Neppure l’intelligenza artificiale svelerà i misteri del delitto Moro

D’accordo con Carmen Lasorella nella conclusione, sul Dubbio, del suo reportage sulla tragica vicenda, anche per la Repubblica, della vicenda di Aldo Moro. “Un gioco troppo grande per le brigate rosse” che se lo erano orgogliosamente ed esclusivamente intestatotacendo degli aiuti non sempre inconsapevolmente avuti dalle controparti nazionali e internazionali. Aiuti che, se ammessi o rivelati, avrebbero sgonfiato l’immagine della “geometrica potenza di fuoco”, reale o metaforico, attribuita ai terroristi già la mattina del 16 marzo 1978, nella via Fani di Roma disseminata di bossoli e di morti, in mezzo ai quali Moro fu prelevato dai sequestratori intimando loro di togliergli “le mani di dosso”, come riferì una signora che lo aveva visto e sentito imprudentemente affacciata a una finestra di casa. Mani -le stesse o di altri aguzzini della stessa associazione terroristica- che 55 giorni dopo si sarebbero passata l’arma per sparargli non al cuore, procurandogli una morte istantanea, ma attorno ad esso per rendergli l’agonia più lunga e dolorosa. Più che una dimostrazione di ferocia, coerente con la “mattanza” di via Fani lamentata da una sciagurata che vi aveva partecipato, una vendetta contro l’ostaggio dal quale si era attesa una maggiore capacità di rompere la Dc, il governo e lo Stato, sino a piegarli ad una trattativa vera, come fra delegazioni di belligeranti, e non subdola e sotterranea come quella che si era svolta, parallelamente forse a quella tentazione avuta dal presidente della Repubblica Giovanni Leone di graziare di sua spontaneità, sfidando il partito trasversale e maggioritario della fermezza, una terrorista compresa nell’elenco dei 13 detenuti da scambiare col presidente democristiano. Una terrorista, Paola Besuschio, scelta forse anche per essere  stata la prima fidanzata di Mario Moretti, il capo dell’operazione del sequestro.

       Di quella tentazione avuta quanto meno per cercare di dividere, o di dividere ancora di più i vertici delle brigate rosse, per quanto non realizzatasi, Leone pagò rapidamente il conto con le dimissioni impostegli dal Pci e dal suo stesso partito quando mancavano soli sei mesi alla scadenza del mandato. Una destituzione simbolica, e anche minacciosa contro chiunque avesse osato ostinarsi nella ricerca della verità continuando a contestare, o contestando ancora di più la linea della fermezza imposta dal Pci per non essere delegittimato come forza di governo dall’”album di famiglia” impietosamente sfogliato da Rossana Rossanda sul manifesto, subìta dal governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti appena riformatosi e fiduciato dai comunisti per non cadere, e dalla Dc nella speranza di potervisi poi sottrarre per qualche miracolo, o accidente. Tragicamente mancati.

       Il carattere dissuasivo delle dimissioni imposte a Leone, rassegnatosi alla rinuncia anche sotto la minaccia di essere trascinato nello scandalo della Lookeed, dove il suo nome si era giù affacciato, funzionò a tal punto nella Dc che solo dopo una cinquantina d’anni si stanno raccogliendo voci su un clamoroso libro in uscita sulle paure e sulla rassegnazione, non sul coraggio della direzione democristiana convocata per il giorno in cui i terroristi ne precedettero eventuali cedimenti ammazzando Moro all’alba. Di più sul quel libro e sul suo autore non posso dirvi ma vedrete e sentirete il rumore che farà, magari nel 49.mo anniversario della tragedia.

       Non so se via sia più ironia o sarcasmo nella fiducia risosta da Carmen Lasorella nella intelligenza artificiale per venire a capo dei tanti aspetti misteriosi e ambigui, a dir poco, del sequestro e dell’assassinio di Moro, ucciso in tempo peraltro per non essere eletto al Quirinale, dove un po’ tutti i partiti erano decisi o rassegnati a mandarlo alla scadenza ordinaria del mandato di Leone. Che gli avrebbe ben volentieri passato le consegne liberandosi del peso, o imbarazzo, in cui si era trovato nel 1971 salendo sul colle più alto di Roma al posto dell’amico troppo temuto allora dal suo partito. Dove molti ritenevano di essersene appena liberati dopo quasi cinque anni ininterrotti a Palazzo Chigi, fra il 1963 e il 1968, a Palazzo Chigi: troppi per le abitudini delle correnti. Che potettero contare, nel contrastarlo sulla strada del Quirinale, su alleati come il Partito Repubblicano di Ugo La Malfa, non ancora convinto della “ineluttabilità” -avrebbe detto- di un’intesa fra la Dc e il Pci. Temo, in questo ginepraio, che Carmen pretenda troppo dall’intelligenza artificiale.

Pubblicato sul Dubbio

Il veleno anti-dc di Caselli nella difesa della memoria di Falcone

       Anche Gian Carlo Caselli, intervistato dalla Stampa, ha voluto intervenire a favore del compianto Giovanni Falcone riproposto alla pubblica gogna dal Fatto Quotidiano per avere “servito” un governo presieduto dall’uomo della Dc, Giulio Andreotti, più chiacchierato nei rapporti con la mafia. Che gli sarebbero stati contestati giudiziariamente dallo stesso Caselli, sconfitto con l’assoluzione finale dell’ormai ex presidente del Consiglio ma convinto di avere vinto lo stesso per la prescrizione adottata alle contestazioni relative a un certo periodo di tempo.

       L’intervento di Caselli a favore di Falcone, per la cui promozione all’ufficio istruzione di Palermo nella notte del 19 gennaio 1988 egli votò lodevolmente in dissenso dalla sua corrente di sinistra Magistratura democratica, ha tuttavia un po’ di veleno quasi nella coda. E’ quello dedicato alla ormai compianta Democrazia Cristiana, rappresentata in quella occasione nel Consiglio Superiore della Magistratura da tre esponenti di cui uno votò a favore di Falcone, uno contro preferendo per motivi di anzianità Antonino Meli e uno astenuto. “Il gioco delle tre carte”, ha detto Caselli. m

       Nessuna parola ha speso l’ex magistrato a favore del Psi, la cui consigliera Fernanda Contri votò a favore anche lei di Falcone, che sarebbe poi diventato collaboratore e amico del socialista, pure lui, Claudio Martelli alla direzione generale degli affari penali del Ministero della Giustizia.

       Nessuna parola di Caselli neppure per il Pci, dei cui esponenti al Consiglio Superiore solo Massimo Brutti votò a favore di Falcone lamentando, fra l’altro, la “instabilità caratteriale” del pur più anziano Meli. Un altro, Carlo Smuraglia, volle addirittura proteggere dai rischi della nomina Falcone “già costretto dal suo impegno a grandi sacrifici e a rinunce alla propria vita privata”. Che infatti, per quanto Falcone non fosse stato nominato consigliere istruttore e avesse preferito poi trasferire la sua lotta alla mafia da Palermo a Roma collaborando con Andreotti e Martelli, fu stroncata nel 1992 a Capaci.

  Va bene contare le carte della Dc, ma perché non anche quelle del Pci? Non si attende naturalmente risposta.

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La Ranucceide in onda a reti e giornali unificati……

       “Io non escludo niente”, ha risposto l’ormai ex conduttore di Report Sigfrido Ranucci, a chi gli ha chiesto di un suo “futuro in politica”. Il problema di Ranucci, e dei suoi rapporti con l’amico Valter Lavitola, tuttora trattenuto in carcere per l’attentato d’autunno commissionato contro di lui per farne crescere la protezione e la notorietà, è di sapere se non esclude un suo futuro politico ora che mi sembra francamente compromesso, o non lo escludesse anche prima, quando proprio Lavitola cercava di procurarglielo, non credo proprio a sua insaputa, predisponendo un sondaggio italiano sull’onda di un altro addirittura americano e riservatissimo. E chiedendo di collaborarvi a Stefano Cappellini, destinato a diventare dopo qualche mese, direttore di Repubblica, e all’ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli, entrambi frequentatori quasi familiari del ristorante di pesce dello stesso Lavitola. Dove Mieli, pigrissimo evidentemente a tavola, si faceva servire le vongole già sgusciate fra gli spaghetti e poteva contare sul ritorno a casa fornitogli dal ristoratore in persona alla guida della propria auto.

       Come vado sostenendo quasi da solo, incredibilmente, in questa modestissima postazione professionale, il problema della consapevolezza, condivisione e altro di Ranucci rispetto ai progetti politici dell’amico è importante, per quanto neppure adombrato curiosamente dai dirigenti della Rai nelle motivazioni della loro decisione di rimuoverlo dalla conduzione di Report. Che, se condizionata nei mesi passati non dalla “vanità” rimproveratagli oggi da Vauro in una intervista assai critica al Corriere della Sera, ma dalle ambizioni politiche, sarebbe una motivazione della rimozione non scalfibile neppure dal magistrato più indulgente e meglio predisposto verso il giornalista. Una condizione a fin di carriera politica in un’azienda televisiva del cosiddetto “servizio pubblico” sarebbe stata e sarebbe una bestemmia in Chiesa.

       Bestemmia per bestemmia, diciamo così, segnalo quella di Giorgio Mottola, un inviato di Report pronto ad incontrare Ranucci per dargli del “fesso e poi abbracciarlo”, che ha definito la rimozione del conduttore, parlandone al Corriere della Sera, “un colpo di Stato”. Che deve essere messo davvero male se lo si ritiene in pericolo o addirittura già abbattuto per la non inedita vicenda di un conduttore televisivo entrato in rotta di collisione con la gestione di turno dell’azienda pubblica.  Qui si è persa la misura di ogni cosa, pur in persone che dovrebbero averla in quantità speciale nella loro vantata specialità investigativa.

Ripreso da http://www.startmag.it il 31 agosto

La fronda, ormai, della Repubblica di carta contro la Schlein e Conte

       La Repubblica, quella di carta ora posseduta dall’armatore greco Theo Kyriakou, ha ormai assunto nel campo della sinistra alternativa al centrodestra, più o meno o largo che sia davvero, la guida  mediatica dell’opposizione all’”imbroglio”, come lo ha chiamato Francesco Piccolo, costituito dall’accordo di fatto fra la segretaria del Pd Elly Schlein e il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte di dare formalmente la precedenza al programma rispetto alle primarie per la scelta del candidato alla guida della coalizione. Formalmente, ripeto, perché in realtà entrambi sanno bene che un programma comune è difficile, se non impossibile, per cui sarà il vincitore delle primarie a definirlo, rappresentarlo e realizzarlo nelle parti più scabrose, come ha rivendicato esplicitamente, sia pure da solo, con un dissenso solo apparente della Schlein, l’ex premier Conte parlando, per esempio, del tipo di appoggio da continuare a dare all’Ucraina o del riarmo europeo conseguente alla minaccia ormai costituita dalla Russia. Una Russia il cui capo Putin – o zar nella percezione generale- intrattiene rapporti personali col presidente americano Trump  insofferente, quanto meno, nei riguardi dell’Ucraina sostenuta invece con forza dal predecessore alla Casa Bianca Joe Biden.

       Dopo l’”imbroglio”, ripeto, lamentato e denunciato da Francesco Piccolo è arrivato sulla Repubblica l’invito di Michele Serra ai due aspiranti alla guida del centrosinistra a mettere da parte le “ambizioni personali” e a cercare con i loro partiti, e altri disposti all’alleanza, un accordo sul programma vero, vincolante permettendo agli elettori di giudicarlo. Insomma, come Francesco Piccolo neppure Michele Serra, un intellettuale già prodigatosi nell’organizzazione di raduni della sinistra  e nella loro conduzione, si fida né di Conte né della Schlein, che gli va appresso cercando di apparire come una che gli resiste. Ma non tanto da compromettere l’unità che si vanta di perseguire “testardamente”.

       “Mettersi a testa bassa” a cercare davvero un accordo completo su di “un programma di dignità repubblicana e di sollievo sociale, lasciando da parte le ambizioni personali sarebbe una prova di umiltà molto apprezzabile”, ha concluso Serra il suo intervento senza mettere -temo- in imbarazzo la segretaria del Pd e il presidente delle 5 Stelle. Che continueranno, temo ancora per le loro parti politiche, a seguire un percorso su cui forse conta maggiormente il centrodestra, pur con i suoi rilevanti problemi interni, per vincere le “secondarie”, come ironicamente vengono chiamate le elezioni generali che arrivano dopo le primarie di schieramento.

Rimosso da Report, Ranucci abusa della solidarietà ricevuta

       Anche senza condividerla si potrebbe capire con molto buona volontà la solidarietà politica e professionale ottenuta da Sigfrido Ranucci dopo essere stato rimosso dalla conduzione televisiva di Report alla Rai. Forse sarebbe bastata la sospensione in attesa della conclusione delle indagini che lo coinvolgono, non solo come parte lesa, sulla vicenda dell’attentato fattogli fare dall’amico Walter Lavitola nell’autunno scorso per aumentarne protezione, notorietà e persino la scalata a Palazzo Chigi nel campo largo dell’alternativa al centrodestra. Sospensione sua e anche di Report, che non penso avrebbe procurato chissà quali e quanti danni all’azienda pubblica.

       Ma Ranucci ha gravemente, come al solito, abusato della solidarietà ottenuta insultando i due colleghi scelti dalla Rai, per sostituirlo in una condizione doppia, fra i migliori selezionati dalla scuola di giornalismo dell’azienda. Di loro non faccio neppure i nomi, in questo mio modesto spazio professionale, per non partecipare alla gogna procurata dai giudizi di Ranucci e dei colleghi in rivolta nella sua ex redazione, delusi dalla mancanza di una soluzione interna.

  Dall’alto del trono o della cattedra su cui si è messo da solo –  paragonandosi adesso anche al povero dottorando Giulio Regeni assassinato al Cairo dieci anni fa, solo perché gli era stata offerta, fra l’altro, la corrispondenza dalla capitale egiziana-  Ranucci ha detto dei due colleghi prescelti che “mortificano professionalità che hanno fatto la storia” del suo Report, e forse più in generale del giornalismo investigativo della Rai. Due colleghi scelti a dispetto della “meritocrazia”.

       I due giornalisti insultati avrebbero il sacrosanto diritto di querelare Ranucci per diffamazione. E meriterebbero una solidarietà maggiore di quella strappata da Ranucci a politici e colleghi nella pur scomposta reazione alle sue difficoltà e disavventure professionali. Viene voglia di staccare la spina da questa vicenda per il rispetto del mestiere.  

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Francesco Piccolo protesta contro “l’imbroglio” del centrosinistra e delle primarie

Fresco, col caldo che fa, del secondo, meritatissimo premio Strega per il suo “desiderio di essere come tutti”, insospettabile per la sua cultura e militanza di sinistra, Francesco Piccolo ha scritto sull’altrettanto insospettabile Repubblica una denuncia condividibilissima dell’”imbroglio” che si è in qualche modo imposto il centrosinistra, come lui preferisce chiamare il campo largo comunemente adottato dal dibattito politico. Imbroglio che lo schieramento dichiaratamente alternativo al centrodestro ha voluto e vuole, e riuscirà ad imporre ai suoi elettori. Anche a Piccolo che lo confessa tra le righe ma chiede solo che gli venga risparmiato almeno l’altro imbroglio -o l’imbroglio nell’imbroglio, come in una matrioska- delle primarie per la scelta di un leader, candidato alla guida del futuro governo. Un leader che non potrà essere davvero tale perché divisivo in uno schieramento senza una vera unità, per quanto testardamente perseguita dalla segretaria del principale partito dello schieramento, Elly Schlein. La quale (detto tra una parentesi mia, non di Piccolo) è già stata messa nell’angolo dal concorrente Giuseppe Conte, a dispetto del diverso avviso espresso ottimisticamente da Goffredo Bettini, come espressione o frutto della cultura woke, con i diritti civili preferiti a quelli sociali.

       L’imbroglio principale del centrosinistra, nel quale ne sono maturati altri come le primarie, sta nel fatto che tanto il Pd quanto il Movimento 5 Stelle, i due maggiori partiti della presunta coalizione, “stanno rimandando qualsiasi decisione perché fanno finta che ci siano delle strategie, degli accordi, dei ragionamenti che noi non capiamo”, ma di cui “dobbiamo fidarci”.  Perfetto, non per niente scritto da uno che raccoglie premi letterari.

       Le primarie, reclamate non a caso da Conte dopo la sconfitta del governo nel referendum sulla riforma costituzionale della magistratura e concesse dal Pd pur tra borbottii e paure, sono “l’unica strada -ha scritto  Piccolo-  che permette non soltanto di conservare le differenze e i disaccordi, ma di renderli più evidenti”, a vantaggio elettorale -anche se Piccolo si è voluto risparmiare di scriverlo- di un centrodestra pur esso diviso, per carità, su molti problemi, a cominciare dalla politica estera e di difesa per finire con i rapporti da mantenere o da rompere col generale Roberto Vannacci, ma avvantaggiato da una leadership forte e riconosciuta come quella della premier in carica. Che è prossima, di qualche giorno soltanto, al primato di longevità a Palazzo Chigi. Da dove potrebbe persino capitarle -l’ossessione degli avversari- di trasferirsi al Quirinale alla scadenza, nel 2029, del secondo mandato del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che potrebbe riceverla sul colle più alto di Roma con la stessa cordialità e fiducia dimostrate da Mario Draghi quando le passò le consegne alla Presidenza del Consiglio dopo la vittoria elettorale del 2022.

       Per le primarie del centrosinistra senza un accordo serio e vincolante sul programma, che non si presti a forzature o violazioni, già riservatesi  da Conte sugli aiuti, per esempio, all’Ucraina sotto aggressione e invasione russa, Piccolo ha suggerito la ricerca almeno di un terzo nome rispetto allo stesso Conte e alla Schlein, condiviso da tutti. “Io non dirò -ha scritto Piccolo- che ho in mente almeno quattro o cinque nomi perché temo che dopo poche ore dall’uscita di questo articolo mi chiamerebbero i capi dei due partiti supplicandomi di dirglieli perché a loro non viene in mente che se stessi”. Rovinosamente se stessi, allontanando più che avvicinando elettori, spingendoli magari verso il bacino già maggioritario dell’astensionismo.

A Reggio Calabria fra un mese come a Filippi……

       Sul Corriere della Sera l’ex direttore Paolo Mieli ha dedicato addirittura un editoriale alle elezioni suppletive del 28 settembre a Reggio Calabria, promosse a “un voto per capire” la forza non più sondaggistica ma reale del generale Roberto Vannacci. Che ha rotto il gruppo di Forza Italia alla regione  candidandone  il presidente Domenico Giannetta a candidato alla Camera per sostituire Ciccio Cannizzaro, dimessosi da deputato per fare il sindaco della città. Un deputato alla cui successione Forza Italia  ha candidato, su iniziativa del presidente forzista della regione Roberto Occhiuto, molto apprezzato pubblicamente da Marina Berlusconi, il tesoriere del partito Fabio Roscioli, anche lui di casa presso Marina. Egli verrebbe da una parte promosso a parlamentare e dall’altro retrocesso nel partito perdendo la firma per la presentazione di tutte le liste dei candidati al Parlamento nelle elezioni generali dell’anno prossimo. Cosa che non dispiacerebbe al segretario Antonio Tajani perché potrebbe rafforzarsi nel ruolo di selezione degli aspiranti alla Camera e al Senato.

       Vannacci otterrebbe un successo naturalmente significativo, dopo tante prove virtuali come sono i sondaggi, se riuscisse a fare eleggere il suo candidato sottratto a Forza Italia. Ma ugualmente forte e significativo sarebbe il successo del generale se il suo candidato mancasse la vittoria elettorale per procurare quella del candidato del cosiddetto campo largo. In questo caso egli dimostrerebbe il carattere determinante del suo partito nella gestione, diciamo così, del bipartitismo italiano. Determinante sia per far vincere il centrodestra rassegnato o comunque disposto ad arruolarlo nella coalizione, sia pure come una spina, sia per farlo perdere standone fuori e far vincere invece la sinistra.

       In questo senso ha ragione Paolo Mieli a vedere le elezioni suppletive del mese prossimo a Reggio Calabria un’occasione per “capire” ben oltre e ben più del posto di deputato in gioco. Come a Filippi a suo tempo dopo l’assassinio di Cesare. Ma forse ha torto, enfatizzando troppo Vannacci e le sue iniziative, e contribuendo quindi a farne crescere il ruolo, se consideriamo la prova alla quale è messo, oltre al centrodestra  e all’interno di esso  il partito azzurro di  Berlusconi e famiglia, vista la partecipazione ormai della figlia Marina alla gestione, usa a intrattenere col segretario Tajani, nonché vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, un rapporto apparso mediaticamente più di controllo che di collaborazione, criticato anche dall’insospettabile Paolo Del Debbio.  

       La vittoria del candidato della sinistra alle suppletive calabresi per effetto delle perdite procurate da Vannacci al centrodestra dividendolo, precluderebbe a Forza Italia anche la prospettiva per essa immaginata quasi invogliandola a un disimpegno dall’alleanza con la Meloni, dell’”azione d’oro”, per dirla col piddino Dario Franceschini, del bipolarismo di rito o tipo italiano.

       Il partito azzurro del Berlusconi che fu e dei Berlusconi rimasti, nonostante i suoi riferimenti internazionali, in particolare l’appartenenza al Partito Popolare Europeo, non sopravviverebbe, con la sua politica “rancida e poltronista” attribuitale da Domenico Giannetta, neppure al successo conseguito sinora di sorpassare la Lega tormentata e declinante di Matteo Salvini nella graduatoria elettorale e ormai anche politica del centrodestra.

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La versione politica del bue che dà del cornuto all’asino….

       Come il bue che dà del cornuto all’asino, Piero Fassino si è permesso quello che la segretaria del suo Pd Elly  Schlein ha voluto risparmiarsi per non distanziarsi troppo da Giuseppe Conte che nel campo largo dell’alternativa le contende la leadership, cioè la candidatura a Palazzo Chigi. In particolare, Fassino ha contestato alla premier Giorgia Meloni quello che Repubblica ha definito “il passo indietro dell’Italia” rispetto all’impegno dei cosiddetti volenterosi d’Europa di continuare, anzi incrementare l’appoggio all’Ucraina nella difesa dall’aggressione russa.

       Il “passo indietro” sarebbe consistito nella decisione di fornire all’Ucraina generatori d’energia piuttosto che armi. Uso il condizionale perché le informazioni o intuizioni di Repubblica, sparate in prima pagina  a caratteri quasi di scatola, si sono rivelate infondate. Nel decreto che si sta preparando tra Palazzo Chigi e i Ministeri degli Esteri e della Difesa per la prosecuzione degli aiuti all’Ucraina ci saranno anche armi e non solo generatori di energia, che sono poi armi anch’esse per i danni che il paese di Zelensky subisce sempre di più dagli attacchi russi alle infrastrutture energetiche, appunto, degli aggrediti.

       Fassino, che pure da ex sottosegretario agli Esteri, oltre che ex titolare di dicasteri come la Giustizia e il Commercio con l’estero, dovrebbe potere accedere a qualche buona fonte, migliore di un giornale pur diffuso e rumoroso come quello fondato a suo tempo da Eugenio Scalfari.  

 “La scelta italiana -ha scritto Fassino- è la conseguenza di un atteggiamento freddo e reticente manifestato dalla destra italiana fin dall’inizio della guerra in Ucraina. Per più ragioni. La prima è non esacerbare le relazioni con Trump, il cui atteggiamento sulla guerra è stato sempre molto ambiguo, non esitando il presidente americano dall’incontro di Anchorage in poi a dare espliciti segnali in favore dio Putin”.

       La seconda ragione della reticenza e altro della Meloni starebbe nella presenza nella maggioranza, secondo Fassino, della Lega e di “settori del suo stesso partito” freddi, se non ostili, agli aiuti all’Ucraina.

       Eppure Fassino ammette nel suo articolo di protesta e denuncia sull’Altra Voce che la stessa “ostilità si ritrova anche nel campo largo” perché “il sostegno del Partito Democratico all’Ucraina è stato costantemente ribadito e confermato” mentre “Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra non fanno mistero della loro contrarietà a un impegno diretto italiano”. Una contrarietà che Conte si è riservato il diritto di confermare e applicare nell’azione di un suo nuovo governo nel caso in cui dovesse vincere le primarie nello schieramento dell’alternativa e poi anche le elezioni politiche dell’anno prossimo.

       E’ proprio la consapevolezza di questa situazione che avrebbe dovuto consigliare a Fassino una certa prudenza, a dir poco, nella polemica contro una Meloni “ambigua”, che tuttavia è sempre riuscita a tenere unita la sua maggioranza nei passaggi parlamentari della politica di sostegno all’Ucraina, mentre le opposizioni si sono sempre divise e pure scontrate. Invece  Fassino ha fatto e scritto contro la Meloni come il bue, ripeto, che dà del cornuto all’asino. Di chi allora dovrebbero fidarsi di più gli elettori favorevoli alla difesa dell’Ucraina? Del centrodestra meloniano o della sua alternativa di ancora incerta leadership, o addirittura di una leadership assegnata all’ex premier Giuseppe Conte? Questo è il problema aggirato da Fassino, e dai suoi compagni di partito, compresa la pur silenziosa -in questa occasione- segretaria Schlein.

Ripreso da http://www.sytartmag.it il 30 agosto

La farina sospetta del sacco lanciato da Giuseppe Conte contro Elly Schlein

Anche se ha dato doverosamente spazio ai contrari ai suoi sospetti, condivisi invece da tanti piddini da lei consultati in una domenica agostana ma rimasti generalmente nell’anonimato, Monica Guerzoni sul Corriere della Sera ha posto la questione dell’autenticità della lunga lettera a Repubblica nella quale l’ex premier pentastellato Giuseppe Conte ha contestato la cultura cosiddetta woke. Che privilegia i diritti civili rispetto a quelli sociali.

L’ex premier, per fare un esempio terra terra, preferiscel’aspirazione a un aumento salariale rispetto a un aumento di tutela di una coppia gay. Un esempio terra terra, ripeto, che maliziosamente -lo riconosco- ho adottato considerando la relazione omosessuale della segretaria del Pd Elly Schlein. Che è la principale antagonista di Conte, pur nella “testarda” cornice unitaria da lei perseguita nel cosiddetto campo largo dell’alternativa; la principale antagonista, dicevo, nella corsa a Palazzo Chigi contro la coalizione antimeloniana.

       Anche io, lo confesso, ho sentito puzza, diciamo così, di un suggeritore, di un consigliere dietro e attorno a quella lettera particolarmente imbarazzante pure sul piano personale per la leader del maggiore partito della coalizione alternativa al centrodestra. E perciò la più attrezzata forse sul piano elettorale a guidarla. Ma già nella lontana e cosiddetta prima Repubblica coalizioni di governo comprensive del partito più votato d’Italia, che era la Dc, furono due volte guidate da leader di partiti minori: prima Giovanni Spadolini e poi Bettino Craxi. Ed anche nella seconda Repubblica un uomo della pur forte personalità come Silvio Berlusconi accettò di fare un passo indietro nell’aspirazione a rimanere o tornare a Palazzo Chigi a favore di chi aveva avuto la fortuna di sorpassarlo elettoralmente: prima il leader della Lega Matteo Salvini, che nel 2018 tuttavia finì a Palazzo Chigi, autorizzato dallo stesso Berlusconi, a fare il vice presidente del Consiglio nel primo governo di Giuseppe Conte, e poi la leader della destra che sta per battere il primato della longevità alla guida ininterrotta di un governo.

       Berlusconi preferì una selezione elettorale vera e completa, chiamiamola così, alle primarie, sostenute invece proprio da una Meloni ancora in erba, per risolvere il problema della leadership di governo nella coalizione di centrodestra. Conte invece ha preteso, e sinora ottenuto, pur tra dubbi crescenti a sinistra, proprio la strada delle primarie pensando di poterle vincere probabilmente per la debolezza personale, prima ancora che politica, della segretaria del Pd. Che è anch’essa ormai la più longeva al Nazareno dopo i passaggi di Walter Veltroni, di Dario Franceschini succedutogli brevemente come vice, di Pier Luigi Bersani, di Maurizio Martina, di Matteo Renzi in due edizioni, di Nicola Zingaretti e di Enrico Letta. La più longeva, ripeto, come segretaria ma non come iscritta, essendo uscita dal partito e rientrata apposta per scalarne la segreteria, in primarie affollate più di esterni che di interni, sorpassando   Stefano Bonaccini.

       Certo, con le passate esperienze di professore universitario di diritto e di avvocato civilista Conte avrebbe avuto e avrebbe tuttora le carte e la farina per la produzione di una lettera come quella inviata a Repubblica per rendere più spedita la sua corsa alle e delle primarie, sorprendendo persino il suo amico e in qualche modo mentore Goffredo Bettini, ritrovatosi comunque alla fine con lui pure in questo passaggio. Eppure qualche dubbio sulla farina mi è rimasto, come anche a Monica Guerzoni.

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Quando, come e perchè Cossiga dal Quirinale volle far chiamare Falcone a Roma

Lo so, Francesco Cossiga è morto e non può smentirmi, per cui non dovrei rivelare quello che sto per raccontare sul ruolo avuto nel tentativo di salvare il magistrato Giovanni Falcone promuovendo  la sua chiamata da Parlemo con ruolo dirigenziale al Ministero della Giustizia. Che non lo salvò purtroppo dalla morte comminatagli dalla mafia, ma forse  l’accelerò per il maggiore pericolo che era diventato per essa Falcone nella sua nuova veste. Dalla quale il guardasigilli socialista Claudio Martelli, che gli era diventato amico, aveva pensato di traghettarlo alla guida della Procura nazionale antimafi contestata da molti magistrati proprio perché poteva arrivarvi il collega non so se più invidiato o temuto, o l’uno e l’altro in misura uguale.

       E’ morto Cossiga ma per fortuna vive ancora il mio amico Calogero Mannino, con i suoi 87 anni appena compiuti e ben portati, ex ministro ed esponente di punta della sinistra democristiana siciliana e nazionale, che potrebbe smentire il ruolo che gli attribuisco nella vicenda di Falcone. Fu lui, i cui rapporti col magistrato derivavano dall’amicizia fra le rispettive mogli risalente ai tempi scolastici, a chiedere all’allora presidente della Repubblica, come anche al presidente del Consiglio Giulio Andreotti, di aiutare Falcone ad allontanarsi da Palermo. Dove era diventato ancora più indigesto a colleghi ed altri per avere fatto fallire il tentativo di un pentito, curiosamente – a dir poco- visitato in carcere più volte da agenti dei servizi segreti, di far passare Andreotti per il punto di riferimento politico della mafia. Poi Andreotti sarebbe finito lo stesso sotto processo per mafia lungo altre piste ma assolto, sia pure usufruendo parzialmente di una prescrizione della quale l’accusatore Giancarlo Caselli ancora si vanta per considerarlo e farlo considerare praticamente condannato.

       Cossiga suggerì al ministro socialista della Giustizia Giuliano Vassalli di utilizzare l’esperienza di Falcone in via Arenula. Vassalli lo assecondò avviando un avvicendamento ai vertici del Ministero per liberare la direzione generale degli affari penali assegnata poi dal collega di partito Martelli succedutogli quando lui fu nominato giudice della Corte Costituzione, di cui avrebbe finito per assumere la presidenza.

       Proprio perché chiamato formalmente da Martelli, di cui si era occupato in una indagine quando sull’esponente socialista erano scoppiate polemiche e insinuazioni di mafia, Falcone tentò di tirarsi indietro. Cossiga, nel suo stile inconfondibile, lo convocò per persuaderlo ad accettare. E ci riuscì. E’ dunque falsa la rappresentazione infamante riproposta nei giorni scorsi da Marco Travaglio sul suo Fatto Quotidiano, in polemica con Sigfrido Ranucci paragonatosi anche a Falcone come eroe, insieme con Aldo Moro, Piersanti Mattarella e Paolo Borsellino. La rappresentazione cioè di un magistrato che anziché combattere la mafia se n’era andato da Palermo a Roma per collaborare col governo presieduto dal politico più sospettato già allora, prima di essere inquisito e mandato sotto processo, ripeto, di collusione con la cosiddetta Cosa nostra.

       La polemica aperta da Travaglio sulla figura di Falcone, anche a costo di contraddire il Ranucci difeso invece come conduttore televisivo di Report  vittima di un mezzo complotto per farlo allontanare dalla Rai, è una specie di ciliegina sulla torta tossica di questa pazza estate. La torta dell’affare che accomuna, anziché contrapporli, Ranucci a Valter Lavitola nel disegno di quest’ultimo di aumentarne notorietà e popolarità, anche con attentati dinamitardi, in funzione di una carriera politica da aspirante a Palazzo Chigi per la sinistra. Povero Falcone, finito anche lui nel tritacarne di questa vicenda fra l’orrore giustificatissimo di familiari, amici e giornalisti seri.

       Ci sarebbe da riflettere molto sull’affare Lavitola-Ranucci per i danni di credibilità, se non d’altro ancora, subiti dall’informazione e dalla Rai, diffidata invece a sinistra dall’assunzione di decisioni quanto meno di cautela, come una semplice sospensione, o rimozione dalla conduzione di Report. Dove si è praticato un giornalismo d’inchiesta procurando più querele e richieste di risarcimenti che aumenti di ascolto. Un giornalismo d’inchiesta a senso prevalentemente unico nel quale ad un certo punto si sono perse le tracce di una seria distinzione fra il giornalista conduttore e il candidato del campo largo dell’alternativa coltivato dall’amico Lavitola, fuori e dentro il suo ristorante di pesce, tra sondaggi e attentati. Ci sarebbe molto da riflettere, ripeto, ma si preferisce, come al solito, la corsa alla gazzarra. E all’intimidazione politica.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 30 agosto

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