La Schlein fa passare a Casini la voglia di ricandidarsi al Parlamento

       Pier Ferdinando Casini, parlando dalla sua casa romana con vista sulla vecchia sede della sua Dc in Piazza del Gesù, ha annunciato all’ intervistatore del Corriere della Setra la rinuncia a ricandidarsi l’anno prossimo al Parlamento. Dove ha vissuto 43 dei suoi 70 anni, peraltro molto ben portati, per cui è difficile pensare ad una stanchezza all’origine della decisione di “fermarsi qui”. E infatti “Pierfurbo”, come lo chiamano gli amici, più che stanco, sembra deluso con l’opportunità dichiarata di lasciare “spazio a personalità più in sintonia con i partiti e con le coalizioni che si presentano agli elettori”.

       Neppure da ospite, come gli è capitato di tornare più volte al Senato nelle liste del Pd, sfiorando il trasloco del Quirinale prima che l’amico Sergio Mattarella accettasse la rielezione e un secondo e pieno mandato; neppure da ospite, dicevo, delle liste del Dc Casini ha voluto assistere, e tanto meno partecipare, all’avventura della Schlein spintasi proprio ieri a dichiarare che da sinistra non si vince al centro. La moderazione, che Casini ha imparato nella Dc a praticare da Arnaldo Forlani, da lui citato per l’abitudine di “non forzare le situazioni, sarebbe già costata troppo alla sinistra secondo le valutazioni della segretaria del Pd aspirante alla guida di un governo alternativo al centrodestra guidato dalla Meloni. Alla quale peraltro Casini ha tenuto a riconoscere “la consistenza notevole” dimostrata a Palazzo Chigi.

       Della Meloni a Casini è capitato di essere anche coinquilino del centrodestra guidato agli esordi della seconda Repubblica -ora si vive la terza- da un Berlusconi di cui “Pierfurbi” conserva un buon ricordo. Come anche di Gianfranco Fini per la evoluzione imposta al Movimento Sociale trasmessogli da Giorgio Almirante.

       Degli anni e dei momenti vissuti alla Presidenza della Camera Casini ha ricordato l’ospitalità concessa, con tanto di discorso in aula, al Papa Giovanni Paolo II. Che magari da santo potrà dargli una mano a raggiungere da ex parlamentare l’obbiettivo del Quirinale mancato da senatore. Un Quirinale dove egli ha imparato che si può essere eletti, ma non ci si deve candidare. Non foss’altro per ragioni di scaramanzia.

L’anomalia della destra italiana che gioca in difesa del potere

       Flavia Perina, che la conosce bene avendovi militato sino a dirigerne per un po’ la testata giornalistica, ha sottolineato sulla Stampa l’anomalia della destra italiana in questa stagione elettorale in Europa. E’ una destra al potere, costretta quindi a difenderlo, diversamente dalle destre francesi, tedesche, spagnole che sono all’opposizione e combattono, in posizioni più favorevoli, per rovesciare quello che in linguaggio inglese si chiama estabilishment. Stia quindi attenta la Meloni, sembra pensare la Perina non con apprensione. Che se non è compiacimento poco gli manca e le consente di stare a suo agio in una testata storicamente, culturalmente, politicamente non di destra.

       La rappresentazione della Perina ha tuttavia un punto debole. Che si chiama Roberto Vannacci, scambiato per un affare a sinistra per via dei voti che il Futuro Nazionale del generale può far perdere alla Meloni lasciandola superare dal cosiddetto campo largo dell’alternativa, pur ancora privo di un programma e di una leadership interna come candidatura a Palazzo Chigi.

       Il guaio per questa sinistra autolesionistica, votata più alle autoreti che alle reti, è che Vannacci è dannatamente, esasperatamente, a volte comicamente di destra, con proposte dai confini labili con la follia in quello che lui chiama il mondo alla rovescia con l’aria di volerlo e poterlo raddrizzare con i gradi militari che ritiene di avere acquisito per sempre.

       L’estremismo, il radicalismo e altro del generale Vannacci, e della sua destra, rende la destra della Meloni al potere avvertita dalla Perina anomala  rispetto alle altre europee ma in positivo: una destra di governo e non di opposizione ad ogni costo, responsabile e non irresponsabile. Più Vannacci grida e toglie voti nei sondaggi alla Meloni, più gliene procura nella percezione reale che si coglie solo nelle elezioni. In quelle pur parziali e suppletive recentemente svoltesi nel collegio calabrese di Reggio e Locri, affrontate da Vannacci scippando all’ultimo momento il capogruppo regionale forzista imbottito in passato di preferenze, la destra meloniana, cioè il centrodestra ha non vinto ma stravinto. E le sue distanze dagli aspiranti all’alternativa nazionale sono aumentate.

       Vannacci non è riuscito neppure a portare gli elettori alle urne, dove l’affluenza è stata di poco superiore al 20 per cento. Alla sinistra a questo punto non resta che scommettere su un’autorete della Meloni pari a quella degli avversari: inseguire Vannacci per associarlo al centrodestra. Ma la premier, reduce peraltro da una esaltazione della “cultura di centro al governo”, non è così sprovveduta.

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Ranucci non ottiene il reintegro alla conduzione di Report

       Si può ben dire che Stefano Ranucci se l’è cercata, ora che il tribunale gli ha negato il reintegro alla conduzione di Report, che dovrebbe riprendere il mese prossimo sulla terza rete televisiva della Rai. Se l’è cercata nei panni quanto meno impropri del martire paragonandosi addirittura a Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Aldo Moro e Piersanti Mattarella, in ordine alfabetico. E poi insultando, o cercando di intimidire i colleghi scelti dall’azienda per sostituirlo nella conduzione della trasmissione. Cosa, questa, che credo abbia pesato molto sul rifiuto opposto dal tribunale al ricorso contro la rimozione.

       C’è un giudice a Berlino, diceva il famoso mugnaio prussiano. Essendo in Italia, Ranucci l’ha trovato a Roma. Lui, prima ancora della Rai.

Il galateo costituzionale calpestato inseguendo le elezioni anticipate

       C’è una doppia gara di giornalisti e di politici, spero inconsapevoli, nella maleducazione verso il presidente della Repubblica. E la sua principale prerogativa. Che non è, a mio avviso, la nomina del presidente del Consiglio e dei ministri conferitagli dall’articolo 92 della Costituzione. Una prerogativa che ora, con l’approvazione dell’ultima, o penultima, riforma elettorale partorita dalle Camere e rapidamente promulgata dal Capo dello Stato accelerandone il passaggio alla  Corte Costituzionale, sarà messa alla prova con la proposta che gli potrà essere formulata, per la nomina del presidente del Consiglio, dalla coalizione elettorale vincente. Una prova, a dispetto dei timori avvertiti o denunciati dalle opposizioni di turno, che il Capo dello Stato saprà superare conservando l’ultima parola. Del resto, la riforma ha lasciato fuori dalla scheda affidata agli elettori l’indicazione del candidato alla guida del governo.

       Ancora più pregnante dell’articolo 92 è quello che lo precede di quattro posti, considerando la natura parlamentare e non presidenziale della nostra Repubblica. L’articolo 88 conferisce al Capo dello Stato, con l’obbligo solo di “sentire” i loro presidenti, il potere di “sciogliere le Camere o anche una sola di esse”, disponendone quindi il rinnovo in elezioni anticipate.

       Sono settimane, ormai, che i giornalisti scrivono e i politici parlano di elezioni non alla scadenza ordinaria dell’autunno prossimo ma anticipata alla primavera, già prenotata da elezioni amministrative, con motivazioni diverse. Per dare al primo governo della nuova legislatura più tempo nella preparazione e proposta alle Camere della cosiddetta legge di stabilità, o finanziaria, o di bilancio. O, all’opposto, per dare più tempo ai partiti che ne hanno bisogno. A destra considerando, in particolare, la fretta che non hanno Matteo Salvini nella Lega, non a caso sottoposta ad un congresso straordinario e indicativo delle inquietudini interne, e Antonio Tajani nella Forza Italia che fu di Silvio Berlusconi e sembra ingiallita -dice il vice segretario Roberto Occhiuto-  agli occhi e ai cuori dei figli e affini. A sinistra considerando, nonostante la segretaria del Pd Elly Schlein sia convinta di “stare andando a vincere”, la perdurante mancanza di un programma comune e di un candidato altrettanto comune a Palazzo Chigi. Un candidato che non si sa ancora bene come scegliere, con quali modalità di primarie, se non addirittura senza primarie, precedendole o vanificandole di fatto  con accordi di vertice, e soluzioni compromissorie.

       Mi ha colpito la disinvoltura con la quale sul Corriere della Sera, il giornale più diffuso in Italia che festeggia in questi giorni i suoi 150 anni, si è scritto che i nodi delle scadenze elettorali, ordinaria o anticipata, dovranno “passare anche dal Quirinale”. Anche? Direi soprattutto o solo, per educazione costituzionale, e anche personale, verso il presidente della Repubblica.  

Gli insulti rimediati dalla riforma elettorale diventata legge

A sentire e leggere l’abrasivo professore Michele Ainis, il braccio accademico dell’opposizione politica, generosamente al singolare, la riforma elettorale oltre che truffaldina,  per lo spropositato premio di maggioranza destinato alla coalizione che dovesse vincere almeno col 42 per cento dei voti, sarebbe “ipocrita”.

       Ipocrita perché la nomina del presidente del Consiglio, pur rimanendo di competenza del presidente della Repubblica col secondo comma dell’articolo 92 della Costituzione, gli verrebbe sottratta con una legge per giunta ordinaria per l’obbligo imposto ai partiti, e loro coalizioni, di indicare il candidato a Palazzo Chigi.  Sarebbe un premierato occulto. Come potrebbe il Capo dello Stato -è la domanda sottintesa di Ainis- sottrarsi all’obbligo quanto meno morale di affidare l’incarico di formare il governo, e poi nominarlo presidente del Consiglio, al candidato uscito vincitore dalle urne? Non potrebbe sottrarsi.

       Il ragionamento sembra ferrato ma non lo è. Tanto è vero che la Corte Costituzionale, avendo già avuto l’occasione di occuparsene in altre occasioni, non ha eccepito. Alla Corte evidentemente conoscono i meccanismi politici meglio del professore Ainis.

       Pur supportata dagli elettori direttamente, continuando la Costituzione ad affidare al capo dello Stato la nomina del presidente del Consiglio, quella dei partiti e degli elettori è una proposta. E’ analoga a quella che lo stesso articolo 92 della Costituzione conferisce al presidente del Consiglio di formulare al Capo dello Stato per la nomina dei ministri. Ve ne sono, nella storia della Repubblica, di ministri, appunto, proposti al Capo dello Stato e non nominati, dietro e davanti alle quinte: Cesare Previti alla Giustizia da parte di Silvio Berlusconi, Nicola Gratteri sempre alla Giustizia da parte di Matteo Renzi e Paolo Savona all’Economia da parte di Giuseppe Conte. Un rifiuto, a quest’ultimo, contro il quale i grillini, zittiti dallo stesso Beppe Grillo che ancora li dominava, minacciarono di ricorrere con la procedura dell’impeachment, cioè dell’imputazione del Presidente della Repubblica per alto tradimento davanti alla Corte Costituzionale. Fu Mattarella a rifiutare quella nomina, preceduto da Giorgio Napolitano e da Oscar Luigi Scalfaro, rispettivamente, per Gratteri e per Previti.

       Non convivono quindi solo per ipocrisia precetti costituzionali e una loro applicazione politica, diciamo così. O, come si preferisce dire, Costituzione materiale e Costituzione reale. Una Costituzione nella quale la sovranità assegnata al popolo col primo dei suoi 139 articoli deve fare i conti col diritto assegnato ai partiti dall’articolo 49, come associazioni, di “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Partiti ai quali può capitare, a dispetto di ambizioni altisonanti come nel caso di questa stagione pre-elettorale con le aspirazioni all’alternativa al centrodestra governante, di faticare moltissimo a trovare un accordo sul programma e sul candidato comune a Palazzo Chigi da proporre prima agli elettori e poi al Capo dello Stato nelle procedure d’abitudine, cioè le consultazioni al Quirinale per la formazione del governo. 

Pubblicato sul Dubbio

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La Schlein manca alla Camera gli applausi dei pentastellati

       La sorpresa alla Camera, nella seduta finale del percorso parlamentare della riforma elettorale, è venuta non dalla bocciatura a scrutinio segreto che si aspettavano le opposizioni, essendo passata la legge con 227 voti favorevoli e 164 contrari, ma dai mancati applausi dei deputati pentastellati al discorso della segretaria del Pd Elly Schlein. Che pensava di avere parlato a nome di tutti gli aspiranti del cosiddetto campo largo  all’alternativa al centrodestra ed ha invece parlato solo per il suo partito, peraltro diviso all’interno sulle modalità delle primari, quando ne verrà il momento, per la scelta del candidato della coalizione a Palazzo Chigi

       L’infortunio della Schlein è stato sottolineato nella dichiarazione di voto per i “fratelli d’Italia” dal deputato Giovanni Donzelli. Che ha visto e indicato nella riforma elettorale l’ingresso della politica italiana nella “terza Repubblica”.

A scuola di grazia da Sergio Mattarella al Quirinale…..

       Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha trovato il modo di rispondere alle invocazioni alla grazia, spesso anche scomposte come quella del vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini, per il gioielliere torinese Mario Roggero. Che sta scontando a Bollate da qualche mese i 14 anni e più di carcere inflittigli per avere ucciso due rapinatori in fuga dal suo negozio cinque anni fa.

       Mattarella ha graziato parzialmente, riducendogli praticamente la pena, il gioielliere catanese Guido Gianni, condannato a 13 anni per avere ucciso anche lui due rapinatori, nel 2008.

       Gianni è stato graziato dopo avere scontato più di un terzo della sua pena, esattamente 5 anni e 3 mesi. Per Roggero ci penserà probabilmente il successore di Mattarella nel 2031.

I ricordi impietosi di Massimo D’Alema quando “era comunista”

Sono passati 42 anni da quando l’allora Pci di Enrico Berlinguer impose alla Cgil del pur moderato Luciano Lama la mobilitazione referendaria contro i tagli alla scala mobile. Che erano stati disposti dal primo governo di Bettino Craxi per contenere un’inflazione a due cifre rovinosa per il valore reale dei salari. Lama ubbidì e l’anno dopo, quando Berlinguer non c’era più, morendo in tempo per risparmiarsi l’effetto anche di quella disavventura, il referendum fu vinto da Craxi e perduto dal Pci. Un colpo durissimo, come lo era stato nel 1974 per la Dc il referendum fallito contro la legge istitutiva del divorzio.

       Sono passati, ripeto, 42 anni, e riconosco a Massimo D’Alema, che allora ne aveva 35, il merito di non avere manipolato la storia dei rapporti generali fra il Pci e Craxi, come ho avvertito leggendo Fabrizio Cicchitto, ma di avere raccontato quel passaggio anche della sua esperienza politica con grande onestà nell’intervista concessa ad Aldo Cazzullo, del Corriere della Sera, parlando del suo libro autobiografico su quando “eravamo comunisti”. Un po’ come l’epistolario di Claudio Velardi e di Chicco Testa che i lettori del Riformista conoscono bene.  

       “Lama, Bufalini, Chiaromonte, Nilde Jotti”, la presidente della Camera accusata di non avere fatto abbastanza per ostacolare il cammino parlamentare del decreto legge sui tagli alla scala mobile, ”erano contrari” al ricorso al referendum, ha raccontato D’Alema. “Lui”, Berlinguer, il segretario del partito “di una fermezza assoluta, molto garbato e molto deciso”, di “una testardaggine avvolta dalla gentilezza”; lui, ripeto, “non replicò neppure. Mise ai voti. Il referendum”, inteso come decisione di ricorrervi, “passò per poco”. “Ma sono convinto che Berlinguer non volesse farlo”, ha aggiunto a sorpresa il testimone della sbrigativa gestione di quella riunione della direzione comunista.

       “La sua idea -ha raccontato sempre D’Alema di Berlinguer- era brandire il referendum per far cadere Craxi, liberarsi di lui e avere un altro governo”, contando evidentemente sull’aiuto del segretario della Dc Ciriaco De Mita: un altro che, seppure alleato e partecipe di quel governo con metà dei ministri targati Dc che lo componevano, sopportava assai malvolentieri il presidente del Consiglio.

       Ricordo di avere chiesto a De Mita, parlandogli alla Camera durante la campagna referendaria perché non si fosse speso neppure con un comizio, lasciando che parlassero solo i sindacalisti della Cisl. Perché Craxi perderà il referendum e Palazzo Chigi, disse Ciriaco tradendo più un auspicio che una previsione.

Craxi, che informai con una telefonata, rispose improvvisando una conferenza stampa e annunciando, come per raccogliere e rilanciare la sfida, che si sarebbe dimesso “un attimo dopo” l’eventuale sconfitta referendaria. A Nusco, il paese di De Mita, vinse il sì all’abrogazione dei tagli alla scala mobile. Ma nel resto d’Italia accadde il contrario.

       Quel referendum fu pertanto, con la complicità di De Mita, solo un altro, l’ultimo passaggio del “conflitto”, secondo D’Alema, tra Berlinguer e Craxi da cui “venne la sconfitta della sinistra italiana”, non solo referendaria. Un conflitto, un reciproco ”detestarsi”, secondo l’intervistatore del Corriere della Sera, che D’Alema -in un altro passaggio che gli fa onore perché onesto con Craxi- definisce motivato “più da ragioni che da torti da entrambe le parti”. “Craxi fu senz’altro un modernizzatore”, gli ha riconosciuto D’Alema pur definendo “sbagliata l’idea di un Berlinguer chiuso alla modernità”, avendo creato le condizioni del superamento del Pci col riconoscimento della “fine della spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre” e posto, per “un altro comunismo”, questioni come l’ambiente, le donne il rapporto tra l’innovazione tecnologica e l’umano”, carichi “tutti di futuro”. Ma, specie per la sinistra, più cogente in quel 1984 era la difesa del valore reale dei salari dalla divorante inflazione. E lì Berlinguer preferì e impose al Pci la tattica, non la strategia, di una manovra contro Craxi dal respiro peraltro assai corto ed evidente. Una tattica come fu quella di dieci anni fa della sinistra post-comunista contro la riforma costituzionale di Matteo Renzi. Le cattive abitudini sono dure a morire.

Pubblicato sul Riformista

Ripreso da http://www.startmag.it l’11 ottobre

Troppa suspense, forse, per il voto finale alla Camera sulla legge elettorale

       Penso che il clima di suspense -una tensione ansiosa, dice il dizionario- creato alla Camera sulla votazione finale e obbligatoriamente segreta sulla legge elettorale, pur assecondato dal governo con la fiducia posta in votazioni precedenti e con la mobilitazione chiesta ai gruppi della maggioranza, si ritorcerà domani contro le opposizioni. Che lo hanno cavalcato per rappresentare il centrodestra sull’orlo del collasso e ci hanno scommesso imprudentemente sopra.

       Fallita, credo, questa scommessa più da propaganda che altro, i pericoli per la nuova legge elettorale verranno solo dalla Corte Costituzionale, su cui pure le opposizioni hanno scommesso. Meno su una iniziativa polemica del presidente della Repubblica: il rinvio della legge alle Camere per la “nuova deliberazione” prevista dall’articolo 74 della Costituzione. Il buon senso vuole che il Capo dello Stato lascerà il giudizio direttamente alla Corte Costituzionale, della quale peraltro ha fatto parte prima di essere eletto presidente della Repubblica. Corte che già attende i ricorsi preannunciati. Si vedrà se poi i giudici della Consulta vorranno o potranno decidere prima o dopo le elezioni, rispettivamente prevenendone o provocandone la sostanziale delegittimazione, senza però effetti concreti, nel secondo caso, perché cosa fatta capo ha, come dice un vecchio proverbio. Non è ancora competenza della Corte, per fortuna, disporre della sopravvivenza delle Camere, affidata solo al Capo dello Stato dall’articolo 88 della Costituzione sullo scioglimento anticipato.

       Di questa esclusiva competenza del presidente della Repubblica fanno finta di dimenticarsi da qualche settimana sia il governo, sospettato dalle opposizioni di volere accorciare di qualche mese la legislatura cominciata nell’autunno di quattro anni fa, sia le opposizioni che, contraddicendosi, oltre che infischiandosi delle competenze di Mattarella, sollecitano un giorno sì e l’altro pure la premier Giorgia Meloni a mandare gli italiani alle urne, tanto sono convinte di vincere. Una convinzione – “Andiamo a vincere”, dice spesso la segretaria del Pd Elly Schlein- che serve anche ad esorcizzare i problemi irrisolti degli aspiranti all’alternativa al centrodestra: dal programma alla scelta del candidato a Palazzo Chigi. Problemi che dovrebbero invece consigliare alle opposizioni minore fretta nella corsa al voto. Ma evidentemente le terrorizza la paura di dovere gestire con improvvisazione nel prossimo autunno la legge finanziaria, e mettere subito alla prova la solidità di  una nuova maggioranza.

Ripreso da http://www.startmag.it

La favola del tempo galantuomo……

       Pur garantito da un vecchio proverbio, non sempre il tempo è galantuomo. Non lo è stato, anzi non lo è con l’orrore del 7 ottobre di tre anni fa, quando i terroristi palestinesi di Hamas irruppero da Gaza in territorio israeliano, uccisero 1200 ebrei, o scambiati per tali, e ne sequestrarono 250 vivi per scambiarli o farli morire nella guerra di reazione degli israeliani che ne sarebbe seguita. Uniti, quei poveri sequestrati, alla popolazione civile di Gaza usata come scudo umano, avendo i terroristi costruito sotto case, scuole, ospedali, mercati, chiese i loro depositi d’armi e postazioni d’attacco.  

       Dopo tre anni quei morti in diretta e in differita, esibiti anche come trofei fra le bandiere israeliane bruciate, non valgono più niente.  Valgono solo quelli seguiti, inevitabilmente più numerosi, per la guerra di reazione e di prevenzione obbligata per Israele. I genocidi non sono più i carnefici del 7 ottobre 2023 ma gli israeliani, a cominciare dal capo del governo Netanyau, che avrebbe usato e userebbe tuttora la guerra come scudo, per proteggersi dai processi per corruzione e altro. Sino, addirittura, a sottovalutare deliberatamente o ignorare, nascondere, distruggere rapporti arrivatigli sul massacro programmato da Hamas. Cui egli avrebbe persino continuato a fare arrivare sussidi. Lui sarebbe insomma l’Hitler reincarnato in Medio Oriente. Difenderlo è diventato osceno.

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