Marina Berlusconi tra i ruoli di regina e regista di Forza Italia

       Una corrispondenza o esplorazione, chiamiamole così, di Forza Italia appena comparsa sul Foglio e firmata da Carmelo Caruso conferma in qualche modo il ruolo di Marina Berlusconi di regina o regista, secondo i momenti o le preferenze, del partito fondato dal padre. E formalmente guidato come segretario da Antonio Tajani, anche vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, alquanto indaffarato perciò, specie in un contesto internazionale difficile, a dir poco, come quello attuale.

       Ma sembra, appunto dalla corrispondenza o esplorazione di Caruso, che la figlia maggiore di Silvio Berlusconi cominci a vivere con un po’ di disagio l’esperienza politica che le viene attribuita e l’ha già esposta a sospetti inopportuni sui suoi rapporti non tanto con Tajani, quanto con la premier Giorgia Meloni. Della quale invece tiene a far sapere, in attesa forse di qualche uscita più pubblica, di conservare la massima stima. Non si sa se sino al punto di condividerne il malumore per certe sorprese che le riservano con una certa frequenza ospiti e quant’altri delle trasmissioni giornalistiche della Rete 4 del Biscione. Cui sembra che, per ritorsione o prudenza, parlamentari ed esponenti del partito meloniano siano stati invitati a non partecipare più.

       Della Meloni la meno giovane Marina Berlusconi appezza e condivide non solo l’azione di governo ma anche l’interesse a una legge elettorale nuova, l’ennesima, che però non sia funzionale a un pareggio. Che sarebbe invece il risultato desiderato da chi ha voglia e interesse a scomporre i due poli, o blocchi, rispettivamente, della maggioranza e delle opposizioni. Magari per fare proprio di Forza Italia la componente decisiva di un centrodestra o di un centrosinistra, indifferentemente, secondo uno schema prospettato una volta nel Pd da Dario Franceschini auspicando che prima o dopo i forzisti si accorgessero dell”azione d’oro” nascosta nel loro portafogli sganciandosi dagli attuali alleati.

       Tutto tranquillo, rasserenato, ricomposto nel centrodestra e nel partito azzurro fondato dallo scomparso Silvio Berlusconi? A dubitarne curiosamente è, o sembra,  lo stesso retroscenista ed esploratore del Foglio nella conclusione del suo rapporto.

Le prevedibili scuse di Rubio al Papa dopo il nuovo attacco di Trump

         Sory, scusa, dovrà probabilmente dire il Segretario di Stato americano, cioè il ministro degli Esteri Marco Antonio Rubio, nell’udienza concessagli dal Papa connazionale Leone XIV, dopo che il presidente statunitense Donald Trump, col cervello ormai schizzatogli fuori dalla testa come nella vignetta impietosa di Stefano Rolli sul Secolo XIX, è tornato ad attaccarlo. Lo ha accusato, in particolare, di mettere a rischio la vita dei cattolici nel mondo con la sua indulgenza pacifista, diciamo così, verso chi li perseguita.

       Non è la prima volta che un Papa si sente rimproverare e ricevere lezioni da oltre Atlantico, direttamente o indirettamente, su come difendere i cattolici in pericolo nel mondo. Toccò anche a Pio XII, il romano, anzi romanissimo Eugenio Pacelli, in una udienza concessa negli anni Cinquanta del secolo scorso all’ambasciatrice americana in Italia Clare Boothe Luce, nominata dal presidente Eisenhower e attivissima anche col nostro governo nel chiedere, raccomandare, sollecitare e quant’altro una politica sempre più anticomunista, viste anche le condizioni alle quali erano stati ridotti i cattolici nell’allora Unione Sovietica.

       Il Papa la lasciò parlare per un po’ senza segni di insofferenza, non so se per ragioni più di genere o di diplomazia in senso stretto, date le dimensioni e il ruolo degli Stati Uniti, allora indiscutibilmente alla guida dell’Occidente. Ma alla fine sbottò dicendole che come Pontefice di Santa Romana Chiesa lui riteneva di saper fare bene il proprio mestiere. L’ambasciatrice uscì da quell’udienza un po’ scioccata, come Trump di recente dalla difesa di Papa Leone XIV fatta dalla premier italiana Giorgia Meloni dopo suoi primi attacchi e bocciature da parte della Casa Banca. Scioccata a tal punto da lamentarsene poi privatamente con Indro Montanelli, già famosissimo in quei tempi, invitandolo a diffidare di quel Papa così diffusamente scambiato per un anticomunista.

L’abbraccio tossico, e in differita, di Donald Trump a Matteo Salvini

Forse è esagerato, come qualcuno invece ha fatto, attribuire direttamente al quel mefistofelico ingrassato del presidente Donald Trump il recupero e la diffusione di un’adorante intervista di Matteo Salvini di più di due mesi fa ad un sito americano. Due mesi non trascorsi invano perché nel frattempo i rapporti fra Trump e il governo italiano, di cui Salvini è uno dei due vice presidenti, sono alquanto cambiati. E non credo francamente che il Segretario di Stato americano Marco Antonio (addirittura) Rubio riuscirà a cambiarli di nuovo, in senso inverso, nella imminente missione a Roma, su entrambe le rive del Tevere. Anche col Papa, si sa, per quanto connazionale, Trump è riuscito a bisticciare in diretta televisiva e in differita dandogli zero in politica estera e altro ancora.

       La posizione ancora schiacciata su Trump “salvatore dell’Occidente”, compresa evidentemente l’Italia della distratta, ”scioccante”, pavida Meloni accorsa in difesa del Papa, dovrebbe avere messo in imbarazzo, dopo tutto quello che è successo, il capo della Lega, oltre che vice capo del governo. Almeno così spero personalmente, al netto di qualche punto decimale recuperabile di quel 3 per cento in meno che un sondaggio Ipsos ancora fresco di stampa sul Corriere della Sera gli ha attribuito rispetto alle elezioni politiche di tre anni e mezzo fa.  In meno, ripeto, e a vantaggio prevalentemente del generale Roberto Vannacci, quello del mondo sottosopra, che adesso, poveretto, non sa più a chi sentirsi più vicino sul piano internazionale fra lo stesso Trump e Putin. Sono gli imprevisti, o scherzi, della vita specie quando viene vissuta pericolosamente e politicamente.

       Ciò che in veste di ultratrumpiano, sia pure in differita, Salvini potrà recuperare sul Vannacci ormai perduto e concorrente nel centrodestra rischia di essere molto meno di quanto potrebbe perdere a beneficio dei fratelli d’Italia e anche della Forza Italia, sia di tendenza Marina Berlusconi, e fratello Pier Silvio, sia di tendenza Antonio Tajani, l’altro vice capo del governo, nonché ministro degli affari esteri. Ormai il sorpasso sondaggistico dei forzisti sui leghisti – i primi saliti al 9 per cento e i secondi scesi al 5,8- è stato certificato anch’esso da Ipsos. E Salvini farebbe male a sottovalutarlo considerando anche le sofferenze già procurate al suo partito con l’assunzione pur temporanea di Vannacci.

       Pensate un po’ quanti pasticci  Trump, da solo o con l’aiuto di consiglieri troppo zelanti e accondiscendenti, riesce a combinare nel mondo fra guerre che apre senza riuscire a chiuderle, tregue che concede paradossalmente con minacce e penultimatum, e intromissioni, volente o nolente, negli affari interni dei paesi ancora formalmente alleati, ma ornai appesi agli alberi come le foglie d’autunno, direbbe il compianto Giuseppe Ungaretti che le vide dalle trincee della prima guerra mondiale. E ne combinerà ancora, di pasticci, il presidente americano nel prosieguo del suo secondo mandato alla Casa Bianca.

Pubblicato sul Dubbio

Quel traffico in uscita dal Pd di Elly Schlein tendenza Conte

A quattro giorni dall’ennesimo e pur sempre doloroso anniversario -il 48.mo- di quella morte orribile e dolorosa, per dissanguamento, riservata dalle brigate rosse ad Aldo Moro dopo 55 giorni di prigionia si sono dati oggi appuntamento all’Istituto Luigi Sturzo, a Roma, la segretaria del Pd Elly Schlein, l’ex ministro Dario Franceschini, di provenienza democristiana, e il senatore quasi a vita Pier Ferdinando Casini, di provenienza democristiana pure lui e  ospite ormai fisso delle liste del Nazareno per conservare il seggio di Palazzo Madama, per celebrarne memoria e quant’altro con gli autori di un  libro appena uscito sullo statista scomparso.

“Aldo Moro, le idee, il metodo, l’eredità”, è il titolo del volume scritto a quattro mani dagli avvocati e politici del Pd Tino Iannuzzi e Alberto Losacco, ai quali Casini ha fornito nella prefazione una testimonianza molto sentita, anche se nella sua lontana e lunga militanza democristiana non fu mai moroteo. Fu piuttosto doroteo, cioè della corrente che defenestrò Moro da Palazzo Chigi nel 1968, pur non avendo perduto le elezioni dopo quasi cinque anni di governo, e poi forlaniano. Di un Forlani però -lo ricordo con onestà di cronista e analista- che era stato il più moroteo dei fanfaniani, compiaciuto di un articolo nel quale lo avevo rappresentato –“smembrato”, mi disse scherzando- fra ”il cuore con Fanfani e il cervello con Moro”. Altri tempi, altri uomini, ahimè.

E’ strano che il Pd, nato dalla fusione pur “fredda” e “mal riuscita”, come la definì Massimo D’Alema alle dimissioni del suo primo segretario Walter Veltroni, fra i resti del Pci e della sinistra democristiana, ma non solo, non sia riuscito a ereditare da Moro l’arte della mediazione. Con la quale egli seppe tenere unita la Dc in tutti i passaggi della sua vita, anche quelli più difficili. “Meglio sbagliare insieme che avere ragione da soli”, disse strappando ai parlamentari democristiani, poco prima del suo tragico sequestro, il loro sofferto ma unitario consenso alla seconda e ultima edizione del governo monocolore democristiano di “solidarietà nazionale” condotto da Giulio Andreotti, sostenuto dal Pci di Enrico Berlinguer non più con l’astensione della prima volta ma con una fiducia concordata attorno a un programma ben definito.

La Schlein -benedetta ragazza. mi viene voglia di scrivere pensando ai suoi 41 anni compiuti ieri, per cui le faccio gli auguri- perde gente continuamente per strada, singoli o in piccoli gruppi, di provenienza generalmente democristiana e moderata. L’ultima uscita è quella della mia amica personale e carissima Marianna Madia, già ministra del governo di Matteo Renzi e poi di Paolo Gentiloni. Poveretta, non ne poteva più neppure lei di una gestione politica del partito “testardamente unitaria”, dice la Schlein pensando però solo all’obbiettivo dell’accordo, all’esterno, con Giuseppe Conte. E sperando magari di sconfiggerne la candidatura a Palazzo Chigi nelle primarie reclamate dallo stesso ex premier come “le più aperte possibili”, cioè più confuse. Simili a quelle che portarono la Schlein al Nazareno rovesciando la maggioranza congressuale degli iscritti raccolta da Stefano Bonaccini.

Marianna -complimenti alla nipote degnissima del migliore amico che ho avuto nella professione giornalistica, Normanno Messina, che per una battuta era capace di giocarsi anche il posto- è stata preceduta più recentemente dall’europarlamentare Elisabetta  Gualmini e meno di recente, fra gli altri, dall’ex ministro Giuseppe Fioroni, presidente dell’ultima commissione parlamentare d’indagine sul delitto Moro. Altri ancora mi risultano tentati dall’esodo, a questo punto, magari prima di maturare la certezza di essere esclusi dalle liste dei candidati alle prossime elezioni, attorno alle quali stanno già lavorando amici, consiglieri e subordinati della segretaria nella prospettiva dei soliti elenchi boccati, chiusi ai voti di preferenza che tutti, o quasi, dicono di volere ripristinare ma nessuno davvero. Scusate la solita malizia andreottiana.

Pubblicato su Libero

Il bacio tossico di Donald Trump, e amici, a Matteo Salvini in Italia

       Tutti hanno visto o avvertito, o finto di vedere e avvertire, lo zampino, o zampone non ancora bollito, del presidente Donald Trump nel rilancio di una intervista di Matteo Salvini a un sito americano rilasciata a febbraio in Italia, che diceva dello stesso Trump tutto il bene possibile, indicandolo come “salvatore dell’Occidente”.

 Il presidente statunitense nella sua assoluta e ormai universalmente nota imprevedibilità, avrebbe trovato quindi la voglia e il tempo di distrarsi dalla guerra in Iran, che prosegue in altro modo all’ombra di una tregua apparente, per occuparsi anche della politica interna italiana seminando zizzania nel centrodestra e persino nel governo, essendo il capo della Lega Salvini uno dei due vice presidenti del Consiglio di Giorgia Meloni. Sì, proprio lei, scesa sotto lo zero nel gradimento di un Trump dichiaratamente scioccato per averne contestato gli attacchi al Papa, peraltro americano pure lui, e avergli negato l’uso, neppure richiesto peraltro nelle dovute formalità,, della base di Sigonella per i bombardieri degli Stati Uniti impegnati nella guerra all’Iran.

       Diffusa, anzi ridiffusa quell’intervista oggi che i rapporti fra Trump e la Meloni, o fra la Casa Bianca e Palazzo Chigi, sono parecchio cambiati, l’operazione a torto o a ragione attribuita al presidente americano è né più né meno di una provocazione. Alla quale sconcerta, a dir poco, che Salvini si sia prestato, almeno sino al momento in cui scrivo. Ma già un ritardo di reazione potrebbe bastare e avanzare al capo della Lega per subirne danni elettorali, dopo che un sondaggio dell’Isp ancora fresco di stampa sul Corriere della Sera gli ha attribuito meno del 6 per cento dei voti -5,8- rispetto al quasi 9 -8,8- delle elezioni politiche del 2022.  Il bacio di Trump, diciamo così, gli potrebbe essere politicamente fatale per la sua tossicità.

       C’è una circostanza aggravante in questa curiosa operazione mediatica e politica. E’ l’imminente arrivo a Roma del Segretario di Stato americano Rubio per incontri ufficiali al di là e al di qua del Tevere.

Quelle virgolette superflue applicate alla guerra di Trump all’Europa

       “Il presidente Trump ancora in “guerra” contro l’Europa, accusata di non sostenerlo nelle sue campagne. Annunciato il ritiro dalla Germania di cinquemila militari”.  Così si legge questa mattina sul Corriere della Sera in una sintesi in prima pagina di cinque articoli di cronaca e di analisi distribuiti all’interno su tre pagine, dalla decima alla tredicesima.

       Di superfluo o improprio, come preferite, in quella sintesi del Corriere trovo le virgolette applicate alla guerra di Trump all’Europa, compresa l’Italia interessata anch’essa al ritiro di truppe americane di protezione ormai scaduta nnunciato dal presidente americano. Che non ci perdona né la difesa del Papa da parte della premier Giorgia Meloni dopo l’attacco del connazionale Trump né il rifiuto della base di Sigonella ai bombardieri statunitensi in missione di guerra contro l’Iran che volevano atterrarvi senza la preventiva, non istantanea o successiva autorizzazione.

       La guerra di Trump all’Europa non ha visto (ancora?) bombe, missili, droni ed altre diavolerie distruttrici e sanguinose, forse per non sottrarle a quelle messe da parte per essere usate contro l’Iran alla scadenza della tregua e dei suoi penultimatum. Ma gli effetti delle bombe vocali e di carta che Trump lancia dallo studio ovale della Casa Bianca e dintorni, col contorno di dazi e simili, si stanno sentendo eccome in Italia e negli altri paesi europei per il disordine politico ed economico che producono.

       Un’altra vittima della guerra, senza virgolette, del presidente americano è naturalmente la Nato pur ancora dotata di carta intestata, uffici, arsenali e personale militare, tecnico e amministrativo. Una Nato ormai tigre di carta davvero, come lo stesso Trump del resto si era proposto di farla diventare, che è destinata a fare le fortune di Putin al Cremlino, in Ucraina e ovunque gli venga la voglia di aggredire nel suo esercizio dello zarismo post-sovietico.

       In questa situazione c’è solo da commiserare quanti a Roma, sulle due rive del Tevere, stanno per accogliere, sentire e magari abbracciare il segretario di Stato americano Marco Antonio (addirittura) Rubio, che sta per arrivare nel mezzo di un Carnevale fuori stagione.

Quel mezzo punto di sorpasso del campo largo, e virtuale, sul centrodestra

       Nando Pagnoncelli, che ne ha riferito sul Corriere della Sera del 1° maggio, ha voluto aggiungere ai risultati dell’ultimo sondaggio elettorale di Ipsos un avvertimento. o invito alla cautela nonostante l’enfasi dei titoli assegnati in redazione al suo articolo a pagina 15: “Il centrodestra in discesa. Per la prima volta (Vannacci incluso) è dietro al Campo largo”. Più stringato ma ugualmente enfatico il richiamo in prima pagina: “Il Campo largo supera il centrodestra (Vannacci incluso)”. E’ stata omessa o risparmiata in prima pagina quella “prima volta” trionfalistica dell’interno.

       “Il cammino -ha ammonito Pagnoncelli i cultori, tifosi e quant’altri del campo largo dell’alternativa al centrodestra, o giusto, come preferisce chiamarlo Giuseppe Conte- è ancora lungo e non è detto che i dati non possano modificarsi”. Non solo il sorpasso è stato solo di mezzo punto – 46,6 contro 46,1- ma “nel centrosinistra”, ha osservato Pagnoncelli, “si tratterà di capire quale sarà la leadership e quali i contenuti programmatici, in particolare rispetto alla politica internazionale”. Che è terremotata ogni giorno, o più volte nello stesso giorno, aggiungo io, da quel campione della destabilizzazione che è diventato nel mondo l’imprevedibile presidente americano Donald Trump.

       Della prudenza avvertita e raccomandata da Pagnoncelli, che praticamente ritiene a livello nazionale il campo largo più virtuale che reale,  non ho avvertito traccia nel dibattito politico infarcito anche della festa del lavoro. Il governo ha continuato ad essere considerato spacciato da opposizioni ormai tanto sicure della vittoria elettorale, quando ne arriveranno i tempi, ordinari o anticipati, da avere riesumato dalla tombai Silvio Berlusconi per demonizzarne la memoria ed estenderla a ciò che resta  della sua Forza Italia perché a nessuno salti o rimanga in testa, essendosi già affacciata, l’idea di avvalersene nella prossima legislatura,  anche solo per rimediare all’inconveniente di un pareggio. Come si permettono i figli -sembrano chiedere i duri e puri dell’alternativa- di considerarsi migliori del padre?  E di offrirsi ai vincitori per fare affari anche con loro, come già la buonanima del Cavaliere avrebbe fatto negli anni delle larghe intese seguite alla mancata vittoria del Pd di Pier luigi Bersani nel 2013.

       Niente grazia ai Berlusconi,  insomma, come alla  sua ex igienista dentale Nicole Minetti, che sta perdendo quella ottenuta dal presidente della Repubblica indotto all’errore da una magistratura milanese “diligente ma non pervicace” per sua stessa ammissione, inutile tuttavia a sottrarre alla gogna il ministro della Giustizia Carlo Nordio, e naturalmente il governo deciso a non privarsene.

Fra gli attrezzi di bordo della flottiglia assaltata dagli israeliani

       Le cronache riferiscono di molti preservativi, e contorni, trovati dagli israeliani a bordo delle imbarcazioni dirette a Gaza, o dintorni, e assaltate fra le proteste di mezzo mondo, compresa l’Italia governata dalla Meloni solitamente rappresentata dalle opposizioni, anche ora che  non è più in tanto buoni rapporti con loro, a Nethanyau e a Trump, in ordine alfabetico. Gli scontri recenti fra di loro sarebbero solo una recitazione per gli sprovveduti.

       I preservativi non erano destinati ai sopravvissuti di Gaza ma all’uso interno alle imbarcazioni della flottiglia. Non è la solita “cattiveria” giornaliera del Fatto Quotidiano, alla rovescia questa volta essendo Travaglio simpatizzante di quegli equipaggi sorpresi con i loro attrezzi del tempo libero. E’ soltanto una notizia vera, non immaginata per farci sopra una vignetta.

La festa del lavoro che si risparmia il presidente degli Stati Uniti

       Va bene che il telefono allunga pubblicitariamente la vita, ma novanta minuti ininterrotti fra Putin e Trump, senza i quindici abituali di riposo nei campi sportivi, sono stati tanti. Putin e Trump in ordina alfabetico e anche di iniziativa, essendo stato il primo a chiamare l’altro. La prossima volta, magari, saranno ancora di più i minuti, come con i tempi supplementari del pallone.

       Da avversari come erano stati scambiati dai più ingenui prima che i due buttassero via la maschera con l’incontro, quella volta, in Alaska, fra strette di mano calorose, tappeti rossi, complimenti, barzellette e risate, i presidenti russo e americano sono diventati consulenti, che si scambiano informazioni, pareri e quant’altro giocando a palla con le parole. E forse anche con gli affari, pubblici e persino privati. Nei conflitti armati e sanguinosi in corso che essi hanno promosso o ereditato, annunciano, concedono, praticano, promettono, fingono tregue visibili e invisibili, tutte appese all’albero come le foglie d’autunno di Giuseppe Ungaretti.

       Chissà se, scambiandosi  le parole come palle, i due presidenti non hanno trovato qualcuno dei loro novanta minuti da dedicare anche alla premier italiana Giorgia Meloni,  finita ultimamente nel mirino di entrambi: con Trump direttamente, che l’ha scoperta vigliacca, traditrice e simili per avere difeso il Papa dai suoi attacchi e avere negato la base di Sigonella ai bombardieri americani destinati ai bombardamenti dell’Iran, e con Putin indirettamente, attraverso il turpiloquio televisivo di un addetto al lavoro travestito da giornalista. Una Meloni odiosamente, per loro, sostenitrice, amica, complice e quant’altro di quel nazista travestito da ebreo che sarebbe il presidente ucraino Zelensky, sopravvissuto agli inulti di Trump nella Casa Bianca e alle bombe di Putin nel suo paese ribelle allo stato di colonia o protettorato cui lo vorrebbero ridurre fra gli stucchi del Cremlino.

       In questo scenario internazionale da brivido, che re Carlo d’Inghilterra, assistito dalla sua Camilla, ha cercato di interrompere con la sua ironia nella visita negli Stati Uniti, la politica italiana si permette il solito lusso della distrazione con argomenti e spettacoli, a dir poco, minori. Se non miserabili, all’ombra dei quali consumare vendette, coltivare ambizioni e ordire complotti.

La lunga partita a calcio, con le parole al posto del pallone, fra Putin e Trump

       Va bene che il telefono allunga pubblicitariamente la vita, ma novanta minuti ininterrotti fra Putin e Trump, senza i quindici abituali di riposo nei campi sportivi, sono stati tanti. Putin e Trump in ordina alfabetico e anche di iniziativa, essendo stato il primo a chiamare l’altro. La prossima volta, magari, saranno ancora di più i minuti, come con i tempi supplementari del pallone.

       Da avversari come erano stati scambiati dai più ingenui prima che i due buttassero via la maschera con l’incontro, quella volta, in Alaska, fra strette di mano calorose, tappeti rossi, complimenti, barzellette e risate, i presidenti russo e americano sono diventati consulenti, che si scambiano informazioni, pareri e quant’altro giocando a palla con le parole. E forse anche con gli affari, pubblici e persino privati. Nei conflitti armati e sanguinosi in corso che essi hanno promosso o ereditato, annunciano, concedono, praticano, promettono, fingono tregue visibili e invisibili, tutte appese all’albero come le foglie d’autunno di Giuseppe Ungaretti.

       Chissà se, scambiandosi  le parole come palle, i due presidenti non hanno trovato qualcuno dei loro novanta minuti da dedicare anche alla premier italiana Giorgia Meloni,  finita ultimamente nel mirino di entrambi: con Trump direttamente, che l’ha scoperta vigliacca, traditrice e simili per avere difeso il Papa dai suoi attacchi e avere negato la base di Sigonella ai bombardieri americani destinati ai bombardamenti dell’Iran, e con Putin indirettamente, attraverso il turpiloquio televisivo di un addetto al lavoro travestito da giornalista. Una Meloni odiosamente, per loro, sostenitrice, amica, complice e quant’altro di quel nazista travestito da ebreo che sarebbe il presidente ucraino Zelensky, sopravvissuto agli inulti di Trump nella Casa Bianca e alle bombe di Putin nel suo paese ribelle allo stato di colonia o protettorato cui lo vorrebbero ridurre fra gli stucchi del Cremlino.

       In questo scenario internazionale da brivido, che re Carlo d’Inghilterra, assistito dalla sua Camilla, ha cercato di interrompere con la sua ironia nella visita negli Stati Uniti, la politica italiana si permette il solito lusso della distrazione con argomenti e spettacoli, a dir poco, minori. Se non miserabili, all’ombra dei quali consumare vendette, coltivare ambizioni e ordire complotti.

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