Quella signora o signorina, portavoce non so bene di chi o di che cosa, insorta contro la richiesta di maggiore flessibilità nei conti annunciata dal governo italiano – “Abbiamo già dato”, ha detto a Bruxelles- ha condizionato per un paio di giorni il dibattito politico a Roma. Dove alle opposizioni, politiche e mediatiche, non è parso vero di potere rappresentare la premier Gìorgia Meloni “isolata”, “respinta”, “bocciata”. E di prederne difficoltà insormontabili nella lunga campagna elettorale per un voto di cui non si conosce ancora la data o la stagione precisa dell’anno prossimo.
Poi, pur senza mettersi davanti a qualche telecamera come la prima accorsavi, altri portavoce -sempre non ho capito bene di chi e che cosa- hanno annunciato, anzi precisato, che la richiesta del governo italiano, formalizzata in una lettera della premier Meloni all’amica, peraltro, tedesca Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, sarà esaminata nelle sedi opportune, tecniche e politiche. Quell’”abbiamo già dato” potrebbe pertanto diventare pertanto un “diamo ancora”, considerando le difficoltà procurate a tutti i paesi dell’Unione da una congiuntura internazionale, e bellica, che ha fatto salire i costi energetici. E non solo quelli.
Le opposizioni, sempre loro, che avevano utilizzato a Roma la prima portavoce espostasi a Bruxelles per scommettere sulle difficoltà e sulla sconfitta elettorale dell’alleanza di centrodestra hanno naturalmente ignorato le precisazioni successive e continuato a dipingere con tinte fosche la situazione e posizione del governo.
A questo punto il problema non è delle opposizioni, che fanno il loro mestiere, e il loro gioco, anche se scorretto. Il problema è a Bruxelles. Ed è della presidente della Commissione europea, che deve chiarirsi e chiarire quanti portavoce possano parlare. E che voce portare. Altrimenti siamo alla classica e poco edificante torre di Babele.