Tanto fortunato a incontrarti quanto sfortunato a perderti

       Addio, Daniela mia carissima. Arrivederci, diresti tu con la grande fede che hai sempre avuto ma che in me sta vacillando, a dir poco, per lo strazio della tua morte.

       Sono stato tanto fortunato a incontrarti, ancora ragazza con i calzini corti settant’anni fa, quanto sfortunato a perderti oggi dopo sessantaquattro anni di matrimonio felicissimo.

       Grazie di tutto, amore mio, soprattutto di avermi dato una figlia forte come la nostra Titti.

       Il tuo Franco

I funerali di Daniela Sabbadini venerdì 7 agosto alle ore 10 nella Parrocchia di San Gabriele Arcangelo di viale Cortina d’Ampezzo 144, Roma

Fratelli, fratellastri, cugini, furbi e firbastri d’Europa

       I “fratelli d’Europa” sarcasticamente annunciati ieri dal manifesto per la concordanza verificartesi fra italiani, danesi e tedeschi sulla necessità di una stretta nella sorveglianza e difesa dei confini continentali dopo l’assalto all’enclave spagnola in Africa di migranti attratti dalle centinaia di migliaia, sino a oltre un milione, di beneficiati della sanatoria disposta a Madrid, fra un guaio giudiziario e l’altro, dal premier Sanchez sono durati, a quanto pare, giusto il tempo di leggere il quotidiano romano ancora orgogliosamente comunista. Che oggi ha già potuto titolare, leccandosi i baffi, che la richiesta proveniente dall’Europa dopo il vertice tecnico promosso dai 21 già classificati tra “fratelli d’Europa” è, al contrario, favorevole alla generosità di Sanchez.

       Il merito sarebbe stato naturalmente tutto o soprattutto del presidente francese Macron preferendo questa volta Sanchez ad una Meloni che solo di recente sembrava essere tornata alla sua attenzione e ai suoi baci  e abbracci di parata, davanti ai fotografi.

       Macron si è permesso questa sorpresa perché forte di un’abitudine tutta contraria che egli  ha nel gestire a casa sua il fenomeno dell’immigrazione clandestina. Un’abitudine, direi, manettara. Formalmente aperte da Scenghen e dintorni come tutte le altre d’Europa, le frontiere francesi si stringono e si chiudono ogni volta che Macron lo ritenga opportuno. Ne sanno qualcosa a Ventimiglia guardie e ladri, diciamo così. E se qualcuno protesta, viene rapidamemte liquidato come un rompiscatole.

       L’unico che se la ride di fronte a questo spettacolo, o quello che se la ride di più, distraendosi dai guai che combina in Medio Oriente e lascia a Putin di combinare da anni in Ucraina, è il pesidente americano Donald Trump. Che sogna di recintare gli Oceani.

La segretaria del Pd Elly Schlein è l’Alice del campo largo di Conte

       Di fronte alla provocazione, certo, di Giuseppe Conte con la storia delle primarie prevalenti sull’eventuale programma del campo largo dell’alternativa, la reazione della segretaria del Pd Elly Schlein e il credito che le hanno dato analisti pur qualificati, che hanno scritto di “affondo e scossa”, come Paolo Mieli sul Corriere della Sera, o di “stop” attribuitole da Repubblica, la domanda da porsi è se costoro, gli analisti, ci sono o ci fanno.

       La Schlein ha reclamato certamente la precedenza cronologica del programma rispetto alle primarie. Ma Conte, che le contende la candidatura a Palazzo Chigi, non l’aveva mai negata. Egli ha rivendicato il diritto, se vincesse le primarie, di piegare il programma alle sue opinioni, cioè alla sua linea su temi delicatissimi  come    quelli della politica estera, di difesa e di sicurezza, per esempio interrompendo gli aiuti militari italiani all’Ucraina, che lui già contrasta in Parlamento dall’opposizione, diversamente dal Pd. E ciò  per quanto riconosca, bontà sua, che gli ucraini sono gli aggrediti e i russi gli aggressori nella guerra in corso da anni alle porte, quanto meno, dell’Europa.

       La Schlein, come Alice nel paese delle quasi meraviglie, ha sorvolato su questa provocazione facendone solo una questione cronologica, di tempi, fra un passaggio e l’altro, quello finale, del progetto dell’alternativa. Più chiaro, e diciamo anche onesto, sarebbe se la Schlein riconoscesse che alle condizioni poste dal suo concorrente e presunto alleato Conte mancano i presupposti di una trattativa seria sul programma. Che il capo delle 5 Stelle, o di quel che ne rimangono, ha praticamente stracciato prima ancora di sottoscrivere.

       Anche nel centrodestra, certo, ci sono differenze di vedute, sensibilità e altro sugli stessi temi sui quali Conte si è riservato libertà di azione. Penso, in particolare, alle posizioni del pur vice presidente del Consiglio leghista Matteo Salvini. Ma lì, nella maggioranza di governo, tutto si ricompone nelle votazioni in Parlamento, diversamente dall’altra parte. Si ha almeno il pudore di avvertire la necessità- direbbe la buonanima di Amintore Fanfani- di “coprirla dopo averla fatta grossa”. Conte no, non vuole neppure coprirla.

Ripreso da http://www.startmag.it

Il delitto Moro fu di terrorismo, certo, ma anche di Stato

Mi chiedo cos’altro si debba ancora sapere e scoprire del sequestro di Aldo Moro, e del suo assassinio 48 anni fa, per smetterla di parlare solo di delitto di terrorismo, ma anche di delitto di Stato. E ciò per gli errori, le omissioni, forse anche qualcosa di peggio degli uffici preposti alla sua sicurezza: sua, di Moro, e dello stesso Stato. Uffici peraltro dei quali al governo, per esempio da ministro degli Esteri, lo stesso Moro fu un grandissimo estimatore, difendendone il capo, che era allora il generale Vito Miceli, quando ebbe problemi con la magistratura.

       Moro fu affidato, quando già il terrorismo si era fatto vedere e sentire, ad una scorta -pace all’anima loro, essendo rimasti tutti uccisi sul campo i componenti- di natura più familiare che armata, abituata a deporre i mitra nei bagagliai e a seguire sempre lo stesso percorso. Che contemplava, per risparmiare qualche centinaio di metri e una manciata di minuti una scorciatoia, quella di via Fani a Roma, evitando Largo Igea, che si rivelò nell’agguato preparato in settimane e mesi di appostamenti,  una trappola infernale. Ne derivò quella che una terrorista partecipe dell’attacco definì “una mattanza”. “Roba da corte marziale”, mi disse, angosciato più del solito, una volta Francesco Cossiga parlandomi del sopralluogo effettuato da ministro dell’Interno all’incrocio tra via Fani e via Stresa il 16 marzo 1978. E riportandosi le mani fra i capelli bianchi, con gli occhi umidi di pianto. Anche lui “personalmente” -mi disse quasi condividendo le responsabilità della scorta- aveva sottovalutato le doglianze e preoccupazioni espresse dal capo di quella scorta, il maresciallo dei Carabinieri Leonardi, sulla inadeguatezza dei mezzi a disposizione e sulle “cose sempre più strane” che osservava accompagnando a casa Moro o andandolo a prelevare la mattina.

       A sequestro avvenuto, peraltro in una strada dove era posteggiata l’auto di un  agente dei sevizi segreti curiosamente da quelle parti quella mattina, parteciparono alla decrittazione dei messaggi del rapito e dei comunicati delle brigate rosse “consulenti comuni”, come li definì un magistrato toscano parlandone ad una delle commissioni parlamentari d’inchiesta sul terrorismo e sull’affare Moro. Per avere cercato di dare un nome a uno di quelli -che naturalmente non starò qui a ripetere, non foss’altro per non compromettere il mio amico direttore- mi procurai al Giornale che era stato di Indro Montanelli una denuncia di diffamazione ad alta, altissima e sospetta velocità, dalla quale i legali mi consigliarono di uscire patteggiando, piuttosto che rimanere appeso a chissà quanti anni di incerto avvenire giudiziario, diciamo così.

       Quando il mio amico Giovanni Leone, che si sentiva in colpa di essere al Quirinale perché arrivatovi nel 1971 al posto proprio di Moro, dopo una lunga e inutile scalata di Amintore Fanfani, l’altro “cavallo di razza” della Dc; quando il mio amico Giovanni Leone, dicevo, decise di graziare la terrorista Paola Besuschio, compresa in un elenco di tredici “prigionieri” da scambiare con l’ostaggio, gli furono poste tante di quelle difficoltà, e imposti tanti ritardi, che le brigate rosse trovarono il modo di superare i contrasti interni e di prevenire l’atto di clemenza ammazzando Moro. Ciò avvenne proprio la mattina in cui la direzione democristiana era stata convocata per dare via libera all’iniziativa del capo dello Stato con un intervento del presidente del Senato Fanfani.

       Ritardi ci furono pure nella preparazione di un assalto, alla fine mancato, alla prigione dove si riteneva che Moro fosse rinchiuso per il timore, condiviso dalla famiglia, della eliminazione del presidente democristiano da parte dei “custodi”.

       Fra quei custodi, cioè carnefici, ci fu uno, Prospero Gallinari, che proprio in questi giorni abbiamo scoperto dalle cronache giudiziarie essere stato lasciato fuggire dal carcere nel 1977, cioè l’anno prima del sequestro di Moro, dai servizi segreti convinti della capacità di arrivare, seguendolo, ai capi e alle sedi delle brigate rosse. All’uomo fu persino procurata l’ospitalità nell’abitazione romana dell’ufficiale dell’Aeronautica militare Fabio Milioni limitrofo, diciamo così, ai servizi, custodendone parecchi di livello anche internazionale nel suo lavoro. Egli ha appena raccontato di avere curiosato nel sacco di plastica dell’ospite depositato in cantina trovandovi un arsenale militare. Lo stesso sacco col quale Gallinari volle essere lasciato una mattina in Piazza Cavour accomiatandosi, non ho ben capito se prima o dopo avere partecipato all’esecuzione di Moro, morto dolorosamente di dissanguamento nel bagagliaio dell’auto in cui a turno lo stesso Gallinari e compagni gli avevano sparato attorno al cuore concludendo l’orribile reclusione durata 55 giorni. Durante i quali il presidente della Dc aveva avuta netta la sensazione, comunicata nelle lettere di protesta che i terroristi gli lasciavano scrivere e far giungere ai destinatari, di essere stato abbandonato dallo Stato che aveva onorevolmente servito prima insegnando e poi governando.

       Il suo fu, ripeto con la rabbia di un amico perduto e di un cittadino qualsiasi, un delitto di terrorismo e, appunto, di Stato.

Pubblicato sul Dubbio

Conte straccia il programma dell’alternativa prima ancora di negoziarlo

       Scambiato per l’emozione due volte sulla prima pagina della Stampa per Antonio, l’allenatore di calcio, in una intervista raccolta dal vice direttore Alessandro De Angelis l’ex premier Giuseppe Conte ha praticamente stracciato il programma del cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra prima ancora che venga negoziato, in autunno, e tanto meno concordato. Sui punti soprattutto di politica estera, difesa e sicurezza che dividono maggiormente quel campo decideranno le primarie scegliendo fra la segretaria del Pd Elly Schlein e lui, già due volte presidente del Consiglio con maggioranze opposte, il candidato a Palazzo Chigi.

       Se toccherà a lui, Conte si è impegnato, bontà sua, a riconoscere che nella guerra in corso alle porte dell’Europa l’Ucraina è l’aggredita e Putin l’aggressore, ma correrà a Mosca per convincere il dittatore russo alla pace contrapponendosi all’Unione europea che invece non la vuole, anzi fomenta l’Ucraina a resistere e ad alzare il prezzo di un’intesa, forte degli aiuti militari che ottiene pur tra crescenti difficoltà  dall’Occidente, compresa l’Italia, ma senza il consenso del partito contiano.  

       Giuseppe Conte, al singolare del “Giuseppi” generosamente assegnatogli da Trump alla Casa Bianca durante il suo primo mandato, mentre il premier italiano cambiava pelle politica per restare a Palazzo Chigi dopo la rottura con la Lega; Giuseppe Conte, dicevo, vuol fare insomma l’americano. Vuole ripetere le gesta di Trump che si propose per il suo secondo mandato come l’uomo capace di convincere Putin e di imporre al presidente ucraino Zelensky la pace non disponendo delle “carte”, con  gli gridò in faccia risparmiandogli solo gli schiaffi. Con quale catastrofico esito lo dicono le cronache quotidiane della guerra che continua, nella quale ormai non fanno più notizie, per la loro abitualità, le stragi e gli obiettivi civili colpiti dalla Russia. Dove anche l’economia è diventata di guerra, per cui paradossalmente crollerebbe se si facesse davvero la pace.

       Pur ribattezzato Antonio, ripeto, sulla prima pagina della Stampa e sovrastato sugli altri giornali dai guai di frontiera, diciamo così, procurati all’Europa dal premier spagnolo Sanchez, fuggito in vacanza mentre Ceuta veniva assaltata a nuoto dai marocchini, Giuseppe Conte ha ormai buttato via la maschera nella sua corsa per il ritorno a Palazzo Chigi. Chissà se la segretaria del Pd Elly Schlein saprà e vorrà approfittarne, o preferirà invece inseguire -“testardamente unitaria”, come lei stessa dice- procedere sulla strada del suicidio del proprio partito, fra le preghiere laiche di Goffredo Bettini e compagni.  

Ripreso da http://www.startmag.it

Le confessioni del felice Urbano Cairo al suo Corriere della Sera

       Urbano Cairo, l’editore del Corriere della Sera e de la 7 televisiva, da Silvio Berlusconi, di cui fu dipendente, ha ereditato anche la fortuna, intesa non solo in senso economico. Ma neppure Berlusconi, credo, sarebbe stato capace, di sopravvivere, come è invece accaduto a Cairo, all’acquisto del Corriere guadagnando dai 50 ai 60 milioni di euro dopo averlo preso con 430 milioni di debito e perdite di 260 milioni l’anno. Che per poco non lo fecero svenire davanti allo specchio del suo bagno quando calcolò le migliaia di euro il minuto cui equivalevano. E di minuti quando finì di fare i conti ne erano già passati troppi per i suoi gusti e le sue abitudini di scuola, ripeto, berlusconiana.

       Una volta, ai tempi della cosiddetta prima Repubblica, e di uno dei suoi governi di più lunga durata, il primo presieduto in Italia da un socialista, che era Bettino Craxi, compagno di partito e amico dell’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, solo a pensare di acquistare il Corriere, non all’edicola ma da un notaio, si rischiava di finire fra la galera e l’ospizio, se non ammazzato. Ora, pur con tante edicole chiuse, tante copie di carta vendute in meno, ma tante altre digitali conquistate, Cairo si gode il suo Corriere come una miniera di guadagni. E anche una popolarità che potrebbe fargli perdere tanto la testa da cadere nella tentazione della politica.

       Del Corriere, dove Cairo ha lasciato al suo posto, avendone la massima stima, il direttore Luciano Fonnta di scuola Unità di Walter Veltroni, oggi fra i collaboratori meritatamente più pagati per la bravura che ha ed ha conservato professionalmente pur dopo avere fatto politica fra governo e partito; del Corriere, dicevo, Cairo ha raccontato a Fabrizio Roncone che tutti si aspettano, per tradizione, “autorevolezza”, affidabilità e simili leggendo notizie vere e non false o deformate, e commenti seri, anche quando non dovessero essere condivisi. Un po’ il contrario, direi, de la 7 televisiva che Cairo è stato accusato dall’insospettabile Enrico Mentana, direttore in scadenza del telegiornale e maratoneta catodico consumato, di aver lasciato diventare quella che una volta era Rai3, della mitica Telekabul di Sandro Curzi. Ma tutto è avvenuto -si è quasi giustificato l’editore- lasciando al loro posto le firme trovate all’acquisto, salvo Michele Santoro e Gad Lerner. Che tuttavia, non credo fra la distrazione di uno attento come Cairo, ogni tanto vengono ospitati con riguardo, se non con nostalgia, nei salotti di Lilli Gruber e Giovanni Floris.

       In ogni caso la premier Giorgia Meloni, bersaglio fisso de la 7, dalla quale si tiene lontana per cautela più che per ritorsione, può contare sul buon giudizio personale di Cairo, che le riconosce di avere “dato stabilità, essere apprezzata dai mercati”, che contano più dei conduttori ostili, ”avere abbassato lo spread”. Ma può fare bene, e persino meglio, ha avvertito Cairo, anche la segretaria del Pd Elly Schllein se dovesse riuscire a scalare Palazzo Chigi e ad evitare quel disastro che sarebbe Giuseppe Conte. Se anche dovesse ancora mancare qualcosa alla pur “rivitalizzante” Schlein, si può essere ugualmente fiduciosi o ottimisti perché “una volta che sei lì”, a Palazzo Chigi, “è il ruolo stesso a conferirti una certa dimensione”, come accadde persino a Conte durante il Covid, prima di perdersi dannatamente nello “spreco assoluto” dei superbonus edilizi che “ci è costato 180 miliardi, quasi come l’intero pnr” che l’ex premier si vanta ancora di avere ottenuto con destrezza a Bruxelles.

Da Radio Londra a Radio Franceschini salendo verso il Quirinale

       Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è dunque preoccupato dell’asprezza della campagna elettorale cominciata in anticipo senza intervenire sulla durata della legislatura, che continua verso la scadenza ordinaria dell’anno prossimo, o quasi. Forse votando in primavera piuttosto che in autunno per rendere meno affannosa, ed elettoralistica, la preparazione della nuova legge finanziaria.

       Mattarella ha finto di non accorgersene ma ad aumentare l’asprezza della campagna elettorale è quella, anch’essa in corso con più anticipo dell’altra sul rinnovo delle Camere, per la sua successione al Quirinale. Dove l’età, quanto meno, per quanto da lui ben portata, non rende realistica una sua seconda conferma, e quindi un terzo mandato. Una campagna, quella presidenziale, che è salita di tensione, o ossessione, per la candidatura reale, per niente immaginaria, della premier Giorgia Meloni: la prima ad essere salita a Palazzo Chigi, la prima ad esservi arrivata da destra e la prima a potersi trasferire direttamente dalla Presidenza del Consiglio alla Presidenza della Repubblica. La prima anche della cui candidatura si dice e si scrive che si tratti di un “assalto”, non di una scalata o di una corsa, come di solito si sono definite le elezioni presidenziali, anche quando a candidarsi, senza peraltro riuscire ad essere eletti, sono stati uomini di un certo temperamento come Amintore Fanfani. Che da segretario della Dc usava chiamare nel suo ufficio, all’Eur o o Piazza del Gesù, il suo vice Mariano Rumor spingendo il pulsante di un campanello. Al cui suono l’altro scattava e correva da lui ansimando.

       Dario Franceschini, che non ha cariche nel Pd pur avendone avute, è il più attenzionato da Francesco Verderami sul Corriere della Sera per avvertirne umori, preferenze, progetti, iniziative, “grandi manovre”, essendo stato il primo, o il più esplicito ad avvertire che l’anno prossimo si voterà sì per le nuove Camere, ma in esse si comincerà subito a trattare sulla successione al Quirinale. Il suo primo obiettivo sarebbe di una spartizione: se la destra rimarrà al governo, il Quirinale dovrà andare alla sinistra. Il secondo obiettivo decifrato a Radio Franceschini, come nella seconda guerra mondiale si faceva ascoltando Radio Londra, sarebbe quello di mandare al Quirinale persone rappresentative certamente degli schieramenti politici cui appartengono ma non di vertice, diciamo così, per non far salire troppo la tensione. Cosa che avverrebbe a destra mandando la Meloni, i cui militanti a Roma sono ancora chiamati “fascisti” dal vice presidente forzista del Consiglio Antonio Tajkani, e a sinistra Giuseppe Conte, non essendo candidabile per ragioni di età Elly Schlein, sei anni ancora, fra tre anni, al di sotto dei 50 richiesti dalla Costituzione. Franceschini invece ne ha 67 sin d’ora.

Sforza Italia nella paura di Meloni e nella speranza di Franceschini

       Simone Canettieri, una ventina d’anni di professione giornalistica di cui quattro almeno trascorsi al Foglio quando ancora Silvio Berlusconi era chiamato ed era davvero “l’amor nostro”, anche se il fondatore Giuliano Ferrara si divertiva ogni tanto a dirsi di “tendenza Veronica”, con tutto ciò che poteva sottintendere quella formula in rapporti già logorati e infine rotti nell’augustissima coppia di Arcore-Macherio; Simone Canettieri, dicevo, ha attinto le sue ultime notizie di clan per annunciare, avvertire sulla prima pagina del Corriere della Sera,  in qualche modo anche confermare, non trattandosi di assoluta novità, “i dubbi di Meloni” sulla Forza Italia già del Cavaliere. Che oggi si divide fra il più o meno disciplinato Antonio Tajani, strapieno di impegni di partito, di governo e di societò, e i due figli maggiori del compianto Berlusconi. Che hanno per il partito fondato dal padre per meglio amare e servire la sua Italia interessi misti di cuore e di affari, avendo ereditato anche i crediti familiari equivalenti ai debiti del movimento forzista.

       Il sospetto, la paura, l’ossessione e quant’altro della premier è che in quest’ultimo anno di legislatura i pur ancora alleati e amici forzisti cerchino ancora più di prima “l’incidente”. O per banalmente alzare il prezzo di una rinnovata alleanza o, ancora meno banalmente, e più pericolosamente, per sganciarsi cogliendo qualcuno degli ormai numerosi pretesti o motivi di dissenso e disputa che si accumulano nelle aule parlamentari e dintorni.

       Appesa agli umori o manulori forzisti, di genere maschile e famminile, non è solo la sorte del centrodestra, almeno negli ultimi equilibri interni lasciati da Berlusconi, sorpreso dal sorpasso della Meloni non meno di quello subìto nelle precedenti elezioni ad opera della Lega di Matteo Salvini, che lo investì andando a fare nel 1978 il vice presidente del Consiglio di Giuseppe Conte, cioè in campo avverso, e lasciandoci le penne. In ballo è la sorte del bipolarismo di stile italiano, nel quale accade, per esempio, che il furbo Dario Franceschini si muova nel cosiddetto campo largo dell’alternativa contesa fra la Schlein e Conte, in edizione dorotea appena cucitagli addosso da Beppe Grillo, ma avvertendo ogni tanto che “l’azione d’oro” del bipolarismo italiano, come lui la chiama, ce l’anno i figli di Berlusconi o, più generosamente, i forzisti in senso lato. Con loro il partito di Franceschini si troverebbero comodo su tanti temi controversi invece a sinistra, a cominciare da quelli di politica estera e difesa.   

Il doroteismo democristiano nella surreale edizione 5 Stelle

Il piatto della vendetta, si sa, si serve e si mangia freddo. Come ha fatto in fondo Beppe Grillo mettendo il dito, diciamo così, nell’occhio di Giuseppe Conte e amici chiusi a quattro mandate nelle stanze e nei palazzi del potere che si erano invece proposti di scassinare e demolire, o aprire coma scatole di tonno -ricordate?- ai tempi dei fondatori, garanti e quant’altri del Movimento 5 Stelle.

       Ciascuno ha il suo Vannacci, Roberto Vannacci, in divisa militare, o da camera, o da spiaggia, o circense d’epoca romana,  Ce l’ha la destra di Giorgia Meloni, di Matteo Salvini e di Antonio Tajani, e ora il campo largo o ampio dell’alternativa, dove l’aspirante leader Conte, appunto, potrebbe trovarsi fra i piedi e le mani i grillni  di origine controllata, diciamo così, come Alessandro Di Battista, Dibba per gli amici, forse anche l’ex sindaca di Roma Virginia Raggi e quella di Torino Chiara Appendino. Avrebbe potuto essere della partita simil-vannacciana anche l’ex presidente della Camera Roberto Figo se, abituato ormai alle comodità di ogni senso di Montecitorio, dopo un rapido e fallimentare esperimento di un viaggio in autobus, salitovi alla Stazione Termini, sta provando ora quelle del palazzo napoletano della Regione Campania, di cui è presidente, O governatore, come si scrive e si dice ormai comunemente facendo gonfiare il petto agli interessati, speriamo senza farli esplodere rovinosamente

All’invettiva anti-poltronista o pauperistica di Grillo la creatura sfuggitagli di mano, il riaspirante a Palazzo Chigi Giuseppe Conte, che sogna di tornarvi al suo solito passo svelto, ha reagito rinfacciando al comico prestatosi per un po’ alla politica la fiducia riposta a suo tempo in Mario Draghi, scambiandolo per un un pentastellato. Mario Draghi, il presunto intruso e uomo dei poteri forti, anzi fortissimi, portato alla guida del governo, scalzando proprio Conte, con una operazione di palazzo -sinonimo di congiura, complotto  e simili- dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che del resto aveva esitato a conferirgli il primo mandato di presidente del Consiglio, e da quel guastatore ormai professionale che dovrebbe essere Matteo Renzi agli occhi e al cervello del concorrente di Elly Schlein a Palazzo Chigi.  E della Meloni al Colle quando sarà libero.

Pubblicato sul Dubbio

Il dito freddo di Beppe Grillo nell’occhio di Giuseppe Conte

       Il piatto della vendetta, si sa, si serve e si mangia freddo. Come ha fatto in fondo Beppe Grillo mettendo il dito, diciamo così, nell’occhio di Giuseppe Conte e amici chiusi a quattro mandate nelle stanze e nei palazzi del potere che si erano invece proposti di scassinare e demolire, o aprire coma scatole di tonno -ricordate?- ai tempi dei fondatori, garanti e quant’altri del Movimento 5 Stelle.

       Ciascuno ha il suo Vannacci, Roberto Vannacci, in divisa militare, o da camera, o da spiaggia, o circense d’epoca romana,  Ce l’ha la destra di Giorgia Meloni, di Matteo Salvini e di Antonio Tajani, e ora il campo largo o ampio dell’alternativa, dove l’aspirante leader Conte, appunto, potrebbe trovarsi fra i piedi e le mani i grillni  di origine controllata, diciamo così, come Alessandro Di Battista, Dibba per gli amici, forse anche l’ex sindaca di Roma Virginia Raggi e quella di Torino Chiara Appendino. Avrebbe potuto essere della partita simil-vannacciana anche l’ex presidente della Camera Roberto Figo se, abituato ormai alle comodità di ogni senso di Montecitorio, dopo un rapido e fallimentare esperimento di un viaggio in autobus, salitovi alla Stazione Termini, sta provando ora quelle del palazzo napoletano della Regione Campania, di cui è presidente, O governatore, come si scrive e si dice ormai comunemente facendo gonfiare il petto agli interessati, speriamo senza farli esplodere rovinosamente

All’invettiva anti-poltronista o pauperistica di Grillo la creatura sfuggitagli di mano, il riaspirante a Palazzo Chigi Giuseppe Conte, che sogna di tornarvi al suo solito passo svelto, ha reagito rinfacciando al comico prestatosi per un po’ alla politica la fiducia riposta a suo tempo in Mario Draghi, scambiandolo per un un pentastellato. Mario Draghi, il presunto intruso e uomo dei poteri forti, anzi fortissimi, portato alla guida del governo, scalzando proprio Conte, con una operazione di palazzo -sinonimo di congiura, complotto  e simili- dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che del resto aveva esitato a conferirgli il primo mandato di presidente del Consiglio, e da quel guastatore ormai professionale che dovrebbe essere Matteo Renzi agli occhi e al cervello del concorrente di Elly Schlein a Palazzo Chigi.  E della Meloni al Colle quando sarà libero.

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