Nel salotto televisivo di Lilli Guber su la 7, il solito di opposizione ma in edizione questa volta antimilitarista, ci voleva il buon Corrado Augias, avvolto nei suoi 91 anni e mezzo, superiori agli 80 della Repubblica e ai 78 e mezzo della sua Costituzione, per fermare e contestare il malumore di Marco Travaglio, il solito pure lui, per la parata del 2 giugno. Che, per quanto comprensiva di crocerossine, sindaci, cani e invalidi, sarebbe stata una ostentata e anticostituzionale prova di forza. Una sfida al famoso e mai abbastanza invocato articolo 11, che “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. A fronteggiare le quali hanno difficoltà, a dir poco, anche le organizzazioni alle quali partecipiamo con “le limitazioni alla sovranità”, e “in condizioni di parità con gli altri Stati”, per scongiurare le guerre, anche a costo, paradossalmente, di provocarle o di supportarle. Come quelle dei terroristi e Stati fiancheggiatori a Israele, definendo genocidi le sue reazioni, non i sequestri delle popolazioni civili costruendo nei sotterranei delle case, scuole, strade, mercati e persino ospedali i loro arsenali militari.
Ci voleva Corrado Augias, ripeto, reduce dallo spettacolo televisivo della parata seguito a casa in contemporanea con “una terapia” che lo aiuta a stare bene, a richiamare Travaglio, e altri ospiti che ne condividevano le proteste, alla realtà. E a ricordare le tante occasioni nelle quali i militari italiani hanno fatto soccorsi, non guerre. Occasioni dimenticate con le loro assenze dalle tribune degli invitati anche i leader delle opposizioni e persino il vice presidente del Consiglio Matteo Salvini. Il solito Salvini, direi, che ha voluto precisare di avere preferito “lavorare” nel suo ufficio per in ventarsi il modo di farsi notare di più, Cosa che avviene spesso, appunto, non andando piuttosto che andando.
Più della parata, a questo punto parlerei delle parate del 2 giugno: quella militare e le rappresentazioni politiche che se ne fanno per presunte convenienze.