L’intervento di Antonio Di Pietro, intervistato dal Foglio sulla vicenda Lavitola-Ranucci, o viceversa come potrebbe rivelarsi se le indagini giudiziarie dovessero accertare l’interesse del secondo a farsi aiutare dal primo a correre in politica sfruttando la notorietà televisiva, è stato un po’ come la classica fava buona per catturare due piccioni. Questa volta tre, addirittura. Il principale dei quali però non è né Walter Lavitola in prigione né Sigrifido Ranucci -o viceversa, ripeto- ma l’associazione nazionale dei magistrati. Alla quale Di Pietro, con tutto il passato che ha di sostituto procuratore della Repubblica, a lungo il più popolare fra gli inquirenti di “Mani pulite”, si vanta di non essersi mai iscritto considerandola “cosa diversa” dalla magistratura. Tanto diversa da affidarsi anche a Ranucci e al suo Report -già in caduta di reputazione ora addebitatagli anche dal comitato etico della Rai, e non solo super-esperto e critico Aldo Grasso- nella campagna referendaria contro la riforma costituzionale della magistratura, appunto, proposta dal governo e approvata dal Parlamento. L’uno e l’altro clamorosamente bocciati nelle urne per niente confermative, come vorrebbe la dottrina.
L’associazione nazionale dei magistrati uscita vincente da quel referendum grazie quindi anche a Ranucci, chissà se col consenso pure di Lavitola, è “un gruppo di soggetti -ha detto Di Pietro- appartenenti al più forte tra i poteri dello Stato che si esprime, e sciopera, contro un potere più debole” costituito dal governo o dal Parlamento, o da entrambi insieme. Una verità lapilassiana perché, sempre secondo Di Pietro, che lo gridò anche nella campagna referendaria, “nessuno ferma un magistrato, a parte un altro magistrato, ovviamente, o il tritolo” riservato, per esempio, nel 1992 prima a Giovanni Falcone e poi a Paolo Borsellino.
L’associazione nazionale dei magistrati -ha infierito Di Pietro- dovrebbe dedicarsi a riflessioni di carattere culturale anziché interpretare leggi secondo proprie ideologie”, curiosamente sempre opposte a quelle delle maggioranze parlamentari di turno, paradossalmente anche quando ne capitano di supine alle toghe, alle loro proteste e alle loro minacce.
Di Pietro, personalmente danneggiato dal vecchio Report condotto alla Rai dalla Gabbanelli, che lo costrinse praticamente al ritiro dalla politica dov’era arrivato dalla magistratura, ha denunciato con la sua solita franchezza il giornalismo d’inchiesta praticato e rivendicato da Ramnucci fra gli applausi e l’incoraggiamento del cosiddetto campo largo dell’alternativa. “Il giornalismo d’inchiesta -ha detto o spiegato il sempre ruspante Tonino- vale se si racconta il giorno dopo quel che ha fatto la magistratura il giorno prima. Se invece si fa un’inchiesta basata sul nulla, o col solo scopo di invogliare la magistratura a indagare, ecco che tutto torna indietro”. “Quello che non condivido -ha detto Di Pietro del giornalismo investigativo stile o metodo Ranucci- è che pregiudizialmente si individuino soggetti mediaticamente esposti e si costruiscano teoremi”. Più di quanto non faccia spesso anche certa magistratura coperta dall’Associazione, con una maiuscola troppo generosa.