Gli ossimori pasquali che si inseguono anche nella politica italiana

E’ già un ossimoro di suo una Pasqua di guerra, peraltro non la prima e, temo, neppure l’ultima, in cui le colombe della pace vengono impallinate in cieli affollati di missili, droni, bombardieri, caccia e altre diavolerie di morte. Ma questa è stata, ed è, una Pasqua speciale di guerra, in cui è toccato ad un Papa americano, il primo nella storia, anche dopo Francesco venuto dall’America sì ma del sud, evocare Dio per sottarlo ad un connazionale che nella Casa Bianca e dintorni, Donald Trump, se n’era in qualche modo appropriato proclamando di esserne stato ispirato alla ricerca di nuovi equilibri mondiali o locali, tenendo aperte vecchie guerre, che pure si era proposto di chiudere, e aprendone di nuove.

       Altro che investito, protetto e quant’altro, quasi da pari in una visione onnipotente della sua forza e del suo ruolo, capace di riportare il nemico di turno all’”età della pietra”, o spedirlo all’”Inferno”, che Papa Francesco aveva troppo generosamente chiuso parlandone persino in televisione. A Dio -ha ammonito Leone XIV, Prevost all’anagrafe statunitense- dovrà alla fine rispondere anche Trump, come tutti gli altri che praticano la guerra, a volte pensando di prevenirne altre peggiori, in una rincorsa di morti e di rovine.

       Chissà se Trump ha sentito il Papa che parlava da San Pietro, a Roma. Chissà se qualcuno glielo ha tradotto in inglese, anzi in americano, visto che Prevost aveva parlato e parla abitualmente in italiano da quando è salito al vertice della Chiesa. Mentre Trump di italiano temo che conosca solo il plurale di Giuseppe, riservato già nel suo primo mandato all’allora presidente del Consiglio Conte in transito da una maggioranza gialloverde a una giallorossa. E chissà, dopo la traduzione in americanao che cosa avrà detto e pensato del suo connazionale nei paramenti pontifici. Speriamo che non gli venga in mente di gridarlo ai quattro venti, su un prato o in una carlinga, che spesso predilige, ad alta quota, per tenere chi lo ascolta col fiato sospeso. E persino insultarlo, se si azzarda a dissentire.

       Anche quella italiana, sul terreno politico, è stata ed è tuttora, per quanto ci siamo fatti anche la Pasquetta, una Pasqua particolare, animosa più che mite, pacifica. I vincitori del no referendario alla riforma della magistratura e al governo che l’ha promossa, con le speciali procedure parlamentari prescritte dalla Costituzione, non hanno ancora smaltito l’”euforia” che ha infastidito anche Goffredo Bettini, pur passato dal sì al no per concorrere al risultato che ora vede festeggiato troppo. Gli sconfitti si leccano le ferite, ciascuno a modo suo, e scommettono per la ripresa del centrodestra proprio sugli errori degli avversari. Che non hanno ancora un programma comune -e chissà se riusciranno mai a darselo, voluminoso o no  come quelli di Romano Prodi ai tempi dell’Ulivo e dell’Unione- e tanto meno una comune leadership. Per definire la quale Conte ha reclamato le primarie dopo averle snobbate, sicuro evidentemente di prevalere sulla segretaria del Pd pur “testardamente unitaria” Elly Schlein.  Che, dal canto suo, oltre che da Conte, e forse ancora di più, si deve vedere anche dal suo partito, dove sono in molti, sotto sotto, a non perdonarle di essere arrivata dov’è con primarie aperte agli estranei, chiamiamoli così.

Pubblicato sul Dubbio

La Pasqua è passata ma nel campo largo continua la via Crucis

Per fortuna non di guerra come altrove, fra le proteste del Papa e gli ammonimenti del Papa, ma la Pasqua della politica italiana è stata alquanto animosa. Già nella domenica delle Palme, d’altronde, pochi avevano voluto raccoglierle preferendo le solite polemiche, risse, minacce, richieste ultimative di dibattiti parlamentari e tutto il resto dell’armamentario partitico o correntizio delle opposizioni.

       Neppure di fronte alla missione della premier italiana nel Golfo persico, fra la solidarietà ai paesi in pericolo, in fondo anch’essi, dell’”età della pietra”minacciata all’Iran che non rinuncia alle sue pratiche terroristiche, e la ricerca di sicurezza negli approvvigionamenti energetici, ha fermato le opposizioni ancora troppo “euforiche”, come lamenta  anche il loro protettore Goffredo Bettini, della vittoria del no referendario alla riforma costituzionale della magistratura.

       Giorgia Meloni ha continuato ad essere rappresentata dagli avversari imbaldanziti, ripeto, dal successo referendario come una complice dell’odiato presidente americano Trump, sino a compromettere gli interessi nazionali. Il suo attivismo e credito internazionale sarebbero allucinazioni.

       Eppure nella loro apparente unità polemica e aggressiva le opposizioni hanno continuato ad essere fra loro divise nei contenuti e persino nelle procedure della marcia verso l’alternativa di governo. Un programma comune continua ad essere una prospettiva lontana e incerta, su cui le trattative sono fumose anche nel metodo.

       Non parliamo poi della leadership, affidata dal baldanzoso Giuseppe Conte, smanioso di tornare a Palazzo Chigi, a primarie che stanno mettendo a dura prova persone apparentemente prudenti e riflessive come Romano Prodi, che ha brandito il bastone di mortadella impietosamente evocato da noi di Libero.

       La segretaria del Pd Elly Schlein, sempre “testardamente unitaria” in apparente sicurezza e quant’altro, ha l’attenuante di una posizione, diciamo così, di ufficio, obbligata. Cos’altro dovrebbe fare nei suoi panni e nel suo ruolo per evitare di rinunciare agli uni e all’altro. Ma neppure una terapia massivamente ottimista può farle ignorare quei traffici che si svolgono nel suo stesso partito contro di lei. Le tante invocazioni, allusioni e quant’altro al “facilitatore”  di turno, che sia l’ex segretario Pier Luigi Bersani avvolto sempre nelle sue battute e parodie, o un ex premier meno anziano e logorato di Prodi, manifestano da sole la ben poca, scarsa convinzione del sostegno che la segretaria del Nazareno si aspetta. O dovrebbe aspettarsi.

       Le elezioni politiche anticipate di cui tanto si continua a parlare, attribuendone negativamente il progetto o la tentazione alla Meloni nonostante le sue smentite , sono in fondo la sola risorsa nella quale sperano paradossalmente nel campo largo, larghissimo, santo e santissimo, per creare quel clima di emergenza che, solo, può forse creare da quelle parti una spinta all’accordo che manca invece nelle prospettive d una legislatura a scadenza ordinaria. Lungo la quale è più probabile che la maggioranza di centrodestra si rinsaldi che le opposizioni riescano ad accordarsi davvero su cosa fare una volta al governo, e sotto la guida di chi.

       Tutto questo si avverte in un contesto internazionale nel quale francamente non si vede chi possa toccare palla davvero nel già ricordato campo largo. Neppure Conte al singolare italiano e al plurale trumpiano del suo nome. Un Conte terzo, dopo il primo e il secondo della scorsa legislatura, che sognano neppure tutti sotto le cinque stelle ora reclamate con le carte bollate da Beppe Grillo, per niente rassegnato alla fine riservatagli dall’avvocato da lui stesso portato troppo in alto ai tempi d’oro, elettorali e politici, del movimento.

Pubblicato su Libero

Le Pasque diverse, anzi opposte, dei due americani più famosi nel mondo

       Non so se anche a voi, ma a me è capitato di vedere contrapposte come mai era accaduto in passato le Pasque a San Pietro, del Papa avvolto nei fumi dell’incenso, e alla Casa Bianca e dintorni, di un presidente degli Stati Uniti impegnato a riportare all’”età della pietra” il maggiore nemico di turno, l’Iran, o a mandarlo all’”inferno” appositamente riaperto, essendo stato chiuso, a parole, dal compianto Papa Francesco. Un Papa e un presidente entrambi americani, o del Nord America, come precisano gli esperti ricordando l’America del Sud del predecessore di Leone XIV, Bergoglio, che si compiaceva di non piacere tanto all’altra America, appunto.

       Papa Prevost ha ammonito chi promuove e pratica le guerre che ne risponderanno “a Dio”, dal quale invece Trump ogni tanto si sente investito del potere di tenere aperte le guerre, anche quelle che si vanta di avere chiuso rivendicando il premio Nobel della pace, o di aprirne altre per cambiare gli equilibri locali o mondiali, dandole peraltro prossime alla fine o a una tregua e, comtemporaneamente, ad un loro inasprimento. Magari “fottuto”, come lo stretto di Hormuz che gli iraniani hanno chiuso alle petroliere dei paesi nemici, o on abbastanza amici, con una decisione che Trump incredibilmente non aveva messo nel conto. O nessuno alla Casa Bianca gli aveva voluto o saputo prospettare per paura, temo, di perdere il posto.  

Ripreso da http://www.startmag.it     

Tutto ciò che della Terra non si riesce a vedere e sentire da lontano

       Solo visto da lontano, molto da lontano come accade agli astronauti nella loro missione propedeutica a sbarchi futuri sulla luna, il nostro mondo in bianco e blu riesce a nascondere le guerre e altre nefandezze che noi terrestri riusciamo a compiere o a subire, secondo il ruolo che ci è capitato. Un mondo insomma ancora desiderabile.

       In quella palla gigantesca fotografata dagli astronauti c’è anche l’Italia sia di Giorgia Meloni e dei suoi alleati di centrodestra, sia di Elly Schlein, Giuseppe Conte ed altri a aspiranti alla successione, che hanno assaporato nella vittoria del no referendario alla riforma costituzionale della magistratura il gusto pure di una vittoria nelle elezioni politiche ormai del 2027, nonostante gli anticipi offerti nelle loro cronache dagli instancabili retroscenisti.  Una vittoria ancora senza padri o madri, non essendo più certe neppure le primarie del cosiddetto campo largo, larghissimo e samto dell’alternativa reclamate da Conte, proprio dopo la sconfitta referendaria del governo, per aggiudicarsi il titolo di candidato a un ritorno a Palazzo Chigi, dopo la dolorosa partenza impostagli per lasciarlo, a suo tempo, a Mario Draghi.

       Di probabilità di vincere le primarie eventualmente sopravvissute anche alle bastonate di mortadella di Romano Prodi, un altro passato per Palazzo Ghigi ai suoi tempi, prima dell’Ulivo e poi dell’Unione, Conte ne ha, secondo l’ultimo sondaggio confezionato da Alessandra Ghisleri, solo se  la partita nel cosiddetto centrosinistra dovesse essere a due. lui e Schlein in ordine alfabetico. Ma è uno scenario irrealistico. Di altri aspiranti, reali o immaginari, vestiti o travestiti, di presunto bianco o presunto rosso o grigio, sono piene le cronache. E non è detto che gli “altri” possano favorire la segretaria del Pd, come mostra di presumere o prevedere la Ghisleri. Anche gli altri, ripeto, potrebbero portare via alla Schlein tanti voti da far prevalere Conte, sempre e dannatamente lui, l’ex premier ancora pentastellato, nonostante i propositi ormai anche legali, o giudiziari, di Beppe Grillo di riprendersi, da ex fondatore, garante, consulente e quant’altro   il nome del movimento sfilatogli via dall’avvocato pugliese fra una passeggiata e l’altra, a passo sempre svelto, dalla sua abitazione romana agli  uffici del partito e alla Camera.  Con passo svelto, ripeto, e mani sempre pronte a sfiorare….il successo.  

Il bastone di mortadella di Prodi sulla Schlein e su Conte

       Al netto del sarcasmo di Libero, che lo ha armato in prima pagine di un  grosso bastone di mortadella, Romano Prodi è ancora una volta sbottato contro il Pd, la cui segretaria Elly Schlein non ne ascolta i consigli pur essendo stata una prodiana da ragazza, o quasi, e contro Giuseppe Conte che le contende la leadership della cosiddetta alternativa al centrodestra. Come lo fu a suo tempo lo stesso Prodi, ai tempi di Silvio Berlusconi, quando lo incoronò in un cinema romano un allora potente Massimo D’Alema, pur pentendosene quando lo vide alla guida del governo, nel 1996, affiancato dal compagno di partito -si fa per dire- Walter Veltroni. “Due flaccidi imbroglioni”, gli attribuirono i soliti retroscenisti, a proposito di loro, fra smentite non sopravvissute, diciamo così, alle cronache.

       Prodi ha avvertito l’una e l’altro- la Schlein e il Conte pur reduce, o forse proprio perché reduce da un pranzo di lavoro con un amico di Donald Trump forse più importante dell’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, che la vittoria del no referendario alla riforma costituzionale della magistratura non basta, e neppure avanza naturalmente, per prenotare la vittoria di quel no anche nelle elezioni politiche dell’anno prossimo.

 C’è molta strada da fare su quella strada, ha avvertito l’ex premier, che non ha smesso di pensare, dopo il referendum, che ad un’alternativa occorra un programma comune. Possibilmente -mi permetto di suggerire- meno lungo e più vincolante di quelli che predisponeva lui e producevano governi -i suoi appunto- di breve durata. Persino rovinosa per la sopravvivenza delle Camere, sciolte anticipatamente nel 2008 due anni dopo la loro elezione, per la crisi di un governo di Prodi, appunto, il secondo, al quale non fu possibile rimediare, come nel primo una decina d’anni prima, con esperimenti diversi: dello stesso D’Alema e poi da Giuliano Amato, affrancato dai suoi vecchi rapporti dell’ormai defunto Bettino Craxi.

       Il bastone, pur di mortadella mediatica, di Prodi lascerà probabilmente il segno sulla segretaria del Pd e sul suo concorrente alla guida della sempre improbabile alternativa, almeno agli occhi del professore emiliano.

Il governo va avanti nel suo lavoro, pur tra civette, corvi e avvoltoi

       Più che il nome -Gianmarco Mazzi, proveniente più da Sanremo che da altro, tanto da far chiamare già “Discasterio”, qualcosa in più di una discoteca, il Ministero del Turismo assegnatogli dal presidente della Repubblica, con tanto di giuramento al Quirinale, su proposta della premier-conta il fatto che Giorgia Meloni abbia voluto sciogliere rapidamente il nodo della sostituzione di Daniela Santanchè. Che si considera al Senato, di cui continua a fare parte, la capra espiatoria, più che la pitonessa, della sconfitta referendaria del sì alla riforma costituzionale della magistratura. Con la quale peraltro la ex ministra ha dei conti da regolare, diciamo così, per le sue vicende imprenditoriali, sfortunate per quanto nominalmente “visibilia”.

       Niente rimpasto, quindi, inteso come scomposizione e ricomposizione del governo con più movimenti, e niente elezioni anticipate, per quanto l’opposizione mediatica contini ad attribuire alla premier almeno la tentazione. Nella quale l’interessata non cade non foss’altro perché sa che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella non le concederebbe lo scioglimento delle Camere prima della loro scadenza ordinaria in una situazione peraltro di precarietà, a dir poco, derivante anche all’Italia dalle guerre che in fondo la coinvolgano, al pari di altri paesi che non vi partecipano ma ne subiscono comunque gli effetti economici. Una situazione talmente avvertita anche a Palazzo Chigi, e non solo al Quirinale, che la premier è volata nel Golfo, incorrendo nella mezza incoronazione di Meloni, o semplicemente di “Giorgia d’Arabia”.

       La missione pasquale della premier italiana si traduce sul piano politico in una solidarietà ai paesi del Golfo, appunto, attaccati dall’Iran non ancora ridotto alla “età della pietra” minacciata o propostasi alla Casa Bianca, almeno nelle ore pari del giorno, dal presidente Donald Trump. Che continua lo stesso ad aspettarsi il premio Nobel della pace. Sul piano economico la missione della premier italiana si traduce in un lavoro di sicurezza per gli approvvigionamenti energetici.

       Il governo insomma continua a fare il suo mestiere, non di semplice galleggiamento, pur tra svolazzi di civetti e di corvi, o fra incursioni di sciacalli tra piazze e aule parlamentari.  

Dalla corsa alla luna alla corsa al Quirinale, o viceversa

       Meno male che negli Stati Uniti del pur imprevedibile presidente Donald Trump, che sogna il premio Nobel della pace anche dopo essersi dichiarato pronto a fare tornare l’Iran “all’età della pietra”, dove però gli ayatollah continuerebbero probabilmente a fare i loro abituali lavori; meno male, dicevo, che con Artemis II sono riprese le spedizioni lunari. Chissà se, sicuramente dopo l’era Trump, si riuscirà davvero a permettere ai terrestri più fortunati di fuggire dalla Terra, con la dovuta maiuscola, per rifugiarsi nel suo satellite. Qui, sulla Terra, accadono ormai cose sempre meno comprensibili e più temibili. Sula Terra, sempre con la maiuscola, degli americani, e loro alleati sempre più precari e minacciati, dei russi passati dal comunismo sovietico a quello personale di Putin, dei cinesi imprescrutabili nelle loro attese millenarie, del Medio Oriente sempre più polveriera, e infine, molto infine, dell’Italia minacciata dalla natura inclemente che si porta appresso i ponti sopravvissuti agli errori di costruzione o manutenzione, e da una politica più nel pallone di quanto non sia il gioco del calcio, ormai precluso ai campionati mondiali.

       Trovo il tempo, mi rimprovererete, di scherzare sulle cose serie. Sì, lo trovo in uno sforzo un po’ gramsciano, pur non essendo mai stato comunista, dell’ottimismo della volontà. La corsa alla Luna è pur sempre una risorsa di fantasia, superiore per dimensioni ed altro a quella al Quirinale cominciato col solito, lunghissimo anticipo nelle cronache e nei retroscena, a distanza di più di mille giorni della scadenza del secondo mandato quasi regale, per durata complessiva di 14 anni, del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

       Una corsa, questa tutta italiana al Quirinale, alla quale avrebbe potuto partecipare con un po’ di buona volontà e di fortuna persino il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, spinto l’anno scorso nella calca retroscenista della corsa alla presidenza della sua regione, la Campania finita invece nelle mani e nella barba di Roberto Fico, se il suo cuore non fosse stato appiedato non da un infarto, ma da una relazione extraconiugale rivelata dalla stessa amante confessa. Della quale naturalmente le opposizioni vorrebbero che riferisse alle solite Camere la solita premier Giorgia Meloni, fra dimissioni, guerre e accidenti.  

       Ditemi voi, francamente, se non è preferibile correre sulla Luna o sognarla…….

Cronache per niente serie dall’Italia del bar, dopo quella del caffè di De Gregori

       Dall’Italia del caffè cantata ottimisticamente nel 1979 da Francesco De Gregori, pur col terrorismo ancora in azione dopo il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro nel 1978, all’Italia del bar in cerca di un altro De Gregori, o dello stesso di 47 anni fa sempre vivo e ottimista, spero. L’Italia del bar, dove tutti si improvvisano quelli che non sono e imprecano, assolvono e più spesso condannano, reclamano dimissioni e metaforiche decapitazioni.

       L’Italia del bar dove si affaccia di prima mattina il ministro dello Sport Andrea Abodi e, prevenendo qualcuno che vorrebbe prendersela anche con lui per la sconfitta, ai rigori, dell’Italia del calcio nella partita con la Bosnia decisiva per lasciarci ancora fuori dai mondiali del pallone, si vanta di avere già chiesto le dimissioni del presidente della competente federazione del Coni, Gabriele Gravina, e di attendersi naturalmente quelle dell’allenatore Gennaro Gattuso.

       Titti gridano, protestano, imprecano non contro il “destino cinico e baro” a cui Giuseppe Saragat attribuiva gli scarsi risultati del suo partito socialdemocratico, ma contro questo o quel titolare di una qualsiasi carica. E nessuno se la prende, magari, con i giocatori che hanno sbagliato a tirare i rigori loro assegnati: gli unici che a me sembra titolati ad essere criticati dopo una partita chiusa in pareggio anche nei tempi supplementari.  

       Se si passa, o si prosegue sul terreno della politica, nel pallone anch’essa, il bar è ancora più affollato di gente e di proteste. Ora anche contro il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi smutandato, diciamo così, dalla sua amica o amante giornalista piena di affetto per lui e di incarichi forse rimediati anche per la sua relazione, chissà. L’altro Matteo, il  predecessore al Viminale, il capo della Lega post-bossiana Salvini, gli è solidale pensando anche alla possibilità di poterlo sostituire più rapidamente e felicemente, dopo essere stato assolto in un processo che lo aveva dirottato verso altri dicasteri.

       Fuori dall’Italia del bar abbiamo le ormai solite guerre nelle o per le quali la Nato è descritta come una “tigre di carta” da un presidente americano forse di cartone come appare ogni tanto Donald Trump, fra una raffica e l’altra, una tregua annunciata e mancata, e un premio della pace reclamato con disinvoltura, a dir poco.

       Ci restano i sepolcri della settimana santa per pregare che tutta questa follia finisca davvero.

Dalla Sigonella di Bettino Craxi alla Sigonella di Giorgia Meloni

Non è la prima volta che scrivo di una cena di una trentina d’anni fa con Bettino Craxi nella veranda della sua casa tunisina , e non sarà probabilmente neppure l’ultima ricorrendo ogni tanto la storia, allora smentitami dall’ex presidente del Consiglio, della sua avventura politica finita già nel 1985, quando era ancora a Palazzo Chigi, per avere osato sfidare a Sigonella gli americani. Ai quali aveva negato personalmente, in una telefonata notturna col presidente Ronald Reagan assistito da una interprete, la cessione di sovranità chiestagli con forza facendo catturare nella base militare siciliana alcuni dei responsabili del sequestro della nave italiana Achille Lauro nel Mediterraneo. Che era stata dirottata da un commando terroristico palestinese per scambiarla col rilascio dei soliti detenuti nelle carceri di Israele.

       La nave fu liberata su intervento di Arafat, chiesto personalmente al capo dell’Olp da Craxi, ma dopo che era già stato ucciso a bordo un cittadino statunitense, ebreo e invalido,  freddato in un alterco e buttato a mare con la sua carrozzella.  

Una volta abbandonata la nave, i dirottatori erano stati imbarcati dagli egiziani su un aereo per essere trasportati al sicuro in Tunisia. Ma il velivolo era stato intercettato dagli americani  e costretto ad atterrare a Sigonella, appunto, con l’obiettivo di sequestrare i dirottatori e mandarli a processo negli Stati Uniti. 

L’ambasciatore americano a Roma, scambiando Palazzo Chigi per una depandance, si era presentato quasi di notte, e fatto ricevere da un funzionario diplomatico, mentre  Craxi dalla sua stanza d’albergo spiegava all’interprete di Reagan, per telefono, che la competenza giudiziaria era italiana. E  ordinava che i Carabinieri a Sigonella impedissero, armi in pugno, il sequestro.

Ne derivarono, fra l’altro, le dimissioni del ministro della Difesa Giovanni Spadolini, rientrate rapidamente per un chiarimento intervenuto fra Craxi e Reagan con tanto di lettere di scambio: dear Bettino e dear Ronald. Seguì anche un incontro alla Casa Bianca.

Il mio amico Paolo Mieli, un po’ cronista e un po’ storico, ha raccontato l’altra sera nel salotto televisivo di Lilli Gruber che, a dispetto delle lettere, degli incontri e quant’altro, lì Craxi prenotò drammaticamente la sua fine cadendo dopo qualche anno -otto, all’incirca- nella rete giudiziaria milanese. Come anche Giulio Andreotti, ministro degli Esteri di Craxi ai tempi del sequestro della nave Achille Lauro, avvertì mani e manone americane -risparmiate da Mieli nella sua ricostruzione televisiva- nel pentimento di Tommaso Buscetta oltre Oceano e nei processi di mafia che ne derivarono, paralleli a quelli di corruzione e altro capitati a Craxi per Tangentopoli. Anche Giorgia Meloni, secondo Mieli, potrebbe avere rischiato troppo a Sigonella in questi giorni, negandone l’uso agli americani nella guerra all’Iran.

Stavo parlando una sera di 30 anni fa con Craxi proprio della sua Sigonella, di cui si  scriveva  sui giornali italiani anche per mano di qualche socialista, quando scattò l’allarme oltre la siepe e il muro della villa. In un attimo ci trovammo circondati da militari tunisini armati di tutto punto, che disponevano di una dependance della casa di Bettino. Essi interruppero cena e conversazione. Restituiti all’una e all’altra dopo minuti che mi apparvero un’eternità, quando si accertò la casualità dell’allarme, provocato da qualche animale di passaggio, io stentavo a riprendere il discorso. Che invece Craxi chiuse chiedendomi se fossi convinto “ancora” di quella protezione attribuibile “solo agli amici tunisini”, e non anche agli americani. Che -mi spiegò- gli erano “creditori non solo di Sigonella ma anche di Comiso”, a 80 chilometri di distanza l’una dall’altra, sempre in Sicilia.

A Comiso, grazie al ritorno dei socialisti nella maggioranza e nel governo dopo l’opposizione imposta dal predecessore di Craxi alla segreteria del Psi, Francesco De Martino, erano stati installati i missili del riarmo della Nato propedeutici al crollo del comunismo.  Dovetti convenire.  E di quell’argomento non parlammo più, neppure in altre circostanze.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 4 aprile

Il ritorno alla grande di Craxi nella cronaca e nella memoria della politica italiana

       Prima l’elezione a sorpresa di Stefania Craxi alla presidenza del gruppo di Forza Italia al Senato, dove il padre aveva interrotto, con una decadenza giudiziaria, diciamo così,, il suo percorso parlamentare per poi riprenderlo e concluderlo naturalmente, con la morte. Ora il ritorno di Bettino Craxi nei titoli delle prime pagine dei giornali per paragonare al leader socialista presidente del Consiglio nel 1985 la premier Giorgia Meloni e il suo ministro della Difesa, chiamato Craxetto in una vignetta, per il rifiuto della base di Sigonella, in Sicilia, ai bombardieri americani che volevano farvi sosta e rifornimento nella loro missione di guerra contro l’Iran.

       Se fosse ancora vivo, il mio amico Giampa- Giampaolo Pansa- avrebbe forse coniato già l’immagine di Melocraxi, come fece con Dalemoni, in cui confluirono per un po’ di tempo Silvio Berlusconi e Massimo D’Alema, in ordine alfabetico e inverso a quello scelto dal giornalista allora dell’Espresso.

       Troppa grazia, Sant’Antonio, mi verrebbe da dire di fronte a un ritorno una volta tanto così positivo nella memoria e nei titoli giornalistici del primo e unico leader socialista autentico arrivato in Italia alla guida di uno dei suoi governi più longevi. Che trovò il coraggio 41 anni fa di dire no al presidente americano Ronald Reagan e al suo corpo speciale di militari che avevano fatto atterrare a Sigonella un aereo egiziano diretto a Tunisi per sequestrare e processare negli Stati Uniti i responsabili del dirottamento terroristico della nave italiana Achille Lauro nel Mediterraneo, costato la vita ad un invalido ebreo cittadino degli Stati Uniti. Ma una volta atterrati in Italia, e per fatti accaduti su una nave italiana, Craxi rivendicò la nostra competenza giudiziaria. E la impose a un Reagan refrattario per qualche ora: il tempo necessario perché il ministro della Difesa Giovanni Spadolini, solidale con le proteste dell’ambasciatore americano presentatosi senza appuntamento a Palazzo Chigi, desse le dimissioni per una crisi rapidamente e quasi comicamente rientrata, essendo intervenuto un chiarimento anche epistolare -Dear Bettino e Dear Ronald- fra i due presidenti.

       Voi penserete che il ritorno, diciamo così, dei fatti e della memoria a Sigonella potrà fermare le opposizioni, almeno quelle più radicali, nella campagna di denigrazione della Meloni come la favorita, la subordinata a Trump? Per niente. La campagna continua scrutando parole e punteggiature dei comunicati di Palazzo Chigi e del Pentagono. Serva era e serva di Trump deve rimanere la premier italiana. Così vanno le cose nel teatrino della politica italiana.

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