Cronache per niente serie dall’Italia del bar, dopo quella del caffè di De Gregori

       Dall’Italia del caffè cantata ottimisticamente nel 1979 da Francesco De Gregori, pur col terrorismo ancora in azione dopo il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro nel 1978, all’Italia del bar in cerca di un altro De Gregori, o dello stesso di 47 anni fa sempre vivo e ottimista, spero. L’Italia del bar, dove tutti si improvvisano quelli che non sono e imprecano, assolvono e più spesso condannano, reclamano dimissioni e metaforiche decapitazioni.

       L’Italia del bar dove si affaccia di prima mattina il ministro dello Sport Andrea Abodi e, prevenendo qualcuno che vorrebbe prendersela anche con lui per la sconfitta, ai rigori, dell’Italia del calcio nella partita con la Bosnia decisiva per lasciarci ancora fuori dai mondiali del pallone, si vanta di avere già chiesto le dimissioni del presidente della competente federazione del Coni, Gabriele Gravina, e di attendersi naturalmente quelle dell’allenatore Gennaro Gattuso.

       Titti gridano, protestano, imprecano non contro il “destino cinico e baro” a cui Giuseppe Saragat attribuiva gli scarsi risultati del suo partito socialdemocratico, ma contro questo o quel titolare di una qualsiasi carica. E nessuno se la prende, magari, con i giocatori che hanno sbagliato a tirare i rigori loro assegnati: gli unici che a me sembra titolati ad essere criticati dopo una partita chiusa in pareggio anche nei tempi supplementari.  

       Se si passa, o si prosegue sul terreno della politica, nel pallone anch’essa, il bar è ancora più affollato di gente e di proteste. Ora anche contro il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi smutandato, diciamo così, dalla sua amica o amante giornalista piena di affetto per lui e di incarichi forse rimediati anche per la sua relazione, chissà. L’altro Matteo, il  predecessore al Viminale, il capo della Lega post-bossiana Salvini, gli è solidale pensando anche alla possibilità di poterlo sostituire più rapidamente e felicemente, dopo essere stato assolto in un processo che lo aveva dirottato verso altri dicasteri.

       Fuori dall’Italia del bar abbiamo le ormai solite guerre nelle o per le quali la Nato è descritta come una “tigre di carta” da un presidente americano forse di cartone come appare ogni tanto Donald Trump, fra una raffica e l’altra, una tregua annunciata e mancata, e un premio della pace reclamato con disinvoltura, a dir poco.

       Ci restano i sepolcri della settimana santa per pregare che tutta questa follia finisca davvero.

Dalla Sigonella di Bettino Craxi alla Sigonella di Giorgia Meloni

Non è la prima volta che scrivo di una cena di una trentina d’anni fa con Bettino Craxi nella veranda della sua casa tunisina , e non sarà probabilmente neppure l’ultima ricorrendo ogni tanto la storia, allora smentitami dall’ex presidente del Consiglio, della sua avventura politica finita già nel 1985, quando era ancora a Palazzo Chigi, per avere osato sfidare a Sigonella gli americani. Ai quali aveva negato personalmente, in una telefonata notturna col presidente Ronald Reagan assistito da una interprete, la cessione di sovranità chiestagli con forza facendo catturare nella base militare siciliana alcuni dei responsabili del sequestro della nave italiana Achille Lauro nel Mediterraneo. Che era stata dirottata da un commando terroristico palestinese per scambiarla col rilascio dei soliti detenuti nelle carceri di Israele.

       La nave fu liberata su intervento di Arafat, chiesto personalmente al capo dell’Olp da Craxi, ma dopo che era già stato ucciso a bordo un cittadino statunitense, ebreo e invalido,  freddato in un alterco e buttato a mare con la sua carrozzella.  

Una volta abbandonata la nave, i dirottatori erano stati imbarcati dagli egiziani su un aereo per essere trasportati al sicuro in Tunisia. Ma il velivolo era stato intercettato dagli americani  e costretto ad atterrare a Sigonella, appunto, con l’obiettivo di sequestrare i dirottatori e mandarli a processo negli Stati Uniti. 

L’ambasciatore americano a Roma, scambiando Palazzo Chigi per una depandance, si era presentato quasi di notte, e fatto ricevere da un funzionario diplomatico, mentre  Craxi dalla sua stanza d’albergo spiegava all’interprete di Reagan, per telefono, che la competenza giudiziaria era italiana. E  ordinava che i Carabinieri a Sigonella impedissero, armi in pugno, il sequestro.

Ne derivarono, fra l’altro, le dimissioni del ministro della Difesa Giovanni Spadolini, rientrate rapidamente per un chiarimento intervenuto fra Craxi e Reagan con tanto di lettere di scambio: dear Bettino e dear Ronald. Seguì anche un incontro alla Casa Bianca.

Il mio amico Paolo Mieli, un po’ cronista e un po’ storico, ha raccontato l’altra sera nel salotto televisivo di Lilli Gruber che, a dispetto delle lettere, degli incontri e quant’altro, lì Craxi prenotò drammaticamente la sua fine cadendo dopo qualche anno -otto, all’incirca- nella rete giudiziaria milanese. Come anche Giulio Andreotti, ministro degli Esteri di Craxi ai tempi del sequestro della nave Achille Lauro, avvertì mani e manone americane -risparmiate da Mieli nella sua ricostruzione televisiva- nel pentimento di Tommaso Buscetta oltre Oceano e nei processi di mafia che ne derivarono, paralleli a quelli di corruzione e altro capitati a Craxi per Tangentopoli. Anche Giorgia Meloni, secondo Mieli, potrebbe avere rischiato troppo a Sigonella in questi giorni, negandone l’uso agli americani nella guerra all’Iran.

Stavo parlando una sera di 30 anni fa con Craxi proprio della sua Sigonella, di cui si  scriveva  sui giornali italiani anche per mano di qualche socialista, quando scattò l’allarme oltre la siepe e il muro della villa. In un attimo ci trovammo circondati da militari tunisini armati di tutto punto, che disponevano di una dependance della casa di Bettino. Essi interruppero cena e conversazione. Restituiti all’una e all’altra dopo minuti che mi apparvero un’eternità, quando si accertò la casualità dell’allarme, provocato da qualche animale di passaggio, io stentavo a riprendere il discorso. Che invece Craxi chiuse chiedendomi se fossi convinto “ancora” di quella protezione attribuibile “solo agli amici tunisini”, e non anche agli americani. Che -mi spiegò- gli erano “creditori non solo di Sigonella ma anche di Comiso”, a 80 chilometri di distanza l’una dall’altra, sempre in Sicilia.

A Comiso, grazie al ritorno dei socialisti nella maggioranza e nel governo dopo l’opposizione imposta dal predecessore di Craxi alla segreteria del Psi, Francesco De Martino, erano stati installati i missili del riarmo della Nato propedeutici al crollo del comunismo.  Dovetti convenire.  E di quell’argomento non parlammo più, neppure in altre circostanze.

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Il ritorno alla grande di Craxi nella cronaca e nella memoria della politica italiana

       Prima l’elezione a sorpresa di Stefania Craxi alla presidenza del gruppo di Forza Italia al Senato, dove il padre aveva interrotto, con una decadenza giudiziaria, diciamo così,, il suo percorso parlamentare per poi riprenderlo e concluderlo naturalmente, con la morte. Ora il ritorno di Bettino Craxi nei titoli delle prime pagine dei giornali per paragonare al leader socialista presidente del Consiglio nel 1985 la premier Giorgia Meloni e il suo ministro della Difesa, chiamato Craxetto in una vignetta, per il rifiuto della base di Sigonella, in Sicilia, ai bombardieri americani che volevano farvi sosta e rifornimento nella loro missione di guerra contro l’Iran.

       Se fosse ancora vivo, il mio amico Giampa- Giampaolo Pansa- avrebbe forse coniato già l’immagine di Melocraxi, come fece con Dalemoni, in cui confluirono per un po’ di tempo Silvio Berlusconi e Massimo D’Alema, in ordine alfabetico e inverso a quello scelto dal giornalista allora dell’Espresso.

       Troppa grazia, Sant’Antonio, mi verrebbe da dire di fronte a un ritorno una volta tanto così positivo nella memoria e nei titoli giornalistici del primo e unico leader socialista autentico arrivato in Italia alla guida di uno dei suoi governi più longevi. Che trovò il coraggio 41 anni fa di dire no al presidente americano Ronald Reagan e al suo corpo speciale di militari che avevano fatto atterrare a Sigonella un aereo egiziano diretto a Tunisi per sequestrare e processare negli Stati Uniti i responsabili del dirottamento terroristico della nave italiana Achille Lauro nel Mediterraneo, costato la vita ad un invalido ebreo cittadino degli Stati Uniti. Ma una volta atterrati in Italia, e per fatti accaduti su una nave italiana, Craxi rivendicò la nostra competenza giudiziaria. E la impose a un Reagan refrattario per qualche ora: il tempo necessario perché il ministro della Difesa Giovanni Spadolini, solidale con le proteste dell’ambasciatore americano presentatosi senza appuntamento a Palazzo Chigi, desse le dimissioni per una crisi rapidamente e quasi comicamente rientrata, essendo intervenuto un chiarimento anche epistolare -Dear Bettino e Dear Ronald- fra i due presidenti.

       Voi penserete che il ritorno, diciamo così, dei fatti e della memoria a Sigonella potrà fermare le opposizioni, almeno quelle più radicali, nella campagna di denigrazione della Meloni come la favorita, la subordinata a Trump? Per niente. La campagna continua scrutando parole e punteggiature dei comunicati di Palazzo Chigi e del Pentagono. Serva era e serva di Trump deve rimanere la premier italiana. Così vanno le cose nel teatrino della politica italiana.

Il troppo ottimismo della sinistra nella partita del Colle dopo la vittoria referendaria

Il direttore Mario Sechi si chiede, con la preoccupazione del pessimismo della ragione, credo, se il centrodestra c’è o ci sarà in una partita del Quirinale, fra tre anni, che la sinistra potrebbe essere tentata di giocare da sola se dovesse capitarle la fortuna di vincere anche le elezioni politiche, dopo il referendum sulla riforma costituzionale della magistratura.

       Non per consolarlo ma solo per attingere ai miei ricordi di cronista delle corse al Quirinale succedutesi in 80 anni di storia della Repubblica, molte delle quali ho raccontato come tifoso e alcune vissute come sconfitto, penso che la sinistra, quando si esaurirà l’”euforia” avvertita con fastidio anche dal solitamente ottimista Goffredo Bettini, rischierà di cadere in una palude anche in caso di vittoria elettorale, oltre che referendaria. Un rischio derivante dalla sua natura geneticamente eterogenea, direi. Che può anche permetterle di realizzare un governo, ma di breve durata, come capitò a Romano Prodi ad una decina d’anni di distanza, prima con l’Ulivo e poi con l’Unione.

       Quando Prodi, sempre lui, con la regìa fallimentare dell’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani, che ci rimise il posto, si lasciò tentare dall’ambizione quirinalizia, venne politicamente abbattuto non dagli avversari del centrodestra ma dai “franchi tiratori” -ricordate?- della sinistra. Si rimediò con la rielezione provvisoria di Giorgio Napolitano. Ora a un altro Prodi, ormai vicino ai 90 anni come Giuliano Amato e quindi oltre i ragionevoli limiti di età, non si potrebbe rimediare con la rielezione di Sergio Mattarella, dopo quella  senza limiti di quattro anni fa che ha dato alla sua Presidenza una durata regale, o quasi.

       Già immagino, nella mia malevolenza professionale quasi quanto quella politica del compianto Giulio Andreotti, il “Giusè” mormorato a Conte dalla segretaria del Pd. Che, non avendo a poco più di 40 anni, beata lei, l’età per aspirarvi di già, propone al suo concorrente nella corsa a Palazzo Chigi di salire piuttosto sul Colle. Ma chi lo voterebbe poi Conte fra i “grandi elettori” del Pd a scrutinio obbligatoriamente segreto con le posizioni che ha, per esempio, sulla politica estera? Lo faccio abbastanza furbo, non solo perché pugliese come me, per declinare l’eventuale offerta o proposta della Schlein e insistere nell’insediarle la carica di presidente del Consiglio, nella convinzione peraltro messagli in testa da Marco Travaglio di essere stato a suo tempo, con due maggioranze diverse, anzi opposte, il migliore successore di Camillo Benso conte di Cavour nella storia d’Italia. E per la Schlein sarebbero guai, vista l’aria che tira nei sondaggi già cominciati dalle sue parti sulla partita chigiana fra i due.

       Vi sarebbero, d’accordo, anche altri potenziali candidati o, meglio, aspiranti dell’area di sinistra o di centrosinistra, senza trattino, di entrambi i sessi, al Colle più alto di Roma: da Rosy Bindi a Dario Franceschini, da Pier Luigi Bersani, ospite fisso dei salotti televisivi che se ne contendono la bonomìa battutistica, al meno assiduo Paolo Gentiloni. E persino, se gli venisse lo schiribizzo, all’ormai 51.enne Matteo Renzi. un anno in più del minimo imposto da quei vecchi e prudenti padri costituenti. Ma pure di loro, Renzi compreso, si potrebbe chiedere in camera caritatis chi li voterebbe davvero a scrutinio segreto in un’area non proprio addestrata alla disciplina. Che neppure uno tosto e navigato come Massimo D’Alema oserebbe sfidare. Nemmeno la buonanima di Silvio Berlusconi, dandogli una mano dall’opposizione, riuscì a  farlo digerire al Pd come candidato al Quirinale. Erano gli anni del Dalemoni di Giampaolo Pansa.

       No, credete a me, non sarebbe una partita facile. Lo sarebbe invece per il centrodestra se gli dovesse capitare di resistere all’urto della sconfitta referendaria sulla riforma della magistratura e di riprendere il bandolo della matassa della stabilità meloniana.

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La corsa al Quirinale scatenata dalla vittoria referendaria del no

Si chiama notoriamente Marietta la contadinella della favola che porta baldanzosa la ricotta al mercato sognando i guadagni che potrebbe ricavarne e se la perde rovinosamente per strada. Nella favola che suggerisce ai cronisti e analisti più fantasiosi, o malevoli, il gran traffico di ambizioni e manovre politiche innescato dalla vittoria della sinistra del no referendario alla riforma costituzionale della magistratura, Marietta potrebbe essere di sesso diverso e chiamarsi, magari, Giuseppe, al singolare italiano e non al plurale americano di Donald Trump. Sarebbe Giuseppe Conte, naturalmente.

       L’ex premier  smanioso di tornare a Palazzo Chigi per riprendere il lavoro cavouriano, secondo l’esegeta Marco Travaglio, interrotto anni fa da Mario Draghi con un presunto, mezzo colpo di Stato del pur insospettabile Sergio Mattarella al Quirinale, potrebbe essere dirottato dalla concorrente ugualmente ostinata Elly Schlein, segretaria di un Pd ancora in testa nella graduatoria elettorale dei partiti  dell’alternativa al centrodestra, verso una destinazione ancora più alta e di maggiore durata: proprio il Quirinale che Mattarella dovrà lasciare nel 2029 concludendo i lunghi 14 anni del suo secondo mandato.

       “Dai, Giusè”, porrebbe dirgli e proporgli Elly, anche perché lei non è quirinabile per ragioni di età, avendo oggi 40 anni, e avendone nel 2029 ancora 43, sette in meno dei 50 richiesti dalla Costituzione. Conte invece ha 62 anni e potrebbe addirittura sognare di ripetere il miracolo mattarelliano del doppio mandato, quasi regale.

       Lo sventurato, manzonianamente, potrebbe lasciarsi tentare immaginando la prossima legislatura a maggioranza di cosiddetto centrosinistra sul vento del no referendario. Ma Conte potrebbe anche rifiutare non fidandosi dei tre anni che dovrebbe aspettare, di tutto ciò che potrebbe nel frattempo accadere, anche una sconfitta elettorale sorprendente come la vittoria referendaria. Ma soprattutto ricordando l’abituale cedimento dei parlamentari di sinistra alla tentazione di abbattere da cosiddetti franchi tiratori i candidati ufficiali, formali e quant’altro della loro parte al vertice dello Stato. Come accadde nel 2013 a Romano Prodi. Che finge di avere digerito il rospo dopo tanto tempo ma potrebbe anche sfidare “la demenza senile” appena esclusa per sé, a 88 anni da compiere, da Giuliano Amato scrivendo al quotidiano Libero che lo aveva effigiato in prima pagina nella corsa al Quirinale apertasi con la solita, abbondante insofferenza. Fra tre anni anche Prodi ne avrà una novantina, ma le prospettive di vita, si sa, sono aumentate. Sempre più di frequente si legge di feste di compleanno di centenari e più.

       Ma soprattutto non mancano a sinistra altri possibili aspiranti al Quirinale: in ordine rigorosamente alfabetico, Bersani Pier Luigi, Bindi Rosy, Franceschini Dario, Gentiloni Paolo e magari, fuori concorso e partito del Nazareno, persino Renzi Matteo, 51 anni compiuti a gennaio.

Ripreso da http://www.startmag.it

Quella direttiva europea di non cambiare legge a ridosso del voto

La tentazione è forte, quasi come al bar per lo sport. E quella, in politica, di dare consigli al vincitore o allo sconfitto di turno, o a entrambi, come ha fatto sul Corriere della Sera il mio amico Paolo Mieli dopo la bocciatura referendaria della riforma costituzionale della magistratura intestatasi dal governo blindandone il contenuto nel percorso parlamentare. E fornendo con ciò stessoalle opposizioni una buona ragione, o un buon pretesto, come preferite, per arroccarsi nell’azione di contrasto, pur essendo le modifiche costituzionali con la qualificata   maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera previste dall’articolo 138, primo comma, dicono i giuristi. Cui segue il terzo, ed ultimo, in cui una modifica costituzionale diventa non impugnabile con l’arma referendaria se approvata in Parlamento con la maggioranza, ancora più vasta, dei due terzi.

       Da non richiesto, forse neppure gradito consigliere della premier già troppo assediata da familiari, amici e alleati nell’approccio alla ripresa dalla  botta del referendum, raccontata in tanti retroscena addirittura attratta da un ricorso ad elezioni anticipate di cui non disporrebbe perché la competenza di questa decisione interruttiva della legislatura è solo, insindacabilmente, del presidente della Repubblica; da non richiesto, forse neppure gradito consigliere, ripeto, suggerirei alla presidente del  Consiglio di non tentare neppure questa carta. Che Mattarella non le farebbe giocare in tempi peraltro di guerra, come ha avvertito il più competente dei ministri in materia che è quello della Difesa Guido Crosetto. Della Difesa, ripeto, non della Guerra, con la maiuscola, come Donald Trump ha promosso , diciamo così, il suo omonimo americano.

       Mi piacerebbe inoltre, o infine, per ridurre al minimo spazio e tempo nella buca del suggeritore, che la Meloni spiazzasse tutti, a cominciare da lei stessa, rinunciando alla riforma della legge elettorale già messa mel cantiere parlamentare. Ma così, dicono dalle sue parti, la coalizione di centrodestra perderebbe contro avversari prevedibilmente alleati, non più separati come nelle elezioni precedenti.  E chi lo ha detto? , ammesso e non concesso che il cosiddetto campo largo dell’alternativa trovasse la quadra per non diventare o confermarsi camposanto.

       La Meloni avrebbe un’occasione tanto coraggiosa e ragionevole quanto destinata a procurarle consensi per imporre una svolta etica, a dir poco, sul terreno delle regole del voto. Che da troppo tempo cambiano in Italia a ridosso delle elezioni, ordinarie o anticipate, spesso destinate a concludersi in senso diverso o opposto da quello perseguito dai promotori della riforma di turno. Le regole per decenza raccomandata, a dir poco, anche da una direttiva europea ignorata anche dai presidenti della Repubblica che hanno controfirmato le riforme, non possono cambiare a partita in corso. O addirittura al secondo tempo della partita, o nei cosiddetti tempi supplementari del calcio. E’ una questione etica, dicevo. Morale, potrei aggiungere, se di questo aggettivo non si fosse fatto tanto abuso in Italia da diventare negativamente moralistico.

Pubblicato sul Dubbio

I “cittadini del no” fingono di ignorare quello che hanno fatto

       Tra l’ingenuità e l’ipocrisia come chiave di lettura dei commenti apparentemente moderati dei signornò alla loro vittoria referendaria contro la riforma costituzionale della magistratura scelgo la seconda. Decisamente.

       La scelgo e la vedo, l’ipocrisia, nel proposito, per esempio, del nuovo presidente Giuseppe Tango di non fare un partito dell’associazione nazionale dei magistrati. E di tornare alle funzioni di un sindacato che tratta col governo le condizioni di lavoro, diciamo così, delle toghe.

 Va bene che il tango è anche un ballo col quale si può fare avanti e indietro, ma la natura ormai irreversibile di partito dell’associazione dei magistrati, con le sue correnti a tutela dei cui giochi spartitori e simili è stato demonizzato il sorteggio nella composizione del Consiglio superiore pur previsto e praticato nel campo giudiziario, è una realtà che non si può nascondere neppure con la nebbia artificiale.

       La sconfitta del presunto tentativo del governo Meloni di “regolare i conti col potere giudiziario tagliandogli le unghie” – ha scritto Ezio Mauro sulla Repubblica di carta- “non significa che gli elettori abbiano ribaltato lo schema assegnando con il voto un plusvalore alla magistratura e trasformandola, dalla sponda opposta, in un protagonista diretto della vicenda politica”. “Credo che nessuno tra i cittadini del no -ha insistito l’ex direttore scelto a suo tempo personalmente da Eugenio Scalfari come il suo successore più genuino- pensi a una Repubblica in mano ai magistrati, cioè a un’eccezione costituzionale clamorosa”. Ma va? Proprio nessuno, caro Ezio, dei “cittadini del no”, come tu li chiami col linguaggio della rivoluzione francese del 1789? Cittadini ! Parola magica, adottato anche da Irene Pivetti come presidente  della Camera nel 1994 non piacendogli il tradizionale e, per lei, non tanto meritato “onorevole” riservato al deputato.

       La Repubblica italiana, fondata costituzionalmente sul lavoro, è diventata poco alla volta fondata sulle Procure e uffici limitrofi. La magistratura ha finito di essere “indipendente e autonoma da ogni altro potere”, come sarebbe rimasto scritto nella Costituzione anche modificandone l’articolo 104, per diventare onnipotente. Autoreferenziale, incontrollabile. O controllabile solo da se stessa. Insomma, assolutista. La giustizia italiana è senza la bilancia che continua a rappresentarla iconograficamente. Questo significa parlare chiaro, senza ipocrisia, di ciò che hanno fatto “i cittadini del no”.

L’emozione, oltre alla sorpresa, di Stefania Craxi capogruppo di Forza Italia al Senato

Più che sorpresa, ormai un ossimoro in questi tempi di politica imbarbarita e bugiarda, dove si manipolano anche i referendum pur di vincerli, com’è appena accaduto sulla riforma costituzionale della magistratura stracciata dai no, mi ha personalmente procurato emozione l’arrivo di Stefania Craxi alla presidenza del gruppo di Forza Italia al Senato. Che è stata salutata con affetto, più ancora che con stima, da Marina Berlusconi. Figlie l’una e l’altra di due leader politici che si stimarono e si vollero bene procurandosi anche per questo il livore dei loro avversari, ai quali non bastava sentirsi e fare i nemici.

       Figlie -ripeto- l’una e l’altra che hanno saputo e voluto raccogliere idee e sentimenti dei loro genitori. Marina continuando a custodire i sentimenti e il lascito politico del padre, Stefania salvando pur in un centrodestra nominale, per le circostanze tutte italiane della scomposizione e ricomposizione degli schieramenti politici, il socialismo riformista e anticomunista tradito da socialisti, anche loro nominali, devoti dei loro persecutori, sino a mettersi al loro servizio in cambio di qualche seggio parlamentare di straforo. Uno, due non di più, essendosi a suo tempo Massimo D’Alema, con una celebre battuta delle sue, proposto di non far tornare ai socialisti rimasti senza partito la voglia, il gusto, la possibilità di raccogliere voti. E persino di superare comunisti o post-comunisti, come Craxi stava quasi riuscendo a fare prima di essere fermato dalla sponda giudiziaria del Pci e sigle successive.

Sconfitti sul piano politico e storico con la caduta del comunismo, gli avversari del leader socialista riuscirono a sopravvivere, più o memo travestiti da piante o simili, grazie ai magistrati delle cosiddette “mani pulite”. Un po’ meno, credo, le loro coscienze, visti i dubbi che hanno finito per avere col tempo anche alcuni dei protagonisti di quell’avventura, a cominciare dalla buonanima del loro capo Francesco Saverio Borrelli. Al cui rammarico per la corruzione sopravvissuta alle sue forbici si è ispirato anche l’ex ministro socialista della Giustizia Claudio Martelli  -“il migliore dei Guardasigilli” per ammissione dello stesso Borrelli- in un libro autobiografico di ricostruzione di quell’epoca per niente gloriosa.

       Anche il nome del partito e del conseguente gruppo parlamentare al Senato ora presieduto da Stefania Craxi mi suscita qualche emozione. Forza Italia -dileggiata da subito come un partito di plastica, più da stadio che da Politica con la maiuscola- frullò nella testa di Berlusconi, pur tra le coppe dell’allora suo Milan, come prosecuzione di quella celebre canzone del 1979 di Francesco De Gregori che tanto aveva incantato pure Craxi da farla suonare nei raduni persino congressuali del suo partito: Viva l’Italia. L’Italia -cantava De Gregori, e con lui spesso Bettino parlandomene- “liberata, dei valzer e del caffè, derubata e colpita al cuore, che non muore, assassinata dai giornali”. Che che stentano ora ad arrivare nelle edicole e a raccogliere un decimo dei lettori che avevano. I giornali dei processi sommari propedeutici a quelli che gli sventurati poi subiscono nei tribunali con i tempi della lumaca. I giornali i cui cronisti giudiziari -come diceva Luciano Violante prima di convertirsi pure lui al no referendario- hanno carriere uniche con quelle dei pubblici ministeri, a loro volta con i giudici. E così continuerà ad essere dopo il coraggioso, ma sfortunato tentativo della premier Giorgia Meloni e del suo ministro della Giustizia di cambiare registro.

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La Bartolozzeide scritta, raccontata e temuta da Travaglio ai suoi lettori

       Come si dice dell’appetito, che viene mangiando, la vicenda di Giusi Bartolozzi non si è chiusa con le dimissioni da capo di Gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio per quel “plotone di esecuzione” da lei gridato in una televisione ai colleghi magistrati. Fra i quali quelli che alla Procura della Repubblica di Roma si sono occupati di lei per l’espatrio di Almasri in Libia accusandola di false dichiarazioni al pubblico ministero e tentando di mandarla a processo, impedito invece dal Parlamento contro i ministri della Giustizia e dell’Interno e il sottosegretario principale alla Presidenza del Consiglio, con la delega sui servizi segreti.

       Dopo avare scoperto che, grazie ad “una legge di governo”, pur non fatta per lei non foss’altro per ragioni di tempo, la ex capo di Gabinetto può tornare subito nei ruoli della magistratura, dalla quale era stata mediaticamente estromessa dandole dell’ex, al solito Fatto Quotidiano dell’altrettanto solito Marco Travaglio si sono accorti che la sventurata, chiamiamola così manzonianamente, ha il diritto di essere sottratta al “plotone di esecuzione” romano per passare a quello, forse meno armato, di Perugia. Alla cui procura sono affidate indagini, ed effetti, su un magistrato di ruolo a Roma.

       Il passaggio alla Procura di Perugia era già stato tentato, ma inutilmente, dall’avvocato difensore della Bartolozzi, che è la stessa dei mancati inputati ministri per l’affare Almasri: Giulia Bongiorno,  presidente della Commissione Giustizia del Senato, nonostante l’ostilità del giornale di Travaglio e dintorni. Ora che la Bartolozzi non è più distaccata al Ministero e torna a fare la magistrata di ruolo a Roma, la competenza della Procura di Perugia non può  più essere contestata e negata. E questo ai Travagli, chiamiamoli così, non piace. Non li convince, temendo costoro che non si tratti a Perugia  di un “plotone di esecuzione” come quello di Roma, su cui ha recentemente ironizzato con una certa spavalderia, almeno così avvertita -credo- dall’interessata, lo stesso capo della Procura capitolina Francesco Lo Voi.

       La Bartolozzeide quindi continua. E la seguiremo con la dovuta attenzione e, quando serve, un po’ di ironia, nonostante il carattere generalmente drammatico delle avventure giudiziarie in Italia.

Giustizieri crescono per le strade e le piazze di Roma, in attesa delle primarie di turno

       In attesa di partecipare alle primarie del cosiddetto campo largo, quando ne verrà il turno,  e di vincere pure quelle, come nel referendum che ha appena bocciato la riforma costituzionale della magistratura, o tre  anni fa con l’elezione di Elly Schlein a segretaria del Pd, e come potrebbe accadere ancora fra questo e l’anno prossimo per candidare a Palazzo Chigi Giuseppe Conte alla guida del governo di alternativa al centrodestra; in attesa, dicevo di questo passaggio  al quale certamente non mancheranno, gli attivisti della sinistra più radicale hanno portato in piazza, a Roma, le teste coronate di Giorgia Meloni, di Bibi Nethanyau e  di Donald Trump, in ordine rigorosamente alfabetico, per prenotarne la decapitazione. Non è mancata in piazza neppure una sagoma ridotta in legno della ghigliottina. Che potrebbe magari essere sostituita all’ultimo momento con una forca, alla quale la premier italiana è stata in qualche modo designata  con la testa capovolta in giù di un manifesto esibito sinistramente.

       Non mancano da quelle parti ambizioni da giustizieri. E’ nella loro natura, come diceva lo scorpione alla rana punta in acqua anche a rischio di morire annegato pure lui. L’”euforia”, come l’ha chiamata Goffredo Bettini dolendosi in particolare di quella di Conte, impadronitosi della vittoria referendaria del no per portarsi avanti nella corsa a Palazzo Chigi, dove sogna di tornare, magari come un re pure lui, ha moltiplicato le energie degli aspiranti giustizieri, ripeto. O boia, come preferite. E più vittimiste persone come l’eurodeputata, naturalmente della sinistra radicale, Ilaria Salis importunata di prima mattina, in  un albergo romano, da agenti di polizia messi in allarme da colleghi o magistrati tedeschi che ne temevano la partecipazione, nel suo stile ungherese, alla manifestazione romana antimonarchica, all’insegna del “No Kings”. Urge, a questo punto, un’altra manifestazione, in questa primavera pur capricciosa, per aggiornare l’elenco dei re da decapitare o impiccare, aggiungendo il ritratto del cancelliere germanico Friederik Merz. Speriamo che se la possa cavare, alla fine, il presidente italiano della Repubblica Sergio Mattarella, che con quei due mandati consecutivi affidatigli al Parlamento, e i conseguenti 14 anni al Quirinale, sino al 2029, di regale ha sicuramente la durata.

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