Il senatore a vita Mario Monti suona la fisarmonica sul Corriere della Sera

       Mario Monti, 83 anni compiuti a marzo, sì , proprio lui, il senatore a  vita che da “giovane anzianotto”, come avrebbe detto ai suoi tempi Amintore Fanfani, faceva sognare le mamme tedesche che avevano figlie da maritare, è tornato con la  fisarmonica sulla prima pagina del “suo” Corriere della Sera a suonare a favore, o quasi, della premier Giorgia Meloni. Che egli aveva invece scaricato nella campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura annunciando il no a causa del “contesto” anche internazionale nel quale, a prescindere dal merito di quella riforma, una vittoria del sì le avrebbe fatto perdere la testa.

       Ora che ha perduto il “suo” referendum e la testa non è  rotolata,  la premier meriterebbe la mano che ha recentemente chiesto, proposto e quanto altro alle  opposizioni per praticare una politica bipartisan -si dice così- nel percorso europeo di maggiore unità e forza di fronte ai colpi che il presidente americano Donald Trump assesta all’Unione. E che anche Mario Draghi, pur non essendo senatore a vita come Monti, considera ormai irreversibili reclamando un’Europa più reattiva.

       “Le opposizioni- ha scritto e ammonito Monti- potrebbero essere tentate, e sarebbe comprensibile dopo tre anni e mezzo di linea “muro contro muro” praticata  dal  governo, di lasciare che la  maggioranza marcisca come un frutto sull’albero della superbia e cada da sé. Ma oltre a non giovare all’interesse generale dell’Italia e dell’Europa, questo  compiaciuto distacco non credo gioverebbe alle stesse opposizioni. Il Paese-ha avvertito Monti, probabilmente convinto della impraticabilità di un suo nuovo governo tecnico di emergenza- anche nella parte cospicua che non apprezza questa maggioranza o che non va a votare, ha probabilmente bisogno di assistere a comportamenti adulti e responsabili da parte delle forze politiche”. Cioè dei partiti, o di ciò che ne rimane dopo la loro involuzione personalistica subentrata alla sciagurata soppressione del voto di preferenza che tutti, o quasi, chiedono di ripristinare ma nessuno, o quasi, vuole davvero.

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Schlein, la pulzella del Nazareno, nella trappola della questione cattolica

       La segretariadel Pd Elly Schlein, 41 anni appena compiuti anche con gli auguri che le ho rivolto da queste pagine, chiamata nei corridoi parlamentari “la pulzella del Nazareno”, come Giovanna d’Arco ai suoi tempi “la pulzella d’Orleans, è riuscita a provocare, creare e quant’altro nel suo partito quella che potremmo definire “la questione cattolica”. Che si proietta anche oltre il Pd, formato notoriamente da una fusione molto fredda e malriuscita fra i resti comunisti e democristiani di sinistra. E invade il terreno delicatissimo di confine fra il centrodestra e il centrosinistra, e il bipolarismo che ne è derivato.

       Pur avvoltasi nella memoria di Aldo Moro celebrando con personalità del mondo cattolico i 48 anni trascorsi dalla morte, e che morte, del presidente della Dc  Schlein sta perdendo da un po’ di tempo pezzi importanti proprio di quella cultura. E non solo cultura.

 Non credo, personalmente e senza volere offendere l’interessato, che potrà bastare l’ex ministro della Cultura Dario Franceschini, immancabile nella scomposizione e ricomposizione delle maggioranze al Nazareno, a garantire quel poco ormai che rimane di cattolico nell’amalgama del Pd di memoria dalemiana.

       Anche un pezzo cattolico da Novanta come l’ex premier e mancato presidente della Repubblica Romano Prodi emette segnali frequenti di insofferenza per una che pure è cresciuta nel Pd, uscendone e poi rientrandovi giusto per fare la segretaria, facendo la prodiana. A lei il professore emiliano ricorda sempre più inutilmente che la vittoria referendaria contro la riforma costituzionale della magistratura non basta a prenotare quella delle elezioni politiche dell’anno prossimo, come crede, fra gli altri, il suo maggiore concorrente a Palazzo Chigi che è Giuseppe Conte, scopertosi recentemente anche lui moroteo, e non solo suo corregionale.

       Il vero, ultimo, visibile filo del Pd della Schlein col mondo cattolico da cui pretendeva di derivare con quel che era rimasto del Pci, è il medico Graziano Delrio. La cui famiglia composta di nove figli da sola basta e avanza per capire l’uomo, più delle sue esperienze di sindaco, sottosegretario, ministro, capogruppo parlamentare del Pd. Un uomo che è il più invitato e anche il più attivo nella promozione di convegni di cattolici impegnati ancora in politica e sofferenti nel Pd, o surrogati.

       Se la Schlein riuscirà a perdere anche lui in quel che rimane di questa legislatura, preferendo testardamente, come dice lei stessa, inseguire Conte nel cosiddetto campo largo della presunta o presumibile alternativa al centrodestra di una Meloni che non ha esitato a scegliere il Papa americano piuttosto che il presidente connazionale che lo attaccava; se la Schlein, dicevo, riuscirà a spazientire del tutto e a perdere anche Delrio, potrà anche risparmiarsi l’ultima fatica. Che sarà a quel punto la sconfitta elettorale l’anno prossimo. Neppure una udienza generosamente propiziatoria in Vaticano, oltre Tevere, potrà esserle di aiuto, ammessa e non concessa naturalmente la disponibilità del Papa a concedergliela,  e del Segretario di Stato cardinale Parolin a proporgliela.

       La questione cattolica, come l’ho chiamata, è la trappola peggiore nella quale si è infilata la Schlein con tutti i suoi passaporti. E i colori dei suoi abiti selezionati da una specialista.

Pubblicato su Libero

Il governo Meloni risparmiato, sinora, dalle polemiche sui morti italiani alle Maldive

       E’ noto ormai il livello al quale sono arrivate le opposizioni, che reclamano rapporti del governo al Parlamento e relative discussioni su tutto ciò che di male o di imprevisto accade nel mondo. E le induce a sospettare lo zampino personale della premier Giorgia Meloni o di qualcuno fra i suoi ministri e sottosegretari, se non tutti insieme per rappresentarli come un’associazione a delinquere. Bisognerebbe pertanto meravigliarsi dell’assenza di iniziative parlamentari, almeno sino al momento in cui scrivo, per la tragedia dei cinque turisti italiani morti nella profondità delle acque alle Maldive. Una profondità non sfuggita alla pur lontana Procura della Repubblica di Roma, dove hanno aperto il solito fascicolo d’indagine, per la sua superiorità enorme quasi doppia, a quella massima consentita dalle leggi locali.

       Il più esposto al paradossale rischio di responsabilità nella compagine governativa italiana è forse il ministro degli Esteri, e vice presidente del Consiglio, Antonio Tajani. Che è già incorso in polemiche e sarcasmi per il tempo che si lascia sottrarre nelle sue attività di governo, e di tutela degli italiani anche oltre i confini nazionali, dalla famiglia Berlusconi, a cominciare da Marina, la figlia del fondatore scomparso, nella gestione del partito che si chiama ancora Forza Italia. O è tornato a chiamarsi così, come alle origini, dopo la parentesi, pausa, distrazione ed altro  del Pdl, acronimo del partito delle libertà, in un plurale peraltro controverso nelle cronache e nei retroscena giornalistici.

       Il sogno di queste opposizioni ancora esaltate dalla vittoria insperata nel referendum contro la riforma costituzionale della magistratura, è di vedere affogare nelle acque delle Maldive anche il governo dell’odiatissima Meloni, prima che trovi, o ritrovi, il tempo di essere confermato dalle elezioni politiche dell’anno prossimo. E di trovare, magari,  per la sua maggioranza anche i numeri per condizionare,  due anni dopo, la successione al  presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il più longevo dei suoi predevessori.

Riecco Mario Draghi, col medaglione di Carlo Magno al collo….

       Di Mario Draghi, 79 anni da compiere a settembre, molto ben portati, ho appena lamentato la dabbenaggine compiuta a Palazzo Chigi, ancora fresco di nomina a presidente del Consiglio sostituendo Giuseppe Conte, di intestare alla Cultura il Ministero dei beni culturali per promuovere, diciamo così, il titolare Dario Franceschini, non potendolo nominare vice presidente del Consiglio per conto del Pd. Cosa che avrebbe comportato l’assegnazione di vice presidenze ai non pochi partiti della compagine ministeriale nata per essere prevalentemente tecnica. Si sa com’è finito ormai il Ministero della Cultura: una fonte, più che altro, di guai politici e personali.

       Sfortunato, diciamo così, in politica interna, considerando anche il mancato obiettivo del Quirinale postosi alla scadenza del primo mandato di Sergio Mattarella, quando vi aspiravano anche Silvio Berlusconi, Pier Ferdinando Casini e forse anche qualcun altro, Mario Draghi non ne sbaglia una, anche ora che è ex, in politica estera, più in particolare europea.

       Il conferimento, meritatissimo, del prestigioso premio Carlo Magno ad Aquisgrana gli ha dato l’occasione di una “scossa”, come l’hanno generalmente chiamata i giornali, all’Unione Europea nel pieno della crisi -è inutile ormai nasconderselo-dei rapporti con gli Stati Uniti. E mentre continua in Europa la guerra in Ucraina aperta da una Russia che pratica l’imperialismo senza più chiamarlo sovietico. Una Ucraina dove Draghi accorse in treno con altri leader europei appena cominciata la cosiddetta “operazione speciale” di Putin, improvvista per essere chiusa in un paio di settimane con l’eliminazione, forse anche fisica, di quel nazista truccato da ebreo che sarebbe ancora per il Cremlino il presidente Zelensky, in quella tenuta paramilitare contestata alla Casa Bianca anche da Trump.

       “Per la prima volta noi europei -ha detto Draghi col medaglione del premio Carlo Magno appeso al collo- siamo davvero soli…..Dobbiamo far fronte alla possibilità che gli Stati Uniti d’America non garantiscano più la sicurezza. E la Cina un’ancora alternativa, perché sostiene il nostro avversario, la Russia”.

       E’ un discorso. un ragionamento, chiamatelo come volete, anche la scossa ricorrente nei titoli dei giornali, di stile, ricordo. forza churchelliana, dal nome dell’intrepido statista britannico rivoltatosi nel secolo scorso all’accondiscendenza verso Hitler. Chi sia l’Hitler di oggi, non certo un altro tedesco, per quanto la destra vada forte in Germania, lo lascio alla vostra fantasia, o preveggenza.

Torniamo, per favore, al Ministero di Spadolini per i beni e le attività culturali

Il meno che si possa pensare, dire,lamentare del Ministero della Cultura dopo gli incidenti occorsi prima a Gennaro Sangiuliano e poi ad Alessandro Giuli, entrambi di destra orgogliosamente dichiarata e indossata, è il nome assegnatogli cinque anni fa, con tanto di decreto legge, dal presidente del Consiglio Mario Draghi cambiando quello assegnatogli 47 anni prima, nel 1974, dal premier Aldo Moro istituendolo.

       Creato apposta per Giovanni Spadolini su pressione del vice presidente del Consiglio e amico di partito Ugo La Malfa, e col pieno, entusiastico consenso del presidente della Repubblica Giovanni Leone, tutti grandi estimatori dell’ex direttore del Corriere della Sera, storico e quant’altro, a quel dicastero fu assegnata la tutela, testualmente, dei “beni culturali e ambientali” sottoposti sino ad allora alle competenze di più Ministeri o enti. Moro era arrivato a quella decisione, e a quel titolo, su richiesta dello stesso Spadolini, che mi risulta avesse reagito con fastidio all’ipotesi, prospettata da altri, di intestargli già allora la Cultura, con la maiuscola.  E’ roba da regimi, era sbottato Spadolini.

       A cedere alla Cultura, sempre con la maiuscola, fu nel 2021 il presidente del Consiglio fresco di nomina Mario Draghi per compensare, nei miei ricordi, il torto che il titolare tutore degli allora e ancòra beni culturali Dario Franceschini riteneva di avere subito non ottenendo formalmente la funzione, assegnatagli implicitamente come capo della delegazione del Pd al governo, di vice presidente del Consiglio. Draghi avrebbe dovuto nominarne anche altri, ciascuno in rappresentanza del proprio partito, ma preferì scontentare tutti. Salvo, ripeto, il buon Franceschini, con la sua barba, le origini democristiane e la vocazione incipiente di romanziere, intestando addirittura alla Cultura il suo dicastero al Collegio Romano. La cultura, questa volta con la minuscola, se permettete, con tutti gli annessi e connessi ideologici, politici, partitici, comprese le tentazioni di egemonie da contrastare o conquistare.

       Se Giorgia Meloni, più accorta o meno sprovveduta delle rappresentazioni che ne fanno avversari e antipatizzanti, tutti prima o dopo ospiti da Lilli Gruber nel salotto televisivo di Otto e mezzo su la 7, dove si finisce di parlare contro la premier anche discutendo d pomodori o piselli; se Giorgia Meloni, dicevo, volesse davvero bene a se stessa e al governo che sta portando al primato della durata nella storia della Repubblica, dovrebbe reintestare ai beni culturali il Ministero che le sta creando più guai che altro. Dovrebbe consigliarglielo, in fondo, lo stesso Giuli ,in qualsiasi abito da dandy di turno, per non doversi ritrovare nella situazione, appena capitatagli, di essere convocato a Palazzo Chigi, o di chiedere e ottenere udienza, per scusarsi di qualcosa e promettere di non farlo più:  dalle assunzioni o promozioni  alle destituzioni, sempre in nome della cultura, con la minuscola sempre più minuscola.

Pubblicato sul Dubbio

A ciascuno la sua prigione nel bipolarismo muscolare italiano

       Impossibilitata a parteciparvi al Senato, di cui non fa parte perché deputata a Montecitorio, la segretaria del Pd Elly Schlein ha voluto dare il suo contributo all’assalto al governo di Giorgia Meloni con una intervista al sempre ospitale, se non familiare, Corriere della Sera. Che l’ha sistemata in prima pagina con l’accusa alla premier di essersi “rinchiusa nel palazzo” dopo la sconfitta referendaria sulla riforma della magistratura, pur fingendo di aprirsi alle opposizioni con una riforma elettorale, per esempio, irricevibile perché funzionale solo ad un’altra vittoria  del cetrodestra, dopo quella di più di tre anni fa. ”Rinchiusa nel palazzo”, ripeto, come nella “bolla di gas” preferita come immagine da altri avversari.

       Ciascuno tuttavia ha la sua prigione in questa versione un po’ strimpellata, o muscolare come la chiama sul Riformista Claudio Velardo, del bipolarismo della politica italiana. Anche la Schlein, col Pd e ciò che ne rimarrà perdendo ogni tanto pezzi, di natura generalmente moderata, è rinchiusa nel campo largo “testardamente” perseguito con la partecipazione decisiva di Giuseppe Conte. Che vorrebbe anche guidarlo strappando nelle primarie la candidatura a Palazzo Chigi. Anzi, al suo ritorno, essendovi lui già stato con due governi e altrettante, opposte maggioranze guadagnandosi dall’ammirato Marco Travaglio il secondo posto nella graduatoria nazionale, monarchica e repubblicana, dopo un altro conte: Camillo Benso di Cavour.

       Da custode delle ambizioni del Conte con la maiuscola, Travaglio oggi ha attaccato e dileggiato proprio la Schlein per attaccarsi, nella sua corsa a Palazzo Chigi, a fantasmi politici, ormai, come l’ex presidente americano Barak Obama, che è andata a riverire a un raduno internazionale di democratici, progressisti e altro in Canada. Un Obama che negli otto anni trascorsi con due mandati alla Casa Bianca- gli ha contestato il direttore del Fatto Quotidiano-è riuscito ad abusare del premio Nobel improvvidamente conferitogli aprendo e conducendo più guerre di Trump. Il nostro Conte invece ne ha aperte e condotte solo due incruente: una, fallita, contro la povertà di cui fu annunciata la scomparsa dal balcone di Palazzo Chigi da un Luigi Di Maio infatuato del reddito di cittadinanza, e l’altra, quella vinta, contro la stabilità finanziaria. Che la Meloni invece si vanta di avere ristabilito già nel suo e non ancora concluso mandato alla guida del governo, prossimo anche al primato della durata.

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Brutte notizie al Nazareno e dintorni dalla figlia maggiore di Silvio Berlusconi

       Relegata generalmente all’interno, promossa -e vistosamente- in prima pagina solo dalla Verità di Maurizio Belpietro, felice dell’inciampo di chi sogna pareggi elettorali in funzione di uno sganciamento di Forza Italia dal centrodestra, Marina Berlusconi ha diffuso una nota per smentire il più dettagliato dei retroscena giornalistici- quello della Stampa- che le aveva attribuito la maternità di quel progetto. E persino la partecipazione ad esso del vecchio ma sempre attivo, infaticabile Gianni Letta come ambasciatore o quant’altro di Marina, e più in generale della famiglia Berlusconi, presso il Pd. O quella parte del Pd, appena temuta e denunciata anche da Goffredo Bettini parlandone col Foglio, smaniosa di affrancarsi dai condizionamenti e dalle forti ambizioni di Giuseppe Conte. In particolare sostituendolo in una nuova maggioranza di governo, di natura tecnica o emergenziale, col partito al quale Marina Berlusconi ha ammesso di essere legata col cuore, e qualcosa d’altro, per i trent’anni di vita regalatigli dal padre fondandolo e guidandolo anche in fasi di larghe intese, come ai tempi dei governi di Mario Monti, di Enrico Letta e di Mario Draghi, in ordine cronologico.

       Alla nota di smentita di Marina Berlusconi di un suo impegno per farne maturare una successione bipartisan, e condizionare poi quella successiva di SergioMattarella al Quirinale, potrebbe seguire anche a breve un incontro fra la stessa Marina e la premier in persona Giorgia Meloni. Incontro, magari preparato dietro le solite quinte sempre da Gianni Letta, funzionale anche a smentire, superare e quant’altro i segni avvertiti da molti, fra cronache e retroscena, di malumori o simili della premier e dei suoi amici e dirigenti di partito per il trattamento critico riservato al governo dalla rete più politica, la quarta, della televisione del Biscione. Dove il pluralismo vantato in particolare da Pier Silvio Berlusconi  giocherebbe più contro che a favore della Meloni, fratelli e sorelle d’Italia.

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Un’ora di strigliata….cordiale della premier al ministro ancòra della Cultura

       Sale la produzione, almeno quella, di ossimori nella politica italiana raccontata dalle cronache, dai retroscena e dai comunicati ufficiali, ufficiosi e quant’altro dei palazzi del potere, compreso o a cominciare da quello dove lavora la premier Giorgia Meloni. Che ieri ha convocato o ricevuto a rapporto a Palazzo Chigi, appunto, il ministro ancòra della Cultura Alessandro Giuli. Per fargli una “strigliata” secondo la Stampa o confermare “l’apprezzamento”, secondo notizie o voci dei palazzi, per il “Ministero della Cultura”, non si sa se anche al ministro che vi sta facendo rotolare teste in quantità ormai industriali: una cinquantina, secondo calcoli del Foglio, fra dirigenti e consulenti, di cui solo le ultime sono quelle della segretaria personale di Giuli e del capo della segreteria tecnica del dicastero, entrambi bene introdotti, diciamo così, nel partito della Meloni, della sorella Marianna e del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gipvanbattista Fazzolari, l’uomo più intelligente, e fidato, appezzato dalla premier in una sua autobiografia, o quasi.

       Il prodotto di questa serie di notizie, ripeto, retroscena e soffiate sull’ora trascorsa da Giuli a Palazzo Chigi porrebbe essere definito una “cordiale strigliata” della Meloni al ministro forse più imprevedibile del governo succeduto a Gennaro Sangiuliano. Che scivolò, facendosi male alla testa anche per questo, sul rapporto con una donna alla quale aveva promesso troppo, quanto meno.

       Ma l’ossimoro maggiore -ripeto oggi come ho già scritto ieri- resta quello del Ministero della Cultura, avendo dovuto continuare a chiamarsi il Ministero dei beni culturali istituito con decreto legge a suo tempo da Aldo Moro su consiglio di chi vi era destinato: Giovanni Spadolini. Ritornare a quel titolo sarebbe anche un modo opportuno per uscirne, salvando la cultura, o cercando di salvarla il più possibile, dai guai o dagli inconvenienti della politica.

Quei meriti ignorati di Aldo Moro e di Giorgio Napolitano

Gli anniversari, pari o dispari, tondi o no, sono frequentemente, se non sempre, rovinati da chi toglie ad essi qualcosa o gliel’aggiunge. Penso ai 48 anni da poco trascorsi dall’assassinio di Aldo Moro, il 9 maggio, o i 20 dalla prima elezione, il 10 maggio, di Giorgio Napolitano al Quirinale, dove fu confermato nel 2013 e rimase sino al 2015.

       Ai 48 anni dalla morte di Moro per mano dei brigatisti rossiper niente sedicenti, come qualcuno a sinistra cercò di sostenere   fino a quando non fu smentito sul manifesto dall’impietosa Rossana Rossanda, che li riconobbe nell’”album di famiglia” del Pci; ai 48 anni, dicevo, dalla morte di Moro qualcuno ha voluto applicare la “lezione” del presidente della Dc al Pd, dove confluirono una ventina d’anni fa i resti comunisti e democristiani di sinistra. La segretaria del Nazareno in persona, Elly Schlein, ha voluto partecipare ad una delle celebrazioni di Moro sentendosi un po’ formata alla sua scuola, sia pure postuma.

       Ma di Moro manca alla Schlein, e a quanti la sostengono nel suo partito articolato in correnti come la Dc, la capacità di tenerle unite. Ogni tanto dal Pd esce qualcuno che non usciva invece dalla Dc che Moro si vantava di sapere scomporre per  ricomporre, alla ricerca sempre di nuovi equilibri dentro e persino fuori dallo scudo crociato.

       Dei 20 anni trascorsi dall’elezione di Napolitano al Quirinale, e 11 dalla conclusione della sua esperienza al vertice dello Stato,è stato taciuto, almeno negli articoli che ho letto di celebrazioni, il tratto che personalmente ritengo invece più importante e coraggioso, coi tempi che corrono, che è quello d rapporti polemici con la magistratura debordante. Ma non per questo penalizzata  dal referendum di marzo sulla riforma costituzionale che voleva riformarla.

       Napolitano prima colse, nel 2010, il decimo anniversario della morte di Bettino Craxi in terra tunisina per lamentarne pubblicamente, scrivendo alla vedova, il trattamento “duro senza uguali” riservatogli dalla magistratura alle prese col fenomeno diffusissimo del finanziamento irregolare, anzi illegale, dei partiti e, più in generale, della politica. Poi Napolitano, sempre lui, intercettato telefonicamente al Quirinale dagli inquirenti della cosiddetta trattativa fra lo Stato e la mafia nella stagione delle stragi, ricorse alla Corte Costituzionale facendo bocciare i loro tentativi di non distruggerne le registrazioni arbitrarie. E giustificò il suo ricorso richiamandosi all’impegno assunto e assolto dal predecessore più illustre e politicamente lontano da lui, il liberale Luigi Einaudi, di non lasciare manomettere e ridurre da nessuno, nemmeno dalla magistratura, poteri e prerogative del presidente della Repubblica.

       Si deve forse anche a questa difesa estrema, limpida, seppure contestata dai critici di turno, il soprannome non polemico ma amichevole che Napolitano si guadagnò in Italia e persino all’estero, sulla stampa americana, di “Re Giorgio”. Grande, grandissimo, temo irripetibile Napolitano.

Pubblicato sul Dubbio

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Le disavventure della cultura nel Ministero che se l’è intestata

       C’è dunque qualcuno, almeno in Italia, e non so se finalmente o purtroppo, che riesce a contendere lo spazio nelle prime pagine dei giornali  a quel megalomane del presidente americano Donald Trump, che trascorre le sue giornate alla Casa Bianca sospendendo o riaccendendo le guerre sue e dei concorrenti che ha nel mondo.  O coprendo di insulti più gli alleati che i nemici.

Si tratta del ministro della Cultura -con tanto di targa di bronzo applicata sulla facciata del palazzo che lo ospita- Alessandro Giuli. Che ha appena sfidato il suo partito, lo stesso della premier Giorgia Meloni, e un po’ anche il governo licenziando praticamente in tronco il segretario tecnico e quello personale, inutilmente difesi in particolare dal sottosegretario del cuore della presidente del Consiglio Giovambattista Fazzolari. Quello della testa, o della ragione, è Alfredo Mantovano, almeno sinora risparmiato alle polemiche guadagnatesi invece in altre vicende col concorso anche della solita magistratura. Che, magari, troverà il tempo e il modo per occuparsi  pure dell’affare  che sembra all’origine della crisi esplosa daccapo nel Ministero della Cultura, relativa questa volta  al mancato finanziamento di un documentario sul povero Giulio Regeni,  ucciso in Egitto da sciagurati ancora protetti dal presidente Al Sisi. L’altra esplosione riguardò l’allora ministro Gennaro Sangiuliano, saltato su e per una sua relazione intima.

       Giuli, il ministro dandy per l’abbigliamento che ostenta, comprensivo di stivali e papillon,  o il ministro più dandy non volendo fare del tutto torto ad altri, è riuscito a superare se stesso dopo essersi rumorosamente scontrato col collega di partito e di professione giornalistica Pietrangelo Buttafuoco, il presidente  della Biennale di Venezia scambiato per un collaborazionista di Putin nella guerra all’Ucraina.

       Più che delle sue vicende più o meno personali nell’esercizio delle funzioni di governo, mi colpisce personalmente di Giuli, di chi lo ha nominato, voluto, raccomandato, e dei suoi predecessori di segno politico opposto, l’avventatezza della Cultura alla quale è finito intestato un Ministero creato apposta più di 50 anni da Aldo Moro, addirittura con un decreto legge,  per Giovanni Spadolini. Che da uomo colto davvero, e giornalista pure lui come Giuli e Sangiuliano, volle invece che fosse intestato ai “beni culturali”. Anche in questo, altri  tempi e altri uomini.

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