La vittoria referendaria che ha curiosamente spiazzato il no

       Un’ora e mezza dopo la chiusura delle votazioni referendarie il fronte del no alla riforma costituzionale della magistratura ha voluto e potuto cominciare a cantare vittoria, in qualche modo doppia perché nel contesto di un’affluenza alle urne molto più alta del previsto. E in quanto tale, questa affluenza, messa dai sondaggi, di ogni colore e tendenza, a vantaggio invece del sì. Che invece è risultata subito perdente, sia pure in una “fornice stretta”, come dicono sempre i sondaggisti.

       E’ di un qualche significato il fatto che dal fronte del no il primo a festeggiare, intestandosi praticamente la vittoria, sia stato l’ex premier Giuseppe Conte parlando di una “primavera” in cui gli alberi più fioriti sarebbero quelli del suo movimento 5 Stelle. E così spingendo per la sua candidatura a Palazzo Chigi, con tanto di primarie, se il campo largo dell’alternativa al centrodestra di Giorgia Meloni dovesse davvero tradursi in una coalizione e in un programma comune, da ricavare confrontando quelli che i vari partiti debbono ancora definire ciascuno per suo conto.

       Non credo, a occhio e croce, che questa tempestività di Conte abbia fatto piacere alla segretaria del Pd e sia destinata a facilitarle il percorso che l’aspetta, fuori ma soprattutto dentro la forza che guida dopo essere arrivata alla sua testa “senza essere avvertita”, come lei stessa si vantò a suo tempo. Quando a spingerla al Nazareno furono con le primarie aperte agli esterni più costoro che gli interni, cioè gli iscritti. Iscritti fra i quali penso che in maggioranza siano quelli che si sono riconosciuti più nel sì referendario  dei dissidenti che nel no praticamente imposto al partito dalla segretaria. Un bel pasticcio, direi. Che paradossalmente fa sfociare il referendum in un risultato opposto, o quasi, a quello numerico e ufficiale.

       Più spedito, mi pare, mi sembra il cammino della sconfitta, che naturalmente è la premier premuratasi ad avvertire in tempo che il suo governo continuerà a lavorare sino alla fine ordinaria della legislatura affidandosi allora, solo allora, al giudizio degli elettori.

Il funerale a Pontida di Umberto Bossi, non del centrodestra della Meloni

       Secondo gli schemi, gli umori e quant’altro del compianto Umberto Bossi, al cui funerale a Pontida si sono levati più applausi alla premier Giorgia Meoni che a Matteo Salvini, in camicia rigorosamente verde, il segretario del Carroccio dovrebbe appendersi al primo pretesto per provocare la crisi di governo. Come fece appunto Bossi nel 1994 quando si accorse che l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ancora fresco di nomina, o quasi, guadagnava consensi fra elettori e parlamentari leghisti.

       Bossi allora andò a consolarsi dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, che già sopportava male, anzi malissimo, quell’intruso della politica che considerava in cuor suo il pur vincitore delle elezioni, e incoraggiò quindi il capo della Lega a rompere. E far cadere il governo dove il Carroccio era parcheggiato, diciamo così, al Ministero dell’Interno con Roberto Maroni.

       Poi Bossi andò a consolarsi, fra spuntini a casa con alici e birra, con Rocco Buttiglione e Massimo D’Alema, che lo incoraggiarono anche loro alla rottura, sia pure più gradualmente, meno lentamente di quanto non gli avesse consigliato Scalfaro. E la crisi precipitò prima di Natale, col companatico -chiamiamolo così- di una iniziativa giudiziaria della Procura di Milano -e di chi, sennò?- contro il presidente del Consiglio informato a mezzo stampa di un cosiddetto avviso a comparire. Per il quale l’ancora sostituto procuratore Antonio Di Pietro si offrì al superiore Francesco Saverio Borrelli per “sfasciare” l’indagato in un interrogatorio  con i suoi metodi. Che ora Di Pietro, nel frattempo uscito dalla magistratura e anche dalla politica dove si era rifugiato per un po’, riconoscerà alquanto bruschi. Come “brusco”, per ammissione poi di Giorgio Napolitano al Quirinale, era stato il cambiamento degli equilibri, cioè la rottura, nei rapporti fra giustizia e politica nella stagione manettara e forcaiola delle cosiddette “mani pulite”.

       Salvini, per tornare al segretario della Lega accolto dal popolo di Pontida non dico come un intruso, ma almeno come un infedele politicamente, non si lascerà prendere dalle tentazioni di Bossi del 1994. Non farà da sponda alle opposizioni. Non si dividerà fra il Quirinale e il Nazareno per liberarsi di un’alleata, questa volta al femminile, diventata troppo scomoda e pericolosa per lui. E già questa è una differenza che segna il cambiamento della Lega e della situazione politica italiana  in 32 anni, quanti ne sono trascorsi dal 1994.

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Il fiato sospeso della seconda giornata di votazione sulla riforma della magistratura

       Quello spettacolo di seggi pieni di scrutatori, seduti e in piedi ai loro posti, e vuoti di elettori, e di cani d’accompagnamento, mi ha angosciato ieri, di prima mattina, quando sono andato a votare in fretta, in una scuola romana a poca distanza da casa. Di prima mattina e in fretta nel timore che qualcosa mi potesse impedire, all’età che ormai ho, di essere puntuale. Naturalmente, all’appuntamento col sì alla riforma costituzionale della magistratura, che rischia di perdere non l’autonomia e l’indipendenza da ogni potere, garantite anche con le sette modifiche apportate alla Costituzione per separare le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, e tutto il resto: magistratura minacciata, dicevo, di perdere non l’autonomia e l’indipendenza ma solo l’onnipotenza acquisita abusando dell’una e dell’altra.

       Tornato sul posto dopo qualche ora per accompagnarvi mia moglie, ho visto file ad ogni sezione, di elettori e cani, ripeto. E ho tirato un sospiro di sollievo, memore dei sondaggi che condizionavano nelle scorse settimane, quando erano pubblicabili, la vittoria del sì all’affluenza alle urne. Il 46 per cento registrato alla fine della prima giornata di votazioni, salito al 54 a Milano, al 59 a Bologna, al 58 a Firenze e al  52 a Venezia, meno nel Sud dove generalmente si ha la pressione bassa, diciamo così, è stato a sorpresa per giudizio generale,

       “La Costituzione è appesa a un filo”, hanno titolato col fiato in gola  al Fatto Quotidiano. Il filo naturalmente della visione che quel giornale. quasi bandiera del no referendario, ha della Costituzione: alquanto diversa -quella visione- da buona parte dei padri costituenti, disturbati anch’essi nei loro sepolcri per fare loro dire e pensare cose diverse da quelle fatte in vita. A un filo, piuttosto che la Costituzione, vedo appeso l’uso che ne fanno i magistrati associati per tenersi stretto, fra l’altro o soprattutto, l’unico Consiglio Superiore, almeno nel titolo, che le loro correnti hanno praticamente conquistato e preso in ostaggio per il mercato delle carriere emerso dalla vicenda di Luca Palamara. Una vicenda chiusa un po’ troppo frettolosamente, a dir poco, da lorsignori oggi del no.     

Si vota dopo la campagna referendaria peggiore di tutte in 52 anni

Grazie a Dio, mi è capitato di vivere e raccontare, come elettore e cronista, tutti gli 83 referendum, singoli o a grappoli, abrogativi o confermativi, indetti negli 80 anni scarsi della Repubblica: a cominciare da quello sul divorzio del 1974. Che sfatò il mito della invincibilità della Democrazia Cristiana uscita vittoriosa dalle elezioni del 18 aprile 1948. Il referendum istituzionale del 1946  si era svolto in regime ancora monarchico, segnandone peraltro la fine. E io avevo potuto solo accompagnare da bambino mio padre e mia madre al seggio.

       Di tutti i referendum vissuti, ripeto, da elettore e cronista, il più divertente rimane quello sul divorzio, immortalato dal Fanfani ridotto da Giorgio Forattini a un tappo saltato dalla bottiglia di champagne dei divorzisti. L’allora segretario della Dc ce l’aveva francamente messa tutta per meritarsi quello sberleffo, motivando il no alla conferma della legge sul matrimonio non più indissolubile con la necessità di proteggere la famiglia dal rischio di una tresca e poi di una fuga del marito con la cameriera.

       Non meno divertente, almeno per i miei gusti, fu il referendum del 1985 voluto e perduto dalla sinistra politica e sindacale contro i tagli antinflazionistici alla scala mobile dei salari apportati da un presidente socialista del Consiglio, Bettino Craxi, figurativamente appeso da Forattini, sempre lui ma meno allegramente, con la testa in giù, e stivaloni neri, ad un cappio.

       Disperante, sempre per i miei gusti, fu il referendum del 1991 contro le preferenze elettorali sottovalutato, invitando gli elettori a disertare le urne e a preferire il mare, da Bettino Craxi e da Umberto Bossi in sorprendente combinazione.. A quell’errore Bossi sopravvisse politicamente, rimanendo ancora un po’ avvolto nella leggenda del guerriero, pur essendo morto poi in una amara solitudine, il mio amico Bettino no, entrando in un tunnel nel quale i magistrati spensero poi le luci.

       Di novo divertente, sempre per i miei gusti, fu il referendum del 2016 sulla riforma costituzionale del governo di Matteo Renzi per lo spettacolo inedito che mi offrì della Repubblica di carta di Eugenio Scalfari divisa tra il fondatore favorevole e la maggior parte della redazione e dei collaboratori contrari. Scalfari dovette scendere dal suo Olimpo per difendersi.

       E di questo referendum che si svolge fra oggi e domani? Direi che è stato il peggiore per il tipo di campagna che l’ha preceduto. Di una durezza, se non vogliamo dire violenza, senza precedenti. In cui sono stati scomodati anche i morti per iscriverli d’ufficio al fronte del no inventando interviste o interpretando riflessioni presunte, dedotte da discorsi o scritti di un certo ermetismo scientifico.

       Ai morti scomodati con falsi e simili si sono aggiunti viventi dileggiati per avere avuto il tempo e la ragionevolezza di vedere la riforma della magistratura senza paraocchi, come “Tonino”. Mi riferisco naturalmente ad Antonio di Pietro, l’ex magistrato simbolo della mitica stagione delle “mani pulite”. Che ha ricordato a colti e incolti, amici vecchi e nemici nuovi, che un pubblico ministero, anche con i sette articoli della Costituzione modificati fra le proteste dei suoi ex colleghi, continuerà a poter essere fermato solo da un altro magistrato o da una bomba. Altro che sottoposto al governo, esplicitamente o implicitamente. Privato della sua autonomia e indipendenza da manipolazioni di fatto, diciamo così emotive, della carta costituzionale avvertibili solo dagli specialisti e subìte dal pubblico inconsapevole.

       Il sottosegretario più graduato alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, con l’esperienza che ha di magistrato  ha liquidato come “processi alle intenzioni”, senza mai alzare la voce, gli allarmi suonati nella campagna referendaria sulla sottomissione della magistratura alla politica. Peraltro dopo che la politica è stata sottomessa alla magistratura con quel “brusco cambiamento degli equilibri” avvertito al Quirinale da Giorgio Napolitano, come non smetterò mai di ricordare ai distratti o ai sordi.

Pubblicato su Libero

Addio a Paolo Cirino Pomicino, il Geronimo dei democristiani

Pur scambiato con la sua solita ironia da Francesco Cossiga per uno “psichiatra”, peraltro “di scarsa fortuna” per come teneva i conti dello Stato prima come presidente della Commissione Bilancio della Camera e poi come ministro, sempre del Bilancio, Paolo Cirino Pomicino era un neurologo. E come tale -si vantava Paolo scherzando- avrebbe potuto curarlo.  Eppure erano amici. Come solo i democristiani riuscivano a esserlo davvero, e non solo a chiamarsi e a intestare le loro correnti, o sottocorrenti, in eterna competizione.

       “Amici dell’onorevole Moro”, decise Moro stesso di chiamare il suo gruppo uscendo nel 1968 dalla corrente dei “dorotei” che proprio lui aveva raccolto attorno a sè succedendo nel 1959 ad Amintore Fanfani alla segreteria della Dc. “Amici dell’onorevole Andreotti”, finì per chiamarsi anche quelladello stesso Andreotti, che pure l’aveva messa su all’inizio col nome di “Primavera”.

Fra gli amici di Andreotti sicuramente Paolo era il più fantasioso, forse anche ammirato, qualche volta persino temuto per le difficoltà che riusciva a creargli nella Dc. Dove, per esempio, nel 1992, dopo le elezioni politiche svoltesi già in un clima avvelenato dai primi fumi di Tangentopoli, si mosse per niente sott’acqua per la candidatura al Quirinale dell’allora presidente del Consiglio. Sarebbe stato il primo trasferimento diretto di un leader da Palazzo Chigi al Colle più alto di Roma. Andreotti era il primo a non crederci, e proprio per questo, ma Paolo non voleva saperne di resistenze e dubbi. Quando la candidatura democristiana per la successione a Cossiga alla Presidenza della Repubblica toccò al segretario del partito Arnaldo Forlani, lui -Paolo- non smise per niente di coltivare quella di Andreotti.

       Alla prima delle due votazioni svoltesi su di lui a scrutinio rigorosamente segreto a Forlani mancarono una quarantina di voti all’elezione. Che si ridussero di una decina nella seconda, ma Forlani decise lo stesso di rinunciare alla corsa. E si ritirò fra la sorpresa, a dir poco, di Bettino Craxi, che dal canto suo aveva avuto problemi a portare i socialisti compatti a votare l’amico.

       Rimasi sorpreso, in verità, anche io, tanto da chiedere ad Arnaldo -altro amico- perché avesse buttato la spugna. E lui mi confidò di averlo fatto essendosi personalmente accorto dell’attivismo di Paolo contro di lui. “Come segretario del partito -mi disse o spiegò- ho il dovere di rinunciare”. Poi sopraggiunse addirittura la strage di Capaci e la partita quirinalizia si ridusse a due, fra i presidenti delle Camere, per spirito -si disse- “istituzionale”. Neppure questo condiviso da Paolo, che riteneva istituzionale anche la figura del presidente del Consiglio in carica. “Paolo, domani eleggeranno Scalfaro”, gli disse Andreotti quando ancora l’amico gli proponeva di resistere.

       Fu ostinato, Paolo, anche nella difesa dal cuore che gli dava fastidio, e che ad un certo punto sostituì con un trapianto, e dai magistrati che gli procurarono per Tangentopoli ben 43 processi. Di cui solo uno e mezzo concluso con condanna. Mezzo, per patteggiamento.

       A Paolo prorompente di allegria, di sfide, di feste ostentate, toccò per un po’ di tempo di dovere scrivere -altra passione della sua vita-con uno pseudonimo. Scelse quello di Geronimo per difendere i democristiani come una tribù indiana di apache. Tutti sapevano chi fosse quel Geronimo ospitato da Vittorio Feltri, ma lui non rinunciava a fingersi nascosto, giusto per divertirsi, fra una difesa e l’altra anche dei conti pubblici degli anni durante i quali se n’era occupato, considerandoli di gran lunga migliori di quelli dei successori.

       Paolo si divertiva ogni tanto anche a pensare alla morte, sopraggiunta alla fine a 86 anni. Si divertiva tanto da immaginarsi celebrato da un magistrato come Antonio Di Pietro, non ancora sostenitore della riforma della magistratura osteggiata, in questa campagna referendaria, da Paolo per il gusto soprattutto, secondo me, di sorprendere. E Di Pietro glielo promise in un ospedale, a Roma, confidandogli di avere sempre votato Dc, prima che la stessa Dc non si uccidesse da sola.

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L’avventura referendaria di Maurizio Landini in cappa e toga….

Quel Maurizio Landini, 65 anni da compiere in agosto, da sette segretario generale della Cgil, “padrone di casa”nella descrizione fatta dal Corriere della Sera – e da chi sennò ?-  della manifestazione “unitaria” della sinistra di Piazza del Popolo, a Roma, contro la riforma costituzionale della magistratura sotto procedura referendaria; quel Maurizio Landini, dicevo, mi ha portato indietro con la memoria non dico a Luciano Lama, che recitava malvolentieri una parte impostagli dal Pci di Enrico Berlinguer prima e di Alessandro Natta poi, ma alla Cgil del 1984-Che era insorta contro i tagli antinflazionistici alla scala mobile dei salari adottati dal governo di Bettino Craxi. Finì come tutti ricordano: con una sconfitta referendaria che segnò una crisi della sinistra politica e sindacale mai più risanata davvero.

       Allora, tuttavia, il sindacato in genere, divisosi nello scontro, ma la Cgil in particolare, per i suoi tradizionali legami col Pci, un po’ c’azzeccava -direbbe oggi Antonio Di Pietro- con l’intervento del governo regolarmente approvato dalle Camere. La materia gli apparteneva, diciamo così. I magistrati, il loro status, le loro abitudini, le loro difese ad oltranza di sapore ormai castico, da casta, o corporativo come si dice meno criticamente, non vedo personalmente come e cosa c’azzecchino con la Cgil di cui i partiti del fronte referendario del no hanno accettato di essere ospiti sotto il Pincio. Comunque, con meno gente del solito in tanto spazio a disposizione.

       Landini si è attaccato alla Costituzione come ad un lenzuolo per calare sulla, anzi contro la riforma della magistratura, la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, i due Consigli superiori -spero davvero superiori, questa volta- e l’Alta Corte disciplinare. Ma la Costituzione non può diventare un feticcio intoccabile. Anche perché è già stata modificata più volte, e persino peggiorata per ammissione degli stessi che l’hanno voluta cambiare a sinistra: per esempio, nei rapporti con le autonomie locali, quelle regionali in particolare.

E’ da un bel po’ di tempo, ormai, che la Costituzione ha smesso di essere “la più bella del mondo”, come dice con pur simpatico ottimismo Pier Luigi Bersani in tutti i salotti televisivi che se lo contendono. Ha smesso di esserlo nel testo autentico e, ripeto, più volte modificato, e ancor più nell’applicazione che se n’è fatta: la famosa Costituzione “reale” degli accademici.

       Sulla strada intrapresa da Landini, non fermatosi neppure dopo la sberla politica presa l’anno scorso nell’assalto fallito al jobs act di Matteo Renzi rinnegato dal Pd guidato da Elly Schlein, la Cgil rischia di ripetere il bagno pur metaforico di sangue di 41 anni fa. O la doccia fredda, come preferite in una immagine meno bellica, con tutte le guerre che ci sono in giro. Ma più ancora del sindacato dovrebbero preoccuparsi i partiti del no, o i loro vertici, visto che almeno per il Pd e per il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte gli elettori non sono proprio falangi ubbidienti. Vedremo. Manca ormai poco alla verifica del voto.

Pubblicato sul Riformista del 20 marzo

Ripreso da http://www.startmag.it il 22 marzo

Il silenzio, finalmente, dopo tanto abuso di parole nella campagna referendaria

Ora che è finalmente calato per legge il silenzio sulla campagna referendaria confermativa -spero anche nei fatti, e non solo nella terminologia- della riforma costituzionale della magistratura, si può riconoscere che molto si è abusato della parola su entrambi i fronti, del sì e del no. Non è stato un confronto sereno. E’ stato troppo teso, alterato soprattutto dal fronte del no quando al risultato referendario è stato dato il significato di un giudizio sul governo, piuttosto che sulla riforma. In questa ottica è potuto accadere che Goffredo Bettini, per esempio, sia passato dal sì al no indicando con franchezza l’obiettivo dell’indebolimento, quanto meno, del governo e del conseguente rafforzamento del cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra.

Il passaggio che ho trovato più duro della campagna referendaria è stato quello del linciaggio di Giusi Bartolozzi per quel “plotone di esecuzione” davanti al quale si era sentita, motivando anche per questo il suo sì, col rischio che corre di essere rinviata a giudizio per il caso Almasri: il libico rimpatriato dopo il breve arresto dal quale era stato liberato dai magistrati, non dal governo, per quanto accusato di crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale.

Giusi Bartolozzi, capo di Gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, già non godeva di molta simpatia mediatica, diciamo così. Le davano della “zarina” con spirito opposto a quello con cui era chiamata così alla presidenza della Camera la compianta Nilde Jotti, austera anche nell’aspetto fisico.

       Ora la sventurata -non in senso manzoniano perché non ha detto sì a nessuno, a parte quello referendario annunciato alla riforma- è stata processata mediaticamente e politicamente, anche da partiti ed esponenti della maggioranza, come in una caccia alla strega. Eppure l’altro processo, propedeutico a quello mediatico e politico, che le si vuole fare è in pratica, pur con altre imputazioni, quello tentato dal tribunale dei ministri a Carlo Nordio, Matteo Piantedosi e Alfredo Mantovano, impedito dal Parlamento.   

       Nel processo, ripeto, mediatico e politico condotto col solito rito sommario la Bartolozzi è stata anche degradata per ridurre l’autorevolezza e competenza sia della sua protesta sia del suo sì alla riforma. Si è scritto, parlato e gridato di lei come di “ex magistrata”. Che la Bartolozzi non è perché è tuttora magistrata di Corte d’Appello distaccata al Ministero della Giustizia come altri suoi, non pochi colleghi. Una magistrata bene al corrente, quindi, di come vadano le cose nei tribunali e uffici attigui per valutare l’opportunità, la necessità, l’urgenza e quant’altro di cambiare.

Dietro e sotto la polemica a destra fra Giuli e Buttafuoco

       La guerra, guerriglia e simili fra il ministro dei beni culturali Alessandro Giuli e il presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco, che solo Giuliano Ferrara è riuscito a far convivere a suo tempo nell’altrettanto suo Foglio, è la conferma di una vecchia analisi di Indro Montanelli sul segreto della forza mediatica della sinistra. Che altri preferivano chiamare più o meno scientificamente egemonia. E cercano tuttora di proteggere dalle minacce che avvertono provenire da destra.

        La sinistra, salvo qualche eccezione che confermava tuttavia la regola, pur tra i frastuoni delle scissioni e i pidocchi che Palmiro Togliatti contava sprezzantemente nelle criniere dei suoi cavalli, in genere fa quadrato. Ha una solidarietà di classe, diciamo cosi in molti sensi. O disciplina, come preferisce orgogliosamente pensare o dire  Massimo D’Alema, ancora orgoglioso di essersela sentita riconoscere da un Antonio Di Pietro fresco di arrivo in politica, e ancora legato ai ricordi di sostituto procuratore della Repubblica a Milano nella stagione della peste antipolitica chiamata aulicamente “Mani pulite”. Un Antonio Di Pietro arresosi con quasi tutti i colleghi di un tempo alla fatica di ripercorrere la strada dei miliardi tangentati entrati una volta nella vecchia sede nazionale comunista delle Botteghe Oscure, a Roma, e non usciti. O usciti prima che si mettessero, o si fingesse di mettere i sigilli giudiziari a un ufficio amministrativo.

       L’intellettualità di sinistra, chiamiamola così, come la militanza degli uomini delle gabbiette resistita anche ai metodi spicci della magistratura ambrosiana del 1992 e anni successivi, era ed è unitaria almeno al 90 per cento. L’intellettualità di destra è al di sotto, molto al di sotto, del 50 cento, come l’astensionismo elettorale. E così al mio amico Pietrangelo Buttafuoco – accusato di troppa indulgenza con la cultura russa,  una specie di mussulmano peraltro prestato alla cristianità italiana- come ad un altro mio amico Marcello Veneziani, col quale -leggendolo- riesco a riconoscermi anche quando non sono d’accordo con ciò che scrive, giusto per il modo in cui si spiega e si racconta; a Buttafuoco e a Veneziani, dicevo, tocca anche in regime politico di destra, come lo definiscono gli avversari avvertendo la Costituzione antifascista in pericolo, di doversi vedere più dagli amici, in stivali e  senza, che dai nemici.  Anche la buonanima di Luigi Pirandello avrebbe difficoltà ad occuparsene.

Ripreso da http://www.startmag.it il 22 marzo

In memoria sincera, non ipocrita, del senatur leghista Umberto Bossi

       Era già da un pezzo, in verità, che Umberto Bossi non si sentiva. Mancava ad amici e avversari col silenzio impostogli un po’ dalle condizioni malferme di salute ma forse ancor più dalla trasformazione politica e persino geografica della “sua” Lega sotto la guida di Matteo Salvini.  Che però lo ha trattato sino alla fine come un padre, anzi un nonno borbottone, al quale non può negarsi né il rispetto né l’affetto.

       Ora che il “senatur” è morto,  come il fondatore della Lega veniva generalmente chiamato avrà forse finito il capo del Carroccio di temere il giorno o l’ora di uno strappo alla sopportazione e di una reazione tanto scomoda quanto dovuta, peraltro in un periodo non facile per la Lega. Né politicamente, né elettoralmente, ormai schiacciata dal peso della destra della premier Giorgia Meloni e costretta a difendere il secondo posto nel centrodestra dai decimali di guadagno della Forza Italia di Antonio Tajani.

       Come sempre accade nei necrologi e celebrazioni funebri, religiose o laiche che siano, si sono levate solo buone parole e idee in ricordo dello scomparso. E gli sono stati perdonati tutti i contributi, quanto meno, che egli diede negli anni di esordio leghista all’imbarbarimento della politica, con insulti, invettive, volgarità, gesti anche odiosi di rottura. E’ rimasta di lui solo l’immagine un po’ simpaticamente donchisciottesca del condottiero irriducibile.

       Meridionale appena sbarcato a Milano, pur da Roma, alla direzione del Giorno allora ancora dell’Eni, provai subito il morso di Bossi, che non mi conosceva così come io non conoscevo lui.  Mi querelò invocando l’associazione a delinquere perché in uno stesso numero del quotidiano erano comparsi tre articoli, a firme diverse, non proprio entusiastici di una sua esibizione a Pontida. Il magistrato che archiviò naturalmente la faccenda, avendo la sfortuna, pure lui, di essere meridionale, si vide dileggiato da un bel po’ di manifesti leghisti sui muri di Milano e provincia.

       Quando Silvio Berlusconi decise di associare Bossi al suo centrodestra, improvvisato per impedire la vittoria dei comunisti, come ancora li chiamava, nelle elezioni politiche del 1994, io gli chiesi se fosse proprio convinto di potersene fidare. Lui, ottimista come sempre, mi assicurò che l’operazione sarebbe andata a buon fine, pur con le riserve che Bossi già aveva verso la destra di Gianfranco Fini, altro partner della coalizione berlusconiana. Durò naturalmente poco. Insediatosi a maggio a Palazzo Chigi, Berlusconi era già dimissionario il 22 dicembre, sotto o davanti all’albero di Natale, per una crisi procuratagli da Bossi, che poi raccontò di essersi lasciato spingere alla rottura dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Che lo riceveva al Quirinale come un liberatore: non tanto della Padania dall’Italia quanto di Scalfaro dal fastidio che gli procurava Berlusconi a Palazzo Chigi.

       Acqua passata, d’accordo. Poi, in condizioni peraltro di salute compromesse, Bossi scoprì in Berlusconi, tornato nel frattempo a Palazzo Chigi, l’amico di cui più poteva fidarsi, pur essendo il più lontano da lui per stile ed altro. Ma quell’acqua, per quanto passata, mi è rimasta ferma nella memoria.

Landini al comando del fronte referendario del no alla riforma della magistratura

Va bene che la buonanima di Bettino Craxifiniva spesso anche nelle vignette di Giorgio Forattini, al quale pure sotto sotto piaceva, come Benito Mussolini in Piazzale Loreto. Ma il segretario generale della Cgil Maurizio Landini, più ancora dei segretari, vice segretari e sottosegretari dei partiti del no referendario alla riforma costituzionale della magistratura, ha finito per regalare alla premier di destra Giorgia Meloni un paragone per niente sconveniente, per lei, col leader socialista che nel 1984 volle e seppe sfidare l’onnipotente sindacato rosso con i tagli antinflazionistici alla scala mobile dei salari,

       La Meloni ha ora sfidato quella che è stata chiamata “corporazione” dei magistrati anche da presidenti della Repubblica, e dell’ancora unico Consiglio Superiore, quando non hanno potuto fare a meno di lamentarsene. Addirittura chiedendone la “rigenerazione”, come fece Sergio Mattarella dopo l’esplosione del caso Palamara: il mercato cioè delle carriere appese non al merito ma alle appartenenze correntizie delle toghe.

       La sfida di Craxi nel 1984, col decreto legge di San Valentino, come fu chiamato per il santo del giorno in cui fu varato, sfociò nel referendum abrogativo imposto dall’allora segretario del Pci Enrico Berlinguer alla Cgil del pur refrattario, dubbioso Luciano Lama.  Che si prestò alla raccolta delle firme per promuoverlo. Finì l’anno dopo con la bocciatura non dei tagli ma di chi li aveva contestati: alcuni rimanendo dietro le quinte, come l’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita. Che aveva scommesso pure lui, come la buonanima ormai di Enrico Berlinguer, sulla sconfitta dello scomodo presidente socialista del Consiglio, subìto a Palazzo Chigi per i voti perduti dallo scudocrociato nelle elezioni politiche del 1983.

       Ciriaco De Mita dovette accontentarsi del si all’abrogazione nella sua Nusco. Altrove, pure nelle città del Nord famose come roccaforti operaie, vinse il no all’abrogazione.

       Il no questa volta, trattandosi di una riforma costituzionale, è alla conferma. Un no nel quale i maggiori partiti che se lo sono intestato -il Pd di Elly Schlein e il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte- si sono fatti sorpassare per toni e mobilitazioni di piazza da Landini. Che spera, fra l‘altro, di riscattarsi con una vittoria dalla sconfitta subita l’anno scorso nell’assalto referendario alla disciplina del mercato del lavoro voluta col nome inglese di jobs act dal governo di Matteo Renzi, e rinnegato dal Pd finito nelle mani o tra i piedi della Schlein. Che -le va riconosciuto onestamente- lo aveva contrastato a suo tempo da dissidente nel partito.

       Tutto mi sarei aspettato, francamente, dallo spettacolo della politica al quale sono abituato da una vita, diciamo così,  fuorchè  una toga pur metaforicamente indossata, diciamo onoraria, dal segretario generale di una Cgil non accodatasi ma sovrappostasi all’associazione nazionale dei magistrati e alle loro correnti, o partiti.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 21 marzo

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