Giusto per non allontanarci troppo da guerre, deboli tregue, scaramucce come quelle alle quali il presidente americano Donald Trump ha ridotto missili, droni, bombe, distruzioni, morti e feriti in Libano; ma giusto anche per non perdere fra tante tragedie un po’ di ironia, verrebbe voglia di immaginare il capogruppo di Forza Italia alla Camera Paolo Barelli, 72 anni da compiere a giugno, tentato di andare in vacanza a Beirut e dintorni. Dove potrebbe correre meno rischi di quanti non gli stiano procurando a Rona gli amici. Chiamiamoli così, come facevano i democristiani pur impegnati continuamente a combattersi nelle trincee delle loro correnti.
Dall’ultima elezione, o nomina, di Barelli alla guida del gruppo forzista a Montecitorio sono trascorsi solo tre anni, poco meno di otto volte quanti lui non ne abbia vissuti alla presidenza della federazione italiana del nuoto, conferitogli in sette votazioni per la sua competenza di campione di piscina. Sette votazioni quante furono le volte in cui a Giulio Andreotti capitò di fare il presidente del Consiglio.
L’esperienza di Barelli come capogruppo forzista della Camera è a rischio anche per essere parente-consuocero-del segretario del partito Antonio Tajani. Che è a sua volta a rischio, sia pure in tempi forse più diluiti, almeno da quando lui si è imprudentemente lasciato assegnare il traguardo elettorale del 20 per cento: più del doppio del livello attuale. Di aumentato davvero sotto la sua guida, o segreteria, in Forza Italia c’è stato solo il numero degli iscritti. Ma è proprio questo che concorre alla sua debolezza agli occhi, al cuore, alla pancia, come preferite, di quanti si appellano anche al compianto Silvio Berlusconi, e ora ai figli, per sostenere l’unicità, diciamo così, del partito azzurro. Dove il tesseramento puzza troppo di vecchio, di cosiddetta prima Repubblica. E un po’ puzza anche la pratica, preferita invece da Tajani, dei congressi tradizionali di partito, appunto, con tanto di dirigenti, responsabili ed altro eletti e non nominati.
Dalle ultime cronache, o retroscena, risulta che dopo l’avvicendamento al gruppo del Senato, dove Stefania Craxi ha sostituito Maurizio Gasparri lasciandogli tuttia la presidenza nin ceto irrilevante della Commissione Esteri e Difesa, al gruppo della Camera si stia lavorando neppure tanto dietro le quinte per portare al vertice Enrico Costa. Che tuttavia non è il solo aspirante. L’ultima parola sarà probabilmente detta non da Tajani, che pure ci terrebbe fidando nell’aiuto del sempre operoso Gianni Letta, ma da Marina Berlusconi. Marina, non quella della canzone di Rocco Granata del 2009.
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