La fantasia allegramente stampata sia a sinistra che a destra

       C’è molta, anche troppa fantasia maliziosa a sinistra, d’accordo. Come la sceneggiata attribuita ieri sul Fatto Quotidiano a Trump e alla Meloni. Il primo accusando, per esempio, l’altra di non collaborare alle sue guerre, compresa quella verbale al Papa pur americano, e la Meloni facendogli da settimana usare la base di Aviano per il trasporto di mezzi utili ai bombardamenti dell’Iran prima della tregua in corso. Ma ce n’è, anche troppa, di fantasia maliziosa pure a destra.  Quella, per esempio, stampata oggi sulla prima pagina del Giornale – non partecipe come altri di analogo orientamento politico allo sciopero per il rinnovo del contratto di lavoro- che ha visto in un editoriale uscito ieri sul Corriere della Sera un “ritorno” di Walter Veltroni, l’ex primo segretario del Pd, finalizzato alla corsa al Quirinale fra tre anni, alla scadenza del secondo mandato quasi regale di Sergio Mattarella. Regale come quello, doppio anch’esso ma interrotto- di Giorgio Napolitano. “Re Giorgio”, titolevamo in Italia e all’estero, in spirito per niente critico verso di lui.

       Ho personalmente da ridire su quel “ritorno” di Veltroni.  Quando mai, una volta assunto con contratto dal Corriere della Sera come editorialista dal suo amico e compagno Luciano Fontana, che aveva giù collaborato con lui all’Unità, l’ex segretario del Nazareno ha smesso di scrivere e di guadagnarsi il dovuto onorario? E perché mai gli uomini della sinistra e dintorni dovrebbero votarlo alla presidenza della Repubblica dopo che lui li ha declassati a “Tafazzi” per la corsa alle primarie di Palazzo Chigi, diciamo così, che hanno aperto, fra Schlein, Conte e altri più o meno volenterosi e probabili candidati alla guida di un nuovo governo, dando per “scontata” ciò che non è? Cioè la vittoria nelle elezioni politiche dell’anno prossimo sulla falsariga di quella referendaria del mese scorso contro la riforma costituzionale della magistratura.

       Con lo stesso metro di giudizio, e di fantasia, dovremmo iscrivere alla corsa al Quirinale, a sinistra, anche il novantenne Achille Occhetto che proprio oggi ha ricordato dalle colonne del Tempo alla segretaria del Pd Elly Schlein e ai suoi concorrenti a Palazzo Chigi che la vittoria elettorale dell’anno prossimo “bisogna sapersela guadagnare”, non essendo scontata neppure per lui. Che, d’altronde, ha assaporato personalmente la delusione quando nel 1994 improvvisò la famosa “gioiosa macchina da guerra” a Silvio Berlusconi, che invece vinse atterrando direttamente a Palazzo Chigi da Arcore.

       Sempre con lo stesso metro di giudizio e di fantasia, di fronte a quella foto del Papa sulla prima pagina del suo Osservatore romano che libera al volo una colomba bianca, dovremmo metterlo in competizione col connazionale presidente Trump per il premio Nobel della pace. Al quale, travestito nei giorni scorsi da Gesù Cristo, l’inquilino della Casa Bianca si è riproposto per avere strappato a Israele una tregua in Libano. E per stare trattando con l’Iran pur essendosi proposto di riportarlo all’età della pietra.

Se non si pensa mai abbastanza male degli avversari politici

Alle prese con la politica in generale, ma con quella italiana in particolare, non si è mai abbastanza maliziosi, come già raccomandava il tanto citato Giulio Andreotti. Che si vantava di “azzeccarci” ogni volta che pensava male, appunto, di qualcosa o di qualcuno.

       E’ durato solo 24 ore il sospetto, timore e quant’altro che finisse per essere rappresentata a sinistra, e dintorni, come una sceneggiata il duro scontro avvenuto fra Trump e Meloni, o viceversa. Il Trump “scioccato” dal giudizio severamente critico espresso dalla Meloni sui suoi attacchi al Papa,  pur o soprattutto americano, che non condivide le guerre apocalittiche che il presidente degli Stati Uniti apre, conduce, interrompe e riprende per far tornare il nemico di turno all’”età della pietra”. La Meloni scioccata a sua volta dalla reazione di Trump, che l’ha accusata praticamente di non avere il coraggio che proprio lui le aveva internazionalmente attribuito dandole della “fantastica”. Scioccata, ripeto, anche lei e orgogliosa di avergliene cantate più forte di chiunque altro.

       Si sono sprecati commenti e vignette sui due “ex amici” e sulle  derivabili prospettive di politica estera e interna. Ma ieri un giornale che Giuseppe Conte stesso ha raccontato di leggere ogni giorno, e forse qualche volta ispira con l’autorità conferitagli dal direttore che lo considera il migliore presidente del Consiglio avuto dall’Italia dopo Camillo Benso di Cavour, ha gridato e stampato in rosso sangue in prima pagina: “Macchè rottura”. E’ naturalmente Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Che questa volta ha declassato a inutile la rubrichetta della Cattiveria che sistema ogni giorno in fondo pagina. Qualche volta, lo confesso, anche spiritosa ed efficace davvero nella sua stringatezza, quasi di scuola montanelliana, che d’altronde Travaglio ha frequentato in gioventù.

       La prova della sceneggiata, di quel “macchè rottura” è stata trovata o indicata nell’intenso traffico militare nella base americana di Aviano, al Nord, dove da un bel po’ di settimane  transitano armi e mezzi utili alla guerra all’Iran, impediti invece di recente dal governo italiano nella base di Sigonella, al Sud.

       Conte, per tornare a lui,  “Giuseppi” come lo chiamò una volta Trump e gli è rimasto attaccato addosso per la variabilità delle sue opinioni e maggioranze realizzate prima a Palazzo Chigi e poi fuori, nello scontro pur farlocco fra  lo stesso Trump e Meloni è riuscito a dare, sotto sotto, sorprendentemente ragione al presidente americano. Che egli ha considerato “tradito” -testuale-  per chissà quale impegno preso con lui dalla Meloni e cestinato per difendere il Papa che elettoralmente pesa in Italia più che altrove.

       Anche nella gestione politica e propagandistica della rottura, vera o presunta, fra Trump e Meloni l’ex presidente pentastellato del Consiglio ha trovato l’occasione e il modo di distinguersi dalla segretaria del Pd scavalcandola nella corsa alla leadership del campo largo dell’alternativa al centrodestra. E praticamente contestandone, pur tra saluti e bacini quando si incontrano nelle piazze e nei corridoi, la solidarietà al governo espressa con spirito istituzionale e bipartisan, nella impegnativa aula di Montecitorio, dopo gli attacchi del presidente americano.

       Le cosiddette primarie rimangono insomma, con la sua ambizione di tornare a Palazzo Chigi, al centro dell’azione e dei pensieri di Conte. Al quale deve avere criticamente pensato Walter Vetroni, il primo segretario del Pd, in questo passaggio, fra gli altri, del suo editoriale di ieri sul Corriere della Sera.: “Tutti a parlare di primarie e a immaginare scenari che non si realizzeranno mai, fumosi, stantii, arzigogoli che prevedono, tanto tutto è già vinto, chi andrà a Palazzo Chigi, chi al Quirinale, chi alla presidenza di Camera e Senato”.

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La primavera sfiorita del Conte tolemaico del campo largo

Vedrete se prima o dopo, ma più prima che dopo, non si sosterrà a sinistra che la polemica esplosa fra la premier italiana Giorgia Meloni e il presidente americano dopo l’attacco di Trump al Papa connazionale, che non gli sarebbe grato, fra l’altro, dell’aiuto da lui ricevuto nella successione al sudamericano Bergoglio al vertice della Chiesa, sia una grande sceneggiata. Alla quale Trump si sarebbe prestato, con la reazione alle critiche della Meloni in difesa del Papa, per aiutarla a sottrarsi ai continui assalti delle opposizioni in Italia per la sua “subalternità” alla Casa Bianca.

       A questa rappresentazione della sceneggiata ci è andato vicino, molto vicino, nella sua stagione primaverile anche sul piano politico e librario, l’ex premier Giuseppe Conte. Che, parlandone con i giornalisti alla Camera, ha rinnovato i suoi attacchi alla premier, infastidito del credito accordatale invece dalla segretaria del Pd Elly Schlein con un discorso patriottico, diciamo così, di difesa dagli attacchi rivoltegli da un Trump “scioccato” dalla sua mancanza di “coraggio”. E dagli “aiuti” negatigli nelle guerre in cui è impegnato, sino a negargli recentemente l’uso della base di Sigonella per gli aerei americani destinati al conflitto in Iran.

       Per Conte la premier italiana resta subalterna alla Casa Bianca e, in più, “ambigua”. Di questa presunta ambiguità l’ex premier pentastellato si era già spinto forse a parlare recentemente in un incontro conviviale per niente riservato con l’ambasciatore personale di Trump in Italia, diverso da quello ufficiale che lavora in via Veneto fra le bandiere a stelle e strisce di Palazzo Margherita. Se non l’aveva ancora fatto, lo farà probabilmente la prossima volta., con la confidenza di quel “Giuseppi”, al plurale  come le sue esperienze e maggioranze politiche, conferitogli da Trump già nel primo mandato presidenziale.

       Scrivevo della primavera di Conte, cominciata anche politicamente per lui e per le sue ambizioni con la vittoria referendaria del no, il mese scorso, alla riforma costituzionale della magistratura.  Una vittoria sulla quale ha messo il cappello, diciamo così, non più snobbando o ignorando le primarie del cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra ma accettandole, le più aperte possibili naturalmente, per eleggere il candidato a Palazzo Chigi nella prossima legislatura, se alla sinistra dovesse davvero capitare di vincerle.

       Nella visione tolemaica che, a torto o a ragione, poco importa a questo punto sul piano dell’analisi, si avverte nella posizione, nella linea, nelle scelte, negli umori dell’ex premier, che peraltro già conosce bene Palazzo Chigi per esservi stato con due maggioranze diverse, anzi opposte, Conte non si lascia distrarre da nulla. Lui persegue il suo obbiettivo senza se e senza ma. E se la Schlein, con la quale pure si sta accordando o si è già accordato per una manifestazione pacifista insieme nel mese prossimo, avverte il bisogno, l’opportunità, direi anche la decenza di solidarizzare con la premier e il governo in carica in un difficile passaggio della congiuntura internazionale, lui trova un argomento, un’occasione in più per contrapporsi. Più che un carro lanciato sulla strada delle primarie, delle quali sempre più numerosi sono gli esponenti del Pd, e non solo del Pd, che dubitano temendo il peggio, Conte sembra diventato un paracarro. E magari ne sarà anche orgoglioso. E ci scriverà sopra un altro libro per regalarci nuovi retroscena.

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Portata ed effetti della rottura fra Meloni e Trump sul Papa americano

       Il presidente americano non ha dunque gradito il guano che Stefano Rolli, nella sua seconda e ben riuscita vignetta in pochi giorni su Trump, ha fatto scaricare nella prima pagina del Secolo XIX sui suoi capelli dalla premier italiane Giorgia Meloni, dopo l’attacco “inaccettabile” al Papa. Forse ancora più inaccettabile delle guerre che l’alleato, si fa per dire, non riesce a spegnere o addirittura apre nel mondo con la “prepotenza” rimproveratagli allusivamente dal connazionale salito l’anno scorso al vertice della Chiesa.

       “Scioccato” dalle proteste della Meloni, peraltro non le prime dopo le scaramucce sulla Groenlandia e sulla condotta dei militari italiani nella passata guerra in Irak, Trump le ha ritirato il “coraggio” riconosciutole più volte, anche nella Casa Bianca ricevendola come una mezza regina. E l’ha praticamente insultata procurandole in Italia la solidarietà espressa in Parlamento dalla segretaria del principale partito di opposizione, Elly Schlein. Una solidarietà doppia, di genere e politica. Un miracolo, direi, pensando a quello attribuitosi da Trump travestito da Gesù al capezzale di un infermo più di là che di qua.

       Su ciò che è accaduto fra Trump e Meloni, o viceversa, si sono sprecati titoli e immagini giornalistiche: rottura, strappo, divorzio, scaricamento, ponte crollato e altro ancora.

       Ma senza nulla togliere a tutto questo sul piano internazionale, con tutti gli effetti che potranno derivarne nella prosecuzione del mandato di Trump alla Casa Bianca, mi sembra notevole anche lo strappo e quant’altro consumatosi sul piano interno, a sinistra, fra la Schlein solidale con la Meloni e il suo concorrente alla guida della cosiddetta alternativo, Giuseppe Conte. Che ha rinnovato alla premier l’accusa di rapporti quanto meno ambigui, se non ancora di sudditanza, al presidente americano. Col cui ambasciatore personale a Roma, diverso da quello ufficiale, l’ex premier ha appena avuto tuttavia un incontro conviviale, per niente coperto da riservatezza, che di solito si cerca, si organizza e si svolge non per scambiarsi insulti. Conte rimane pur sempre il “Giuseppi”, al plurale come le sue politiche e maggioranze, apprezzato da Trump nel suo primo mandato alla Casa Bianca.

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Se Trump si traveste da Gesù, ma anche da Stalin attaccando il Papa

Il passato ogni tanto ritorna. Generalmente nel male, qualche voltanel bene.

       Nel male come nel caso del presidente americano Donald Trump, che ha dato del “debole” al connazionale Robert Francis Prevost salito, sul trono di Pietro grazie non allo Spirito Santo ma a lui, che dalla Casa Bianca seppe influenzare i cardinali di Santa Romana Chiesa nel Conclave seguito alla morte di Papa Francesco, il sudamericano Jorge Mario Bergoglio.  

Questa debolezza, ripeto, di Leone XIV è la stessa rimproverata, anzi derisa un’ottantina d’anni fa da Stalin interrompendo i suoi interlocutori di Yalta che avevano un certo rispetto, chiamiamolo così, per Pio XII, il Papa italianissimo allora regnante.  “Di quante divisioni dispone?”, chiedeva Stalin di quello che lui considerava un rompiscatole disarmato.  E gli altri zitti, non potendo appendersi alle divise pur michelangiolesche delle guardie svizzere. E Stalin si fermò li, non arrivando a paragonarsi, pur con i suoi trascorsi in seminario, né a Dio che Trump invece vede a sua somiglianza, né a Gesù, nel quale il presidente americano si è riconosciuto benedicente, quanto meno, se non salvifico, né nello Spirito Santo in quella rappresentazione fatta dell’elezione di Papa Prevost grazie a lui. Una Trinità blasfema, della quale si rifiutato di scusarsi di fronte allo sgomento e alle proteste sollevate dalle sue parole contro il Papa, persino nel palazzo romano dove lavora e governa l’Italia Giorgia Meloni. Che nelle polemiche delle opposizioni temo rimarrà la “favorita”,  “subordinata” eccetera eccetera del presidente americano anche dopo avere definito “inaccettavili” le sue invettive contro il Papa.

       Il passato ritorna invece, con gli adeguati aggiornamenti, nel bene a Budapest con la vittoria elettorale di Peter Magyar su Viktor Orban, reduce da 16 anni di potere condiviso o apprezzato internazionalmente più da Putin, al Cremlino, che dai soci dell’Unione europea a Bruxelles. Eppure l’Ungheria era rimasta nel cuore di tanti, in Europa e fuori, per il generoso, quanto tragicamente fallito tentativo 70 anni fa di sottrarsi alle dipendenze dell’allora Unione Sovietica.

       E’ stato proprio il vincitore delle elezioni ungheresi a richiamarsi agli “anni del comunismo” per rinnovare la promessa e l’impegno elettorale di restituire al suo Paese la dignità di quell’antica rivolta contro Mosca, dove oggi governa non un anticomunista ma semplicemente un post-comunista come Putin. Che non fa neppure tanto mistero di una certa nostalgia di Stalin e delle sue abitudini e visioni internazionali, in una concezione imperialistica della Russia di cui stanno facendo le spese da più di quattro anni di guerra gli ucraini. I quali possono ora sperare di poter contare sulla solidarietà magiara negata loro da Orban.

       Ah, i corsi e ricorsi storici di Giambattista Vico, di cui abbiamo celebrato l’anno scorso i 300 passati dalla sua “Scienza nuova”.

Pubblicato siul Dubbio

La blasfema Trinità del presidente americano Donald Trump

       Come al solito i vignettisti hanno saputo superare con la loro ironia gli editorialisti nella rappresentazione dei fatti. Stefano Rolli sul Secolo XIX ha tradotto l’attacco del presidente americano Donald Trump al Papa, americano peraltro come lui, nella domanda che una guardia svizzera pone ad un’altra guardia: “Fammi capire, abbiamo il nucleare?”. Come l’Iran bombardato da Trump, appunto.

       Non so francamente se ci sia sempre più metodo o meno nella follia amletica e nella blasfemia del presidente americano. Che già prima di essere rieletto alla Casa Bianca si era un po’ paragonato a Dio, vedendo poi nella sua protezione il segreto della vittoria presidenziale, E’ di ieri l’immagine esposta per qualche ora elettronicamente di lui come Gesù che guarisce o comunque benedice un infermo. Sempre di ieri è l’immagine metaforica dello Spirito Santo attribuitasi sempre dal presidente americano sostenendo, insinuamdo e quant’altro di avere fatto salire l’anno scorso l’allora cardinale e connazionale Prevost al vertice della Chiesa, dopo la morte del sudamericano Papa Francesco.

       E lui, Papa Leone XIV, ingrato e armato solo delle guardie svizzere, si permette di criticare le guerre di Trump e i suoi contorni. Lui, sempre Papa Leone XIV, “debole” e “pessimo in politica internazionale”. E’ seguito, dopo le reazioni negative levatesi un po’ da tutto il mondo, persino in Italia dalla premier Giorgia Meloni che ne appoggia la scalata al premio Nobel della pace, il rifiuto di scusarsi. Anzi, la conferma del suo attacco verbale. Che un Papa per niente intimidito, parlandone con i giornalisti, ha fatto ridurre sulla prima pagina del suo Osservatore romano, senza farlo peraltro nominare, a un richiamo di “cronaca” alle sue parole di risposta al presidente degli Stati Uniti: “Non sono un politico, parlo di Vangelo. Ai leader del mondo dico: basta guerre”. Parole, ripete, di Leone XIV, cui Trump ha contrapposto il fratello Luigi preferendolo. E magari conferendogli qualche onorificenza, salvo ritirargliela dopo qualche ultimatum, o penultimatum dei suoi per intervenuta indegnità.

       Di fronte a simili storie di ordinaria follia o blasfemia  di Trump gli americani meritano la solidarietà umana per averlo ancora come presidente.  

E’ finita la sconcertante anomalia ungherese di Orban nell’Unione europea

       E’ finita, se Dio vuole, l’anomalia ungherese con la sconfitta elettorale di Viktor Orban, che aveva fatto diventare il suo paese una mezza o intera enclave russa nell’Unione Europea. Un’enclave non più sovietica solo a parole, perché in realtà Putin ha riportato il sovietismo al Cremlino congiugendolo alle tradizioni zariste, chiamiamole così.

       Fatale politicamente a Orban, dopo sedici anni di potere e di democrazia orgogliosamente antiliberale, è stato l’appoggio di Trump, l’americano amico di Putin senza il cui sostanziale appoggio, o tolleranza,  la guerra d’invasione russa in Ucraina non sarebbe durata così tanto. Il bacio pur metaforico del vice presidente americano Vance, sbarcato in Ungheria proprio alla vigilia del voto non come l’aquila reale della Casa Bianca ma come una civetta del malaugurio, è stato forse decisivo per spingere gli ultimi indecisi a votare per Peter Magyar. Che è di destra come Orban, ma di una destra europea, della quale finirà per apprezzare i vantaggi anche la premier italiana Giorgia Meloni chiudendo pure  lei l’anomalia -un’altra- dell’appoggio a Orban.

       Più ancora dei sedici anni del regno repubblicano di Orban, l’Ungheria è paradossalmente e felicemente tornata indietro di 70 anni: a quel 1956 della rivolta antisovietica, purtroppo soffocata nel sangue. Come 12 anni dopo sarebbe toccato anche alla primavera di Praga.

       Nel 1956 il presidente 62.enne sconfitto nelle elezioni ungheresi di questo 2026 non era ancora nato. E tanto meno il vincitore Magyar, di 45 anni. Eppure è toccato all’uno e all’altro, rispettivamente, spegnere e riaccendere il patriottismo magiaro anticomunista di 70 anni fa.

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Scarpinato non lascia ma…licenzia la Commissione parlamentare antimafia

In un lungo e veemente articolo, che tuttavia Il Fatto Quotidiano ha sistemato solo a pagina 11, dedicandogli come richiamo in prima solo la seconda del solito elenco delle sei, poco più o poco meno, ”nostre firme” selezionate di giorno in giorno, il senatore pentastellato Roberto Scarpinato ha proposto “l’autoscioglimento” della commissione bicamerale antimafia. Che si rinnova da tempo in ogni legislatura e della quale fa parte col suo collega di partito e di pensione, cioè ex magistrato, Federico Cafiero de Raho, eletto alla Camera. Due partecipazioni di peso certamente, viste le esperienze e le carriere compiute da entrambi guadagnandosi, prima ancora dei voti degli elettori, per carità, l’ammirazione, fiducia e quant’altro dell’ex premier Giuseppe Conte, capo ormai indiscusso del movimento che fu di Beppe Grillo. Due partecipazioni di peso ma anche assai contestate politicamente fra partiti e gruppi della maggioranza, sino a dubitare della loro compatibilità per avere avuto come magistrati ruoli diretti o indiretti in vicende di cui la commissione si è occupata e si occupa.

       Ora che la maggioranza ha subìto una sconfitta di certo bruciante, per carità, nel referendum per niente confermativo della riforma costituzionale della magisratura, salvatasi perciò nell’analisi di Scarpinato dal progetto governativo di sotttometterla, anche se l’articolo 104 della Costituzione ne garantiva pure nel testo modificato dalle Camere le famose “indipendenza e autonomia”; ora che la maggioranza, dicevo, è stata sconfitta referendariamente avrebbe perso, secondo Scarpinato, ogni legittimità, anzi “idoneità” ad occuparsi di antimafia. E addirittura di presiederne la commissione con la sorella d’Italia, diciamo così, Chiara Colosimo. Che ha accettato di buon grado, scandalizzando vieppiù il senatore Scarpinato, l’invito rivoltole dalla premier Meloni non di nascosto ma davanti alle Camere di allargare vecchie indagini o di aprirne di nuove per analizzare il fenomeno, reale o ipotetico, di infiltrazioni mafiose anche nei partiti, compreso o a cominciare da quello della stessa premier.

       Come si è permessa la Meloni di proporre una cosa del genere e ancor più la Colosimo di apprestarsi alla richiesta contando sull’aiuto di tutti indistintamente i gruppi, compreso naturalmente quello pentastellato?, si è praticamente chiesto sbottando l’ex procuratore generale di Palermo. Con quale autorità o faccia tosta ne ha parlato la Meloni e sta ubbidendo la Colosimo dopo che il governo e la sua maggioranza hanno varato e messo in cantiere, oltre alla referendariamente sventata riforma costituzionale della magistratura, modifiche legislative finalizzate o destinate ad abbassare il livello di guardia nella difesa collettiva dalla mafia? E giù, sempre Scarpinato, ad elencare demeriti, nefandezze e quant’altro del centrodestra pericolosamente regnante.

       Ma, pur protestando con tutto il vigore di un magistrato d’accusa quale egli è stato, lo stesso Scarpinato dev’essersi accorto -temo, sperando di non farlo sentire offeso e di non procurarmi una querela- di avere un po’ esagerato nel chiedere l’autoscioglimento, ripeto, della commissione antimafia di cui fa parte anche lui. E di potersi guadagnare magari l’accusa di troppa euforia fatta già da Goffredo Bettini a Conte che ha festeggiato la vittoria referendaria del no prenotando con forza la candidatura a Palazzo Chigi attraverso lo strumento spesso snobbato delle primarie. E così Scarpinato ha concluso la sua invettiva quasi epistolare alla sorella d’Italia Colosimo scrivendole, testualmente: “Il migliore contributo che lei e la sua maggioranza potete dare è di stare fermi da qui sino alla fine della legislatura, evitando così di aggravare i gravi -aggravare i gravi, ripeto- danni già provocati alla credibilità della politica e dello Stato, gabellando per lotta alla mafia passerelle tutte “chiacchiere e distintivo”, l’esibizione della faccia feroce solo nei confronti dei mafiosi con la coppola storta, mentre si va a braccetto con quelli dei piani superiori”. Si è dispensati dall’applauso, fermi al semaforo.

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L’invettiva, o qualcosa del genere, di Paolo Del Debbio contro gli “amici” Berlusconi

        Paolo del Debbio, presentatosi con modestia come “giornalista e conduttore a Cologno Monzese”, dove è appena avvenuto l’incontro di quattro ore tra i due figli  maggiori e di primo letto di Silvio Berlusconi, l’amministratore di Fininvest Danilo Pellegrino, il “cardinalizio” Gianni Letta e il segretario di Forza Italia Antonio Tajani, ma anche vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, è saltato letteralmente sulla sedia quando ha appreso dell’”evento” e poi dei comunicati che l’hanno accompagnato, con la “fiducia” rinnovata all’ospite. E sottoposto, di cui il mio amico Paolo, conosciuto una quarantina d’anni fa negli uffici della Fininvest dove anch’io aveva a disposizione una stanza, ha scritto giustamente sulla Verità il ruolo di “convocato” assegnatogli dagli invitanti, padroni di casa.  

       Del Debbio, 67 anni ben portati, che chissà perché ha deciso di ingrigire più del dovuto con tutte le barbe che si è fatto crescere sulla faccia, è molto di più di un giornalista e conduttore di Mediaset. E’ uno che contribuì a suo tempo alla fondazione di Forza Italia scrivendone su incarico diretto di Berlusconi, senza la mediazione di Fedele Confalonieri che lo aveva assunto in Fininvest, le prime bozze del programma, prima che vi intervenissero anche Giuliano Urbani, Marcello Pera, Giuliano Ferrara ed Enrico La Loggia, che ne ha scritto in un libro autobiografico fresco di stampa.

       Con molta cortesia, non so francamente sino a quando destinata ad essere riconosciuta e apprezzata in quella che nel frattempo è diventata Mediaset, Paolo ha sollevato contro quell’incontro a Cologno Monzese una questione di “opportunità”, lamentando sulla Verità di Maurizio Belpietro la perdita di prestigio procurata a Tajani nelle sue triplici vesti, ripeto, di vice presidente del Consiglio, ministro degli Esteri e segretario del partito fideiussato, diciamo così, dalla famiglia Berlusconi. Ma si può ben parlare anche di una questione di decenza. Non è certamente su questa strada che Tajani potrà riuscire fra un anno e mezzo, poco più o poco meno, a riportare Forza Italia al 20 per cento del suo esordio elettorale, nel 1994, e tanto meno al 30 per cento di qualche mese dopo, nel rinnovo del Parlamento europeo seguito a quello del Parlamento italiano.

Le ultime notizie dall’officina di Franceschini su Silvia Salis e Matteo Renzi

       Ma più che con Silvia Salis mi pare che Franceschini ce l’avesse e ce l’abbia con questo messaggio affidato al Corriere della Sera a Matteo Renzi. Che corteggia politicamente -s’intende- la sindaca di Genova mettendola in tentazione, come nel vecchio testo della preghiera del padre nostro. E la sventurata post-manzoniana ci è cascata dichiarandosi a disposizione se a proporle Palazzo Chigi non sarà solo il post-machiavellico Renzi ma anche altri. Fra i quali Franceschini si è messo di fretta per dirle no. E invitare anche Renzi, ripeto, a contenersi nella sua abitudine di allargarsi e prenotare Palazzo Chigi per il favorito di turno: nel 2019, quando era ancora nel Pd, per lasciarvi Giuseppe Conte disarcionato dal suo vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, arrivato al 30 per cento in un turno elettorale per il Parlamento europeo, o farvi arrivare nel 2021 Mario Draghi, proiettandone l’immagine addirittura sul Quirinale, dove invece sarebbe stato confermato Sergio Mattarella. Che vi rimarrà quasi regalmente sino al 2029.

       Quando ha parlato del “nostro campo”, in cui lasciare crescere con calma il fiore o la pianta della giovane sindaca di Genova, Franceschini forse non ha parlato solo del “suo” Pd. Al quale peraltro mi sembra che la Salis non sia ancora iscritta, come capitò alla Schlein mentre scalava la segreteria del Nazareno. Franceschini ha pensato e pensato anche a quello più largo, come si dice, dell’alternativa al centrodestra. Il campo che Giuseppe Conte, proponendosi alle primarie dopo la vittoria referendaria contro la riforma costituzionale della magistratura, avrebbe finalmente ben definito nei confini agli occhi di Franceschini. Che se n’è compiaciuto al pari di Goffredo Bettini, pur preoccupato quest’ultimo -forse scaramanticamente- della troppa “euforia” seguita al successo referendario cui lui ha contribuito votando no dopo essersi lasciato tentare dal sì ispirandosi al compianto padre avvocato. Un no impostogli addirittura dal “contesto” internazionale, come nel caso pure del senatore a vita ed ex premier Mario Monti.

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