Conte declassa a “pretesa” la candidatura della Schlein a Palazzo Chigi

Giuseppe Conte inciampa nel dizionario della lingua italiana rispondendo, in una intervista a Monica Guerzoni, la quirinalista del Corriere della Sera, alla rivendicazione della candidatura di Elly Schlein a Palazzo Chigi “con o senza primarie” nel cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra.

Quella della Schelin, segretaria del maggiore partito della coalizione generosamente chiamata centrosinistra, e che Conte preferisce definire “Alleanza per la Costituzione”, non è appunto una rivendicazione, come dicevo, ma “una pretesa” nella reazione dell’ex premier.

Il dizionario della Treccani consiglia, diciamo così, di assegnare il giusto significato alla “pretesa” considerando “il contesto” in cui si usa questa parola. Un contesto, vista l’alta conflittualità nel campo dell’alternativa, che riduce ad un ossimoro l’aggettivo “legittima” applicato da Conte alla pretesa, ripeto, della Schlein.

Nella sua risposta a mezzo stampa alla segretaria del Pd si trova anche una controsfida dell’ex premier. Che reclama un’accelerazione delle trattative sul programma dell’alternativa e sulle primarie immediatamente successive. Un’accelerazione, quella chiesta da Conte, che sottintende il rimprovero di un ritardo al Pd preso dai suoi problemi interni. Dei quali la Schlein ha cercato di liberarsi -si vedrà con quali risultati- nell’assemblea del Pd che le ha prorogato il mandato di segretaria in scadenza e precluso il diritto della minoranza riformista di partecipare alle primarie con un suo candidato.

Nell’intervista di Conte c’è un solo, brevissimo passaggio sul maggiore ostacolo ad un programma concordato dell’alternativa, che è la questione ucraina. Notoriamente contrario alla prosecuzione degli aiuti militari, che pure hanno consentito la resistenza dell’Ucraina all’aggressione russa, Conte propone “determinazione a sostenere la popolazione”. “Nessuno può metterla in discussione”, dice Conte ignorando, o fingendo di ignorare, che a massacrare la popolazione ucraina da più di quattro anni, e negli ultimi tempi con maggiore ferocia, è la Russia di Putin purtroppo forte anche dei rapporti col presidente americano Donald Trump. Al quale lo stesso Conte ha dato recentemente, e proprio per questo, dell’”irresponsabile” archiviando il “Giuseppi” generosamente ricevuto dal presidente americano nel primo passaggio alla Casa Bianca, quando lui era a Palazzo Chigi, anzi vi restava cambiando maggioranza.

Il Parlamento frustato qualunquisticamente dal professore Zagrebelsky

Il presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, sollecitato da Massimo Gramellini in e con altre parole su la 7, ha commentato come peggio non si poteva “il deserto” nell’aula di Montecitorio lamentato dal ministro Giancarlo Giorgetti che riferiva dei “nuvoloni” in arrivo sull’economia.

L’insigne giurista non ha condiviso la sorpresa del conduttore della trasmissione, che ci è rimasto anche un po’ male, convinto che il suo ospite, per quanto a distanza, si unisse ad Alessandro Campi, professore pure lui, incline al perdono o alla comprensione degli assenti, più che lavativi o disertori. Assenti come in molte delle sedute d’aula destinate poi a riempirsi in prossimità delle votazioni, come in effetti l’aula si è poi riempita con Giorgetti svuotando progressivamente il cosiddetto transatlantico, corridoi affini e buvette. Neppure i banchi dell’ufficio di presidenza, d’altronde erano pieni quella mattina andata storta al ministro Giorgetti, già angustiato dall’ingrato abituale compito di contrastare le richieste di spesa anche del segretario del suo partito Matteo Salvini, ormai il bastian contrario del governo in concorrenza col collega forzista Antonio Tajani.

Per Zagrebelsky, tornando a lui, non c’è differenza fra un’aula parlamentare vuota e una piena di onorevoli distratti dal telefonino e dalle chiacchiere con i vicini. Tutti rassegnati a votare, quando si riesce a votare, seguendo gli ordini di partito o di chissà quale potere forte. Una rappresentazione insomma catastrofica del Parlamento, degna del peggiore emulo o erede del compianto Guglielmo Giannini, fondatore dell’”Uomo qualunque”.

Sono seguiti un po’ a Giannini nella storia della Repubblica l’Umberto Bossi o “senatur” della “Roma ladrona”, fra aule parlamentari e salotti, lo sbrigativo Silvio Berluscconi, che propose di fare votare solo i capigruppo per conto dei millesimi di rappresentanza, e l’incontenibile Beppe Grillo. Che scambiò il Parlamento per una scatola di tonno da aprire e svuotare senza neppure assaggiarne il contenuto per timore di venire contaminato. Impresa, quella di Bossi, gestita dal solerte Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, che con la complicità dei suoi alleati di turno, prima la Lega e poi il Pd, realizzò solo in parte, avendo ridotto e non svuotato, appunto, la Camera e il Senato. Le cui aule adesso è più difficile riempire anche per sovrabbondanza di posti a sedere, o seggi.

Eppure proprio in questo Parlamento così mal ridotto agli occhi, alle orecchie e al cuore di un giurista di esperienza e di prestigio come Gustavo Zagrebelsky, il generale vittorioso della campagna referendaria del 2016 contro la riforma costituzionale dell’allora governo di Matteo Renzi, si è assistito nella scorsa settimana allo spettacolo tipico di una democrazia in  salute: una parte del Pd, per quanto modesta, in  piena autonoma ha applaudito la premier Giorgia Meloni decisa a proseguire negli aiuti militari all’Ucraina sotto aggressione della Russia da più di quattro anni. Applausi mancati alla Camera sotto la sorveglianza della segretaria del Pd Elly Schlein: anche lei, in verità, favorevole alla prosecuzione degli aiuti agli ucraini ma trattenuta nei movimenti e nelle decisioni conseguenti  dalla paura di perdere per strada Giuseppe Conte, l’alleato-concorrente del campo largo dell’alternativa al centrodestra.

Con tutti i suoi difetti, i suoi assenti, i presenti distratti e tutto il resto, questo Parlamento non è insomma inutile come lo avverte, o è sfuggito di avvertire al professore delle altre parole. Riflette, nel bene e nel male, il quadro politico del Paese, come gli compete.

Pubblicato sul Dubbio

L’assalto di Elly Schlein al campo largo dell’alternativa di governo

In una domenica infestata di guerriglia urbana, come il giorno prima, anche la segreteria del Pd Elly Schlein ha voluto fare il suo assalto brandendo le dita e contestando di nuovo il profilo moderato raccomandato, nell’approccio elettorale, dalla minoranza riformista del Nazareno. Pure lei, e non solo il suo concorrente Giuseppe Conte nel cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra, è capace di assumere postazioni intransigenti. E di intimidire l’estabilischment che le farebbe la guerra.

La sua candidatura a Palazzo Chigi, per esempio, ci sarà “con o senza le primarie”, ha detto la Schlein all’assemblea del suo partito che le ha prorogato il mandato di segretaria, in scadenza l’anno prossimo, e le ha concesso il diritto di non avere altri concorrenti del Pd nella corsa alla guida del governo. La minoranza ha dissentito con l’astensione subendo l’assalto.

E Conte, reduce da un abbraccio e bacio d’ufficio con la Schlein nella piazza romana del Popolo alla manifestazione della Cgil di Maurizio Landini, come l’ha presa? Anche lui, in fondo, nelle scorse settimane aveva fatto il suo assalto, la sua mossa d’attacco dicendosi deciso a negare aiuti militari agli ucraini da presidente del Consiglio pur in presenza di un programma condizionato dalla posizione favorevole, invece, del Pd.

Le prime notizie o indiscrezioni provenienti dal movimento pemtastellare presieduto dall’ex premier lo danno decìso, a questo punto, ad accelerare i tempi delle primarie. Ciò comporta anche l’accelerazione dei tempi del programma unico della coalizione, avendo la Schlein reclamato già prima di ieri le primarie, chieste a sua volta da Conte, dopo e non prima di un’intesa sul programma.

Quel casto bacio di ufficio, e di piazza, fra la Schlein e Conte

Sul Corriere della Sera di oggi, a distanza di otto pagine, fra la prima e la nona, ci sono due rappresentazioni contrastanti dei rapporti fra la Schlein e Conte. In prima il critico televisivo, ma anche d’altro, Aldo Grasso si è speso nella lettura e interpretazione di una recente sedia vuota, in un raduno al chiuso, fra la segretaria del Pd e l’ex premier che le contende la candidatura a Palazzo Chigi del campo largo dell’alternativa al centrodestra. Una sedia vuota -ha scherzato Grasso- al posto giusto.

A pagina 9, senza alcun richiamo in prima per non contraddirsi o smentirsi con troppa evidenza, sono state sistemate, una accanto all’altra, due foto di saluto e di abbraccio che la Schlein e Conte si sono scambiati in piazza del Popolo, a Rona, nella manifestazione della Cgil conclusa dal segretario uscente Maurizio Landini con la proclamazione di uno sciopero generale, venerdì 20 novembre, contro il governo. Che affamerebbe le famiglie per mandare, fra l’altro, armi agli ucraini anziché negarle e indurli alla resa ai russi chiesta praticamente anche dal presidente americano Donald Trump nei suoi soliti modi, forse considerati eccessivi e imbarazzanti persino al Cremlimo.

Un abbraccio, quello fra la segretaria del Pd e il suo concorrente a Palazzo Chigi, con bacio annesso, sulle guance naturalmente, che è stato salutato con particolare sollievo dal presente Angelo Bonelli, preoccupato che il campo largo potesse essere ancora più disturbato dal virus influenzale che aveva allontanato i due alleati-concorrenti dell’alternativa. O li aveva costretti a contatti telefonici “8 volte al giorno”, ha rivelato Conte.

Tutto risolto, quindi, e tornato alla normalità, ammesso che davvero questa sia mai esistita da quelle parti intesa come situazione tranquilla e chiara? Per niente, naturalmente. Prima di raggiungere e abbracciare, ripeto, la Schlein il presidente del Movimento 5 Stelle si era attardato con i suoi tifosi in piazza ricevendone e assecondandone con sorrisi e battute  le esortazioni a guardarsi dalla Schlein, e non solo dal solito Matteo Renzi.

Tutte le autoreti delle opposizioni al governo Meloni

Una recente sedia vuota fra Elly Schlein e Giuseppe Conte, impegnati a non approfittarne per scambiarsi qualche parola ma ad aumentare le distanze fra di loro concentrandosi ciascuno sulle proprie carte, ha stimolato Aldo Grasso sul Corriere della Sera nel suo spazio domenicale di prima pagina riflessioni critiche sul campo largo delle opposizioni aspiranti all’alternativa di governo.

Un campo in cui -ha scritto il critico televisivo- quella sedia “è l’unica ad avere trovato il suo posto”. Un campo, ancora, in cui ognuno contende il posto all’altro. Conte, per esempio, alla Schlein nella corsa alla candidatura a Palazzo Chigi, e quindi alla leadership della coalizione. Matteo Renzi a se stesso. E Maurizio Landini, il segretario uscente della Cgil, a tutti gli altri messi insieme lanciando contro il governo il solito sciopero generale nel solito venerdì, il 20 novembre, e con le solite bandiere e comizi nelle piazze. O in ciò che ne rimarrà alla fine delle manifestazioni e delle guerriglie scatenatesi in sintonia, credo non casuale, con quelle in altri paesi europei dove si respira aria elettorale.

Sin quando il campo largo dell’alternativa sarà questo la premier Giorgia Meloni potrà pure fare a meno di alzare la voce nella difesa dagli attacchi e nella rivendicazione della “cultura di centro” nell’azione di governo recentemente rivendicata in un videomessaggio ad un raduno di democristiani irriducibili. Altro che inseguire a destra il generale Roberto Vannacci, corteggiato invece dalle opposizioni nel solito paradosso della lotta politica in Italia.

Dopo il Consiglio europeo di giovedì e il doppio dibattito parlamentare che lo aveva preceduto di una giornata è uscito rafforzato un asse alquanto spiazzante per le opposizioni sul terreno della politica estera e di difesa: quello fra i presidenti della Repubblica e del Consiglio, fra Mattarella e Meloni. Un Mattarella che alla scadenza del suo secondo e ultimo mandato potrà forse fare quello che Mario Draghi fece quattro anni fa a Palazzo Chigi ricevendo la Meloni per il passaggio delle consegne. E senza un cenno di fastidio. Tutt’altro.

Il Pd fra il tifo di Paolo Gentiloni e il martello di Silvia Salis

Fresco di stampa con le sue “istruzioni” per far diventare “una potenza” l’Europa da lui servita come commissario a Bruxelles per conto dell’Italia nel precedente esecutivo di Ursula von der Leyen, l’ex premier Paolo Gentiloni ha declinato con cortesia la proposta fatta da Paolo Mieli sul Corriere della Sera non a lui ma alla segretaria del Pd Elly Schlein di lasciargli federare in un’unica formazione fiancheggiatrice del Nazareno i centri, centrini, cespugli e quant’altro del cosiddetto campo largo.

Ospite di Corrado Formigli a Piazza pulita, Gentiloni prima ha sottolineato le difficoltà di un’impresa del genere, tanta è la confusione in quell’area, affollata di aspiranti leader forse più ancora che di voti, e poi ha detto di essere intenzionato a continuare a fare “il tifo” per il Pd. Evidentemente dall’interno, essendovi iscritto, e non uscendone per diventarne esterno.

Non so se Mieli ci sia rimasto male e voglia rispondergli, magari tornando a scriverne sul Corriere. Sospetto che non sia rimasta male la Schlein, già troppo piena di problemi con Giuseppe Conte che le contende la candidatura a Palazzo Chigi per l’alternativa al centrodestra, per trovarsene un altro costituito da un centro federato. Esso potrebbe insediarle  candidatura  a presidente del Consiglio ancora più di Conte, al di là delle stesse intenzioni, almeno iniziali, del federatore Gentiloni, o  altri al suo posto.

E poi ve l’immaginate nell’area o pollaio di centro a sinistra Matteo Renzi, diavolo di un uomo, che accetta di farsi federare disciplinatamente da quel Gentiloni che nel 2017, dopo la bocciatura referendaria della sua riforma costituzionale si rifiutò di assecondare da Palazzo Chigi il tentativo del suo predecessore, rimasto segretario del Pd, di investire in elezioni anticipate la consistente minoranza referendaria? Mattarella al Quirinale era contrario, pur essendo arrivato alla Presidenza della Repubblica spinto da Renzi, e Gentiloni ne condivise il no.

Senza tuttavia lavorare di fantasia sugli umori di Renzi, facile alle impuntature e alle sorprese delle quali Conte si è ammalato senza possibilità di guarirne, non essendo peraltro da meno in materia di sorprese e malumori, basta leggere un’intervista anch’essa fresca di stampa della sindaca di Genova Silvia Salis a 7, il supplemento del Corriere della Sera, per avere conferma del ginepraio del centro a sinistra. “Il centrosinistra non ama la vittoria”, è il titolo pessimistico e sconsolato di copertina.

Il centrosinistra -ha spiegato all’interno la Salis, per alcuni una potenziale versione al femminile del federatore del centro proposto da Mieli per Gentiloni- “nei decenni ha elaborato anticorpi potentissimi contro la vittoria. C’è fastidio verso la figura del leader. E c’è il meccanismo perverso di dover abbattere la peculiarità di ogni partito per tenere insieme tutti. E quasi l’idea che il concetto stesso di vittoria sia qualcosa di destra”. E ancora, parlando del partito che è il principale, più votato, della coalizione dell’alternativa al centrodestra: “Abbiamo frammentato il Pd”, che “se fosse stato più inclusivo e avesse contenuto le tensioni interne, oggi sarebbe un partito che non avrebbe problemi a stare al 30 per cento”, anziché al 20 attorno al quale naviga inseguito dal Movimento 5 Stelle di Conte fra il 12 e il 14 per cento.

Da campionessa vera com’è, con tanto di medaglie e titoli, e foto evocative che la celebrano negli articoli di giornale che si guadagna in politica, Salis ha lanciato il suo martello contro lo schieramento al quale pure appartiene e che l’ha portata alla guida della sua città.

Pubblicato sul Dubbio

La carta Gentiloni per il centro proposta alla Schlein da Paolo Mieli

Il mio amico Paolo Mieli, che considero il simpatico gattone del giornalismo italiano per la capacità che ha di graffiare con garbo, sino a strappare il sorriso a chi ne riceve le critiche, compreso Marco Travaglio di solito irascibile nella torre delle sue certezze e dei suoi archivi, è dichiaratamente e pazientemente schierato col campo largo, come si dice, dell’alternativa al centrodestra. Credo sia anche un potenziale elettore della della segretaria del Pd Elly Schlein nelle primarie per scegliere il candidato  a Palazzo Chigi, e leader quindi della coalizione. Egli tuttavia non si è risparmiato di dubitare, scrivendone sul Corriere della Sera, delle sue recenti contestazioni della determinante incidenza elettorale  del centro nella competizione fra io due schieramenti che si contendono maggiormente il governo. Un centro che a destra la Meloni ha riconosciuto importante tanto da adottarne, diversamente dalla Schlein a sinistra, la “cultura nell’azione” governativa.  

       Mieli ha consigliato alla segretaria del Pd più prudenza e proposto un uomo al quale appoggiarsi per federare, secondo il lessico di questa stagione politica, non tanto la coalizione dell’alternativa cedendogli il ruolo, quanto l’area di centro del campo largo oggi alquanto pasticciata e affollata di ambizioni: tanto che se ne avvertono parti impegnate a sostenere sia la stessa Schlein sia il suo principale concorrente. Che è naturalmente Giuseppe Conte, alla cui corsa lavora dietro ma ormai anche davanti alle quinte l’instancabile Goffredo Bettini, addetto ormai alle rinascite: quella una volta di carta di Palmiro Togliatti e quella per niente di carta di Conte a Palazzo Chigi, dove nel 2019 si guadagnò, ma paradossalmente uscendone, la promozione al “punto di riferimento più alto dei progressisti”.

       Paolo Gentiloni, anche lui peraltro ex premier, e pure ex ministro degli Esteri ed ex commissario europeo, ricorrentemente indicato nei retroscena giornalistici come una carta di riserva della Schlein per il Quirinale, quando scadrà il secondo mandato di Sergio Mattarella, da proporre eventualmente anche ad un centrodestra sconfitto nelle elezioni, si lascerà distrarre dal lavoro proposto per lui da Mieli? A Corrado Formigli, ieri sera a Piazza pulita, egli ha detto di volere continuare ad essere “un tifoso del Pd” e di ritenere “molto difficile mettere d’accordo” gli evidentemente non federabili centristi dichiarati del campo largo.

 D’altronde, anche come quirinabile adatto a piacere a sinistra e a destra la posizione di Gentiloni si è indebolita con l’irruzione appena fatta da Pier Ferdinando Casini in questa area bipartisan rinunciando a ricandidarsi al Senato come ospite del Pd per arrivare equidistante, fra centrodestra e centrosinistra, al momento della successione a Mattarella. Nei confronti di Casini, credo, Gentiloni avrebbe meno ragioni da vantare, e speranze da coltivare, per piacere al centrodestra nato nel 1994 con la partecipazione dello stesso Casini all’avventura politica di Silvio Berlusconi, affiancati entrambi sui palchi nelle piazze da Gianfranco Fini e Umberto Bossi.  

Dal campo al circo largo della improbabile alternativa alla Meloni

       A un anno, al massimo, dalle elezioni politiche che la segretaria del Pd Elly Schlein è sicura di “andare a vincere” con i suoi alleati e/o concorrenti a Palazzo Chigi, nel campo cosiddetto largo dell’alternativa non sono riusciti a concordare un documento unico nei dibattiti al Senato e alla Camera sul Consiglio europeo di oggi e domani. La maggioranza ne ha prodotti due, la cui approvazione ha fatto decadere i cinque delle opposizioni.

 Il massimo dell’unità le opposizioni lo hanno raggiunto disertando la votazione sul secondo documento della maggioranza che auspica una tregua nella guerra d’Ucraina almeno nel settore energetico. Quella tregua annunciata da Trump e rifiutata, o smentita, o contraddetta, come preferite, da Putin pur trattato dal presidente americano come l’aggredito, piuttosto che l’aggressore.  E remunerato, sempre Putin, con un accordo di fornitura di gasolio agli Stati Uniti definito dalla premier Meloni come “molto rischioso” per gli effetti politici che potrebbero derivarne.  “Non sono affari suoi”, le hanno risposto immediatamente da Mosca.

L’argomento potrebbe essere stato discusso dalla Meloni col presidente della Repubblica nell’abituale e allargata colazione di lavoro al Quirinale alla vigilia delle sessioni del Consiglio europeo. E’ arcinota la condivisione del Capo dello Stato dell’appoggio politico e militare del governo all’Ucraina, di cui il presidente Zelensky, in missione a Londra, ha tenuto ieri a rinnovare i ringraziamenti.

Per tornare ai rapporti fra governo e opposizioni sulla politica estera e di difesa, il duplice dibattito parlamentare ha fornito l’occasione per un ulteriore distacco, nel campo avverso al governo, del partito di Calenda. Del cui documento la Meloni ha disposto che fosse accolta una parte dalla maggioranza.

Il campo largo, o circo,  dell’alternativa, per non scadere nella mezza parolaccia del casino, risente sempre di più della forza delle sue componenti più radicali fra proteste e preoccupazioni crescenti nell’area riformista del Pd, da cui si sono levati applausi alla Meloni nell’aula del Senato.  La radicalità tuttavia non migliora i rapporti fra la Schlein e il suo alleato e concorrente principale che è Giuseppe Conte, il presidente del Movimento 5 Stelle che fu di Beppe Grillo ed ex premier. I due non riescono ormai più neppure a partecipare insieme a eventi come la festa romana del cinema, alla quale si sono presentati in momenti diversi scambiandosi a distanza battute allusive nelle risposte ai giornalisti sull’attualità politica. Persino le cronache del campo o circo largo dell’alternativa sono scritte, per esempio ieri su Corriere della Sera, a quattro mani, non bastandone due.  

Ripreso da http://www.startmag.it

Le giornate particolari degli spaventapasseri di destra e di sinistra

La destra, anzi il centrodestra è abitualmente accusato, qualche volta non a torto, di esasperare il tema della sicurezza per trarne vantaggio elettorale, pur in presenza di un astensionismo alto, che fa ritenere l’elettorato più indifferente che attento e smanioso di andare a votare. Ma la sinistra, anzi il centrosinistra, non è da meno nel cavalcare il tema dell’antifascismo per accusare la destra, anzi -ripeto- il centrodestra di rimpiangere e volere ripristinare il regime di un secolo fa in qualche altro modo, senza marce su Roma e tutto il resto. Magari nelle modalità di una “capocrazia” avvertita nella legge elettorale che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella avrebbe promulgato con troppa fretta, sia pure con l’effetto che dovrebbe essere apprezzato di accelerarne la verifica da parte della Corte Costituzionale già raggiunta da ricorsi.

       Si è arrivati a sinistra, con l’aiuto di tutti i centrini che le gravitano attorno, a ingigantire la figura o il fenomeno del generale in pensione anticipata Roberto Vannacci, quasi festeggiandone l’avvicinamento alle due cifre nei sondaggi. E al conseguente, auspicato dissanguamento elettorale del centrodestra utile al sorpasso e alla vittoria del campo largo dell’alternativa. Ma se dovesse mancare questo sorpasso grazie alla tenuta della coalizione guidata da Giorgia Meloni, il generale rimarrebbe uno spauracchio per la tentazione attribuita alla stessa Meloni di recuperarlo, per quanto la premier non abbia sinora pronunciato una parola o compiuto un gesto in questa direzione. Piuttosto la presidente del Consiglio ha adottato, con tanto di discorso a una platea di post-democristiani, la “cultura di centro” nell’azione di governo.

       il buon Aldo Cazzullo, che prima o poi vivrà, e potrà anche raccontare in televisione la “giornata particolare” della sua nomina a direttore del Corriere della Sera, nella pagina della corrispondenza dei lettori ha colto l’occasione di un ricordo di Giorgio Bracardi per indicare nel generale Vannacci la caricatura riuscita del fascista anticipata dal compianto al pubblico divertito di Renzo Arbore. “Il suo personaggio -ha scritto Cazzullo alludendo appunto a Vannacci- è all’8 per cento e magari un domani sarà al governo”. Persino alla guida, ha già prospettato qualche altro spaventapasseri immaginando la Meloni al Quirinale e il generale a Palazzo Chigi, portatovi da tutti quelli ai quali sta offrendo candidature sapendoli a rischio di non essere più riproposti dai partiti di origine, o dell’altra volta. Siamo più ai fumetti, mi pare, che alla cronaca.

Pubblicato sul Dubbio

I deputati fuggiti dai nuvoloni annunciati dal ministro Giorgetti

       Per non cadere nella tentazione sempre forte del qualunquismo, alla quale ha ceduto, per esempio, Massimo Gramellini più o meno consapevolmente nel suo caffè quotidiano sulla prima pagina del Corriere della Sera commentando l’aula deserta della Camera di ieri mattina, si potrebbe persino contestare al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti la protesta fatta contro gli assenti. Che avrebbero disertato il lavoro rispettato invece da lui, unico peraltro al banco del governo, dove nessun ministro, proprio nessuno, ma neppure uno dei suoi sottosegretari aveva ritenuto di fargli compagnia nel discorso sul documento programmatico di finanza pubblica al primo punto dell’ordine del giorno della 726.ma seduta pubblica della 19.ma legislatura della Repubblica.

       Gli “onorevoli deputati”, come li chiama il presidente di turno nelle sedute, si sono difesi dai “nuvoloni” genericamente annunciati o minacciati dal ministro Giorgetti per spiegare la prudenza contabile del governo, pur sforando peraltro il bilancio. Si sono difesi rimanendo a casa, o spingendosi sino al cosiddetto transatlantico di Montecitorio e alla buvette, senza varcare la soglia dell’aula con l’ombrello riposto grazie alla giornata di sole sopraggiunta ad altre coperte o di pioggia.

       Da vecchio, vecchissimo cronista parlamentare, allenatosi con i resoconti delle sedute e poi avventuratosi nei commenti, vorrei prendermela più che con gli assenti, o col ministro sentitosi praticamente offeso da loro, col presidente della Camera e i suoi vice che si alternano con turni al suo posto. In un’aula deserta – dove dodici persone, quanti erano ieri mattina i presenti, più dei deputati e funzionari sistemati sui banchi della presidenza, si stenta pure a vederli- la seduta non dovrebbe venire neppure aperta. O dovrebbe venire aperta e sospesa immediatamente in attesa del pubblico, chiamiamolo così anche in aula, e non solo nelle tribune degli invitati e dei giornalisti.

       Lo stesso discorso naturalmente vale per il Senato, l’altro ramo più anziano o meno giovane del Parlamento.

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