La matrioska della controversa grazia presidenziale alla Minetti

       In un Paese e in una situazione normale sarebbe bastato e avanzato il riconoscimento dei magistrati di Milano di essere stati “diligenti ma non perspicaci” nel trattare la pratica della grazia poi concessa dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Nicole Minetti per chiudere il caso revocando il parere favorevole. E permettendo al Capo dello Stato di revocare anche la sua generosità. Ma l’Italia non è un Paese normale, e neppure la situazione politica dopo la sconfitta referendaria del governo sulla riforma costituzionale della magistratura e l’apertura conseguente e anticipata di una campagna per elezioni che anticipate però potrebbero non essere, scadendo fra un anno e mezzo il mandato delle Camere uscite dalle urne dell’autunno del 2022.

       In una campagna elettorale così lunga cresce di tutto. Anche il sospetto, avvertito e denunciato dall’Unità, che si sia levata una gazzarra contro la grazia alla Minetti, condannata in via definitiva a pene non scontate per incitamento alla prostituzione e peculato, di volere indebolire immagine e quant’altro del Capo dello Stato. E indurlo alle dimissioni tre anni prima della conclusione del suo secondo mandato. Cosa dalla quale però mi sembra che Mattarella non sia proprio tentato, avendo pubblicamente protestato contro chi lo ha indotto in errore e avviato così una campagna delle opposizioni non contro i magistrati di Milano già confessatisi praticamente colpevoli e corsi a indagini ulteriori, ma contro il ministro della Giustizia Carlo Nordio, blindato invece dalla fiducia confermatagli pubblicamente dalla premier Giorgia Meloni.

       E’ tuttavia nell’ultima bambola della matrioska di questa grazia disgraziata -ripeto l’ossimoro di ieri- che si nasconde il segreto. Una bambola con l’effige di Silvio Berlusconi da cui, pur morto da tre anni, non si vuole staccare la  figura della Minetti del bunga bunga e altro ancora, per riproporre il defunto alla demonizzazione. E sgonfiare le gomme ai figli che, avendone economicamente ereditato il partito Forza Italia, danno da qualche tempo l’impressione di volerlo riposizionare nella prospettiva di un pareggio elettorale, quando sarà, e dei conseguenti, nuovi  equilibri di governo  Così è (se vi  pare), pirandellianamente.

Ripreso da http://www.startmag.it

La sinistra annega in laguna…senza musica d’orchestra

Senza voler togliere nulla, per carità, caro direttore, al nostro Enrico Stinchelli per la sua difesa, direi, genetica di Barbara Venezi licenziata dalla Fenice per averne criticato la gestione in un’intervista all’estero -genetica per ragioni culturali o addirittura antropologici- vorrei contribuire ad affogare la esultante sinistra nelle acque della laguna ispirandomi a Piero Sansonetti per quanto ha scritto sull’Unità. Si, proprio l’Unità fondata da Antonio Gramsci -sì, proprio da Antonio Gramsci- nel 1924 e a lungo giornale ufficiale del Pci, più volte scomparso dalle edicole e infine riportatovi dall’editore e avvocato campano Alfredo Romeo, per niente nostalgico del comunismo, reale e non reale, crollato col muro di Berlino nel 1989 ma non nel cuore, nella penna, nel cervello, direi anche nell’istinto culturale pure  di tante toghe italiane risorte a nuova vita con la vittoria referendaria del no alla riforma costituzionale della magistratura.

       Questa pseudo sinistra dell’antifascismo mobilitato anche contro il fascismo che non c’è,  come quello attribuito alla direttrice d’orchestra Venezi, elettrice orgogliosa di destra, e perciò indegna anche moralmente di tenere in mano una bacchetta che non sia un fascio, ce l’ha fatta a infilzare la sventurata incorsa nell’infortunio, ripeto, di un’intervista critica sulla gestione del teatro veneziano. Il cui sovrintendente, sotto attacco da tempo per avervela portata, si è appeso come a un cappio per infilarvene la testa. Non sto a dire dei consensi da lui ottenuti anche a destra per carità umana.

       L’intervista costata il posto, salvo improbabili sorprese giudiziarie, figuratevi, alla Venezi è stata paragonata con felice e onesta arguzia da Sansonetti a quella che nel 1976 rilasciò a Le Monde contro linea e gestione del Pci dall’inviato dell’Unità Alberto Jacoviello, firma storica del giornalismo italiano, non solo comunista. Vent’anni prima -per fare capire di chi sto parlando ai più giovani che hanno però studiato un po’ di storia- egli seguì in Ungheria, sempre per conto dell’Unità, la rivoluzione contro Mosca in concorrenza antisovietica con Indro Montanelli, al quale toccò proteggerlo in un posto di blocco.

       Per quell’intervista di 20 anni dopo, ripeto, i colleghi e compagni dell’Unità, fra i quali un giovanissimo Sansonetti, furono chiamati in una lunga assemblea di sezione, durata più di un giorno, a chiedere l’espulsione di Jacoviello dal partito.  Ma l’esito della discussione e del voto, nonostante le pressioni giunte dalle allora Botteghe Oscure note come sede e fortezza del Pci, fu favorevole all’imputato, chiamiamolo così. Che poi se ne andò spontaneamente, non cacciato, a Repubblica. Fu una lezione anche per Sansonetti. Che, non avendo partecipato alla discussione, limitandosi a congratularsi col collega maggiormente distintosi a favore di Jacoviello, il berlinguerissimo Ugo Baduel, fece  a se stesso la promessa poi mantenuta di non disertare più discussioni nel partito e nel giornale.

       “Possibile- ha chiesto giustamente Sansonetti a conclusione del suo intervento di ieri a favore di Venezi- che il Pci mezzo secolo fa fosse più liberale di quanto lo siano oggi la Fondazione La Fenice, e il governo italiano che ha approvato il licenziamento di Venezi”, almeno a livello del ministro della Cultura? Ma non solo, caro Piero. Anche la sinistra annega, ripeto, in laguna. Come il mese scorso è annegata nel referendum, per tua stessa ammissione, sulla riforma della magistratura condivisa solo dalla minoranza sempre più minoranza ed emarginata, del Pd nazarenico. Una sinistra oscenamente retrocessa allo stalinismo.

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La politica sommersa dagli ossimori, anche per la grazia disgraziata alla Minetti

       Da un ossimoro all’altro, per fortuna non solo in Italia, visto quell’”assassino gentile” datosi negli Stati Uniti dal mancato assassino del presidente americano Donald Trump, o di altri del suo staff e dintorni entrati nel suo mirino “amichevole”, sempre secondo lo svitato ingegnere meccanico californiano destinato ora per un bel po’ di tempo a qualche officina carceraria.

       In Italia l’ultimo ossimoro prodotto dalle cronache politiche è la grazia sfortunata, diciamo pure disgraziata, concessa dal presidente della Repubblica all’ex igienista dentale e altro di Silvio Berlusconi, Nicole Minetti, a rischio di revoca per sospette falsità sfuggite ai magistrati, interni ed esterni al Ministero della Giustizia che avevano istruito la pratica firmata dal Capo dello Stato. Il quale, di fronte a fatti emersi a mezzo stampa sul bambino adottato per le cui cure la Minetti aveva chiesto la grazia, appunto, dai servizi sociali ai quali era stata condannata per i bunga bunga di memoria berlusconiana, ha chiesto pubblicamente per competenza al Guardasigilli “l’urgente cortesia” di ulteriori accertamenti e chiarimenti.

       A questo punto, però, per logica politica prontamente rivendicata nel salotto televisivo di Lilli Gruber e dintorni, oltre o più ancora della grazia indesiderata alla Minetti rischia di rotolare sotto la ghigliottina delle opposizioni la testa del ministro Nordio. Che, salvatosi con la fiducia confermatagli dalla premier, e sotto sotto anche da un silenzioso Mattarella, dalla cocente sconfitta referendaria della riforma costituzionale della magistratura, potrebbe doversi dimettere per la Minetti.

       Non è serio, ha praticamente scritto sul Foglio Salvatore Merlo prendendosela con la ostentata rapidità con la quale si è mosso il presidente della Repubblica. Che ha mostrato, quanto meno,  di credere  più ai giornali, in particolare al Fatto Quotidiano, che agli organismi giudiziari e politici che lo affiancano istituzionalmente. Non sarebbe tuttavia l’unica evenienza grave ma non seria -diceva Ennio Flaiano- a irrompere nella politica e nell’informazione.

       Da ossimoro mi pare che sia anche la reazione della Minetti. Che ha protestato per la sua “reputazione” compromessa dai falsi che le sono stati attribuiti dal Fatto, e per i quali presumo che voglia essere risarcita dei danni. Ma, pur considerando il realismo col quale a suo tempo Aldo Moro invitò i critici di turno che le grazie si concedono a persone con problemi per forza pendenti con la giustizia, bisogna pur chiedersi di quale reputazione parli la Minetti dopo la condanna definitiva subita e non eseguita.

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Quel silenzio moroteo della Meloni sugli strappi di Forza Italia di tendenza Marina

Per uno di quei paradossi che la politica sa produrre, proprio sul fronte della giustizia che è stato il più combattuto e divisivo, e costato al governo una cocente sconfitta nel referendum sulla riforma costituzionale della magistratura, si potrebbe aprire e svolgere una partita di tutt’altro segno nella parte residua, e non breve, della legislatura. E’ quella proposta dai nuovi capigruppo parlamentari di Forza Italia, Enrico Costa alla Camera e Stefani Craxi al Senato, scrivendo al Guardasigilli Carlo Nordio e ai loro colleghi di maggioranza, per approvare con il consenso più ampio possibile leggi ordinarie, alcune già all’esame delle Camere, per risolvere altri aspetti, forse anche più concreti di quelli archiviati col referendum, ai fini di una migliore gestione della giustizia: prescrizione, organici eccetera.

       Il direttore del Riformista Claudio Velardi, un giornale garantista di frontiera, battutosi da sinistra, con i riformisti del Pd minoritari e dintorni, per il sì referendario ha raccolto come una palla al volo l’iniziativa forzista scommettendo sulla possibilità ch’essa serva anche, o soprattutto, come preferite, a ridurre quello che lui ha definito “il bipolarismo muscolare”. O troppo muscolare, direi, perché il bipolarismo in un Paese come l’Italia che non vi era tanto abituato, neppure ai tempi in cui sembrava che tutto ruotasse solo attorno alla Dc e al Pci, non porrà mai essere davvero mite.

       Riuscirà l’operazione immaginata da Velardi nella convinzione o speranza che sia nata dentro Forza Italia dalle mani, manine, fantasie e altro dei figli di Silvio Berlusconi e consiglieri vecchi e nuovi. E, soprattutto che  possa modificare la posizione “strategica” del partito azzurro, e non solo?  Bella domanda.

       A sinistra, dove occorrerebbe trovare una sponda a questa operazione, oltre l’area riformista già espostasi nel referendum, non ho avvertito, o non ancora, qualche segnale concreto. Forse c’è ancora troppa ”euforia” referendaria, come l’ha avvertita anche l’insospettabile Goffredo Bettini, e bisognerà aspettare che si esaurisca.

       E a destra? Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha trovato l’iniziativa forzista “comprensibile” ma anche “superflua”, con un senso che mi è apparso più di fastidio che altro, anche per avere già impostato il suo approccio più sul piano tecnico e istituzionale, parlando o pensando al Consiglio Superiore della Magistratura e all’Associazione nazionale delle toghe, che sul piano partitico. Dove invece mi sembra che si sia spinto il ministro per i rapporti col Parlamento Luca Ciriani  -entrambi intervistati, uno dopo l’altro, dal Corriere della Sera– badando più agli schieramenti che ai contenuti, avrebbe detto  criticamente la buonanima di Ugo La Malfa.

       In particolare, rispondendo ad una domanda su possibilità ed effetti di una “discesa in campo dei figli di Berlusconi”, e non solo dei fili che muoverebbero ora da “fuori il partito”, secondo un’espressione dell’ex capogruppo alla Camera e ora sottosegretario Paolo Barelli, ha ricordato che il centrodestra fu “creato dal padre” e sarà difeso dal partito della premier “qualunque siano le scelte altrui”.

       E Giorgia Meloni?  Zitta, almeno sino al momento in cui scrivo. E, pur allenato alla mia età ai silenzi di Aldo Moro, su cui si scrivevano spesso intere note politiche per interpretarli; pur portato quasi per istinto a intravederla nelle parole di Ciriani, cresciuto nella militanza della destra, mi debbo fermare, Ed aspettare.

Se, come e quando liberarsi dalle gabbie del bipolarismo muscolare

Insofferente, a dir poco, del “bipolarismo muscolare”, come lo ha chiamato già nel titolo dell’editoriale del 25 aprile, quasi per auspicare che la festa della liberazione prima o poi coincida anche con l’uscita del sistema politico dalle gabbie nelle quali è finito nella cosiddetta seconda Repubblica, l’amico Claudio Velardi ha auspicato un “riposizionamento strategico” di almeno qualcuna delle forze che ora si contrappongono. E ha trovato incoraggiante, a questo proposito, il sollecito appena giunto da Forza Italia, con la lettera dei nuovi capigruppo parlamentari al Guardasigilli Carlo Nordio, a provare quelle che comunemente si chiamano convergenze più larghe proprio sul tema sinora più divisivo della giustizia. Sul quale si è appena consumato lo scontro frontale e referendario sulla riforma costituzionale, bocciata, della magistratura.

       Eppure, caro Claudio, proprio questo scontro referendario è stato forse il meno frontale, essendo arrivati al sì, sia pure inutilmente, contributi importanti anche dal polo contrapposto al centrodestra, col Pd più diviso di tutti. Ma anche col Movimento 5 Stelle, diventato il partito di nuovo, maggiore riferimento della magistratura più radicalmente impegnata, dove si sono avvertiti spifferi di dissenso dal no gridato da Giuseppe Conte.

       Pure nel campo opposto, il centrodestra, si sono visti e sentiti scricchiolamenti, col no debordato in regioni e territori a forte presenza elettorale anche di Forza Italia, cioè il partito dove tu, Claudio, avverti i segni maggiori di novità voluti da Marina Berlusconi, il fratello Pier Silvio, vecchi amici di famiglia come Gianni Letta e nuovi provenienti direttamente dalla periferia. Una Forza Italia, diciamo così, di tendenza Marina, come Giuliano Ferrara chiamava sul suo Foglio di “tendenza Veronica” il partito forzista ch’egli preferiva, quando l’allora ancora seconda moglie di Silvio Berlusconi preferiva leggere e pure scrivere a Repubblica piuttosto che allo stesso Foglio o al Giornale di famiglia.

       C’è qualcosa, caro Claudio, che mi pare non torni, o torni poco, in ciò che pure ti ha portato a scommettere sul “riposizionamento strategico”. Che è poi la traduzione politologica dell’auspicio una volta espresso, neppure tanto tempo fa, nella sua officina romana all’Esquilino, da Dario Franceschini che Forza Italia scoprisse  e utilizzasse la carta d’oro di cui disporrebbe schierandosi a destra o a sinistra da posizioni centrali.

       Mi permetto di scendere di qualche gradino la tua scala con i ricordi che ho -anzi che abbiamo- della vita passata nella cosiddetta prima Repubblica, caduta per via giudiziaria e non politica fra le ossa dei padri che si rivoltavano nelle tombe, o le ceneri nelle urne. Ricordo in particolare, per avere avuto modo di conoscere, frequentare, apprezzare, condividere mediaticamente difendendolo nelle polemiche giornalistiche, l’Aldo Moro delle “scomposizioni e ricomposizioni”: nella sua Dc e poi anche fuori. Dove coinvolse a tal punto il Pci da essere ucciso dalle brigate rosse che ne temevano l’imborghesimento nei loro deliranti messaggi di morte.

       Pensi, caro Claudio, che sia oggi ravvisabile nella “palude” della politica italiana, come tu stesso l’hai avvertita nell’editoriale di sabato, qualcuno di paragonabile a Moro? Anche fra quelli che da 48 anni, quanti ne sono trascorsi dalla sua morte per doloroso dissanguamento, come ha accertato l’ultima commissione parlamentare che se n’è occupata, celebrano ogni anniversario della sua tragica, davvero immeritata fine. Io, francamente, non ne vedo, sperando naturalmente di sbagliare per ritrovarmi con i tuoi auspici, incoraggiato  dai segnali berlusconiani definiti tuttavia “comprensibili ma superflui”  dal ministro della Giustizia Carlo Nordo.

Pubblicato sul Riformista

Ciò che la premier ha mandato a dire ai Berlusconi su giustizia e dintorni

       Il senatore Luca Ciriani, 59 anni, friulano, dovrebbe occuparsi prima o dopo nel suo ruolo di ministro per i rapporti col Parlamento, appena affiancato come sottosegretario dall’ex capogruppo di Forza Italia alla Camera Paolo Barelli, del percorso delle leggi sulla giustizia di cui proprio il partito di Barelli ha sollecitato l’approvazione. Sull’argomento, senza condividere gli aggettivi “comprensibile e superflua” usati dal Guardasigilli e collega di partito Carlo Nordio, è stato cauto e assai generico parlandone anche lui al Corriere della Sera, come il titolare del dicastero di via Arenula.

       “Il referendum” che ha bocciato la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri e altro ancora,è stata un’occasione persa per riformare un sistema che ha diverse problematiche”, ha detto Ciriani. ”Ma sulla giustizia è giusto intervenire sui nodi come la lunghezza dei processi, gli organici, le pene. Lo faremo confrontandoci con Consiglio superiore della magistratura, associazione nazionale dei magistrati, sperando in un clima più sereno”, ha aggiunto quasi laconicamente profittando della discrezione dell’intervistatrice Paola De Caro. Che non gli aveva ancora sollevato il problema posto dai forzisti di tendenza Marina, diciamo così, di cercare consensi più larghi.

       Il tema tuttavia è comparso alla fine all’intervista con una domanda sulla possibilità che “il quadro cambi magari in Forza Italia con la discesa in campo di uno dei figli di Berlusconi”. “Non ho idea -ha risposto il ministro di stretta osservanza meloniana- di cosa vogliano fare loro, ma so che il padre creò il centrodestra e noi di fratelli d’Italia saremo sempre fedeli a quella formula e sempre alternativi alla sinistra, qualunque siano le scelte altrui”. Parole di Ciriani ma, penso, idee e direttive della premier dietro il silenzio ufficiale seguito all’iniziativa epistolare dei nuovi capigruppo parlamentari forzisti.

Il presidente americano scampato per fortuna al martirio che non merita

       Meno male. Il presidente americano Donald Trump è scampato ad un altro attentato, anche se il mancato assassino – uno svitato che si è definito nelle sue aspirazioni “gentile”, ”amichevole” e quant’altro- ha assicurato dopo la cattura in un albergo di Washington, dove già un altro presidente americano, Ronald Reagan, rischiò la vita, di non avere avuto come suo obbiettivo l’inquilino della Casa Bianca. Da anticristiano come si vanta di essere, lo sciagurato aveva evidentemente preso di mira qualcuno dello staff di Trump meno compromesso col suo recente scontro contro il Papa, americano pure lui.

       Thomas Allen si chiama l’attentatore armato e atterrato dalle squadre di sicurezza di Trump. Trentunenne, originario della California, laureato in ingegneria meccanica (non credo del cervello), insegnante di sfortunatissimi alunni fortunati però nell’averlo ormai perduto, è un altro di una lista che comincia ad essere troppo lunga, e persino sospetta, di attentatori del presidente americano.  Che sembra cominci a capire di essere davvero in pericolo. Questa volta non si è vantato di essere protetto da Dio e ha indossato i panni buoni del presidente che invita dissidenti e quanti, malati o sani o semi sani di mente, di non praticare la violenza, di darsi una calmata insomma.

       La cosa più spiacevole e ingiusta, diciamo pure odiosa, che possa capitare a chi dissente dalle decisioni, dalle guerre e dalle tregue traballanti che egli produce, dei travestimenti cui ricorre per dileggiare lo sventurato di turno, è di vedere ucciso il presidente americano durante il suo mandato in circostanze tali da fargli guadagnare quello che non merita: l’aureola del martirio.

“Superflua” per Nordio la spinta di Forza Italia per riformare la giustizia

       “Superflua” ha dunque definito il ministro della Giustizia Carlo Nordio, parlandone a caldo al Corriere della Sera, la pur “comprensibile” lettera che gli hanno mandato i nuovi capigruppo parlamentari di Forza Italia di “sollecitazione” -ha detto- alla ripresa del dialogo con le opposizioni e le categorie interessate alla riforma della giustizia.  Che, una volta bocciata col referendum la parte riguardante la magistratura, rimasta a carriera unica, differenziata solo nelle funzioni inquirenti  e giudicanti, deve proseguire con interventi ordinari. Alcuni dei quali sono già all’esame delle Camere, a cominciare da quello sulla prescrizione.

       “Superflua”, ripeto, è una parola di spirito critico come la sollecitazione, usata dall’intervistatrice del Corriere della Sera per definire la lettera spedita al Guardasigilli. Che, com’era facile prevedere, non deve averla gradita molto. Chissà se non se n’è anche doluto con la premier Giorgia Meloni, della quale ha tenuto a ricordare pur non esplicitamente di avere avuto conferma di fiducia e altro dopo la sconfitta referendaria della separazione delle carriere dei magistrati, del doppio Consiglio Superiore e dell’Alta Corte disciplinare.

       “Il successo non è mai definitivo e il fallimento non è mai fatale”, ha detto il ministro avvertendo le opposizioni che “le elezioni non si vincono con i no” e ricordando anche l’assunzione immediata della responsabilità presasi per la sconfitta referendaria “con tutte le possibili conseguenze”, pronto quindi anche alle dimissioni se la premier le avesse considerate “nell’interesse del governo”. “Invece sono ancora qui e rimarrò se Dio vorrà”, oltre che la Meloni, ”sino alla  fine della legislatura”, ha puntualizzato Nordio. A buon intenditor poche parole, come dice un vecchio proverbio.

       Nella sua reazione quanto meno infastidita all’iniziativa dei capigruppo parlamentari di Forza Italia eletti nella cornice di una svolta attribuita generalmente ai figli di Silvio Berlusconi e dintorni, vecchi e nuovi, il ministro ha tenuto ad elencare tutti gli incontri di lavoro già avuti e quelli programmati dopo “una settimana di riposo” seguita a “due mesi di campagna referendaria con oltre un centinaio di interventi dal Piemonte alla Sicilia”.

       Nell’assicurare che “ora andiamo avanti”, su cui il Corriere della Sera ha titolato l’intervista, il ministro ha reagito duramente anche alle nuove polemiche subite sul tema da lui sollevato delle “modiche quantità” anche della corruzione, come della droga, da considerare in indagini e processi. “Difficile parlarne con chi non conosce il diritto”, ha risposto Nordio ai suoi critici, soprattutto quelli che di diritto dovrebbero saperne di più come i magistrati ancora in carriera. Fra i quali si è subito distinto ieri sera per sarcasmo e altro nel salotto televisivo delle “altre parole” di Massimo Granellini, su la 7, il capo della Procura di Napoli Nicola Gratteri. Peraltro inorgoglito di sei milioni di voti che ritiene di avere personalmente procurato alla vittoria referendaria del no il mese scorso.

L’inchiostro… simpatico della corrispondenza forzista con Nordio

       I solleciti, compreso quello fatto dai nuovi capigruppo parlamentari di Forza Italia al Guardasigilli Carlo Nordio a riprendere o accelerare iniziative ordinarie di legge sulla giustizia dopo il fallimento referendario della riforma costituzionale della magistratura, hanno sempre, o generalmente, un aspetto critico. E’ nella parola stessa di sollecito la protesta, il lamento e quant’altro di un ritardo, di una scadenza non rispettata, di una distrazione, se non addirittura di una inadempienza cui rimediare.

       Non so se Carlo Nordio abbia avvertito in questo spirito, ripeto, critico la lettera ricevuta dall’onorevole Enrico Costa e dalla senatrice Stefania Craxi, in ordine alfabetico e di consistenza dei rispetti gruppi di Camera e Senato. La sua scontata disponibilità ad “andare avanti” è stata confermata, mi  sembra, con un po’ di fastidio essendo lui già impegnato in incontri e confronti con le parti interessate su provvedimenti già all’esame del Parlamento su prescrizione ed altro.

Mi chiedo anche come l’abbia presa la premier Giorgia Meloni, alla quale la corrispondenza non è stata neppure mandata in copia. Ed è pervenuta a mezzo stampa, come accade spesso sul piano giudiziario con i cosiddetti avvisi di garanzia o a comparire: celebre quello del 1994 all’allora premier Silvio Berlusconi per affari di corruzione mentre presiedeva a Napoli un convegno onusiano -da Onu- sulla lotta alla criminalità organizzata.

       Anche il ricordo, anzi il fantasma del compianto fondatore di Forza Italia si è affacciato alla finestra di questa iniziativa assunta dai capigruppo parlamentari del partito azzurro proiettandosi sulla riunione interpartitica della maggioranza chiesta  per non restringere il confronto, diciamo così, al solo ministro della Giustizia e a i rappresentanti forzisti.

       Ricordo da cronista la resistenza opposta nel 2022 da Silvio Berlusconi, appunto, dopo le elezioni politiche vinte dal centrodestra, alla volontà comunicatagli personalmente dalla presidente del Consiglio ancora incaricata di nominare ministro della Giustizia Carlo Nordio. Che la stessa Meloni aveva voluto qualche mese prima candidato di bandiera del suo partito al Quirinale nella successione, poi mancata, a Sergio Mattarella. Una successione alla quale aveva aspirato anche Berlusconi.

       Alle resistenze del Cavaliere alla nomina di Nordio, ex magistrato di grande notorietà, a ministro della Giustizia la Meloni reagì proponendo un incontro fra i due, svoltosi convivialmente alla presenza del solito Gianni Letta, per conoscersi meglio e giudicarsi vicendevolmente. L’esame, diciamo così, si concluse con la promozione del candidato.

       Mi chiedo se anche quella promozione è decaduta, diciamo così, prima con la morte di Berlusconi, avvenuta l’anno dopo, e poi con la bocciatura referendaria della riforma costituzionale della magistratura  approvata dalla prescritta maggioranza assoluta delle Camere anche in memoria del Cavaliere. Mi chiedo anche se, partita dopo l’incidente referendario col proposito dichiarato di “stringere i bulloni” del governo e della maggioranza, la premier non corra il rischio di vederseli allentare.

La corsa resistenziale all’odio e al turpiloquio, che ne è un accessorio

       Putin ha a Mosca il suo Vladymir (pure lui) Solovyev, che insulta gli avversari di turno, compresa la premier italiana Giorgia Meloni liquidata come puttana -testuale, in italiano- per la sua amicizia con l’ucraino Zelensky e il tradimento -testuale, ma in russo- compiuto nei riguardi del presidente americano Trump. Che dalla Casa Bianca ha ormai un rapporto speciale col Cremlino, dove si fa quel che può per proteggerne figure e iniziative.

       In Italia dobbiamo accontentarci di un vignettista, Riccardo Mannelli, che dalle prime pagine del Fatto Quotidiano, mancandogli ancora uno spazio sulla televisione pubblica di cui dispone a Mosca Solovyev, pratica il turpiloquio contro chi gli è antipatico. Qualche giorno fa egli ha praticamemte evocato il cazzo -scusatemi della parolaccia così esplicita- contro la premier Meloni in versione femminile del famoso marchese romano del Grillo. Oggi lo ha evocato come “gnazzo” sghignazzando contro il presidente del Senato Ignazio La Russa deciso a festeggiare domani la festa della liberazione ricordando anche i fascisti caduti di Salò. Dei quali non lui ma il presidente comunista o post-comunista della Camera Luciano Violante in passato aveva esortato, per spirito di pacificazione nazionale, a capire le ragioni nella pur suicida decisione di moire non per la Patria, con la maiuscola, ma per Hitler e il suo ormai subordinato Mussolini.

       Gli 81 anni passati dal 25 aprile 1945, e gli ottanta dalla proclamazione della Repubblica, non sono bastati ad archiviare quella tragedia. Che rimane aperta nel cosiddetto dibattito politico, cioè nella lotta politica, solo per poterla ritorcere contro quella fascista in erba garbatelliana che sarebbe Giorgia Meloni, e quel fascista mummificato che sarebbe il presidente del Senato, seconda carica dello Stato eccetera eccetera.

       Per continuare a celebrare a loro modo la Resistenza, con la maiuscola d’obbligo, non si resiste da quelle parti alla coltivazione dell’odio e di quell’accessorio che è il turpiloquio.  

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