Pur con tutta la simpatia che merita per la sua moderazione in una sinistra mediatica e politica generalmente poco moderata nelle sue pratiche e ambizioni, per cui l’erba del centro nel suo campo non riesce a superare lo stato di cespugli, temo che Antonio Polito si sia lasciata prendere troppo la mano nella descrizione del fenomeno che sarebbe riuscito a diventare da solo Luigi Di Maio nella sua seconda o terza vita. Che è quella di una specie di ambasciatore o plenipotenziario dell’Unione Europea nel Golfo Persico ribollente di guerre e di tregue troppo fragili.
L’ex vice presidente pentastellato della Camera e del Consiglio, nonché ex ministro, persino degli Esteri nel governo di Mario Draghi, si è guadagnato gli elogi di Polito per avere saputo riconoscere i suoi errori di presunzione e populismo in una intervista autobiografica. E aver saputo ripartire da solo -ripeto- da quel misero 0,6 per cento dei voti raccolto dopo avere rotto con Giuseppe Conte e il dimezzato movimento 5 Stelle. E’ quel “da solo” che non condivido del racconto e dell’analisi di Polito. Che ha il torto di ignorare l’aiuto che Di Maio ha ricevuto da Draghi per rimanere incredibilmente in carriera, addirittura internazionale, dopo quel risultato da prefisso telefonico, davvero. raccolto nelle elezioni del 2022 nel suo territorio.
La pratica di Luigi Di Maio a Bruxelles per il Golfo Persico fu avviata da Mario Draghi ancora a Palazzo Chigi e poi sostenuta dall’ex premier da casa, grazie ai rapporti internazionali costruiti già prima di diventare capo del governo italiano. Rapporti, direi, non solo internazionali ma anche domestici, avendo Giorgia Meloni, succedutagli a Palazzo Chigi, assecondato l’iniziativa di Draghi per ragioni, credo, più di garbo e rispetto per lui che di convinzione. Ragioni che altri a sinistra non avrebbero, temo, saputo e voluto avvertire.
Nella sua seconda o terza vita, ripeto, dopo le bibite vendute allo stadio di Napoli e le avventure di partito e di governo procurategli da Beppe Grillo, peraltro tra risate e allusioni critiche, Di Maio gode della luce riflessa di Draghi, l’italiano forse più noto e apprezzato al mondo. Più ancora, credo, senza volergli mancare di rispetto, del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Al quale non fu permesso a Draghi di succedere, alla scadenza del primo mandato, per ragioni politiche di scarsa nobiltà, diciamo. Se c’era uno che meritava di salire così in alto era lui.
Pubblicato sul Dubbio