Anche se ha dato doverosamente spazio ai contrari ai suoi sospetti, condivisi invece da tanti piddini da lei consultati in una domenica agostana ma rimasti generalmente nell’anonimato, Monica Guerzoni sul Corriere della Sera ha posto la questione dell’autenticità della lunga lettera a Repubblica nella quale l’ex premier pentastellato Giuseppe Conte ha contestato la cultura cosiddetta woke. Che privilegia i diritti civili rispetto a quelli sociali.
L’ex premier, per fare un esempio terra terra, preferiscel’aspirazione a un aumento salariale rispetto a un aumento di tutela di una coppia gay. Un esempio terra terra, ripeto, che maliziosamente -lo riconosco- ho adottato considerando la relazione omosessuale della segretaria del Pd Elly Schlein. Che è la principale antagonista di Conte, pur nella “testarda” cornice unitaria da lei perseguita nel cosiddetto campo largo dell’alternativa; la principale antagonista, dicevo, nella corsa a Palazzo Chigi contro la coalizione antimeloniana.
Anche io, lo confesso, ho sentito puzza, diciamo così, di un suggeritore, di un consigliere dietro e attorno a quella lettera particolarmente imbarazzante pure sul piano personale per la leader del maggiore partito della coalizione alternativa al centrodestra. E perciò la più attrezzata forse sul piano elettorale a guidarla. Ma già nella lontana e cosiddetta prima Repubblica coalizioni di governo comprensive del partito più votato d’Italia, che era la Dc, furono due volte guidate da leader di partiti minori: prima Giovanni Spadolini e poi Bettino Craxi. Ed anche nella seconda Repubblica un uomo della pur forte personalità come Silvio Berlusconi accettò di fare un passo indietro nell’aspirazione a rimanere o tornare a Palazzo Chigi a favore di chi aveva avuto la fortuna di sorpassarlo elettoralmente: prima il leader della Lega Matteo Salvini, che nel 2018 tuttavia finì a Palazzo Chigi, autorizzato dallo stesso Berlusconi, a fare il vice presidente del Consiglio nel primo governo di Giuseppe Conte, e poi la leader della destra che sta per battere il primato della longevità alla guida ininterrotta di un governo.
Berlusconi preferì una selezione elettorale vera e completa, chiamiamola così, alle primarie, sostenute invece proprio da una Meloni ancora in erba, per risolvere il problema della leadership di governo nella coalizione di centrodestra. Conte invece ha preteso, e sinora ottenuto, pur tra dubbi crescenti a sinistra, proprio la strada delle primarie pensando di poterle vincere probabilmente per la debolezza personale, prima ancora che politica, della segretaria del Pd. Che è anch’essa ormai la più longeva al Nazareno dopo i passaggi di Walter Veltroni, di Dario Franceschini succedutogli brevemente come vice, di Pier Luigi Bersani, di Maurizio Martina, di Matteo Renzi in due edizioni, di Nicola Zingaretti e di Enrico Letta. La più longeva, ripeto, come segretaria ma non come iscritta, essendo uscita dal partito e rientrata apposta per scalarne la segreteria, in primarie affollate più di esterni che di interni, sorpassando Stefano Bonaccini.
Certo, con le passate esperienze di professore universitario di diritto e di avvocato civilista Conte avrebbe avuto e avrebbe tuttora le carte e la farina per la produzione di una lettera come quella inviata a Repubblica per rendere più spedita la sua corsa alle e delle primarie, sorprendendo persino il suo amico e in qualche modo mentore Goffredo Bettini, ritrovatosi comunque alla fine con lui pure in questo passaggio. Eppure qualche dubbio sulla farina mi è rimasto, come anche a Monica Guerzoni.
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