La sentenza-locandina del Fatto per il crollo del viadotto a Genova

            In attesa della revoca, “avviata” a Palazzo Chigi, della concessione alla società delle Autostrade per l’Italia dopo il crollo del viadotto Morandi a Genova, e del lungo contenzioso amministrativo e giudiziario che ne accompagnerà e seguirà il percorso, il tribunale del Fatto Quotidiano ha emesso con un fotomontaggio la sentenza mediatica e politica sottintesa alla linea assunta dal governo.

            Se non direttamente, per loro fortuna, dovrebbero sentirsi indirettamente responsabili del crollo e delle sue vittime, da sinistra a destra nella locandina del Fatto, Romano Prodi, Massimo D’Alema, Silvio Berlusconi, Enrico Letta. Graziano Delrio e Matteo Renzi. Che nell’arco di 19 anni guidando i loro governi o partecipandovi, come nel caso dell’ex ministro delle Infrastrutture Delrio, avrebbero “regalato miliardi” di lire e poi di euro a Luciano Benetton e agli altri privati che hanno gestito le autostrade badando più agli utili che alla loro manutenzione, più ai caselli che ai ponti e viadotti. Sarebbe di costoro, chissà perché con l’esclusione di Mario Monti dalla galleria dei mostri, la responsabilità politica della tragedia di Genova. Sarebbero stati loro, e i partiti o le coalizioni che avevano alle spalle, a permettere con proroghe e quant’altro, a volte approvate furtivamente di notte, nella distrazione o sonnolenza generale, tra le pieghe di qualche decreto di natura diversa, a consentire l’allegra ma infine funesta gestione delle autostrade italiane.

            Il vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio -che di suo ha aggiunto a Renzi l’accusa di avere ricevuto finanziamenti elettorali o d’altro tipo da Luciano Benedetton, rimediandosi per ora l’accusa di “tecnicamente bugiardo”, forse in attesa di qualche denuncia dal percorso impervio per l’immunità parlamentare ancora spettante al capo del movimento 5 Stelle- avrebbe tutti i motivi per incorniciare la locandina-sentenza del giornale di Marco Travaglio e appenderla in tutti gli uffici di governo a sua disposizione. O di portarsela appresso nelle piazze dove tiene comizi o lancia proclami davanti a cineprese, telecamere e microfoni giurando contro i predecessori politici vendetta, grandissima vendetta. E questo con la solidarietà, o almeno col dichiarato consenso, del suo omologo della Lega Matteo Salvini, generosamente assolto dal quasi reato di partecipazione diretta, e neppure di associazione esterna, alle malefatte dei governi di Berlusconi. Dove i leghisti si sono sempre ritrovati, e in posti non di seconda o terza fila.

          Schermata 2018-08-18 alle 10.07.13 2.jpg  La convergenza fra Di Maio e Salvini, pur in bilico sul vuoto, come li ha disegnati nella sua vignetta sul Corriere della Sera l’impietoso Emilio Giannelli mettendoli sulle estremità dei tratti residui del viadotto crollato, è forse l’aspetto più paradossale del quadro politico uscito dalle urne del 4 marzo scorso. E sopravvissuto sino ad ora a tutte le tensioni, visibili o sommerse, seguite con e alla formazione del governo gialloverde. I tiranti della loro alleanza stanno avendo più fortuna di quelli del ponte crollato.

            A interrompere questa pur acrobatica convivenza non sarà sicuramente la divergenza attribuita nelle ultime ore ai due vice presidenti del Consiglio sulla scelta del commissario straordinario che il governo si accinge a nominare per la gestione dell’emergenza creatasi a Genova.

            Proposta e praticamente prenotata dal governatore  Giovanni Toti, che guida la Liguria con una giunta di centrodestra e conta quindi anche sull’appoggio di Salvini, sperando di non fare la fine del mancato presidente della Rai Marcello Foa, la carica di commissario straordinario per l’emergenza ligure  ha altri destinatari nella testa e nel cuore del vice presidente grillino del Consiglio. E ciò  anche se a Genova, in verità, i grillini non si sono mostrati molto sagaci proprio sul tema del viadotto Morandi, scommettendo nel 2013 sulla sua durata secolare, liquidando come “favoletta” la paura di un suo crollo e vedendo nelle cosiddette grondaie progettate come alternative o supporti al ponte controverso la solita occasione cercata dagli altrettanto soliti aspiranti alla corruzione.  

Domani i funerali delle vittime di Genova, in corso quelli dello Stato

            In attesa dei funerali di Stato delle vittime del crollo del viadotto Morandi, cui assisterà domani a Genova anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sono già cominciati su giornali, telegiornali e quant’altro i funerali dello Stato italiano, almeno di quello di diritto. Sopravvive solo lo Stato delle fazioni politiche, in cui c’è una gara a dir poco scomposta fra opposizioni e governo, ma anche fra esponenti dello stesso governo, a chi la dice e la fa più grossa nella solita caccia non ai responsabili, avendo la giustizia tempi che il presidente del Consiglio in persona ha dichiarato di non poter aspettare, pur essendo un avvocato e un professore di materie giuridiche, ma ai capri espiatori: quelli da additare subito al pubblico disprezzo, e anche da espropriare.

            E’ dovuta intervenire la Consob per ricordare allo stesso presidente del Consiglio Giuseppe Conte, al suo vice e collega di partito Luigi Di Maio e al ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, grillino pure lui, che i loro annunci di revocare le concessioni autostradali hanno intanto violato un bel po’ di regole a tutela dei risparmiatori. I quali hanno la sfortuna di possedere titoli delle società interessate alle revoche: titoli precipitati in borsa, come le auto dai ponti, per effetto degli annunci governativi.

            Persino un amico dichiarato e simpatizzante dei grillini come Antonio Di Pietro ne ha lamentato la “improvvisazione” al potere, ricordando al suo successore pentastellato al Ministero delle Infrastrutture l’esistenza di uffici ai suoi ordini per i controlli sulle autostrade. Pertanto egli non può annunciare di costituirsi “parte civile” nei processi a venire senza escludere di trovarsi invece tra gli imputati. E meno male che ormai non rischia di trovarsi fra i pubblici ministeri proprio Di Pietro, passato ad altro mestiere dopo gli anni di “Mani pulite”.

            Eppure, approssimandosi al governo, ai militanti e simpatizzanti di partito che ancora gridavano vecchi slogan d’opposizione Luigi Di Maio aveva detto con piglio persino autoritario di stare attenti e cambiare registro perché “ora lo Stato siamo noi”. Si è infatti visto a Genova, dove il Consiglio dei Ministri si è riunito scambiando, a dir poco, i ruoli di governo e di opposizione.

            Temo che il presidente della Repubblica, arrivando dalla terra sarda scelta per le vacanze, non si troverà molto a suo agio domani nella capitale della Liguria: non solo per il dolore imposto da una tragedia così grave, quando ancora non sarà probabilmente noto il numero preciso delle vittime, ma anche per la prova che sta dando un governo alla cui formazione egli arrivò, al termine di una lunga crisi, tra dubbi e timori neppure nascosti. E di cui i fatti stanno confermando la fondatezza, a dispetto anche di quanti, dissentendo da lui, avevamo ritenuto che si potesse e si dovesse essere più ottimisti sugli scenari politici aperti dalle elezioni del 4 marzo: in particolare, sullo scenario di un governo composto da forze alternative fra di loro sino al giorno prima. E forse ancora adesso, al di là delle toppe che leghisti e grillini cercano di mettere agli sbreghi di giornata, o di ora.

Nasce contro gli interessi di Berlusconi il quasi reato di nazarenzismo

La notizia, d’accordo, è  minore. Anzi, minima rispetto alla tragedia del crollo del viadotto autostradale a Genova, e anche alle speculazioni politiche che ne stanno derivando con la caccia agli sciacalli, oltre che ai responsabili. Ma è pur sempre una notizia politica, e non solo commerciale, il disinteresse improvvisamente annunciato da Mediaset per i documentari televisivi su Firenze in produzione da parte di Lucio Presta con l’esordio di Matteo Renzi come conduttore. O come Cicerone, si è detto e scritto scherzando anche così sul conto dell’ex segretario del Pd, peraltro mai abbastanza ex perché gli avversari non ne temano una ricandidatura al prossimo congresso, specie se successivo alle elezioni europee della primavera del 2019. I cui rischi penso che Renzi, per quanto spavaldo, preferisca lasciare al suo ex vice, e attuale reggente.

L’annuncio del disinteresse del Biscione berlusconiano è arrivato dopo che le trattative col produttore Presta erano state date, quanto meno, come ben avviate, se non addirittura prossime alla conclusione positiva. Ma soprattutto è arrivato dopo la lite scoppiata fra Lega e Forza Italia, e alla fine fra gli stessi Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, nonostante le visite del primo al secondo persino in ospedale, sulla candidatura di Marcello Foa alla presidenza della Rai. Una candidatura fortemente voluta dal leader leghista, accettata dal nuovo Consiglio di Amministrazione dell’azienda, ma naufragata più o meno miseramente nella commissione parlamentare di vigilanza per il rifiuto dei forzisti di concorrere alla maggioranza dei due terzi prescritta dalla legge.

Lo scandalo politico ravvisato e denunciato da Salvini nel rifiuto dei forzisti di convalidare la presidenza di Foa, peraltro proveniente in qualche modo dal Giornale della famiglia Berlusconi, è consistito nella convergenza verificatasi in sede parlamentare fra i commissari di Forza Italia e del Pd. E’ come se nella cosiddetta prima Repubblica fosse stato rimproverato ai comunisti di ritrovarsi all’opposizione con i missini, o viceversa.

Il fatto è che Salvini, formalmente leader del centrodestra per avere sorpassato elettoralmente il 4 marzo Forza Italia, si sente al governo con i grillini grazie a un permesso di Berlusconi, rimasto all’opposizione per qualche sua curiosa convenienza, e non perché rifiutato anche come interlocutore dal Movimento delle 5 Stelle. Pertanto ogni volta che in Parlamento i forzisti da destra, o dal centro, votano insieme con i piddini, a sinistra, per Salvini è un colpo al cuore. E’ motivo, appunto, di scandalo, addirittura di grida al tradimento.

Berlusconi sembra rimasto, nell’immaginazione del vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno il padre del “royal baby” Renzi iscritto all’anagrafe di o da Giuliano Ferrara all’epoca -tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014- del cosiddetto Patto del Nazareno. Che, per quanto crollato dopo un anno con l’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale, come il viadotto Morandi a Genova, per fortuna con effetti solo politici, senza morti e feriti, è ancora avvertito come un mostro dormiente non solo da Salvini, a destra, ma anche dagli avversari di Renzi a sinistra, fuori  e persino dentro il Pd.

Qualcuno nei piani alti e bassi di Mediaset, poco importa a questo punto se Berlusconi in persona o il figlio Pier Silvio, che si è assunto formalmente l’onere o onore del disinteresse annunciato per i documentari televisivi su Firenze di imminente realizzazione, ha avvertito il rischio di svegliare nei palazzi romani della politica il mostro del Patto del Nazareno con un accordo commerciale con Presta e Renzi Cicerone.

A pensare male, si sa, si fa peccato. Ma si sa anche che s’indovina, come soleva dire la buonanima di Giulio Andreotti. Che se ne intendeva. Ebbene, il famoso conflitto d’interessi di Berlusconi visto e denunciato continuamente dai suoi avversari, sempre intenzionati a combatterlo o prevenirlo con leggi “chiodatte”, come diceva scherzosamente con la doppia t sarda Francesco Cossiga, si è materializzato nel caso di Renzi Cicerone televisivo a rovescio per il Cavaliere. Le cui televisioni credo, con la modesta esperienza che ho della materia, non avrebbero fatto e non farebbero -in caso di ripensamento- un cattivo affare trasmettendo la storia di Firenze e dei suoi monumenti raccontata dal suo ex sindaco diventato nel frattempo ancora più famoso, in Italia e all’estero.

Del resto, un altro caso di conflitto d’interessi a rovescio di Berlusconi è stato appena riconosciuto da una fonte insospettabile come il vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio: quello che col Cavaliere di Arcore, anche a costo -ha raccontato- di non diventare capo del governo, come riteneva giusto per i risultati elettorali ottenuti il 4 marzo scorso, non ha voluto prendere neppure un caffè, o scambiare una telefonata, per paura di rimanerne macchiato.

E’ stato proprio Di Maio ad avvertire gli speculatori in agguato nei mercati finanziari contro i titoli di Stato italiano, secondo i timori del sottosegretario leghista a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti, che questa volta non riusciranno nel loro intento crisaiolo, riuscito invece nel 2011, perché a guidare il governo a Roma non c’è il “ricattabile” Berlusconi. Al quale quindi il “capo” dei grillini ha riconosciuto di avere compromesso con la politica i suoi interessi, e non viceversa, tanto da doversi sottrarre al ricatto con le dimissioni.

Volente o nolente, Di Maio ha ridotto il conflitto d’interessi contestato a lungo a Berlusconi a una “favoletta”, come quella del crollo del viadotto Morandi a Genova avvertita e denunciata dai grillini cinque anni fa per opporsi all’alternativa delle “grondaie” proposte da politici e tecnici evidentemente meno sprovveduti, o dotati di maggiore senso di responsabilità, per usare un altro termine abusato in questi giorni dal movimento 5 Stelle.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Ripreso da La Gazzetta di Arnese

Matteo Renzi Cicerone penalizzato dalla lite fra Salvini e Berlusconi sulla Rai

            A rimetterci, nella lite scoppiata fra la Lega e Forza Italia sulla presidenza della Rai, destinata da Matteo Salvini a Marcello Foa e naufragata nella commissione parlamentare di vigilanza, è stato Matteo Renzi. I cui otto documentari televisivi sulla sua Firenze, con l’ex segretario del Pd in veste di Cicerone, sono stati rifiutati da Mediaset, cioè dalle televisioni di Silvio Berlusconi, con una mossa a sorpresa fatta annunciare da Pier Silvio Berlusconi, quando tutto sembrava già concordato con Lucio Presta, il produttore di Renzi.

            Già accusato dal leader leghista di avere fatto allineare i forzisti nella commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai alla opposizione praticata dal Pd, papà Berlusconi non se l’è probabilmente sentita di fornire al suo curioso alleato e insieme antagonista Salvini, come conferma dei suoi sospetti, un accordo fra Mediaset e Renzi. Che -forse colpevole peraltro anche di essere stato per un po’ il “royal baby” di Berlusconi festeggiato da Giuliano Ferrara- dovrà pertanto cercarsi, col suo produttore, un altro interlocutore commerciale, difficilmente individuabile peraltro nella Rai, coi tempi che corrono nell’ente radiotelevisivo di Stato. Dove l’ex presidente del Consiglio, oltre che ex segretario del Pd, è accusato dai suoi avversari di avere spadroneggiato quando è toccato a lui il turno delle lottizzazioni.

            Vittima di un conflitto d’interessi alla rovescia di Berlusconi, il cui gruppo multimediale ha dovuto rinunciare per motivi politici a quello che poteva essere un buon affare, Matteo Renzi Cicerone ha comunque confermato al produttore Presta tutti i suoi impegni extra-parlamentari.

            Nel pomeriggio di martedì 21 agosto cominceranno nella piazza fiorentina del Duomo le riprese per i documentari illustrati e commentati dall’ex sindaco, peraltro, della città. Il giorno dopo, salvo anticipi, le riprese si sposteranno nel Palazzo Medici Riccardi, dove Renzi cominciò la sua scalata al potere politico come presidente della Provincia di Firenze. Chissà se poi non gli verrà la voglia di ripercorre nelle vesti di Cicerone anche altri palazzi e piazze, stavolta romane, del suo itinerario politico: per esempio, via del Nazareno, Palazzo Chigi, Palazzo Madama, la sede del Senato sfuggito alla sua riforma costituzionale il 4 dicembre del 2016 con un referendum che ne interruppe la bruciante esperienza di capo del governo.

Le imprecazioni che Beppe Grillo non ha saputo risparmiarsi tra i morti

            Ha qualcosa di almeno anacronistico la caccia allo sciacallo che, con l’aria di deplorarla mandando il solito vaffa.. al massimo dei decibel, Beppe Grillo ha contribuito ad aprire di fronte alle polemiche sul crollo del viadotto autostradale Morandi nella sua Genova.

            L’anacronismo sta nell’incontrovertibile responsabilità che anche i grillini si sono assunti, nella ricerca delle responsabilità o coperture politiche, liquidando cinque anni fa con documenti sbrigativamente tolti in questi giorni dalla rete come “favoletta” il rischio di crollo di quell’importante infrastruttura. Un rischio avvertito e denunciato dagli avversari delle 5 Stelle favorevoli all’abbattimento del ponte e alla costruzione di una “grondaia” alternativa.

            Adesso i grillini, al governo con un presidente del Consiglio, un vice presidente e un bel po’ di ministri, fra i quali quello competente del settore, possono pure alzare la voce, prendersela con i soliti governi “precedenti”, bruciare mediaticamente Benetton, ritirare le concessioni alle sue Autostrade, farne precipitare i titoli in borsa insieme col ponte Morandi,  irridere i controlli vantati, e risultati chiaramente e -si spera- inconsapevolmente insufficienti,  rifiutare l’impegno di ricostruire in cinque mesi ciò che è caduto provocando tante vittime.

             Si può anche aprire, come si è cominciato subito a fare con le grida del ministro leghista dell’Interno Matteo Salvini, l’ennesima polemica sui vincoli europei, peraltro già contestati da Bruxelles, mentre  sale il costo dell’ingente debito pubblico italiano. Si può anche proclamare e celebrare in prima fila il lutto nazionale e quello cittadino, ma quella “favoletta del crollo” gridata dai grillini quando erano all’opposizione e si poteva intervenire per evitarlo, non consente loro di tirarsi fuori dalla vicenda, compresa la caccia agli sciacalli. E tanto meno consente  al loro capo, “garante”, “elevato” e quant’altro di mandare gli avversari a quel posto.

Quella protesta davvero ossessiva di Matteo Salvini contro l’Europa

            C’è chi, ossessionato dagli affari, riesce a ridere di un terremoto parlando al telefono dei lavori che potranno derivarne alla sua impresa di costruzioni e ricostruzioni. Ve lo ricordate? Era il 2009 e Francesco Piscicelli, appunto, se la rise all’annuncio del sisma che aveva devastato l’Abruzzo. Dopo tre anni, riconosciuto per strada a Roma dai passanti, rischiò il linciaggio come pena suppletiva, e popolare, ai procedimenti giudiziari cui era sottoposto anche per altri motivi.

          Salvini.jpg  C’è chi, condizionato dalla politica che serve di giorno e di notte, al mare e in montagna, indossando i panni di leader di partito o di esponente di governo, o rimanendo a torso nudo fra un cambio d’abito e l’altro, ha reagito alla tragedia di Genova, dove è crollato in pieno giorno un viadotto autostradale provocando non si sa ancora di preciso, mentre scrivo, quanti morti e feriti, se l’è presa con l’Europa e i suoi vincoli. Che impedirebbero la manutenzione delle nostre cosiddette infrastrutture. Mi riferisco naturalmente a Matteo Salvini, leader della Lega in grande crescita elettorale, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno.

            Neppure i grillini, alleati di governo di Salvini e non certo entusiasti dell’Europa e dei suoi parametri, si sono spinti a tanto nelle reazioni alla tragedia genovese. E meno male che si sono trattenuti, forse ricordandosi della posizione da loro assunta cinque anni fa proprio a Genova contro una nuova opera pubblica chiamata “Gironda di Ponente”, con la quale si pensava già allora di sostituire o comunque alleggerire il traffico sul viadotto caduto ieri.

            I grillini liquidarono allora come “una favoletta” il rischio avvertito da tecnici e amministratori di altre aree politiche di un “imminente crollo del Ponte Morandi”. Che è quel tratto di viadotto che è appunto caduto trascinandosi appresso le auto e le vite che incolpevolmente vi scorrevano sopra. Era già dal 2009 che si era posto il problema di una scelta avveduta tra l’abbattimento o l’ulteriore, forse ancora più costoso rafforzamento sistemico di un’opera costruita con altre previsioni di traffico.

            Non è proprio un bel vivere in Italia, sotto tutti i punti di vista, neppure o specie quello della politica.

Sergio Mattarella sbotta, a modo suo, contro Luigi Di Maio & C

            Reduce, nella sua vacanza alla Maddalena, da una visita alla casa e alla tomba di Giuseppe Garibaldi a Caprera, il presidente della Repubblica ha voluto far conoscere le sue preoccupazioni per quel che rimane dell’attività e del dibattito politico nella pausa di Ferragosto. Non gli sono “piaciuti”, in particolare, “i contenuti e i toni” della sfida ai mercati, ma anche agli organismi comunitari, lanciata nell’intervista del vice presidente grillino del Consiglio Luigi di Maio al Corriere della Sera. Al cui quirinalista, Marzio Breda, non a caso il capo dello Stato ha voluto affidare le sue reazioni, pur evitando la formula di un’altra intervista, che avrebbe obiettivamente finito per amplificare ulteriormente quella dell’esponente del governo.

            Poiché la sfida ai mercati, e in fondo anche ai vincoli europei, si tradurrà in quella che era una volta la legge finanziaria, o di stabilità, e che adesso si chiama solo legge di bilancio, Mattarella ha fatto sapere che lui non resterà passivo alla sua elaborazione. Dirà a suo tempo la sua, con parole e atti, perché “costituzionalmente gli compete”, ha scritto Breda. Ed anche a prescindere dalla valutazione del ministro dell’Economia Giovanni Tria, di cui lo infastidisce non poco la rappresentazione che se ne fa di un rappresentante, magari col ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, di un “terzo polo” del governo, oltre a quelli leghista e grillino: il polo del Quirinale.

            Mattarella ha tenuto a far sapere, a questo proposito, che lui neppure conosceva bene Tria quando il presidente del Consiglio incaricato, Giuseppe Conte, gliene propose la nomina dopo il naufragio della designazione di Paolo Savona, dirottato poi al Ministero degli affari europei. In più, il presidente della Repubblica accettò la proposta e nominò Tria pur sapendo che a suggerirlo a leghisti e grillini era stato proprio Savona, ch’egli non aveva voluto al Ministero dell’Economia anche a costo di rimandare la crisi in alto mare, con la rinuncia di Conte, e di rimediarsi minacce politiche e telematiche di cosiddetto impeachment, come si chiama in inglese il procedimento di stato d’accusa del capo dello Stato davanti alla Corte Costituzionale per alto tradimento.

            Le preoccupazioni, i timori, i moniti e quant’altro del presidente della Repubblica raggiungono il governo e i partiti della maggioranza in questa vigilia di Ferragosto mentre scoppiano altri casi clamorosi di confusioni e contrasti fra leghisti e grillini: per esempio, sul versante pur tanto proclamato dei tagli alle pensioni alte, diventate d’oro nei calcoli di Di Maio già a 4000 euro netti al mese, contro i 5000 concordati nel “contratto” e annunciati al presidente del Consiglio al Parlamento nel discorso di richiesta della fiducia.

            I leghisti si sono accorti solo dopo la firma apposta dal loro capigruppo con quello del movimento delle 5 stelle alla proposta presentata alla Camera, conforme ad una analoga preparata per il Senato, dell’iniquità dei tagli. Che non sono stati soltanto previsti su una platea molto più larga, pur di fare cassa, ma sono stati rapportati non più ai contributi effettivamente versati, difficili peraltro da calcolare con criteri certi, specie per esempio per i dipendenti della pubblica amministrazione, bensì all’età in cui si è andati in pensione. Per cui finirebbero per essere penalizzati maggiormente quelli che hanno dovuto anticipare l’uscita dal lavoro per le crisi aziendali o che, avendo cominciato a lavorare presto, hanno potuto in passato andare in pensione prima: un pasticcio insomma ignobile, che di equità, e di dignità, non avrebbe niente.

             Nonostante questi ed altri errori, e il dichiarato riconoscimento della “incompetenza” di non pochi ministri e dirigenti soprattutto grillini, non mancano neppure nel centrodestra appelli alla comprensione e alla fiducia. Lo ha fatto, pure lui in una intervista al Corriere della Sera, e reduce da lunghe chiacchierate con Silvio Berlusconi nel suo ritirBriatore e Berlusconi.jpgo sardo, un particolarmente disinvolto Flavio Briatore. Che è ancora convinto della utilità della combinazione governativa gialloverde e ha consigliato al Cavaliere di avere più fiducia nell’alleato prestato ai grillini dopo le elezioni del 4 marzo, cioè Matteo Salvini. E ciò anche perché dentro Forza Italia le persone, nonostante l’arrivo come vice presidente di Antonio Taiani, “sono sempre le stesse” per permettere al Cavaliere chissà quali cambiamenti, e rotture vere con la Lega, o sinergie -che pure Briatore vedrebbe ancora bene- con Matteo Renzi.          

            Intanto, per non sbagliare, e per smentire fiducia, ottimismo e quant’altro, Briatore ha ammesso che si guarderebbe bene dal consigliare agli stranieri di investire in Italia.

Giorgetti, il Richelieu della Lega, frena sulla transumanza in Abruzzo

Va bene che l’Abruzzo è terra di transumanza, tradotta in famosissimi versi per i suoi pastori da Gabriele d’Annunzio, ma Silvio Berlusconi dalla sua vacanza in Sardegna, inutilmente consolato dall’amico Flavio Briatore, ha preso male lo stesso l’annuncio della corsa solitaria che i leghisti abruzzesi, appunto, intendono fare nelle elezioni regionali previste entro dicembre. Una corsa che potrebbe sancire la sconfitta del centrodestra a beneficio forse dei grillini, vista la crisi del centrosinistra.

E’ proprio un patto segreto  di Matteo Salvini con i grillini, per consentire loro la conquista della prima regione della penisola, che sono molti a sospettare dentro Forza Italia. E ciò come anticipo di un’operazione più vasta, finalizzata alla costruzione di un nuovo bipolarismo attorno ai due partiti momentaneamente al governo. Che poi potrebbero giocarsela da soli, l’uno contro l’altro, sulle ceneri della cosiddetta seconda Repubblica a lungo dominata dall’alternanza fra centrodestra e centrosinistra.

Debbono essere suonate di ulteriore allarme ai berlusconiani le parole pronunciate da Luigi Di Maio in una intervista al Corriere della Sera appena pubblicata: “Salvini e io ci capiamo a volo e mediamo tra noi. Con la Lega possiamo lavorare cinque anni in piena lealtà. Vedo che i rapporti tra i sedicenti alleati” (di centrodestra) “sono a un punto critico”.

L’annuncio abruzzese, seguito a quello personale di Matteo Salvini di non volere più trattenere a livello locale e nazionale i forzisti attratti dalla Lega, dopo l’incidente della mancata presidenza della Rai al suo candidato Marcello Foa, ha rafforzato quanto meno sul piano emotivo gli amici del giro più o meno ristretto che rimproverano a Berlusconi troppa pazienza nei riguardi del vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno. Cui il Cavaliere sarebbe stato sul punto di cedere sulla vicenda Foa, a furia di ricevere anche in ospedale telefonate e visite di un Salvini non abituato a sentirsi di no, e sorpreso sino alla rabbia dal rifiuto dei commissari forzisti della Vigilanza parlamentare sulla Rai di convalidare con la necessaria maggioranza dei due terzi il nuovo assetto al vertice dell’azienda concordato fra lui e il suo omologo grillino Luigi Di Maio.

E’ stato forse in considerazione di questo rafforzamento- ripeto, per ora solo emotivo- dell’ala più intransigente di Forza Italia, refrattaria all’espediente polemico di Salvini di accusarla di appiattirsi sull’opposizione del Pd, che il sottosegretario leghista alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti si è praticamente intestato un tentativo di mediazione proprio sulla questione abruzzese.

Intervistato da Libero, pur declassando il centrodestra a “una categoria dello spirito” Giorgetti ha circoscritto ad un’aspirazione dei dirigenti “locali”, comune a tante altre in Italia, la corsa solitaria nelle elezioni regionali e, più in generale, amministrative. “La decisione finale -ha detto il sottosegretario strizzando praticamente l’occhio a Berlusconi- spetta a Salvini”, che “per esigenze superiori” potrebbe “costringere” i leghisti abruzzesi – e poi, chissà, anche quelli della Basilicata e del Trentino-Alto Adige, dove sono imminenti le elezioni regionali- a confermare l’alleanza di centrodestra.

Va detto che Giorgetti, forse a sua insaputa, è riuscito a fare il miracolo di una triangolazione inedita fra Salvini, Berlusconi e Di Maio. Lo ha fatto denunciando più volte il pericolo di uno scatenamento dei soliti speculatori nei mercati finanziari contro i titoli di Stato italiani tra la fine di agosto e i primi giorni di settembre, quando fra Roma e Bruxelles si dovrà davvero passare dalle parole ai fatti nel cantiere -come lo ha definito il presidente del Consiglio Giuseppe Conte- della legge di bilancio. E verranno al pettine tutti i nodi dei costi delle riforme concordate per sommi capi nel contratto di governo fra leghisti e grillini, e della loro compatibilità con i parametri europei.

All’ultimo degli avvertimenti o timori del sottosegretario Giorgetti ha voluto reagire, smentendolo o quasi, il vice presidente grillino del Consiglio. Che ha trovato le previsioni di Giorgetti conformi solo alle “speranze delle opposizioni” ed ha ostentato sicurezza perché di fronte alle manovre di mercato o d’altro tipo il governo in carica potrebbe resistere ad oltranza non essendo “ricattabile”. Come invece lo fu nell’estate del 2011 l’ultimo governo di centrodestra presieduto da Berlusconi, costretto ad arrendersi e a lasciare il posto a Mario Monti per tutelare gli interessi delle sue aziende, minacciate dagli effetti della crisi speculativa guidata da mister Spread.

Di Maio, così abituato a crocifiggere Berlusconi al “conflitto d’interessi”, tanto da avere reclamato un’altra legge per disciplinarlo durante le trattative con i leghisti per la formazione del governo gialloverde, si è trovato ad ammettere, pur di polemizzare con Giorgetti, che furono proprio i suoi interessi a giocare contro Berlusconi sette anni fa. Quante sorprese può riservare la politica, o la logica delle polemiche o delle lotte che la segnano.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Di Maio si vaccina dai suoi compagni di partito. E offre un assist a Berlusconi

            Luigi Di Maio si è vaccinato, sia pure a suo modo, dal rischio di essere travolto al governo dalle “idee malsane”- ha detto in una intervista al Corriere della Sera- che circolano nel suo partito contro i vaccini.

            “Da quando sono capo politico del Movimento 5 Stelle, non siamo mai stati contro”, si è vantato il vice presidente del Consiglio scaricando quindi su Beppe Grillo, che lo ha preceduto in quella funzione, la responsabilità dello spazio lasciato alle campagne contro i vaccini.

            Anche in riferimento alle polemiche sviluppatesi sul tentativo della ministra della Sanità, e sua collega di partito, Giulia Grillo di rendere “flessibile” l’obbligo ereditato dal precedente governo di vaccinare i bambini per mandarli a scuola, Di Maio ha cercato di sterzare. “Il nuovo anno scolastico -ha detto- inizierà in regime di decreto Lorenzin”, per cui chi ha cercato di fare il furbo, o la furba, con false autocertificazioni sappia che “rischia fino a due anni di galera”. “Non si gioca con la salute”, ha insistito il vice presidente del Consiglio, pur precisando poi che l’obbligo della vaccinazione dovrà essere rapportato al “rischio di epidemia” valutato dalle competenti autorità sanitarie. Fra le cui pieghe la ministra omonima del Grillo “garante, elevato” e quant’altro del Movimento 5 Stelle ha tuttavia applicato l’aggettivo “flessibile” al dovere immunitario imposto dalla legge.

            Un altro fianco debole dell’azione di governo su cui Grillo ha cercato di intervenire con la sua intervista al Corriere della Sera è quello finanziario, dopo il rischio avvertito più volte dal sottosegretario leghista a Palazzo Chigi,  Giancarlo Giorgetti, di un attacco speculativo ai titoli di Stato italiani a fine agosto, o a settembre, quando si dovrà varare davvero, e non più a parole, la legge di bilancio, ex finanziaria. E verranno al pettine tutti i nodi: sia quelli dei costi delle riforme concordate nel contratto fra grillini e leghisti, sia quelli delle compatibilità con i vincoli dei trattati europei.

           Giannelli.jpg Su questo versante, a dire la verità, Di Maio è stato più apodittico che concreto, per cui si è un po’ meritata, sulla prima pagina dello stesso Corriere della Sera, la vignetta di Emilio Giannelli che scherza sui rapporti fra il presidente del Consiglio Conte, i suoi due vice presidenti e il ministro dell’Economia Giovanni Tria, che è un po’ l’incubo degli altri tre.

           E’ proprio Tria, sostenuto dalla fiducia del presidente della Repubblica, che detiene davvero le chiavi della sorte del governo, fra le prospettive di una crisi o di una prosecuzione almeno sino alle elezioni europee della primavera prossima, se non per tutti i cinque anni della legislatura sperati da Di Maio scommettendo sulla tenuta dell’asse col suo omologo leghista. “Salvini e io ci capiamo al volo e medieremo tra di noi”, ha assicurato il vice presidente grillino del Consiglio, incoraggiato anche dal fatto che “sono a un punto critico i rapporti tra i sedicenti alleati” del centrodestra, cioè fra lo stesso Salvini e Silvio Berlusconi.

            Anche a costo, tuttavia, di incrinare la fiducia appena espressa sulla tenuta dell’asse con Salvini, e quindi con la Lega, Di Maio ha liquidato con una certa insofferenza come “speranze delle opposizioni” i timori del sottosegretario Giorgetti sull’imminente attacco degli speculatori finanziari ai titoli di Stato italiani. Ed ha avvertito agenzie di rating, cancellerie e quant’altro che “noi non siamo ricattabili”, come sarebbe stato invece nell’estate del 2011 l’ultimo governo di Silvio Berlusconi. Che, quindi, sarebbe caduto non per la debolezza dei conti italiani, non per il livello altissimo del debito, non per le impennate dello spread, e neppure per i guai giudiziari dell’allora presidente del Consiglio, ma per la paura del Cavaliere di compromettere le sorti delle sue aziende resistendo ad oltranza a Palazzo Chigi. Cioè per un conflitto d’interessi alla rovescia.

            Questa potrebbe anche essere una spiegazione degli eventi di sette anni fa apprezzata da Berlusconi, già vantatosi di “patriottismo” cedendo il passo a Mario Monte, ma restio forse  a ringraziare adesso Di Maio dalla cabina di regia dell’opposizione parlamentare e mediatica di Forza Italia al governo in carica.

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