I tre piccioni presi con una sola fava dall’impietoso Antonio Di Pietro

       L’intervento di Antonio Di Pietro, intervistato dal Foglio sulla vicenda Lavitola-Ranucci, o viceversa come potrebbe rivelarsi se le indagini giudiziarie dovessero accertare l’interesse del secondo a farsi aiutare dal primo a correre in politica sfruttando la notorietà televisiva, è stato un po’ come la classica fava buona per catturare due piccioni. Questa volta tre, addirittura. Il principale dei quali però non è né Walter Lavitola in prigione né Sigrifido Ranucci -o viceversa, ripeto- ma l’associazione nazionale dei magistrati. Alla quale Di Pietro, con tutto il passato che ha di sostituto procuratore della Repubblica, a lungo il più popolare fra gli inquirenti di “Mani pulite”, si vanta di non essersi mai iscritto considerandola “cosa diversa” dalla magistratura. Tanto diversa da affidarsi anche a Ranucci e al suo Report -già in caduta di reputazione ora addebitatagli anche dal comitato etico della Rai, e non solo super-esperto e critico Aldo Grasso-  nella campagna referendaria contro la riforma costituzionale della magistratura, appunto, proposta dal governo e approvata dal Parlamento. L’uno e l’altro clamorosamente bocciati nelle urne per niente confermative, come vorrebbe la dottrina.

       L’associazione nazionale dei magistrati uscita vincente da quel referendum grazie quindi anche a Ranucci, chissà se col consenso pure di Lavitola, è “un gruppo di soggetti -ha detto Di Pietro- appartenenti al più forte tra i poteri dello Stato che si esprime, e sciopera, contro un potere più debole” costituito dal governo o dal Parlamento, o da entrambi insieme. Una verità lapilassiana perché, sempre secondo Di Pietro, che lo gridò anche nella campagna referendaria, “nessuno ferma un magistrato, a parte un altro magistrato, ovviamente, o il tritolo” riservato, per esempio, nel 1992 prima a Giovanni Falcone e poi a Paolo Borsellino.

       L’associazione nazionale dei magistrati -ha infierito Di Pietro- dovrebbe dedicarsi a riflessioni di carattere culturale anziché interpretare leggi secondo proprie ideologie”, curiosamente sempre opposte a quelle delle maggioranze parlamentari di turno, paradossalmente anche quando ne capitano di supine alle toghe, alle loro proteste e alle loro minacce.

        Di Pietro, personalmente danneggiato dal vecchio Report condotto alla Rai dalla Gabbanelli, che lo costrinse praticamente al ritiro dalla politica dov’era arrivato dalla magistratura, ha denunciato con la sua solita franchezza il giornalismo d’inchiesta praticato e rivendicato da Ramnucci fra gli applausi e l’incoraggiamento del cosiddetto campo largo dell’alternativa. “Il giornalismo d’inchiesta -ha detto o spiegato il sempre ruspante Tonino- vale se si racconta il giorno dopo quel che ha fatto la magistratura il giorno prima. Se invece si fa un’inchiesta basata sul nulla, o col solo scopo di invogliare la magistratura a indagare, ecco che tutto torna indietro”. “Quello che non condivido -ha detto Di Pietro del giornalismo investigativo stile o metodo Ranucci- è che pregiudizialmente si individuino soggetti mediaticamente esposti e si costruiscano teoremi”. Più di quanto non faccia spesso anche certa magistratura coperta dall’Associazione, con una maiuscola troppo generosa.

Quel filo che porta da Guglielmo Giannini a Bossi, Grillo, Vannacci e Ranucci

E’ più di un paradosso quello di Antonio Polito sul Corriere della Sera, dove ha scritto che dovremmo essere grati a Walter Lavitola di avere da solo sognato Sigfrido Ranucci presidente del Consiglio, a capo di una coalizione di cosiddetto centrosinistra -molto cosiddetto- e da solo anche distrutto gestendo a suo modo il progetto. Prima finendo lui stesso in galera confessando di avere fatto saltare due auto davanti a casa di Ranucci per procurargli notorietà e protezione, e poi facendo rischiare guai giudiziari anche all’amico. Guai giudiziari per i sospetti di complicità e simili,  alla ricerca anche lui di maggiore visibilità politica e guai aziendali per i problemi creatigli non tanto dai pur clamorosi solleciti del vice presidente del Consiglio leghista Matteo Salvini ad una “pausa” , o qualcosa di simile, quanto dai dubbi più che comprensibili creatisi persino fra i colleghi sulla opportunità di lasciare abbinate la testata di Report e la figura del suo conduttore attuale, specie confrontandola a quella dei predecessori. 

       Già nella lontana prima Repubblica, ai suoi esordi, pur con partiti dominanti delle dimensioni della Dc e del Pci  esplose la novità, l’imprevisto, chiamatelo come volete, del qualunquismo protestatario dell’omonimo movimento di Guglielmo Giannini. Svanito tuttavia da solo, senza l’aiuto di un Lavitola dei suoi tempi. Fu lo stesso Giannini, giornalista pure lui , non televisivo perché la tv non c‘era ancora, scrittore, regista, drammaturgo, a ridere e far ridere amici ed avversari chiedendo e ottenendo alla fine dalla Dc ospitalità e bocciatura elettorale, dopo avere resistito peraltro a una mezza apertura fattagli a sinistra dallo storico segretario del Pci Palmiro Togliatti in persona.

       Nella seconda Repubblica, finiti i grandi partiti ideologici, e anche quelli di piccole dimensioni ma di grandi tradizioni e culture, le cose sono andate ben diversamente. Dalle ghigliottine giudiziarie e mediatiche dei primi anni Novanta  rotolarono teste, ma si avvertirono anche bisogni di normalità, diciamo così. Silvio Berlusconi seppe raccoglierli e interpretarli con l’impronta, l’esperienza e la qualità di “un impresario” di spettacolo riconosciutegli persino dal più severo e ostinato dei suoi critici: Eugenio Scalfari. Che non si dava pace del fatto che un partito da stadio come “Forza Italia” fosse riuscito a vincere le elezioni all’esordio e conquistare Palazzo Chigi.

       Dalle ghigliottine giudiziarie e mediatiche nacque sul versante opposto anche il leghismo truce e secessionista di Umberto Bossi.  Che Berlusconi- sempre lui, “l’impresario” di definizione scalfariana- seppe nel giro di pochi anni, e pur tra iniziali incidenti assecondati al Quirinale dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, convertire a quella che Bettino Craxi aveva chiamato ai suoi tempi “governabilità”. Fu quella, appunto, creata da Berlusconi nel 1994  e ancora in corso del centrodestra guidato non più da lui, ancora vivo quando subì il sorpasso elettorale, non dalla Lega di Salvini compomessasi col primo governo di Giuseppe Conte, ma dalla giovane Giorgia Meloni.

       Il primo governo di Giuseppe Conte, costata quasi la vita alla Lega, fu il prodotto del grillismo, che fa non solo rima col qualunquismo, affacciatosi alle elezioni nel 2013 ed esploso nel 2018 umiliando il Pd di Pier Luigi Bersani.  Nella sua evoluzione il grillismo avvolto nell’antiparlamentarismo, sino a ridurre consistenze e ruolo delle Camere, indusse lo sconsolato Scalfari alla disperazione di confessare una volta in televisione la preferenza per Berlusconi.

       Ora che il grillismo, fatto fuori Beppe Grillo proprio dall’uomo da lui mandato a Palazzo Chigi nel 2018, è diventato contismo populista, con meno voti elettorali ma più mercato politico, essendo l’ex premier Conte, appunto, il concorrente principale e temuto della segretaria del Pd alla guida di un governo alternativo al centrodestra, la politica è attraversata da incredulità, quanto meno. Quella, per esempio, che accompagna a destra la crescita del generale Rioberto Vannacci.

Si vive così confusamente alla giornata, si crede così poco alla serietà di quanto accade che può essere venuto  in mente a uno come Walter Lavitola di promettere o prospettare al conduttore televisivo Sigfrido Ranucci di portarlo in due anni a Palazzo Chigi, fra sondaggi e promozioni anche dinamitarde. E può essere accaduto anche che Ranucci, appena salito fra le nuvole per ispirarsi a Moro, Falcone,  Borsellino e Piersanti Mattarella,  si sia lasciato tentare dall’avventura, contando ora anche sulla solidarietà ottenuta da un campo largo che quasi smania di averlo, di proteggerlo e di esserne guidato. Alla faccia delle ambizioni della Schlein, di Conte, della Salis, di Onorato, di Ruffini eccetera eccetera.

Pubblicato sul Dubbio

Lavitola gioca con l’amico Ranucci come la luna col sole

       Come la luna col sole eclissato, Walter Lavitola ha giocato col suo amico Sigfrido Ranucci, ma ancora  di più con la magistratura e col pubblico che se ne interessa, limitando all’obbiettivo di procurargli più protezione, con tanto di scorta rafforzata, l’iniziativa ammessa di fargli saltare due auto davanti a casa   nello scorso autunno. Il conduttore televisivo di Report si sarebbe fatto troppi e troppo pericolosi nemici col suo giornalismo d’inchiesta per non essere protetto. “Una bomba d’amore”, si è già scherzato nei salotti televisivi e sulle prime pagine dei giornali. Se all’insaputa o col consenso di Ranucci, in un amore insomma ricambiato, i magistrati dovranno accertarlo, per niente aiutati dall’interessato, il cui avvocato ha oppposto no comment ai cronisti curiosi.

       Ciò che colpisce della deposizione di Lavitola ai magistrati è la sfrontatezza di nascondere o minimizzare -si vedrà negli sviluppi delle indagini- il suo interesse, a dir poco, emerso da tutte le cronache ad una carriera politica di Ranucci. Per il quale l’imputato si consultava da qualche tempo con amici anche autorevoli, dall’ex direttore del Corriere Paolo Mieli all’attuale direttore di Repubblica Stefano Cappellini, preparando sondaggi e quant’altro sul gradimento di una partecipazione di Ranucci alla  corsa a Palazzo Ghigi nel cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra.

       Ranucci non sarebbe, anzi non sarebbe stato, viste le difficoltà sopraggiunte, il primo giornalista, televisivo o di carta ancora scampata, a fare politica militante, proponendosi o lasciandosi proporre da questa o quella parte al Parlamento, italiano o europeo. Ma sarebbe, anzi sarebbe stato, il primo giornalista a proporsi o a lasciarsi proporre direttamente alla guida di un campo e di un governo. Una prospettiva, questa, nella quale è difficile credere alla tesi di Lavitola di avere voluto procurare all’amico più visibilità e più protezione solo per consentirgli di lavorare meglio con le inchieste del suo Report o personali. O di procurargli qualche offerta dalle aziende e reti  concorrenti della Rai che potesse -e possa ancora- consentirgli di abitare ai Parioli, a Roma, anziché a Pomezia.

       I progetti politici di Lavitola e di Ranucci, separati o insieme, condivisi o non, non sono il companatico di questa vicenda. O se lo sono stati, non possono continuare ad esserlo. E’ il piatto principale del pranzo. Il cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra di Giorgia Meloni, già pieno di problemi, di contrasti di programma e di ambizioni personali, se n’è procurato un altro sostenendo Ranucci, le sue inchieste e quant’altro prima ancora di ospitarlo o assumerlo.

Ripreso da http://www.startmag.,it

Le manette di Lavitola consolidano Ranucci nel campo largo

       Se l’obiettivo di Walter Lavitola, appena finito, anzi rifinito in carcere per un altro capitolo della sua vita a dir poco avventurosa, era già nello scorso autunno di aumentare la notorietà e il consenso attorno a Sigfrido Ranucci col botto di un attentato all’auto vuota davanti casa, si può ben dire, anche senza ridere, che esso -l’obiettivo- è stato pienamente raggiunto anche con le nuove manette

       Collocato dallo stesso Lavitola, fra una portata e l’altra di qualcuno dei loro incontri al ristorante romano di pesce, nel cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra per spingerlo sino alla guida come candidato a Palazzo Chigi per la prossima legislatura, il conduttore televisivo ha fatto il miracolo di unire a sua difesa proprio quel campo tanto largo quanto diviso. Da quelle parti sono tutti insorti, ma proprio tutti, anche quelli che dovrebbero subirne la concorrenza nella scalata al vertice del governo, contro la sospensione di Ranucci se non dalla Rai tout court, almeno dalla conduzione di Report chiesta dal vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini.

       Neppure l’eclissi solare oggi riuscìrà ad oscurare le scommesse di Lavitola sulla carriera politica dell’amico e le ambizioni dello stesso Ranucci. Di cui, almeno sinora, non risulta dalle indagini giudiziarie in corso qualche protesta o altra iniziativa di dissenso dai progetti di Lavitola su di lui.   Ora assecondati paradossalmente, ripeto, con la solidarietà dell’intero campo largo a Ranucci.

La nostalgia dei vecchi partiti, dei loro congressi e dei loro manuali

       E’ stata un’altra, forse la più emotiva occasione di rimpianto dei vecchi partiti della tanto ingiustamente bistrattata e cosiddetta prima Repubblica la rievocazione del manuale di Massimiliano Cencelli, che è morto a 90 anni. Dei quali una trentina trascorsa traducendo in percentuali, quantità  e qualità di posti assegnabili ai democristiani a livello di partito, di cui era funzionario, e di governo. Calcoli effettuati tutti non a capriccio o a colpi di sondaggi, ma su basi scientifiche, contando voti e consensi che le correnti e i loro leader raccoglievano nei congressi, A seguire i quali il mio amico Giamnpaolo Pansa si armava nelle postazioni riservate alla stampa di un binocolo per valutare   meglio situazioni e persone. Ne uscivano articoli e definizioni di grande e gradevole interesse cui non reggeva al confronto anche il cronista o resocontista più scrupoloso, ma meno distante dalla realtà persino antropologica di un congresso.

       Che fine hanno fatto, con la Dc di Cencelli, iscrittosi al partito dello scudocrociato giovanissimo con una tessera compilata e firmata da Alcide De Gasperi in persona, di cui lo zio era amico personale e segretario della sezione Borgo, a due passi dal Varicano; che fine hanno fatto, dicevo, la Dc e i partiti concorrenti o avversari? Sono finiti, appunto, sostituiti da formazioni che al posto dei congressi, quelli veri, dove si misuravano realmente, e anche animatamente, proposte e ambizioni. Formazioni in genere personalistiche, o federazioni, più o meno praticamente, di gruppi o correnti personali.

       “Nel Pci sui grandi temi economici -ha raccontato al Corriere della Sera Massimo Cacciari- c’erano le posizioni di Amendola e quelle di Ingrao. Si arrivava al congresso e vinceva una linea o l’altra. Lo stesso accadeva sulle grandi questioni internazionali. Oggi invece -ha osservato ancora Cacciari parlando in particolare del Pd- non esiste alcuna analisi seria su cosa sia successo nel mondo negli ultimi 30 anni: nella ex Jugoslavia, nell’Europa orientale, in Medio Oriente. Nulla. Restano solo posizioni personali, anche rispettabili per carità, ma pur sempre indiduali. Non diventano mai discussione collettiva, tanto meno linea politica”. Si arriva a scegliere un segretario cercando “il più fotogenico”, o “il più simpatico”. O si combatte qualcuno solo perché antipatico.

       Morto a 90 anni, il democristiano Cencelli ebbe la fortuna di poter andare in pensione a meno di 60, quando ancora si poteva, per chiusura della sua bottega politica e delle altre. In disarmo o inappetenti  come tanti giovani che, in mancanza di serie botteghe politiche, sorpassano forse gli anziani nella pratica dell’astensionismo. Cioè del rifiuto di questa democrazia senza partiti, e senza manuali.

Ripreso da http://www.startmag.it

Custodita nel lontano Nicaragua la cassaforte dei misteri del delitto Moro e dintorni

Ringrazio Walter Vecellio-  firma storica del giornalismo di cultura e pratica radicale, intesa in senso pannelliano e non certo estremistica come si intende troppo spesso il radicalismo- per l’attenzione prestata ai mei dubbi per i troppi misteri che persistono, anzi aumentano, sulla vicenda dello sterminio della scorta, del sequestro del presidente della Dc Aldo Moro e della sua esecuzione terroristica, 48 anni fa. Misteri che cresceranno ancora, temo, leggendo Carmen Lasorella sul nostro Dubbio.

       Vecellio ha sollevato, fra l’altro, anche la rapida e negativa conclusione del tentativo appena compiuto dal governo di ottenere dal Nicaragua, dove vive dal 1982, l’estradizione di Alessio Casimirri, condannato in via definitiva in Italia nel 1985 per il sequestro Moro, ma anche per altre operazioni delle brigate rosse.

       Il caso Casimirri, nicaraguizzato ammogliandosi una seconda volta sul posto di latitanza,  è certamente diverso da quello del terrorista Prospero Gallinari, anche lui partecipe del sequestro e dell’assassinio di Moro, lasciato fuggire nel 1977 dal carcere dov’era rinchiuso per farlo pedinare dai servizi segreti e arrivare ai vertici e alle sedi operative delle brigate rosse.

       Ospitato a Roma, con un sacco di plastica pieno di armi, nell’abitazione di un ufficiale dell’Aeronautica militare in ragionevoli rapporti con i servizi, il terrorista sfuggì tanto ai controlli programmati su di lui da poter partecipare l’anno dopo al sequestro, alla “custodia” di Moro in una “prigione del popolo” vantata dai terroristi e all’esecuzione finale, sparandogli anche lui attorno al cuore perché la morte dell’ostaggio, per dissanguamento, fosse più dolorosa. Circostanza orribile accertata dall’ultima commissione parlamentare d’indagine sulla vicenda, presieduta dall’ex ministro Giuseppe Fioroni.

       Gallinari riuscì a sfuggire alla sorveglianza per responsabilità oggettiva dei servizi segreti che già l’avevano lasciato fuggire da un carcere. E con l’aiuto presumibile della famiglia di cui tanto la madre quanto il padre risiedevano in Vaticano lavorandovi. Il padre, Luciano, non era per niente un “telefonista”, come qualche volta si è scritto superficialmente di lui, ma il direttore della sala stampa con Papa Paolo VI, come lo era stato con Giovanni XXIII e Pio XII. E anche, almeno per un certo periodo, capo ufficio stampa dell’Osservatore Romano, il quotidiano ufficiale della Santa Sede.

Paolo VI, il suo ultimo Papa, offrì il riconoscimento alle brigate rosse dichiarandosi “in ginocchio” davanti a loro e scongiurando di rilasciare l’ostaggio, uomo “mite, amico e buono”, alle condizioni attese dal governo in carica di Giulio Andreotti appoggiato dai comunisti. Cioè “senza condizioni”, tanto da provocare una reazione delusa e polemica di Moro, che si aspettava dal Papa che si “spendesse” di più.

       Da Alessio Casimirri, che a 75 anni vive tranquillamente in Nicaragua la sua esperienza di ristoratore, e altro, provvisto di solide amicizie e protezioni, sarebbe utile una estradizione non tanto per fargli finire i suoi giorni in carcere quanto per indurlo a rilevare ciò che non si è ancora riusciti a valutare appieno: le complicità oggettive, chiamiamole così, su cui le brigate rosse potettero contare prima, durante e purtroppo anche dopo il sequestro di Aldo Moro su entrambe le rive del Tevere, come Giovanni Spadolini scriveva dei confini, e non solo, fra lo Stato Italiano e il Vaticano. I misteri rimarranno in Nicaragua, fra il sollievo di chissà quanti, non solo terroristi o ex terroristi, come preferiscono essere chiamati, ma anche traditori dello Stato che dovevano servire.

Pubblicato sul Dubbio

Spataro rivendica le competenze giudiziarie nel contrasto al terrorismo

       Armando Spataro, che di terrorismo s’intende per essersene a lungo occupato nella sua carriera di magistrato, non ha condiviso modalità o tempi, o entrambi, del pericolo di terrorismo, appunto, avvertito dai servizi segreti e condiviso dal governo. Che anche per questo, e a costo di entrare in conflitto politico prima con la Spagna di Pedro Sanchez e poi con la Germania di Frederich Merz, ha disposto un rafforzamento dei controlli alle frontiere.  Su cui partiti e schieramenti in Italia hanno subito sollevato il solito vespaio di accuse, proteste, sospetti. Non vi è mossa o parola della premier Giorgia Meloni che riesca a scampare a reazioni scomposte che sono le sole capaci di mettere d’accordo, salvo poche eccezioni, il cosiddetto campo largo dell’alternativa, affollato più di ambizioni che di idee o proposte realistiche attorno alle quali costruire un programma. Non si sa poi a cosa destinato se le primarie potranno poi praticamente stracciarlo con la libertà che si è riservato di prendersi, per esempio in tema di politica estera, difesa e sicurezza, Giuseppe Conte nel caso in cui gli dovesse capitare di vincerle battendo la segretaria del Pd Elly Schlein e altri candidati che si stanno lasciando proporre: da Silvia Salis a Matteo Renzi.

       Secondo Spataro, per tornare all’ex procuratore capo della Repubblica a Torino e aggiunto a Milano, i servizi segreti, pur vigilati da una commissione bicamerale, e il governo non possono, né debbono gestire la lotta al terrorismo senza coinvolgere la magistratura. Che purtroppo -mi permetto di osservare- non è nelle stesse condizioni nelle quali operò eroicamente contro il terrorismo una cinquantina d’anni fa, quelli cosiddetti di piombo. Da allora, a causa delle abitudini prese negli anni non di piombo ma delle “mani pulite”, gestite ghigliottinando la cosiddetta prima Repubblica scambiata per un’associazione a delinquere a causa del diffuso finanziamento illegale dei partiti, la magistratura ha messo nell’angolo la politica. Ed è diventata addirittura una specie di contropotere, denunciato a ragione dalla Meloni nella gestione di emergenze come l’immigrazione clandestina, fra le cui pieghe vivono scafisti e terroristi.

       Dati i molti, troppi precedenti che hanno sorprendentemente avuto l’avallo del referendum contro  la riforma costituzionale della magistratura, vinto dalle opposizioni, la premier sarebbe giustificabile se avvertisse il pericolo di un gioco di sponda della magistratura non col governo ma con un terrorismo sottovalutato o persino negato dall’inquirente o dal tribunale di turno. 

Puzza di terrorismo islamista nei controlli rafforzati alle frontiere

       In attesa che si accorgano anche di quello di casa, diciamo così, affacciatosi a Bologna e in Val di Susa tra devastazioni e più di cento agenti di Polizia e Carabinieri feriti, i servizi intesi in senso largo, segreti e dintorni, hanno avvertito i segni del terrorismo internazionale incombente, di natura prevalentemente islamista. Che potrebbe approfittare delle disattenzioni e degli affollamenti alle frontiere, anche o soprattutto dopo l’assalto all’enclave spagnola di Ceuta. Della cui portata il premier spagnolo Pedro Sanchez è talmente inconsapevole da avere proseguito o addirittura cominciato le vacanze insultando la premier italiana Giorgia Meloni, corsa subito ai ripari invece  facendo intensificare i controlli in un isolamento farlocco a livello europeo. Dove invece sono nati “i fratelli d’Europa” avvertiti, pur con  sarcasmo, dal manifesto ancora dichiaratamente e orgogliosamente comunista accomunando in una fotrografia la stessa Meloni, il collega tedesco e la collega danese.

       Anche in un contesto così impegnativo, sullo sfondo peraltro delle guerre in Ucraina e in Medio Oriente, alimentate anche dal presidente americano Donald Trump tornato alla Casa Bianca promettendo di chiuderle o di evitarle, il cosiddetto confronto politico in Italia procede come in una farsa. Dove -per dirne solo una- si sovrappongono il generale Roberto Vamnacci, a destra, e l’ex premier Giuseppe Conte, a sinistra indicata così solo dai giornali perché in realtà l’interessato non è di sinistra. Egli sii ritiene un “progressista indipendente”, disposto a negoziare, bontà sua, un programma alternativo a quello del centrodestra, ma con la riserva sfacciatamente rivendicata di non tenerne conto, per esempio in politica estera, difesa e sicurezza, nei casi in cui dovesse vincere le primarie, prevalendo sulla segretaria del Pd Elly Schlein, e poi le elezioni.  “Un casino”, per dirla con Romano Prodi.

Il Conte che piace tanto al marziano a Roma di Flaiano e Polito

       Antonio Polito, scrivendone sul Corriere della Sera, non ha dubbi. Se il solito marziano di Ennio Flaiano tornasse a Roma noterebbe subito più l’opposizione, guidata da Giuseppe Cinte, che la maggioranza guidata al governo da Giorgia Meloni. E ciò pur a primarie non ancora svolte, anche perché è controverso pure il modo in cui organizzarle: se nei soliti gazebo o anche on line, digitando sul computer senza la fatica di muoversi da casa, come preferirebbe lo stesso Conte. Che, pur alle prese con la fastidiosa indagine parlamentare sugli affari delle mascherine e altro dell’emergenza Covid da lui gestita a Palazzo Chigi, può forse contare sull’aiuto dei vannaccianui, a destra,  le cui posizioni in politica estera e difesa coincidono con quelle filoputiniane di Conte.  

       Una opposizione guidata per presenza e intensità di voce da un Conte che la segretaria del Pd Elly Schlein non è in grado di contrastare più di tanto per le mani che si è legate da sola con la formula del “testardo” perseguimento della “unità” del campo di denominazione variabile, incuriosisce e piace al marziano di Flaiano e Polito  più che a Romano Prodi, appena lasciatosi scappare “il casino” per definire lo stato dei rapporti fra gli aspiranti all’alternativa. Un po’ come l’ex premier, pure lui, Paolo Gentiloni, a rischio di compomettere la quirinabilità riconosciutagli da qualche parte immaginando la successione a Sergio Mattarella. O l’ex capogruppo del Pd al Senato Luigi Zanda, o l’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini, presidente adesso della commissione bicamerale di vigilanza sui servizi segreti, o dell’ex presidente della Rai, e altro ancora, Claudio Petruccioli, o dell’ex ministro e oggi senatore Graziano Delrio.  Un elenco parziale che può solo allungarsi, non restringersi.   

Una utile lezione di galateo istituzionale da Walter Veltroni sul Corriere

       Non so se Walter Veltroni lo ha fatto in veste più di politologo che di politico, di editorialista del Corriere della Sera o di primo ed ex segretario del Partito Democratico da lui concepito a vocazione maggioritaria, tanto da allarmare gli allora alleati minori dell’Unione, come Clemente Mastella. Che approfittò delle disavventure giudiziarie di famiglia per accelerare nel 2008 la caduta del secondo e ultimo governo di Romano Prodi, dopo il quale il cosiddetto centrosinistra non riuscì più a vincere davvero un turno nazionale di elezioni. Non so, ripeto, in che veste prevalente delle due che gli spettano per il lavoro che svolge e per quello precedente, ma Walter Veltroni ha allargato lo sguardo sulla prossima legislatura non limitandosi alle corse a Palazzo Chigi nel 2027 e al Quirinale nel 2029, alla scadenza del secondo mandato di Sergio Mattarella.

Egli ha sollevato un problema di galateo istituzionale, chiamiamolo così, sostenendo che dovranno essere il più possibile larghe e condivise  anche le assegnazioni delle presidenze delle Camere, nello spirito della “solidarietà nazionale” che nel 1976 portò il comunista Pietro Ingrao al vertice di Montecitorio e confermò il democristiano Amintore Fanfani al Senato.

Quello spirito bipartisan, o di buona educazione istituzionale, sopravvisse alla stagione della “solidarietà nazionale” dei due governi monocolori democristiani di Giulio Andreotti sostenuti anche, o soprattutto, dal Pci di Enrico Berlimguer. A Ingrao seguirono alla Camera le presidenze della comunista Nilde Jotti, detta “la zarina”, e del compagno di partito Giorgio Napolitano. Una “zarina”, la Jotti, che in una riunione della direzione del Pci, anche se Veltroni non lo ha ricordato, mise in riga Berlinguer che le contestava il freno all’ostruzionismo dell’opposizione al decreto legge sui tagli o sul rallentamento della scala mobile dei salari, adottato dal governo di Bettino Craxi per ridurre l’inflazione a due cifre che divorava il valore reale dei salari. Un ostruzionismo parlamentare fallito il quale, il Pci impose alla Cgil guidata dal pur moderato Luciano Lama il ricorso a un referendum abrogativo ancora più clamorosamente fallito nel 1985,  simile sul piano politico e sociale alla sconfitta subita dalla Dc nel 1974 sul referendum abrogativo della legge sul divorzio.

La buona educazione parlamentare, diciamo così, finì con l’avvento della cosiddetta seconda Repubblica, quando il bipolarismo si è paradossalmente tradotto nel diritto o nell’abitudine, come preferite, di assegnare allo stesso schieramento le presidenze tanto della Camera quanto del Senato, sempre più frequentemente coinvolte nell’animosità dello scontro politico e scambiate per presidenze di parte.

L’analisi di Veltroni nell’editoriale di ieri sul Corriere della Sera, a prescindere da chi potrà esserne il beneficiario l’anno prossimo, già nelle preferenze dello stesso Veltroni o nella casualità delle scelte che si faranno, mi sembra corretta. E avrebbe ben potuta essere anticipata da Berlusconi, a destra, nella legislatura -la sedicesima- del suo quarto governo. Quando il Cavaliere preferì affidare, come promesso prima del voto, la presidenza della Camera a Gianfranco Fini, il suo alleato di destra, piuttosto che ad un esponente del Pd di Veltroni, pronto al dialogo, per cercare un accordo bipartisan su una riforma costituzionale. Fini investì la sia forza politica nel logoramento di Berlusconi, sino a farsi cacciare dal Pdl nel frattempo creato, e nel tentativo, per quanto fallito, di sfiduciarlo alla Camera facendo passare un suo nuovo partito all’opposizione. La quale, dal canto suo, spianò la strada ai governi governi tecnici, prima di Mario Monti e poi di Mario Draghi, che insieme hanno prodotto uno sbandamento tale della politica da fare conquistare la maggioranza all’astensionismo elettorale.

Ripreso da http://www.startmag.it

Blog su WordPress.com.

Su ↑