Come in uno scenario di guerra vera, cui ci hanno del resto abituato le prime pagine dei giornali da un bel po’ di tempo a questa parte, dall’Ucraina all’Iran passando per il Libano, Gaza e altrove, anche dal referendum sulla riforma costituzionale della magistratura, contestata pure da un movimento che reclama “il potere al popolo”, neppure alle toghe, si sono levate fiamme e fumo. Sono state bruciate in piazza a Roma le immagini della premier Giorgia Meloni e del suo ministro della Giustizia Carlo Nordio, come anche l’immagine del premier Nethanyau e una bandiera israeliana.
Tutto si tiene sinistramente in questa manifestazione di odio. Anche la deplorazione “bipartisan”, come l’hanno chiamata i giornali riferendo delle reazioni dei partiti, compresi quelli del fronte referendario del no che pure ha fomentato quell’odio accusando il governo non di cambiare la Costituzione, che è possibile nelle modalità da essa stessa indicate, ma di sovvertirla, di stracciarla. E di restituire l’Italia al fascismo, che pure aveva introdotto la carriera unica di giudici e di pubblici ministeri che la riforma sotto procedura referendaria vuole separare. Un fascismo quindi al contrario, se non lo si vuole chiamare antifascismo per non insignirne la premier, scandalosamente per chi la considera invece una riedizione femminile di Benito Mussolini.
Il fronte referendario del no merita la sconfitta non foss’altro per il clima che è riuscito a creare e di cui finge di essere inconsapevole, tanto da dissociarsene, condendo di odio, come di olio, la sua campagna. L’olio Gratteri, per esempio, con quella criminalizzazione del sì attribuito a mafiosi, massoni eccetera.
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