L’inchiostro… simpatico della corrispondenza forzista con Nordio

       I solleciti, compreso quello fatto dai nuovi capigruppo parlamentari di Forza Italia al Guardasigilli Carlo Nordio a riprendere o accelerare iniziative ordinarie di legge sulla giustizia dopo il fallimento referendario della riforma costituzionale della magistratura, hanno sempre, o generalmente, un aspetto critico. E’ nella parola stessa di sollecito la protesta, il lamento e quant’altro di un ritardo, di una scadenza non rispettata, di una distrazione, se non addirittura di una inadempienza cui rimediare.

       Non so se Carlo Nordio abbia avvertito in questo spirito, ripeto, critico la lettera ricevuta dall’onorevole Enrico Costa e dalla senatrice Stefania Craxi, in ordine alfabetico e di consistenza dei rispetti gruppi di Camera e Senato. La sua scontata disponibilità ad “andare avanti” è stata confermata, mi  sembra, con un po’ di fastidio essendo lui già impegnato in incontri e confronti con le parti interessate su provvedimenti già all’esame del Parlamento su prescrizione ed altro.

Mi chiedo anche come l’abbia presa la premier Giorgia Meloni, alla quale la corrispondenza non è stata neppure mandata in copia. Ed è pervenuta a mezzo stampa, come accade spesso sul piano giudiziario con i cosiddetti avvisi di garanzia o a comparire: celebre quello del 1994 all’allora premier Silvio Berlusconi per affari di corruzione mentre presiedeva a Napoli un convegno onusiano -da Onu- sulla lotta alla criminalità organizzata.

       Anche il ricordo, anzi il fantasma del compianto fondatore di Forza Italia si è affacciato alla finestra di questa iniziativa assunta dai capigruppo parlamentari del partito azzurro proiettandosi sulla riunione interpartitica della maggioranza chiesta  per non restringere il confronto, diciamo così, al solo ministro della Giustizia e a i rappresentanti forzisti.

       Ricordo da cronista la resistenza opposta nel 2022 da Silvio Berlusconi, appunto, dopo le elezioni politiche vinte dal centrodestra, alla volontà comunicatagli personalmente dalla presidente del Consiglio ancora incaricata di nominare ministro della Giustizia Carlo Nordio. Che la stessa Meloni aveva voluto qualche mese prima candidato di bandiera del suo partito al Quirinale nella successione, poi mancata, a Sergio Mattarella. Una successione alla quale aveva aspirato anche Berlusconi.

       Alle resistenze del Cavaliere alla nomina di Nordio, ex magistrato di grande notorietà, a ministro della Giustizia la Meloni reagì proponendo un incontro fra i due, svoltosi convivialmente alla presenza del solito Gianni Letta, per conoscersi meglio e giudicarsi vicendevolmente. L’esame, diciamo così, si concluse con la promozione del candidato.

       Mi chiedo se anche quella promozione è decaduta, diciamo così, prima con la morte di Berlusconi, avvenuta l’anno dopo, e poi con la bocciatura referendaria della riforma costituzionale della magistratura  approvata dalla prescritta maggioranza assoluta delle Camere anche in memoria del Cavaliere. Mi chiedo anche se, partita dopo l’incidente referendario col proposito dichiarato di “stringere i bulloni” del governo e della maggioranza, la premier non corra il rischio di vederseli allentare.

La corsa resistenziale all’odio e al turpiloquio, che ne è un accessorio

       Putin ha a Mosca il suo Vladymir (pure lui) Solovyev, che insulta gli avversari di turno, compresa la premier italiana Giorgia Meloni liquidata come puttana -testuale, in italiano- per la sua amicizia con l’ucraino Zelensky e il tradimento -testuale, ma in russo- compiuto nei riguardi del presidente americano Trump. Che dalla Casa Bianca ha ormai un rapporto speciale col Cremlino, dove si fa quel che può per proteggerne figure e iniziative.

       In Italia dobbiamo accontentarci di un vignettista, Riccardo Mannelli, che dalle prime pagine del Fatto Quotidiano, mancandogli ancora uno spazio sulla televisione pubblica di cui dispone a Mosca Solovyev, pratica il turpiloquio contro chi gli è antipatico. Qualche giorno fa egli ha praticamemte evocato il cazzo -scusatemi della parolaccia così esplicita- contro la premier Meloni in versione femminile del famoso marchese romano del Grillo. Oggi lo ha evocato come “gnazzo” sghignazzando contro il presidente del Senato Ignazio La Russa deciso a festeggiare domani la festa della liberazione ricordando anche i fascisti caduti di Salò. Dei quali non lui ma il presidente comunista o post-comunista della Camera Luciano Violante in passato aveva esortato, per spirito di pacificazione nazionale, a capire le ragioni nella pur suicida decisione di moire non per la Patria, con la maiuscola, ma per Hitler e il suo ormai subordinato Mussolini.

       Gli 81 anni passati dal 25 aprile 1945, e gli ottanta dalla proclamazione della Repubblica, non sono bastati ad archiviare quella tragedia. Che rimane aperta nel cosiddetto dibattito politico, cioè nella lotta politica, solo per poterla ritorcere contro quella fascista in erba garbatelliana che sarebbe Giorgia Meloni, e quel fascista mummificato che sarebbe il presidente del Senato, seconda carica dello Stato eccetera eccetera.

       Per continuare a celebrare a loro modo la Resistenza, con la maiuscola d’obbligo, non si resiste da quelle parti alla coltivazione dell’odio e di quell’accessorio che è il turpiloquio.  

I rapporti di Barelli col Parlamento più facili di quelli con i Berlusconi

Paolo Barelli, romano, 72 anni da compiere a giugno, campione di nuoto e presidente tuttora della relativa federazione sportiva, pur avendo dovuto passare la delega a un suo vice, è stato appena chiamato al governo ad aiutare come sottosegretario il ministro dei rapporti col Parlamento Luca Ciriani. Che è obiettivamenteoberato di lavoro con tutto che accade fra Camera e Senato. Dove,  dietro la facciata solida dei voti di fiducia, si producono leggi o norme destinate a volte a durare qualche minuto, corrette da interventi immediati per superare le obbiezioni del capo dello Stato e fargli firmare le une e gli altri.

       Più dei rapporti col Parlamento il nuovo sottosegretario si è occupato tuttavia nella sua prima intervista -credo- dei rapporti con i figli del compianto Silvio Berlusconi, che lo volle due volte presidente del gruppo di Forza Italia a Montecitorio non immaginando presumibilmente che Marina o Per Silvio, o entrambi, avrebbero quanto meno contribuito a rimuoverlo. Nonostante si sappia bene quanto possa servire alla politica, specie quella italiana, chi sa nuotare bene.

       Con i figli di Berlusconi -ha precisato Barelli parlandone al Corriere della Sera- non ho rapporti personali”, come si è ben capito dati fatti avvenuti. “E non esprimo giudizi”, ha aggiunto lasciandone sospettare di ottimi, buoni, cattivi e pessimi, secondo la fantasia e gli interessi degli osservatori. “Così come penso non ne esprimano loro su di me -ha auspicato- se non per riconoscere il mio impegno di servitore del partito”. E gerarchicamente sottoposto al segretario Antonio Tajani, pur nella familiarità sopraggiunta all’amicizia per un matrimonio fra due figli dei due.  

       Già Barelli si era spinto un po’ oltre la mancanza di giudizi sui figli di Berlusconi, e amici, consulenti e quant’altro, attribuendo la sua disavventura da capogruppo all’anomalia di un partito governato di fuori e non di dentro. Ma poi ha completato giudizio e analisi di situazioni e persone immergendo Forza Italia nello sport, più che nella politica, con quel nome in effetti più da stadio che da altro. “Come nello sport ci sono i tifosi che vorrebbero che la loro squadra, il loro partito, facesse di più”, ha detto il sottosegretario fresco di giuramento a Palazzo Chgi.  Tifosi, quindi, andrebbero considerati figli e simili del compianto Berlusconi, non proprietari come vengono generalmente rappresentati anche per le chiavi che hanno della cassa e della sopravvivenza, con tutti quei debiti garantiti dalle fideiussioni lasciate in eredità dal fondatore.

       Questa anomalia di Forza Italia, il secondo o terzo partito della coalizione governativa di centrodestra, pone, o dovrebbe porre, naturalmente problemi anche alla premier Giorgia Meloni. Che non ne fa virtuosamente parola, forse per non aggravare la posizione del suo imbarazzato vice Tajani, ma ne deve tenere conto per quel “realismo” che ha saputo dimostrare governando, e di cui anche alcuni avversari le riconoscono il merito, o la furbizia. Un problema in più, per la premier, nel percorso finale della legislatura già pieno di ostacoli, di casa e fuori, interni e internazionali.

Pubblicato sul Dubbio

Peggio del punto dell’abate Martin per l’Italia nell’Unione europea

       Se per un punto l’abate Martin perse notoriamente la cappa, per un decimo di punto l’Italia ha perso l’uscita dalla cosiddetta procedura d’infrazione, e dai suoi inconvenienti contabili e sociali nella partecipazione all’Unione europea. Quel 3,1 per cento di deficit rispetto al pil, anziché  il 3, ha fatto naturalmente esultare le opposizioni di ogni grado e colore, già troppo euforiche -per ammissione anche di alcuni esponenti della sinistra- per la vittoria referendaria del no alla riforma costituzionale della magistratura.

       Lo spettacolo mi sembra deprimente anche per l’Europa, le cui regole – una colta definite “stupide” anche da un presidente peraltro italiano della Commissione di Bruxelles- sono paradossalmente la prima ragione della sua crisi. E ciò  in un mondo messo peggio del vecchio continente, fra guerre, tregue finte, penultimatum e blocchi concorrenti, iraniano e americano, di quella vena giugulare del petrolio e altro che è lo stretto di Hormuz disseminato di mine.

       Fa sorridere, o ridere, quella specie di sfida levatasi dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti prospettando la possibilità di farcela “da soli”, come altri nelle nostre condizioni, o peggiori, ma in un contesto politico e parlamentare in cui si passa da una fiducia all’altra, fra la Camera e il Senato, per approvare leggi come la conversione di un decreto sulla sicurezza che il capo dello Stato è intenzionato a firmare, ai limiti della decadenza, solo insieme ad un altro che lo corregge.  Da deprimente lo spettacolo diventa surreale.

       In una situazione del genere, vedendo a cosa e come si è ridotta l’Unione europea concepita con altri obbiettivi e per altre prospettive, che sta decimando anche il nostro ormai ex principale alleato d’oltre Atlantico vicino praticamente più a Putin che a noi, e agli ucraini, lasciatemi cedere alla tentazione del qualunquismo, sovranismo, antieuropeismo  eccetera eccetera, riconoscendomi nello sfogo di Libero, e del suo direttore Mario Sechi, con il quale non a caso collaboro, contro “il patto” di stabilità europeo che “ha rotto” e “il cappio di Bruxelles” che “rischia di soffocarci”. Al diavolo l’ipocrisia,

Benvenuti sulla giostra infernale dei pasticci politici e mediatici

       Di sicuro il decreto in corso di conversione in legge alla Camera nel testo modificato e approvato al Senato per evitarne la decadenza fra tre giorni, nella festa della liberazione, ha soltanto il nome. O il titolo assegnatogli dal governo e dai giornali. Più che un decreto di sicurezza esso è diventato un pasticcio, di cui la premier Giorgia Meloni ha quasi rivendicato paradossalmente il merito, e la maternità, polemizzando a distanza col presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che invece, condividendo le critiche formulate sul punto dalle opposizioni, dagli avvocati e dai magistrati, ha eccepito sulla modifica del Senato con la quale è stato istituito praticamente un premio sotto forma di compenso, di seicento euro e rotti, all’avvocato che riesce a fare rimpatriare volontariamente l’immigrato clandestino affidato al suo patrocinio, che è peraltro garantito dallo Stato.

       Al pasticcio avvertito anche dal presidente della Repubblica, che dietro le quinte ha posto il problema al governo e alle Camere, la premier per quieto vivere istituzionale, diciamo così, ha accettato di porre rimedio con un altro decreto legge, di immediata applicazione su cui stanno trafficando, sempre dietro le quinte, gli uffici governativi, quirinalizi e parlamentari. Si vedrà in quali termini precisi.

       Nonostante questa sequenza di fatti, diciamo così, sicuri raccontati da cronisti e retroscenisti, la premier si è guadagnata oggi sulla prima pagina del Fatto Quotidiano una vignetta di Riccardo Mannelli che le fa dire, in romanesco stretto e con una smorfia garbatelliana: “faccio quer cazzo che me pare a me…. .punto”. E’ la satira, bellezza, si potrebbe dire scimmiottando le parole sulla stampa di Hunfrey Bogart nei panni di un giornalista a Casablanca nel famoso film del 1952 titolato “l’ultima minaccia”.

       Leggi, abitudini e quant’altro della satira obbligano la Meloni non dico a condividere, perché sarebbe troppo, ma a subire in rigoroso silenzio, anzi rispetto, l’insulto di quella vignetta. A Mosca invece la premier ha subito altri insulti, da un conduttore televisore di fede e pratica putiniana, chiamato Vladimir come il despota di turno al Cremlino, per i quali ha ricevuto la solidarietà generale, in Italia e all’estero, perché non coperti dalla satira. Insulti come: puttana, carogna fascista, vergogna della razza umana, traditrice.

       Traditrice, ripeto, del presidente americano Donald Trump continuando a sostenere gli ucraini nella guerra di difesa dall’invasione russa, scaricati invece dall’inquilino della Casa Bianca dopo le “demenziali” scelte opposte del predecessore Joe Biden, e negando l’appoggio reclamato da Trump alla guerra all’Iran. Che dovrebbe quindi essere considerata, nel pensiero del conduttore televisivo russo, condivisa da Putin al di là delle condanne che esprime in pubblico. E sul campo con forniture militari e quant’altro.

       Di fronte a questo groviglio di pasticci viene semplicemente voglia di non leggere i giornali , di non vedere la televisione e di non sentire la radio. Un ritorno silenzioso, volontario all’età della pietra che tanto piace, del resto, sia Trump alla Casa Bianca, sia a Putin al Cremlino, forti delle loro armi nucleari e smaniosi di usarle, si ha spesso la sgradevolissima sensazione.

Ripreso da http://www.startmag.it 

Strappo tra Confalonieri e Gianni Letta su Forza Italia di famiglia

In assenza di smentite, precisazioni e quant’altro – o in presenza di altri indizi come una protesta levatasi dal fedelissimo Paolo Del Debbio, da lui personalmente assunto o voluto più di una trentina d’anni fa nell’allora Fininvest- si può considerare  attendibile il malumore attribuito dal Fatto Quotidiano a Fedele Confalonieri per l’incontro recente a Cologno Monzese, nella sede  di Mediaset, tra il vice presidente del Consiglio, ministro degli Esteri e segretario di Forza Italia Antonio Tajani e il vertice aziendale allargato a Gianni Letta. Che fa un po’ parte anche lui dell’eredità di Silvio Berlusconi, essendone stato sottosegretario principale al governo, che vale più di un ministro, consigliere, ambasciatore, amico.

Quell’incontro proprio per essersi concluso con la conferma della “fiducia” a Tajani nel contesto di sollecitazioni a cambiamenti nel partito si è ancora di più prestato ad una rappresentazione poco rassicurante della posizione del segretario di Forza Italia. Che appare governata più “dall’esterno” che dall’interno, come ha lamentato dopo qualche giorno Paolo Barelli, consuocero peraltro di Tajani, lasciando disciplinatamente la presidenza del gruppo della Camera a Enrico Costa e negoziando un ingresso compensativo nel governo.

Confalonieri avrebbe manifestato anche per iscritto il suo dissenso, esteso anche all’ipotesi, secondo il giornale di Marco Travaglio, di una discesa esplicita e piena nel campo della politica, sulle orme del padre, di uno o entrambi i figli maggiori del compianto Cavaliere, Marina e Pier Silvio. Ne erediterebbero anche i problemi o gli effetti collaterali, negativi secondo il vecchio amico di Berlusconi su ogni piano, compreso quello giudiziario, oltre che imprenditoriale per i cosiddetti conflitti di interessi.

Sul fatto che l’incontro fosse stato organizzato nella sede di Mediaset ha tenuto da ridire, ospite del salotto televisivo di Lilli Gruber, anche Letizia Moratti pur difendendo e condividendo l’interesse della famiglia Berlusconi alla salute politica e mediatica, oltre che economica, del partito azzurro.

Come se non bastassero queste riserve e polemiche, altre potrebbero sopraggiungere a un lungo retroscena di Francesco Verderami, sul Corriere della Sera, riguardante umori, progetti e quant’altro di Gianni Letta. Di cui si è colta, riferita persino auspicata   la predisposizione ad un pareggio elettorale l’anno prossimo, fra centrodestra e centrosinistra, con la conseguente opportunità o necessità di immaginare nuovi scenari. E ciò anche in riferimento alla  ormai vicina scadenza, dopo meno di due anni dal rinnovo del Camere,, del secondo ed ultimo mandato presidenziale di Sergio Mattarella al Quirinale.

Chi meglio del pur novantunenne Gianni Letta potrebbe muoversi, lavorare, tessere rapporti, ispirare e quant’altro, si è praticamente chiesto Verderami? E non solo lui, credo, leggendolo.  Forse pure la prevedibilmente contrariata Giorgia Meloni, che intanto può consolarsi con la solidarietà ricevuta in Parlamento dalla segretaria del Pd Elly Schlein dopo la polemica col presidente americano Donald Trump. Una polemica alla quale la premier non ha potuto sottrarsi per difendere dagli attacchi di Trump il Papa, americano pure lui.

Pubblicato sul Dubbio

Il solito Prodi fra rimpianti e moniti agli oppositori della Meloni

       Il 21 aprile, cioè domani, non sarà il solo il 2.769.mo compleanno di Roma, fondata nel 743 avanti Cristo. Sarà anche -ma soprattutto per Romano Prodi e tuttora amici e ammiratori- il 30.mo anniversario, tondo tondo, della vittoria elettorale dell’Ulivo, simbolo della prima coalizione di centrosinistra della seconda Repubblica, sul centrodestra di Silvio Berlusconi. Che aveva vinto due anni prima perdendo però rapidamente la sua maggioranza per l’abbandono di Umberto Bossi.  

       Vincere in quelle condizioni di divisione e naufragio dello schieramento opposto non era francamente difficile. Anche se Romano Prodi, incoronato capo dell’alternativa a Berlusconi da Massimo D’Alema, ha cercato ieri di far credere ai lettori della Stampa, in una intervista autocelebrativa, che l’impresa fosse invece quasi disperata. Egli sentiva all’inizio la sua come una semplice “barchetta”, diventata via via lungo la campagna elettorale “una flotta”, ma sempre di barchette. E venne la vittoria, secondo lui, per un’ondata di emozioni e partecipazione diffusasi fra la gente. Ondata che oggi -si è doluto l’ex premier- manca agli aspiranti all’alternativa al centrodestra di Giorgia Meloni, pur dopo la vittoria referendaria contro la riforma costituzionale della magistratura, perché non vi è ancora traccia di un loro programma comune. Vi sono invece troppi aspiranti a capeggiare la coalizione.

       Facciano tutti gli ambiziosi -ha praticamente detto e ammonito Prodi- quello che fece lui, imbastiscano cioè un programma per motivare gli elettori sulle cose concrete da fare o ottenere, e potranno anche loro aspirare a vincere.

       Nell’euforia del ricordo della sua avventura, assecondata dalla Stampa anche fotograficamente, Prodi si è dimenticato di dare il rilievo che merita ad una circostanza che è stata comune alle sue due esperienze a Palazzo Chigi: nel 1996, trent’anni fa, e nel 2006, dieci anni dopo, con l’Unione al posto dell’Ulivo un po’ rinsecchito. La circostanza è la breve durata di quei due governi. Il primo dei quali, come ha ricordato l’intervistatore di Prodi, Fabio Martini, pur essendo composto come ministri da “due ex premier, un ex governatore della Banca d’Italia, due futuri Capi dello Stato”, cadde in un anno e mezzo, sostituito da altri tre governi di breve durata presieduti due da D’Alema e uno da Giuliano Amato grazie all’aiuto di Francesco Cossiga e qualche profugo del centrodestra.

       Quel primo governo Prodi cadde non perché avesse governato male ma perché Fausto Bertinotti gli ritirò l’appoggio avendo perduto voti per strada o, peggio, temendo di perderne. Perché non potrebbe riaccadere all’eventuale successore di Meloni a capo di una coalizione di partiti tutti essenziali per la tenuta della maggioranza?

       Della caduta del secondo governo Prodi, nel 2008, fu responsabile Clemente Mastella, già del centrodestra, dimettendosi da ministro della Giustizia per essere finito con l’intera famiglia nel mirino della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetera. Ma anche perché la nascita del Pd, in cui erano confluiti post-comunisti, post-democristiani e cespugli vari a vocazione “maggioritaria”, come diceva il primo segretario Walter Veltroni, comportava il rischio alle elezioni successive che i 500 mila voti di Mastella in Campania non fossero più decisivi per la maggioranza. Fu un’altra crisi per inadempienze non programmatiche ma umorali. Sempre possibili, anche oggi e domani.    

Ripreso da http://www.startmag.it     

La prodigiosa memoria di Giuseppe Conte, che ancora ricorda le sue tre candeline…..

       Attenti, il presidente americano Donald Trump non è il solo politico che vanta un rapporto diretto con Dio, dal quale si sente protetto anche nelle sue guerre e tregue più o meno riuscite inseguendo il premio Nobel della pace. Gli fa buona compagnia in Italia l’amico “Giuseppi”, l’ex premier che ha appena raccontato ad Aldo Cazzullo, sul Corriere della Sera, di avere conosciuto da bambino Padre Pio e di averlo a lungo pregato dopo la morte, sino a quando non ha cambiato interlocutore rivolgendosi direttamente a Dio, appunto.

       La memoria dell’infanzia da parte di Conte è eccezionale. Ha raccontato all’intervistatore di quelle tre candeline -solo tre- spente avendo accanto i suoi genitori. Personalmente non riesco a rammentarmene neppure dieci.

       Se si ricorda bene da bambino, figuriamoci da giovane, quando per esempio Conte scoprì politicamente Ciriaco De Mita, il segretario più a sinistra che ebbe la Dc, sentendosi “molto vicino”. Ma poi cominciò a votare per i radicali di Marco Pannella, che stava a De Mita francamente come il cavolo e la merenda. Nel 2018, non prima, quando non certo casualmente divenne presidente del Consiglio su designazione del Movimento 5 Stelle, cominciò a votare per il partito di Beppe Grillo. Lo fece con tanta convinzione e ambizione da finire poi, notoriamente, per estromettere il fondatore, garante, elevato e quant’altro e prenderne il posto nel movimento. Una carriera relativamente fulminante, vivendo ora il 2026.

       Da presidente del Consiglio in due edizioni opposte, di destra con Matteo Salvini vice presidente e ministro dell’Interno e di sinistra con ministri del Pd anziché della Lega, Conte ha affinato tanto la già forte memoria infantile e adolescenziale da poter raccontare bene, come nessun altro potrebbe, la disavventura capitatagli di perdere Palazzo Chigi, pur avendovi lavorato meglio di tutti i suoi predecessori, secondo nella graduatoria di Marco Travaglio solo a Camillo Benso conte, pure lui, di Cavour. Che pure Palazzo Chigi, a Roma, non lo aveva mai visto dalla sua Torino e tanto meno sperimentato.

       A fargli perdere Palazzo Chigi -ha raccontato l’ex premier a Cazzullo- dopo avere strappato all’Unione Europea un bel po’ di miliardi dei quali ancora vivrebbe l’Italia, per quanto male amministrati dai successori, sarebbero stati quelli che noi chiamiamo comunemente e genericamente poteri forti, italiani e internazionali, meglio rappresentati da Mario Draghi. Che in effetti  lo sostituì, non spinto da Matteo Renzi, che se ne vantò e se ne vanta ancora sentendosi Mandrake, ma muovendosi di suo dietro le quinte e la falsa rappresentazione di un uomo stanco della lunga fatica di presidente della Banca Centrale Europea e desideroso solo di riposarsi.

       Richiesto di dare una prova, un indizio dei maneggi di Draghi, che lui poi avrebbe contributo a punire sbarrandogli la strada del Quirinale alla scadenza del primo mandato di Sergio Mattarella, l’astuto, enigmatico Conte ha risposto suggerendo di rivolgersi a Massimo D’Alema. Dal quale egli avrebbe appreso appunto di quei maneggi. Chissà se l’ex premier, pure lui, il primo e sinora unico post-comunista salito alla guida di un governo in Italia, avrà mai la voglia e l’occasione di raccontare i fatti anche a noi…..

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Roberto Scarpinato si scopre adesso prigioniero della politica

Roberto Scarpinato, 74 anni, già procuratore generale a Palermo, ora senatore della Repubblica a 5 Stelle e membro della commissione parlamentare antimafia, che si trova ad occuparsi anche di lui per il ruolo svolto negli anni Novanta nella gestione di un’indagine, dossier e quant’altro su mafia e appalti, è inconsapevolmente prigioniero della politica. Alla quale è passato, da ex magistrato, il più scortato d’Italia quando indossava la toga, accettando la candidatura alla Camera offertagli personalmente e orgogliosamente dall’ex premier Giuseppe Conte, presidente del movimento che fu di Beppe Grillo.

       E’ stata una scelta, quella politica di Scarpinato, che ha finito per farlo partecipare ad una pratica che ora, provata un po’ sulla sua pelle, egli deplora vigorosamente, come nel suo stile, sentendosi inquisito e persino processato, in una sovrapposizione e confusione di funzioni, per la sua passata attività di magistrato.

       Forse anche per questo, e non solo per il clima sopraggiunto alla vittoria referendaria, il mese scorso, della riforma costituzionale della magistratura, Scarpinato ha recentemente auspicato, scrivendone sul Fatto Quotidiano, l’autoscioglimento della commissione parlamentare antimafia presieduta dalla sorella d’Italia Chiara Colosimo. O il suo blocco, la sua volontaria rinuncia al lavoro assegnatole con tanto di legge, compreso quello proposto dalla premier Giorgia Meloni, parlandone in Parlamento, di occuparsi anche delle possibili infiltrazioni mafiose in tutti i partiti, compreso o a cominciare dal suo.   

       Si potrebbe anche concordare in linea di principio con Scarpinato quando coglie la contraddizione, a dir poco, fra l’archiviazione giudiziaria chiesta dalla Procura della Repubblica di Caltanisetta di un’indagine riguardante anche il ruolo dell’allora procuratore generale di Palermo di un dossier dei Carabinieri su mafia e appalti, e la convinzione espressa davanti alla commissione parlamentare dal capo stesso di quella Procura che vi fosse stato un nesso fra quel dossier e le stragi che costarono la vita nel 1992 prima a Giovanni Falcone, a Capaci, e poi a Paolo Borsellino, sotto casa della madre.

       Ma un’inchiesta parlamentare, come dimostrano precedenti clamorosi, a cominciare dal delitto Moro, dal terrorismo e dalle stragi, ha di particolare proprio quello di non attenersi alle sole procedure e valutazioni giudiziarie.

       Per essere coerente con i dubbi e le proteste che esprime oggi, quando si è trovato -ripeto- a vivere in prima persona la realtà di un’inchiesta parlamentare, Scarpinato avrebbe dovuto quanto meno evitare di parteciparvi, o correrne solo il rischio entrando nella commissione che ora sembra entrargli stretta, quanto meno. Una commissione della quale fa parte come vice presidente anche il  collega deputato ed ex magistrato Federico Cafiero De Rhao. Pure lui, per diaboliche coincidenze, trovatosi ad occuparsi del suo stesso lavoro alla Procura Nazionale antimafia, dove si sono raccolti dossier e si sono trafficate notizie, prevalentemente a scapito di esponenti del centrodestra, che hanno fatto rizzare i capelli al capo della Procura di Perugia Raffaele Cantone quando vi ha lavorato sopra.

       La politica, lo so bene raccontandola da una vita, è una brutta bestia. Non è, come anche l’attività giudiziaria, un pranzo di gala, una gita fuori porta. Ancor meno lo sono, l’una e l’altra, quando si intrecciano e si sovrappongono, o confliggono. Ne converranno insieme, Scarpinato e De Rhao, senza limitarsi a festeggiare la prevalenza della magistratura sulla politica nel risultato del referendum svoltosi il mese scorso.

Pubblicato su Libero

Gli imprevisti di vivere sotto gli occhi e gli umori di Donald Trump

       Sono trascorsi 50 anni dalla morte di Mao e continua a riproporsi la sua leggendaria soddisfazione, da rivoluzionario, per la “grande confusione sotto il cielo”. Ma questa volta il rivoluzionario che gode non è in Cina ma negli Stati Uniti. Il cui presidente Donald Trump si traveste da Gesù, scomunica a suo modo il Papa peraltro connazionale, forse proprio per questo più indigesto, accorda e tronca amicizie, apre guerre e tregue come gli capita.

Trump avrebbe procurato vertigini anche a Mao. Ora le procura soprattutto agli alleati occidentali, come si sono chiamati per una ottantina d’anni nel mondo spartito a tavolino a Yalta dai vincitori della seconda guerra mondiale. Alleati ai quali il presidente americano ha dato lo sfratto, diffidandoli peraltro dal solo affacciarsi allo stretto di Hormuz, nel Golfo Persico, di cui aveva provocato la chiusura bombardando l’Iran ma che è appena riuscito a fare riaprire o addirittura allargare in cambio di chissà che cosa. Se ne occuperanno forse più storici che cronisti.  

       Poiché non si fidano abbastanza chiaramente degli umori imprevedibili di Trump, un bel po’ di ”volenterosi”  amici europei, interni e esterni all’omonima Unione, si sono incontrati a Parigi proponendosi di rendere la riapertura dello stretto di Hormuz stabile e sicura, sminandone le acque e presidiandolo con una missione certificata internazionalmente. Non l’avessero mai fatto, alimentando peraltro la fantasia di una versione nuova della Nato, ristretta all’Europa e non più “tigre di carta”, come l’ha ridotta Trump protestando in fondo contro se stesso. Il presidente americano ha ammonito gli “estranei” a tenersi alla larga dal terreno e dalle acque di cui si occupa lui.

       Le immagini giunte da Parigi anche alla Casa Bianca non debbono essere piaciute a Trump. Specie quelle dell’abbraccio fra il presidente francese Emmanuel Macron e la premier italiana Giorgia Meloni, che è mancato poco non cadesse a terra per l’allegria procuratale da qualche battuta dell’amico ritrovato. Che poi, aggravando probabilmente gli umori di Trump, ha posato per la foto ufficiale con l’ospite, all’Eliseo, strizzando l’occhio destro.  Entrambi peraltro hanno assaporato, prima lui e poi lei, l’ebbrezza di scontri pubblici col presidente americano. Che potrebbe ripetere con la Meloni il trattamento riservato a Macron quando rivelò il contenuto di alcune conversazioni precedenti per dargli praticamente del falso, doppiogiochista, traditore e simili.

       Certo, è dura la fatica di vivere in un mondo e con interlocutori del genere. Ma non se ne può fare a meno, purtroppo. E bisogna cercare di sopravvivervi, evitando di essere riportati all’”età della pietra” come un Iran qualsiasi.

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