La passeggiata riparatrice di Silvio Berlusconi nella sua Portofino

        La passeggiata intestata a Silvio Berlusconi a Portofino, esattamente quella da lui fatta in vita per raggiungere dal borgo ligure la villa presa in affitto, sfuggita alla collezione delle sue proprietà, ha casualmente qualcosa di riparatorio di fronte all’antiberlusconismo di ritorno nel dibattito politico, chiamiamolo così, e sulle prime pagine.

Casualmente, perché presumo, considerando i tempi della burocrazia, anche nei Comuni meglio amministrati, che l’apertura della pratica gestita dal sindaco di Portofino risalga a prima che Berlusconi venisse ridemonizzato, se mai aveva smesso di esserlo, un po’ per i due figli maggiori tentati, a dir poco, dalla politica  occupandosi più da vicino di Forza Italia, e un po’ per la generosità della grazia del presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla ex igienista dentale e amica dei bunga bunga del compianto Cavaliere, Nicole Minetti condannata definitivamente per favoreggiamento della prostituzione  e  peculato.

       In questi ultimi giorni, prima che il vento scoprisse i cartelli predisposti per l’inaugurazione ufficiale della passeggiata, le polemiche sui progetti politici di Marina e Pier Silvio Berlusconi sono addirittura aumentate perché sono state avvertite, a torto o a ragione, le loro manine anche nel tentativo avviato dal governo di modificare la legge elettorale per il rinnovo delle Camere l’anno prossimo. I due fratelli sono sospettati, in particolare, di lavorare piuttosto per la prospettiva di un pareggio elettorale allo scopo rendere i rapporti con Foza Italia appetibili a sinistra per governi obbligati di larghe intese.

       Le polemiche sulla grazia alla Minetti, sospettata di avere voluto sottrarsi all’esecuzione dei servizi sociali sostituitivi del carcere perché impegnata nell’assistenza a un figlio adottato in condizioni di salute molto difficili, si sono invece un po’ allentate. Le inchieste fatte riaprire dal presidente della Repubblica per i dubbi avuti leggendo il contrarissimo Fatto Quotidiano non hanno dato, almeno sinora, i risultati temuti da Mattarella. Tanto che il giornale di Travaglio ha riposizionato la sua artiglieria per sparare adesso non tanto contro l’odiata Minetti quanto contro il suo compagno Giuseppe Cipriani. Che avrebbe preferito una transazione ad una sentenza nella causa intentagli a suo tempo da una barista avvenente, diciamo così. Quanto o più della Minetti.

L’occhiolino mancato del Papa al connazionale Rublio mandatogli da Trump

       Fra le decine, forse centinaia di fotografie scattate in Vaticano al Segretario di Stato americano Marco Antonio Rubio in visita al Papa, e poi al cardinale omologo, Segretario di Stato anche lui ma di Leone XIV, la più adatta a suffragare un esito positivo degli incontri è sicuramente quella di indubbia cordialità dell’ospite che mostra, sorridente, il regalo al Pontefice e di quest’ultimo che lo guarda in faccia altrettanto sorridente.

       Eppure c’è qualcosa che manca per soddisfare anche un giornalista preventivamente e doverosamente malizioso nei tempi che corrono.  Manca al sorriso del Papa il classico occhiolino della complicità. Resta pertanto il sospetto, scusatemi,  che i 150 minuti complessivi dei due incontri di Rubio in Vaticano siano stati a dir poco insufficienti a ristabilire davvero le buone relazioni ufficialmente annunciate.

       Qualcosa è rimasto in quelle relazioni a offuscarle, e a non farle definire o sentire ottime. Sono naturalmente le ripetute polemiche del presidente americano contro il Papa connazionale “pessimo” in politica internazionale e troppo indulgente con chi maltratta, diciamo così, i cattolici nel mondo. E non viene punito con incursioni aeree, e d’altro tipo, delle michelangiolesche guardie svizzere.

Fra le grazie di Sergio Mattarella e quelle di Carlo Nordio

Vi sono grazie e grazie, reali e virtuali, ma non meno importanti o significative.  Reali come quella concessa a Nicole Minetti dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, tentato poi di revocarla per una inchiesta giornalistica che, su suo input pubblico, ne ha provocata una giudiziaria dall’andamento e forse anche dall’esito inferiore al clamore mediatico. Le grazie virtuali sono quelle, in qualche modo correlate a quella presidenziale alla Minetti,  concesse o negate dal ministro della Giustizia Carlo Nordio per le polemiche che lo hanno convolto nella clemenza accordata da Mattarella all’ex igienista dentale e amica del compianto Silvio Berlusconi.

       Il Guardasigilli ha generosamente graziato il giornalista….inquirente della Rai  Sigfrido Ranucci cosparsosi di  cenere quaresimale fuori stagione per avere insinuato, ospite della collega Bianca Berlinguer in un salotto televisivo di Mediaset, con una notizia “da verificare” suoi rapporti a dir poco imbarazzanti con la Minetti e il  compagno veneziano Giuseppe Cipriani in una tenuta sudamericana dalle frequentazioni e usi sospetti,  a dir poco.

       La grazia di Nordio a Ranucci, consistente nella rinuncia alla querela, è stata in qualche modo compensativa di quella negatagli dalla Rai con la negazione della copertura legale. Che avrebbe lasciato il dipendente solo alle prese con le spese, che fanno pure rima, della causa e relativa, scontata condanna.

       Il ministro non ha invece graziato Bianca Berlinguer, responsabile con Mediaset della diffusione arbitraria di notizie false su di lui permessa all’ospite Ranucci.  Ma la notizia, almeno  per un malizioso di scuola andreottiana come me, non è tanto nella grazia di Nordio negata alla Berlinguer, accanitasi col rifiuto di scusarsi pure lei incenerendosi i capelli, quanto nella grazia negata a Mediaset, che coprirà la sua giornalista nella causa,  a tutti gli effetti, pagando cioè i prevedibili danni al ministro,  oltre alle spese legali.

       Con una fava il Guardasigilli ha catturato due piccioni, dei quali uno -Mediaset- è decisamente più importante, significativo dell’altro, essendosi la televisione berlusconiana ficcata, volente o nolente, in una guerra di carta e di etere al governo. Ma, più in particolare, alla premier Giorgia Meloni che dipende in Parlamento dall’appoggio di un partito –Foza Italia– di cui la famiglia Berlusconi reclama ormai pubblicamente un’azione più incisiva e coraggiosa. Così si diceva alla fine degli anni Sessanta anche dell’edizione del centrosinistra promessa e concessa ai socialisti dal segretario “doroteo” della Dc Mariano Rumor per sfrattare da Palazzo Chigi addirittura Aldo Moro.

       L’azione -ripeto- più incisiva e coraggiosa di Forza Italia potrebbe tradursi, nella prospettiva naturalmente indesiderata e indesiderabile dalla Meloni di un pareggio elettorale, in un “riposizionamento strategico” del  partito dei Berlusconi, e di Tajani, auspicato sul Riformista dal direttore Claudio Velardi. Ma, prima che da lui, all’interno del Pd dal regista di tutte le sue maggioranze interne Dario Franceschini, in qualche modo invidioso dell’”azione d’oro” -come la definì l’ex ministro- in possesso inconsapevole di Forza Italia nel mercato politico.

Pubblicato sul Dubbio

I due passi, lunghi come le gambe, che mancano spesso al presidente Trump

       Su qualsiasi terreno cammini, d’erba od asfalto. e politicamente in casa o fuori, negli Stati Uniti o nell’universo mondo, a oriente e in occidente, il presidente americano Donald Trump ha gambe abbastanza lunghe per natura, senza aver dovuto pagare nessuno, a cominciare dalla madre e dal padre, per imporre l’affanno a chi lo accompagna, segue o insegue. E’ portato per natura, insisto, a guardare gli altri dall’alto in basso obbligando la generalità dei suoi ospiti, interlocutori e simili alla minuscola della sua elle maiuscola. Ne sa qualcosa la premier italiana Giorgia Meloni, per quanti sforzi compia di allungarsi con i pantaloni sempre preferiti alla gonna di genere.

       Eppure, nonostante questo vantaggio fisico i due passi di Trump cominciano ad essere più  quelli che gli mancano al traguardo prefissatosi per chiudere, ad esempio, le guerre ereditate, ad esempio in Ucraina, o quelle da lui iniziate, come in Iran o, più limitatamente, nello stretto di Hormuz. Di cui si era dimenticato ordinando la partenza di bombardieri, caccia e portaerei contro la  terra degli ayatollah, duri a morire tutti insieme per fargli gridare vittoria.

       Anche col Papa, il suo connazionale Prevost, forse travestito agli occhi di Trump da Leone XIV, al presidente americano mancano sempre i due passi finali per chiudere le ricorrenti partite che apre contro di lui, appena accusato di mettere a rischio i cattolici in tutto il mondo deplorando le guerre a chi li perseguita  o stermina. Nella furia ormai ossessiva della contrapposizione al connazionale più illustre persino ingrato dell’aiuto ricevutone per succedere a Papa Francesco -altro che lo Spirito Santo delle leggende ecclesiastiche- il presidente americano riesce anche a sabotare il lavoro del suo Segretario di Stato Rubio, in Vaticano e altrove. Benedett’uomo, perché non si dà una calmata e non fa passare la voglia malsana, naturalmente,  a chi vuole liberarsene come di altri presidenti degli Stati Uniti?  Peraltro decisamente migliori di lui.

Quei funerali (di Stato) dimenticati di Silvio Berlusconi

Ci eravamo lasciati qualche giorno fa, caro Claudio, rimpiangendo Aldo Moro, che nella cosiddetta e lontana prima Repubblica sapeva scomporre e ricomporre nella sua Dc e nei rapporti con gli altri partiti, sino a rimetterci purtroppo la vita. Assassinato dalle brigate rosse decise a difendere, e riconosciute onestamente da Rossana Rossanda nell’”album di famiglia”, l’identità rivoluzionaria del partito comunista finita nelle mani quasi borghesi di Enrico Berlinguer.

       Anziché un altro Moro, sono tornate le squadracce mediatiche e politiche interessate a rendere sempre più “muscolare”, come tu lo hai definito, il bipolarismo di questa seconda, terza, persino quarta Repubblica alla quale siamo arrivati, almeno nel salotto televisivo omonimo di Mediaset.

       E’ bastato che Marina Berlusconi e il fratello Pier Silvio spingessero Forza Italia verso un cambiamento che ha fatto sperare anche in un “riposizionamento strategico”, come tu hai scritto, magari in uno scenario elettorale di pareggio alla scadenza ordinaria o anticipata, perché riprendesse fiato l’antiberlusconismo più becero, pur a quasi tre anni dalla morte dell’ex presidente del Consiglio. Ha ripreso fiato a cavallo fra la politica e i tribunali.

       Tutto è apparso utile a queste squadracce, pure la grazia disgraziata, cioè sfortunata, concessa dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Nicole Minetti, dal passato berlusconiano anche intimo, pruriginoso costatole una condanna definitiva per favoreggiamento della prostituzione e poi altro. Grazia ora a rischio di revoca, forse già propostasi dal Capo dello Stato leggendo un’indagine giornalistica del Fatto Quotidiano, poi ridottasi però di attendibilità.

       L’assunzione immediata, tanto inusuale quanto apprezzabile, delle responsabilità da parte di una magistratura di rito ambrosiano confessatasi “diligente ma non pervicace”, non ha fermato le squadracce. Il processo alla buonanima di Silvio Berlusconi e ai figli che ne hanno raccolto l’eredità anche politica, cercando di condividerla per ora con Antonio Tajani troppo preso forse dalle incombenze di governo, è stato esteso a Mattarella e al suo interlocutore più diretto nella pratica della grazia che è il ministro della Giustizia, ex Grazia, Carlo Nordio. Che è stato blindato dalla premier Giorgia Meloni in persona rimanendo però appeso negli attacchi ai suoi aperitivi, ai suoi vini, alle sue frequentazioni.  L’inseguimento di Marco Travaglio, in questa fuga verso la deposizione di Nordio e tutto ciò che potrebbe seguirne, sta alimentando una corsa rispetto alla quale il giro d’Italia appena approdato sulle prime pagine dei giornali fa ridere.

       Di fronte a questo spettacolo propedeutico alla campagna elettorale, lunghissima, lunga, corta che sia, caro Claudio, penso che i due figli maggiori di Berlusconi siano quanto meno tentati dal pentimento di averlo involontariamente aperto o provocato, con o senza l’aiuto di vecchi e nuovi consiglieri, ambasciatori e simili. Una traccia di pentimento, o quanto meno di imbarazzo l’ho avvertita leggendo retroscena e simili di Carmelo Caruso sul Foglio.

Pubblicato sul Riformista

Marina Berlusconi tra i ruoli di regina e regista di Forza Italia

       Una corrispondenza o esplorazione, chiamiamole così, di Forza Italia appena comparsa sul Foglio e firmata da Carmelo Caruso conferma in qualche modo il ruolo di Marina Berlusconi di regina o regista, secondo i momenti o le preferenze, del partito fondato dal padre. E formalmente guidato come segretario da Antonio Tajani, anche vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, alquanto indaffarato perciò, specie in un contesto internazionale difficile, a dir poco, come quello attuale.

       Ma sembra, appunto dalla corrispondenza o esplorazione di Caruso, che la figlia maggiore di Silvio Berlusconi cominci a vivere con un po’ di disagio l’esperienza politica che le viene attribuita e l’ha già esposta a sospetti inopportuni sui suoi rapporti non tanto con Tajani, quanto con la premier Giorgia Meloni. Della quale invece tiene a far sapere, in attesa forse di qualche uscita più pubblica, di conservare la massima stima. Non si sa se sino al punto di condividerne il malumore per certe sorprese che le riservano con una certa frequenza ospiti e quant’altri delle trasmissioni giornalistiche della Rete 4 del Biscione. Cui sembra che, per ritorsione o prudenza, parlamentari ed esponenti del partito meloniano siano stati invitati a non partecipare più.

       Della Meloni la meno giovane Marina Berlusconi appezza e condivide non solo l’azione di governo ma anche l’interesse a una legge elettorale nuova, l’ennesima, che però non sia funzionale a un pareggio. Che sarebbe invece il risultato desiderato da chi ha voglia e interesse a scomporre i due poli, o blocchi, rispettivamente, della maggioranza e delle opposizioni. Magari per fare proprio di Forza Italia la componente decisiva di un centrodestra o di un centrosinistra, indifferentemente, secondo uno schema prospettato una volta nel Pd da Dario Franceschini auspicando che prima o dopo i forzisti si accorgessero dell”azione d’oro” nascosta nel loro portafogli sganciandosi dagli attuali alleati.

       Tutto tranquillo, rasserenato, ricomposto nel centrodestra e nel partito azzurro fondato dallo scomparso Silvio Berlusconi? A dubitarne curiosamente è, o sembra,  lo stesso retroscenista ed esploratore del Foglio nella conclusione del suo rapporto.

Ripreso da http://www.startmag.it

Le prevedibili scuse di Rubio al Papa dopo il nuovo attacco di Trump

         Sory, scusa, dovrà probabilmente dire il Segretario di Stato americano, cioè il ministro degli Esteri Marco Antonio Rubio, nell’udienza concessagli dal Papa connazionale Leone XIV, dopo che il presidente statunitense Donald Trump, col cervello ormai schizzatogli fuori dalla testa come nella vignetta impietosa di Stefano Rolli sul Secolo XIX, è tornato ad attaccarlo. Lo ha accusato, in particolare, di mettere a rischio la vita dei cattolici nel mondo con la sua indulgenza pacifista, diciamo così, verso chi li perseguita.

       Non è la prima volta che un Papa si sente rimproverare e ricevere lezioni da oltre Atlantico, direttamente o indirettamente, su come difendere i cattolici in pericolo nel mondo. Toccò anche a Pio XII, il romano, anzi romanissimo Eugenio Pacelli, in una udienza concessa negli anni Cinquanta del secolo scorso all’ambasciatrice americana in Italia Clare Boothe Luce, nominata dal presidente Eisenhower e attivissima anche col nostro governo nel chiedere, raccomandare, sollecitare e quant’altro una politica sempre più anticomunista, viste anche le condizioni alle quali erano stati ridotti i cattolici nell’allora Unione Sovietica.

       Il Papa la lasciò parlare per un po’ senza segni di insofferenza, non so se per ragioni più di genere o di diplomazia in senso stretto, date le dimensioni e il ruolo degli Stati Uniti, allora indiscutibilmente alla guida dell’Occidente. Ma alla fine sbottò dicendole che come Pontefice di Santa Romana Chiesa lui riteneva di saper fare bene il proprio mestiere. L’ambasciatrice uscì da quell’udienza un po’ scioccata, come Trump di recente dalla difesa di Papa Leone XIV fatta dalla premier italiana Giorgia Meloni dopo suoi primi attacchi e bocciature da parte della Casa Banca. Scioccata a tal punto da lamentarsene poi privatamente con Indro Montanelli, già famosissimo in quei tempi, invitandolo a diffidare di quel Papa così diffusamente scambiato per un anticomunista.

Ripreso da http://www.startmag.it

L’abbraccio tossico, e in differita, di Donald Trump a Matteo Salvini

Forse è esagerato, come qualcuno invece ha fatto, attribuire direttamente al quel mefistofelico ingrassato del presidente Donald Trump il recupero e la diffusione di un’adorante intervista di Matteo Salvini di più di due mesi fa ad un sito americano. Due mesi non trascorsi invano perché nel frattempo i rapporti fra Trump e il governo italiano, di cui Salvini è uno dei due vice presidenti, sono alquanto cambiati. E non credo francamente che il Segretario di Stato americano Marco Antonio (addirittura) Rubio riuscirà a cambiarli di nuovo, in senso inverso, nella imminente missione a Roma, su entrambe le rive del Tevere. Anche col Papa, si sa, per quanto connazionale, Trump è riuscito a bisticciare in diretta televisiva e in differita dandogli zero in politica estera e altro ancora.

       La posizione ancora schiacciata su Trump “salvatore dell’Occidente”, compresa evidentemente l’Italia della distratta, ”scioccante”, pavida Meloni accorsa in difesa del Papa, dovrebbe avere messo in imbarazzo, dopo tutto quello che è successo, il capo della Lega, oltre che vice capo del governo. Almeno così spero personalmente, al netto di qualche punto decimale recuperabile di quel 3 per cento in meno che un sondaggio Ipsos ancora fresco di stampa sul Corriere della Sera gli ha attribuito rispetto alle elezioni politiche di tre anni e mezzo fa.  In meno, ripeto, e a vantaggio prevalentemente del generale Roberto Vannacci, quello del mondo sottosopra, che adesso, poveretto, non sa più a chi sentirsi più vicino sul piano internazionale fra lo stesso Trump e Putin. Sono gli imprevisti, o scherzi, della vita specie quando viene vissuta pericolosamente e politicamente.

       Ciò che in veste di ultratrumpiano, sia pure in differita, Salvini potrà recuperare sul Vannacci ormai perduto e concorrente nel centrodestra rischia di essere molto meno di quanto potrebbe perdere a beneficio dei fratelli d’Italia e anche della Forza Italia, sia di tendenza Marina Berlusconi, e fratello Pier Silvio, sia di tendenza Antonio Tajani, l’altro vice capo del governo, nonché ministro degli affari esteri. Ormai il sorpasso sondaggistico dei forzisti sui leghisti – i primi saliti al 9 per cento e i secondi scesi al 5,8- è stato certificato anch’esso da Ipsos. E Salvini farebbe male a sottovalutarlo considerando anche le sofferenze già procurate al suo partito con l’assunzione pur temporanea di Vannacci.

       Pensate un po’ quanti pasticci  Trump, da solo o con l’aiuto di consiglieri troppo zelanti e accondiscendenti, riesce a combinare nel mondo fra guerre che apre senza riuscire a chiuderle, tregue che concede paradossalmente con minacce e penultimatum, e intromissioni, volente o nolente, negli affari interni dei paesi ancora formalmente alleati, ma ornai appesi agli alberi come le foglie d’autunno, direbbe il compianto Giuseppe Ungaretti che le vide dalle trincee della prima guerra mondiale. E ne combinerà ancora, di pasticci, il presidente americano nel prosieguo del suo secondo mandato alla Casa Bianca.

Pubblicato sul Dubbio

Quel traffico in uscita dal Pd di Elly Schlein tendenza Conte

A quattro giorni dall’ennesimo e pur sempre doloroso anniversario -il 48.mo- di quella morte orribile e dolorosa, per dissanguamento, riservata dalle brigate rosse ad Aldo Moro dopo 55 giorni di prigionia si sono dati oggi appuntamento all’Istituto Luigi Sturzo, a Roma, la segretaria del Pd Elly Schlein, l’ex ministro Dario Franceschini, di provenienza democristiana, e il senatore quasi a vita Pier Ferdinando Casini, di provenienza democristiana pure lui e  ospite ormai fisso delle liste del Nazareno per conservare il seggio di Palazzo Madama, per celebrarne memoria e quant’altro con gli autori di un  libro appena uscito sullo statista scomparso.

“Aldo Moro, le idee, il metodo, l’eredità”, è il titolo del volume scritto a quattro mani dagli avvocati e politici del Pd Tino Iannuzzi e Alberto Losacco, ai quali Casini ha fornito nella prefazione una testimonianza molto sentita, anche se nella sua lontana e lunga militanza democristiana non fu mai moroteo. Fu piuttosto doroteo, cioè della corrente che defenestrò Moro da Palazzo Chigi nel 1968, pur non avendo perduto le elezioni dopo quasi cinque anni di governo, e poi forlaniano. Di un Forlani però -lo ricordo con onestà di cronista e analista- che era stato il più moroteo dei fanfaniani, compiaciuto di un articolo nel quale lo avevo rappresentato –“smembrato”, mi disse scherzando- fra ”il cuore con Fanfani e il cervello con Moro”. Altri tempi, altri uomini, ahimè.

E’ strano che il Pd, nato dalla fusione pur “fredda” e “mal riuscita”, come la definì Massimo D’Alema alle dimissioni del suo primo segretario Walter Veltroni, fra i resti del Pci e della sinistra democristiana, ma non solo, non sia riuscito a ereditare da Moro l’arte della mediazione. Con la quale egli seppe tenere unita la Dc in tutti i passaggi della sua vita, anche quelli più difficili. “Meglio sbagliare insieme che avere ragione da soli”, disse strappando ai parlamentari democristiani, poco prima del suo tragico sequestro, il loro sofferto ma unitario consenso alla seconda e ultima edizione del governo monocolore democristiano di “solidarietà nazionale” condotto da Giulio Andreotti, sostenuto dal Pci di Enrico Berlinguer non più con l’astensione della prima volta ma con una fiducia concordata attorno a un programma ben definito.

La Schlein -benedetta ragazza. mi viene voglia di scrivere pensando ai suoi 41 anni compiuti ieri, per cui le faccio gli auguri- perde gente continuamente per strada, singoli o in piccoli gruppi, di provenienza generalmente democristiana e moderata. L’ultima uscita è quella della mia amica personale e carissima Marianna Madia, già ministra del governo di Matteo Renzi e poi di Paolo Gentiloni. Poveretta, non ne poteva più neppure lei di una gestione politica del partito “testardamente unitaria”, dice la Schlein pensando però solo all’obbiettivo dell’accordo, all’esterno, con Giuseppe Conte. E sperando magari di sconfiggerne la candidatura a Palazzo Chigi nelle primarie reclamate dallo stesso ex premier come “le più aperte possibili”, cioè più confuse. Simili a quelle che portarono la Schlein al Nazareno rovesciando la maggioranza congressuale degli iscritti raccolta da Stefano Bonaccini.

Marianna -complimenti alla nipote degnissima del migliore amico che ho avuto nella professione giornalistica, Normanno Messina, che per una battuta era capace di giocarsi anche il posto- è stata preceduta più recentemente dall’europarlamentare Elisabetta  Gualmini e meno di recente, fra gli altri, dall’ex ministro Giuseppe Fioroni, presidente dell’ultima commissione parlamentare d’indagine sul delitto Moro. Altri ancora mi risultano tentati dall’esodo, a questo punto, magari prima di maturare la certezza di essere esclusi dalle liste dei candidati alle prossime elezioni, attorno alle quali stanno già lavorando amici, consiglieri e subordinati della segretaria nella prospettiva dei soliti elenchi boccati, chiusi ai voti di preferenza che tutti, o quasi, dicono di volere ripristinare ma nessuno davvero. Scusate la solita malizia andreottiana.

Pubblicato su Libero

Il bacio tossico di Donald Trump, e amici, a Matteo Salvini in Italia

       Tutti hanno visto o avvertito, o finto di vedere e avvertire, lo zampino, o zampone non ancora bollito, del presidente Donald Trump nel rilancio di una intervista di Matteo Salvini a un sito americano rilasciata a febbraio in Italia, che diceva dello stesso Trump tutto il bene possibile, indicandolo come “salvatore dell’Occidente”.

 Il presidente statunitense nella sua assoluta e ormai universalmente nota imprevedibilità, avrebbe trovato quindi la voglia e il tempo di distrarsi dalla guerra in Iran, che prosegue in altro modo all’ombra di una tregua apparente, per occuparsi anche della politica interna italiana seminando zizzania nel centrodestra e persino nel governo, essendo il capo della Lega Salvini uno dei due vice presidenti del Consiglio di Giorgia Meloni. Sì, proprio lei, scesa sotto lo zero nel gradimento di un Trump dichiaratamente scioccato per averne contestato gli attacchi al Papa, peraltro americano pure lui, e avergli negato l’uso, neppure richiesto peraltro nelle dovute formalità,, della base di Sigonella per i bombardieri degli Stati Uniti impegnati nella guerra all’Iran.

       Diffusa, anzi ridiffusa quell’intervista oggi che i rapporti fra Trump e la Meloni, o fra la Casa Bianca e Palazzo Chigi, sono parecchio cambiati, l’operazione a torto o a ragione attribuita al presidente americano è né più né meno di una provocazione. Alla quale sconcerta, a dir poco, che Salvini si sia prestato, almeno sino al momento in cui scrivo. Ma già un ritardo di reazione potrebbe bastare e avanzare al capo della Lega per subirne danni elettorali, dopo che un sondaggio dell’Isp ancora fresco di stampa sul Corriere della Sera gli ha attribuito meno del 6 per cento dei voti -5,8- rispetto al quasi 9 -8,8- delle elezioni politiche del 2022.  Il bacio di Trump, diciamo così, gli potrebbe essere politicamente fatale per la sua tossicità.

       C’è una circostanza aggravante in questa curiosa operazione mediatica e politica. E’ l’imminente arrivo a Roma del Segretario di Stato americano Rubio per incontri ufficiali al di là e al di qua del Tevere.

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