La sorpresa della scheda bianca di Guido Salvini al referendum sulla magistratura

       Peccato. L’unica concessione che l’ex giudice Guido Salvini ha voluto concedere al sì referendario alla riforma costituzionale della magistratura è la partecipazione al voto, annunciata in un articolo sul Dubbio. Concessione perché, stando ai sondaggi, più saranno gli elettori che andranno alle urne, anziché starsene a casa come assenteisti, più potranno vincere i sì.

       Peccato, dicevo, perché se un sì lo meritava e lo merita la riforma referendaria sotto procedura referendaria esso era -e spero sia ancora, perché mancano ancora 9 giorni al voto e un ripensamento è pur sempre possibile- quello di Guido Salvini. Che nella sua attività molto nota di magistrato ha dovuto aspettare sette anni e la durata di due Consigli cosiddetti superiori della magistratura, con annesso blocco della carriera che pure in genere avanza automaticamente con l’età, per uscire assolto da un procedimento di “incompatibilità ambientale” procuratogli dalla Procura di Milano degli anni d’oro taroccato di “Mani pulite”. Sette anni vissuti alla maniera di Kafka, e raccontati dallo stesso Salvini nel libro intitolato “Il tiro al piccione”, per un inconveniente: quello di non essere lui iscritto all’associazione nazionale dei magistrati e di non essere coperto da alcuna corrente. Egli era praticamente un intruso, che non poteva essere scambiato con nessuno sulla giostra delle carriere e dei procedimenti disciplinari.

       Ci saranno pure ragioni tecniche, per carità, per eccepire con la scheda bianca su qualche aspetto o contenuto della riforma, come le modalità dei sorteggi nella composizione dei due Consigli superiori della magistratura e il tipo di appellabilità delle sentenze dell’Alta corte disciplinare, o comunque per distinguersi in una campagna referendaria quasi all’arma bianca, ma la conferma del sistema attuale che potrebbe derivare dal risultato referendario sarebbe la peggiore delle soluzioni. Meglio cambiare, per poi cambiare ancora verificando il funzionamento della riforma, che lasciare le cose come stanno, cioè scandalosamente. Almeno per uomini della schiena, della coscienza e della storia di Guido Salvini.

Il dito referendario di Marina Berlusconi e la luna della riforma condivisa

Marina Berlusconi, che ancora ricordo ragazza seduta in un angolo a scrivere appunti sulle riunioni che si tenevano attorno al padre sulle trasmissioni del Biscione, ha puntato il solito dito che distrae purtroppo l’attenzione dalla luna che vuole indicare. Ha scritto a Repubblica una lettera di pregevole astuzia politica per cercare di spersonalizzare la riforma costituzionale della magistratura, un po’ anche dal ricordo del padre, e di farle superare il referendum con l’aiuto decisivo dei sì che non mancano neppure a sinistra.

       Persino il buon Paolo Mieli, in uno dei soliti salotti televisivi della 7 dove si respira aria di no, ha visto nella lettera di Maria Berlusconi solo o prevalentemente “le distanze” dal centrodestra, evocando persino la predilezione per Repubblica della ex moglie del compianto Cavaliere, che le scrisse per lamentarsi dell’ancora marito. 

       Marina Berlusconi invece, secondo me, ha fatto né più ne meno  ciò che fece – lei ancora molto giovane- Bettino Craxi dopo le elezioni del 1992, quando propose al Pds di Achille Occhetto, dopo avergli risparmiato l’anno  prima un voto anticipato che lo avrebbe fortemente penalizzato, una comune prospettiva di governo o di opposizione.

       Dissi allora a Bettino. “Sei matto a tornare alla politica del tuo predecessore Francesco De Martino, quando si svincolò dal centrosinistra promettendo che non sarebbe mai più tornato al governo senza i comunisti?”. E lui, calmandomi: “Tranquillo, mi diranno di no”. E così avvenne  perché Achille Occhetto, oggi novantenne fresco di festeggiamenti, alla “unità socialista” che lo terrorizzava per il peso che vi avrebbe avuto Craxi, preferì il sostegno, anzi lo schiacciamento sotto la magistratura che stava facendo ciò che i comunisti non erano riusciti a realizzare: la sostanziale eliminazione politica dei “traditori” persino “socialfascisti”.

       Craxi finì ad Hammamet, d’accordo, dove riposa per sempre da “latitante”, come dicono ancora di lui gli avversari. La sinistra finì dov’è ora, rivalutando qualche volta persino Silvio Berlusconi, l’amico di Bettino: all’opposizione di un governo non di centrodestra ma di destra-centro.

       I magistrati, associati e no, allora vinsero la loro partita con un “brusco cambiamento di rapporti” fra politica e giustizia onestamente riconosciuto e lamentato da Giorgio Napolitano quando era ancora al Quirinale. Il 22 marzo, grazie anche alla liquidazione della lettera di Marina Berlusconi -da parte sia della Repubblica cui era stata diretta sia da parte del centrodestra che l’ha digerita male ignorandola- i magistrati potrebbero tornare a vincere col loro no. E liquidare, spero solo metaforicamente, i colleghi del sì, a cominciare da Giusi Bartolozzi. Che, prima di essere il capo di Gabinetto del Guardasigilli, è appunto una magistrata distaccata al Ministero della Giustizia. Una magistrata del sì, che corre il rischio di un processo per l’affare Almasri risparmiato ai ministri competenti per l’autorizzazione legittimamente negata dal Parlamento.

Pubblicato sul Riformista   

Il falso double face rimproverato alla Meloni fra Senato e Camera

       Dopo le accuse di “fuga” dal Parlamento, per avervi mandato a riferire più volte su guerre e dintorni i ministri degli Esteri e della Difesa, Giorgia Meloni si è procurata l’accusa di essere stata scombinata, a dir poco, presentandosi ieri prima al Senato e poi alla Camera su posizioni opposte. Opposte, ripeto, non sulle guerre e dintorni, per le quali ha detto le stesse cose, ma nei rapporti con le opposizioni vanificando così -hanno scritto e detto i critici su giornali e nelle trasmissioni televisive- quel clima unitario consigliabile, anzi necessario nei passaggi più difficili e drammatici. E questo è sicuramente uno di quelli.

       In particolare, la premier avrebbe “aperto” al Senato e chiuso alla Camera, gonfiando le vene e buttandola quasi a rissa.

       A questa rappresentazione schizofrenica, da manicomio più che da Parlamento, manca quella che potremmo chiamare completezza. Sì, al Senato la premier si è effettivamente offerta allo spirito unitario con parole anche accorate, e richiami a precedenti consolanti nella storia politica della Repubblica. Ma le opposizioni le hanno risposto a pesci in faccia, direbbero alla Garbatella, ma anche a Milano. Le hanno contestato rapporti di sudditanza al presidente americano Donald Trump e ambiguità nella formula del né con te né contro di te, o qualcosa di simile. Francesco Boccia, la prolunga della segretaria del Pd a Palazzo Madama come capogruppo, essendo la Schlein alla Camera, ha quasi irriso alla premier vedendo e denunciando nella sua apertura alle opposizioni una dimostrazione di debolezza, di paura, procuratale anche da una campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura segnata dalla rimonta del no.

       Finito il turno del Senato, la Meloni ha semplicemente tratto alla Camera le conseguenze dalle risposte ottenute dalle opposizioni, arrivate peraltro divise come al solito alle votazioni sul documento conclusivo della discussione. La premier ha detto alle e delle opposizioni quel che esse si erano meritate a Palazzo Madama.

Il bicameralismo, sopravvissuto alla riforma costituzionale del governo di Matteo Renzi dieci anni fa, è fatto appunto per questo. Non solo per ripetersi, a prescindere. Le opposizioni hanno ottenuto alla Camera quello che avevano chiesto al Senato. Tutto qui, né di meno né di più.

Le attenuanti invocate dai signornò per errori, bugie e minacce referendarie

       Le gaffe, gli eccessi, i falsi, le minacce ai giornali e giornalisti non allineati, sedute spiritiche dei sostenitori e portavoci del no referendario alla riforma costituzionale della magistratura per fare dire a morti illustri come Giovanni Falcone e Giuliano Vassalli l’opposto di quello che dicevano da vivi?  Bazzecole, irrilevanti ai fini della campagna referendaria del no perché dette, gridate e quant’altro quasi in clandestinità, fuori scena, parlando ai “social” diventati ormai fogne.. Lo ha detto Massimo Giannini nel salotto televisivo di Lilli Gruber -e dove sennò?- facendo annuire la conduttrice o padrona di casa e Rosy Bindi, l’altra ospite anche lei naturalmente impegnata nella campagna referendaria per il no.

       Le gaffe, gli eccessi, le scivolate dei sostenitori, protagonisti o attori della campagna referendaria del sì? Intanto per niente gaffe, eccessi, scivolate ma cose gravissime, imperdonabili, senza attenuanti, e non due ma tre volte più condannabili perché avvenute in sedi “istituzionali” come aule parlamentari, televisioni di Stato o commerciali, e quindi dirette a un pubblico più vasto e qualificato. Sempre Massimo Giannini da Lilli Gruber. Che di suo ci metteva ieri sera la sottolineatura della partecipazione della premier Giorgia Meloni a spettacoli a dir poco scomposti contro la magistratura colpevole di non volerle dare una mano nell’azione di governo. Che, detta così, è certamente una bestialità istituzionale e politica. Ma è raccontata male, perché la premier ha sempre citato  fatti concreti, decisioni, sentenze, ordinanze e quant’altro destinate, anzi finalizzate a vanificare l’azione del governo, per esempio, di contrasto all’immigrazione clandestina. E a favorire invece gli espedienti cui migranti pregiudicati, più volte entrati e usciti dal carcere, ricorrono per essere protetti dal rischio del rimpatrio con la protezione umanitaria.   

Cronache dalle macellerie mediatiche dell’opposizione al governo Meloni

       Come del maiale, di cui notoriamente non si butta via niente, così della premier Giorgia Meloni la satira del solito Fatto Quotidiano, del suo direttore Marco Travaglio e del vignettista Riccardo Mannelli non risparmia nulla. Dopo la faccia trasfigurata di cinismo qualche giorno fa, sullo sfondo delle guerre che si rifiuterebbe di condannare quando sono promosse dal presidente americano e amico Donald Trump, sono stati offerti oggi alla presunta ilarità dei lettori i piedi della premier che “non sbagliano”, cioè non mancano, “una” delle cacche disseminate sul suo percorso. Cacche, ripeto, non mine, delle quali dovrebbe bastare una per fermare la sventurata.

       Le cacche della Meloni sarebbero evidentemente le parole e le iniziative non gradite alle opposizioni su vari fronti: dalla guerra in Iran al referendum sulla riforma costituzionale della magistratura, promossa dal governo e approvata dalle Camere con la dovuta maggioranza assoluta, quanto meno.

       Quelle che invece le opposizioni schiacciano sullo stesso percorso sarebbero le nefandezze della premier, peraltro ostinata a rimanere al suo posto anche se dovesse perdere davvero il referendum, come gli avversari sperano pensando che sarebbe invece per l’odiato governo l’inizio della fine, diciamo così. Così ha sostenuto ieri sera l’ex segretario del Pd Pierluigi Bersani nel salotto televisivo di Giovanni Floris, su la 7, prima di passare poltrona e parola alla segretaria dello stesso partito Elly Schlein. Non è una battuta di spirito. E’ solo cronaca della parzialità e quant’altro di quel salotto e trasmissioni limitrofe della stessa rete.

Il processo referendario per direttissima alla magistrata Giusi Bartolozzi

       Giusi Bartolozzi, 56 anni, a rischio di processo sull’affare del rimpatrio di Almasri in Libia, archiviato invece su disposizione della Camera per i ministri competenti, è sotto processo referendario per direttissima, diciamo così, essendosi  pubblicamente sentita  con molti altri italiani alle prese con la giustizia davanti a un “plotone di esecuzione”, piuttosto che davanti alla magistratura..

La signora non è solo o soprattutto il capo di Gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Che l’ha prontamente difesa dalle dimissioni reclamate dalle opposizioni, pur riconoscendo che la sua principale collaboratrice può avere ecceduto nelle parole. La signora è soprattutto una magistrata, di Corte d’Appello, come lo stesso Nordio ha tenuto a sottolineare: magistrata come fu lui prima del pensionamento, e quindi con una competenza ed esperienza particolari nella valutazione di affari giudiziari e toghe.  Una magistrata che al referendum del 22 marzo sulla riforma costituzionale della magistratura, passata anche per il suo ufficio prima ancora delle Camere che l’hanno approvata, voterà sicuramente sì. Quindi contro il no annunciato e propagandato come un partito di opposizione dall’associazione nazionale, e correntizia, dei magistrati italiani.

Bartolozzi voterà si con altri colleghi magistrati che non si sentono rappresentati dal loro sindacato e altri esponenti del principale partito di opposizione che è il Pd: a cominciare dal presidente emerito della Corte Costituzionale Augusto Barbera per finire con l’ex ministro Cesare Salvi, senza dimenticare l’ex presidente della commissione parlamentare d’indagini sulle stragi Giovanni Pellegrino. Che ai tempi di “mani pulite” – quando avvenne il “brusco cambiamento dell’equilibrio nei rapporti fra politica e giustizia” avvertito e dichiarato con onestà da Giorgio Napolitano ancora presidente della Repubblica- segnalò inutilmente a colleghi e dirigenti del partito la gravità della situazione. Ancora ne parla, il buon Pellegrino, quando viene intervistato su quei fatti di trent’anni fa e anche sulla campagna referendaria in corso sulla riforma che si propone di cambiare cose, abitudini e quant’altro di una magistratura politicizzata, ma curiosamente in allarme per il rischio che correrebbe di essere sottomessa alla politica, perdendo le famose indipendenza e autonomia garantite dall’articolo 104 della Costituzione. Rimasto invariato in questo, modificato solo per aggiornarlo alle carriere separate dei giudici e pubblici ministeri.

Dell’opinione che la magistrata, ripeto, Giusi Bartolozzi si è fatta, per esperienza e coscienza, di una parte -non tutta- della magistratura, e delle preoccupazioni che avverte perciò come indagata e potenziale imputata di informazioni false fornite agli inquirenti sull’affare Almasri, ritengo personalmente che non ci sia proprio nulla di cui scandalizzarsi. E’ un’opinione legittima che si vorrebbe processare illegittimamente e sommariamente. Il resto è solo compagna referendaria, cioè elettorale, a 11 giorni dal voto.

Incendio a bordo del convoglio referendario prossimo all’arrivo

       I quattordici minuti telematici -non di più- che la premier Giorgia Meloni ha voluto trovare fra presunte fughe e nascondimenti per intervenire nella campagna referendaria sulla riforma della magistratura, peraltro avvertendo che il governo resterà al suo posto anche in caso di vittoria del no, ha incendiato animi, penne e pennarelli delle opposizioni. Che l’hanno accusata di minacce, autoritarismo eccetera eccetera, peraltro mentre la capo di Gabinetto del ministro della Giustizia, che sta rischiando un processo sull’affare Almasri, protestava contro la Corte marziale dei giudici, anzi “plotone di esecuzione”.

       Il più scomposto, ma anche sincero, nelle reazioni all’intervento della Meloni è stato naturalmente il solito Fatto Quotidiano dell’altrettanto solito Marco Travaglio con una vignetta quasi di copertina di Mario Natangelo che promette alla stessa Meloni e a tutti gli altri sì di fare nelle urne del 22 e 23 marzo “un NO così”.  Inteso nel senso di quella parte del corpo che non ha bisogno di essere nominata per essere riconosciuta.  

       Analoga promessa fu fatta nella campagna elettorale del 1948, con parole più esplicite della vignetta di Natangelo, dal capo del Pci Palmiro Togliatti. Il “NO” di allora era il deretano del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, che per reazione alla volgarità aggressiva del segretario del Pci raccolse non una “pioggia” ma “un diluvio” di voti, come disse lo stesso De Gasperi con un misto di compiacimento e di sorpresa.

       Non foss’altro che per scaramanzia, visto il colossale precedente, più grande del…coso che Togliatti voleva fare a De Gasperi, di cui peraltro era stato ministro della Giustizia sino a poco tempo prima, al Fatto e dintorni dovrebbero essere più attenti, oltre che più educati, trattandosi peraltro questa volta di una donna: la prima a guidare un governo in Italia. Ma chiedere questo a tanta incultura politica e umana è troppo. O troppo inutile.

L’America amata da Oriana Fallaci e quella di Donald Trump

       Nelle mostre stampate dei suoi tesori offerti dal Corriere della Sera nel compimento del primo secolo e mezzo della sua vita nelle edicole ho trovato e appena riletto le meravigliose pagine scritte tra rabbia e orgoglio da Oriana Fallaci e pubblicate il 29 settembre 2001. Diciotto giorni dopo quel tragico 11 settembre in cui vide dalle finestre di casa della sua New York le due torri gemelle che bruciavano come “fiammiferi”, incendiate e sventrate dai terroristi islamici impossessatisi di aerei civili e dei suoi passeggeri per assaltare gli Stati Uniti e tutto ciò che rappresentavano, almeno allora. Poi vi dirò il perché di quell’”allora”, un pò meno di 25 anni, che sono comunque un quarto di secolo: tanto, anche per i secoli che passano ora  più velocemente o meno lentamente del passato.

       Di fronte allo spettacolo di resistenza e di reazione degli americani seguito a una tragedia superiore a quella militare di Peal Harbor del 1941, nel lontano Pacifico, la Fallaci scrisse di loro e su di loro cose mirabili. “Il fatto è che l’America -spinse Oriana sui tasti della macchina da scrivere, che credo preferisse ai computer, rivolgendosi al direttore Ferruccio de Bortoli che le aveva chiesto di sfogarsi liberamente in un intervento senza limiti di spazio- è un paese speciale, caro mio. Un paese da invidiare, di cui   essere gelosi, per cose che non hanno nulla a che fare con la ricchezza eccetera. Lo è perché è nato da un bisogno dell’anima, il bisogno di avere una patria, e dall’idea più sublime che l’Uomo abbia mai concepito. l’idea della Libertà, anzi della Libertà sposata all’idea dell’uguaglianza. Lo è anche perché a quel tempo”, in cui sorsero gli Stati Uniti, “l’idea di libertà non era di moda. L’idea di uguaglianza, nemmeno. Non ne parlavano che certi filosofi detti illuministi, di queste cose, Non li trovavi che in un costosissimo librone a puntate detto l’Encyclopedie, questi concetti”. E via a raccontare, spiegare, inorgoglirsi del paese che l’ospitava e inveire contro i nuovi barbari arrivati non a pisciare contro le sue chiese ma ad assaltare le loro torri abitate da decine di migliaia di persone ciascuna.

       Grandissima Oriana, ad averne ancora. Ma scriveva queste, o quelle, cose a 72 anni avendone ancora da vivere solo cinque, destinata a morire nella sua Firenze, di un cancro che si portava dentro da un bel po’, fra le mani e le preghiere di un monsignore di Curia già allora autorevole, Rino Fisichella, pur essendo lei un’atea. Grandissima Oriana anche nel modo di andarsene, dopo essere scampata da giornalista a guerre che era andata volontariamente a seguire per poterle raccontare.  

       Mi chiedo ora con profonda tristezza che cosa scriverebbe oggi Oriana degli Stati Uniti di Donald Trump e degli americani che lo hanno mandato al potere per sfasciare ogni tipo di ordine diverso dai suoi affari personali. Americani che gli stanno togliendo il consenso solo ora che lui ha fatto la cosa più giusta o meno sbagliata: un attacco vero, non un’esercitazione, con gli israeliani alla Monarchia -altro che Repubblica- islamica, o islamista, di tagliagole e di fomentatori dei terrorismi che insanguinano il mondo.

Il tentativo di Marina Berlusconi di spersonalizzare la riforma

Marina Berlusconi, 60 anni da compiere in agosto, è la sorella maggiore, ma in tutti i sensi, non solo anagrafici, di Pier Silvio, 56 anni da compiere il mese prossimo. Ha più fiuto politico dell’altro, più consapevolezza dell’opportunità dei tempi e dei contenuti degli interventi in politica. Diciamo pure, con la consapevolezza dei limiti del campo che sto per indicare o adottare, è più a sinistra del fratello. E penso, per come e quanto abbia avuto occasione di conoscerlo e frequentarlo, più in linea col padre, finito nel tritacarne della politica più a destra di quanto non meritasse, anche con quella sua quasi maniacale abitudine, prima da imprenditore e poi da politico, di vedere comunismo e comunisti anche dove non c’erano più, nè il primo e né il secondo, dopo la caduta del muro di Berlino e la trasformazione del Pci in Pds, Ds e infine Pd. Lui stesso del resto ne parlava ma alla fine sorridendovi, se non ridendovi sopra, smaltito il furore iniziale dello sfogo per qualcosa che da quelle parti gli avevano appena fatto o detto.

       D’altronde, del post-comunista Massimo D’Alema –alimentando la leggenda del “Dalemoni” confezionata dall’indimenticabile Giampaolo Pansa-   il Cavaliere di Arcore era arrivato non dico a perorare ma a farsi pacere anche una candidatura al Quirinale. D’altronde, lo aveva già preferito ad altri della sinistra alla presidenza della più famosa, forse, fra le commissioni bicamerali per le riforme costituzionali. Il progetto quirinalizio di “Dalemoni” non andò in porto per la paura dell’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi di rimanerne schiacciato. E decollò la candidatura di Sergio Mattarella.

       Col tempismo e l’astuzia professionali di un politico di lungo corso, non improvvisato, Marina Berlusconi ha scritto non al solito -per lei- Corriere della Sera ma all’insolita Repubblica di carta una lettera a favore del si referendario alla riforma costituzionale della magistratura cercando di svelenire la campagna elettorale. Condotta da molti, a sinistra, ma un po’ anche nell’’area dell’ormai fantomatico centro, demonizzando la riforma come un lascito del compianto fondatore di Forza Italia, ancor più di Licio Gelli e della loggia massonica speciale creata come una consorteria di affari, forse anche di trame più o meno eversive. Un tentativo, questo, di una quasi sberlusconizzazione della riforma della magistratura compiuto anche dal favorevole, favorevolissimo Antonio Di Pietro, sempre ruspante nel linguaggio e nella mimica.

       In un contesto di astuzia e serenità di visione e discussione la Repubblica di carta scelta da Marina Berlusconi, ha opposto un commento non del direttore destinatario della lettera, come forse sarebbe stato opportuno per ragioni non foss’altro di cavalleria, ma dell’esperto giudiziario Carlo Bonini, a dir poco, liquidatorio. Che potrebbe tuttavia ritorcersi contro il no referendario, già incorso in gravi infortuni maneggiando morti o manifesti menzogneri che hanno creato disagi anche nell’associazione nazionale delle toghe.

“La Repubblica– ha scritto Bonini rispondendo a Marina Berlusconi- ha con coerenza, convinzione e necessaria durezza avversato ieri il disegno politico di suo padre e si oppone oggi alla riforma costituzionale che di quel disegno è il compimento”. La Repubblica di carta al netto -direi senza perfidia ma per dovere di cronaca e rappresentazione- di qualche firma anche famosa che non ha scambiato la magistratura associata, e contraria alla riforma sotto procedura referendaria, per una divinità. 

Pubblicato sul Dubbio

L’ossimoro dell’Iran islamista: una monarchia sanguinaria travestita da repubblica

       Con o senza l’aiuto italiano annunciato da Trump mettendo nei pasticci Giorgia Meloni, attestatasi a Roma nello scontro con le opposizioni sulla formula del né né, cioè nè a favore né contro, né dentro né fuori, la guerra condotta da americani e israeliani ha messo impietosamente a nudo l’ossimoro che è diventato l’Iran. E che fa un paese semplicemente indifendibile.

       Quella instaurata nel 1979 con l’aiuto purtroppo anche dell’occidente, specie della Francia dove l’ayatollah Komeini aveva potuto preparare fra preghiere e incontri  la rivolta contro lo scià, è una falsa -clamorosamente falsa- Repubblica islamica, come continua a proclamarsi sotto le bombe. Non è una Repubblica ma una Monarchia, con la maiuscola dell’altra, islamica. Nella quale il successore di un ayatollah ucciso, abbattuto e quant’altro da non so quante tonnellate di esplosivo scoppiategli in quella specie di fortezza dove si era rinchiuso, è il figlio prediletto Moitaba.  Scelto e proclamato con le procedure che hanno retto anche alla guerra. Egli potrebbe avere i giorni meno contati di quelli assegnatigli da Trump alla Casa Bianca e da Nethanyau in Israele. Giorni che il nuovo re islamico impiegherà nel solito modo del padre, ammazzando gli oppositori interni, reali o solo presunti, senza neppure seppellirli nelle fosse.

       Questo è l’Iran difeso in Occidente in nome del diritto internazionale sfacciatamente invocato anche da chi in terra iraniana ne fa scempio di giorno e di notte.

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