Nè rottura nè chiarimento fra Draghi e Conte, che reclama tuttavia “forti segni di discontinuità”

Dopo più di un’ora di incontro con Draghi a Palazzo Chigi Giuseppe Conte si è presentato ai giornalisti per riesumare formule e linguaggi da cosiddetta prima Repubblica, già riapparsi d’altronde per iniziativa d’altri in questi anni che pure dovevano essere tanto diversi. Egli ha chiesto, per esempio, “forti segni di discontinuità” nell’azione di governo per garantire davvero e non solo annunciare la disponibilità del MoVimento 5 Stelle a farne parte. Non ricordo più quante edizioni del centro-sinistra prima di Aldo Moro e poi di Mariano Rumor hanno rincorso discontinuità reclamate dai socialisti e da altri alleati della D.

Discontinuità nel 2019 fu chiesta anche dal Pd allora guidato da Nicola Zingaretti per sostituire la Lega nel governo, finita l’esperienza gialloverde d’inizio della legislatura in corso. Discontinuità significava innanzitutto cambiare presidente del Consiglio, nella ragionevole presunzione che quello uscente non fosse tanto disinvolto da poter stare a Palazzo Chigi cambiando così radicalmente maggioranza. Ma Conte non ne volle sapere e rimase al suo posto con i grillini schierati al suo fianco, compreso Luigi Di Maio. Che pure avrebbe potuto prenderne il posto, e lo aveva rifiutato quando ad offrirglielo era stato Salvini per riesumare la maggioranza gialloverde che aveva fatto saltare nella presunzione di ottenere le elezioni anticipate e di uscirne con i “pieni poteri”.

La discontinuità ora reclamata da Conte a Draghi, lasciandolo ancora- bontà sua- a Palazzo Chigi, dovrebbe essere “forte” quanto è il “disagio politico” nel quale il presidente del Consiglio avrebbe messo il MoVimento 5 Stelle, o ciò che ne è rimasto dopo la scissione di Di Maio. Dietro alla quale Conte ha visto lo zampino di Draghi, le cui smentite non sono servite a dissipare i suoi sospetti. Così come le smentite di Beppe Grillo non hanno dissipato non il sospetto ma la convinzione di Conte che Draghi -sempre lui- abbia tentato di convincere il “garante” del MoVimento 5 Stelle a “farlo fuori”. Ma con Grillo, che pure aveva rivelato quei tentativi parlando con un bel pò di amici poi apparsigli dei “traditori” in una rivisitazione semiletteraria dell’Inferno di Dante, l’ex presidente del Consiglio non ha ritenuto di aprire alcuna polemica dopo la smentita. Evidentemente il garante -per usare un aggettivo che piace a Conte- è ancora troppo forte nel Movimento, o -ripeto- in quel che ne resta, per essere da lui affrontato. 

Mario Draghi

Ma torniamo all’incontro con Draghi. Il contenzioso del suo predecessore rimane aperto anche dopo l’incontro. Non si è avuta la rottura che qualcuno forse si aspettava fra i pentastellati, ma neppure il completo chiarimento e rasserenamento che sarebbero stati utili al governo in questa stagione politica in cui le emergenze si accavallano anziché diminuire di numero e di intensità. Nè Draghi, con una serietà che una volta tanto gli ha riconosciuto lo stesso Conte, immagino con quanto stupore o dispetto di chi lo rimpiange a Palazzo Chigi un  giorno sì e l’altro pure, ha voluto fare finta di nulla per quieto vivere. Si è preso “un pò di tempo” -ha detto lo stesso predecessore- per esaminare le richieste di “discontinuità” presentategli con tanto di documento. 

Si continuerà insomma a navigare a vista, in attesa del prossimo incidente, o salto d’umore o ultimatum. Anzi, penultimatum di Conte. Parola di Grillo: sempre lui, il vero problema -come dicono sempre più numerosi gli osservatori politici- dell’avvocato rimasto senza popolo.  

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Gli accordi con Erdogan aumentano il contenzioso delle 5 Stelle con Draghi

Titolo di Repubblica

  Più che dei veti, come ha preferito chiamarla la Repubblica, è la battaglia dei voti quella scoppiata nel governo, nella maggioranza e fuori dall’uno e dall’altra: voti peraltro immaginari pensando al rinnovo delle Camere, ordinario o anticipato che possa rivelarsi. Ordinario, naturalmente, nelle speranze di Giuseppe Conte e di Matteo Salvini, che chiudono la legislatura praticamente insieme come l’avevano cominciata nel 2018, convinti che   una campagna elettorale abbastanza lunga -quasi un anno- possa aiutarli a fermare il declino o, rispettivamente, a recuperare un pò di quel che hanno perduto. Anticipato il più possibile -il rinnovo delle Camere- per chi come Giorgia Meloni è stata sempre all’opposizione ed è per questo cresciuta tanto da essersi classificata in testa con i suoi “fratelli d’Italia” nella graduatoria dei sondaggi. Ma anche per Enrico Letta, il segretario del Pd, che non a caso è diventato spesso l’interfaccia della Meloni, ed ha l’interesse sempre meno nascosto a farla finita il più presto con questa legislatura da vertigini.

Ciò che il segretario del Pd si è trattenuto dal dire per ragioni estreme di diplomazia lo ha fatto spiegare dal ministro della cultura Dario Franceschini, centrale in ogni maggioranza al Nazareno: una crisi porterebbe non solo ad elezioni anticipate ma anche alla fine del cosiddetto o presunto campo largo con le 5 Stelle. Che senza un’intesa elettorale col Pd per la distribuzione dei seggi nei collegi nominali uscirebbero dalle urne con prefissi telefonici: davvero polvere di stelle.

Il titolo del Riformista
La vignetta del Fatto Quotidiano

        L’ansia da prestazione, diciamo così, alla vigilia dell’incontro fra Draghi e Conte rinviato da lunedì ad oggi a causa della tragedia della Marmolada, ma anche della missione del presidente del Consiglio in Turchia, si è avvertita sotto le cinque stelle a tal punto che il giornale di sostanziale riferimento com’è Il Fatto Quotidiano, nella parte abitualmente più disinibita della sua prima pagina che è quella della vignetta, ha rappresentato la voglia vicendevole del presidente del Consiglio e del predecessore di “togliersi dal cazzo” l’altro. Chi ci riuscirà? Il Riformista si è augurato Draghi titolando sul “mercoledì nero” di Conte. Si vedrà. 

L’editoriale del Fatto Quotidiano

Certo è che sempre sotto le cinque stelle, e sempre sul giornale che ne riflette di più gli umori più profondi, il presidente del Consiglio in carica viene rappresentato come peggio non si potrebbe. La sua missione in Turchia, con mezzo governo al seguito, per una serie di accordi con Erdogan, il “dittatore” lamentato l’anno scorso dallo stesso Draghi con l’avvertenza realistica di una cooperazione obbligatoria, ha fatto scrivere a Marco Travaglio di “scena vomitevole”, di “mani insanguinate” strette con troppa disinvoltura e della “speranza che lor signori non oseranno mai più tenere lezioni su aggressori e aggrediti, liberaldemocrazie e dittature, invii di armi per difendere i valori occidentali, il diritto internazionale, autodeterminazione dei popoli e altri capolavori di ipocrisia”. 

Marco Travaglio sulla guerra in Ucraina

La lingua batte insomma dove il dente duole: la guerra in Ucraina e il tentativo della Nato e della Commissione Europea di non darla vinta all’aggressore Putin. E questo “solo” per favorire “i porci comodi degli Usa, che rifilano all’Europa le loro merci avariate, l’allontanano dai mercati russo e cinese, la dissanguano con una lunga guerra per procura e la riassorbono a sé in una Nato di nuovo americanocentrica”. Che è stata appena allargata, tra altri “vomiti” presumibili di Travaglio, alla Finlandia e Svezia uscite da un neutralismo che le esponeva alle tentazioni di un Putin ispirato da Pietro il Grande.

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Il ghiaccio della Marmolada ha forse travolto anche i disegni di crisi di governo

  Potrebbe essere finito sotto il ghiaccio della Marmolada, e il rinvio dell’incontro con Mario Draghi a mercoledì, anche il piano di crisi di Giuseppe Conte, se davvero il presidente del MoVimento 5 Stelle è stato davvero tentato dal disegno attribuitogli di fare uscire i “suoi” ministri dal governo rimanendo in maggioranza solo a parole, con l’appoggio esterno. Che Draghi ha già rifiutato avvertendo che una tale evenienza lo costringerebbe alle dimissioni per la grande importanza politica che continua ad attribuire ai grillini, pur mutilati di un’altra sessantina di parlamentari con la scissione di Luigi Di Maio, e ormai privi della maggioranza relativa in Parlamento conquistata nelle elezioni del 2018. 

Draghi sul posto della tragedia della Marmolada

Proprio la tragedia della Marmolada, come ha voluto far capire Draghi accorrendo personalmente sul posto e parlando della crisi ambientale che ne è all’origine, ha allungato l’elenco delle emergenze con le quali il governo è alle prese. Una crisi aggraverebbe le responsabilità di chi la dovesse o volesse provocare. Conte e il Consiglio Nazionale del suo movimento, la cui riunione propedeutica all’incontro con Draghi è stata anch’essa rinviata a domani, hanno   avuto pertanto l’occasione di un’ulteriore riflessione. 

Il problema di Conte, del resto, già prima della tragedia della Marmolada col bilancio di 7 morti e 5 dispersi, era più all’interno che all’esterno del suo movimento: più con quella Sibilla Cumana che è ormai diventato Beppe Grillo e con la voglia di opposizione che serpeggia fra quanti sperano, o s’illudono, di avere tempo a disposizione per fermare da un ruolo di opposizione, dichiarata o sostanziale, l’emorragia elettorale in corso, che col presidente del Consiglio. E con le pretese, e smentite da entrambi, pressioni di Draghi sul “garante” per “far fuori” Conte anche dalla presidenza del MoVimento affidatagli dopo la perdita di Palazzo Chigi. 

Titolo del Fatto Quotidiano

Quelli del Fatto Quotidiano, che si erano buttati a pesce sulle “rivelazioni” del sociologo Domenico De Masi circa la voglia di Draghi -ma forse anche di Grillo- di liberarsi definitivamente dell’ex presidente del Consiglio, continuano a soffiare sul fuoco. E a scommettere sulla permalosità sia personale sia politica di Conte. “Draghi -ha titolato   il giornale di Marco Travaglio- provoca Conte con l’ennesima fiducia” posta alla Camera sull’ormai controverso decreto “aiuti”, che contiene una norma a favore del termovalorizzatore a Roma e un’altra restrittiva del reddito di cittadinanza: una fiducia che, precedendo l’incontro con Draghi, sarebbe una specie di schiaffo al presidente e, più in generale, al Movimento 5 Stelle, decisi a trattare a Palazzo Chigi, fra l’altro, proprio sui due particolari controversi del decreto. 

Titolo del Foglio

Nonostante le pressioni, le rappresentazioni e quant’altro del Fatto Quotidiano, rappresentativo delle tendenze più radicali o estremiste delle 5 Stelle, Conte sembra tuttavia ancora una volta tentato anche dalle solite mosse dilatorie della sua avventura politica, derise una volta da Grillo come “penultimatum”. Il Foglio, per esempio, solitamente al corrente delle informazioni in possesso di Palazzo Chigi, nel confermare che “prima si vota la fiducia e solo dopo Draghi riceverà Conte”, ha riferito di queste parole che l’ex presidente del Consiglio si sarebbe lasciato scappare: “La gestiamo”. Gestiamo, cioè, anche la fiducia scomodissima che il governo ha voluto mettere  sul passaggio parlamentare del decreto “aiuti”, e delle parti indigeste ai duri pentastellati. Che lo stesso Grillo d’altronde aveva bacchettato nella sua recente e un pò tragicomica missione di ricognizione e d’ordine a Roma pronunciandosi contro una crisi per l’inceneritore in una Capitale sommersa dai rifiuti. 

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Grillo scende nell’Inferno di Dante. Ma è lui il problema di Conte

Titolo del Dubbio

Scherzo ma non troppo. L’avevo scritto  -qui, sul Dubbio- che per esplorare il MoVimento 5 Stelle, specie dopo la scissione di Luigi Di Maio, occorresse ripetere il viaggio di Dante nell’Inferno della sua Divina Commedia. E Beppe Grillo in persona, il fondatore, il “garante”, tornato a casa dopo una fuga da Roma, dove aveva concluso una missione di ricognizione e d’ordine aumentando il disordine nel suo movimento, si è immerso proprio nell’opera dantesca facendosi accompagnare da un Virgilio dei nostri tempi. Che sarebbe l’autore di Marsilio e insegnante di liceo Pasquale Almirante, un cui articolo di due anni fa egli ha riprodotto sul suo blog con tanto di ringraziamenti finali e titolo – “Fenomenologia del tradimento e del traditore”- sovrastato da un’illustrazione di Gustave Dorè del nono cerchio dell’Inferno dantesco: quello dove Lucifero si gode la compagnia dei suoi simili. 

Dal blog di Beppe Grillo

    Dal singolare della fenomenologia Grillo è passato al plurale dei traditori, andando anche oltre quelli sistemati da Dante nelle quattro zone del nono cerchio dell’Inferno: Caina, Antenora, Tolomea e Giudecca, da Giuda, “il più famoso che si vendette per trenta denari, tradendo la fiducia”. E tutti hanno pensato a Luigi Di Maio scrivendone sui giornali, qualcuno cercando anche di raccoglierne le reazioni. Che sono state infastidite, ma non rancorose. 

Oltre ai nove cerchi dell’Inferno dantesco l’erudito Pasquale Almirante ha accompagnato Grillo in una sommaria rilettura di Shakespeare, di Dickens ed altri che hanno prodotto nelle loro opere figure di traditori e occasioni di tradimento. 

Di Charles Dickens, nel famosissimo David Copperfield che i meno giovani ricorderanno nella traduzione televisiva della Rai sceneggiata e diretta nel 1965 da Anton Giulio Majano, è la figura che sembra avere maggiormente colpito Grillo: Urial Heep, recitata in quello sceneggiato dal compianto Alberto Terrani. “Mani sempre umide e appiccicaticce, che non guarda mai negli occhi il suo interlocutore, che si contorce e che alla fine, dopo aver carpito tutti i segreti del suo benefattore, ne diventa socio attraverso sempre il tradimento e il mescolamento delle carte”, racconta Pasquale Almirante a Grillo. 

Luigi Di Maio

Oddio -mi sono chiesto- chi può essere scambiato per Urial Heep fra i tanti pentastellati, usciti o rimasti nel movimento, che Grillo ha conosciuto, persino allevato, e dai quali si è sentito tradito anche nella sua recente missione a Roma, interrotta dalla delusione e dalla rabbia per essersi sentito “strumentalizzato” -ha detto lui stesso- nelle confidenze fatte loro sui rapporti prevalentemente telefonici con Mario Draghi. Che, condividendo evidentemente il giudizio di “inadeguato” affibbiatogli una volta dallo stesso Grillo, gli avrebbe chiesto di “farlo fuori” dalla guida del movimento. Ne è seguita una tragedia, anzi una tragicommedia da cui si è capito solo che il problema di Conte, più che Draghi, è Grillo stesso. 

Purtroppo, almeno per soddisfare la mia curiosità, ho scarsa dimestichezza col mondo, parlamentare e non, delle 5 Stelle. Non ho mai stretto “mani sempre umide e appiccicaticce” o notato occhi “sfuggenti” nelle interlocuzioni avute. L’unico col quale mi sono scontrato una volta alla Camera -il non ancora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede per avere lui indicato anni fa alla tv  nei giornalisti parlamentari in pensione i più sospettabili di lobbismo per far passare modifiche alle leggi utili a piccoli e grandi pseudocorruttori- mi guardò fisso negli occhi per dirmi che avrebbe continuato a sostenere quella convinzione che io gli avevo contestato.

Un autorevole amico reduce dal ricevimento di giovedì scorso fa a Villa Taverna per la festa americana dell’Indipendenza,  e che ha avuto modo di salutare e parlare col ministro degli Esteri Luigi Di Maio, accompagnato dalla bella fidanzata Virginia Saba avvolta in un lungo abito colore avorio, mi ha assicurato di averne raccolto uno sguardo ben diretto e di non avere stretto mani in qualche modo umide. E mi ha anche detto di non avere visto fra i grillini presenti il pur ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte. 

Paola Taverna

Dalla lista dei presunti responsabili della delusione e della rabbia di Grillo confermo -dopo il disconoscimento di un post d’attacco sul suo sito internet all’amico Beppe e la punizione del responsabile- l’esclusione di Paola Taverna. Con la quale mi scuso peraltro di averla distrattamente indicata qualche giorno fa come vice presidente della Camera, anziché del Senato. 

Pubblicato sul Dubbio

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Il fuggi fuggi da Conte nel Pd : da Letta a Franceschini. Nessun aiuto da Bettini

Goffredo Bettini con l’allora segretario del Pd Nicola Zingaretti

Ve lo ricordate Goffredo Bettini, che sussurrava ai segretari del Pd come l’uomo del romanziere inglese Nicholas Evans ai cavalli, recitato per il cinema da Robert Redford?  E’ l’eminenza grigia che Giuseppe Conte da Palazzo Chigi e dintorni aveva preso l’abitudine di consultare più volte al giorno nel tentativo prima di evitare una crisi, poi di ritardarla gestendola al posto del presidente della Repubblica, infine di succedere a se stesso o con un secondo governo e mezzo, sostituendo pezzi della maggioranza, o con un terzo governo destinato a fargli condurre tutta intera l’avventurosa, anomala, pazza legislatura cominciata nel 2018 all’insegna della “centralità” del movimento grillino. 

Beh, neppure Bettini è uscito dal riserbo impostosi da quasi un anno per dare una mano all’ex “avvocato del popolo” alla vigilia di un incontro con Mario Draghi descritto come “una resa dei conti” da chi lo rimpiange come il migliore presidente del Consiglio avuto dall’Italia. E lamentò, anzi denunciò il “conticidio” quando fu sostituito appunto con Draghi. 

D’altronde lo stesso Bettini, dopo essersi guadagnato, a torto -come sostenne- o a ragione, la paternità di quel “Conte o morte” che contrassegnò la resistenza dell’avvocato a Palazzo Chigi, si era lasciato scappare -prima d’imporsi il silenzio che perdura- l’ammissione che l’allora aspirante a presidente del MoVimento 5 Stelle stesse rivelando qualche problema di tenuta anche come “punto di riferimento dei progressisti”. Così lo aveva troppo generosamente indicato o proposto Nicola Zingaretti nelle ultime settimane di guida del Pd, prima di fuggire praticamente dal Nazareno e di essere sostituito da Enrico Letta. 

Enrico Letta

Quest’ultimo, incollato alle posizioni di Mattarella e di Draghi, è stato di una insolita chiarezza e durezza nell’ammonire qualche giorno fa Conte, indebolito dalla scissione di Luigi Di Maio e da una infelice missione di ricognizione e d’ordine del “garante” Beppe Grillo a Roma, che uno strappo dal governo sarebbe la fine anticipata della legislatura. E probabilmente -mi permetto di aggiungere- anche di quel ch’è rimasto del suo movimento. 

Giuseppe Conte

Ma il guaio per Conte, ancora avvolto nel “disagio” dei suoi rapporti con Draghi, cresciuto con le rilevazioni pur smentite delle pressioni del presidente del Consiglio su Grillo per “farlo fuori”, è che al monito di Enrico Letta si è aggiunto quello del ministro della Cultura Dario Franceschini, anche lui stancatosi di proteggere più o meno dietro le quinte l’ex presidente del Consiglio dai suoi errori. Se saranno crisi ed elezioni anticipate -ha avvertito Franceschini, perno di tutte le maggioranze nel partito del Nazareno- finirà anche il tanto coltivato campo “largo” con le 5 Stelle. Sarà, piuttosto, un campo del Pd -anche se Franceschini non si è ancora avventurato a dirlo esplicitamente- con la nebulosa dei centristi, o del partito di Draghi senza Draghi, come si si scrive da tempo sui giornali. 

L’editoriale del Corriere della Sera

Il navigatissimo Paolo Mieli ha previsto a questo punto in un editoriale sul Corriere della Sera -si vedrà presto se a torto o a ragione- che “il ritorno alla lotta” di Conte sarà “frenato”, sia pure tra parentesi. E ha mostrato incertezza solo sull’ipotesi che all’”abbraccio” conclusivo dell’incontro con Draghi, rinviato intanto per la tragedia della Marmolada, si accompagnerà anche “un bacio”. Ma di baci, si sa, specie se a tradimento, si può anche morire, come Grillo ha sperimentato fuggendo da Roma dopo avere alimentato -tra confidenze, risate, abbracci, baci appunto e smentite – il mezzo complotto di Draghi contro Conte. Alla cui salute politica già così malmessa dubito che gioverebbero i baci promessigli, in caso di crisi, da Michele Santoro e da Alessandro Di Battista. 

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Sfida di Conte non solo a Draghi ma ora anche a Mattarella

Di Maio al Corriere della Sera
Titolo del Corriere della Sera a un’intervista a Luigi Di Maio

A questo punto la sfida di Giuseppe Conte, alla vigilia dell’incontro con Mario Draghi a Palazzo Chigi, è una sfida non più soltanto al presidente del Consiglio ma anche al presidente della Repubblica Giuseppe Mattarella. Al quale, nei giorni scorsi, andato al Quirinale a lamentarsi appunto di Draghi, che avrebbe chiesto la sua testa nel MoVimento 5 Stelle a Grillo in una telefonata smentita da entrambi, egli aveva assicurato di non avere programmato né di volere programmare una crisi di governo. “La sua sfuriata -scrisse di Conte il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, solitamente bene informato anche degli umori e delle impressioni del capo dello Stato- prometteva più teatro che sostanza”. 

Consapevole delle esigenze di “teatro”, appunto, del capo -ancora- delle 5 Stelle e reduce da un colloquio con lo stesso presidente della Repubblica, Draghi lanciò a Conte da Palazzo Chigi, dopo l’anticipato rientro dal vertice della Nato a Parigi, una specie di scialuppa da salvataggio di scena. Disse, in particolare, di ritenere così importante l’apporto delle 5 Stelle al governo, pur non più partito di maggioranza relativa dopo la scissione di Di Maio, che se Conte avesse ritirato i ministri per appoggiarlo dall’esterno, egli avrebbe aperto la crisi lo stesso, anche a costo di costringere, diciamo così, Mattarella allo scioglimento anticipato delle Camere. Lui, Draghi, non è  infatti disponibile ad una diversa maggioranza per garantire l’arrivo della legislatura alla scadenza ordinaria dell’anno prossimo. Nè Mattarella risulta tentato dalla ricerca di un altro presidente del Consiglio.

Dal Fatto Quotidiano
Titolo del Fatto Quotidiano

Che ti fa invece Conte alla vigilia di un incontro a Palazzo Chigi atteso giustamente dal Quirinale come occasione di chiarimento e di chiusura dell’incidente in qualche modo provocato da Grillo parlando con troppe persone, e forse esagerando un pò, delle sue chiacchierate telefoniche con Draghi? Prepara addirittura una lettera o comunque un documento -a leggere Il Fatto Quotidiano, che un pò anticipa e un pò cerca di suggerire a Conte mosse o iniziative che ne facciano davvero un leader di sinistra- per andare da Draghi a porgli “ultimatum”, o arrivare a “una resa dei conti”. 

Titolo dell’editoriale della Stampa

Se veramente siamo -come ha sostenuto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio in una intervista al Corriere della Sera, la prima dopo l’uscita dal MoVimento 5 Stelle con una sessantina di parlamentari- alla ricerca di un “incidente” per una pretestuosa crisi di governo, il direttore della Stampa Massimo Giannini dovrebbe un pò pentirsi dell’ottimismo col quale nel titolo addirittura del suo editoriale ha dato l’impressione di mettere l’ex presidente del Consiglio in compagnia di Draghi e Mattarella alla ricerca di una “via di fuga dall’apocalisse”. Tale sarebbe in effetti la dissoluzione degli equilibri politici di emergenza trovati l’anno scorso con la formazione dell’attuale compagine ministeriale. 

Lo stesso Giannini, d’altronde, ha finito nel suo lungo commento alla situazione politica per scrivere di Conte come dell’avvocato senza più popolo”, al quale il professore si era offerto formando nel 2018 il suo primo governo: quello con Matteo Salvini vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno e Di Maio vice presidente del Consiglio, pure lui, e pluriministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro. 

Alessandro Di Battista
Titolo di Libero

Alla ricerca del “popolo” perduto si sono spontaneamente offerti a Conte il consumato tribuno televisivo Michele Santoro -che però in una intervista al Foglio gli ha chiesto di rompere sia con Draghi sia con Grillo- e il Che Guevara dei Noantri, o di Vigna Clara, Alessandro Di Battista, per il quale d’altronde l’ex presidente del Consiglio non ha mai nascosto una certa simpatia: neppure dopo la sua uscita dal Movimento 5 Stelle per protesta contro l’accordo di governo con Draghi voluto l’anno scorso da un Grillo forse ancora convinto di quella scelta. 

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A Conte non è ancora passato il “disagio politico” del rapporto con Draghi

Titolo della Stampa
Titolo del Corriere della Sera

Dopo le smentite quasi congiunte di Mario Draghi e di Beppe Grillo alla tentazione praticamente loro attribuita di “farlo fuori” dalla presidenza delle 5 Stelle e l’assicurazione dello stesso Draghi che il governo non sopravviverebbe ad un’uscita di quel che resta dell’omonimo movimento, per quanto non più di maggioranza relativa per la scissione consumata dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, doveva essere un incontro di chiarimento e di riconciliazione quello concordato fra il presidente del Consiglio e il predecessore Giuseppe Conte per lunedì pomeriggio. Invece lo stesso Conte, come hanno titolato praticamente un pò tutti i giornali, ha voluto avvertire che il risentimento, anche a costo di sembrare a questo punto più personale che politico, non gli è ancora passato. 

Titolo del Fatto Quotidiano
Titolo di Repubblica

In particolare, tra cose dette chiaramente o allusivamente e cose attribuitegli, Conte continua a sospettare che dietro la scissione di Di Maio ci sia stato lo zampino del presidente del Consiglio, se non anche quello davvero paradossale di Grillo. Che ha appena diffuso sul suo blog un attacco ai “traditori”, al plurale sottolineato significativamente dal Fatto Quotidiano di Marco Travaglio: lo stesso giornale che ha provocato l’esplosione di tutta questa vicenda con un’intervista al sociologo Domenico De Masi. Cui Grillo avrebbe confidato le pressioni ricevute da Draghi contro il presidente del movimento di cui egli è garante, e da qualche settimana anche consulente praticamente retribuito per la comunicazione. 

Titolo del Messaggero
Titolo del manifesto

In più, oltre alla faccenda personale del tentativo o progetto di “farlo fuori”, Conte considera ancora aperti politicamente -nei rapporti fra Draghi e il MoVimento 5 Stelle- la fine del cosiddetto bonus edilizio, la revisione del reddito di cittadinanza, l’inceneritore a Roma autorizzato al nuovo sindaco ed ex ministro del Pd Roberto Gualtieri, infine ma non ultimo per importanza l’annuncio di altri aiuti militari italiani all’Ucraina. Che contrasterebbero -secondo Conte, ma anche secondo molti altri parlamentari pentastellati vogliosi di disimpegnarsi dal governo- con la necessità di spianare la strada ad una soluzione diplomatica della guerra avviata da Putin.

Titolo del Foglio
Titolo della Gazzetta del Mezzogiorno

Qualsiasi cosa volesse o dovesse dirgli lunedì Draghi per cercare di rasserenarlo maggiormente, anche a costo di contraddirsi clamorosamente, Conte si è proposto di “coinvolgere gli organi” del MoVimento nella valutazione del “disagio politico”. Potrebbe al limite verificarsi  il caso di un Consiglio Nazionale delle 5 Stelle, convocato più volte in questi giorni, più rigido di lui. E pensare che il povero Aldo Moro, di cui Conte si è detto tante volte non dico erede ma quanto meno ammiratore, non riuscì nel 1978 dalla prigione delle brigate rosse in cui era rinchiuso ad ottenere dai dirigenti della Dc la convocazione del Consiglio Nazionale di cui pure era presidente.

Mattarella conferisce ad Alfano il Cavalierato della Repubblica

A consolazione di Draghi, sospettato a torto o a ragione di avere manovrato dietro le quinte per la scissione delle 5 Stelle, potrebbero essere ricordate altre scissioni attribuite al presidente del Consiglio di turno per ricavare o cercare di ricavare vantaggi alla prosecuzione dell’esperienza a Palazzo Chigi. Accadde negli anni Settanta a Giulio Andreotti per la scissione del Movimento Sociale ad opera di Delfino, De Marzio, Nencioni ed altri promotori della “Destra Nazionale”. Riaccadde nel 2013 ad Enrico Letta per la scissione del berlusconiano Partito della libertà -con la nascita del “Nuovo Centro Destra”- ad opera dell’allora vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Angelino Alfano. Che è poi scomparso dal panorama politico come gli scissionisti della destra missina una quarantina d’anni prima. Ma qualche giorno fa Alfano è stato nominato dal buon Sergio Mattarella cavaliere della Repubblica. 

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Le contromisure di Draghi, e Mattarella, per difendere il governo dalla crisi grillina

Titolo della Stampa
Titolo di Repubblica

Sul piano politico più delle nuove misure adottate dal Consiglio dei Ministri per fronteggiare il caro-bollette e tutte le altre difficoltà piovute sui ceti meno abbienti e sulle imprese per effetto anche della guerra in Ucraina scatenata da Putin, valgono le contromisure praticamente annunciate dal presidente Mario Draghi per mettere il governo al riparo soprattutto dalla destabilizzazione del MoVimento 5 Stelle. Il cui presidente Giuseppe Conte, obbligando di fatto Draghi ad anticipare il ritorno a Roma dal vertice della Nato a Madrid, dove l’Italia è stata rappresentato nella parte conclusiva dal ministro della Difesa Lorenzo Guerini, ha preso per buone voci, indiscrezioni, scoop autentici o presunti del Fatto Quotidiano su pressioni esercitate dal presidente del Consiglio su Beppe Grillo per “farlo fuori”. E far fuori anche il movimento dal governo profittando della sua irrilevanza numerica in Parlamento dopo la scissione consumata dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

Vi sono, in verità, fibrillazioni anche leghiste nella maggioranza, nella illusione comune con Conte che un passaggio all’opposizione nella fase finale della legislatura possa ridurre i rischi di ulteriori, gravi perdite elettorali. Le contromisure di Draghi potrebbero valere pertanto anche per Salvini. 

Forte evidentemente di un incontro avuto  al rientro a Roma col presidente della Repubblica, col quale si presume che abbia concordato il modo di fronteggiare la destabilizzazione grillina, Draghi ha assicurato che in casa di uscita dei pentastellati dal governo o per passare all’opposizione o per appoggiarlo dall’esterno, egli non farà finta di nulla. Non lo farà per quanto i numeri parlamentari glielo permetterebbero, dopo che i gruppi parlamentari non sono più quelli di maggioranza relativa per l’esodo di Di Maio. e amici. Seguirebbero quindi necessariamente le dimissioni del presidente del Consiglio e degli altri ministri, cioè la crisi. Rimane troppo rilevante il ruolo del movimento capeggiato da Conte per farne a meno o solo per ridurne la partecipazione alla maggioranza con l’appoggio esterno.

Titolo del Giornale

Qui però finiscono le buone notizie, gli apprezzamenti, i riconoscimenti e quant’altro per Conte, che già avrebbe potuto o dovuto essere rasserenato dalle smentite opposte sia da Draghi sia da Grillo alle indiscrezioni, rivelazioni e quant’altro sulle pressioni dell’uno sull’altro contro il presidente del MoVimento 5 Stelle. E cominciano invece le brutte notizie, provenienti dallo stesso Draghi e dal segretario del Pd Enrico Letta parlando ieri alla direzione del suo partito. L’uno e l’altro hanno detto che questo in carica è “l’ultimo governo della legislatura”. L’apertura di una crisi porterebbe dritto allo scioglimento delle Camere e alle elezioni anticipate. Cadrebbe l’ipotesi delle elezioni praticamente ritardate a maggio dell’anno prossimo, nonostante la legislatura possa essere considerata ordinariamente conclusa a marzo. 

Giuseppe Conte

Già in agitazione per la riduzione un pò suicida dei seggi parlamentari e per il limite statutario e persino idenditario del limite dei due mandati, i deputati e senatori rimasti nel MoVimento di Conte, e del garante Grillo, si sentirebbero ancora di più in una tonnara se le elezioni fossero anticipate. E Conte si condannerebbe personalmente alla fine della sua avventura politica. 

Draghi sarà pure il “tecnico” riduttivamente descritto dal suo predecessore  rimproverandogli di essersi intromesso nelle vicende interne alle 5 Stelle, o a ciò che ne è rimasto, ma non è politicamente uno sprovveduto. Per niente, e per di più sostenuto con fermezza dal capo dello Stato, unico depositario del potere di scioglimento anticipato delle Camere. 

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La fatale Madrid di Sandro Pertini e Mario Draghi a distanza di 42 anni

Titolo del Dubbio

Mario Draghi ha un pò rivissuto a Madrid l’esperienza di Sandro Pertini nel mese di maggio del 1980, sia pure con ruoli istituzionali diversi, ma sullo stesso sfondo di una possibile crisi di governo.

Sandro Pertini

L’allora presidente della Repubblica, in visita di Stato nella capitale spagnola, dovette smentire parole a torto o a ragione attribuitegli   contro Francesco Cossiga. Che era finito -diversamente ora da Draghi, per carità- sotto tiro alla commissione inquirente per i procedimenti d’accusa davanti alla Corte Costituzionale per la vicenda di un figlio terrorista, Marco, dell’allora vice segretario della Dc Carlo Donat-Cattin. 

Francesco Cossiga e Carlo Donat-Cattin

Sospettato dalla magistratura di Torino di avere fornito al suo collega di partito notizie utili alla latitanza del figlio, ricercato per l’assassinio del giudice Emilio Alessandrini compiuto a Milano l’anno prima per la formazione di Prima Linea, il presidente del Consiglio Cossiga rischiava l’incriminazione per favoreggiamento. 

Parlandone a Madrid, appunto, col portavoce Antonio Ghirelli, che si sentì a torto o a ragione autorizzato a riferirne ai giornalisti al seguito nella visita di Stato, Pertini espresse la convinzione che Cossiga dovesse dimettersi se la commissione inquirente non lo avesse  discolpato con la maggioranza prescritta per chiudere lì il caso, senza la possibilità di promuovere -come invece sarebbe accaduto- un passaggio in aula, a Camere riunite congiuntamente.

Nella lotta al terrorismo Pertini, cui era capitato il triste primato di funerali delle vittime a cui partecipare come capo dello Stato, era durissimo: di una durezza che lo aveva del resto portato al Quirinale nel 1978, dopo il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, e le dimissioni di Giovanni Leone da presidente della Repubblica sei mesi prima della scadenza del mandato. Per quella sua posizione egli era stato preferito dal Pci al suo compagno di partito Giuliano Vassalli.

Flaminio Piccoli

Flaminio Piccoli, allora capogruppo della Dc alla Camera, si era lasciato andare nella buvette di Montecitorio ad un assenso poco cortese, diciamo così, per Pertini prevedendone, a più di 80 anni compiuti, una presidenza breve, destinata invece allo svolgimento completo. Nel frattempo diventato segretario del partito, Piccoli reagì sprezzantemente alle dimissioni di Cossiga ventilate da Pertini. Piuttosto -disse il capo dello scudo crociato- sarebbe il caso di attendersi le dimissioni del presidente della Repubblica. 

Per quanto combattivo, Pertini replicò da Madrid smentendo di avere mai prospettato la rinuncia di Cossiga. E per rafforzare la sua smentita licenziò in tronco il portavoce Ghirelli, in soccorso del quale intervennero inutilmente i giornalisti al seguito non solo per solidarietà con un collega, ma nella convinzione che egli avesse fatto semplicemente il suo lavoro. Cosa, questa, avvertita pienamente dal presidente della Repubblica, che rispose all’appello, mentre usciva dall’albergo, confermando il licenziamento col pollice rovesciato. 

Cossiga poi -lo ricordo ai più giovani o meno anziani, come preferite- scampò alla Corte Costituzionale con un voto d’aula a Montecitorio voluto personalmente dal pur cugino Enrico Berlinguer, segretario del Pci. Ma meno di un anno dopo avrebbe ugualmente perduto Palazzo Chigi, sostituito dal collega di partito Arnaldo Forlani. 

Draghi per fortuna non ha dovuto licenziare nessuno a Madrid. Ha soltanto dovuto smentire le telefonate a Beppe Grillo attribuitegli da interlocutori dello stesso Grillo  contro Giuseppe Conte per “farlo fuori” da presidente del MoVimento 5 Stelle. O di quel che ne resta dopo la scissione di Luigi Di Maio. Una smentita, quella di Draghi, alla quale il primo a non credere è stato proprio Conte, nonostante una prima telefonata già avuta col presidente del Consiglio. Conte, anzi, ha rilanciato la polemica rafforzandola con una udienza al Quirinale. 

La vignetta del Secolo XIX
Paola Taverna, vice presidente del Senato

L’unico a rimetterci il posto, almeno sinora, è stato un collaboratore della vice presidente pentastellata del Senato Paola Taverna. La quale lo ha licenziato attribuendogli un post velenosissimo contro Grillo  -“mi ha ucciso”e “il partito non è di tua proprietà”- comparso sul suo sito internet, nella presunzione che il garante avesse sostanzialmente ceduto alle presunte pressioni del presidente del Consiglio contro Conte. Che in una vignetta sul Secolo XIX è adesso finito appeso nel vuoto alle braccia di Grillo, al posto di Draghi come lo stesso Conte forse avrebbe voluto e vorrebbe.  

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 3 luglio

La fuga di Grillo da Roma dopo avere destabilizzato governo e movimento 5 Stelle

Titolo di Reoubblica

Più che una partenza da Roma, a conclusione di una missione che voleva essere di ricognizione e d’ordine come fondatore e garante del MoVimento 5 Stelle dopo la scissione consumata dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, quella di Beppe Grillo è apparsa una fuga. Che ha, fra l’altro, fatto saltare un appuntamento ch’egli aveva già dato alla delegazione pentastellata al governo. Ma di un governo che lo stesso Grillo ha praticamente portato sull’orlo di una crisi pur esclusa, forse con eccessivo ottimismo, da Mario Draghi. 

Titolo della Stampa

Quest’ultimo, ancora in missione in quel momento a Madrid per il vertice della Nato, si è trovato spiazzato -a dir poco- dalla versione di un forte e debordante anti-contismo attribuitogli, tra battute, allusioni e smentite, dal comico genovese. Eppure la ricognizione romana di Grillo era cominciata con una tale difesa del governo Draghi da essere apparsa generalmente polemica con le tentazioni di disimpegno del presidente di quel che è rimasto del movimento pentastellato. 

Fotomontaggio del Fatto Quotidiano
Dall’Huffington Post

Non sembra francamente esagerato il commento a caldo scritto sull’Huffington Post dal direttore Mattia Feltri con questo titolo: “L’autunno del Patriarca: Il malinconico declino di Grillo e del suo logoro repertorio”, fatto anche di confidenze e allusioni coi suoi interlocutori di turno  che finiscono sui giornali e sopravvivono alle sue risate di smentita. Ciò è quanto accaduto in questi giorni col sociologo Domenico De Masi, affrettatosi a riferire al Fatto Quotidiano, che ha vantato il solito scoop, di una e forse anche più telefonate di Draghi a Grillo per sollecitarlo a “far fuori” Conte. Che a Marco Travaglio, già autore di un presunto “Conticidio” consumatosi l’anno scorso col suo allontanamento da Palazzo Chigi, non è parso vero presentare ai lettori nella veste insieme di ricercato e di vittima, in un fotomontaggio in prima pagina da far west.

Conte con i giornalisti

A Conte, dal canto suo, non è parso vero cavalcare questa commedia -o tragicommedia- presentandosi ai giornalisti per confermare voci e quant’altro su manovre di Draghi contro di lui, e persino chiedendo, e ottenendo, udienza al Quirinale da un presidente della Repubblica di cui è immaginabile lo sconcerto. 

Draghi, nell’anticipare il suo rientro a Roma da Madrid anche per presiedere oggi un Consiglio dei Ministri finalizzato soprattutto a confermare la vitalità del suo governo, ha smentito telefonate e quant’altro a Grillo attribuitegli contro Conte. Al quale, del resto, il presidente del Consiglio non aveva fatto mancare il suo esplicito e franco dissenso quando era andato a proporgli cose da lui non condivise, o a protestare contro l’aumento delle spese militari concordato con la Nato già quando lo stesso Conte guidava il governo. In quell’occasione Draghi si  era premurato pure lui di salire al Quirinale per dolersi della posizione del presidente del movimento allora maggiormente rappresentato in Parlamento. 

Vignetta del Foglio

In questa situazione, francamente senza precedenti nella lunga storia ormai della Repubblica italiana, e nel tratto finalmente conclusivo della legislatura cominciata nel 2018 con la “centralità” conquistata dalle 5 Stelle nelle urne, non appare esagerata neppure la vignetta nella quale Il Foglio ha immaginato un Draghi che rivendica la sua natura politica di presidente del Consiglio e declassa a “tecnica” la presunta leadership di Conte. Che, in effetti, non poteva essere più delegittimato dal “garante” Grillo  in una missione un pò da avanspettacolo. E con tutti i problemi con i quali è alle prese il Paese, compresi quelli di una guerra -vera- aperta da Putin contro l’Ucraina ma che sta coinvolgendo sempre di più l’intera Europa e una Nato ancora più larga di prima. 

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