Si chiama Stefania Craxi la nuova capogruppo di Forza Italia al Senato

       Marina Berlusconi, la figlia primogenita del fondatore di Forza Italia, ha appena rinnovato con dichiarazioni dirette e indirette, diffuse come voci dai retroscenisti, la “stima” che ha di Antonio Tajani, il successore del padre alla guida del partito, con i gradi più tradizionali di segretario, e non di presidente come il compianto ex premier. Non deve trattarsi però di una stima, ripeto, sufficiente a tradursi in fiducia, tale da proteggere Tajani da chi ne vorrebbe prendere il posto. E trova indirettamente un aiuto proprio nelle sollecitazioni a cambiamenti di Marina, pubbliche e private, tra interviste e incontri, conviviali e non, con esponenti più giovani e insofferenti del partito.

       Da questa situazione di sostanziale precarietà, che Tajani cerca comprensibilmente di ignorare o sottovalutare, e persino di smentire ogni tanto, è nato sull’onda della sconfitta referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura anche l’improvviso avvicendamento alla presidenza del gruppo forzista del Senato fra Maurizio Gasparri, che l’aveva assunta rinunciando a una vice presidenza dell’assemblea, e Stefani Craxi. Alla quale il pur consumato Gasparri sembra destinato a succedere, almeno mentre scrivo, alla presidenza della Commissione Esteri e Difesa di Palazzo Madama. Che di questi tempi, con tutte le guerre in corso nel mondo, anche a poca distanza dall’Italia, non è proprio un accessorio.

       Per lo stesso cognome che porta, “per la prima volta- ha detto l’interessata- non diventato un intralcio”, o qualcosa di simile, nella partecipazione alla politica, Stefania Craxi costituisce di fatto uno spostamento a sinistra, diciamo così, del partito azzurro. La figlia dello scomparso leader non ha mai smesso di considerarsi orgogliosamente socialista come il padre: più socialista di quelli che hanno cercato di prenderne l’intestazione del socialismo dopo la caduta del comunismo senza tuttavia avere mai il coraggio di adottarne il nome nei titoli delle varie riedizioni del Pci. Non è certamente una scelta casuale.

       Già un’altra volta, a dire il vero, ai tempi di Silvio Berlusconi, è toccato a un socialista -Fabrizio Cicchitto- assumere la presidenza di un gruppo parlamentare forzista, alla Camera. Ma ora è toccato alla figlia di Craxi, e nel ramo del Parlamento dove il padre di Marina Berlusconi concluse la sua esperienza politica, tornandovi dopo la decadenza impostagli per una condanna definitiva pronunciata contro di lui dalla Cassazione come da un plotone di esecuzione. Così direbbe l’ormai ex capa di Gabinetto del ministro della Giustizia, Giusi Bartolozzi, che sta tornando, a sua volta, a fare la magistrata fra il malumore, la sorpresa e quant’altro dei soliti Travagli che si erano scordati del suo mestiere, o professione.  

La primavera….autunnale di Giuseppe Conte tendente all’inverno

Persino Goffredo Bettini ha mostrato, in una intervista al sempre ospitale Corriere della Sera, di avere avvertito troppa “euforia” nell’accelerazione data da Giuseppe Conte, dopo la vittoria referendaria contro la riforma costituzionale della magistratura, alle primarie per scegliere il candidato alla guida del governo dell’alternativa al centrodestra.

       “Le primarie, peraltro, sono una eventualità precedentemente indicata dal Pd, il mio partito”, ha avvertito Bettini dalla sua postazione immodestamente defilata di un uomo che alla sua età di 73 anni “non cerca ruoli istituzionali e politici” e ha “deposto ambizioni e protagonismi”. C’è ancora troppo “lavoro ideale e culturale” da compiere nel cosiddetto campo largo dell’alternativa, “allargando la nostra influenza tra i cittadini”, prima di arrivare “se necessarie” alle primarie, ha avvertito ancora il filosofo, chiamiamolo così, dell’area progressista che ha riconosciuto in Conte, quando era ancora a Palazzo Chigi ma stava per uscirne, il suo “punto di riferimento più alto”. E ne ha sempre assecondato il ruolo, sin forse ad accordargli un cambiamento repentino di giudizio sulla riforma della magistratura, passando dal sì ispiratogli dal ricordo del padre avvocato al no subito gridato invece da Conte. Che anche per questo probabilmente si ritiene il più titolato ad aggiudicarsi il risultato referendario. E a intestarsi “la primavera” cominciata con la vittoria del no.

       Si fa presto a dire primavera, preceduta peraltro da altre primavere, appunto, finite alquanto male un po’ dappertutto e ovunque: da quella di Praga del 1968 -ricordate?- a quelle arabe in terre ora di guerre e false tregue. La primavera innescata da Conte nella politica interna immaginandosi con la corona di nuovo in testa di presidente del Consiglio è già autunnale per le reazioni provocate, compresa quella di Bettini. E, in un ossimoro ancora più paradossale, potrebbe diventare invernale.

       I candidati alternativi al corridore pentastellato che si è messo in testa alla fuga dal gruppo si sprecano, sopra e sotto traccia. Sotto come -scusate la malizia di sapore sempre andreottiano- l’avvenente sindaca di Genova Silvia Salis e campionessa già di suo nel lancio del martello. Che è contraria alle primarie per le divisioni che provocano.

       Il terreno più insidioso  nel campo largo scosso dalla spinta alle primarie data da Conte, dopo il referendum perduto dal governo di centrodestra, è quello del partito maggiore della potenziale coalizione di cosiddetto centrosinistra: il Pd del filosofo Bettini, della segretaria Elly Schlein, del presidente Stefano Bonaccini, dell’eterno regista Dario Franceschini, dell’altrettanto eterno scettico Luigi Zanda, dei riformisti del sì referendario sempre più nell’angolo, dei cacicchi sfuggiti alle retate o alle epurazioni promesse o minacciate dal Nazareno e altri ancora, anime più o meno in pena pensando, fra l’altro, alla gestione delle candidature alle elezioni dell’anno prossimo.

       Nel Pd è tutto un controllarsi a vicenda, sin quasi a distrarsi da ciò che accade fuori, dentro e oltre il recinto del campo largo, o come diavolo finirà per essere definito da Conte, che lo vorrebbe -dice- “giusto”, nel senso che si dà ad un abito confezionato su misura. Che   credo l’ex premier appulo sia abituato a indossare, con o senza cravatta e pochette, secondo le circostanze, ma quasi sempre a passo sostenuto, con la fretta di chi va via o arriva, inseguito da cronisti affannati e preceduto da volontari della sicurezza e della devozione. E’ in genere uno spettacolo vederlo dal vivo o in televisione.  In primavera in diretta o in differita.

       “A Mosca, a Mosca”, ripetevano le tre sorelle dell’omonimo dramma di Checov che il compianto Ciriaco De Mita adorava citandolo ogni volta che riusciva ad adattarlo alle vicende, specie congressuali, della sua Dc. “Alle primarie, alle primarie” sentiremo dire da o di Conte in quel che rimane di questa legislatura dalla stabilità anche a prova referendaria.  

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La scoperta di Giusi Bartolozzi ancora magistrata, altro che ex….

       Ohibò, al Fatto Quotidiano e dintorni, di carta e di immagine, si sono accorti improvvisamente che la ormai ex capa di Gabinetto del tuttora ministro della Giustizia Carlo Nordio “potrà rientrare subito in magistratura” -ha titolato il giornale di Marco Travaglio- “grazie a una legge del governo”. Che tuttavia  esisteva ben prima che Giusi Bartolozzi entrasse nel mirino delle opposizioni e alla fine anche della premier Giorgia Meloni, stanca di sopportarla, dicono i retroscenisti.

       Ohibò, ripeto, alla ex “zarina” di va Arenula, svillaneggiata come una ex parlamentare intrufolatasi nel Ministero della Giustizia e diventata la preferita del Guardasigilli, diciamo così, è stata finalmente riconosciuta l’appartenenza alla magistratura. Magari non anche all’associazione dei togati, e tanto meno a qualcuna delle sue correnti praticamente partitiche, ma alla magistratura di certo. E perciò in grado di conoscere e valutare, non da “ex” ma ancora da magistrata  i suoi colleghi meglio dei loro adoratori mediatici e politici, esterni e interni alla categoria. Conoscerli e valutarli così bene da essersi sentita come davanti a “un plotone di esecuzione” quando dalla Procura di Roma le hanno notificato inizio e fine di indagini propedeutiche a un processo per l’affare del rimpatrio del linico Almasri non autorizzato dalle Camere contro due ministri e un sottosegretario. Che sono quelli della Giustizia e dell’Interno, Nordio e Matteo Piantedosi, e il principale collaboratore della Meloni a Palazzo Chigi, Alfredo Mantovano.   

La Santa polemicamente obbediente alla premier, piuttosto che sfiduciata in Parlamento

       La Santa, con la maiuscola ma senza l’aureola, la pitonessa, con la minuscola, o come altro la chiamano amici o avversari, mariti o compagni, ha opposto una resistenza rumorosa ma breve, anzi brevissima, alle dimissioni da ministra reclamate pubblicamente, e impietosamente, dalla premier Giorgia Meloni. Che ha proceduto ad una operazione di imbullonatura del governo dopo il risultato negativo del referendum sulla riforma costituzionale della magistratura. Non della giustizia, come ogni tanto vedo scrivere o titolare, o sento dire nei salotti televisivi e per strada con una certa enfasi.

       Se non si è riusciti a riformare la magistratura, separando le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri a coronamento della riforma del processo penale intestata alla buonanima di Giuliano Vassalli, e con le carriere anche il Consiglio cosiddetto superiore, e affidando ad un’altra, apposita e volutamente “alta”  Corte di disciplina i processi interni, figuriamoci se poteva passare una riforma ancora più generale della giustizia. O si potrà mai tentarla, una volta che la magistratura è riuscita a salvare, forse anche rafforzare l’onnipotenza nella quale ha tradotto l’autonomia e l’indipendenza conferitele dall’articolo 104 della Costituzione, anche nella versione modificata dalla riforma e bocciata con essa.

       A questa magistratura rafforzata, ripeto, dal successo del no a cambiarne abitudini, a cominciare da quella di commettere errori, ammessi ora anche dal presidente dimissionario dell’associazione nazionale delle toghe, la ormai ex ministra Santanchè teme di essere stata lasciata più indifesa e debole nei processi che l’attendono per le sue vicende imprenditoriali finite maluccio, nonostante le “visibilia” propostesi anche col nome. E’ questo forse, più ancora della vanità di governo, che la ministra ha cercato di evitare resistendo. Ma infine obbedendo pur polemicamente con una lettera nella quale ha rivendicato il suo certificato penale ancora “immacolato” e l’abitudine di “pagare anche per altri”.  Così peraltro, o soprattutto, come preferite, la Santa obbediente ha disarmato le opposizioni pronte a proporre di nuovo la sfiducia parlamentare, sapendo di poter contare stavolta sull’aiuto della maggioranza, o di una parte sufficiente a vincere la partita.  

       Più che in montagna, come si diceva dei partigiani che vi salivano durante la Resistenza, l’ormai ex ministra andrà al mare, che è anche più di stagione, a primavera ormai cominciata. Quella vera, non la primavera che si è calata sulla testa Giuseppe Conte come una pentola festeggiando la vittoria del no referendario, anzi intestandosela nello spirito competitivo dell’alleanza col Pd di Elly Schlein per l’alternativa al centrodestra. Di primavere finite male, d’altronde, se ne sono già viste tante, politicamente o climaticamente.

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Il coraggio di restare dopo la sconfitta referendaria sulla riforma della magistratura

Anche o soprattutto in politica, come più in generale nella vita, in azienda, in famiglia, occorre qualche volta più coraggio a restare che a mollare, a resistere che a rinunciare, ad avanzare che a ritirarsi.  E’ il caso della premier Giorgia Meloni –“la leonessa”, come l’ha chiamata Mario Sechi- che si fronte alla sconfitta del sì referendario alla riforma costituzionale della magistratura, nonostante fosse più trasversale del no sulla carta prima ancora che nelle urne, ne ha preso atto rispettosamente, senza recriminazioni, e ha confermato quello che aveva già annunciato: la determinazione a rimanere  al suo posto e a concludere il mandato quinquennale di legislatura conferitole dagli elettori tre anni e mezzo fa.

       Lo farà, la presidente del Consiglio, per quante difficoltà continuerà a incontrare, prevedibilmente aumentate, sul versante giudiziario nel suo lavoro, a cominciare da quello in tema di contrasto all’immigrazione clandestina non a caso sottolineato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. Pure lui deciso  a restare al suo posto, per quanto potranno aumentare gli insulti abitualmente rivoltigli dai Travagli di turno soprannominandolo “mezzolitro” o “fiasco” intero.

       A sconfiggere referendariamente il governo e la sua riforma della magistratura non è stato il merito della stessa riforma, con la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, i due Consigli superiori e l’Alta Corte di disciplina, ma la politicizzazione imposta dalle opposizioni, per quanto la Meloni, diversamente da Matteo Renzi una decina di anni fa, l’avesse spoliticizzata e spersonalizzata al massimo, escludendo dimissioni o addirittura il ritiro dalla politica  in caso di sconfitta.  Una politicizzazione, quella voluta dalle opposizioni, barando le carte della partita. Cioè attribuendo, per esempio, alla politica la volontà di sottomettere la magistratura, quando il problema era, e rimane,  di ricostituire fra le due l’equilibrio voluto dai padri costituenti e rotto “bruscamente” -parola di Giorgio Napolitano al Quirinale che ripeto per l’ennesima volta- negli anni di “mani pulite”.

       Nel mirino della riforma non erano finite l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, garantite dall’articolo 104 della Costituzione anche nel testo bocciato dal referendum, ma semplicemente e finalmente l’onnipotenza della magistratura. Di cui solo a referendum chiuso e vinto dicendo bugie il presidente dimissionario dell’associazione nazionale dei magistrati, Cesare Prodi, ha riconosciuto “errori” e quant’altro da correggere. Se lo avesse detto prima, a campagna referendaria ancora aperta, avrebbe fatto onestamente meglio. Ora egli è in buona compagnia del mio amico Clemente Mastella, sindaco di Benevento e pluri-ex, che dopo avere contribuito alla vittoria del no, pur con tutti i problemi ingiustamente avuti con la giustizia, ha dichiarato di attendersi dai magistrati “un maggiore senso di responsabilità” e di misura. Ora che la Repubblica d’Italia uscita dal referendum del 1946 e disciplinata dalla Costituzione in vigore dal 1948 ha finito di essere “fondata sul lavoro”, come dice l’articolo uno, ed è invece fondata di fatto sulle Procure? Dai, Clemente. Una Repubblica ancora più giudiziaria di quella ammessa o lamentata anche da fior di costituzionalisti.

       Mi consola, almeno personalmente, l’idea che la premier nel suo coraggio di restare e di scommettere ancora sul buon senso degli elettori, per quanto possano averla delusa nel referendum sulla magistratura, sarà aiutata dagli avversari politici. Che già nel festeggiamento del no referendario, tra interviste, sceneggiate di piazza, brindisi con bicchieri di carta e quant’altro, hanno messo in impietosa evidenza le loro debolezze, le loro confusioni, le loro tensioni interne. Opposizioni che sulla strada dell’alternativa al centrodestra, considerata adesso più vicina, debbono sciogliere i nodi del programma e della leadership. Su cui ha messo il cappello Giuseppe Conte senza pietà e riguardo., direi, per la segretaria del maggiore partito dell’alternativa, appunto. Buon viaggio, signori festanti del no.

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L’inclemente Mastella del no in filo di voce e di logica dopo la vittoria

Il mio amico Clemente Mastella, sindaco di Benevento, già ministro della Giustizia e altro ancora, politico non di lungo ma di lunghissimo corso, sia della prima sia della seconda Repubblica, ha voluto partecipare con un’intervista al Mattino alla festa della vittoria referendaria del no alla riforma costituzionale della magistratura. Una vittoria alla quale egli contribuito criticando contenuto, modalità e tempi della separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, i due conseguenti Consigli superiori e l’Alta Corte di disciplina.  E sorprendendo non solo me ma tutti quelli che hanno vissuto con lui, pur a distanza e in silenzio, la cervellotica, lunga vicenda familiare e giudiziaria costatagli già all’inizio la carica di Guardasigilli nel secondo governo di Romano Prodi, caduto nel 2018 trascinandosi appresso la legislatura.

       A sentire gli accusatori nella Procura di Santa Maria Capua Vetere la moglie di Mastella, allora presidente del Consiglio regionale della Campania, e il marito ministro, ripeto, avevano messo su una baracca quasi delinquenziale di scambio di favori, assunzioni e contorni, come se fossero ancora nella vituperata prima Repubblica e non nella seconda che avrebbe dovuto rigenerare tutto e tutti. I Mastella furono naturalmente assolti, ma al solito passo di lumaca, comunque ridotti, volenti o nolenti, ad una dimensione politica rigidamente locale, quando Clemente -vi assicuro- aveva ancora una caratura nazionale, risultato peraltro decisivo nelle ultime elezioni generali vinte di un soffio dall’Unione prodiana, o centrosinistra, come preferite.

       Nell’intervista al Mattino il sindaco di Benevento ha parlato con “un filo di voce” puntualmente annotato dal giornalista Lorenzo Calò. Ma anche con un filo ancora più sottile di logica che mi permetto di contestargli. Ora che è stato salvato, fra l’altro, il Consiglio superiore, e unico, della magistratura, dove l’associazione nazionale e correntizia delle toghe potrà continuare a fare, almeno in teoria, il lavoro scoperchiato dalla vicenda Palamara  del mercato delle carriere,  il buon Mastella ha espresso la fiducia che i magistrati sappiano cogliere l’occasione loro offerta di  una “responsabilità maggiore”, con “uno sforzo più profondo in termini di equilibrio e di imparzialità”: più profondo nel senso che è stato sinora alquanto scarso, o comunque deludente, se si sono verificate quelle che lo stesso Mastella ha definito “distorsioni”.

       Ma perché mai i magistrati dovrebbero “sforzarsi di più”, come dice Mastella, quando si sono sentiti promossi dalla vittoria referendaria? Ed hanno festeggiato nei tribunali con dolcetti e spumante in bicchieri di carta, ma forse anche di vetro. Perché?, ripeto. Dopo che il capo della Procura della Repubblica di Napoli, il portabandiera Nicola Gratteri, fiero -penso- della più alta percentuale di no alla riforma registratosi nel suo distretto giudiziario, a sua volta il maggiore d’Europa, non solo d’Italia, si è proposto di “fare poi i conti” con gli sconfitti. Un Brenno, insomma, in versione giudiziaria e partenopea.

       Giudiziaria. Ecco che cosa mi sembra ormai diventata, ancora più di prima, col risultato del referendum la Repubblica italiana che immaginavo ingenuamente “fondata” non sulle Procure ma “sul lavoro”, com’è scritto nel primo articolo della Costituzione.

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Al Ministero della Giustizia, e dintorni, hanno qualche problema post-referendario…..

       Si sprecano naturalmente le immagini giornalistiche sulle teste che rotolano dopo la sconfitta del governo nel referendum sulla riforma costituzionale della magistratura, Oltre alle teste che rotolano, appunto, abbiamo il terremoto, la scossa, la bufera, le pulizie di Pasqua, le grandi purghe, la ghigliottina, il caos, la motosega e persino l’ironica “strage di Stato” del manifesto, con la minuscola impostasi dal quotidiano ancora dichiaratamente e orgogliosamente comunista.

Anche a costo di contraddirsi in poche ore, avendo appena annunciato che nulla sarebbe cambiato nel suo Ministero, il Guardasigilli Carlo Nordio ha dovuto adeguarsi non ai consigli ma agli ordini, praticamente, della premier Giorgia Meloni. Gli ordini di privarsi del suo capo di Gabinetto, Giusi Bartolotti, la “zarina” di via Arenula incoronata sarcasticamente dai giornali, e del suo sottosegretario Andrea Delmastro. L’una a rischio di processo per l’affare del rimpatrio del libico Almasri, contestato giudiziariamente anche allo stesso ministro della Giustizia, a quello dell’Interno Matteo Piantedosi e al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, protetti però dal divieto parlamentare di portarli in giudizio, l’altro condannato in primo grado per rivelazione del segreto d’ufficio, non riconosciuto però dal superiore qual era il Guardasigilli.

       Ma più del processo che la minaccia o di quello che ha subito, l’una e l’altro hanno pagato per le occasioni che hanno avuto durante la campagna referendaria di portare acqua, diciamo così, al mulino del fronte del no, aiutandolo probabilmente a vincere. La Bortolotti -non “ex” come ha continuato a definirla ieri sera anche il Tg1, ma magistrata di Corte d’Appello distaccata al Ministero della Giustizia come molti altri suoi colleghi- aveva definito pesantemente “plotoni di esecuzione” quelli che mandano a processo o condannano degli innocenti, pensando probabilmente anche alla sua personale vicenda. Delmastro invece aveva conpiuto la effettiva imprudenza, scusandosene inutilmente col ministro e forse anche con la premier, di essersi associato in affari di ristoro con la figlia poco più che minorenne di un prestanome mafioso. Di cui l’ancòra sottosegretario avrebbe potuto conoscere la storia, ammesso che ne fosse all’oscuro, con una banale ricerca internettiana.

       Dell’avvocato, peraltro, Delmastro riconosco la inopportunità di una sua permanenza nel governo, come anche della Santa, come viene chiamata dagli amici affettuosamente la ministra del Turismo Daniela Santanchè, invitata anche lei dalla pur amica Meloni alle dimissioni, con tanto di comuniicato ufficiale,  per occuparsi con maggiore tempo e profitto, diciamo così, di alcuni suoi problemi giudiziari obiettivamente scomodi, pur sopraggiunti nella conoscenza pubblica alla sua nomina a ministro tre anni e mezzo fa.

       Della Giusi Bartolozzi continuo invece a credere che abbia subìto un processo mediatico, e sommario, persino peggiore di quello che forse l’aspetta in tribunale. La sua colpa è stata ed è quella solo di essere una magistrata consapevole di ciò che i suoi colleghi riescono a fare quando sbagliano, non sempre casualmente o inconsapevolmente. 

Conte, il più lesto a mettere il cappello sulla vittoria referendaria del no

La buonanima di Palmiro Togliatti, di astuzia e realismo riconosciutigli anche dagli avversari, e dai dissidenti interni al Pci che esistevano al di là di ogni disciplina ostentata, rispose con una laconica domanda a Giancarlo Pajetta che gli comunicò nell’immediato dopoguerra di avere occupato baldanzosamente la Prefettura di Milano. “E ora che ve ne farete?”, chiese “il Migliore” abbassando la cornetta del telefono.

       In assenza di Togliatti, di Pajetta, del Pci e di tutto il resto, ma in un contesto politico assai più complesso delle apparenze e dei desideri o progetti  di protagonisti, attori e comparse della sinistra attuale, si può chiedere ai vincitori del referendum sulla riforma costituzionale della magistratura che cosa faranno ora della vittoria del loro no.

       Se l’obiettivo del fronte del no era -come dichiarato senza remore anche da chi aveva deciso apposta di abbandonare il fronte del sì- l’abbattimento, indebolimento e quant’altro del governo e il rafforzamento della prospettiva dell’alternativa al centrodestra, le carte si sono improvvisamente pasticciate. Non parliamo poi delle carte della magistratura, che ha salvato le sue carriere congiunte e il suo Consiglio cosiddetto superiore finito ostaggio dell’associazione delle toghe e delle loro correnti, ma è scesa dal gradimento del 90 per cento e oltre di una trentina d’anni fa a quello di poco più del 50 per cento di adesso.

       Ma torniamo alle carte della politica. L’ex premier Giuseppe Conte è stato il più lesto nel saltare sul carroccio non della Lega ma del no referendario, nel rivendicarne sostanzialmente la guida, nel ribadire il percorso lento della elaborazione di un comune programma dell’alternativa e nell’imporre, non più accettare, la procedura delle primarie per scegliere il candidato a Palazzo Chigi nelle elezioni dell’anno prossimo.

       Al di là delle apparenze, verbali e mimiche, la segretaria del Pd Elly Schlein non può avere accolto con sollievo la reazione, prenotazione e quant’altro di Conte, o di “Giusè”, come sembra che lo chiami quando non riescono ad evitarsi e debbono incontrarsi, salutarsi e persino abbracciarsi davanti a fotografi e operatori televisivi. Le sarà difficile inseguire masochisticamente Conte in questa avventura continuando a tenere a bada il Pd. E non solo i dissidenti usciti allo scoperto nella campagna referendaria sposando la causa del sì, peraltro più coerente con le posizioni del partito del Nazareno sino a qualche anno fa, non decenni.

       Anche quelli che per disciplina, buona educazione, opportunismo, per non compromettere le candidature prossime venture alla Camera e al Senato, hanno consentito alla segretaria di cambiare linea e saltare sulle barricate o le baionette del no, potrebbero cominciare a fare i conti con la realtà. E a chiedersi se tanta disinvoltura valesse e valga  il prezzo che ora non chiede ma impone lo scomodo, scomodissimo Conte, conferendogli una bella riserva di bignè di San Giuseppe che ancora continuano a sfornare le pasticcerie anche a festa finita.

       Non c’è tuttavia solo la Schlein e il Pd da tenere d’occhio nello scenario aperto a sorpresa dal risultato del referendum sulla riforma della magistratura. Ci sarebbero da considerare anche le cosiddette componenti centriste o terzapoliste del largo camposanto. Avranno lo stomaco per continuare dove stanno, o si sono messi a giorni alterni? 

       Di tutti questi problemi la pur sconfitta referendaria Giorgia Meloni non ha neppure l’ombra nella sua coalizione. Ha solo perso una mano della partita della legislatura in corso. Una mano affrontata col coraggio mancato ad altri.

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La vittoria referendaria che ha curiosamente spiazzato il no

       Un’ora e mezza dopo la chiusura delle votazioni referendarie il fronte del no alla riforma costituzionale della magistratura ha voluto e potuto cominciare a cantare vittoria, in qualche modo doppia perché nel contesto di un’affluenza alle urne molto più alta del previsto. E in quanto tale, questa affluenza, messa dai sondaggi, di ogni colore e tendenza, a vantaggio invece del sì. Che invece è risultata subito perdente, sia pure in una “fornice stretta”, come dicono sempre i sondaggisti.

       E’ di un qualche significato il fatto che dal fronte del no il primo a festeggiare, intestandosi praticamente la vittoria, sia stato l’ex premier Giuseppe Conte parlando di una “primavera” in cui gli alberi più fioriti sarebbero quelli del suo movimento 5 Stelle. E così spingendo per la sua candidatura a Palazzo Chigi, con tanto di primarie, se il campo largo dell’alternativa al centrodestra di Giorgia Meloni dovesse davvero tradursi in una coalizione e in un programma comune, da ricavare confrontando quelli che i vari partiti debbono ancora definire ciascuno per suo conto.

       Non credo, a occhio e croce, che questa tempestività di Conte abbia fatto piacere alla segretaria del Pd e sia destinata a facilitarle il percorso che l’aspetta, fuori ma soprattutto dentro la forza che guida dopo essere arrivata alla sua testa “senza essere avvertita”, come lei stessa si vantò a suo tempo. Quando a spingerla al Nazareno furono con le primarie aperte agli esterni più costoro che gli interni, cioè gli iscritti. Iscritti fra i quali penso che in maggioranza siano quelli che si sono riconosciuti più nel sì referendario  dei dissidenti che nel no praticamente imposto al partito dalla segretaria. Un bel pasticcio, direi. Che paradossalmente fa sfociare il referendum in un risultato opposto, o quasi, a quello numerico e ufficiale.

       Più spedito, mi pare, mi sembra il cammino della sconfitta, che naturalmente è la premier premuratasi ad avvertire in tempo che il suo governo continuerà a lavorare sino alla fine ordinaria della legislatura affidandosi allora, solo allora, al giudizio degli elettori.

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Il funerale a Pontida di Umberto Bossi, non del centrodestra della Meloni

       Secondo gli schemi, gli umori e quant’altro del compianto Umberto Bossi, al cui funerale a Pontida si sono levati più applausi alla premier Giorgia Meoni che a Matteo Salvini, in camicia rigorosamente verde, il segretario del Carroccio dovrebbe appendersi al primo pretesto per provocare la crisi di governo. Come fece appunto Bossi nel 1994 quando si accorse che l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ancora fresco di nomina, o quasi, guadagnava consensi fra elettori e parlamentari leghisti.

       Bossi allora andò a consolarsi dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, che già sopportava male, anzi malissimo, quell’intruso della politica che considerava in cuor suo il pur vincitore delle elezioni, e incoraggiò quindi il capo della Lega a rompere. E far cadere il governo dove il Carroccio era parcheggiato, diciamo così, al Ministero dell’Interno con Roberto Maroni.

       Poi Bossi andò a consolarsi, fra spuntini a casa con alici e birra, con Rocco Buttiglione e Massimo D’Alema, che lo incoraggiarono anche loro alla rottura, sia pure più gradualmente, meno lentamente di quanto non gli avesse consigliato Scalfaro. E la crisi precipitò prima di Natale, col companatico -chiamiamolo così- di una iniziativa giudiziaria della Procura di Milano -e di chi, sennò?- contro il presidente del Consiglio informato a mezzo stampa di un cosiddetto avviso a comparire. Per il quale l’ancora sostituto procuratore Antonio Di Pietro si offrì al superiore Francesco Saverio Borrelli per “sfasciare” l’indagato in un interrogatorio  con i suoi metodi. Che ora Di Pietro, nel frattempo uscito dalla magistratura e anche dalla politica dove si era rifugiato per un po’, riconoscerà alquanto bruschi. Come “brusco”, per ammissione poi di Giorgio Napolitano al Quirinale, era stato il cambiamento degli equilibri, cioè la rottura, nei rapporti fra giustizia e politica nella stagione manettara e forcaiola delle cosiddette “mani pulite”.

       Salvini, per tornare al segretario della Lega accolto dal popolo di Pontida non dico come un intruso, ma almeno come un infedele politicamente, non si lascerà prendere dalle tentazioni di Bossi del 1994. Non farà da sponda alle opposizioni. Non si dividerà fra il Quirinale e il Nazareno per liberarsi di un’alleata, questa volta al femminile, diventata troppo scomoda e pericolosa per lui. E già questa è una differenza che segna il cambiamento della Lega e della situazione politica italiana  in 32 anni, quanti ne sono trascorsi dal 1994.

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