L’invettiva, o qualcosa del genere, di Paolo Del Debbio contro gli “amici” Berlusconi

        Paolo del Debbio, presentatosi con modestia come “giornalista e conduttore a Cologno Monzese”, dove è appena avvenuto l’incontro di quattro ore tra i due figli  maggiori e di primo letto di Silvio Berlusconi, l’amministratore di Fininvest Danilo Pellegrino, il “cardinalizio” Gianni Letta e il segretario di Forza Italia Antonio Tajani, ma anche vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, è saltato letteralmente sulla sedia quando ha appreso dell’”evento” e poi dei comunicati che l’hanno accompagnato, con la “fiducia” rinnovata all’ospite. E sottoposto, di cui il mio amico Paolo, conosciuto una quarantina d’anni fa negli uffici della Fininvest dove anch’io aveva a disposizione una stanza, ha scritto giustamente sulla Verità il ruolo di “convocato” assegnatogli dagli invitanti, padroni di casa.  

       Del Debbio, 67 anni ben portati, che chissà perché ha deciso di ingrigire più del dovuto con tutte le barbe che si è fatto crescere sulla faccia, è molto di più di un giornalista e conduttore di Mediaset. E’ uno che contribuì a suo tempo alla fondazione di Forza Italia scrivendone su incarico diretto di Berlusconi, senza la mediazione di Fedele Confalonieri che lo aveva assunto in Fininvest, le prime bozze del programma, prima che vi intervenissero anche Giuliano Urbani, Marcello Pera, Giuliano Ferrara ed Enrico La Loggia, che ne ha scritto in un libro autobiografico fresco di stampa.

       Con molta cortesia, non so francamente sino a quando destinata ad essere riconosciuta e apprezzata in quella che nel frattempo è diventata Mediaset, Paolo ha sollevato contro quell’incontro a Cologno Monzese una questione di “opportunità”, lamentando sulla Verità di Maurizio Belpietro la perdita di prestigio procurata a Tajani nelle sue triplici vesti, ripeto, di vice presidente del Consiglio, ministro degli Esteri e segretario del partito fideiussato, diciamo così, dalla famiglia Berlusconi. Ma si può ben parlare anche di una questione di decenza. Non è certamente su questa strada che Tajani potrà riuscire fra un anno e mezzo, poco più o poco meno, a riportare Forza Italia al 20 per cento del suo esordio elettorale, nel 1994, e tanto meno al 30 per cento di qualche mese dopo, nel rinnovo del Parlamento europeo seguito a quello del Parlamento italiano.

Le ultime notizie dall’officina di Franceschini su Silvia Salis e Matteo Renzi

       Ma più che con Silvia Salis mi pare che Franceschini ce l’avesse e ce l’abbia con questo messaggio affidato al Corriere della Sera a Matteo Renzi. Che corteggia politicamente -s’intende- la sindaca di Genova mettendola in tentazione, come nel vecchio testo della preghiera del padre nostro. E la sventurata post-manzoniana ci è cascata dichiarandosi a disposizione se a proporle Palazzo Chigi non sarà solo il post-machiavellico Renzi ma anche altri. Fra i quali Franceschini si è messo di fretta per dirle no. E invitare anche Renzi, ripeto, a contenersi nella sua abitudine di allargarsi e prenotare Palazzo Chigi per il favorito di turno: nel 2019, quando era ancora nel Pd, per lasciarvi Giuseppe Conte disarcionato dal suo vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, arrivato al 30 per cento in un turno elettorale per il Parlamento europeo, o farvi arrivare nel 2021 Mario Draghi, proiettandone l’immagine addirittura sul Quirinale, dove invece sarebbe stato confermato Sergio Mattarella. Che vi rimarrà quasi regalmente sino al 2029.

       Quando ha parlato del “nostro campo”, in cui lasciare crescere con calma il fiore o la pianta della giovane sindaca di Genova, Franceschini forse non ha parlato solo del “suo” Pd. Al quale peraltro mi sembra che la Salis non sia ancora iscritta, come capitò alla Schlein mentre scalava la segreteria del Nazareno. Franceschini ha pensato e pensato anche a quello più largo, come si dice, dell’alternativa al centrodestra. Il campo che Giuseppe Conte, proponendosi alle primarie dopo la vittoria referendaria contro la riforma costituzionale della magistratura, avrebbe finalmente ben definito nei confini agli occhi di Franceschini. Che se n’è compiaciuto al pari di Goffredo Bettini, pur preoccupato quest’ultimo -forse scaramanticamente- della troppa “euforia” seguita al successo referendario cui lui ha contribuito votando no dopo essersi lasciato tentare dal sì ispirandosi al compianto padre avvocato. Un no impostogli addirittura dal “contesto” internazionale, come nel caso pure del senatore a vita ed ex premier Mario Monti.

Quattro ore di fiducia, su 24, confermate a Tajani dalla famiglia Berlusconi

       Va bene che l’incontro anche conviviale, fra una guerra e l’altra di cui si occupa il vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, doveva avere una durata necessariamente limitata, visti gli impegni degli interessati, e non solo dell’ospite, ma quattro ore di annunciata, confermata fiducia su 24 di una giornata sembrano pochine. Scarse per il segretario di Forza Italia Antonio Tajani, offertosi o chiamato a rapporto da Marina Berlusconi, assistita dal fratello Pier Silvio, dall’ambasciatore di famiglia Gianni Letta e dall’amministratore delegato della Fininvest. Che si occupa per il suo stesso incarico, direttamente o indirettamente, dei debiti del partito azzurro con gli eredi del fondatore. Una circostanza, questa, che da sola dà il senso della natura particolare, a dir poco, della seconda o terza forza della coalizione governativa di centrodestra. Forse è stato un eccesso di trasparenza, diciamo così in modo amichevole verso Tajani e i creditori del partito, quella presenza.

       Continua quindi la fiducia della famiglia Berlusconi, pur di 4 ore su 24, ripeto, ma anche il processo quotidiano, e non solo mediatico, di logoramento del segretario del partito azzurro. Al quale viene chiesto di rinunciare un po’ alla volta, nella cornice solita del rinnovamento, alla difesa delle postazioni visibili e parlamentari del partito. Prima è toccato al Senato a Maurizio Gasparri lasciare la guida del gruppo e ora sta toccando alla Camera a Paolo Barelli, che pur da campione di nuoto com’è non riesce più a galleggiare, appesantito anche dal suo rapporto di parentela, e non solo, di amicizia. col segretario del partito. Di cui è consuocero.

Neppure all’ingegnere piace “l’insalata” delle primarie proposta da Conte

L’ultranovantenne ma sempre urticante, abrasivo, impietoso  Carlo De Benedetti, vantatosi a suo tempo di desiderare la tessera numero uno del Partito Democratico, non ricordo più se con o senza l’effige poi intervenuta di qualche compianto leader della lontana prima Repubblica, quella vera e non di carta da lui posseduta per un po’, prima che i figli non la vendessero; Carlo De Benedetti, dicevo, ha colto l’occasione offertagli da Lilli Gruber a Otto e mezzo, su la 7, per inserirsi nel dibattito che sta dividendo la sinistra sulle primarie.

Sono le primarie che dopo la vittoria referendaria dei signornò alla riforma costituzionale della magistratura, quasi volendosene appropriare, Giuseppe Conte ha smesso di contemplare e ha invece proposto, pur al termine di un lungo percorso di elaborazione programmatica, per sciogliere prima delle elezioni politiche il nodo della leadership dell’alternativa.

       Da piatto principale o addirittura unico alla tavola elettorale l’ex o non so se ancora iscritto al Pd, e con quale numero vero o metaforico di tessera, “l’ingegnere” -come tutti lo chiamiamo scrivendone e parlandone, con la stessa abitudine e immaginazione con la quale davamo dell’”avvocato” a Gianni Agnelli- ha fatto delle primarie un contorno, per giunta di quelli che sembrano piacergli di meno. Sarebbe “un’insalata” di carote, pomodori e altro. Ci sarà rimasto male, credo, Giuseppe Conte che già assaporava….la carne della o degli sconfitti nella corsa non a Palazzo Chigi, ma solo al tentativo di prenotarlo.

       De Benedetti ha buttato insomma da destra, diciamo così, secchiate d’acqua e di sarcasmo sulle primarie mentre Goffredo Bettini, disapprovando la troppa “euforia” di Conte dopo il referendum del mese scorso, fa di sinistra. E dal centro, o quasi, l’ex premier Romano Prodi. Tutti accomunati dal timore di un carattere ormai troppo divisivo delle primarie

       Come uscirne allora? Si staranno chiedendo anche Dario Franceschini e i frequentatori della sua officina, dove l’ex ministro della Cultura ripara non biciclette, moto o auto ma semplicemente progetti e aree del maggiore partito di opposizione.  L’ingegnere, ormai senza più virgolette, pensa anche lui ad un’officina. Ma quella addirittura del Quirinale, dove siede un Presidente della Repubblica ancora dotato della prerogativa assegnatagli dall’articolo 92 della Costituzione di “nominare il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, “i ministri”.

       Diavolo di un ingegnere, che cosa gli è saltato in mente? Di tornare alla lettera della cosiddetta, lontana, disprezzata prima Repubblica? Azzerando tutta la Costituzione cosiddetta materiale, di fatto, subentratale con partiti e coalizioni partecipi alle elezioni col nome del loro candidato alla guida del governo stampato sulle schede elettorali o nel programma, singolo o comune. Sì, Carlo De Benedetti è di vecchie e consolidate abitudini. E pazienza per Conte, per le sue ambizioni, le sue previsioni, E i suoi incidenti, fra i quali si deve annoverare il rifiuto delle elezioni anticipate opposto dalla premier Giorgia Meloni a quanti gliene avevano attribuito progetto, tentazione e quant’altro.

       Una campagna elettorale lunga più di un anno, che gli avversari hanno rimproverato alla Meloni di avere avviato con la sua “informativa” parlamentare dopo la sconfitta referendaria, è l’opposto di quella di cui avrebbero bisogno gli aspiranti all’alternativa di governo. Una campagna corta, cortissima, contrassegnata da una crisi suicida del governo in carica e da un conseguente stato di sostanziale emergenza, e caos, da addurre a pretesto per presentarsi alle elezioni fintamente uniti a sinistra, senza un programma e un leader. E scommettendo -ripeto con l’immaginazione di Carlo De Benedetti- più sulla fantasia del presidente della Repubblica che sulla volontà degli elettori.

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La curiosa, lunga campagna elettorale contestata dalle opposizioni alla Meloni

       Con la borsa pendente dal braccio destro, grande come se stesse partendo, e non solo arrivando,  e la cartellina col discorso stretta al cuore sotto il braccio sinistro, la premier Giorgia Meloni si è presentata alla Camera, e poi anche al Senato, non per annunciare, ma per confermare e spiegare a chi non lo avesse ancora capire, o voluto capire sui banchi di opposizione il proposito di rimanere al suo posto. Anche dopo la sconfitta certamente subita nel referendum per niente confermativo della riforma costituzionale della magistratura. La cui bocciatura, anche se la presidente del Consiglio si è risparmiata  la fatica o la desolazione di dirlo, rafforza in milioni ci cittadini e di elettori, quelli cioè che hanno perso, non il sospetto ma la convinzione che la Repubblica più che parlamentare, come la vollero i padri costituenti, pace all’anima loro, ha le sembianze, il sapore, il tanfo, come preferite, di una Repubblica giudiziaria. La cui agenda è dettata non dalle Camere, non dai governi da esse fiduciati, non dai partiti, non dal vigilante, anzi vigilantissimo Capo dello Stato, ma dalle Procure e dai processi mediatici di rito sommario che esse innescano, prima di quelli ben più lunghi nei tribunali.

       La campagna elettorale che le opposizioni politiche e mediatiche hanno accusato la Meloni di avere voluto aprire con la sua “informativa” parlamentare durerà sicuramente meno di un processo nei tribunali delle tre istanze, che di solito scavalcano le legislature, ma non abbastanza poco per gli interessi attuali di chi aspira all’alternativa di governo. Che, per lo stato confusionale nel quale si trovano le opposizioni anche dopo avere vinto il referendum del mese scorso, avrebbe bisogno di una campagna elettorale breve, di natura emergenziale per effetto di una crisi improvvisa. Di fronte alla quale le opposizioni potrebbero improvvisare un programma e una leadership paradossalmente difficili da definire e indicare in un anno e mezzo, più o meno, di discussioni, manovre, sgambetti e imprevisti aggravanti sul versante internazionale, che è già quello che è, cioè di guerre e tregue incerte, e anche su quello interno.

       Questa e non altra, al di là delle apparenze e delle “euforie” lamentate al suo stesso interno, è la situazione in cui si trova il fronte, il  campo eccetera dell’alternativa.  Che curiosamente contesta al governo una campagna elettorale nella quale le opposizioni hanno trasformato nei mesi scorsi la campagna referendaria, discutendo e proponendo persino il “contesto internazionale” nel quale avrebbe dovuto essere giudicata la riforma della magistratura italiana. Il contesto internazionale invocato persino dal senatore a  vita, ed ex premier, Mario Monti per chiarirsi le idee, uscire dall’incertezza e annunciare il suo no. Un no anche a Trump.

Tutte le guerre di Antonio Tajani, compresa quella fredda dentro Forza Italia

Già costretto dalle sue funzioni di ministro degli Esteri, e vice presidente del Consiglio, ad occuparsi delle guerre, guerricciole -come le chiama il presidente americano Donald Trump parlando del Libano- e tregue appese al classico filo, ad Antonio Tajani potevano essere risparmiate almeno quelle di casa o di partito, diciamo così. Che ne stanno logorando, temo, il sistema nervoso, e un po’ anche l’immagine politica. Che era tanto salita nei mesi scorsi da spingerlo d’ufficio dai retroscena nella corsa al Quirinale,, succedendo a Sergio Mattarella fra tre anni, in caso di vittoria elettorale del centrodestra l’anno prossimo. Lo si è immaginato come il candidato più digeribile, o meno indigeribile a sinistra. Dove invece adesso, nell’euforia della vittoria referendaria contro la riforma costituzionale della magistratura, pensano di poter giocare la partita del Colle addirittura da soli. E non ne fanno neppure un mistero, a parte qualche persona di una certa esperienza  – da Romano Prodi a Goffredo Bettini e a Fausto Bertinotti— che consiglia prudenza, moderazione e quant’altro,  non ritenendo automaticamente trasferibile un risultato referendario, pur rilevante come  quello del mese scorso, a un turno generale di elezioni politiche.

       Tajani, dicevo, è alle prese con una guerra fredda – chiamiamola così per mutuare l’immagine di un passato vissuto dal mio amico Antonio da giornalista – dentro Forza Italia pur ereditata direttamente dal compianto fondatore Silvio Berlusconi, Che da vivo gli aveva già scaricato tutte le rogne di partito che lo infastidivano.

Prima delle elezioni nessuno ha interesse, credo, a sostituire il segretario per paura di mancare l’obiettivo che gli hanno furbescamente assegnato e che lui, con una certa imprudenza, ha accolto. E’ il ritorno al 20 per cento delle prime elezioni affrontate dal partito appena fondato, nel 1994. Un 20 per cento allora salito al 30 in pochi mesi, quando gli elettori tornarono a votare ma per il Parlamento europeo.

       Dal 9 per cento, poco più o poco meno di oggi, in continua competizione con la Lega di Matteo Salvini per il secondo posto nella classifica elettorale del centrodestra, sarà obiettivamente difficile saltare al 20, o dintorni. E allora al povero Tajani gli amici di partito, come si chiamavano anche i democristiani ai loro tempi d’oro, pur in eterna competizione interna sotto le insegne delle rispettive correnti, potranno presentargli il conto. E reclamarne la successione scommettendo, fra l’altro, sull’aiuto, aiutino e quant’altro di Marina Berlusconi, o del fratello Pier Silvio o di entrambi. Allora credo che avrà difficoltà ad aiutare Tajani anche il pur sempre attivo, attivissimo, vigilante Gianni Letta, che cronache e retroscena danno oggi impegnato a proteggere i rapporti del segretario forzista con la famiglia Berlusconi.

       L’aspetto più paradossale della situazione di Tajani nel suo partito, e del consuocero Paolo Barelli alla presidenza del gruppo della Camera, almeno sino al momento in cui scrivo, è la contestazione più che strisciante del maggiore merito da lui rivendicato. Che è l’aumento delle iscrizioni. E conseguentemente delle quote che aiutano, fra l’altro,  il partito a dipendere meno dalla famiglia Berlusconi.

       Anziché un merito, forse proprio nella prospettiva di una minore dipendenza dai Berlusconi, questo sembra vissuto nel partito come un rischio. Più che gli iscritti, vengono reclamati in spirito polemico i voti, di cui si arriva a dire e, scrivere, insinuare, gufare che potrebbero finire per risultare inferiori alle tessere. Salvate, per cortesia, il soldato Tajani.

Pubblicato sul Dubbio

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La tentazione…libanese del capogruppo di Forza Italia alla Camera

       Giusto per non allontanarci troppo da guerre, deboli tregue, scaramucce come quelle alle quali il presidente americano Donald Trump ha ridotto missili, droni, bombe, distruzioni, morti e feriti in Libano; ma giusto anche per non perdere fra tante tragedie un po’ di ironia, verrebbe voglia di immaginare il capogruppo di Forza Italia alla Camera Paolo Barelli, 72 anni da compiere a giugno, tentato di andare in vacanza a Beirut e dintorni. Dove potrebbe correre meno rischi di quanti non gli stiano procurando a Rona gli amici. Chiamiamoli così, come facevano i democristiani pur impegnati continuamente a combattersi nelle trincee delle loro correnti.

       Dall’ultima elezione, o nomina, di Barelli alla guida del gruppo forzista a Montecitorio sono trascorsi solo tre anni, poco meno di otto volte quanti lui non ne abbia vissuti alla presidenza della federazione italiana del nuoto, conferitogli in sette votazioni per la sua competenza di campione di piscina. Sette votazioni quante furono le volte in cui a Giulio Andreotti capitò di fare il presidente del Consiglio.

       L’esperienza di Barelli come capogruppo forzista della Camera è a rischio anche per essere parente-consuocero-del segretario del partito Antonio Tajani. Che è a sua volta a rischio, sia pure in tempi forse più diluiti, almeno da quando lui si è imprudentemente lasciato assegnare il traguardo elettorale del 20 per cento: più del doppio del livello attuale. Di aumentato davvero sotto la sua guida, o segreteria, in Forza Italia c’è stato solo il numero degli iscritti. Ma è proprio questo che concorre alla sua debolezza agli occhi, al cuore, alla pancia, come preferite, di quanti si appellano anche al compianto Silvio Berlusconi,  e ora ai figli, per sostenere l’unicità, diciamo così, del partito azzurro. Dove il tesseramento puzza troppo di vecchio, di cosiddetta prima Repubblica. E un po’ puzza anche la pratica, preferita invece da Tajani, dei congressi tradizionali di partito, appunto, con tanto di dirigenti, responsabili ed altro eletti e non nominati.

       Dalle ultime cronache, o retroscena, risulta che dopo l’avvicendamento al gruppo del Senato, dove Stefania Craxi ha sostituito Maurizio Gasparri lasciandogli tuttia la presidenza nin ceto irrilevante della Commissione Esteri e Difesa, al gruppo della Camera si stia lavorando neppure tanto dietro le quinte per portare al vertice Enrico Costa. Che tuttavia non è il solo aspirante. L’ultima parola sarà probabilmente detta non da Tajani, che pure ci terrebbe fidando nell’aiuto del sempre operoso Gianni Letta, ma da Marina Berlusconi. Marina, non quella della canzone di Rocco Granata del 2009.  

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L’alternativa di governo vista dalla faccia nascosta della luna…..

E’ già un ossimoro di suo una Pasqua di guerra, peraltro non la prima e, temo, neppure l’ultima, in cui le colombe della pace vengono impallinate in cieli affollati di missili, droni, bombardieri, caccia e altre diavolerie di morte. Ma questa è stata, ed è, una Pasqua speciale di guerra, in cui è toccato ad un Papa americano, il primo nella storia, anche dopo Francesco venuto dall’America sì ma del sud, evocare Dio per sottarlo ad un connazionale che nella Casa Bianca e dintorni, Donald Trump, se n’era in qualche modo appropriato proclamando di esserne stato ispirato alla ricerca di nuovi equilibri mondiali o locali, tenendo aperte vecchie guerre, che pure si era proposto di chiudere, e aprendone di nuove.

       Altro che investito, protetto e quant’altro, quasi da pari in una visione onnipotente della sua forza e del suo ruolo, capace di riportare il nemico di turno all’”età della pietra”, o spedirlo all’”Inferno”, che Papa Francesco aveva troppo generosamente chiuso parlandone persino in televisione. A Dio -ha ammonito Leone XIV, Prevost all’anagrafe statunitense- dovrà alla fine rispondere anche Trump, come tutti gli altri che praticano la guerra, a volte pensando di prevenirne altre peggiori, in una rincorsa di morti e di rovine.

       Chissà se Trump ha sentito il Papa che parlava da San Pietro, a Roma. Chissà se qualcuno glielo ha tradotto in inglese, anzi in americano, visto che Prevost aveva parlato e parla abitualmente in italiano da quando è salito al vertice della Chiesa. Mentre Trump di italiano temo che conosca solo il plurale di Giuseppe, riservato già nel suo primo mandato all’allora presidente del Consiglio Conte in transito da una maggioranza gialloverde a una giallorossa. E chissà, dopo la traduzione in americanao che cosa avrà detto e pensato del suo connazionale nei paramenti pontifici. Speriamo che non gli venga in mente di gridarlo ai quattro venti, su un prato o in una carlinga, che spesso predilige, ad alta quota, per tenere chi lo ascolta col fiato sospeso. E persino insultarlo, se si azzarda a dissentire.

       Anche quella italiana, sul terreno politico, è stata ed è tuttora, per quanto ci siamo fatti anche la Pasquetta, una Pasqua particolare, animosa più che mite, pacifica. I vincitori del no referendario alla riforma della magistratura e al governo che l’ha promossa, con le speciali procedure parlamentari prescritte dalla Costituzione, non hanno ancora smaltito l’”euforia” che ha infastidito anche Goffredo Bettini, pur passato dal sì al no per concorrere al risultato che ora vede festeggiato troppo. Gli sconfitti si leccano le ferite, ciascuno a modo suo, e scommettono per la ripresa del centrodestra proprio sugli errori degli avversari. Che non hanno ancora un programma comune -e chissà se riusciranno mai a darselo, voluminoso o no  come quelli di Romano Prodi ai tempi dell’Ulivo e dell’Unione- e tanto meno una comune leadership. Per definire la quale Conte ha reclamato le primarie dopo averle snobbate, sicuro evidentemente di prevalere sulla segretaria del Pd pur “testardamente unitaria” Elly Schlein.  Che, dal canto suo, oltre che da Conte, e forse ancora di più, si deve vedere anche dal suo partito, dove sono in molti, sotto sotto, a non perdonarle di essere arrivata dov’è con primarie aperte agli estranei, chiamiamoli così.

Gli ossimori pasquali che si inseguono anche nella politica italiana

E’ già un ossimoro di suo una Pasqua di guerra, peraltro non la prima e, temo, neppure l’ultima, in cui le colombe della pace vengono impallinate in cieli affollati di missili, droni, bombardieri, caccia e altre diavolerie di morte. Ma questa è stata, ed è, una Pasqua speciale di guerra, in cui è toccato ad un Papa americano, il primo nella storia, anche dopo Francesco venuto dall’America sì ma del sud, evocare Dio per sottarlo ad un connazionale che nella Casa Bianca e dintorni, Donald Trump, se n’era in qualche modo appropriato proclamando di esserne stato ispirato alla ricerca di nuovi equilibri mondiali o locali, tenendo aperte vecchie guerre, che pure si era proposto di chiudere, e aprendone di nuove.

       Altro che investito, protetto e quant’altro, quasi da pari in una visione onnipotente della sua forza e del suo ruolo, capace di riportare il nemico di turno all’”età della pietra”, o spedirlo all’”Inferno”, che Papa Francesco aveva troppo generosamente chiuso parlandone persino in televisione. A Dio -ha ammonito Leone XIV, Prevost all’anagrafe statunitense- dovrà alla fine rispondere anche Trump, come tutti gli altri che praticano la guerra, a volte pensando di prevenirne altre peggiori, in una rincorsa di morti e di rovine.

       Chissà se Trump ha sentito il Papa che parlava da San Pietro, a Roma. Chissà se qualcuno glielo ha tradotto in inglese, anzi in americano, visto che Prevost aveva parlato e parla abitualmente in italiano da quando è salito al vertice della Chiesa. Mentre Trump di italiano temo che conosca solo il plurale di Giuseppe, riservato già nel suo primo mandato all’allora presidente del Consiglio Conte in transito da una maggioranza gialloverde a una giallorossa. E chissà, dopo la traduzione in americanao che cosa avrà detto e pensato del suo connazionale nei paramenti pontifici. Speriamo che non gli venga in mente di gridarlo ai quattro venti, su un prato o in una carlinga, che spesso predilige, ad alta quota, per tenere chi lo ascolta col fiato sospeso. E persino insultarlo, se si azzarda a dissentire.

       Anche quella italiana, sul terreno politico, è stata ed è tuttora, per quanto ci siamo fatti anche la Pasquetta, una Pasqua particolare, animosa più che mite, pacifica. I vincitori del no referendario alla riforma della magistratura e al governo che l’ha promossa, con le speciali procedure parlamentari prescritte dalla Costituzione, non hanno ancora smaltito l’”euforia” che ha infastidito anche Goffredo Bettini, pur passato dal sì al no per concorrere al risultato che ora vede festeggiato troppo. Gli sconfitti si leccano le ferite, ciascuno a modo suo, e scommettono per la ripresa del centrodestra proprio sugli errori degli avversari. Che non hanno ancora un programma comune -e chissà se riusciranno mai a darselo, voluminoso o no  come quelli di Romano Prodi ai tempi dell’Ulivo e dell’Unione- e tanto meno una comune leadership. Per definire la quale Conte ha reclamato le primarie dopo averle snobbate, sicuro evidentemente di prevalere sulla segretaria del Pd pur “testardamente unitaria” Elly Schlein.  Che, dal canto suo, oltre che da Conte, e forse ancora di più, si deve vedere anche dal suo partito, dove sono in molti, sotto sotto, a non perdonarle di essere arrivata dov’è con primarie aperte agli estranei, chiamiamoli così.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it l’8 aprile

La Pasqua è passata ma nel campo largo continua la via Crucis

Per fortuna non di guerra come altrove, fra le proteste del Papa e gli ammonimenti del Papa, ma la Pasqua della politica italiana è stata alquanto animosa. Già nella domenica delle Palme, d’altronde, pochi avevano voluto raccoglierle preferendo le solite polemiche, risse, minacce, richieste ultimative di dibattiti parlamentari e tutto il resto dell’armamentario partitico o correntizio delle opposizioni.

       Neppure di fronte alla missione della premier italiana nel Golfo persico, fra la solidarietà ai paesi in pericolo, in fondo anch’essi, dell’”età della pietra”minacciata all’Iran che non rinuncia alle sue pratiche terroristiche, e la ricerca di sicurezza negli approvvigionamenti energetici, ha fermato le opposizioni ancora troppo “euforiche”, come lamenta  anche il loro protettore Goffredo Bettini, della vittoria del no referendario alla riforma costituzionale della magistratura.

       Giorgia Meloni ha continuato ad essere rappresentata dagli avversari imbaldanziti, ripeto, dal successo referendario come una complice dell’odiato presidente americano Trump, sino a compromettere gli interessi nazionali. Il suo attivismo e credito internazionale sarebbero allucinazioni.

       Eppure nella loro apparente unità polemica e aggressiva le opposizioni hanno continuato ad essere fra loro divise nei contenuti e persino nelle procedure della marcia verso l’alternativa di governo. Un programma comune continua ad essere una prospettiva lontana e incerta, su cui le trattative sono fumose anche nel metodo.

       Non parliamo poi della leadership, affidata dal baldanzoso Giuseppe Conte, smanioso di tornare a Palazzo Chigi, a primarie che stanno mettendo a dura prova persone apparentemente prudenti e riflessive come Romano Prodi, che ha brandito il bastone di mortadella impietosamente evocato da noi di Libero.

       La segretaria del Pd Elly Schlein, sempre “testardamente unitaria” in apparente sicurezza e quant’altro, ha l’attenuante di una posizione, diciamo così, di ufficio, obbligata. Cos’altro dovrebbe fare nei suoi panni e nel suo ruolo per evitare di rinunciare agli uni e all’altro. Ma neppure una terapia massivamente ottimista può farle ignorare quei traffici che si svolgono nel suo stesso partito contro di lei. Le tante invocazioni, allusioni e quant’altro al “facilitatore”  di turno, che sia l’ex segretario Pier Luigi Bersani avvolto sempre nelle sue battute e parodie, o un ex premier meno anziano e logorato di Prodi, manifestano da sole la ben poca, scarsa convinzione del sostegno che la segretaria del Nazareno si aspetta. O dovrebbe aspettarsi.

       Le elezioni politiche anticipate di cui tanto si continua a parlare, attribuendone negativamente il progetto o la tentazione alla Meloni nonostante le sue smentite , sono in fondo la sola risorsa nella quale sperano paradossalmente nel campo largo, larghissimo, santo e santissimo, per creare quel clima di emergenza che, solo, può forse creare da quelle parti una spinta all’accordo che manca invece nelle prospettive d una legislatura a scadenza ordinaria. Lungo la quale è più probabile che la maggioranza di centrodestra si rinsaldi che le opposizioni riescano ad accordarsi davvero su cosa fare una volta al governo, e sotto la guida di chi.

       Tutto questo si avverte in un contesto internazionale nel quale francamente non si vede chi possa toccare palla davvero nel già ricordato campo largo. Neppure Conte al singolare italiano e al plurale trumpiano del suo nome. Un Conte terzo, dopo il primo e il secondo della scorsa legislatura, che sognano neppure tutti sotto le cinque stelle ora reclamate con le carte bollate da Beppe Grillo, per niente rassegnato alla fine riservatagli dall’avvocato da lui stesso portato troppo in alto ai tempi d’oro, elettorali e politici, del movimento.

Pubblicato su Libero

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