Pur in barca piuttosto che nel suo ufficio romano- chiamiamola barca la nave di 117 metri di lunghezza, non so di quanti piani, dove lavorano in una sessantina fra equipaggio e domestici per navigare sostare e servire gli ospiti- l’ambasciatore americano Tilman Fertitta ce la sta mettendo tutta per ricucire lo strappo consumatosi fra il presidente Donald Trump e la premier italiana Giorgia Meloni. Anzi, gli strappi prima nel giudizio sul Papa statunitense regnante, apprezzato devotamente dalla Meloni e criticato pesantemente da Trump, e poi sulla guerra all’Iran in cui ha finito per impantanarsi l’inquilino della Casa Bianca.
Fertitta concede interviste abbondanti, come quella all’inviato della Stampa Domenico Agasso a Genova, salito a bordo dell’ambasciata galleggiante degli Stati Uniti, del valore approssimativo di 450 milioni di dollari, stracolma di elogio per l’Italia, e il suo governo. La cui “posizione nel Mediterraneo, così vicina al Medio Oriente e all’Africa, rende la sua dimensione marittima estremamente strategica non solo per Roma, ma per tutti gli alleati e la Nato”.
“La relazione tra Stati Uniti e Italia- ha detto il diplomatico e imprenditore americano- è forte come non mai”, anche nella gestione delle basi Usa nella penisola, per quanto Trump abbia avuto da ridire sull’autorizzazione negata dalla premier in persona all’uso di quella di Sigonella per i bombardieri destinati a colpire l’Iran. Trump -ha spiegato Fertitta- si aspettava di più dalla Meloni non perché la premier avesse promesso troppo, come sostengono le opposizioni immaginando chissà quali e quanti accordi sottobanco traditi a Roma, ma per la fiducia riposta anche emotivamente su di lei, considerata “non solo la guida dell’Italia ma una leader di statura mondiale”. “Quando ci si aspetta molto da qualcuno, è naturale che ci possa essere qualche confronto più acceso”, ha detto Fortitta, sui problemi o sulle circostanze critiche.
Ora, se mai fosse apparsa compromessa da scontri consumatisi a distanza fra Trump e Meloni, con scambi di parole e apprezzamenti più da avversari che da alleati, “l’intesa con la premier Meloni e il governo è straordinaria”, tanto da potere scommettere di “riequilibrare il deficit commerciale e rafforzare la collaborazione su ogni fronte: difesa, intelligence, forze dell’ordine e cultura”.
Tutto a posto, quindi, fra Stati Uniti e Italia, e fra Trump e Meloni sul piano personale? Tutto a posto valutando anche lo stato di pericolo in cui la guerra trumpiana per nulla conclusa in Iran ha messo anche i paesi europei minacciati di ritorsione per i loro rapporti con gli Stati Uniti? Non ne sarei così convinto, anche se le opposizioni per continuare a tenere sotto tiro la Meloni e il governo tendono ad accreditare analisi e previsioni ottimistiche di Fortitta.
L’autorevolissimo Financial Times ha appena raccolto in ambienti politici e mediatici del centrodestra non confondibili con l’estremismo del generale Roberto Vannacci, la sensazione di una permanente criticità, ormai, nei rapporti fra Roma e Washington. Mario Sechi, l’ex portavoce della Meloni a Palazzo Chigi, prima che assumesse la direzione del giornale Libero interrotta bruscamente, a dir poco, dall’editore Angelucci, ha detto che è ancora un “problema” per la Casa Bianca il rapporto con l’Italia. Un problema dopo “la decisione unilaterale di Washington di attaccare senza consultare i partner più colpiti come l’Italia”. Una decisione, quella della Casa Bianca, che “ha seriamente compromesso le relazioni”, per quanto possano essere considerate “straordinarie” dall’ambasciatore Fertitta. “Se vuoi degli alleati -ha detto Sechi- devi parlare con gli alleati”, possibilmente senza scambiarli per subordinati e addirittura minacciarli.
Pubblicato sul Dubbio