Un conte che va e un Conte che cerca di arrivare a Palazzo Chigi…

            Ancora una volta è la satira a soccorrere la politica e il giornalismo. Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera ha rappresentato al meglio i dubbi, le incertezze e quant’altro del presidente della Repubblica Sergio Mattarella di fronte alle notizie sull’accordo fra grillini e leghisti di proporgli come presidente del Consiglio il poco o per niente noto Giuseppe Conte, professore di diritto privato all’Università di Firenze. “Certo, se fosse l’ex commissario tecnico degli azzurri avrebbe anche una esperienza internazionale”, ha fatto dire Giannelli al capo dello Stato andreottianamente ingobbito.

            Il Conte – con la maiuscola, per non confonderlo col conte, al minuscolo, Paolo Gentiloni in uscita da Palazzo Chigi- su cui Giannelli fa ironicamente riflettere con qualche apertura il povero Mattarella è naturalmente Antonio. Neppure, quindi, il musicista Paolo, specialista di jazz, auspicato o consigliato a Mattarella, sempre ironicamente, su Repubblica da Eugenio Scalfari, anche lui scettico sul professore universitario di cui tanto sembrano fidarsi invece Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Che però sono notoriamente interessati più ad un “esecutore” del loro accordo governo che alla figura di presidente del Consiglio cui politici, costituzionalisti, giornalisti e, credo, anche gente comune sono stati abituati a pensare per tanto tempo, ogni volta che hanno seguito la formazione di un governo.

           Giuseppe Conte.jpg E’ fuori dall’ordinario, diciamo così, anche la pazienza mostrata dal professore caro ai dioscuri del governo legastellato, come ormai dobbiamo abituarci a chiamarlo. Un altro, al posto di Giuseppe Conte, si sarebbe tanto spaventato di fronte allo scetticismo e all’ironia provocati dal suo arrivo sulla scena della crisi da rilasciare la solita dichiarazione di rinuncia preventiva. L’uomo evidentemente ha quanto meno un buon sistema nervoso, oltre alla competenza giuridica che gli ha permesso di partecipare, pur senza lasciare traccia fotografica, alle delegazioni grilline avvicendatesi nella trattativa sul “contratto”, come Di Maio e Salvini preferiscono definire quello che una volta si chiamava “programma” di governo. Dubbi su questo cambio di terminologia sono stati peraltro espressi anche dal presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, non sospettabile di preconcetti verso i grillini per averne condiviso tante posizioni.

            A rendere più appetibile la figura del contratto, rispetto al programma, non ha contribuito la procedura con la quale i dioscuri hanno voluto sottoporla alla verifica della cosiddetta base dei loro movimenti: i grillini con una specie di acclamazione digitale garantita dall’associazione di Davide Casaleggio e i leghisti facendo votare nei gazebo, magari più volte, i passanti senza pretendere uno straccio di documento d’identità, su un elenco di temi scelti fra quelli concordati con i pentastellati. Un elenco nel quale, per esempio, non c’era traccia del cosiddetto reddito di cittadinanza fortemente voluto dai grillini e indigesto all’elettorato leghista, specie del Nord, giustamente sospettoso che sia solo un costoso disincentivo a lavorare.

            Di questa storia si è avuta una rumorosa e rissosa eco nella curiosa “non arena” televisiva e domenicale di Massimo Giletti, su La 7. Dove la piddina Alessandra Moretti, abbandonata a se stessa dal conduttore e amico, che passavano disinvoltamente dal “lei” al “tu”, si è trovata a confrontarsi, diciamo così, una contro tutti.

             Ma lo spettacolo politicamente più significativo è stato lo scontro continuo, mimico e verbale, fra la senatrice leghista Lucia Borgonzoni e, collegato da Forte dei Marmi, il direttore del Giornale della famiglia di Silvio Berlusconi, Alessandro Sallusti. Che lamentava la contraddizione innegabile fra il Salvini alleato con Berlusconi nelle elezioni politiche del 4 marzo scorso, e al governo di regioni importanti come la Lombardia, il Veneto, la Liguria,  il Molise, la Sicilia e ora anche il Friuli-Venezia Giulia, e il Salvini alleato dei grillini per il governo nazionale. Cui Forza Italia sicuramente non concederà la fiducia nelle aule parlamentari.

            Ad un certo punto la senatrice leghista, letteralmente fuori dalla grazia di Dio, ha rimproverato a Berlusconi di avere prima autorizzato Salvini a “sedersi al tavolo” con i grillini e di avere poi cercato di togliergli la sedia sotto il sedere delegittimandolo come rappresentante anche del centrodestra, e ora persino leader della coalizione, avendo la Lega sorpassato elettoralmente i forzisti. Un centrodestra, però, di cui la senatrice Borgonzoni ha dimenticato il giudizio liquidatorio dato dai grillini: un” artificio elettorale” per loro irrilevante, ha detto più volte Luigi Di Maio.

Beppe Grillo celebra in teatro il “matrimonio” di Di Maio e Salvini

Giannelli.jpg           “Questo matrimonio mi agita, ma è un miracolo”, ha detto Beppe Grillo fra il palco e il retropalco di un suo spettacolo a La Spezia. Il comico genovese non parlava delle nozze inglesi tra il principe Harry e Meghan, che ha incollato ai televisori molti più italiani di quanti egli non riuscirà mai a raccogliere in un teatro o in una piazza durante tutta la sua vita, ma delle nozze politiche  italiane fra il suo Luigi Di Maio e il segretario leghista Matteo Salvini. Che hanno acceso la fantasia di Giannelli sul Corriere della Sera accoppiandole praticamente in una vignetta dove proprio Grillo è inconfondibilmente in primo piano, sul cavallo della carrozza che trasporta gli sposi.

            Queste nozze, per quanto ancora da certificare con la nascita del governo legastellato nei saloni del Quirinale, dove la coppia è attesa, sia pure in separate udienze, da un presidente della Repubblica che non si sa se più sfibrato o ancora incuriosito, hanno agitato la mente e il cuore anche del vegliardo Eugenio Scalfari. Al quale è finalmente passata la voglia, espressa in più di una trasmissione televisiva, e anche in qualcuno dei suoi appuntamenti domenicali con i lettori di Repubblica, di paragonare il movimento grillino delle 5 stelle a una nuova sinistra, destinata a soppiantare l’esausto Pd, le cui origini Scalfari fa risalire alla buonanima di Enrico Berlinguer. Che penso non si sarebbe invece mai riconosciuto nel partito oggi sotto la reggenza di Maurizio Martina, per quanto l’ex segretario Matteo Renzi non si sia lasciato scappare occasione per partecipare alla venerazione del defunto segretario del Pci, preferendone la memoria a quella di Bettino Craxi nel Pantheon della sinistra riformista italiana.

            Eppure la buonanima di Berlinguer fu così poco riformista da lasciare in eredità ai suoi compagni nel 1984  un referendum contro i pur modesti tagli alla scala mobile dei salari  appena introdotti dal governo Craxi per fermare  un’inflazione che divorava letteralmente i salari. Così poco riformista, ancora, il compianto Berlinguer da scambiare la “grande riforma” costituzionale proposta da Craxi nel 1979, quasi ancora fresco di arrivo alla guida del Psi, per la pericolosa avventura di un emulo del fascismo.

            Al netto, comunque, di queste considerazioni storiche dalle quali Scalfari ed anche Matteo Renzi rifuggono quando parlano del Pd e, più in generale, del riformismo italiano, il fondatore di Repubblica ha restituito ai grillini, specie dopo il lungo negoziato di governo con i leghisti, lo spazio che spetta loro di un populismo antieuropeista. Egli ha scritto che il governo legastellato in arrivo, salvo colpi di scena al Quirinale, “con l’Europa non ha nulla da dire, e da fare, ed è anzi antieuropeo, con la sola eccezione di Silvio Berlusconi”. Che, in verità, ha praticamente mandato a quel paese l’alleato Salvini e non fa parte, né direttamente né per qualche interposta persona, sia del governo sia della maggioranza parlamentare che dovrebbe garantirgli la fiducia, e poi la sopravvivenza.

           Scalfari.jpg Convinto da tempo, e giustamente, che l’europeismo sia il vero e moderno discrimine fra la sinistra e la destra, Scalfari si è quindi rassegnato a coltivare la speranza che il Pd, dopo la riunione interlocutoria dell’assemblea nazionale  appena svoltasi sotto la presidenza del “figurino” Matteo Orfini, esca dalla crisi in cui l’avrebbe fatto precipitare anche Renzi col “morbo della semidittatura”, cioè con quella voglia irrefrenabile di “comandare da solo”, e si affidi ad una guida collegiale -par di capire- che lo riconcili in qualche modo con un elettorato quasi dimezzatosi negli ultimi quattro anni.

            Non sono mancati nella lunga omelia laica del fondatore di Repubblica, sotto forma di opinioni rigorosamente personali, e dettati dalla sua lunga esperienza di giornalista e quant’altro, consigli al capo dello Stato per la gestione di quel che rimane della lunga crisi  formalmente apertasi con le dimissioni post-elettorali del governo del conte Paolo Gentiloni.

            In particolare, oltre a preferire  ironicamente il musicista Paolo Conte all’omonimo Giuseppe, il professore universitario di diritto privato che Di Maio vorrebbe proporre come presidente del Consiglio al capo dello Stato, Scalfari ha suggerito di destinare a Palazzo Chigi il leghista Roberto Maroni, già apprezzato ministro dell’Interno e del Lavoro nei governi Berlusconi, e sino a qualche mese fa governatore della vitalissima Lombardia. Ma è di solo qualche giorno fa un’intervista di Maroni in sintonia con la linea di Berlusconi, evidentemente sfuggita al radar di Scalfari, contro il governo legastellato, o gialloverde, negoziato da Salvini con Di Maio.

Quel fascino perduto del presidente del Consiglio dei Ministri…..

            Per quello che è destinato a contare, cioè niente, nella concezione che ne hanno i protagonisti del nuovo corso politico, convinti che sia un mero “esecutore” del “contratto” di governo da consegnare lunedì per sole ragioni di “rispetto” al Quirinale, come ha detto il segretario leghista Matteo Salvini, non si capisce  la suspense creata dallo stesso Salvini e dal capo delle 5 stelle Luigi Di Maio sul nome del presidente del Consiglio da indicare lunedì al capo dello Stato. Che dovrà nominarlo solo perché l’articolo 92 della Costituzione gliene conferisce ancora il compito, come ai vecchi tempi, quando il capo del governo, dopo essere stato il protagonista davvero delle trattative sul programma nella fase dell’incarico, ne dirigeva la politica generale, ne assumeva la responsabilità, manteneva l’unità di indirizzo politico ed amministrativo promuovendo e coordinando l’attività dei ministri.  

           Tutte queste cose sul conto del presidente del Consiglio sono state scritte testualmente nell’articolo 95, sempre della Costituzione, più di 70 anni fa, quando nessuno poteva immaginare che un governo potesse essere concepito e nascere come in questi giorni, lasciando il presidente della Repubblica tanto libero da impegni da scendere in piazza e mescolarsi alla folla per assistere allo spettacolo del cambio straordinario della guardia davanti al Quirinale: con tanto di Corazzieri in alta uniforme, a cavallo, banda e simpatica mascotte, in festa sotto il sole per il centocinquantesimo anniversario della fondazione del reggimento.

            La folla ha colto l’occasione per manifestare al capo dello Stato la propria simpatia, ed anche solidarietà per l’abuso fatto della sua pazienza dai partiti della costituenda maggioranza. “Grazie per quello che fa per noi”, ha detto una donna a Sergio Mattarella alludendo -credo- proprio alla dura prova cui egli è stato sottoposto in questa crisi dai nuovi protagonisti della politica italiana, dichiaratamente convinti, come ha detto Di Maio, di stare “scrivendo la Storia” in generale, e quella della “terza Repubblica” in particolare: la Repubblica “dei cittadini”, parola sempre di Di Maio. Che evidentemente considera le due precedenti appartenute solo alla “casta” sbeffeggiata sulle piazze e nei teatri da Beppe Grillo, forte ora di una spalla come Salvini, affrancatosi in questa crisi da tutte le malefatte, e relative contumelie, contestategli prima delle elezioni politiche del 4 marzo dal comico genovese e seguaci.

           Altan.jpg Ora a rappresentare la ricerca del presidente del Consiglio ancora in corso fra grillini e leghisti basta e avanza l’arguta vignetta di Altan su Repubblica, dove uno dei due attori parla dell’attesa del nome e cognome della persona da sistemare a Palazzo Chigi e l’altro gli chiede se sia davvero sicuro che occorra anche il cognome, e non solo il nome.

            Più si è avvicinato a Grillo nel negoziato sul nuovo governo e più Salvini si è naturalmente “distanziato” dall’alleato Silvio Berlusconi, che non lascia ormai passare giorno senza dirglielo in privato e in pubblico, specie da quando ha ottenuto la riabilitazione giudiziaria e la candidabilità alle elezioni e a tutto il resto, anche alla guida di un esecutivo. Cui non a caso il Cavaliere si è appena riproposto nel caso di un aborto del “governo del cambiamento” allestito da pentastellati e leghisti: un governo “legastellato”, lo chiamano gli amici di Salvini. I quali non hanno gradito naturalmente la sortita del Cavaliere, sino a dargli del “traditore”.

           Dalle parti del Carroccio credevano di essere stati autorizzati a muoversi, evidentemente nella debolezza in cui Berlusconi si trovava prima della riabilitazione giudiziaria, con assoluta autonomia e al tempo stesso di considerarsi ancora parte della coalizione elettorale del 4 marzo. Che è peraltro lo specchio di tante e tanto rilevanti amministrazioni locali condotte insieme: dalla Lombardia al Veneto, dalla Liguria al Friuli-Venezia Giulia, dal Molise alla Sicilia, per fermarci al livello regionale.

          Salvini con stivali.jpg Le distanze tra un Salvini che le vignette del Foglio riprendono ormai in tenuta fascista e un Berlusconi sulla cui testa i capelli non si drizzano solo perché sono incollati sono inversamente proporzionali a quelle fra il Cavaliere e Matteo Renzi. Che hanno appena formulato giudizi e preoccupazioni analoghe, per esempio, sulla deriva giustizialista del contratto di governo già acclamato digitalmente dai grillini e passato al Consiglio federale della Lega senza neppure il ricorso ad una votazione, avendo tutti preferito rimettersi da quelle parti al popolo dei gazebo mobilitato in questo week end. Che per fortuna farà riposare un po’ gli speculatori di borsa, scatenatisi contro i titoli dell’ingente debito pubblico italiano da quando i gestanti del nuovo governo hanno fatto sapere e capire che intendono aumentarne ancora la consistenza per cercare di realizzare i loro generosi propositi, diciamo così, sociali: dal cosiddetto reddito di cittadinanza in su, o in giù, come preferite.

            Mister Spread, come viene chiamato il differenziale fra i titoli di Stato italiani e tedeschi, è appena andato a riposarsi accumulando più di 160 punti. E avendo buone speranze di aumentarli nella settimana prossima.

 

 

 

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Il governo gialloverde “decostituzionalizzato” in arrivo per inerzia

            Si sprecano ormai, in Italia ma anche all’estero, le definizioni del governo grilloleghista, o gialloverde, che sembra ormai destinato a nascere a Roma più per inerzia o stanchezza che per convinzione di quanti ne hanno negoziato  il programma e di chi al Quirinale lo dovrà pur nominare, essendo il presidente della Repubblica e toccando appunto a lui, per l’articolo 92 della Costituzione, il compito di firmare i relativi decreti.

            “Paradossale” ha appena definito questo governo il presidente francese Emmanuel Macron, dopo avere parlato al vertice europeo col presidente italiano e uscente del Consiglio, Paolo Gentiloni, dei partiti che ne comporranno la maggioranza in Parlamento.

            Flick.jpgMa la definizione più appropriata, e più in linea anche con quella “del cambiamento” attribuitole dai negoziatori nel titolo del contratto appartiene all’ex guardasigilli e presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick. Che peraltro conosce bene i grillini, frequentandoli a tal punto da essersi guadagnato una consulenza, o qualcosa del genere, dalla sindaca a cinque stelle di Roma Virginia Raggi. Ma anche la sponsorizzazione, per alcune settimane, del fantasioso fondatore del Foglio Giuliano Ferrara come presidente di una compagine ministeriale comprensiva del movimento di Beppe Grillo: una sponsorizzazione che forse gli ha più nuociuto che giovato, vista l’opinione che Giulianone ha dei pentastellati, ben al di là dei “nuovi barbari” intravisti nella redazione del Financial Times.

            Flick, grandissimo avvocato che, prima di diventarne ministro della Giustizia, aveva aiutato Romano Prodi a sfuggire, come presidente dell’Iri, alle tenaglie della Procura di Milano nelle indagini sul finanziamento illegale dei partiti, ha visto nel processo di nascita del nuovo governo un fenomeno di “decostituzionalizzazione”. Lo ha detto e spiegato in una intervista al Fatto Quotidiano.

            In effetti tutto sta avvenendo non dico contro la Costituzione repubblicana in vigore in Italia dal 1948, cioè da 70 anni, perché in tal caso dovrei unirmi agli attacchi di Ferrara a Sergio Mattarella, ma sicuramente al di fuori di essa. O almeno al di fuori dei criteri e delle procedure con cui le norme costituzionali sono state applicate nella formazione degli oltre sessanta governi succedutisi dal 1948. Il “cambiamento” gridato nel titolo del “contratto” grilloleghista c’è stato almeno su questo piano.

            Due leader di partito che si incaricano da soli di tentare la soluzione di una crisi di governo, senza esserne stati investiti dal capo dello Stato, non si erano mai visti. Che negoziano un programma, o un contratto, mettendo in coda al loro lavoro il problema di trovare un presidente del Consiglio da indicare o proporre, come volete, al presidente della Repubblica, neppure si era mai visto. Eravamo stati abituati a presidenti incaricati dal capo dello Stato che si riservavano di accettare, conducevano trattative con i partiti sul programma, scioglievano la riserva alla conclusione positiva del loro lavoro e venivano formalmente e finalmente nominati, e con loro anche i ministri che proponevano al presidente della Repubblica.

            Un presidente del Consiglio che, a dispetto del dovere e diritto assegnatogli dall’articolo 95 della Costituzione di “dirigere la politica generale del Governo”, con la maiuscola, e di esserne “responsabile” davanti al Parlamento che gli accorda la fiducia, accetta di essere un semplice “esecutore”, in qualche modo sottoposto al controllo di un “Comitato di conciliazione” in caso di controversie, non si era visto in 70 anni di Costituzione repubblicana. Al massimo- ma proprio al massimo- si era arrivati durante la cosiddetta prima Repubblica al Consiglio di Gabinetto o alla proposta di Ugo La Malfa di costringere i segretari dei partiti della maggioranza a entrare nel governo per costituirne un “direttorio”.

            Tortora.jpgTutto questo scrivo per attenermi agli aspetti istituzionali del governo che sta nascendo, ripeto, ormai più per forza d’inerzia o stanchezza che per convinzione dei gestanti, senza entrare quindi negli aspetti politici, o programmatici, come si diceva una volta. A proposito dei quali voglio essere tanto ottimista da attribuire alla troppo giovane età dei negoziatori o gestanti, e quindi alla loro scarsa conoscenza della storia della nostra Repubblica, la stretta giustizialista che hanno concordato in tema, per esempio, di prescrizione proprio nel trentesimo anniversario della morte di Enzo Tortora: il popolare e arciliberale conduttore televisivo sbattuto in galera da innocente con l’accusa di camorra, sostenuta col solito apporto dei soliti pentiti, e destinato ad uscirne solo per i pochi anni che lo speravano dalla morte per un tumore seguito sicuramente alle sue sofferenze fisiche e psichiche. Ma che ne sanno di Tortora i baldanzosi protagonisti del “cambiamento” 2 punto 18? Niente.

Un altro monito dal Quirinale sul governo negoziato fra grillini e leghisti

            Per quanto ancora indefinito in alcuni “dettagli” del programma, o “contratto”, come preferiscono chiamarlo soprattutto i grillini, il governo Salvimaio proposto anche in effige dal Fatto Quotidiano è stato raggiunto da un altro monito del Quirinale. Dove hanno raccontato a Marzio Breda, del Corriere della Sera, che il presidente della Repubblica, pur consapevole delle stranezze o irritualità introdotte in questa lunga crisi di governo dai due partiti che si sono autonomamente proposti e incaricati di risolverla, guidati rispettivamente dal leghista Matteo Salvini e dal pentastellato Luigi Di Maio, si è imposto di non considerare le anticipazioni del “contratto” di governo, neppure quelle consegnategli lunedì scorso dagli interessati, per non farsi cogliere dalla tentazione di commentarli. E magari anche di contribuire con le sue valutazioni al nervosismo, alle preoccupazioni, alle speculazioni e a quant’altro dei mercati. Che Salvini, dal canto suo, ha ritenuto di fronteggiare ricorrendo a un “me ne frego” di conio storicamente fascista, variante dei vaffa…di Beppe Grillo spesi a lungo fra piazze e teatri per preparare lo scenario politico di questi giorni. E chissà che altro.

          Breda.jpg  In ogni caso -e arriviamo al monito, appunto, partito dal colle più alto di Roma- il presidente della Repubblica “si farà sentire più tardi”, una volta definiti anche i dettagli del programma o contratto, e magari anche prestatosi alla formazione del nuovo governo cercando di conciliare le proposte di Salvini e di Di Maio con le sue prerogative costituzionali nella nomina del presidente del Consiglio e dei ministri. Si farà sentire, “semmai quando si tenterà -ha scritto il quirinalista del Corriere della Sera- di convertire eventuali insensatezze in leggi”.

            Vanno intese per leggi -mi permetterei di aggiungere rileggendo l’articolo 87 della Costituzione recentemente richiamato all’attenzione della politica dallo stesso presidente della Repubblica- non solo quelle approvate dalle Camere, e ad esse rinviabili dal capo dello Stato per una nuova e questa volta definitiva deliberazione, ma anche quelle che il governo di volta in volta decide di proporre al Parlamento con testi che vanno “autorizzati” al Quirinale. E’ appunto questo che prescrive l’articolo 87 in un comma scambiato sino ad ora per un inciso, o un passaggio scontato. Del quale invece sembra che Mattarella voglia avvalersi per garantirsi da parte del governo, presumo, anche “il rispetto dei trattati e delle alleanze internazionali” non casualmente sottolineato nella corrispondenza del Corriere dalla sede della Presidenza della Repubblica. Fanno parte naturalmente dei trattati e delle alleanze internazionali anche quelli atlantici ed europei, che i contraenti del nuovo governo vorrebbero quanto meno ridiscutere.

            Ci sarà insomma da tenere bene aperti occhi e orecchie nel seguire l’eventuale nascita e poi la vita di un governo che continueremo -credo- a chiamare Salvimaio anche se a presiederlo non dovessero essere né Salvini né Di Maio, entrambi comunque sinora tentati almeno dal parteciparvi in postazioni importanti.

 

 

 

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Bruxelles eccita gli istinti sovranisti di leghisti e grillini in Italia

            Altro che “spaccare l’asse tra Salvini e Di Maio”, come ha gridato in un titolo di prima pagina il Giornale di famiglia di Silvio Berlusconi. Il vento europeo soffiato sulla crisi di governo a Roma con moniti, preoccupazioni e quant’altro espressi contemporaneamente da tre esponenti non italiani della Commissione di Bruxelles, per non parlare dell’arrivo dei “barbari” preannunciato dal Financial Times, non hanno allontanato ma riavvicinato grillini e leghisti, apparsi sino a poche ore prima vicini alla rottura nella ricerca di un accordo. Le reazioni negative di Matteo Salvini e di Luigi Di Maio, anche di quest’ultimo, il più disinvolto nell’allontanarsi nelle scorse settimane dalle posizioni originarie dei grillini pur di scalare Palazzo Chigi, sono state concordi e immediate.

            Gli istinti sovranisti dei due partiti maggiormente premiati dagli italiani -non dimentichiamolo- nelle elezioni politiche del 4 marzo scorso, sono stati non contrastati ma eccitati. Eppure Salvini e Di Maio erano apparsi spiazzati dalle indiscrezioni sul loro “contratto” di governo che riproponevano l’uscita dall’euro, o prospettavano la richiesta al governatore italiano della Banca Europea di scontare di 250 miliardi di euro, pari a quasi il dieci per cento, il debito pubblico accumulato a Roma. “Bozze superate”, avevano reagito dalle parti leghiste e grilline, come per scusarsi.

            Nel giro di poche ore sono tornate a levarsi dai due partiti le proteste contro gli “eurocrati non eletti da nessuno”, come li ha definiti Di Maio dimenticando che i membri della Commissione Europea di Bruxelles non sono burocrati dell’Unione, assunti per concorso, ma esponenti politici delegati dai loro governi a rappresentarli negli organismi comunitari.

            Se le bandiere finiscono di sventolare sui pennoni dei palazzi dell’Unione e diventano oggetti contundenti nel dibattito politico, la crisi di governo in Italia prende pieghe che neppure il presidente sicuramente europeista della Repubblica Sergio Mattarella si sente più in grado di controllare, con i nervi già messi a dura prova dalla maleducazione istituzionale degli attori e protagonisti dello spettacolo ispirato addirittura al “contratto di governo alla tedesca”. Un contratto che però è stato negoziato per mesi dalla cancelliera in persona, uscente e rientrante, riconosciuta come tale dal primo momento anche da chi trattava con lei: qualcosa di assai diverso da ciò che sta accadendo dalle nostre parti.

            Breda.jpgLe preoccupazioni di Mattarella per la piega che gli sviluppi già troppo contorti della crisi di governo italiana potrebbero prendere si ritrovano nelle solite cronache quirinalizie del Corriere della Sera. Dove si registra l’auspicio “del Colle” per un “cambio di toni” tra “loro”, a Bruxelles, e “noi”. E si condivide il termine “ingerenze” usato da leghisti e grillini, all’unisono, contro chi  segue da Bruxelles e dintorni quanto sta accadendo in Italia.

 

 

 

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La pazienza di Mattarella messa alla prova da due maleducati di talento…

Giuliano Ferrara ha un po’ esagerato, per l’irruenza che lo distingue, a scrivere sul Foglio di “Costituzione violata” commentando gli sviluppi della lunga crisi di governo, e prendendosela anche col presidente della Repubblica, pur al netto del solito riguardo personale.

La crisi, di certo, ha avuto un corso assai particolare, spesso anomalo. Lo stesso Matteo Salvini, uscito dallo studio del capo dello Stato per riferire sulle trattative di governo condotte con Luigi Di Maio tra Roma e Milano, ha parlato di “irritualità”. Ed anche il capo del movimento delle 5 stelle aveva chiesto comprensione ai giornalisti, e forse anche allo stesso presidente della Repubblica, il giorno precedente vantandosi di stare scrivendo addirittura “la Storia”, con la maiuscola, e non solo quella, con la minuscola, di una crisi di governo.

Di Salvini e Di Maio si può dire – come disse una volta l’allora direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli di Matteo Renzi, che da Palazzo Chigi lo sommergeva di messaggini di protesta per il trattamento che gli riservava il più diffuso giornale italiano- che si siano mossi in questa crisi come “maleducati di talento”.

Più che la Costituzione, essi hanno violato il galateo istituzionale aprendo, anzi riprendendo i loro contatti per il nuovo governo senza esserne stati incaricati dal capo dello Stato. Che aveva concluso il suo secondo e infruttuoso giro di consultazioni al Quirinale lamentando lo “stallo” in cui la crisi permaneva a due mesi di distanza dalle elezioni del 4 marzo, e annunciando il proposito di nominare un governo “neutrale” per la gestione di elezioni anticipate anche in uno scenario estivo inedito nella storia della Repubblica: un governo -aveva precisato Sergio Mattarella- ai cui ministri sarebbe stato chiesto l’impegno di non presentarsi candidati al rinnovo delle Camere.

Di quel governo, dandone quindi ormai per scontata la formazione, Mattarella aveva detto anche che si sarebbe dimesso se i partiti avessero poi trovato un accordo politico, costitutivo di una maggioranza. Ma Salvini e Di Maio, pur essendosi incontrati ufficialmente per indicare nella seconda domenica di luglio la data da essi preferita per le elezioni anticipate, aprirono il tavolo delle trattative. Al cui annuncio il presidente della Repubblica, complici anche alcuni impegni istituzionali che lo stavano allontanando dal Quirinale, reagì con la cortesia del silenzio, cioè con una silenziosa- ripeto- presa d’atto, autorizzando i suoi uffici a tenere i contatti opportuni con i dioscuri della potenziale maggioranza incaricatisi da soli di tentare l’intesa.

Cos’altro, del resto, avrebbe potuto o dovuto fare Mattarella? Procedere lo stesso alla formazione del governo “neutrale”, e tecnico, per la gestione di elezioni anticipate che nel frattempo si erano allontanate dallo scenario politico con la pur “irrituale” iniziativa assunta dal segretario della Lega e dal suo quasi omologo del movimento di Beppe Grillo? Ma ciò lo avrebbe esposto inevitabilmente al sospetto, anzi all’accusa di volere a quel punto forzare lui la gestione della crisi. E cominciò così una fase di tolleranza scambiata dal mio amico Giuliano Ferrara per qualcos’altro.

Non per gusto dell’ossimoro, ma per il rispetto che si deve ai fatti, va detto che la tolleranza di Mattarella è stata alquanto nervosa. E di un nervosismo per niente nascosto. Lo dimostra il discorso da lui pronunciato a Dogliani celebrando il primo presidente vero e proprio della Repubblica: il liberale Luigi Einaudi. Al cui esempio Mattarella si è richiamato per ricordare ai dioscuri delle trattative di governo, nel frattempo trasferitisi a Milano, le sue prerogative costituzionali sulla nomina del presidente del Consiglio e dei ministri, anche in difformità dalle indicazioni dei gruppi o dei partiti di maggioranza. Come accadde appunto a Einaudi nel 1953 spazientendosi delle lotte interne alla Dc per la successione al leader storico Alcide De Gasperi, di cui le Camere avevano appena bocciato l’ultimo governo, senza neppure consentirgli di muovere i primi passi. Fallito un primo tentativo di Attilio Piccioni, il capo dello Stato chiamò in tutta fretta  nella sua residenza estiva l’allora ministro del Tesoro Giuseppe Pella e gli fece fare un governo a Ferragosto che la Dc liquidò come “amico”. Esso durò poco, ma abbastanza per  gestire la pratica  internazionale del ritorno di Trieste all’Italia e guadagnarsi una popolarità che il suo partito non gli perdonò mai.

Di Einaudi il presidente Mattarella ha ricordato come esempio anche le pulci che soleva fare alle decisioni del governo e alle leggi, rinviandone due alle Camere per sforamento del bilancio. Ma soprattutto il presidente in carica ha rivendicato, con la citazione dell’articolo 87 della Costituzione, l’’”autorizzazione” che gli spetta per la presentazione di qualsiasi disegno di legge del governo al Parlamento, da non potersi quindi considerare più scontata, come sinora costituzionalisti e politici erano abituati a ritenere.

Non escludo, francamente, che siano stati proprio questi richiami di Mattarella, magari uniti al pieno recupero dell’agibilità politica di Silvio Berlusconi, con la riabilitazione decisa dal tribunale di sorveglianza di Milano, a rendere Salvini più prudente all’interno della coalizione di centrodestra, o più esigente, come gradite, nelle trattative di governo con Di Maio. A tal punto prudente, o esigente, da fare ricomparire nello scenario della crisi la prospettiva di elezioni anticipate, che a questo punto però sembrano scongiurate nella stagione estiva.

Il galateo istituzionale prima o dopo può prendersi le sue rivincite.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

La crisi di governo si allunga dopo la riabilitazione di Berlusconi

             Il presidente della Repubblica è riuscito finalmente a riportare la crisi di governo nella carreggiata del Quirinale, ma ha dovuto accettare di allungarne ulteriormente i tempi facendo buon viso al cattivo gioco dei dioscuri Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Cattivo gioco, perché il segretario leghista e il quasi omologo del movimento delle 5 stelle non sanno dire neppure loro a che punto sono arrivati nel negoziato sia per il contenuto del “contratto alla tedesca”, come lo chiama Di Maio, sia per la personalità -si spera- da proporre al capo dello Stato come presidente del Consiglio.

            Nel conto della crisi vanno messe anche le procedure delle consultazioni delle basi dei due movimenti: digitali, naturalmente, per i pentastellati e gazebiche per i leghisti.

            Dei contenuti del programma ancora in bilico, dopo tante riunioni fra le delegazioni, alcuni sono alquanto delicati, come i temi del fisco, dell’immigrazione, della giustizia e delle infrastrutture. Su questi ultimi due i leghisti debbono fare i conti col giustizialismo consolidato dei grillini e con la loro avversione alle grandi opere, cui preferiscono una visione pauperistica e falsamente ecologica del Paese, vedendo ovunque pericoli di corruzione e devastazione. Se fosse dipeso da loro, le autostrade in Italia non sarebbero mai state costruite.

            Le resistenze dei leghisti alle logiche dei grillini sono coincise con l’aumentato peso politico di Silvio Berlusconi nello scenario del centrodestra, e più in generale in quello nazionale e internazionale, dopo la riabilitazione del Cavaliere  decisa dal tribunale di sorveglianza di Milano e il suo pieno ritorno alla candidabilità’. Che potrebbe presto riportarlo in Parlamento, già in questa diciottesima legislatura, alle prime elezioni suppletive provocate dalle dimissioni di un esponente del suo partito eletto il 4 marzo scorso in un collegio uninominale. Di aspiranti a questo servizio al Cavaliere ve ne sono in quantità.

            Durante la sua solita “maratona” televisiva sulle consultazioni riaperte al Quirinale Enrico Mentana ha voluto ammonire i giornali, come se fosse un maestro, a non dare una simile lettura del cambio di passo leghista sulla strada della crisi. Il peso e il ruolo di Berlusconi, che pure si era già affrettato ad avvisare personalmente l’alleato leghista, in un incontro ad Arcore, a “riflettere di più ” sulle scelte di governo da lui dichiaratamente non condivise, tanto che è escluso un appoggio parlamentare di Forza Italia, non c’entrerebbero nulla, secondo il direttore del telegiornale de La 7.

            A smentire la visione o lettura mentaniana degli sviluppi della crisi sono le dichiarazioni rese al Quirinale, davanti alle telecamere della Loggia delle Vetrate, dopo l’incontro col presidente della Repubblica, dallo stesso Salvini. Il quale ha voluto ribadire i suoi vincoli di alleanza elettorale e politica con Berlusconi e con la destra di Giorgia Meloni, ringraziando entrambi dello spazio lasciatogli sinora nei suoi movimenti, diciamo così, autonomi sul fronte del governo. Ed ha voluto contemporaneamente avvertire i grillini che ai leghisti potrebbe convenire di più rinunciare ad un accordo, essendo l’unica forza elettorale in crescita nei sondaggi.

            Così torna ad aleggiare sulla legislatura l’ombra delle elezioni anticipate, se mai se n’è davvero allontanata dopo l’annuncio di un governo “neutrale” per gestirle fatto dallo stesso presidente della Repubblica, prima che Salvini e Di Maio si incaricassero baldanzosamente da soli di risolvere la crisi.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it

 

Carica dell’elefantino di Giuliano Ferrara contro il Quirinale di Mattarella

              Consapevole dello spettacolo a dir poco anomalo di una trattativa di governo svoltasi fra due non incaricati da lui di condurle, eppure ricorsi più volte per telefono ai suoi uffici per ottenere dilazioni a un compito assunto da soli, il presidente della Repubblica è ricorso a un po’ di ironia. Di cui si è fatto portavoce il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda chiedendo ai lettori di comprendere il povero Sergio Mattarella alle prese, sia pure a distanza, con uno come Luigi Di Maio. Che raccontava a Milano ai giornalisti di “scrivere la storia” negoziando con Matteo Salvini un contratto per un “governo di cambiamento”. Al cui annuncio risvegliare magari il corazziere assopitosi al Quirinale davanti allo studio di un capo dello Stato assente o inoperoso.

           Ferrara.jpg Né l’ironia né il proposito, per niente ironico, annunciato dal presidente della Repubblica, col pretesto di commemorare Luigi Einaudi, di esercitare al meglio le prerogative costituzionali al ritorno del pallino della crisi nelle sue mani, a cominciare dalla nomina del presidente del Consiglio e dei ministri, hanno tuttavia trattenuto Giuliano Ferrara dalla decisione di saltare sul suo elefantino rosso e di caricare sventolando il  Foglio contro “il silenzio del Quirinale” di fronte alla “Costituzione violata”.

            C’è probabilmente un tantino di esagerazione nell’attacco del fondatore del Foglio, insofferente già da giorni davanti alle cronache della crisi di governo, ma non c’è dubbio che Salvini e Di Maio, o viceversa, si siano mossi con grande disinvoltura mancando quanto meno di galateo costituzionale verso il capo dello Stato. Che non aveva ritenuto di dare né all’uno né all’altro l’incarico di trattare il programma di governo, e tanto meno di negoziare un contratto.

            Lo stesso quirinalista del Corriere della Sera, non Breda.jpgcerto sospettabile di spirito critico verso il capo dello Stato, ha riconosciuto che nei 70 anni e più della Repubblica italiana i programmi o contratti di governo sono stati generalmente negoziati con i partiti della maggioranza dalla persona a questo scopo incaricata dal capo dello Stato di turno. Che, nel nostro caso, alla fine delle consultazioni aveva invece annunciato personalmente di apprestarsi, visto lo “stallo” perdurante della crisi, alla nomina di un governo di tregua, attrezzato anche per l’evenienza di elezioni anticipate. Alle quali il presidente del Consiglio e i ministri si sarebbero impegnati con lo stesso capo dello Stato a non candidarsi.

            E’ certamente vero che Mattarella nell’apprestarsi alla nomina di quel tipo di governo, una volta tanto “neutrale”, aveva lasciato aperta ai partiti una finestra o possibilità, come preferite, di accordo per allestire una maggioranza sino ad allora mancata. Ma è altrettanto vero che il presidente della Repubblica ne aveva parlato in termini talmente prospettici da assicurare che nel caso di un accordo del genere il governo da lui allestito per motivi di urgenza, dettati da scadenze di politica estera e interna, si sarebbe dimesso.

            Salvini e Di Maio avrebbero quanto meno dovuto dare il tempo al capo dello Stato di riaprire le consultazioni e, rinunciando spontaneamente alla nomina del governo d’urgenza, di conferire all’uno o  all’altro, o ad altri ancora, il compito di negoziare una maggioranza ordinaria, per il proseguimento della legislatura uscita dalle urne del 4 marzo scorso.

            Questo passaggio è oggettivamente mancato. Se è stata più violazione della Costituzione o del galateo istituzionale e politico, francamente non so.

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