Il Conte di Palazzo Chigi è sceso dal pero del distacco e dell’ottimismo

            Costretto da quelle che lui stesso definisce “tensioni politiche nella maggioranza” a scendere un po’ dal pero del distacco e dell’ottimismo su cui si era appollaiato, prima di meritarsi l’impietosa vignetta di Emilio Giannelli che lo rappresenta sulla prima pagina del Corriere della Sera minacciato dalle acque sulla poltrona semissomersa di Palazzo Chigi, il presidente del Consiglio si è deciso a mandare un monito ai partiti di governo. E, più in particolare, pur non nominandoli, ai due vice -il grillino Luigi Di Maio e il leghista Matteo Salvini- di cui egli è spesso apparso agli osservatori più severi come “il loro sottosegretario”.

            Se si continua di questo passo, fornendo peraltro “pretesti allo spread”, e anche alle agenzie di rating che hanno cominciato con Moody’s a declassare il già ingente debito pubblico , invogliando i mercati a liberarsi dei titoli di Stato italiani e non certo ad acquistarne di nuovi, “si perdono anche i consensi” nelle urne. Che comunque vanno inseguiti non dimenticando “la responsabilità verso il Paese”, ha avvertito Giuseppe Conte in  una intervista rilasciata al Corriere in vista del Consiglio dei Ministri, convocato in tutta fretta allo scopo di chiudere il pasticcio del decreto legge sul condono fiscale, manipolato secondo Di Maio a tal punto da poter finire alla Procura della Repubblica di Roma.  

            Gazzetta.jpgDel testo di quel decreto, nella parte dello scudo penale contestato da Di Maio,  il presidente del Consiglio ha riconosciuto un po’ il carattere quanto meno improvvisato, ricavato da “qualche foglietto” pervenutogli all’ultimo momento sugli accordi precedentemente raggiunti  in sede politica. “Ora -ha annunciato Conte anticipando lo svolgimento della nuova riunione del governo raccomandatagli dietro le quinte anche dal presidente della Repubblica- ristudierò bene ogni articolo, lo inquadrerò politicamente e lo riproporrò ai ministri perché trovino un compromesso”. Murale jpg.jpgChe chiuda l’incidente fra Di Maio e Salvini, scambiatisi a distanza un po’ di insulti: fesso, bugiardo, incompetente e via scudisciandosi. Sono decisamente lontani i giorni del murale di Piazza Capranica, a Roma, dove i due impegnati nelle trattative di governo si baciavano.

            Il “compromesso” dice comunque da solo come sia destinata a chiudersi la vicenda: con una toppa, di cui si valuterà consistenza ed effetti sulla tenuta della maggioranza  solo in seguito, lungo l’accidentato percorso della manovra finanziaria e del bilancio in Parlamento e della rovente campagna elettorale che si può considerare già in corso per il voto europeo della primavera dell’anno prossimo.

            Altre prove quindi aspettano il presidente del Consiglio, fra le ansie anche del suo vecchio amico e maestro Guido Alpa, che contribuì nel 2002 al superamento controverso di un concorso per la cattedra universitaria.

            Nel garantirne la bravura, la diligenza e quant’altro, e nel dolersi che le fatiche di governo gli abbiano fatto perdere “tre chili”, Alpa ha detto che Conte “ha un ruolo difficile: deve mediare”. Ma su uno dei due giornali che hanno pubblicato l’intervista del professore, sul Secolo XIX piuttosto che su Repubblica, sono comparse parole ancora più crude sul compito di Conte: “E’ costretto ad arrampicarsi sugli specchi”.

La manina del Colle che ha messo un pò in riga Salvini sul Consiglio dei Ministri

Questa volta, di fronte al pasticcio del decreto legge sul condono fiscale, o come altro preferiscono chiamarlo i loro stessi promotori, il presidente della Repubblica si è davvero spazientito, come dicono un po’ eufemisticamente al Quirinale pensando forse a qualcosa di più.

Dopo avere tollerato una certa estensione della già cattiva abitudine dei governi precedenti di varare, anche senza la formula della “riserva”, provvedimenti incompleti, riempiti tecnicamente e politicamente lungo il percorso, pur fisicamente assai breve, tra Palazzo Chigi e il Colle, separati in fondo solo dalla Galleria Alberto Sordi, ex Colonna, e dalla Fontana di Trevi, Mattarella ha puntato i piedi.

E’ sembrata eccessiva al capo dello Stato la pretesa che andava delineandosi di confezionare il decreto sul condono, dopo la inedita minaccia di una sua deviazione addirittura verso la Procura della Repubblica per effetto della presunta manipolazione annunciata  dal vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio, in un vertice gialloverde, l’ennesimo nella pur breve storia del nuovo governo. O, peggio ancora,  in una ricognizione più o meno solitaria, per quanto sicuramente scrupolosa, del presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Sono pertanto partiti dal Quirinale gli opportuni segnali sulla opportunità, se non necessità, di una convocazione del Consiglio dei Ministri. E le conseguenti disposizioni agli uffici del Colle di interrompere ogni traffico di vecchie e nuove bozze, visti i rischi cui si era purtroppo prestata e ancor più si sarebbe prestata, nelle nuove condizioni create dalla denuncia di Di Maio, la volenterosa opera di consultazione o persuasione morale del presidente della Repubblica, e dei suoi consiglieri.

Altro francamente non avrebbe potuto disporre il capo dello Stato, peraltro fresco di una immersione di studio nella storia dei suoi predecessori, accingendosi a commemorare a Pontedera Giovanni Gronchi nel quarantesimo anniversario della morte, come ha poi fatto in un’atmosfera politica di accresciuto interesse.

Scambiata per una semplice decisione di Conte, o addirittura per una sua impuntatura sotto la spinta dei grillini, interessati a inventarsi chissà cos’altro in vista di un raduno a Roma con la partecipazione di Grillo in persona, il vice presidente leghista Matteo Salvini ha spavaldamente minacciato di disertare Palazzo Chigi per onorare precedenti impegni. E ha lasciato circolare per qualche ora voci su una clamorosa assenza di tutta la delegazione del Carroccio dal Consiglio dei Ministri annunciato dall’estero, essendo ancora Conte impegnato nel vertice europeo a cercare di tranquillizzare i suoi interlocutori sulla manovra finanziaria del governo. Che contemporaneamente veniva strapazzata a Roma dal commissario agli affari economici Pierre Moscovici per la sua “deviazione senza precedenti” dai parametri dei trattati dell’Unione, e dagli impegni assunti non più tardi dello scorso mese di luglio dall’attuale governo, e non solo dai precedenti in date anteriori.

Quando si è reso conto della manina del Quirinale nella convocazione del Consiglio dei Ministri, Salvini ha smesso di eccepire ed ha rimosso ogni ostacolo, pur consapevole del confronto assai scabroso che lo aspetta personalmente con Di Maio, per quanto preceduto di poche ore da un vertice che potrebbe disinnescarlo

Il vice presidente grillino del Consiglio, premuto dalle esigenze interne del proprio movimento, sempre più insofferente dei rapporti con la Lega, si è proposto di togliere a Salvini altri punti, dopo quelli sottrattigli nelle trattative sulla manovra finanziaria. Si tratta questa volta, dopo il ridimensionamento, a dir poco, della cosiddetta tassa piatta, di ridurre proprio all’osso il condono fiscale, sino a rendere inappetenti, senza uno scudo anche penale, i contribuenti ai quali Salvini voleva destinarlo pensando al suo elettorato, di certo, ma anche ai ricavi possibili per l’erario in funzione del finanziamento dei generosi programmi di spesa del governo: dal cosiddetto reddito di cittadinanza, la bandiera delle 5 stelle, allo smontaggio, anzi alla distruzione -la bandiera issata sul Carroccio- della odiata legge Fornero sulle pensioni.

 

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

 

Mattarella sbotta e Conte è costretto a convocare il Consiglio dei Ministri

              Il decreto fiscale, quello sul condono che non deve però chiamarsi così perché i grillini vi sono allergici, ha subìto una deviazione nel percorso verso la Procura di Roma, su cui l’aveva spinto il vice presidente del Consiglio pentastellato Luigi Di Maio con il clamoroso annuncio televisivo di una denuncia per manipolazione del testo.

            Il provvedimento dai binari giudiziari è tornato su quelli politici per approdare di nuovo in Consiglio dei Ministri, appositamente convocato dall’estero dal presidente Giuseppe Conte per domani, sabato, dopo avere tentato di chiudere la vicenda programmando un vertice gialloverde: l’ennesimo della pur breve storia del governo “del cambiamento” nato a giugno.

            Rolli.jpgIl vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, convinto che il decreto pervenuto in bozza al Quirinale, dove quindi hanno potuto annunciare di non averlo ricevuto nell’unico testo protocollabile nel palazzo, non abbia subìto le manipolazioni estensive denunciate da Di Maio, non ha gradito l’annuncio di Conte. E, dopo avere annunciato per sabato impegni già assunti altrove, sferrando così il pugno o la sberla al professore attribuitagli da Stefano Rolli nella vignetta di prima pagina del Secolo XIX, ha lasciato circolare la voce di una diserzione della seduta del governo da parte di tutti i ministri leghisti.

            A questo punto, con uno scatto di orgoglio istituzionale e personale cui certo non aveva abituato i suoi interlocutori, il professore Conte ha rivendicato le proprie competenze e confermato la convocazione. Ma egli non poteva fare altro dopo essersi impegnato in questa direzione, dietro le quinte del palcoscenico politico, nei contatti fra Quirinale e Governo, col presidente della Repubblica. Che, geloso a sua volta delle prerogative costituzionali di “vigilanza”  appena rivendicate in un discorso a Pontedera in memoria del suo predecessore Giovanni Gronchi, nel quarantesimo anniversario della morte, dev’essere letteralmente sbottato di fronte al maldestro tentativo di coinvolgerlo in un pasticcio a dir poco imbarazzante. Era ormai venuto fuori che a livello di bozze una consultazione fra gli uffici del Quirinale e quelli ministeriali sul testo del condono c’era stata. E ne erano emerse perplessità dei consiglieri di Mattarella, se non contrarietà vere e proprie, sulle dimensioni della sanatoria fiscale, o comunque la si voglia chiamare, sfruttate nelle polemiche politiche dai grillini.

            E’ insomma successo quello che doveva succedere: una rivolta del capo dello Stato contro l’abuso  della prassi delle consultazioni preventive su decreti e disegni di legge che fingono di uscire approvati dalle sedute del Consiglio dei Ministri ma continuano ad essere incerti, con ma anche senza la formula dell’approvazione “con riserva”.

            Comunque vada a finire questa storia mista di fattori politici, istituzionali e persino giudiziari, per l’oggettivamente improvvido annuncio televisivo di Di Maio di volersi rivolgere alla Procura di Roma, il rapporto fra i due partiti di governo è già uscito lacerato.

             Salvini non ha gradito il tentativo di Di Maio non di vincere, com’era già accaduto, ma di stravincere la partita della manovra fiscale, spogliando anche delle foglie che erano rimaste il “condonino” cui era stato ridotto il condono voluto dalla Lega. Cui ben pochi potranno rimanere interessati -e ben poco quindi potrà anche ricavarne l’erario per finanziare le maggiori spese per il cosiddetto reddito di cittadinanza e la ormai ex tassa piatta- se i potenziali beneficiari continueranno a correre rischi penali, anche per riciclaggio. E ciò per non parlare d’altro: per esempio, i conti e gli immobili all’estero.

            Tria e Moscovici.jpgIl caso, davvero sfortunato, ma prevedibile da parte di Di Maio, ha voluto che tutto questo pasticcio scoppiasse a Roma in coincidenza con la visita del commissario europeo agli affari economici Pierre Moscovici. Che prima ha consegnato al ministro dell’Economia Giovanni Tria, e spiegato in una conferenza stampa comune,  la lettera di critiche alla manovra fiscale, pur di ancora incerto contenuto, perché costituirebbe “una deviazione senza precedenti” dai parametri e, più in generale, dagli accordi comunitari, anche da quelli presi da questo stesso governo nello scorso mese di luglio, e poi è andato a riferirne al presidente della Repubblica, al Quirinale.  

             Nel frattempo i mercati finanziari erano diventati per l’Italia una specie di ottovolante e lo spread salito a 327 punti: inevitabile effetto della ulteriore crisi di credibilità di cui aveva dato prova il governo, peggiore sotto certi aspetti persino di una crisi vera e propria, contrassegnata dalle dimissioni del presidente del Consiglio.

 

 

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La manovra finanziaria del governo gialloverde finisce in Procura

            Inedito, clamoroso, scandaloso, sconcertante e chissà quanti e quali altri aggettivi potrà meritare l’annuncio televisivo del vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio, a Porta a porta, di una denuncia alla Procura della Repubblica di Roma per la manipolazione che avrebbe subito il testo della manovra fiscale approvata dal governo, in particolare nella parte riguardante il condono.  O come altro preferiscono chiamarlo nel partito dello stesso Di Maio per rendere meno indigesto al loro pubblico digitale il provvedimento reclamato dagli alleati leghisti, in cambio del sostegno al cosiddetto reddito di cittadinanza preteso dal movimento delle cinque stelle.

            La manipolazione sarebbe stata eseguita per estendere il condono ben oltre le intese raggiunte nel Consiglio dei Ministri e nei vertici che lo avevano preceduto: sino a inserirvi, fra l’altro, i capitali all’estero e uno scudo penale.

            A Di Maio il testo manipolato risultava già pervenuto al Quirinale, dove però hanno annunciato di non averlo ricevuto. Qualcuno forse si sarà perso il documento per strada nel breve tragitto fra Palazzo Chigi e il Colle: forse nella Galleria Alberto Sordi, ex Colonna, o a Fontana di Trevi, o davanti a qualcuna delle gelaterie affollate di turisti e disseminate prima della curva finale verso il Palazzo della Presidenza della Repubblica.

            Se ne occuperà forse la Procura della Repubblica, anche se il compito assegnatole da Di Maio col suo annuncio televisivo è di dare un nome alla persona o all’ufficio ministeriale dove la manipolazione della manovra sarebbe avvenuta.

            Prima ancora che potessero cominciare ad occuparsene i magistrati, e quando già il Quirinale aveva aggiunto altro giallo a quello della denuncia del vice presidente del Consiglio, i sospetti degli addetti ai lavori sono caduti sul potente sottosegretario leghista alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, che non solo coordina per conto del presidente grillino Giuseppe Conte i rapporti con i ministri ma redige i verbali delle riunioni del governo. Ma Di Maio ha immediatamente precisato di “fidarsi” di tutti i componenti politici del governo, per quanto da non pochi giorni le cronache politiche abbondino di malumori fra i grillini verso il troppo ingombrante sottosegretario leghista, che si sarebbe messo frequentemente di traverso rispetto alle richieste pentastellate di maggiori fondi a sostegno dei programmi di spesa.

            Esclusi quindi i politici, a meno che Di Maio alla fine non scopra con l’aiuto della Procura di essere stato tradito da uno di questi, i sospetti andrebbero circoscritti fra i tecnici, o burocrati, come preferite. Di cui ovviamente abbondano i Ministeri, e che i grillini hanno più volte indicato come sabotatori effettivi o potenziali dei loro progetti di “cambiamento”.

            I tecnici o burocrati maggiormente presi di mira dalla propaganda grillina, e persino dalle telefonate del portavoce di Palazzo Chigi, anche per la loro autonomia garantita da leggi e regolamenti difficilmente aggirabili, si trovano al Ministero dell’Economia, retto dal professore Giovanni Tria. Che da un po’ di tempo si trova pure lui politicamente in bilico, per quanto egli si presti ogni giorno a fingere di non capire e non sentire pur di evitare le dimissioni e spalancare la porta ad una crisi di governo di cui il capo dello Stato non vuole neppure sentir parlare, fra le scadenze costituzionali del bilancio e gli esami dei conti italiani da parte degli organismi preposti dell’Unione Europea. Dove sembra di capire che i contrasti siano soprattutto sui tempi entro cui bocciare i numeri del governo italiano dopo una formale richiesta di cambiarli per non deviare troppo dai parametri dei trattati e dagli accordi assunti dai precedenti esecutivi, ma dietro le quinte anche da quello in carica.

           Stefano Rolli.jpg Il disagio, per non parlare d’altro, del presidente della Repubblica in questa situazione politica e persino giudiziaria, dopo l’annuncio televisivo di Di Maio, si può ben comprendere. In attesa di qualche esternazione di Sergio Mattarella, magari profittando della prima occasione offertargli dal calendario di visite, incontri e quant’altro, accontentiamoci della fantasia del vignettista Stefano Rolli. Che sul Secolo XIX attribuisce al capo dello Stati il consiglio ai suoi collaboratori di controllare bene “i congiuntivi” del testo della manovra, se e quando verrà recuperato e arriverà davvero al Quirinale per gli adempimenti di rito, e non solo. Già, perché nessuna firma del presidente della Repubblica è scontata, salvo quella per la promulgazione di una legge approvata dalle Camere, da lui rinviata con messaggio motivato ma da queste confermata con un’altra votazione.

           Ogni allusione di Rolli ai congiuntivi per il cui uso disinvolto si è distinto in passato Di Maio è naturalmente voluta, per niente casuale.

 

 

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Un segnale a Salvini il Matteo Renzi in quattro puntate sul Biscione

Partita in salita con l’ostentazione di uno scarso interesse da parte di Mediaset  per ragioni più politiche che commerciali, nel timore di alimentare polemiche su vere o presunte nostalgie del vecchio e sfortunato “patto del Nazareno” con Silvio Berlusconi, la trattativa sui documentari televisivi su Firenze condotti da Matteo Renzi non è stata soltanto “lunga”, come annunciato alla sua positiva conclusione. E’ stata di una difficoltà enorme, non sempre di natura economica.

Protagonisti ed attori non lo ammetteranno mai, per comprensibili ragioni di opportunità, ma vi è stato per tutto il percorso del negoziato un ingombrante convitato di pietra: il leader leghista Matteo Salvini. Che è l’uomo più sospettoso, a dir poco, in materia di rapporti fra Berlusconi, che rimane il suo alleato di centrodestra in tante parti d’Italia, e il pur ormai ex segretario del Pd.

Quando scoppiò il contenzioso estivo, poi superato, sulla candidatura leghista di Marcello Foa alla presidenza della Rai, il rimprovero che Renzi fece pubblicamente a Berlusconi fu quello di lasciare votare troppo spesso i parlamentari di Forza Italia “con” quelli del Pd. Fu proprio a causa della convergenza fra gli uni e gli altri che nella commissione bicamerale di vigilanza mancò in prima battuta la conferma di Foa, eletto presidente della Rai dal consiglio di amministrazione. Guarda caso, nel secondo e contestato passaggio, dopo la rielezione di Foa, e fra annunci di ricorsi e quant’altro, la controversia politica fra Salvini e Berlusconi si chiuse con la fine dell’allineamento parlamentare tra forzisti e piddini: gli uni diventati alla fine favorevoli e gli altri rimasti contrari alla nuova presidenza dell’azienda radiotelevisiva di Stato.

Ciò accadde sull’onda, cioè per effetto, di una serie di incontri conviviali e non, fra Arcore e Roma, per un chiarimento all’interno del centrodestra in vista delle prossime elezioni regionali e, più in generale, amministrative: un terreno su cui erano emerse forti alcune tentazioni della Lega di far correre da soli, o chissà con quali altre combinazioni, i loro candidati.

I convitati di Arcore e di Roma si trovarono d’accordo non solo nel rimanere alleati in sede amministrativa, ma anche nel sentirsi legati ancora al programma elettorale di governo nazionale con cui il centrodestra si era presentato alle elezioni politiche del 4 marzo scorso. Per cui Berlusconi si ritenne autorizzato a sperare che poi Salvini nell’azione di governo con i grillini per la definizione della manovra finanziaria e del bilancio del 2019 tenesse duro, per esempio, sulla cosiddetta tassa piatta. E non se la lasciasse sacrificare dai grillini per finanziare, in deficit, il cosiddetto reddito di cittadinanza.

La delusione di Berlusconi per come si sono poi sviluppate e concluse le trattative nel governo fra leghisti e grillini su manovra finanziaria e bilancio è stata grande. Se ne sono fatti portavoce i berlusconiani di più stretta osservanza, al netto dei soliti malumori di quanti in Forza Italia non gradiscono rapporti troppo tesi con la Lega, e sono addirittura tentati dall’aderirvi, prima o poi. E se non vi è già stato uno smottamento in questo senso, lo si deve forse più che alla capacità di attrazione di Berlusconi, alla cautela di Salvini. Che ha disposto al suo partito di non promuovere o accettare passaggi a livello parlamentare, o di un certo rilievo locale, proprio per non moltiplicare le difficoltà del Cavaliere. E farsi magari accusare da lui delle stesse scorrettezze che nel 1994 l’allora capo del Carroccio Umberto Bossi contestò a Berlusconi: di fare o lasciar fare campagne acquisti fra i leghisti. A quell’epoca forzisti e leghisti erano alleati di governo: non separati come adesso, fuori o dentro la maggioranza. Il che accentua il significato della prudenza assunta da Salvini di fronte a quanti da Forza Italia sono già o potrebbero essere da lui tentati.

Ma i riguardi, diciamo così, del leader leghista non bastano evidentemente a rasserenare Berlusconi, viste le sue reazioni alla manovra finanziaria e le accuse di cedimento, tradimento e quant’altro che gli esponenti forzisti a lui più vicini muovono al vice presidente del Consiglio.

In questo contesto va forse visto o letto anche l’annuncio della trattativa conclusa favorevolmente da Mediaset col produttore dei quattro documentari televisivi  di Renzi su Firenze.

I maliziosi, fedeli alla scuola di Giulio Andreotti, convinti cioè  che a pensare male, appunto, si faccia peccato ma s’indovini, potrebbero vedere nell’epilogo imprevisto della lunga trattativa commerciale sui documentari di Renzi un calo dell’interesse di Berlusconi a non insospettire o irritare Salvini sul terreno dei rapporti con l’ex segretario del Pd. Che potrà sicuramente trarre vantaggio mediatico, e di riflesso anche politico, dalle sue performance televisive, come ne sta traendo dall’attività di conferenziere a livello internazionale.

Un’altra coincidenza che potrebbe alimentare la fantasia dei maliziosi è fra l’annuncio dell’accordo commerciale con Mediaset, onorato personalmente da Renzi partecipando con la moglie al raduno annuale, a Cannes, di produttori televisivi e telematici, e l’imminente apertura della nona edizione della “Leopolda”, il raduno dei renziani a Firenze.

Il tema della “Leopolda” di quest’anno è “ritorno al futuro”. La linea politica del raduno renziano corrisponde alla linea culturale dei quattro documentari televisivi su Firenze, tradotta dalla cronaca del Corriere della Sera da Cannes così: “bellezza contro odio e paura, apertura contro protezionismo”, o sovranismo, potremmo dire. E’ la linea della contrapposizione politica fra Renzi e Salvini, dagli sviluppi e intrecci ancora imprevedibili, per quanto il primo arranchi, in un partito per niente pacificato, e il secondo sembri in crescita.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Le contropartite a Salvini dopo le rinunce sulla manovra finanziaria

            A dimostrazione della vittoria conseguita dai grillini sui leghisti nella manovra finanziaria approvata dal Consiglio dei Ministri, più gialla che verde, arrivano le notizie sulle contropartite politiche dei vincitori agli sconfitti. Esse riguardano la sicurezza e le infrastrutture, particolarmente care a Matteo Salvini, volato a Mosca dopo la chiusura della vicenda del bilancio.

            La prima, e più significativa, di queste notizie riguarda la riforma della legittima difesa all’esame del Senato. I grillini hanno ritirato gli emendamenti al testo predisposto dal leghista Andrea Ostellari consentendone, fra l’altro, il passaggio dalla Commissione Giustizia all’aula nella prossima settimana.

            Gli emendamenti dei grillini, che avevano non poco indispettito i leghisti, miravano ad aumentare la discrezionalità dei magistrati nella valutazione della congruità della reazione alle minacce subite o avvertite dal cittadino, per esempio, in un furto. Il testo proposto dall’avvocato padovano Ostellari, e a lungo minacciato in commissione dalle resistenze anche del guardasigilli grillino Alfonso Bonafede, stabilisce che “agisce sempre in stato di legittima difesa colui che compie un atto per respingere l’intrusione posta in essere con violenza o minaccia d’uso di armi o di altri mezzi”. E’ sulla parola “violenza” che i grillini avevano cercato di intervenire riduttivamente per consentire ai magistrati una valutazione della congruità della reazione più favorevole all’intruso, e più rischiosa per la controparte. 

            Contemporaneamente, ma alla Camera, nell’esame del decreto sull’emergenza genovese provocata dal crollo del ponte Morandi i grillini hanno consentito di riaprire la porta sbattuta in faccia alla società  Autostrade per la demolizione di ciò che resta e per la progettazione del nuovo viadotto, allo scopo di evitare o comunque di contenere il rischio di contenziosi destinati quanto meno ad allungare i tempi del ritorno alla normalità.

            Un altro passo indietro è stato compiuto dai grillini nella vicenda della Pedemontana, i cui cantieri possono essere ora sbloccati, come reclamavano da tempo le regioni della Lombardia e del Veneto, entrambe gestite dal centrodestra e interessate alla superstrada per il loro sviluppo economico.

            I grillini hanno infine mollato sul fronte del gasdotto Tap, che approderà in Puglia secondo gli accordi già presi a livello internazionale e ribaditi di recente dal presidente della Repubblica, sottraendosi ai quali l’Italia pagherebbe danni per una ventina di miliardi di euro: più del doppio -è stato ricordato dal presidente del Consiglio alle autorità locali dissidenti e sostenute dalla ministra grillina del Mezzogiorno- dello stanziamento faticosamente assicurato nella manovra finanziario al cosiddetto reddito di cittadinanza, la bandiera più sventolata dal movimento delle 5 stelle.

 

 

 

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La bruciante sconfitta di Matteo Salvini nella manovra fiscale di Luigi Di Maio

            Altro che il pareggio annunciato dai volenterosi, o buonisti, alla fine della partita della manovra fiscale giocata nella maggioranza fra grillini e leghisti, ma più in particolare fra i vice presidenti del Consiglio Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

            In realtà, quest’ultimo è stato soronamente battuto dal suo alleato ma concorrente: di una concorrenza pari alla rivalità, se si considera la posta in gioco fra i capi del movimento 5 Stelle, per ora, e della Lega.

            In gioco è, in particolare, la successione all’attuale governo gialloverde, transitorio a dispetto della forte maggioranza di cui dispone in Parlamento, della luna di miele che, a torto o a ragione, molti intravedono nei sondaggi e della debolezza delle opposizioni: sia quella di centro rappresentata da Forza Italia a livello nazionale, essendo il centrodestra ancora operante a livello locale, sia quella di sinistra rappresentata da un Pd incapace di affrancarsi dalle sue lotte interne. Che ne hanno determinato la dura sconfitta elettorale molto più dei sicuri errori di gestione, e temperamento, compiuti dal suo ex segretario Matteo Renzi.

             Quando finirà la corsa di questo governo, non abbastanza coeso, quanto a programma e a riferimenti sociali, per durare tutta la legislatura, si vivrà -vedremo in che modo e con quali reali rapporti di forza, con chi all’opposizione e chi al comando – il nuovo bipolarismo italiano sbocciato dalle elezioni del 4 marzo scorso.

            Nelle curve finali e al traguardo della manovra fiscale Luigi Di Maio ha rimontato tutto, o quasi, lo svantaggio accumulato nei primi mesi dell’esperienza governativa gialloverde rispetto a Salvini. Il grillino ha presentato e fatto pagare al leader leghista di un fiato il conto di tutto lo spazio lasciatogli sul terreno dell’immigrazione e della sicurezza. Gli ha svuotato praticamente la cosiddetta flat tax, gli ha ridotto ai minimi termini il condono fiscale, che peraltro non ha neppure il diritto di chiamarsi così.  E gli ha strappato la soglia di difesa delle pensioni alte, chiamate ridicolmente d’oro, dai 5000 euro concordati nel contratto di governo a 4500. Che è una riduzione del 10 per cento, e un conseguente aumento dei tagli che dovranno subire i percettori. Di cui si continua a reclamare ciò che si sa materialmente impossibile per una serie di ragioni tecniche e giuridiche: il ricalcolo col metodo contributivo. In realtà, si eseguiranno tagli a prescindere dai contributi, ma in base all’età in cui si è andati in pensione, inferiore a quella oggi permessa ma perfettamente legittima ai tempi dell’uscita dal lavoro.

            Di Maio ha tentato in materia di tagli alle pensioni del ceto medio-alto, che sono tutt’altra cosa rispetto alle pensioni veramente d’oro dei ventimila, trentamila, quarantamila e persino cinquantamila euro mensili, persino l’uso del decreto legge. Cui egli è stato costretto a rinunciare non per le resistenze di Salvini, deboli quanto le altre, ma per i dubbi di costituzionalità espressi dall’indisponibile presidente della Repubblica nella sua attività di persuasione morale, dietro le quinte.

            Il percorso parlamentare dei tagli, inseriti nel bilancio del 2019, sarebbe comunque rimasto privilegiato, cioè rapido, per un ricorso al regolamento che il partito di Salvini aveva permesso, votandolo.

            L’unica concessione che Di Maio ha fatto a Salvini, in cambio della sostanziale resa dei leghisti al carattere assistenziale e all’onerosità del cosiddetto reddito di cittadinanza vendutosi dai grillini nella campagna elettorale, è la cosiddetta quota 100 dell’accesso alla pensione, possibile da febbraio a 62 anni di età con 38 di contributi. Ma è una concessione avvelenata, perché la insostenibilità finanziaria di questa riforma, o “cancellazione” della odiatissima legge Fornero, è destinata per quasi unanime valutazione degli esperti ad emergere prima ancora di quella del reddito di cittadinanza. E Salvini dovrà assumersene e portarne tutta la responsabilità, con i conseguenti effetti elettorali, sicuramente successivi all’appuntamento della prossima primavera con le urne per il rinnovo del Parlamento europeo, ma non per questo abbastanza lontani da superare anche la scadenza ordinaria della legislatura.

            Titolo del Fatto.jpgPer ora il leader leghista, facendo buon viso a cattivo gioco, sorride e si gratta la fronte. Di Maio invece ride e basta, confortato dai convergenti titoli del Fatto Quotidiano e del Giornale della famiglia Berlusconi, che gli attribuiscono, francamente non a torto, la vittoria in questa partita della manovra fiscale. La quale  comunque dovrà ora affrontare i marosi della Commissione europea e dei mercati finanziari.

 

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Il merito che Salvini non sa di avere è la piazza di Riace contro un pubblico ministero

Può darsi che, da pensionato d’oro assai presunto, e in pieno conflitto d’interessi, come si dice, dovrò coltivare risentimento personale nei riguardi di Matteo Salvini per le troppo deboli e contraddittorie resistenze opposte, sino al momento in cui scrivo, alla falce impugnata dai grillini. Che hanno ora annunciato di bloccare anche le rivalutazioni delle pensioni auree in relazione al costo della vita, non sapendo che esse ne sono di fatto già escluse da parecchio tempo, per cui    il presunto oro ha perso carati per strada. Ma rimarrò ugualmente grato a Salvini, da giornalista impegnato sul fronte garantista, del fatto di avermi procurato finalmente, per quanto involontariamente, lo spettacolo di una dimostrazione di protesta contro una Procura della Repubblica, e ,in difesa di un indagato finito pure agli arresti, per quanto domiciliari: il sindaco di Riace Domenico Lucano, Mimmo per gli amici e per gli immigrati che ha saputo accogliere e integrare nel suo piccolo e quasi disabitato Comune calabrese, noto però in tutto il mondo per i due guerrieri greci di bronzo recuperati nelle sue acque 46 anni fa.

Peccato che il centinaio di immigrati ora presenti a Riace rischino, se non saranno salvati dal Tar cui il Comune ha annunciato di ricorrere, di doversene andare per una circolare appena emessa dal Viminale. Dove hanno precisato con involontaria ironia che il trasferimento sarà non coatto ma “volontario”, al prezzo però di perdere ogni forma di assistenza in caso di rifiuto di una nuova destinazione. Il carattere volontario, ripeto, del trasferimento diventa così un ossimoro come l’obbligo “flessibile” di vaccinazione adottato nei mesi scorsi dal governo, alla vigilia del nuovo anno scolastico.

Alla notizia dell’arresto del sindaco di Riace, disposto dal giudice competente tagliando però drasticamente l’elenco dei reati proposto dal pubblico ministero, il ministro dell’Interno ritenne di reagire con un “ciaone” di glaudio quanto meno inopportuno per un membro del governo legato al giuramento di fedeltà ad una Costituzione che ancora contiene il principio della presunzione di non colpevolezza, cioè di innocenza, di un imputato sino a condanna definitiva.

D’accordo, nella cosiddetta prima Repubblica era accaduto anche di peggio, con ministri e persino capi dello Stato esultanti per l’arresto di un sospettato, fra le proteste politiche e istituzionali della sola opposizione comunista,e per fortuna ancora garantista. Ma di acqua ne è passata da allora sotto i ponti, persino quella degli anni orribili e terribili di “Mani pulite”, per cui Salvini farebbe male a difendersi con quei precedenti.

A dimostrazione della tanta acqua passata sotto i ponti, proprio dopo il “ciaone” del ministro dell’Interno al sindaco di Riace appena arrestato fu possibile una reazione inusuale come un raduno popolare di protesta non solo contro Salvini, ma anche contro la magistratura che egli aveva apprezzato, diversamente da quelle di Agrigento e di Palermo. Che nelle settimane precedenti gli avevano riservato la sorpresa -si fa per dire- di un procedimento penale, sulla corsia protetta del cosiddetto tribunale dei ministri, per la vicenda della nave Diciotti. Di cui il ministro dovrà rispondere con l’imputazione di sequestro aggravato degli immigrati trattenuti per alcuni giorni sul pattugliatore della Guardia Costiera nel mare e infine nel porto di Catania.

Neppure con quella reazione diretta, in Facebook, dal suo ufficio al Viminale, opponendo la sua legittimità elettorale a quella meramente burocratica o amministrativa della magistratura, Salvini riuscì a scaldare i cuori dei suoi sostenitori, spingendoli alla protesta ad Agrigento o a Palermo contro le rispettive Procure. Come invece sarebbe riuscito a fare poi, a sua insaputa o in autorete, con la vicenda di Riace provocando una dimostrazione di protesta anti giudiziaria.

Per uno come me, immemore di quei cortei per le strade di Milano, e sotto le finestre del tribunale, di dimostranti in maglietta che chiedevano, in particolare all’allora sostituto procuratore Antonio Di Pietro, di “sognare” le manette ai polsi  della maggior parte possibile di politici o politicanti, la svolta di Riace è stata una festa. Della quale, ripeto, non sarò mai grato abbastanza a Salvini.

Mi corre tuttavia l’obbligo di ricordare che di quei cortei milanesi finì per preoccuparsi con pubbliche dichiarazioni persino l’insospettabile capo della Procura Francesco Saverio Borrelli. Che non a caso dopo un po’ d’anni avrebbe chiesto “scusa” agli italiani per il terremoto politico procurato inutilmente al Paese guidando l’operazione “Mani pulite”. E si sarebbe perciò guadagnato il ringraziamento di una delle vittime di quella stagione: il socialista Claudio Martelli, che già lo stesso Borrelli aveva definito “il migliore ministro della Giustizia” che avesse visto all’opera da magistrato.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

L’equilibrismo di governo superiore persino alle vignette che lo celebrano

            L’equilibrista che Emilio Giannelli ha raffigurato con la sua vignetta di prima pagina sul Corriere della Sera nella persona del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in bilico su un filo alle cui estremità lo stanno a guardare, ben saldi sulle loro rocce, i vice presidenti grillino e leghista Luigi Di Maio e Matteo Salvini, non è una forzatura satirica. E’ purtroppo una realtà politica, cui però Giannelli ha forse sbagliato a considerare estranei, scambiandoli per i soli controllori di Conte, i leader dei due movimenti che fanno parte del governo. Sono anch’essi degli equilibristi, che si illudono di stare sicuri e solidi sulle loro postazioni, come li ha appunto rappresentati il vignettista del Corriere.

             Pure Di Maio e Salvini fanno gli equilibristi, osservati nei loro partiti da chi è pronto o tentato a prenderne le distanze per cercare di evitare di essere trascinati nella loro caduta.

          Di Maio e D'Urso.jpg  Diversamente da quanto ha detto per comprensibile dovere di ufficio nel salotto televisivo di Barbara D’Urso – riuscita nel miracolo di non strappargli qualche cattiveria su Silvio Berlusconi, assente ma vero padrone di casa-  Di Maio sa che Beppe Grillo continua ad avere su di lui, come “garante”, “elevato” e quant’altro, potere di vita o di morte politica. Sa anche che l’amicizia vantata con Alessandro Di Battista, come col presidente della Camera Roberto Fico, non impedirà né all’uno né all’altro di succedergli se e quando verrà il momento, forse anche prima di quando il vice presidente del Consiglio non si aspetti dietro quella facciata di sicurezza che ostenta sparando cifre e attaccando chiunque osi dubitarne. E ciò non solo fuori dal Parlamento, dove non si avrebbe la legittimità necessaria a criticare o solo a distinguersi dal governo, ma anche dentro. Dove le opposizioni dovrebbero solo vergognarsi di avere lasciato in eredità all’attuale maggioranza le rovine procurate al Paese dai loro governi negli anni della cosiddetta Seconda Repubblica, e anche prima.

            Matteo Salvini, risparmiato dal processo ai partiti di governo del passato per avere consentito dopo il 4 marzo ai grillini di superare l’inconveniente di non avere i numeri elettorali e parlamentari necessari a comandare da soli, è costretto pure lui all’equilibrismo, dietro la facciata dell’uomo sicuro di sé che è riuscito a costruirsi. Vi è costretto un po’ dal passato, appunto, del suo movimento e un po’ dalla consapevolezza dei malumori e delle paure che vi serpeggiano, soprattutto sul terreno economico,  Dove Salvini gioca in difesa rispetto ai grillini, che gli chiedono sempre di più sulla strada del deficit e del debito in cambio della tolleranza o copertura garantitagli sul versante dell’immigrazione e della sicurezza fino ad ora. Ma, appunto, fino ad ora, e fin quando il vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno vorrà, saprà o potrà accontentare gli alleati di governo sul versante dell’assistenzialismo, delle nazionalizzazioni e simili.

            Dev’essere stato proprio il disagio emerso fra e dai grillini sulla vicenda di Riace – dopo l’arresto del sindaco e il trasferimento annunciato degli immigrati che vi sono stati accolti e integrati con abusi contestati dalla magistratura, e in attesa di giudizio- a indurre pure Salvini all’equilibrismo di un comunicato del suo Ministero sul carattere “volontario”  e non coatto degli allontanamenti dal Comune calabrese. Che ha smesso di essere famoso solo per i due guerrieri greci di bronzo scoperti e recuperati dalle sue acque nel 1972.

            L’allontanamento “volontario”, senza il quale chi rimane a Riace del centinaio di immigrati accoltivi perderà ogni forma di assistenza, equivale all’ossimoro dell’”obbligo flessibile” della vaccinazione inventato dai grillini nei mesi scorsi.

           Alfano.jpg Salvini ha inoltre tenuto a prendere in fondo le distanze dal suo stesso compiacimento per l’arresto del sindaco di Riace, espresso in violazione della presunzione costituzionale di non colpevolezza, cioè di innocenza, sino a condanna definitiva dell’imputato, riconoscendo finalmente il merito, dal suo punto di vista, delle prime ispezioni ministeriali nel Comune dei bronzi, oltre che degli immigrati, al governo del tanto odiato Matteo Renzi. Al Viminale c’era ancora Angelino Alfano, sostituito da Marco Minniti solo nel governo successivo di Paolo Gentiloni, dove Alfano si trasferì agli Esteri: ultimo suo traguardo politico prima del ritorno alla professione forense e delle incursioni vacanziere a Capri.

            Ah, cosa si deve fare e dire, o non fare e non dire, per governare da equilibristi: persino proporsi, come ha appena fatto Di Maio, il blocco sostanzialmente punitivo delle rivalutazioni delle pensioni cosiddette d’oro, già minacciate di tagli dopo i contributi di solidarietà degli anni scorsi. Quel blocco esiste sostanzialmente già da tempo ed ha già contribuito a ridurre di molto i carati del presunto oro delle pensioni di 90 mila euro lordi non mensili, che fecero giustamente scandalo quando se ne scoprì un esemplare, ma annui.   

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