Riecco Mario Draghi, col medaglione di Carlo Magno al collo….

       Di Mario Draghi, 79 anni da compiere a settembre, molto ben portati, ho appena lamentato la dabbenaggine compiuta a Palazzo Chigi, ancora fresco di nomina a presidente del Consiglio sostituendo Giuseppe Conte, di intestare alla Cultura il Ministero dei beni culturali per promuovere, diciamo così, il titolare Dario Franceschini, non potendolo nominare vice presidente del Consiglio per conto del Pd. Cosa che avrebbe comportato l’assegnazione di vice presidenze ai non pochi partiti della compagine ministeriale nata per essere prevalentemente tecnica. Si sa com’è finito ormai il Ministero della Cultura: una fonte, più che altro, di guai politici e personali.

       Sfortunato, diciamo così, in politica interna, considerando anche il mancato obiettivo del Quirinale postosi alla scadenza del primo mandato di Sergio Mattarella, quando vi aspiravano anche Silvio Berlusconi, Pier Ferdinando Casini e forse anche qualcun altro, Mario Draghi non ne sbaglia una, anche ora che è ex, in politica estera, più in particolare europea.

       Il conferimento, meritatissimo, del prestigioso premio Carlo Magno ad Aquisgrana gli ha dato l’occasione di una “scossa”, come l’hanno generalmente chiamata i giornali, all’Unione Europea nel pieno della crisi -è inutile ormai nasconderselo-dei rapporti con gli Stati Uniti. E mentre continua in Europa la guerra in Ucraina aperta da una Russia che pratica l’imperialismo senza più chiamarlo sovietico. Una Ucraina dove Draghi accorse in treno con altri leader europei appena cominciata la cosiddetta “operazione speciale” di Putin, improvvista per essere chiusa in un paio di settimane con l’eliminazione, forse anche fisica, di quel nazista truccato da ebreo che sarebbe ancora per il Cremlino il presidente Zelensky, in quella tenuta paramilitare contestata alla Casa Bianca anche da Trump.

       “Per la prima volta noi europei -ha detto Draghi col medaglione del premio Carlo Magno appeso al collo- siamo davvero soli…..Dobbiamo far fronte alla possibilità che gli Stati Uniti d’America non garantiscano più la sicurezza. E la Cina un’ancora alternativa, perché sostiene il nostro avversario, la Russia”.

       E’ un discorso. un ragionamento, chiamatelo come volete, anche la scossa ricorrente nei titoli dei giornali, di stile, ricordo. forza churchelliana, dal nome dell’intrepido statista britannico rivoltatosi nel secolo scorso all’accondiscendenza verso Hitler. Chi sia l’Hitler di oggi, non certo un altro tedesco, per quanto la destra vada forte in Germania, lo lascio alla vostra fantasia, o preveggenza.

Torniamo, per favore, al Ministero di Spadolini per i beni e le attività culturali

Il meno che si possa pensare, dire,lamentare del Ministero della Cultura dopo gli incidenti occorsi prima a Gennaro Sangiuliano e poi ad Alessandro Giuli, entrambi di destra orgogliosamente dichiarata e indossata, è il nome assegnatogli cinque anni fa, con tanto di decreto legge, dal presidente del Consiglio Mario Draghi cambiando quello assegnatogli 47 anni prima, nel 1974, dal premier Aldo Moro istituendolo.

       Creato apposta per Giovanni Spadolini su pressione del vice presidente del Consiglio e amico di partito Ugo La Malfa, e col pieno, entusiastico consenso del presidente della Repubblica Giovanni Leone, tutti grandi estimatori dell’ex direttore del Corriere della Sera, storico e quant’altro, a quel dicastero fu assegnata la tutela, testualmente, dei “beni culturali e ambientali” sottoposti sino ad allora alle competenze di più Ministeri o enti. Moro era arrivato a quella decisione, e a quel titolo, su richiesta dello stesso Spadolini, che mi risulta avesse reagito con fastidio all’ipotesi, prospettata da altri, di intestargli già allora la Cultura, con la maiuscola.  E’ roba da regimi, era sbottato Spadolini.

       A cedere alla Cultura, sempre con la maiuscola, fu nel 2021 il presidente del Consiglio fresco di nomina Mario Draghi per compensare, nei miei ricordi, il torto che il titolare tutore degli allora e ancòra beni culturali Dario Franceschini riteneva di avere subito non ottenendo formalmente la funzione, assegnatagli implicitamente come capo della delegazione del Pd al governo, di vice presidente del Consiglio. Draghi avrebbe dovuto nominarne anche altri, ciascuno in rappresentanza del proprio partito, ma preferì scontentare tutti. Salvo, ripeto, il buon Franceschini, con la sua barba, le origini democristiane e la vocazione incipiente di romanziere, intestando addirittura alla Cultura il suo dicastero al Collegio Romano. La cultura, questa volta con la minuscola, se permettete, con tutti gli annessi e connessi ideologici, politici, partitici, comprese le tentazioni di egemonie da contrastare o conquistare.

       Se Giorgia Meloni, più accorta o meno sprovveduta delle rappresentazioni che ne fanno avversari e antipatizzanti, tutti prima o dopo ospiti da Lilli Gruber nel salotto televisivo di Otto e mezzo su la 7, dove si finisce di parlare contro la premier anche discutendo d pomodori o piselli; se Giorgia Meloni, dicevo, volesse davvero bene a se stessa e al governo che sta portando al primato della durata nella storia della Repubblica, dovrebbe reintestare ai beni culturali il Ministero che le sta creando più guai che altro. Dovrebbe consigliarglielo, in fondo, lo stesso Giuli ,in qualsiasi abito da dandy di turno, per non doversi ritrovare nella situazione, appena capitatagli, di essere convocato a Palazzo Chigi, o di chiedere e ottenere udienza, per scusarsi di qualcosa e promettere di non farlo più:  dalle assunzioni o promozioni  alle destituzioni, sempre in nome della cultura, con la minuscola sempre più minuscola.

Pubblicato sul Dubbio

A ciascuno la sua prigione nel bipolarismo muscolare italiano

       Impossibilitata a parteciparvi al Senato, di cui non fa parte perché deputata a Montecitorio, la segretaria del Pd Elly Schlein ha voluto dare il suo contributo all’assalto al governo di Giorgia Meloni con una intervista al sempre ospitale, se non familiare, Corriere della Sera. Che l’ha sistemata in prima pagina con l’accusa alla premier di essersi “rinchiusa nel palazzo” dopo la sconfitta referendaria sulla riforma della magistratura, pur fingendo di aprirsi alle opposizioni con una riforma elettorale, per esempio, irricevibile perché funzionale solo ad un’altra vittoria  del cetrodestra, dopo quella di più di tre anni fa. ”Rinchiusa nel palazzo”, ripeto, come nella “bolla di gas” preferita come immagine da altri avversari.

       Ciascuno tuttavia ha la sua prigione in questa versione un po’ strimpellata, o muscolare come la chiama sul Riformista Claudio Velardo, del bipolarismo della politica italiana. Anche la Schlein, col Pd e ciò che ne rimarrà perdendo ogni tanto pezzi, di natura generalmente moderata, è rinchiusa nel campo largo “testardamente” perseguito con la partecipazione decisiva di Giuseppe Conte. Che vorrebbe anche guidarlo strappando nelle primarie la candidatura a Palazzo Chigi. Anzi, al suo ritorno, essendovi lui già stato con due governi e altrettante, opposte maggioranze guadagnandosi dall’ammirato Marco Travaglio il secondo posto nella graduatoria nazionale, monarchica e repubblicana, dopo un altro conte: Camillo Benso di Cavour.

       Da custode delle ambizioni del Conte con la maiuscola, Travaglio oggi ha attaccato e dileggiato proprio la Schlein per attaccarsi, nella sua corsa a Palazzo Chigi, a fantasmi politici, ormai, come l’ex presidente americano Barak Obama, che è andata a riverire a un raduno internazionale di democratici, progressisti e altro in Canada. Un Obama che negli otto anni trascorsi con due mandati alla Casa Bianca- gli ha contestato il direttore del Fatto Quotidiano-è riuscito ad abusare del premio Nobel improvvidamente conferitogli aprendo e conducendo più guerre di Trump. Il nostro Conte invece ne ha aperte e condotte solo due incruente: una, fallita, contro la povertà di cui fu annunciata la scomparsa dal balcone di Palazzo Chigi da un Luigi Di Maio infatuato del reddito di cittadinanza, e l’altra, quella vinta, contro la stabilità finanziaria. Che la Meloni invece si vanta di avere ristabilito già nel suo e non ancora concluso mandato alla guida del governo, prossimo anche al primato della durata.

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Brutte notizie al Nazareno e dintorni dalla figlia maggiore di Silvio Berlusconi

       Relegata generalmente all’interno, promossa -e vistosamente- in prima pagina solo dalla Verità di Maurizio Belpietro, felice dell’inciampo di chi sogna pareggi elettorali in funzione di uno sganciamento di Forza Italia dal centrodestra, Marina Berlusconi ha diffuso una nota per smentire il più dettagliato dei retroscena giornalistici- quello della Stampa- che le aveva attribuito la maternità di quel progetto. E persino la partecipazione ad esso del vecchio ma sempre attivo, infaticabile Gianni Letta come ambasciatore o quant’altro di Marina, e più in generale della famiglia Berlusconi, presso il Pd. O quella parte del Pd, appena temuta e denunciata anche da Goffredo Bettini parlandone col Foglio, smaniosa di affrancarsi dai condizionamenti e dalle forti ambizioni di Giuseppe Conte. In particolare sostituendolo in una nuova maggioranza di governo, di natura tecnica o emergenziale, col partito al quale Marina Berlusconi ha ammesso di essere legata col cuore, e qualcosa d’altro, per i trent’anni di vita regalatigli dal padre fondandolo e guidandolo anche in fasi di larghe intese, come ai tempi dei governi di Mario Monti, di Enrico Letta e di Mario Draghi, in ordine cronologico.

       Alla nota di smentita di Marina Berlusconi di un suo impegno per farne maturare una successione bipartisan, e condizionare poi quella successiva di SergioMattarella al Quirinale, potrebbe seguire anche a breve un incontro fra la stessa Marina e la premier in persona Giorgia Meloni. Incontro, magari preparato dietro le solite quinte sempre da Gianni Letta, funzionale anche a smentire, superare e quant’altro i segni avvertiti da molti, fra cronache e retroscena, di malumori o simili della premier e dei suoi amici e dirigenti di partito per il trattamento critico riservato al governo dalla rete più politica, la quarta, della televisione del Biscione. Dove il pluralismo vantato in particolare da Pier Silvio Berlusconi  giocherebbe più contro che a favore della Meloni, fratelli e sorelle d’Italia.

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Un’ora di strigliata….cordiale della premier al ministro ancòra della Cultura

       Sale la produzione, almeno quella, di ossimori nella politica italiana raccontata dalle cronache, dai retroscena e dai comunicati ufficiali, ufficiosi e quant’altro dei palazzi del potere, compreso o a cominciare da quello dove lavora la premier Giorgia Meloni. Che ieri ha convocato o ricevuto a rapporto a Palazzo Chigi, appunto, il ministro ancòra della Cultura Alessandro Giuli. Per fargli una “strigliata” secondo la Stampa o confermare “l’apprezzamento”, secondo notizie o voci dei palazzi, per il “Ministero della Cultura”, non si sa se anche al ministro che vi sta facendo rotolare teste in quantità ormai industriali: una cinquantina, secondo calcoli del Foglio, fra dirigenti e consulenti, di cui solo le ultime sono quelle della segretaria personale di Giuli e del capo della segreteria tecnica del dicastero, entrambi bene introdotti, diciamo così, nel partito della Meloni, della sorella Marianna e del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gipvanbattista Fazzolari, l’uomo più intelligente, e fidato, appezzato dalla premier in una sua autobiografia, o quasi.

       Il prodotto di questa serie di notizie, ripeto, retroscena e soffiate sull’ora trascorsa da Giuli a Palazzo Chigi porrebbe essere definito una “cordiale strigliata” della Meloni al ministro forse più imprevedibile del governo succeduto a Gennaro Sangiuliano. Che scivolò, facendosi male alla testa anche per questo, sul rapporto con una donna alla quale aveva promesso troppo, quanto meno.

       Ma l’ossimoro maggiore -ripeto oggi come ho già scritto ieri- resta quello del Ministero della Cultura, avendo dovuto continuare a chiamarsi il Ministero dei beni culturali istituito con decreto legge a suo tempo da Aldo Moro su consiglio di chi vi era destinato: Giovanni Spadolini. Ritornare a quel titolo sarebbe anche un modo opportuno per uscirne, salvando la cultura, o cercando di salvarla il più possibile, dai guai o dagli inconvenienti della politica.

Quei meriti ignorati di Aldo Moro e di Giorgio Napolitano

Gli anniversari, pari o dispari, tondi o no, sono frequentemente, se non sempre, rovinati da chi toglie ad essi qualcosa o gliel’aggiunge. Penso ai 48 anni da poco trascorsi dall’assassinio di Aldo Moro, il 9 maggio, o i 20 dalla prima elezione, il 10 maggio, di Giorgio Napolitano al Quirinale, dove fu confermato nel 2013 e rimase sino al 2015.

       Ai 48 anni dalla morte di Moro per mano dei brigatisti rossiper niente sedicenti, come qualcuno a sinistra cercò di sostenere   fino a quando non fu smentito sul manifesto dall’impietosa Rossana Rossanda, che li riconobbe nell’”album di famiglia” del Pci; ai 48 anni, dicevo, dalla morte di Moro qualcuno ha voluto applicare la “lezione” del presidente della Dc al Pd, dove confluirono una ventina d’anni fa i resti comunisti e democristiani di sinistra. La segretaria del Nazareno in persona, Elly Schlein, ha voluto partecipare ad una delle celebrazioni di Moro sentendosi un po’ formata alla sua scuola, sia pure postuma.

       Ma di Moro manca alla Schlein, e a quanti la sostengono nel suo partito articolato in correnti come la Dc, la capacità di tenerle unite. Ogni tanto dal Pd esce qualcuno che non usciva invece dalla Dc che Moro si vantava di sapere scomporre per  ricomporre, alla ricerca sempre di nuovi equilibri dentro e persino fuori dallo scudo crociato.

       Dei 20 anni trascorsi dall’elezione di Napolitano al Quirinale, e 11 dalla conclusione della sua esperienza al vertice dello Stato,è stato taciuto, almeno negli articoli che ho letto di celebrazioni, il tratto che personalmente ritengo invece più importante e coraggioso, coi tempi che corrono, che è quello d rapporti polemici con la magistratura debordante. Ma non per questo penalizzata  dal referendum di marzo sulla riforma costituzionale che voleva riformarla.

       Napolitano prima colse, nel 2010, il decimo anniversario della morte di Bettino Craxi in terra tunisina per lamentarne pubblicamente, scrivendo alla vedova, il trattamento “duro senza uguali” riservatogli dalla magistratura alle prese col fenomeno diffusissimo del finanziamento irregolare, anzi illegale, dei partiti e, più in generale, della politica. Poi Napolitano, sempre lui, intercettato telefonicamente al Quirinale dagli inquirenti della cosiddetta trattativa fra lo Stato e la mafia nella stagione delle stragi, ricorse alla Corte Costituzionale facendo bocciare i loro tentativi di non distruggerne le registrazioni arbitrarie. E giustificò il suo ricorso richiamandosi all’impegno assunto e assolto dal predecessore più illustre e politicamente lontano da lui, il liberale Luigi Einaudi, di non lasciare manomettere e ridurre da nessuno, nemmeno dalla magistratura, poteri e prerogative del presidente della Repubblica.

       Si deve forse anche a questa difesa estrema, limpida, seppure contestata dai critici di turno, il soprannome non polemico ma amichevole che Napolitano si guadagnò in Italia e persino all’estero, sulla stampa americana, di “Re Giorgio”. Grande, grandissimo, temo irripetibile Napolitano.

Pubblicato sul Dubbio

Le disavventure della cultura nel Ministero che se l’è intestata

       C’è dunque qualcuno, almeno in Italia, e non so se finalmente o purtroppo, che riesce a contendere lo spazio nelle prime pagine dei giornali  a quel megalomane del presidente americano Donald Trump, che trascorre le sue giornate alla Casa Bianca sospendendo o riaccendendo le guerre sue e dei concorrenti che ha nel mondo.  O coprendo di insulti più gli alleati che i nemici.

Si tratta del ministro della Cultura -con tanto di targa di bronzo applicata sulla facciata del palazzo che lo ospita- Alessandro Giuli. Che ha appena sfidato il suo partito, lo stesso della premier Giorgia Meloni, e un po’ anche il governo licenziando praticamente in tronco il segretario tecnico e quello personale, inutilmente difesi in particolare dal sottosegretario del cuore della presidente del Consiglio Giovambattista Fazzolari. Quello della testa, o della ragione, è Alfredo Mantovano, almeno sinora risparmiato alle polemiche guadagnatesi invece in altre vicende col concorso anche della solita magistratura. Che, magari, troverà il tempo e il modo per occuparsi  pure dell’affare  che sembra all’origine della crisi esplosa daccapo nel Ministero della Cultura, relativa questa volta  al mancato finanziamento di un documentario sul povero Giulio Regeni,  ucciso in Egitto da sciagurati ancora protetti dal presidente Al Sisi. L’altra esplosione riguardò l’allora ministro Gennaro Sangiuliano, saltato su e per una sua relazione intima.

       Giuli, il ministro dandy per l’abbigliamento che ostenta, comprensivo di stivali e papillon,  o il ministro più dandy non volendo fare del tutto torto ad altri, è riuscito a superare se stesso dopo essersi rumorosamente scontrato col collega di partito e di professione giornalistica Pietrangelo Buttafuoco, il presidente  della Biennale di Venezia scambiato per un collaborazionista di Putin nella guerra all’Ucraina.

       Più che delle sue vicende più o meno personali nell’esercizio delle funzioni di governo, mi colpisce personalmente di Giuli, di chi lo ha nominato, voluto, raccomandato, e dei suoi predecessori di segno politico opposto, l’avventatezza della Cultura alla quale è finito intestato un Ministero creato apposta più di 50 anni da Aldo Moro, addirittura con un decreto legge,  per Giovanni Spadolini. Che da uomo colto davvero, e giornalista pure lui come Giuli e Sangiuliano, volle invece che fosse intestato ai “beni culturali”. Anche in questo, altri  tempi e altri uomini.

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La mano paradossale alla Nato più di Putin che di Trump….

       Dagli 8 minuti e 33 secondi cronometrati a Mosca ascoltando il discorso di Putin alla parata celebrativa degli 81 anni trascorsi dalla vittoria antinazista nella seconda guerra mondiale- pur cominciata, non dimentichiamolo, con un accordo fra Stalin e Hitler contro la Polonia- è arrivata paradossalmente una mano alla Nato. All’”intero suo blocco”, ha precisato lo zar rosso scolorito proprio mentre il suo quasi omologo americano Trump la piccona e persino umilia, dando degli sleali agli alleati e predisponendo una riduzione delle truppe statunitensi dalla Germania di sicuro. Se anche dall’Italia si vedrà, come il (sotto) segretario di Stato a stelle e strisce Rubio ha personalmente detto alla premier Giorgia Meloni, a Palazzo Chigi, non potendo prevedere mosse, decisioni e parole del suo presidente.

       Con l’”intero blocco”, ripeto, della Nato che sta aiutando da più di quattro anni l’Ucraina a resistere, pur con minore impegno  degli americani,  all’aggressione russa programmata per concludersi entro una quindicina di giorni uccidendo o comunque liquidando il nazista camuffato da ebreo Zelensly, il capo del Cremlino si è praticamente vantato di essere in guerra. Ma una guerra che potrebbe anche finire, prima o dopo, ha ammesso o promesso. Si vedrà se più per generosità o paura, visti i danni che ne sta subendo pure la Russia.

Gianni Cervetti, un comunista laureato a Mosca ma di rito rigorosamente ambrosiano

Morto nella sua Milano a 92 anni, dei quali 43 trascorsi nel Pci cui si era iscritto a 15 nel 1948 entrando nella sezione Gramsci con l’amico Paolo Santi, come ha ricordato l’ancor più amico, credo, Paolo Franchi sul Corriere della Sera, Gianni Cervetti non si è portato molti segreti nella tomba. Gli ultimi di cui ha voluto liberarsi li ha scritti in un libro che uscirà fra qualche mese per le edizioni della Nave di Teseo, forse col titolo da lui stesso suggerito di un’educazione o avventura milanese.

       Mandato dal partito a studiare e a laurearsi a Mosca in economia, Cervetti conobbe come pochi i rapporti del Pci con Mosca e i finanziamenti ricevuti sino a poco più della metà degli anni Settanta: il famoso “oro” del titolo di un suo libro uscito nel 1993, quando il Pci aveva già smesso di chiamarsi così per proseguire in altre edizioni e con altri nomi. Li aveva conosciuti e vissuti quei rapporti così tanto e così bene che quando il segretario comunista Enrico Berlinguer decise di rinunciarvi per affrancarsene fu proprio a Cervetti che affidò la pratica, espletata con una diligenza e una discrezione tutta milanese.

       Di Enrico Berlinguer, finita l’esperienza della cosiddetta solidarietà nazionale con la Dc appoggiandone dall’esterno due governi monocolori,  Cervetti cercò di essere anche un buon consigliere politico, oltre che responsabile dell’organizzazione del partito.  Bobo Craxi ha appena ricordato sul Riformista il derby Milan-Inter dell’autunno del 1979 del quale il pur juventino Berlinguer fu ospite, in tribuna, del  padre Bettino per poi incontrarlo  e discutere di politica, non di calcio, in una località riservata scelta e prenotata da Carlo Tognoli per conto del Psi e da Cervetti per conto del Pci. “Ricordo ancora i volti di Tognoli e Cervetti all’uscita della riunione”, ha raccontato il figlio di Craxi precisando: “Avevano un’espressione divertita, quasi sorniona. Il colloquio durò poco, ma abbastanza da rendere memorabile quella domenica pomeriggio”.

       Durarono poco però anche gli effetti. Berlinguer finì influenzato nel giro di qualche mese più dall’antisocialismo del suo portavoce, e non solo, Tonino Tatò, e dei suoi bigliettini quotidiani, che dal filosocialismo ambrosiano, o rifiuto di Cervetti dell’antisocialismo. Con Craxi arrivato a Palazzo Chigi nel 1983 tra le paure e i malumori dei comunisti all’opposizione si arrivò l’anno dopo al famoso congresso socialista a Verona in cui l’ospite Berlinguer venne fischiato per la sua linea di fortissimo contrasto al governo e al Psi.  Craxi nel discorso di replica, anziché scusarsi precisò di non avere fischiato pure lui per non saperlo fare. Una cosa che i familiari di Berlinguer non vollero poi perdonargli quando il presidente del Consiglio accorse all’ospedale di Padova dove il segretario comunista stava morendo dopo un comizio elettorale.

       Il filosocialismo o il migliorismo riformista procurò a Cervetti nella infernale stagione giudiziaria, mediatica e politica di ”mani pulite” esperienze dolorose come quella raccontata da Paolo Franchi sul Corriere della Sera per rinnovargli la solidarietà anche da morto. “Passando in automobile -ha scritto Franchi- davanti a una fabbrica occupata dagli operai in lotta, si era fermato per informarsi dell’andamento della vertenza e aveva lasciato loro (la solidarietà è anche questo) un biglietto da cinquantamila lire. Di lì a poco gli venne restituito con poche righe di accompagnamento: soldi rubati non ne volevano”.  “Rimase il suo ricordo più amaro”, ha raccontato Franchi. Il più amaro -dopo cinque anni trascorsi da imputato di Tangentopoli prima dell’assoluzione- di una sinistra che peggio non poteva servire la sua causa finendo dov’è finita, nella rincorsa di Giuseppe Conte sulla sabbia del campo cosiddetto largo dell’alternativa al governo prossimo al primato della durata nella storia della Repubblica.

Pubblicato su Libero

Giuseppe Conte in versione ora morotea guardando alle primarie

       In una combinazione che deve avere considerato felice fra il 48.mo anniversario della orribile morte di Aldo Moro, dopo 55 anni di prigionia in un covo delle brigate rosse, e la propria uscita dalla clinica per la rimozione di una neoplasia fortunatamente benigna ai primi esami di laboratorio, Giuseppe Conte ha deciso di proporsi nella sua ultima edizione, o versione. Che sarebbe appunto morotea, con tanto di titolo assegnato ad un suo articolo in prima pagina dal Messaggero: “La lezione di Moro e i tempi nuovi”. Un titolo e un articolo risparmiati alla prima pagima della propaggine meridionale dell’editoria di Francesco Gaetano Caltagirone in un sussulto, spero, di rispetto per la memoria dello scomparso presidente della Dc, che in comune con Conte, e viceversa,  ha solo la regione pugliese di provenienza.

       Anche questa riscoperta morotea di Conte, come quella precedente di Fiorentino Sullo in un teatro campano alla presenza di un incredulo e ancor vivo Ciriaco De Mita, quando l’attuale presidente del Movimento 5 Stelle era ancora presidente del Consiglio e si offriva alle commemorazioni dei democristiani defunti; anche questa riscoperta morotea di Conte, dicevo, sa di convenienza, più che di opportunità, politica considerando l’assenza forzata e sanitaria dell’ex premier, qualche giorno fa, ad un raduno di ex dc all’Istituto romano Luigi Sturzo per la presentazione di un libro fresco di stampa su Moro, appunto. Raduno con la partecipazione della segretaria  del Pd Elly Schlein, pur  impossibilitata almeno per ragioni d’età a iscriversi al partito sommerso dei democristiani sopravvissuto allo scioglimento del partito  dello scudo crociato.

       Nell’inseguimento, attivo o passivo, della segretaria del Pd sulla strada delle primarie per la scelta del candidato del cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra Conte non ha voluto risparmiarsi neppure l’inconsapevole, incolpevole e quant’altro Aldo Moro. Indifeso, nella sua tomba a Torrita Tiberina, dai tentativi più bizzarri di appropriazione della sua eredità politica.

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