Anche o soprattutto in politica, come più in generale nella vita, in azienda, in famiglia, occorre qualche volta più coraggio a restare che a mollare, a resistere che a rinunciare, ad avanzare che a ritirarsi. E’ il caso della premier Giorgia Meloni –“la leonessa”, come l’ha chiamata Mario Sechi- che si fronte alla sconfitta del sì referendario alla riforma costituzionale della magistratura, nonostante fosse più trasversale del no sulla carta prima ancora che nelle urne, ne ha preso atto rispettosamente, senza recriminazioni, e ha confermato quello che aveva già annunciato: la determinazione a rimanere al suo posto e a concludere il mandato quinquennale di legislatura conferitole dagli elettori tre anni e mezzo fa.
Lo farà, la presidente del Consiglio, per quante difficoltà continuerà a incontrare, prevedibilmente aumentate, sul versante giudiziario nel suo lavoro, a cominciare da quello in tema di contrasto all’immigrazione clandestina non a caso sottolineato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. Pure lui deciso a restare al suo posto, per quanto potranno aumentare gli insulti abitualmente rivoltigli dai Travagli di turno soprannominandolo “mezzolitro” o “fiasco” intero.
A sconfiggere referendariamente il governo e la sua riforma della magistratura non è stato il merito della stessa riforma, con la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, i due Consigli superiori e l’Alta Corte di disciplina, ma la politicizzazione imposta dalle opposizioni, per quanto la Meloni, diversamente da Matteo Renzi una decina di anni fa, l’avesse spoliticizzata e spersonalizzata al massimo, escludendo dimissioni o addirittura il ritiro dalla politica in caso di sconfitta. Una politicizzazione, quella voluta dalle opposizioni, barando le carte della partita. Cioè attribuendo, per esempio, alla politica la volontà di sottomettere la magistratura, quando il problema era, e rimane, di ricostituire fra le due l’equilibrio voluto dai padri costituenti e rotto “bruscamente” -parola di Giorgio Napolitano al Quirinale che ripeto per l’ennesima volta- negli anni di “mani pulite”.
Nel mirino della riforma non erano finite l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, garantite dall’articolo 104 della Costituzione anche nel testo bocciato dal referendum, ma semplicemente e finalmente l’onnipotenza della magistratura. Di cui solo a referendum chiuso e vinto dicendo bugie il presidente dimissionario dell’associazione nazionale dei magistrati, Cesare Prodi, ha riconosciuto “errori” e quant’altro da correggere. Se lo avesse detto prima, a campagna referendaria ancora aperta, avrebbe fatto onestamente meglio. Ora egli è in buona compagnia del mio amico Clemente Mastella, sindaco di Benevento e pluri-ex, che dopo avere contribuito alla vittoria del no, pur con tutti i problemi ingiustamente avuti con la giustizia, ha dichiarato di attendersi dai magistrati “un maggiore senso di responsabilità” e di misura. Ora che la Repubblica d’Italia uscita dal referendum del 1946 e disciplinata dalla Costituzione in vigore dal 1948 ha finito di essere “fondata sul lavoro”, come dice l’articolo uno, ed è invece fondata di fatto sulle Procure? Dai, Clemente. Una Repubblica ancora più giudiziaria di quella ammessa o lamentata anche da fior di costituzionalisti.
Mi consola, almeno personalmente, l’idea che la premier nel suo coraggio di restare e di scommettere ancora sul buon senso degli elettori, per quanto possano averla delusa nel referendum sulla magistratura, sarà aiutata dagli avversari politici. Che già nel festeggiamento del no referendario, tra interviste, sceneggiate di piazza, brindisi con bicchieri di carta e quant’altro, hanno messo in impietosa evidenza le loro debolezze, le loro confusioni, le loro tensioni interne. Opposizioni che sulla strada dell’alternativa al centrodestra, considerata adesso più vicina, debbono sciogliere i nodi del programma e della leadership. Su cui ha messo il cappello Giuseppe Conte senza pietà e riguardo., direi, per la segretaria del maggiore partito dell’alternativa, appunto. Buon viaggio, signori festanti del no.
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