Quella torre di Babele a Bruxelles, affollata di portavoce

       Quella signora o signorina, portavoce non so bene di chi o di che cosa, insorta contro la richiesta di maggiore flessibilità nei conti annunciata dal governo italiano – “Abbiamo già dato”, ha detto a Bruxelles- ha condizionato per un paio di giorni il dibattito politico a Roma. Dove alle opposizioni, politiche e mediatiche, non è parso vero di potere rappresentare la premier Gìorgia Meloni “isolata”, “respinta”, “bocciata”. E di prederne difficoltà insormontabili nella lunga campagna elettorale per un voto di cui non si conosce ancora la data o la stagione precisa dell’anno prossimo.

       Poi, pur senza mettersi davanti a qualche telecamera come la prima accorsavi, altri portavoce -sempre non ho capito bene di chi e che cosa- hanno annunciato, anzi precisato, che la richiesta del governo italiano, formalizzata in una lettera della premier Meloni all’amica, peraltro, tedesca Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, sarà esaminata nelle sedi opportune, tecniche e politiche. Quell’”abbiamo già dato” potrebbe pertanto diventare pertanto un “diamo ancora”, considerando le difficoltà procurate a tutti i paesi dell’Unione da una congiuntura internazionale, e bellica, che ha fatto salire i costi energetici. E non solo quelli.

       Le opposizioni, sempre loro, che avevano utilizzato a Roma la prima portavoce espostasi a Bruxelles per scommettere sulle difficoltà e sulla sconfitta elettorale dell’alleanza di centrodestra hanno naturalmente ignorato le precisazioni successive e continuato a dipingere con tinte fosche la situazione e posizione del governo.

       A questo punto il problema non è delle opposizioni, che fanno il loro mestiere, e il loro gioco, anche se scorretto. Il problema è a Bruxelles. Ed è della presidente della Commissione europea, che deve chiarirsi e chiarire quanti portavoce possano parlare. E che voce portare. Altrimenti siamo alla classica e poco edificante torre di Babele.  

Il Pd perde voti ma la segretaria grida vittoria lo stesso

       “Andiamo a vincere”, ha ripetuto alla direzione del Pd la segretaria Elly Schlein, come a Reggio Emilia il mese scorso chiudendo la festa nazionale dell’Unità pur assente dalle edicole. Vincere, vincere, come gridava e faceva scrivere sui muri delle città e delle campagne Mussolini.

       Eppure dopo il comizio a Reggio Emilia il Pd è sceso nei sondaggi sotto il 20 per cento accorciando le distanze -altro che “il doppio dei voti” vantato al Nazareno- dal Movimento 5 Stelle di Conte, che ora le insidia anche il vertice della classifica delle opposizioni, oltre che l’ambizione di essere la candidata a Palazzo Chigi del campo largo dell’alternativa al centrodestra. Nelle elezioni suppletive per la Camera a Reggio Calabria, e Locri, neppure la divisione del campo del centrodestra, col generale Roberto Vannacci che gli aveva portato via una fetta più per far vincere la sinistra che per vincere lui, e fare quindi uscire la Meloni con le ossa rotte dalla prova, è stata utile alla coalizione del cosiddetto centrosinistra. Che ha quindi condiviso con Vannacci sconfitta e figuraccia, peraltro quasi in un deserto, essendo scesa l’affluenza alle urne a poco più del 20 per cento.

       Pur di cercare di vincere sulla Meloni la Schlein festeggia le difficoltà della premier nell’Unione Europea, anziché sostenere patriotticamente e razionalmente la richiesta di flessibilità dei conti per gli effetti di una tragica congiuntura internazionale. Eppure quando era ancora presidente della Commissione europea Romano Prodi, non Silvio Berlusconi a Roma, aveva definito “stupidi” i parametri che anche allora soffocavano i paesi dell’Unione.

Chissà se la Schlein ha letto la psicanalisi del campo largo dell’alternativa appena fatta sulla insospettabile Repubblica di carta da Massimo Recalcati. “La vita democraticamente matura di una forza politica -ha ammonito lo psicanalista- si misura quando la “libertà di” prevale sulla “libertà da”. Non si tratta di studiare la strategia più efficace per battere Giorgia Meloni, ma di chiedersi nel nome di quale idea di società di Paese e di Europa si può giustificare un proprio ritorno al governo. Altrimenti il campo potrà certamente essere largo, ma resterà vuoto di sostanza politica”.

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Le misure alla Meloni prese nel salotto televisivo della Gruber

       “Diversamente alta”, ecco la cattiveria, diciamo così, su Giorgia Meloni che nessuno aveva osato dire e scrivere fra i suoi avversari è alla fine uscita da Dagospia ed è stata ripresa, nel senso di rilanciata, da Lilli Gruber nel suo salotto televisivo. Pur diluita nell’acqua abituale del “politicamente scorretto”, quasi goliardico, dell’agenzia di Roberto D’Agostino.

       “Diversamente alta” –“psiconana” direbbe Beppe Grillo come di Silvio Berlusconi in vita-  e perciò felice di essersi risparmiata a Genova, sul palco all’inaugurazione del salone nautico, la compagnia e il confronto con la sindaca atletica Silvia Salis. Che qualcuno, forse per fare un piacere alla premier, aveva dimenticato di invitare. D’obbligo chissà quanto sincero il rammarico espresso dalla premier personalmente alla sindaca protestataria non per sé ma per la città “offesa”.  

       Quando lo scontro politico arriva a questo livello, sopra e sotto le righe, allusivo e ambiguo, come lo scambio fra la Garbatella dove la Meloni è cresciuta a Roma e la “sgarbatella” che ne deriverebbe, come ho sentito qualche sera fa sempre sintonizzandomi col salotto televisivo della Gruber, spero senza il compiacimento dell’editore Urbano Cairo; quando, dicevo, lo scontro politico arriva a questi livelli l’opposizione generosamente al singolare può pure risparmiarsi la fatica di una trattativa sul programma fra le sue numerose e pasticciate componenti. E anche il tentativo di darsi una leadership, con o senza le primarie. La causa dell’alternativa ha già perso la partita, come all’estrema destra il generale Roberto Vannacci preferendo le donne “senza gonna”, ma penso anche senza pantalone.

       Datevi una regolata, cafoni che siete.   

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Gli impegni di Matteo Renzi e gli scongiuri di Giuseppe Conte

Per loquacità Matteo Renzi batte sicuramente tutti nel campo cosiddetto largo dell’alternativa al governo di centrodestra di Giorgia Meloni, della quale già scrive ottimisticamente, per lui, al passato. “Quando c’era lei”, è il titolo del libro ch’egli ha appena dato alle stampe pur mettendo nel conto una ritorsione come “quando c’era lui” a Palazzo Chigi. Dove portò sì il Pd, di cui era anche segretario, al 40 per cento di memoria democristiana, ma lasciandolo quasi alla metà dopo quattro anni. La Meloni ha portato il suo partito di destra al 26 per cento vincendo le elezioni del 2022 e lo sta conservando anche subendo all’estrema destra la concorrenza di un generale al riposo solo burocraticamente. Ma spiaggiatosi in Calabria all’esordio elettorale in un turno di voto suppletivo per la Camera, disertato da quasi l’80 per cento dei chiamati alle urne. L’11 per cento in queste condizioni vale come il classico 2 di briscola.

       Nella sua campagna per la conquista o il mantenimento di una tenda immaginata anche per lui nel campo largo dall’infaticabile Goffredo Bettini, ma con la leadership “progressista” di Giuseppe Conte, il senatore Renzi ha detto di non gradire l’ex premier pentastellato promettendo tuttavia che lo appoggerà qualora dovesse vincere le primarie reclamate dall’ex premier pentastellato e subìte, più che accettate, dalla segretaria del Pd Elly Schlein.

       D’altronde Renzi, come s’è vantato, già sostenne Conte a Palazzo Chigi nel 2019, fornendogli dall’interno del Pd, dove ancora sedeva o circolava con Nicola Zingaretti alla segreteria, la maggioranza alternativa a quella grigioverde del primo governo realizzato dall’avvocato con la Lega di Matteo Salvini. Ma lo sostenne a suo modo, in attesa di farlo cadere spingendo alla fine per una crisi destinata a portare a Palazzo Chigi Mario Draghi. Cosa che Conte non gli ha ancora perdonato. Né, credo, gli perdonerà mai. Cone Enrico Letta, ormai fuori dalla politica italiana, non gli ha mai perdonato quell’esortazione alla “serenità” rivoltagli da Renzi fresco di elezione a segretario del partito ma già deciso – si venne poi a capire e sapere- a sostituirlo personalmente a Palazzo Chigi con l’ambizione, poi fallita, di una riforma costituzionale d’intesa con Silvio Berlusconi. Che si ritirò dall’avventura per ritorsione contro il mancato accordo, l’anno dopo, sulla successione a Giorgio Napolitano al Quirinale. Dove Renzi preferì mandare Sergio Mattarella, prelevandolo dalla riserva della Repubblica, dove si trovava come giudice costituzionale, piuttosto che un Massimo D’Alema o un Giuliano Amato sponsorizzati dal leader del centrodestra.

       Corre voce nei corridoi parlamentari che Conte abbia fatto gli scongiuri apprendendo della promessa di Renzi di appoggiarlo se davvero gli riuscisse di guadagnarsi la candidatura del campo largo a Palazzo Chigi. E poi anche, o soprattutto, di vincere le elezioni politiche.

Pubblicato sul Dubbio

I novant’anni mancati di Silvio Berlusconi ma festeggiati lo stesso

       I novant’anni mancati ma ugualmente festeggiati da familiari e amici hanno fornito a Claudio Velardi, direttore del Riformista e già collaboratore di Massimo D’Alema ai tempi di Palazzo Chigi, di distinguere fra berlusconiani e berlusconisti. Una distinzione un po’ anche autocritica.

Berlusconisti sarebbero inconsapevolmente tanti anche a sinistra, nonostante la contrapposizione politica a Berlusconi vissuta per più della trentina d’anni dell’impegno politico del fondatore di Forza Italia, quando egli era ancora l’uomo di Fininvest e del Milan ma divideva le sue simpatie fra la Dc di Arnaldo Forlani e il Psi di Bettino Craxi. E non immaginava di certo di poterne, anzi doverne un giorno ereditare lo spazio elettorale, una volta crollata, anzi ghigliottinata giudiziariamente la cosiddetta prima Repubblica.

       Perché “non tutti e non sempre berlusconiani, ma tutti berlusconisti”, come ha scritto Velardi con acutezza,  brillantezza  e immediatezza cui non sono arrivati professori e scienziati della politica intervistati in questi giorni su Berlusconi senza demonizzarne la memoria o addirittura condividendola, come il professore Giovanni Orsina.

       Per spiegare la differenza “sostanziale” fra berlusconiani e berlusconisti Velardi ha cominciato ricordando ciò che è mancato, o non è riuscito a Berlusconi senza tuttavia danneggiarlo: “Della rivoluzione liberale” da lui promessa all’Italia che amava “non è rimasto niente, molto per colpa sua”, ha scritto Velardi. Ma “del metodo è rimasto tutto. Il leader come marchio, il partito come azienda o fan club, la tv e poi i social come luogo del potere, l’elettore come pubblico. La politica ridotta a racconto. Il racconto ridotto a personaggio”. Che i suoi avversari hanno finito per imitare e inseguire mancando la durata e la consistenza del suo successo. A cominciare da Beppe Grillo che lo derideva come “psiconano” ed è stato sfrattato dalle sue cinque stelle dall’avvocato dei cavilli, come lui stesso chiama Giuseppe Conte.

       “Chi voleva batterlo -ha ricordato di Berlusconi il direttore del Riformista– invece di sfidarlo sulle riforme promesse e mai realizzate ha scelto il terreno dove lui era imbattibile, quello dello spettacolo, dell’invettiva, della demonizzazione”. E ancora: “Una parte dell’antiberlusconismo affidò persino ai tribunali ciò che non sapeva risolvere in politica finendo per rafforzare il racconto del perseguitato. Più di tutti la sinistra, che ha passato vent’anni a parlare di Berlusconi” -generalmente male, direi- “e trenta a imitarlo”. “Ognuno di noi- ha concluso Velardi- ne ha preso un pezzo senza pagare la tassa di successione e quasi sempre senza ammetterlo”. Anzi, senza accorgersene.

Il generale Vannacci spiaggia in Calabria. Il centrodestra al 51 per cento senza di lui

       Sceso a Reggio Calabria per soffiare al centrodestra, con un candidato di peso sottratto a Forza Italia, il seggio della Camera in palio in elezioni suppletive, o quanto meno per far vincere a dispetto il candidato della sinistra, e dimostrare di quanto lui con il suo Futuro nazionale potrebbe danneggiare a livello nazionale la coalizione guidata da una Giorgia Meloni troppo timida e moderata, il generale Roberto Vannacci ha mancato entrambi gli obbiettivi. E’ spiaggiato. Il suo candidato, l’ex capogruppo forzista alla regione Domenico Giannetta, ha perduto. A vincere con più del 51 per cento dei voti è stato il candidato del centrodestra Fabio Roscioli, il tesoriere di Forza Italia praticamente imposto da Marina Berlusconi al segretario del partito Antonio Tajani. Il candidato della sinistra Frank Benedetto si è fermato sotto il 37 per cento.

       Eppure il generale Vannacci ha gridato vittoria lo stesso avendo raccolto nella sua prima uscita elettorale quasi l’11 per cento: un risultato a doppia cifra che a livello nazionale potrebbe costare caro alla Meloni consentendo alla sinistra il sorpasso sul centrodestra pur mancato in Calabria, e di parecchio. Chi si contenta gode, dice un vecchio proverbio.

       Ma il dato più significativo delle elezioni suppletive nel collegio Reggio Calabria-Lodi è quel 22,43 per cento di affluenza alle urne. Che ha dimostrato quanto neppure un generale pieno di ambizioni, messosi in testa addirittura di fare della Calabria la sua Sassonia, dove l’estrema destra di Adf ha raccolto il 44 per cento dei voti in elezioni regionali col tasso di affluenza alle urne dell’80 per cento, possa cambiare le abitudini degli elettori. Un generale che fa fuggire dalle urne, come accade a qualsiasi partito nelle prove suppletive, non è un granché. E un generale minore. Del quale la Meloni non dovrebbe preoccuparsi più di tanto, anche se gli avversari di sinistra continueranno a pompare il generale per farle paura e indurla alla tentazione, che sarebbe suicida, di riassorbirlo accostando l’uscio del centrodestra, senza chiuderlo.  

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Giuseppe Conte a Radicofani, l’incubo di Elly Schlein al Nazareno

Pur informati a domicilio, direi, col sondaggio effettuato dall’Ipsos di Nando Pagnoncelli apposta per loro, al Corriere della Sera si sono accorti con comodo, in un rapporto di Antonio Polito con modesto richiamo in prima pagina col titolo generico sulla “sfida continua di Conte a Elly Schlein”, che si sono molto accorciate le distanze fra il Pd e il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte.

       Altro che il “doppio dei voti” vantato dai riformisti sabato scorso in un convegno a Prato per reclamare dalla segretaria del Nazareno maggiore forza nel rapporto con Conte, che le insidia la leadership del campo largo dell’alternativa. Si sono ridotti solo a cinque i punti di vantaggio del Pd, che viene sorpassato alla grande se si sommano i voti del partito di Conte a quelli della sinistra radicale dell’Avs di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni.

       Polito nel suo commento ha evocato, come si faceva con Bettino Craxi ai tempi del “pentapartito”, ma anche prima, la figura di Ghino di Tacco, per la cui postazione di Radicofani dovevano pagare pedaggio quelli che passavano diretti a Roma o a Siena.

La Dc di Ciriaco De Mita  subendo il rapporto “paritario” reclamato da Craxi per riprendere la collaborazione di centrosinistra interrotta dal suo predecessore Francesco De Martino alla segreteria del Psi, dovette cedere per quattro lunghi e scomodi anni Palazzo Chigi al leader socialista che sentiva troppo ingombrante. Conte, allo stesso livello elettorale ormai di Craxi nei migliori momenti del suo percorso politico ambisce anche a lui a Palazzo Chigi, dove peraltro è già stato guidando due governi e rivendicando perciò anche maggiore competenza rispetto alla Schlein. Che, ironia pesante della sorte, anzi pesantissima, deve agli elettori di Conte anche il suo arrivo alla segreteria del Pd, tre anni fa, in primarie “aperte”, anzi spalancate. Come quelle che Conte reclama, fra le proteste e la paura dei riformisti del Pd, per la designazione del candidato a Palazzo Chigi dello schieramento alternativo al centrodestra, quando e si si faranno dopo l’accordo programmatico chiesto dalla Schlein.

       Delle proteste dei riformisti Conte mostra di non curarsi, puntando sulla debolezza che essi stessi dimostrano, come hanno fatto a Prato, dissentendo dalla linea della segretaria del partito ma replicandone “la testardaggine unitaria” col rifiuto di una scissione. Ciò li rende in qualche modo prigionieri al Nazareno, dove Graziano Delrio, fra i maggiori esponenti della minoranza del Pd, ha appena avvertito non la “mucca nel corridoio” evocata a suo tempo da Pier Luigi Bersani pensando alla destra ma il fantasma di Palmiro Togliatti. Che nel Pci definiva e trattava da pidocchi i dissidenti usciti o tentati di uscire dalle allora Botteghe Oscure, di nome ma un po’ anche di fatto.

       In questo clima l’autunno del Pd rischia di essere caldo come certe stagioni sindacali negli anni della lontana e cosiddetta prima Repubblica.

Pubblicato sul Dubbio

Il generale Roberto Vannacci mette in fuga i calabresi dalle urne

       Sceso in Calabria per farne, almeno nel collegio Reggio-Locri, la sua Sassonia nelle elezioni suppletive per sostituire l’ex deputato di Forza Italia Francesco Cannizzaro, ora sindaco del capoluogo della regione, il generale Roberto Vannacci ha provocato la fuga dalle urne nella prima giornata di votazioni. L’affluenza è precipitata al 15 per cento. Potrà salire di ben poco nella mezza giornata residua del turno.

       Il candidato di Vannacci, e del suo Futuro Nazione, al seggio di Montecitorio è l’ex capogruppo di Forza Italia alla regione Domenico Giannetta. Il cui rivale più diretto non è il candidato della sinistra Frank Benedetto ma il candidato di Forza Italia e, più in generale, del centrodestra Fabio Roscioli, romano, tesoriere del partito azzurro e avvocato della famiglia Berlusconi. Che lo ha praticamente imposto al segretario del partito Antonio Tajani, arresosi nella speranza, o illusione, di ridurne il ruolo, come tesoriere, nella preparazione e presentazione delle liste dei candidati alle elezioni politiche nazionali dell’anno prossimo.

       Per quanto assurto a test di tenuta o di sconfitta del centrodestra insidiato dal generale Roberto Vannacci, appena salito all’8,8 per cento dei voti a livello nazionale in un sondaggio della Ipsos, o proprio per questo, l’elettorato del collegio Reggio Calabria-Locri ha reagito con una clamorosa indifferenza. Piuttosto che attirato, è fuggito dalle urne, ripeto, nonostante il chiasso di una campagna elettorale in cui il generale si sia preso e dato del “cornuto”, e sia ricorso anche alla contraffazione di una foto di una sottosegretaria del centrodestra sentitasi “denudata”,

       La diserzione elettorale basta e avanza da sola per non fare del pezzo di Calabria chiamato al voto la Sassonia sognata da Vagnacci, dove alle recenti elezioni stravinte dall’estrema destra Afd l’affluenza alle urne è stata dell’80 per cento.   

Se i riformisti rischiano di fare nel Pd la fine dei pidocchi

       Dalla vittoria preannunciata, anzi reclamata, dalla segretaria Elly Schlein concludendo la festa nazionalità dell’Unità pur assente dalle edicole al cambiamento chiesto ieri dai rifomisti del Pd a Prato, nell’assemblea di corrente, area e quant’altro.

Prescinde da tutto la vittoria che la Schlein vuole dare l’impressione di avere già in tasca nei pantaloni che preferisce alle gonne, consigliate invece alle donne da Antonio Tajiani, preferibilmente lunghe sotto il ginocchio. Prescinde anche dal programma comune che manca nel cosiddetto campo largo dell’alternativa, e dal candidato a Palazzo Chigi da definire in modi e con procedure anch’esse ancora da definire.

       Il cambiamento reclamato dai riformisti, come è emerso dagli interventi a Prato, non riguarda solo il governo da realizzare nella prossima legislatura, al posto di quello del primato di durata guidato dalla leader indiscussa del centrodestra Giorgia Meloni, ma anche il Pd. O prima ancora il Pd per dargli la credibilità necessaria alla vittoria e alla leadership dell’alternativa, non bastandogli, almeno agli occhi del potenziale alleato Giuseppe Conte, la maggiore consistenza elettorale nel campo largo. Che peraltro è in calo, essendo appena scesa sotto il 20 per cento nell’ultimo sondaggio di Ipsos.

       Il cambiamento che la segretaria si vanta di avere apportato al Pd con e dopo la sua elezione, avvenuta in primarie aperte, forse più ai non iscritti che agli iscritti, non è quello che si aspettavano e chiedono ancora i riformisti. Che più passano i giorni, più leggi non approvano i parlamentari del Pd, come quella per l’antisemitismo promossa dall’ex ministro ed ex capogruppo Graziano Delrio, fra i maggiori esponenti della loro area, più i riformisti si scoprono o si confermano minoranza nel partito. Lo stesso Delrio è stato raccontato dalle cronache e dai retroscena tentato dall’uscita, pure lui, dal partito. Dove, confermando disagio e paura, prima ancora di andare a Prato e di pronunciare il suo discorso egli aveva lanciato in una intervista al Corriere della Sera, mercoledì scorso, un pesante grido d’allarme.

       Interrogato proprio sulle ricorrenti voci di un suo abbandono del Nazareno, Delrio aveva detto, testualmente: “Sono rimasto nel Pd quando persino i segretari come Bersani e Renzi”, in verità ex segretari, “se ne andavano. Convinto che il Partito Democratico sia capace di rappresentare le speranze e le aspirazioni non di minoranze ma di una parte di famiglie, imprese e cittadini comuni che vogliono più giustizia e uguaglianza nella libertà. Un grande partito ha bisogno di una minoranza che aiuti a comprendere la complessità della società. Se qualcuno non la pensa così lo dica. Non sarebbe accettabile se la minoranza venisse vissuta come i famosi pidocchi nella criniera di togliattiana memoria”.

       La situazione all’interno del Pd, e nel rapporto col suo stesso elettorato, deve essere ben grave se Delrio avverte alle spalle della Schlein, e nonostante la presunta “freschezza” attribuitale anche da osservatori esterni come l’ex portavoce della Meloni e nuovo direttore dell’agenzia Dire Mario Sechi, il fantasma di Palmiro Togliatti. Che dava appunto dei pidocchi a chi dissidendo usciva dal Pci o era tentato di uscirne.

La tenuta della Meloni ridimensiona la crescita del generale Vannacci

       Più che una notizia, è un’illusione ottica quell’8.8 per cento, sicuramente vistoso appunto, attribuito al partito del generale Roberto Vannacci dal sondaggio Ipsos datato 24 settembre e illustrato oggi da Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera.

       Più di quella cifra, considerando il pompaggio della sinistra di cui il generale beneficia per i danni che può provocare al centrodestra, e le speranze che può conseguentemente  alimentare nel cosiddetto campo largo dell’alternativa, vale forse la tenuta del partito di Giorgia Meloni col suo 26,4 per cento, superiore sia pure di poco -lo 0,4- rispetto al risultato elettorale, non sondaggistico, di quattro anni fa. Non è dunque la premier ad essere la più minacciata dall’ascesa del generale di cui pure l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno preconizza l’arrivo a Palazzo Chigi. Ma non subito, entro una decina d’anni che in politica equivalgono a più di una stagione, visto che la durata di una legislatura è di cinque.

       I danni maggiori Vannacci li sta procurando alla Lega, dove Matteo Salvini se lo portò imprudentemente con i gradi politici di vice segretario. E ora ne subisce i danni, scendendo al minimo storico del partito post-bossiano: 4,7 per cento. Trenta punti in meno del 34 dove Salvini era riuscito a salire nel 2019 facendo il vice presidente del Consiglio nel primo governo di Giuseppe Conte. E perdendo la testa con l’apertura di una crisi senza mettere nel conto le disinvolture del premier, pronto a cambiare maggioranza, e quelle del Pd di Nicola Zingaretti spinto da Matteo Renzi, disinvolto pure lui, a soccorrere il premier dimissionario.

       Meno forte ma ugualmente visibile è nel sondaggio di Ipsos il calo di Forza Italia di Antonio Tajani. Che si era proposto di portare il partito azzurro del compianto Silvio Berlusconi al 20 per cento dei voti e se lo ritrova adesso al solo 7,3 per cento sondaggistico, inferiore di quasi un punto all’8,1 delle elezioni politiche di quattro anni fa.

       Temo tuttavia che non sia il generale Vannacci il responsabile del calo di Forza Italia, anche se qualcosa e qualcuno il leader dell’estrema destra è riuscito a portar via a Tajani, come a Reggio Calabria dove si voterà domani per un turno elettorale suppletivo su cui il generale -sempre lui- ha scommesso come sulla sua Sassonia. Che è la regione tedesca del recente successo dell’Afd.

       Piuttosto che Vannacci, a fare soffrire ora anche elettoralmente Tajani sono i figli, altri eredi e simili del fondatore del partito. Che ha finito di essere monolitico e si guadagna cronache e retroscena di una compagnia che mai Berlusconi avrebbe permesso di fare diventare. La buonanima si sta forse consolando con l’intestazione dell’aeroporto di Malpensa.   

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