Alessandro Sallusti succede a Mario Sechi con poco garbo alla direzione di Libero

       Già i latini consigliavano di cercare il veleno nella coda. L’ho trovato leggendo l’editoriale di insediamento, ritorno e quant’altro di Alessandro Sallusti alla direzione di Libero dopo il brusco licenziamento di Mario Sechi, appena messo sotto scorta per le minacce di morte degli anarchici insurrezionalisti. Messo sotto scorta, ripeto, non messosi da solo o fattosi mettere dalle autorità competenti e compiacenti per simulare una certa ritorsione mediatica dell’editore che aveva deciso di liberarsene. Così ha letto in cronache adeguatamente ispirate.

       Il veleno nella coda dell’editoriale, ripeto, di insediamento, ritorno e quant’atro di Sallusti, già ex direttore del Giornale sostituito bruscamente da Tommaso Cierno, tanto da rifiutare l’offerta compensativa fattagli della direzione editoriale del quotidiano che fu di Indro Montanelli; il veleno nella coda, dicevo, sta in questa postilla di otto righe: “Ps: torno oggi alla direzione di Libero con orgoglio ed entusiasmo. Ringrazio l’editore, la famiglia Angelucci, per la fiducia, conto sull’aiuto della redazione e sulla comprensione di voi elettori. Ci aspettano mesi importanti e ricchi di novità”. La prima delle quali -novità- sta nella scortesia, a dir poco, di non ringraziare e salutare -come di consueto in queste circostanze- il collega e predecessore Mario Sechi. Preferendo evidentemente la subordinazione agli umori della proprietà ritrovata piuttosto che uno stile, diciamo, liberale.

       I giornali così condotti meritano più di altri le perdite diffusionali di cui soffrono tutti, in una crisi pari a quella delle edicole che chiudono.

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Il licenziamento istantaneo di Mario Sechi da direttore di Libero

In 66 anni di mestiere ne ho francamente viste e persino vissute di tutti i colori. Persino il licenziamento di Indro Montanelli dal Giornale che aveva fondato e diretto anche con Silvio Berlusconi, sino a quando l’editore non decise di scendere in politica, come soleva dire calcisticamente, e di metterlo in difficoltà, diciamo così. Momtanelli, pur avendo avuto sino ad allora la massima libertà, continuando a considerare “suo” il quotidiano con l’autorizzazione concessagli per iscritto dall’editore, ebbe paura di non poterlo più essere abbastanza. E Berlusconi lo licenziò, appunto.

       Mi trovai involontariamente coinvolto nel pandemonio trovando nelle cronache il mio nome nella rosa dei possibili successori indicati dall’editore al comitato di redazione, per quanto io avessi lasciato Il Giornale una decina d’anni prima per divergenze su Bettino Craxi. Di cui mi fidavo, diversamente da Montanelli per questioni più di carattere che di politica, avendomi personalmente spiegato -diavolo di un uomo e di un maestro- che i lettori del Giornale non gli avrebbero perdonato l’appoggio a un socialista, per quanto anticomunista ostentato.

       Avevo polemizzato con Montanelli su questo preferendo cambiare casa, diciamo così, ma mai avrei accettato di succedergli. E tenni a farlo sapere, senza tuttavia recuperare più di tanto i rapporti con lui, che nella pratica dell’antiberlusconismo riuscì a piacere, compiaciuto, anche al pubblico delle feste dell’Unità, cui veniva invitato con astuzia più che con convinzione. Claudio Velardi, che mi ospita ogni tanto, potrebbe confermarlo nella onestà esemplare con la quale scrive della sua passata militanza comunista, da solo o con Chicco Testa. Del cui comune libro, ricavato dalle lettere che si sono scambiate, consiglio di non perdere neppure una pagina.

       Pur abituato, ripeto, a vederne e viverne di tutti i colori, sono rimasto esterrefatto del licenziamento fresco di stampa di Mario Sechi da Libero, appena finito sotto protezione per le minacce di morte di anarchici estremisti prese sul serio dagli organi, uffici e quant’altro competenti.

       Più grave e sconcertante del licenziamento di Sechi in queste circostanze, ho trovato e trovo il tentativo dell’editore -che l’ormai ex direttore di Libero ha chiamato per nome e cognome, Giampaolo Angelucci, figlio del più illustre e parlamentare Antonio- ha compiuto di attribuire all’interessato l’uso strumentale del servizio di protezione assegnatogli dalle autorità competenti per fare la vittima. Una cosa, leggendola nella cronaca, per esempio, del Corriere della Sera, che dà da sola la prova e la misura di quanto si possa abusare, sì, ma di una certa pratica editoriale, più che giornalistica. Della quale ha dovuto sentire puzza di bruciato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella tenendo a far sapere la solidarietà al licenziato. Di cui naturalmente resto amico ed estimatore capendo ora anche certe difficoltà recentemente avute con lui come collaboratore di Libero. Ex collaboratore, naturalmente, per una questione quanto meno di stile.

Pubblicato sul Riformista

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Fino a quando Salvini abuserà della pazienza di Meloni, ma anche di Mattarella?

Come Cicerone a Catilina nel 63 avanti Cristo, cioè 2089 anni fa, si può ora chiedere a Matteo Salvini sino a quando abuserà della pazienza di Giorgia Meloni. Della quale è vice presidente del Consiglio e ministro delle infrastrutture, comprensive -nella sua visione della politica e nella pratica di governo- delle competenze altrui.

       L’ultima, o penultima, del capo della Lega, costretto dalla sua imprudenza a inseguire il generale Roberto Vannacci messosi in proprio dopo l’allenamento da vice segretario del Carroccio, è stata la contestazione del tentativo in corso nell’Unione europea, e condiviso dalla premier Meloni, di accelerare l’adesione, antiicipandola sotto certi aspetti, dell’Ucraina di Zelensky. Che sarebbe un modo anche per rafforzare il sostegno europeo, appunto, alla sua difesa dall’aggressione imperialistica della Russia di Putin.

       All’interesse geopolitico alla sorte dell’Ucraina, scambiata anche per il suo europeismo da Putin per un paese da “denazificare” mettendolo a ferro e fuoco, Salvini preferisce quello di proteggere non l’Italia, ma gli elettori della Lega, dalla concorrenza che le loro attività economiche potrebbero subire per la partecipazione del Paese di Zelensky all’Unione.

       Salvini insomma chiede alla Meloni ciò che neppure le opposizioni più filoputiniane osano reclamare. E questo, ripeto, per difendersi dalla concorrenza elettorale del suo ex vice segretario Vannacci.

       Fino a quando -ripeto anche questo- Salvini abuserà della pazienza della premier e degli alleati di centrodestra? Sino a quando avrà la pazienza di sopportarlo anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ancora più filoucraino e antirusso della Meloni?  Non mi aspetto naturalmente risposte.

Non è di melonite che soffre il non più ispirato Francesco De Gregori

Meno male che è stato lo stesso Francesco De Gregori -il popolarissimo cantautore tanto ottimista e generoso da avere scritto e cantato Viva l’Italia nel 1979, l’anno dopo il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro- a precisare di avere perduto l’ispirazione “da una decina d’anni”. Dopo tutto quello che le rimproverano o le attribuiscono, compresa la rivalutazione del fascismo attraverso il ricordo di Giorgio Almirante, che pure morì rispettato da dirigenti comunisti che lo avevano accolto tre anni prima alla camera ardente di Enrico Berlinguer, alla premier Giorgia Meloni sarebbe stata rivolta anche l’accusa di essere stata lei a inaridire, spegnere e quant’altro la fantasia di De Gregori, appunto. Che non l’aveva perduta neppure dopo lo scontro avuto con Bettino Craxi quando il leader socialista e poi presidente del Consiglio scelse proprio la sua canzone Viva l’Italia, ripeto, per aprire e chiudere raduni del suo partito, compresi i congressi.

       La storia repubblicana, di prima edizione e successive, delle quali ho perso persino il conto tante ne corrono anche in trasmissioni televisive, è piena, per carità, di polemiche feroci e di scontri. A cominciare dal “calcio in culo” propostosi da Palmiro Togliatti nelle elezioni politiche del 1948 contro Alcide De Gasperi dopo l’interruzione della loro collaborazione al governo, quando il leader comunista era stato il ministro della Giustizia del leader democristiano.

       Poi venne l’antimoroteismo, a sinistra e a destra, per la delimitazione della maggioranza di centro-sinistra, col trattino, teorizzata in Parlamento dal leader democristiano per escludervi liberali, monarchici e missini da una parte e comunisti dell’altra. Che si guadagnarono però “l’attenzione” di Moro una volta scavalcato a sinistra  dai suoi amici di partito e di corrente, e messo in minoranza.

       Ci fu anche un antifanfanismo sfociato nella preclusione della strada per il Quirinale, subìta poi anche da Moro per rispettare in qualche modo la leggenda dei due cavalli di razza della Dc.

       Seguì l’antricraxismo degli anni Settanta, Ottanta e Novanta, proseguito anche dopo la morte del leader socialista in Tunisia non da esule, come si considerava Bettino Craxi, appunto, bensì da latitante. Che riesce tuttavia a guadagnarsi ogni tanto qualche piazza o strada cittadina: per esempio, di recente, nella Benevento del sindaco Clemente Mastella.

       Seguì ancora l’antiberlusconismo, che continua anche dopo la morte di Silvio Berlusconi, appunto, viste le proteste levatesi contro i figli, Marina e Pier Silvio, che si interessano ancora, diciamo così, del partito del padre condotto dal vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani.

       Siamo ora all’antimelonismo, lungo il pendio della personalizzazione della politica aumentata, anzi esasperata dopo il tramonto delle cosiddette ideologie. Antimelonismo o melonite, la malattia un po’ degenerativa della destra fascista o post-fascista che si avverte in giro, per quanto non ancora diagnosticata mediaticamente o scientificamente. E appena imprudentemente alimentata con quelle assenze oscene della destra alla monumentalizzazione del seggio di Giacomo Matteotti a Montecitorio.

Pubblicato sul Dubbio

Le assenze oscene alla Camera che monumentalizza lo scranno 14 di Giacomo Matteotti

       Trovo francamente oscene le assenze a Montecitorio, a cominciare da quelle di destra di cui la premier Giorgia Meloni dovrebbe trovare il tempo di occuparsi per contestarle al capogruppo dei suoi fratelli d’Italia,  nella seduta, cerimonia, chiamatela come volete, in cui è stato monumentalizzato il seggio 14 intestandolo a Giacomo Matteotti. Che l’occupava abitualmente. Dove il parlamentare socialista pronunciò lo storico discorso, che gli costò la vita, contro i brogli elettorali e le violenze dei fascisti.

       Con i tempi che corrono, in un contesto nel quale si liquida come fascismo anche il ricordo, a 38 anni dalla morte, di Giorgio Almirante omaggiato anche dai comunisti, che ne avevano apprezzato l’arrivo ossequioso tre anni prima nella camera ardente di Enrico Berlinguer, la presidente del Consiglio non può sopportare in silenzio ,ripeto,  senza deplorarla e compiere gesti anche clamorosi, l’assenza della sua parte politica alla sacralizzazione dello scranno di Matteotti. Che sarà suo, del martire del fascismo, per sempre, non più assegnato ad alcuno in un’aula peraltro diventata abbondante con la riduzione dei seggi parlamentari voluta dagli ancora grillini e subita dai loro alleati di prima e seconda mano.

       Neppure i giornali, a dire la verità, hanno fatto una bella figura non trovando generalmente spazio in prima pagina per la notizia di Montecitorio. Ad eccezione meritoria dell’Unità di Piero Sansonetti, alla quale il partito della Meloni ha offerto un motivo e un’occasione di polemica obiettivamente imperdibile.

La stagione dell’antimelonismo dopo l’antiberlusconismo e l’anticraxismo

       Per quanto “acclamata”, secondo le cronache delle assemblee prima dei coltivatori diretti e poi degli industriali, l’applausometro personale di Matteo Renzi ha assegnato alla premier Giorgia Meloni, nel solito salotto televisivo di opposizione di Giovanni Floris su la 7, consensi decrescenti di quantità e qualità. Concessi più per cortesia, naturalmente immeritata, che per convinzione.

Ettore Prandini, presidente dei coltivatori diretti, è stato dileggiato per il suo entusiasmo nei riguardi dell’ospite. Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, è stato degradato a uno sciocco sovranista per aspettarsi anche lui, come la premier, una Unione europea più politica e meno burocratica, con  le sue regole contabili definite “stupide” a Bruxelles anche da Romano Prodi, quando era presidente della Commissione esecutiva.

       Scampata miracolosamente la settimana scorsa, come ho già rivelato con sollievo, al coinvolgimento nella tragedia dei sommozzatori italiani nelle acque delle Maldive, temo che la premier non scamperà invece alla tentazione dei suoi avversari di attribuirle, con la sua troppo lunga permanenza a Palazzo Chigi, le ragioni della perduta ispirazione di autore e cantante annunciata da Francesco De Gregori. Che nel 1979, l’anno dopo la mattanza della scorta e l’uccisione conclusiva di Aldo Moro per mano delle brigate rosse, e di quanti non vollero o non seppero né prevenirle né combatterle davvero dietro la formula della “fermezza”, aveva avuto l’ottimismo, la volontà, la generosità di inventarsi quella bellissima canzone intitolata “Viva l’Italia”.

       Viviamo ormai in anni di antimelonismo ossessivo, come di antiberlusconismo prima di lei, di anticraxismo prima ancora. Oltre che, naturalmente, di antifascismo appena riacceso dal ricordo della stessa Meloni, e del presidente del Senato Ignazio La Russa, dei 38 anni trascorsi dalla morte di Giiorgio Almirante, omaggiato nella sua camera ardente da Nilde Jotti e Giancarlo Pajetta. Che tre anni prima lo avevano accolto alla camera ardente di Enrico Berlinguer. Col quale Almirante aveva avuto incontri non certo occasionali negli anni del terrorismo che minacciavano i loro partiti avvertiti, a destra e a sinistra, come moderati, traditori o traditi.  

       I risultati delle elezioni amministrative di domenica e lunedì scorsi non hanno procurato alla Meloni, per quanto ferita dalla bocciatura referendaria della riforma costituzione della magistratura due mesi prima, i danni sperati dai suoi avversari e critici. Che ne sono usciti a volte persino umiliati, come a Venezia dove il Pd in edizione bengalese, improvvisata per pescare i voti islamici di tanti immigrati, si è procurata la giustissima derisione dell’ultimo sindaco lagunare davvero di sinistra che fu Massimo Cacciari.

       Il buon Paolo Mieli impegnatosi oggi sul Corriere della Sera in una spietata analisi dei ritardi e delle contraddizioni della sinistra imbaldanzita dall’illusione referendaria di marzo, si vedrà prima o dopo iscritto d’ufficio anche lui al fascismo neppure tanto occulto dei nostri tempi.  

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Venezia in cartolina per la Schlein come la Trieste di Cadorna…..

       Di Venezia, il maggiore degli oltre 700 Comuni dove si è votato in un turno amministrativo che aveva fatto sognare alle opposizioni una replica del referendum sulla riforma costituzionale della magistratura perduto dal governo due mesi fa, si potrebbe dire come di Trieste, nella famosa canzone del 1916, mandata in cartolina dal generale Cadorna alla regina.

       Neppure nella versione bengalese, diciamo così, patrocinata in persona sul posto dalla segretaria Elly Schlein, accorsa a sostenere la candidatura di Andrea Martella, il Pd è riuscito a conquistare con i suoi alleati la città lagunare. Che è rimasta al centrodestra con la vittoria, al primo turno e 12 punti di distanza, del candidato al quale ha telefonata per complimentarsi la premier Giorgia Meloni. Che è stata promossa “Serenissima” dal Giornale a caratteri quasi di scatola senza bisogno che il sindaco faccia gli scongiuri come imparò a fare a suo tempo Enrico Letta scalzato da Matteo Renzi, a Palazzo Chigi, dopo che il segretario del Pd ancora fresco di elezione al Nazareno lo aveva pubblicamente esortato a “stare sereno”.

       Se Venezia è rimasta al centrodestra al Nord, Reggio Calabria  è passata al Sud dal centrosinistra. Non parliamo poi della figuraccia, per quanto scontata, del Pd a Salerno, dove è tornato sindaco l’ex governatore campano Vincenzo De Luca pur non avendo potuto disporre delle insegne del partito di cui il figlio è peraltro segretario regionale.

       Il capogruppo del Pd al Senato Francesco Boccia con spavalderia ha cantato vittoria lo stesso man mano che arrivavano i risultati del corposo turno elettorale liquidando come “locali” le sconfitte della sinistra e assicurando, testualmente, che il governo “resta in crisi”, per quanto la premier non si sia mai dimessa e abbia potuto replicare con sarcasmo che “anche oggi il crollo del centrodestra è rinviato a domani”.

       Una segnalazione, per quanto marginale, merita il Comune lombardo di Vigevano, destinato a rimanere al centrosinistra nel ballottaggio fra due settimane, ma dove la Lega nel centrodestra è stata sorpassata dal partito creato dal generale Roberto Vannacci scendendo dal Carroccio. Sul quale Matteo Salvini lo aveva fatto salire promuovendolo imprudentemente vice segretario nazionale. Gli errori, si sa, prima o poi si pagano, tanto a sinistra quanto a destra.

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Il Quirinale nella fantasia post-elettorale di Dario Franceschini

Dario Franceschini, dal quale nel frattempo non sono giunte smentite o precisazioni, chiederebbe ai suoi amici e interlocutori di partito che lo scambiano forse per il Moro dei poveri: ”Secondo voi cos’è più importante? Palazzo Chigi o il Quirinale?”.  Lo chiede, secondo il Corriere della Sera di qualche giorno fa, prospettando un pareggio l’anno prossimoper effetto della legge elettorale in vigore o, peggio ancora, di una nuova ma diversa da quella che Giorgia Meloni vorrebbe fare approvare all’insegna  della stabilità, e le opposizioni riusciranno forse a impedirle con una pratica, per esempio, ostruzionistica di cui lo stesso Franceschini non sarebbe convinto, Almeno, a parole,

       Almeno, ripeto, a parole perché in fondo con quella domanda su cosa si debba preferire fra Palazzo Chigi e il Quirinale non  dispiacerebbe a Franceschini neppure lo scenario di un pareggio che obbligasse centrodestra e centrosinistra a trattare insieme, e preventivamente, nella prossima legislatura, in un clima di larghe intese necessitate, la formazione del nuovo governo e la successione, dopo due anni, a Sergio Mattarella sul colle più alto di Roma. Vasto programma, tornerebbe a dire la buonanima del generale Charles De Gaulle.

       Alla destra si potrebbe lasciare Palazzo Chigi, magari non proprio alla Meloni durata già troppo a Palazzo Chigi per le abitudini italiche, di prima e seconda Repubblica, ma a qualcuno meno temuto sovrastato dalla Meloni alla presidenza della Camera. Della quale lei fu già vice presidente quasi da ragazza.  Al Quirinale dovrebbe andate un altro presidente in odore o prossimità di sinistra. Magari, sospetterete con me alla maniera andreottiana, lo stesso Franceschini, sostituito poi chissà da chi al Nazareno come promotore di tutte le maggioranze all’interno del Pd. Cosa che neppure Moro, buonanima, riuscì a fare sempre nella Dc, nonostante la sua bravura quasi scientifica, finendo in minoranza nell’autunno del mitico 1968, dopo essere stato sfrattato a Palazzo Chigi dagli “amici” dorotei smaniosi a tal punto di prenderne il posto da offrire ai socialisti di Francesco De Martino un‘edizione “più coraggiosa e incisiva” del centro-sinistra, ancora col trattino. Loro, i dorotei di Mariano Rumor, Flaminio Piccoli eccetera, che nei cinque anni precedenti avevano borbottato per la troppa pazienza di Moro con socialdemocratici e  socialisti, sino a favorirne l’unificazione, fortemente concorrenziale con la Dc sul piano elettorale, e mandare al Quirinale Giuseppe Saragat per sostituire l’ormai impedito Antonio Segni, il capo proprio dei dorotei.

       Vedete quante belle cose si possono rivivere e proporre praticando la politica con quella immaginazione che nel 1968 i giovani si proposero in tutte le piazze europee di portare al potere, non accorgendosi di quello che i sovietici, senza alcuna immaginazione, riuscivano a fare proprio quell’anno nella Cecoslovacchia di Dubcek, arrestandone la primavera. Franceschini, d’altronde, è un politico poliedrico, diciamo così, meccanico in officina, dove si è divertito a sistemare il suo ufficio privato, e romanziere in letteratura. E l’uomo al quale dobbiamo, in complicità con Draghi, troppo tecnico per rendersi conto dei possibili inconvenienti,  a dir poco, la targa della Cultura applicata al Ministero che Moro e Giovanni Spadolini avevano prudentemente  intestato nel 1974 solo alla tutela dei beni culturali.

Pubblicato sul Dubbio

E’ ripresa la fuga dalle urne, e dai partiti che le intossicano

       Più i partiti s’incarogniscono, al loro interno e nelle coalizioni reali o virtuali cui appartengono o aspirano, sino ad accapigliarsi sulla memoria di Giorgio Almirante onorato in morte 38 anni fa anche dal partito comunista ricambiando il rispetto e l’omaggio del leader missino ad Enrico Berlinguer, più gli elettori li rifiutano. E preferiscono disertare le urne alle quali sono chiamate, come quelle dei 749 Comuni in cui si vota sino alle ore 15 di oggi. Ieri il dato di affluenza è risultato in calo del 4 per cento rispetto all’analogo precedente elettorale. Alla faccia del “lieve” avvertito da alcuni volenterosi cronisti.

       Il calo è ripreso dopo le illusioni di maggiore partecipazione al referendum di marzo sulla riforma costituzionale della magistratura, perduto dal governo che era riuscito a fare approvare dal Parlamento la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri,  conseguentemente del Consiglio Superiore, e il ricorso ad un’Alta Corte di disciplina delle toghe.

       Una rondine non fa primavera, dice un vecchio proverbio. E infatti gli elettori hanno ripreso a fuggire dalle urne. E a punire i partiti, praticamente tutti, per il loro modo di governare o di fare opposizione, a livello locale e nazionale.

La sinistra perde la testa e la memoria sulla figura di Giorgio Almirante

La rispettosa e rispettata partecipazione di Nilde Jotti e Giancarlo Pajetta alla comune camera ardente di Giorgio Almirante e Pino Romualdi nel maggio del 1988, testimoniata in un bell’articolo su Libero di Annalisa Terranova, che faceva parte del picchetto del servizio d’ordine dei giovani missini, era stata preceduta nel 1985 dalla visita commossa di Giorgio Almirante alla camera ardente di Enrico Berlinguer, allestita alle Botteghe oscure. Dove il leader della destra italiana, come avrebbe raccontato poi la moglie Assunta, aveva deciso di andare piangendo alla notizia della morte del segretario comunista. Di cui era stato certamente un avversario senza tuttavia disconoscerne i meriti, a partire dalla onestà personale, o negargli addirittura la collaborazione in passaggi difficilissimi della storia nazionale, e non solo di entrambi i loro partiti.

       Il Pci, in particolare, era minacciato nella sua credibilità e persino sopravvivenza dal terrorismo rosso che lo sentiva imborghesito dai rapporti con la Dc di Aldo Moro e di Giulio Andreotti. Il partito di Amirante era minacciato dal terrorismo nero, al quale veniva abbinato per aumentarne l’isolamento in nome dell’antifascismo. I due segretari in una rigorosa riservatezza imposta dalle loro basi animose, chiamiamole così, avevano avvertito la necessità e preso l’abitudine di incontrarsi e scambiarsi notizie, consigli e impegni.

Fu una bella e rara pagina della politica nazionale, calpestata più ancora che dimenticata dalla sinistra che ha fatto un caso anche del ricordo dedicato ad Almirante nel trentattotesimo anniversario della scomparsa dalla premier Giorgia Meloni e dal presidente del Senato Ignazio La Russa, la solita “seconda carica dello Stato” che gli viene rimproverata, anzi rinfacciata, ogni volta che lui dice o fa ciò che non piace ai suoi critici e avversari in servizio permanente ed effettivo.

       Si demonizza con ossessione in  Italia una destra con la quale anche prima della cura termale di Gianfranco Fini a Fiuggi hanno avuto rapporti  di un certo peso politico tutti indistintamente i partiti. Ricordo, fra l’altro, i voti missini con i quali nel 1955 Giulio Andreotti riuscì a mandare al Quirinale, mischiati ad alcuni comunisti, Giovanni Gronchi. Lo stesso Andreotti e altri della Dc riuscirono poi a coinvolgere, quanto meno, i missini -che non aspettavano altro- nell’elezione dei presidenti della Repubblica Antonio Segni e Giovanni Leone. Sarebbe accaduto nel 1985, su richiesta dell’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi a Giorgio Almirante, anche con Arnaldo Forlani, se questi non si fosse sottratto da solo alla corsa per fare correre ed eleggere in una sola votazione Francesco Cossiga alla scadenza del mandato di Sandro Pertini.

       Scendiamo pure di qualche gradino, dal Quirinale a Palazzo Chigi, o al Viminale che aveva precedentemente condiviso col Ministero dell’Interno la sede della Presidenza del Consiglio. Ricordo i voti missini al governo del democristiano Adone Zoli, che si vantò di non averli chiesti e fece finta di rifiutare, avvalendosene per restare in carica e, fra l’altro, sottrarre alla clandestinità la tomba di Mussolini. Ricordo i voti missini, per niente rifiutati neppure essi, al governo del democristiano Fernando Tambroni, che Gronchi aveva nominato per preparare la prospettiva opposta del centro-sinistra, doverosamente col trattino.

       A cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso -come corre dannatamente il tempo- nacque anche, sia pure nell’ambito regionale della Sicilia, il famoso “milazzismo”, dal nome del democristiano dissidente Silvio Milazzo fiduciato da missini e comunisti insieme.

       Vi debbo raccontare altro,  pescare ancora nella mia memoria  di cronista politico, per farvi capire quanto farlocco sia l’antifascismo di cui a sinistra hanno ancora bisogno per cercare di sopravvivere ai loro errori, alla loro inconcludenza, alle loro ambizioni sproporzionate?  Per oggi può bastare, credo.

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