Irrompe anche l’indecenza nella campagna referendaria sulla magistratura

       Nella campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura, oltre al fascismo evocato spesso da almeno una parte dei sostenitori del no lamentando o denunciando “l’autoritarismo” della premier Meloni che uscirebbe rafforzato da una vittoria del sì, è entrato anche il tema della indecenza, sollevato dal presidente emerito della Corte Costituzionale Augusto Barbera. O, se preferite, della decenza mancata, per esempio, al capo della Procura di Napoli Nicola Gratteri quando ha criminalizzato, almeno nella Calabria che forse conosce meglio della Campania dove adesso lavora, il sì sostenuto, secondo lui, da indagati, imputati, condannati di indrangheta,  massonici deviati e simili. Siamo “ai limiti dell’indecenza”, ha detto testualmente Barbera superando “l’eclissi del diritto” lamentato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. Che poi se l’è presa, giustamente, anche col Consiglio Superiore, cosiddetto, della Magistratura di cui la maggioranza composta di 20 su 30 dei componenti ha sottoscritto un documento contro un interessamento -solo un interessamento- dell’organismo di autogoverno della magistratura al caso Gratteri, appunto.

Il presidente emerito della Corte Costituzionale Barbera, così severamente intervenuto invece, è stato notoriamente e orgogliosamente anche militante e parlamentare comunista, del quale Massimo D’Alema non può dire -come ha fatto di altri, intervistato dal Corriere della Sera– di essere  “un compagno che non sbaglia, ma ha cambiato idea”.

Quella campagna referendaria e rafforzata del no, anzi del sì

Calma, tranquilli, amici e signori benemeriti del sì referendario alla riforma costituzionale della magistratura. Le notizie, voci e quant’altro della “rimonta” del no, vantata per esempio dal capo della Procura di Napoli Nicola Gratteri, che pensa addirittura di avervi personalmente contribuito, sono alquanto esagerate.

Mi sembra eccessivo anche l’allarme di quanti, temendo magari la sola prospettiva accreditata da Nando Pagnoncelli, sul Corriere della Sera, di una tenuta di misura del sì solo nel caso in cui l’affluenza alle urne dovesse essere “almeno” del 46 per cento, si dolgono un po’ dei troppi impegni internazionali della premier Giorgia Meloni. E le chiedono,  o intimano, di rimediare in fretta con una partecipazione “pancia a terra”, come si dice comunemente, alla campagna referendaria. Qualcuno spingendosi persino a indicarle come esempio il Bettino Craxi del 1985, che da presidente del Consiglio vinse il referendum sui tagli antinflazionistici alla scala mobile dei salari minacciando le dimissioni in caso di sconfitta.

       Ma quelli erano altri tempi, altre circostanze. Bettino fece quella minaccia, a ridosso del voto, dopo che gli avevo personalmente riferito di un mio colloquio col segretario della Dc Ciriaco De Mita, alla Camera, che scommetteva sulla sua sconfitta per liberarsene rimanendo nell’ombra. Qui non c’è nessuno che nella maggioranza, neppure il “cabarettista” generale Vannacci, come lo chiama Mario Sechi, non veda l’ora di liberarsi della Meloni. Quello inoltre era un referendum abrogativo, senza il cosiddetto quorum di partecipazione, questo un referendum confermativo, senza quorum. E di uno analogo nel 2016 affrontato dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi alla maniera di Craxi, diciamo così, l’esito fu catastrofico, o quasi, avendo quel premier sottovalutato le ostilità nel suo stesso partito, già allora Pd, che fu spaccato da Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani e compagni pur di far prevalere il no.

       Qui, cioè ora, di sottovalutazione mi pare che ci sia solo quella del già citato Nicola Gratteri rispetto ai danni che procura al no ogni qualvolta parli, o quasi. Specie dopo avere praticatamente dato dei criminali ai sostenitori del sì. E peggiorato la situazione precisando di avere parlato solo degli elettori della Calabria, dove ha lavorato da magistrato prima che in Campania. Così ha rasentato, spero suo malgrado, una prevenzione geografica, se non vogliamo parlare o straparlare di razzismo.

       Il guaio, per lo stesso Gratteri e la compagnia del no, è che il Consiglio Superiore della Magistratura in scadenza, ancora in edizione unica, lo abbia voluto coprire con quei venti consiglieri su trenta che hanno contestato eventuali iniziative interne contro di lui. Che intanto è stato pubblicamente contestato all’esterno da una cinquantina di magistrati, cioè di colleghi, che hanno pubblicamente chiesto scusa al pubblico per la   sostanziale criminalizzazione del sì. 

       Questa dei venti consiglieri cosiddetti superiori, dal nome assegnato dalla Costituzione al loro consesso, è stata un po’ la ciliegia, la spinta che mancava per far capire agli elettori, molto meno sprovveduti di quanto non li considerino a sinistra, la necessità della riforma anche nella divisione del Consiglio, appunto, e non solo delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri. Avanti, signori del no, continuate a fare il vostro…dovere. Grazie, davvero, anche per conto della Giustizia: quella con la maiuscola che abbiamo, noi del sì, il dovere di restituirle.

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Dopo quella di Gratteri l’autorete del Consiglio Superiore della Magistratura

       Con spirito, sentimento e quant’altro opposto a quello che comunemente si avverte e si chiama coraggio – e con l’effetto di un’autorete pari o peggiore di quella compiuta dall’interessato dando praticamente dei criminali a quanti voteranno sì al referendum confermativo della riforma costituzionale della riforma della magistratura- venti consiglieri superiori della stessa magistratura su trenta, quindi la maggioranza, hanno steso una rete di protezione del capo della Procura di Napoli Nicola Gratteri. Lo hanno fatto sostenendo che il Consiglio Superiore ancora unico, essendo destinato con la riforma a separarsi come le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, “non può essere usato come strumento di contesa”, tanto più in questa campagna referendaria in corso.

       Con questa motivazione i colleghi e sostenitori di Gratteri, e del gratterismo più in generale, si sono contrapposti anche a quei 51, per ora, magistrati di ogni parte d’Italia, e di ogni grado, che hanno sottoscritto un documento di richiesta di  scuse ai cittadini, calabresi e non, per il discredito cosparso contro di loro dal capo della Procura di Napoli, e già procuratore in Calabria con risultati forse più scenografici che concreti. Si è spesso registrata una certa sproporzione, a dir poco, fra il numero degli arrestati e quello dei condannati per criminalità organizzata. O l’equivalente della mafia nella terraferma calabra.

       Poiché il Consiglio Superiore della Magistratura in carica è arrivato  al termine del suo mandato, c’è da compiacersi che esso muoia, in un certo senso, in modo da non lasciare rimpianti. E dando un notevole, insperato contributo, come quello dello stesso Gratteri, alla campagna referendaria del sì alla riforma proprio nel momento in cui quella del no sembrava in ripresa e mandava in visibilio le opposizioni più agguerrite al governo.

Dopo quella di Gratteri, l’autorete del Consiglio Superiore della Magistratura

       Con spirito, sentimento e quant’altro opposto a quello che comunemente si avverte e si chiama coraggio – e con l’effetto di un’autorete pari o peggiore di quella compiuta dall’interessato dando praticamente dei criminali a quanti voteranno sì al referendum confermativo della riforma costituzionale della riforma della magistratura- venti consiglieri superiori della stessa magistratura su trenta, quindi la maggioranza, hanno steso una rete di protezione del capo della Procura di Napoli Nicola Gratteri. Lo hanno fatto sostenendo che il Consiglio Superiore ancora unico, essendo destinato con la riforma a separarsi come le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, “non può essere usato come strumento di contesa”, tanto più in questa campagna referendaria in corso.

       Con questa motivazione i colleghi e sostenitori di Gratteri, e del gratterismo più in generale, si sono contrapposti anche a quei 51, per ora, magistrati di ogni parte d’Italia, e di ogni grado, che hanno sottoscritto un documento di richiesta di  scuse ai cittadini, calabresi e non, per il discredito cosparso contro di loro dal capo della Procura di Napoli, e già procuratore in Calabria con risultati forse più scenografici che concreti. Si è spesso registrata una certa sproporzione, a dir poco, fra il numero degli arrestati e quello dei condannati per criminalità organizzata. O l’equivalente della mafia nella terraferma calabra.

       Poiché il Consiglio Superiore della Magistratura in carica è arrivato  al termine del suo mandato, c’è da compiacersi che esso muoia, in un certo senso, in modo da non lasciare rimpianti. E dando un notevole, insperato contributo, come quello dello stesso Gratteri, alla campagna referendaria del sì alla riforma proprio nel momento in cui quella del no sembrava in ripresa e mandava in visibilio le opposizioni più agguerrite al governo.

La storia dell’impunità legalizzata dei magistrati in Italia

Hanno dietro di sé una storia che non va dimenticata, o che va raccontata a chi non la conosce, quelle 872 cause tentate negli ultimi cinque anni contro magistrati accusati di avere procurato al prossimo ingiusti danni, di cui 375 ammesse e andate a sentenze. Delle quali solo 15 (quindici, in lettere come negli assegni bancari) di condanna. Altro che responsabilità civile delle toghe. Mi sembra piuttosto una impunità legalizzata.

       La storia risale al 1987, quando sotto l’ultimo governo di Bettino Craxi arrivò il momento di indire il referendum promosso da radicali e socialisti per abolire la protezione di ferro dei magistrati sottoponendo anche loro alla responsabilità civile prevista per tutti gli altri cittadini, professionisti eccetera. Il risultato della prova referendaria era scontato, scontatissimo per la impopolarità procurata alle toghe dalla vicenda di Enzo Tortora, gestita orrendamente da magistrati che poi avevano o avrebbero fatto tranquillamente carriera, sino a qualcuno arrivato al Consiglio Superiore della Magistratura. Il presentatore televisivo accusato di camorra uscì alla fine assolto, ma con la salute compromessa irrimediabilmente, morendo nel 1988.

       Piuttosto che fare svolgere quel referendum il segretario della Dc Ciriaco De Mita, già sofferente politicamente per la presenza da quattro anni di un socialista a Palazzo Chigi, e che socialista, provocò la crisi di governo per provocare le elezioni anticipate. E con le elezioni il rinvio del referendum. Che avrebbe dovuto essere di un anno, ma che Craxi, sostituito al governo da Amintore Fanfani, riuscì a contenere in un semestre con l’aiuto, al Quirinale, di Francesco Cossiga. Un semestre durante il quale i comunisti, sostenitori degli interessi dei magistrati, si accordarono segretamente con la Dc per introdurre dopo il referendum una nuova legge, sfrontatamente scrittasi dagli stessi magistrati al Ministero della Giustizia pur guidato dal socialista Giuliano Vassalli, che rendesse la responsabilità civile di fatto impraticabile. O praticabile con le già ricordate 15 sentenze di condanna in questi ultimi cinque  anni su 872 cause tentate.

       Fra gli inconvenienti temuti dai magistrati e, più in generale, dal fronte del No, con la maiuscola, nella campagna referendaria in corso sulla riforma costituzionale della magistratura, c’è il sostanziale impegno preso dal ministro della Giustizia Carlo Nordio di rimettere testa e mani mani, dopo una vittoria del sì, a quella legge della sostanziale impunità legalizzata, più e meglio di quanto non si sia già fatto precedentemente.

Forse Nordio è stato imprudente ad annunciarlo o a lasciarlo capire, ma l’uomo, grazie a Dio, per quanto sfottuto come “mezzolitro”, “fiasco” e simili del dizionario etilico di Marco Travaglio, è schietto come solo un politico non professionista potrebbe essere.

Ripreso da http://www.startmag. il 15 febbraio

La storia dei rapporti del Pci con la giustizia precedente alle “mani pulite”

“Non mi pento, ma non rimpiango”, è il titolo che Claudio Velardi e Chicco Testa hanno deciso di dare al libro di raccolta delle lettere che si sono a lungo scambiate simpaticamente scrivendo sul Riformista della loro militanza comunista, negli anni del Pci. Una formula di compromesso -né pentimento né rimpianto- che se non è storico, come quello pensato da Enrico Berlinguer quando si era proposto un accordo con la Dc realizzato poi solo a metà, con i comunisti non partecipi ma sostenitori dall’esterno di due governi monocolori democristiani presieduti da Giulio Andreotti; una formula di compromesso, dicevo tipico della politica. E anche di un modo di vivere, essendo stata la militanza comunista per molti, penso anche per gli allora adolescenti Claudio e Chicco, che ora hanno, rispettivamente, 71 e 74 anni, assorbente, totale, persino prevalente su vincoli e sentimenti familiari o, più in generale, affettivi.  Una militanza così fortemente e moralmente sentita da essere tradotta da Berlinguer -reduce dalla delusione della partecipazione alla maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale, costata peraltro la vita anche ad Aldo Moro, che ne era stato un po’ il regista nella Dc- in una orgogliosa “diversità”.  Sfociata, a sua volta, nella famosa “questione morale” sollevata dallo stesso Berlinguer nella celebre intervista fattagli da Eugenio Scalfari nell’estate del 1981. Una diversità che poteva persino esonerare i comunisti dalla coerenza nella pratica della “linea della doppiezza” adottata, del resto, a suo tempo già da Palmiro Togliatti, “il migliore” come di lui dicevano i militanti e come alla fine scrivevano, ma per sfotterlo e attaccarlo, gli avversari.

       Gli incoveninenti della militanza comunista da “non rimpiangere”, come dicono Claudio e Chicco, sono stati superati, credo, da quelli della militanza post-comunista, se la si può chiamare così, sopraggiunta al crollo del muro di Berlino e all’evoluzione – o involuzione- dell’ormai ex Pci in altri titoli, altri simboli, altri partiti. Al post-comunismo, nell’ultima delle lettere scambiate con l’amico Testa qualche giorno fa sul Riformista che dirige con gradevolissima arguzia, Velardi ha contestato “la scellerata campagna per il No al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati: l’ultimo atto di sottomissione della politica al potere giudiziario, la firma in calce alla rinuncia definitiva di ogni garantismo”.

       L’errore però che temo compia Velardi è di addebitare l’involuzione giudiziaria, diciamo così, dei suoi ex compagni alla fase successiva al Pci. No, caro Claudio, già prima della caduta del muro di Berlino e del salto in groppa al cavallo del giustizialismo manettaro per liberarsi negli anni di “Mani pulite” degli avversari, a cominciare dai “traditori” socialisti guidati da Bettino Craxi, il Pci si era compromesso. Nel 1987, per esempio, consapevole dell’impopolarità e della indifendibilità della magistratura per il caso Tortora, esso non contrastò sino in fondo il referendum dei socialisti e radicali per la responsabilità civile delle toghe, finendo per associarsi al sì all’abrogazione delle norme che la precludevano. Ma il Pci lo fece stipulando in segreto un accordo con la Dc, realizzato poi in pochi mesi fra le proteste del solo Pannella, e il silenzio purtroppo di Craxi,  per disciplinare quella responsabilità con una legge che la rendeva sostanzialmente impraticabile. E – con 872 cause negli ultimi cinque anni, 375 sentenze e 15 condanne- fa tuttora della magistratura italiana un unicum di sostanziale irresponsabilità, non solo indipendente a autonoma, come dice la Costituzione, da ogni altro potere, ma superiore.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.il il 15 febbraio

Nicola Gratteri, il benemerito a sorpresa della campagna referendaria del sì

       Personalmente, molto personalmente, spero che il capo della Procura della Repubblica Napoli Nicola Gratteri – “la più grande d’Europa”, ricorda sempre Lilli Gruber intendendo per la più popolosa- non finisca sotto processo al Consiglio Superiore della Magistratura, dove qualcuno si è già mosso per portarvelo, né altrove per ciò che ha detto a favore -credeva- del no referendario sulla riforma costituzionale della magistratura in Calabria. Dove egli ha lavorato e di cui ritiene di avere acquisito una conoscenza senza pari su ogni piano: sociale e criminale. Una Calabria -ha detto Gratteri- in cui voteranno sì alla riforma, per i benefici che ne ricaveranno, gli indagati, gli imputati, i condannati, se in grado di votare, i massoni delle logge deviate. E non tutti gli altri, cioè le persone che usiamo ritenere e chiamare perbene.

       Un processo, anche solo disciplinare, rischia di fare di un martire un Gratteri che ha già messo le mani avanti, come si dice, ricordando di essere sotto scorta da una vita per i pericoli di morte che corre in attentati della malavita che non gli perdona le inchieste che ha fatto e gli arresti che ne sono conseguiti, molti dei quali in verità non tradottisi in condanne. Tutt’altro.

       Tutto merita Gratteri per quello che ha detto sugli elettori referendari della Calabria, non o non ancora della Campania dove adesso lavora, fuorchè l’aureola del martire. E dai sostenitori del sì, non solo in Calabria e in Campania, ma du tutta Italia egli merita piuttosto un ringraziamento per avere così male sostenuto la causa del no, in una visione preconcetta, al limite del razzismo, che non gli fa onore né come magistrato né come uomo soltanto. La cosa più grave, oltre che curiosa, è che lui non se ne sia reso conto subito e abbia difeso la sua posizione tornando subito sulla questione nella trasmissione, per esempio, di  “Piazza pulita” su la 7. E dove sennò?

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Gli ordini politici al contrario di Vannacci, come il mondo che non gli piace

       Non so che ordini desse Roberto Vannacci da generale ai suoi sottoposti. So però che ordini dia da comandante politico, ora che, rompendo con la Lega ma conservandosi ben stretto il seggio nel Parlamento europeo procuratogli dalla candidatura leghista, appunto, ha creato un partito….futurista, almeno di nome, per guidarlo e condurlo in prima linea.

       Sono ordini, a dir poco, al contrario come il mondo omonimo che lui tanto disprezza e vorrebbe raddrizzare sopravvalutando, temo, la propria forza. Ordini al contrario come quelli dati ai “suoi” tre deputati alla Canera -di cui due provenienti dalla Lega e l’altro dal gruppo misto dove era finito perché espulso dai fratelli d’Italia- di votare la fiducia al governo, per appello nominale, sugli articoli del decreto legge sugli aiuti all’Ucraina, e contro il provvedimento, a scrutinio segreto, ma annunciandolo già prima per vantarsene. Col governo, quindi,  sulla fiducia, e con tre voti ininfluenti fra i 207 contro i 119 della Camera, e neppure con tutta l’opposizione contro  il complesso del provvedimento, per il quale, per esempio, voteranno a favore inece anche i piddini contrari alla fiducia. Uno spettacolo, francamente, più da Carnevale, d’altronde ancora in corso, finendo quest’anno il 17 febbraio, che da Parlamento. Ma bisogna accontentarsi. E’ strano solo che piaccia, anzi sia praticato anche da Vannacci – già soprannominato Catenacci da chi ne parla nei corridoi della politica- con tutti i soldi che si è fatto, peraltro, scrivendone e parlandone male.

       Il guaio per la Politica, con la maiuscola, è che questo Vannacci già generale e ora comandante di “Futuro nazionale”, scavalcando persino lo spettacolo, chiamiamolo così, del referendum costituzionale sulla magistratura, si è un po’ impadronito mediaticamente, grazie alla generosità di noi giornalisti, della fine della legislatura, in vista delle elezioni dell’anno prossimo per il rinnovo delle Camera. Ma tant’è, ci tocca pure questo.

Ripreso da http://www.startmag.it 

Il processo di Giuseppe Conte al governo Meloni per schiavitù e dintorni

Me l’ero presa ieri col mio amico Paolo Sansonetti, direttore dell’Unità, mettendo nel conto delle polemiche ossessive contro il governo Meloni anche la complicità con lo schiavismo giallo di Glovo, con i suoi fattorini in bicicletta o motorino pagati due euro e mezzo per ogni consegna, su cui indaga la Procura di Milano. Me l’ero presa con lui perché aveva un po’ sfottuto il governo chiedendogli di occuparsi anche di questa materia quando avrà finito di interessarsi più o meno direttamente di Rai, Olimpiadi, festival di Sanremo.

       Mi ero persa un’intervista dell’ex premier Giuseppe Conte, aspirante al ritorno a Palazzo Chigi. Del quale vi ripropongo un passo su Glovo, appunto, di una sua intervista alla Stampa: “Qui stiamo parlando di caporalato, paghe a cottimo, il tutto sotto la soglia di povertà per 40 mila lavoratori. E’ inaccettabile che si debba attendere la magistratura per far luce su uno scandalo che il governo non ha voluto vedere sin da quando abbiamo proposto il salario minimo e sollevato il tema di contratti collettivi realmente rappresentativi. Che riconoscano diritti e tutele al rialzo e non al ribasso. Questa si chiama schiavutù”.

       Sceso nel dettaglio dell’affaraccio dei fattorini, Conte si è vantato di avere introdotto “durante i mei governi”, che sono stati due in effetti, “una delle prime normative europee per riconoscerne i diritti”. Ebbene, “col decreto del primo maggio 2023 Meloni -ha denunciato l’ex premier- ha invece introdotto un passo indietro alleggerendo gli obblighi di trasparenza per le imprese -anche internazionali, a proposito di sovranismo- che usano algoritmi. Ovvero: meno dritti, più zone grigie, meno sicurezza”.

       Conte si è risparmiato nel suo processo a Meloni per sostanziale complicità col caporalato contestato dalla Procura di Milano, o reati ancora più gravi che dovessero sopraggiungere nelle indagini, a dimettersi prima ancora di ricevere un avviso di garanzia e di rischiare la condanna del tribunale dei ministri. Così almeno, essendo stato raggiunto con altri mezzi l’obiettivo della caduta del governo, il referendum del 22 e 23 marzo potrebbe tornare ad essere sulla magistratura e non sul governo, appunto. E Conte col suo fronte del no si appenderebbe al pero sul merito vero della prova referendaria. Dove è in gioco la fiducia non nel governo ma nella magistratura, specie quella associata.  

In ricordo di Angela Azzaro, scomparsa troppo presto davvero

Già incorso con lei in una gaffe imperdonabile, non avendone avvertito l’accento sardo e chiesto le se non fosse la figlia o la nipote del mio carissimo amico siciliano Giuseppe Azzaro, ex parlamentare della Dc, ebbi con Angela un approccio professionalmente sfortunato al Dubbio. Lecontestai un titolo che considerai troppo critico verso Massimo D’Alema apposto a un mio articolo già polemico di suo. Per cui avvertii il rischio di una querela che mi avrebbe infastidito. E che non giunse per riguardo, credo, di D’Alema più verso il direttore Piero Sansonetti che altro.

       Eppure quello fu anche l’inizio di una bella, indimenticabile esperienza umana e giornalistica con Angela Azzaro, al cui ricordo struggente fatto dal direttore Davide Varì vorrei associarmi, grato di tutta l’attenzione e l’amicizia ricevute, forse immeritatamente, da una professionista di primissimo ordine. Che divenne per me un angelo protettore per lo scrupolo col quale leggeva e passava i miei commenti, qualche volta forse non condividendoli ma spesso rimediando ai refusi -come li chiamiamo un po’ troppo generosamente fra di noi-  che nella pratica digitale delle redazioni frequentemente escono stampati come dal computer di chi scrive nella solita fretta. Ma anche disattenzione.

       Grazie, Angela. Te ne sei andata, a soli 59 anni, con la tua bravura e la tua bellezza, troppo presto davvero.

Pubblicato sul Dubbio

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