La Schlein manca alla Camera gli applausi dei pentastellati

       La sorpresa alla Camera, nella seduta finale del percorso parlamentare della riforma elettorale, è venuta non dalla bocciatura a scrutinio segreto che si aspettavano le opposizioni, essendo passata la legge con 227 voti favorevoli e 164 contrari, ma dai mancati applausi dei deputati pentastellati al discorso della segretaria del Pd Elly Schlein. Che pensava di avere parlato a nome di tutti gli aspiranti del cosiddetto campo largo  all’alternativa al centrodestra ed ha invece parlato solo per il suo partito, peraltro diviso all’interno sulle modalità delle primari, quando ne verrà il momento, per la scelta del candidato della coalizione a Palazzo Chigi

       L’infortunio della Schlein è stato sottolineato nella dichiarazione di voto per i “fratelli d’Italia” dal deputato Giovanni Donzelli. Che ha visto e indicato nella riforma elettorale l’ingresso della politica italiana nella “terza Repubblica”.

A scuola di grazia da Sergio Mattarella al Quirinale…..

       Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha trovato il modo di rispondere alle invocazioni alla grazia, spesso anche scomposte come quella del vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini, per il gioielliere torinese Mario Roggero. Che sta scontando a Bollate da qualche mese i 14 anni e più di carcere inflittigli per avere ucciso due rapinatori in fuga dal suo negozio cinque anni fa.

       Mattarella ha graziato parzialmente, riducendogli praticamente la pena, il gioielliere catanese Guido Gianni, condannato a 13 anni per avere ucciso anche lui due rapinatori, nel 2008.

       Gianni è stato graziato dopo avere scontato più di un terzo della sua pena, esattamente 5 anni e 3 mesi. Per Roggero ci penserà probabilmente il successore di Mattarella nel 2031.

I ricordi impietosi di Massimo D’Alema quando “era comunista”

Sono passati 42 anni da quando l’allora Pci di Enrico Berlinguer impose alla Cgil del pur moderato Luciano Lama la mobilitazione referendaria contro i tagli alla scala mobile. Che erano stati disposti dal primo governo di Bettino Craxi per contenere un’inflazione a due cifre rovinosa per il valore reale dei salari. Lama ubbidì e l’anno dopo, quando Berlinguer non c’era più, morendo in tempo per risparmiarsi l’effetto anche di quella disavventura, il referendum fu vinto da Craxi e perduto dal Pci. Un colpo durissimo, come lo era stato nel 1974 per la Dc il referendum fallito contro la legge istitutiva del divorzio.

       Sono passati, ripeto, 42 anni, e riconosco a Massimo D’Alema, che allora ne aveva 35, il merito di non avere manipolato la storia dei rapporti generali fra il Pci e Craxi, come ho avvertito leggendo Fabrizio Cicchitto, ma di avere raccontato quel passaggio anche della sua esperienza politica con grande onestà nell’intervista concessa ad Aldo Cazzullo, del Corriere della Sera, parlando del suo libro autobiografico su quando “eravamo comunisti”. Un po’ come l’epistolario di Claudio Velardi e di Chicco Testa che i lettori del Riformista conoscono bene.  

       “Lama, Bufalini, Chiaromonte, Nilde Jotti”, la presidente della Camera accusata di non avere fatto abbastanza per ostacolare il cammino parlamentare del decreto legge sui tagli alla scala mobile, ”erano contrari” al ricorso al referendum, ha raccontato D’Alema. “Lui”, Berlinguer, il segretario del partito “di una fermezza assoluta, molto garbato e molto deciso”, di “una testardaggine avvolta dalla gentilezza”; lui, ripeto, “non replicò neppure. Mise ai voti. Il referendum”, inteso come decisione di ricorrervi, “passò per poco”. “Ma sono convinto che Berlinguer non volesse farlo”, ha aggiunto a sorpresa il testimone della sbrigativa gestione di quella riunione della direzione comunista.

       “La sua idea -ha raccontato sempre D’Alema di Berlinguer- era brandire il referendum per far cadere Craxi, liberarsi di lui e avere un altro governo”, contando evidentemente sull’aiuto del segretario della Dc Ciriaco De Mita: un altro che, seppure alleato e partecipe di quel governo con metà dei ministri targati Dc che lo componevano, sopportava assai malvolentieri il presidente del Consiglio.

       Ricordo di avere chiesto a De Mita, parlandogli alla Camera durante la campagna referendaria perché non si fosse speso neppure con un comizio, lasciando che parlassero solo i sindacalisti della Cisl. Perché Craxi perderà il referendum e Palazzo Chigi, disse Ciriaco tradendo più un auspicio che una previsione.

Craxi, che informai con una telefonata, rispose improvvisando una conferenza stampa e annunciando, come per raccogliere e rilanciare la sfida, che si sarebbe dimesso “un attimo dopo” l’eventuale sconfitta referendaria. A Nusco, il paese di De Mita, vinse il sì all’abrogazione dei tagli alla scala mobile. Ma nel resto d’Italia accadde il contrario.

       Quel referendum fu pertanto, con la complicità di De Mita, solo un altro, l’ultimo passaggio del “conflitto”, secondo D’Alema, tra Berlinguer e Craxi da cui “venne la sconfitta della sinistra italiana”, non solo referendaria. Un conflitto, un reciproco ”detestarsi”, secondo l’intervistatore del Corriere della Sera, che D’Alema -in un altro passaggio che gli fa onore perché onesto con Craxi- definisce motivato “più da ragioni che da torti da entrambe le parti”. “Craxi fu senz’altro un modernizzatore”, gli ha riconosciuto D’Alema pur definendo “sbagliata l’idea di un Berlinguer chiuso alla modernità”, avendo creato le condizioni del superamento del Pci col riconoscimento della “fine della spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre” e posto, per “un altro comunismo”, questioni come l’ambiente, le donne il rapporto tra l’innovazione tecnologica e l’umano”, carichi “tutti di futuro”. Ma, specie per la sinistra, più cogente in quel 1984 era la difesa del valore reale dei salari dalla divorante inflazione. E lì Berlinguer preferì e impose al Pci la tattica, non la strategia, di una manovra contro Craxi dal respiro peraltro assai corto ed evidente. Una tattica come fu quella di dieci anni fa della sinistra post-comunista contro la riforma costituzionale di Matteo Renzi. Le cattive abitudini sono dure a morire.

Pubblicato sul Riformista

Troppa suspense, forse, per il voto finale alla Camera sulla legge elettorale

       Penso che il clima di suspense -una tensione ansiosa, dice il dizionario- creato alla Camera sulla votazione finale e obbligatoriamente segreta sulla legge elettorale, pur assecondato dal governo con la fiducia posta in votazioni precedenti e con la mobilitazione chiesta ai gruppi della maggioranza, si ritorcerà domani contro le opposizioni. Che lo hanno cavalcato per rappresentare il centrodestra sull’orlo del collasso e ci hanno scommesso imprudentemente sopra.

       Fallita, credo, questa scommessa più da propaganda che altro, i pericoli per la nuova legge elettorale verranno solo dalla Corte Costituzionale, su cui pure le opposizioni hanno scommesso. Meno su una iniziativa polemica del presidente della Repubblica: il rinvio della legge alle Camere per la “nuova deliberazione” prevista dall’articolo 74 della Costituzione. Il buon senso vuole che il Capo dello Stato lascerà il giudizio direttamente alla Corte Costituzionale, della quale peraltro ha fatto parte prima di essere eletto presidente della Repubblica. Corte che già attende i ricorsi preannunciati. Si vedrà se poi i giudici della Consulta vorranno o potranno decidere prima o dopo le elezioni, rispettivamente prevenendone o provocandone la sostanziale delegittimazione, senza però effetti concreti, nel secondo caso, perché cosa fatta capo ha, come dice un vecchio proverbio. Non è ancora competenza della Corte, per fortuna, disporre della sopravvivenza delle Camere, affidata solo al Capo dello Stato dall’articolo 88 della Costituzione sullo scioglimento anticipato.

       Di questa esclusiva competenza del presidente della Repubblica fanno finta di dimenticarsi da qualche settimana sia il governo, sospettato dalle opposizioni di volere accorciare di qualche mese la legislatura cominciata nell’autunno di quattro anni fa, sia le opposizioni che, contraddicendosi, oltre che infischiandosi delle competenze di Mattarella, sollecitano un giorno sì e l’altro pure la premier Giorgia Meloni a mandare gli italiani alle urne, tanto sono convinte di vincere. Una convinzione – “Andiamo a vincere”, dice spesso la segretaria del Pd Elly Schlein- che serve anche ad esorcizzare i problemi irrisolti degli aspiranti all’alternativa al centrodestra: dal programma alla scelta del candidato a Palazzo Chigi. Problemi che dovrebbero invece consigliare alle opposizioni minore fretta nella corsa al voto. Ma evidentemente le terrorizza la paura di dovere gestire con improvvisazione nel prossimo autunno la legge finanziaria, e mettere subito alla prova la solidità di  una nuova maggioranza.

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La favola del tempo galantuomo……

       Pur garantito da un vecchio proverbio, non sempre il tempo è galantuomo. Non lo è stato, anzi non lo è con l’orrore del 7 ottobre di tre anni fa, quando i terroristi palestinesi di Hamas irruppero da Gaza in territorio israeliano, uccisero 1200 ebrei, o scambiati per tali, e ne sequestrarono 250 vivi per scambiarli o farli morire nella guerra di reazione degli israeliani che ne sarebbe seguita. Uniti, quei poveri sequestrati, alla popolazione civile di Gaza usata come scudo umano, avendo i terroristi costruito sotto case, scuole, ospedali, mercati, chiese i loro depositi d’armi e postazioni d’attacco.  

       Dopo tre anni quei morti in diretta e in differita, esibiti anche come trofei fra le bandiere israeliane bruciate, non valgono più niente.  Valgono solo quelli seguiti, inevitabilmente più numerosi, per la guerra di reazione e di prevenzione obbligata per Israele. I genocidi non sono più i carnefici del 7 ottobre 2023 ma gli israeliani, a cominciare dal capo del governo Netanyau, che avrebbe usato e userebbe tuttora la guerra come scudo, per proteggersi dai processi per corruzione e altro. Sino, addirittura, a sottovalutare deliberatamente o ignorare, nascondere, distruggere rapporti arrivatigli sul massacro programmato da Hamas. Cui egli avrebbe persino continuato a fare arrivare sussidi. Lui sarebbe insomma l’Hitler reincarnato in Medio Oriente. Difenderlo è diventato osceno.

Le ragioni “teoriche” di Craxi riconosciute da Massimo D’Alema

La storia della sinistra italiana scritta o riscritta da Massimo D’Alema in un libro autobiografico intitolato “Eravamo comunisti”, pubblicato da Feltrinelli e riassunto in due pagine del Corriere della Sera ricavate da una intervista ad Aldo Cazzullo. Ne esce, fra l’altro, un racconto equidistante del “conflitto” fra Enrico Berlinguer e Bettino Craxi da cui “venne la sconfitta della sinistra italiana”, ha ammesso il post-comunista più fortunato, con Giorgio Napolitano, nella storia d’Italia. Lui, D’Alema, arrivato a Palazzo Chigi nel 1998 e Napolitano al Quirinale nel 2006 rimanendovi sino al 2015, quando ne uscì volontariamente interrompendo il secondo mandato settennale ottenuto per primo nella storia della Repubblica da un presidente.

       “Più che torti e ragioni -ha detto D’Alema a Cazzullo cercando, ripeto, una equidistanza poi però tradita- c’erano ragioni da entrambe le parti” di quel mortifero conflitto. “Craxi -gli ha riconosciuto- fu senz’altro un modernizzatore. Ma è sbagliata l’idea di un Berlinguer chiuso alla modernità. Dichiarando finita la spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre, di fatto dichiarava finita anche la storia del Pci. Certo, lui pensava ad un altro comunismo”, non al socialismo garofanato di Craxi. Un “altro comunismo” ispirato alla “questione dell’ambiente, delle donne, del rapporto tra l’innovazione tecno logica e l’umano”: “tutti temi carichi di futuro” cui D’Alema ha riconosciuto a Berlinguer il merito di avere sollevato da segretario dell’ancora Pci col simbolo della falce e del martello.

       Dove l’equidistanza tentata da D’Alema, ed estesa da Berlinguer al partito che già aveva preso il posto del vecchio, zoppica è nel passaggio dell’intervista al Corriere in cui egli motiva la ragione per la quale, pure a muro di Berlino già crollato e partito comunista cambiato di nome, fu rifiutata a sinistra l’unità offerta dal leader socialista.  Una proposta inaccettabile, secondo D’Alema, perché “Craxi era troppo compromesso con il Caf, il patto di potere con la parte più conservatrice della Dc”. 

       Caf è notoriamente l’acronimo di Craxi, Andreotti e Forlani. Ma a Giulio Andreotti e a ben due suoi governi interamente democristiani l’ancora Pci di Berlinguer fra il 1976 e il 1978 aveva concesso l’appoggio, prima con la formula dell’astensione e poi col voto di fiducia. E Forlani era stato in quei due governi il non certamente secondario ministro degli Esteri.

       In verità, non fu la natura “più conservatrice” della Dc con cui Craxi si era accordato la ragione vera della indisponibilità dei post-comunisti all’unità socialista proposta dal leader del Psi. Fu piuttosto nella primavera del 1992, quando quell’offerta fu avanzata, la possibilità avvertita alle Botteghe Oscure di liberarsi dell’ingombrante Craxi con l’aiuto dei magistrati che indagavano sul finanziamento pur generalmente illegale dei partiti e sulla corruzione che ne sarebbe derivata.

       Lo stesso D’Alema, d’altronde, riconosce la debolezza della sua ricostruzione storica e autobiografica con un “però”, sempre nell’intervista al Corriere della Sera. “Però in linea teorica -vi si legge- aveva ragione lui”, cioè Craxi.

 Sono passati ormai 34 anni dal 1992 e 26 dalla morte ad Hammamet di Craxi ancora definito “latitante” dai suoi irriducibili avversari e critici. Dargli “ragione”, sia pure “in teoria”, con tanto ritardo, e da parte di un politico come D’Alema, è un altro segno della crisi, se non della fine della sinistra. Che oggi di dimena in un “campo” dove è quanto meno determinante un Conte che di sinistra non vuole essere definito preferendo dichiararsi “progressista autonomo”, a volte persino da se stesso.

Pubblicato sul Dubbio

La forte irruzione della premier Giorgia Meloni al centro

       Pur morto più di 35 anni fa, nel 1991, in tempo per risparmiarsi la  fine della cosiddetta prima Repubblica e della “sua” Dc, da dove tuttavia era stato tentato di uscire considerandola troppo conservatrice, trattenuto da Aldo Moro all’ultimo momento, Carlo Donat-Cattin ha continuato ad essere associato ai convegni autunnali di Saint Vincent cominciati con lui. Nella località valdostana la Dc è idealmente sopravvissuta come punto di riferimento per iniziativa di irriducibili, come Gianfranco Rotondi, ora fratello d’Italia, che ne  coniugano il ricordo con formazioni politiche nate o prodotte dalla seconda Repubblica.

       Al convegno di quest’anno Rotondi ha assegnato lo stesso titolo di un suo libro fresco di stampa: “Il partito italiano”, che si può immaginare, ma anche costruire, muovendo “da Berlusconi a Meloni”. Un progetto, un sogno, chiamatelo come volete, che la premier ha mostrato di gradire, se non addirittura incoraggiare, collegandosi nella giornata conclusiva, ieri, con tanto di discorso con cui ha voluto accreditarsi al centro, dove ha detto di sentirsi nell’”azione di governo”, adottandone la “cultura”.

       In questa postura, diciamo così, la Meloni non si è certamente guadagnata il consenso del generale Roberto Vannacci, che vi avrà trovato la conferma delle ragioni della propria collocazione all’estrema destra. Ma proprio col suo intervento da remoto Meloni ha voluto far capire che non intende né seguire né farsi condizionare da Vannacci per paura di perdere tanti voti da farsi sorpassare alle prossime elezioni politiche dal cartello dell’alternativa. E’ al centro insomma che la Meloni vuole crescere, non a destra. E le sarà probabilmente più facile di quanto a sinistra non credano di poter fare avendo allargato il cosiddetto campo largo a cespugli e cespuglietti dichiaratamente di centro che la segretaria del Pd Elly Schlein cerca di proteggere dalla insofferenza del suo concorrente Giuseppe Conte nella corsa a Palazzo Chigi. Anzi, alla candidatura a Palazzo Chigi se e quando si arriverà a definirla con le primarie sulle quali manca l’accordo, come sulla parte non certo secondaria del programma riguardante la politica estera e di difesa.

       La Meloni quasi centrista, diciamo così, di Saint Vincent è competitiva, all’interno della sua solida maggioranza di governo, anche rispetto alla Lega di Matteo Salvini e a Forza Italia messa in fibrillazione dai figli di Silvio Berlusconi, che la trovano “ingiallita” – aggettivo del governatore calabrese e vice segretario del partito Roberto Occhiuto- sotto la guida di Antonio Tajani. Una Forza Italia che Matteo Renzi ha appena insidiato, dal campo dell’alternativa, con un appello ai dissidenti e malpancisti a seguire lui piuttosto che la Meloni restando nella coalizione di centrodestra.

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Le file ai gazebo delle primarie troppo scomode per Conte

       Per quanto li abbia usati tre anni fa con successo, mandandovi gente sua a votare Elly Schlein e a farla prevalere, nella corsa alla segreteria del Pd, su Stefano Bonaccini promosso dagli iscritti al partito, i gazebo non bastano più a Giuseppe Conte. L’ex premier pentastellato vuole primarie ancora più aperte, direi digitalizzate, facendo votare da casa, per la scelta -quando sarà il momento- del candidato del cosiddetto campo largo dell’alternativa a Palazzo Chigi nelle elezioni politiche dell’anno prossimo: un obbiettivo dello stesso Conte ma anche di Elly Schlein, testardamente decisa a raggiungerlo.

       Alla digitalizzazione delle primarie la Schlein è in cuor suo contraria, ma non se la sente di dirlo chiaro. E lascia furbescamente a dirlo la minoranza riformista del Pd, che potrebbe questa volta risultarle utile, per quanto la stia trattando da parecchio tempo abbastanza male nel partito, sino a darle l’impressione, confessata recentemente da Graziano Delrio in una intervista al Corriere della Sera, di essere considerata come “i pidocchi” avvertiti da Palmiro Togliatti nella “criniera” del Pci.

       La minoranza riformista ha tuttavia infarcito la sua contrarietà alle primarie digitalizzate di una minaccia per premunirsi da cedimenti della Schlein. In particolare, essa ha contestato alla segretaria del Pd la pretesa di essere l’unica candidata del partito nella corsa a Palazzo Chigi dentro il campo dell’alternativa. Ve ne sono, fra i riformisti, di aspiranti. Fra i quali chi si è esposto di più è l’europarlamentare ed ex sindaco di Bergamo Giorgio Gori.

       Se le primarie dovessero essere come Conte le desidera, cioè anche a distanza, senza file e controlli più stringenti, i riformisti terrebbero duro nella rivendicazione del loro diritto a concorrervi. Ciò equivarrebbe per la Schlein ad una maggiore difficoltà di prevalere su Conte, che nei sondaggi già risulta in vantaggio sulla segretaria del Nazareno.

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Quella torre di Babele a Bruxelles, affollata di portavoce

       Quella signora o signorina, portavoce non so bene di chi o di che cosa, insorta contro la richiesta di maggiore flessibilità nei conti annunciata dal governo italiano – “Abbiamo già dato”, ha detto a Bruxelles- ha condizionato per un paio di giorni il dibattito politico a Roma. Dove alle opposizioni, politiche e mediatiche, non è parso vero di potere rappresentare la premier Gìorgia Meloni “isolata”, “respinta”, “bocciata”. E di prederne difficoltà insormontabili nella lunga campagna elettorale per un voto di cui non si conosce ancora la data o la stagione precisa dell’anno prossimo.

       Poi, pur senza mettersi davanti a qualche telecamera come la prima accorsavi, altri portavoce -sempre non ho capito bene di chi e che cosa- hanno annunciato, anzi precisato, che la richiesta del governo italiano, formalizzata in una lettera della premier Meloni all’amica, peraltro, tedesca Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, sarà esaminata nelle sedi opportune, tecniche e politiche. Quell’”abbiamo già dato” potrebbe pertanto diventare pertanto un “diamo ancora”, considerando le difficoltà procurate a tutti i paesi dell’Unione da una congiuntura internazionale, e bellica, che ha fatto salire i costi energetici. E non solo quelli.

       Le opposizioni, sempre loro, che avevano utilizzato a Roma la prima portavoce espostasi a Bruxelles per scommettere sulle difficoltà e sulla sconfitta elettorale dell’alleanza di centrodestra hanno naturalmente ignorato le precisazioni successive e continuato a dipingere con tinte fosche la situazione e posizione del governo.

       A questo punto il problema non è delle opposizioni, che fanno il loro mestiere, e il loro gioco, anche se scorretto. Il problema è a Bruxelles. Ed è della presidente della Commissione europea, che deve chiarirsi e chiarire quanti portavoce possano parlare. E che voce portare. Altrimenti siamo alla classica e poco edificante torre di Babele.  

Il Pd perde voti ma la segretaria grida vittoria lo stesso

       “Andiamo a vincere”, ha ripetuto alla direzione del Pd la segretaria Elly Schlein, come a Reggio Emilia il mese scorso chiudendo la festa nazionale dell’Unità pur assente dalle edicole. Vincere, vincere, come gridava e faceva scrivere sui muri delle città e delle campagne Mussolini.

       Eppure dopo il comizio a Reggio Emilia il Pd è sceso nei sondaggi sotto il 20 per cento accorciando le distanze -altro che “il doppio dei voti” vantato al Nazareno- dal Movimento 5 Stelle di Conte, che ora le insidia anche il vertice della classifica delle opposizioni, oltre che l’ambizione di essere la candidata a Palazzo Chigi del campo largo dell’alternativa al centrodestra. Nelle elezioni suppletive per la Camera a Reggio Calabria, e Locri, neppure la divisione del campo del centrodestra, col generale Roberto Vannacci che gli aveva portato via una fetta più per far vincere la sinistra che per vincere lui, e fare quindi uscire la Meloni con le ossa rotte dalla prova, è stata utile alla coalizione del cosiddetto centrosinistra. Che ha quindi condiviso con Vannacci sconfitta e figuraccia, peraltro quasi in un deserto, essendo scesa l’affluenza alle urne a poco più del 20 per cento.

       Pur di cercare di vincere sulla Meloni la Schlein festeggia le difficoltà della premier nell’Unione Europea, anziché sostenere patriotticamente e razionalmente la richiesta di flessibilità dei conti per gli effetti di una tragica congiuntura internazionale. Eppure quando era ancora presidente della Commissione europea Romano Prodi, non Silvio Berlusconi a Roma, aveva definito “stupidi” i parametri che anche allora soffocavano i paesi dell’Unione.

Chissà se la Schlein ha letto la psicanalisi del campo largo dell’alternativa appena fatta sulla insospettabile Repubblica di carta da Massimo Recalcati. “La vita democraticamente matura di una forza politica -ha ammonito lo psicanalista- si misura quando la “libertà di” prevale sulla “libertà da”. Non si tratta di studiare la strategia più efficace per battere Giorgia Meloni, ma di chiedersi nel nome di quale idea di società di Paese e di Europa si può giustificare un proprio ritorno al governo. Altrimenti il campo potrà certamente essere largo, ma resterà vuoto di sostanza politica”.

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