Quando, come e perchè Cossiga dal Quirinale volle far chiamare Falcone a Roma

Lo so, Francesco Cossiga è morto e non può smentirmi, per cui non dovrei rivelare quello che sto per raccontare sul ruolo avuto nel tentativo di salvare il magistrato Giovanni Falcone promuovendo  la sua chiamata da Parlemo con ruolo dirigenziale al Ministero della Giustizia. Che non lo salvò purtroppo dalla morte comminatagli dalla mafia, ma forse  l’accelerò per il maggiore pericolo che era diventato per essa Falcone nella sua nuova veste. Dalla quale il guardasigilli socialista Claudio Martelli, che gli era diventato amico, aveva pensato di traghettarlo alla guida della Procura nazionale antimafi contestata da molti magistrati proprio perché poteva arrivarvi il collega non so se più invidiato o temuto, o l’uno e l’altro in misura uguale.

       E’ morto Cossiga ma per fortuna vive ancora il mio amico Calogero Mannino, con i suoi 87 anni appena compiuti e ben portati, ex ministro ed esponente di punta della sinistra democristiana siciliana e nazionale, che potrebbe smentire il ruolo che gli attribuisco nella vicenda di Falcone. Fu lui, i cui rapporti col magistrato derivavano dall’amicizia fra le rispettive mogli risalente ai tempi scolastici, a chiedere all’allora presidente della Repubblica, come anche al presidente del Consiglio Giulio Andreotti, di aiutare Falcone ad allontanarsi da Palermo. Dove era diventato ancora più indigesto a colleghi ed altri per avere fatto fallire il tentativo di un pentito, curiosamente – a dir poco- visitato in carcere più volte da agenti dei servizi segreti, di far passare Andreotti per il punto di riferimento politico della mafia. Poi Andreotti sarebbe finito lo stesso sotto processo per mafia lungo altre piste ma assolto, sia pure usufruendo parzialmente di una prescrizione della quale l’accusatore Giancarlo Caselli ancora si vanta per considerarlo e farlo considerare praticamente condannato.

       Cossiga suggerì al ministro socialista della Giustizia Giuliano Vassalli di utilizzare l’esperienza di Falcone in via Arenula. Vassalli lo assecondò avviando un avvicendamento ai vertici del Ministero per liberare la direzione generale degli affari penali assegnata poi dal collega di partito Martelli succedutogli quando lui fu nominato giudice della Corte Costituzione, di cui avrebbe finito per assumere la presidenza.

       Proprio perché chiamato formalmente da Martelli, di cui si era occupato in una indagine quando sull’esponente socialista erano scoppiate polemiche e insinuazioni di mafia, Falcone tentò di tirarsi indietro. Cossiga, nel suo stile inconfondibile, lo convocò per persuaderlo ad accettare. E ci riuscì. E’ dunque falsa la rappresentazione infamante riproposta nei giorni scorsi da Marco Travaglio sul suo Fatto Quotidiano, in polemica con Sigfrido Ranucci paragonatosi anche a Falcone come eroe, insieme con Aldo Moro, Piersanti Mattarella e Paolo Borsellino. La rappresentazione cioè di un magistrato che anziché combattere la mafia se n’era andato da Palermo a Roma per collaborare col governo presieduto dal politico più sospettato già allora, prima di essere inquisito e mandato sotto processo, ripeto, di collusione con la cosiddetta Cosa nostra.

       La polemica aperta da Travaglio sulla figura di Falcone, anche a costo di contraddire il Ranucci difeso invece come conduttore televisivo di Report  vittima di un mezzo complotto per farlo allontanare dalla Rai, è una specie di ciliegina sulla torta tossica di questa pazza estate. La torta dell’affare che accomuna, anziché contrapporli, Ranucci a Valter Lavitola nel disegno di quest’ultimo di aumentarne notorietà e popolarità, anche con attentati dinamitardi, in funzione di una carriera politica da aspirante a Palazzo Chigi per la sinistra. Povero Falcone, finito anche lui nel tritacarne di questa vicenda fra l’orrore giustificatissimo di familiari, amici e giornalisti seri.

       Ci sarebbe da riflettere molto sull’affare Lavitola-Ranucci per i danni di credibilità, se non d’altro ancora, subiti dall’informazione e dalla Rai, diffidata invece a sinistra dall’assunzione di decisioni quanto meno di cautela, come una semplice sospensione, o rimozione dalla conduzione di Report. Dove si è praticato un giornalismo d’inchiesta procurando più querele e richieste di risarcimenti che aumenti di ascolto. Un giornalismo d’inchiesta a senso prevalentemente unico nel quale ad un certo punto si sono perse le tracce di una seria distinzione fra il giornalista conduttore e il candidato del campo largo dell’alternativa coltivato dall’amico Lavitola, fuori e dentro il suo ristorante di pesce, tra sondaggi e attentati. Ci sarebbe molto da riflettere, ripeto, ma si preferisce, come al solito, la corsa alla gazzarra. E all’intimidazione politica.

Pubblicato sul Dubbio

Benvenuti sulla giostra del campo largo dell’alternativa

       Per la legge dei numeri, considerata la consistenza elettorale dei rispettivi partiti, la leadership del cosiddetto campo largo dell’alternativa è roba di contesa fra la segretaria del Pd Elly Schlein, forte anche del primato della longevità che sta per battere al Nazareno, e il presidente del movimento post-grillino delle 5 Stelle Giuseppe Conte.

       Per la legge della politica, dove due più due non fanno necessariamente quattro, come accade sempre di sperimentare ai partiti che si unificano per presentarsi insieme alle elezioni, o che si alleano per cercare di vincerle, Conte ha sorpassato col suo camaleontismo, cioè la sua mobilità, la Schlein ferma nella sua contemplazione di se stessa e di una unità che non esiste a sinistra, per quanto ”testardamente”  perseguita da lei.

Neppure il centrodestra, per carità, è un monolite su problemi anche importanti come la politica estera, compresa la partita della guerra in Ucraina, ma sulla leadership meloniana sì. E non sarà certo il generale Vannacci, dentro o fuori la coalizione, a comprometterla, per quanto generosi siano con lui i sondaggi, specie quelli simpatizzanti della sinistra.

       A sinistra, cui d’altronde non ritiene di appartenere, si è profilata in questi giorni l’ultima versione di Conte, più vicina alla prima di “avvocato del popolo”, che gli consentì di fare un governo con la Lega di Salvin e  di fare annunciare dal balcone di Palazzo Ghigi dall’ancora fidato Luigi Di Maio la sconfitta o scomparsa della povertà. Il populismo accantonato cambiando maggioranza pur di restare a suo tempo al governo, è tornato ad attirare l’ex premier “progressista indipendente”, o “punto di riferimento più alto” certificato da Goffredo Bettini, è tornato col ripudio della cultura woke dei diritti civili privilegiati rispetto a quelli sociali, più materiali e diretti.

       Conte è ormai a un passo dal ripristino della lotta marxista di classe, inseguito però non tanto dalla Schlein quanto -udite, udite- da un Matteo Renzi evidentemente deciso o tentato dall’idea di farsi perdonare la crisi sfociata nella formazione del governo di Mario Draghi e di farsi finalmente accettare davvero dall’ex premier pentastellato nel campo largo più di ambizioni personali che altro. Più che un campo, quello dell’alternativa mi pare una giostra.

Il successo a Rimini, sotto il sole e le altre stelle, dell’altro americano……

       Perché negarlo o non scriverne o parlarne neppure? Il Papa del bagno di folla a Rimini, ospite del raduno annuale dei giovani di Comunione e Liberazione, raccoltisi questa volta attorno ai versi di Dante sull’”amor che muove il sole e le altre stelle”, ha avuto tanto successo più per quel che ha taciuto che per quel che ha detto. Ha taciuto, in particolare, ma contrapponendovisi lo stesso, del connazionale che siede alla Casa Bianca e lo considera un mezzo scemo, se non uno scemo totale. Che pure egli si era vantato di avere aiutato a uscire Papa dal Conclave dopo la morte del Papa argentino Bergoglio.

       Leone XIV, all’anagrafe statunitense Prevost, grazie anche ai giudizi espressi contro di lui dal presidente Donald Trump, è ormai percepito da fedeli e laici, devoti e non, come l’altro americano. Quello giusto, direi anzi serio, contrapposto a quello sbagliato ritornato alla Casa Bianca promettendo di chiudere le guerre in corso, a cominciare da quella in Ucraina, e distintosi invece nell’aprirne o provocarne altre, a cominciare da quella che sta perdendo in Iran pur cantando vittoria un giorno sì e l’altro pure. E scaricando sugli alleati che non lo avrebbero aiutato, o non abbastanza, compresa l’Italia della premier Giorgia Meloni, la responsabilità delle sue analisi e scommesse sbagliate.

L’assalto alla memoria di Falcone dopo l’inciampo di Ranucci paragonatosi a lui

       Fra i demeriti di Sigfrido Ranucci in questa pazza estate trascorsa a scoprirne il ruolo avuto nel progetto dell’amico Valter Lavitola di spingerlo nel campo dell’alternativa al centrodestra sino a guidarlo, c’è il pur involontario dileggio di Giovanni Falcone. Al quale il conduttore terminale, credo, di Report si è paragonato, come anche ad Aldo Moro, Piersanti Mattarella e Paolo Borsellino, per il loro destino di martiri.

       In deroga alla missione datasi di sostenere Ranucci, e il suo giornalismo investigativo a senso prevalentemente unico, dagli attacchi della destra e della parte più riformista del Pd, come Luigi Zanda, Arturo Parisi e Pina Picierno anche a costo di farne un concorrente di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, Marco Travaglio gli si è rivoltato contro proprio sul paragone con Falcone. Che sarebbe morto sul campo non tanto della lotta alla mafia quanto della collaborazione, da dirigente al Ministero della Giustizia, con un governo guidato dall’uomo politico più sospettato e processato, con una presunta assoluzione contraddittoria, per concorso esterno in associazione mafiosa: Giulio Andreotti.

       Si è cosi riproposta nel dibattito politico la polemica sul ruolo e sulla figura di Falcone, difeso con particolare vigore, parlandone al Foglio, dall’ex guardasigilli socialista Claudio Martelli che ne divenne amico, oltre che superiore gerarchico al Ministero della Giustizia. Dove tuttavia Falcone era approdato non proprio di sua iniziativa, ma spinto soprattutto dall’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Che, stimolato da Calogero Mannino, amico di famiglia del magistrato per via dei rapporti fra le loro mogli, aveva deciso di proteggere Falcone dai pericoli di vita che correva in Sicilia, dove in effetti poi fu ucciso nella strage di Capaci, per avere contestato un pentito, più volte contattato in carcere da agenti dei servizi segreti, che gli indicava Andreotti come punto di riferimento della mafia.

       Falcone, che pure si era occupato se non di Andreotti, dei suoi uomini nell’isola seguendo le tracce dei soldi per affari e appalti, non cadde nella trappola di quello che avvertì come un complotto a causa delle contraddizioni del pentito nei suoi racconti. Non vi cadde al contrario di altri magistrati, anche superiori di grado, che reagirono moltiplicandogli le difficoltà nel lavoro e praticamente isolandolo.

       Allertato, ripeto, da Calogero Mannino, esponente di punta della sinistra democristiana in Sicilia, ma anche a livello nazionale, Francesco Cossiga col consenso assicuratosi di Andreotti a Palazzo Chigi, chiese all’allora ministro socialista della Giustizia  Giuliano Vassalli di trovare un posto di dirigente a Falcone in via Arenula. Vassalli si propose di farlo promuovendo un avvicendamento ai vertici ministeriali che non riuscì però a completare per la nomina a giudice della Corte Costituzionale, di cui sarebbe diventato anche presidente. Il collega di partito Martelli, subentratogli, completò molto volentieri l’operazione apprezzando così tanto la collaborazione di Falcone da sostenerne, anzi promuoverne la candidatura a capo della Procura nazionale antimafia. Una candidatura tanto osteggiata dai colleghi magistrati da contestare l’opportunità di quell’ufficio, che sarebbe poi diventato, dopo l’assassinio di Falcone, il coronamento di un bel po’ di carriere giudiziarie.

       Chiamato a Roma, Falcone cercò di sottrarsi immaginando le polemiche che sarebbero sopraggiunte ma Cossiga lo sequestrò, diciamo così, in uno dei suoi uffici intimandogli a suo modo di accetta

       Questa è la storia di Falcone dileggiata invece da Travaglio, “pregiudicato e provocatore professionale” secondo la reazione di Martelli, dopo l’infortunio, secondo il direttore del Fatto Quotidiano,  dell’omaggio resogli da Ranucci nella sua scalata professionale ma anche politica, secondo i disegni dell’amico Lavitola.    

L’ottimismo dell’ambasciatore galleggiante di Trump sui rapporti con Meloni

Pur in barca piuttosto che nel suo ufficio romano- chiamiamola barca la nave di 117 metri di lunghezza, non so di quanti piani, dove lavorano in una sessantina fra equipaggio e domestici per navigare sostare e servire gli ospiti- l’ambasciatore americano Tilman Fertitta ce la sta mettendo tutta per ricucire lo strappo consumatosi fra il presidente Donald Trump e la premier italiana Giorgia Meloni. Anzi, gli strappi prima nel giudizio sul Papa statunitense regnante,  apprezzato devotamente dalla Meloni e criticato pesantemente da Trump, e poi sulla guerra all’Iran in cui ha finito per impantanarsi l’inquilino della Casa Bianca.

Fertitta concede interviste abbondanti, come quella all’inviato della Stampa Domenico Agasso  a Genova, salito a bordo dell’ambasciata galleggiante degli Stati Uniti, del valore approssimativo di 450 milioni di dollari, stracolma di elogio per l’Italia, e il suo governo. La cui “posizione nel Mediterraneo, così vicina al Medio Oriente e all’Africa, rende la sua dimensione marittima estremamente strategica non solo per Roma, ma per tutti gli alleati e la Nato”.

“La relazione tra Stati Uniti e Italia- ha detto il diplomatico e imprenditore americano- è forte come non mai”, anche nella gestione delle basi Usa nella penisola, per quanto Trump abbia avuto da ridire sull’autorizzazione negata dalla premier in persona all’uso di quella di Sigonella per i bombardieri destinati a colpire l’Iran. Trump -ha spiegato Fertitta- si aspettava di più dalla Meloni non perché la premier avesse promesso troppo, come sostengono le opposizioni immaginando chissà quali e quanti accordi sottobanco traditi a Roma, ma per la fiducia riposta anche emotivamente su di lei, considerata “non solo la guida dell’Italia ma una leader di statura mondiale”. “Quando ci si aspetta molto da qualcuno, è naturale che ci possa essere qualche confronto più acceso”, ha detto Fortitta, sui problemi o sulle circostanze critiche.

Ora, se mai fosse apparsa compromessa da scontri consumatisi a distanza fra Trump e Meloni, con scambi di parole e apprezzamenti più da avversari che da alleati, “l’intesa con la premier Meloni e il governo è straordinaria”, tanto da potere scommettere di “riequilibrare il deficit commerciale e rafforzare la collaborazione su ogni fronte: difesa, intelligence, forze dell’ordine e cultura”.

Tutto a posto, quindi, fra Stati Uniti e Italia, e fra Trump e Meloni sul piano personale? Tutto a posto valutando anche lo stato di pericolo in cui la guerra trumpiana per nulla conclusa in Iran ha messo anche i paesi europei minacciati di ritorsione per i loro rapporti con gli Stati Uniti? Non ne sarei così convinto, anche se le opposizioni per continuare a tenere sotto tiro la Meloni e il governo tendono ad accreditare analisi e previsioni ottimistiche di Fortitta.

L’autorevolissimo Financial Times ha appena raccolto in ambienti politici e mediatici del centrodestra non confondibili con l’estremismo del generale Roberto Vannacci, la sensazione di una permanente criticità, ormai, nei rapporti fra Roma e Washington. Mario Sechi, l’ex portavoce della Meloni a Palazzo Chigi, prima che assumesse la direzione del giornale Libero interrotta bruscamente, a dir poco, dall’editore Angelucci, ha detto che è ancora un “problema” per la Casa Bianca il rapporto con l’Italia. Un problema dopo “la decisione unilaterale di Washington di attaccare senza consultare i partner più colpiti come l’Italia”. Una decisione, quella della Casa Bianca, che “ha seriamente compromesso le relazioni”, per quanto possano essere considerate “straordinarie” dall’ambasciatore Fertitta. “Se vuoi degli alleati -ha detto Sechi- devi parlare con gli alleati”, possibilmente senza scambiarli per subordinati e addirittura minacciarli.

Pubblicato sul Dubbio

Riconoscimenti, consigli e moniti di Marcello Pera alla premier Giorgia Meloni

       Orgogliosamente conservatore, laico fra i migliori amici e persino consigliere di più Pontefici, presidente del Senato dirottato dalla carica di ministro della Giustizia alla quale aspirava tra le resistenze di Silvio Berlusconi, che pure lo aveva arruolato con entusiasmo in Forza Italia finendo però  per temere l’impatto di un simile Guardasigilli con una opposizione e una magistratura già prevenute nei riguardi del centrodestra e della sua guida, Marcello Pera ha avvertito e denunciato il tabù “fortissimo”, per la sinistra, di un presidente della Repubblica di area conservatrice. Fortissimo sì, ma anche “scosso”, ha detto in una intervista al Quotidiano Nazionale, dall’”autentica anomalia” costituita dal “doppio settennato di Mattarella”. Che in effetti, con i 14 anni che nel 2029 risulteranno accumulati come in un regno dal Capo dello Stato repubblicano, farà partire la sinistra svantaggiata nella successione. E ciò, per un principio di alternanza fisiologico in una democrazia, anche nel caso in cui dovesse capitare agli antagonisti del centrodestra di vincere la prossima partita elettorale, o quanto meno di pareggiarla.

       Il senatore Pera, con gli 86 anni che avrà alla scadenza del secondo mandato di Mattarella, più di quanti ne avesse avuto alla elezione al Quirinale Sandro Pertini, il più anziano dei presidenti succedutisi sul colle più alto di Roma, non è certamente sospettabile di avere pensato a se stesso avvertendo la “scossa” subìta dal tabù di un presidente della Repubblica di “area conservatrice”. Egli non può che avere pensato ad altri, da cui magari ottenere meritatamente il laticlavio, cioè la nomina a senatore a vita. In particolare, sospetto che Pera abbia pensato e pensi alla premier Giorgia Meloni, nelle liste del cui partito del resto egli ha voluto tornare al Senato nelle ultime elezioni, non riconoscendosi più evidentemente in Forza Italia, forse già quando era ancora vivo Silvio Berlusconi.

       Di Giorgia Meloni, che al momento dell’elezione del nuovo Capo dello Stato avrà anche il requisito anagrafico degli almeno 50 anni per salire sino al Quirinale dopo l’esperienza di Palazzo Chigi, Pera ha detto che le “è riuscito di costruire una destra europea di governo e responsabile”. “Lentamente, chè il compito è difficile anche per lei, sta costruendo -ha detto ancora l’ex presidente del Senato- un partito conservatore che da noi impedisce una Afd tedesca e l’avanzata di Putin”.

       Coerente con questo percorso è la indisponibilità della Meloni alla “destra vannacciana”, che “quando non è pittoresca come un generale paracadutista su un pattino di Viareggio, è pericolosa, non ha il senso della responsabilità”. “Sono nomadi transitati dappertutto, pieni di inconsistenza, ignoranza, tracotanza”, ha detto Pera dei seguaci di Vannacci. Di cui tuttavia Pera ha ammonito la Meloni che la destra responsabile e di governo da lei rappresentata potrà liberarsi solo con una nuova legge elettorale diversa da quella proposta alle Camere e caratterizzata dal premio di maggioranza da attribuire nell’assegnazione dei seggi parlamentari.

       Per liberare il centrodestra davvero dalla destra estrema di Vannacci, ma anche la sinistra, o il centrosinistra dalla punta estrema che Pera considera quella di Giuseppe Conte, “un Vannacci senza stellette”, occorrerebbe un sistema elettorale a doppio turno, col ballottaggio. “Ma questo – ha detto- è un altro discorso, per me dolente”, in quanto non condiviso dalla sua parte politica, almeno sinora.

       L’ex presidente del Senato si è tuttavia concesso l’ottimismo di prevedere per Vannacci e seguaci, che “avranno una fiammata”, non di più, per cui “ce la faremo”, pur essendo “all’ultima campana”.

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L’estate sequestrata dall’affare politico di Lavitola, Ranucci, annessi e connessi

E’ appena entrato nelle cronache di questa estate, con la sua scomparsa, anche Varenne, il cavallo del trotto più forte e famoso del mondo. Che Vittorio Feltri rimpiange di non avere acquistato a suo tempo pur avendo avuto l’occasione e i soldi per farlo, diavolo di un giornalista resistente, con la sua autenticità, a tutte le imitazioni di Maurizio Crozza.

       Un’estate, quella in corso, rovente anche per le guerre che continuano, fra tregue debolissime, ultimatum, penultimatum e gradassate come quelle del presidente americano Donald Trump a ovest e del presidente russo Vladymir Putin a est. Estate rovente in Europa anche per i rapporti che saltano e cambiano tra i paesi dell’Unione nella lotta che dovrebbe essere comune contro l’immigrazione clandestina ma che ciascuno alla fine cerca di muovere per conto suo a scapito, generalmente, del più vicino. Piuttosto che con la contigua Francia di Macron o la Germania di Merz, l’Italia di Giorgia Meloni si ritrova con la lontana Danimarca di una premier di sinistra, non di destra.

       Un’estate rovente quella in corso, ripeto, anche per i partiti e gli schieramenti di riferimento, o di tendenza. A destra la Meloni si doveva già guardare da leader e partiti alleati timorosi di essere schiacciati dalla sua forza elettorale e dal credito guadagnatosi su scala internazionale, per quanto contestato dalle opposizioni sempre convinte della sua sudditanza ad altri. Da qualche mese la premier si deve guardare anche dal generale ex leghista Roberto Vannacci, che potrebbe procurarle guai sia rimanendo nel centrodestra sia rimanendone fuori.

       Non parliamo poi di ciò che accade a sinistra, dove tutti d’accordo contro la Meloni si dividono sul programma e sulla leadership, su chi cioè dovrà, prima ancora di vincere le primarie e le successive elezioni, proporsi a Palazzo Chigi. La Schlein parte favorita perché il suo partito ha più voti degli altri, sopra il 20 per cento, ma proprio per questo finisce per essere la più esposta alle sorprese. Giuseppe Conte col suo 15 per cento, dal 33 e oltre che aveva il suo partito ai tempi di Beppe Grillo, potrebbe diventare il beneficiario della scarsa omogeneità del Pd. Dove convivono sostenitori dell’Ucraina aggredita e sostenitori di Putin aggressore.

       Un’estate, ripeto, torrida e confusa che è stata però sequestrata in Italia dall’affare Lavitola-Ranucci. Incredibile ma vero. Lavitola si è imposto per l’idea messasi in testa, fra cene al suo Cefalù a base di pesce, telefonate fluviali, “bombe amiche” evocate dal suo ospite forse più illustre di nome Paolo e cognome Mieli, di lanciare in politica il conduttore televisivo di Report Sigfrido Ranucci per farlo diventare non deputato o senatore del cosiddetto campo largo dell’altrettanto cosiddetto centrosinistra, ma presidente del Consiglio. E riuscire a fare con lui ciò che aveva cercato a suo tempo di fare con Silvio Berlusconi finendone allontanato dai due collaboratori più stretti del Cavaliere, che erano l’avvocato Nicolò Ghedini e l’onnipotente sottosegretario Gianni Letta.

       E Ranucci?, mi chiederete giustamente incuriositi. Ma è proprio questo il nodo, o il principale dei nodi delle indagini costate l’arresto sinora di Lavitola come mandante, confesso, di un  attentato promozionale all’amico. Di un Ranucci inconsapevole dei progetti di Lavitola su di lui e quindi doppiamente danneggiato dall’amico,  rimettendoci due auto  saltate davanti casa a Pomezia e compromettendo la sua “credibilità” -come dice il super criticon televisivo Aldo Grasso- di giornalista implacabilmente autonomo e moralizzatore: di un Ranucci così, dicevo, sono sempre meno i convinti. E sempre più forti i sospetti che la politica fosse diventata per lui un’attrazione fatale, come fu politicamente fatale l’anno scorso Maria Rosaria  Boccia per l’allora ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano. La Boccia, sì, proprio lei, l’amica e ammiratrice ora anche di Ranucci appena emersa dalle cronache di questa pazza estate sotto sequestro.

Pubblicato sul Dubbio

Fatale (forse) per Ranucci l’amicizia rivendicata da Maria Rosaria Boccia

       Ma questo benedetto  Sigfrido Ranucci non si è lasciato scappare proprio niente di stravagante. Neppure di finire bocciato. Nel senso dell’amicizia e della collaborazione con Maria Rosaria Boccia. Sì, proprio lei, l’imprenditrice di Pompei che affascinò l’allora ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano sino a fargli perdere la testa, come si dice in queste circostanze, e il posto di governo.

       Tra Ranucci e la Boccia fu subito comprensione reciproca, sviluppatasi in incontri, visite in redazione, a Report, e in un libro scritto a quattro mani, probabilmente destinato a non uscire nella situazione in cui si trova il conduttore televisivo, per quanto in fase “avanzata” di composizione. Lo ha raccontato la stessa Boccia in una intervista al Corriere non di Canicattì ma della sera, precisando la finalità propostasi con Ranucci di “raccontare fatti, meccanismi, retroscena che aiutino a comprendere meglio alcuni anni della vita pubblica italiana, distinguendo ciò che è stato raccontato da ciò che è realmente accaduto”. Siamo insomma, sempre nelle intenzioni,  alla riscrittura non della storia, sia pure con la minuscola, neppure essa francamente all’altezza degli autori per le disavventure prima dell’una e poi dell’altro, ma della cronaca. Compresa quella, chissà, dei rapporti fra Ranucci e l’amico Lavitola confesso mandante di un attentato del quale gli inquirenti vogliono capire bene le finalità. Aumentare la notorietà di Ranucci per procurargli una maggiore protezione dello Stato o per facilitargli una carriera politica di altissime prospettive o ambizioni? In particolare, mettendolo in corsa nel cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra non per un seggio alla Camera o al Senato ma per la guida del governo, che si contendono per ora soprattutto la segretaria del Pd Elly Schlein e l’ex premier ora presidente solo del movimento 5 Stelle Giuseppe Conte.

Ce ne voleva e ce ne vuole, di fantasia, per un progetto del genere e per il coinvolgimento, in esso, sulla strada del solito sondaggio, di due pezzi grossi del giornalismo come il direttore di Repubblica Stefano Cappellini e l’ex direttore del Corriere, nonché storico e autore televisivo Paolo Mieli. Al quale Giovanni Minoli, fra gli inventori della trasmissione Report destinata alla conduzione di Ranucci, ha rimproverato di avere concesso una intervista troppo reticente sull’affare Lavitola, per cui meriterebbe una convocazione giudiziaria che gli fornica l’occasione o l’obbligo di dire di più. In particolare sul grado di coinvolgimento consapevole di Ranucci, a un passo ormi dalla sospensione dalla conduzione quanto meno di Report nel progetto lavitoliano della sua nuova vita.

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Zanda “non operativo” come dirigente nel Pd per il dissenso da Ranucci

       Tra i fondatori del Partito Democratico, già tesoriere e capogruppo al Senato, Luigi Zanda è stato declassato a “dirigente che oggi non ha ruoli operativi”, e parla perciò a titolo personale, anzi personalissimo, anzi irrilevante, per avere osato dissentire dalle frequentazioni, dai metodi ed altro di Sigfrido Ranucci. E averne auspicato una sospensione dalla conduzione del suo Report di lotta, in attesa degli sviluppi delle indagini giudiziarie sull’affare Lavitola, l’amico dichiaratosi mandante dell’attentato dell’autunno scorso alle auto di famiglia davanti casa, a Pomezia, funzionale all’aumento della sua protezione e della sua notorietà. Funzionale, a sua volta, alla carriera politica immaginata dallo stesso Lavitola per lui come capo, addirittura del cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra, al posto dei tanti che vi aspirano, a cominciare dalla segretaria del Pd Elly Schlein e dall’ex premier pentastellato Giuseppe Conte.

       A degradare il povero Zanda è stato un altro dirigente del Pd, ma dichiaratamente e orgogliosamente operativo, di nome Walter, quasi come Lavitola, e cognome Verini. Che di Ranucci non vuole né un passo indietro né uno di lato, prospettato invece da Zanda con l’ipotesi di tornare a guidare e condurre Report in condizioni più agibili o meno tossiche, diciamo così, senza mescolare, o dare l’impressione di mescolare ambizioni professionali e politiche. Che non sono mancate di certo ad altri giornalisti, della Rai e delle concorrenze, ma mai al livello immaginato per lui da Lavitola predisponendo sondaggi, oltre a “bombe d’amore”, come le ha definite l’ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli, con le consulenze dello stesso Mieli, del direttore di Repubblica Stefano Cappellini ed altri generosamente ammessi al giro della fortuna.

       Meno male che Verini, con tutte le entrature che ha nel partito come dirigente operativo e senatore in carica, anziché ex come Zanda, si é limitato a spendersi per la conferma di Ranucci al suo posto. E non ne ha chiesto o proposto la promozione per valorizzare ancora di più la sua vocazione a “trasmissioni urticanti”, per quanto “non di sinistra”, o non ancora.

       Consiglierei all’amico Zanda, conosciuto quando era collaboratore di Francesco Cossiga alle prese col drammatico sequestro di Aldo Moro, di non prendersela per la scortesia, quanto meno, di Verini che lo ha equiparato a un Prodi o D’Alema qualsiasi. Sono gli inconvenienti della imprudente permanenza in un partito che è al lavoro, più o meno consapevole, per riportare a Palazzo Chigi il “progressista indipendente” Giuseppe Conte, piuttosto che mandarvi la Schlein.  La difesa di Ranucci in questa prospettiva da parte del Pd “operativo” è il cacio sui maccheroni, come l’esplosione dei contrasti d’ambizioni e di paghe esploso nella redazione di Report, dove si guadagna sino a 300 mila euro l’anno. Che neppure sono quelle del capo, tornato oggi nel mirino di Aldo Grasso, sul Corriere, per la sua compromessa credibilità.

Sigfrido Ranucci comincia a perdere pezzi di peso a sinistra

       Il martirologio giornalistico, e non solo, al quale stava approdando Sigfrido Ranucci dopo l’attentato fornitogli dall’amico Valter Lavitola per meglio lanciarlo come concorrente di Elly Schlein, Giuseppe Conte e altri alla guida di un governo alternativo al centrodestra, è ormai evaporato tra cronache giudiziarie e politiche.

Al conduttore televisivo di Report non basta più l’aureola generosamente assegnatagli dall’associazione nazionale dei magistrati dopo l’attentato, funzionale anche alla campagna referendaria allora in corso contro la riforma costituzionale della stessa magistratura concepita, secondo i critici, per assoggettare le toghe al governo o, più in generale, alla politica. Di quell’aureola si sono avvertiti segni quanto meno di imbarazzo, se non di dissenso esplicito, all’interno anche dell’associazione dei magistrati, ancora di più all’esterno, dove Antonio Di Pietro, per esempio, ha colto l’occasione per ribadire e rafforzare il suo giudizio pesantemente negativo sugli ex colleghi che si mettono insieme per questioni di potere, e di carriera, più che culturali o addirittura ideologiche.

Comincia a non bastare più a Ranucci neppure il pretesto di una presunta persecuzione politica denunciata quando esponenti della maggioranza di governo, a cominciare dal vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini per finire col sottosegretario a Palazzo Chigi e fratello d’Italia Giovanbattista Fazzolari, ne hanno auspicato, reclamato e quant’altro la sospensione o l’allontanamento per l’abuso fatto del servizio politico. Che ad un certo punto era funzionale, con le polemiche che le inchieste di Ranucci provocavano, più alle dimensioni politiche del giornalista televisivo coltivate da Lavitola che agli ascolti e, conseguentemente, alla raccolta pubblicitaria necessaria ai conti della Rai.  

La bolla del martirio e della discriminazione perseguita contro di lui dal centrodestra è stata sgonfiata dalla voce levatasi dall’ex capogruppo del Pd al Senato e tra i fondatori del partito Luigi Zanda, considerato moralmente autorevole anche da chi al Nazareno non ne condivide  il dissenso dalla segretaria Elly Schlein per la costruzione o la difesa del cosiddetto campo largo più inseguendo Giuseppe Conte che considerando i dubbi e le paure dell’ala o area riformista del movimento succeduto alla Dc di sinistra e al Pci.

“Sul caso Ranucci-Lavitola -ha detto Zanda all’Altravoce Il Quotidiano Nazionale- non scomoderei le grandi questioni della libertà di stampa e delle modilità del giornalismo investigativo.  Ranucci non può non sentirsi profondamente turbato da tutta questa vicenda. Per questo credo che sia nel suo interesse, e in quello della Rai, lasciare la conduzione di Report”. Più in particolare, Zanda ha auspicato che Ranucci, finito nei casini, diciamo così, di “un progetto politico che lo riguardava”, sia “destinato a un diverso incarico di uguale rango”, magari per “eventualmente tornare quando le acque si calmeranno e l’inchiesta sarà conclusa” senza averlo coinvolto, o coinvolgendolo solo marginalmente, risparmiandogli imputazioni o simili.

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