Claudio Velardi sbertuccia il Corriere degli ayatollah italiani

       Con la franchezza che lo distingue  nel guardare sia al passato, compreso il suo di militanza comunista, sia al presente e al temibile futuro Claudio Velardi ha fatto barba e capelli al Corriere della Sera oggi sul suo Riformista.

       La combinazione fra una pagina di Milena Gabanelli sui costi economici della riforma costituzionale della magistratura, con lo sdoppiamento del Consiglio Superiore e l’Alta Corte di disciplina , un’intervista del senatore a vita Mario Monti contro lo spirito autoritario, diciamo cosi, della stessa riforma, contro la quale l’ex premier ha annunciato il suo no e l’orchestra televisiva del comune editore Urbano Cairo ha ispirato a Velardi la rappresentazione della “saldatura definitiva di un blocco di potere mediatico-giudiziario che difende se stesso”. Un blocco nel quale “le poche voci garantiste rimaste nel quotidiano”, come quelle di Paolo Mieli, Antonio Polito, Angelo Panebianco, “faticano a emergere” e a superare il “fuoco di sbarramento”  del no in una partita giocata “come un vero e proprio partito politico schierato a difesa dello status quo”.

       Più che il vero, più che centenario Corriere della Sera quello di via Solferino è diventato insomma -aggiungo io- il Corriere dei nostri ayatollah. Che non hanno il turbante e la violenza terroristica di quelli iraniani, ma la sicumera e la sfacciataggine sì. A difesa della casta più casta d’Italia che è diventata la magistratura associata, decisa a non mollare la conquista, se non addirittura il sequestro, del Consiglio Superiore della Magistratura in edizione unica. Con tutto ciò che ne consegue.

Il sì alla riforma della magistratura più trasversale del no

La forza del sì referendarioalla riforma costituzionale della magistratura, associativamente arroccata nella difesa non delle sue prerogative ma delle sue cattive abitudini, prese in una quarantina anni di abusi risalenti al caso di Enzo Tortora, ben prima quindi delle “mani pulite” di rito ambrosiano; la forza del sì referendario, dicevo, sta nella sua trasversalità. Che il fronte del no sottovaluta nella leggenda della rimonta coltivata con i sondaggi, prima che ne venisse vietata la divulgazione perché troppo a ridosso del voto.

       La trasversalità del sì è pari a quella del no di oltre una decina d’anni fa nel referendum sulla riforma costituzionale del governo di Matteo Renzi. Che la sottovalutò caparbiamente, nonostante i consigli alla prudenza ricevuti da Sergio Mattarella appena arrivato al Quirinale con la spinta decisiva dello stesso Renzi, che lo aveva preferito alla candidatura di Massimo D’Alema sponsorizzata anche dall’allora capo dell’opposizione Silvio Berlusconi.

       Renzi fece spallucce, diciamo così, all’opposizione interna al Pd, che lo aveva sfidato pubblicamente alla guida proprio del respinto D’Alema e di Pier Luigi Bersani. I quali, non contenti di avergli fatto perdere il referendum e Palazzo Chigi, gli organizzarono in due mesi una scissione al Nazareno per fargli perdere anche le elezioni politiche dell’anno successivo. Alle quali Renzi aveva deciso di arrivare rimanendo al posto di segretario, anziché ritirarsi dalla politica, almeno per un po’, come aveva promesso prima del referendum con tono persino minaccioso, di sfida.

       Tanto trasversale è il sì referendario di Giorgia Meloni di questo 2026 quanto non lo fu nel 2016 quello di Renzi. Un sì referendario, quello della Meloni, che il cosiddetto campo largo della immaginifica alternativa al centrodestra non riesce a contrastare unito, come unito invece è lo schieramento della maggioranza, per quanti sforzi di fantasia e zizzania hanno messo i signornò nella rappresentazione dei leghisti contro la premier, o di  quest’ultima addirittura contro la campagna referendaria del ministro della Giustizia e del suo capo di Gabinetto Giusì Bartolozzi. Della quale peraltro critici ed avversari continuano a ignorare la qualifica che ancora le spetta di magistrato, particolarmente di Corte d’Appello. Altro che l’ex attribuitole da giornaloni blasonati come il Corriere della Sera e Repubblica. Una magistrata, la Bartolozzi, che conosce i suoi colleghi quanto Nordio i suoi ex, essi sì. Li conosce così bene che, da indagata per un processo risparmiato dalle Camere ai ministri sul caso del libico Almasri, si è sentita e dichiarata come davanti a un plotone di esecuzione. Su cui il ha cercato di scherzare, in pubblico, il presunto capo Francesco Lo Voi, al vertice della Procura della Repubblica di Roma.

       La sinistra del sì referendario è più di un’enclave uscita, se si può dire così, dal campo del no presieduto da Eddy Schlein e Giuseppe Conte in competizione, peraltro, fra di loro: tanto per non farsi mancare niente. Oltre al Pd, di cui alcuni fra i più prestigiosi fondatori sono dichiaratamente favorevoli alla riforma della magistratura, anche il Movimento 5 Stelle non è riuscito a rimanere unito nello scontro col governo, per quanto l’ex premier ne abbia fatto una ridotta di ex magistrati illustri e combattivi. O forse proprio per questo, visti i problemi che costoro hanno finito per creare in Parlamento ai gruppi di appartenenza.

       Per tornare al Pd, il principale partito dello schieramento avverso alla Meloni, come diceva Walter Veltroni di Berlusconi in toni anglosassoni nei pochi mesi trascorsi al vertice del Nazareno, provo a immaginare andreottianamente, cioè pensando male con la speranza di azzeccarci, la crisi che si potrebbe non aprire ma spalancare sulla segretaria Schelin se dovesse perdere anche questa sua battaglia, come quella condotta l’anno scorso con Maurizio Landini e amici o compagni contro il jobbs act di Renzi.

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I 48 anni dal sequestro di Aldo Moro e dalla strage della scorta

Sono trascorsi 48 anni da quella maledetta mattina del 16 maro 1978 in cui Aldo Moro fu sequestrato dalle brigate rosse in via Fani, a Roma, a poca distanza da casa, fra il sangue della scorta sterminata come in una mattanza. Sequestrato per essere ucciso pure lui dopo 55 giorni trascorsi in una cosiddetta prigione del popolo, sottoposto al processo sommario dei terroristi e condannato a morte.

Fu ed è ancora una tragedia non solo della cosiddetta prima Repubblica, ma anche di quella o quelle successive, che non hanno saputo -spero anche non voluto- fare piena luce, o per niente, sulle complicità che permisero ai terroristi di compiere il sequestro e completarlo con la decapitazione della politica, essendone allora Moro il regolo, destinato nei piani dei partiti a succedere alla fine di quell’anno al Quirinale a Giovanni Leone. Il quale fu costretto, dopo la fine di Moro, alle dimissioni per avere osato compiere tutti i tentativi, al di là e in qualche modo anche contro la cosiddetta linea della fermezza, di sottrarre Moro all’esecuzione dividendo i suoi aguzzini con la grazia ad una sola dei detenuti con i quali le brigate rosse volevano scambiare l’ostaggio. Una tragedia, dello Stato, nella tragedia umana.

Di quella tragedia ci sono ancora superstiti come testimoni, attori e forse anche protagonisti. Ostinati nella loro rivoltante reticenza. 

Sale sul vagone referendario del no anche il senatore a vita Mario Monti

       Mario Monti, 83 anni da compiere il giorno di San Giuseppe, per cui gli faccio auguri anticipati, senatore a vita da una quindicina d’anni, ex presidente del Consiglio e altro ancora, ha dunque sciolto la riserva espressa sul Corriere della Sera in un articolo recente sulla riforma costituzionale della magistratura. Da indeciso è diventato convinto del no, e per niente incerto se andare a votare, come aveva invece sospettato Federico Fubini intervistandolo dopo avere colto ancora qualche perplessità.

       Più ancora del merito, sul quale sono divisi peraltro anche illustri giuristi ed altre eminenti personalità che conosce e forse anche frequenta, a colpire negativamente il senatore Monti è stato ed è “il contesto”, ha detto lui stesso. Il contesto, in particolare, di un governo che sostanzialmente per avere più potere nei rapporti con la giustizia, o con la magistratura che la gestisce, metterebbe a rischio addirittura “lo Stato di diritto”. Se si può considerare ancora tale, o del tutto, quello in cui i magistrati hanno finito per prevalere su tutti gli altri poteri, compreso il Parlamento applicandone le leggi con una discrezionalità superprotetta dalla loro “autonomia e indipendenza”.

       Fa parte del “contorno” anche il contesto internazionale nel quale si muove la premier Giorgia Meloni. Alla quale, pur nella simpatia che gli ispira, tanto da averla qualche volta appezzata in Parlamento e fuori, Monti non perdona l’occhiolino, quanto meno, che fa all’autoritarismo andando troppo d’accordo col presidente americano Donald Trump oltre Atlantico e col presidente ungherese Viktor Orban in Europa.

       Alla Meloni, sia pure per allusione o qualcosa del genere, Monti ha ricordato che la forza, autorevolezza e quant’altro di un governo dipende anche dall’ampiezza della maggioranza parlamentare che riesce a procurarsi, come nel 2011 capitò a lui, arrivato tuttavia a Palazzo Chigi per chiamata dell’allora Capo dello Stato Giorgio Napolitano, non per un verdetto elettorale, in condizioni a dir poco di eccezionalità. E anche di sicurezza sul piano del già citato “Stato di diritto” grazie al laticlavio assegnatoli dal presidente della Repubblica poco prima di conferirgli anche la Presidenza del Consiglio. Per quanto ridotta all’osso, una immunità parlamentare, oltre che governativa con la procedura del tribunale dei ministri, ancora esiste.

Fiamme e fumo anche dalla piazza referendaria del no alla riforma della magistratura

       Come in uno scenario di guerra vera, cui ci hanno del resto abituato le prime pagine dei giornali da un bel po’ di tempo a questa parte, dall’Ucraina all’Iran passando per il Libano, Gaza e altrove, anche dal referendum sulla riforma costituzionale della magistratura, contestata pure da un movimento che reclama “il potere al popolo”, neppure alle toghe, si sono levate fiamme e fumo. Sono state bruciate in piazza a Roma le immagini della premier Giorgia Meloni e del suo ministro della Giustizia Carlo Nordio, come anche l’immagine del premier Nethanyau e una bandiera israeliana.

       Tutto si tiene sinistramente in questa manifestazione di odio. Anche la deplorazione “bipartisan”, come l’hanno chiamata i giornali riferendo delle reazioni dei partiti, compresi quelli del fronte referendario del no che pure ha fomentato quell’odio accusando il governo non di cambiare la Costituzione, che è possibile nelle modalità da essa stessa indicate, ma di sovvertirla, di stracciarla. E di restituire l’Italia al fascismo, che pure aveva introdotto la carriera unica di giudici e di pubblici ministeri che la riforma sotto procedura referendaria vuole separare. Un fascismo quindi al contrario, se non lo si vuole chiamare antifascismo per non insignirne la premier, scandalosamente per chi la considera invece una riedizione femminile di Benito Mussolini.

       Il fronte referendario del no merita la sconfitta non foss’altro per il clima che è riuscito a creare e di cui finge di essere inconsapevole, tanto da dissociarsene, condendo di odio, come di olio, la sua campagna. L’olio Gratteri, per esempio, con quella criminalizzazione del sì attribuito a mafiosi, massoni eccetera.

Ripreso da http://www.startmag.it

A Morando l’oscar della campagna referendaria della sinistra del sì

Settantasei anni da compiere a settembre, laureato in filosofia ma esperto di economia, non a caso vice ministro appunto dell’Economa nei governi di Matteo Renzi e di Paolo Gentiloni, presidente della Commissione Bilancio del Senato, Enrico -anzi Antonio Enrico- Morando si può considerare il più liberal dei fondatori del Pd, pur provenendo dal Pci e dal suo giornalismo militante. Tanto liberal che il segretario del Pd appena nato, Walter Veltroni, lo scelse come coordinatore, cioè capo, del “governo ombra” di tradizione anglosassone formato anche per dare un segnale inconfondibile, anglosassone appunto, della formazione politica che si proponeva di fare diventare maggioritaria, riscattando la sinistra dai condizionamenti radicali, intesi come estremisti, non ceto come pannelliani, subiti nelle esperienze dell’Ulivo e dell’Unione.

       Della sua breve esperienza giornalistica all’Unità Morando ha ricavato e conservato il meglio, direi, di una professione così facilmente esposta ai rischi della prolissità, genericità, approssimazione e presunzione. Lo scrivo anche in senso autocritico, per carità, potendomi essere capitato di sbagliare proprio in quelle direzioni, per quanti sforzi abbia compiuto di non cadere in tentazione. E per quanta buina scuola abbia avuto lavorando per una decina d’anni con Indro Montanelli. Che aveva un carattere leggermente peggiore del mio, che pure lui considerava il peggiore in assoluto, rammaricandosene qualche volta anche con i nostri migliori amici politici comuni: ad esempio, Arnaldo Forlani. Che me lo confidò chiedendomi, sorpreso, che cosa mai avessi fatto per guadagnarmi quel giudizio.

       A Morandi credo che spetti l’Oscar della chiarezza e della sintesi nella campagna referendaria della sinistra del sì -che c’è, per fortuna-  alla riforma costituzionale della magistratura. In sette righe stampate, non di più, a pagina 26 del Corriere della Sera del 12 marzo dirette all’amico e tuttora compagno di partito Luciano Violanta -ma anche ad altri né comunisti né post-comunisti di analoghe convinzioni o paure sorprendenti come gli eterni democristiani Clemente Mastella e Paolo Cirino Pomicino, in ordine alfabetico-  Morando ha smascherato la debolezza, contraddittorietà, inconsistenza della campagna referendaria del no. Che naturalmente, nella sua presuntuosa  autosufficienza,  si sente la meno politicizzata o più civile.

       “I sostenitori del no- ha scritto testualmente Morando- dovrebbero scegliere fra queste due critiche: a) la riforma è volta a subordinare il pm al potere politico; b) la riforma dà troppo potere al pm. Sostenerle entrambe può solo dimostrare che entrambe hanno debole fondamento”. Debole, a dir poco. Un pubblico ministero troppo forte ma lasciatosi sottomettere dalla politica, anziché sottometterla, è un ossimoro. Niente di più.

       Ha ragione, questa volta azzeccandoci nel suo italiano sempre ruspante, l’ex pm storico Antonio Di Pietro a dire, sul fronte del sì referendario che ha smutandato il no quasi come Morando sul fronte della sinistra, che un pubblico ministero, o semplicemente un magistrato serio può essere bloccato o da un altro della stessa qualità o da una bomba. Il tempo non è trascorso inutilmente per “Tonino”, diversamente dagli ex colleghi rimasti arroccati nelle loro postazioni e nelle loro cattive abitudini.

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La sorpresa della scheda bianca di Guido Salvini al referendum sulla magistratura

       Peccato. L’unica concessione che l’ex giudice Guido Salvini ha voluto concedere al sì referendario alla riforma costituzionale della magistratura è la partecipazione al voto, annunciata in un articolo sul Dubbio. Concessione perché, stando ai sondaggi, più saranno gli elettori che andranno alle urne, anziché starsene a casa come assenteisti, più potranno vincere i sì.

       Peccato, dicevo, perché se un sì lo meritava e lo merita la riforma referendaria sotto procedura referendaria esso era -e spero sia ancora, perché mancano ancora 9 giorni al voto e un ripensamento è pur sempre possibile- quello di Guido Salvini. Che nella sua attività molto nota di magistrato ha dovuto aspettare sette anni e la durata di due Consigli cosiddetti superiori della magistratura, con annesso blocco della carriera che pure in genere avanza automaticamente con l’età, per uscire assolto da un procedimento di “incompatibilità ambientale” procuratogli dalla Procura di Milano degli anni d’oro taroccato di “Mani pulite”. Sette anni vissuti alla maniera di Kafka, e raccontati dallo stesso Salvini nel libro intitolato “Il tiro al piccione”, per un inconveniente: quello di non essere lui iscritto all’associazione nazionale dei magistrati e di non essere coperto da alcuna corrente. Egli era praticamente un intruso, che non poteva essere scambiato con nessuno sulla giostra delle carriere e dei procedimenti disciplinari.

       Ci saranno pure ragioni tecniche, per carità, per eccepire con la scheda bianca su qualche aspetto o contenuto della riforma, come le modalità dei sorteggi nella composizione dei due Consigli superiori della magistratura e il tipo di appellabilità delle sentenze dell’Alta corte disciplinare, o comunque per distinguersi in una campagna referendaria quasi all’arma bianca, ma la conferma del sistema attuale che potrebbe derivare dal risultato referendario sarebbe la peggiore delle soluzioni. Meglio cambiare, per poi cambiare ancora verificando il funzionamento della riforma, che lasciare le cose come stanno, cioè scandalosamente. Almeno per uomini della schiena, della coscienza e della storia di Guido Salvini.

Il dito referendario di Marina Berlusconi e la luna della riforma condivisa

Marina Berlusconi, che ancora ricordo ragazza seduta in un angolo a scrivere appunti sulle riunioni che si tenevano attorno al padre sulle trasmissioni del Biscione, ha puntato il solito dito che distrae purtroppo l’attenzione dalla luna che vuole indicare. Ha scritto a Repubblica una lettera di pregevole astuzia politica per cercare di spersonalizzare la riforma costituzionale della magistratura, un po’ anche dal ricordo del padre, e di farle superare il referendum con l’aiuto decisivo dei sì che non mancano neppure a sinistra.

       Persino il buon Paolo Mieli, in uno dei soliti salotti televisivi della 7 dove si respira aria di no, ha visto nella lettera di Maria Berlusconi solo o prevalentemente “le distanze” dal centrodestra, evocando persino la predilezione per Repubblica della ex moglie del compianto Cavaliere, che le scrisse per lamentarsi dell’ancora marito. 

       Marina Berlusconi invece, secondo me, ha fatto né più ne meno  ciò che fece – lei ancora molto giovane- Bettino Craxi dopo le elezioni del 1992, quando propose al Pds di Achille Occhetto, dopo avergli risparmiato l’anno  prima un voto anticipato che lo avrebbe fortemente penalizzato, una comune prospettiva di governo o di opposizione.

       Dissi allora a Bettino. “Sei matto a tornare alla politica del tuo predecessore Francesco De Martino, quando si svincolò dal centrosinistra promettendo che non sarebbe mai più tornato al governo senza i comunisti?”. E lui, calmandomi: “Tranquillo, mi diranno di no”. E così avvenne  perché Achille Occhetto, oggi novantenne fresco di festeggiamenti, alla “unità socialista” che lo terrorizzava per il peso che vi avrebbe avuto Craxi, preferì il sostegno, anzi lo schiacciamento sotto la magistratura che stava facendo ciò che i comunisti non erano riusciti a realizzare: la sostanziale eliminazione politica dei “traditori” persino “socialfascisti”.

       Craxi finì ad Hammamet, d’accordo, dove riposa per sempre da “latitante”, come dicono ancora di lui gli avversari. La sinistra finì dov’è ora, rivalutando qualche volta persino Silvio Berlusconi, l’amico di Bettino: all’opposizione di un governo non di centrodestra ma di destra-centro.

       I magistrati, associati e no, allora vinsero la loro partita con un “brusco cambiamento di rapporti” fra politica e giustizia onestamente riconosciuto e lamentato da Giorgio Napolitano quando era ancora al Quirinale. Il 22 marzo, grazie anche alla liquidazione della lettera di Marina Berlusconi -da parte sia della Repubblica cui era stata diretta sia da parte del centrodestra che l’ha digerita male ignorandola- i magistrati potrebbero tornare a vincere col loro no. E liquidare, spero solo metaforicamente, i colleghi del sì, a cominciare da Giusi Bartolozzi. Che, prima di essere il capo di Gabinetto del Guardasigilli, è appunto una magistrata distaccata al Ministero della Giustizia. Una magistrata del sì, che corre il rischio di un processo per l’affare Almasri risparmiato ai ministri competenti per l’autorizzazione legittimamente negata dal Parlamento.

Pubblicato sul Riformista

Ripreso da http://www.startmag.it il 15 marzo  

Il falso double face rimproverato alla Meloni fra Senato e Camera

       Dopo le accuse di “fuga” dal Parlamento, per avervi mandato a riferire più volte su guerre e dintorni i ministri degli Esteri e della Difesa, Giorgia Meloni si è procurata l’accusa di essere stata scombinata, a dir poco, presentandosi ieri prima al Senato e poi alla Camera su posizioni opposte. Opposte, ripeto, non sulle guerre e dintorni, per le quali ha detto le stesse cose, ma nei rapporti con le opposizioni vanificando così -hanno scritto e detto i critici su giornali e nelle trasmissioni televisive- quel clima unitario consigliabile, anzi necessario nei passaggi più difficili e drammatici. E questo è sicuramente uno di quelli.

       In particolare, la premier avrebbe “aperto” al Senato e chiuso alla Camera, gonfiando le vene e buttandola quasi a rissa.

       A questa rappresentazione schizofrenica, da manicomio più che da Parlamento, manca quella che potremmo chiamare completezza. Sì, al Senato la premier si è effettivamente offerta allo spirito unitario con parole anche accorate, e richiami a precedenti consolanti nella storia politica della Repubblica. Ma le opposizioni le hanno risposto a pesci in faccia, direbbero alla Garbatella, ma anche a Milano. Le hanno contestato rapporti di sudditanza al presidente americano Donald Trump e ambiguità nella formula del né con te né contro di te, o qualcosa di simile. Francesco Boccia, la prolunga della segretaria del Pd a Palazzo Madama come capogruppo, essendo la Schlein alla Camera, ha quasi irriso alla premier vedendo e denunciando nella sua apertura alle opposizioni una dimostrazione di debolezza, di paura, procuratale anche da una campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura segnata dalla rimonta del no.

       Finito il turno del Senato, la Meloni ha semplicemente tratto alla Camera le conseguenze dalle risposte ottenute dalle opposizioni, arrivate peraltro divise come al solito alle votazioni sul documento conclusivo della discussione. La premier ha detto alle e delle opposizioni quel che esse si erano meritate a Palazzo Madama.

Il bicameralismo, sopravvissuto alla riforma costituzionale del governo di Matteo Renzi dieci anni fa, è fatto appunto per questo. Non solo per ripetersi, a prescindere. Le opposizioni hanno ottenuto alla Camera quello che avevano chiesto al Senato. Tutto qui, né di meno né di più.

Le attenuanti invocate dai signornò per errori, bugie e minacce referendarie

       Le gaffe, gli eccessi, i falsi, le minacce ai giornali e giornalisti non allineati, sedute spiritiche dei sostenitori e portavoci del no referendario alla riforma costituzionale della magistratura per fare dire a morti illustri come Giovanni Falcone e Giuliano Vassalli l’opposto di quello che dicevano da vivi?  Bazzecole, irrilevanti ai fini della campagna referendaria del no perché dette, gridate e quant’altro quasi in clandestinità, fuori scena, parlando ai “social” diventati ormai fogne.. Lo ha detto Massimo Giannini nel salotto televisivo di Lilli Gruber -e dove sennò?- facendo annuire la conduttrice o padrona di casa e Rosy Bindi, l’altra ospite anche lei naturalmente impegnata nella campagna referendaria per il no.

       Le gaffe, gli eccessi, le scivolate dei sostenitori, protagonisti o attori della campagna referendaria del sì? Intanto per niente gaffe, eccessi, scivolate ma cose gravissime, imperdonabili, senza attenuanti, e non due ma tre volte più condannabili perché avvenute in sedi “istituzionali” come aule parlamentari, televisioni di Stato o commerciali, e quindi dirette a un pubblico più vasto e qualificato. Sempre Massimo Giannini da Lilli Gruber. Che di suo ci metteva ieri sera la sottolineatura della partecipazione della premier Giorgia Meloni a spettacoli a dir poco scomposti contro la magistratura colpevole di non volerle dare una mano nell’azione di governo. Che, detta così, è certamente una bestialità istituzionale e politica. Ma è raccontata male, perché la premier ha sempre citato  fatti concreti, decisioni, sentenze, ordinanze e quant’altro destinate, anzi finalizzate a vanificare l’azione del governo, per esempio, di contrasto all’immigrazione clandestina. E a favorire invece gli espedienti cui migranti pregiudicati, più volte entrati e usciti dal carcere, ricorrono per essere protetti dal rischio del rimpatrio con la protezione umanitaria.   

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