Il ballottaggio della discordia nella legge elettorale al Senato

A dispetto delle apparenze, che spesso finiscono purtroppo per sostituire la realtà e condizionare l’esito di partite importanti, come fu il referendum demolitore della riforma costituzionale della magistratura con la separazione delle carriere ed altro, il presidente del Senato Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato sostituendo la prima in caso di impedimento, non sta forzando il suo ruolo occupandosi -peraltro alla luce del sole- della legge elettorale già approvata alla Camera e destinata a tornarvi.

       Il presidente La Russa fa il suo mestiere di facilitatore delle convergenze più larghe possibili nella definizione delle regole del gioco elettorale. Credo che neppure il Capo dello Stato Sergio Mattarella se ne stia disinteressando nell’attività di persuasione attribuitagli nello spirito della Costituzione dai padri fondatori della Repubblica. Un’attività prevalentemente discreta, sotto traccia, ma a volte anche esplicita, non sommersa ma galleggiante. Se questa volta non è finita sulle prime pagine dei giornali, con le locuzioni delle notizie “di buona fonte”, o allusioni in qualche discorso, è forse perché Mattarella ha preferito o comunque voluto accreditare gli sforzi unitari di La Russa. Col quale egli ha rapporti personali eccellenti, anche questi contro le apparenze preferite o create dai cultori delle contrapposizioni irriducibili e delle demonizzazioni degli avversari.

       Già sforzatosi di rallentare il percorso della riforma elettorale al Senato, dove la maggioranza avrebbe voluto chiudere il secondo tempo della partita già in estate, La Russa è inciampato, diciamo così, nella solita abitudine della sinistra, già avvertita nello scontro referendario sulla riforma della magistratura, di cambiare posizione quando non la ritiene più conveniente, o solo perché essa ha convinto una controparte ritenuta capace di avvantaggiarsene troppo.

       Nel referendum sulla magistratura ciò è accaduto con la separazione delle carriere fra toghe requirenti e giudicanti, sostenuta da fior di giuristi e politici di sinistra, per esempio nella commissione bicamerale per le riforme costituzionali presieduta da Massimo D’Alema col consenso di Silvio Berlusconi, ma contestata come un’aggressione alle toghe quando è stata proposta dal centrodestra.  La sinistra che io chiamerei reversibile, delle retromarce facili e improvvise, della memoria corta, si è inventata persino un clima internazionale, anzi mondiale di autoritarismo imposto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, prolungando le guerre in corso mentre venne eletto e provocandone altre al servizio di ambizioni forse più personali che americane, per sostenere che la Meloni in Italia voleva scimmiottarlo nella partita contro i magistrati. Lo hanno sostenuto peraltro fuori dal Parlamento il guru del Pd, o qualcosa del genere, Goffredo Bettini, smettendo di rifarsi al padre avvocato che gli aveva insegnato una certa diffidenza verso magistrati provvisti di troppo potere, e in Parlamento, al Senato, l’ex premier Mario Monti.

       Questa volta, nel fuoco delle polemiche e dei sospetti sulla riforma elettorale, l’ennesima e sicuramente non ultima per l’improvvida decisione dei costituenti di non vincolare anche questa materia alla disciplina della doppia lettura e delle maggioranze qualificate; questa volta, dicevo, nel fuoco delle polemiche e dei sospetti è caduto il ballottaggio per assegnare, al di sotto di certi livelli, il premio di maggioranza alla coalizione più votata. Un ballottaggio che l’ex presidente del Senato Marcello Pera, transitato dai forzisti di Berlusconi ai  fratelli d’Italia della Meloni, aveva già sostenuto nel centrodestra rimanendo praticamente isolato, e si sta togliendo adesso la soddisfazione politica e umana di vedere condiviso dal o nel suo schieramento. Un ballottaggio, sull’altro versante, che il costituzionalista Stefano Ceccanti ha a lungo sostenuto con molti colleghi di dottrina e di partito, il Pd, per la capacità attribuitagli di neutralizzare le punte estreme degli schieramenti, o non lasciarsene condizionare, ed ora si trova a difendere quasi da solo a sinistra.

       La donna è mobile nel Rigoletto di Giuseppe Verdi. La sinistra, ma a volte, all’occorrenza, anche la destra nell’opera per niente lirica della politica: la destra leghista, per esempio, insorta anch’essa contro il ballottaggio. 

Pubblicato siul Dubbio

Contestato alla Meloni il prezzo della longevità record del suo governo

       Il Pd della Schlein è riuscito a tentare nell’Unione Europea, per guastare alla premier Giorgia Meloni  la festa, domani, della maggiore longevità del suo governo rispetto a tutti gli altri che l’hanno preceduta nella storia della Repubblica, l’invio di una missione ispettiva sullo stato della democrazia. E un po’ anche della salute, visto che i guastafeste addebitano alla Meloni e al suo governo più galleggiante che operativo la causa dei prezzi aumentati dappertutto: dalle bollette del gas e della luce alla benzina, dalle melanzane ai pomodori, dalle mele alle pere.

       Il modello della Meloni sarebbe la buonanima di Giulio Andreotti, che difese uno dei suoi governi contestato dal segretario della Dc Ciriaco De Mita per la pratica dei rinvii, rivendicando il diritto e il merito di tirare a campare piuttosto che tirare le cuoia.

       Persino gli inconvenienti di questa estate torrida, fra caldo opprimente e temporali, sono stati addebitati al governo per non avere affrontato adeguatamente i problemi climatici e ambientali, prevedendo calura e grandine. E per fortuna siamo in Italia, non nel Nepal.

La sinistra autolesionista non si lascia scappare mai nulla….

       Nella pratica dell’autolesionismo, se non addirittura nella vocazione, la sinistra non si è fatta mancare neppure la rinuncia a condividere l’ispezione ordinata dal ministro della Giustizia Carlo Nordio a Torino. Dove una giudice -ripeto, una, cioè donna- ha rimesso in libertà dopo due giorni di carcere un bengladese ripreso anche dalle telecamere del minimarket dove lavora a molestare una tredicenne dopo una quarantenne.

       Soddisfatta del suo “dispiacere” e della promessa di non farlo più, la giudice ha ritenuto che l’imputato possa aspettare libero, obbligato solo alla firma in commissariato, il processo. Nei soliti tempi naturalmente della giustizia italiana.

 D’accordo, la custodia cosiddetta cautelare, prima del processo, non va scambiata per un anticipo della pena, come insegnano all’Università. Ma c’è modo e modo di praticare questo principio. Farlo in 48 ore è una sfida al buon senso. Un “allarme sociale” giustamente avvertito e denunciato dal Guardasigilli, sostenuto solo dalla sua maggioranza, a cominciare dalla premier Giorgia Meloni.

       Il Pd di Elly Schlein si è lasciato scavalcare persino dal Movimento 5 Stelle presieduto dal suo concorrente a Palazzo Chigi Giuseppe Conte. Dove hanno avvertito almeno il pudore di esprimere “rispetto” per l’ispezione ministeriale al tribunale di Torino disposta da Nordio nel legittimo esercizio delle sue prerogative.

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Dario Franceschini rivela e racconta il suo Parkinson

       Sul piano dell’informazione politica la notizia, data peraltro da lui stesso in una lunga intervista a Fabrizio Roncone, del Corriere della Sera, non è il Parkinson di cui soffre Dario Franceschini, artefice di tutte o quasi le maggioranze e segreterie succedutesi nel Pd. La notizia sta nei sei anni trascorsi dalla diagnosi, nei quali è rimasta praticamente segreta, nonostante l’interesse che avrebbero potuto avere i suoi concorrenti o avversari nel partito a rivelarla per riduree il peso dell’esponente piddino.

       Di Franceschini, 67 anni, due matrimoni, tre figlie, romanziere di un certo successo, già ministro, vice segretario e segretario nel Pd diviso in questa estate declinante sulle primarie reclamate da Giuseppe Conte per indicare il candidato a Palazzo Chigi del cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra, si è parlato e scritto a tratti anche come di un possibile successore di Sergio Mattarella al Quirinale in caso di vittoria del centrosinistra, o di pareggio e di trattative bipartisan nella nuova legislatura per la definizione degli equilibri al vertice delle istituzioni.

       La notizia del Parkinson dissolve le prospettive quirinalizie. E rende praticamente nudo, come un re, uno fra i maggiori esponenti del Pd. Le cui idee, proposte, preoccupazioni e quant’altro acquistano però di autorevolezza perché prive, a questo punto, di ogni sospetto di interessi personali da perseguire, di ambizioni da coltivare nell’ombra.

       Sotto questo aspetto, umano e politico insieme, Franceschini si è meritato gli apprezzamenti rivoltigli da sinistra a destra. Da sinistra con un commento di Goffredo Bettini, da destra con la condivisione degli elogi di Bettini da parte di Francesco Storace.

       Quella azionata da Franceschini con la notizia del suo Parkinson e col racconto del modo col quale gestisce la sua malattia senza ridurre il proprio impegno è una rivalutazione della politica. Doppiamente lodevole e apprezzabile mentre se ne abusa con polemiche sull’affare Lavitola-Ranucci. Che nuoce sia alla politica, appunto, sia al giornalismo che la scimmiotta. Grazie, Franceschini. Grazie di cuore.

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Neppure l’intelligenza artificiale svelerà i misteri del delitto Moro

D’accordo con Carmen Lasorella nella conclusione, sul Dubbio, del suo reportage sulla tragica vicenda, anche per la Repubblica, della vicenda di Aldo Moro. “Un gioco troppo grande per le brigate rosse” che se lo erano orgogliosamente ed esclusivamente intestatotacendo degli aiuti non sempre inconsapevolmente avuti dalle controparti nazionali e internazionali. Aiuti che, se ammessi o rivelati, avrebbero sgonfiato l’immagine della “geometrica potenza di fuoco”, reale o metaforico, attribuita ai terroristi già la mattina del 16 marzo 1978, nella via Fani di Roma disseminata di bossoli e di morti, in mezzo ai quali Moro fu prelevato dai sequestratori intimando loro di togliergli “le mani di dosso”, come riferì una signora che lo aveva visto e sentito imprudentemente affacciata a una finestra di casa. Mani -le stesse o di altri aguzzini della stessa associazione terroristica- che 55 giorni dopo si sarebbero passata l’arma per sparargli non al cuore, procurandogli una morte istantanea, ma attorno ad esso per rendergli l’agonia più lunga e dolorosa. Più che una dimostrazione di ferocia, coerente con la “mattanza” di via Fani lamentata da una sciagurata che vi aveva partecipato, una vendetta contro l’ostaggio dal quale si era attesa una maggiore capacità di rompere la Dc, il governo e lo Stato, sino a piegarli ad una trattativa vera, come fra delegazioni di belligeranti, e non subdola e sotterranea come quella che si era svolta, parallelamente forse a quella tentazione avuta dal presidente della Repubblica Giovanni Leone di graziare di sua spontaneità, sfidando il partito trasversale e maggioritario della fermezza, una terrorista compresa nell’elenco dei 13 detenuti da scambiare col presidente democristiano. Una terrorista, Paola Besuschio, scelta forse anche per essere  stata la prima fidanzata di Mario Moretti, il capo dell’operazione del sequestro.

       Di quella tentazione avuta quanto meno per cercare di dividere, o di dividere ancora di più i vertici delle brigate rosse, per quanto non realizzatasi, Leone pagò rapidamente il conto con le dimissioni impostegli dal Pci e dal suo stesso partito quando mancavano soli sei mesi alla scadenza del mandato. Una destituzione simbolica, e anche minacciosa contro chiunque avesse osato ostinarsi nella ricerca della verità continuando a contestare, o contestando ancora di più la linea della fermezza imposta dal Pci per non essere delegittimato come forza di governo dall’”album di famiglia” impietosamente sfogliato da Rossana Rossanda sul manifesto, subìta dal governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti appena riformatosi e fiduciato dai comunisti per non cadere, e dalla Dc nella speranza di potervisi poi sottrarre per qualche miracolo, o accidente. Tragicamente mancati.

       Il carattere dissuasivo delle dimissioni imposte a Leone, rassegnatosi alla rinuncia anche sotto la minaccia di essere trascinato nello scandalo della Lookeed, dove il suo nome si era giù affacciato, funzionò a tal punto nella Dc che solo dopo una cinquantina d’anni si stanno raccogliendo voci su un clamoroso libro in uscita sulle paure e sulla rassegnazione, non sul coraggio della direzione democristiana convocata per il giorno in cui i terroristi ne precedettero eventuali cedimenti ammazzando Moro all’alba. Di più sul quel libro e sul suo autore non posso dirvi ma vedrete e sentirete il rumore che farà, magari nel 49.mo anniversario della tragedia.

       Non so se via sia più ironia o sarcasmo nella fiducia risosta da Carmen Lasorella nella intelligenza artificiale per venire a capo dei tanti aspetti misteriosi e ambigui, a dir poco, del sequestro e dell’assassinio di Moro, ucciso in tempo peraltro per non essere eletto al Quirinale, dove un po’ tutti i partiti erano decisi o rassegnati a mandarlo alla scadenza ordinaria del mandato di Leone. Che gli avrebbe ben volentieri passato le consegne liberandosi del peso, o imbarazzo, in cui si era trovato nel 1971 salendo sul colle più alto di Roma al posto dell’amico troppo temuto allora dal suo partito. Dove molti ritenevano di essersene appena liberati dopo quasi cinque anni ininterrotti a Palazzo Chigi, fra il 1963 e il 1968, a Palazzo Chigi: troppi per le abitudini delle correnti. Che potettero contare, nel contrastarlo sulla strada del Quirinale, su alleati come il Partito Repubblicano di Ugo La Malfa, non ancora convinto della “ineluttabilità” -avrebbe detto- di un’intesa fra la Dc e il Pci. Temo, in questo ginepraio, che Carmen pretenda troppo dall’intelligenza artificiale.

Pubblicato sul Dubbio

Il veleno anti-dc di Caselli nella difesa della memoria di Falcone

       Anche Gian Carlo Caselli, intervistato dalla Stampa, ha voluto intervenire a favore del compianto Giovanni Falcone riproposto alla pubblica gogna dal Fatto Quotidiano per avere “servito” un governo presieduto dall’uomo della Dc, Giulio Andreotti, più chiacchierato nei rapporti con la mafia. Che gli sarebbero stati contestati giudiziariamente dallo stesso Caselli, sconfitto con l’assoluzione finale dell’ormai ex presidente del Consiglio ma convinto di avere vinto lo stesso per la prescrizione adottata alle contestazioni relative a un certo periodo di tempo.

       L’intervento di Caselli a favore di Falcone, per la cui promozione all’ufficio istruzione di Palermo nella notte del 19 gennaio 1988 egli votò lodevolmente in dissenso dalla sua corrente di sinistra Magistratura democratica, ha tuttavia un po’ di veleno quasi nella coda. E’ quello dedicato alla ormai compianta Democrazia Cristiana, rappresentata in quella occasione nel Consiglio Superiore della Magistratura da tre esponenti di cui uno votò a favore di Falcone, uno contro preferendo per motivi di anzianità Antonino Meli e uno astenuto. “Il gioco delle tre carte”, ha detto Caselli. m

       Nessuna parola ha speso l’ex magistrato a favore del Psi, la cui consigliera Fernanda Contri votò a favore anche lei di Falcone, che sarebbe poi diventato collaboratore e amico del socialista, pure lui, Claudio Martelli alla direzione generale degli affari penali del Ministero della Giustizia.

       Nessuna parola di Caselli neppure per il Pci, dei cui esponenti al Consiglio Superiore solo Massimo Brutti votò a favore di Falcone lamentando, fra l’altro, la “instabilità caratteriale” del pur più anziano Meli. Un altro, Carlo Smuraglia, volle addirittura proteggere dai rischi della nomina Falcone “già costretto dal suo impegno a grandi sacrifici e a rinunce alla propria vita privata”. Che infatti, per quanto Falcone non fosse stato nominato consigliere istruttore e avesse preferito poi trasferire la sua lotta alla mafia da Palermo a Roma collaborando con Andreotti e Martelli, fu stroncata nel 1992 a Capaci.

  Va bene contare le carte della Dc, ma perché non anche quelle del Pci? Non si attende naturalmente risposta.

Ripreso da http://www.startmag.it

La Ranucceide in onda a reti e giornali unificati……

       “Io non escludo niente”, ha risposto l’ormai ex conduttore di Report Sigfrido Ranucci, a chi gli ha chiesto di un suo “futuro in politica”. Il problema di Ranucci, e dei suoi rapporti con l’amico Valter Lavitola, tuttora trattenuto in carcere per l’attentato d’autunno commissionato contro di lui per farne crescere la protezione e la notorietà, è di sapere se non esclude un suo futuro politico ora che mi sembra francamente compromesso, o non lo escludesse anche prima, quando proprio Lavitola cercava di procurarglielo, non credo proprio a sua insaputa, predisponendo un sondaggio italiano sull’onda di un altro addirittura americano e riservatissimo. E chiedendo di collaborarvi a Stefano Cappellini, destinato a diventare dopo qualche mese, direttore di Repubblica, e all’ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli, entrambi frequentatori quasi familiari del ristorante di pesce dello stesso Lavitola. Dove Mieli, pigrissimo evidentemente a tavola, si faceva servire le vongole già sgusciate fra gli spaghetti e poteva contare sul ritorno a casa fornitogli dal ristoratore in persona alla guida della propria auto.

       Come vado sostenendo quasi da solo, incredibilmente, in questa modestissima postazione professionale, il problema della consapevolezza, condivisione e altro di Ranucci rispetto ai progetti politici dell’amico è importante, per quanto neppure adombrato curiosamente dai dirigenti della Rai nelle motivazioni della loro decisione di rimuoverlo dalla conduzione di Report. Che, se condizionata nei mesi passati non dalla “vanità” rimproveratagli oggi da Vauro in una intervista assai critica al Corriere della Sera, ma dalle ambizioni politiche, sarebbe una motivazione della rimozione non scalfibile neppure dal magistrato più indulgente e meglio predisposto verso il giornalista. Una condizione a fin di carriera politica in un’azienda televisiva del cosiddetto “servizio pubblico” sarebbe stata e sarebbe una bestemmia in Chiesa.

       Bestemmia per bestemmia, diciamo così, segnalo quella di Giorgio Mottola, un inviato di Report pronto ad incontrare Ranucci per dargli del “fesso e poi abbracciarlo”, che ha definito la rimozione del conduttore, parlandone al Corriere della Sera, “un colpo di Stato”. Che deve essere messo davvero male se lo si ritiene in pericolo o addirittura già abbattuto per la non inedita vicenda di un conduttore televisivo entrato in rotta di collisione con la gestione di turno dell’azienda pubblica.  Qui si è persa la misura di ogni cosa, pur in persone che dovrebbero averla in quantità speciale nella loro vantata specialità investigativa.

Ripreso da http://www.startmag.it il 31 agosto

La fronda, ormai, della Repubblica di carta contro la Schlein e Conte

       La Repubblica, quella di carta ora posseduta dall’armatore greco Theo Kyriakou, ha ormai assunto nel campo della sinistra alternativa al centrodestra, più o meno o largo che sia davvero, la guida  mediatica dell’opposizione all’”imbroglio”, come lo ha chiamato Francesco Piccolo, costituito dall’accordo di fatto fra la segretaria del Pd Elly Schlein e il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte di dare formalmente la precedenza al programma rispetto alle primarie per la scelta del candidato alla guida della coalizione. Formalmente, ripeto, perché in realtà entrambi sanno bene che un programma comune è difficile, se non impossibile, per cui sarà il vincitore delle primarie a definirlo, rappresentarlo e realizzarlo nelle parti più scabrose, come ha rivendicato esplicitamente, sia pure da solo, con un dissenso solo apparente della Schlein, l’ex premier Conte parlando, per esempio, del tipo di appoggio da continuare a dare all’Ucraina o del riarmo europeo conseguente alla minaccia ormai costituita dalla Russia. Una Russia il cui capo Putin – o zar nella percezione generale- intrattiene rapporti personali col presidente americano Trump  insofferente, quanto meno, nei riguardi dell’Ucraina sostenuta invece con forza dal predecessore alla Casa Bianca Joe Biden.

       Dopo l’”imbroglio”, ripeto, lamentato e denunciato da Francesco Piccolo è arrivato sulla Repubblica l’invito di Michele Serra ai due aspiranti alla guida del centrosinistra a mettere da parte le “ambizioni personali” e a cercare con i loro partiti, e altri disposti all’alleanza, un accordo sul programma vero, vincolante permettendo agli elettori di giudicarlo. Insomma, come Francesco Piccolo neppure Michele Serra, un intellettuale già prodigatosi nell’organizzazione di raduni della sinistra  e nella loro conduzione, si fida né di Conte né della Schlein, che gli va appresso cercando di apparire come una che gli resiste. Ma non tanto da compromettere l’unità che si vanta di perseguire “testardamente”.

       “Mettersi a testa bassa” a cercare davvero un accordo completo su di “un programma di dignità repubblicana e di sollievo sociale, lasciando da parte le ambizioni personali sarebbe una prova di umiltà molto apprezzabile”, ha concluso Serra il suo intervento senza mettere -temo- in imbarazzo la segretaria del Pd e il presidente delle 5 Stelle. Che continueranno, temo ancora per le loro parti politiche, a seguire un percorso su cui forse conta maggiormente il centrodestra, pur con i suoi rilevanti problemi interni, per vincere le “secondarie”, come ironicamente vengono chiamate le elezioni generali che arrivano dopo le primarie di schieramento.

Rimosso da Report, Ranucci abusa della solidarietà ricevuta

       Anche senza condividerla si potrebbe capire con molto buona volontà la solidarietà politica e professionale ottenuta da Sigfrido Ranucci dopo essere stato rimosso dalla conduzione televisiva di Report alla Rai. Forse sarebbe bastata la sospensione in attesa della conclusione delle indagini che lo coinvolgono, non solo come parte lesa, sulla vicenda dell’attentato fattogli fare dall’amico Walter Lavitola nell’autunno scorso per aumentarne protezione, notorietà e persino la scalata a Palazzo Chigi nel campo largo dell’alternativa al centrodestra. Sospensione sua e anche di Report, che non penso avrebbe procurato chissà quali e quanti danni all’azienda pubblica.

       Ma Ranucci ha gravemente, come al solito, abusato della solidarietà ottenuta insultando i due colleghi scelti dalla Rai, per sostituirlo in una condizione doppia, fra i migliori selezionati dalla scuola di giornalismo dell’azienda. Di loro non faccio neppure i nomi, in questo mio modesto spazio professionale, per non partecipare alla gogna procurata dai giudizi di Ranucci e dei colleghi in rivolta nella sua ex redazione, delusi dalla mancanza di una soluzione interna.

  Dall’alto del trono o della cattedra su cui si è messo da solo –  paragonandosi adesso anche al povero dottorando Giulio Regeni assassinato al Cairo dieci anni fa, solo perché gli era stata offerta, fra l’altro, la corrispondenza dalla capitale egiziana-  Ranucci ha detto dei due colleghi prescelti che “mortificano professionalità che hanno fatto la storia” del suo Report, e forse più in generale del giornalismo investigativo della Rai. Due colleghi scelti a dispetto della “meritocrazia”.

       I due giornalisti insultati avrebbero il sacrosanto diritto di querelare Ranucci per diffamazione. E meriterebbero una solidarietà maggiore di quella strappata da Ranucci a politici e colleghi nella pur scomposta reazione alle sue difficoltà e disavventure professionali. Viene voglia di staccare la spina da questa vicenda per il rispetto del mestiere.  

Ripreso da http://www.startmag.it

Francesco Piccolo protesta contro “l’imbroglio” del centrosinistra e delle primarie

Fresco, col caldo che fa, del secondo, meritatissimo premio Strega per il suo “desiderio di essere come tutti”, insospettabile per la sua cultura e militanza di sinistra, Francesco Piccolo ha scritto sull’altrettanto insospettabile Repubblica una denuncia condividibilissima dell’”imbroglio” che si è in qualche modo imposto il centrosinistra, come lui preferisce chiamare il campo largo comunemente adottato dal dibattito politico. Imbroglio che lo schieramento dichiaratamente alternativo al centrodestro ha voluto e vuole, e riuscirà ad imporre ai suoi elettori. Anche a Piccolo che lo confessa tra le righe ma chiede solo che gli venga risparmiato almeno l’altro imbroglio -o l’imbroglio nell’imbroglio, come in una matrioska- delle primarie per la scelta di un leader, candidato alla guida del futuro governo. Un leader che non potrà essere davvero tale perché divisivo in uno schieramento senza una vera unità, per quanto testardamente perseguita dalla segretaria del principale partito dello schieramento, Elly Schlein. La quale (detto tra una parentesi mia, non di Piccolo) è già stata messa nell’angolo dal concorrente Giuseppe Conte, a dispetto del diverso avviso espresso ottimisticamente da Goffredo Bettini, come espressione o frutto della cultura woke, con i diritti civili preferiti a quelli sociali.

       L’imbroglio principale del centrosinistra, nel quale ne sono maturati altri come le primarie, sta nel fatto che tanto il Pd quanto il Movimento 5 Stelle, i due maggiori partiti della presunta coalizione, “stanno rimandando qualsiasi decisione perché fanno finta che ci siano delle strategie, degli accordi, dei ragionamenti che noi non capiamo”, ma di cui “dobbiamo fidarci”.  Perfetto, non per niente scritto da uno che raccoglie premi letterari.

       Le primarie, reclamate non a caso da Conte dopo la sconfitta del governo nel referendum sulla riforma costituzionale della magistratura e concesse dal Pd pur tra borbottii e paure, sono “l’unica strada -ha scritto  Piccolo-  che permette non soltanto di conservare le differenze e i disaccordi, ma di renderli più evidenti”, a vantaggio elettorale -anche se Piccolo si è voluto risparmiare di scriverlo- di un centrodestra pur esso diviso, per carità, su molti problemi, a cominciare dalla politica estera e di difesa per finire con i rapporti da mantenere o da rompere col generale Roberto Vannacci, ma avvantaggiato da una leadership forte e riconosciuta come quella della premier in carica. Che è prossima, di qualche giorno soltanto, al primato di longevità a Palazzo Chigi. Da dove potrebbe persino capitarle -l’ossessione degli avversari- di trasferirsi al Quirinale alla scadenza, nel 2029, del secondo mandato del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che potrebbe riceverla sul colle più alto di Roma con la stessa cordialità e fiducia dimostrate da Mario Draghi quando le passò le consegne alla Presidenza del Consiglio dopo la vittoria elettorale del 2022.

       Per le primarie del centrosinistra senza un accordo serio e vincolante sul programma, che non si presti a forzature o violazioni, già riservatesi  da Conte sugli aiuti, per esempio, all’Ucraina sotto aggressione e invasione russa, Piccolo ha suggerito la ricerca almeno di un terzo nome rispetto allo stesso Conte e alla Schlein, condiviso da tutti. “Io non dirò -ha scritto Piccolo- che ho in mente almeno quattro o cinque nomi perché temo che dopo poche ore dall’uscita di questo articolo mi chiamerebbero i capi dei due partiti supplicandomi di dirglieli perché a loro non viene in mente che se stessi”. Rovinosamente se stessi, allontanando più che avvicinando elettori, spingendoli magari verso il bacino già maggioritario dell’astensionismo.

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