Ma come si permettono alla Repubblica, quella di carta che ne ha preso il nome senza chiederle permesso, di indulgere al sì referendario sulla riforma costituzionale della magistratura? Prima Francesco Merlo, che ha contestato a Giorgio La Malfa, in poche righe di risposta ad una lettera, il no motivato non dal contenuto, che il padre Ugo privilegiava sempre allo schieramento, ma dalla necessità di battere il governo di centrodestra che l’ha promossa e fatta approvare dalle Camere. Poi Stefano Folli, che per due giorni consecutivi ha cantato sì. Il primo giorno scrivendo che “una percentuale intorno al 50% di votanti aumenta l’ipotesi di una vittoria Meloni-Nordio”. Il giorno dopo scrivendo un articolo così titolato: “Il referendum, la giustizia e le ragioni del Sì”. Niente no, quindi.
Colpito sino a segnarsi la sorpresa fra quelle da sbertucciare nella sua rassegna stampa sarcastica del lunedì, al posto dell’editoriale, Marco Travaglio si è chiesto sul suo Fatto Quotidiano: “Ma quindi Angelucci s’è comprato pure Repubblica?”, possedendo già il Giornale che fu di Indro Montanelli, Libero e Il Tempo.
No. Gli Angelucci, né il padre né il figlio, non c’entrano in questa faccenda. C’entrano solo Francesco Merlo e Stefano Folli. Un po’, diciamolo pure, anche il direttore Mario Orfeo lasciando qualche spazio anche al sì referendario. Il nuovo editore destinato al giornale fondato da Eugenio Scalfari 50 anni fa rimane l’armatore greco di cui si è appena saputo che ha fra le sue teste d’uovo l’ex premier britannico Tony Blair, di una sinistra eretica, quasi traditrice, rispetto a quella corrente da noi. Con Elly Schlein alla guida del Pd che rincorre Giuseppe Conte, il “progressista indipendente” sicuramente dal ripudiato Beppe Grillo, ma forse anche da se stesso.
Va detto e riconosciuto con onestà tuttavia che senza bisogno di cambiare proprietà e direttore, la Repubblica, sempre quella di carta, ha avuto sempre qualche problema di disciplina o di tenuta sul terreno referendario, specie di natura costituzionale. Proprio dieci anni fa Scalfari in persona, sorprendendo anche Ezio Mauro, dal quale si era fatto sostituire alla direzione nel 1996, si schierò a favore della riforma costituzionale intestatasi dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi. E avversata dalla parte più di sinistra del Pd, sino ad uscirne, e da Silvio Berlusconi a destra, per quanto pubblicamente esortato da amici come Marcello Pera e Giuliano Ferrara a collocarsi almeno nell’area dell’astensionismo. Che forse avrebbe salvato la riforma dalla bocciatura che invece rimediò col 59,1 per cento dei no e il 40,9 per cento dei sì. L’’affluenza alle urne fu del 65,5 per cento.
Il sostegno alla riforma di Renzi costò a Scalfari anche dolorose o scomode polemiche con collaboratori e amici di un certo peso come Gustavo Zagrebelsky. Che oggi naturalmente è schierato anche contro la riforma costituzionale della magistratura, secondo lui “intimidita” dalle novità che l’aspettano fra separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, due Consigli Superiori e un’Alta Corte disciplinare formati anche col sorteggio cosiddetto temperato, cioè in un’area di alta professionalità, per interrompere le pratiche correntizie.
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