Chi potrà più fermare Matteo Salvini dopo i ballottaggi comunali ?

            Prima di partire per la Libia in qualità non -o non ancora- di ministro degli Esteri ma di ministro dell’Interno per trattare le misure necessarie a contenere ulteriormente il traffico schiavista dei migranti su quelle coste, Matteo Salvini ha voluto tuittare la sua comprensibile e giustificata soddisfazione per i risultati dei 75 ballottaggi comunali, di cui una ventina di particolare rilievo politico, che hanno appena concluso la lunga stagione elettorale di questo 2018.

            “Storiche vittorie della Lega -ha digitato il leader del Carroccio- in Comuni amministrati dalla sinistra da decenni. Grazie. Più la sinistra insulta, più i cittadini ci premiano. Prima gli italiani, io non mi fermo”. Già, chi lo ferma Salvini? Non certamente Silvio Berlusconi, che pur stando all’opposizione del governo,  grazie a lui può partecipare alla festa politica del centrodestra per la conquista di storiche roccaforti rosse in Toscana e Umbria, come Pisa, dove erano corsi insieme a sostenere il loro Pd Walter Veltroni e Paolo Gentiloni, Massa, Siena e Terni.

            Né sembrano in grado di fermare Salvini i suoi temporanei alleati pentastellati di governo, per quanto in festa pure loro per le modeste “conquiste” di Avellino e di Imola, con cui si sono consolati della perdita, invece, di Ragusa, in Sicilia, e delle generali emorragie di voti.

            Pur con la paura, cresciuta dopo i ballottaggi, di dover pagare un prezzo elettorale sempre più alto alla loro alleanza con i leghisti, i grillini ben difficilmente potranno contenere l’espansione politica di un Salvini per niente tentato dalla prospettiva, accarezzata dal Movimento delle 5 Stelle all’inizio della loro avventura di governo, di staccarlo dal centrodestra. Che cresce addirittura impetuosamente a trazione leghista, a meno che in Forza Italia non scoppino risse come quella a Imperia. Dove il governatore appunto forzista della Liguria, Giovanni Toti, ha  fatto una guerra personale, o quasi, all’ex ministro Claudio Scajola perdendola per poco più di 600 voti, come lo stesso Toti ha cercato di consolarsi della sconfitta del candidato ufficiale del centrodestra  a sindaco Luca Lanteri.

           Per tornare alla politica di livello nazionale, sarà più facile, fra qualche mese, prima o dopo le elezioni europee della primavera dell’anno prossimo, una rottura dei leghisti con i grillini piuttosto che il contrario. Argomenti o pretesti non ne mancherebbero di certo, specie quando verranno davvero al pettine i nodi finanziari delle riforme pentastellate, che peraltro variano di dimensioni e di contenuti di settimana in settimana, se non di giorno in giorno.

           Lo ha dimostrato, fra l’altro, la disinvoltura con la quale, pur di cercare di fare quadrare i conti grillini, il vice presidente del Consiglio ha abbassato a 4000 il tetto dei 5000 euro netti al mese indicati nel discorso programmatico del presidente del Consiglio alle Camere per gli interventi sulle cosiddette pensioni d’oro. A proposito delle quali va ricordato che lo “scandalo” nacque anni fa per i 90 mila euro mensili percepiti da un signore esposto al pubblico ludibrio, nella presunzione che non avesse versato contributi sufficienti per giustificare quella somma, ma si è poi esteso a chi quei 90 mila euro, sempre di pensione, li percepisce non al mese ma all’anno, lasciandone peraltro quasi la metà al fisco.

            Su questo terreno, per esempio, sarà difficile che i leghisti seguiranno sino in fondo le disinvolture grilline. Ma ancora più difficile sarà per i grillini smarcarsi, come pure vorrebbe il loro presidente della Camera Roberto Fico, dalla linea dei leghisti sull’immigrazione.

            Non a caso nel vertice europeo appena svoltosi a Bruxelles il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, accettato dai leghisti ma scelto dai grillini, ha avuto uno scontro col presidente francese Emmanuel Macron proprio su Salvini. Che, attaccato appunto da Macron nella presunzione francese, evidentemente, di dividere gli interlocutori italiani sul fronte ora più caldo dell’Unione Europea, che è quello dell’immigrazione, è stato difeso da Conte con la precisazione di condividerne l’intransigente richiesta di cambiare registro nella gestione dei soccorsi e degli sbarchi dei migranti. E ciò senza lasciarsi paralizzare e tanto meno minacciare dalle organizzazioni volontarie che con le loro navi, battenti peraltro bandiere contestate dagli Stati di riferimento, reclamano il diritto-dovere, per scopi umanitari, di andare a raccogliere in acque libiche i disperati imbarcati dai trafficanti di carne umana su mezzi in grado di navigare per qualche frazione di ora.

 

 

 

    

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Il Conte di Palazzo Chigi sconosciuto a un italiano su tre, e con le mani un pò così

             Il Conte, al maiuscolo, subentrato al conte, al minuscolo, nello storico Palazzo Chigi, dove la Presidenza del Consiglio dei Ministri si trasferì nel 1961 dal Viminale, sarebbe conosciuto solo da un italiano su tre. Lo ha rivelato un sondaggio nazionale della milanese Eumetra mr commentato sul Giornale da Renato Mannheimer. Che non ne è rimasto peraltro molto colpito considerando che il 63 per cento degli intervistati ha dichiarato di non essere interessato alla politica, o di occuparsene poco. In queste condizioni non dovrebbe pertanto sorprendere se “solo” il 67 per cento ha risposto correttamente alla domanda su come si chiama l’attuale capo del governo, dividendosi il rimanente 33 per cento fra il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini, il vice presidente grillino Luigi Di Maio ed altri, fra i quali gli ex presidenti Matteo Renzi e, distanziato, il conte Paolo Gentiloni. Che pure sembrava essersi guadagnato una certa popolarità subentrando a Renzi dopo la sconfitta referendaria del 4 dicembre 2016 sulla riforma costituzionale.

            Dei due vice presidenti del Consiglio in carica, le cui teste il vignettista del Corriere della Sera Emilio Giannelli ha disegnato sugli indici, rispettivamente, di destra e di sinistra delle “mani libere” che Giuseppe Conte ostenta imprudentemente ai lettori, Salvini fa la parte del leone col pur modesto 8 per cento e Di Maio quella di un coniglio col 3 per cento. I due insieme sono tuttavia sorpassati da Mattarella col 15 per cento.

            I grillini sono consapevoli della visibilità perduta a vantaggio dei leghisti e nascondono con crescenti difficoltà e paura il loro disagio, un po’ cercando, rispettivamente, di vincere le resistenze del ministro dell’Economia ai loro progetti troppo costosi, come il cosiddetto reddito di cittadinanza, e un po’ chiedendosi se Salvini non abbia in testa di rompere il “contratto” di governo già prima delle elezioni europee della primavera dell’anno prossimo per capitalizzare, diciamo così, i guadagni politici già acquisiti. Ma essi non riescono bene a immaginare, in questo caso, se Salvini  vorrà farlo per accelerare le elezioni anticipate o per ristabilire a tutti gli effetti l’alleanza di centrodestra con un Silvio Berlusconi ulteriormente ridimensionato e con maggiori aspiranti, nell’attuale Parlamento, al ruolo dei cosiddetti “responsabili”. Che spostandosi dagli stessi grillini, dal centro e dalla sinistra al centrodestra a trazione leghista consentirebbero la prosecuzione della legislatura.

            In ogni caso, sembra di capire che a rompere loro la transitoria e sempre più sofferta alleanza di governo con Salvini i grillini non ci pensino proprio, specie con tutti i guai che hanno anche in sede locale, specie a Roma col processo per falso alla sindaca Virginia Raggi e con la vicenda giudiziaria apertissima esplosa sull’affare dello stadio romanista a Tor di Valle.

           Meli su Renzi.jpg A quei pochi grillini, magari supportati dal presidente della Camera Roberto Fico, già impegnato da Mattarella durante la crisi di governo in una esplorazione delle possibilità di un’intesa col Pd, che fossero tentati dall’idea di ribussare al “forno” del Nazareno, è appena arrivato un monito, a dir poco, da Renzi in un articolo del Corriere della Sera firmato da Maria Teresa Meli. La quale, riferendo dei contatti continui di Fico con interlocutori autorevoli del Pd, che ne hanno ottenuto un soccorso nella scalata ancora in corso alla presidenza del comitato parlamentare di vigilanza sui servizi segreti, ha  scritto che ancora qualche giorno fa Renzi ha ripetuto ad un amico che i compagni di partito dovranno passare “sul suo cadavere” per accordarsi con i grillini.  Lo aveva detto, del resto, l’ex segretario già durante la crisi precedendo una riunione della direzione del Pd, convocata apposta per discuterne, con una intervista televisiva calata sul tema come una ghigliottina.

           

Matteo Salvini in overdose politica con la sortita su vaccinazioni e scuole

Nico Pillinini, il vignettista della Gazzetta del Mezzogiorno, coprendosi dietro le proteste della ministra della Sanità Giulia Grillo, naturalmente del Movimento delle 5 Stelle, dove con quel nome la signora avrebbe potuto forse ottenere ancora di più, ha giocato sul termine “internista” per commentare la sortita del vice presidente leghista del Consiglio sui dieci vaccini inutili o persino dannosi che non dovrebbero più essere obbligatori.

            Medico internista sicuramente Matteo Salvini non è, come nella vignetta gli ricorda la ministra grillina, risentita dell’invasione di campo compiuta dal collega di governo. Ma internista inteso come ministro dell’Interno il segretario della Lega lo è di sicuro. E in questa veste gli si potrebbe ironicamente attribuire la colpa di avere giocato o di essere incorso in un equivoco involontario.

            Ma qui, sia per la funzione governativa di Salvini sia per la serietà del problema delle vaccinazioni obbligatorie per l’ammissione alle scuole, cui il leader leghista si è richiamato esplicitamente con la sua sortita, non sarebbe il caso di scherzare più di tanto.

            Salvini è ormai in overdose politica. Gli ultimi scampoli di campagna elettorale per la ventina di importanti ballottaggi comunali alle porte non possono bastare a spiegare le esondazioni del ministro dell’Interno. Che, volente o nolente, consapevole o a sua insaputa, mostra di scambiare per problema di ordine pubblico qualsiasi questione di cui gli capiti di occuparsi.

Le vaccinazioni costituiscono un problema di natura sanitaria, a meno che il ministro dell’Interno non ritenga possibili con l’abuso dei vaccini l’esplosione di epidemie contro cui anche il suo dicastero potrebbe rivendicare qualche competenza d’intervento. Ma saremmo in tal caso di nuovo al di là, ma molto al di là, dell’ironia.

            Con l’immigrazione, e i problemi internazionali   connessi, che lo fanno spesso partecipe addirittura della politica estera affidata ad un altro Ministero e ministro, Salvini ha già un lavoro enorme. Che gli basterebbe e avanzerebbe per occupare la scena politica ben più dei grillini, provvisti di una rappresentanza parlamentare ben superiore a quella della Lega. Essi mostrano ogni giorno di più di soffrire di questo scompenso, sicuramente non estraneo all’inversione delle loro tendenze elettorali, stando ai sondaggi e ai voti amministrativi seguiti al rinnovo delle Camere.

Eppure Salvini non si ferma davanti a niente e a nessuno. E’, ripeto, in overdose politica. Che non è meno dannosa, alla lunga, delle altre cui si pensa quando parliamo di sovradosaggio.  

Quando Di Pietro strapazzò Prodi in Procura e ne divenne poi ministro

Mi ha ricordato una ormai lontana vicenda giudiziaria  di Romano Prodi riferitami nel 1996 da Filippo Mancuso l’interrogatorio del 21 dicembre 2016 nella Procura di Napoli raccontato nei giorni scorsi da Filippo Vannoni, commercialista ed ex consigliere economico di Matteo Renzi, alla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura. Dove pende un procedimento, per le indagini sulla Consip, a carico del pubblico ministero Henry John Voodcock e della collega Celestina Carcaro: “l’ultima battaglia” attorno al famoso magistrato partenopeo, l’ha definita in un titolo di prima pagina Il Fatto Quotidiano definendo “inedita” la procedura adottata dagli inquirenti del Palazzo dei Marescialli per mettere a confronto Vannoni col maggiore dei Carabinieri Gianpaolo Scafarto. Che fu presente a quel controverso interrogatorio, e forse anche estensore del relativo verbale, secondo i ricordi di Vannoni non confermati o decisamente negati dall’ufficiale, al pari di altre circostanze. Fra le quali il più grave è sicuramente il clima intimidatorio cui Vannoni ha attribuito la sua attribuzione della fuga di notizie sull’indagine Consip a Luca Lotti, all’epoca dei fatti sottosegretario e braccio destro di Renzi a Palazzo Chigi.

Ma veniamo a Prodi, un cui interrogatorio alla Procura di Milano nel 1993, quando era presidente dell’Iri, mi è tornato alla mente leggendo dell’affare Vannoni per quel che mi riferì tre anni dopo-ripeto- l’ex ministro della Giustizia Mancuso, sfiduciato al Senato nel 1995 con una inedita procedura, poi avallata dalla Corte Costituzionale, per avere osato mandare gli ispettori di via Arenula nel tribunale ambrosiano. Che era allora considerato un avamposto sacro della lotta alla corruzione per le indagini chiamate Mani pulite, così come la Procura di Palermo per la lotta alla mafia.

Ancora fresco di elezione a deputato nelle liste di Forza Italia, che lo aveva adottato come un eroe dopo la destituzione ministeriale per la quale si era speso personalmente persino l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, l’ex guardasigilli volle spiegarmi in un lungo colloquio le ragioni per le quali si sentiva “non so -mi disse- se più sorpreso o divertito” dalla nomina di Antonio Di Pietro a ministro dei Lavori Pubblici nel primo governo Prodi. Una nomina peraltro avvenuta su suggerimento -fu scritto allora- di una giovane nipote del presidente del Consiglio. Che trovò evidentemente formidabile l’idea della congiunta, nonostante egli avesse avuto con Di Pietro un’esperienza difficile, quando l’allora sostituto procuratore aveva voluto sentirlo nella caccia che conduceva a imprenditori e aziende che avevano finanziato illegalmente partiti, leader, leaderini e quant’altri.

Da quell’interrogatorio, di cui avevano in verità riferito anche alcuni cronisti giudiziari per avere sentito dietro la porta le urla inconfondibili del magistrato molisano, Prodi era uscito talmente impressionato da sfogarsene a Roma con Scalfaro, che lo consolò incoraggiandolo con la decisione di comunicare ufficialmente l’udienza appena accordatagli, e proprio con Mancuso. Di cui francamente non ricordo se allora fosse ancora procuratore generale della Corte d’Appello di Roma, o fosse appena andato in pensione.

Mancuso mi raccontò di avere trovato Prodi colpito, se non addirittura spaventato, dall’”irruenza inquisitoria, oltre che grammaticale e sintattica” di Di Pietro, che aveva scambiato le pause di riflessione del professore e il suo modo pacato di rispondere alle domande e di ragionarvi sopra come reticenza o qualcosa del genere. E che, “stremato dall’impazienza”, aveva concluso l’interrogatorio chiedendo sbrigativamente a Prodi di fargli avere una memoria scritta, o qualcosa del genere, sulle cose che gli aveva chiesto a proposito dell’Iri e delle sue aziende.

Alla stesura di quella memoria scritta Prodi provvide con una certa, comprensibile apprensione che Mancuso contribuì a fargli superare consigliandolo al meglio. Prodi ne uscì indenne.

Del racconto di quell’uomo formidabile che era Mancuso per cultura, esperienza, arguzia e simpatia mi avvalsi poi più volte in articoli, sul Giornale e sul Tempo, conservandone intatta la fiducia, e non incorrendo in alcuna smentita o precisazione. Che è la ragione per la quale sono tornato ora a scriverne sull’onda delle impressioni ricavate leggendo della vicenda Vannoni.

Gli interrogatori, o deposizioni, sono spesso esperienze illuminanti. Ne sa qualcosa anche un magistrato, un giurista e un politico come l’ex presidente della Camera Luciano Violante. Che, ascoltato una volta a Palermo dagli inquirenti per la presunta trattativa fra lo Stato e la mafia nella stagione delle stragi, da lui peraltro vissuta da presidente della commissione bicamerale antimafia, rimase colpito dalla immediatezza e un po’ anche dalla parzialità con le quali ritrovò sulle agenzie di stampa le notizie sulla sua deposizione.

Fu anche quella sua esperienza personale, credo, a suggerire a Violante il sarcastico e formidabile auspicio, che molti suoi ex colleghi di toga non gli hanno mai perdonato, di vedere finalmente “separate le carriere dei giornalisti e dei magistrati”, specie dell’accusa. Forse basterebbe ed avanzerebbe questa separazione, secondo Violante,  a rendere superflua quella più difficile, sul piano legislativo e costituzionale, fra le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

La promozione giolittiana di Salvini sfuggita al distratto Saviano

            C’è solo l’imbarazzo della scelta su chi ha sbagliato di più nello scontro consumatosi fra il vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini e lo scrittore Roberto Saviano, in ordine rigorosamente alfabetico dei loro cognomi. Uno scontro che ha consentito peraltro al leader leghista di occupare ancora una volta le prime pagine dei giornali sovrastando l’esposizione del governo e degli alleati grillini, che sembrano persino rassegnati a questo sorpasso, di natura ormai anche elettorale stando ai sondaggi.

            Salvini ha sicuramente sbagliato a minacciare di fatto, visto il ruolo che svolge tra Palazzo Chigi e Viminale, il ritiro o la riduzione delle misure di protezione in atto per Saviano. Che, minacciato dalla camorra, gira ormai scortato più di qualche magistrato che ne occupa.

            Ma pure Saviano ha sbagliato nel dare a Salvini del ministro della malavita anche per via della sua elezione a senatore in terra calabrese, in questa fase decisamente nuova del fenomeno leghista. Che nacque al Nord tra le nebbie padane e le insofferenze, a dir poco, per il Meridione e i suoi abitanti, affidati alla “forza” dell’Etna nelle scritte sui cavalcavia delle autostrade settentrionali apposte di notte da militanti e simpatizzanti del movimento allora guidato da Umberto Bossi.

            Ma “ministro della malavita” nella storia politica dell’Italia, anche se Saviano ha incredibilmente mostrato di non saperlo, o di averlo dimenticato nella furia della polemica, non è un insulto. Salvini potrebbe prenderlo addirittura per un augurio, essendoselo meritato nel lontano 1910 e anni successivi da Gaetano Salvemini l’allora potentissimo Giovanni Giolitti. Che fu 5 volte presidente del Consiglio e 6 volte ministro dell’Interno, contrassegnando talmente una lunga epoca dell’Italia da darle il suo nome. Non piacevano a Salvemini i candidati del piemontese Giolitti nei collegi elettorali del sud, dove venivano eletti, secondo lui,  più per l’appoggio del capo del governo che per i loro meriti. 

Della “età giolittiana” sono pieni i libri della storia italiana. E in senso non negativo ma positivo, pur avendo Giolitti avuto le sue disavventure con lo scandalo della Banca Romana. Che lo allontanò dalla politica per sette anni, richiamatovi poi per la forza della sua personalità e per il prestigio che evidentemente non aveva perduto da leader liberale.

            Se fossi in Salvini, dopo questa autorete di Saviano, non gli manderei un “bacione” per sfotterlo, come ha fatto il segretario della Lega replicando il suo modo di chiudere una polemica, ma glielo manderei davvero per gratitudine. Anzi, glielo darei alla prima occasione utile, anche a costo di essere maleducatamente respinto.

Si infittisce il mistero dei rapporti fra Luca Lanzalone e il Campidoglio

            Luigi Di Maio, Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro stanno tirando da giorni sospiri di sollievo nelle loro postazioni di governo almeno sull’affare Luca Lanzarone, dopo essere passati per parecchi giorni come i tre esponenti grillini che, occupandosi delle difficoltà di un’ancora esordiente sindaca di Roma Virginia Raggi, importarono in Campidoglio l’avvocato genovese. Che è finito agli arresti domiciliari soprattutto per i suoi rapporti col costruttore romano Luca Parnasi, imprigionato a Milano e poi tradotto a Regina Coeli per presunta associazione a delinquere e corruzione.

            Dopo avere dato l’impressione, forse a torto, per carità, di averlo dovuto in qualche modo subire, la sindaca Raggi, peraltro sentita già due volte in Procura come persona informata dai fatti, si è assunta la responsabilità di avere scelto Lanzalone come consulente o qualcosa di simile, sia pure senza contratto. Quello da lui proposto alla prima cittadina della Capitale, per quanto senza compenso, bastando e avanzando per sua stessa ammissione il prestigio che poteva derivargli, non fu a suo tempo approvato dall’Avvocatura capitolina.

            Ma sulla natura dei rapporti fra la sindaca e il suo consulente, prima e dopo il suo arrivo al Consiglio di amministrazione dell’Acea per assumere la presidenza della maggiore delle aziende municipalizzate di Roma, gli inquirenti non si sono ancora fatte idee ben precise. E non passa giorno senza che ricevano, forse senza neppure cercarle, notizie nuove che rischiano non di risolvere ma di aumentare i loro dubbi.

            Messaggero.jpgPotrebbe essere il caso dell’intervista rilasciata al Messaggero dall’imprenditore veneto Massimo Colomban, segnalato dai vertici grillini alla sindaca Raggi pochi mesi dopo la sua elezione e da questa nominato assessore alle aziende partecipate, ma dimessosi dopo quasi un anno proprio dopo l’approdo a Roma di Lanzarone. Che vi arrivò, secondo i ricordi di Colomban, per occuparsi non del progetto dello stadio romanista a Tor di Valle, poi finito fra le sue materie, ma dell’azienda comunale dei trasporti, l’Atac, prospettandone il fallimento, o qualcosa del genere, fra lo stupore e comunque la disapprovazione dell’assessore competente. Che tuttavia si vanta ancora di avere presentato lui l’avvocato genovese a Beppe Grillo in una cena nell’albergo romano davanti ai fori imperiali, dove il comico fondatore del Movimento 5 Stelle risiede quando si ferma nella Capitale. Altro quindi che il sindaco di Livorno Filippo Nogarin, espostosi qualche giorno fa con una intervista al Fatto Quotidiano per assumersi la responsabilità di avere introdotto presso i vertici del partito l’avvocato genovese, avendolo selezionato a dovere e sperimentato con soddisfazione nella soluzione dell’azienda dissestata dei rifiuti della città toscana.

            Comunque fosse arrivato a Roma, da chiunque introdotto, raccomandato e quant’altro, Lanzalone instaurò con la sindaca un rapporto avvertito dall’allora assessore Colomban come “un feeling professionale molto forte”. L’avvocato genovese era sicuramente “preparato, ma troppo esuberante”, e forse favorito in questa esuberanza da una certa debolezza, diciamo così, del personale politico ed amministrativo delle 5 Stelle. A proposito del quale Colomban ha detto di averne parlato con “Beppe” dicendogli che “ci sono giovani pieni di arroganza e supponenza che si sentono Grillo ma non lo sono”.

            Dimessosi da assessore alle aziende “partecipate”, Colomban fu sostituito l’anno scorso dal commercialista e docente universitario Alessandro Gennaro, che però è rimasto a quel posto ancora meno di lui.

 

 

 

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Il ritorno clandestino della vicenda giudiziaria targata Consip

             Forse perché alle prese con l’affare più recente e attuale dello stadio romanista a Tor di Valle, che ha un po’ guastato la festa anche all’esordiente governo a guida formalmente grillina, o forse per non farsi sospettare o accusare di volere  favorire il giro ormai decaduto, almeno per adesso, dell’ex segretario del Pd Matteo Renzi, nessuno dei giornaloni che si contendono i primi posti nella graduatoria delle vendite, o diffusione, ha dato la dignità o visibilità della prima pagina agli ultimi sviluppi della vicenda giudiziaria targata Consip. Il cui ritorno pertanto nelle cronache è stato quasi clandestino.

            Il Fatto.jpgEppure si tratta, come ha gridato con allarme in apertura Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, dell’”ultima battaglia contro il pm Voodcock”, troppo noto ormai per stare qui a ripercorrerne storia, carriera e quant’altro.

            La “battaglia” è in corso nella sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura, dove si è appena svolto, come si precisa nel titolo del Fatto Quotidiano, un “inedito confronto Vannoni-Scafarto”.Che non avrebbe “precedenti” in materia, spiega il giornale all’interno, come per avvertire che il pm di Napoli sta forse subendo un trattamento troppo particolare per non essere, diciamo così, segnalato a chi può essere preoccupato della sua sorte.

            Vannoni si chiama Filippo ed è un commercialista fiorentino, già consigliere economico di Palazzo Chigi, che in un interrogatorio subìto a Napoli il 21 dicembre 2016 senza assistenza legale, non essendo al momento indagato, disse al pubblico ministero Henry John Voodcock e alla collega Celestina Carcaro, presente l’allora capitano dei Carabinieri Gianpaolo Scafarto, di avere avvertito  l’amministratore delegato della Consip, acronimo della centrale degli acquisti della pubblica amministrazione, di un’indagine a carico suo e di altri per esserne stato informato da Luca Lotti, all’epoca dei fatti sottosegretario e principale collaboratore di Matteo Renzi alla Presidenza del Consiglio.

            Come aveva già fatto, non si sa se con gli stessi particolari o con altri, successivamente alla Procura di Roma, subentrata a quella partenopea in un ramo di indagini, Vannoni ha confermato ai consiglieri superiori della magistratura di avere fatto il nome di Lotti arbitrariamente, perché intimidito nell’interrogatorio a Napoli anche con minacce di arresto o allusioni in quel senso.

            Messo a confronto con Vannoni, l’allora capitano- ripeto- ma adesso maggiore Sacafarto, finito peraltro nei guai per quell’inchiesta essendo stato accusato dalla Procura di Roma di avere manipolato un rapporto nella parte in cui poteva danneggiare il padre di Matteo Renzi, lo ha contraddetto in tutte le circostanze, o quasi. Non avrebbe ricordato, per esempio, se avesse steso lui il verbale, poi firmato da Voodcock, dell’interrogatorio di Vannoni.

            Se ne riparlerà, sempre alla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura, il 5 luglio con l’audizione dei magistrati della Procura di Roma per concludere, in quella sede, entro lo stesso mese. Almeno così si spera, o si teme, secondo le aspettative, visto che l’organo di autogoverno della magistratura è in scadenza.  

Esplode la paura dei grillini contro gli alleati leghisti di governo

            Una goccia, la classica goccia, ha fatto traboccare il vaso della paura dei grillini nei riguardi degli alleati leghisti di governo, contro il cui leader Matteo Salvini, nonché vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, hanno protestato o puntato i piedi, all’unisono, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e l’altro vice presidente, Luigi Di Maio.

            La goccia solo formalmente è l’infortunio in cui è incorso Salvini annunciando un “censimento” dei rom diventato, dopo le proteste grilline, una “ricognizione” nei campi dove gli zingari vivono in Italia non sempre rispettando, obiettivamente, le leggi e spesso provenienti, sempre illegalmente, dall’estero.

          Rolli.jpg  Oltre ai grillini sono insorti vignettisti poco o per niente simpatizzanti del Movimento delle 5 Stelle, ma rimasti anch’essi basiti dal primo annuncio di Salvini, aggravato dal rammarico da lui dichiarato di poter espellere solo i rom stranieri, e di doversi invece tenere quelli italiani. Particolarmente impietose sono state le vignette di Nico Pillinini sulla Gazzetta del Mezzogiorno e di Stefano Rolli sul Secolo XIX, dove il leader leghista è stato rappresentato come un emulo di Mussolini o come un mostro con mano d’artigli.

            Non ha aiutato, diciamo così, Salvini neppure l’annuncio della solita visita d’amicizia e d’alleanza locale in quel di Arcore a Silvio Berlusconi, che non gode di particolari simpatie fra i grillini, e di una prossima, per quanto poi smentita, visita al Papa. Che potrebbe involontariamente contribuire, incontrandolo in Vaticano o altrove, ad aumentare la già forte visibilità del leader leghista, se non la si vuole chiamare popolarità.

            La goccia Salvini in versione anti-rom è tuttavia solo formale, come si è già accennato. In realtà, a far traboccare il vaso della paura dei grillini è stato di più il risultato di un sondaggio Swg condotto per conto de La 7, che accredita il sorpasso elettorale della Lega sulle 5 stelle, sia pure per soli due centesimi di punto: il 29,2 contro il 29, cui i grillini sarebbero scesi dal 32 per cento delle elezioni politiche del 4 marzo, quando il partito di Salvini peraltro era salito da una sola cifra, o quasi, al  17 e rotti  per cento “soltanto”.

            Contribuiscono a rendere sempre più allarmati e delusi i grillini anche gli sviluppi della vicenda giudiziaria del progettato stadio romanista a Tor di Valle, che ha portato agli arresti domiciliari il presidente dimissionario dell’Acea Luca Lanzarone, portato proprio dai grillini a Roma come un mago dalla sua Genova e dalla pentastellata Livorno, dove aveva salvato la dissestata azienda municipale dei rifiuti.

            Oltre alla crescente esposizione, nella vicenda giudiziaria, della sindaca Virginia Raggi, sentita due volte in pochi giorni alla Procura di Roma come testimone sui rapporti da lei avuti o subìti con Lanzarone – entrato in affari dopo il suo arrivo nella Capitale col costruttore Luca Parnasi, ora in galera con l’accusa di associazione a delinquere e corruzione-  dà un enorme fastidio ai grillini che abbiano fatto più notizia i favori, veri o presunti, forniti loro da Parnasi che i 250 mila euro donati ad un’associazione leghista. O i versamenti effettuati, sempre da Parnasi, ad esponenti come il sindaco di Milano Giuseppe Sala e organizzazioni riferibili al Pd.  Non parliamo poi dei soldi o altri favori finiti a esponenti della berlusconiana Forza Italia.

 

 

 

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L’apocalittica condanna della società civile: ultimo stadio del giustizialismo

Di fronte ai danni d’immagine, a dir poco, procurati ai grillini dalle disavventure giudiziarie di quel fiore all’occhiello che consideravano l’avvocato genovese Luca Lanzarone, premiato -parola di Luigi Di Maio- con la presidenza dell’Acea per le prove di competenza e di affidabilità date con la gestione del progetto di uno stadio romanista a Tor di Valle, Marco Travaglio si è irrigidito nel suo vantato giustizialismo. Eppure sembrava, lì per lì, che fosse stato tentato dal ricorso a modiche quantità di garantismo all’ombra della cosiddetta presunzione di non colpevolezza, assicurata dalla Costituzione a indagati e imputati sino a condanna definitiva.

Credo che sia costato al direttore del Fatto Quotidiano trattenersi dall’abitudine di storpiare il nome al malcapitato di turno, chiamando per esempio Lazzarone l’uomo finito agli arresti domiciliari per i suoi rapporti col costruttore romano Luca Parnasi, tradotto invece in carcere con l’accusa di associazione a delinquere e altro. Ma non è detto che prima o dopo non tocchi anche all’ex presidente dell’Acea il sarcasmo della manipolazione anagrafica, che è un po’ un supplemento di pena per chi incorre nella penna, o nel computer, del più severo fustigatore, credo, impegnato in Italia fra la sua redazione e i salotti televisivi che se lo contendono.

Non ha rasserenato Travaglio neppure il soccorso fornito ai vertici grillini, ora anche di governo, dal sindaco pentastellato di Livorno Filippo Nogarin. Che in una intervista proprio al Fatto Quotidiano si è assunta da solo la responsabilità di avere “scoperto”, in una selezione accuratissima al capezzale dell’azienda comunale della nettezza urbana, l’avvocato genovese presentandolo poi a Beppe Grillo, a Casaleggio figlio e forse anche padre, a Luigi Di Maio, ad Alfonso Bonafede e a Riccardo Fraccaro, in quei tempi alle prese con le disavventure amministrative della loro collega di partito Virginia Raggi fra le pareti e sotto gli stucchi del Campidoglio. Essi ne erano diventati i consiglieri e persino i “commissari”, secondo titoli di giornale che non rimediavano uno straccio di smentita e indusse ingenui e sprovveduti come noi, al Dubbio, a simpatizzare o quasi per una donna che sembrava sotto assedio.

Troppo facile prendersela, deve aver pensato Travaglio, con quello sprovveduto o sfortunato di Nogarin. O con “la mancanza -ha scritto lo stesso direttore del Fatto Quotidiano– di una classe dirigente affidabile” fra i grillini e con la loro “disinvoltura nella scelta dei collaboratori”. Se anche uno come Luca Lanzarone arriva a Roma con l’aureola del mago, dell’incorruttibile e di non so che altro e finisce “in affari” -come ha detto in televisione Travaglio- con palazzinari e faccendieri, attratti forse più dalla sua influenza nel partito emergente di Grillo che dalle sue qualità professionali di avvocato e poi anche di amministratore, vuol dire che c’è ormai, nella Capitale ma forse anche altrove, “l’inquinamento endemico e sistemico della società civile”.

Così ha scritto, testualmente, Travaglio nell’editoriale di domenica scorsa a commento dell’intervista di Nogarin e, più in generale, della vicenda giudiziaria esplosa tra i piedi e le mani del partito in festa per essere andato al governo, sia pure nella scomoda compagnia dei leghisti. Ai quali notoriamente quelli del Fatto Quotidiano avrebbero preferito il Pd, possibilmente derenzizzato ma all’occorrenza anche con Matteo Renzi ancora nella cabina di regia, se l’ex segretario ne avesse avuta la voglia.

L’apocalittico annuncio della morte della “società civile”, o della sua irrimediabile crisi, lascia francamente senza fiato. Che ne sarà mai, a questo punto, della povera Italia? Il giustizialismo al minuto, applicato a questo o a quel caso, secondo le convenienze, non basta più. Il giustizialismo va venduto e praticato all’ingrosso. Per la società civile non ci potranno mai essere posti a sufficienza nelle carceri e nelle aule dei tribunali. Non per niente già da tempo i processi mediatici hanno preso il posto di quelli odiosamente normali e troppo lunghi anche per i cultori della gogna, oltre che per gli imputati.

Anche la società civile è diventata una parolaccia, o qualcosa di simile. Ma un po’, diciamo la verità, essa se l’è cercata, sin da quando, negli anni di Tangentopoli e delle indagini enfaticamente chiamate Mani pulite, si lasciò e si sentì rappresentata dai cortei che sfilavano in magliette sotto le finestre delle Procure incitando i magistrati che vi lavoravano a farli “sognare” col gioco sinistro delle manette.

 

 

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