La dura realtà del fallimento dei rapporti italiani con la Libia

            In un impeto di generosità o di orgoglio molto sorprendente, vista anche l’abituale linea critica seguita verso il governo da lui diretto, la Repubblica ha titolato la sua prima pagina su Giuseppe Conte che “obbliga Tripoli ad agire” per salvare al largo delle coste libiche l’ennesimo Repubblica.jpgcarico di disperati, cinicamente stipati dagli scafisti su gommoni fatiscenti. Ma per salvarli -si deve presumere- soprattutto in modo da non farli finire su qualche nave diretta verso le coste italiane, e il solito divieto di attracco del vice presidente leghista e ministro dell’Interno Matteo Salvini, obbligando poi lo stesso Conte e l’altro vice presidente del Consiglio, il grillino Luigi Di Maio, all’ormai altrettanto solito aggiramento degli umori e delle direttive del Viminale.

           L’operazione sembra riuscita, al netto di ciò che non sappiamo ancora del bilancio finale, per la destinazione datasi o data alla nave mercantile della Sierra Leone rimediata per i soccorsi: la destinazione, appunto, delle coste libiche, disertate dalle motovedette di sorveglianza peraltro fornite proprio dall’Italia. Ma in che cosa sia consistito, a chi diretto in particolare l’intervento energico di un Conte che “obbliga Tripoli ad agire”, non si è riusciti a sapere e capire.

          Mezze informazioni hanno riferito di telefonate partite dal presidente del Consiglio -e non si sa se arrivate davvero e direttamente- ai due signori, e relative corti, che si dividono o contendono, secondo i gusti di chi parla o di chi ascolta, la Libia del dopo-Gheddafi: Al Serraj e il generale Haftar, entrambi ricevuti più volte a Roma o visitati sul loro territorio dalle nostre autorità di governo.

          Altre mezze informazioni hanno riferito di interventi dei nostri servizi segreti, non si sa se successivi, autonomi o collegati alle telefonate di Conte, per affiancare o sostituire i libici nella organizzazione dei soccorsi con una nave mercantile della Sierra Leone, mentre a Roma, peraltro, si sviluppavano le solite polemiche sulle responsabilità del pasticcio e, più in generale, della ripresa massiccia delle partenze di migranti dalle coste libiche, pur in una stagione proibitiva come questa per il freddo e per le condizioni del mare.

         I grillini, forti adesso anche della presenza in Italia di Alessandro Di Battista, una specie di guerrigliero leggendario del movimento delle 5 stelle, hanno partecipato a queste polemiche facendo all’ingombrante alleato di governo Salvini il piacere, diciamo così, di non crocifiggerlo più o meno apertamente  da solo per i suoi blocchi e controblocchi, ma di sovrastarlo accusando di tutto l’odiata Francia dell’ancor più odiato Macron. Che alla vecchia colonizzazione dell’Africa ne avrebbe aggiunta una nuova, non meno cinica e dannosa dell’altra, studiata e gestita magari apposta per scaricarne gli effetti sull’Italia: lettura, questa, peraltro condivisa, con grande dispendio di gesti, di fotografie e smorfie nell’arena-non arena televisiva di Massimo Giletti dalla sorella dei Fratelli d’Italia Giorgia Meloni.

         Il ginepraio, di politica internazionale e interna, è enorme. Ma penso che non se ne verrà mai a capo, almeno sino a quando non si sarà riconosciuto il fallimento dell’ambizione coltivata da un po’ tutti i governi italiani, e non solo da quello in carica, di svolgere in Libia, o sulla Libia, un ruolo superiore alle loro e nostre forze.

       Al governo attuale non è bastata neppure la sponsorizzazione americana vantata da Giuseppe Conte dopo avereConte e Trump.jpg strappato in realtà al presidente Donald Trump soltanto parole, a cominciare da quel “Giuseppi” che il truce a stelle e strisce gli dà cordialmente storpiandogli il nome. Pure questo dei rapporti con la Libia è purtroppo diventato un problema più europeo che transatlantico, anche se l’Italia gialloverde non vuole forse ammetterlo per le note difficoltà che essa ha in Europa. E continuerà probabilmente ad avere dopo le elezioni continentali di maggio, a dispetto della rivoluzione, o quasi, che grillini e leghisti si aspettano dalle urne.

 

 

 

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Dietro il rimpianto della Democrazia Cristiana, e forse anche del Pci

             Non credo che le tante celebrazioni mediatiche del centesimo anniversario dell’appello di don Luigi Sturzo ai “liberi e forti” per la formazione del Partito Popolare, da cui 23 anni dopo sarebbe nata la Dc nella clandestinità imposta dal fascismo, abbia scosso e invogliato tanto le coscienze dei cattolici da portarli più numerosi almeno in Chiesa in questa seconda domenica del tempo ordinario. Che è quella, celebrata con paramenti verdi, in cui il vangelo ricorda i “primi segni” miracolosi di Gesù con la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana. Dio solo sa di quanti miracoli avremmo oggi bisogno per uscire dalla palude.

          Non ha torto Angelo Panebianco a chiedersi proprio oggi sul Corriere della Sera come sia possibile “ipotizzare che a Chiese poco frequentate e a seminari vuoti possano corrispondere urne elettoraliPanebianco.jpg traboccanti di voti cattolici”. E, prima ancora delle urne, sezioni di partito traboccanti di iscritti e frequentatori, visto peraltro che non c’è ormai più traccia di formazioni dichiaratamente cristiane come quella impostata e fondata nel 1942, sulle ceneri del Partito Popolare di Sturzo, da uomini, fra gli altri, come Alcide De Gasperi, Giuseppe Spataro, Mario Scelba, Attilio Piccioni e Giovanni Gronchi, per non parlare dei più giovani Giulio Andreotti, Amintore Fanfani e Aldo Moro, sottratto nella sua Bari dal vescovo locale alle prime tentazioni socialiste.

          La cosiddetta secolarizzazione dei cattolici, esplosa già nel 1974 con la sconfitta dello scudo crociato  impugnato da Fanfani nel referendum sul divorzio e sviluppatasi ulteriormente sul tema dell’aborto, induce obiettivamente a ritenere che, pur evocata con i richiami religiosi ed etici a Sturzo, la Dc di cui si avverte ora un’obiettiva nostalgia, anche da chi a suo tempo non la votava, o addirittura la contrastava, è quella più laica che cristiana. Il rimpianto, rispetto allo spettacolo attuale della politica, è per un partito di formazione di classi dirigenti: un partito, per esempio, in cui non si diventata ministri dalla mattina alla sera, senza la competenza necessaria, o senza il tirocinio delle esperienze precedenti di deputato o senatore, presidente di commissione parlamentare, relatore di leggi, sottosegretario e via dicendo.

           Sotto questo profilo, cioè di scuola e di formazione politica, anche chi non lo votò mai, anzi lo avversò di brutto, avverte una certa nostalgia pure del Pci. Dove si potevano incontrare spesso politici faziosi, difficilmente incompetenti. Lo ha ammesso persino Silvio Berlusconi parlando dei grillini come “peggiori”, Dc.jpgproprio per la loro incompetenza,  dei comunisti contro i quali egli scese in campo nel 1994 per evitare che vincessero la partita politica italiana dopo avere perduto il campionato nel 1989 con la caduta del muro di Berlino. E ciò solo perché nel frattempo si erano suicidati i vecchi partiti di governo, o li aveva uccisi la magistratura con una gestione esasperata delle indagini e dei processi, quando vi si arrivò, sulla cosiddetta Tangentopoli.

            Eppure Berlusconi negli anni in cui ha riempito col suo centrodestra, al governo o all’opposizione, una parte del vuoto elettorale lasciato dalla Dc e una parte forse maggiore del vuoto lasciato dal socialismo autonomista di Bettino Craxi, dai liberali e dai repubblicani, non ha saputo e forse neppure voluto fare della sua Forza Italia, nonostante le “università” inventate in qualche residenza, un movimento di formazione politica, e non solo di raccolta di voti.

            Fu proprio il Cavaliere di Arcore -diciamo la verità- a cominciare ad invertire i tradizionali criteri di selezione dei candidati e, più in generale, della classe dirigente preferendo l’apparenza alla sostanza, allestendo i kit per i candidati e infine arrivando alle liste bloccate, a parole avversate dai suoi avversari ma in fondo utili anche a loro nell’azione di smontaggio dei partiti a direzione collegiale per farne di personali.

           Ora il sistema è arrivato a suo modo al capolinea. E ha fnito per mettere con le spalle al muro lo stesso Berlusconi. Che dopo avere perduto la leadeship del centrodestra a vantaggio del leghista Matteo Salvini, autorizzandolo peraltro alla spuria alleanza di governo con i grillini, tenta un’impresa che non si sa se più generosa o temeraria: quella di competere con lo stesso Salvini nell’ultima corsa alle preferenze, che è quella consentita dalle elezioni di maggio per il Parlamento europeo.

           Sturzo, celebrato anche da lui nel centesimo anniversario dell’appello ai “liberi e forti”, c’entra davvero poco, o per nulla, con quest’ultima edizione della vicenda politica di Berlusconi. Al quale -pur Follini.jpgprendendosela direttamente con Giuseppe Conte, che da mediatore e devoto di Padre Pio qualcuno cerca di paragonare a qualche democristiano del passato- deve avere pensato il suo ostinatamente critico Marco Follini, per qualche mese vice presidente del Consiglio con lui a Palazzo Chigi per conto del comune amico Pier Ferdinando Casini, scrivendo sull’Espresso in edicola di quanto sia difficile, se non impossibile, tornare alla Dc. O solo somigliarle.  

 

 

 

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Luigi Di Maio manda a quel paese la Banca d’Italia “apocalittica”

            Scampato nella scorsa legislatura al patibolo allestitogli in Parlamento dall’allora segretario del Pd Visco.jpgMatteo Renzi e salvato dalla convergente difesa dei presidenti della Repubblica e del Consiglio, il governatore della Banca d’Italia rischia di salirvi anche nell’esercizio del suo secondo mandato.

             A prendere di mira Ignazio Visco questa volta sono a turno, secondo le circostanze, due capi partito che sono anche al governo dettandone la linea al presidente del Consiglio. Parlo naturalmente di Luigi Di Maio, Matteo Salvini e Giuseppe Conte.

             E’ già accaduto nei mesi scorsi, durante la preparazione della manovra finanziaria e della legge di bilancio, che Salvini reagisse ai numeri che dava la Banca d’Italia e alle valutazioni che ne derivavano sfidando i dirigenti dell’istituto a presentarsi alle elezioni, come ogni tanto faceva anche con i magistrati. Che era un modo di accusare gli uni e gli altri di fare politica in modo improprio contro il governo coprendosi dietro le loro funzioni neutrali, e quindi violandole.

          Ora è capitato a Luigi Di Maio, ancora alle prese con i fuochi artificiali per il festeggiamento del decreto -anzi, decretone- di attuazione del reddito di cittadinanza e dell’anticipo della Di Maio.jpgpensione, protestare contro le “apocalittiche” valutazioni della Banca d’Italia. Che ha praticamente lanciato l’allarme della recessione, più chiaramente di quanto non avesse voluto o potuto fare qualche giorno prima il ministro dell’Economia Giovanni Tria parlando di “stagnazione”.

            Convinti, poco importa a questo punto se in buona o cattiva fede, di avere allestito una manovra di “espansione”, salvandola dalle grinfie della Commissione Europea con una faticosa e lunga trattativa, anche a costo di procurare poi per ragioni di tempo una “grave compressione dell’esame parlamentare” del bilancio, certificata dal capo dello Stato nel messaggio televisivo di Capodanno trasmesso a reti unificate, i capi dei due patiti di governo non possono né vogliono sentirsi dire che stiamo invece navigando verso le recessione, neppure se mitigata con l’aggettivo “tecnica”. Che non si nega a nessuno e a niente quando si vuole cercare di ridurre l’impatto di una brutta notizia sul pubblico meno provveduto ma più numeroso.  

           Essi -i capi cioè della maggioranza- sono abituati nelle difficoltà a cercare una via di fuga accusando i predecessori, di ogni colore o sfumatura, anche quelli con i quali uno di loro -Salvini- ha avuto la ventura o sventura di partecipare a maggioranze diverse, di avere lasciato un’eredità troppo devastante per poterne uscire nel così poco tempo che essi hanno avuto a disposizione per cambiare le cose. Ma circostanze a dir poco sfortunate smentiscono la credibilità di questa via di fuga. Sono le circostanze dei numeri e dei segni + lasciati dal governo del conte, al minucolo, Paolo Gentiloni che ha preceduto quello di Conte, al maiuscolo. E sono anche gli effetti di alcuni provvedimenti che il nuovo governo ha già avuto il modo di prendere ed eseguire, come quello che voleva restituire “dignità” al lavoro. O di quelli annunciati e via via elaborati provocando ansie, a dir poco, nei cosiddetti mercati finanziari. Che si sono tradotte in un aumento notevole del costo e alla fine anche dell’entità del già ingente debito pubblico.

           Siamo così arrivati alla “gelata” sovrapposta nel titolo del manifesto alla facciata della sede nazionale della Banca d’Italia, dove secondo Di Maio “si sbaglia sempre”.

 

 

 

 

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Berlusconi indossa il manifesto di Sturzo e si candida a Strasburgo

             Col suo annuncio di candidarsi alle elezioni europee di maggio Silvio Berlusconi è riuscito, fra l’altro, a guastare la festa ai grillini – e un po’ anche ai leghisti con i quali è ancora alleato in tante amministrazioni locali- per il varo del decreto di attuazione del reddito di cittadinanza e di accesso anticipato alla pensione. Che è stato annunciato nelle stesse ore della candidatura europea del Cavaliere con grande dispendio di comunicati, fotografie, conferenze stampa e dichiarazioni per strada da parte dei protagonisti o semplici attori di questa che solo i fatti potranno dire se è una svolta, o un bluf, o addirittura un’autorete, cioè la spinta al passaggio dalla stagnazione alla recessione per i danni derivanti ai conti pubblici.

              Ma più dei tempi, in funzione cioè dell’attività del governo gialloverde cui il partito di Berlusconi si oppone, pur avendo l’anno scorso “permesso” all’alleato elettorale Matteo Salvini di parteciparvi pur di allontanare lo spettro delle elezioni anticipate, colpisce il riferimento politico, ideale, culturale -chiamatelo come volete- scelto dal presidente di Forza Italia per riproporsi su una scena dalla quale, in verità, non ha mai voluto uscire davvero, o solo appartarsi.

              Con una lettera indirizzata e pubblicataBerlusconi al Corriere 1.jpg con tutti i riguardi dal Corriere della Sera il Cavaliere di Arcore ha voluto festeggiare le sue nozze d’argento con la politica, sposata 25 anni fa, diffondendo un manifesto imitativo dell’appello ai “liberi e forti” del sacerdote Luigi Sturzo. Di quel manifesto si sta celebrando in questi giorni il centenario, in coincidenza peraltro con quello della nascita di Giulio Andreotti.

             Berlusconi si è proposto sturziano come altre volte si è proposto, appena sbarcato nella politica, degasperiano. Secondo lui, Forza Italia altro non è stata e non dovrebbe essere considerata tuttoSturzo con Fanfani.jpgra che la prosecuzione del Partito Popolare fondato appunto da Sturzo e della Democrazia Cristiana che poi ne derivò. Ma non del Partito Popolare che, tra le macerie della cosiddetta prima Repubblica abbattuta dai magistrati milanesi ed emuli di altre Procure, tornò ad essere con Mino Martinazzoli. Che Berlusconi sfidò nelle elezioni del 1994 promuovendogli con Pier Ferdinando Casini e Clemente Mastella una scissione rivelatasi poi decisiva per la vittoria del centrodestra nelle urne sul cartello delle sinistre capeggiato da Achille Occhetto.

             Preistoria, si potrebbe essere tentati di dire dopo tutto quello che è successo da allora: con i grillini che agli occhi di Berlusconi hanno preso il posto dei comunisti, già nel 1994 proclamatisi post-comunisti pur disponendo degli stessi dirigenti; con i post-democristiani ancora più divisi e dispersi di allora; con la destra missina o post-missina praticamente svuotata dai leghisti di Matteo Salvini, che però hanno anche o forse ancor di più prosciugato l’elettorato di Forza Italia.  

              Eppure Berlusconi, a 82 anni ampiamente compiuti, riparte ostinatamente da lì, o quasi. E arriva paradossalmente a tentare persino il sorpasso di Sturzo, visto che dopo averne riproposto la “visione” in termini di valori, di società, di movimento politico e di Stato, ha scritto testualmente di considerarsene “il fondatore”. Che è convinto, probabilmente, di avere saldato i suoi debiti Berlusconi sul Corriere.jpgculturali facendo a suo tempo apporre- si è vantato-  una targa in onore di Sturzo sul palazzo romano di via dell’Umiltà, dove 25 anni volle aprire la prima sede nazionale del suo partito: lo stesso -per fortunata coincidenza- nella quale 75 anni prima, e 100 da oggi, Sturzo e  gli amici preparavano l’appello ai “liberi e forti”. Ma non abbastanza forti, in verità, per impedire poi l’avvento del fascismo.

             E’ francamente difficile coniugare l’umiltà toponomastica, diciamo così, ricordata da Berlusconi con l’ambizione politica che egli ora coltiva, in una situazione che si è fatta ancora più complicata, ma secondo lui, ugualmente drammatica, di 25 anni fa. Una certa prudenza tuttavia è stata, magari involontariamente, dimostrata dall’ex presidente del Consiglio puntando più sulla sua presenza al Parlamento Europeo che sul ritorno nel  Parlamento italiano, dove i giochi per lui si sono fatti obiettivamente più difficili di quanto non possano rivelarsi a Strasburgo, visto che la famiglia dei popolari europei ha maggiori possibilità di resistere al fagocitamento leghista che in Italia minaccia il partito del Cavaliere.

 

 

 

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Se un pò di fumo di Londra arrivasse nell’aula di Montecitorio

Un po’ di fumo di Londra dovrebbe pur essere avvertito nell’aula di Montecitorio, dove si discute la riforma del referendum voluta dai grillini e un po’ tollerata, come tante altre cose nella Richiamo Dubbio.jpgmaggioranza gialloverde, dai leghisti. E’ una riforma estensiva dell’istituto contemplato dall’attuale Costituzione solo per tentare, come dice l’articolo 75, “l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge”, salvo che per quelle “tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”.

In verità, i costituenti nel 1947, modificando ciò che era stato deciso in commissione, estesero l’area del divieto alle leggi elettorali ma, come avrebbe poi inutilmente scoperto quel “secchione” di Giulio Andreotti, la deliberazione d’aula fu smarrita fra le pieghe della stesura tecnica della Costituzione, non si è mai ben capito se per dolo o per negligenza.

Quando Andreotti, non più giovane sottosegretario di Alcide De Gasperi ma presidente del Consiglio, si accorse dell’inghippo -sfogliando appunti suoi e verbali parlamentari mentre i radicali e il democristiano Mario Segni promuovevano un referendum sul sistema elettorale per ridurre ad una sola le preferenze plurime allora esistenti-  era troppo tardi per correggere l’errore degli uffici della ormai più che sepolta Assemblea Costituente. E quel referendum, abrogativo non di una parte ma di qualche parola soltanto della legge elettorale in vigore per la Camera, si svolse col beneplacito della Corte Costituzionale. Non solo si svolse quella prova referendaria, ma essa aprì una breccia per la quale sono passati altri referendum elettorali, in occasione dei quali il povero Andreotti -ancora immanente sul nostro scenario politico con la celebrazione del centesimo anniversario della nascita, e quasi sesto della morte- si faceva sempre il segno della croce. Egli era convinto che in una materia così astrusa come quella elettorale il Parlamento dovesse conservare l’unica parola, specie se a ridosso di qualche rinnovo delle Camere per evitare la tentazione di interventi più opportunistici che opportuni.

Con la riforma costituzionale voluta dai grillini, e tollerata -ripeto- dai leghisti per quieto vivere in una maggioranza già troppo piena di problemi di ordinaria e straordinaria amministrazione e legislazione, gli elettori potrebbero non solo abrogare leggi esistenti, ma crearne nuove di zecca, senza limitarsi a produrle abrogando parti o parole delle vecchie. Sarebbe il referendum propositivo, bellezza:  ben oltre la presentazione di proposte alle Camere “da parte -dice l’attuale articolo 71 della Costituzione- di almeno cinquecentomila elettori”, e redatte “in articoli”.

Questo nuovo tipo di referendum non avrebbe i limiti di merito o competenza, diciamo così, dell’attuale referendum abrogativo. In sede propositiva gli elettori potrebbero intervenire, fra l’altro, anche per l’esecuzione dei trattati internazionali. Così il referendum sull’euro o, più in generale, sull’Unione Europea, cacciato dalla porta  per l’accreditamento del partito delle cinque stelle come forza di governo, potrebbe rientrare dalla finestra di un referendum propositivo. Che non avrebbe neppure l’inconveniente del quorum di partecipazione di metà degli elettori aventi diritto al voto più uno, potendo bastare a convalidarne il risultato il 25 per cento dei sì, sempre rispetto all’intero corpo elettorale.

Certo, un quarto almeno dell’intero elettorato necessario per un risultato valido non  è una soglia da poco, concessa all’opposizione del Pd durante l’esame della  riforma in commissione alla Camera, ma rimane pur sempre un livello ai danni del Parlamento. Dove per approvare una legge occorre la maggioranza dei presenti e votanti non un quarto dei componenti della Camera e del Senato. E questa maggioranza in Parlamento sale, almeno a livello della metà dei membri di ciascuna assemblea, quando sono in gioco interventi di carattere costituzionale.

Una simile disparità fra corpo elettorale e Parlamento diventerebbe ancora più vistosa se il referendum si svolgesse, come vorrebbero i promotori della riforma, per fare scegliere  direttamente dai cittadini fra la proposta di iniziativa popolare e una difforme, ma sulla stessa materia approvata dalle Camere.

La baldanza, a dir poco, con la quale i grillini stanno portando avanti il loro progetto di riforma del referendum -sulla strada di un declamato passaggio da una democrazia rappresentativa di tipo tradizionale ad una democrazia diretta, già entrata peraltro nelle competenze del ministro dei rapporti proprio col Parlamento, il pentastellato Riccardo Fraccaro- stride alquanto con ciò che è accaduto e continua ad accadere in Gran Bretagna. Dove un referendum sull’uscita dell’Inghilterra dall’Unione Europea, peraltro sulla carta neppure vincolante ma solo consultivo, imprudentemente voluto dall’allora premier conservatore David Cameron, si è abbattuto come un uragano sulla pur consolidata democrazia -da scuola- di Westminister.  La signora Theresa May, succeduta al suo collega di partito Cameron veste ancora inglese, ma potrebbe avere bisogno prima o poi di un guardaroba italiano.

La Regina Elisabetta, dal canto suo, si sarà messa le mani nei capelli ancor più di quanto non sia stato e non sarà ancora costretto a mettersele al Quirinale il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che ancora può contare su una Costituzione che, almeno sotto il profilo del rapporto fra democrazia rappresentativa e democrazia diretta, o per giunta digitale, mette ancora al riparo il sistema istituzionale. Non so però, francamente, fino a quando.

Theresa May non lo sa ancora, ma ormai veste italiano

            Il miracolo politico non so, francamente, se sia più a Roma o a Londra: a Roma per inorgoglirsi di assomigliare a Londra o a Londra per mettersi le classiche mani nei capelli, o nelle parrucche di auree tradizioni, sentendosi precipitati allo stato confusionale dell’Italia.

            Quella Theresa May, la premier inglese sopravvissuta per diciannove voti nel tempio della democrazia di Westminster alla sfiducia tentata dal laburista Jeremy Corbin scommettendo sulla spaccatura dei conservatori -riusciti il giorno prima a sconfiggere la loro leader bocciandole l’accordo con Bruxelles per uscire dall’Unione Europea-  forse non lo sa ma veste italiano. E’ inutile che la signora vada a controllare, ansiosa, le targhette degli abiti e accessori  che Rolli.jpgindossa, acquistati in negozi rigorosamente inglesi. Per una strana e irrimediabile magìa tutto quello che si porta addosso è diventato italiano da quando si è messa a fare la populista anche lei, con quel passato di conservatrice alle spalle: un populismo ereditato dal suo predecessore cavalcando contro l’Europa un referendum che peraltro nessuno gli aveva imposto. E non era neppure vincolante, tanto che la suprema magistratura inglese ha restituito l’ultima parola al Parlamento. Che ha bocciato l’intesa faticosamente negoziata e raggiunta dalla May per uscire appunto dall’Unione.

               Ora, in uno spaventoso intreccio di questioni giuridiche e politiche, di manovre e sottomanovre, di ipocrisie e sincerità, di false aperture e altrettanto false chiusure, di opportunismo e velleitarismo, la politica inglese non sa come uscirne. E, paradosso dei paradossi, dispone a Backingham Palace di una regina, non di un presidente della Repubblica alla Sergio Mattarella, che al Quirinale è riuscito a districarsi, almeno sino ad ora, fra i paradossi e la confusione che produce ogni giorno la maggioranza gialloverde che egli dovette più o meno a malincuore avallare dopo le elezioni del 4 marzo dell’anno scorso, rinunciando al progetto di un governo tecnico dell’economista Carlo Cottarelli già annunciato pubblicamente.

               Tolti i fronzoli delle cronache e delle interpretazioni sulla mano che la Merkel  da Berlino avrebbe testo alla May in difficoltà, per assisterla in un nuovo negoziato a Bruxelles;  al netto delle storie che vi raccontano gli specialisti, la politica inglese naviga ora fra Scilla e Cariddi: fra il populismo di chi Giannelli.jpgritiene sulla Manica che il risultato del referendum per la Brexit vada rispettato fino in fondo, a qualsiasi costo, anche quello più devastante per la Gran Bretagna, e il realismo di chi, pur non sapendo ancora come, vorrebbe tornare indietro e fare un altro referendum, puntando su un risultato opposto al primo, visto che la posta in gioco è diventata adesso più chiara e il popolo -sì, il popolo- potrebbe essere in migliori condizioni per scegliere su una materia così complessa, fornitale l’altra volta con un po’ troppa approssimazione.

               Tutto questo accade curiosamente a Londra mentre a Roma, non contenti dello scombussolamento già creato con la gestione dei primi sette mesi della loro esperienza comune di governo, improvvisata dopo una campagna elettorale durante la quale si erano furiosamente contrapposti, grillini e leghisti hanno portato nell’aula di Montecitorio una proposta di riforma proprio del referendum in controtendenza rispetto alla lezione inglese.

              Al vecchio e più o meno consolidato referendum abrogativo, secondo loro troppo vincolato da quorum e materie precluse, come quelle tributarie e internazionali, grillini e leghisti, pur con le solite distinzioni dagli sviluppi imprevedibili, vogliono aggiungere il referendum cosiddetto propositivo, possibile anche sull’esecuzione dei trattati internazionali, compresi quelli costitutivi dell’Unione Europea.

             L’unica garanzia che i populisti, sovranisti e quant’altri hanno sinora concesso alle opposizioni, raccogliendone una proposta emendativa, è di condizionare la validità del sì alla sua consistenza: il 25 per cento dei voti, rapportato non all’affluenza alle urne ma all’intero corpo elettorale. Ma la stessa opposizione che ha strappato questa concessione -il Pd col costituzionalista Stefano Ceccanti- ha avvertito che ciò non potrà comunque bastare a rimediare ai pasticci destinati a produrre una riforma referendaria di questo tipo: con un Parlamento delegittimato in modo crescente e irreversibile, a vantaggio di una democrazia cosiddetta diretta, praticata ancora per un po’ nelle urne e poi nei computer, alla Casaleggio.

 

 

 

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Le danze politiche attorno al detenuto eccellente Cesare Battisti

           E’ la concorrenza, bellezza. Così -parafrasando la bellezza, appunto, della stampa celebrata al cinema tanti anni fa dall’indimenticale Humphrey Bogart- si potrebbe commentare la gara svoltasi fra i ministri dell’Interno e della Giustizia, il leghista Matteo Salvini e il grillino Alfonso Bonafede, per reclamizzare la cattura boliviana, l’arrivo a Roma e infine l’incarcerazione a Oristano del pluriomicida e pluricondannato Cesare Battisti. Che ha smesso finalmente -va detto presto, e chiaro- di ridere spavaldamente della sua quasi quarantennale latitanza e del dolore dei familiari delle sue vittime. Un dolore che lui contribuiva a trasformare in rabbia vantandosi a distanza della sua libertà.

          Entrambi i ministri sono riusciti a esagerare nella gestione della vicenda: l’uno, con un giubbotto della Polizia di Stato abitualmente addosso, augurandosi che adesso il detenuto “marcisca” fra le sbarre, Bonafede.jpganche se la Costituzione gli garantisce un trattamento umano e una pena rieducativa, e l’altro, con un giubbotto della Polizia Penitenziaria infilato per l’occasione, diffondendo sulla sua pagina facebook un filmino di circa quattro minuti, con musica annessa, sui passaggi più significativi della trasferta, diciamo così, di Battisti dalla Bolivia alla pista  di decollo di Ciampino per raggiungere la meta finale del carcere sardo di provata sicurezza.  Da cui, almeno sinora, nessuno è riuscito mai a fuggire.

         Ai due ministri in gara, per conto proprio e dei rispettivi partiti, nell’assegnazione del trofeo di giornata vanno addebitate alcune aggravanti. A Salvini la funzione di vice presidente del Consiglio, la violazione almeno verbale della Costituzione su cui pure ha giurato, che vieta di far marcire in carcere anche il peggiore degli assassini, le spallucce che oppone, anche davanti alle telecamere, a chi glielo fa notare e la consapevolezza, rimproveratagli in una vignetta di Sergio Staino sul Dubbio, delle condizioni a dir poco pericolose delle carceri italiane. A Bonafede, a dispetto dell’aria ingenua con la quale si è difeso dicendo di avere voluto valorizzare con quel video solo presenza e ruolo della Polizia Penitenziaria ai suoi ordini, qualcuno ha giustamente ricordato sulla sua stessa pagina elettronica di informazione e propaganda la dichiarata professione di avvocato. Che lo mette in grado di conoscere leggi e regolamenti più di Salvini, fermatosi al pur apprezzabile diploma di maturità classica, conseguito al Liceo Alessandro Manzoni di Milano nel 1992 con un voto di 48 su 60. Cui seguirono percorsi universitari interrotti di scienze politiche e di storia. Così almeno dicono le biografie accessibili, a meno di errori o di lauree ad honorem.

         Nel caso tuttavia del guardasigilli Bonafede -non so come aggravante sul piano politico o Il Fogliojpg.jpgcome attenuante sul piano emotivo, considerando talune dichiarazioni da lui rilasciate a questo proposito- c’è da considerare il turbamento provocatogli dalla notizia della partecipazione diretta o indiretta del suo collega di governo ad una pur affollata cena organizzata dalla giornalista del Foglio Annalisa Chirico, chiamata affettuosamente Chirichessa dal fondatore Giuliano Ferrara. Una cena in qualche modo galeotta, utile anche a facilitare la conoscenza e la frequentazione di leghisti e renziani: intesi, quest’ultimi, naturalmente come amici di Matteo Renzi:  “il Matteo sbagliato” , direbbe Salvini parafrasando l’odiato ex segretario del Pd. Che però è ancora provvisto di un certo seguito nei gruppi parlamentari del proprio partito, specie al Senato. Dove -guarda caso- i numeri della maggioranza gialloverde, già stretti all’avvio della legislatura, si sono ulteriormente ridotti per esodi o espulsioni di grillini. E i leghisti possono temere o desiderare, secondo i casi o le preferenze, loro o di chi li osserva, collassi e/o rimescolamento di posizioni e carte.  

 

 

 

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Salvini viola la Costituzione auspicando che Battisti “marcisca” in galera

            Diavolo di un uomo, Matteo Salvini riesce a farsi male da solo. Quella frase –“Dovrà marcire in galera fino all’ultimo giorno”- gridata, col solito giubbotto della Polizia addosso, contro Cesare Battisti appena sbarcato dall’aereo che lo riportava in Italia dalla Bolivia per scontare i due ergastoli art. 27 .jpgcomminatigli dai tribunali per quattro omicidi, ne ha distrutto di un colpo la credibilità istituzionale di ministro della Repubblica. Che ha giurato al Quirinale davanti al capo dello Stato, firmandone poi il verbale, di “osservare lealmente la Costituzione”. Eppure essa dice all’articolo 27, fra l’altro: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

           Non possono chiaramente stare insieme queste parole della Costituzione e quelle che il ministro dell’Interno, nonché vice presidente del Consiglio, ha pronunciato sul pur ergastolano, ormai, Battisti chiuso giustamente nel carcere di Oristano.

          Salvini ha compiuto un attentato, fortunatamente solo verbale sinora, alla Costituzione italiana. E per fortuna, non tanto di Battisti quanto della stessa Costituzione, egli è soltanto -si fa per dire- ministro dell’Interno e non anche della Giustizia, che è chiamato ad occuparsi delle carceri più di lui. E avrebbe fatto bene il guardasigilli Alfonso Bonafede a tirargli il giubbotto, e forse anche qualche altra cosa, sentendolo parlare in quel modo all’aeroporto di Ciampino. Dove entrambi si erano recati per accogliere festosamente quanto meno gli uomini che avevano catturato o contribuito alla cattura del latitante.

           Nonostante i reati per i quali è stato condannato e quella odiosa spavalderia con la quale ha goduto per quasi quarant’anni della troppo generosa e avventata ospitalità altrui, Battisti è un imputato da “rieducare”, come prescrive appunto la Costituzione, e non da lasciar “marcire” in galera. Battisti.jpgQuesto, pur in un Paese ormai sgangherato culturalmente e politicamente come il nostro, può sfuggire all’ultimo manettaro incontrato per strada, e che magari avrebbe preferito la pena di morte all’ergastolo per Battisti, ma non a un ministro dell’Interno fra le cui aspirazioni c’è anche quella di guidare un giorno il governo. E spero che gli basti il governo.

           Solo Salvini, con la sua irruenza, poteva fare il miracolo di un’autorete del genere. Che è in fondo quella, contestatagli da Francesco Merlo su Repubblica, di essersi messo in qualche modo alla pari con Battisti. “Sono solidali -ha commentato l’editorialista- di ghigno e di gugno. Cesare Battisti che si atteggia a vittima e Matteo Salvini che si atteggia a boia. Solo loro due sono convinti -poveracci- che sia stata arrestata la sinistra”.

           Già, la sinistra. Salvini ci ha messo anche questo nell’auspicare che il detenuto ora marcisca in galera, pagando così anche il fatto di essersi arruolato fra i comunisti, pure i non “combattenti”, è parso Merlo.jpgdi capire, dopo avere scoperto quelli in arme fra altre sbarre, quando era solo un criminale comune. Eppure, a parte il contributo obbiettivo e anche di sangue – ricordo Guido Rossa a Genova nel 1979- che va riconosciuto ai comunisti nella lotta al terrorismo in Italia, senza lasciarsi condizionare dal famoso “album di famiglia” onestamente ammesso da Rossana Rossanda sul manifesto, mi sembrava di aver letto da qualche parte che a Salvini da giovane la sinistra non dispiacesse.

 

 

 

 

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Che cosa Caselli dimentica quando tratta ancora Andreotti da imputato

Per quanto messa ampiamente nel conto, si è rivelata superiore al previsto l’insofferenza di Giancarlo Caselli per le celebrazioni mediatiche ed anche istituzionali – com’è avvenuto ieri alla Biblioteca Giovanni Spadolini al Senato- del centenario della nascita del suo ex ed ormai defunto imputato eccellente di mafia Giulio Andreotti.

Già intervenuto con largo anticipo lunedì 7 gennaio sul Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, dov’è di casa, con un duro articolo di monito a non “stravolgere la verità” e “truffare il popolo italiano in nome del quale si pronunciano le sentenze”, Caselli ha voluto scrivere una lettera al Corriere della Sera -che l’ha pubblicata sabato 12 gennaio- per contestare la rappresentazione quanto meno scettica, fatta su quel giornale da Antonio Polito, di un Andreotti assolto per modo di dire. In particolare, assolto dall’accusa formulata proprio da Caselli, quand’era capo della Procura di Palermo, di concorso esterno in associazione mafiosa ma prescritto per i fatti, pur accertati secondo lo stesso Caselli fino alla primavera del 1980, di associazione a delinquere. Che era il reato contestabile appunto sino a 39 anni fa, prima che nel codice penale entrasse quello specifico di associazione mafiosa.

A Polito, come più in generale aveva fatto sul giornale di Travaglio prevenendo quanti si accingevano ad occuparsi della lunga vicenda processuale di Andreotti, durata ben undici anni, Caselli è tornato a rileggere, diciamo cosi, testo alla mano, la sentenza d’appello in cui all’ex presidente del Consiglio sarebbero stati fatti barba e capelli per i suoi rapporti con esponenti neppure secondari della mafia.

In particolare, l’ex magistrato ora in pensione ha indicato come emblematici “due incontri” di Andreotti, presenti il suo luogotenente in Sicilia Salvo Lima, Vito Ciancimino e i cugini Salvo, col “capo dei capi” di mafia Stefano Bontate per discutere anche dell’assassinio del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, suo collega di partito e fratello dell’attuale presidente della Repubblica, Sergio: assassinio compiuto la mattina della Befana proprio del 1980. Di cui è stato quindi celebrato in questi giorni il trentanovesimo anniversario, con una intensità però mediatica e politica  che ha dato a qualcuno, a torto o a ragione, il pretesto per contrapporlo in qualche modo alla ricorrenza del centenario della nascita di Andreotti.

A quest’ultimo proprio Caselli, sempre riferendosi alla sentenza d’appello, e di revisione di quella pienamente assolutoria di primo grado, emessa a Palermo nel processo da lui promosso, è tornato a rimproverare di non avere usato le informazioni probabilmente ricevute da Bontate, morto l’anno dopo, per aiutare la magistratura a fare piena luce sull’assassinio di Piersanti Mattarella. Che “aveva pagato con la vita il coraggio di essersi opposto a Cosa Nostra”, ha ricordato in modo questa volta davvero pertinente l’ex magistrato anche nel primo intervento sul Fatto Quotidiano.

Implacabile nella sua reazione al pur “interessante” articolo dell’editorialista e vice direttore del Corriere della Sera, Caselli ha citato la sentenza d’appello del 2003 per incidere anche sulle colonne del più diffuso giornale italiano che Andreotti “con la sua condotta ha, non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione col sodalizio criminale ed arrecato, comunque, allo stesso un contributo rafforzativo, manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi”.

Il buon Polito ha proposto un po’ ironicamente in un brevissimo corsivo di replica a Caselli una soluzione di “compromesso” alla disputa sulla conclusione del processo di mafia al 7 volte presidente del Consiglio e 27 volte ministro: “non condannato”. Cioè, non assolto e neppure condannato.

Ignoro, almeno sino ad ora, la reazione di Caselli al “lodo” Polito.  Nel mio piccolo, molto piccolo per carità, memore anche di un’analoga polemica avuta con Caselli nel 2008 sulle colonne del Tempo, preferisco seguire il percorso suggerito in questi giorni su facebook da un figlio di Andreotti, Stefano. Che ha riproposto all’attenzione del pubblico navigante la lettera scritta proprio al Tempo in quell’occasione dagli avvocati dell’ex imputato eccellente, allora peraltro ancora in vita. Dal quale ho motivo di ritenere che fosse venuta l’idea di quella missiva per non intervenire direttamente lui nella polemica, come io invece gli avevo chiesto ottenendo una risposta interlocutoria.

Gli avvocati Giulia Bongiorno e Franco Coppi, nell’ordine in cui firmarono la lettera, non credo solo per ragioni di cavalleria da parte del professore e titolare dello studio legale, visto il particolare impegno messo nella difesa dell’ex presidente del Consiglio dall’attuale ministra della funzione pubblica, contestarono a Caselli di  fermarsi sempre, nei suoi interventi critici sul loro assistito, alla sentenza d’appello. E di limitarsi ad accennare al terzo e definitivo verdetto, quello della Cassazione emesso alla fine dell’anno successivo, come ad una pura e semplice ratifica dell’altro.

Invece nella sentenza della Cassazione si trova ciò che Caselli, secondo Stefano Andreotti, cerca sempre di tenere per sé, sapendo forse che chi lo legge sui giornali, o lo sente alla radio o in televisione, difficilmente ha poi la voglia e il tempo di controllare scrupolosamente gli atti. Si legge, in particolare, nelle carte della suprema Corte che  da parte dei giudici di appello in ordine ai fatti prescritti “la ricostruzione e la valutazione dei singoli episodi è stata effettuata in base ad apprezzamenti e interpretazioni che possono anche non essere condivise”.

Ancora più in particolare, nella sentenza davvero definitiva di un processo -non dimentichiamolo-  alla cui “autorizzazione” lo stesso imputato contribuì votando palesemente a favore nell’aula del Senato, e quindi rinunciando per la parte che lo interessava all’immunità Andreottijpg.jpgancora spettantegli in quel momento come parlamentare,  è scritto che agli apprezzamenti e alle interpretazioni dei giudici d’appello, sempre in ordine ai fatti coperti dalla prescrizione, “sono contrapponibili altre dotate di uguale forza logica”. Non mi sembrano, francamente, parole e concetti di poco conto, ignorabili o sorvolabili in una polemica così aspra come quella che l’ex capo della Procura della Repubblica di Palermo usa condurre ogni volta che ne ha l’occasione parlando o scrivendo della vicenda giudiziaria di Andreotti.

Caselli, si sa, avrebbe voluto che il senatore a vita, nonostante la lunghezza del procedimento cui era stato sottoposto, protrattosi -ripeto- per undici anni,  ben oltre forse la “ragionevole durata” richiesta dall’articolo 111 della Costituzione nel nuovo testo in vigore dal 1999, rinunciasse anche alla prescrizione. E ancora gli contesta praticamente, anche da morto, di non averlo fatto.

Una volta, andato a trovarlo a Palazzo Giustiniani in occasione di un compleanno, ne parlai con Andreotti, reduce da una fastidiosa influenza. Ma più che le sue parole, oggi facilmente confutabili dai suoi irriducibili avversari perché sarebbero postume, preferisco riferire quelle appena pronunciate dalla figlia Serena in una intervista ai tre giornali –Il Giorno, La Nazione e Il Resto del Carlino- del gruppo Riffeser: “Avremmo voluto batterci per ottenere una forma di completo scagionamento, di piena innocenza. L’abbiamo detto al babbo, ma lui e la mamma erano stanchi e hanno detto basta. Fermiamoci, va bene così, fu la risposta”. La mamma di Serena, Livia, dopo tante apprensioni e amarezze sarebbe stata peraltro dolorosamente colpita da una inguaribile malattia neurologica.  Non dico di più per dare un’idea di ciò che accadde in quei tempi ad Andreotti e alla sua famiglia, a dispetto della tranquillità olimpica, o quasi, che l’ex presidente del Consiglio ostentava in pubblico, e nelle aule processuali, o dintorni, che egli frequentava con lo scrupolo di sempre.

E’ impressionante, a quest’ultimo proposito, il racconto che in questi giorni ha fatto un amico giornalista dell’allora imputato di una serata trascorsa con lui in un albergo di Palermo, fra un’udienza processuale e l’altra. Andreotti trovava il tempo, e la voglia, di parlare degli anni giovanili in cui da sottosegretario di Alcide De Gasperi alla Presidenza del Consiglio si occupava anche di spettacolo e frequentava attori e attrici incorrendo una volta nelle proteste della moglie. Che si ingelosì davanti ad una foto che lo ritraeva sorridente a Venezia con Anna Magnani, allora legata a Roberto Rossellini. Che prima ancora di conoscere e di unirsi a Ingrid Bergman già faceva soffrire, diciamo così, la grande attrice romana.

Francamente, anche alla luce delle postille della Cassazione su cui Caselli di solito tace, non mi sembra giusto -e neppure umano, aggiungerei- trattare ancora Andreotti, a sei anni circa della morte,  come un imputato e partecipare ad una caccia contro di lui alla maniera un po’ dell’ispettore di polizia Javert con l’ex galeotto Jean Valjean nei Miserabili di Victor Hugo. E con questo, scusandomi in anticipo con Caselli se dovesse sentirsi ingiustamente colpito da questo richiamo letterario, davvero completo e chiudo la rievocazione di Andreotti cominciata martedì scorso 8 gennaio su queste pagine, in vista del centenario della sua nascita.

Che riposi davvero e finalmente in pace, avvolto nella bandiera pur metaforica dell’articolo 59 della Costituzione, applicatogli nella nomina a senatore a vita per avere “illustrato la Patria”, il protagonista di tantissimi anni della politica italiana. Cui qualcuno cerca ogni tanto di paragonare i davvero, e sotto tutti gli aspetti, lontanissimi attori di oggi, ora accomunandogli l’ex presidente del Consiglio, pure lui, Mario Monti per la sua ironia pungente, ora il presidente del Consiglio in carica Giuseppe Conte per le mediazioni con cui si sta cimentando, ora addirittura il giovanissimo vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio per la sua agilità di posizionamento. Ha fatto quest’ultimo paragone persino in un saggio il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana mettendo a dura prova la sedia alla quale ero appoggiato leggendolo.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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