L’Italia felix di questa estate sorprendente, e di questo governo fortunato

Naturalmente sul Fatto Quotidiano
Titolo sul Tempo

            Persino Francesco Storace, l’ex ministro della destra oggi all’opposizione e poi presidente della regione Lazio, che non è certo l’economista consulente di Palazzo Chigi Riccardo Puglisi, col quale se l’è presa Marco Travaglio deridendone “la lingua più veloce del mondo” per avere avvertito qualcosa più di una “coincidenza” fra gli ori di Tokio agli atleti italiani e il governo guidato da Mario Draghi, si è lasciato tentare dalla riconoscenza, chiamiamola così, con la promozione del presidente del Consiglio a “un portafortuna” del suo e nostro Paese. Speriamo che ora il direttore del Fatto Quotidiano, sempre nostalgico di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, convinto che ne sia stato allontanato con un delitto politico, non s’infili negli uffici dell’Anagrafe romana o comunque non provveda direttamente sul proprio giornale a storpiare il cognome di Storace per dargli dello Starace, il gerarca fascista che imbarazzò per il suo zelo persino Mussolini.

            D’altronde, le notizie da Tokio hanno strappato applausi unanimi anche in un’aula tesa politicamente come quella di ieri a Montecitorio. Dove si discute con le maglie della questione di fiducia la riforma del processo penale fra recriminazioni di ogni tipo su chi ha ceduto di più o di meno nel compromesso raggiunto nella maggioranza sulle modifiche finali del governo al testo originario per archiviare in qualche modo la prescrizione targata Bonafede, e assegnare tempi certi almeno ad una parte dei giudizi d’Appello e di Cassazione. Quella della Camera è stata un po’ una standing ovation liberatoria, giustamente apprezzata anche dall’oratore forzista inizialmente inconsapevole dei motivi per i quali nessuno stava praticamente a sentirlo, preferendogli le informazioni per telefonino dalle Olimpiadi.

Titolo del Corriere della Sera
Titolo della Repubblica

            Non avremo mai processi rapidi come la corsa di Marcel Jacobs, l’italiano più veloce del mondo nei cento metri, nè il pil nazionale, per quanto in ripresa, salterà mai come Gianmario Tamberi, l’italiano che schizza più in alto nel mondo, ma non è questo certamente che possiamo chiedere ed aspettarci dal governo in carica da febbraio. Può bastarci che continui a portarci fortuna anche e oltre il temuto semestre bianco che comincerà domani, durante il quale i giocolieri della crisi potrebbero essere tentati dalla impossibilità del presidente della Repubblica, in scadenza di mandato, di sciogliere anticipatamente le Camere. Salvo che, in caso di crisi appunto, Sergio Mattarella non li spiazzi anticipando con le dimissioni la fine dell’incarico. E restituendo al suo successore, o a se stesso in caso di rielezione, quel potere tanto angoscia un Parlamento in cui per forza di cose – tra seggi tagliati e voti perduti- sono più quelli in uscita sicura che quelli in grado di potere tornare davvero.

            Vale anche per i governi ciò che Napoleone, abituato alle guerre, diceva dei generali, preferendo i più fortunati ai più bravi. Meglio naturalmente se sono insieme bravi e fortunati.

Ripreso da http://www.startmag.it

Il Fatto Quotidiano candida con una lettera Rosy Bindi al Quirinale

            Il cantiere quirinalizio del Fatto Quotidiano ha orario continuato. Si demoliscono e costruiscono statue di candidate femminili alla successione a Sergio Mattarella: le più temute di fronte alla persistente indisponibilità del presidente uscente della Repubblica ad essere rieletto – magari solo per passare la parola al prossimo e più legittimato Parlamento, fortemente ridotto di seggi- e alla consapevolezza che dopo tanti uomini al vertice dello Stato è forse giunta davvero l’ora di una donna.

Titolo di ieri

            Estromessa d’ufficio dalla gara, come vi era entrata, la ministra della Giustizia Marta Cartabia con un titolo sul “Colle più lontano” dopo lo scontro con Giuseppe Conte sulla riforma del processo penale, per quanto conclusosi con un compromesso che lo stesso Conte sta difendendo dalle critiche degli irriducibili del MoVimento 5 Stelle, ingegneri, operai e ispettori del Fatto Quotidiano hanno improvvisato la costruzione di un’altra statua, o candidatura femminile.

            Alla Santa Marta, o sorella Maria del Vangelo secondo Luca, buttata giù dal piedistallo hanno sostituito la pasionaria del Pd appartatasi da un po’ di tempo ma sempre presente nel ricordo e nella devozione di Marco Travaglio e amici. E’ naturalmente Rosy Bindi, ex ministra ed ex presidente della Commissione parlamentare antimafia. Il cui nome per l’elezione a prima presidente donna della Repubblica è stato proposto da un lettore del Fatto protetto con l’anonimato dal direttore. Che si spera non si sia scritta da solo la lettera. A pensare male, come diceva la buonanima di Giulio Andreotti, si fa peccato ma s’indovina. Almeno qualche volta, se non spesso o sempre, secondo il grado di pessimismo del lettore o osservatore di turno.

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Il futuro di Draghi è più europeo che italiano, dopo la missione a Palazzo Chigi

Titolo del Corriere della Sera

            Critici ed avversari di Mario Draghi -vedrete- faranno le pulci al Corriere della Sera per avere in qualche modo gonfiato sulla prima pagina un sondaggio col quale gli europei “votano” come loro leader “prima Merkel, poi Draghi”. Diranno -sempre critici ed avversari del presidente del Consiglio- che il quotidiano italiano più diffuso ha voluto compiacere il suo editore, Urbano Cairo. Il quale ha appena spiegato al Giornale della famiglia Berlusconi perché, pur essendo stato durante l’ultima crisi di governo favorevole ad una riconferma di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, è oggi soddisfattissimo di Draghi. E guai, praticamente, a chi lo tocca, probabilmente a cominciare dallo stesso Conte se dovesse tornare quello che è apparso nei giorni scorsi, anche all’interno del Movimento 5 Stelle di cui sta per diventare presidente, tentato cioè dall’idea di una crisi, o di uno sganciamento dalla maggioranza, per riaprire i giochi. Ora egli sembra sedato dal compromesso strappato sulla riforma del processo penale.

Urbano Cairo

            “Non sapevo che Draghi fosse disponibile” a fare il governo, ha detto Cairo per spiegare la sua sostanziale adesione, sino a gennaio, alla cosiddetta “linea Conte o morte”, cioè elezioni anticipate. Neppure sapeva, evidentemente, della contrarietà del presidente della Repubblica a mandare gli italiani alle urne durante la pandemia, fermo alle indiscrezioni giornalistiche d’autunno su Mattarella pronto invece a sciogliere anticipatamente le Camere. Una volta saputo, contemporaneamente, di Mattarella contrario al voto e di Draghi disposto a realizzare il governo di emergenza propostogli dal Quirinale, l’editore del Corriere della Sera è diventato così tanto convinto, così contento, così entusiasta del nuovo presidente del Consiglio che il suo giornale gli ha offerto quel bel titolo su “prima Merkel, poi Draghi”  in un “sondaggio in tutti i paesi” dell’Unione. Che non sono poi davvero tutti perché il sondaggio, condotto da vari istituti sotto l’egida di Euroskopia, in realtà si è limitato ai cinque paesi più popolosi -Germania, Italia, Francia, Spagna e Polonia- più l’Austria. E ha riguardato non il leader vero e proprio della comunità europea, ma chi, tra i vari leader, ha meglio fronteggiato l’emergenza della pandemia.

            A conferma della complessità e insieme specificità  del problema, i voti da 1 a 10 non sono risultati alti per nessuno. Sono anzi risultati un po’ bassini per tutti, per cui già una sufficienza è risultata un successo. La cancelliera tedesca è stata l’unica a raggiungerla in patria e fuori, col 6,15 comunitario e 6,41 tedesco. Draghi ha preso  6,45 in Italia e 5,73 fuori casa. Tutti gli altri, dal francese Emmanuel Macron allo spagnolo Pedro Sanchez, dal polacco Mateus Morawecki all’austriaco Sebastian Kruz sono rimasti dappertutto ben sotto la sufficienza, e quel 5,73 di Draghi, come anche la presidente della Commissione Europea.

            Eppure, nonostante questi limiti numerici dei risultati del sondaggio enfaticamente annunciato dal Corriere della Sera, proprio per la gravità del problema su cui i vari leader sono stati pesati, quello di Draghi mi sembra un ottimo piazzamento, nonostante a dargli quasi 7 siano stati solo gli italiani. Visto anche l’annunciato ritiro della Merkel, il livello europeo della leadership di Draghi è confermato, lo rafforza a Palazzo Chigi e lo lancia più verso traguardi comunitari che nazionali. Il suo futuro insomma mi sembra proiettato più sull’Europa del dopo-elezioni del 2024 che sul Quirinale o sull’Italia del dopo-elezioni del 2023, o prima ancora.

Ripreso da http://www.startmag.it

La parabola trentennale della Procura della Repubblica di Milano

            A proposito delle indagini della Procura di Brescia annunciate a carico del capo della Procura ambrosiana Francesco Greco per omissione d’atti d’ufficio, almeno per ora, si può dire che tutto, o quasi tutto, cominciò a Milano nel 1992, con l’arresto di Mario Chiesa in flagranza di tangenti nel suo ufficio di presidente del Pio Albergo Trivulzio, e tutto, o quasi tutto, potrebbe concludersi a Milano.

Frank Cimini sul Riformista

            Nel 1992 Greco aveva 41 anni ed era uno dei sostituiti procuratori di Francesco Saverio Borrelli. Oggi egli regge quella Procura da cinque anni e dovrebbe andare in pensione a novembre, quando ne compirà 70. Ma il vecchio, direi storico cronista giudiziario Frank Cimini, napoletano come Greco insediato per lavoro in Lombardia, gli ha già suggerito dalle colonne del Riformista di rinunciare volontariamente e in anticipo all’incarico perché “non sembra in grado di riguadagnare l’antica credibilità”. Egli sarebbe indebolito non solo e non tanto dal procedimento avviato a Brescia, dove non è certamente la prima volta che si indaga su magistrati operanti a Milano, quanto dai contrasti esplosi su di lui all’interno della Procura, e più in generale del tribunale di Milano.

Greco è accusato, sospettato e quant’altro di non avere promosso l’azione penale sollecitata dal suo sostituto Paolo Storari per le rivelazioni di un avvocato, Piero Amara, troppo prezioso quale teste contro l’Eni in un processo di corruzione internazionale in corso per rischiare di comprometterne la credibilità. Questo processo tuttavia si è concluso con la sconfitta dell’accusa, per quanto questa avesse omesso di rendere pubblici elementi favorevoli agli imputati emersi dalle indagini.

Francesco Saverio Borrelli

            Tutto o quasi, dicevo, cominciò a Milano con Francesco Greco come uno dei sostituiti di Francesco Saverio Borrelli -famoso anche per quel “resistere, resistere, resistere” gridato in tribunale contro il governo di turno presieduto da Silvio Berlusconi, non sconosciuto di certo negli uffici ambrosiani d’accusa- e tutto o quasi potrebbe concludersi  a Milano. Cosa sia questo tutto o quasi prescinde dalle persone, a cominciare dal capo uscente della Procura ambrosiana per finire -a ritroso- con la buonanima di Francesco Saverio Borrelli, e riguarda il protagonismo assegnatosi da quella postazione e riconosciutagli da tutto il sistema giudiziario, con l’appoggio di quasi tutti i giornali. Dagli avvisi di garanzia in partenza da Milano, dalle sue richieste di arresti, quasi sempre concesse ed eseguite davanti a telecamere puntualmente presenti, cominciò a ruotare tutta la politica: sia quella della morente prima Repubblica sia quella delle successive edizioni .

            A toccare quel protagonismo, insidiato solo dalla Procura di Palermo col filone giudiziario non della corruzione ma della mafia, si rischiava grosso. Rischiavano i giornalisti con processi per diffamazione senza scampo, o quasi, e i politici. Ci rimise il posto anche un ministro della Giustizia, il compianto Filippo Mancuso, sfiduciato al Senato per avere osato ordinare un’ispezione sgradita a Milano. Sono fatti, non illazioni. E solo i fatti potranno ora dirci se e quanto le cose siano cambiate, o possano cambiare.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Il resto della riforma della Giustizia potremo farlo nelle urne referendarie

Titolo del Dubbio

Con la solita franchezza consentitami da un giornale le cui insegne culturali e civili sono il dubbio e il conseguente garantismo debbo dirvi che più leggo l’elenco dei reati esclusi formalmente o di fatto, con presunti “aggiustamenti tecnici”, dalla “improcedibilità” preferita alla prescrizione dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia nei passaggi in appello e in Cassazione, meno mi convinco dell’”addio” volenterosamente o ottimisticamente annunciato al “fine processo mai”. O alla figura barbarica dell’imputato a vita. E più mi verrebbe voglia di dare ragione, una volta tanto, al Fatto Quotidiano con quel titolo di prima pagina su “Cartabia&C.” che “cedono” a Conte, riuscito quanto meno a “limitare i danni”, dal suo punto di vista, derivanti dalla riforma del processo penale all’esame della Camera.

Titolo del Fatto Quotidiano

            Potrei, sempre una volta tanto, condividere anche il fotomontaggio del giornale diretto da Marco Travaglio in cui il pugno destro dell’ex presidente del Consiglio è infilato in un guantone rosso da pugile e Draghi e Cartabia hanno l’occhio destro livido e occultato con una lente nera.

Fotomontaggio del Fatto Quotidiano

            Dirò ancora di più. Sempre una volta tanto, immedesimandomi in un elettore di quelli ai quali si rivolge con l’aria del consigliere e del protettore il direttore del Fatto Quotidiano, potrei condividere la sua lettura delle decisioni prese dal Consiglio dei Ministri dopo le convulse trattative sulle modifiche alle modifiche del governo alla riforma del processo penale. In particolare, Travaglio ha scritto che “i pericoli peggiori (anche se non tutti) della schiforma Cartabia sembrano sventati: basta confrontare il testo originario con quello stravolto dall’accordo di ieri. I 5 Stelle, dopo mille cedimenti e sbandate, ridanno agli elettori un motivo per votarli”.

La liberatoria di Marco Travaglio

            Che cosa dovrebbe fare allora uno come me, che non ha mai votato e tanto meno condiviso le aspirazioni di un movimento come quello delle 5 stelle, neppure le istanze all’onestà perché contraddette spesso dalla pratica dei loro portavoce e dall’arbitraria applicazione della disonestà a comportamenti legittimi? Dovrebbe aggiungere il presidente del Consiglio e la ministra della Giustizia in carica, con tutto il loro prestigio, e la loro storia professionale alle spalle, al lungo elenco degli opportunisti o dei pavidi che hanno fatto mettere la politica, il Parlamento, la democrazia e chissà cos’altro sotto i piedi di una certa magistratura stravolgendo la Repubblica, sino a renderla più giudiziaria che parlamentare? E, di conseguenza, avendo presuntivamente tutti fallito nell’azione di contrasto a questo andazzo cominciato tanti anni fa, forse ancor prima della famosa Tangentopoli esplosa nel 1992 con l’arresto di Mario Chiesa a Milano, aderire al vero partito di maggioranza che è diventato quello delle astensioni? Beh, non ci penso neppure.

            A costo di apparire ingenuo, superato lo sgomento iniziale, sono invece tentato dalla volontà di giustificare in qualche modo sia Draghi sia Cartabia con le ragioni superiori della lotta alla pandemia e delle altre emergenze per fronteggiare le quali è stato formato l’attuale governo. Penso allo scrupolo, forse anche incoraggiato dietro le quinte dal presidente della Repubblica ormai in semestre cosiddetto bianco,, senza possibilità di sciogliere le Camere, di evitare una crisi da irresponsabilità dei grillini. La cui esplosione finale si è forse preferito a Palazzo Chigi ritardare al momento in cui si potrà davvero tornare alle urne e farla finita con questa legislatura appesa dal primo momento agli umori e ai problemi tutti interni ad un movimento nato e cresciuto allo scopo, neppure tanto nascosto, di destabilizzare un sistema che già di suo era in notevole sofferenza.

            Mi piace pensare -magari illudendomi, ripeto, e facendo la figura dell’ingenuo- che Draghi e Cartabia abbiano voluto mettere in sicurezza quel poco della loro riforma -altro che la “schiforma” denunciata da Travaglio e contrastata da Conte nel suo rodaggio di presidente del MoVimento 5 Stelle designato, prima bocciato e poi recuperato da Grillo- e scommettere pure loro sui sei referendum sulla giustizia promossi da leghisti e radicali. Cui a questo punto, dopo l’adesione dei cinque consigli regionali previsti dalla Costituzione, non sarebbero più necessarie neppure le 500 mila firme anch’esse richieste dalla Costituzione. Più della metà delle quali comunque sono state già raccolte, a dimostrazione di quanto le prove referendarie siano condivise dall’opinione pubblica: tanto condivise quanto osteggiate dall’ala più militarizzata, diciamo così, della magistratura e dai partiti, correnti, giornali eccetera che la fiancheggiano.

Il cappio leghista a Montecitorio nel 1993

            Sono passati ormai troppi anni dal 1987 e successi troppo guai da allora, a scapito della Giustizia con la maiuscola, per pensare che possa ripetersi -magari con Draghi ancora a Palazzo Chigi e la Cartabia guardasigilli- ciò che accadde 34 anni fa, quando la responsabilità civile dei magistrati, per esempio, fu reclamata dalla stragrande maggioranza degli elettori referendari e sostanzialmente negata, dopo pochi mesi, in una legge che avrebbe dovuto semplicemente disciplinarla.

            Per non sbagliare o essere più semplicemente coerente con ciò che ho scritto, appena trasmesso questo articolo al Dubbio andrò a firmare, alla prima postazione più vicina a dove mi trovo, i moduli di tutti i referendum in cantiere. Dei quali non deploro ma apprezzo che si siano convinti gli stessi o gli eredi di quei leghisti che il 16 marzo 1993 si unirono ai forcaioli applaudendo o incoraggiando con risate il loro collega deputato Luca Leoni Orsenigo che ostentava un cappio nell’aula di Montecitorio.

Pubblicato sul Dubbio

L’amaro ripiegamento di Draghi e Cartabia per ritardare la dissoluzione grillina

Titolo del Riformista
Titolo del Foglio

            Magari fosse vero il titolo non strillato del Foglio in cui si riconosce a Draghi e al suo governo, compresi i quattro ministri grillini che alla fine sono tornati a votare a favore, di avere “archiviato Bonafede”, cioè la sua prescrizione praticamente abolita con l’esaurimento del giudizio di primo grado, e di avere “sventato il blitz di Conte”. Che è attaccato come un’ostrica a ciò che aveva permesso di fare al suo ministro della Giustizia nel 2019. Magari, ripeto, pur senza gridare con la gioia del Riformista per i “Cinque stelle allo sbando” che “alla fine cedono”. Ma non per questo smettono di sbandare.

La vignetta di Giannelli sul Corriere della Sera

            Se dovessi scegliere un titolo in cui riconoscermi di più dopo la nuova versione della prescrizione, o “improcedibilità”, uscita dalle trattative su quelli che dovevano essere “piccoli aggiustamenti tecnici”, tradotti  in tante, troppe licenze concesse ai processi senza fine per le assoluzioni in primo grado contestate dall’accusa,  mi fermerei a quello del manifesto. Nel cui orgoglio di sentirsi “quotidiano comunista” non mi riconosco per niente, naturalmente, ma di cui apprezzo la sagacia con la quale riesce spesso, molto spesso, a rappresentare in poche parole certe situazioni. Ebbene, quel “mistero della giustizia” stampato in prima pagina sulla foto del Consiglio dei Ministri lo trovo appropriato dopo i rospi che la titolare del Ministero di via Arenula, pur con la sua autorevolezza di presidente emerita della Corte Costituzionale, ha dovuto ingoiare. E ciò sino a lasciarsi guidare bendata, come l’ha immaginata Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera, nel “passo avanti” voluto, accettato e quant’altro dal presidente del Consiglio Mario Draghi.

            Quest’ultimo, sicuramente più attrezzato, con la sua storia professionale alle spalle, in materia finanziaria che giuridica, senza volere con questo avallare  l’accusa di  Marco Travaglio di essere solo un “figlio di papà”, peraltro orfano dall’età di 15 anni, ha ritenuto politicamente più utile tutelare la parte residua del testo originario delle modifiche del governo alla riforma del processo penale piuttosto che rischiare l’esplosione non più soltanto del movimento grillino quanto dell’intera maggioranza di emergenza: E ciò a pochi giorni dall’inizio del cosiddette semestre bianco, in cui Mattarella in scadenza di mandato perde la possibilità di fronteggiare una crisi di governo rimandando gli elettori alle urne. Non escludo neppure che Draghi abbia fatto la sua scomoda scelta confortato dal parere del capo dello Stato.

Diagnosi di Travaglio
Editoriale del Fatto Quotidiano

            Se tutto questo fosse vero, anche con l’effetto di sentir gridare Alessandro Di Battista dalla Bolivia, o dove diavolo si trova, che la riforma targata Draghi e Cartabia era un quintale di cacca -lui, in verità, ha usato una parola più consona alla propria cultura- e rimane tale per un’ottantina di chili; o con l’effetto altrettanto sgradevole di vedere chiamare da Travaglio “Scartabia”, come “schiforma” il suo originario progetto, la ministra della Giustizia ordinandone il ritorno a casa, altro che l’elezione al Quirinale; se tutto questo -ripeto, fosse vero, potremmo consolarci solo all’idea che fortunatamente sono e restano sul tappeto i sei referendum sulla giustizia promossi da leghisti e radicali. Per i quali sono state già raccolte più di 250 mila delle 500 mila neppure più necessarie dopo l’adesione già arrivate da cinque consigli regionali. Con essi potremmo davvero chiudere l’anno prossimo la partita ingaggiata da una minoranza agguerrita di toghe contro la democrazia e la Costituzione. Che quando reclama la “ragionevole durata” perla del processo, in assoluto e al singolare, non solo di quelli che di volta in volta la politica in senso lato considera degni di una simile tutela.  

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

L’ultimo miglio della prescrizione breve, o finta, del grillino Alfonso Bonafede

Titolo del Riformista

            L’ultimo miglio del percorso carcerario dei condannati a morte negli Stati Uniti almeno una volta era verde, dal colore del pavimento che ispirò nel 1999 un celebre film. L’ultimo miglio del percorso della prescrizione breve introdotta nel 2019 dal primo governo di Giuseppe Conte, e in vigore dal primo gennaio dell’anno scorso, in forza della quale i processi in appello e in Cassazione potrebbero durare all’infinito, meriterebbe il colore dell’umore del presidente del Consiglio Mario Draghi: tanto nero che da Palazzo Chigi sono partite telefonate d’insofferenza a tutti i leader, esperti di partiti e quant’altri, invitati a farla finita col cosiddetto gioco al rialzo. In forza del quale ad ogni concessione che ottiene un partito c’è n’è un’altra, ritorsiva o compensativa, reclamata dal vicino o dal dirimpettaio al tavolo, reale o metaforico, della maggioranza.

  Più giorni sono passati da quando il Consiglio dei Ministri varò all’unanimità le modifiche alla riforma del processo penale per stabilire a tre anni la durata massima dei passaggi in appello e a diciotto mesi quella dei passaggi in Cassazione, pena la cosiddetta “improcedibilità” escogitata dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia, più si è allungata la lista dei reati d’eccezione, chiamiamoli cosi: quelli che per la loro gravità andrebbero esonerati dalla improcedibilità, appunto, e lasciati appesi a vita al collo dell’imputato di turno.

Giulia Bongiorno

L’ultimo invocato in coda a questa lista è il reato di stupro, reclamato dalla senatrice leghista Giulia Bongiorno. Che solo per caso, per carità, difende la giovane che ha denunciato per violenza sessuale Ciro Grillo, il figlio del fondatore, elevato e quant’altro del MoVimento 5 Stelle. Che nelle trattative sulla riforma -o “schiforma”, come la chiamano al Fatto Quotidiano– della prescrizione brevissima targata Adolfo Bonafede, l’ex ministro grillino della Giustizia, è rappresentata da Giuseppe Conte nella veste singolarissima di potenziale presidente della “comunità”, come lui chiama la formazione che lo  mandò tre anni fa a Palazzo Chigi da non iscritto, quale peraltro è tuttora.

Anche a Conte deve essere arrivata dai suoi ex uffici di presidente del Consiglio, forse dallo stesso Draghi in persona, una telefonata di sollecito a chiudere un negoziato che doveva durare pochi giorni, se non poche ore dopo quella seduta del Consiglio dei Ministri, e riguardare “aggiustamenti tecnici”, non di più, al cosiddetto impianto della riforma del processo penale all’esame della Camera.

Editoriale di Marco Travaglio
Titolo del Fatto Quotidiano

A Conte tuttavia sono arrivate contemporaneamente pressioni di segno opposto, fra le quali si distinguono almeno per vivacità di espressioni quelle del Fatto Quotidiano. Che Stefano Folli su Repubblica indica abitualmente come “il giornale ufficioso” proprio dell’ex presidente del Consiglio. Giornale o un po’ anche Bibbia, visto che non si limita a rappresentarne pensiero, umori e quant’altro ma spesso li anticipa o li attribuisce all’interessato? Oggi, per esempio, “giorno della verità”, secondo il manifesto, per la riforma del processo penale e dintorni, Il Fatto Quotidiano in un titolo di prima pagina ha liquidato come “briciole” le concessioni strappate nella trattativa da Conte, fra le quali c’è pur l’esclusione della cosiddetta improcedibilità dei reati di terrorismo e di mafia, compreso quello evanescente di “concorso esterno”. “Delenda Cartabia”, è -testuale, in tanto di titolo dell’editoriale- l’ordine, la direttiva, l’attesa del direttore in persona del Fatto, Marco Travaglio.  

Anche i pranzi in foresteria con Mattarella nel “dossier” contro Cartabia al Colle

Dal Fatto Quotidiano del 26 luglio

In questa edizione ormai avviata della corsa al Quirinale, in prossimità del semestre ultimo e bianco del presidente della Repubblica in carica, è nato forse un nuovo genere di accertamento –l’animascopìa, chiamiamola  così- a carico dei candidati, non importa se veri o presunti, volontari o iscritti d’ufficio, uomini e donne questa volta più che in altre occasioni, perché più si è allungata la lista esclusivamente maschile degli inquilini dell’ex Palazzo dei Papi e dei Re, più è cresciuta l’attesa di un cambiamento finalmente di genere sul Colle più alto di Roma.

Tra le donne in corsa, ripeto, immaginaria o effettiva spicca sempre di più la figura della ex presidente, o presidente emerita, della Corte Costituzionale e ora guardasigilli Marta Cartabia. Che è favorita nella scalata quanto meno alle prime pagine dei giornali dal protagonismo guadagnatosi nello scontro sulla giustizia scoppiato dentro e fuori la maggioranza. 

Titolo di Domani
Titolo di Domani del 26 luglio

Il Fatto Quotidiano- col direttore Marco Travaglio che ci ha appena attribuito la colpa di avergli attribuito solo “panico” e non anche voglia di “vomito”-  non è più solo nella campagna contro la Cartabia. Lo rincorre adesso Domani, il giornale dell’ex editore di Repubblica Carlo De Benedetti, che lunedì ha esplorato culturalmente, socialmente, religiosamente e politicamente con un lungo, minuzioso articolo-referto di Giorgio Meletti , “l’enigma Cartabia”, secondo un titolo da copertina, o “la ministra che sogna il Quirinale”, nonostante le manchino qualità, condizioni e quant’altro necessario per arrivare davvero al traguardo.

Titolo di Domani

“L’ambiziosa ciellina” -dice un titolo che riassume presumibilmente concetti dell’autore dell’articolo e di chi lo ha, diciamo così, arredato nella confezione grafica- tenta di “imporsi definitivamente sulla politica italiana dopo una defilata carriera accademica” mista a “rapporti preziosi tessuti negli anni”. Ma, poveretta, “non si rende conto che la militanza nei partiti si inizia a fare da giovani e che il sistema italiano non sia pronto a spalancare le porte a creature aliene che girano senza targa riconoscibile”.

A parte la bizzarria di quel congiuntivo, temo per l’esploratore che egli si sia fermato un po’ ad una politica molto datata, quando in effetti le targhe contavano molto più di adesso per raggiungere certe posizioni. Non mi pare, per esempio, che ne avesse una ben “riconoscibile” Carlo Azeglio Ciampi quando arrivò, per giunta neppure giovane ma già anziano, al Quirinale succedendo a Oscar Luigi Scalfaro e precedendo Giorgio Napolitano, le cui targhe invece erano addirittura fosforescenti. Non parliamo poi di Palazzo Chigi, dove Mario Draghi è arrivato proprio e grazie alla mancanza di una targa partitica. E, solo se volesse, potrebbe facilmente succedere a Mattarella facendo drizzare i capelli a Romano Prodi, appena spesosi nell’auspicio che egli rimanga alla guida del governo almeno sino alle elezioni ordinarie del 2023.

La consistente parte religiosa dell’esplorazione o animascopia della Cartabia evoca Comunione e Liberazione, di cui il marito della guardasigilli è stato anche tesoriere, e la frequentazione dei cui raduni le avrebbe procurato nel 2011 il “jolly pazzesco” di un incontro con l’allora presidente della Repubblica Napolitano, e la successiva, quasi immediata nomina alla Corte Costituzionale. Vi sarebbe tuttavia in lei anche un po’ della “parte ipocrita del gesuitismo” non affrancato evidentemente dall’arrivo del gesuita Jeorge Mario Bergoglio al vertice della Chiesa.

Giorgio Meletti su Domani

Da giudice costituzionale un altro “jolly pazzesco” della Cartabia, per restare all’immagine del suo incontro a Rimini con Napolitano, sarebbe stato l’incontro alla Corte Costituzionale col collega Sergio Mattarella. Dal quale sarebbe stata “invitata spesso a pranzo nella foresteria della Consulta” guadagnandosene a tal punto, evidentemente, la stima e la simpatia da trovarsi già nell’estate del 2019 nelle cronache giornalistiche tra i possibili successori di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, dopo la rottura dell’intesa di governo fra i grillini e i leghisti. Ma quel diavolo di Conte riuscì a farsi confermare da Mattarella alla testa di una combinazione politica pur di segno opposto. E alla Cartabia, salita alla fine di quell’anno alla presidenza della Corte Costituzionale, non restò che attendere un’altra occasione per passare all’avventura politica. Essa è arrivata nello scorso mese di febbraio con la nomina a ministra della Giustizia nel governo di Mario Draghi, di tendenza gesuitica pure lui avendo studiato in una loro scuola a Roma.

Ciò che non torna nella ricostruzione della storia e persino dell’anima della Cartabia sul giornale di Carlo De Benedetti è l’accusa rivoltele di non voler “fare mai una scelta”, neppure nello “scontro sulla giustizia” in corso. Il che è francamente un ossimoro perché in questo scontro  da una parte si è trovata la guardasigilli, sostenuta da Draghi,  e dall’altra un’associazione di fatto tra Giuseppe Conte, i grillini che più si riconoscono in lui e i magistrati che accusano  la Cartabia di avere escogitato non il “colpo di genio” della “improcedibilità”, attribuitole da Carlo Nordio  per vanificare l’abolizione della prescrizione, ma una “schiforma”, come la chiamano al Fatto Quotidiano. Essa renderebbe impunibili corrotti e mafiosi con processi in appello e in Cassazione dai tempi troppo stretti -rispettivamente di 3 anni e di 18 mesi- per essere rispettati. Alla faccia della “non scelta”, verrebbe da dire dissentendo naturalmente dagli attacchi alla ministra. Che paradossalmente finirebbe tuttavia per avallarli se veramente accettasse, col capo mezzo cosparso di cenere immaginato da Travaglio,  di escludere dalla sua “improcedibilità” e  lasciare a vita gli imputati, per esempio, di reati controversi ed evanescenti come il concorso esterno in associazione mafiosa.

Pubblicato sul Dubbio

Più che sul processo penale, si tratta ormai sulla sorte pentastellare di Conte

            Sono quanto meno incerte le notizie sulle trattative nella maggioranza per la riforma del processo penale: processo a rischio di ghigliottina -secondo la rappresentazione della vignetta di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera- se in appello non si arriva a sentenza dai due ai tre anni, secondo i reati, e in Cassazione dai 12 ai 18 mesi. Così prevedono le modifiche messe a punto dal Consiglio dei Ministri una ventina di giorni fa e contestate dai grillini, per quanto i loro ministri le avessero approvate concorrendo ad un voto unanime.

Marta Cartabia

            Secondo le informazioni di alcuni giornali, fra i quali Il Dubbio, si sarebbe arrivati ad un accordo dietro le quinte della Commissione Giustizia della Camera, dove il provvedimento è rimasto per un’altra settimana dopo il rinvio dell’approdo nell’aula di Montecitorio originariamente fissato per il 23 luglio. L’intesa consisterebbe nel mettere al riparo dalla ghigliottina, che sarebbe la “improcedibilità” coniata dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia, tutti i reati in qualche modo configurabili come terrorismo e mafia, compresi quelli di cosiddetto e controverso concorso esterno in associazione mafiosa o quelli comuni per i quali l’accusa chiede però l’aggravante mafiosa. Ciò avvenne a Roma, si ricorderà, per la cosiddetta “Mafia capitale”. Che fu negata poi dai giudici nelle sentenze, limitate alla criminalità comune.

Titolo del Mattino
Titolo di Repubblica

            Secondo altri giornali -anche per effetto delle modifiche di carattere in qualche modo ritorsivo annunciate dalle componenti di centrodestra della maggioranza su più versanti, come quello dell’abuso d’ufficio contestato ai sindaci con tale frequenza, e arbitrarietà, da paralizzare le amministrazioni locali- si sarebbe ancora nel “pantano”, come ha titolato la Repubblica, o appesi “a un filo”, secondo Il Mattino. Altri giornali per non sbagliare hanno escluso l’argomento delle prime pagine. Di scrupoli non se n’è posti invece il Consiglio Superiore della Magistratura, dove la sesta commissione ha in tutta fretta aggiornato il suo parere estendendolo dalla improcedibilità a tutto il provvedimento per farne discutere nel plenum già domani. Sarà un esame non si sa se più in concorrenza o in coincidenza con la Commissione Giustizia della Camera, senza quindi potere materialmente conoscere il testo destinato all’aula di Montecitorio.

Giuseppe Conte

            A parte i pur rilevanti aspetti “tecnici”, come vengono spesso con troppa disinvoltura definiti da chi cerca di ridurne l’impatto politico, di tutta la vicenda delle trattative apertesi nella maggioranza sulle modifiche originariamente predisposte all’unanimità dal Consiglio dei Ministri, con tanto di prenotazione della cosiddetta questione di fiducia per blindarne l’esame in aula alla Camera, si è fatto sempre più forte il sospetto che sia diventata centrale una questione estranea al merito della riforma del processo penale. E’ la sorte della leadership allo stato ancora virtuale di Giuseppe Conte nel MoVimento 5 Stelle: una leadership condizionata dalla capacità del professore e avvocato di strappare agli interlocutori Mario Draghi e Marta Cartabia modifiche digeribili della maggioranza dei turbolenti parlamentari grillini.  

Più che il futuro del processo penale, sembra insomma in gioco il futuro di Conte nel MoVimento che dovrebbe eleggerlo digitalmente presidente, accano o sotto -si vedrà solo nei fatti- al fondatore, garante e quant’altro Beppe Grillo. Così è se vi pare, direbbe agli scettici la buonanima di Luigi Pirandello.

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Oddio, Travaglio insulta Draghi non avendo forse tutti i torti…

Titolo di Libero

            Non sono naturalmente un tifoso di Marco Travaglio, pur seguendone per mestiere le prestazioni sul Fatto Quotidiano che dirige pensando di pilotare al tempo stesso il MoVimento 5 Stelle. Il cui garante, fondatore, elevato eccetera eccetera si ostina invece ad allevare altri alla guida politica: prima Luigi Di Maio, sottrattosi al compito strappandosi la cravatta dal collo, e poi Giuseppe Conte, prima bocciato e poi riabilitato davanti ad una spigola a Marina di Bibbona. Eppure mi sorprende l’indignazione che Travaglio è riuscito a provocare con l’ultima che ha detto e fatto, abusando dell’ospitalità offertagli alla festa bolognese  del partitino di Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza ed altri usciti dal Pd all’epoca della segreteria di Matteo Renzi. Qui, ridendo a squarciagola di se stesso, come compiaciuto di quel che diceva, ha dato a Mario Draghi, orfano dall’età di 15 anni, del “figlio di papà” che “non capisce un cazzo” , testualmente, di tutto ciò che non è finanza, ma di cui deve occuparsi come presidente del Consiglio.  “Figlio di…” puttana, gli ha praticamente replicato Alessandro Sallusti dalla tribuna di Libero che dirige dopo avere lasciato il Giornale della famiglia Berlusconi.

Titolo della Verità

            Più pacatamente, una volta tanto, Maurizio Belpietro ha contestato dalla guida della Verità a Travaglio di avere “insultato Draghi” e “inguaiato Speranza”, che gli è ministro della Salute ed è già inguaiato parecchio di suo con la pandemia che ci ha dichiarato una guerra peggiore di quelle con tanto di bombe, carri armati, missili e quant’altro di cui sono piene le pagine dei libri di storia e le cronache militari e terroristiche dei nostri tempi.

Giuliano Ferrara sul Foglio
Titolo del Foglio

            Ancora più pacatamente ma perfidamente sul piano anche dello stile giornalistico Giuliano Ferrara sul Foglio, firmandosi una volta tanto con nome e cognome e lasciando riposare l’elefantino rosso, ha paragonato quello lanciato da Travaglio a Draghi a “un rutto” e declassato la scuola che tanto spesso lo stesso Travaglio si vanta di avere frequentato professionalmente alla “feccia del montanellismo, quello dell’attacco alle mestruazioni di Rossana Rossanda, mentre il brio e la verve del Montanelli migliore non sempre sono alla sua portata”. E posso ben testimoniarlo, avendo avuto anch’io la possibilità di frequentare quella scuola, uscendone volontariamente nel 1983 per un civilissimo e banalissimo dissenso politico, non perché licenziato, come poi mi capitò di leggere su un libro proprio di Travaglio.

Travaglio sul Fatto Quotidiano
Titolo del Corriere della Sera

            La sorpresa, se non l’indignazione, che avverto di fronte all’ultima, ma forse già penultima del direttore del Fatto Quotidiano sta negli argomenti che la sua vittima, chiamiamola così, gli sta offrendo se sono vere le anticipazioni di stampa che attribuiscono a Draghi, ma anche alla ministra della Giustizia Marta Cartabia -da Repubblica al Corriere della Sera- la decisione di concedere a Conte e alla parte dei grillini da lui rappresentata l’esclusione di tutti i reati di mafia, compreso quello anomalo ed evanescente del concorso esterno in associazione, dalla “improcedibilità” dopo tre anni di processo in appello e diciotto mesi di processo in Cassazione. E’ una cosa, questa, che ha permesso a Travaglio di scrivere oggi -e giustamente, almeno dal suo punto di vista- che “solo ora lui e la Cartabia scoprono cosa c’è scritto nella loro riforma”: riforma del processo penale anch’essa tra virgolette, che il direttore del Foglio dal primo momento ha chiamato “schiforma”, secondo me a torto. Ma non potevo pensare di poter essere smentito proprio da Draghi, e dalla Cartabia.

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