L’ossimoro dell’Iran islamista: una monarchia sanguinaria travestita da repubblica

       Con o senza l’aiuto italiano annunciato da Trump mettendo nei pasticci Giorgia Meloni, attestatasi a Roma nello scontro con le opposizioni sulla formula del né né, cioè nè a favore né contro, né dentro né fuori, la guerra condotta da americani e israeliani ha messo impietosamente a nudo l’ossimoro che è diventato l’Iran. E che fa un paese semplicemente indifendibile.

       Quella instaurata nel 1979 con l’aiuto purtroppo anche dell’occidente, specie della Francia dove l’ayatollah Komeini aveva potuto preparare fra preghiere e incontri  la rivolta contro lo scià, è una falsa -clamorosamente falsa- Repubblica islamica, come continua a proclamarsi sotto le bombe. Non è una Repubblica ma una Monarchia, con la maiuscola dell’altra, islamica. Nella quale il successore di un ayatollah ucciso, abbattuto e quant’altro da non so quante tonnellate di esplosivo scoppiategli in quella specie di fortezza dove si era rinchiuso, è il figlio prediletto Moitaba.  Scelto e proclamato con le procedure che hanno retto anche alla guerra. Egli potrebbe avere i giorni meno contati di quelli assegnatigli da Trump alla Casa Bianca e da Nethanyau in Israele. Giorni che il nuovo re islamico impiegherà nel solito modo del padre, ammazzando gli oppositori interni, reali o solo presunti, senza neppure seppellirli nelle fosse.

       Questo è l’Iran difeso in Occidente in nome del diritto internazionale sfacciatamente invocato anche da chi in terra iraniana ne fa scempio di giorno e di notte.

La zizzania seminata nella campagna referendaria sulla magistratura

       Ogni tanto si è affacciata, anzi si è intrufolata nella campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura la vecchia abitudine di cercare di dividere i fronti -tanto del sì, debbo dire, quanto del no- seminando zizzania. Tentando, per esempio, da parte del no contro il sì di raccontare, rappresentare e quant’altro la premier Giorgia Meloni infastidita per i toni troppo forti, contro i magistrati, del ministro della Giustizia Carlo Nordio, spintosi a prometterne “una al giorno” sino al 21 marzo, quando dovrà calare il silenzio alla vigilia del voto. E anche il ministro dovrà tacere.

       In questa rappresentazione retroscenista è stato coinvolto anche il principale sottosegretario di Palazzo Chigi, Alfredo Mantovano, segretario del Consiglio dei Ministri e delegato ad occuparsi dei servizi segreti.

       Si è persino vociferato o retroscenato, se si può dire così, di un certo fastidio procurato a Mantovano dal ricorso troppo frequente di Nordio ai voli di Stato – di cui il sottosegretario si occupa per le competenze della delega sui servizi- per spostarsi come una trottola in Italia senza mancare a convegni, confronti e quant’altro sulla sua riforma della magistratura.

       Su questo intreccio di sospetti e veleni lo stesso giornale che più se n’è alimentato, naturalmente Il Fatto Quotidiano, ha finito per buttare una secchiata d’acqua raccontando di un’operazione condotta a quattro mani e piedi da Nordio e Mantovano, in ordine di gradi, per la conquista, il controllo e quant’altro della scuola superiore della magistratura in scadenza di presidenza per l’esaurimento del mandato affidato alla presidente emerita della Corte Costituzionale Silvana Sciarra. Nordio e Mantovano, sì proprio loro, col consenso ragionevolmente prevedibile della premier, hanno predisposto le cose per consegnare la scuola -ripeto- superiore della magistratura al fidato professore Mauro Paladini, conterraneo e amico del sottosegretario. Un presidente, il Paladini, che Il Fatto ritiene destinato a “educare in modo orientato”, a destra naturalmente, i magistrati allievi della scuola: orientato a destra -ripeto- qualunque sarà l’esito del referendum sulla riforma della magistratura finalizzata alla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, al doppio Consiglio Superiore e all’ala Corte disciplinare, sottratti col sorteggio al controllo ferreo e clientelare delle correnti dell’associazione nazionale delle toghe. Che è un organismo privato, non istituzionale come il Consiglio Superiore della Magistratura, di cui praticamente dispone da tempo perla prevalenza che hanno i togati sui laici, cioè sui non togati.

La mimosa negata alla premier Giorgia Meloni da Travaglio e soci

Oggi è il giorno delle mimose con le quali si festeggia la donna, in assoluto. Ma per il solito Fatto Quotidiano di Marco Travaglio e del suo vignettista Riccardo Mannelli ci sono donne e donne. Si sono chiesti o hanno chiesto ai lettori “se questa è una donna” sotto una Giorgia Meloni corrucciata -bontà loro, verrebbe voglia di dire, anziché giuliva-  su uno sfondo di guerra.

       A ispirare vignettista e committente è stato probabilmente il anche il presidente americano Donald Trump che, parlando dell’Iran bombardato insieme con gli israeliani, ha detto che “l’Italia cerca sempre di aiutare”. L’Italia, appunto, della Meloni per la quale Trump ha notoriamente una specie di debole, un rapporto preferenziale, tradotto politicamente dalle opposizioni in Italia in “sudditanza”, servilismo e simili. Niente mimose quindi alla premier, tanto dopo che ha compiuto i 49 anni avvicinandosi ai 50 costituzionalmente necessari per aspirare anche al Quirinale, trasferendovisi magari da Palazzo Chigi per la prima volta nella storia delle corse al vertice dello Stato, succedendo nel 2029 a Sergio Mattarella. Ormai la leader della destra italiana ci ha preso gusto alle prime volte. E questo la rende ancora più antipatica a chi le si oppone e vive con insofferenza la sua “stabilità”, pur quanto apprezzata all’estero. Dove erano abituati, fra prima e anche seconda Repubblica, a non trovare lo stesso presidente del Consiglio italiano tra un vertice internazionale e l’altro.

       Al netto degli errori che può compiere come qualsiasi mortale, compreso il Papa che ormai rifiuta l’infallibilità assegnatagli un tempo, la Meloni è una donna, carissimi Mannelli e Travaglio, in ordine alfabetico. Bisogna che vi rassegniate, comunque vada persino il referendum del 22 marzo sulla riforma costituzionale della magistratura.

I quattro vagoni del convoglio referendario sui binari della riforma della magistratura

Immagino il treno referendario, in corsa verso la stazione del 22 marzo, composto di quattro vagoni.

       Nel primo sono curiosamente saliti, più numerosi di tutti, quelli che all’arrivo non scenderanno neppure dal convoglio. Vi rimarranno in attesa che il treno riparta per chissà quale altra destinazione. Sono naturalmente gli astensionisti. Quelli che hanno perduto la voglia, l’interesse e quant’altro di votare, su qualsiasi cosa. Un vagone nel quale di recente Walter Veltroni, rubando il mestiere al vecchio rabdomante della società civile Giuseppe De Rita, ha intravisto più moderati che radicalizzati, non potendo fare alla buonanima di Marco Pannella il torto di chiamarli radicali.

Con tanti moderati renitenti al voto sarebbe quindi messa molto male l’Italia governata dal centrodestra e, per la prima volta, da una donna. Contro la quale le prevenzioni sono cresciute da quando i retroscena, più delle cronache, l’hanno iscritta d’ufficio alla prossima edizione della corsa al Quirinale, alla quale arriverà, nel 2029, a 52 anni di età: due in più del minimo imposto dalla Costituzione.

       Nel secondo vagone del convoglio referendario viaggiano proprio la Meloni, il suo ministro della Giustizia Carlo Nordio e i sostenitori più convinti della riforma della magistratura, proposta del resto dal governo, e della necessità di approvarla per consentirne poi la rapida applicazione, visto che il Guardasigilli è già all’opera per predisporre i decreti delegati. In tempo per il rinnovo del Consiglio Superiore della Magistratura, ma sdoppiato come le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri. E per la formazione dell’alta Corte disciplinare. Dove i magistrati che vi finiranno per incompatibilità ambientale ed altro potranno finalmente fare i conti con i giudici, non con le loro correnti. E guai, sinora, a che non ne ha avute alle spalle o di lato. Rimando, nell’occasione, alla vicenda già ricordata qui del giudice Guido Salvini, abbastanza noto ma uscito assolto dal procedimento, avviato da colleghi della Procura di Milano, dopo sette anni, e a carriera bloccata.

       Nel terzo vagone viaggiano gli ostili alla riforma, smaniosi di votare no e di lasciare le cose come stanno. Smaniosi e convinti che il marcio non sia nella magistratura, o parte di essa, ma nel governo di turno che cerca di ristabilire un ragionevole equilibrio nei rapporti fra giustizia e politica dopo il “brusco cambiamento” intervenuto una trentina d’anni fa. Fu chiamato così al Quirinale dall’ancora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Che ne provò poi sulla propria pelle gli effetti rischiando il coinvolgimento nel processo sulla presunta trattativa fra Stato e mafia nella stagione delle stragi.  Egli ricorse alla Corte Costituzionale per farsi togliere le mani di dosso.

       Nella quarta carrozza del convoglio referendario viaggiano i sostenitori del no loro malgrado, diciamo così. Oppositori non del contenuto della riforma ma del governo proponente. Che, già “autocratico” di suo, diventerebbe peggio che fascista se vincesse. Viaggia in questa carrozza, volente o nolente, anche il mio amico Paolo Cirino Pomicino, un po’ masochisticamente soddisfatto dei tanti anni trascorsi da imputato di Tangentopoli e dintorni., dopo quelli passati andreottianamente al governo e nella maggioranza.

       Già quando era imputato, prima di uscire dai processi prevalentemente assolto o prescritto, Paolo aveva designato come oratore ai suoi funerali, fortunatamente mancati più volte, il magistrato simbolo di quella spietata stagione: Antonio Di Pietro, che aveva accettato, sino a correre una volta al suo capezzale, in un ospedale romano. Ora Di Pietro, non più magistrato, e neppure politico, ma avvocato dopo avere provato anche l’esperienza di imputato nei tribunali, è fortemente, energeticamente per il sì, nel so inconfondibile stile. Temo che egli abbia perduto anche il mandato di orazione funebre del sempre vivo Paolo, sulla strada giocosa dei suoi 87 anni.

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Droni cadono anche sulla campagna referendaria in Italia a due settimane dal voto

       Droni dal golfo persico finiscono in qualche modo anche sulla campagna referendaria in corso in Italia sulla riforma costituzionale della magistratura. La guerra in Iran e quelle che vi sono collegate, persino in Ucraina, dove i droni iraniani sono largamente usati dai russi nella loro ostinata “operazioni speciale” cominciata nel 2022, hanno quanto meno distratto l’attenzione dal voto referendario italiano. E minore attenzione può equivalere a minore affluenza alle urne. Che, a sua volta, può favorire il fronte del no, dipendendo il sì, secondo quasi tutti i sondaggi da oggi non più pubblicabili, da un’alta partecipazione, almeno dal 50 per cento in su. Che pure è solo la metà dell’affluenza alle urne degli aventi diritto al voto. Neppure sufficiente, dovendo essere la metà più uno, a rendere valido il risultato di un referendum abrogativo di legge ordinaria, o parte di essa. Quello invece su una legge o costituzionale è senza quorum, bastando un voto in più per fare prevalere uno schieramento sull’altro, di qualsiasi dimensione finisca per rivelarsi l’elettorato.

       I signornò naturalmente fanno affidamento su quel “fantasma” del referendum che Massimo Franco definisce l’astensionismo sul Corriere della Sera. Vi fanno affidamento anche per riparare agli inconvenienti in cui sono incorsi dando dei criminali a quanti fanno propaganda per il sì o attribuendo idee e interviste false di morti eccellenti che non possono smentire direttamente. E la cui credibilità neppure dipende più di tanto dall’autorevolezza di chi ne difende e propone idee favorevoli alla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, ai rispettivi Consigli superiori e ad un’Alta Corte disciplinare. Dove non possa ripetersi il caso del giudice Guido Salvini, di Milano. Che, non iscritto all’associazione nazionale dei magistrati e a qualcuna delle sue correnti, ha impiegato sette anni, e la durata di due Consigli cosiddetti superiori, per essere assolto da una cervellotica “incompatibilità ambientale” contestatagli dalla Procura della Repubblica di Milano. Di che cosa vogliamo ancora parlare, signornò referendari, togati e laici? Noti e meno noti. Compreso l’apparentemente irreprensibile Gherardo Colombo, già sostituto procuratore proprio a Milano, che il caso Salvini dovrebbe ricordarselo bene. E che comunque ha dovuto appena fare i conti in televisione con l’ex collega Antonio Di Pietro. Per il quale il tempo non è passato invano, essendo oggi tra i più loquaci e scomodi sostenitori del sì referendario. Non lo mette a tacere neppure la paura di un drone…..

Walter Veltroni non cede alla tentazione referendaria del sì alla riforma della magistratura

E’ durata una decina di giorni, non di più, la tentazione del sì referendario alla riforma costituzionale della magistratura avvertita, almeno da me, in un editoriale di Walter Veltroni sul Corriere della Sera. Dove il primo segretario del Pd, in qualche modo restituito o tornato al giornalismo, al cinema e alla televisione dopo le amarezze procurategli dalla politica, aveva lamentato “l’estremismo quotidiano” della politica, appunto, che si era esteso anche alla campagna referendaria. Un estremismo- scrisse il 20 febbraio- da “asilo infantile di chi usa il governo come un santino o l’effige del demonio”. Un diavolo deciso, nel caso della riforma approvate dalle Camere, a togliere alla magistratura l’autonomia e l’indipendenza pur confermate a parole nel testo modificato dell’articolo 104 della Costituzione.

       E’ durata, dicevo, la tentazione veltroniana del sì una decina di giorni perché, intervistato dalla Repubblica di carta, forse reduce dalla festa dei 90 anni di Achille Occhetto, alla quale non era  mancato con amici e compagni di una vita, egli ha voluto soddisfare a sorpresa, almeno -ripeto, per me,  la curiosità di Stefano Cappellini su come voterà il 22 marzo. “Quando si cambiano -ha detto- sette articoli della Costituzione non si può uscire dal Consiglio dei Ministri dicendo che il testo è blindato. La Costituzione si cambia insieme, dialogando. Siccome in questa scelta e nella campagna elettorale si vede un’ispirazione di tipo più autocratico che democratico, io voterò no”. No e basta, senza alcuna concessione a quell’intercalare famoso del “ma anche” cui Veltroni ci aveva abituati da politico. Un no come quello, fra gli altri, di Massimo D’Alema e di Elly Schlein, in ordine alfabetico.

       Pur restituito, ripeto, al giornalismo, Veltroni ha seguito la vicenda preparatoria e parlamentare della riforma costituzionale della magistratura senza accorgersi dello sciopero, non del dialogo e del confronto, opposto dall’associazione nazionale dei magistrati, fresca di ricambio direttivo, e sostenuto, nella difesa di principi e abitudini “non negoziabili”, anche dai partiti solitamente schiacciati sulle sue posizioni. A quel punto o il governo rinunciava, come forse avrebbe voluto anche Veltroni, o andava avanti nel dovere, oltre che nel diritto, di realizzare un programma condiviso dalla maggioranza degli elettori nel voto di rinnovo delle Camere, nel 2022. O no? Tertium non datur, dicevano i latini, non i barbari.

       Del resto, anche la sinistra -questo almeno Veltroni dovrebbe ricordarselo perché era ancor totus politicus– ha modificato la Costituzione con la forza della sua maggioranza, facendo peraltro tanti danni ai rapporti fra lo Stato e le regioni da pentirsene. E da tentare inutilmente di porvi poi rimedio. E tutto solo per inseguire un’alleanza, mancata, con i leghisti ancora di Umberto Bossi. O sottrarli alla tentazione di ripristinare quella con Silvio Berlusconi che essi avevano interrotto fra le sollecitazioni, confessate poi dallo stesso Bossi, dell’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.

       Nella già citata intervista a Repubblica, prima di annunciare il suo no referendario, Veltroni ha detto, fra l’altro, che “nei suoi momenti migliori la sinistra è sempre stata un impasto di riformismo e radicalità. Ha vinto quando è stata in grado di suscitare -ha detto- un sogno e di corrispondere a questo sogno con decisioni radicali ma realistiche”.

Mi chiedo se possa essere considerato di un radicalismo realistico, che è un po’ un ossimoro, il confermato appiattimento della sinistra neppure tanto alla magistratura, composta anche da giudici e pubblici ministeri per niente contrari alla separazione delle loro carriere, ma ad un’associazione  correntizia  e “privata”, come la chiamano Claudio Martelli e Antonio Di Pietro in un’assonanza che dovrebbe pur dire qualcosa anche a Veltroni.

Pubblicato su Libero

Le affinità a sorpresa di D’Alema e Veltroni sul fronte del no

Anche Walter Veltroni – tu quoque- ha dunque deciso di votare no alla riforma costituzionale della magistratura nel referendum del 22 marzo.  Lo ha annunciato a Repubblica alla fine di un’intervista spiegando a Stefano Cappellini:  “Quando si cambiano sette articoli della Costituzione non si può uscire dal Consiglio dei ministri dicendo che il testo è blindato. La Costituzione si cambia insieme, dialogando. Siccome in questa scelta e nella campagna elettorale -ha detto- si vede un’ispirazione di tipo più autocratico che democratico, io voterò no”.

       E’ un po’ lo stesso discorso, o ragionamento, fatto di recente da Massimo D’Alema – col quale Veltroni si è trovato spesso in dissenso quando praticava la politica a tempi pieno o totalizzante- all’assorto Corrado Augias nella torre televisiva di Babele, su la 7. Un discorso o ragionamento da anni piuttosto lontani -Sessanta del secolo scorso- dell’”arco costituzionale” steso nella Dc da Ciriaco De Mita per chiudere la porta alla destra missina e socchiuderla al Pci pur arroccatosi nell’opposizione al centro-sinistra, ancora col trattino. Un arco oggi un po’ d’antiquariato perché tutti, ma proprio tutti i partiti che si intestarono la Costituzione finalmente repubblicana sono morti. Alcuni nemmeno di morte naturale, se pensiamo a quelli suicidatisi nella pratica del finanziamento illegale o decapitati dalla magistratura della stagione delle “mani pulite”.

       A parte tuttavia l’antiquariato dell’arco costituzionale di De Mita, la sinistra referendaria del no alla riforma costituziomale della magistratura. a carriere separate fra giudici e pubblici ministri e tutto il resto, è coerente solo con l’errore commesso da Veltroni  nel 2008 come primo segretario del Pd, fondato l’anno prima. L’errore, in particolare, di preferire Antonio Di Pietro a Marco Pannella nell’apparentamento elettorale. Il Di Pietro oggi autocritico e  favorevole alla riforma della magistratura  ma allora in politica col credito guadagnatosi come sostituto procuratore simbolo delle già ricordate “mani pulite”, che faceva “sognare” le folle   per le manette che le sue indagini procuravano ai politici non disposti a sottrarvisi confessando anche più di quanto non avessero fatto coi loro corruttori.

       Quella decisione di Veltroni di apparentarsi elettoralmente, ripeto, più col Di Pietro ancora giustizialista che con Pannella precluse al Pd i voti di cui aveva bisogno per diventare davvero maggioritario, come il segretario voleva. Voti fra i quali, per quel poco che valeva e vale, anche il mio. Voti che la sinistra probabilmente continuerà  a mancare col no referendario condiviso da Veltroni. Che pure avrei personalmente trovato in migliori condizioni con i tanti compagni o ex compagni schieratisi sul fronte del sì: dal presidente emerito della Corte Costituzionale Augusto Barbera all’ex ministro Cesare Salvi e a Claudio Petruccioli. Dei sì che non so quanto potranno resistere, e rimanere nel Pd, se dovesse vincere il fronte del no col conseguente rafforzamento dei vincoli fra la sinistra e la magistratura associata, diversa da quella più vasta che difende la sua autonomia e differenza dalle correnti pseudo-sindacali.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it l’8 marzo

Achille Occhetto, il nonno della sinistra referendaria del no

Non per guastargli, tapino come potrò sembrargli, la festa dei 90 anni appena dedicatagli da compagni e amici a due passi dalla Camera, tutti felici e qualcuno anche sinceramente commosso, ma quell’opinione espressa da Achille Occhetto di un’Italia messa “peggio che durante il fascismo”, evidentemente per essere governata da Giorgia Meloni e alleati di centrodestra, mi sembra un’enormità degna solo di lui per tutti gli errori commessi quando gli capitò di diventare segretario del Pci. Di fargli poi cambiare nome nel furbesco tentativo di scampare al crollo del comunismo e di sfidare l’imprevisto Silvio Berlusconi con un’”allegra macchina da guerra” che gli costò prima la sconfitta. E infine il pensionamento anticipato disposto da Massimo D’Alema, “il deputato di Gallipoli”, come lo stesso Occhetto una volta lo chiamò con spirito più critico che geografico.

       Per rendergli omaggio, ricambiato dall’annuncio che sarebbe ben felice di votarla alle primarie per la leadership dell’alternativa al centrodestra, la segretaria Elly Schlein ha detto che il Pd non ci sarebbe se non ci fosse stato a suo tempo Occhetto. Certamente, ma in senso negativo, perché lo stato al quale è ridotta la sinistra, o la cosiddetta sinistra in Italia è l’effetto del corso impressogli da Occhetto quando gli capitò- ripeto- di guidarne la parte più consistente succedendo ad Alessandro Natta, sorpreso in ospedale, o quasi, dall’annuncio della successione.

       La sinistra, scampata secondo Occhetto al crollo del muro di Berlino, avrebbe potuto imboccare la strada dell’“unità socialista”, come la chiamava il segretario del Psi Bettino Craxi sventolandone le bandiere dalla sede nazionale del partito e offrendosi imprevedibilmente, dopo le elezioni del 1992, ad un percorso unitario nel governo o all’opposizione. Io gli dissi: “Bettino, sei matto?”. E lui mi rispose: “Tranquillo, mi diranno no”. E così avvenne con l’annuncio di Occhetto che quella dei rapporti col Psi era ormai una “questione morale” più che politica. Morale come nel 1981 Enrico Berlinguer aveva definito la questione dei rapporti del suo Pci, avvolto nella bandiera della “diversità”, con tutti gli altri partiti associati sino a meno di due anni prima alla maggioranza della famosa “solidarietà nazionale”.

       Piuttosto che trattare con Craxi l’unità socialista, che senza il muro di Berlino avrebbe potuto avrebbe potuto avere prospettive persino maggioritarie, Occhetto preferì assecondare l’offensiva giudiziaria contro il leader socialista per liberarsene defintivamente. E ridusse la sinistra sostanzialmente al guinzaglio della Procura di Milano e di tutte quelle che poi la scimmiottarono.

       Lo stesso Occhetto una volta ammise, tanto era evidente la situazione che si era creata con la sua scelta, che “purtroppo” la stagione di “Mani pulite” aveva compromesso la ricerca di quella che io chiamerei una “nuova sinistra”. E che l’allora segretario del Pds-ex Pci aveva avvertito, in un complesso di inferiorità di cui neppure si rendeva conto, come asservimento dei post-comunisti a Craxi.

       Occhetto è un leader, chiamiamolo così con generosità, nello spirito festoso del suo novantesimo compleanno, di cui avrebbero ben poco francamente di cui vantarsi gli eredi. E ben poco di cui essergli grati.   

       Il Pd di questa campagna referendaria, arruolato dalla Schlein nel fronte del no con i soliti Giuseppe Conte e Maurizio Landini, in ordine rigorosamente alfabetico, nonostante parti consistenti e autorevoli schierate invece per il sì alla riforma costituzionale della magistratura -una parte destinata forse a staccarsene prima o dopo- è l’eredità di Occhetto. Che potrebbe ben essere considerato meritevole dalla Schlein di assumerne la presidenza, dopo una generosa rinuncia di Stefano Bonaccini. O di quel che ne rimane dopo tutti i compagni di corrente o di area che egli ha perso per strada dopo il congresso in cui mancò la segreteria nel passaggio finale delle primarie condizionate dagli esterni.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it l’8 marzo

I morti manipolati nella campagna referendaria del no

       Peggiore dello scempio di cadavere, punito dall’articolo 410 del codice penale con una pena da uno a tre anni di carcere, è lo scempio di memoria, che si commette purtroppo senza rischiare nulla se non la faccia, non essendo stato codicizzato, diciamo così.

       Se n’è fatto uso nella campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura prima contro il compianto Giovanni Falcone e poi contro il compianto, pure lui, Giuliano Vassalli.

       Di Falcone ha abusato il capo della Procura della Repubblica Nicola Gratteri attribuendogli in una diretta televisiva la contrarietà alla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, segnalatagli con un messaggino telefonico  da un amico, presumo, che disponeva del suo numero. E che ha avuto il merito, fra l’altro, di sfatare ulteriormente la leggenda di Gratteri inquisitore già compromessa da tanti esiti delle sue retate, specie in terra calabrese, dove ha lavorato prima di arrivare a Napoli. Retate persesi per strada, nei processi, un bel po’ di sventurati, neppure tutti poi risarciti.

       Eppure, anche dopo quell’infortunio, a dir poco, viste le prove poi sopraggiunte di Falcone favorevole alla separazione delle carriere, Gratteri ha continuato e continua la sua campagna del no. Che, se dovesse vincere, chissà dove farà salire Gratteri, riparando anche al torto fattogli dal compianto Giorgio Napolitano negandone la nomina a ministro della Giustizia propostagli da Matteo Renzi.

       Di Vassalli, praticamente autore della riforma del processo penale, da inquisitorio ad accusatorio, ha abusato l’avvocato, anzi avvocatissimo Franco Coppi parlandone quasi come un allievo in un convegno del no organizzato in Campidoglio, fra gli altri, da Giuseppe Conte e Marco Travaglio. Ma ne ha abusato, contestandone il giudizio favorevole alla separazione delle carriere, o dubitandone, anche  Benedetta Tobagi, figlia di Walter, il mio carissimo amico e collega ucciso sotto casa da terroristi aspiranti ad essere arruolati dalle brigate rosse. Che non gli perdonavano di avere capito bene il terrorismo e di non considerarlo invincibile scrivendone sul Corriere della Sera.

       Giustizia per Vassalli è stata fatta pubblicamente dal giornalista inglese Torquil Dick Erickson, 81 anni, che ha recuperato un articolo scritto nel 1987 per il Financial Times, dopo un incontro con Vassalli presidente della Commissione Giustizia del Senato, e appunti e registrazioni da cui risulta che ancora prima di varare la sua riforma del processo penale il giurista prevedeva l’impossibilità di portarla a buon termine per il troppo potere di cui disponevano già allora i magistrati. I quali avevano reso quella del Parlamento una “sovranità limitata” come quella dei paesi di cui disponeva allora Breznev nell’est europeo.

       Capito, signori del no, a 18 giorni dal referendum? Brezneviani a loro più o meno insaputa.  

Ripreso da http://www.startmag.it il 7 marzo

La corsa del ministro Crosetto alle scuse per la trasferta personale a Dubai

       Al posto delle dimissioni reclamate a gran voce dalle opposizioni, nel processo mediatico e politico svoltosi col solito rito sommario, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha chiesto pubbliche scuse per il suo sfortunato viaggio a Dubai. Dove, raggiunti i familiari che già vi si trovavano, è stato sorpreso dal blocco dei voli seguìto alla guerra in Iran scatenata da americani e israeliani per interromperne i progetti nucleari di armamento. Nonché la protezione ad ogni sorta di terrorismo in Medio Oriente, e altrove.

       Il ministro ha dovuto rientrare a Roma con un volo di Stato appositamente organizzato in aeroporto omanita, lasciando sul posto i familiari, che forse avrebbero pure avuto il diritto di seguirlo per una parentela ancora legale in Italia. Ma essi hanno dovuto subire i danni collaterali, diciamo così, della demagogia. Da cui lo stesso Crosetto peraltro ha cercato di difendersi pagando di tasca propria, e di sua iniziativa, prima ancora di chiedere pubbliche scuse, il volo di Stato con una tariffa tripla rispetto a quella applicata per eventuali ospiti.

       Naturalmente le scuse del ministro della Difesa sono servite a poco, o nulla, essendo le dimissioni quelle reclamate dagli oppositori. Di quelle scuse, molto personalmente, non condivido il destinatario. Che non doveva e non deve essere il solito tribunale speciale e mediatico allestito contro di lui, senza neppure uno straccio di sorteggio, ma la sua famiglia. Lasciata sul posto, sia pure per una giornata soltanto, o quasi, e aggredita a distanza dalle opposizioni in Italia raccontandone di tutti i colori.  

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