La Meloni qualunquizzata dalle opposizioni per gli esoneri dal bollo auto

       Lo spirito elettoralistico della decisione del governo di esonerare, almeno nell’anno appunto delle elezioni politiche, il cosiddetto bollo sulle auto sino a 80 kw, pari a circa il 70 per cento delle macchine possedute in Italia, è stato denunciato dalle opposizioni con qualche motivo. Ma è di spirito elettoralistico, tendente cioè a soddisfare una parte dell’elettorato cui si tiene di più, anche la patrimoniale proposta, reclamata, minacciata dalle sinistre smaniose di vedere “piangere anche i ricchi”.

       Tutto è elettoralistico in tempo di elezioni, che peraltro in Italia è continuo, non mancando appuntamenti con le urne ogni anno di carattere locale promossi a test nazionali.

Fu elettoralistica, certo, l’esenzione dall’Imu della prima casa annunciata a suo tempo da Silvio Berlusconi, sulla cui scia la Meloni è stata accusata di muoversi. Un’esenzione tuttavia sopravvissuta alle elezioni e diventata “strutturale”, come la premier cercherà di fare in caso di vittoria elettorale e di conferma a Palazzo Chigi col cosiddetto bollo auto. Diversamente si confermerebbe quella sbeffeggiata sulla prima pagina del Fatto quotidiano di Marco Travaglio: una Meloni qualunquizzata, come il Cetto cinematografico. O il candidato pentastellato preso in giro dalla stessa Meloni e bocciato nelle elezioni in Calabria, dove aveva promesso di esentare dal bollo, che è regionale, tutte le auto, senza i limiti fissati dal governo , a cominciare dagli 80 cavalli fiscali.

Mascheroni, nomen omen, infanga la memoria di Enzo Bettiza dandogli del “reggicoda”

Alla faccia della volontà di “non fare polemica”. Luigi Mascheroni, del quotidiano che fu di Indro Montanelli, navigando in internet ha ritirato solo la formula villana, per i vivi e ancora di più per i morti, della “cacciata a calci in culo” di Enzo Bettiza negli anni ‘80 dal Giornale.  Egli invece si dimise insieme con me dopo il rifiuto di pubblicazione di un mio editoriale sulle polemiche attorno alla spartizione politica delle cariche al vertice dell’Eni. Spartizione che divenne uno scandalo per la sinistra democristiana e per i comunisti, spalleggiati curiosamente da Montanelli, solo quando non gradirono la designazione di un socialista da parte di Bettino Craxi. Al quale in realtà gli avversari di sinistra rimproveravano, più che la lottizzazione, di essere un anticomunista dichiarato, che aveva sottratto il Psi alla sudditanza dal Pci voluta dal suo predecessore alla segreteria Francesco De Martino. “Mai più al governo con la Dc senza i comunisti”, aveva annunciato quel segretario socialista provocando la crisi e le elezioni anticipate del 1976, da cui il Psi uscì con le ossa letteralmente rotte.

       Bettiza sosteneva Craxi non per “scodinzolargli”, come sostiene Mascheroni, ma per essere fedele all’anticomunismo, anch’esso dichiarato e fondativo del Giornale.  Anche Cesare Zappulli, tra i fondatori del quotidiano, si era candidato, ed era stato eletto, col consenso pieno di Montanelli in funzione dell’alleanza laica fra liberali, repubblicani e socialisti. Era il “liberalsocialismo” o “Lib-lab” tradotto in un libro scritto a quattro mani da Ugo Intini, portavoce di Craxi, e Bettiza.

       Citare a testimonianza o prova del fantasmagorico licenziamento pur senza “calci in culo”, ma sempre con vigoria, di Bettiza un libro di Mario Cervi e Giangaleazzo Biazzi Vergani, come ha fatto Mascheroni, non è un buon servizio neppure a loro. Che fomentavano Montanelli contro Bettiza per avere più potere e influenza nel Giornale e negli umori del fondatore, variabili come quelli di tutti gli uomini, anche di valore. Umori che avrebbero poi spinto Montanelli, dopo la rottura anche con Silvio Berlusconi, il cui fratello Paolo era diventato editore del Giornale, a frequentare le feste dell’Unità con tutti gli onori riservati a chi poteva portare acqua alle cause del Pci e sigle successive: quella antiberlusconiana negli anni a cavallo fra le cosiddette prima e seconda Repubblica. Un ricordo francamente non esaltante per uno al quale si attribuisce il merito di avere cacciato, anche senza calci “in culo”, ripeto, un presunto “reggicoda” di Craxi. Siamo a una polemica che è la proiezione giornalistica di uno scontro politico che ha ucciso la sinistra, visto il pantano in cui si nuove, e offuscato la destra che il Giornale ritiene di rappresentare con l’aiuto di Mascheroni, nomen omen.   

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Tutte le pene di Elena del Nazareno, già troppo snobisticamente Elly

       Pur di avere qualche probabilità in più di vincere, non ritenendo evidentemente certa la vittoria alla quale riteneva di “stare andando” nel comizio di chiusura della festa dell’Unità a Reggio Emilia, la segretaria del Pd si è dunque ricordata del suo vero nome di nascita e lo ha fatto gridare dalla propria tifoseria: Elena, sostituito per tanto tempo con la più snobistica Elly. La prossima volta, vedrete, farà scrivere da qualche solerte ammiratore politico che ha rinunciato a quell’altra snobistica scelta di un’armocromista dalla quale farsi consigliare le combinazioni di colori dell’abbigliamento.

       Non è tuttavia di questo che la segretaria del Pd ha bisogno per crescere di credibilità all’interno del campo dell’alternativa, dove si muoverà pure con testarda volontà unitaria, come suole ripetere, ma il principale, potenziale alleato le crea altrettanto testardamente problemi. L’ex premier si offende addirittura quando gli chiedono garanzie sulla lealtà, se mai lui dovesse perdere le primarie. Ma il problema della lealtà si porrebbe nel caso dovesse vincere lui la corsa alla candidatura a Palazzo Chigi avendo già avvertito che se mai dovesse tornarvi di aiuti militari, non solo verbali, all’Ucraina pur aggredita dalla Russia di Putin non si dovrà neppure parlare, anche se fossero stati messi fra le pieghe di un programma comune dell’alternativa con qualche, solito compromesso.

       Elena, per chiamarla come lei adesso preferisce, viene generalmente rappresentata da cronisti e retroscenisti nei panni e nelle pose di una testarda pazienza. Riconosce, parlandone con i suoi, che quelle di Conte sono “provocazioni”, impostegli da ragioni interne di un partito dove gli sputerebbero in faccia se non tirasse la corda, anche a costo di spezzarla, nei rapporti col Pd ma esorta a non cadervi dentro. Ma così Elena torna a meritarsi gli inconvenienti di Elly e a far crescere nel Nazareno i dubbi sulla sua capacità di tenuta. E’ un po’ come il cane che si mangia la coda.

       Anche sulla nuova legge elettorale appena approvata al Senato fra le proteste delle opposizioni unite nel considerarla una “truffa”, e destinata fra una decina di giorni al passaggio insidioso della Camera a scrutinio segreto, si è consumato dietro le quinte uno scontro fra la Schlein e Conte.

L’ex premier, insorto chiedendo un intervento del Capo dello Stato, avrebbe avvertito nel Pd una mano alla maggioranza di governo nella raccolta delle firme imposta alle liste elettorali di partiti e simili non rappresentati in Parlamento.  Da 1500 sono salite a 6000 quelle che dovrà trovare in ogni collegio, fra gli altri, il movimento dell’assessore capitolino Alessandro Onorato, che sta molto a cuore, nel campo largo dell’alternativa, proprio a Conte, in vista delle primarie per la leadership dell’alternativa, e al suo consigliere e amico piddino Goffredo Bettini.

Quest’ultimo elogia pubblicamente la segretaria Schlein ma non si straccerebbe di certo le vesti se alle primarie della coalizione dovesse prevalere Conte con l’aiuto di Onorato, nonostante un sondaggio Winpol condotto per Repubblica gli attribuisca il 32 per cento dei voti contro il 68 per cento della sua principale concorrente: 72 addirittura nel Nord.  

Come corre Elly Schlein verso la (presunta) vittoria elettorale

Oltre e più che “pronti al voto”, come generosamente anche giornali a lei di solito ostili le hanno fatto dire dal palco di chiusura della festa principale dell’Unità, a Reggio Emilia, la segretaria del Pd Elly Schlein, benedetta donna, si è rappresentata con i suoi compagni e compagne di partito in marcia verso la vittoria. “Stiamo andando a vincere”, ha detto facendomi tornare alla memoria quegli imperativi mussoliniani della vittoria -VINCERE- verniciati di nero su fondo bianco ovunque si alzasse sulle strade un edificio. Imperativi sopravvissuti sui muri alla sconfitta per un bel po’ di tempo, con spirito poco antifascista in una Repubblica nata dall’antifascismo.    

Il guaio della segretaria del Pd è che per vincere non le basta gridarlo strappando applausi ai tifosi. La sua corsa non è all’ultima curva, dove c’è solo il rettilineo della volata. La sua, come quella delle opposizioni, è una corsa con almeno tre tappe ancora da superare.

       C’è la tappa del programma, dalla stessa Schlein anteposto alle primarie reclamate da Giuseppe Conte a capo del movimento dalle cinque stelle lasciategli da Beppe Grillo. Che sta lavorando o minacciando un movimento senza stelle col quale disturbare l’ex premier come fa il generale Roberto Vannacci a destra con Giorgia Meloni.

       Il programma che ha in testa la Schlein, per esempio, sulla politica estera e di difesa non è esattamente quello di Conte. Che neppure da eventuale candidato a Palazzo Chigi per conto della coalizione dell’alternativa al centrodestra è disposto a mandare armi all’Ucraina. O a riconoscere nella Russia di Putin un pericolo per l’Europa.

       Ammesso e non concesso che su questo e su altri temi controversi si riesca a trovare un compromesso, occorrerà vedere se le primarie finiranno per essere accettare nel Pd anche da quanti non  le vogliono e lo dicono sempre più numerosi e preoccupati per le divisioni che esse comportano.        Sono le stesse divisioni che Conte reclama per non rischiare pernacchie e quant’altro in un  movimento che non gli perdonerebbe le solite operazioni di palazzo per dare un cosiddetto papa straniero alla coalizione antimeloniana.

       Primarie siano, dunque. Ma con quali effetti sulle “secondarie”, come vengono ironicamente chiamate quelle successive, nei seggi allestiti dal Ministero dell’Interno per il rinnovo delle Camere. Quali probabilità avrà Schlein di essere votata nelle secondarie dai pentastellati di uno sconfitto Conte. E quali probabilità avrà, viceversa, Conte di essere votato dai piddini della sconfitta Schlein?

       Più che andare a vincere, come è scappato di dire alla segretaria del Pd, troppo giovane per avere potuto vedere quegli imperativi mussoliniani     del secolo scorso, direi che la Schlein e le altre opposizioni stanno andando a vedere se potranno vincere.

Pubblicato sul Dubbio

Se i leader rinunciassero alla blindatura in testa alle liste elettorali

       Già parlamentare italiano ed europeo, orgogliosamente nostalgico del sistema elettorale proporzionale che lo portò alla prima elezione nel 1992, nella legislatura fra le più brevi della Repubblica perché interrotta dall’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro insofferente dei troppi inquisiti di “Mani pulite” e dintorni,  Pino Pisicchio non si è certamente strappato vesti e capelli per il ripristino dei voti di preferenza, per quanto limitato e controverso, nella legge elettorale votata al Senato. E chissà se al riparo da sorprese alla Camera. Se n’è, al contrario, compiaciuto rammaricandosi del ritardo col quale si è cominciato a porre rimedio all’abolizione anche dell’unica e ultima preferenza sopravvissuta al referendum abrogativo del 1991 intestato a Mario Segni, Mariotto per gli amici. Fra i quali credo vi fosse anche l’inascoltato Pisicchio, preveggente nel timore di un Parlamento destinato a perdere di rappresentatività e di potere, poi ridotto infatti dai grillini a una scatola di tonno da svuotare.

       Non so se il presidente del Senato Ignazio La Russa ha fatto bene i conti   nel prevedere che col testo votato a Palazzo Madama grazie anche a lui -salvo sorprese, ripeto, alla Camera- “almeno il 60-65 per cento degli eletti del mio partito”, che è quello di maggioranza guidato dalla premier Giorgia Meloni, “lo sarà con le preferenze”. So però che i capilista voluti e selezionati dai loro partiti continueranno ad essere eletti, diciamo così, di ufficio, cioè nominati.

       Per costoro Pisicchio, scrivendone sulla Gazzetta del Mezzogiorno, ha proposto “sommessamente” ai segretari di partito quello che ha definito “un piccolo atto di decenza” che condivido.Se proprio dovete mantenere i capilista bloccati -ha chiesto- evitate di farci vedere in cima i leader. Pensate un po’ a quelli che sono venuti prima di voi, a Moro, Berlinguer, Craxi, Almirante: avrebbero mai accettato di nascondersi dietro lo scudo di una capolistura bloccata, rinunciando al rapporto col popolo? E che leader sarebbero stati se si fossero dimostrati impauriti dalla concorrenza?”. “Usate i capilista -ha concluso Pisicchio- per metterci un po’ di donne, qualche personalità del mondo della cultura e della scienza, qualche bella testimonianza del volontariato. Insomma, abbiate decenza e la gente potrebbe anche tornare alle urne”. Senza bisogno di esservi spinta, come in Sassonia, dal Vannacci di turno.

I magistrati coperti fra gli avventori di Lavitola al Gianicolense

       Temo che rimarrà inappagata la curiosità malandrina dell’avvocato Stefano Giordano. Che sul Riformista di qualche giorno fa, raccogliendo e rilanciando “voci” circolanti già da luglio su magistrati -anche loro- “fra gli avventori abituali” del ristorante romano di pesce di Valter Lavitola, lamentava la insolita resistenza della riservatezza sulla circostanza. Della quale, per esempio, non risulta che abbia parlato la ormai ex compagna di Lavitola nelle dieci ore di interrogatorio giudiziario di ieri.

       Anche se “non è un reato” cenare da Lavitola, pur con i pesanti precedenti penali di cui il faccendiere cercava dichiaratamente di riscattarsi coltivando l’amicizia col conduttore televisivo di Report Sigifrido Ranucci e spingendolo alla politica addirittura come candidato a Palazzo Chigi per l’alternativa al centrodestra, l’avvocato Giordano ritiene che sia diritto dei cittadini sapere se ci fossero anche magistrati a quelle cene. Magistrati, magari, reduci dagli applausi scroscianti riservati nell’aula magna della Cassazione a Ranucci, in ordine cronologico vittima di un attentato – quello poi attribuito a Lavitola, che ha ammesso con motivazioni così poco convincenti per gli inquirenti da negargli più volte la scarcerazione- e partecipe della campagna referendaria contro la riforma costituzionale delle toghe separate fra pubblici ministeri e giudici, e tutto il resto bocciato.

       Il “prolungamento a tavola”, come lo chiama l’avvocato Giordano, ”di quegli applausi” in pubblico, e in quella sede giudiziaria, non merita di essere tutelato dal segreto.  “Il silenzio del resto -ha osservato il legale – è un pessimo affare proprio per i magistrati. Se esistono e sono innocui, dirlo costa ancora meno. Tacere è l’unica scelta che trasforma una cena in un sospetto. Delle vongole sappiano che arrivavano già sgusciate” ai commensali pigri come il mio amico Paolo Mieli, “dei magistrati sappiamo solo che qualcuno li ha sgusciati dalla cronaca”. Curioso impenitente ma anche spiritoso, il nostro avvocato Stefano Giordano.

Le stecche su Emma Bonino nelle celebrazioni della sua morte

       Il Giornale che fu prima di Indro Montanelli e poi di Silvio Berlusconi, il premier che mandò Emma Bonino alla Commissione europea di Bruxelles per rappresentare l’Italia, compiacendosi giustamente dell’apprezzamento che le consentì la conferma da parte anche di un governo di segno opposto, ha voluto definire “contraddittoria” la leader radicale riferendo della sua morte.

       Libero, anch’esso di dichiarata appartenenza all’area culturale e politica di centrodestra, ha tenuto a precisare nel titolo di prima pagina di non volere fare “sconti” all’italiana che pure è stata per tanti anni, prima dell’arrivo della Meloni a Palazzo Chigi, la più famosa nel mondo.

       La Verità di Maurizio Belpietro ha contestato alla Bonino di avere fatto in vita “il giro di ogni poltrona”, compresa quella di vice presidente del Senato, per soddisfare evidentemente le sue ambizioni personali, più che per portare avanti idee.

       Di tutt’altro segno e stile è stato Il Foglio del passato “amor nostro”  Berlusconi, come lo chiamavano in redazione e ne scriveva allegramente Andrea Marcenaro. Laicamente antiabortista come il predecessore e fondatore Giuliano Ferrara, che volle servire questa sua causa anche improvvisando una sua lista elettorale, il direttore Claudio Cerasa ha felicemente scritto, dei rapporti con la Bonino, che “sulla difesa della vita è stata una gioia litigare, sulla difesa della democrazia è stato un piacere pensarla come lei”.

       Un caso davvero fortunato ha voluto che il direttore Cerasa abbia scritto questo della Bonino, ricordandone la costante e forte difesa del diritto di Israele di esistere, e difendersi da chi questo diritto contesta, nello stesso giorno in cui il fondatore Ferrara, prendendosi tutta la parte alta della prima pagina del Foglio, ha contestato i due articoli pur pubblicati dell’amico Adriano Sofri favorevoli al racconto genocida di Gaza al festival cinematografico di Venezia. La “vergogna” gridata anche da Sofri contro Israele per come si è difesa è piuttosto quella dei terroristi palestinesi con l’eccidio del 7 ottobre.

La scomparsa di Emma Bonino, la donna italiana più famosa nel mondo prima della Meloni

       Con Emma Bonino, la leader radicale forse più popolare, più di Marco Pannella che sotto sotto, ma anche sopra, ne soffriva la concorrenza, è morta la donna italiana più famosa nel mondo, come la definiva il suo estimatore Sandro Pertini. Cui avrebbe meritato di succedere al Quirinale se i partiti avessero avuto il buon gusto e la saggezza di votarla appunto per la popolarità che aveva saputo guadagnarsi, persino oltre Tevere. E ben prima che Papa Francesco salisse sul suo appartamento per salutarla e incoraggiarla fra una pausa e l’altra concessale dal cancro che l’aveva colpita.

       Tanto erano divisive le sue battaglie, come quella dell’aborto in un paese di cattolici che avevano già dovuto ingoiare il rospo del divorzio, contribuendo peraltro a salvarlo dal referendum abrogativo del 1974, quanto era diffusa la simpatia che la Bonino riusciva a guadagnarsi. Ci volle solo la disinvoltura, a dir poco, di Matteo Renzi nel 2014, arrivando a Palazzo Chigi dopo avere conquistato la segreteria del Pd e avere esortato Enrico Letta a rimanervi “tranquillo”, per rimuovere la Bonino da ministro degli Esteri, senza neppure una parola di giustificazione e di ringraziamento. E per sostituirla, poi, con una funzionaria di partito di cui si sono perse le tracce dopo una formale promozione a commissaria europea.

       Neppure partecipando all’unanime cordoglio per la sua morte Renzi ha ritenuto di rammaricarsi per quel torto fatto alla Bonino più di dodici anni fa.

Come è diventato difficile leggere le cronache politiche e quelle giudiziarie….

       Non so se capita anche a voi. A me accade in questi giorni anche se di mestiere faccio il giornalista da una vita. E lo abbia fatto persino da direttore. Mi capita, in particolare, di dovere rileggere passaggi o interi articoli di cronaca politica e giudiziaria per capire meglio e di più. Ma senza riuscirci. Cronaca politica come quella della legge elettorale e giudiziaria come quella sull’affare Lavitola, dal nome dell’imputato reo confesso di un attentato promozionale ordinato contro- per modo di dire- l’amico Sigfrido Ranucci: promozionale perché finalizzato da una parte a procurargli una migliore protezione da parte dello Stato e dall’altra a farne crescere la notorietà in vista, non solo delle puntate settinanali di Report, ma anche o soprattutto  delle elezioni politiche dell’anno prossimo. Alle quali Lavitola, sempre lui, si era messo in testa di farlo arrivare come candidato del cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra. Ma candidato non a deputato o a senatore, bensì a capo della coalizione come aspirante a Palazzo Chigi, alla faccia di Elly Schlein, Giuseppe Conte e tanti altri che non nomino tutti per timore di dimenticarne qualcuno, o di non fare in tempo a intercettarlo, visto che non passa giorno senza che ne venga fuori un altro.

       Pazienza per le cronache giudiziarie, viste le abitudini alle quali ci hanno abituati dai tempi delle famose e presunte “mani pulite”, o “coscienze sporche” nelle rappresentazioni critiche. Ma quella delle cronache politiche incomprensibili anche come semplici resoconti parlamentari è una sorpresa grande come una casa, e dura da digerire. Sia a sinistra sia a destra si sta vantando il merito, o il demerito, se preferite, di avere tentato il ripristino dei voti veri di preferenza elettorali: non quelli “farlocchi” sbandierati, secondo le opposizioni, dalla premier in persona pur avendo garantito ai capilista l’elezione a tavolino, per il fatto stesso di essere appunto capilista, voluti a quel posto dal segretario di turno del relativo partito.

L’abbaglio delle preferenze e la rinuncia suicida al ballottaggio

       Peraltro neppure sicuro perché a rischio di bocciatura a scrutinio segreto nel ritorno alla Camera, dove già il governo era stato battuto sulla stessa materia nel primo passaggio, il ritorno limitato delle preferenze intestatosi con orgoglio dalla premier Giorgia Meloni al Senato non mitiga il difetto della nuova, ennesima legge elettorale. Che è la rinuncia al ballottaggio proposto da una personalità pur eminente della maggioranza di centrodestra come l’ex presidente del Senato Marcello Pera.

       Senza il ballottaggio sia il centrodestra sia il centrosinistra, entrambi alquanto articolati al loro interno, con divergenze che li attraversano su temi non secondari come la politica estera e di difesa, saranno esposti ai condizionamenti delle punte estreme.

       Il primato della longevità, cioè della durata, raggiunto e festeggiato nei giorni scorsi ha dato alla Meloni la speranza di potere esorcizzare il condizionamento del generale Roberto Vannacci, che già nei sondaggi risulta decisivo per il risultato della partita elettorale dell’anno prossimo fra il centrodestra e il centrosinistra. Altro che i cespugli centristi per il campo largo e quelli omologhi della maggiorana uscente, fra i quali è finita con la sua percentuale a una sola cifra anche la Forza Italia del compianto Silvio Berlusconi.

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