Mario Draghi si toglie un pò di sassolini dalle scarpe, per la guerra e altro ancora

Titolo del Fatto Quotidiano

Accusato dal giornale più ostile, che è naturalmente Il Fatto Quotidiano, di “scaricare sui partiti le colpe del suo governo”, Mario Draghi si sta forse togliendo più banalmente e umanamente qualcuno dei sassolini accumulatisi nelle scarpe in questi difficili mesi di campagna elettorale, di epilogo della legislatura e persino di una guerra -quella nell’Ucraina- sulla la quale forze e singoli esponenti della maggioranza si distinguono cercando più voti che pace. 

Titolo di Repubblica

Sembra un sassolino dalla scarpa, per esempio, la lettera  alla presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati che Draghi ha mandato prima di partire da Roma per la festosa visita, fra l’altro, ad una scuola di Sommacampagna, nel Veronese. Dove il presidente del Consiglio ha colto l’occasione per ribadire, a proposito della guerra in Ucraina, che Putin alla pace da tutti reclamata gli ha detto personalmente di non essere “al momento” interessato, avendola peraltro cominciata lui.

Poiché la presidente del Senato aveva a suo modo partecipato alle invocazioni dei partiti dissidenti  o insofferenti della maggioranza  perché il governo riferisse sulla guerra al Parlamento e si facesse magari dare un nuovo mandato a seguirla, dovendosi evidentemente ritenere  superato quello ottenuto a marzo quasi all’unanimità, col voto favorevole anche della opposizione di destra di Giorgia Meloni, non è stata forse casuale la implicita protesta del presidente del Consiglio per il ritardo accumulato al Senato dal disegno di legge sulla concorrenza. Che va approvato entro maggio se non si vogliono perdere i finanziamenti europei al piano della ripresa. I partiti, specie quelli di centrodestra, ci avranno messo di sicuro del loro nel ritardo dell’esame del provvedimento, pensando più ai gestori degli stabilimenti balneari preoccupati delle gare che potrebbero disturbarli nelle concessioni, che alla sorte del piano di ripresa nazionale. Ma neppure la presidente del Senato può ignorare la posta in gioco, e darsi conseguentemente da fare.

Luigi Di Maio alla Stampa

        Quando non se lo può togliere di persona, qualche sassolino dalla scarpa Draghi lo fa espellere dal suo fidato ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Che oggi in una intervista alla Stampa ha liquidato come “provocatore seriale” il leader leghista Matteo Salvini. Dal quale nella discussione sulla guerra appena svoltasi al Senato dopo l’“informativa” del governo, oltre ad una protesta per quell’animale” dato dallo stesso Di Maio a Putin all’inizio dell’invasione dell’Ucraina, erano arrivati solleciti a Draghi a chiamare personalmente Putin per verificarne la disponibilità  -come se lo stesso Salvini ne avesse già acquisito l’esistenza chissà con quali mezzi- ad un approccio, quanto meno, alle trattative. E ciò attraverso lo sblocco delle esportazioni di grano dell’Ucraina ferme nei porti minati, una tregua di 48 ore e una sponsorizzazione di Odessa come sede dell’Expo 2030, ritirando la candidatura di Mosca. 

Titolo del Giornale
Titolo di Domani

Ma ancor più che da Salvini, problemi a Draghi per la guerra in Ucraina stanno arrivando da Silvio Berlusconi, diventato secondo il  quotidiano Domani una “mina vagante” per il lamentato “coinvolgimento” dell’Italia con gli aiuti militari a Kiev e per l’auspicio, espresso ieri parlando a Napoli, che l’Unione Europea convinca Zelensky a “rispondere alle domande di Putin”. Il Giornale di famiglia ha cercato di diplomatizzare la sortita   facendo dire in un titolo all’ex presidente del Consiglio che “non c’è soluzione se non si coinvolge Putin”, ma le parole del Cavaliere sono apparse qualcosa in più ad altri quotidiani. 

Titolo della Stampa
Foto e titolo di Repubblica

La Repubblica di carta ha riproposto fotograficamente il vecchio sodalizio in pelliccia di Berlusconi e Putin, “l’amico russo”. E ha evocato “quegli scheletri nel lettone” regalato da Putin al Cavaliere. Che ora “riscopre la passione per lo Zar”, ha titolato La Stampa 

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Se è proprio Berlusconi a mettere in imbarazzo Stefania Craxi

Titolo del Dubbio
Filippo Ceccarelli su Repubblica

“Quando si dice un caratterino. Stefania Craxi, eletta presidente della Commissione Esteri del Senato come esito dell’ultimo suicidio cinque stelle, è solo un pochino meno tosta di suo padre”, ha scritto su Repubblica Filippo Ceccarelli. Ed è proprio al padre, Bettino, che la figlia ha voluto richiamarsi sostenendo, appena eletta in questi tempi di guerra in Europa provocata dall’aggressione di Putin all’Ucraina, la necessità di “una durezza per condurre a un dialogo” e di “un atlantismo della ragione che non ammette deroghe ma non accetta subalternità”. 

Bettino Craxi

            L’atlantismo della ragione senza deroghe è quello praticato da Bettino Craxi negli anni della guerra fredda. Allora il leader socialista prima condivise il riarmo missilistico della Nato chiesto dagli Stati Uniti per recuperare lo svantaggio derivato dalla installazione dei missili SS20 nelle basi del Patto di Varsavia puntati contro l’Occidente, e poi da presidente del Consiglio fece installare a Comiso, come i tedeschi nella Germania di Bonn,  i più potenti missili Pershing e Crouise. Fu la sfida che schiantò letteralmente l’Unione Sovietica, senza bisogno di sparare un solo colpo. 

            L’atlantismo che non accetta subalternità è quello praticato nell’ottobre 1985 dallo stesso Craxi, sempre come presidente del Consiglio, in quella che è passata alla storia come “la notte di Sigonella”. Dove Craxi ordinò ai militari italiani nella omonima base americana di circondare e proteggere dall’assalto dei marines un aereo egiziano che era stato costretto ad atterrarvi trasportando verso l’Algeria il capo e alcuni autori dell’operazione terroristica palestinese di sequestro della nave Achille Lauro nel Mediterraneo. A giudicarli non poteva essere un tribunale americano ma la magistratura italiana, come la bandiera che batteva la nave espugnata e poi liberata con la mediazione del Cairo.

            Neppure al presidente americano in persona, Ronald Reagan, intervenuto con una telefonata dopo una inutile incursione dell’ambasciatore statunitense a Palazzo Chigi, Craxi permise di prevalere. E quando il ministro della Difesa Giovanni Spadolini si dimise per protesta contro la protezione diplomatica del capo dei terroristi garantita dagli egiziani, Craxi reagì prendendone semplicemente atto. Fu poi Spadolini a rinunciare alla protesta perché Reagan riconobbe la sovranità reclamata dal “dear Bettino”, come gli scrisse personalmente predisponendo un incontro chiarificatore alla Casa Bianca.

            Con simili precedenti, e in un momento come questo, nel quale si torna a discutere, per via della guerra in Ucraina, come si debba stare nella Nato per perseguire una comune linea di difesa e di sicurezza,  solo un politico un pò troppo improvvisato poteva pensare di fare battere Stefania Craxi nelle votazioni per la presidenza della Commissione Esteri del Senato da un grillino, per quanto diverso da quello precedente, espulso dallo stesso Movimento 5 Stelle perché sfacciatamente putiniano.

Mario Draghi
Giuseppe Conte

            Giuseppe Conte ha indirizzato le sue proteste al presidente del Consiglio, reclamando rispetto per gli undici milioni di voti grillini del 2018, più degli otto milioni di baionette della buonanima di Mussolini, senza la consapevolezza -temo- della posta in gioco. A Mario Draghi impegnato a condurre con Putin a distanza, insieme col presidente americano Biden e con i soci del’Unione Europea, un duro confronto per arrivare ad una trattativa di pace in una Ucraina sopravvissuta all’invasione grazie agli aiuti occidentali, la soluzione trovata al problema della presidenza della Commissione Esteri non poteva risultare più adatta. 

Giuliano Urbani al Corriere della Sera
Silvio Berlusconi ieri a Napoli

            Una presidente di centrodestra come Stefania Craxi, eletta al secondo scrutinio segreto -peraltro  col voto determinante non di un renziano, come sostenuto dai grillini, ma di Mario Monti- serve a Draghi anche per contenere paradossalmente Silvio Berlusconi. Che di recente ha ripetutamente concesso a Matteo Salvini- aumentando il clima di tensione esistente in Forza Italia e la voglia dichiarata al Corriere della Sera da Giuliano Urbani di stracciarne la vecchia tessera- la condivisione di un certo fastidio per il coinvolgimento di fatto dell’Italia nella guerra a causa degli aiuti militari agli ucraini. 

Anche Berlusconi a suo modo troverebbe pane per i suoi denti se fosse ancora tentato dal menù di Salvini. Che al Senato, nella discussione su una “informativa” di Draghi, è tornato a borbottare, diciamo così, contro l’invio di altre armi a Kiev assicurando che Putin non rimarrebbe insensibile se il presidente del Consiglio italiano gli proponesse personalmente lo sblocco delle esportazioni di grano ferme per la guerra, una tregua di 48 ore e una significativa rinuncia di Mosca a favore di Odessa ancora ucraina per ospitare l’Expo 2030. Il leader leghista o è troppo informato o troppo ottimista, persino più di Conte, l’altro dissidente “pacifista” della maggioranza.  

Pubblicato sul Dubbio

Quello spettacolo di Di Maio accanto a Draghi, e di Conte in sofferenza sotto le cinque stelle

Lo spettacolo, fra Senato e Camera, dopo la cosiddetta informativa del presidente del Consiglio, che ha tenuta ferma la sua posizione sulla guerra in Ucraina dicendo in sostanza che sugli ulteriori aiuti militari a Kiev si deciderà più a Bruxelles che a Roma, non è stata la discussione che ne è seguita senza un voto conclusivo. E che Marcello Sorgi sulla Stampa ha giustamente definito “soporifera”  per il suo scontato andamento, fra auspici di pace, moniti e distinzioni all’interno della maggioranza. 

Stefania Craxi
Conte e Draghi a distanza

No, lo spettacolo è stato quel ministro degli Esteri grillino, Luigi Di Maio, sempre accanto a Draghi per sottolineare la sua vicinanza, consonanza e quant’altro di natura politica. Come per far capire che l’agitazione più o meno pacifista del suo Movimento 5 Stelle presieduto da Giuseppe Conte, peraltro neppure senatore o deputato, non va presa molto sul serio, per quanto spalleggiata a destra da Matteo Salvini. Sotto le cinque stelle probabilmente Di Maio, a dispetto forse anche di Grillo, conta probabilmente più di Conte. Che del resto ha appena mancato l’obiettivo della presidenza della Commissione Esteri di Palazzo Madama, conquistata dalla forzista Stefania Craxi con 12 voti contro i 9 dell’ex capogruppo pentastellato Ettore Licheri irremovibilmente sostenuto da Conte appunto. Che non si era risparmiato neppure un tentativo di coinvolgere nella partita il presidente del Consiglio con una telefonata di preoccupazione e di richiesta d’aiuto al ministro grillino dei rapporti col Parlamento Federico D’Incà. 

Titolo del Fatto Quotidiano
Draghi immaginato da Travaglio

Il giornale notoriamente più solidale con Conte, considerato il migliore presidente del Consiglio avuto dalla Repubblica italiana, vittima l’anno scorso di una congiura politica avallata dal presidente della Repubblica con la nomina di un altro governo, ha assicurato i suoi lettori che Draghi è ormai “un uomo solo”. Così ha titolato Il Fatto Quotidiano, immaginando il presidente del Consiglio in costume da bagno su una spiaggia, peraltro interessata al provvedimento sulla concorrenza  che  egli ha appena blindato col ricorso alla ennesima questione di fiducia, fattasi autorizzare da un Consiglio dei Ministri straordinario per non perdere i collegati finanziamenti europei al piano di ripresa.

Il ritorno di Furio Colombo a Repubblica
Titolo della Stampa

Peccato, per Marco Travaglio, il direttore del Fatto, che l’isolamento è un altro, ben descritto con dovizia di particolari in un due articoli della Stampa richiamati impietosamente in prima pagina così: “Carroccio alla conta. Il leader è isolato”, appunto. E per giunta anche appeso ancora a vertenze di natura giudiziaria che potrebbero comprometterne la carica di partito. Lo stesso giornale di Travaglio in fondo è stato attraversato da una crisi di coscienze, diciamo così, per l’eccessivo appiattimento sulla linea pacifista di Conte, o sulle sue distinzioni dal governo, sino a festeggiare l’arrivo fra i collaboratori del putiniano ormai più famoso e al tempo stesso controverso d’Italia: il professore Alessandro Orsini. Proprio oggi uno dei padri fondatori del Fatto come Furio Colombo è tornato a Repubblica, felicissima di accoglierlo, con un commento di chiara impostazione atlantista, come quella di Draghi, contro il progetto di “spaccatura del mondo” perseguito da Putin con la guerra all’Ucraina. “Per spaccare il mondo -ha scritto con la solita lucidità il novantunenne Colombo, già rappresentante di Gianni Agnelli negli Stati Uniti prima di diventare, fra l’altro, direttore dell’Unità– ci vuole un’altra parte combattente. Non c’era. Ma si può sempre inventare. Potrebbe essere la Nato, un’alleanza ingombrante non per avere annunciato piani di invasione ma per avere come socio fondante gli Stati Uniti, grande potenza, adatta a creare l’immagine del mondo spaccato non appena protesta e annuncia che non resterà inerte”.  

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Più che la vittoria di Stefania Craxi e del centrodestra, si celebra la disfatta di Conte

Titolo del Riformista
L’editoriale del Corriere della Sera

  Antonio Polito, editorialista del Corriere della Sera, ha raccolto questo ragionamento fra i grillini dopo l’elezione di Stefania Craxi a presidente della Commissione Esteri del Senato, a scrutinio segreto, e le proteste levatesi da Giuseppe Conte contro l’emarginazione del suo partito all’interno della maggioranza: “Se candidi un tuo fedelissimo, mentre stai proponendo di staccare l’Europa dagli Usa e di smettere di mandare armi all’Ucraina, nello stesso giorno in cui il presidente del Consiglio riceve la premier finlandese che vuole entrare nella Nato e la Russia espelle 24 diplomatici italiani, è difficile che riesci a eleggere il presidente della Commissione Esteri del Senato”. 

Titolo del Tempo

Ancora peggio l’ex presidente del Consiglio è uscito dalle chat, accusato dagli internauti delle 5 Stelle di portare il movimento alla rovina, con quanta soddisfazione per il suo concorrente interno, che è il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, è facile immaginare. 

Gli otto milioni di baionette di memoria mussoliniana
Titolo del Fatto Quotidiano

Va detto che Conte, pur reclamando rispetto per gli “undici milioni di voti” raccolti  dal suo movimento nell’ormai lontano 2018, che sono peraltro tre milioni in più dei famosi otto milioni di “baionette” vantate da Mussolini nella seconda guerra mondiale, è consapevole della debolezza in cui si trova. Persino il suo giornale di riferimento, ispirazione, sostegno e quant’altro, naturalmente Il Fatto Quotidiano, gli ha attribuito in un richiamo in prima pagina il proposito di contenersi: “niente falli di reazione”, ha detto. E infatti dopo avere protestato cercando di interloquire col presidente del Consiglio, l’avvocato è andato tranquillamente all’ambasciata finlandese per consumare con  Mario Draghi ed Enrico Letta il pranzo offerto dalla premier di Helsinky dopo l’incontro a Palazzo Chigi sulla richiesta di adesione del suo Paese alla Nato, prontamente sostenuta dal governo italiano. Egli ha tranquillamente mangiato, fra l’altro, tortellini e orata con asparagi strappando a Letta solo qualche parola di comprensione per “l’incidente” occorso nella maggioranza. Ma anche una raccomandazione a non provocarne altri perché prima o poi si rischia davvero una crisi ed elezioni anticipate “per caso”. 

L’ex presidente del Consiglio si è quindi trovato da un momento all’altro nei panni non di chi può protestare ma di chi deve contenersi, non compiere cioè i già ricordati “falli di reazione”. 

Silvio Berlusconi e Stefania Craxi

Se questo è quello che pensa il segretario del Pd, figuriamoci quanto poco  conforto possa trovare Conte nel presidente del Consiglio. Al quale non deve essere parso vero, con tutti i problemi che i grillini vorrebbero porgli in Parlamento contro gli aiuti militari all’Ucraina, vedere passare la presidenza della Commissione Esteri del Senato ad una forzista come Stefania Craxi. Che nelle  dichiarazioni fatte dopo l’elezione ha sottolineato la necessità di usare nella Nato e nell’Unione Europea contro Putin “la durezza necessaria per condurre a un dialogo”, cioè a una trattativa di pace. Neppure Silvio Berlusconi è arrivato di recente a tanta chiarezza, concedendo invece a Matteo Salvini il rammarico di vedere l’Italia coinvolta nel conflitto proprio con gli aiuti militari all’Ucraina. E sorprendendo a tal punto la ministra forzista Mariastella Gelmini, già polemica con lui per la gestione del partito, da farle rilasciare un’intervista al Corriere della Sera per reclamare più allineamento alla Nato. 

A Draghi, insomma, ciò che è accaduto nella nuova commissione Esteri di Palazzo Madama, subentrata a quella presieduta da un grillino dichiaratamente e orgogliosamente sostenitore di Putin, va non bene ma benissimo.  

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Colpaccio del centrodestra al Senato con Stefania Craxi presidente della Commissione Esteri

Diavolo di un uomo, Silvio Berlusconi è riuscito a segnare un bel gol al Senato, pur non facendone parte, proprio nel giorno in cui il suo centrodestra e soprattutto il suo partito –Forza Italia- erano in braghe di tela, e giustamente, su tutte le prime pagine dei quotidiani per contrasti di natura politica e anche personale. 

Proprio in questo giorno, per le divisioni rivelatesi superiori nell’altro schieramento, il cosiddetto centrosinistra o “campo largo”, come preferisce chiamarlo il segretario del Pd Enrico Letta, il centrodestra è riuscito a portare alla presidenza della nuova Commissione Esteri del Senato la vice presidente della precedente edizione: Stefania Craxi. Che ha avuto a scrutinio segreto 12 voti contro i 9 del candidato dei 5Stelle, ed ex capogruppo di Palazzo Madama, Ettore Licheri. 

La protesta di Giuseppe Conte

Con astuta indifferenza alle circostanze che l’hanno portata alla presidenza, mentre il presidente del MoVimento soccombente si abbandonava a dichiarazioni di protesta e di sfida al presidente del Consiglio Mario Draghi, ormai sostenuto -a suo dire- da due maggioranze diverse,  fra le quali dovrebbe decidersi a sceglierne una, Stefania Craxi ha accettato l’elezione proponendosi e proponendo l’unità che sempre dovrebbe contrassegnare la gestione della politica estera di un Paese democratico e importante, specie in un momento difficilissimo come questo: con una guerra in corso in Europa, contro l’Ucrania, improvvidamente aperta dalla Russia di Putin. A favore della quale si era espresso, e aveva disinvoltamente votato nell’aula di Palazzo Madama il presidente pentastellato della precedente Commissione Esteri, Vito Rosario Petrocelli, mettendola letteralmente in crisi. E aggravandola  con la resistenza al proprio posto anche dopo la sconfessione e l’espulsione dal suo partito. Che è rappresentato al governo addirittura dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio. 

Stefania Craxi può ben essere considerata una figlia d’arte nella politica: figlia di quel Bettino Craxi che nella sua permanenza a Palazzo Chigi, fra il 1983 e il 1987, dimostrò  davvero al meglio  come si può stare e operare con dignità e coerenza in un’alleanza politica e militare. 

Reagan e Craxi ai tempi di Sigonella

Craxi fu l’uomo di Sigonella, dove una notte del 1985 per suo ordine nella base americana di Sigonella le forze armate italiane proibirono ai marines di sottrarre alle competenze nazionali, sequestrandoli, autori e responsabili del dirottamento terroristico della nave Achille Lauro nel Mediterraneo: un sequestro, quello a Sigonella, dov’era atterrato un aereo egiziano, personalmente reclamato al telefono col presidente del Consiglio dal presidente americano Ronald Reagan, dopo una inutile missione di protesta dell’ambasciatore statunitense a Palazzo Chigi. 

Con la stessa energia politica Craxi era stato il leader della maggioranza e poi il capo del governo italiano che aveva fatto installare a Comiso, in Sicilia, i missili necessari a neutralizzare il vantaggio acquisito contro la Nato dai sovietici con i loro SS20 puntati contro l’Occidente dalle basi del Patto di Varsavia. Da quella sfida l’Unione Sovietica sarebbe uscita sconfitta, anzi schiantata, senza bisogno che nessuno di quei missili fosse sparato. 

Preceduta da un’esperienza di sottosegretario proprio al Ministero degli Esteri col centrodestra al governo, Stefania Craxi saprà onorare la memoria del padre anche nella nuova, più prestigiosa postazione istituzionale. Il tempo non trascorre inutilmente, per quanti torti esso possa anche  fare o consentire di fare.  

Lo spettacolo un pò deprimente della politica sempre e tutta controvoglia

Giovanni Verga coi suoi celebri Malavoglia del lontano 1881 ha decisamente fatto scuola in un’Italia che sembra diventata il Paese del controvoglia, appunto. 

I magistrati, che sono ormai la categoria più potente di tutte, hanno appena così malvolentieri obbedito allo sciopero contro quel che rimane della politica proclamato dalla loro associazione da avere incrociato le toghe, diciamo così, in meno della metà.  E i dirigenti associativi, se non vogliamo chiamarli sindacali, hanno così malvolentieri incassato la loro sostanziale sconfessione da non reagire neppure con un comunicato, almeno sino al momento in cui scrivo. 

Anche il loro strapotere -parlo sempre dei magistrati- è in fondo esercitato controvoglia, come dimostra il tempo interminabile che impiegano nell’esercizio delle loro funzioni processuali. Che sarebbe stato ancora più lungo, addirittura indefinito, se il governo Draghi non avesse corretto lo scempio compiuto dal primo governo Conte di eliminare la prescrizione all’arrivo della sentenza di primo grado. 

Mario Draghi

Lo stesso pur benemerito governo Draghi, per carità, mostra ogni tanto di proseguire malvolentieri il suo lavoro di lunga fine della legislatura, dati i prezzi che anche un presidente del Consiglio così autorevole deve pagare a certi cerimoniali inutili. Che sono gli incontri a Palazzo Chigi col leader del partito di turno della maggioranza che gli pone problemi non per risolverli ma solo per piantare una nova bandierina nella campagna elettorale anch’essa di turno: comunale, regionale, referendaria o politica che sia. 

Giuseppe Conte

Il segretario dell’ancora maggiore partito o movimento della coalizione di governo, l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte vi partecipa così malvolentieri da non sentirsi minimamente in imbarazzo quando entra in sostanziale collisione col “suo” ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Nè questi, d’altronde, si sente imbarazzato, tanto malvolentieri evidentemente esercita la sua delicatissima funzione di governo, alle prese ora anche con una guerra. Altrimenti non permetterebbe al presidente del suo partito di contraddirlo, precederlo o sgambettarlo. 

Enrico Letta

Un altro segretario di partito della maggioranza che pure sembra il più sobrio o contenuto, Enrico Letta, si presenta alla direzione del Pd senza mostrare alcun imbarazzo nell’opporre ai tanti preoccupati esplicitamente, fra dichiarazioni, interviste e persino qualche voto o assenza parlamentare, delle libertà di movimento che si prende il già citato Conte da dire che bisogna “comunque” tenerselo praticamente stretto. E il ministro  Dario Franceschini, noto come una specie di regista di qualunque maggioranza si realizzi nel Pd, lo fiancheggia, anzi sorpassa, sottolineando la natura non occasionale, non provvisoria ma “strategica” dell’alleanza col MoVimento 5 Stelle.

Berlusconi e Salvini

Silvio Berlusconi, infine, reagisce così malvolentieri al malumore crescente nella sua  Forza Italia un pò per il paternalismo, a dir poco, col quale la gestisce dietro il paravento dei coordinatori, sostituendone ogni tanto qualcuno, e un pò per il rapporto troppo privilegiato stretto nel centrodestra con Matteo Salvini da ignorarlo. E persino da alimentarlo, come ha fatto qualche giorno fa presentandosi all’improvviso ad una manifestazione di partito a Treviglio per condividere e rafforzare i dubbi del capo leghista sul presidente americano Biden e sulla guerra all’Ucraina in cui l’Italia a sua insaputa si troverebbe coinvolta contro Putin  per gli  aiuti militari al paese aggredito. 

Intervista al Corriere della Sera
Titolo del Rformista

Bel “colpo d’ala”, ha titolato festosamente il pacifista Riformista. “Forza Italia stia con la Nato”, ha in qualche modo protestato la ministra forzista Mariastella Gelmini sul Corriere della Sera. Ma Berlusconi, imperterrito, ha convocato un vertice del centrodestra nella sua villa di Arcore per farne uscire gli invitati più divisi e distanti di prima. Sarà ancora centrodestra, ma controvoglia anch’esso. 

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La guerra di Putin in Ucraina e di Conte sotto le cinque stelle

Per quanto spalleggiato, a volte addirittura preceduto come in una missione di perlustrazione da un ritrovato Matteo Salvini, di cui si era liberato come vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno nell’estate del 2019,  Giuseppe Conte riesce ad occultare sempre di meno l’ansia da abbandono o sconfitta. Pare ch’egli abbia preso molto male, per esempio, la notizia appena arrivatagli di un Salvini, appunto, fattosi convincere a Palazzo Chigi da Mario Draghi a non tirare troppo la corda del dissenso, veto e quant’altro contro nuovi aiuti militari all’Ucraina per paura di compromettere trattative segrete e non con Putin e chiudere una guerra che si sta sempre più ritorcendo contro la Russia. Che è circondata ormai sempre di più e non di meno da paesi in fila per aderire alla Nato e sfuggire così agli appetiti del Cremlino. 

Titolo di Repubblica

Salvini dissente dalle spedizioni di altre armi a Zelensky ma non fino al punto di reclamare una votazione parlamentare, reclamata invece da Conte per complicare la vita al governo: non si sa peraltro se più al presidente del Consiglio Draghi o al ministro grillino degli Esteri Luigi di Maio, col quale la competizione dell’avvocato per il controllo del MoVimento 5 Stelle e delle sue truppe parlamentari è ormai cronica. E’un controllo obiettivamente difficile, come ha dimostrato una proiezione elettorale di cui ha dato notizia Repubblica in prima pagina, secondo cui tra riduzione dei seggi voluta dagli stessi grillini con una riforma costituzionale imposta a tutti gli alleati di turno in questa tormentata legislatura e perdite di voti registrate in ogni tipo di elezione svoltasi dopo quelle politiche del 2018, “rischiano il posto -ha titolato il giornale diretto da Maurizio Molinari- 8 onorevoli su 10”: onorevoli deputati e senatori, naturalmente. 

Titolo del Fatto Quotidiano

In questa ormai tonnara, come mi è già capitato di chiamare l’intero Parlamento in questo scorcio di legislatura, quando persino la presidente  forzista del Senato Maria Elisabetta Casellati -a leggere Il Fatto Quotidiano- sarebbe tentata dal passaggio alla destra di Giorgia Meloni pur di tornare a Palazzo Madama nella nuova legislatura, e magari anche essere confermata nella sua alta posizione istituzionale, Conte deve sentirsi fra i parlamentari del suo movimento come un asino in mezzo ai suoni. Il suo non è più un problema politico ma sociale, come una volta Aldo Moro disse ironicamente a Giulio Andreotti facendo nel 1966 il suo terzo governo “organico” di centrosinistra. 

L’aumentato potere contrattuale dei socialdemocratici nella maggioranza derivato dall’elezione di Saragat al Quirinale, alla fine del 1964, e le sempre mutevoli esigenze di equilibrio interno nella Dc avevano posto a Moro il problema di spostare Andreotti, appunto, dal Ministero della Difesa, cui aspirava proprio Saragat per l’amico di partito Roberto Tremelloni, al Ministero dell’Industria, Commercio e Artigianato, come si chiamava allora l’odierno dicastero dello Sviluppo Economico, in via Veneto.  

Al povero Andreotti che, senza metterla in politica, cioè senza sollevare problemi di chissà quali e quanti rapporti internazionali in gioco, gli aveva confidato di non sapere come sistemare la numerosa segreteria -di varie decime di persone- costituita al Ministero della Difesa, Moro rispose disarmandolo: “Ma questo non è un problema politico. E un problema sociale”. Che Andreotti risolse sistemando gradualmente i suoi troppi collaboratori altrove. Ma un altrove per Conte alle prese con quegli otto onorevoli su dieci -ripeto- in pericolo sotto le cinque stelle è francamente difficile immaginare.

Sveglia Italia, diceva Marcello dell’Utri già ai primi tempi del partito di Berlusconi

Donne di Forza Italia

  La guerra, rissa, ressa in Forza Italia, chiamatela come volete, è tutta al femminile, almeno nelle apparenze: Mariastella Gelmini contro Licia Ronzulli a carte scoperte, anzi scopertissime, o Mara Carfagna in competizione on la collega non di partito ma di schieramento Giorgia Meloni per una ristrutturazione del centrodestra di tipo dichiaratamente e orgogliosamente conservatore, con la benedizione di quella specie di Papa laico che è considerato anche negli ambienti scientifici l’ex presidente del Senato Marcello Pera. Papa laico, il simpatico Pera, a causa dei suoi rapporti di affinità culturale e amicizia personale con Benedetto XVI, il Pontefice benemerito col quale Papa Francesco divide in Vaticano, pur in ruoli diversi, l’eredità di Cristo. 

E’ roba da far tremare i nervi ai polsi, ma non a quelli del filosofo disincantato Pera, arrivato di recente a scherzare anche sulla candidatura a sua insaputa al Quirinale, prima che il centrodestra si dividesse rovinosamente sulla presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati Alberti, accoltellata politicamente dai franchi tiratori, e sul magistrato emerito Carlo Nordio, adottato alla fine con astuzia solo dal partito di Giorgia Meloni.

            A dividere Mariastella Gelmini e Licia Ronzulli è stato formalmente Massimiliano Salini, difeso dalla Gelmini come coordinatore regionale del partito in Lombardia, regione chiave per Forza Italia, e ridotto di rango e funzioni da Silvio Berlusconi per essere sostituito dalla sua più fedele portavoce Ronzulli. Che, quasi per scusarsi con una furente Gelmini, si è declassata a sua volta a semplice soldatessa obbediente agli ordini dell’”Arma”, intesa come quella di Arcore, non certo dei Carabinieri.

             Chi ha meritato in questo durissimo scontro la comprensione almeno dei suoi colleghi giornalisti, che ne hanno riferito con un certo garbo, è stato Antonio Tajani. Il quale è stato investito in pubblico dalle proteste della Germini in veste di coordinatore nazionale del partito, come se davvero queste cariche avessero un contenuto in un movimento politico personalissimo come quello di Berlusconi. Non lo è più tanto pesonale neppure quello di Beppe Grillo, degradatosi di recente sul piano quanto meno politico da fondatore, garante e quant’altro a consulente in qualche modo retribuito con l’uso comunicativo del suo blog pur personale dal partito ora contiano. Tajani, poveretto, ha inutilmente cercato di calmare la Gelmini richiamandola alla realtà di una forza politica così speciale come quella di Berlusconi, che è generoso con gli incarichi come Indro Montanelli lo era nel suo Giornale.

Titolo del Dubbio

            La verità è che il motivo serio dell’ultima lacerazione interna a Forza Italia, in attesa della prossima, non è Salini ma il quasi omonimo Salvini, Matteo anziché Massimiliano. Al quale Berlusconi ha concesso un rapporto privilegiato, sino a incoronarlo unico e vero leader dell’Italia, addirittura, nonostante il suo europeismo e atlantismo a corrente alternata, quanto meno diverso quello a corrente continua rivendicato dall’ex presidente del Consiglio. Pera se n’è accorto e ha scaricato il “capitano”, Berlusconi no. Anzi, egli insegue il progetto, o lascia che altri in Forza Italia lo inseguano, di liste unitarie con la Lega per evitare il sorpasso della Meloni nel centrodestra.

            È di pochi giorni fa la rivelazione di Salvini al Fatto Quotidiano un pò imbarazzatodi avere preceduto  Giuseppe Conte nella richiesta a Draghi di non fornire più aiuti militari all’Ucraina per non compromettere le trattative di pace pur improbabili con un Putin preoccupato più di perdere la faccia che altri soldati russi, abbandonati peraltro in Ucraina per non contarli e farli seppellire  in patria tra le lacrime dei familiari non certo riconoscenti.

Marcello Dell’Utri

            Di fronte alla remissività dell’amico Silvio a Salvini chissà se Marcello Dell’Utri non è tornato a djre o invocare “Sveglia Italia”, come nei primi anni, quando si lamentava per scherzo, ma non troppo, del freno di Gianni Letta alle spinte innovative del partito azzurro.

Pubblicato sul Dubbio

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Le due donne che stanno facendo perdere la guerra a Putin, in Ucraina e altrove

Questo 2022, pur contrassegnato da una guerra fra due uomini, Putin e Zelensky, diventati subito nell’immaginario collettivo Golia e Davide, per l’imponenza nucleare del primo e l’astuzia coraggiosa dell’altro, sta diventando l’anno delle donne per il ruolo crescente che stanno assumendo anche ai fini della guerra in Ucraina.

Il fuoco in Ucraina

La premier finlandese Sanna Marin e quella svedese Magdalena Andersson hanno letteralmente rotto o rovesciato lo schema dietro al quale Putin aveva rivendicato il diritto di fare la guerra all’Ucraina, senza neppure dichiararla, per ripararsi dalla Nato. Che attraverso Zelensky, suo sostanziale manutengolo, avrebbe deciso di strozzare praticamente la Russia su commissione, a sua volta, degli Stati Uniti di Joe Biden. 

Le richieste di adesione alla Nato delle neutrali Finlandia e Svezia dimostrano -senza che le due premier abbiano avuto bisogno di fare sparare un solo colpo di pistola dai loro eserciti ben forniti di armi-  che il problema di Putin è lui stesso. Egli fa tanta paura ai vicini da spingerli nelle braccia dell’alleanza atlantica. 

Ciò indebolisce il nuovo zar, diventato via via più simile a Breznev della defunta Unione Sovietica che a Pietro il Grande, non solo all’esterno ma anche, anzi soprattutto all’interno della Russia. Dove, per quanto l’informazione sia controllata, non può che serpeggiare sempre di più il sospetto che sia il Cremlino a isolarsi dal mondo e non il mondo a volere isolare il paese di non ricordo più quanti fusi orari, abbastanza vasto comunque per poter appagare le ambizioni di potere di un governante normale.

Le bombe russe di dileggio della vittoria ucraina all’Eurovision

In questa situazione, con un quadro militare e politico così rovinosamente rovesciato ai suoi danni, è a dir poco paradossale l’ossessione che continua a dimostrare Putin. I cui generali, o sottograduati, pensano adesso di rendere ancora più devastanti le loro bombe destinate agli ucraini scrivendovi sopra frasi di dileggio per la loro vittoria al festival europeo della canzone. Decisamente più modesto ma ugualmente significativo è ciò che le donne stanno combinando, diciamo così, nella politica italiana. Che si divide fra la guerra pur verbale di uomini nel cosiddetto centrosinistra, in particolare fra Conte e Di Maio sotto le cinque stelle e fra lo stesso Conte ed Enrico Letta nel “campo largo” di là da venire, e la guerra tutta femminile scoppiata nel cosiddetto -anch’esso- centrodestra, di cui si stenta sempre più a cogliere un carattere davvero unitario. 

Gorgia Meloni
Marta Carfagna

Mentre la ministra forzista Mara Carfagna e l’ex ministra della destra Gorgia Meloni si contendono, forse senza neppure accorgersene, un progetto di rimescolamento delle carte nel loro campo, l’una puntando sull’area diffusa ma disorganica dei centristi e l’altra sulla demolizione del rapporto privilegiato creatosi fra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, il partito azzurro dell’ex presidente del Consiglio è esploso in una guerra tutta al femminile. 

Licia Ronzulli
Marastella Gelmini

La ministra Mariastella Gelmini non ha retto all’ultimo torto che ritiene di avere subìto da Berlusconi con la promozione della sua fedele e ormai portavoce Licia Ronzulli a commissaria politica, più o meno, della Forza Italia lombarda. E all’ombra di questa apparente rissa locale, oltre che femminile, è aumentata la già alta temperatura creatasi nel centrodestra col già ricordato rapporto privilegiato fra Berlusconi e Salvini: un rapporto che tuttavia non impedisce al leader leghista di rincorrere e spesso precedere Conte in un’azione di continuo contrasto a Draghi. Il quale come presidente del Consiglio avrebbe davvero da mettersi le mani fra i capelli. Ma, beato lui, appare tranquillo, salvo qualche accigliamento di tanto in tanto per la confusione nella maggioranza, inevitabilmente crescente nella lunga coda di questa avventurosa legislatura.

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Il perfido scoop riservato da Salvini al Fatto sulla primogenitura del no ad altre armi italiane a Kiev

Matteo Salvini al suo omonimo Giacomo

 Sarà stato per una simpatia da omonimia -parlando con il Giacomo del Fatto Quotidiano- o per calcolo perfido, volendo creare problemi proprio al suo interlocutore, Matteo Salvini ha voluto riservare al giornale di Marco Travaglio uno scoop. Egli ha detto di avere posto nella maggioranza di govermo ben prima di Giuseppe Conte, che se ne è poi vantato nella “piazza pulita” di Corrado Formigli, il problema della fine degli aiuti militari italiani all’Ucraina. Bastano quelli già accordati. Non si deve andare oltre il terzo decreto interministeriale col quale sono state praticamente imballate le ultime forniture d’armi a Kiev, o dov’altro arrivano quelle occidentali a Zelensly cercando di metterle al riparo dai bombardamenti russi.

La pace, pur lontana e boicottata da Putin ogni giorno con altre bombe, altri missili e altri eccidi, come quello appena scoperto con quella fossa piena di cinquecento ucraini freddati con un colpo alla nuca, ancor più numerosi delle vittime dei nazisti nelle Fosse Ardeatine di Roma nella seconda guerra mondiale; la pace, dicevo, pur lontana è troppo importante per comprometterla con altri aiuti agli aggrediti. E tanto meno aprendo le porte della Nato alla Finlandia e alla Svezia, cui Salvini continua ad opporsi anche dopo che ha rinunciato o quanto meno ha ammorbidito i suoi veti il presidente turco Erdogan.

“Quella di Conte -ha detto testualmente Matteo a Giacomo Salvini, entrambi- è una posizione che va rispettata. Noi stiamo parlando di pace fin dall’inizio e se Conte è arrivato sulle nostre posizioni sono contento”. Ben arrivato, quindi.

Il titolo del Fatto Quotidiano

  Le parole sono state rispettate nel testo pubblicato, un pò distorte però nel titolo per amore, rispetto e quant’altro dell’ex presidente del Consiglio da parte del giornale di Travaglio.  Che ne denunciò “l’omicidio” più di un anno fa, quando a Palazzo Chigi gli subentrò Mario Draghi per volere del capo dello Stato. Nel titolo deciso nella redazione del Fatto Quotidiano si legge solo che la posizione di Conte “va rispettata”. Che sia sopraggiunta a quella di Salvini è bene che si sappia e si veda di meno. L’amicizia è amicizia, perdio. Chissà se Berlusconi ha qualcosa da dire o ridire sulla sua amicizia privilegiata con Salvini   nel centrodestra. 

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