Tutto ciò che della Terra non si riesce a vedere e sentire da lontano

       Solo visto da lontano, molto da lontano come accade agli astronauti nella loro missione propedeutica a sbarchi futuri sulla luna, il nostro mondo in bianco e blu riesce a nascondere le guerre e altre nefandezze che noi terrestri riusciamo a compiere o a subire, secondo il ruolo che ci è capitato. Un mondo insomma ancora desiderabile.

       In quella palla gigantesca fotografata dagli astronauti c’è anche l’Italia sia di Giorgia Meloni e dei suoi alleati di centrodestra, sia di Elly Schlein, Giuseppe Conte ed altri a aspiranti alla successione, che hanno assaporato nella vittoria del no referendario alla riforma costituzionale della magistratura il gusto pure di una vittoria nelle elezioni politiche ormai del 2027, nonostante gli anticipi offerti nelle loro cronache dagli instancabili retroscenisti.  Una vittoria ancora senza padri o madri, non essendo più certe neppure le primarie del cosiddetto campo largo, larghissimo e samto dell’alternativa reclamate da Conte, proprio dopo la sconfitta referendaria del governo, per aggiudicarsi il titolo di candidato a un ritorno a Palazzo Chigi, dopo la dolorosa partenza impostagli per lasciarlo, a suo tempo, a Mario Draghi.

       Di probabilità di vincere le primarie eventualmente sopravvissute anche alle bastonate di mortadella di Romano Prodi, un altro passato per Palazzo Ghigi ai suoi tempi, prima dell’Ulivo e poi dell’Unione, Conte ne ha, secondo l’ultimo sondaggio confezionato da Alessandra Ghisleri, solo se  la partita nel cosiddetto centrosinistra dovesse essere a due. lui e Schlein in ordine alfabetico. Ma è uno scenario irrealistico. Di altri aspiranti, reali o immaginari, vestiti o travestiti, di presunto bianco o presunto rosso o grigio, sono piene le cronache. E non è detto che gli “altri” possano favorire la segretaria del Pd, come mostra di presumere o prevedere la Ghisleri. Anche gli altri, ripeto, potrebbero portare via alla Schlein tanti voti da far prevalere Conte, sempre e dannatamente lui, l’ex premier ancora pentastellato, nonostante i propositi ormai anche legali, o giudiziari, di Beppe Grillo di riprendersi, da ex fondatore, garante, consulente e quant’altro   il nome del movimento sfilatogli via dall’avvocato pugliese fra una passeggiata e l’altra, a passo sempre svelto, dalla sua abitazione romana agli  uffici del partito e alla Camera.  Con passo svelto, ripeto, e mani sempre pronte a sfiorare….il successo.  

Il bastone di mortadella di Prodi sulla Schlein e su Conte

       Al netto del sarcasmo di Libero, che lo ha armato in prima pagine di un  grosso bastone di mortadella, Romano Prodi è ancora una volta sbottato contro il Pd, la cui segretaria Elly Schlein non ne ascolta i consigli pur essendo stata una prodiana da ragazza, o quasi, e contro Giuseppe Conte che le contende la leadership della cosiddetta alternativa al centrodestra. Come lo fu a suo tempo lo stesso Prodi, ai tempi di Silvio Berlusconi, quando lo incoronò in un cinema romano un allora potente Massimo D’Alema, pur pentendosene quando lo vide alla guida del governo, nel 1996, affiancato dal compagno di partito -si fa per dire- Walter Veltroni. “Due flaccidi imbroglioni”, gli attribuirono i soliti retroscenisti, a proposito di loro, fra smentite non sopravvissute, diciamo così, alle cronache.

       Prodi ha avvertito l’una e l’altro- la Schlein e il Conte pur reduce, o forse proprio perché reduce da un pranzo di lavoro con un amico di Donald Trump forse più importante dell’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, che la vittoria del no referendario alla riforma costituzionale della magistratura non basta, e neppure avanza naturalmente, per prenotare la vittoria di quel no anche nelle elezioni politiche dell’anno prossimo.

 C’è molta strada da fare su quella strada, ha avvertito l’ex premier, che non ha smesso di pensare, dopo il referendum, che ad un’alternativa occorra un programma comune. Possibilmente -mi permetto di suggerire- meno lungo e più vincolante di quelli che predisponeva lui e producevano governi -i suoi appunto- di breve durata. Persino rovinosa per la sopravvivenza delle Camere, sciolte anticipatamente nel 2008 due anni dopo la loro elezione, per la crisi di un governo di Prodi, appunto, il secondo, al quale non fu possibile rimediare, come nel primo una decina d’anni prima, con esperimenti diversi: dello stesso D’Alema e poi da Giuliano Amato, affrancato dai suoi vecchi rapporti dell’ormai defunto Bettino Craxi.

       Il bastone, pur di mortadella mediatica, di Prodi lascerà probabilmente il segno sulla segretaria del Pd e sul suo concorrente alla guida della sempre improbabile alternativa, almeno agli occhi del professore emiliano.

Il governo va avanti nel suo lavoro, pur tra civette, corvi e avvoltoi

       Più che il nome -Gianmarco Mazzi, proveniente più da Sanremo che da altro, tanto da far chiamare già “Discasterio”, qualcosa in più di una discoteca, il Ministero del Turismo assegnatogli dal presidente della Repubblica, con tanto di giuramento al Quirinale, su proposta della premier-conta il fatto che Giorgia Meloni abbia voluto sciogliere rapidamente il nodo della sostituzione di Daniela Santanchè. Che si considera al Senato, di cui continua a fare parte, la capra espiatoria, più che la pitonessa, della sconfitta referendaria del sì alla riforma costituzionale della magistratura. Con la quale peraltro la ex ministra ha dei conti da regolare, diciamo così, per le sue vicende imprenditoriali, sfortunate per quanto nominalmente “visibilia”.

       Niente rimpasto, quindi, inteso come scomposizione e ricomposizione del governo con più movimenti, e niente elezioni anticipate, per quanto l’opposizione mediatica contini ad attribuire alla premier almeno la tentazione. Nella quale l’interessata non cade non foss’altro perché sa che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella non le concederebbe lo scioglimento delle Camere prima della loro scadenza ordinaria in una situazione peraltro di precarietà, a dir poco, derivante anche all’Italia dalle guerre che in fondo la coinvolgano, al pari di altri paesi che non vi partecipano ma ne subiscono comunque gli effetti economici. Una situazione talmente avvertita anche a Palazzo Chigi, e non solo al Quirinale, che la premier è volata nel Golfo, incorrendo nella mezza incoronazione di Meloni, o semplicemente di “Giorgia d’Arabia”.

       La missione pasquale della premier italiana si traduce sul piano politico in una solidarietà ai paesi del Golfo, appunto, attaccati dall’Iran non ancora ridotto alla “età della pietra” minacciata o propostasi alla Casa Bianca, almeno nelle ore pari del giorno, dal presidente Donald Trump. Che continua lo stesso ad aspettarsi il premio Nobel della pace. Sul piano economico la missione della premier italiana si traduce in un lavoro di sicurezza per gli approvvigionamenti energetici.

       Il governo insomma continua a fare il suo mestiere, non di semplice galleggiamento, pur tra svolazzi di civetti e di corvi, o fra incursioni di sciacalli tra piazze e aule parlamentari.  

Dalla corsa alla luna alla corsa al Quirinale, o viceversa

       Meno male che negli Stati Uniti del pur imprevedibile presidente Donald Trump, che sogna il premio Nobel della pace anche dopo essersi dichiarato pronto a fare tornare l’Iran “all’età della pietra”, dove però gli ayatollah continuerebbero probabilmente a fare i loro abituali lavori; meno male, dicevo, che con Artemis II sono riprese le spedizioni lunari. Chissà se, sicuramente dopo l’era Trump, si riuscirà davvero a permettere ai terrestri più fortunati di fuggire dalla Terra, con la dovuta maiuscola, per rifugiarsi nel suo satellite. Qui, sulla Terra, accadono ormai cose sempre meno comprensibili e più temibili. Sula Terra, sempre con la maiuscola, degli americani, e loro alleati sempre più precari e minacciati, dei russi passati dal comunismo sovietico a quello personale di Putin, dei cinesi imprescrutabili nelle loro attese millenarie, del Medio Oriente sempre più polveriera, e infine, molto infine, dell’Italia minacciata dalla natura inclemente che si porta appresso i ponti sopravvissuti agli errori di costruzione o manutenzione, e da una politica più nel pallone di quanto non sia il gioco del calcio, ormai precluso ai campionati mondiali.

       Trovo il tempo, mi rimprovererete, di scherzare sulle cose serie. Sì, lo trovo in uno sforzo un po’ gramsciano, pur non essendo mai stato comunista, dell’ottimismo della volontà. La corsa alla Luna è pur sempre una risorsa di fantasia, superiore per dimensioni ed altro a quella al Quirinale cominciato col solito, lunghissimo anticipo nelle cronache e nei retroscena, a distanza di più di mille giorni della scadenza del secondo mandato quasi regale, per durata complessiva di 14 anni, del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

       Una corsa, questa tutta italiana al Quirinale, alla quale avrebbe potuto partecipare con un po’ di buona volontà e di fortuna persino il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, spinto l’anno scorso nella calca retroscenista della corsa alla presidenza della sua regione, la Campania finita invece nelle mani e nella barba di Roberto Fico, se il suo cuore non fosse stato appiedato non da un infarto, ma da una relazione extraconiugale rivelata dalla stessa amante confessa. Della quale naturalmente le opposizioni vorrebbero che riferisse alle solite Camere la solita premier Giorgia Meloni, fra dimissioni, guerre e accidenti.  

       Ditemi voi, francamente, se non è preferibile correre sulla Luna o sognarla…….

Cronache per niente serie dall’Italia del bar, dopo quella del caffè di De Gregori

       Dall’Italia del caffè cantata ottimisticamente nel 1979 da Francesco De Gregori, pur col terrorismo ancora in azione dopo il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro nel 1978, all’Italia del bar in cerca di un altro De Gregori, o dello stesso di 47 anni fa sempre vivo e ottimista, spero. L’Italia del bar, dove tutti si improvvisano quelli che non sono e imprecano, assolvono e più spesso condannano, reclamano dimissioni e metaforiche decapitazioni.

       L’Italia del bar dove si affaccia di prima mattina il ministro dello Sport Andrea Abodi e, prevenendo qualcuno che vorrebbe prendersela anche con lui per la sconfitta, ai rigori, dell’Italia del calcio nella partita con la Bosnia decisiva per lasciarci ancora fuori dai mondiali del pallone, si vanta di avere già chiesto le dimissioni del presidente della competente federazione del Coni, Gabriele Gravina, e di attendersi naturalmente quelle dell’allenatore Gennaro Gattuso.

       Titti gridano, protestano, imprecano non contro il “destino cinico e baro” a cui Giuseppe Saragat attribuiva gli scarsi risultati del suo partito socialdemocratico, ma contro questo o quel titolare di una qualsiasi carica. E nessuno se la prende, magari, con i giocatori che hanno sbagliato a tirare i rigori loro assegnati: gli unici che a me sembra titolati ad essere criticati dopo una partita chiusa in pareggio anche nei tempi supplementari.  

       Se si passa, o si prosegue sul terreno della politica, nel pallone anch’essa, il bar è ancora più affollato di gente e di proteste. Ora anche contro il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi smutandato, diciamo così, dalla sua amica o amante giornalista piena di affetto per lui e di incarichi forse rimediati anche per la sua relazione, chissà. L’altro Matteo, il  predecessore al Viminale, il capo della Lega post-bossiana Salvini, gli è solidale pensando anche alla possibilità di poterlo sostituire più rapidamente e felicemente, dopo essere stato assolto in un processo che lo aveva dirottato verso altri dicasteri.

       Fuori dall’Italia del bar abbiamo le ormai solite guerre nelle o per le quali la Nato è descritta come una “tigre di carta” da un presidente americano forse di cartone come appare ogni tanto Donald Trump, fra una raffica e l’altra, una tregua annunciata e mancata, e un premio della pace reclamato con disinvoltura, a dir poco.

       Ci restano i sepolcri della settimana santa per pregare che tutta questa follia finisca davvero.

Dalla Sigonella di Bettino Craxi alla Sigonella di Giorgia Meloni

Non è la prima volta che scrivo di una cena di una trentina d’anni fa con Bettino Craxi nella veranda della sua casa tunisina , e non sarà probabilmente neppure l’ultima ricorrendo ogni tanto la storia, allora smentitami dall’ex presidente del Consiglio, della sua avventura politica finita già nel 1985, quando era ancora a Palazzo Chigi, per avere osato sfidare a Sigonella gli americani. Ai quali aveva negato personalmente, in una telefonata notturna col presidente Ronald Reagan assistito da una interprete, la cessione di sovranità chiestagli con forza facendo catturare nella base militare siciliana alcuni dei responsabili del sequestro della nave italiana Achille Lauro nel Mediterraneo. Che era stata dirottata da un commando terroristico palestinese per scambiarla col rilascio dei soliti detenuti nelle carceri di Israele.

       La nave fu liberata su intervento di Arafat, chiesto personalmente al capo dell’Olp da Craxi, ma dopo che era già stato ucciso a bordo un cittadino statunitense, ebreo e invalido,  freddato in un alterco e buttato a mare con la sua carrozzella.  

Una volta abbandonata la nave, i dirottatori erano stati imbarcati dagli egiziani su un aereo per essere trasportati al sicuro in Tunisia. Ma il velivolo era stato intercettato dagli americani  e costretto ad atterrare a Sigonella, appunto, con l’obiettivo di sequestrare i dirottatori e mandarli a processo negli Stati Uniti. 

L’ambasciatore americano a Roma, scambiando Palazzo Chigi per una depandance, si era presentato quasi di notte, e fatto ricevere da un funzionario diplomatico, mentre  Craxi dalla sua stanza d’albergo spiegava all’interprete di Reagan, per telefono, che la competenza giudiziaria era italiana. E  ordinava che i Carabinieri a Sigonella impedissero, armi in pugno, il sequestro.

Ne derivarono, fra l’altro, le dimissioni del ministro della Difesa Giovanni Spadolini, rientrate rapidamente per un chiarimento intervenuto fra Craxi e Reagan con tanto di lettere di scambio: dear Bettino e dear Ronald. Seguì anche un incontro alla Casa Bianca.

Il mio amico Paolo Mieli, un po’ cronista e un po’ storico, ha raccontato l’altra sera nel salotto televisivo di Lilli Gruber che, a dispetto delle lettere, degli incontri e quant’altro, lì Craxi prenotò drammaticamente la sua fine cadendo dopo qualche anno -otto, all’incirca- nella rete giudiziaria milanese. Come anche Giulio Andreotti, ministro degli Esteri di Craxi ai tempi del sequestro della nave Achille Lauro, avvertì mani e manone americane -risparmiate da Mieli nella sua ricostruzione televisiva- nel pentimento di Tommaso Buscetta oltre Oceano e nei processi di mafia che ne derivarono, paralleli a quelli di corruzione e altro capitati a Craxi per Tangentopoli. Anche Giorgia Meloni, secondo Mieli, potrebbe avere rischiato troppo a Sigonella in questi giorni, negandone l’uso agli americani nella guerra all’Iran.

Stavo parlando una sera di 30 anni fa con Craxi proprio della sua Sigonella, di cui si  scriveva  sui giornali italiani anche per mano di qualche socialista, quando scattò l’allarme oltre la siepe e il muro della villa. In un attimo ci trovammo circondati da militari tunisini armati di tutto punto, che disponevano di una dependance della casa di Bettino. Essi interruppero cena e conversazione. Restituiti all’una e all’altra dopo minuti che mi apparvero un’eternità, quando si accertò la casualità dell’allarme, provocato da qualche animale di passaggio, io stentavo a riprendere il discorso. Che invece Craxi chiuse chiedendomi se fossi convinto “ancora” di quella protezione attribuibile “solo agli amici tunisini”, e non anche agli americani. Che -mi spiegò- gli erano “creditori non solo di Sigonella ma anche di Comiso”, a 80 chilometri di distanza l’una dall’altra, sempre in Sicilia.

A Comiso, grazie al ritorno dei socialisti nella maggioranza e nel governo dopo l’opposizione imposta dal predecessore di Craxi alla segreteria del Psi, Francesco De Martino, erano stati installati i missili del riarmo della Nato propedeutici al crollo del comunismo.  Dovetti convenire.  E di quell’argomento non parlammo più, neppure in altre circostanze.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 4 aprile

Il ritorno alla grande di Craxi nella cronaca e nella memoria della politica italiana

       Prima l’elezione a sorpresa di Stefania Craxi alla presidenza del gruppo di Forza Italia al Senato, dove il padre aveva interrotto, con una decadenza giudiziaria, diciamo così,, il suo percorso parlamentare per poi riprenderlo e concluderlo naturalmente, con la morte. Ora il ritorno di Bettino Craxi nei titoli delle prime pagine dei giornali per paragonare al leader socialista presidente del Consiglio nel 1985 la premier Giorgia Meloni e il suo ministro della Difesa, chiamato Craxetto in una vignetta, per il rifiuto della base di Sigonella, in Sicilia, ai bombardieri americani che volevano farvi sosta e rifornimento nella loro missione di guerra contro l’Iran.

       Se fosse ancora vivo, il mio amico Giampa- Giampaolo Pansa- avrebbe forse coniato già l’immagine di Melocraxi, come fece con Dalemoni, in cui confluirono per un po’ di tempo Silvio Berlusconi e Massimo D’Alema, in ordine alfabetico e inverso a quello scelto dal giornalista allora dell’Espresso.

       Troppa grazia, Sant’Antonio, mi verrebbe da dire di fronte a un ritorno una volta tanto così positivo nella memoria e nei titoli giornalistici del primo e unico leader socialista autentico arrivato in Italia alla guida di uno dei suoi governi più longevi. Che trovò il coraggio 41 anni fa di dire no al presidente americano Ronald Reagan e al suo corpo speciale di militari che avevano fatto atterrare a Sigonella un aereo egiziano diretto a Tunisi per sequestrare e processare negli Stati Uniti i responsabili del dirottamento terroristico della nave italiana Achille Lauro nel Mediterraneo, costato la vita ad un invalido ebreo cittadino degli Stati Uniti. Ma una volta atterrati in Italia, e per fatti accaduti su una nave italiana, Craxi rivendicò la nostra competenza giudiziaria. E la impose a un Reagan refrattario per qualche ora: il tempo necessario perché il ministro della Difesa Giovanni Spadolini, solidale con le proteste dell’ambasciatore americano presentatosi senza appuntamento a Palazzo Chigi, desse le dimissioni per una crisi rapidamente e quasi comicamente rientrata, essendo intervenuto un chiarimento anche epistolare -Dear Bettino e Dear Ronald- fra i due presidenti.

       Voi penserete che il ritorno, diciamo così, dei fatti e della memoria a Sigonella potrà fermare le opposizioni, almeno quelle più radicali, nella campagna di denigrazione della Meloni come la favorita, la subordinata a Trump? Per niente. La campagna continua scrutando parole e punteggiature dei comunicati di Palazzo Chigi e del Pentagono. Serva era e serva di Trump deve rimanere la premier italiana. Così vanno le cose nel teatrino della politica italiana.

Il troppo ottimismo della sinistra nella partita del Colle dopo la vittoria referendaria

Il direttore Mario Sechi si chiede, con la preoccupazione del pessimismo della ragione, credo, se il centrodestra c’è o ci sarà in una partita del Quirinale, fra tre anni, che la sinistra potrebbe essere tentata di giocare da sola se dovesse capitarle la fortuna di vincere anche le elezioni politiche, dopo il referendum sulla riforma costituzionale della magistratura.

       Non per consolarlo ma solo per attingere ai miei ricordi di cronista delle corse al Quirinale succedutesi in 80 anni di storia della Repubblica, molte delle quali ho raccontato come tifoso e alcune vissute come sconfitto, penso che la sinistra, quando si esaurirà l’”euforia” avvertita con fastidio anche dal solitamente ottimista Goffredo Bettini, rischierà di cadere in una palude anche in caso di vittoria elettorale, oltre che referendaria. Un rischio derivante dalla sua natura geneticamente eterogenea, direi. Che può anche permetterle di realizzare un governo, ma di breve durata, come capitò a Romano Prodi ad una decina d’anni di distanza, prima con l’Ulivo e poi con l’Unione.

       Quando Prodi, sempre lui, con la regìa fallimentare dell’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani, che ci rimise il posto, si lasciò tentare dall’ambizione quirinalizia, venne politicamente abbattuto non dagli avversari del centrodestra ma dai “franchi tiratori” -ricordate?- della sinistra. Si rimediò con la rielezione provvisoria di Giorgio Napolitano. Ora a un altro Prodi, ormai vicino ai 90 anni come Giuliano Amato e quindi oltre i ragionevoli limiti di età, non si potrebbe rimediare con la rielezione di Sergio Mattarella, dopo quella  senza limiti di quattro anni fa che ha dato alla sua Presidenza una durata regale, o quasi.

       Già immagino, nella mia malevolenza professionale quasi quanto quella politica del compianto Giulio Andreotti, il “Giusè” mormorato a Conte dalla segretaria del Pd. Che, non avendo a poco più di 40 anni, beata lei, l’età per aspirarvi di già, propone al suo concorrente nella corsa a Palazzo Chigi di salire piuttosto sul Colle. Ma chi lo voterebbe poi Conte fra i “grandi elettori” del Pd a scrutinio obbligatoriamente segreto con le posizioni che ha, per esempio, sulla politica estera? Lo faccio abbastanza furbo, non solo perché pugliese come me, per declinare l’eventuale offerta o proposta della Schlein e insistere nell’insediarle la carica di presidente del Consiglio, nella convinzione peraltro messagli in testa da Marco Travaglio di essere stato a suo tempo, con due maggioranze diverse, anzi opposte, il migliore successore di Camillo Benso conte di Cavour nella storia d’Italia. E per la Schlein sarebbero guai, vista l’aria che tira nei sondaggi già cominciati dalle sue parti sulla partita chigiana fra i due.

       Vi sarebbero, d’accordo, anche altri potenziali candidati o, meglio, aspiranti dell’area di sinistra o di centrosinistra, senza trattino, di entrambi i sessi, al Colle più alto di Roma: da Rosy Bindi a Dario Franceschini, da Pier Luigi Bersani, ospite fisso dei salotti televisivi che se ne contendono la bonomìa battutistica, al meno assiduo Paolo Gentiloni. E persino, se gli venisse lo schiribizzo, all’ormai 51.enne Matteo Renzi. un anno in più del minimo imposto da quei vecchi e prudenti padri costituenti. Ma pure di loro, Renzi compreso, si potrebbe chiedere in camera caritatis chi li voterebbe davvero a scrutinio segreto in un’area non proprio addestrata alla disciplina. Che neppure uno tosto e navigato come Massimo D’Alema oserebbe sfidare. Nemmeno la buonanima di Silvio Berlusconi, dandogli una mano dall’opposizione, riuscì a  farlo digerire al Pd come candidato al Quirinale. Erano gli anni del Dalemoni di Giampaolo Pansa.

       No, credete a me, non sarebbe una partita facile. Lo sarebbe invece per il centrodestra se gli dovesse capitare di resistere all’urto della sconfitta referendaria sulla riforma della magistratura e di riprendere il bandolo della matassa della stabilità meloniana.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 5 aprile

La corsa al Quirinale scatenata dalla vittoria referendaria del no

Si chiama notoriamente Marietta la contadinella della favola che porta baldanzosa la ricotta al mercato sognando i guadagni che potrebbe ricavarne e se la perde rovinosamente per strada. Nella favola che suggerisce ai cronisti e analisti più fantasiosi, o malevoli, il gran traffico di ambizioni e manovre politiche innescato dalla vittoria della sinistra del no referendario alla riforma costituzionale della magistratura, Marietta potrebbe essere di sesso diverso e chiamarsi, magari, Giuseppe, al singolare italiano e non al plurale americano di Donald Trump. Sarebbe Giuseppe Conte, naturalmente.

       L’ex premier  smanioso di tornare a Palazzo Chigi per riprendere il lavoro cavouriano, secondo l’esegeta Marco Travaglio, interrotto anni fa da Mario Draghi con un presunto, mezzo colpo di Stato del pur insospettabile Sergio Mattarella al Quirinale, potrebbe essere dirottato dalla concorrente ugualmente ostinata Elly Schlein, segretaria di un Pd ancora in testa nella graduatoria elettorale dei partiti  dell’alternativa al centrodestra, verso una destinazione ancora più alta e di maggiore durata: proprio il Quirinale che Mattarella dovrà lasciare nel 2029 concludendo i lunghi 14 anni del suo secondo mandato.

       “Dai, Giusè”, porrebbe dirgli e proporgli Elly, anche perché lei non è quirinabile per ragioni di età, avendo oggi 40 anni, e avendone nel 2029 ancora 43, sette in meno dei 50 richiesti dalla Costituzione. Conte invece ha 62 anni e potrebbe addirittura sognare di ripetere il miracolo mattarelliano del doppio mandato, quasi regale.

       Lo sventurato, manzonianamente, potrebbe lasciarsi tentare immaginando la prossima legislatura a maggioranza di cosiddetto centrosinistra sul vento del no referendario. Ma Conte potrebbe anche rifiutare non fidandosi dei tre anni che dovrebbe aspettare, di tutto ciò che potrebbe nel frattempo accadere, anche una sconfitta elettorale sorprendente come la vittoria referendaria. Ma soprattutto ricordando l’abituale cedimento dei parlamentari di sinistra alla tentazione di abbattere da cosiddetti franchi tiratori i candidati ufficiali, formali e quant’altro della loro parte al vertice dello Stato. Come accadde nel 2013 a Romano Prodi. Che finge di avere digerito il rospo dopo tanto tempo ma potrebbe anche sfidare “la demenza senile” appena esclusa per sé, a 88 anni da compiere, da Giuliano Amato scrivendo al quotidiano Libero che lo aveva effigiato in prima pagina nella corsa al Quirinale apertasi con la solita, abbondante insofferenza. Fra tre anni anche Prodi ne avrà una novantina, ma le prospettive di vita, si sa, sono aumentate. Sempre più di frequente si legge di feste di compleanno di centenari e più.

       Ma soprattutto non mancano a sinistra altri possibili aspiranti al Quirinale: in ordine rigorosamente alfabetico, Bersani Pier Luigi, Bindi Rosy, Franceschini Dario, Gentiloni Paolo e magari, fuori concorso e partito del Nazareno, persino Renzi Matteo, 51 anni compiuti a gennaio.

Ripreso da http://www.startmag.it

Quella direttiva europea di non cambiare legge a ridosso del voto

La tentazione è forte, quasi come al bar per lo sport. E quella, in politica, di dare consigli al vincitore o allo sconfitto di turno, o a entrambi, come ha fatto sul Corriere della Sera il mio amico Paolo Mieli dopo la bocciatura referendaria della riforma costituzionale della magistratura intestatasi dal governo blindandone il contenuto nel percorso parlamentare. E fornendo con ciò stessoalle opposizioni una buona ragione, o un buon pretesto, come preferite, per arroccarsi nell’azione di contrasto, pur essendo le modifiche costituzionali con la qualificata   maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera previste dall’articolo 138, primo comma, dicono i giuristi. Cui segue il terzo, ed ultimo, in cui una modifica costituzionale diventa non impugnabile con l’arma referendaria se approvata in Parlamento con la maggioranza, ancora più vasta, dei due terzi.

       Da non richiesto, forse neppure gradito consigliere della premier già troppo assediata da familiari, amici e alleati nell’approccio alla ripresa dalla  botta del referendum, raccontata in tanti retroscena addirittura attratta da un ricorso ad elezioni anticipate di cui non disporrebbe perché la competenza di questa decisione interruttiva della legislatura è solo, insindacabilmente, del presidente della Repubblica; da non richiesto, forse neppure gradito consigliere, ripeto, suggerirei alla presidente del  Consiglio di non tentare neppure questa carta. Che Mattarella non le farebbe giocare in tempi peraltro di guerra, come ha avvertito il più competente dei ministri in materia che è quello della Difesa Guido Crosetto. Della Difesa, ripeto, non della Guerra, con la maiuscola, come Donald Trump ha promosso , diciamo così, il suo omonimo americano.

       Mi piacerebbe inoltre, o infine, per ridurre al minimo spazio e tempo nella buca del suggeritore, che la Meloni spiazzasse tutti, a cominciare da lei stessa, rinunciando alla riforma della legge elettorale già messa mel cantiere parlamentare. Ma così, dicono dalle sue parti, la coalizione di centrodestra perderebbe contro avversari prevedibilmente alleati, non più separati come nelle elezioni precedenti.  E chi lo ha detto? , ammesso e non concesso che il cosiddetto campo largo dell’alternativa trovasse la quadra per non diventare o confermarsi camposanto.

       La Meloni avrebbe un’occasione tanto coraggiosa e ragionevole quanto destinata a procurarle consensi per imporre una svolta etica, a dir poco, sul terreno delle regole del voto. Che da troppo tempo cambiano in Italia a ridosso delle elezioni, ordinarie o anticipate, spesso destinate a concludersi in senso diverso o opposto da quello perseguito dai promotori della riforma di turno. Le regole per decenza raccomandata, a dir poco, anche da una direttiva europea ignorata anche dai presidenti della Repubblica che hanno controfirmato le riforme, non possono cambiare a partita in corso. O addirittura al secondo tempo della partita, o nei cosiddetti tempi supplementari del calcio. E’ una questione etica, dicevo. Morale, potrei aggiungere, se di questo aggettivo non si fosse fatto tanto abuso in Italia da diventare negativamente moralistico.

Pubblicato sul Dubbio

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