L’estate sequestrata dall’affare politico di Lavitola, Ranucci, annessi e connessi

E’ appena entrato nelle cronache di questa estate, con la sua scomparsa, anche Varenne, il cavallo del trotto più forte e famoso del mondo. Che Vittorio Feltri rimpiange di non avere acquistato a suo tempo pur avendo avuto l’occasione e i soldi per farlo, diavolo di un giornalista resistente, con la sua autenticità, a tutte le imitazioni di Maurizio Crozza.

       Un’estate, quella in corso, rovente anche per le guerre che continuano, fra tregue debolissime, ultimatum, penultimatum e gradassate come quelle del presidente americano Donald Trump a ovest e del presidente russo Vladymir Putin a est. Estate rovente in Europa anche per i rapporti che saltano e cambiano tra i paesi dell’Unione nella lotta che dovrebbe essere comune contro l’immigrazione clandestina ma che ciascuno alla fine cerca di muovere per conto suo a scapito, generalmente, del più vicino. Piuttosto che con la contigua Francia di Macron o la Germania di Merz, l’Italia di Giorgia Meloni si ritrova con la lontana Danimarca di una premier di sinistra, non di destra.

       Un’estate rovente quella in corso, ripeto, anche per i partiti e gli schieramenti di riferimento, o di tendenza. A destra la Meloni si doveva già guardare da leader e partiti alleati timorosi di essere schiacciati dalla sua forza elettorale e dal credito guadagnatosi su scala internazionale, per quanto contestato dalle opposizioni sempre convinte della sua sudditanza ad altri. Da qualche mese la premier si deve guardare anche dal generale ex leghista Roberto Vannacci, che potrebbe procurarle guai sia rimanendo nel centrodestra sia rimanendone fuori.

       Non parliamo poi di ciò che accade a sinistra, dove tutti d’accordo contro la Meloni si dividono sul programma e sulla leadership, su chi cioè dovrà, prima ancora di vincere le primarie e le successive elezioni, proporsi a Palazzo Chigi. La Schlein parte favorita perché il suo partito ha più voti degli altri, sopra il 20 per cento, ma proprio per questo finisce per essere la più esposta alle sorprese. Giuseppe Conte col suo 15 per cento, dal 33 e oltre che aveva il suo partito ai tempi di Beppe Grillo, potrebbe diventare il beneficiario della scarsa omogeneità del Pd. Dove convivono sostenitori dell’Ucraina aggredita e sostenitori di Putin aggressore.

       Un’estate, ripeto, torrida e confusa che è stata però sequestrata in Italia dall’affare Lavitola-Ranucci. Incredibile ma vero. Lavitola si è imposto per l’idea messasi in testa, fra cene al suo Cefalù a base di pesce, telefonate fluviali, “bombe amiche” evocate dal suo ospite forse più illustre di nome Paolo e cognome Mieli, di lanciare in politica il conduttore televisivo di Report Sigfrido Ranucci per farlo diventare non deputato o senatore del cosiddetto campo largo dell’altrettanto cosiddetto centrosinistra, ma presidente del Consiglio. E riuscire a fare con lui ciò che aveva cercato a suo tempo di fare con Silvio Berlusconi finendone allontanato dai due collaboratori più stretti del Cavaliere, che erano l’avvocato Nicolò Ghedini e l’onnipotente sottosegretario Gianni Letta.

       E Ranucci?, mi chiederete giustamente incuriositi. Ma è proprio questo il nodo, o il principale dei nodi delle indagini costate l’arresto sinora di Lavitola come mandante, confesso, di un  attentato promozionale all’amico. Di un Ranucci inconsapevole dei progetti di Lavitola su di lui e quindi doppiamente danneggiato dall’amico,  rimettendoci due auto  saltate davanti casa a Pomezia e compromettendo la sua “credibilità” -come dice il super criticon televisivo Aldo Grasso- di giornalista implacabilmente autonomo e moralizzatore: di un Ranucci così, dicevo, sono sempre meno i convinti. E sempre più forti i sospetti che la politica fosse diventata per lui un’attrazione fatale, come fu politicamente fatale l’anno scorso Maria Rosaria  Boccia per l’allora ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano. La Boccia, sì, proprio lei, l’amica e ammiratrice ora anche di Ranucci appena emersa dalle cronache di questa pazza estate sotto sequestro.

Pubblicato sul Dubbio

Fatale (forse) per Ranucci l’amicizia rivendicata da Maria Rosaria Boccia

       Ma questo benedetto  Sigfrido Ranucci non si è lasciato scappare proprio niente di stravagante. Neppure di finire bocciato. Nel senso dell’amicizia e della collaborazione con Maria Rosaria Boccia. Sì, proprio lei, l’imprenditrice di Pompei che affascinò l’allora ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano sino a fargli perdere la testa, come si dice in queste circostanze, e il posto di governo.

       Tra Ranucci e la Boccia fu subito comprensione reciproca, sviluppatasi in incontri, visite in redazione, a Report, e in un libro scritto a quattro mani, probabilmente destinato a non uscire nella situazione in cui si trova il conduttore televisivo, per quanto in fase “avanzata” di composizione. Lo ha raccontato la stessa Boccia in una intervista al Corriere non di Canicattì ma della sera, precisando la finalità propostasi con Ranucci di “raccontare fatti, meccanismi, retroscena che aiutino a comprendere meglio alcuni anni della vita pubblica italiana, distinguendo ciò che è stato raccontato da ciò che è realmente accaduto”. Siamo insomma, sempre nelle intenzioni,  alla riscrittura non della storia, sia pure con la minuscola, neppure essa francamente all’altezza degli autori per le disavventure prima dell’una e poi dell’altro, ma della cronaca. Compresa quella, chissà, dei rapporti fra Ranucci e l’amico Lavitola confesso mandante di un attentato del quale gli inquirenti vogliono capire bene le finalità. Aumentare la notorietà di Ranucci per procurargli una maggiore protezione dello Stato o per facilitargli una carriera politica di altissime prospettive o ambizioni? In particolare, mettendolo in corsa nel cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra non per un seggio alla Camera o al Senato ma per la guida del governo, che si contendono per ora soprattutto la segretaria del Pd Elly Schlein e l’ex premier ora presidente solo del movimento 5 Stelle Giuseppe Conte.

Ce ne voleva e ce ne vuole, di fantasia, per un progetto del genere e per il coinvolgimento, in esso, sulla strada del solito sondaggio, di due pezzi grossi del giornalismo come il direttore di Repubblica Stefano Cappellini e l’ex direttore del Corriere, nonché storico e autore televisivo Paolo Mieli. Al quale Giovanni Minoli, fra gli inventori della trasmissione Report destinata alla conduzione di Ranucci, ha rimproverato di avere concesso una intervista troppo reticente sull’affare Lavitola, per cui meriterebbe una convocazione giudiziaria che gli fornica l’occasione o l’obbligo di dire di più. In particolare sul grado di coinvolgimento consapevole di Ranucci, a un passo ormi dalla sospensione dalla conduzione quanto meno di Report nel progetto lavitoliano della sua nuova vita.

Ripreso da http://www.startmag.it

Zanda “non operativo” come dirigente nel Pd per il dissenso da Ranucci

       Tra i fondatori del Partito Democratico, già tesoriere e capogruppo al Senato, Luigi Zanda è stato declassato a “dirigente che oggi non ha ruoli operativi”, e parla perciò a titolo personale, anzi personalissimo, anzi irrilevante, per avere osato dissentire dalle frequentazioni, dai metodi ed altro di Sigfrido Ranucci. E averne auspicato una sospensione dalla conduzione del suo Report di lotta, in attesa degli sviluppi delle indagini giudiziarie sull’affare Lavitola, l’amico dichiaratosi mandante dell’attentato dell’autunno scorso alle auto di famiglia davanti casa, a Pomezia, funzionale all’aumento della sua protezione e della sua notorietà. Funzionale, a sua volta, alla carriera politica immaginata dallo stesso Lavitola per lui come capo, addirittura del cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra, al posto dei tanti che vi aspirano, a cominciare dalla segretaria del Pd Elly Schlein e dall’ex premier pentastellato Giuseppe Conte.

       A degradare il povero Zanda è stato un altro dirigente del Pd, ma dichiaratamente e orgogliosamente operativo, di nome Walter, quasi come Lavitola, e cognome Verini. Che di Ranucci non vuole né un passo indietro né uno di lato, prospettato invece da Zanda con l’ipotesi di tornare a guidare e condurre Report in condizioni più agibili o meno tossiche, diciamo così, senza mescolare, o dare l’impressione di mescolare ambizioni professionali e politiche. Che non sono mancate di certo ad altri giornalisti, della Rai e delle concorrenze, ma mai al livello immaginato per lui da Lavitola predisponendo sondaggi, oltre a “bombe d’amore”, come le ha definite l’ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli, con le consulenze dello stesso Mieli, del direttore di Repubblica Stefano Cappellini ed altri generosamente ammessi al giro della fortuna.

       Meno male che Verini, con tutte le entrature che ha nel partito come dirigente operativo e senatore in carica, anziché ex come Zanda, si é limitato a spendersi per la conferma di Ranucci al suo posto. E non ne ha chiesto o proposto la promozione per valorizzare ancora di più la sua vocazione a “trasmissioni urticanti”, per quanto “non di sinistra”, o non ancora.

       Consiglierei all’amico Zanda, conosciuto quando era collaboratore di Francesco Cossiga alle prese col drammatico sequestro di Aldo Moro, di non prendersela per la scortesia, quanto meno, di Verini che lo ha equiparato a un Prodi o D’Alema qualsiasi. Sono gli inconvenienti della imprudente permanenza in un partito che è al lavoro, più o meno consapevole, per riportare a Palazzo Chigi il “progressista indipendente” Giuseppe Conte, piuttosto che mandarvi la Schlein.  La difesa di Ranucci in questa prospettiva da parte del Pd “operativo” è il cacio sui maccheroni, come l’esplosione dei contrasti d’ambizioni e di paghe esploso nella redazione di Report, dove si guadagna sino a 300 mila euro l’anno. Che neppure sono quelle del capo, tornato oggi nel mirino di Aldo Grasso, sul Corriere, per la sua compromessa credibilità.

Sigfrido Ranucci comincia a perdere pezzi di peso a sinistra

       Il martirologio giornalistico, e non solo, al quale stava approdando Sigfrido Ranucci dopo l’attentato fornitogli dall’amico Valter Lavitola per meglio lanciarlo come concorrente di Elly Schlein, Giuseppe Conte e altri alla guida di un governo alternativo al centrodestra, è ormai evaporato tra cronache giudiziarie e politiche.

Al conduttore televisivo di Report non basta più l’aureola generosamente assegnatagli dall’associazione nazionale dei magistrati dopo l’attentato, funzionale anche alla campagna referendaria allora in corso contro la riforma costituzionale della stessa magistratura concepita, secondo i critici, per assoggettare le toghe al governo o, più in generale, alla politica. Di quell’aureola si sono avvertiti segni quanto meno di imbarazzo, se non di dissenso esplicito, all’interno anche dell’associazione dei magistrati, ancora di più all’esterno, dove Antonio Di Pietro, per esempio, ha colto l’occasione per ribadire e rafforzare il suo giudizio pesantemente negativo sugli ex colleghi che si mettono insieme per questioni di potere, e di carriera, più che culturali o addirittura ideologiche.

Comincia a non bastare più a Ranucci neppure il pretesto di una presunta persecuzione politica denunciata quando esponenti della maggioranza di governo, a cominciare dal vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini per finire col sottosegretario a Palazzo Chigi e fratello d’Italia Giovanbattista Fazzolari, ne hanno auspicato, reclamato e quant’altro la sospensione o l’allontanamento per l’abuso fatto del servizio politico. Che ad un certo punto era funzionale, con le polemiche che le inchieste di Ranucci provocavano, più alle dimensioni politiche del giornalista televisivo coltivate da Lavitola che agli ascolti e, conseguentemente, alla raccolta pubblicitaria necessaria ai conti della Rai.  

La bolla del martirio e della discriminazione perseguita contro di lui dal centrodestra è stata sgonfiata dalla voce levatasi dall’ex capogruppo del Pd al Senato e tra i fondatori del partito Luigi Zanda, considerato moralmente autorevole anche da chi al Nazareno non ne condivide  il dissenso dalla segretaria Elly Schlein per la costruzione o la difesa del cosiddetto campo largo più inseguendo Giuseppe Conte che considerando i dubbi e le paure dell’ala o area riformista del movimento succeduto alla Dc di sinistra e al Pci.

“Sul caso Ranucci-Lavitola -ha detto Zanda all’Altravoce Il Quotidiano Nazionale- non scomoderei le grandi questioni della libertà di stampa e delle modilità del giornalismo investigativo.  Ranucci non può non sentirsi profondamente turbato da tutta questa vicenda. Per questo credo che sia nel suo interesse, e in quello della Rai, lasciare la conduzione di Report”. Più in particolare, Zanda ha auspicato che Ranucci, finito nei casini, diciamo così, di “un progetto politico che lo riguardava”, sia “destinato a un diverso incarico di uguale rango”, magari per “eventualmente tornare quando le acque si calmeranno e l’inchiesta sarà conclusa” senza averlo coinvolto, o coinvolgendolo solo marginalmente, risparmiandogli imputazioni o simili.

Ripreso da http://www.startmag.it

Sigfrido Ranucci, il mancato Vannacci del campo largo anti-Meloni

       Diversamente da Stefano Cappellini, il direttore di Repubblica che all’amico Valter Lavitola negò ogni prospettiva per Stefano Ranucci in politica nel campo largo dell’alternativa, l’ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli qualche ruolo l’avrebbe immaginato se la vicenda non fosse finita in quella che la buonanima di Umberto Bossi avrebbe definito “una scorreggia nello spazio”.  Così il leader leghista disse di due amici quando smisero di assecondarlo e osarono prenderne un po’ le distanze: l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e l’ideologo addirittura della Lega Gianfranco Miglio.

       “Forse -ha detto il mio amico Paolo parlando sul Corriere con Tommaso Labate di Ranucci appunto in politica- avrebbe potuto fare il Vannacci di sinistra e rosicchiare qualcosa, ma rimanendo alleato di Schlein e Conte”. Come Vannacci se rimanesse nel centrodestra alle elezioni dell’anno prossimo.

       Direi che l’ha scampata bella il campo cosiddetto largo dell’alternativa, già pieno di problemi che ne compromettono la corsa a Palazzo Chigi nella quale sono impegnati già la segretaria del Pd Elly Schlein, l’ex premier Conte ma anche altri aspiranti a disturbare i due candidati principali. Il Ranucci presumibilmente ex conduttore di Report, pur avvolto nella leggenda del perseguitato, della vittima di Matteo Salvini e di altri che a destra ne aspettano il ritiro o il licenziamento, anzichè vittima dell’amico Lavitola e delle proprie ambizioni narcisistiche, sarebbe stata la ciliegina sulla torta tossica dell’alternativa utile a Giorgia Meloni per vincere, anzi stravincere la partita. E accostarsi ancora di più, fra la disperazione degli avversari, al Quirinale per succedere a Sergio Mattarella alla scadenza del suo “regno” repubblicano di 14 anni.

       Concordo pienamente con Mieli anche nella valutazione dello spirito col quale Lavitola, pur senza mai parlargli esplicitamente di Ranucci, avesse deciso di spingerlo alla politica. “Io penso -ha detto Paolo avendone raccolto racconti e confidenze nell’auto sulla quale il ristoratore lo accompagnava a a casa  dopo le cene al suo Cefalù- che Lavitola cercasse di rientrare nel giro della politica”, in cui era riuscito a infilarsi mettendosi al servizio di Silvio Berlusconi prima di esserne allontanato dai guardiani, chiamiamoli così, Nicolò Ghedini e Gianni Letta.  Un giro, quello della politica, che “per alcuni -ha detto ancora l’ex direttore del Corriere– è come l’eroina: se la provi una volta ne resti schiavo anche se ti ha fatto male, tanto male”, tanto da provare latitanza e galera.

       Di una cosa tuttavia sono rimasto sorpreso, da amico e da lettore, leggendo l’intervista di Paolo. Del sospetto da lui avuto per un certo tempo che Lavitola volesse spendersi per una candidatura politica del magistrato Nicola Gratteri. Che, se avesse voluto, non avrebbe avuto certamente bisogno di un aiuto di Lavitola per scendere in campo politico. Delle due l’una: o Mieli sopravvalutava Lavitola o sottovalutava il capo della Procura della Repubblica di Napoli. 

Ripreso da http://www.startmag.it

La coppia Lavitola-Ranucci raccontata dal direttore di Repubblica

       Gli inquirenti che si tengono ben stretto in carcere a Rebibbia Valter Lavitola, diffidando della sua pur rilevante confessione di mandante dell’attentato non alla persona ma alle cose di Sigfrido Ranucci, debbono avere letto con molto interesse il racconto che il direttore di Repubblica Stefano Cappellini ha fatto delle vicende di cui loro si occupano, e che lui ha in qualche modo vissuto di persona. Almeno da quando gli capitò, non ancora direttore del suo giornale ma già nella squadra di vertice, di cenare con Lavitola nel suo ristorante romano di pesce chiamato Cefalù e di scambiare poi con lui opinioni e quant’altro in un intreccio di messaggi e telefonate note agli inquirenti perché già intercettate, recuperate o recuperabili esplorando i mezzi elettronici sequestrati.   

       Si vedrà dagli sviluppi delle indagini se le curiosità degli inquirenti sono state soddisfatte o sono aumentate, tanto da indurre i magistrati a interrogare Cappellini come persona informata dei fatti. Cosa che forse il direttore di Repubblica ha cercato di evitare scrivendone spontaneamente su un’intera pagina, con tanto di richiamo in prima col titolo “Lavitola, il sondaggio e il mestiere del giornalista”.

         Lavitola -peraltro riuscito un po’ a incantare o incuriosire anche Fulvio Abbate, che ne ha parlato alla Stampa come di un simpatico e “autentico talento umano”, alla ricerca di un “riscatto” dopo le disavventure giudiziarie del passato- mise letteralmente in croce anche Cappellini, come l’ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli e altri, per essere aiutato a predisporre con le domande giuste un sondaggio su un imprecisato candidato alla guida del campo largo dell’alternativa al centrodestra di Giorgia Meloni.

       Da buon giornalista a Cappellini interessò subito più conoscere il nome del sondaggiato, diciamo così, che contribuire alla formulazione delle domande da sottoporre ai sondati.  E saltò sulla sedia quando Lavitola, dopo molte resistenze, gli fece il nome di Ranucci. Che, pur noto col suo Report e le polemiche che riusciva a provocare, aveva per Cappellini zero possibilità di competere, forse neppure come candidato parlamentare del campo largo. Figuriamoci come presidente del Consiglio, in concorrenza con la segretaria del Pd Elly Schlein e l’ex premier Giuseppe Conte. Ma Lavitola ormai aveva perso la testa per l’amico, che cercava di aiutare parlando di uno strepitoso ma misterioso, improbabile sondaggio favorevole di fonte americana già effettuato.

       Si può pensare, come io penso avendo avuto rapporti amichevoli con lui in anni passati, che Lavitola si fosse messo in testa non più di entrare nel giro stretto di un leader- come era riuscito a fare a suo tempo con Silvio Berlusconi venendo però alla fine allontanato per gli interventi di Nicolò Ghedini e di Gianni Letta- ma di creare lui personalmente un leader, prenotandosi per i corridoi di Palazzo Chigi nella peggiore delle ipotesi, chissà per cosa o dove con più fortuna.

       Il problema a questo punto è di sapere, capire e quant’altro, come cominciò a sospettare Cappellini, se Ranucci sia stato semplicemente vittima di Lavitola, subendone l’attentato promozionale, o la “bomba amica” evocata in televisione da Mieli, o ben  consapevole e consenziente della carriera politica che l’amico gli voleva procurare. E’ un problema dai risvolti forse anche giudiziari, che si saranno già posto gli inquirenti, ma ancor più etici per un giornalista, peraltro del servizio pubblico quale ancora si considera la Rai. Dove hanno già avvertito nelle pur ancora segrete valutazioni di un apposito comitato che ha riferito al vertice aziendale, il calo di reputazione, credibilità e persino di raccolta pubblicitaria, intervenuto col modello Ranucci di Report, produttore più di polemiche e querele che di informazioni inedite e giornalismo cosiddetto investigativo.

       Se queste polemiche fossero state o dovessero risultare funzionali non solo al mestiere giornalistico di Ranucci ma anche alla dimensione politica che si era proposto di creargli Lavitola, il danno per il giornalismo, televisivo ma anche di carta stampata, sarebbe enorme. Un giornalismo, quello di Ranucci, dal metodo  definito “spregiudicato” da Selvaggia Lucarelli, che pure è frequentemente sbrigativa, a dir poco, nell’esercitare la stessa professione.

Ripreso da http://www.startmag.it  

I tre piccioni presi con una sola fava dall’impietoso Antonio Di Pietro

       L’intervento di Antonio Di Pietro, intervistato dal Foglio sulla vicenda Lavitola-Ranucci, o viceversa come potrebbe rivelarsi se le indagini giudiziarie dovessero accertare l’interesse del secondo a farsi aiutare dal primo a correre in politica sfruttando la notorietà televisiva, è stato un po’ come la classica fava buona per catturare due piccioni. Questa volta tre, addirittura. Il principale dei quali però non è né Walter Lavitola in prigione né Sigrifido Ranucci -o viceversa, ripeto- ma l’associazione nazionale dei magistrati. Alla quale Di Pietro, con tutto il passato che ha di sostituto procuratore della Repubblica, a lungo il più popolare fra gli inquirenti di “Mani pulite”, si vanta di non essersi mai iscritto considerandola “cosa diversa” dalla magistratura. Tanto diversa da affidarsi anche a Ranucci e al suo Report -già in caduta di reputazione ora addebitatagli anche dal comitato etico della Rai, e non solo super-esperto e critico Aldo Grasso-  nella campagna referendaria contro la riforma costituzionale della magistratura, appunto, proposta dal governo e approvata dal Parlamento. L’uno e l’altro clamorosamente bocciati nelle urne per niente confermative, come vorrebbe la dottrina.

       L’associazione nazionale dei magistrati uscita vincente da quel referendum grazie quindi anche a Ranucci, chissà se col consenso pure di Lavitola, è “un gruppo di soggetti -ha detto Di Pietro- appartenenti al più forte tra i poteri dello Stato che si esprime, e sciopera, contro un potere più debole” costituito dal governo o dal Parlamento, o da entrambi insieme. Una verità lapilassiana perché, sempre secondo Di Pietro, che lo gridò anche nella campagna referendaria, “nessuno ferma un magistrato, a parte un altro magistrato, ovviamente, o il tritolo” riservato, per esempio, nel 1992 prima a Giovanni Falcone e poi a Paolo Borsellino.

       L’associazione nazionale dei magistrati -ha infierito Di Pietro- dovrebbe dedicarsi a riflessioni di carattere culturale anziché interpretare leggi secondo proprie ideologie”, curiosamente sempre opposte a quelle delle maggioranze parlamentari di turno, paradossalmente anche quando ne capitano di supine alle toghe, alle loro proteste e alle loro minacce.

        Di Pietro, personalmente danneggiato dal vecchio Report condotto alla Rai dalla Gabbanelli, che lo costrinse praticamente al ritiro dalla politica dov’era arrivato dalla magistratura, ha denunciato con la sua solita franchezza il giornalismo d’inchiesta praticato e rivendicato da Ramnucci fra gli applausi e l’incoraggiamento del cosiddetto campo largo dell’alternativa. “Il giornalismo d’inchiesta -ha detto o spiegato il sempre ruspante Tonino- vale se si racconta il giorno dopo quel che ha fatto la magistratura il giorno prima. Se invece si fa un’inchiesta basata sul nulla, o col solo scopo di invogliare la magistratura a indagare, ecco che tutto torna indietro”. “Quello che non condivido -ha detto Di Pietro del giornalismo investigativo stile o metodo Ranucci- è che pregiudizialmente si individuino soggetti mediaticamente esposti e si costruiscano teoremi”. Più di quanto non faccia spesso anche certa magistratura coperta dall’Associazione, con una maiuscola troppo generosa.

Quel filo che porta da Guglielmo Giannini a Bossi, Grillo, Vannacci e Ranucci

E’ più di un paradosso quello di Antonio Polito sul Corriere della Sera, dove ha scritto che dovremmo essere grati a Walter Lavitola di avere da solo sognato Sigfrido Ranucci presidente del Consiglio, a capo di una coalizione di cosiddetto centrosinistra -molto cosiddetto- e da solo anche distrutto gestendo a suo modo il progetto. Prima finendo lui stesso in galera confessando di avere fatto saltare due auto davanti a casa di Ranucci per procurargli notorietà e protezione, e poi facendo rischiare guai giudiziari anche all’amico. Guai giudiziari per i sospetti di complicità e simili,  alla ricerca anche lui di maggiore visibilità politica e guai aziendali per i problemi creatigli non tanto dai pur clamorosi solleciti del vice presidente del Consiglio leghista Matteo Salvini ad una “pausa” , o qualcosa di simile, quanto dai dubbi più che comprensibili creatisi persino fra i colleghi sulla opportunità di lasciare abbinate la testata di Report e la figura del suo conduttore attuale, specie confrontandola a quella dei predecessori. 

       Già nella lontana prima Repubblica, ai suoi esordi, pur con partiti dominanti delle dimensioni della Dc e del Pci  esplose la novità, l’imprevisto, chiamatelo come volete, del qualunquismo protestatario dell’omonimo movimento di Guglielmo Giannini. Svanito tuttavia da solo, senza l’aiuto di un Lavitola dei suoi tempi. Fu lo stesso Giannini, giornalista pure lui , non televisivo perché la tv non c‘era ancora, scrittore, regista, drammaturgo, a ridere e far ridere amici ed avversari chiedendo e ottenendo alla fine dalla Dc ospitalità e bocciatura elettorale, dopo avere resistito peraltro a una mezza apertura fattagli a sinistra dallo storico segretario del Pci Palmiro Togliatti in persona.

       Nella seconda Repubblica, finiti i grandi partiti ideologici, e anche quelli di piccole dimensioni ma di grandi tradizioni e culture, le cose sono andate ben diversamente. Dalle ghigliottine giudiziarie e mediatiche dei primi anni Novanta  rotolarono teste, ma si avvertirono anche bisogni di normalità, diciamo così. Silvio Berlusconi seppe raccoglierli e interpretarli con l’impronta, l’esperienza e la qualità di “un impresario” di spettacolo riconosciutegli persino dal più severo e ostinato dei suoi critici: Eugenio Scalfari. Che non si dava pace del fatto che un partito da stadio come “Forza Italia” fosse riuscito a vincere le elezioni all’esordio e conquistare Palazzo Chigi.

       Dalle ghigliottine giudiziarie e mediatiche nacque sul versante opposto anche il leghismo truce e secessionista di Umberto Bossi.  Che Berlusconi- sempre lui, “l’impresario” di definizione scalfariana- seppe nel giro di pochi anni, e pur tra iniziali incidenti assecondati al Quirinale dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, convertire a quella che Bettino Craxi aveva chiamato ai suoi tempi “governabilità”. Fu quella, appunto, creata da Berlusconi nel 1994  e ancora in corso del centrodestra guidato non più da lui, ancora vivo quando subì il sorpasso elettorale, non dalla Lega di Salvini compomessasi col primo governo di Giuseppe Conte, ma dalla giovane Giorgia Meloni.

       Il primo governo di Giuseppe Conte, costata quasi la vita alla Lega, fu il prodotto del grillismo, che fa non solo rima col qualunquismo, affacciatosi alle elezioni nel 2013 ed esploso nel 2018 umiliando il Pd di Pier Luigi Bersani.  Nella sua evoluzione il grillismo avvolto nell’antiparlamentarismo, sino a ridurre consistenze e ruolo delle Camere, indusse lo sconsolato Scalfari alla disperazione di confessare una volta in televisione la preferenza per Berlusconi.

       Ora che il grillismo, fatto fuori Beppe Grillo proprio dall’uomo da lui mandato a Palazzo Chigi nel 2018, è diventato contismo populista, con meno voti elettorali ma più mercato politico, essendo l’ex premier Conte, appunto, il concorrente principale e temuto della segretaria del Pd alla guida di un governo alternativo al centrodestra, la politica è attraversata da incredulità, quanto meno. Quella, per esempio, che accompagna a destra la crescita del generale Rioberto Vannacci.

Si vive così confusamente alla giornata, si crede così poco alla serietà di quanto accade che può essere venuto  in mente a uno come Walter Lavitola di promettere o prospettare al conduttore televisivo Sigfrido Ranucci di portarlo in due anni a Palazzo Chigi, fra sondaggi e promozioni anche dinamitarde. E può essere accaduto anche che Ranucci, appena salito fra le nuvole per ispirarsi a Moro, Falcone,  Borsellino e Piersanti Mattarella,  si sia lasciato tentare dall’avventura, contando ora anche sulla solidarietà ottenuta da un campo largo che quasi smania di averlo, di proteggerlo e di esserne guidato. Alla faccia delle ambizioni della Schlein, di Conte, della Salis, di Onorato, di Ruffini eccetera eccetera.

Pubblicato sul Dubbio

Lavitola gioca con l’amico Ranucci come la luna col sole

       Come la luna col sole eclissato, Walter Lavitola ha giocato col suo amico Sigfrido Ranucci, ma ancora  di più con la magistratura e col pubblico che se ne interessa, limitando all’obbiettivo di procurargli più protezione, con tanto di scorta rafforzata, l’iniziativa ammessa di fargli saltare due auto davanti a casa   nello scorso autunno. Il conduttore televisivo di Report si sarebbe fatto troppi e troppo pericolosi nemici col suo giornalismo d’inchiesta per non essere protetto. “Una bomba d’amore”, si è già scherzato nei salotti televisivi e sulle prime pagine dei giornali. Se all’insaputa o col consenso di Ranucci, in un amore insomma ricambiato, i magistrati dovranno accertarlo, per niente aiutati dall’interessato, il cui avvocato ha oppposto no comment ai cronisti curiosi.

       Ciò che colpisce della deposizione di Lavitola ai magistrati è la sfrontatezza di nascondere o minimizzare -si vedrà negli sviluppi delle indagini- il suo interesse, a dir poco, emerso da tutte le cronache ad una carriera politica di Ranucci. Per il quale l’imputato si consultava da qualche tempo con amici anche autorevoli, dall’ex direttore del Corriere Paolo Mieli all’attuale direttore di Repubblica Stefano Cappellini, preparando sondaggi e quant’altro sul gradimento di una partecipazione di Ranucci alla  corsa a Palazzo Ghigi nel cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra.

       Ranucci non sarebbe, anzi non sarebbe stato, viste le difficoltà sopraggiunte, il primo giornalista, televisivo o di carta ancora scampata, a fare politica militante, proponendosi o lasciandosi proporre da questa o quella parte al Parlamento, italiano o europeo. Ma sarebbe, anzi sarebbe stato, il primo giornalista a proporsi o a lasciarsi proporre direttamente alla guida di un campo e di un governo. Una prospettiva, questa, nella quale è difficile credere alla tesi di Lavitola di avere voluto procurare all’amico più visibilità e più protezione solo per consentirgli di lavorare meglio con le inchieste del suo Report o personali. O di procurargli qualche offerta dalle aziende e reti  concorrenti della Rai che potesse -e possa ancora- consentirgli di abitare ai Parioli, a Roma, anziché a Pomezia.

       I progetti politici di Lavitola e di Ranucci, separati o insieme, condivisi o non, non sono il companatico di questa vicenda. O se lo sono stati, non possono continuare ad esserlo. E’ il piatto principale del pranzo. Il cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra di Giorgia Meloni, già pieno di problemi, di contrasti di programma e di ambizioni personali, se n’è procurato un altro sostenendo Ranucci, le sue inchieste e quant’altro prima ancora di ospitarlo o assumerlo.

Ripreso da http://www.startmag.,it

Le manette di Lavitola consolidano Ranucci nel campo largo

       Se l’obiettivo di Walter Lavitola, appena finito, anzi rifinito in carcere per un altro capitolo della sua vita a dir poco avventurosa, era già nello scorso autunno di aumentare la notorietà e il consenso attorno a Sigfrido Ranucci col botto di un attentato all’auto vuota davanti casa, si può ben dire, anche senza ridere, che esso -l’obiettivo- è stato pienamente raggiunto anche con le nuove manette

       Collocato dallo stesso Lavitola, fra una portata e l’altra di qualcuno dei loro incontri al ristorante romano di pesce, nel cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra per spingerlo sino alla guida come candidato a Palazzo Chigi per la prossima legislatura, il conduttore televisivo ha fatto il miracolo di unire a sua difesa proprio quel campo tanto largo quanto diviso. Da quelle parti sono tutti insorti, ma proprio tutti, anche quelli che dovrebbero subirne la concorrenza nella scalata al vertice del governo, contro la sospensione di Ranucci se non dalla Rai tout court, almeno dalla conduzione di Report chiesta dal vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini.

       Neppure l’eclissi solare oggi riuscìrà ad oscurare le scommesse di Lavitola sulla carriera politica dell’amico e le ambizioni dello stesso Ranucci. Di cui, almeno sinora, non risulta dalle indagini giudiziarie in corso qualche protesta o altra iniziativa di dissenso dai progetti di Lavitola su di lui.   Ora assecondati paradossalmente, ripeto, con la solidarietà dell’intero campo largo a Ranucci.

Blog su WordPress.com.

Su ↑