L’aiuto di Giuliano Ferrara al professore fermato dopo le violenze del 17 ottobre

Di solito Giuliano Ferrara, il fondatore del Foglio che ha affidato a Claudio Cerasa la fatica di dirigerlo bastandogli e avanzandogli il compito di ispirarlo, è netto nelle sue scelte. E anche nelle sue impressioni. Egli è incline più alle certezze che ai dubbi. Ma questa volta su Yousef Shier, e sulla moglie ancora a piede libero, Giuliano è titubante. Non è convinto del ruolo che inquirenti in divisa e in toga attribuiscono al ricercatore italiano di origini marocchine di buona cultura soprattutto islamica, nella regia quanto meno elettronica dei disordini più gravi di piazza a Milano, con furti e devastazioni di negozi e di mezzi di polizia il 17 ottobre.

“Non so -ha scritto Ferrara alla fine di un articolo significativamente intitolato “Il presunto Trotzkij”- se messo in gabbia un tipetto come Siher possiamo ottenere la garanzia che gli adolescenti inquieti del 17 ottobre, emuli dei liceali parigini e dei casseur di tutta la Francia, per i prossimi weekend se ne staranno tranquilli a casa in mancanza di Telegram. Alimentare l’impressione che con la strana coppia si sia schiacciata la testa del serpente, pensando agli occhialoni del bresciano superistruito e supermanipolatore, ma non si sa se più di questo, potrebbe essere sommariamente imprudente”, lasciando che il vero serpente, o quello superiore, continui a lavorare e a sorprenderci. Ancora più esplicito nell’aiuto a Shiler è stato un successivo intervento del Foglio intitolato, sempre in prima pagina: “Il nulla contro Shiler- Le accuse del pm contro il presunto stratega degli scontri di Milano poggiano su prove fragilissime”.

C’è un inciso iniziale nell’articolo di Giuliano che potrebbe spiegarne la prudenza o diffidenza. “Sarà -si legge proprio in apertura dell’intervento- perché (Siher) ci mandò gentilmente un curriculum e un pezzo sul Pakistan, dicono agli Esteri, mica male”. Esteri intesi come parte specifica della redazione del Foglio, generalmente ben attrezzata per non cadere in sviste.  Se ci fu errore, Ferrara ha generosamente perdonato e cercato di capire. Errore comunque minore rispetto a quello del Fatto Quotidiano, dove Sihler è stato a suo tempo apprendista.

Al Fatto tuttavia, vista la sua linea politica, sensibilissima ai guai di Gaza ma non a quelli dell’Ucraina, massacrata- sostiene da parecchio il direttore Marco Travaglio- più dalla resistenza di Zelensky che dall’aggressione di Putin, non si trattò di un errore ma di una scelta preveggente. Che Ferrara avrebbe deplorato se, scrivendo di questo professore muto davanti al giudice che lo ha interrogato, non fosse stato in qualche modo trattenuto dall’ospitalità concessagli pur per una volta soltanto.  

P:S: Alle ore 13,20 è stata diffusa la notizia della decisione del giudice di liberare il professore Shiler, del quale la Procura aveva chiesto l’arresto ritenendolo pericoloso nella organizzazione di manifestazioni di protesta nelle piazze italiane degenerabili in violenze. Ne saranno soddisfatti al Foglio, e non solo. Per niente chi scrive, che tuttavia non si spinge ad augurarsi di essere confortato nei suoi timori da fatti che sopraggiungeranno durante le indagini che continuano a piede libero dell’interessato.

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Quel Salvini berlingueriano di lotta e di governo

Non vorrei che Matteo Salvini, nato nel 1973, beato lui, con soli 53 anni quindi sulle spalle, per quanto passato da giovanissimo per l’esperienza o i dintorni del Centro Leoncavallo di Milano, non avesse trovato il tempo o l’occasione di informarsi dei tempi in cui Enrico Berlinguer chiamava “di lotta e di governo” il suo Pci. Quello delle Botteghe Oscure, dove adesso stanno ultimando un albergo di lusso con vista anche sul Campidoglio nei piani alti. 

Era di lotta e di governo, quel Pci, come il segretario della Lega confermato dal congresso straordinario improvvisato con gli stessi delegati del precedente, e ordinario, ha voluto definire anche il suo partito.

Da vecchio cronista sono sobbalzato un po’ sulla sedia, ricordandomi di tutte le cose che si scrissero e si dissero – personalmente nel giornale fondato da Indro Montanelli- nella stagione della cosiddetta “solidarietà nazionale” a proposito della pretesa di Berlinguer di stare con un piede nella maggioranza e con l’altro rimanendo all’opposizione. Un Berlinguer colto in flagranza di contraddizione da Giorgio Forattini in quella famosa, storica vignetta su Repubblica dove il segretario del Pci in comoda vestaglia da camera, seduto a fare colazione, era sorpreso, anzi terrorizzato dalle grida che provenivano dalla strada percorsa da un corteo di metalmeccanici in sciopero contro il governo. E in fondo anche contro il Pci che allora sosteneva dall’esterno con l’astensione un monocolore democristiano presieduto da Giulio Andreotti. Che peraltro non era un esponente di sinistra dello scudo crociato. Tutt’altro. Aldo Moro, presidente del partito scudocrociato, lo aveva voluto a Palazzo Chigi proprio per questo, ritenendo di compensare così l’operazione molto a sinistra compiuta portando i comunisti nella maggioranza dopo le elezioni politiche anticipate del 1976, conclusesi – egli disse- con due vincitori: la sua Dc e il Pci berlingueriano. E con il Psi di Francesco De Martino uscito dalle urne con le ossa rotte dopo avere giurato che non sarebbe mai più tornato a governare con i democristiani senza i comunisti.

Salvini anche dopo quel titolo berlingueriano dato al suo partito e al congresso, convocato apposta per farsene confermare alla guida, per quanto gli abbia intimato di non fornire più aiuti all’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin, del governo di Giorgia Meloni continua a fare parte come vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture. E con lui Giancarlo Giorgetti ministro dell’Economia.

Nella contestazione degli aiuti all’Ucraina, questa volta -credo- senza più far votare i suoi deputati e senatori a favore dei dispositivi parlamentari come nei mesi e anni scorsi, Salvini si ritrova, si ricongiunge e quant’altro con vecchie sue sfortunate conoscenze come l’ex premier Giuseppe Conte e il generale Roberto Vannacci.

Siamo tuttavia in autunno, non nella stagione del Carnevale, neppure nella prolunga di rito ambrosiano, che è di sola una settimana.

Il soccorso paradossale di Matteo Salvini alle opposizioni

Danneggiate anch’esse dalle piazze devastate, o a rischio continuo di altre devastazioni, le opposizioni troppo comprensive delle ragioni antigovernative della protesta sono state soccorse dal segretario appena confermato della Lega Matteo Salvini. Che dopo avere scimmiottato il lontano Pci di Enrico Bewrlinguer “di lotta e di governo”, quando sosteneva i governi monocolori democristiani di Giulio Andreotti, ha concluso il congresso straordinario improvvisato con i delegati del precedente privilegiando la lotta al governo. Dove pure continua a fare il vice presidente del Consiglio e il ministro delle Infrastrutture con colleghi di partito in altri posti importanti, come Giancarlo Giorgetti all’Economia.

Il Salvini di lotta, incurante di una telefonata della premier Giorgia Meloni che gli aveva chiesto di non metterla troppo in difficoltà, ha cominciato il suo rinnovato mandato di segretario del partito reclamando, come dall’opposizione Conte, del quale era stato vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno fra il 2018 e il 2019, la cessazione degli aiuti militari all’Ucraina. Che sinora, pur non graditi, la Lega aveva permesso votandone i dispositivi in Parlamento. Si deve presumere che, dopo la sparata congressuale, non sarà più così.

Salvini si ritroverà pertanto, su un problema di politica estera e di difesa importante come quello dei rapporti con l’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin, non solo con Conte che nel campo largo dell’alternativa candidato a Palazzo Chigi, ma anche con i pur pochi parlamentari di Vannacci. Sì, proprio lui, il generale Roberto Vannacci dal quale Salvini si è fatto affiancare come vice segretario del partito per un po’ di tempo, prima di perderlo, non di scaricarlo.

Decisa saggiamente a non recuperare il generale al centrodestra, anche a costo di perdere le elezioni, piuttosto che vincerle col suo aiuto, la povera Meloni si trova ora a dover convivere al governo in quel che resta della legislatura con un Salvini vannacciano, e contiano.

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Quella voglia prorompente di sharia nelle piazze e dintorni….

 Al Fatto quotidiano di Marco Travaglio -vedremo domani, quando tornerà in edicola, come al Foglio degli insospettabili Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa- non hanno avvertito alcuna sorpresa, alcun imbarazzo per avere avuto fra i loro collaboratori il 29.enne italiano di origini marocchine Yausef Siher, islamista, sospettato di avere promosso il cosiddetto movimento 17 aprile fattosi vedere e sentire nelle piazze italiane per gli assalti alla polizia, ai negozi, il loro saccheggio eccetera eccetera.

Travaglio ha voluto addirittura dare il suo contributo, diciamo così, alla giustificazione di quanto è accaduto -ieri per fortuna in modo ridotto, in quello che Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, ha chiamato “caos calmo”- lamentando a suo modo le provocazioni subite dai “soggetti insoliti” di definizione mattarelliana per troppo tempo e in troppi posti prima che si decidessero a disertare la scuola, o persino gli asili, o quasi, ed esplodere nella loro ribellione.

Questi poveri ragazzi prestati dalle famiglie alle attenzioni dei magistrati e in prospettiva alle carceri minorili “passeggiano in centro -ha scritto Travaglio al presente romanzato- e le vetrine gli sbattano in faccia un lusso sfrenato, che per loro è fantasy: non potranno mai neppure sfiorarlo. Ma c’è gente che entra, compra, striscia la carta ed esce con le borse griffate zeppe…..I ragazzi li guardano e imparano dai social che i modelli di vita sono quelli, non loro sfigati senza speranza, neppure quella di avere la stessa vita sfigata dei genitori. A scuola vedono solo brutture e nulla che funzioni, a parte i crolli e i topi. Poi scoprono sul web che il governo non ha soldi per nulla che li riguardi, ma per il riarmo e Kiev i miliardi li trova sempre, a costo di indebitarsi…..”

Potrei continuare a citare letteralmente il direttore del Fatto nel suo editoriale sui “mandanti occulti” ma mi fermo per non farvi perdere la pazienza. Osservo solo che Youssef Siher non ha perso il suo tempo collaborando al giornale di Travaglio. Ha seminato bene la sua cosiddetta cultura, essendo anche laureato e avendo avuto ambizioni di insegnante.

Al prossimo stupro da raccontare e commentare, senza spingermi al femminicidio, ci sarà da aspettarsi con quel tipo di cultura da sharia la condanna non dello stupratore ma della vittima avventuratasi ad andare in giro con le gonne troppo corte e il seno troppo poco coperto. 

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La concorrenza fra Trump e il Papa sulla tregua annunciata per Oleshky

Chissà perché Putin si è preso altri tre giorni di guerra per fare scattare martedì 27 ottobre una tregua in ciò che resta della città ucraina Oleshky, particolarmente martoriata dai suoi missili e droni.Forse egli deve ancora decidere a chi concedere questa tregua fra il Papa, che gliel’aveva chiesta telefonandogli dal Policlinico Gemelli dopo l’intervento per un tumore al polmone, e la moglie del presidente americano Donald Trump, Melania. Alla quale il marito ne ha già attribuito il merito non parendogli vero di sgambettare, diciamo così, il connazionale decisamente più popolare di lui nel mondo. Che è appunto Prevost, il Pontefice.

A Leone XIV è riuscito e riesce abbastanza facile prevalere di fronte al grande disordine, a dir poco, che il presidente degli Stati Uniti ha creato nel mondo. Un disordine tradottosi in nuove guerre, come quella all’Iran, e nell’allungamento e inasprimento di vecchie, come quella appunto in Ucraina cominciata più di quattro anni fa con una “operazione speciale”, nel titolo datole da Putin, da concludere in una quindicina di giorni per “denazificare” , addirittura, il Paese limitrofo governato da Zelensky. La sola durata reale di questo conflitto segna una sconfitta di Putin, per quanto il signore del Cremlino abbia ottenuto da Trump il rovesciamento delle responsabilità procurandosi praticamente il ruolo dell’aggredito e non dell’aggressore.

La buonanima di Berlusconi ricondannata a Strasburgo per frode fiscale

Festeggiato il 29 settembre scorso da familiari, amici e tifosi per i pur mancati 90 anni, Silvio Berlusconi è stato ricondannato per frode fiscale dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Dove è stato appena respinto il ricorso presentato 12 anni fa contro la sentenza definitiva della Cassazione del 2013. Che era poi costato all’ex presidente del Consiglio il seggio al Senato con una procedura inedita, a scrutinio palese, per una interpretazione del regolamento imposta d’imperio dall’allora presidente Pietro Grasso, eletto nelle liste del Pd.  Per ritorsione i forzisti, anche a costo di spaccarsi con una scissione promossa dal segretario del partito e ministro Angelino Alfano, abbandonarono la maggioranza del governo di Enrico Letta, pur non provocandone la caduta. 

I magistrati di Strasburgo hanno impiegato più tempo di quelli italiani, che ci avevano messo quattro anni in tre gradi di giudizio per condannare Berlusconi a quattro anni per frode fiscale sui diritti televisivi sul filo della prescrizione. Che fu evitata assegnando il processo ad una sezione feriale della Cassazione contestata dai legali dell’imputato. Tutto fu regolare invece per la Corte europea dei diritti dell’uomo, che all’unanimità ha trovato “equo” il processo subito in Italia dall’ex presidente del Consiglio. Equo anche perché “non sufficientemente provati” i pesanti, offensivi offensivi giudizi su Berlusconi attribuiti al presidente della sezione feriale della Cassazione e risalenti a prima ancora che ricevesse l’incartamento processuale.

La guardia di Mario Sechi all’Occidente mai a rischio come adesso

Sardo, italiano, europeo, occidentale: così si sente e si è definito Maro Sechi presentando al Centro studi americano -e dove sennò ?- il suo libro fresco di stampa della Piemme “Occidente o niente- Elogio dell’atlantismo”. Un libro scritto di getto con le energie e la visione geopolitica liberate in qualche modo dall’esarimento della direzione del quotidiano chiamato Libero, un po’ come come un ossimoro. Dove il mio amico Mario, col quale ho collaborato come al Tempo negli anni passati, si è confrontato – lui che è nato e si considera ancora cronista- con una cronaca ben poco divertente e incoraggiante. E in una congiuntura internazionale drammatica, non avendo l’Occidente -il suo e nostro Occidente- corso mai un rischio grande come questo in corso.

L’Occidente per Sechi non è un’espressione geografica come l’Italia avvertita superficialmente dal pur mitico Metternich alla conferenza di Vienna dopo il ciclone napoleonico. E’ prima di tutto un fenomeno culturale, esteso ben oltre i confini generalmente assegnatogli. Vi comprende, per esempio, anche Gerusalemme. E l’area mediorientale dove l’Occidente rischia più ancora che in quella porta europea che è diventata l’Ucraina difendendosi da più di quattro anni dalla Russia di Putin con gli aiuti  più degli europei che degli Stati Uniti del presidente Donald Trump.

Le piazze europee attraversate da un antisemitismo dimentico di quello praticato industrialmente da Hitler nel secolo scorso; le piazze dove si bruciano le bandiere israeliane e si inneggia alla  Palestina dal Giordano al mare, in cui ributtare gli ebrei scampati al 7 ottobre di tre anni fa, quando tutti ci sentimmo ebrei, ma molti, troppi solo per qualche giorno o ora; le piazze dove tutti scendono per Gaza devastata  dagli israeliani, piuttosto che dai terroristi che l’hanno usata come scudo dei loro arsenali militari costruiti sotto case, ospedali, scuole, chiese, mercati e strade; le piazze dove mancano ormai solo i ragazzini per ora dirottati altrove, fra le apprensioni delle mamme per i pasti che non potrebbero ricevere dove sono stati portati dalle forze dell’ordine; queste piazze, dicevo, sono giustamente l’ossessione di Sechi. Che tuttavia resta ottimista perché ancora convinto che la forza invincibile dell’Occidente sia la capacità di riconoscere i suoi errori e di porvi rimedio.

E’ una convinzione, quest’ultima, apprezzata e condivisa anche dall’intelligenza artificiale alla quale gli anici del Foglio hanno affidato la lettura del libro di Sechi e che mi era apparsa un espediente, per quanto felice, di promozione, più che di recensione. Perciò quando Mario mi ha assicurato dell’autenticità del recensore, da non confondere con lui o altri umani, diciamo cosi, mi è toccato di dovermi ricredere su quel mostro che anche io, cavernicolo ormai per età, ho avvertito sinora. L’intelligenza artificiale, appunto.

Pubblicato sul Dubbio

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Franco Gabrielli tentato dalla candidatura a Palazzo Chigi per l’alternativa

Intervistato per Il Foglio da Carmelo Caruso anche come possibile partecipe della corsa a Palazzo Chigi nel campo cosiddetto largo dell’alternativa, candidato della formazione “Più uno” allestita con l’ex capo dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini, l’ex capo della Polizia Franco Gabrielli non l’ha esclusa. “Decideremo come soggetto politico e non come singole monadi”, ha detto pur precisando che non sono ancora note neppure le modalità delle primarie reclamate da Giuseppe Conte nei mesi scorsi e accettate dalla segretaria del Pd Elly Schlein prima di annunciare che si proporrà alla guida del governo dell’alternativa al centrodestra “sia con sia senza” gazebo e simili.

In un momento in cui il tema della sicurezza, con le piazze invase e messe a ferro e fuoco anche da ragazzini, una candidatura di Gabrielli per le sue competenze, maturate anche ai vertici dei servizi di sicurezza, avendo diretto il Side, potrebbe servire al cartello dell’alternativa. Più del socio fondatore della nuova formazione che evoca la figura dell’esattore. Ma vedrete che prima o poi, per quanto Tommaso Labate sul Corriere della Sera l’abbia già iscritto d’ufficio alla corsa a Palazzo Chigi, qualcuno si leverà nel campo largo per dissentire.

Gabrielli ha concesso ai radicali, diciamo così, del suo schieramento politico una critica al ministro attuale dell’Interno Matteo Piantedosi per uno “scarso peso politico”, pur dovendo valere al Viminale e nelle piazze più il peso tecnico.  Ma si è dichiarato d’accordo col ministro in carica della Difesa Guido Crosetto, dei fratelli d’Italia, contro la pretesa e il rischio di impiegare come figurini i 500 militari destinati a Milano per aiutare le forze dell’ordine, per quanto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si sia adoperato a ridimensionarne ruolo e competenze nel decreto predisposto dal governo. Ma soprattutto Gabrielli ha opposto ai cuori di mamma, chiamiamoli così, sollevatisi contro il trattamento guadagnatosi dai figli assaltando mezzi della polizia, vetrine e negozi, svuotati poi delle merci firmate, un avvertimento conforme alle funzioni ricoperte.  “La repressione -ha detto- non è una bestemmia”.

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La città dei ragazzi gestita dalle opposizioni al governo

“Meloni fa la dura con i minorenni”, ha titolato Domani, il giornale quotidiano col quale, a 92 anni quasi compiuti, Carlo De Benedetti fa ancora l’editore, partecipa all’opposizione al governo di centrodestra e si consola degli anni perduti di Repubbllica, imprudentemente gestita e venduta dai figli.

Con i minorenni, anche quando giocano a fare i “vandali”, come gridato da un dirigente di polizia ferito in piazza a Milano, ma anche i ladri saccheggiando i negozi della merce desiderata, pure per l’ingegnere De Benedetti si deve usare non la forza della prevenzione e della repressione ma la comprensione delle mamme preoccupate che i figlioli finiti in Questura siano alimentati abbastanza, e bene. Il cuore di mamma è l’edizione minorile dell’obbligo di capire le ragioni delle violenze degli adulti, non colpevoli ma portati all’esasperazione dal governo di turno, specie se di centrodestra, e per giunta guidato da una donna ridotta ad una “nana borgatara” sui social.

I “soggetti inediti” evocati dal presidente della Repubblica e le orchestrazioni esterne di tanta violenza avvertite da un magistrato che se ne sta occupando non hanno consigliato alle opposizioni alcuna riflessione diversa dal dovere di prendersela, al solito,  col governo. E di rappresentarlo sull’orlo, anzi già caduto nella pratica dello “stato di polizia”, “autoritario” e simili. Dove si ricorre all’esercito per arrestare, trattenuti all’ultimo momento da Mattarella al Quirinale. Che partecipa a suo modo alla confezione dei decreti legge per risparmiarsi la fatica poi di negare la firma, o di rinviarne il testo alle Camera una volta approvato senza avere recepito i consigli del Capo dello Stato e dei suoi uffici.

Il governo, dal canto suo, per quanto avversato, ringrazia le opposizioni e i loro fiancheggiatori per  l’aiuto suicida che gli forniscono nella lunga e difficile campagna elettorale in corso per il rinnovo delle Camere, l’anno prossimo, non importa con quale problema e con quale leader, tutti da definire.

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Conte declassa a “pretesa” la candidatura della Schlein a Palazzo Chigi

Giuseppe Conte inciampa nel dizionario della lingua italiana rispondendo, in una intervista a Monica Guerzoni, la quirinalista del Corriere della Sera, alla rivendicazione della candidatura di Elly Schlein a Palazzo Chigi “con o senza primarie” nel cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra.

Quella della Schelin, segretaria del maggiore partito della coalizione generosamente chiamata centrosinistra, e che Conte preferisce definire “Alleanza per la Costituzione”, non è appunto una rivendicazione, come dicevo, ma “una pretesa” nella reazione dell’ex premier.

Il dizionario della Treccani consiglia, diciamo così, di assegnare il giusto significato alla “pretesa” considerando “il contesto” in cui si usa questa parola. Un contesto, vista l’alta conflittualità nel campo dell’alternativa, che riduce ad un ossimoro l’aggettivo “legittima” applicato da Conte alla pretesa, ripeto, della Schlein.

Nella sua risposta a mezzo stampa alla segretaria del Pd si trova anche una controsfida dell’ex premier. Che reclama un’accelerazione delle trattative sul programma dell’alternativa e sulle primarie immediatamente successive. Un’accelerazione, quella chiesta da Conte, che sottintende il rimprovero di un ritardo al Pd preso dai suoi problemi interni. Dei quali la Schlein ha cercato di liberarsi -si vedrà con quali risultati- nell’assemblea del Pd che le ha prorogato il mandato di segretaria in scadenza e precluso il diritto della minoranza riformista di partecipare alle primarie con un suo candidato.

Nell’intervista di Conte c’è un solo, brevissimo passaggio sul maggiore ostacolo ad un programma concordato dell’alternativa, che è la questione ucraina. Notoriamente contrario alla prosecuzione degli aiuti militari, che pure hanno consentito la resistenza dell’Ucraina all’aggressione russa, Conte propone “determinazione a sostenere la popolazione”. “Nessuno può metterla in discussione”, dice Conte ignorando, o fingendo di ignorare, che a massacrare la popolazione ucraina da più di quattro anni, e negli ultimi tempi con maggiore ferocia, è la Russia di Putin purtroppo forte anche dei rapporti col presidente americano Donald Trump. Al quale lo stesso Conte ha dato recentemente, e proprio per questo, dell’”irresponsabile” archiviando il “Giuseppi” generosamente ricevuto dal presidente americano nel primo passaggio alla Casa Bianca, quando lui era a Palazzo Chigi, anzi vi restava cambiando maggioranza.

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