Ciò che la premier ha mandato a dire ai Berlusconi su giustizia e dintorni

       Il senatore Luca Ciriani, 59 anni, friulano, dovrebbe occuparsi prima o dopo nel suo ruolo di ministro per i rapporti col Parlamento, appena affiancato come sottosegretario dall’ex capogruppo di Forza Italia alla Camera Paolo Barelli, del percorso delle leggi sulla giustizia di cui proprio il partito di Barelli ha sollecitato l’approvazione. Sull’argomento, senza condividere gli aggettivi “comprensibile e superflua” usati dal Guardasigilli e collega di partito Carlo Nordio, è stato cauto e assai generico parlandone anche lui al Corriere della Sera, come il titolare del dicastero di via Arenula.

       “Il referendum” che ha bocciato la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri e altro ancora,è stata un’occasione persa per riformare un sistema che ha diverse problematiche”, ha detto Ciriani. ”Ma sulla giustizia è giusto intervenire sui nodi come la lunghezza dei processi, gli organici, le pene. Lo faremo confrontandoci con Consiglio superiore della magistratura, associazione nazionale dei magistrati, sperando in un clima più sereno”, ha aggiunto quasi laconicamente profittando della discrezione dell’intervistatrice Paola De Caro. Che non gli aveva ancora sollevato il problema posto dai forzisti di tendenza Marina, diciamo così, di cercare consensi più larghi.

       Il tema tuttavia è comparso alla fine all’intervista con una domanda sulla possibilità che “il quadro cambi magari in Forza Italia con la discesa in campo di uno dei figli di Berlusconi”. “Non ho idea -ha risposto il ministro di stretta osservanza meloniana- di cosa vogliano fare loro, ma so che il padre creò il centrodestra e noi di fratelli d’Italia saremo sempre fedeli a quella formula e sempre alternativi alla sinistra, qualunque siano le scelte altrui”. Parole di Ciriani ma, penso, idee e direttive della premier dietro il silenzio ufficiale seguito all’iniziativa epistolare dei nuovi capigruppo parlamentari forzisti.

Il presidente americano scampato per fortuna al martirio che non merita

       Meno male. Il presidente americano Donald Trump è scampato ad un altro attentato, anche se il mancato assassino – uno svitato che si è definito nelle sue aspirazioni “gentile”, ”amichevole” e quant’altro- ha assicurato dopo la cattura in un albergo di Washington, dove già un altro presidente americano, Ronald Reagan, rischiò la vita, di non avere avuto come suo obbiettivo l’inquilino della Casa Bianca. Da anticristiano come si vanta di essere, lo sciagurato aveva evidentemente preso di mira qualcuno dello staff di Trump meno compromesso col suo recente scontro contro il Papa, americano pure lui.

       Thomas Allen si chiama l’attentatore armato e atterrato dalle squadre di sicurezza di Trump. Trentunenne, originario della California, laureato in ingegneria meccanica (non credo del cervello), insegnante di sfortunatissimi alunni fortunati però nell’averlo ormai perduto, è un altro di una lista che comincia ad essere troppo lunga, e persino sospetta, di attentatori del presidente americano.  Che sembra cominci a capire di essere davvero in pericolo. Questa volta non si è vantato di essere protetto da Dio e ha indossato i panni buoni del presidente che invita dissidenti e quanti, malati o sani o semi sani di mente, di non praticare la violenza, di darsi una calmata insomma.

       La cosa più spiacevole e ingiusta, diciamo pure odiosa, che possa capitare a chi dissente dalle decisioni, dalle guerre e dalle tregue traballanti che egli produce, dei travestimenti cui ricorre per dileggiare lo sventurato di turno, è di vedere ucciso il presidente americano durante il suo mandato in circostanze tali da fargli guadagnare quello che non merita: l’aureola del martirio.

“Superflua” per Nordio la spinta di Forza Italia per riformare la giustizia

       “Superflua” ha dunque definito il ministro della Giustizia Carlo Nordio, parlandone a caldo al Corriere della Sera, la pur “comprensibile” lettera che gli hanno mandato i nuovi capigruppo parlamentari di Forza Italia di “sollecitazione” -ha detto- alla ripresa del dialogo con le opposizioni e le categorie interessate alla riforma della giustizia.  Che, una volta bocciata col referendum la parte riguardante la magistratura, rimasta a carriera unica, differenziata solo nelle funzioni inquirenti  e giudicanti, deve proseguire con interventi ordinari. Alcuni dei quali sono già all’esame delle Camere, a cominciare da quello sulla prescrizione.

       “Superflua”, ripeto, è una parola di spirito critico come la sollecitazione, usata dall’intervistatrice del Corriere della Sera per definire la lettera spedita al Guardasigilli. Che, com’era facile prevedere, non deve averla gradita molto. Chissà se non se n’è anche doluto con la premier Giorgia Meloni, della quale ha tenuto a ricordare pur non esplicitamente di avere avuto conferma di fiducia e altro dopo la sconfitta referendaria della separazione delle carriere dei magistrati, del doppio Consiglio Superiore e dell’Alta Corte disciplinare.

       “Il successo non è mai definitivo e il fallimento non è mai fatale”, ha detto il ministro avvertendo le opposizioni che “le elezioni non si vincono con i no” e ricordando anche l’assunzione immediata della responsabilità presasi per la sconfitta referendaria “con tutte le possibili conseguenze”, pronto quindi anche alle dimissioni se la premier le avesse considerate “nell’interesse del governo”. “Invece sono ancora qui e rimarrò se Dio vorrà”, oltre che la Meloni, ”sino alla  fine della legislatura”, ha puntualizzato Nordio. A buon intenditor poche parole, come dice un vecchio proverbio.

       Nella sua reazione quanto meno infastidita all’iniziativa dei capigruppo parlamentari di Forza Italia eletti nella cornice di una svolta attribuita generalmente ai figli di Silvio Berlusconi e dintorni, vecchi e nuovi, il ministro ha tenuto ad elencare tutti gli incontri di lavoro già avuti e quelli programmati dopo “una settimana di riposo” seguita a “due mesi di campagna referendaria con oltre un centinaio di interventi dal Piemonte alla Sicilia”.

       Nell’assicurare che “ora andiamo avanti”, su cui il Corriere della Sera ha titolato l’intervista, il ministro ha reagito duramente anche alle nuove polemiche subite sul tema da lui sollevato delle “modiche quantità” anche della corruzione, come della droga, da considerare in indagini e processi. “Difficile parlarne con chi non conosce il diritto”, ha risposto Nordio ai suoi critici, soprattutto quelli che di diritto dovrebbero saperne di più come i magistrati ancora in carriera. Fra i quali si è subito distinto ieri sera per sarcasmo e altro nel salotto televisivo delle “altre parole” di Massimo Granellini, su la 7, il capo della Procura di Napoli Nicola Gratteri. Peraltro inorgoglito di sei milioni di voti che ritiene di avere personalmente procurato alla vittoria referendaria del no il mese scorso.

L’inchiostro… simpatico della corrispondenza forzista con Nordio

       I solleciti, compreso quello fatto dai nuovi capigruppo parlamentari di Forza Italia al Guardasigilli Carlo Nordio a riprendere o accelerare iniziative ordinarie di legge sulla giustizia dopo il fallimento referendario della riforma costituzionale della magistratura, hanno sempre, o generalmente, un aspetto critico. E’ nella parola stessa di sollecito la protesta, il lamento e quant’altro di un ritardo, di una scadenza non rispettata, di una distrazione, se non addirittura di una inadempienza cui rimediare.

       Non so se Carlo Nordio abbia avvertito in questo spirito, ripeto, critico la lettera ricevuta dall’onorevole Enrico Costa e dalla senatrice Stefania Craxi, in ordine alfabetico e di consistenza dei rispetti gruppi di Camera e Senato. La sua scontata disponibilità ad “andare avanti” è stata confermata, mi  sembra, con un po’ di fastidio essendo lui già impegnato in incontri e confronti con le parti interessate su provvedimenti già all’esame del Parlamento su prescrizione ed altro.

Mi chiedo anche come l’abbia presa la premier Giorgia Meloni, alla quale la corrispondenza non è stata neppure mandata in copia. Ed è pervenuta a mezzo stampa, come accade spesso sul piano giudiziario con i cosiddetti avvisi di garanzia o a comparire: celebre quello del 1994 all’allora premier Silvio Berlusconi per affari di corruzione mentre presiedeva a Napoli un convegno onusiano -da Onu- sulla lotta alla criminalità organizzata.

       Anche il ricordo, anzi il fantasma del compianto fondatore di Forza Italia si è affacciato alla finestra di questa iniziativa assunta dai capigruppo parlamentari del partito azzurro proiettandosi sulla riunione interpartitica della maggioranza chiesta  per non restringere il confronto, diciamo così, al solo ministro della Giustizia e a i rappresentanti forzisti.

       Ricordo da cronista la resistenza opposta nel 2022 da Silvio Berlusconi, appunto, dopo le elezioni politiche vinte dal centrodestra, alla volontà comunicatagli personalmente dalla presidente del Consiglio ancora incaricata di nominare ministro della Giustizia Carlo Nordio. Che la stessa Meloni aveva voluto qualche mese prima candidato di bandiera del suo partito al Quirinale nella successione, poi mancata, a Sergio Mattarella. Una successione alla quale aveva aspirato anche Berlusconi.

       Alle resistenze del Cavaliere alla nomina di Nordio, ex magistrato di grande notorietà, a ministro della Giustizia la Meloni reagì proponendo un incontro fra i due, svoltosi convivialmente alla presenza del solito Gianni Letta, per conoscersi meglio e giudicarsi vicendevolmente. L’esame, diciamo così, si concluse con la promozione del candidato.

       Mi chiedo se anche quella promozione è decaduta, diciamo così, prima con la morte di Berlusconi, avvenuta l’anno dopo, e poi con la bocciatura referendaria della riforma costituzionale della magistratura  approvata dalla prescritta maggioranza assoluta delle Camere anche in memoria del Cavaliere. Mi chiedo anche se, partita dopo l’incidente referendario col proposito dichiarato di “stringere i bulloni” del governo e della maggioranza, la premier non corra il rischio di vederseli allentare.

La corsa resistenziale all’odio e al turpiloquio, che ne è un accessorio

       Putin ha a Mosca il suo Vladymir (pure lui) Solovyev, che insulta gli avversari di turno, compresa la premier italiana Giorgia Meloni liquidata come puttana -testuale, in italiano- per la sua amicizia con l’ucraino Zelensky e il tradimento -testuale, ma in russo- compiuto nei riguardi del presidente americano Trump. Che dalla Casa Bianca ha ormai un rapporto speciale col Cremlino, dove si fa quel che può per proteggerne figure e iniziative.

       In Italia dobbiamo accontentarci di un vignettista, Riccardo Mannelli, che dalle prime pagine del Fatto Quotidiano, mancandogli ancora uno spazio sulla televisione pubblica di cui dispone a Mosca Solovyev, pratica il turpiloquio contro chi gli è antipatico. Qualche giorno fa egli ha praticamemte evocato il cazzo -scusatemi della parolaccia così esplicita- contro la premier Meloni in versione femminile del famoso marchese romano del Grillo. Oggi lo ha evocato come “gnazzo” sghignazzando contro il presidente del Senato Ignazio La Russa deciso a festeggiare domani la festa della liberazione ricordando anche i fascisti caduti di Salò. Dei quali non lui ma il presidente comunista o post-comunista della Camera Luciano Violante in passato aveva esortato, per spirito di pacificazione nazionale, a capire le ragioni nella pur suicida decisione di moire non per la Patria, con la maiuscola, ma per Hitler e il suo ormai subordinato Mussolini.

       Gli 81 anni passati dal 25 aprile 1945, e gli ottanta dalla proclamazione della Repubblica, non sono bastati ad archiviare quella tragedia. Che rimane aperta nel cosiddetto dibattito politico, cioè nella lotta politica, solo per poterla ritorcere contro quella fascista in erba garbatelliana che sarebbe Giorgia Meloni, e quel fascista mummificato che sarebbe il presidente del Senato, seconda carica dello Stato eccetera eccetera.

       Per continuare a celebrare a loro modo la Resistenza, con la maiuscola d’obbligo, non si resiste da quelle parti alla coltivazione dell’odio e di quell’accessorio che è il turpiloquio.  

I rapporti di Barelli col Parlamento più facili di quelli con i Berlusconi

Paolo Barelli, romano, 72 anni da compiere a giugno, campione di nuoto e presidente tuttora della relativa federazione sportiva, pur avendo dovuto passare la delega a un suo vice, è stato appena chiamato al governo ad aiutare come sottosegretario il ministro dei rapporti col Parlamento Luca Ciriani. Che è obiettivamenteoberato di lavoro con tutto che accade fra Camera e Senato. Dove,  dietro la facciata solida dei voti di fiducia, si producono leggi o norme destinate a volte a durare qualche minuto, corrette da interventi immediati per superare le obbiezioni del capo dello Stato e fargli firmare le une e gli altri.

       Più dei rapporti col Parlamento il nuovo sottosegretario si è occupato tuttavia nella sua prima intervista -credo- dei rapporti con i figli del compianto Silvio Berlusconi, che lo volle due volte presidente del gruppo di Forza Italia a Montecitorio non immaginando presumibilmente che Marina o Per Silvio, o entrambi, avrebbero quanto meno contribuito a rimuoverlo. Nonostante si sappia bene quanto possa servire alla politica, specie quella italiana, chi sa nuotare bene.

       Con i figli di Berlusconi -ha precisato Barelli parlandone al Corriere della Sera- non ho rapporti personali”, come si è ben capito dati fatti avvenuti. “E non esprimo giudizi”, ha aggiunto lasciandone sospettare di ottimi, buoni, cattivi e pessimi, secondo la fantasia e gli interessi degli osservatori. “Così come penso non ne esprimano loro su di me -ha auspicato- se non per riconoscere il mio impegno di servitore del partito”. E gerarchicamente sottoposto al segretario Antonio Tajani, pur nella familiarità sopraggiunta all’amicizia per un matrimonio fra due figli dei due.  

       Già Barelli si era spinto un po’ oltre la mancanza di giudizi sui figli di Berlusconi, e amici, consulenti e quant’altro, attribuendo la sua disavventura da capogruppo all’anomalia di un partito governato di fuori e non di dentro. Ma poi ha completato giudizio e analisi di situazioni e persone immergendo Forza Italia nello sport, più che nella politica, con quel nome in effetti più da stadio che da altro. “Come nello sport ci sono i tifosi che vorrebbero che la loro squadra, il loro partito, facesse di più”, ha detto il sottosegretario fresco di giuramento a Palazzo Chgi.  Tifosi, quindi, andrebbero considerati figli e simili del compianto Berlusconi, non proprietari come vengono generalmente rappresentati anche per le chiavi che hanno della cassa e della sopravvivenza, con tutti quei debiti garantiti dalle fideiussioni lasciate in eredità dal fondatore.

       Questa anomalia di Forza Italia, il secondo o terzo partito della coalizione governativa di centrodestra, pone, o dovrebbe porre, naturalmente problemi anche alla premier Giorgia Meloni. Che non ne fa virtuosamente parola, forse per non aggravare la posizione del suo imbarazzato vice Tajani, ma ne deve tenere conto per quel “realismo” che ha saputo dimostrare governando, e di cui anche alcuni avversari le riconoscono il merito, o la furbizia. Un problema in più, per la premier, nel percorso finale della legislatura già pieno di ostacoli, di casa e fuori, interni e internazionali.

Pubblicato sul Dubbio

Peggio del punto dell’abate Martin per l’Italia nell’Unione europea

       Se per un punto l’abate Martin perse notoriamente la cappa, per un decimo di punto l’Italia ha perso l’uscita dalla cosiddetta procedura d’infrazione, e dai suoi inconvenienti contabili e sociali nella partecipazione all’Unione europea. Quel 3,1 per cento di deficit rispetto al pil, anziché  il 3, ha fatto naturalmente esultare le opposizioni di ogni grado e colore, già troppo euforiche -per ammissione anche di alcuni esponenti della sinistra- per la vittoria referendaria del no alla riforma costituzionale della magistratura.

       Lo spettacolo mi sembra deprimente anche per l’Europa, le cui regole – una colta definite “stupide” anche da un presidente peraltro italiano della Commissione di Bruxelles- sono paradossalmente la prima ragione della sua crisi. E ciò  in un mondo messo peggio del vecchio continente, fra guerre, tregue finte, penultimatum e blocchi concorrenti, iraniano e americano, di quella vena giugulare del petrolio e altro che è lo stretto di Hormuz disseminato di mine.

       Fa sorridere, o ridere, quella specie di sfida levatasi dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti prospettando la possibilità di farcela “da soli”, come altri nelle nostre condizioni, o peggiori, ma in un contesto politico e parlamentare in cui si passa da una fiducia all’altra, fra la Camera e il Senato, per approvare leggi come la conversione di un decreto sulla sicurezza che il capo dello Stato è intenzionato a firmare, ai limiti della decadenza, solo insieme ad un altro che lo corregge.  Da deprimente lo spettacolo diventa surreale.

       In una situazione del genere, vedendo a cosa e come si è ridotta l’Unione europea concepita con altri obbiettivi e per altre prospettive, che sta decimando anche il nostro ormai ex principale alleato d’oltre Atlantico vicino praticamente più a Putin che a noi, e agli ucraini, lasciatemi cedere alla tentazione del qualunquismo, sovranismo, antieuropeismo  eccetera eccetera, riconoscendomi nello sfogo di Libero, e del suo direttore Mario Sechi, con il quale non a caso collaboro, contro “il patto” di stabilità europeo che “ha rotto” e “il cappio di Bruxelles” che “rischia di soffocarci”. Al diavolo l’ipocrisia,

Benvenuti sulla giostra infernale dei pasticci politici e mediatici

       Di sicuro il decreto in corso di conversione in legge alla Camera nel testo modificato e approvato al Senato per evitarne la decadenza fra tre giorni, nella festa della liberazione, ha soltanto il nome. O il titolo assegnatogli dal governo e dai giornali. Più che un decreto di sicurezza esso è diventato un pasticcio, di cui la premier Giorgia Meloni ha quasi rivendicato paradossalmente il merito, e la maternità, polemizzando a distanza col presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che invece, condividendo le critiche formulate sul punto dalle opposizioni, dagli avvocati e dai magistrati, ha eccepito sulla modifica del Senato con la quale è stato istituito praticamente un premio sotto forma di compenso, di seicento euro e rotti, all’avvocato che riesce a fare rimpatriare volontariamente l’immigrato clandestino affidato al suo patrocinio, che è peraltro garantito dallo Stato.

       Al pasticcio avvertito anche dal presidente della Repubblica, che dietro le quinte ha posto il problema al governo e alle Camere, la premier per quieto vivere istituzionale, diciamo così, ha accettato di porre rimedio con un altro decreto legge, di immediata applicazione su cui stanno trafficando, sempre dietro le quinte, gli uffici governativi, quirinalizi e parlamentari. Si vedrà in quali termini precisi.

       Nonostante questa sequenza di fatti, diciamo così, sicuri raccontati da cronisti e retroscenisti, la premier si è guadagnata oggi sulla prima pagina del Fatto Quotidiano una vignetta di Riccardo Mannelli che le fa dire, in romanesco stretto e con una smorfia garbatelliana: “faccio quer cazzo che me pare a me…. .punto”. E’ la satira, bellezza, si potrebbe dire scimmiottando le parole sulla stampa di Hunfrey Bogart nei panni di un giornalista a Casablanca nel famoso film del 1952 titolato “l’ultima minaccia”.

       Leggi, abitudini e quant’altro della satira obbligano la Meloni non dico a condividere, perché sarebbe troppo, ma a subire in rigoroso silenzio, anzi rispetto, l’insulto di quella vignetta. A Mosca invece la premier ha subito altri insulti, da un conduttore televisore di fede e pratica putiniana, chiamato Vladimir come il despota di turno al Cremlino, per i quali ha ricevuto la solidarietà generale, in Italia e all’estero, perché non coperti dalla satira. Insulti come: puttana, carogna fascista, vergogna della razza umana, traditrice.

       Traditrice, ripeto, del presidente americano Donald Trump continuando a sostenere gli ucraini nella guerra di difesa dall’invasione russa, scaricati invece dall’inquilino della Casa Bianca dopo le “demenziali” scelte opposte del predecessore Joe Biden, e negando l’appoggio reclamato da Trump alla guerra all’Iran. Che dovrebbe quindi essere considerata, nel pensiero del conduttore televisivo russo, condivisa da Putin al di là delle condanne che esprime in pubblico. E sul campo con forniture militari e quant’altro.

       Di fronte a questo groviglio di pasticci viene semplicemente voglia di non leggere i giornali , di non vedere la televisione e di non sentire la radio. Un ritorno silenzioso, volontario all’età della pietra che tanto piace, del resto, sia Trump alla Casa Bianca, sia a Putin al Cremlino, forti delle loro armi nucleari e smaniosi di usarle, si ha spesso la sgradevolissima sensazione.

Ripreso da http://www.startmag.it 

Strappo tra Confalonieri e Gianni Letta su Forza Italia di famiglia

In assenza di smentite, precisazioni e quant’altro – o in presenza di altri indizi come una protesta levatasi dal fedelissimo Paolo Del Debbio, da lui personalmente assunto o voluto più di una trentina d’anni fa nell’allora Fininvest- si può considerare  attendibile il malumore attribuito dal Fatto Quotidiano a Fedele Confalonieri per l’incontro recente a Cologno Monzese, nella sede  di Mediaset, tra il vice presidente del Consiglio, ministro degli Esteri e segretario di Forza Italia Antonio Tajani e il vertice aziendale allargato a Gianni Letta. Che fa un po’ parte anche lui dell’eredità di Silvio Berlusconi, essendone stato sottosegretario principale al governo, che vale più di un ministro, consigliere, ambasciatore, amico.

Quell’incontro proprio per essersi concluso con la conferma della “fiducia” a Tajani nel contesto di sollecitazioni a cambiamenti nel partito si è ancora di più prestato ad una rappresentazione poco rassicurante della posizione del segretario di Forza Italia. Che appare governata più “dall’esterno” che dall’interno, come ha lamentato dopo qualche giorno Paolo Barelli, consuocero peraltro di Tajani, lasciando disciplinatamente la presidenza del gruppo della Camera a Enrico Costa e negoziando un ingresso compensativo nel governo.

Confalonieri avrebbe manifestato anche per iscritto il suo dissenso, esteso anche all’ipotesi, secondo il giornale di Marco Travaglio, di una discesa esplicita e piena nel campo della politica, sulle orme del padre, di uno o entrambi i figli maggiori del compianto Cavaliere, Marina e Pier Silvio. Ne erediterebbero anche i problemi o gli effetti collaterali, negativi secondo il vecchio amico di Berlusconi su ogni piano, compreso quello giudiziario, oltre che imprenditoriale per i cosiddetti conflitti di interessi.

Sul fatto che l’incontro fosse stato organizzato nella sede di Mediaset ha tenuto da ridire, ospite del salotto televisivo di Lilli Gruber, anche Letizia Moratti pur difendendo e condividendo l’interesse della famiglia Berlusconi alla salute politica e mediatica, oltre che economica, del partito azzurro.

Come se non bastassero queste riserve e polemiche, altre potrebbero sopraggiungere a un lungo retroscena di Francesco Verderami, sul Corriere della Sera, riguardante umori, progetti e quant’altro di Gianni Letta. Di cui si è colta, riferita persino auspicata   la predisposizione ad un pareggio elettorale l’anno prossimo, fra centrodestra e centrosinistra, con la conseguente opportunità o necessità di immaginare nuovi scenari. E ciò anche in riferimento alla  ormai vicina scadenza, dopo meno di due anni dal rinnovo del Camere,, del secondo ed ultimo mandato presidenziale di Sergio Mattarella al Quirinale.

Chi meglio del pur novantunenne Gianni Letta potrebbe muoversi, lavorare, tessere rapporti, ispirare e quant’altro, si è praticamente chiesto Verderami? E non solo lui, credo, leggendolo.  Forse pure la prevedibilmente contrariata Giorgia Meloni, che intanto può consolarsi con la solidarietà ricevuta in Parlamento dalla segretaria del Pd Elly Schlein dopo la polemica col presidente americano Donald Trump. Una polemica alla quale la premier non ha potuto sottrarsi per difendere dagli attacchi di Trump il Papa, americano pure lui.

Pubblicato sul Dubbio

Il solito Prodi fra rimpianti e moniti agli oppositori della Meloni

       Il 21 aprile, cioè domani, non sarà il solo il 2.769.mo compleanno di Roma, fondata nel 743 avanti Cristo. Sarà anche -ma soprattutto per Romano Prodi e tuttora amici e ammiratori- il 30.mo anniversario, tondo tondo, della vittoria elettorale dell’Ulivo, simbolo della prima coalizione di centrosinistra della seconda Repubblica, sul centrodestra di Silvio Berlusconi. Che aveva vinto due anni prima perdendo però rapidamente la sua maggioranza per l’abbandono di Umberto Bossi.  

       Vincere in quelle condizioni di divisione e naufragio dello schieramento opposto non era francamente difficile. Anche se Romano Prodi, incoronato capo dell’alternativa a Berlusconi da Massimo D’Alema, ha cercato ieri di far credere ai lettori della Stampa, in una intervista autocelebrativa, che l’impresa fosse invece quasi disperata. Egli sentiva all’inizio la sua come una semplice “barchetta”, diventata via via lungo la campagna elettorale “una flotta”, ma sempre di barchette. E venne la vittoria, secondo lui, per un’ondata di emozioni e partecipazione diffusasi fra la gente. Ondata che oggi -si è doluto l’ex premier- manca agli aspiranti all’alternativa al centrodestra di Giorgia Meloni, pur dopo la vittoria referendaria contro la riforma costituzionale della magistratura, perché non vi è ancora traccia di un loro programma comune. Vi sono invece troppi aspiranti a capeggiare la coalizione.

       Facciano tutti gli ambiziosi -ha praticamente detto e ammonito Prodi- quello che fece lui, imbastiscano cioè un programma per motivare gli elettori sulle cose concrete da fare o ottenere, e potranno anche loro aspirare a vincere.

       Nell’euforia del ricordo della sua avventura, assecondata dalla Stampa anche fotograficamente, Prodi si è dimenticato di dare il rilievo che merita ad una circostanza che è stata comune alle sue due esperienze a Palazzo Chigi: nel 1996, trent’anni fa, e nel 2006, dieci anni dopo, con l’Unione al posto dell’Ulivo un po’ rinsecchito. La circostanza è la breve durata di quei due governi. Il primo dei quali, come ha ricordato l’intervistatore di Prodi, Fabio Martini, pur essendo composto come ministri da “due ex premier, un ex governatore della Banca d’Italia, due futuri Capi dello Stato”, cadde in un anno e mezzo, sostituito da altri tre governi di breve durata presieduti due da D’Alema e uno da Giuliano Amato grazie all’aiuto di Francesco Cossiga e qualche profugo del centrodestra.

       Quel primo governo Prodi cadde non perché avesse governato male ma perché Fausto Bertinotti gli ritirò l’appoggio avendo perduto voti per strada o, peggio, temendo di perderne. Perché non potrebbe riaccadere all’eventuale successore di Meloni a capo di una coalizione di partiti tutti essenziali per la tenuta della maggioranza?

       Della caduta del secondo governo Prodi, nel 2008, fu responsabile Clemente Mastella, già del centrodestra, dimettendosi da ministro della Giustizia per essere finito con l’intera famiglia nel mirino della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetera. Ma anche perché la nascita del Pd, in cui erano confluiti post-comunisti, post-democristiani e cespugli vari a vocazione “maggioritaria”, come diceva il primo segretario Walter Veltroni, comportava il rischio alle elezioni successive che i 500 mila voti di Mastella in Campania non fossero più decisivi per la maggioranza. Fu un’altra crisi per inadempienze non programmatiche ma umorali. Sempre possibili, anche oggi e domani.    

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