Alla faccia dell’umorismo dopo i disordini di sabato a Torino

       Quest’ultimo ha scritto, anzi premesso, in apertura del suo editoriale odierno, dopo il sabato rosso di fuoco di Torino, che “quando un poliziotto viene picchiato da un manifestante noi siamo col poliziotto”, come -ha subito compensato- “col manifestante se picchiato dal poliziotto”.

       Ma sentite, anzi leggete quel che si è scritto nella “Cattiveria” di giornata – le virgolette del titolo sono mie- di quel poliziotto picchiato a martellate  dopo essere stato atterrato, prima di finire al pronto soccorso: “Torino: il poliziotto preso a martellate dimesso il giorno dopo. Un recupero talmente lampo che l’ha preso la Juve”. Che potrebbe magari allenarlo e tenerselo come riserva nel ruolo di portiere. Alla faccia dell’umorismo.

       Alla prossima “Cattiveria”, sempre tra le mie  virgolette, si scriverà magari che il poliziotto è stato trattenuto in ospedale per il tempo strettamente necessario alla visita che gli ha fatto, tra fotografi, telecamere e altro, la premier Giorgia Meloni, corsa a Torino dopo essersi contemplata e riconosciuta nella “faccia d’angelo” restaurata nella Chiesa di San Lorenzo in Lucina, a due passi da Palazzo Chigi.  

       Umorismo per umorismo, cronache e retroscena riferiscono di una Meloni -sempre lei- “incartata” nella questione della sicurezza col suo appello alle opposizioni a fare la loro parte in Parlamento con la maggioranza. Ma mi pare che ad incartarsi siano state le opposizioni reagendo al solito loro modo, cioè dividendosi e dettando condizioni di copertura alle loro già ricordate divisioni e, in più, ambiguità.

       Intanto quelli di Alkatasuna, il centro sociale  di Torino un po’ gemello del Leoncavallo di Milano, hanno esultato per il “successo” della manifestazione a loro sostegno. La prossima volta sapranno fare anche meglio, al loro modo. Cioè peggio.

Per la piazza violenta la magistratura se la prende con la borghesia

Non ho altri titoli se non quello di un giornalista doverosamente curioso per occuparmi della protesta, chiamiamola così, della procuratrice generale di Torino Lucia Musti contro gli ambienti benestanti e dintorni, diciamo pure la borghesia, come hanno tradotto in parecchi. Ambienti che hanno sottovalutato, sino a fiancheggiarli, volenti o nolenti, protagonisti, attori e comparse della criminalità di piazza. Che proprio a Torino si è appena fatta vedere e sentire devastando, secondo le indagini giudiziarie, e picchiando con martellate anche un agente di Polizia già atterrato negli scontri, e inerme.

       D’accordo, per carità, sulla borghesia distratta e pasticciona, sulla quale potette contare anche il terrorismo, rosso e nero, negli anni giustamente chiamati di piombo. La borghesia dei salotti nei quali si scambiavamo lucciole per lanterne, informata da un Corriere della Sera che omise nei titoli il nome di Indro Montanelli -licenziato qualche anno prima e presosi così sul serio da fondare un giornale concorrente portandosi appresso “l’argenteria” di via Solferino- quando riferì delle pallottole sparategli addosso da terroristi desiderosi di fare carriera. Come poi avrebbero fatto altri col mio collega e amico Walter Tobagi ammazzandolo sotto casa come un cane, sempre a Milano.

       Ma ai borghesi in salotto, magari anche televisivo, e per strada, non certamente cresciuti leggendo Leo Longanesi, che ne avrebbe avuto solo orrore, per quanto ne avesse viste anche lui di tutti i colori, bisognerebbe dare, almeno per onestà intellettuale , se non coraggio civile, una buona compagnia. Buona, naturalmente, per modo di dire. Penso ai magistrati -sì, anche loro- che occupandosi d’ufficio, diciamo così, dei malintenzionati che mettono a ferro e fuoco le città li liberano troppo facilmente o li indagano per reati di gran lunga minori rispetto alle azioni compiute e documentate in diretta o in differita.

       Vedrete che prima o dopo -se non è già avvenuto espressamente, e non solo allusivamente con le proteste a sinistra contro le “strumentlizzazioni” politiche degli avversari- sarà contestato alla premier Giorgia Meloni il “tentativo di omicidio” da lei avvertito e denunciato correndo a visitare gli agenti feriti a Torino. Come le fu contestato nelle settimane scorse di avere avvertito e denunciato l’opera di “vanificazione”, se non addirittura di boicottaggio, che subiscono il  governo e  il Parlamento che ne approva le iniziative quando intervengono decisioni giudiziarie della solita, assoluta discrezionalità.

       Anche di questa discrezionalità in fondo ai magistrati tocca rispondere, consapevoli o no che siano, nel referendum genericamente intestato alla giustizia, magari anche con la maiuscola che io invece mi e vi risparmio, nel referendum del 22 e 23 marzo. Che, in realtà, tocca solo loro, la separazione delle loro carriere, la composizione dei loro organi rappresentativi di carattere istituzionale e la loro disciplina, quel poco cioè di responsabilità di cui davvero possono rispondere, essendo quella cosiddetta “civile” qualcosa di molto improbabile o aleatorio dopo il tradimento del risultato del referendum del 1987. Cui seguì una legge ordinaria che lo vanificò appunto.

       La campagna referendaria del no condotta dall’associazione nazionale dei magistrati e partiti o correnti di sostegno, anche cambiando il quesito per tradurlo truffaldinamente nella domanda a favore o contro la “subordinazione dei giudici alla politica”, già si è scontrata con la cronaca nera di cui i disordini di Torino sono stati gli ultimi in ordine cronologico. Temo, sempre per i promotori del no, che altra ne seguirà a beneficio delle ragioni del sì ad una riforma che contiene sì praticamente la magistratura, ma solo nella onnipotenza che si è attribuita ben oltre limiti, confini e altro della Costituzione.

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La campagna referendaria del no sempre più comtrastata dalla cronaca

         La cronaca nera, o di guerra, o di guerriglia, come preferite, soprappostasi a quella politica della manifestazione a Torino favorevole al centro sociale Askatasana sgomberato dopo anni di polemiche e occupazione abusiva, disturba -a dir poco- la campagna referendaria del no alla riforma costituzionale sulla magistratura. La quale, proprio a Torino, indaga sui disordini per “devastazione”, almeno sino al momento in cui scrivo, anche dopo l’evidenza fotografica e televisiva – sottolineata personalmente dalla premier accorsa in ospedale dai feriti-  del tentativo di omicidio compiuto contro gli agenti di polizia, particolarmente quello inerme a terra e colpito a martellate.

       Apparentemente, verbalmente solidali con la polizia aggredita da malintenzionati non a caso incappucciati, le opposizioni non si sono lasciate scappare neppure questa occasione per liquidare come “stumentalizzazioni” i richiami del governo e delle forze della maggioranza alla necessaria severità delle reazioni. Il problema, secondo loro, e un titolo del Fatto Quotidiano che ne riflette logica e istinti, non è di una magistratura ritardataria, distratta e ideologizzata, ma di un “governo della insicurezza” che lesina nelle spese e non permette abbastanza giudici e forze dell’ordine per fronteggiare “i criminali”. “Meno giudici e più criminali”, è esattamente lo slogan del giornale capofila della campagna referendaria contro la riforma della magistratura.

       Manca ormai meno di un mese al referendum, che i signornò hanno tentato sinora inutilmente di ritardare in sede naturalmente giudiziaria contestando la data fissata dal governo. Ho l’impressione tuttavia  che il tempo giochi contro di loro per via non di chissà quale piano governativo e istituzionale ma semplicemente della cronaca, ripeto.

Ah, la piazza di Torino esaltata e incoraggiata da Fausto Bertinotti

         Mi chiedo se Fausto Bertinotti, già presidente della Camera e altro ancora nella sua storia di militanza politica a sinistra, non senza il gusto -gli riconosco- di una certa eleganza, non avverta il bisogno, se non il dovere, di scusarsi pubblicamente per il contributo che, volente o nolente, ha dato ai disordini di ieri a Torino con una intervista all’edizione torinese, appunto, del Corriere della Sera inneggiante alla piazza. Dove in giornata si sarebbe svolta un’annunciatissima manifestazione contro la chiusura del centro sociale Askatasuna, che tradotto dalla lingua basca significa libertà ed emancipazione. Un po’ come a Milano è stato a lungo, con i suoi molti inconvenienti di ordine pubblico, il centro sociale Leoncavallo, dal nome della strada dove nacque occupando abusivamente un edificio in disuso.

       “la politica è svanita, non resta che la piazza”, si leggeva ieri mattina l’intervista di Bertinotti già nel titolo di pagina 3 e nel richiamo in prima pagina. “C’è un bisogno grande di partecipazione. Di costruzione del legame tra i soggetti, E la piazza è diventata il luogo dove questo avviene contro l’oppressione di un sistema sempre più imperante, che sorveglia e punisce ed è incapace di consenso. Assistiamo a un cambio di paradigma. La politica è svanita, le forze che si prefiggevano un cambiamento sono state sconfitte. E così resta la piazza”, diceva ancora e spiegava Bertinotti. Che poi commentava “il partito della piazza” propostogli dall’intervistatore Gabriele Guccione proponendo a sua volta un linguaggio di antica e francamente indigeribile fattura  di sinistra autoreferenziale, a dir poco: “Ciò che non viene inglobato nel sistema rappresenta come uno scarto o un residuo. Dunque, la piazza è un residuo”. O è “un altro luogo, quello ”deputato del nuovo conflitto”. E seguiva l’immancabile riferimento agli Stati Uniti di Donald Trump, diventati “il laboratorio della repressione e della disumanità”, col conseguente “bisogno di tornare a scendere in piazza, per esempio, con i fischietti anti-Ice”.

       A Torino, in verità, anche se a Roma non c’è Trump, ma una Meloni accusata di esserle “affine” dal senatore a vita Mario Monti, non si sono visti e sentiti “fischietti”. Si è visto e sentito ben altro, come quel pestaggio ignobile contro un poliziotto inerme caduto per le botte, di cui Bertinotti dovrebbe sentirsi quanto meno imbarazzato.

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Quella “faccia d’angelo” di Giorgia Meloni in chiesa a Roma….

     Passano le Repubbliche- prima, seconda, terza, quarta almeno in un omonimo studio televisivo- ma non le ossessioni della sinistra di derivazione comunista, ma anche democristiana di sinistra. Che riesce a volte ad essere più ossessionata dell’altra per farsi forse perdonare una specie di peccato originale.

       L’ossessione che Palmiro Togliatti aveva di Alcide De Gasperi, pur essendogli stato uno dei ministri, lo portò a proporsi in piazza, nella campagna elettorale del 1948, di “cacciarlo a calci in culo”, testuale, dal Viminale, che era allora anche la sede della Presidenza del Consiglio, oltre che del Ministero dell’Interno. Ma l’elettorato salvò il culo- ripeto- di De Gasperi e, più in generale, degli italiani.

       Di Giulio Andreotti, formatosi alla scuola proprio di De Gasperi, si disse e si scrisse, sempre a sinistra, come di Belzebù, nel senso di diavolo. Pericoloso anche per l’Inferno dove gli avversari lo avevano confinato. Neppure gli anni prestati da Andreotti alla cosiddetta “solidarietà nazionale”, la maggioranza comprensiva del Pci di Enrico Berlinguer, lo misero poi al riparo dalla partecipazione comunista alla rappresentazione dell’uomo della mafia infiltratosi nello Stato, o quasi.

Qualche giorno fa, bontà sua, parlandone nella rappresentazione dell’epistolario pubblicato fra lo stesso Andreotti e Francesco Cossiga, un ironico Massimo D’Alema ne ha tessuto gli elogi rivelando anche particolari gustosi dei loro rapporti personali. Ma nella tempesta politico-giudiziaria dell’ormai ex presidente del Consiglio, ma per sua fortuna ancora senatore a vita, non ricordo una parola, una sillaba, un cenno di D’Alema e compagni a suo favore.

       Di Bettino Craxi, il socialista “traditore” come i socialdemocratici per il loro senso di forte autonomia e di anticomunismo anche dichiarato, gli stivali e la camicia nera fascista erano di ordinanza nelle rappresentazioni vignettistiche, persino di Giorgio Forattini, e nei racconti delle sue iniziative e sfide politiche. La “trippa alla Bettino” era servita nelle feste dell’Unità ancora organo ufficiale del Pci.

       Liberatisi di Craxi con l’aiuto della solita magistratura ora in angoscia referendaria perché rischia di dover perdere qualche brutta abitudine, diciamo così, gli ormai post-comunisti della Quercia e simboli o attrezzi successivi si trovarono di fronte all’imprevisto Silvio Berlusconi. E fu subito guerra, naturalmente, sempre col supporto giudiziario. Nulla andava bene di Berlusconi a lor signornò, né sotto né sopra le lenzuola, né da presidente del Consiglio né da oppositore.

       La premier in carica Giorgia Meloni è riuscita tuttavia a fare rimpiangere qualche volta Berlusconi a lor signornò, ripeto. Che adesso di lei sopportano ancor meno dell’uomo che l’ha fatta crescere, forse più ancora della stessa destra, portandola a Palazzo Chigi nel 2022. Della Meloni non vanno bene né le sue amicizie internazionali né le sue amicizie italiane. Non vanno bene neppure le sembianze, che vedono ovunque con quella “faccia d’angelo” appena rimproveratale da Repubblica, quella di carta, che l’ha vista, scoperta e quant’altro in un restauro nella Chiesa di San Lorenzo in Lucina. Che dà il nome anche alla piazza romana a pochi passi dalla Camera, da Palazzo Chigi.

       Il responsabile del restauro di “un cherubino generico” sistemato nella decorazione di un ricordo marmoreo di Umberto di Savoia che “preferì alla guerra civile l’esilio”, è stato individuato dai segugi di Repubblica, chiamiamoli così, nel “volontario”, quasi sacrestano di ambizioni artistiche Bruno Valentinetti.  Che, passato per i raggi X dell’informazione, è   risultato di “tracce tutte coerentemente a destra”, spinte persino nella villa berlusconiana di Macherio.

       Nella piazza romana così deturpata pur all’interno di una Chiesa che le dà il nome -una piazza recentemente liberata da una scultura di Botero- rimane solo da erigere una pira funeraria sulla quale bruciare vivo quello sciagurato pseudo-artista scoperto in quasi flagranza di blasfemia dagli avversari della Meloni. 

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La premier Giorgia Meloni è arrivata al 30 per cento dei voti

         Nell’ultimo sondaggio di Youtrend, risalente al 22 gennaio, il partito della premier Giorgia Meloni, chiamato patriotticamente Fratelli d’Italia, ha raggiunto il 30 per cento dei voti dal 29,6 di due settimane prima. Anche il Pd di Elly Schlein ha guadagnato qualcosa come lo 0,3 per cento, ma fermandosi al 22,2 per cento, sotto di quasi 8 punti il partito di maggioranza relativa.

       In calo invece dello 0,4 per cento è risultato il partito pentastellato di Giuseppe Conte, sceso al 12,3 per cento. Che tuttavia consente lo stesso all’ex premier di continuare a coltivare l’ambizione, ormai neppure più tanto nascosta, di prevalere sulla Schlein  nella corsa alla candidatura a Palazzo Chigi, con le primarie, di uno schieramento alternativo al centrodestra sinora realizzato solo localmente. A livello nazionale siamo ancora alla elaborazione dei programmi delle singole, possibili componenti, con riserva di confrontarli e cercare di assemblarli in autunno. Campa cavallo, cerca di dire ogni tanto, inascoltato, o ascoltato con crescente fastidio nel Pd dalla segretaria Schlein. Che pure deve la sua carriera politica alla rivolta di solidarietà, con tanto di occupazione delle sedi, che cercò di organizzare per il naufragio della candidatura di Prodi al Quirinale, affossata a scrutinio segreto in Parlamento dagli amici, cosiddetti, di partito nel 2013.

       Dal sondaggio Youtrend emerge, anzi viene confermata nel centrodestra la competizione tra Forza Italia e la Lega, rispettivamente di Antonio Tajani e di Matteo Salvini per il secondo posto. Ora prevalgono i forzisti dello 0,4 per cento -8,6 contro l’8,2- ma il vantaggio potrebbe crescere se davvero il generale ed europarlamentare Roberto Vannacci, nonché vice segretario, dovesse rompere con Salvini. Già i forzisti, d’altronde, stanno raccogliendo fuorusciti dalla Lega in Parlamento e nelle amministrazioni locali.  

Il masochismo referendario di Clemente Mastella e Paolo Cirino Pomicino

Certo, sono sorprendenti -e hanno fatto giustamente notizia- i no referendari alla riforma costituzionale della magistratura sopraggiunti ai sì annunciati. E ciò  per motivi completamente estranei alla legge sottoposta a verifica elettorale. Il no, per esempio, di Goffredo Bettini e, quasi a seguire, almeno come tentazione, diciamo così, di Mario Monti, accomunati dalla paura, dal fastidio, comunque si preferisca chiamarlo, del troppo potere che deriverebbe al governo in carica, ma più in particolare alla premier Giorgia Meloni, da una magistratura sconfitta nelle urne. Un potere simile a quello che si è preso negli Stati Uniti il presidente Donald Trump, citato espressamente da Monti. Una magistratura eventualmente sconfitta, va detto, non dal governo ma da se stessa, avendo voluto schierarsi, essa sì, contro il governo su una riforma rifiutata per essersi occupata di “principi non negoziabili”, hanno detto i signor no rifiutatisi per questo di contrattare prima e durante, sotto o ai lati del percorso politico e parlamentare durato più di due anni.

       Ancora più sorprendenti tuttavia dei no politici sopraggiunti al sì o ad un silenzio dichiaratamente “indeciso”, come lo ha definito Monti parlando di “luci e ombre” che si alternavano nella sua valutazione; ancora più sorprendenti di questi, dicevo, mi sono apparsi e continuano ad apparirmi quelli dell’ex ministro della seconda Repubblica Clemente Mastella, passato peraltr anche per il dicastero della Giustizia, e dell’ex ministro della prima Repubblica Paolo Cirino Pomicino. Entrambi danneggiati dalle loro vicende giudiziarie, il secondo anche fisicamente per avere subito interventi al cuore logorato, presumo, dalle sue frequentazioni di avvocati, pubblici ministeri e giudici.

       Per la sua vicenda o avventura giudiziaria diventata anche di dimensioni familiari, per il coinvolgimento della moglie, Mastella nel 2008, cioè 18 anni fa,  si dimise dalla mattina alla sera da ministro della Giustizia del secondo ed ultimo governo di Romano Prodi, portandoselo appresso nella caduta. E poi anche il Parlamento, sciolto in anticipo dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che pure, diversamente dal suo predecessore Oscar Luigi Scalfaro, non era di facile tentazione liquidatoria, diciamo così, delle Camere,

       Neppure gli undici anni, pari a più di due legislature ordinarie, impiegati e contati da Mastella e famiglia  per uscire dall’esperienza giudiziaria che nel frattempo gli è costata la riduzione di livello della sua vocazione o passione politica, da nazionale a locale, sono riusciti a scalfire la fiducia ora espressa dall’ex ministro nella magistratura,  difendendone carriera unica e pratiche correntizie. E gridando no alla riforma che il buon senso -scusami, Clemente- avrebbe dovuto consigliargli di condividere. Come ha appena fatto, pur non avendo avuto sgradevoli vicende giudiziarie da vivere, l’ex presidente del Consiglio Lamberto Dini spiegando peraltro che nel 1995 una riforma simile avrebbe voluto proporla praticamente anche lui, trattenuto però dal già ricordato presidente della Repubblica Scalfaro. Che partecipava, lusingato e lusingante, a congressi e convegni dei suoi ex colleghi magistrati assicurando loro che mai e poi mai avrebbe controfirmato e fatto entrare quindi in vigore una legge che separasse le carriere dei giudici da quelle dei pubblici ministeri. Era arrivato addirittura a quel punto il rapporto fra una giustizia o magistratura soverchiante e una politica rinunciataria, intimidita, messasi anche da sola in un angolo riducendo nel 1993 l’istituto dell’immunità parlamentare con la modifica dell’articolo 68 della Costituzione. Nelle piazze allora sfilavano cortei di dimostranti che reclamavano di “sognare” sempre più manette ai polsi dei politici. E della politica. Il loro idolo principale era l’allora sostituto procuratore della Repubblica Antonio Di Pietro. Che oggi, dopo avere provato, forse non a caso, i tribunali anche come imputato e avvocato, e avere maturato una certa esperienza politica, persino ministeriale, strapazza i suoi ex colleghi, e le loro bugie di campagna referendaria, e conferma il suo sì referendario ogni volta che un giornale, una telecamera, un microfono, un convegno gliene offre l’occasione

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La destra messa sottosopra dal generale Roberto Vannacci

       Roberto Vannacci, il generale già della Folgore, che vedeva il mondo sottosopra nei lanci di paracadutista decidendo poi di cercare di raddrizzarlo non rinunciando ai lanci ma lanciandosi in politica, accolto nella Lega da Matteo Salvini in persona, sino a diventarne un vice segretario; Roberto Vannacci, dicevo, sta mettendo sottosopra -anch’esso- il partito del Carroccio. Fuori dal quale “c’è il niente”, gli ha gridato lo stesso Salvini. Ma lui ha allestito associazioni e simboli, fra sospetti e accuse di plagio, per un’impresa che potrebbe essere -negli auspici della sinistra o nel timore di qualcuno sul versante opposto- una frana del centrodestra come quella di Niscemi.

       Marcello Veneziani, che conosce bene la destra avendola vissuta e vivendola tuttora da intellettuale non più organico, ha riconosciuto sulla Verità di Maurizio Belpietro che Vannacci “ha un suo mercato e un bel simbolo” aggiungendo con prudenza o diffidenza: “Se lo votano”. Perché, giustamente, una cosa è prendere 500 mila voti di preferenze alle elezioni europee come candidato voluto, protetto e quant’altro dal capo del partito di approdo, altra cosa è prenderne da solo con un partito tutto suo. E ciò specie dopo avere ridotto al 4 per cento la Lega in Toscana dirigendone l’anno scorso la campagna elettorale regionale, già in condizioni conflittuali a livello nazionale nel Carroccio.

       Vedo e leggo, in retroscena televisivi e stampati, della premier Giorgia Meloni e amici preoccupati, allarmati e quant’altro per i danni elettorali che potrebbe loro procurare la nascita di un movimento alla destra anche del loro partito, oltre che della lega, considerando i pochi punti che separano nei sondaggi elettorali lo schieramento reale, effettivo del centrodestra e quello ancora virtuale, sul piano nazionale, del cosiddetto campo largo dell’alternativa. Dubito tuttavia che la Meloni sia tanto e davvero preoccupata. Una destra alla sua destra, e a destra della Lega, potrebbe procurare al partito della premier, e a lei personalmente, voti moderati oggi preclusi dalla rappresentazione che se ne fa, come   di una destra di origine o derivazione fascista, o solo “autoritaria”. Come ne ha appena scritto sul Corriere della Sera il senatore a vita ed ex premier Mario Monti, quanto meno tentato in via cautelativa, proprio per questo,  dal no referendario alla riforma costituzionale della magistratura.

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La grazia al governo sulla data, confermata, del referendum sulla magistratura

         Il rifiuto opposto dal tribunale regionale amministrativo del Lazio al ricorso contro la data fissata del 22 marzo per il referendum sulla riforma costituzionale della magistratura è un po’ una grazia giudiziaria al governo nei tempi che corrono. Quando i magistrati fanno più penare che altro il governo, appunto, con applicazioni e interpretazioni delle leggi difformi dalle aspettative di chi quelle stesse leggi è appena riuscito a fare approvare dal Parlamento. O di quelle decisioni adottate secondo le procedure di legge stabilendo la data di un rferendum.

       Questa volta a soccombere sono stati i ricorrenti, mossisi contro la data del 22, e 23, marzo perché convinti, al di là delle loro  argomentazioni tecniche e giuridiche, che una campagna referendaria più lunga avrebbe potuto favorire il no, partito nei sondaggi molto più indietro del sì. Ma non è per niente detto che, perdendo il ricorso, i promotori siano stati svantaggiati. La campagna del no, nelle more del ricorso, si è infilata in una serie di autoreti, dividendo anche i dirigenti dell’associazione nazionale dei magistrati contrari alla riforma, da poter far credere che più tempo avrebbe potuto favorire più ancora il sì che no.

       L’ultima, quella di infilare nella campagna referendaria del no anche il ciuffo, diciamo così, del presidente americano Donald Trump, come ha fatto il senatore a vita ed ex presidente del Consiglio Mario Monti demonizzando a modo suo le “affinità” di cuore e di mente tra lo stesso Trump e la premier italiana Giorgia Meloni; l’ultima, dicevo, della campagna referendaria del no è stata, a dir poco, un regalo di logica e di emozioni ai sostenitori della riforma. Che ora possono accusare a ragione i sostenitori del no di strumentalizzare addirittura la politica estera a fini di politica interna e campagna elettorale.

Monti infila il ciuffo di Trump nel referendum sui magistrati in Italia

Se non è, o non ancora, un altro no referendario a sorpresa alla riforma costituzionale della magistratura, poco è mancato e manca a quello del senatore a vita, ex presidente del Consiglio, ex professore, ex commissario europeo Mario Monti alla fine di un lungo editoriale anti-trumpiano del Corriere della Sera. Incitante non a caso la premier italiana a “prendere le distanze da Trump”, più di quanto non abbia già fatto lamentandone pubblicamente gli “errori”.

       Che c’entra Trump con la riforma della magistratura italiana? C’entra, c’entra anche secondo Monti, come qualche settimana fa secondo Goffredo Bettini, il guru del Pd. Passato dal sì ispiratogli dal ricordo del padre avvocato di cultura e militanza repubblicana, del Pri del mitico Ugo La Malfa, al no per via dei troppi poteri che la riforma, se confermata col voto popolare, darebbe alla Meloni.

       Il collegamento con Trump, il trumpismo e altro è nel passaggio conclusivo dell’editoriale di Monti, che riprendo interamente per la sua trasparenza, chiamiamola così, che è pur sempre un fattore positivo, anche quando si dissente dal merito del ragionamento. Esso ha quanto meno il pregio, appunto, di essere chiaro, non avvolto in allusioni e simili.

       “Si prenda la riforma della giustizia”, ha scritto Monti amplificandone la portata, visto che si  tratta di una riforma solo della magistratura, come precisato da gente di mestiere, diciamo così’, come l’ex sostituto procuratore Antonio Di Pietro. “Sul referendum -ha raccontato il senatore a vita- io sono indeciso, vedo luci e ombre. Ma se la nostra premier continuerà a mostrarsi la leader europea più devota a Trump, malgrado i suoi continui attacchi all’Europa e la sua opera di distruzione dello stato di diritto in patria e nel mondo, mi verrebbe di pensare che abbia anche lei, nell’intimo, una vocazione autoritaria. Meglio allora, concluderei, non metterle in mano strumenti che potrebbero agevolare la messa in pratica dell’autoritarismo”.  Se non lo si vuole chiamare fascismo, come fanno attaccando Meloni gli avversari di lunga data. Dai quali Monti ancora l’anno scorso, come ha ricordato lui stesso, aveva voluto distanziarsi, dissociarsi e quant’altro riconoscendo alla Meloni il merito di essersi offerta come ponte fra l’appena rieletto presidente americano e l’Europa.

       Trump evidentemente deve essere peggiorato, ormai passato dal ciuffo all’orbace. E la Meloni con lui facendo crollare anche il ponte. Un’analisi, temo personalmente, più da zuffa politica quotidiana, mescolando politica estera e interna, che da laticlavio.

Pubblicato sul Dubbio

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