La primavera sfiorita del Conte tolemaico del campo largo

Vedrete se prima o dopo, ma più prima che dopo, non si sosterrà a sinistra che la polemica esplosa fra la premier italiana Giorgia Meloni e il presidente americano dopo l’attacco di Trump al Papa connazionale, che non gli sarebbe grato, fra l’altro, dell’aiuto da lui ricevuto nella successione al sudamericano Bergoglio al vertice della Chiesa, sia una grande sceneggiata. Alla quale Trump si sarebbe prestato, con la reazione alle critiche della Meloni in difesa del Papa, per aiutarla a sottrarsi ai continui assalti delle opposizioni in Italia per la sua “subalternità” alla Casa Bianca.

       A questa rappresentazione della sceneggiata ci è andato vicino, molto vicino, nella sua stagione primaverile anche sul piano politico e librario, l’ex premier Giuseppe Conte. Che, parlandone con i giornalisti alla Camera, ha rinnovato i suoi attacchi alla premier, infastidito del credito accordatale invece dalla segretaria del Pd Elly Schlein con un discorso patriottico, diciamo così, di difesa dagli attacchi rivoltegli da un Trump “scioccato” dalla sua mancanza di “coraggio”. E dagli “aiuti” negatigli nelle guerre in cui è impegnato, sino a negargli recentemente l’uso della base di Sigonella per gli aerei americani destinati al conflitto in Iran.

       Per Conte la premier italiana resta subalterna alla Casa Bianca e, in più, “ambigua”. Di questa presunta ambiguità l’ex premier pentastellato si era già spinto forse a parlare recentemente in un incontro conviviale per niente riservato con l’ambasciatore personale di Trump in Italia, diverso da quello ufficiale che lavora in via Veneto fra le bandiere a stelle e strisce di Palazzo Margherita. Se non l’aveva ancora fatto, lo farà probabilmente la prossima volta., con la confidenza di quel “Giuseppi”, al plurale  come le sue esperienze e maggioranze politiche, conferitogli da Trump già nel primo mandato presidenziale.

       Scrivevo della primavera di Conte, cominciata anche politicamente per lui e per le sue ambizioni con la vittoria referendaria del no, il mese scorso, alla riforma costituzionale della magistratura.  Una vittoria sulla quale ha messo il cappello, diciamo così, non più snobbando o ignorando le primarie del cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra ma accettandole, le più aperte possibili naturalmente, per eleggere il candidato a Palazzo Chigi nella prossima legislatura, se alla sinistra dovesse davvero capitare di vincerle.

       Nella visione tolemaica che, a torto o a ragione, poco importa a questo punto sul piano dell’analisi, si avverte nella posizione, nella linea, nelle scelte, negli umori dell’ex premier, che peraltro già conosce bene Palazzo Chigi per esservi stato con due maggioranze diverse, anzi opposte, Conte non si lascia distrarre da nulla. Lui persegue il suo obbiettivo senza se e senza ma. E se la Schlein, con la quale pure si sta accordando o si è già accordato per una manifestazione pacifista insieme nel mese prossimo, avverte il bisogno, l’opportunità, direi anche la decenza di solidarizzare con la premier e il governo in carica in un difficile passaggio della congiuntura internazionale, lui trova un argomento, un’occasione in più per contrapporsi. Più che un carro lanciato sulla strada delle primarie, delle quali sempre più numerosi sono gli esponenti del Pd, e non solo del Pd, che dubitano temendo il peggio, Conte sembra diventato un paracarro. E magari ne sarà anche orgoglioso. E ci scriverà sopra un altro libro per regalarci nuovi retroscena.

Pubblicato su Libero

Portata ed effetti della rottura fra Meloni e Trump sul Papa americano

       Il presidente americano non ha dunque gradito il guano che Stefano Rolli, nella sua seconda e ben riuscita vignetta in pochi giorni su Trump, ha fatto scaricare nella prima pagina del Secolo XIX sui suoi capelli dalla premier italiane Giorgia Meloni, dopo l’attacco “inaccettabile” al Papa. Forse ancora più inaccettabile delle guerre che l’alleato, si fa per dire, non riesce a spegnere o addirittura apre nel mondo con la “prepotenza” rimproveratagli allusivamente dal connazionale salito l’anno scorso al vertice della Chiesa.

       “Scioccato” dalle proteste della Meloni, peraltro non le prime dopo le scaramucce sulla Groenlandia e sulla condotta dei militari italiani nella passata guerra in Irak, Trump le ha ritirato il “coraggio” riconosciutole più volte, anche nella Casa Bianca ricevendola come una mezza regina. E l’ha praticamente insultata procurandole in Italia la solidarietà espressa in Parlamento dalla segretaria del principale partito di opposizione, Elly Schlein. Una solidarietà doppia, di genere e politica. Un miracolo, direi, pensando a quello attribuitosi da Trump travestito da Gesù al capezzale di un infermo più di là che di qua.

       Su ciò che è accaduto fra Trump e Meloni, o viceversa, si sono sprecati titoli e immagini giornalistiche: rottura, strappo, divorzio, scaricamento, ponte crollato e altro ancora.

       Ma senza nulla togliere a tutto questo sul piano internazionale, con tutti gli effetti che potranno derivarne nella prosecuzione del mandato di Trump alla Casa Bianca, mi sembra notevole anche lo strappo e quant’altro consumatosi sul piano interno, a sinistra, fra la Schlein solidale con la Meloni e il suo concorrente alla guida della cosiddetta alternativo, Giuseppe Conte. Che ha rinnovato alla premier l’accusa di rapporti quanto meno ambigui, se non ancora di sudditanza, al presidente americano. Col cui ambasciatore personale a Roma, diverso da quello ufficiale, l’ex premier ha appena avuto tuttavia un incontro conviviale, per niente coperto da riservatezza, che di solito si cerca, si organizza e si svolge non per scambiarsi insulti. Conte rimane pur sempre il “Giuseppi”, al plurale come le sue politiche e maggioranze, apprezzato da Trump nel suo primo mandato alla Casa Bianca.

Ripreso da http://www.startmag.it

Se Trump si traveste da Gesù, ma anche da Stalin attaccando il Papa

Il passato ogni tanto ritorna. Generalmente nel male, qualche voltanel bene.

       Nel male come nel caso del presidente americano Donald Trump, che ha dato del “debole” al connazionale Robert Francis Prevost salito, sul trono di Pietro grazie non allo Spirito Santo ma a lui, che dalla Casa Bianca seppe influenzare i cardinali di Santa Romana Chiesa nel Conclave seguito alla morte di Papa Francesco, il sudamericano Jorge Mario Bergoglio.  

Questa debolezza, ripeto, di Leone XIV è la stessa rimproverata, anzi derisa un’ottantina d’anni fa da Stalin interrompendo i suoi interlocutori di Yalta che avevano un certo rispetto, chiamiamolo così, per Pio XII, il Papa italianissimo allora regnante.  “Di quante divisioni dispone?”, chiedeva Stalin di quello che lui considerava un rompiscatole disarmato.  E gli altri zitti, non potendo appendersi alle divise pur michelangiolesche delle guardie svizzere. E Stalin si fermò li, non arrivando a paragonarsi, pur con i suoi trascorsi in seminario, né a Dio che Trump invece vede a sua somiglianza, né a Gesù, nel quale il presidente americano si è riconosciuto benedicente, quanto meno, se non salvifico, né nello Spirito Santo in quella rappresentazione fatta dell’elezione di Papa Prevost grazie a lui. Una Trinità blasfema, della quale si rifiutato di scusarsi di fronte allo sgomento e alle proteste sollevate dalle sue parole contro il Papa, persino nel palazzo romano dove lavora e governa l’Italia Giorgia Meloni. Che nelle polemiche delle opposizioni temo rimarrà la “favorita”,  “subordinata” eccetera eccetera del presidente americano anche dopo avere definito “inaccettavili” le sue invettive contro il Papa.

       Il passato ritorna invece, con gli adeguati aggiornamenti, nel bene a Budapest con la vittoria elettorale di Peter Magyar su Viktor Orban, reduce da 16 anni di potere condiviso o apprezzato internazionalmente più da Putin, al Cremlino, che dai soci dell’Unione europea a Bruxelles. Eppure l’Ungheria era rimasta nel cuore di tanti, in Europa e fuori, per il generoso, quanto tragicamente fallito tentativo 70 anni fa di sottrarsi alle dipendenze dell’allora Unione Sovietica.

       E’ stato proprio il vincitore delle elezioni ungheresi a richiamarsi agli “anni del comunismo” per rinnovare la promessa e l’impegno elettorale di restituire al suo Paese la dignità di quell’antica rivolta contro Mosca, dove oggi governa non un anticomunista ma semplicemente un post-comunista come Putin. Che non fa neppure tanto mistero di una certa nostalgia di Stalin e delle sue abitudini e visioni internazionali, in una concezione imperialistica della Russia di cui stanno facendo le spese da più di quattro anni di guerra gli ucraini. I quali possono ora sperare di poter contare sulla solidarietà magiara negata loro da Orban.

       Ah, i corsi e ricorsi storici di Giambattista Vico, di cui abbiamo celebrato l’anno scorso i 300 passati dalla sua “Scienza nuova”.

Pubblicato siul Dubbio

La blasfema Trinità del presidente americano Donald Trump

       Come al solito i vignettisti hanno saputo superare con la loro ironia gli editorialisti nella rappresentazione dei fatti. Stefano Rolli sul Secolo XIX ha tradotto l’attacco del presidente americano Donald Trump al Papa, americano peraltro come lui, nella domanda che una guardia svizzera pone ad un’altra guardia: “Fammi capire, abbiamo il nucleare?”. Come l’Iran bombardato da Trump, appunto.

       Non so francamente se ci sia sempre più metodo o meno nella follia amletica e nella blasfemia del presidente americano. Che già prima di essere rieletto alla Casa Bianca si era un po’ paragonato a Dio, vedendo poi nella sua protezione il segreto della vittoria presidenziale, E’ di ieri l’immagine esposta per qualche ora elettronicamente di lui come Gesù che guarisce o comunque benedice un infermo. Sempre di ieri è l’immagine metaforica dello Spirito Santo attribuitasi sempre dal presidente americano sostenendo, insinuamdo e quant’altro di avere fatto salire l’anno scorso l’allora cardinale e connazionale Prevost al vertice della Chiesa, dopo la morte del sudamericano Papa Francesco.

       E lui, Papa Leone XIV, ingrato e armato solo delle guardie svizzere, si permette di criticare le guerre di Trump e i suoi contorni. Lui, sempre Papa Leone XIV, “debole” e “pessimo in politica internazionale”. E’ seguito, dopo le reazioni negative levatesi un po’ da tutto il mondo, persino in Italia dalla premier Giorgia Meloni che ne appoggia la scalata al premio Nobel della pace, il rifiuto di scusarsi. Anzi, la conferma del suo attacco verbale. Che un Papa per niente intimidito, parlandone con i giornalisti, ha fatto ridurre sulla prima pagina del suo Osservatore romano, senza farlo peraltro nominare, a un richiamo di “cronaca” alle sue parole di risposta al presidente degli Stati Uniti: “Non sono un politico, parlo di Vangelo. Ai leader del mondo dico: basta guerre”. Parole, ripete, di Leone XIV, cui Trump ha contrapposto il fratello Luigi preferendolo. E magari conferendogli qualche onorificenza, salvo ritirargliela dopo qualche ultimatum, o penultimatum dei suoi per intervenuta indegnità.

       Di fronte a simili storie di ordinaria follia o blasfemia  di Trump gli americani meritano la solidarietà umana per averlo ancora come presidente.  

E’ finita la sconcertante anomalia ungherese di Orban nell’Unione europea

       E’ finita, se Dio vuole, l’anomalia ungherese con la sconfitta elettorale di Viktor Orban, che aveva fatto diventare il suo paese una mezza o intera enclave russa nell’Unione Europea. Un’enclave non più sovietica solo a parole, perché in realtà Putin ha riportato il sovietismo al Cremlino congiugendolo alle tradizioni zariste, chiamiamole così.

       Fatale politicamente a Orban, dopo sedici anni di potere e di democrazia orgogliosamente antiliberale, è stato l’appoggio di Trump, l’americano amico di Putin senza il cui sostanziale appoggio, o tolleranza,  la guerra d’invasione russa in Ucraina non sarebbe durata così tanto. Il bacio pur metaforico del vice presidente americano Vance, sbarcato in Ungheria proprio alla vigilia del voto non come l’aquila reale della Casa Bianca ma come una civetta del malaugurio, è stato forse decisivo per spingere gli ultimi indecisi a votare per Peter Magyar. Che è di destra come Orban, ma di una destra europea, della quale finirà per apprezzare i vantaggi anche la premier italiana Giorgia Meloni chiudendo pure  lei l’anomalia -un’altra- dell’appoggio a Orban.

       Più ancora dei sedici anni del regno repubblicano di Orban, l’Ungheria è paradossalmente e felicemente tornata indietro di 70 anni: a quel 1956 della rivolta antisovietica, purtroppo soffocata nel sangue. Come 12 anni dopo sarebbe toccato anche alla primavera di Praga.

       Nel 1956 il presidente 62.enne sconfitto nelle elezioni ungheresi di questo 2026 non era ancora nato. E tanto meno il vincitore Magyar, di 45 anni. Eppure è toccato all’uno e all’altro, rispettivamente, spegnere e riaccendere il patriottismo magiaro anticomunista di 70 anni fa.

Ripreso da http://www.startmag.it

Scarpinato non lascia ma…licenzia la Commissione parlamentare antimafia

In un lungo e veemente articolo, che tuttavia Il Fatto Quotidiano ha sistemato solo a pagina 11, dedicandogli come richiamo in prima solo la seconda del solito elenco delle sei, poco più o poco meno, ”nostre firme” selezionate di giorno in giorno, il senatore pentastellato Roberto Scarpinato ha proposto “l’autoscioglimento” della commissione bicamerale antimafia. Che si rinnova da tempo in ogni legislatura e della quale fa parte col suo collega di partito e di pensione, cioè ex magistrato, Federico Cafiero de Raho, eletto alla Camera. Due partecipazioni di peso certamente, viste le esperienze e le carriere compiute da entrambi guadagnandosi, prima ancora dei voti degli elettori, per carità, l’ammirazione, fiducia e quant’altro dell’ex premier Giuseppe Conte, capo ormai indiscusso del movimento che fu di Beppe Grillo. Due partecipazioni di peso ma anche assai contestate politicamente fra partiti e gruppi della maggioranza, sino a dubitare della loro compatibilità per avere avuto come magistrati ruoli diretti o indiretti in vicende di cui la commissione si è occupata e si occupa.

       Ora che la maggioranza ha subìto una sconfitta di certo bruciante, per carità, nel referendum per niente confermativo della riforma costituzionale della magisratura, salvatasi perciò nell’analisi di Scarpinato dal progetto governativo di sotttometterla, anche se l’articolo 104 della Costituzione ne garantiva pure nel testo modificato dalle Camere le famose “indipendenza e autonomia”; ora che la maggioranza, dicevo, è stata sconfitta referendariamente avrebbe perso, secondo Scarpinato, ogni legittimità, anzi “idoneità” ad occuparsi di antimafia. E addirittura di presiederne la commissione con la sorella d’Italia, diciamo così, Chiara Colosimo. Che ha accettato di buon grado, scandalizzando vieppiù il senatore Scarpinato, l’invito rivoltole dalla premier Meloni non di nascosto ma davanti alle Camere di allargare vecchie indagini o di aprirne di nuove per analizzare il fenomeno, reale o ipotetico, di infiltrazioni mafiose anche nei partiti, compreso o a cominciare da quello della stessa premier.

       Come si è permessa la Meloni di proporre una cosa del genere e ancor più la Colosimo di apprestarsi alla richiesta contando sull’aiuto di tutti indistintamente i gruppi, compreso naturalmente quello pentastellato?, si è praticamente chiesto sbottando l’ex procuratore generale di Palermo. Con quale autorità o faccia tosta ne ha parlato la Meloni e sta ubbidendo la Colosimo dopo che il governo e la sua maggioranza hanno varato e messo in cantiere, oltre alla referendariamente sventata riforma costituzionale della magistratura, modifiche legislative finalizzate o destinate ad abbassare il livello di guardia nella difesa collettiva dalla mafia? E giù, sempre Scarpinato, ad elencare demeriti, nefandezze e quant’altro del centrodestra pericolosamente regnante.

       Ma, pur protestando con tutto il vigore di un magistrato d’accusa quale egli è stato, lo stesso Scarpinato dev’essersi accorto -temo, sperando di non farlo sentire offeso e di non procurarmi una querela- di avere un po’ esagerato nel chiedere l’autoscioglimento, ripeto, della commissione antimafia di cui fa parte anche lui. E di potersi guadagnare magari l’accusa di troppa euforia fatta già da Goffredo Bettini a Conte che ha festeggiato la vittoria referendaria del no prenotando con forza la candidatura a Palazzo Chigi attraverso lo strumento spesso snobbato delle primarie. E così Scarpinato ha concluso la sua invettiva quasi epistolare alla sorella d’Italia Colosimo scrivendole, testualmente: “Il migliore contributo che lei e la sua maggioranza potete dare è di stare fermi da qui sino alla fine della legislatura, evitando così di aggravare i gravi -aggravare i gravi, ripeto- danni già provocati alla credibilità della politica e dello Stato, gabellando per lotta alla mafia passerelle tutte “chiacchiere e distintivo”, l’esibizione della faccia feroce solo nei confronti dei mafiosi con la coppola storta, mentre si va a braccetto con quelli dei piani superiori”. Si è dispensati dall’applauso, fermi al semaforo.

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L’invettiva, o qualcosa del genere, di Paolo Del Debbio contro gli “amici” Berlusconi

        Paolo del Debbio, presentatosi con modestia come “giornalista e conduttore a Cologno Monzese”, dove è appena avvenuto l’incontro di quattro ore tra i due figli  maggiori e di primo letto di Silvio Berlusconi, l’amministratore di Fininvest Danilo Pellegrino, il “cardinalizio” Gianni Letta e il segretario di Forza Italia Antonio Tajani, ma anche vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, è saltato letteralmente sulla sedia quando ha appreso dell’”evento” e poi dei comunicati che l’hanno accompagnato, con la “fiducia” rinnovata all’ospite. E sottoposto, di cui il mio amico Paolo, conosciuto una quarantina d’anni fa negli uffici della Fininvest dove anch’io aveva a disposizione una stanza, ha scritto giustamente sulla Verità il ruolo di “convocato” assegnatogli dagli invitanti, padroni di casa.  

       Del Debbio, 67 anni ben portati, che chissà perché ha deciso di ingrigire più del dovuto con tutte le barbe che si è fatto crescere sulla faccia, è molto di più di un giornalista e conduttore di Mediaset. E’ uno che contribuì a suo tempo alla fondazione di Forza Italia scrivendone su incarico diretto di Berlusconi, senza la mediazione di Fedele Confalonieri che lo aveva assunto in Fininvest, le prime bozze del programma, prima che vi intervenissero anche Giuliano Urbani, Marcello Pera, Giuliano Ferrara ed Enrico La Loggia, che ne ha scritto in un libro autobiografico fresco di stampa.

       Con molta cortesia, non so francamente sino a quando destinata ad essere riconosciuta e apprezzata in quella che nel frattempo è diventata Mediaset, Paolo ha sollevato contro quell’incontro a Cologno Monzese una questione di “opportunità”, lamentando sulla Verità di Maurizio Belpietro la perdita di prestigio procurata a Tajani nelle sue triplici vesti, ripeto, di vice presidente del Consiglio, ministro degli Esteri e segretario del partito fideiussato, diciamo così, dalla famiglia Berlusconi. Ma si può ben parlare anche di una questione di decenza. Non è certamente su questa strada che Tajani potrà riuscire fra un anno e mezzo, poco più o poco meno, a riportare Forza Italia al 20 per cento del suo esordio elettorale, nel 1994, e tanto meno al 30 per cento di qualche mese dopo, nel rinnovo del Parlamento europeo seguito a quello del Parlamento italiano.

Le ultime notizie dall’officina di Franceschini su Silvia Salis e Matteo Renzi

       Ma più che con Silvia Salis mi pare che Franceschini ce l’avesse e ce l’abbia con questo messaggio affidato al Corriere della Sera a Matteo Renzi. Che corteggia politicamente -s’intende- la sindaca di Genova mettendola in tentazione, come nel vecchio testo della preghiera del padre nostro. E la sventurata post-manzoniana ci è cascata dichiarandosi a disposizione se a proporle Palazzo Chigi non sarà solo il post-machiavellico Renzi ma anche altri. Fra i quali Franceschini si è messo di fretta per dirle no. E invitare anche Renzi, ripeto, a contenersi nella sua abitudine di allargarsi e prenotare Palazzo Chigi per il favorito di turno: nel 2019, quando era ancora nel Pd, per lasciarvi Giuseppe Conte disarcionato dal suo vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, arrivato al 30 per cento in un turno elettorale per il Parlamento europeo, o farvi arrivare nel 2021 Mario Draghi, proiettandone l’immagine addirittura sul Quirinale, dove invece sarebbe stato confermato Sergio Mattarella. Che vi rimarrà quasi regalmente sino al 2029.

       Quando ha parlato del “nostro campo”, in cui lasciare crescere con calma il fiore o la pianta della giovane sindaca di Genova, Franceschini forse non ha parlato solo del “suo” Pd. Al quale peraltro mi sembra che la Salis non sia ancora iscritta, come capitò alla Schlein mentre scalava la segreteria del Nazareno. Franceschini ha pensato e pensato anche a quello più largo, come si dice, dell’alternativa al centrodestra. Il campo che Giuseppe Conte, proponendosi alle primarie dopo la vittoria referendaria contro la riforma costituzionale della magistratura, avrebbe finalmente ben definito nei confini agli occhi di Franceschini. Che se n’è compiaciuto al pari di Goffredo Bettini, pur preoccupato quest’ultimo -forse scaramanticamente- della troppa “euforia” seguita al successo referendario cui lui ha contribuito votando no dopo essersi lasciato tentare dal sì ispirandosi al compianto padre avvocato. Un no impostogli addirittura dal “contesto” internazionale, come nel caso pure del senatore a vita ed ex premier Mario Monti.

Quattro ore di fiducia, su 24, confermate a Tajani dalla famiglia Berlusconi

       Va bene che l’incontro anche conviviale, fra una guerra e l’altra di cui si occupa il vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, doveva avere una durata necessariamente limitata, visti gli impegni degli interessati, e non solo dell’ospite, ma quattro ore di annunciata, confermata fiducia su 24 di una giornata sembrano pochine. Scarse per il segretario di Forza Italia Antonio Tajani, offertosi o chiamato a rapporto da Marina Berlusconi, assistita dal fratello Pier Silvio, dall’ambasciatore di famiglia Gianni Letta e dall’amministratore delegato della Fininvest. Che si occupa per il suo stesso incarico, direttamente o indirettamente, dei debiti del partito azzurro con gli eredi del fondatore. Una circostanza, questa, che da sola dà il senso della natura particolare, a dir poco, della seconda o terza forza della coalizione governativa di centrodestra. Forse è stato un eccesso di trasparenza, diciamo così in modo amichevole verso Tajani e i creditori del partito, quella presenza.

       Continua quindi la fiducia della famiglia Berlusconi, pur di 4 ore su 24, ripeto, ma anche il processo quotidiano, e non solo mediatico, di logoramento del segretario del partito azzurro. Al quale viene chiesto di rinunciare un po’ alla volta, nella cornice solita del rinnovamento, alla difesa delle postazioni visibili e parlamentari del partito. Prima è toccato al Senato a Maurizio Gasparri lasciare la guida del gruppo e ora sta toccando alla Camera a Paolo Barelli, che pur da campione di nuoto com’è non riesce più a galleggiare, appesantito anche dal suo rapporto di parentela, e non solo, di amicizia. col segretario del partito. Di cui è consuocero.

Neppure all’ingegnere piace “l’insalata” delle primarie proposta da Conte

L’ultranovantenne ma sempre urticante, abrasivo, impietoso  Carlo De Benedetti, vantatosi a suo tempo di desiderare la tessera numero uno del Partito Democratico, non ricordo più se con o senza l’effige poi intervenuta di qualche compianto leader della lontana prima Repubblica, quella vera e non di carta da lui posseduta per un po’, prima che i figli non la vendessero; Carlo De Benedetti, dicevo, ha colto l’occasione offertagli da Lilli Gruber a Otto e mezzo, su la 7, per inserirsi nel dibattito che sta dividendo la sinistra sulle primarie.

Sono le primarie che dopo la vittoria referendaria dei signornò alla riforma costituzionale della magistratura, quasi volendosene appropriare, Giuseppe Conte ha smesso di contemplare e ha invece proposto, pur al termine di un lungo percorso di elaborazione programmatica, per sciogliere prima delle elezioni politiche il nodo della leadership dell’alternativa.

       Da piatto principale o addirittura unico alla tavola elettorale l’ex o non so se ancora iscritto al Pd, e con quale numero vero o metaforico di tessera, “l’ingegnere” -come tutti lo chiamiamo scrivendone e parlandone, con la stessa abitudine e immaginazione con la quale davamo dell’”avvocato” a Gianni Agnelli- ha fatto delle primarie un contorno, per giunta di quelli che sembrano piacergli di meno. Sarebbe “un’insalata” di carote, pomodori e altro. Ci sarà rimasto male, credo, Giuseppe Conte che già assaporava….la carne della o degli sconfitti nella corsa non a Palazzo Chigi, ma solo al tentativo di prenotarlo.

       De Benedetti ha buttato insomma da destra, diciamo così, secchiate d’acqua e di sarcasmo sulle primarie mentre Goffredo Bettini, disapprovando la troppa “euforia” di Conte dopo il referendum del mese scorso, fa di sinistra. E dal centro, o quasi, l’ex premier Romano Prodi. Tutti accomunati dal timore di un carattere ormai troppo divisivo delle primarie

       Come uscirne allora? Si staranno chiedendo anche Dario Franceschini e i frequentatori della sua officina, dove l’ex ministro della Cultura ripara non biciclette, moto o auto ma semplicemente progetti e aree del maggiore partito di opposizione.  L’ingegnere, ormai senza più virgolette, pensa anche lui ad un’officina. Ma quella addirittura del Quirinale, dove siede un Presidente della Repubblica ancora dotato della prerogativa assegnatagli dall’articolo 92 della Costituzione di “nominare il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, “i ministri”.

       Diavolo di un ingegnere, che cosa gli è saltato in mente? Di tornare alla lettera della cosiddetta, lontana, disprezzata prima Repubblica? Azzerando tutta la Costituzione cosiddetta materiale, di fatto, subentratale con partiti e coalizioni partecipi alle elezioni col nome del loro candidato alla guida del governo stampato sulle schede elettorali o nel programma, singolo o comune. Sì, Carlo De Benedetti è di vecchie e consolidate abitudini. E pazienza per Conte, per le sue ambizioni, le sue previsioni, E i suoi incidenti, fra i quali si deve annoverare il rifiuto delle elezioni anticipate opposto dalla premier Giorgia Meloni a quanti gliene avevano attribuito progetto, tentazione e quant’altro.

       Una campagna elettorale lunga più di un anno, che gli avversari hanno rimproverato alla Meloni di avere avviato con la sua “informativa” parlamentare dopo la sconfitta referendaria, è l’opposto di quella di cui avrebbero bisogno gli aspiranti all’alternativa di governo. Una campagna corta, cortissima, contrassegnata da una crisi suicida del governo in carica e da un conseguente stato di sostanziale emergenza, e caos, da addurre a pretesto per presentarsi alle elezioni fintamente uniti a sinistra, senza un programma e un leader. E scommettendo -ripeto con l’immaginazione di Carlo De Benedetti- più sulla fantasia del presidente della Repubblica che sulla volontà degli elettori.

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