Mattarella preveggente 36 anni fa sui limiti agli stranieri in classe

       Non per quello che ha detto o fatto su ciò che deve essere la scuola, luogo di “incontri e non di ghetti”, ma per quello che le opposizioni gli hanno fatto dire e compiere in funzione antigovernativa il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è trovato in una situazione alquanto imbarazzante.

Intervistata a Porta a Porta da un ingessato Bruno Vespa, la premier ha ricordato di essere stata preceduta proprio da Mattarella, ministro della Pubblica Istruzione fra il 1989 e il 1990, con ben due circolari sulla strada di una limitazione del numero degli studenti stranieri- non più di cinque- in una stessa classe della scuola dell’obbligo. Seguì un intervento analogo della ministra allora berlusconiana Mariastella Gelmini, sempre dell’Istruzione, che rimase disatteso. 

       Anziché prendere atto -e magari scusarsi- di avere esposto troppo il presidente della Repubblica strattonandolo contro il governo, dalle opposizioni si sono levate proteste contro la premier che avrebbe osato “sfidare” il Capo dello Stato.  Nel salotto televisivo di martedì di Giovanni Floris, a la 7, Massimo Giannini ha cercato di dare la linea alla sinistra generosamente al singolare unitario: accusare la Meloni di volere tenere sotto scacco il presidente della Repubblica in vista dell’approvazione definitiva alla Camera della nuova legge elettorale, anche col voto di fiducia, nel testo cambiato al Senato. Legge che il capo dello Stato potrebbe essere tentato di non firmare per la promulgazione, secondo auspici già espressi dalle opposizioni, contenendo parti in contrasto con la Costituzione, per esempio in materia di premio della maggioranza, e con altri pronunciamenti della Corte del palazzo della Consulta.

       La prossima volta, vedrete, si accuserà la Meloni di volere tenere sotto scacco Mattarella anche sulla data delle elezioni politiche dell’anno prossimo, in primavera -come viene attribuito ai piani della premier- piuttosto che in autunno, alla scadenza ordinaria della legislatura.

La tavolozza dei colori della destra italiana

Pur rimpianto, evocato, riabilitato e quant’altro a Pontida, dove se n’era quasi perduta la memoria, di Umberto Bossi si sono perse le tracce verdi sui prati del raduno nazionale leghista. Il verde non è più di moda da quelle parti. Di camicie di quel colore Matteo Salvini ne ha ancora tante, come ha detto qualche giorno fa vantandosene con i nostalgici, ma tutte messe in armadio, non so se stirate nei cassetti o se appese alle stampelle come quadri.

       Il colore che adesso piace a Salvini è l’azzurro, sottratto senza permesso, credo, al collega e alleato di governo Antonio Tajani, fedele al lascito cromatico del compianto Silvio Berlusconi. Che inorridiva leggendo dei “forzisti” applicati dai giornali nei titoli ai suoi militanti e chiedeva di chiamarli “azzurri” se proprio bisognava accorciarne e semplificarne il nome.

       Già pieno, pure lui, di problemi che gli procurano i figli di Berlusconi, e ben lontano dal 20 per cento dei voti sognato ancora l’anno scorso, Tajani si contende da tempo con la Lega un elettorato che ha difficolta a sentirsi collocato a destra. Eppure Salvini non sembra infastidirsi troppo di essere considerato a destra, appunto, e di muoversi in quello spazio, che aveva cercato del resto di occupare assumendo l’anno scorso Vannacci e facendone il suo principale o più esposto vice.

       L’azzurro ora di Salvini, competitivo o no con quello di Tajani, è cromaticamente concorrente col blu preferito da Vannacci per il simbolo del suo Futuro nazionale, su sfondo però bianco delle bandiere dove lo applica nelle manifestazioni. Un blu che si scurisce sin quasi al nero che fa da sfondo al cognome del generale.

       Nero è anche il colore metaforico dell’ex sindaco di Roma ed ex ministro Gianni Alemanno, che ha appena formalizzato a Orvieto non più l’alleanza ma la confluenza nel partito del generale Vannacci. Di cui ha scelto di fare in qualche modo l’attendente preconizzandogli l’arrivo a Palazzo Chigi. Ma fra dieci anni, non prima, quando Vannacci ne avrà 67 e lui, magari di nuovo ministro, 78. Nel frattempo chissà dove sarà arrivata, anzi salita la Meloni, non potendosi immaginare una destra decentemente compiaciuta di vederla all’opposizione.

       Dieci anni, per quanto equivalenti a due legislature piene, non interrotte da scioglimenti anticipati delle Camere, possono apparire pochi in tempi in cui ormai si campa quasi ordinariamente sino a ottanta. Ma in politica sono tanti, anzi tantissimi. Chissà quanta altra erba potrà nascere alla destra di un Vannacci nel frattempo normalizzato in qualche modo pure lui. E chissà quali altri sommovimenti potranno avvenire a sinistra con effetti pure a destra. Dove già accade che Vannacci può contare sulle preghiere e sulle speranze del campo largo e opposto per i guai che potrà procurare nelle urne alla Meloni.

Pubblicato sul Dubbio

Mattarella si lascia strattonare dalle opposizioni sulla scuola

       Ancora una volta il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è stato strattonato dalle opposizioni contrapponendo le sue parole sulla scuola, che deve creare “legami e non ghetti”, alle misure annunciate dalla premier Giorgia Meloni, e in via di formalizzazione, non per creare liniti agli immigrati ma per rispettare quelli che già sono previsti in atti amministrativi disapplicati.

       Il Capo dello Stato, come nel suo campo il presidente della Conferenza Episcopale Italiana Matteo Zuppi per analoghe osservazioni, non ha ritenuto di opporre né in modo ufficiale né in modo ufficio, col richiamo alle solite fonti informate, segni di disapprovazione o semplice disagio per l’uso strumentale, a fini oppositori verso il governo, delle sue parole e dei suoi sentimenti.

       Il silenzio di Mattarella ha probabilmente motivato la protesta del vice presidente del Consiglio Matteo Salvini. Che, peraltro ora in campagna congressuale nel suo partito, ha ricordato di fatto anche al Presidente della Repubblica che i ghetti oggi nelle scuole già esistono, non stanno per essere creati dal governo, magari per inseguire o neutralizzare le truppe civili e militari del generale in congedo Roberto Vannacci. Sono le classi “con 20 bambini stranieri di 15 etnie diverse” su 30, dove quindi a trovarsi isolati sono gli italiani.

Ripreso da http://www.startmag.it

Il mostrificio delle opposizioni ha appena prodotto anche Melonacci

       Domani, non mercoledì 23 settembre 2026, ma il giornale quotidiano che il vecchio Carlo De Benedetti -92 anni fra due mesi-  possiede per consolarsi della perdita di Repubblica procuratagli dai figli vendendola a un nipote di Gianni Agnelli, poi liberatosene pure lui per girarla a un armatore greco, ha appena creato e lanciato nelle edicole che ancora sopravvivono un mostro politico. Si chiama Melonacci, metà Meloni e metà Vannacci: Roberto Vannacci, il generale sul quale la sinistra scommette per superare nelle urne l’anno prossimo il centrodestra, pur nello stato confusionale in cui essa ancora si trova: senza un programma, almeno sul terreno decisivo della politica estera e di difesa, e senza un leader. Di cui è dubbio ogni giorno di più anche il metodo con cui sceglierlo: con le cosiddette primarie aperte, anzi apertissime agli intrusi reclamate da Giuseppe Conte nella convinzione di vincere battendo la segretaria del Pd Elly Schlein e tutti gli altri che vi aspirano pur facendo finta di no, o con una trattativa dietro le quinte, la solita dei palazzi, per cercare una soluzione di compromesso. E scambiarsi a tavolino, almeno nella fantasia, tutte le postazioni delle quali potrà disporre la coalizione delle attuali opposizioni se dovesse vincere le secondarie, come si chiamano con una certa ironia le elezioni vere e proprie per il rinnovo delle Camere.

       Un po’ sorpresi e un po’ infastiditi dai chiari segnali di indisponibilità arrivati dalla Meloni a negoziare con Vannacci la permanenza o il ritorno nel centrodestra, anche a costo di perdere le elezioni scommettendo a sua volta sulla incapacità di tenuta degli avversari una volta al governo, divisi come sono anche loro, nella redazione di  Domani si sono inventati Melonacci, appunto. Una Meloni cioè che rincorre Vannacci facendo in quest’ultimo anno della legislatura ciò che il generale reclama accusando la premier di debolezza. In questa combinazione di nomi e di posizioni il mostro si danneggerebbe da solo perché perderebbero credibilità entrambe le parti.

       E’ un po’ quello che, da posizioni radicali di sinistra, per quanto schiacciato a destra dai critici dei suoi libri sulle malefatte compiute negli anni della Resistenza anche dai partigiani, la buonanima del mio amico Giampaolo Pansa fece costruendo il mostro di Dalemoni: metà Massimo D’Alema e metà Silvio Berlusconi. Che di giorno si combattevano e di notte, aiutati dall’immancabile Gianni Letta, si cercavano e aiutavano, finendo per non essere più creduti.

I due -D’Alema e Berlusconi- non ebbero in realtà molta fortuna. Il primo, pur spinto da Berlusconi alla presidenza di una celebre ma infelice commissione bicamerale di riforma della Costituzione, fu rottamato nel Pd da Matteo Renzi. L’altro nel centrodestra fu superato, perdendone la leadership, prima dal leghista Matteo Salvini e poi da Giorgia Meloni. Ma Salvini ebbe una crescita tanto vistosa quanto effimera, salendo al 34 per cento dei voti e precipitando poi al 5 o poco più, mentre la Meloni sta conservando una posizione dominante che ritiene di poter mantenere anche senza il Vannacci che gli avversari le hanno appiccicato addosso

Di Vannacci il corrosivo Beppe Grillo, pur impegnato in questi giorni a combattere l’infedele Conte con battute e invettive, ha detto con una certa esperienza come sensitivo che “è come una delcomania: più ci sputi sopra, più la inumidisci, più si appiccica”, appunto.

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L’asse Pontida-Orvieto partorito da una pazza domenica d’autunno

       In una domenica piena di manifestazioni politiche e di discorsi, compreso quello molto vivace della premier Giorgia Meloni ai giovani del suo partito, si è creato un metaforico asse Pontida-Orvieto. La Pontida di Matteo Salvini tornato alla disciplina unitaria, con le buone o le cattive di un congresso anticipatissimo, del compianto Umberto Bossi, che ne era stato estromesso negli ultimi anni e relegato in casa a ricevere e incoraggiare i dissidenti. E la Orvieto della estrema destra di Roberto Vannacci e di Gianni Alemanno, l’ex sindaco di Roma tornato recentemente in libertà e confluito nel Futuro nazionale del generale deciso a raddrizzare un mondo storto e rovesciato anche da una destra troppo accomodante, come sarebbe quella della Meloni.

       Il collegamento fra Pontida e Orvieto, per non parlare di gemellaggio per non coinvolgere le amministrazioni locali che non c’entrano, sta nella sintonia che permane politicamente pur tra i separati Salvini e Vannacci, scambiatisi addirittura posti al vertice della Lega, con Vannacci vice segretario. Poi messosi a tavola da solo per divorare l’altro “come antipasto”, secondo la convinzione o sensazione pubblicamente esposta con compiacimento da Vittorio Feltri.

       Salvini e Vannacci sono tornati o rimasti accomunati -l’uno dentro e l’altro per ora fuori dalla maggioranza, dove Feltri -sempre lui- consiglia alla Meloni di recuperarlo per non perderne i voti necessari a vincere le elezioni l’anno prossimo- nel reclamare più contrasto all’immigrazione clandestina, più bollo auto da abolire, meno anni per andare in pensione e niente armi all’Ucraina per la difesa dall’aggressione della Russia di Putin. Che, pur aggressore del paese limitrofo che voleva “denazificare” in una quindicina di giorni, non sarebbe il pericolo avvertito dall’Unione Europea, e non solo dalla Meloni ancora troppo poco sovranista per i gusti di Salvini e di Vannacci.

       Parallela a questa divisione della destra, su cui la sinistra scommette inseguendo l’alternativa, è la divisione della stessa sinistra quasi sugli stessi temi, soprattutto sulla politica estera e di difesa. Sul cui terreno Salvini e Vannacci potrebbero farsi una passeggiata insieme, e costituire magari un governo in condizioni estreme di confusione, con Giuseppe Conte e quel portasfiga di Angelo Bonelli, ma anche di Nicola Fratoianni, appena infilzato nelle esibizioni critiche dal sindaco di Salerno, ed ex governatore della Campania, Vincenzo De Luca, padre del segretario regionale del Partito Democratico. Grande è la confusione sotto il cielo, diceva Mao godendosene i frutti nella sua Cina. Ora se li gode Putin al Cremlino.   

Anche Ranucci fra le vittime imprudenti di Maria Rosaria Boccia

Pur abituato alle multiformi difese di Sigfrido Ranucci, orfano di Report toltogli dalla Rai col sollievo trapelato di una redazione stanca se non della conduzione, almeno dei suoi effetti, non mi aspettavo ch’egli dovesse essere atterrato come l’ultima vittima della prolematica imprenditrice pompeiana Maria Rosaria Boccia. Che lo aveva preso in custodia come un superman, ricavandone la promozione a una possibile direttrice di giornale, e ne ha moltiplicato le difficoltà di tenuta.

       Ranucci , scolpito anche in un libro dalla sua ammiratrice, rischia di non avere nemmeno le uscite di sicurezza, diciamo così, dell’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, passato l’anno scorso per le mani e le unghie della Boccia sotto processo per questo, ma anche per altro. Sangiuliano, dimessosi dal governo a causa sua,  passò prima all’ufficio di corrispondenza della Rai a Parigi -quello offerto a Ranucci è stato al Cairo, rifiutato come una mezza provocazione o un altro attentato- e poi nella sua Napoli come amministratore locale e commissario, o quasi, del partito meloniano del posto. Di Ranucci temo che non vorrà più occuparsi neppure Valter Lavitola, spintosi a sognare per lui un futuro di capo del governo dell’alternativa al centrodestra.

Schlein non si accorge di essere stata sorpassata da Conte

       Ancora compiaciuta di essere arrivata a suo tempo alla segreteria del Pd a sorpresa, non essendo stata “vista arrivare” né dentro né fuori il partito del Nazareno, Elly Schlein non si è accorta invece del sorpasso che il suo concorrente Giuseppe Conte ha compiuto su di lei nella corsa a sinistra a Palazzo Chigi. L’ha addirittura “doppiata”, come ha annotato con soddisfazione il giornale che lo sostiene con maggiore vigore: il Fatto quotidiano di Marco Travaglio, convinto che Conte sia stato il migliore presidente del Consiglio dopo Camillo Benso di Cavour avuto dall’Italia nella sua storia unitaria.

L’estimatore di Conte ritiene invece il Pd la componente ingiustamente maggioritaria del cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra. Ingiustamente, perché inadatta prima ad una opposizione vigorosa alla Meloni, tanto da avere aperto con lei un discorso sulla politica energetica dell’Italia soffocata dal carovita imposto dalle guerre in corso, e poi ad un governo di vera svolta.

       In un sondaggio condotto da Ipsos e sviscerato sul Corriere della Sera da Nando Pagnoncelli l’ex premier è risultato al 38 per cento dei consensi nell’area dell’alternativa e la segretaria del Pd a un impietoso 22 per cento. Se non è il doppio vantato dal Fatto, poco gli è mancato e gli manca.

       A dare una mano a Conte ha contribuito una buona metà del Pd disseminando di chiodi e di olio la strada della Schlein. Come la leader dei giovani del Pd Virginia Libero, che ha sostenuto in modo davvero bizzarro la corsa della sua segretaria contestandone la linea del sostegno all’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin, sino a proporre e proporsi l’organizzazione dei “disertori” nella guerra alla quale la Schlein vorrebbe portare l’Italia. Persino Pier Luigi Bersani ha consigliato alla giovane anzianotta del Pd, come l’avrebbe chiamata Amintore Fanfani che commissariò nella Dc il movimento giovanile condotto da trentenni e persino quarantenni; persino Pier Luigi Bersani, dicevo, ha consigliato a Virginia Libero di parlare di “obiettori”, piuttosto che “disertori”.

       Il sorpasso sondaggistico di Conte sulla Schlein aiuta naturalmente il centrodestra mettendolo un po’ al riparo dalle divisioni che gli sta procurando il generale, non a caso di divisione, per quanto in congedo, Roberto Vamnnacci. Che l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno già immagina a Palazzo Chigi d’intesa obbligata con la Meloni. “Mai”, ha gridato da Portofino il presidente del Senato Ignazio La Russa non per ammonire la leader della destra di governo e premier ma per condividerne e sostenerne la contrarietà ad un accordo con Vannacci pur di non rischiare una sconfitta elettorale. Essa sarebbe, al contrario, preferibile ad una vittoria perseguita e ottenuta stando appesi al cappio del generale.

Il generale Vannacci spacca il vertice del Giornale che fu di Montanelli

       Roberto Vannacci, diavolo di un generale e di un politico baciato dai sondaggi, è riuscito a spaccare il vertice del Giornale che fu di Indro Montanelli. E ora è diretto da Tommaso Cerno, ex parlamentare di sinistra, pur anomala come quella di Matteo Renzi allora segretario del Pd, al quale Vannacci non piace per i guai che può provocare al centrodestra sottraendogli i voti necessari al sorpasso da parte delle opposizioni, se riusciranno a concordare prima delle elezioni un programma e un leader da candidare a Palazzo Chigi. O imponendo alla Meloni, per ora contraria, un’intesa che ne comprometterebbe l’affidabilità.

       Ospite di un convegno a Torino sulla sicurezza presieduto proprio da Vannacci, che ne ha salutato l’arrivo interrompendo il proprio intervento, Feltri in veste di direttore editoriale del Giornale ha manifestato al generale tutta la sua simpatia e condivisione, riconoscendogli il merito di avere scritto libri di successo e di avere  “divorato come antipasto” la Lega col movimento Futuro nazionale.   Egli ha quindi espresso dissenso dalla posizione critica del direttore responsabile Cerno, impegnandosi a contenerlo o contrastarlo sul Giornale di cui come direttore editoriale potrebbe essere considerato superiore, anche se nel contratto di lavoro giornalistico prevale il direttore responsabile.

        L’estimatore del generale ha già mantenuto la promessa esponendo oggi sul Giornale, pur con minore evidenza di Cerno, le ragioni per le quali alla Meloni conviene tenersi nella maggioranza, o recuperare, il generale Vannacci sbertucciato sullo stesso quotidiano persino con una inchiesta di Lirio Abbate, proveniente dall’Espresso. I voti del generale -ha spiegato Feltri- sono necessari alla premier per vincere le elezioni e risparmiarsi il passaggio all’opposizione.

Chissà che cosa avrà da dire, e magari anche da scrivere sullo stesso Giornale, o privatamente navigando in internet, il corsivista Luigi Mascheroni, contrario ai giornalisti impegnati in politica com’è Vittorio Feltri, fattosi eleggere col centrodestra prima al Comune di Milano e poi al Consiglio regionale della Lombardia. Così contrario, il povero Mascheroni, da credere che a suo tempo, più di 40 anni fa, Montanelli avesse cacciato a “calci in culo” il cofondatore del Giornale Enzo Bettiza considerandolo un “reggicoda” di Bettino Craxi. E con lui anche il sottoscritto, pur già dimissionario, per un editoriale su Craxi che Montanelli non aveva voluto pubblicare dopo essersi consultato con i suoi – “i miei”, scrisse in una lettera- Giangaleazzo Biazzi Vergani e Mario Cervi. Non era ancora arrivato al Giornale Marco Travaglio: sì, proprio lui, l’attuale direttore del  Fatto Quotidiano, che di Montanelli si considera un po’ l’erede non dico designato ma quasi.

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I giornalisti poco affidabili, come preti e banchieri, al minimo i politici

       Come giornalisti siamo messi alquanto male in una indagine condotta da Ipsos, per quanto possiamo consolarci del fatto che i sondaggisti, compresi quelli di Ipsos, sono messi male pure loro col 30 per cento soltanto di affidabilità. Trenta per cento loro, 23 per cento noi, come i banchieri e i preti.

       Ancora peggio di noi sono messi i conduttori dei telegiornali, chissà perché distinti dai giornalisti, i dirigenti d’azienda, i ministri, i dirigenti pubblicitari, i cosiddetti influencer e i politici, attestatisi sul 12 per cento senza distinzione fra quelli di maggioranza e di opposizione, accomunati nella diffidenza, a dir poco, del pubblico. Non a caso, del resto, quello degli astenuti è il partito maggiore nelle graduatorie elettorali da un bel po’ di tempo a questa parte.

       Ai primi posti nella lista dell’affidabilità uscita dalle ricerche dei poco affidabili sondaggisti ci sono gli scienziati col 64 per cento, i medici col 61, gli insegnanti col 51, la polizia col 42 per cento, i militari in genere col 40 per cento e i giudici col il 37 per cento, non so se accomunati per caso, per ignoranza o quant’altro ai pubblici ministeri. La cui carriera unica d’altronde è stata salvata con la bocciatura referendaria della separazione approvata in Parlamento con una riforma costituzionale.

       Ciascuno, secondo il mestiere che fa o gli viene attribuito dal sondaggio dell’Ipsos, compresi i “cittadini comuni” al 29 per cento di affidabilità, avrà modo di riflettere autocriticamente o non. Penso che noi giornalisti dovremmo chiederci quanto ci sia costata l’esposizione, diciamo così, del conduttore televisivo, inchiestista e aspirante martire Sigfrido Ranucci, in qualche modo paragonatosi ai compianti Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Piersanti Mattarella e Aldo Moro, in ordine rigorosamente alfabetico, per la fine che ha rischiato di fare col suo lavoro. Non, secondo lui, per le amicizie e le frequentazioni coltivate fuori dalla redazione di Report, compresa quella di Maria Rosaria Boccia, con presumibili effetti sul prodotto giornalistico e sulle sue stesse ambizioni personali, proiettate dal faccendiere pregiudicato Valter Lavitola addirittura su Palazzo Chigi. Per questo forse da giornalisti non ci meritiamo neppure il 23 per cento di affidabilità che ci è stato dato. 

Le contestazioni qualunquistiche dell’intervento sul bollo auto e moto

L’arma usata contro la Meloni per qualunquizzarla con la storia dell’abolizione del cosiddetto bollo sulle auto e moto si è ritorta contro gli avversari. La premier non aveva tutti i torti, diciamo così, a sfottere l’anno scorso il candidato delle 5 Stelle alla presidenza della Calabria, Pasquale Tridico, paragonandolo a Cetto La  Qualunque per la promessa fatta agli elettori di togliere la tassa regionale di possesso sulle auto e moto. Che rispetto al provvedimento appena adottato dal governo a livello nazionale aveva qualcosa di veramente qualunquistico.

       Tridico, che pure è un ecomomista, aveva promesso l’esonero generalizzato sino a 250 euro di bollo, senza altri limiti, dalla tassa “più odiata” dagli italiani, come l’ha definita Meloni. Che invece ha deciso di abolirla, augurabilmente in senso “strutturale”, cioè per sempre e non solo per il 2027 elettorale, non per tutti. Sono eliminati dall’esenzione, o abolizione, i mezzi con più di 80 cavalli fiscali, purchè i proprietari non ne posseggano altri. In questo caso l’esenzione vale per l’auto meno costosa. 

       Nell’intervento del governo, elettoralistico quanto si vuole ma pur sempre non generalizzato, ripeto, c’è quella sensibilità o selezione sociale non avvertita in Calabria da Tridico, che ne ricavò peraltro alcun vantaggio, vista la bocciatura rimediata nelle urne.  

Questa dell’offensiva contro la Meloni per l’affare della tassa su auto e moto non è stata e non è la sola anomalia, chiamiamola così, della pratica d’opposizione del cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra. Una pratica di contestazione ovunque e comunque. Contestazione persino della disponibilità appena annunciata dalla Meloni, in risposta ad un intervento della segretaria del Pd Elly Schlein, ad accogliere in quest’ultimo anno elettorale o elettoralistico della legislatura posizioni e proposte del Nazareno in materia energetica. Anche in questa disponibilità, doverosa ancor più che ragionevole su temi e nel contesto di una situazione internazionale complicata come questa che stiamo vivendo, tra vecchie guerre che non finiscono e nuove che rischiano di sopraggiungere, si è preferito vedere nel campo largo una trappola della Meloni. Che avrebbe deciso di dare una mano alla Schlein nella concorrenza che Elly o Elena, come preferite, subisce a sinistra da Conte. Il quale ha scommesso, ostinato com’è, sulla incomunicabilità e sul radicalismo per conquistare la leadership del campo progressista. Progressista tuttavia -ha impietosamente osservato Beppe Grillo- nel senso della “paralisi progressiva della mente”.  E ostinato, sempre Conte e sempre nella rappresentazione del suo ex garante, come un avvocato non più del popolo ma dei cavilli. Che sono in effetti una specialità degli avvocati civilisti, qual è l’ex premier.

Pubblicato sul Dubbio

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