorridire, essere soccorso da qualche corazziere nel suo ufficio o per i corridoi del Quirinale e fare poi quello che deve: rifiutare la propria firma a certe nomine, se la sua firma occorre, come spero.   

 

 

 

 

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I 50 anni delle Regioni festeggiati al Quirinale ma portati un pò male…

            Per quanto con i loro 50 anni di vita siano più giovani della Costituzione, che ne ha compiuto De Luca al Quirinale.jpeg72, e alcuni dei loro “governatori” sianoFontana al Quirinale.jpegarrivati al Quirinale a passo di carica, come Vincenzo De Luca, o con le giacche svolazzanti Emiliano al Quirinale.jpegsu maniche Zaia al Quirinale.jpege spalle, come i leghisti Attilio Fontana e Luca Zaia, le regioni italiane si portano maluccio la loro età, diciamolo francamente. A farle invecchiare precocemente ha contributo la dura prova sopportata dal sistema sanitario, di loro competenza, nell’impatto con l’emergenza virale.

             Nella festa di compleanno politico allestita per loro sul Colle  il presidente della Repubblica ha  fornito anche un aiutino prezioso con la raccomandazione al governo di coinvolgere le regioni nella gestione degli ingenti fondi europei per la ripresa post-endemica varati nel recente vertice di Bruxelles, anche se deve essergli costata -credo-una grossa fatica sorvolare sul rischio che esse corrono, a causa della posizione assunta nella maggioranza dai grillini, di non poter attingere a quel prestito di 37 miliardi di euro già disponibili proprio per il potenziamento del sistema sanitario, diversamente dagli altri soldi destinati ad arrivare solo dall’anno prossimo.

            Se il capo dello Stato si fosse avventurato su questo terreno, magari limitandosi a raccomandare realismo al governo, avrebbe moltiplicato i guai del presidente del Consiglio. Il quale è convinto che l’attenzione a  questo problema sollevato con insistenza dal Pd e dai renziani nella maggioranza, e dai forzisti e radicali all’opposizione, sia  addirittura “morbosa”. L’ascolto gli costerebbe la crisi, visto che il Movimento 5 Stelle, diviso quasi  su tutto,  fa del suo no a quel prestito targato Mes, da meccanismo europeo di stabilità, una questione di bandiera: come il suo sì alla riduzione dei 345 seggi parlamentari alla prova del referendum confermativo del 20 settembre. Se, in assenza di un barlume di nuova legge elettorale reclamata nel momento di far passare la riforma in Parlamento, il Pd si disimpegnasse a tal punto da far mancare la ratifica, i grillini compirebbero forse anche il suicidio delle elezioni anticipate, a costo di ridursi davvero a fare “i gelatai” davanti al Parlamento nella nuova legislatura, come li sfotte ogni tanto il loro ex simpatizzante Antonio Di Pietro. Che essi hanno tenuto a distanza non fidandosene, nonostante i suoi buoni rapporti e una passata collaborazione con la buonanima di Roberto Casaleggio.

            Forse il capo dello Stato ha peccato di ottimismo leggendo in chiave positiva la riforma già subita dalle regioni nei loro cinquant’anni di vita col titolo quinto della Costituzione, riscritto in tutta fretta nel 2001 dal secondo governo di Giuliano Amato per inseguire i leghisti sulla strada del federalismo e trattenerli, peraltro inutilmente, dal ritorno nel centrodestra di Berlusconi, dopo la rottura di Umberto Bossi alla fine del 1994. Ne derivò un pasticcio, con un contenzioso infinito davanti alla Corte Costituzionale, riconosciuto dagli stessi autori -di centrosinistra- della riforma con un  intervento correttivo travolto però dall’antirenzismo che segnò il referendum del 2016: un’occasione davvero perduta, che aggravò anziché fermare l’invecchiamento precoce dell’istituto regionale, ancor prima della sopraggiunta epidemia virale.

 

 

 

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Il partito di Beppe Grillo ridotto ormai come la carcassa del suo fuoristrada

C’è solo l’imbarazzo della scelta se valutare più dannosi al Paese i danni procurati da Matteo Salvini al centrodestra, impedendogli -secondo l’ex direttore di Repubblica Ezio Mauro- di essere un vero e affidabile schieramento conservatore di stampo europeo, o quelli procurati al governo in carica dai grillini. Il cui caos interno è francamente ancora più visibile di quello leghista e mette sempre di più nell’angolo, nonostante il gradimento personale che gli riservano generalmente i sondaggi, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Verso il professore pugliese alla sua seconda esperienza a Palazzo Chigi, proprio o sempre su Repubblica, quasi come controcanto a Ezio Mauro, va sempre più affievolendosi il giudizio una volta entusiastico del fondatore Eugenio Scalfari. Che domenica scorsa, per esempio, ha scritto di lui che “in queste settimane ha perso molto della sua efficacia” e “va avanti a tentoni”, pur essendo uscito con un buon risultato dal recente vertice europeo di Bruxelles. Salvini a tentoniDove si è assicurato, grazie alla tenuta del tandem Merkel-Macron, aiuti comunitari per la ripresa post-epidemica di 209 miliardi di euro, pur non disponibili immediatamente come il prestito di 37 miliardi per il potenziamento del servizio sanitario. Che è invece  contestato dai grillini e quindi bloccato lì, tra le cose da vedere e non toccare.

Che Matteo Salvini, “il capitano” della Lega, non goda più della buona salute politica o del vento delle elezioni europee dell’anno scorso e di quelle regionali immediatamente successive, che lo portarono a quasi il 35 per cento dei voti, è indubbio. Che fra i leghisti ci sia malumore e un po’ anche di paura, specie di fronte all’oggettivo pasticcio in cui si è ficcato il “governatore” lombardo Attilio Fontana con la storia dei camici prima venduti e poi offerti  alla regione, nei giorni peggiori dell’epidemia, dal cognato in società con sua moglie, è altrettanto indubbio. Che l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, e tuttora responsabile del dipartimento estero della Lega, Giancarlo Giorgetti non abbia digerito per niente il sostanziale voltafaccia di Salvini, di fronte al no di Giorgia Meloni, sulla prospettiva di un governo di unità nazionale o emergenza presieduto da Mario Draghi, non è vero ma verissimo. Eppure mi sembra alquanto prematuro il mezzo funerale politico del leader della Lega celebrato dal già citato ex direttore di Repubblica in sintonia, una volta tanto, col Fatto Quotidiano, sul cui ring di prima pagina Salvini è diventato un pugile “suonato”.

Se non vogliamo credere ad un filosofo, ma anche politico, incontrovertibilmente di sinistra e per niente sprovveduto come Biagio De Giovanni, che sul Foglio ha accusato il Pd di avere ridato buone carte da giocare a Salvini unendosi a Matteo Renzi e ai grillini per l’autorizzazione a procedere contro di lui per i presunti sequestri di persona l’anno scorso a bordo della nave spagnola “Open Arms, soffermiamoci almeno sulla paura avvertita dal ministro pentastellato degli Esteri Luigi Di Maio. Che di fronte alla recrudescenza degli Di Maio e Salvini.jpegsbarchi di migranti in fuga, una volta approdati in Italia, anche dalla quarantena virale, ha inseguito Salvini e costretto Conte a fare altrettanto promettendo una tolleranza zero per gli “ingressi irregolari”. Il “capitano” leghista insomma continua a far paura, eccome. Lo stesso Silvio Berlusconi, all’interno del centrodestra, ha ridotto le distanze dalla Lega sulle prospettive politiche e sul modo di fare opposizione.

Alla paura di favorire, o tornare a favorire Salvini sul terreno sempre scivoloso dell’immigrazione si aggiungono fra i grillini le frustrazioni, a dir poco, di una collaborazione col Pd sempre più difficile e onerosa. Essa è già costata loro tre presidenze di commissioni al Senato e due alla Camera, con rivolte interne che hanno letteralmente travolto i vertici dei gruppi parlamentari e complicato ulteriormente la marcia di avvicinamento agli Stati Generali, cioè congressuali, del Movimento ora sostanzialmente acefalo, e per niente rassegnato a consegnarsi mani e piedi, se fosse necessario, a Conte. Che, dal canto suo, non sembra avere molta voglia di avventurarsi in questa direzione, sapendo di muoversi su un terreno minatissimo.

Non vi è praticamente questione, ora anche quelle del referendum confermativo dei tagli dei seggi parlamentari, in mancanza di una nuova legge elettorale, e dei decreti delegati per la riforma dello sport, su cui i grillini non si scontrino spennando anche i propri ministri. Vincenzo Spadafora è stato trattenuto a stento sulla strada delle dimissioni da un Conte precipitatosi all’ennesima mediazione, o rinvio.

Il groviglio dei contrasti personali e politici sotto le cinque stelle è tale che penso abbiano ormai sfibrato lo stesso Grillo. Che proprio in questi giorni -guarda caso- è stato richiamato ad una Grillo.jpegsua tragica esperienza dal sindaco di Limone Piemonte. Che lo ha invitato a rimuovere dal terreno dove l’aveva abbandonata la carcassa del Suv da lui imprudentemente guidato una quarantina d’anni fa  su una strada ghiacciata di montagna. Dal quale  il comico si buttò fuori, abbandonandone la guida, in tempo per salvarsi ma  provocando la morte di tre ospiti.

Non vorrei che il Movimento spinto da Grillo  due anni fa al governo, e di cui è tuttora “garante”, “elevato” e quant’altro, facesse la stessa fine di quel fuoristrada, e gli italiani fossero condannati alla stessa sorte di quei tre sventurati: Renzo Giberti, Rossana Quartapelle e il loro figliolo Francesco, di 9 anni. Fu omicidio giudiziariamente colposo, non so come traducibile in termini politici se il governo Conte dovesse fare la stessa fine di quell’auto in una legislatura diventata più insidiosa di una strada sdrucciolevole su uno strapiombo.

 

 

Pubblicato sul Dubbio

I grillini sotto il ponte temendo un pò Conte, un pò il Pd e un pò anche Salvini

Neppure l’arcobaleno apertosi su Genova dopo una pioggia che aveva minacciato di guastare la festa dell’inaugurazione del ponte San Giorgio è riuscito a far cambiare umore al ministro degli Esteri Di Maio a Genova.jpegLuigi Di Maio, distintosi fra le autorità accorse all’evento per il suo viso preoccupato. Gli si leggeva un pò sulla faccia il disagio procuratogli anche dal cerimoniale, che lo ha collocato  un po’ indietro in un momento in cui già l’ex capo del Movimento 5 Stelle soffre, per generale convinzione dei cronisti politici che lo seguono, la “centralità” o esposizione del presidente del Consiglio Giuseppe Conte dopo il vertice europeo di Bruxelles sui sostanziosi finanziamenti comunitari per la ripresa post-epidemica.

            Mentre Conte si gioca un po’ a suo modo, tagliando nastri e aprendo le braccia benedicenti, quello che considera uno stato di grazia, pur forse con eccessivo ottimismo, Di Maio cerca di tracciare il suo territorio politico, diciamo così, con Conte benedicenteun occhio rivolto alla guerra in corso fra i grillini per la leadership del movimento e l’altro alle scadenze elettorali di autunno. Che oltre al rinnovo di sette Consigli regionali e di oltre mille Consigli comunali, riguarda il referendum confermativo della riforma fortemente voluta dai pentastellati per ridurre di 230 seggi la Camera e di 115 il Senato. Su cui si sono allungati negli ultimi giorni i malumori del Pd, peraltro con l’intervento di un esponente che pure è tra i maggiori sostenitori dell’alleanza con i grillini: Goffredo Bettini, l’uomo che più sussurra all’orecchio del segretario del partito Nicola Zingaretti.

            I patti costituivi della maggioranza giallorossa prevedevano l’anno scorso la partecipazione del Pd all’approvazione parlamentare di questa riforma, sino a quel punto osteggiata dalla maggiore forza della sinistra italiana, in cambio di una nuova legge elettorale che il Pd ha invece tentato inutilmente di calenderizzare alla Camera per farla approvare prima del referendum e prenotare in qualche modo il pur problematico sì anche del  Senato. Dove la maggioranza, oltre che divisa sulla materia per i ripensamenti maturati dai renziani, è generalmente zoppicante nei numeri.

            Senza neppure l’ombra di una nuova legge elettorale la riduzione dei seggi parlamentari è solo un trofeo per i grillini, che ne hanno fatto appunto la bandiera di questa tormentatissima legislatura, riparatrice del declino del movimento. E di fronte alla prospettiva di ridurlo solo a questo sta maturando nel Pd non dico un cambiamento di linea, cioè il ritorno dal sì al no al Parlamento dimagrito, ma quanto meno la tentazione a “tenere bassi i toni” nella campagna referendaria, come ha scritto Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera. Brescia contro Bettini.jpegI grillini ne sono contrariati e preoccupati, come è emerso da un’intervista proprio al Corriere del presidente della Commissione Affari Costituzionali di Montecitorio Giuseppe Brescia, peraltro vicinissmo al presidente della Camera Roberto Fico.

            Ma ancor più preoccupato per le sorti del referendum sulla riduzione del numero dei seggi parlamentari, e per niente convinto evidentemente della Repubblica sullaLega.jpegcampagna ormai aperta da Repubblica sulla crisi elettorale e “di nervi” della Lega, il movimento grillino è allarmato dagli spazi apertisi a Matteo Salvini con la recrudescenza stagionale di un fenomeno migratorio aggravato dalla perdurante epidemia virale. Di Maio in persona è intervenuto su questo inducendo Conte a rincorrerlo promettendo tolleranza zero per gli “ingressi irregolari”, come un Salvini qualsiasi.

 

 

 

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Una festa e un ponte che non ci meritiamo, nè a destra nè a sinistra

            Nel giorno della festa dell’inaugurazione del Ponte San Giorgio, a Genova, mi chiedo se come collettività nazionale ci meritiamo davvero sia la festa sia la nuova opera: l’una e l’altra guastate da un contesto politico in cui francamente non fanno una bella figura entrambi gli schieramenti nei quali è attualmente divisa, oltre che confusa, l’Italia.

            Il centrodestra, avendo la fortuna di gestire sia la regione sia la città che grazie a procedure eccezionali imposte dalle dimensioni della tragedia e degli effetti del crollo del ponteponte crollato.jpeg Morandi, si fa vanto della realizzazione del nuovo e lo indica come esempio da seguire per tutte le altre opere importanti.

            Ebbene, contesto al centrodestra la faccia tosta, quanto meno, di non avere chiesto scusa per l’ignobile comportamento seguito in passato verso il progettista senza il quale il nuovo ponte non sarebbe il vanto RenmzoPianoproclamato oggi: Renzo Piano. Che dalla sua nomina a senatore a vita per strameritati meriti, decretata nell’estate del 2013 dall’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano, è stato insolentito su quel versante politico. Gli sono state contestate la residenza a Parigi, le assenze alle sedute del Senato e, anche per questo, le indennità parlamentari. Che peraltro il senatore investe totalmente nel finanziamento di corsi di preparazione di giovani alle prese con progetti urbanistici di sistemazione delle nostre città.

             Giù il cappello davanti a questo autentico patriota, che avrà casa anche a Parigi ma è un italiano che davvero onora il suo Paese, e la sua Genova, alla quale ha regalato  il progetto del nuovo ponte e il controllo della sua esecuzione. Che Iddio ci conservi a lungo, visto anche il modo col quale si porta i suoi 82 anni, che diventeranno 83 il 14 settembre prossimo, questo campione cosmopolita di italianità, per la fama che lo accompagna giustamente in tutto il mondo, dove le sue opere si impongono per bellezza.

          Detto tutto questo ai signori, onorevoli e non, del centrodestra di tutte le sfumature o tendenze, contesto al centrosinistra – come arbitrariament si chiama o si sente lo schieramento opposto, dominato numericamente nel Parlamento eletto due anni fa da un movimento di Il ponte San Giorgio di Genova.jpegrifiuto di ogni ideologia, unito solo nel dileggio degli avversari di turno e nel logoramento degli alleati, sempre di turno-  le resistenze che oppone nei fatti, ma anche nelle parole con i soliti “ma” e “però”, alla liberazione dell’Italia dalla burocrazia che l’oppone e dalla magistratura che la spalleggia. Il cosiddetto modello Genova temo che rimarrà unico, pur essendo imposto anche dall’uso degli ingenti fondi europei per la ripresa.

         A quanti infine lamentano che non sia stata fatta ancora giustizia per le vittime del vecchio ponte crollato due anni fa, direi di prendersela col governo  per le resistenze ad una riforma del sistema giudiziario italiano che oggi consente bellamente di deridere, e non solo di tradire, l’articolo 111 della Costituzione sulla “ragionevole durata” dei processi. Che camminano invece sulle gambe, e con le teste, di uomini di cui abbiamo appena non scoperto ma avuto conferma del modo in cui fanno carriera e parlano fra di loro, quando sanno di non essere intercettati, come trattare gli imputati e le indagini di turno. Ogni allusione al caso di Luca Palamara, di cui ho perso il conto dei magistrati che stanno occupandosene, non è casuale.

 

 

 

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Il mistero “oscuro” del Pd visto con gli occhiali di Biagio De Giovanni

            Filosofo, professore, più volte parlamentare, incontrovertibilmente di sinistra, passato per tutte le edizioni del Pci successive alla caduta del muro di Berlino risparmiandosi solo Foglio su De Giovanni.jpegil Pd, Biagio De Giovanni ha dovuto aumentarsi gli anni, sia pure di poco, assegnandosene novanta pur non avendone ancora compiuti 89, per il divertimento di dare a qualche nemico il pretesto di sottrarsi alle sue riflessioni affidate in una intervista al Foglio liquidandole come quelle di uno scimunito. Che naturalmente egli non è.   

            Prima riflessione, nell’ordine in cui mi hanno impressionato per lucidità e coraggio, con la storia che ha alle spalle: “Il Pd dovrebbe chiudere i battenti e riaprirli dopo una lunga meditazione”. Quanto lunga il professore non lo ha detto, ma temo che pensasse a qualche misura superiore agli anni che gli restano da vivere. E che naturalmente spero saranno tantissimi.

            Seconda riflessione: “Il Pd è il vero punto oscuro della politica italiana”, molto più evidentemente del Movimento 5 Stelle, che il partito fondato da Walter Veltroni e ora guidato Zingarettida Nicola Zingaretti, il fratello del più noto commissario Montalbano, ha deciso di assistere come badante nella crisi identitaria che per convinzione generale sta attraversando, ammesso e non concesso naturalmente che  abbia mai potuto  avere una vera identità politica, essendo derivato dagli spettacoli di un comico di professione.

            Terza riflessione: il Pd, sempre lui, non è sciocco ma vuoto”, almeno da quando -mi è parso di capire- si è fatta scappare l’unica occasione avuta di riempirsi di qualcosa di concreto e di attuale, senza scimmiottare il Papa a sinistra e la Lega di Matteo Salvini a destra sul tema che sembrava superato dalla pandemia virale ma sta tornando aggravato proprio dalle complicazioni Minniti e Gentiloni.jpegsanitarie. Parlo naturalmente del problema dell’immigrazione. E l’occasione perduta è altrettanto naturalmente quella offerta al Pd da Marco Minniti, di provenienza comunista come Biagio De Giovanni, con le azioni svolte e le indicazioni date da ministro dell’Interno nell’unico governo presieduto in Italia dall’attuale commissario europeo all’Economia Paolo Gentiloni, fra il 12 dicembre 2016 e il primo giorno di giugno del 2018.

            Peccato che l’intervistatore del Foglio non abbia chiesto a De Giovanni un’opinione sull’allora presidente del Pd Matteo Orfini -un altro Matteo dei tanti che affollano la politica italiana- sulla responsabilità che Minniti al Viminale avrebbe avuto invece nella disfatta del partito nelle elezioni generali di due anni fa, a beneficio del centrodestra da una parte e dei grillini dall’altra.

            Terza ed ultima riflessione, ma solo per ragioni di spazio perché ne avrei ancora altre da proporvi o girarvi: il Pd, sempre lui, oltre che badante del Movimento 5 Stelle, come Conte.jpegmi è sembrato avvertito da Di Giovanni, si è fatto convincere dall’ineffabile Goffredo Bettini, questa specie di santone della sinistra italiana che si divide fra l’Italia e la Tahilandia, a fare “lo scendiletto” di Giuseppe Conte lasciandolo a Palazzo Chigi pur dopo averne chiesto la sostituzione per ragioni di cosiddetta “discontinuità”, avendo Scalfari su Conte.jpegfatto precedentemente il vice dei due vice presidenti del Consiglio. Che erano il grillino Luigi Di Maio e il “capitano” leghista Salvini. Di Conte, d’altronde, anche Eugenio Scalfari è appena tornato a scrivere su Repubblica  che “in queste ultime settimane ha perso molto della sua efficacia” e “va avanti a tentoni”.

 

 

 

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C’era una volta una Bonino davvero radicale e invisa al rottamatore Renzi

              La senatrice Emma Bonino non ha certamente avuto il ruolo o il peso numericamente decisivo di Matteo Renzi nell’epilogo politico della vicenda della nave spagnola “Open Arms”, che è costata all’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini l’autorizzazione a procedere per sequestro di persona. Ma la sua partecipazione allo schieramento Pannella e Boninodel sì è stata forse anche più sorprendente di quella dell’ex presidente del Consiglio per il suo passato ormai di radicale, vista anche la diaspora che ha lacerato il mondo del compianto Marco Pannella.

            Mi ha fatto una certa impressione -lo confesso- sentire la Bonino esprimere una fiducia…radicale -essa sì- nella magistratura, tante volte rappresentata invece dai seguaci di Pannella come “una cupola”, ben prima che esplodesse negli anni Ottanta il caso di Enzo Tortora e Marco ne facesse l’occasione per una battaglia in campo aperto contro un potere giudiziario tanto debordante quanto irresponsabile, considerando la protezione normativa che lo metteva al riparo dalle conseguenze di errori, non perdonati invece alle altre categorie, neppurePannella e Craxi.jpeg ai politici. E fu una battaglia stravinta elettoralmente dai radicali, e dai socialisti di Bettino Craxi, col referendum del 1987 sulla responsabilità civile delle toghe, purtroppo tradito dopo pochi mesi da una legge che assicurò ugualmente un’ampia, troppo ampia copertura ai loro errori.

            Nonostante nel frattempo, dal 1987 ad oggi, si siano verificati fenomeni impressionanti di ulteriore esondazione e degenerazione giudiziaria, sino all’esplosione del caso di Luca Palamara, l’ex presidente dell’associazione nazionale dei magistrati che disponeva delle carriere dei colleghi come di affari spartitori fra correnti troppo simili ai partiti e alle loro correnti, la senatrice Bonino ha invitato Salvini ad avere fiducia nel sistema e ad affrontare serenamente gli sviluppi della sua vicenda giudiziaria, difendendosi “nel e non dal processo”. Eppure proprio di Salvini era stato sorpreso a parlare Palamara con i suoi colleghi di toga per sostenere l’opportunità di colpirlo a prescindere dalle sue responsabilità, insomma per partito preso, di segno naturalmente politico.

            Sorprendente è stato l’allineamento della senatrice Bonino con la posizione sostanzialmente colpevolista di Renzi anche sul piano personale, con la condivisione della insussistenza di un interesse superiore e costituzionalmente rilevante a giustificazione dell’azione svolta Salvini e migranti.jpegl’anno scorso dall’allora ministro dell’Interno non per impedire in assoluto gli sbarchi dei migranti dall’”Open Arms”, come si dice generalmente, ma per garantirne la distribuzione fra più paesi che condividono con l’Italia la partecipazione all’Unione  Europea e ai suoi confini meridionali.

            La Bonino ha avuto peraltro modo di sperimentare sulla propria pelle la disinvoltura, diciamo così, con la quale Renzi giudica persone e situazioni. Diventato presidente del Consiglio nel 2014 al posto di un Enrico Letta incautamente “sereno”, Renzi decise di sostituire alla guida del Ministero degli Esteri una delle italiane più note nel mondo, appunto la Bonino, con una funzionaria del proprio partito a lei neppure paragonabile: Federica Mogherini. Con la quale peraltro egli era destinato ad entrare in conflitto quando decise di promuoverla addirittura da ministra degli Esteri in Italia a commissaria europea a Bruxelles per i rapporti internazionali e la sicurezza, si faceva e si fa per dire.

 

 

 

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Renzi forse in attesa di vedere Conte coinvolto nel processo a Salvini

Pancia in dentro, nonostante il pasto, diciamo così, divorato nella spartizione delle presidenze delle commissioni parlamentari a metà legislatura, e petto in fuori per l’orgoglio di essere ancora una volta al centro della scena, lo stesso Matteo Renzi si sarà sentito a disagio -spero- ritrovandosi il giorno dopo  il ribaltone al Senato contro Salvini, per la vicenda della nave spagnola “Open Arms”, col tanto odiato Fatto Quotidiano. Che peraltro, tenendo fede all’”Innominabile” applicatogli dal direttore Marco Travaglio in persona per la frequenza con la quale l’ex presidente del Consiglio lo porta in tribunale per diffamazione, neppure lo ha citato nel titolo di prima pagina, e tanto meno ringraziato, per il peso decisivo avuto contro il “pugile suonato” della Lega.

Eppure bisogna andarci piano con Renzi quando se ne analizzano mosse e contromosse, svolte e controsvolte. L’uomo è astuto come una volpe, se non vogliamo scomodare l’antico conterraneo Niccolò Machiavelli o il meno lontano Amintore Fanfani, distintosi nella storia della Democrazia Cristiana per la capacità di sorprendere e rialzarsi dopo ogni caduta. “Rieccolo”, lo chiamò Montanelli, pure lui toscano.

Se mai si arriverà davvero ad un processo contro Salvini per sequestro di persona – “non vedo il reato”, disse Renzi quando il caso esplose sul piano giudiziario con la richiesta di autorizzazione a precedere- il senatore di Scandicci potrà rivendicarne la paternità politica per il peso decisivo avuto in quei 149 voti nell’aula di Palazzo Madama contro i 141 a favore dell’”altro Matteo”: un peso decisivo quanto quello svolto dal suo partitino  assentandosi nella competente giunta del Senato e facendo prevalere il no all’autorizzazione a procedere.

Fra l’uno e l’altro passaggio, pur non potendosi certamente escludere che Renzi abbia davvero letto meglio “le carte”, come promise o si riservò di fare, un maledetto caso ha voluto che nella maggioranza di governo l’ex presidente del Consiglio abbia avuto la possibilità di giocare e vincere, per le cariche da lui rivendicate, la complessa e difficilissima partita -accennata all’’inizio- del rimescolamento delle presidenze delle commissioni parlamentari. I grillini alla fine hanno dovuto ingoiare, salvo spararsi poi addosso nel solito dopo-partita, l’odiatissimo renziano Luigi Marattin alla presidenza della strategica commissione Finanze della Camera. Dove passeranno tutte le misure d’impiego dei fondi europei di soccorso varati nel recente vertice di Bruxelles.

Se nell’eventuale processo per la vicenda della nave spagnola “Open Arms” Salvini dovesse riuscire a tirarsi appresso, con tutti i complicati passaggi del caso, il presidente del ConsigliocONTE BANDA.jpeg Giuseppe Conte, come si è pubblicamente proposto di fare, non è per niente detto che Renzi ne soffrirebbe. Al contrario, potrebbe fargli molto comodo, dati gli alti e bassi dei suoi rapporti con Conte.

Al netto di tutti i suoi errori comportamentali – tra felpe di polizia, berretti della Guardia Costiera, castelli di sabbia al Papeete, crocifissi e immagini della Madonna fra tasche e labbra, citofoni usati come armi improprie e pieni poteri da rivendicare come noccioline- Salvini non è proprio quel disarmato, o “pugile suonato” di travagliesca SALVINI AL SENATOdefinizione, che immaginano gli avversari più accaniti. Sulle sue vele peraltro torna a soffiare il vento di un’emergenza migratoria mista a coronavirus.

Contro Salvini, per negargli la copertura nella vicenda della nave spagnola bloccata per una ventina di giorni nelle acque italiane nella scorsa estate, mentre si sfarinava la maggioranza gialloverde, Conte ha potuto esibire solo la lettera in cui gli intimò, ottenendolo, lo sbarco dei minorenni. Ma gli altri, sequestrati secondo l’accusa pervenuta al Senato, rimasero a bordo col consenso implicito del presidente del Consiglio, dichiaratamente impegnato -nella stessa lettera all’allora suo ministro dell’Interno e vice presidente del Consiglio- nei soliti negoziati dietro le quinte per la loro più o meno equa ripartizione a livello comunitario.

Ciò era d’altronde accaduto anche l’anno prima con i migranti trattenuti sulla nave “Diciotti” della Guardia Costiera, per il cui presunto sequestro la maggioranza gialloverde impedì che potesse essere processato Salvini. Al quale i grillini, per quanto sofferenti, riconobbero con tanto di consultazione digitale, prima del voto in aula al Senato, di avere solo “ritardato” e non impedto lo sbarco dei malcapitati, in attesa appunto della loro distribuzione fra paesi e comunità disposti ad accoglierli.

Nella motivazione del sì all’eventuale processo il senatore Renzi si è avventurato -temo- a negare le condizioni stabilite da una legge costituzionale per esonerare “con giudizio insindacabile” del Parlamento, come dice la norma, un ministro dall’obbligo preteso dalla magistratura di rispondere penalmente della sua azione di governo. Queste condizioni sono, testualmente, “la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante”  e “il perseguimento di un preminente interesse pubblico”.

Beh, pur non  volendo seguire Salvini nella rivendicazione forse un po’ troppo enfatica della inviolabilità dei “confini” della Patria, mi riesce francamente difficile negare la difesa di un interesse pubblico “preminente” nel fermo perseguimento di una distribuzione fra i più paesi europei di migranti diretti verso porti italiani che sono i confini meridionali dell’Unione. Via, cerchiamo di essere seri e di non nasconderci dietro false motivazioni politiche e persino umanitarie. Sono stati ben strani -riconosciamolo- quei presunti sequestrati su navi aperte a visite e controlli di ogni tipo, e assistiti sotto varie forme.

Se non si dovesse procedere ad un rinvio a giudizio, ora che la palla è stata restituita dal Senato al tribunale di Palermo, Renzi potrebbe sempre dire di avere creato con i voti dei suoi parlamentari la premessa anche di questo fortunato epilogo. Ma gli resterebbe a carico comunque il prolungamento di una vicenda giudiziaria per avere esercitato in modo sbagliato il diritto di valutare “insindacabilmente” -ripeto- le condizioni previste dalla Costituzione a tutela del legittimo esercizio di un’azione di governo, cui del resto Renzi non può considerarsi incompetente, avendone addirittura guidato uno fra il 2014 e la fine del 2016. E avendo in quella veste anche promesso, con assai modesti risultati, di restituire alla politica “il primato” sottrattole da un esercizio quanto meno invasivo dell’azione giudiziaria.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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Renzi ha voluto intestarsi il processo a Salvini per la nave Open Arms

            Nonostante l’autorizzazione a procedere appena concessa dal Senato con 149 voti contro 141, non si può ancora dare per certo un processo all’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini per Open Arms.jpegla vicenda della nave spagnola “Open Arms”. Dove circa 150 migranti, soccorsi a più riprese in mare, furono trattenuti a bordo in agosto di un anno fa per una ventina di giorni in acque italiane, con divieto di approdo e di sbarco.

            Esaurite le procedure del cosiddetto tribunale dei ministri, intervenuto nella fase preliminare delle indagini per la tutela prevista dalla Costituzione quando finiscono sotto inchiesta azioni appunto di un ministro, la magistratura ordinaria di Palermo potrebbe in teoria – molta teoria, direte- non ravvisare gli estremi per rinviare a giudizio il leader della Lega, accogliendone gli argomenti a difesa respinti invece col loro voto dalla maggioranza dei senatori.

            Se però si dovesse arrivare al processo, non so francamente chi avrebbe più motivo di temerlo o sul piano giudiziario o sul piano politico, o su entrambi. Su entrambi, oltre a Salvini, potrebbe avere qualche timore  il presidente del Consiglio. Che d’altronde l’ex ministro si è già proposto di trascinare in giudizio contestandone la pretesa estraneità alla gestione di quella vicenda sviluppatasi in coincidenza con la crisi e dissoluzione della maggioranza gialloverde.

            Agli atti risulta solo una lettera a Salvini in cui  Conte gli intimava di fare sbarcare i minorenni, scesi poi effettivamente dalla nave. Per il resto dei migranti che vi erano bloccati il presidente del Consiglio informò il ministro dell’Interno dei contatti in corso a livello europeo per una loro distribuzione, conformemente Nave Diciotti.jpegad altre vicende analoghe, a cominciare da quella relativa alla nave “Diciotti” della Guardia Costiera nel 2018. Che finì anch’essa sotto le lenti della magistratura con una richiesta di autorizzazione negata però dall’allora maggioranza gialloverde, pur tra i mal di pancia dei grillini superati con una consultazione digitale dei militanti e iscritti alla piattaforma Rousseau di Davide Casaleggio. Essi riconobbero che lo sbarco dei migranti era stato “ritardato” per giusti motivi, non impedito.

            Sul piano politico chi rischia di pagare di più un eventuale processo a Salvini per l’affare “Open Arms” è Matteo Renzi, che francamente esce dal passaggio parlamentare come Il Fatto su Salvinipeggio non poteva guadagnandosi -una volta tanto- il plauso del Fatto Quotidiano per avere colpito il “pugile suonato” della Lega. I voti renziani sono stati determinanti sia Manifesto su Salvini.jpegquando sono mancati in giunta facendo bocciare la richiesta della magistratura sia quando sono arrivati in aula a favore dell’autorizzazione contro il “capitano di sventura”, secondo la definizione del Manifesto.

            I voti renziani stati annunciati e motivati da Renzi in persona, che non ha ravvisato nella gestione di quell’affare l’”interesse dello Stato  costituzionalmente rilevante” né “il perseguimento Renzi al Senato.jpegdi un preminente interesse pubblico” richiesti da un’apposita legge costituzionale per sollevare un ministro nell’esercizio delle sue funzioni dalle responsabilità penali e sottrarlo a un processo. Ma è anacronistico, a dir poco, non vedere un interesse superiore o rilevante della collettività nazionale nella distribuzione dei migranti fra i diversi paesi d’Europa, di cui i nostri porti hanno l’’inconveniente di essere la frontiera meridionale.

 

 

 

 

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