Le illusioni del campo largo dell’alternativa testimoniate da Marco Travaglio

       Caspita. Già ci risiamo con la condivisione di una posizione di Marco Travaglio. La cosa comincia a preoccuparmi davvero. Gli riconosco il merito della chiarezza nella rappresentazione della gara in corso nel cosiddetto campo largo per definire leader e programma di un governo alternativo a quello in carica di centrodestra guidato da Giorgia Meloni. Leader e programma, in particolare, di politica estera e di difesa.

       “Se il premier -ha spiegato Travaglio sul Fatto Quotidiano  raccontando dell’”ultima piazza” dove si sono esibiti a Napoli insieme la segretaria del Nazareno e l’ex premier pentastellato- sarà la Schlein e alla Difesa andrà uno qualunque del Pd (su questo Guerini, Fassino, Quartapelle e lo schleiniano Taruffi la pensano allo stesso modo), non cambierà nulla” rispetto a quanto fa la Meloni aiutando l’Ucraina e partecipando all’aumento delle spese militari nell’Unione Europea, “Se invece il premier sarà Conte e alla Difesa andrà un nemico del riarmo, cambierà almeno qualcosa”, ha scritto Travaglio non spingendosi sino al “tutto” chissà per quale crisi intervenuta nei suoi rapporti di stima, se non di devozione, con l’aspirante pentastellato al ritorno a Palazzo Chigi.

       “Se non si scioglie questo nodo”, anzi “il nodo”- ha spiegato Travaglio calandosi anche lui nelle cronache di piazza e dintorni- è inutile farsi i selfie in trattoria o i comizi “unitari” parlando d’altro o sparando retorica “mai più divisi”: le foto puzzano di fasullo almeno quanto le parole”. Un campo largo, se non “giusto” come lo preferisce Conte, ma un po’ anche maleodorante.

       Credo che anche dalla rappresentazione di Travaglio abbia ricavato l’insospettabile Massimo Giannini, sulla Repubblica di carta in crisi di identità e di direzione col suo nuovo editore greco, la sensazione che il progetto dell’alternativa sia fatto solo di “illusioni”. E che le carte continui ad averle in mano la Meloni, pur sconfitta nel referendum sulla riforma costituzionale della magistratura. Che peraltro non se la passa proprio bene neppure essa, dopo essere scampata al destino che temeva di sottomissione al governo. Essa è sottomessa, ancora peggio, ai suoi giochi interni.

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Che cosa mi sono perduto dell’ìmprevedibile Walter Lavitola

Dalle cronache del caso Ranucci-Lavitola ho scoperto che cosa mi sia perduto resistendo tante volte alla tentazione di andare al Cefalù, il ristorante romano di pesce allestito dal mio amico Walter -sì, Lavitola, proprio lui- dopo le sue avventure e disavventure politiche, giudiziarie e editoriali. Alle quali mi capitò per qualche mese di partecipare collaborando, su richiesta del nostro comune amico Fabrizio Cicchitto, al tentativo di rianimare la storica testata socialista di Avanti! mettendogli l’articolo e l’apostrofo con la benevola disattenzione della magistratura napoletana. Scappai via quando seppi, fra l’altro, che Lavitola stava trattando con Massimo D’Alema, o qualche suo emissario, per cedergli la testata. Sentii, non so ancora se a torto o a ragione, puzza di tradimento anche personale di Bettino Craxi e me ne andai ritirando la partecipazione del tutto gratuita, come per il resto, ad un comitato di garanzia, o qualcosa del genere, in cui avevo accettato di entrare, fra gli altri, con Margherita Boniver.

       Già allora tuttavia avevo avvertito odore o puzza, come preferite, di pesce sentendo Walter, alla guida della sua auto, trattare al telefono partite importanti di pesca parlando al telefono con un amico o socio in Sud America.

       Mi sono perso, tornando all’inizio, ciò che invece ha visto e vissuto al Cefalù il mio amico più socievole e curioso Paolo Mieli. Che ha raccontato, anzi testimoniato, in televisione di Lavitola e della sua amicizia col conduttore, inchiestista e altro ancora della Tv di Stato Sigfrido Ranucci. Di cui Walter, commissionando o preparando sondaggi, si sarebbe messo in testa di coltivare o assecondare un’impresa politica nel campo largo, larghissimo dell’alternativa al centrodestra. Dove il volenteroso, generoso e fantasmagorico Goffredo Bettini, magari, avrebbe potuto rimediare un posto se la faccenda non avesse avuto gli sviluppi persino “stragisti” di un attentato finalizzato ad aumentare la visibilità di Ranucci. Che ora non si dà pace, pubblicamente, del carattere a dir poco paradossale della sua vicenda mediatica. Come -risulta dalle dichiarazioni di un avvocato- non se ne dà lo stesso Lavitola, sotto indagini sinora a piede libero dopo essere stato interrogato e perquisito.

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Le pulci del Corriere a chi manomette o tradisce davvero la Costituzione

       Con un sovrapposto, come si chiama un fucile a due canne messe una sull’altra, anziché la doppietta in cui le canne sono una accanto all’altra, il Corriere della Sera ha sparato contro la pretesa -vecchia come la Repubblica ma rinnovata con particolare forza da quando Giorgia Meloni si è praticamente messa in  corsa per il Quirinale- di escludere la destra, benchè votata e arrivata a Palazzo Chigi con la premier in carica, dal vertice dello Stato. O, peggio ancora, di contraddire l’affermazione che pure ogni tanto si fa retoricamente che la Costituzione sia “di tutti”, e non solo della sinistra, o del cosiddetto centro sinistra che vorrebbe addirittura intestarsela mettendola nel nome della coalizione alternativa generalmente chiamata sinora “campo largo” fra le sofferenze, in particolare, di Giuseppe Conte. Che non lo vorrebbe abbastanza largo da compromettere la sua ambizione a guidarla come candidato alla Presiden za del Consiglio. Onorata dallo stesso Conte, come dicono Marco Travaglio ed altri estimatori, secondo solo a Camillo Benso di Cavour, conte con tanto di certificazione nobiliare.  

       Ernesto Galli della Loggia sopra e Antonio Polito sotto hanno fatto le pulci, denunciandone l’ipocrisia e l’arbitrarietà, a quanti sostengono, aggrappati all’antifascismo, la unilateralità della Costituzione ignorando, fra l’altro, il concorso già dato dalla destra all’elezione di alcuni presidenti della Repubblica, e la natura non certo di sinistra culturale, ideologica e quant’altro di Capi dello Stato come i primi due, Enrico De Nicola e Luigi Einaudi, per giunta monarchici nelle urne referendarie del 2 giugno 1946, Giovanni Gronchi, già sottosegretario di Benito Mussolini, Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro  e Carlo Azeglio Ciampi, nessuno dei quali provenienti dal Pci, pur eletti anche da comunisti e post-comunisti.

       Più impietoso del forse più autorevole e accademico Ernesto Galli della Loggia, sovrappostogli graficamente, Antonio Polito ha denudato l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani deridendone la pretesa che candidati e candidate al Quirinale, da etero e non, abbiano con la Costituzione un “rapporto intimo”, visibile senza bisogno di guardare dal buco della serratura. Siamo ormai all’erotismo politico.

Il palinsesto politico di Urbano Cairo, severo solo con Mario Draghi

         Fra una conferenza stampa sui palinsesti della sua 7, relegata a pagina 13 del suo Corriere della Sera, senza un rigo di richiamo in prima, e chiacchiere al buffet con Carmelo Caruso finite invece sulla prima pagina del Foglio, l’editore Urbano Cairo ha concesso un po’ di licenze politiche. Alla segretaria del Pd Elly Schlein, per esempio, pur perdonandole una certa frequentazione del “sopravvalutato” Mario Draghi, battuto “5 a 0” da Sergio Mattarella al Quirinale, Cairo ha riconosciuto, per carattere e altro, il diritto di aspirare a Palazzo Chigi in caso di vittoria elettorale. Ha avuto modo, Cairo, di apprezzarne le qualità in due incontri avuti a Roma.

         Alla premier Giorgia Meloni, esortata a tenersi davvero alla larga dal generale Roberto Vannacci pur valutato attorno al 10 per cento dei voti, Cairo ha riconosciuto invece, sempre in caso di vittoria elettorale e conseguente disponibilità parlamentari, il diritto di aspirare e arrivare anche al Quirinale. E non come donna ma come leader. Lo ha detto in questi giorni anche il giurista, ex ministro, professore emerito Sabino Cassese facendo saltare su una sedia in televisione l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani. Ma che sia d’accordo anche Cairo ha evidentemente il suo peso, di carattere un po’ risarcitorio considerando l’antimelonismo diffuso diciamo così, nelle trasmissioni televisive de la 7. Di cui l’editore preferisce però vedere l’aspetto positivo per la premier, che avrebbe tutto da guadagnare elettoralmente dagli insulti, strapazzate e simili dell’ormai impopolare presidente americano Donald Trump attenzionati da conduttori e ospiti de la 7, appunto.

         Anche su un suo personale futuro politico, sulla scia del suo ex datore di lavoro Silvio Berlusconi, l’editore Cairo ha concesso qualcosa, Non tutto, ma qualcosa sì, che invece non ha visto o non vede in Pier Silvio Berlusconi, il maschio maggiore del compianto ex presidente del Consiglio. Non una parola invece sulla figlia primogenita Marina. E anche questo potrebbe avere il suo significato.

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Il gorilla della Casa Bianca ancora invaghito di Giorgia Meloni

Lo stato dei rapporti fra il presidente americano Donald Trump e la premier italiana Giorgia Meloni mi richiama alla mente le immagini cinematografiche del gorilla King Kong e della bionda Ann Darrow raccolta in una sua mano. Immagini della bella e della bestia in fondo generose per Trump, vista la generosità, simpatia e quant’altro che il gorilla delle pellicole di più di cento anni fa mostrò liberando e salvando Ann prima di finire tragicamente abbattuto dagli aerei sull’Empire State Building. Di cui Trump potrebbe trovare un presagio metaforico nelle elezioni americane di mezzo termine dell’autunno prossimo. Alle quali egli si avvicina come peggio non potrebbe, fra guerre che apre senza riuscire a chiudere davvero, come in Iran, dandone la responsabilità anche all’incolpevole Meloni che non l’avrebbe aiutato come lui si aspettava, e la guerra in Ucraina, cioè in Europa, che Trump sta permettendo alla Russia di Putin di portare avanti da più di quattro anni ormai. Una guerra che il presidente in carica degli Stati Uniti addebita al suo predecessore Joe Biden, per il sostegno o l’incoraggiamento dato a Zelen sky, piuttosto che a Putin, invertendo le parti cristallizzate nei fatti e nelle date.  

         C’è del metodo, come nell’Amleto shahesperiano, nella follia di Trump che prima promuove a rapporto “speciale” quello della premier italiana con lui, poi lo strappa, poi ancora lo recupera, lo strappa di nuovo provando “pena” per lei, poi ancora e infine lo recupera dicendo che la Meloni gli “piace” ancora. O è tornata a piacergli, per quanto lo avesse deluso o persino tradito nel suo tentativo di rimandare l’Iran alla “età della pietra”.

         Trump mi sembra che abbia semplicemente scelto di intromettersi di fatto nella campagna elettorale in Italia, cominciata col solito anticipo rispetto alla scadenza ordinaria delle Camere, per aiutare non la Meloni, alla ricerca di una conferma a Palazzo Chigi, e poi magari di un trasferimento al Quirinale, ma i suoi avversari del campo largo dell’alternativa. Un campo dal programma e dalla leadership ancora incerti, ma della fisionomia politica più affine all’ordine, o disordine, perseguito da Trump. Un ordine, o disordine, che sia il più vantaggioso per la Russia in Europa. Un ordine, o disordine, da brividi, nel quale potrebbero alla fine confluire in Italia persino il generale Roberto Vannacci e l’ex premier Giuseppe Conte, ancora Giuseppi per Trump, che seppe prevederne il plurale, in tutti i sensi, già nel 2019, nel suo primo passaggio alla Casa Bianca.

Pubblicato sul Dubbio

Trump cerca di inguaiare sempre di più la Meloni in Italia

         Per quanto renitente, diciamo così, alle sue aspettative, richieste, ordini e quant’altro sulla guerra all’Iran dalla quale non riesce a venir fuori davvero, nonostante la vittoria declamata, la premier Giorgia Meloni continua dunque a “piacere”, letteralmente, al presidente americano Donald Trump. Che, dopo averlo annunciato, ne avrà magari anche apprezzato l’eleganza alla cena di gala del raduno della Nato in Turchia. Un’eleganza in abito rigorosamente nero che prima o poi, vedrete, verrà indicato dall’antifascismo militante come prova di fascismo congenito della leader della destra italiana non ancora passata purtroppo, per lor signori, con armi e bagagli al generale Roberto Vanacci, aiutato in tutti i modi dalla sinistra a crescere almeno come bolla mediatica, o sondaggistica.

         Nel rapporto fra Trump e la Meloni c’è qualcosa di tossico che il presidente degli Stati Uniti non riesce ormai a nascondere più, tanto sono irreefrenabili  i suoi istinti di guastatore. La trammellonite, direi,  si proietta sulla campagna elettorale in corso in Italia, per quanto formalmente non ancora aperta. Quel “piacere”, ripeto, che Trump ancora dichiara di provare pensando alla premier italiana, che sembrava invece essere stata da lui scaricata nei precedenti capitoli di questa storia buffa, serve giusto ad alimentare la rappresentazione di sinistra della Meloni come di una donna  in ginocchiere per adorarlo. E magari anche leccare il maggiore patrimonio, più grande anche dei soldi, che il presidente ritiene di possedere: il culo, detto papale papale, come lui stesso lo chiama, compiaciuto di quanto l’intero mondo aspiri a baciarlo.

         Un governo di destra, centrodestra e simili in Italia non è più negli interessi, e tanto meno nei desideri, del presidente più lunare degli Stati Uniti. A lui conviene di più, in quel che gli resta del mandato alla Casa Bianca, il governo dell’alternativa, come lo chiamano nel campo largo e lungo, dove il disinteresse o la prevenzione contro l’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin è maggiore che a destra. Una prevenzione innaffiata col solito vino della pace minacciata da quanti non assecondano il Cremlino, come invece Trump sta cercando di fare da quando è stato rieletto, tra incontri e telefonate con l’uomo che più ammira nel mondo: Putin, appunto. Al quale solo uno scimunito e/o criminale come il predecessore Joe Biden, secondo Trump, poteva pensare di contrapporsi.

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La nuova vita procurata a Luigi di Maio da Mario Draghi

Pur con tutta la simpatia che merita per la sua moderazione in una sinistra mediatica e politica generalmente poco moderata nelle sue pratiche e ambizioni, per cui l’erba del centro nel suo campo non riesce a superare lo stato di cespugli, temo che Antonio Polito si sia lasciata prendere troppo la mano nella descrizione del fenomeno che sarebbe riuscito a diventare da solo Luigi Di Maio nella sua seconda o terza vita. Che è quella di una specie di ambasciatore o plenipotenziario dell’Unione Europea nel Golfo Persico ribollente di guerre e di tregue troppo fragili.

         L’ex vice presidente pentastellato della Camera e del Consiglio, nonché ex ministro, persino degli Esteri nel governo di Mario Draghi, si è guadagnato gli elogi di Polito per avere saputo riconoscere i suoi errori di presunzione e populismo in una intervista autobiografica. E aver saputo ripartire da solo -ripeto- da quel misero 0,6 per cento dei voti raccolto dopo avere rotto con Giuseppe Conte e il dimezzato movimento 5 Stelle. E’ quel “da solo” che non condivido del racconto e dell’analisi di Polito. Che ha il torto di ignorare l’aiuto che Di Maio ha ricevuto da Draghi per rimanere incredibilmente in carriera, addirittura internazionale, dopo quel risultato da prefisso telefonico, davvero. raccolto nelle elezioni del 2022 nel suo territorio.

         La pratica di Luigi Di Maio a Bruxelles per il Golfo Persico fu avviata da Mario Draghi ancora a Palazzo Chigi e poi sostenuta dall’ex premier da casa, grazie ai rapporti internazionali costruiti già prima di diventare capo del governo italiano. Rapporti, direi, non solo internazionali ma anche domestici, avendo Giorgia Meloni, succedutagli a Palazzo Chigi, assecondato l’iniziativa di Draghi per ragioni, credo, più di garbo e rispetto per lui che di convinzione. Ragioni che altri a sinistra non avrebbero, temo, saputo e voluto avvertire.

         Nella sua seconda o terza vita, ripeto, dopo le bibite vendute allo stadio di Napoli e le avventure di partito e di governo procurategli da Beppe Grillo, peraltro tra risate e allusioni critiche, Di Maio gode della luce riflessa di Draghi, l’italiano forse più noto e apprezzato al mondo. Più ancora, credo, senza volergli mancare di rispetto, del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Al quale non fu permesso a Draghi di succedere, alla scadenza del primo mandato, per ragioni politiche di scarsa nobiltà, diciamo. Se c’era uno che meritava di salire così in alto era lui.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it l’11 luglio

La paura del povero Bersani di vedere la mucca persino al Quirinale

         Autore di metafore che gli hanno forse reso in popolarità più dei tanti anni spesi in politica ricavando meno potere di quanto non ne meritasse, bloccato sulla strada di Palazzo Chigi nel 2013 dai grillini, l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani sta vivendo peggio ancora di altri compagni della sinistra la prospettiva di un Presidente della Repubblica proveniente da una destra dichiarata e certificata, e non da una derivata o camuffata. Come sarebbe stata quella attribuita dallo stesso Bersani a Francesco Cossiga e Carlo Azeglio Ciampi, eletti al Quirinale anche con i voti dei comunisti. Cosa di cui si è recentemente vantato, aggiungendovi Oscar Luigi Scalfaro, anche Achille Occhetto, l’ultimo segretario del Pci e primo della Cosa subentratagli con l’immagine della Quercia.

         La destra travestita da mucca e avvertita da Bersani nei corridoi del Nazareno da solo, nonostante l’ingombro e la puzza degli escrementi, non solo si è poi trasferita a Palazzo Chigi, al seguito della premier Giorgia Meloni, ma potrebbe arrivare fra tre anni anche al Quirinale, magari sempre al seguito della Meloni. Che si è praticamente proposta di recente facendo aumentare i soliti allarmi antifascisti, già scattati per la nuova legge elettorale in cantiere alla Camera.  Il cui premio di maggioranza rendere il centrodestra autosufficiente anche nelle partite quirinalizie.

         Fervido di fantasia questa volta anche un po’ erotica, Bersani in una intervista alla solita Repubblica ha reclamato per un candidato accettabile al Quirinale “un rapporto intimo con la Costituzione”, testuale. Un rapporto o problema “non aggirabile, a meno che non si proceda -ha detto- a un’avventura, e cioè ad una manomissione dei meccanismi elettorali”. E ciò proprio con quel premio di maggioranza che Bersani contesta alla Meloni di perseguire in quest’ultimo anno di legislatura per potersi portare la mucca appresso sul Colle.

         Qui di “intimo”, se Bersani mi permette di seguirlo nell’ironia o nel sarcasmo, ma anche se non me lo permette, io vedo e avverto in politica solo il rapporto della segretaria del Pd Elly Schlein con la sua compagna. Che la stessa Schlein ha recentemente rivendicato pur sospettandone, anzi denunciandone l’effetto ingiustamente negativo che potrebbe procurarle presso l’establishment  nella sua corsa a Palazzo Chigi, l’unica peraltro consentitele dall’anagrafe e dalla Costituzione. Per scalare eventualmente anche il Quirinale, prevalendo sul solito concorrente Giuseppe Conte del campo largo o comunque destinato a chiamarsi, la Schlein dovrà aspettare ancora nove anni, avendone oggi solo 41 ed essendone necessari almeno 50. 

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Trump non prenota (ancora) la quinta scultura sul Monte Rushmore

         C’è dunque, e per fortuna, grazie forse alle preghiere di un Papa per la prima volta d’oltre Oceano, qualche speranza per gli Stati Uniti. Il cui presidente Donald Trump ha avuto la modestia sorprendente, nella festa dei 250 anni degli Usa, di non proporsi allo scultore per aggiungere il suo volto, visto che c’è lo spazio, ai quattro scolpiti sul Mount Rushmore in memoria di Washington, Jefferson, Lincoln e Roosevelt. Sono i quattro sopravvissuti nelle loro gigantesche dimensioni di 18 metri l’uno alla furia generalmente iconoclasta del presidente più estemporaneo della lunga storia degli Stati Uniti. Una storia minacciata ancora -pensate un po’- dal “rischio comunista”, ha detto Trump, che pure l’aveva archiviato in Alaska a Ferragosto dell’anno scorso nel summit coreografico con l’amicone Putin, il comunista più autentico e militarizzato lasciato in eredità dai predecessori al Cremlino. Non un “immigrato clandestino”, non un “criminale” comune o speciale, non un “lavativo”, come Trump considera il comunista tipico, ma semplicemente un despota, Putin,  insofferente ai confini. Che dall’Alaska tornò a casa, quasi un anno fa, non dico incoraggiato ma convinto di poter contare sul presidente degli Stati Uniti nella prosecuzione della “operazione speciale” di cosiddetta denazificazione e altro della limitrofa Ucraina. Un’operazione diventata una delle guerre più lunghe in Europa.

         Proprio in Europa, nelle due prime guerre mondiali, gli Stati Uniti si guadagnarono nel secolo scorso l’onore che stanno rischiando invece di perdere questa volta con un presidente convinto paradossalmente di riportare il suo Paese alla grandezza dei fondatori tradendo e abbandonando gli alleati.  Ma il diavolo, per tornare alla speranza iniziale, fa le pentole senza i coperchi.

         Il coperchio nel nostro caso è il Papa americano avvolto nei suoi panni bianchi e nel vento a Lampedusa, dove manca solo la  Statua della libertà di una volta a New York. 

Il declino inarrestabile di Trump e la forza crescente del primo Papa statunitense

         Per un giorno, almeno per uno, non guardiamo, per favore, al dito delle miserabili polemiche della cosiddetta politica interna, dove si fronteggiano ambizioni di carriera, diciamo così, più che progetti presuntuosamente alternativi. Vediamo piuttosto la luna. O, immaginandoci lassù, la Terra, con la maiuscola del nostro pianeta. Dove gli Stati Uniti d’America stanno perdendo per consunzione mediatica il presidente eletto Donald Trump e ritrovato la loro guida nel primo Papa d’Oltre Oceano nella storia della Chiesa. Che, non sentendosi per niente in debito col connazionale che riteneva di averlo saputo imporre allo Spirito Santo nel Conclave dopo la morte del sudamericano Bergoglio, Papa Francesco, gli ha gridato in faccia quello che merita. Di stare tradendo la storia degli Stati Uniti nati e cresciuti con gli immigrati “coraggiosi che sognavano libertà e vite migliori”, compresi tanti italiani traditi dai contemporanei impegnati contro l’immigrazione, sino a scambiare per una persona seria un generale propostosi di rimettere a posto un mondo capovolto.

         Trump, involontariamente generoso con la premier Giorgia Meloni sommergendola di insulti che le hanno restituito spazio politico, fuori e dentro l’Italia, è in un declino ormai inarrestabile. I sondaggi americani lo danno in caduta libera. L’Iran che lui voleva restituire alla libertà confiscata dagli ayatollah, ma anche all’”età della pietra” se questi intonacati gli avessero resistito, piange in un lutto di sette giorni Kamenei ed è guidato da un figlio per quanto ridotto così male da non potere comparire in pubblico. Vivono di preghiere e salmi, dicono, ma anche uranio arricchito.

         L’Ucraina che avrebbe dovuto sostanzialmente arrendersi alla Russia, autorizzata dallo stesso Trump a proseguire la sua invasione, meritata per la presunta nazificazione di Kiev ad opera di Zelensky,, resiste con l’appoggio dell’Europa, Italia compresa, e del Canada.

         Oltre che i russi in Eurasia, i cinesi continuano a fare i loro comodi a casa e fuori casa, spesso procurandosi persino l’ammirazione invidiosa del presidente americano in persona.

         Dio solo sa che cosa ci toccherà ancora di vedere nella seconda e ultima parte del secondo mandato di Trump, consolati -non di più- da ciò che sopravvive ancora degli Stati Uniti non alla Casa Bianca ma in Vaticano, grazie a un Papa provvisto non di truppe, come al solito dopo la sua storia temporale, ma di fede e di coraggio. Ne dovremmo assumere anche noi, a sinistra, a destra e nell’affollatissimo centro, per non perderci nella meschinità  delle nostre polemiche per qualche punto in più o in meno nei sondaggi, e delle ambizioni che ne derivano, spesso più personali che di schieramento.   

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