Il conflitto fra l’aritmetica e la politica riproposto dalla premier alle prese con Vannacci

       Tutti a ridere nel salotto della Gruber a sentire la registrazione televisiva dell’assalto di Giorgia Meloni all’aritmetica. Che in politica vale poco o niente. Trenta più quattro non fa trentaquattro, ha detto la premier commentando le ambizioni elettorali del generale Roberto Vannacci in Italia, avvolto dal vignettista Giannelli sul Corriere della Sera nella fiamma che fu del Movimento Sociale ed è diventata la sciarpa del suo Futuro nazionale. Le ambizioni del generale, ripeto, e le scommesse dei sondaggi che fanno sognare quanti pure dovrebbero essere i suoi avversari.

       Trenta più quattro -ripeto- non fa trentaquattro. Ma neppure trenta meno quattro fa ventisei. O quarantotto, quanto viene attribuito pressappoco al centrodestra, meno cinque, a dir poco, attribuito a Vannacci fa quarantatre e consente al cosiddetto centrosinistra del campo largo, pur sprovvisto ancora di un programma e di una leadership, di sorpassare la Meloni e sconfiggerla nelle elezioni politiche dell’anno prossimo.

       Di che cosa si illude la premier ? hanno chiesto fra parole e smorfie gli ospiti e la stessa Gruber. Che pure non sono abbastanza giovani o così poco anziani da non conoscere l’avventura dell’unificazione socialista in Italia negli anni Sessanta, aiutata da Aldo Moro a Palazzo Chigi, fra le proteste e le paure dei suoi amici democristiani di partito, nella speranza di avere un interlocutore più solido nel centro-sinistra ancora col trattino e “delimitato” a destra e a sinistra. Ma l’unificazione fallì elettoralmente nel 1968 e l’anno dopo anche partiticamente, con  socialisti e socialdemnocratici che tornarono a dirsele e a darsele di tutti i colori reclamando, gli uni contro gli altri, un rapporto “privilegiato” con la Dc ormai di Mariano Rumor, non più di Moro.

       Meloni non ha quindi bestemmiato. Non si è inventata niente per sottrarsi alla paura del generale schieratosi più a destra di lei e del segretario della Lega Matteo Salvini, che lo aveva decorato vice. L’aritmetica in politica è davvero un’opinione. O un’illusione.  

Fra i budini del G7 è finito anche il rapporto fra Trump e Meloni

       Tutto bene dunque, almeno a parole o nelle apparenze, al G7 di Macron, diciamo così intestandolo al presidente francese padrone di casa. E’ stato il G7 dei budini, tutti da provare nel solo modo possibile, che è quello di mangiarli, dopo.

Trump questa volta non ha compromesso nulla. Non ha lasciato il summit prima della conclusione, ha sottoscritto persino il documento conclusivo, ha dato pacche sulle spalle a tutti, compreso il presidente ucraino Zelensky trattato invece alla Casa Bianca, com’è rimasto anche negli archivi televisivi, da ingrato e provocatore con la pretesa di resistere all’invasione russa. E’ stato cordiale anche con la premier italiana Giorgia Meloni. I due sono apparsi di buon umore, o tranquilli, visti da ogni angolatura: di fronte, di dietro e di lato. Pace fatta, ha titolato qualche giornale italiano ottimisticamente, mettendo una pietra sopra le accuse e soprese scambiatesi nei mesi scorsi: lei per difendere il Papa criticato dal connazionale che si vantava di averlo fatto eleggere dallo Spirito Santo, e lui per contestarle il mancato aiuto, nella fatidica base di Sigonella, ai bombardamenti dell’Iran. La cui guerra peraltro non è finita, ma solo sospesa con una tregua più sceneggiata del solito.

       Non so se col fiuto più del giornalista o dello storico, ospite della solita Lilli Gruber nell’altrettanto solito salotto televisivo delle otto e mezzo di sera, su La 7, Paolo Mieli ha diffidato ieri del ristabilimento di buoni rapporti fra Trump e Meloni paragonandoli a quelli per niente ristabiliti, secondo lui, nel 1985 fra Reagan e Craxi dopo la ormai storica notte di Sigonella. Dove l’Italia aveva negato agli americani in assetto di guerra la consegna dei dirottatori palestinesi della nave “Achille Lauro” che avevano ucciso e buttato a mare un invalido di cittadinanza statunitense e religione ebraica.

       Reagan e Craxi- ha ricordato Mieli- si scambiarono lettere di chiarimento e di amicizia, dear Ronald e dear Bettino, come Trump e Meloni mani e sorrisi al G7, senza un vero e proprio incontro bilaterale. Non solo mancò l’incontro, ma più di sette anni dopo mancò a Craxi, secondo Mieli, il sostegno politico, diplomatico e quant’altro degli Stati Uniti nell’offensiva formalmente giudiziaria che avrebbe costretto l’ex presidente del Consiglio a rifugiarsi in Tunisia per evitare il carcere al quale era destinato sotto l’accusa di finanziamento illegale del partito socialista, corruzione e reati connessi.

       In verità, anche se il mio amico Paolo ha finito di non saperlo, e magari di non avermi letto, avendone io scritto più volte, Craxi nella sua casa di Hammamet e dintorni, diciamo così, si sentiva protetto non solo dai militari tunisini destinatigli dal governo locale, ma anche dagli americani e dai loro servizi segreti. Una protezione che aveva neutralizzato più di un attentato commissionato contro di lui da chi ancora lo temeva in Italia. O semplicemente lo odiava. Ma non fa niente. Anche Paolo è uno storico che diffida delle cose, pur leggendole, che non gli piacciono o smentiscono le sue convinzioni.   

Quel campo largo, larghissimo a parole ma alquanto ristretto nei fatti….

       Più che largo, mi sembra ristretto il campo che Elly Schlein e Giuseppe Conte, in fondo al tavolo, e Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, in primo piano, hanno offerto posando sorridenti e compiaciuti davanti al fotografo, seduti  a un tavolo usato solo per appoggiarvi i telefonini, o come altro vanno chiamati i loro attrezzi elettronici. Una foto propiziatrice, anticipatrice e quant’altro di un’accelerazione -si è detto e scritto- del confronto per definire il programma di un’alternativa al governo di centrodestra di Giorgia Meloni prossimo al primato di durata nella storia della Repubblica. Un programma che sino a qualche settimana fa sembrava destinato, soprattutto nei progetti di Conte, solo al lavoro autunnale. Della leadership, cioè del candidato alla guida del governo che dovrà realizzarlo, si deciderà solo dopo, anche se è la cosa sulla quale maggiore è l’attesa, e la tensione.

       Il campo è ristretto, più che largo, perché i quattro dell’Apocalisse in maniche di camicia o camicetta non hanno invitato al tavolo nessuno, proprio nessuno dei tanti che affollano le cronache politiche come aspiranti componenti moderate e più riformiste della coalizione antimeloniana. E delle quali i quattro attori principali hanno mostrato come più chiaramente non potevano il ruolo di comparse che sono in realtà disposti a concedere.

La morte del benemerito, scomodissimo cardinale Camillo Ruini

       Il cardinale Camillo Ruini, già presidente della Conferenza Episcopale Italiana, è morto a 95 anni fra il rimpianto di molti amici e devoti, fra i quali la premier in carica Giorgia Meloni, che lo ha definito “una delle menti più lucide” della Chiesa, ancora grata di essere stata da lui considerata pubblicamente “una grande risorsa per i cattolici”, e il sollievo forse di altri parrucconi e parrucchini della politica che hanno smesso di sentirgli rivelare episodi ed esprimere giudizi per loro imbarazzanti, a dir poco.

       Cardinale scomodissimo, nominato non a caso da un Papa altrettanto scomodo come il polacco Giovanni Paolo II, che lo avrà accolto in Paradiso precedendo una volta tanto San Pietro, credo che Ruini avesse ancora poco, ben poco, da rivelare degli anni della sua maggiore forza e influenza in Vaticano e dintorni. Ma la paura dei suoi critici e avversari di un tempo e ancora dell’ultima fase della sua lunghissima vita, era tantissima.

       Ruini fu il cardinale, fra l’altro, che mandò praticamente a quel paese il pur amico di famiglia e corregionale Romano Prodi che svolgeva o recitava in politica, a livelli altissimi di governo, la parte del “cattolico adulto”, capace di peccare con orgoglio trasgredendo alle indicazioni e scelte della Chiesa decisa a difendere principi e cause “indisponibili”. Fu il cardinale, che per niente sospettoso, si lasciava raccontare, divertito anche davanti a telecamere e macchine fotografìche, barzellette da Silvio Berlusconi arrivato in direttissima a Palazzo Chigi fra il disappunto neppure nascosto dell’allora presidente devotissimo della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Che in una cena galeotta, chiamiamola così, al Quirinale cercò di coinvolgerlo non dico in una congiura, come avvertita forse da Berlusconi quando ne fu informato dall’interessato, ma in un tentativo di accorciare al massino la durata del primo governo del Cavaliere di Arcore, troppo disinvolto, troppo improvvisato ma soprattutto troppo  votato per le abitudini e i gusti di Scalfaro. Che a Berlusconi preferiva il più ruspante, diciamo così, Umberto Bossi condividendone l’insofferenza, incoraggiandolo alla crisi e accogliendolo al Quirinale, ogni volta che gli dava udienza o lo convocava, come un “liberatore”. Parola dello stesso capo allora della Lega, che non riuscì a trattenere a lungo il segreto.

       La cena con Ruini, scambiato imprudentemente per un antiberlusconiano pure lui, si concluse come peggio non poteva immaginare Scalfaro: con la difesa cardinalizia del presidente del Consiglio, non stinato ma stimatissimo dal cardinale. Non per questo tuttavia Scalfaro si fermò nell’azione di contenimento o di contrasto di Berlusconi, sino alla sua caduta e alla coltivazione dell’Ulivo, con la maiuscola, affidato a Prodi per sconfiggerlo nelle elezioni anticipate del 1996, non anticipatissime del 1995 reclamate dal Cavaliere convinto di averle ottenute come promessa dal presidente della Repubblica nell’udienza di commiato, diciamo così.  

Ripreso da http://www.startmag.it

Ciò che Trump ha permesso, permette e permetterà, temo, a Putin

       Di solito nulla è casuale nelle scelte, sfide, esibizioni di un dittatore come Putin al Cremlino. Che come Alberto Sordi nel famoso film di Monicelli è un marchese del Grillo che ha gridato al G7 on Francia, ciò che resta ancora dell’Occidente: “Io so io e voi non siete un cazzo”. Lo ha gridato inserendo nel bottino delle rovine  e nel bollettino delle vittime in Ucraina la Cattedrale ortodossa, della Dormizione, a Kiev. Che sta agli ucraini come la Basilica di San Pietro a noi. Neppure Hitler arrivò a tanto nella sua lucida follia del Novecento.

       Putin ha potuto permettersi questo, e -temo- anche quello che seguirà, per lo spazio lasciatogli dal presidente americano Donal Trump, un altro marchese del Grillo d’oltre Atlantico. Di cui rimarrà di storico solo la sostanziale resa all’Iran, oltre che a Putin, dopo averne minacciato il ritorno all’età della pietra.

       Brutti tempi per noi ancora occidentali. Non ci resta che consolarci con un altro, anzi l’altro americano che è Papa Leone XIV, Robert Francis Prevost all’anagrafe di Chicago.

La cattedra esagerata di scienza della coalizione assegnata a Romano Prodi

Per quanto fuori ruolo o emerito, visti anche gli  87 anni da compiere in agosto, mi sembra francamente esagerato quel titolo di “professore di scienza della coalizione” assegnato a Romano Prodida un generoso estimatore dopo un’intervista nella festa annuale di Repubblica. Reduce peraltro, il professore, da un incontro privato di due ore e mezza con la segretaria del Pd Elly Schlein, che gli deve un po’ la carriera politica ma non ne segue sempre i consigli. O quasi mai, qualche volta infastidendolo anche pubblicamente.

D’accordo, egli sconfisse due volte, a capo appunto di una coalizione, Silvio Berlusconi: la prima nel 1996 sotto le insegne dell’Ulivo e la seconda, sotto le insegne dell’Unione, dieci anni dopo, nel 2006, forte anche del prestigio internazionale procuratosi nel frattempo con la presidenza della Commissione europea, a Bruxelles, rimediatagli da Massimo D’Alema, con sapiente maneggio delle relazioni continentali, per riparare in qualche modo al torto fattogli sostituendolo a Palazzo Chigi nel 1998.  Quando, anziché le elezioni anticipate reclamate dal presidente del Consiglio dimissionario per affrancare la coalizione ulivista dalla dipendenza da Fausto Bertinotti, il “parolaio rosso” di Giampaolo Pansa che lo aveva fatto cadere, D’Alema preferì subentrargli cambiando maggioranza. A Bertinotti preferì l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che gli improvvisò un partito di profughi del centrodestra per vantarsi di mandare alla guida del governo italiano il primo e unico post-comunista della storia nazionale. Cossiga era davvero imprevedibile nei suoi umori e nelle sue scelte. D’Alema si inventò addirittura un mezzo Ministero, senza portafoglio, per tenere i rapporti con lui.

              Se la disinvoltura di D’Alema, orgoglioso a Palazzo Chigi di festeggiare i 50 anni della Nato tanto a lungo avversata dal Pci di Palmiro Togliatti nel dopoguerra, salvò nel 1998 la legislatura, alla crisi del secondo governo Prodi dieci anni dopo non ci fu nulla da fare per evitare lo scioglimento delle Camere.      E da allora, come ancora si vanta Clemente Mastella, che aveva fatto vincere con ni suoi voti in Campania l’Unione prodiana nel 2006 risparmiandole il pareggio, il cosiddetto centrosinistra della seconda Repubblica non ha più vinto un turno di elezioni politiche nazionali.

       Con questi precedenti, con due governi dal respiro corto, e senza volere infierire sul ricordo della sua partecipazione nel 1978 ad una seduta spiritica su Aldo Moro prigioniero delle brigate rosse, si fa davvero fatica a condividere l’assegnazione a Prodi della cattedra di scienza della coalizione. Lasciamogli -bastando ed avanzando- quella davvero guadagnatasi e assegnatagli all’Università di professore di economia e politica industriale. Per inventarsi, gestire, riparare una coalizione, di governo o di opposizione che sia, peraltro in scenari ancora più bizzarri dei  tempi migliori di Prodi,  occorrono uomini, e donne, di caratura e fantasia diverse.

Pubblicato sul Dubbio

Crosetto sorpassa Vannacci nei retroscena sulla caduta del governo Meloni

       La metaforica marcia di Roberto Vannacci su Roma, fuori stagione rispetto a quella autunnale di Mussolini nel 1922, non è bastata e non basta alla fantasia dei retroscenisti. Ci vuole troppo tempo per verificare nelle elezioni politiche dell’anno prossimo la consistenza reale della Folgore politica del generale già profumatamente pensionato a 57 anni, e la sua capacità di far perdere la partita delle urne al centrodestra rimanendone fuori, o di rovesciarlo rimanendovi dentro per praticare una mezza guerriglia.

Così, su Repubblica, quella di carta, Tommaso Ciriaco ha lasciato Vannacci ai consigli e alle scommesse, nel cosiddetto campo largo, dell’inesauribile Matteo Renzi, e ha scommesso, per una crisi di governo già a fine anno, su Guido Crosetto. Sì, proprio lui, il gigantesco ministro della Difesa tra i fondatori del partito della Meloni, da lui sollevata con le braccia, in quell’occasione, come una bambola.

       Ciriàco -con l’accento sulla a precisato dall’indimenticabile Massimo Bordin a Radio radicale ogni volta che ne parlava- ha appena attribuito a Crosetto, appunto, la tentazione, la voglia, la smania di far cadere dalle sue braccia la Meloni dimettendosi per i fondi che non riesce ad ottenere dal ministro leghista dell’Economia Giancarlo Giorgetti, in linea questa volta col capo del suo partito, vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini. Che i soldi li vorrebbe tutti per il suo ponte sullo stretto di Messina, per quanto incorso in indagini per corruzione e già in odore, si fa per dire, di mafia (i)ndrangheta e quant’altro.

       L’indizio, anzi la prova della tentazione devastante di Crosetto di dimettersi, sgonfiando peraltro con uno spillo la bolla mediatica e futurista del generale, che vedrebbe cadere la Meloni senza potersene vantare, è stata trovata dal retroscenista di Repubblica in una lunga, clandestina ma virgolettata condivisione, da parte del ministro italiano della Difesa, delle dimissioni presentate per lo stesso motivo, ma in ordine di sterline e non di euro, dall’ormai ex collega inglese.    

       Probabilmente non accadrà nulla di quanto immaginato o desiderato, ma la missione del retroscenista resterà…sulla carta, come altre già contestate dalla Meloni all’interessato in qualcuna delle sue conferenze stampa nei primi quasi quattro anni di governo.

I dieci anni che Vannacci dovrà aspettare per arrivare a Palazzo Chigi, o dintorni

       Secondo Gianni Alemanno, l’ex ministro di Silvio Berlusconi e l’ex sindaco di Roma, in uscita dal carcere dov’è finito non per le pratiche mafiose attribuitegli dagli inquirenti ma per il cosiddetto traffico di influenze cui partecipava facendo e ricevendo raccomandazioni; secondo Gianni Alemanno, ripeto, durerà solo una decina d’anni la corsa di Roberto Vannacci a Palazzo Chigi. Dove il generale del mondo sottosopra e della “feccia” orgogliosamente rivendicata nell’assemblea costituente del suo partito futurista di estrema destra, a pochi passi da San Pietro, arriverà quindi alla stessa velocità, chiamiamola così, impiegata da Giorgia Meloni. Che fondò i suoi “fratelli d’Italia” nel 2012, sollevata dalle braccia poderose di Guido Crosetto, destinato non a caso a diventarne il ministro della Difesa, e si insediò a Palazzo Chigi nel 2022. Accolta festosamente dal presidente del Consiglio uscente Mario Drasghi.

       All’Italia sempre più a destra vaticinata da Alemanno, su cui naturalmente Vannacci può contare senza bisogno di promettergli un ministero, preclusogli dai precedenti penali per ammissione dell’interessato in una chiacchierata ancora fra le sbarre con Salvatore Merlo del Foglio, si contrappone in questi giorni di infuocate polemiche un’Italia sempre più paradossale. Dove un uomo, ex generale, baby pensionato, destrissimo, può contare, compiaciuto, sull’aiuto e persino sul tifo della sinistra, anche la più estrema o radicale, come si dice mancando di rispetto alla buonanima di Marco Pannella, per fare annegare la Meloni nelle acque, secondo lui torbide, di una destra fasulla, in ginocchiere per stare più comoda, o meno scomoda, come preferite, al cospetto del Padreterno di turno.

       Alemanno si è risparmiato la fatica di immaginare, prevedere, spiegare e quant’altro che cosa potrà o dovrà accadere in Italia a livello di governo, e di combinazioni politiche, in attesa dell’insediamento di Vannacci a Palazzo Chigi. O dove lui preferirà trasferire i suoi uffici, magari nella non lontana Piazza Venezia, con vista sul Vittoriano, di cui si è appena scoperto che sprofonda di un millimetro l’anno, e sui fori imperiali solidissimi invece in quel che ne resta.

       Di solito non finiscono bene le avventure di chi si lascia strumentalizzare dagli avversari, condividendone anche gli istinti peggiori, per vincere le partite interne al proprio schieramento. Di solito, ripeto.

Ripreso da http://www.startmag.it

Il funerale di Stato che Pino Corrias non ancora perdona a Silvio Berlusconi

       Di Silvio Berlusconi nel terzo anniversario della morte il più cattivo dei suoi biografi o osservatori, Pino Corrias, anche più del suo direttore al Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, ciò che lamenta maggiormente è una cosa che meno gli è appartenuta perché decisa e condivisa da altri: il funerale di Stato, con l’onore delle armi davanti al Duomo di Milano, e alla presenza per niente imbarazzata del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

       “Il rito -ricorda al presente Corrias scrivendone appunto sul Fatto, per niente stanco della fatica procuratagli da un libro di 157 pagine intitolato Berlusconi files, il secondo della sua produzionedura tre ore. La coda tre giorni, tre mesi, tre anni. Da sinfonia diventa musica di sottofondo. Anche se, al netto degli elogi, nessuno sa riconoscere i meriti di quel potere smisurato, se non nella sua smisurata ricchezza accumulata, e nella ostinazione, persino ammirevole, con cui in trent’anni, in 36 processi, con 155 avvocati difensori, un partito personale, un’altra mezza dozzina a sua disposizione, in tutto un migliaio tra deputati e senatori al suo servizio, l’ha fatta franca”. Anche da morto, si è dimenticato o non gli ha voluto riconoscere Corrias omettendo la recentissima, sesta archiviazione delle indagini giudiziarie sui legami fra la preparazione della sua discesa nel campo politico e le stragi di mafia finalizzate al panico e al colpo di grazia alla cosiddetta prima Repubblica, agonizzante sotto i colpi della magistratura milanese. Che tutto aveva previsto, nell’assalto di “Mani pulite” alla politica scambiata per un’associazione a delinquere, fuorchè l’arrivo di Berlusconi direttamente dalla sua villa di Arcore a Palazzo Chigi, fra lo sgomento anche, o soprattutto, dell’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, pace all’anima sua. Morto in tempo, direi, da presidente ormai emerito per risparmiarsi in terra il funerale di Stato del Cavaliere rimasto nel gozzo fisico di Corrias, e simili.

       A Berlusconi l’ancora stralunato Corrias, che lo preferisce “figantropo” piuttosto che statista,  non perdona neppure 30 anni dopo la morte l’abitudine di “raccontare barzellette”, rifilandone alcune forse anche a lui, non caduto tuttavia nella trappola di una risata compiaciuta o complice. Si, è vero, a Berlusconi piacevano le barzellette. Ne produceva all’istante, in italiano e in francese,  senza remore di luoghi e interlocutori, superando quel campione di battute nella prima Repubblica, da lui neppure conosciuto, che fu il mio amico deputato democristiano Gustavo De Meo, foggiano, devoto dell’allora presidente del Consiglio Aldo Moro. Al quale tuttavia, avendo perduto in una crisi di governo la carica di sottosegretario alla Difesa, scrisse a mano un biglietto di questo tenore, che mi fece leggere prima di spedirlo: “Ti ho messo a disposizione una fregata per andare a visitare le Tremiti e mi hai restituito una fregatura”. In quella visita Moro era stato ospite della Marina militare anche con qualche familiare.

Moro, che era spiritoso a dispetto delle apparenze, specialista con gli amici nell’imitazione  caricaturale di critici e avversari interni di partito. fra i quali eccelleva Flaminio Piccoli, non se la prese. Gli telefonò assicurandogli che aveva per lui progetti nuovi, più gratificanti di un sottosegretariato. E mantenne la promessa, sia pure sfortunatamente, destinando l’amico alla gestione di una cartiera pubblica che gli avrebbe procurato guai presso la Corte dei Conti. E Moro fu il primo a soffrirne.

Quanto lavora, e serve, il generale di divisione, davvero, Roberto Vannacci….

       L’ultima promozione guadagnatasi nella carriera militare da Roberto Vannacci, prima che cominciassero i guai procuratisi scrivendo del mondo troppo alla rovescia in cui si trovava a vivere in divisa, in abito civile, in vestaglia, in costume da bagno, o solo in maniche di camicia come si è appena presentato nel salotto televisivo di Lilli Gruber; l’ultima promozione, dicevo, guadagnatasi da Vannaccik nella sua carriera militare è stata tre anni fa a generale di divisione. Una funzione che lui sta letteralmente svolgendo anche in politica dividendo, appunto, il pubblico e fior di analisti fra ammiratori e denigratori, fra chi lo considera un affare per la destra di Giorgia Meloni, come ha scritto sulla Stampa Federico Geremicca non credendo agli attacchi appena sferratigli in Parlamento dalla premier in persona, o n un affare per la sinistra considerando la confusione che lui può procurare al centrodestra.

       Nella corsa, tutta strumentale, a inseguirlo e farlo parlare in modo spiazzante, a dir poco, per la premier prossima al primato della longevità del governo formato quasi quattro anni fa, si è distinto un amico e collega di rete della Gruber, Massimo Gramellini,  scrivendone sul Corriere della Sera fra un sorso e l’altro del suo caffè quotidiano.

       “Come i sofisti dell’antica Atene, Vannacci conosce -ha scritto Gramellini- l’arte di far diventare forte il discorso più debole. E’ uno straordinario semplificatore contro il quale discutere non solo è difficile ma frustrante, perché nel suo mondo al contrario gli unici fatti che vengono creduti sono quelli che confermano i pregiudizi. La realtà non riveste alcuna importanza. Non conta che gli islamici e i “voke” in Italia siano infinitamente meno che in Francia o in Gran Bretagna, né che una società di adulti senza figli e di anziani senza nipoti abbia bisogno di rinforzi per non  condannarsi all’estinzione,, Vannacci racconta un mondo che non esiste, meglio che esiste solo nel “subconscio della Nazione”. Il luogo da cui Mussolini diceva di avere estratto il fascismo”.

       Mi scuso per la lunghezza della citazione, ma valeva la pena offrirvela, credo, per dimostrare come si possa dare “in altre parole”, come il titolo della trasmissione televisiva di Gramellini, del fascista a un uomo che pure serve a chi ne scrive per  danneggiare, colpire di più, affondare una fascista ancora più insidiosa quale sarebbe l’odiatissima Meloni con le ginocchiere appena applicatele da un parlamentare pentastellato nei rapporti falsamente polemici col fascistissimo presidente americano Donald Trump. 

Ripreso da http://www.startmag.it il 13 giugno

Blog su WordPress.com.

Su ↑