La frittata nel Pd ormai è fatta: si cerca il successore di Nicola Zingaretti

           Neppure Goffredo Bettini, declassato impietosamente dalla matita di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera a palafreniere, sembra dunque riuscito a convincere il compagno ed amico Nicola Zingaretti a rimontare sul cavallo della segreteria del Pd dopo essersi disarcionato da solo con le dimissioni, come ha preferito rappresentarlo il vignettista Francesco Tullio Altan su Repubblica. L’assemblea nazionale, già convocata per il 14 marzo prima della clamorosa rinuncia di Zingaretti, dovrà dunque eleggere un successore. Che poi ciascuno vedrà o chiamerà secondo le preferenze: segretario, reggente o quant’altro. E magari, data la natura comunque precaria della carica per le circostanze in cui avviene il cambio, potrà essere la volta di una donna, visto anche che l’ultimo scontro nel Pd si è consumato, almeno a parole, proprio sul torto fatto loro da Zingaretti lasciandole escludere dalla delegazione dei ministri nel governo di Mario Draghi.

          Per la reggenza al femminile, o come si preferirà chiamarla, ripeto, si fanno i nomi di Roberta Pinotti e di Anna Finocchiaro, entrambe già ministre in altri governi: la Finocchiaro addirittura convinta qualche anno fa di essere rimasta fuori da una corsa al Quirinale proprio in quanto donna, come prima di lei in una gara precedente si era sentita la post-democristiana Rosa Russo Jervolino, Rosetta per gli amici.

          La irreversibilità delle dimissioni di Zingaretti, per quanto messa in dubbio in un primo momento da qualcuno dei suoi avversari addirittura col sospetto di una manovra studiata apposta per uscire dall’angolo e cercare una conferma emotiva, era obiettivamente nelle cose. E’ difficile dissentire da Luca Ricolfi, uno studioso di sinistra da tempo inutilmente impegnato a stimolare la stessa sinistra a interrogarsi sulle ragioni per le quali è antipatica a tanta parte degli elettori, quando sottolinea sul Messaggero la stranezza di un commiato “d’amore” dalla guida del partito, come lo ha definito il medesimo  segretario dimissionario, dicendone tutto il male possibile, sino a “vergognarsene”.

          D’altronde, anche talune delle prime espressioni di solidarietà rivolte a Zingaretti dall’esterno del partito-  e già di per sé più nocive che utili, come quelle di Giuseppe Conte, appena diventato il concorrente elettorale più pericoloso per il Pd dopo la designazione a capo rifondatore del movimento grillino- sono andate rapidamente affievolendosi, se non rovesciandosi in commiserazione o sarcasmo. E’ il caso del solito Fatto Quotidiano, la cui “cattiveria” di giornata è stata dedicata proprio a Zingaretti per quella sua promessa, o minaccia, secondo i punti di vista, di “non scomparire”. “Se no rimaneva segretario del Pd”, lo ha sfottuto il giornale di Marco Travaglio, che forse si aspettava da lui il coraggio mancato a Grillo di impedire la formazione del governo Draghi e archiviare il sogno del terzo governo di Conte.

          Non sono infine riuscite a riaccendere ardori per Zingaretti neppure “le sardine” -ricordate quelle di Mattia Santori?- mobilitatesi a suo favore dopo l’annuncio delle dimissioni. “Zinga non torna”, ha titolato il manifesto aggravando il quadro con la previsione del “Pd a rischio default”, ora che sarebbe chiaro il controllo che ne hanno, secondo Achille Occhetto sul Riformista, “i signori della guerra”. Una volta se ne parlava solo discettando della Libia.

I partiti si ammalano, sino a morire, non di correnti ma di errori politici

Il correntismo è una vecchia piaga dei partiti, anche di quelli a basso tasso democratico, diciamo così. Ce ne sono, di correnti, persino nel movimento grillino, dove si può essere espulsi dalla mattina alla sera, o dalla sera alla mattina, anche con o per uno starnuto. Ce ne furono a iosa, di correnti, anche nella Democrazia Cristiana, la famosa “balena bianca” che il compianto Giampaolo Pansa scrutava nei congressi col binocolo. C’erano correnti, sotto la superficie di una disciplina non comune, anche nel Pci. Non parliamo poi di quelle socialiste, che spuntavano come funghi ad ogni pioggia. C’erano correnti, ai tempi lontani della prima Repubblica, anche in partiti dell’1 o zero e rotti per cento dei voti.

Eppure, diciamoci la verità, almeno fra noi meno giovani che ne abbiamo viste e scritte di tutti i colori, nessuno di quei partiti è davvero morto, o portato in camera di rianimazione, per le correnti che se ne contendevano il controllo. Tutti sono scomparsi, o si sono trasformati in altri, o hanno tentato di farlo dandosi nuovi nomi e nuovi simboli, per errori di linea e scelta politica. Che ancora si è soliti negare, o non ammettere, preferendo prendersela con concorrenti e avversari, spesso più interni che esterni.

Temo, per lui, che ciò sia accaduto o stia accadendo anche al buon Nicola Zingaretti, improvvisamente dimessosi da segretario del Pd dicendo addirittura di “vergognarsi” delle correnti dalle quali si è sentito almeno ultimamente assediato, ma molto ultimamente: diciamo dalla formazione del governo di Mario Draghi in poi, quando si è sentito chiedere anche un congresso anticipato. Al quale sembrava, ad un certo punto, ch’egli fosse pure disponibile, consigliato anche in questo dal compagno ed amico Goffredo Bettini, salvo ripensarci e ricordare le scadenze statutarie di primarie e simili nel 2023.

Dio mio, come poteva Zingaretti pensare, pur con tutta la eccezionalità, anzi l’emergenza sanitaria, sociale ed economica della pandemia, che la sua segreteria potesse uscire indenne da una crisi di governo così lunga e così difficilmente gestita, a dir poco ? Una crisi che doveva pur essere messa nel conto nel momento in cui anche lui, e non solo il “reprobo” Matteo Renzi, pose a Giuseppe Conte che sembrava ancora ben saldo a Palazzo Chigi, protetto dai sondaggi o dalla popolarità, il problema di un “cambio di passo”. Eppure bastò che quella crisi si scorgesse all’orizzonte perché il segretario del Pd frenasse di botto e lasciasse proseguire da solo Renzi. Che, dal canto suo, si era ormai spinto tanto avanti da non potersi o non volersi fermare. Le rottamazioni, si sa, sono per Renzi una tentazione irresistibile, forse ereditata dalla sua esperienza di boy scout, anche se quei ragazzi in divisa allestiscono tende prima di smontarle o abbatterle.

Quel motto o grido, a verifica ormai iniziata ma complicatasi sempre di più per strada, di “Conte o elezioni”, o “Conte o morte”, lanciato da Goffredo Bettini e raccolto da Zingaretti, aveva l’inconveniente, fra gli altri, di una mancata verifica degli umori veri al Quirinale: non quelli attribuiti dai giornali. Sinceramente, non credo -al contrario di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, che è tornato ieri a scriverne- che Sergio Mattarella abbia cambiato parere all’ultimo momento dicendo e motivando il suo no allo scioglimento anticipato delle Camere e conseguenti elezioni in piena pandemia.

Più semplicemente, e giustamente, il presidente della Repubblica ha trovato nelle emergenze prodotte dalla pandemia una ragione in più per non assecondare il tentativo avviato tra Palazzo Chigi e il Nazareno di andare avanti, una  volta fallita l’operazione di aggancio di “volenterosi”, “responsabili” e quant’altro, con un governo Conte minoritario. Travaglio pensa ancora che la paura delle elezioni avrebbe portato nell’anticamera dell’allora presidente del Consiglio una folla di donatori di sangue, ma resta il fatto che la conta voluta così ostinatamente dallo stesso Conte al Senato, e permessagli da Mattarella, portò al risultato di una fiducia minoritaria. Che è un ossimoro, lo so, ma anche la realtà derivata dal combinato disposto dei numeri e dei regolamenti parlamentari.

Del resto già un altro segretario del Pd, Pier Luigi Bersani nel 2013, entrò in rotta di collisione col Quirinale, dove “regnava” Giorgio Napolitano, per il tentativo di fare un governo dichiaratamente “di minoranza e combattimento” scommettendo sull’aiuto che lungo la strada, una volta partito il convoglio ministeriale, avrebbero dovuto concedergli i grillini. Che pure lo avevano sbeffeggiato in streeming incontrandolo a Montecitorio come presidente neppure incaricato, ma solo “pre-incaricato”, come ad un certo punto Napolitano fu costretto a ricordare a Bersani. Al quale pertanto tolse praticamente il mandato, o glielo congelò per il tempo necessario, e perduto, alla ricerca di un nuovo presidente della Repubblica. Perduto, perché si sa che Bersani fallì anche in quel tentativo col naufragio delle candidature prima del povero Franco Marini e poi di Romano Prodi.

 

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

La Quaresima durissima di Nicola Zingaretti nel Partito Democratico

             Come accade sempre più spesso da quando gli editorialisti di professione hanno preso l’abitudine di guardare più alla superficie che in profondità, è stato il vecchio e simpatico vignettista Sergio Staino a raccontarci meglio di tutti le dimissioni improvvise e alterate di Nicola Zingaretti da segretario del Pd. Egli ha  puntato  la matita su Giuseppe Conte immaginandolo come il successore designato: altro che il movimento delle 5 Stelle affidato all’ex presidente del Consiglio da Beppe Grillo sulla terrazza dell’albergo romano con vista sui fori imperiali.

            La Quaresima di Zingaretti era già dura per gli errori da lui compiuti nella gestione della crisi di governo, poi rinfacciatigli da avversari e critici interni, seguendo i consigli di Goffredo Bettini e dicendo “Conte o elezioni”, equivalente a “Conte o morte”, sino a quando non si è trovato di fronte Mario Draghi. Che pure lui, come Conte, aveva scambiato per un uomo troppo stanco delle fatiche alla guida della Banca Centrale Europea e sostanzialmente indifferente ai guai del suo Paese. Ma da dura questa Quaresima è diventata durissima, insostenibile quando la designazione di Conte a capo di un movimento grillino rifondato o rigenerato si è tradotto con i sondaggi in quattro punti in meno per il Pd e sei in più per le 5 Stelle, o come si chiameranno alla fine dell’operazione innescata dal comico genovese.

            In pratica, Zingaretti si è svegliato dal sonno sorvegliato o procuratogli da Bettini e si è accorto di avere inavvertitamente coltivato quello che una volta, ai tempi della prima Repubblica, i politici avrebbero chiamato “il nemico in casa” sotto veste di alleato preferito. E piuttosto che prendersela con la sua dabbenaggine, superficialità, visione corta e quant’altro, il fratello del Commissario Montalbano se l’è presa coi compagni di partito scoprendo all’improvviso -anche in questo- che sono sempre i soliti, attenti più alle loro correnti e sottocorrenti che ai problemi del Paese e persino del partito inteso come comunità, se non come “ditta”, secondo la denominazione usata già dai tempi del Pci da Pier Luigi Bersani.

            Ora sembra che il primo nodo da sciogliere sia quello della natura vera delle dimissioni di Zingaretti, da alcuni sospettato di avere buttato la sua rinuncia sulla bilancia dell’Assemblea Nazionale del Pd della prossima settimana per farsi confermare, o acclamare addirittura segretario e affrontare con ritrovata energia -si fa per dire-  le scadenze di un congresso probabilmente anticipato e delle elezioni amministrative nel frattempo rinviate dalla primavera all’autunno a causa, o grazie alla pandemia. Ma il buon Fabio Martini, sempre sulla Stampa, come Sergio Staino con la sua vignetta, ha raccolto la confidenza di un compagno di Zingaretti che lo avrebbe sentito parlare per telefono di una rinuncia “irrevocabile”.

            Spiazzati anche loro dagli eventi, gli amici di Zingaretti nel Fatto Quotidiano hanno mostrato di prendersela, nel titolo di apertura del giornale, e fotomontaggio incorporato, con  Draghi e i “danni collaterali” del suo governo. Ma è un titolo curiosamente smentito dal direttore Marco Travaglio, che nel suo editoriale riconosce al nuovo presidente del Consiglio di essere “per fortuna estraneo ai giochi e politici” e se la prende col capo dello Stato. Che lo avrebbe praticamente imposto a Palazzo Chigi rinunciando alle elezioni anticipate cui avrebbe prima fatto finta di essere disponibile. Mattarella insomma come Napolitano con Monti nel 2011, o i Barberini dopo i barbari tanti ma tanti secoli fa. Vasta cultura….

 

 

 

 

 

 

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Quei due bossoli a Matteo Renzi e quella sorprendente solidarietà unanime

             Coi tempi che corrono, e al livello di odio cui è stato ridotto in Italia il dibattito politico, ma anche quello mediatico che abitualmente lo scimmiotta, pur prendendone ogni tanto le distanze, Matteo Renzi può considerarsi fortunato di avere ricevuto una solidarietà unanime, da esponenti di tutte le forze politiche, per quei due bossoli speditigli al Senato e intercettati dalle Poste. Persino i grillini -e non solo per bocca del senatore Stefano Buffagni, indicato da qualche giornale, ma anche per iniziativa digitale del loro più alto in grado nel governo, che è naturalmente il ministro degli Esteri Luigi Di Maio- hanno deplorato il gesto intimidatorio contro il pur responsabile principale della caduta e dell’allontanamento dell’adorato Giuseppe Conte da Palazzo Chigi.

            Nicola Zingaretti non ha voluto essere da meno, per cui ha mandato un pur metaforico “abbraccio” a Renzi, contemporaneamente indicato da Walter Verini, in una intervista, il colpevole dello snaturamento procurato al Pd quando lo guidava. Altro che l’Etna quale forse Renzi si considera, visto che gli scienziati assicurano che le eruzioni del vulcano siciliano fanno paura ma salvano il pianeta. Già i leghisti della prima ora, del resto, esordirono negli anni Novanta imbrattando qualche ponte dell’autostrada Milano-Venezia per arruolare la lava contro la mafia e scrivere con la pece: “Forza Etna”.

            La sorpresa, una volta tanto gradevole, almeno per un ingenuo cronista politico, è che proprio nessuno, né fra i politici né fra i tanti giornali che si pubblicano nel nostro Bel Paese, ha accusato Renzi di essersi spedito da solo quei due proiettili per ripararsi dalla campagna pur procuratasi con l’errore di quell’intervista e altro ancora al principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammad bin Salan: quello già sospettato allora di avere fatto uccidere e tagliare a pezzi nell’ambasciata saudita in Turchia il giornalista dissidente Adman Khassogi.

            Pensate, è riuscito a resistere ad ogni tentazione satireggiante in direzione di una simulata intimidazione persino Il Fatto Quotidiano, fra vignette, “cattiverie” di giornata e allusioni del direttore in persona in quei mattinali che sembrano spesso i suoi editoriali. L’unico cedimento anti-renziano è stato oggi quel richiamino in prima pagina di un corsivo di Gian Giacomo Migone, indignato perché Renzi, praticamente al soldo del principe saudita, suo “secondo datore di lavoro”, dopo il Parlamento cui è stato eletto, non si sia ancora dimesso spontaneamente o non sia stato costretto a farlo, per esempio, dalla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Che è stata invece la prima a dolersi per iscritto e a voce di quei due bossoli.

            Ma questo corsivo dell’ex senatore della sinistra Migone, va detto con franchezza, è niente rispetto alla Verità di Maurizio Belpietro, che ha sparato in prima pagina contro il leader di Italia Viva questo richiamo, tutto in nero: “Renzi d’Arabia ora deve vedersela con la vedova del giornalista massacrato”. Cioè con la fidanzata dell’ucciso, Hatice Cengiz, ancora stupìta che un ex presidente del Consiglio italiano abbia potuto scambiare per un riformista, o un protagonista del “Rinascimento” saudita, un uomo come bin Salan.

            Consentitemi tuttavia di rimanere fedele alla convinzione di Andreotti che a pensare male si faccia peccato ma s’indovini, sospettando della sincerità del ringraziamento di Renzi per l’abbraccio a distanza ricevuto da Nicola Zingaretti.

 

 

 

 

 

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Una rifondazione tira l’altra: dalle 5 Stelle al Partito Democratico

            Per valutare e pronosticare gli effetti sul Pd dell’operazione Conte, innescata da Beppe Grillo sotto le 5 Stelle e davanti ai fori imperiali di Roma, Arturo Parisi – 80 anni portati militarmente, sardo di adozione talmente ben riuscita da parlare un sassarese ancora più stretto del compianto e amico Francesco Cossiga ma cresciuto politicamente con l’emiliano Romano Prodi, diventandone prima sottosegretario a Palazzo Chigi e poi ministro della Difesa- non ha avuto bisogno di aspettare il sondaggio immediatamente commissionato da la 7. Da cui risulta il Pd retrocedere di quattro punti e il riformando movimento grillino salire di sei.

           Intervistato dal Dubbio già prima di questo sondaggio, il buon Parisi osservava che “il patto con i 5 Stelle”, o come decideranno di chiamarsi i grillini al termine del loro processo di dichiarata rifondazione, “si sta dissolvendo sotto i nostri occhi”. Esso “ha perso per strada proprio Conte, fino all’altro ieri venduto come federatore super partes e ora diventato capo partito che, nella logica della competizione proporzionale, è destinato a diventare il concorrente forse più insidioso del Pd”, ha avvertito Parisi.

            Neppure Goffredo Bettini, dal quale forse Zingaretti si è lasciato trascinare sulla strada del rapporto “strutturale” con i grillini pur dolendosi in qualche momento del ruolo presosi dall’amico da solo, senza che glielo avesse assegnato nessuno nel partito, penso che possa decentemente uscire indenne da un confronto diretto con Parisi. E infatti, giurateci pure, non lo cercherà neppure. Preferirà piuttosto continuare a dare i suoi strani consigli a Zingaretti per riconquistarlo, per esempio, all’idea di un congresso anticipato e chiarificatore del Pd. Che il segretario invece prima è sembrato volere fiduciosamente accogliere e poi, consapevole evidentemente di poterci rimettere la testa, ha cominciato a osteggiare ricordando ai suoi interlocutori le norme statutarie che gli permettono di arrivare alle “primarie” fra due anni. Durante i quali potrebbe anche capitargli la “fortuna”, a questo punto, di gestire da segretario un turno anticipato di elezioni nel 2022 e farsi le liste su misura per uscirne con un Pd malmesso sì, ma provvisto di gruppi parlamentari più sicuri di quelli ricevuti in eredità nel 2018 dall’odiato e poi scissionista Matteo Renzi. In certe circostanze, del resto, basta sapersi accontentare.

            Bisogna tuttavia vedere se nel partito, a cominciare dall’Assemblea Nazionale già convocata per metà marzo, consentiranno a Zingaretti questo piano, diciamo così, di galleggiamento in una fase politica durante la quale peraltro crescono la visibilità e anche una certa agibilità del centrodestra, per quanto diviso tra leghisti e forzisti al governo e “fratelli d’Italia” all’opposizione. Ma uniti, gli uni e gli altri, nell’esultare o assegnarsi, per esempio, la vittoria nella rimozione di Domenico Arcuri da commissario straordinario per l’emergenza Covid, sostituito dal generale di Corpo d’Armata Francesco Paolo Figliuolo. E ditemi voi se non basta e avanza questo passaggio per avvertire il cambiamento in corso col governo di Mario Draghi.

            Il fatto è che, forse pur a sua insaputa e a dispetto di quella fisica che gli misurano per finta o davvero, la febbre politica del segretario del Pd sta salendo, come quella del suo partito più in generale. E una rifondazione potrebbe tirare appresso un’altra: dai 5 Stelle al Pd, appunto.

 

 

 

 

 

 

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Dalla nuova prescrizione alla bonifica del Ministero della Giustizia

Marta Cartabia, la nuova ministra della Giustizia, e al diavolo chi sostiene che se ne debba scrivere come del ministro, al maschile, è giustamente attesa alla prova, anche dagli estimatori, col problema spinosissimo della prescrizione. Che la guardasigilli ha già avuto il merito di sottrarre allo strumento, o all’arma assai impropria del decreto legge delle “mille proroghe”, cui i sostenitori di una modifica garantista ed equilibrata erano stati costretti a ricorrere dal predecessore Alfonso Bonafede. Costretti, perché il convoglio più attrezzato era ed è quello del disegno di legge di riforma del processo penale, tuttavia reso praticamente inagibile da Bonafede perché messo sul binario nemmeno di un accelerato, ma di un omnibus. Se ancora ne esistono in circolazione, esso si ferma ad ogni stazione e sfinisce i viaggiatori anche più pazienti.

A rallentarne ulteriormente il viaggio si era messa anche la pandemia, o il pretestuoso uso fattone dagli interessati a lasciare il più a lungo possibile in vigore la norma attuale. Che, introdotta come una supposta da Bonafede nella legge nota come “spazzacorrotti”, di fatto ha abolito la prescrizione facendola valere sino alla sentenza di primo grado. Emessa la quale, anche per gli assolti il procedimento promosso dall’appello della pubblica accusa potrebbe sulla carta proseguire all’infinito, e l’imputato rimanere tale a vita. Incredibile ma vero, alla faccia della ”ragionevole durata” del processo imposta da una modifica all’articolo 11 della Costituzione introdotta nell’autunno del 1999.

La nuova ministra col prestigio accresciuto da giudice e poi anche presidente della Corte Costituzionale ha fatto scendere i riformatori dal convoglio improprio delle mille proroghe e ha restituito loro l’agibilità vera del convoglio del processo penale, dando anche un supplemento di tempo, sino a fine mese, per la presentazione dei cosiddetti emendamenti. E tutti aspettano ora di vedere come si tradurrà davvero in ragionevole la durata del processo penale rendendo persino superflua la vecchia prescrizione, e pure l’abuso fattone da imputati e anche da uffici giudiziari -perché negarlo?- esercitando a velocità assai discrezionale la cosiddetta, e un pò ipocrita, obbligatorietà dell’azione penale.

Forza, ministra, ci faccia sognare, anche a costo di portare alla disperazione quelli che il buon Carlo Nordio, ormai in pensione, scrivendo di certi suoi colleghi definisce “giacobini”, anziché giustizialisti o manettari, secondo certo linguaggio giornalistico. Ma ci faccia sognare, signora ministra, anche su un altro terreno, che chiamerei di bonifica del dicastero della Giustizia. Dove la presenza dei magistrati è alquanto sproporzionata rispetto all’organico, per quantità e qualità di posti, sino a dare l’impressione -magari a torto, per carità, ma in certe situazioni,  come diceva la buonanima del presidente Sandro Pertini parlando proprio della giustizia, ciò che appare vale più della realtà-  che il Ministero sia praticamente nelle mani delle toghe. Che finiscono spesso per trovarsi in conflitti anche inconsapevoli d’interesse, sia pure con distacchi regolarmente concessi dal Consiglio Superiore della Magistratura. Dove peraltro i togati sono già sufficientemente tutelati dai rapporti numerici con i cosiddetti “laici” nella difesa della loro indipendenza, autonomia e via dicendo, e rivendicando.

Potremmo anche pubblicare l’elenco completo, aggiornato a meno di un mese fa, dei 162 magistrati fuori ruolo, distaccati in buona parte proprio al Ministero della Giustizia, ma non lo facciamo per ragioni di stile, ritenendo anche questo, come altri di cui ci siamo occupati, un problema non di nomi, bensì di metodo.

Dobbiamo dire con tutta onestà che questa storia del Ministero della Giustizia sovraffollato di magistrati, se non da loro occupato, come si dolgono i non magistrati che vi lavorano  e debbono poter fare carriera dopo avere vinto i loro bravi concorsi, è abbastanza vecchia per attribuirne colpe e responsabilità  un po’ a tutti quelli che si sono avvicendati politicamente al vertice del dicastero, tra prima, seconda, terza e quarta Repubblica, se veramente siamo davvero arrivati alla quarta rappresentata in alcune trasmissioni televisive.

Ne sono rimasti vittime più o meno inconsapevoli anche fior di giuristi diventati ministri della Giustizia, come la buonanima di Giuliano Vassalli. Ai cui tempi risale, precisamente all’inizio del 1988, quando egli era guardasigilli del primo e unico governo del democristiano Giovanni Goria,  quella legge sulla responsabilità civile dei magistrati elaborata nell’ufficio legislativo del dicastero, il più affollato abitualmente di toghe, con cui fu praticamente vanificato il risultato positivo di un referendum promosso per fare rispondere davvero dei loro errori anche quanti amministrano la giustizia.

Fu proprio puntando su quello strumento di intervento sostanzialmente demolitorio che il Pci e la sinistra democristiana, allora alla guida della Dc, si schierarono nell’autunno del 1987 nel referendum a favore dello scontato esito positivo, dopo averlo ostacolato in ogni modo nella primavera precedente, sino a provocarne il rinvio col ricorso alle elezioni anticipate.

Quel referendum, già indetto per aprile, era stato lo scoglio, insieme al referendum sull’energia nucleare, contro il quale s’era infranto il secondo governo di Bettino Craxi, sostituito dal sesto e ultimo governo di Amintore Fanfani. Era un monocolore democristiano per la cui bocciatura nell’aula di Montecitorio, propedeutica allo scioglimento anticipato delle Camere, la Dc di Ciriaco De Mita era arrivata ad una clamorosa astensione, vanificando il voto di fiducia accordato dal Psi nel tentativo di salvare legislatura e referendum.

Marta Cartabia a quell’epoca aveva solo 25 anni, beata lei, ancora fresca di laurea con lode in giurisprudenza all’Università di Milano, ma già ben attrezzata per leggere appropriatamente fatti e sottintesi, e ora ricordarsene, alla testa del Ministero di via Arenula, per cambiare registro.

 

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Draghi sostituisce con un generale il commissario straordinario anti-Covid

            La notizia naturalmente non sta tanto nella “rimozione” di Domenico Arcuri annunciata sulla prima pagina del Corriere della Sera, e già nell’aria da qualche giorno sia per le richieste di leghisti, forzisti e renziani all’interno della maggioranza e dello stesso governo, sia per il pericolo di vederlo prima o poi coinvolto nelle indagini giudiziarie su mascherine e altro, pur essendone appena uscito con tanto di certificazione della Procura della Repubblica di Roma. La notizia non sta neppure nella nomina del generale Francesco Paolo Figliuolo, con quel cognome involontariamente paternalistico, a nuovo commissario straordinario per l’emergenza virale. La notizia, giustamente sottolineata nel titolone di prima pagina di Repubblica, sta nel ricorso da parte del governo a “un generale”: cosa che da sola basta e avanza a dare l’idea della svolta impressa nella gestione della pandemia da un Mario Draghi per giorni e giorni rappresentato da chi non ne ha mai digerito l’arrivo a Palazzo Chigi come un uomo destinato a vivere di rendita delle scelte e dell’azione del predecessore Giuseppe Conte. Che sarebbe stato ingiustamente sostituito nel bel mezzo della sua meritoria impresa.

            E’ stato comprensibilmente duro ad un giornale come Il Fatto Quotidiano, dove ancora si versano lacrime pur metaforiche a vedere le foto dell’uscita di Conte da Palazzo Chigi fra gli applausi del personale affacciato alle finestre sul cortile, registrare quest’altro scomodissimo passaggio. Fra titolo, occhiello, sommario e fotomontaggio di prima pagina è stato tutto un fuoco d’artificio contro Draghi e la sua “virata a destra”, stampata nel rosso che è il colore preferito della testata. L’editoriale del direttore Marco Travaglio non è stato da meno: prima col ricorso al “generalissimo” per esasperare, diciamo così, la già significativa qualifica di “generale di Corpo d’Armata” del nominato, e poi per sobillare praticamente alla rivolta politica -in guerra si chiamerebbe sabotaggio- le componenti ancora giallorosse della nuova maggioranza di governo, cioè i grillini appena affidati dallo stesso Grillo agli studi di Conte, in attesa della sua incoronazione a capo, il Pd e la sinistra pur divisa dei “liberi e uguali”.

            Il “congedo militare” di Arcuri, come l’ha definito con la solita arguzia il manifesto nel titolo e fotomontaggio di copertina, merita insomma vendetta agli occhi, alla testa e al cuore dei nostalgici di una “stagione finita”, per stare al linguaggio di Roberto Napoletano, sul Quotidiano del Sud che dirige, e di Alessandro Sallusti sul Giornale della famiglia Berlusconi. Che di suo, visti l’impegno politico dell’editore e il compiacimento espresso dai forzisti in concorrenza con leghisti e renziani, ci ha aggiunto l’applauso all’”arrivo dei nostri”: una specie di Cavalleria che irrompe sulle truppe giù in fuga, sino a qualche settimana fa convinte di poter vincere invece la partita della crisi provocata da quel rompiscatole del senatore Matteo Renzi.

         Quest’ultimo adesso si gode anche lui lo spettacolo rovesciato, pur nelle difficoltà obiettivamente procuratesi con quegli infelici, inopportuni rapporti retribuiti col principe ereditario dell’Arabia Saudita accusato dalla Cia di avere fatto uccidere e segare un giornalista d’opposizione. In attesa magari che se ne occupi qualche volenterosa Procura della Repubblica, che dal 1993 non ha più bisogno dell’autorizzazione del Senato per procedere nelle indagini, ha cominciato ad interessarsi del caso – errore politico o reato che sia- la rivista della corrente “Magistratura democratica”.

 

 

 

 

 

 

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Un “contratto” di quasi 30 anni offerto da Beppe Grillo a Giuseppe Conte

               Giuseppe Conte ha dunque detto sì a Beppe Grillo e agli altri big veri o presunti delle 5 Stelle, assente comunque Davide Casaleggio. Che gli hanno offerto davanti ai resti dei Fori imperiali di Roma -altro che la spiaggia di Bibbona originariamente prevista- il compito di rifondare e guidare il movimento, o ciò che ne resta dopo due anni e mezzo di governo condotto -non dimentichiamolo- dallo stesso Conte. Che, ciò nonostante, è diventato o è avvertito da quelle parti come “l’indispensabile”, senza la maiuscola riservata alle qualifiche di “Garante”, “Elevato” e altro ancora di Grillo: parola dell’insospettabile Fatto Quotidiano a conclusione della cronaca della giornata particolare di Conte. Sulle cui riserve, nell’accettazione dell’offerta, il giornale di Marco Travaglio ha sorvolato nei titoli, pur informando correttamente che l’ex presidente del Consiglio si è preso “alcune settimane” per redigere un “piano rifondativo” con un collegio di avvocati. Egli ha anche assicurato che si rimarrà “amici come prima” in caso di rinuncia.

            Del nuovo o rifondato movimento potrebbero cambiare anche il simbolo e il nome. Non cambierà invece il nocciolo del programma, condiviso davanti -ripeto- ai fori imperiali, a costo di ridurre a ruderi anche la nuova formazione, visti i risultati raggiunti dopo la vittoria elettorale del 2018: la mobilitazione “contro la corruzione, le disuguaglianze, le rendite di posizione, i privilegi”, con ampia facoltà naturalmente di definire così tutto ciò che non piace, per quanto legittimo, e di scambiare quindi anche lucciole per lanterne.

            Vasto programma, avrebbe detto la buonanima del già tante volte citato Charles De Gaulle. Un bel “Big Bang”, ha scritto Ezio Mauro su Repubblica. Un programma adatto all’”uomo della Coincidenza”, ha scritto l’Huffpost pensando forse anche alla Provvidenza, che fa rima del resto. Conte, d’altronde, ha eccellenti relazioni con l’altra sponda del Tevere, dove già in passato sono stati intravisti uomini della Provvidenza, appunto, sulla strada dell’Italia. E pazienza se al Tempo, dirimpettaio di Palazzo Chigi, dove il nostro ha lavorato per quasì metà di questa legislatura, già immaginano un Conte deluso, affaticato, forse anche sconfitto con questo commento tutto in romanesco: “Era quasi più facile gestì ‘na pandemia”.

            Per aiutarsi nell’impresa obbiettivamente difficile di rendere terrestri quelli che una volta si compiacevano di sentirsi “marziani” – come ricordano alcuni vignettisti ai quali Grillo ha regalato anche la sorpresa di arrivare con un casco d’astronauta all’appuntamento romano di ieri-  Conte sembra che abbia il proposito di un grande gesto pacificatore: una specie di amnistia per gli espulsi o gli espellendi, che sono tanti. Cui d’altronde dovrebbe essere facile già in sé aderire ad un nuovo movimento, quale vorrebbe essere quello rifondato, seppure con lo stesso programma orgogliosamente populista. “Accogliente e intransigente”, sono gli aggettivi assegnati alla nuova creatura, secondo Il Fatto Quotidiano, da Conte. Cui sulla Stampa Francesca Schianchi ha attribuito una specie di contratto politico con Grillo “da qui al 2050”, quando l’”avvocato del popolo” -ricordate?- di anni ne avrà compiuti 85, e Grillo addirittura 101. Auguri a entrambi, naturalmente. E anche all’Italia, pur messa a così dura prova.  

 

 

 

 

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La seconda domenica di Quaresima celebrata a suo modo da Beppe Grillo

              Per puro caso -voglio almeno sperare per non dargli del blasfemo, dopo quell’”Elevato” che si è attribuito più volte da solo nel movimento da lui stesso fondato- Beppe Grillo per il suo “conclave con i big” pentastellati, come lo ha definito l’informatissimo Fatto Quotidiano, ha scelto e confermato questa seconda domenica di Quaresima. La cui antifona dice: “Cercate il mio volto”. La prima lettura dalla Genesi ripropone invece la prova di fedeltà chiesta da Dio ad Abramo, e alla fine risparmiatagli, col sacrificio del figlio. Il vangelo secondo Marco ripropone, dal canto suo, l’invito di Dio, avvolto nella luce su un ”alto monte”, a “adorare il figlio mio, l’amato”. Che è infine anche l’antifona alla Comunione.

            Più modestamente di Dio, pur con quella faccia esageratamente michelangiolesca da giudizio universale che assume a volte in teatro e fuori, Grillo è all’opera per raccomandare all’adorazione tutta politica del suo “popolo” l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Cui il comico vorrebbe affidare la sua creatura alle prese con una crisi identitaria ed elettorale dalla quale egli ha umilmente riconosciuto di non poterlo tirare fuori da solo. Ma la sua, quella cioè di Grillo, è un’umiltà molto relativa perché anche con Conte -indifferentemente come presidente o primus inter pares in un futuro comitato direttivo, grazie ad opportune e ulteriori modifiche allo statuto e il solito passaggio digitale della piattaforma intestata dalla famiglia Casaleggio alla buonanima di Jean Jacques Rousseau- il cosiddetto “Elevato”, garante e quant’altro gli rimarrebbe sopra come in una nuvola.

            Francamente, il povero Conte mi sembra messo assai male, nonostante il gradimento popolare che gli viene ancora attribuito, la nostalgia che ne hanno in almeno una parte dell’ormai malandato Pd e la mano che cercano di dargli quelli del già citato Fatto Quotidiano dipingendo il suo successore a Palazzo Chigi, Mario Draghi, come un uomo predestinato all’insuccesso. Cui persino un sostenitore come Massimo Giannini, sulla Stampa, ha appena chiesto “subito un colpo d’ala” per non sembrare forse troppo appiattito nei suoi riguardi.

            Se fossi in Conte, mi terrei ben stretto l’incarico appena ripreso di professore di diritto privato all’Università di Firenze, senza  altre tentazioni politiche, dopo le due avventure di segno opposto vissute a Palazzo Chigi in meno di tre anni. E mi terrei anche lontano dalla “finestra” dietro alla quale lo ha rappresentato oggi sul Secolo XIX Stefano Rolli a contemplare “un’altra” stella cadente: non so se la penultima o proprio ultima delle cinque del MoVimento col quale Beppe Grillo si è divertito per una decina d’anni, facendo prima ridere e poi piangere un crescente numero dei suoi stessi spettatori.

            Professore, ma chi glielo fa fare, a parte le sollecitazioni o attese di Rocco Casalino, sempre commosso a vederLa e a sentirLa, di  prestare sempre di più il suo volto, mettendolo addirittura nel “nuovo simbolo”, al movimento anticipato in un titoletto di prima pagina dal Messaggero? Per non parlare dell’epica attesa di Emanuele Buzzi, sul Corriere della Sera, di un passaggio che segni addirittura, nel movimento grillino e dintorni, “l’inizio di una nuova era”. E “con Grillo pronto a fare da pontiere”, ha aggiunto Buzzi con un’altra dose di…. vaccino dell’ottimismo. 

 

 

 

 

 

 

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Il ritorno politico di Giuseppe Conte in cattedra all’Università di Firenze

               Giuseppe Conte è dunque riuscito a inserire la ripresa del suo insegnamento universitario a Firenze nella marcia di avvicinamento, sempre in Toscana, alla villa di Beppe Grillo a Marina di Bibbona. Dove, pur irritato per la fuga di notizie a tal punto da essere tentato di annullare l’appuntamento, lo attenderebbe Grillo in persona, con i vertici veri o presunti del MoVimento 5 Stelle, per offrirgliene praticamente la guida. E ciò pur o proprio per lo stato confusionale in cui lo stesso MoVimento si trovava, in verità, già prima, quando in quella stessa villa si permise nell’estate del 2019 l’alleanza di governo col Pd, ma che è degenerata in casino -scusate il termine- dopo la formazione del governo di Mario Draghi. Che è anch’esso a partecipazione pentastellata insieme con lo stesso Pd ma pure con le indigeste Lega di Matteo Salvini, Forza Italia di Silvio Berlusconi e Italia Viva di Matteo Renzi, sopravvissuta all’”asfalto” -ricordate?- di Rocco Casalino. Dovevano  provvedere ad asfaltarla i “volenterosi, “responsabili” e quant’altri di centro, vero e presunto, tutti naturalmente passati da Conte a Draghi dalla sera alla mattina.

            Sia chiaro, il professore di diritto privato e già presidente del Consiglio ha fatto non bene ma benissimo a riprendere la sua attività didattica, essendo oltremodo aleatorio il ruolo che sta preparando per lui l’ormai amico Grillo. Che da comico ha messo su uno spettacolo politico più da ridere che altro, anche se forse molti, soprattutto fra i tifosi che avevano davvero creduto alle sue utopie palingenetiche, hanno voglia ora più di piangere che di ridere. E qualche parlamentare sotto le stelle ha pianto davvero motivando indifferentemente, tra Senato e Camera, il suo sì o il suo no sofferto al governo affidato dal capo dello Stato alla guida dell’ex presidente della Banca Centrale Europea. Di cui, sinceramente, basta sentire le parole e vedere il portamento per capire che è valsa la pena tirarlo fuori dalle riserve, o scuderie, della Repubblica.

            Ciò che invece Conte, a mio modestissimo avviso, ha sbagliato a fare nel suo ritorno all’Università, con tanto di mascherina accademica addosso e qualche contestazione esterna dei soliti centri “collettivi”, è la politica messa  nella sua lezione su “tutela della salute -testuale- e salvaguardia dell’economia”. Non credo proprio ch’egli sia riuscito a smontare le critiche alluvionali non all’uso ma all’abuso dei suoi decreti presidenziali noti ormai con l’acronimo dpcm. La cui “agilità” avrebbe dovuto essere pari a quella del virus da combattere.  Via, non si possono sottrarre sistematicamente alla verifica parlamentare manomissioni delle libertà personali.

            Non credo infine che sia stato un buon affare politico quello fatto da Conte ammettendo che sì, le numerose tribolazioni fra il governo e le regioni per la gestione dell’emergenza pandemica sono derivate dalle competenze delle cosiddette autonomie locali ridisegnate nella infausta riforma del titolo quinto della Costituzione, ma che, per quanto infausta, quella riforma è stata messa poi al sicuro da una successiva legge speciale del 2003. Che all’articolo 8 conferisce un potere “sostitutivo” al governo in caso di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica. “Non abbiamo mai preso in considerazione la possibilità di esercitare questo potere”, si è tuttavia vantato Conte. Vi raccomando quel mai, su cui un altro professore, Sabino Cassese, avrebbe molto da ridire, visto quello che ha scritto sul Corriere della Sera di oggi chiedendo di “cambiare la rotta”.

 

 

 

 

 

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