I grillini fra rantoli, sfide politiche e minacce agli alleati di governo

            Finalmente ho trovato un politico partecipe in qualche modo dell’area giallorossa dalle sue postazioni di governatore dell’Emilia Romagna e di presidente della Conferenza Stato-Regioni, che ha avuto l coraggio di dire davvero come stanno le cose. Parlo naturalmente di Stefano Bonaccini. Il quale, intervistato da Maria Teresa Meli per il Corriere della Sera sui condizionamenti, ritardi e quant’altro che il presidente del Consiglio  Giuseppe Conte subisce per la crisi interna del movimento che lo portò a Palazzo Chigi nel 2018, e ne impose la conferma l’anno dopo al Pd subentrato alla Lega di Matteo Salvini, ha detto testualmente: “Ho il massimo rispetto per le fibrillazioni di tutti, ma siamo qui per risolvere i problemi del Paese, non delle singole forze politiche”.

            L’Italia insomma, e non solo il Pd, pur rinfrancato dal fatto di avere perduto nell’ultima tornata elettorale “solo” la regione Marche, e non anche la Puglia e la Toscana, non può rimanere appesa all’albero ormai spelacchiato di Beppe Grillo e amici, o soci. Altri due anni e mezzo così, quanti ne mancano all’incirca all’epilogo ordinario della legislatura, non li può reggere nessuno, seppure bene assistito in quella specie di reparto di rianimazione che è diventato il Quirinale per Conte: “il doroteo della post politica”, lo ha appena definito sulla Stampa Massimiliano Panarari. Doroteo nella Dc era diventato sinonimo di opportunista.

            Pur con tutti gli apprezzamenti che merita la severità di Bonaccini, e la paura che ne dovrebbero avere sotto le cinque stelle come possibile concorrente, prima o poi, del più paziente o indeciso Nicola Zingaretti alla guida del Pd, sarebbe forse auspicabile una ulteriore dose di franchezza per chiamare come merita davvero la crisi cosiddetta identitaria del movimento grillino.

            Gregorio De Falco, il capitano di fregata noto per la sfuriata contro il comandante della nave Concordia Francesco Stecchino naufragata nel 2012 all’isola del Giglio, ha conosciuto bene da senatore il movimento grillino. Della cui “morte lenta, lentissima” ha appena parlato al Corriere dicendo che il Paese è diventato “ostaggio di questa agonia”.

            D’accordo, può esserci del risentimento nelle parole del parlamentare espulso per indisciplina dal quasi partito di Grillo. Ma sentite come lo ha appena descritto addirittura con compiacimento il pentastellato presidente dell’Antimafia Nicola Morra, insegnante consapevole -credo- del significato delle parole che usa: “Il movimento 5 Stelle è un qualcosa di liquido, che dinamicamente deve evolvere senza snaturarsi”. Qualcosa di liquido, o persino di gassoso, da cui pure partono esibizioni di forza e minacce come quelle del capogruppo della Camera Davide Crippa. Che ha appena ricordato sul Corriere della Sera che “qualsiasi cosa si voglia fare, si deve passare da noi”. E al presidente del Consiglio espostosi ad accennare a restrizioni necessarie anche al cosiddetto e abusato reddito di cittadinanza ha risposto: “Conte sa benissimo che il Movimento è la forza più leale che ha in Parlamento e che non può prescindere da noi”.

            L’agonizzante, insomma, per restare all’immagine di De Falco, alterna rantoli, sfide e minacce, in uno spettacolo a dir poco anacronistico, per non parlare della “guerra fra bande” lamentata dal presidente grillino della Camera Roberto Fico parlando degli imminenti Stati Generali del movimento, o “generici”, come ha dovuto ammettere il solitamente adorante direttore del Fatto Quotidiano.

 

 

 

 

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La “bufera” Tridico si trasforma nella solita fiera delle ipocrisie

           Sarebbe il colmo, da comica finale, se il secondo governo di Giuseppe Conte a maggioranza giallorossa, diversamente da quella gialloverde del primo, scivolasse su una buccia di banana come quella dello stipendio del presidente dell’Inps Pasquale Tridico. Sarebbe il colmo se fosse travolto dalla “bufera” annunciata dal Messaggero a proposito di questa vicenda, per fortuna non ancora tradotta su altri giornali in una tromba d’aria o in una bomba d’acqua, cui cominciano ad abituarci anche in Italia. Sarebbe davvero il colmo. E infatti non accadrà.

            Vedrete che di questa faccenda, al netto o al lordo degli arretrati controversi, rimarrà sul tappeto, quando e se mai se ne tireranno le somme, solo la conferma dell’infimo stato di ipocrisia e doppiezza in cui è stata ridotta la politica italiana. E ciò solo per  inseguire sotto l’arco del Tito di turno- prima Umberto Bossi, a cavallo tra la prima e la seconda Repubblica, e poi Beppe Grillo- le farfalle della demagogia e del moralismo.

           Stento, anzi mi rifiuto di considerare uno scandalo, sperando di non contribuire con questo a danneggiare l’interessato, che al presidente di un ente come l’Inps si autorizzi da parte delle autorità competenti, o vigilanti, uno stipendio annuo di 150 mila euro lordi, dai 62 mila iniziali, che rimane pur sempre inferiore di 90 mila euro a quello dei 40 suoi direttori generali. E che questa verità non abbia avuto il coraggio di dirla o rivendicarla, riservandosi invece di riflettere e informarsi, l’attuale ministro degli Esteri Luigi Di Maio, cui Tridico deve la sua nomina al vertice dell’Inps, la dice lunga sulla credibilità e dimensione politica -o persino umana- dell’ex capo forse addirittura rientrante del Movimento 5 Stelle. Attorno ai cui gruppi parlamentari ruotano da più di due anni e mezzo i cosiddetti equilibri politici nazionali, cioè squilibri.

            L’idea che il giovane Tridico possa essere cacciato via dall’Inps non per gli errori commessi nella valutazione, per esempio, del cosiddetto reddito di cittadinanza di stampo grillino, che avrebbe dovuto abolire la povertà in Italia, o nella gestione delle misure di emergenza virale disposte dal governo nel campo dell’assistenza e della previdenza, ma per il tentativo di ottenere un compenso meno basso di quelli riservati ai dirigenti che lo affiancano, o dovrebbero affiancarlo, non mi fa ridere ma indignare. Altrettanto dico della pausa di riflessione e informazione che si è preso non solo Di Maio, proveniente dalle scalinate dello stadio di Napoli con birre e simili a tracolla da vendere agli spettatori, ma anche l’avvocato civilista e professore di diritto Giuseppe Conte.

            Sul piano più strettamente politico è a dir poco penoso il palleggio di responsabilità in corso a livello di cosiddetta vigilanza, con i ministri attuali dell’Economia e del Lavoro che ritengono di dover giustificare il loro sì all’aumento di stipendio di Tridico, risalente al 7 agosto, con l’accordo preso e le procedure avviate in quella direzione dai loro predecessori l’anno scorso, quando la maggioranza era gialloverde e non giallorossa.

            Mi chiedo ciceronianamente sino a quando riterranno di abusare  della pazienza degli italiani sia i governanti di oggi sia quelli di ieri, che ora dall’opposizione -parlo naturalmente dei leghisti- usano Tridico come un pupazzo sputandogli addosso e reclamandone le dimissioni, dopo averne consentito la carriera di pubblico amministratore.  

 

 

 

 

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Sulla testa di Zingaretti la tegola del sondaggista Nando Pagnoncelli

               Temo che Nando Pagnoncelli abbia fatto andare storto il caffè questa mattina al segretario del Pd Nicola Zingaretti con quel sondaggio Ipsos per il Corriere della Sera che dà il centrodestra in vantaggio “con ogni legge elettorale”, come dice impietosamente un titolo in prima pagina. “Con il sistema elettorale attuale o con il Germanicum” -su cui Zingaretti sta trattando con i grillini fra un rinvio e l’altro dell’approdo della riforma nell’aula della Camera per il suo primo passaggio parlamentare- ”non importa: il risultato non cambia. Il centrodestra avrebbe sempre la maggioranza”.

                L’unica consolazione lasciata da Pagnoncelli a Zingaretti, e anche a Silvio Berlusconi, è che “Salvini e Meloni avrebbero però bisogno di Forza Italia”. Ma è una consolazione per modo di dire perché il Pd sarebbe comunque destinato a tornare all’opposizione dopo avere aiutato i grillini, col cambio di maggioranza l’anno scorso, ad evitare elezioni tanto anticipate quanto distruttive per il movimento 5 Stelle, dimezzato nelle urne per il rinnovo del Parlamento europeo da Salvini dopo meno di dodici mesi di governo insieme.

            Quella di Pagnoncelli non è stata tuttavia l’unica notizia brutta per Zingaretti. Non gli deve essere piaciuta molto neppure un’intervista di Massimo Cacciari alla Verità che ripropone come “una leggenda” la vittoria generalmente attribuita al Pd nelle elezioni regionali di domenica e lunedì scorso per avere ceduto al centrodestra solo le Marche -la quindicesima regione su venti ora nella disponibilità politica degli avversari- e non anche le Puglie e soprattutto la Toscana, apparse in bilico per una buona parte della campagna elettorale.

            Ma oltre a contestargli la  “leggenda” più o meno metropolitana della vittoria elettorale del 21 settembre Cacciari, che non si può certamente considerare un elettore di centrodestra con tutta la storia politica e amministrativa che ha sulle spalle, ha segnalato a Zingaretti la situazione per niente statica della Lega. Dove “Zaia rimedia agli errori di Salvini”, in tandem -aggiungo io- con Giancarlo Giorgetti. Che non avrà i voti dell’ora governatorissimo leghista del Veneto ma i  rapporti giusti con l’Europa sì, dove d’altronde il primo governo Conte, quello gialloverde, stava per mandarlo l’anno scorso, prima della crisi, per rappresentare l’Italia nella nuova Commissione di Bruxelles. E se lo stesso Giorgetti, allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, si tirò indietro parlandone col capo dello Stato, lo fece diffidando non tanto di Salvini e della comune Lega ma dei grillini, da lui considerati sotto sotto, nonostante l’appoggio poi fornito ad Ursula Von der Leyen per l’elezione a presidente di quella Commissione, più sovranisti ed euroscettici del “capitano”.

            Ciò che si sta muovendo nella Lega, tra la segreteria in cantiere e i “pali” e paletti di Zaia e Giorgetti, non piace per niente naturalmente al Fatto Quotidiano, sulla cui prima pagina Vauro Senesi ha espresso bene i sogni di Marco Travaglio rappresentando Salvini in galera, impegnato a dare spallate alla porta della cella. Gratta gratta, è sempre lì, fra le sbarre o in manette nel passaggio da un tribunale all’altro, che Travaglio vorrebbe quelli che non gli stanno simpatici, prima o dopo -magari- anche qualcuno fra i grillini resistenti ai suoi consigli. Il lupo, dice un vecchio proverbio, perde il pelo ma non il vizio. E il lupo è già più nobile, diciamo così, dello sciacallo.

 

 

 

 

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Giorgetti assicura sulla Lega: “Non siamo completamente tonti”.

Anche se è la confusione crescente fra i grillini, nonostante il tonico sì referendario alle Camere tagliate con le loro forbici, ad attirare la maggior parte dell’attenzione degli osservatori politici, penso sia più interessante, e decisivo per le prospettive politiche persino di questa legislatura un po’ ingessata, ciò che sta accadendo fra i leghisti.  Una cui evoluzione potrebbe, in particolare, ridurre le remore del capo dello Stato ad uno scioglimento anticipato delle Camere in caso di crisi, prima che cominci il suo cosiddetto semestre bianco, cioè l’ultima frazione del mandato presidenziale in cui gli è preclusa l’interruzione, appunto, della legislatura.

In una coincidenza non so se più casuale o fortunata  l’ormai  governatorissimo del Veneto Luigi Zaia -con quel 76 e rotti per cento di voti ottenuto nella sua regione- e il vice segretario del partito Giancarlo Giorgetti hanno posto il problema di un aggiornamento, a dir poco, del programma del movimento.

Zaia, intervistato dal Corriere della Sera, pur liquidando come “manfrine” i tentativi di contrapporlo a Salvini e di coinvolgerlo nelle polemiche interne, tenendo anzi a riconoscere al “capitano” il merito di avere raccolto “un cadavere eccellente” per riportalo “nell’Olimpo”, ha detto che “una persona”, per quanto molto votata in un certo momento, non basta per vincere se le manca -si presume, come adesso- “un consolidato programma politico”. Che il governatorissimo ha paragonato a “un palo”, inteso come “supporto per continuare a crescere”.

Non mi sembrano parole dette così, a caso, da chi peraltro è in politica non da ieri, o l’altro ieri. Sono parole di un ancora più grande significato, o portata, se collegate a quelle dell’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giorgetti pronunciate nel contesto di un’intervista a Repubblica centrata sul problema di una nuova legge elettorale questa volta interamente proporzionale, in linea di massima concordata fra Pd e Movimento 5 Stelle con una incertezza per ora riguardante solo o soprattutto la cosiddetta soglia di accesso per partecipare alla distribuzione dei seggi parlamentari. E’ una soglia che Giorgetti sospetta sia destinata a scendere via via sotto il 5 per cento originariamente previsto, allo scopo di soddisfare i partiti minori dell’attuale coalizione di governo, a cominciare dall’Italia dei Valori di Matteo Renzi. Che Alessandra Ghisleri ha appena valutato sulla Stampa, in base ai risultati delle elezioni in cui il nuovo partito si è misurato domenica e lunedì scorso, attorno al 3,7 per cento, contro il 5,1 attribuitosi dall’ex presidente del Consiglio.

Ebbene, Giorgetti ha detto a Repubblica che “va sicuramente precisato e affinato quello che la  Lega propone all’Italia”. “Di questo -ha precisato- abbiamo discusso con Matteo Salvini.  E’ chiaro che il lockdown e il cambiamento che si è avuto nella società impone una riflessione. Dobbiamo preparare una proposta per le politiche….Dobbiamo essere inclusivi e aprirci a mondi che ci guardano ancora con diffidenza e sospetto. E, se abbiamo fatto degli errori, li dobbiamo correggere”.

Non credo che Giorgetti, già sbottato in campagna elettorale con quel no referendario gridato ai tagli dei seggi parlamentari ancora difeso da Salvini, potesse essere più chiaro ed esplicito. Invece ha voluto esserlo quando ha spiegato che fra “i mondi” ancora sospettosi verso i leghisti c’è quello europeo. Dove Salvini ha preferito l’alleanza con la francese  Marine Le Pen piuttosto che il dialogo col Partito Popolare, facendosi peraltro sorpassare dai grillini nel passaggio parlamentare di Strasburgo in cui fu eletta Ursula von der Leyen  a presidente della nuova Commissione Europea. I grillini infatti votarono a favore risultando decisivi per lo scarto di nove voti col quale l’allora ministra tedesca della Difesa fu eletta. I leghisti, tanto tentati dall’astensione da avere ottenuto “la comprensione” della Le Pen, essendo essi ancora al governo in Italia, ebbero invece all’ultimo momento l’ordine di votare contro. Errori da correggere, dice adesso Giorgetti forse pensando proprio o anche a quell’infortunio politico. E’ difficile chiamarlo diversamente.

In ogni caso, anche da responsabile della politica estera leghista Giorgetti ha rivelato che sta “riflettendo” con Salvini sulla collocazione della Lega in Europa per una decisione cui poi i parlamentari del Carroccio dovranno adeguarsi, senza pretendere di essere loro a decidere. “Siccome non siamo completamente tonti, ragioniamo”, ha precisato il vice di Salvini oosservando che “è il lockdown che ha cambiato l’Europa e l’atteggiamento della Commissione” nei riguardi dell’Italia, non quindi la sostituzione della Lega col Pd nel governo di Giuseppe Conte  e nella maggioranza. E’ ciò che d’altronde va dicendo e spiegando da qualche tempo, in polemica col suo successore Roberto Gualtieri, anche l’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria, convinto che l’Unione Europea venga immiserita quando si attribuisce la sua evoluzione solidaristica al ruolo non più di governo ma di opposizione della Lega.

            Di fronte ad un movimento leghista che pur si muove, come diceva Galileo Galilei dalla terra, è francamente difficile dire quanto ancora potrà durare la parte strumentale della rappresentazione fatta dell’Italia da Giuseppe Conte, Beppe Grillo, Matteo Renzi e Nicola Zingaretti, in ordine rigorosamente alfabetico, come di un Paese minacciato dal revanscismo fascista e sovranista della Lega di Salvini e perciò condannato a tenersi questa pur sofferta e sofferente maggioranza sino all’epilogo ordinario della legislatura, non potendosene prevedere costituzionalmente una proroga. A meno che Di Maio dalla Farnesina a tempo debito non dichiari la guerra alla Repubblica di San Marino per fare scattare la clausola bellica dell’articolo 60 della Costituzione per la proroga, appunto, di un Parlamento scaduto.

 

 

 

 

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I leghisti superano i grillini nel fare notizia. Zaia manda a dire a Salvini…

            No. La notizia politica del giorno non è quella offerta  dalla generalità dei quotidiani in prima pagina sul crescente stato confusionale dei grillini.  Che sta stufando persino Marco Travaglio, spazientito a tal punto da liquidare sul suo Fatto Quotidiano per “Stati generici” gli “Stati Generali” sulla cui preparazione si distinguono e litigano i pentastellati non abituati alla pratica dei congressi di partito.

            Ormai classificatisi a sinistra anche o proprio per le divisioni nelle quali si stanno perdendo, come ha loro contestato il vignettista del Secolo XIX Stefano Rolli, i grillini sono riusciti a produrre persino “il paradosso”, lamentato sul Corriere della Sera da Massimo Franco, di disertare le loro assemblee interne quando vi partecipano i capi, capetti e simili, e di frequentarle invece in abbondanza quando quelli non ci sono e loro possono più liberamente parlarne male.

            Persino il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha dato una mano a questo paradosso convocando una riunione interministeriale a Palazzo Chigi proprio nelle ore dell’assemblea congiunta dei gruppi parlamentari 5 Stelle. Dove l’assenza di Luigi Di Maio, per esempio, ha probabilmente contribuito alla decisione del “reggente” Vito Crimi  di  rinunciare a un’assenza già annunciata.

            No, dicevo. La notizia politica del giorno non viene dai grillini ma dalla Lega. Il cui leader Matteo Salvini non è solo alle prese con i processi per i presunti reati ministeriali che gli vengono contestati, addirittura di sequestro di migranti, o per le indagini che lo sfiorano sui soldi della sua formazione politica. Ora egli è alle prese anche con una certa fronda politica interna di crescente visibilità, affacciatasi durante la campagna elettorale col no di Giancarlo Giorgetti ed altri alla conferma referendaria delle Camere sforbiciate dai grillini e sviluppatasi sino a coinvolgere in qualche modo Luca Zaia. Che non è il governatore ma il governatorissimo del Veneto, con quel 76,7 per cento bulgaro di voti che ha portato a casa superando alla grande con la sua lista praticamente personale quella del partito “per Salvini”.

            Già il titolo di richiamo in prima pagina di un’intervista di Zaia al Corriere della Sera è pruriginoso, diciamo così: con quell’annuncio che “alla Lega serve un progetto politico solido”, evidentemente mancante, o non sufficientemente chiaro e visibile. Un progetto che nel testo dell’intervista diventa “un palo”, inteso come “supporto per poter continuare a crescere” e non vanificare “il lavoro strepitoso”, per carità, compiuto da Salvini prendendo “in mano un cadavere eccellente” e portandolo “nell’Olimpo”.

             Sotto questa superficie sparsa di zucchero in polvere, comprensiva della ritrosia opposta inizialmente- “non sono minimamente interessato”- al tentativo dell’intervistatore di trascinarlo nelle vicende interne alla Lega, rimane la necessità e forse persino l’urgenza avvertita dalla personalità ora più popolare della Lega di dare al movimento un “progetto politico” che l’affranchi forse da quella dose eccessiva di sovranismo, o di euroscetticismo, tradottasi nell’alibi più comodo degli avversari per allearsi contro di lui e tenere in piedi con la respirazione ufficiale la legislatura in corso. Che senza lo spauracchio del “capitano” leghista smanioso di “pieni poteri” e troneggiante in un centrodestra dove solo Silvio Berlusconi si illude di poterlo ancora  condizionare, sarebbe già bella che finita con lo scioglimento anticipato delle Camere.

 

 

 

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I curiosi aiuti al governo Conte da Roberto Fico e Beppe Grillo in persona

            Come aiuto a Giuseppe Conte o contributo alla stabilità del governo, che il presidente del Consiglio difende anche dall’ipotesi di un rimpasto “rivelando” al direttore della Stampa, in una intervista telefonica, che “nessuna forza” della maggioranza gliel’ha chiesto, è quanto meno stravagante quello che gli ha offerto il presidente della Camera Roberto Fico. Il quale ha chiesto per il suo movimento in crisi di identità, e di voti, “Stati Generali permanenti”.

             Dal niente, qual è stato sino ad ora il congresso annunciato per la primavera scorsa e poi rinviato per l’emergenza virale, anche se Davide Casaleggio lo immaginava elettronico, al solito, con la “piattaforma” da lui gestita, si vuole passare al troppo. Che è appunto un congresso permanente, continuo come  la “lotta continua” a suo tempo offerta agli italiani da Adriano Sofri, con tutti gli inconvenienti che ne derivarono, compreso l’omicidio del commissario Luigi Calabresi nel 1972.

            Un congresso continuo, credo a questo punto di natura ancor più elettronica, con i computer di qualche decina di migliaia di militanti, o simili, sempre accesi perché i loro titolari possano tastare -da tasto- i loro umori e dettare la linea ai “portavoce”, come da quelle parti si chiamano e vengono percepiti i parlamentari, terrebbe il governo ancor più di adesso in un clima di incertezza e confusione. Sarebbe altro che la “nuova fase”, più di fatti che di parole, chiesta dal Pd di Nicola Zingaretti già prima del turno elettorale di domenica e lunedì scorsi e riproposta dopo il voto nella convinzione di disporre adesso di un maggiore potere contrattuale, con i grillini superati generalmente nelle urne anche dai fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Persino Vauro, sulla prima pagina del Fatto Quotidiano, ha canzonato i festeggiamenti elettorali dei pentastellati, sopra e sotto il balcone.

            Il congresso continuo, o permanente, teorizzato dal presidente della Camera sarebbe l’amplificazione, non la sostituzione di quella che lo stesso Fico ha definito “la guerra per bande” in corso nel suo movimento. Dove c’è gente che vuole battersi davvero dentro casa, mica per finta. “Congresso vero, non accetto farse”, ha fatto dire La Stampa in prima pagina ad Alessandro Di Battista, che ha definito quella appena raccolta nelle urne la maggiore sconfitta del movimento grillino nella sua storia, per niente mitigata dalla vittoria del sì referendario alle Camere sforbiciate.

            Dopo quel sì che ha gonfiato il petto di Luigi Di Maio, caricandolo di nuova forza nel supplemento della campagna elettorale in cui è impegnato per i ballottaggi comunali  del 4 ottobre cui sono arrivati i sia pur pochi candidati comuni di 5Stelle e Pd, il futuro del Parlamento italiano è stato indicato con la solita sbrigatività, o il solito sadismo politico, da Beppe Grillo in persona. Che, caricato ulteriormente dalla circostanza di parlarne in collegamento col presidente del Parlamento europeo, ha riproposto il sorteggio, non l’elezione dei rappresentanti del popolo. Grillo “chiude il Parlamento”, hanno tradotto in prima pagina quelli del manifesto, non esagerando per niente di fronte alla “democrazia diretta”, continua ed elettronica come il congresso teorizzato da Fico, riproposta dal fondatore, “elevato” e quant’altro del movimento attorno ai cui problemi interni ruota questa legislatura, giunta solo a metà del suo percorso. Figuriamoci l’altra metà che ci aspetta.

In un fazzoletto della Campania si nasconde l’Ohio italiano di Di Maio

            Mentre Laura Pellegrini, in arte Ellekappa, sulla prima pagina di Repubblica non sa se la lapide del movimento 5 Stelle va messa “nel campo di destra o di sinistra” del cimitero, e Alessandro Di Battista -ribattezzato Di Batosta da Stefano Rolli sulla prima pagina del Secolo XIX- denuncia il crollo elettorale dei grillini proponendosi di bastonarne i responsabili, che ti fa il giovane ministro degli Esteri Luigi Di Maio? Festeggia a tavola con gli amici i mirabili -secondo lui- risultati del referendum sulle Camere sforbiciate e persino delle elezioni regionali e comunali, evidentemente fraintese dal giovane ex reporter del Fatto Quotidiano, e si mobilita, pancia a terra, per alcuni ballottaggi comunali di domenica 4 ottobre.

            Noi, sprovveduti cronisti ed osservatori, pensavamo di avere visto l’essenziale delle elezioni del 20 e  21 settembre e non abbiamo invece capito niente, o quasi. La vittoria dei grillini che dà il senso a tutto il passaggio elettorale, sfuggita anche a Di Battista, è quella conseguita dal candidato comune del Pd e delle 5 Stelle a sindaco di Caivano, Enzo Falco, eletto al primo turno al vertice del municipio campano: non molto popolato, in verità, con i suoi 37.400 e rotti abitanti, ma pur sempre di origini “gentilizie”. E poi, Caivano potrebbe essere l’antipasto della conquista, nella stessa regione, pur nota per la quasi plebiscitaria conferma dell’odiato piddino Vincenzo De Luca a governatore, di un Comune come Giugliano, di ben 125 mila abitanti. Dove Di Maio farà il possibile e pure l’impossibile per portare alla vittoria il candidato comune di Pd e grillini Antonio Poziello, così come nella sua Pomigliano d’Arco si spenderà al massimo per far vincere il ballottaggio ad un altro candidato comune dei due maggiori partiti di governo, che è l’amico Gian Luca Del Mastro.

            In un fazzoletto della Campania, diciamo così, diventato improvvisamente l’equivalente dello Stato pilota della Confederazione americana, l’Ohio, dove si scrive il futuro di ogni candidato vincente alla Casa Bianca, il giovane Di Maio è riuscito a rigenerare la pianta lasciata morire, o quanto meno appassire, altrove da quel povero “reggente” Vito Crimi, non a caso escluso dal tavolo conviviale della festa ripreso dal fotografo del Messaggero.

Altro, quindi, che gli elettori indicati trionfalmente dal Fatto Quotidiano come gli artefici di notte dell’alleanza M5S-Pd, i grillini cioè che col  voto disgiunto o indisciplinato hanno contribuito alla vittoria elettorale del Pd in Puglia e in Toscana. Il futuro dell’alleanza tanto cara a Marco Travaglio l’hanno scritto o stanno ancora scrivendolo gli elettori campani di Caivano, Giugliano e Pomigliano d’Arco, in ordine rigorosamente alfabetico. Delle cui bellezze, in uno sforzo promozionale del turismo italiano, Di Maio troverà modo di riferire magari anche ai ministri degli Esteri ed altre personalità internazionali che gli dovesse capitare d’incontrare fra un viaggio e l’altro, un comizio e l’altro di questa fortunata coda della campagna elettorale.

            In attesa dei mirabili eventi coltivati da Di Maio, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte resiste all’ipotesi del rimpasto ministeriale, fingendo di non capire l’interesse che vi ha il Pd, e il capo dello Stato, addirittura, tira sospiri di sollievo riferiti dal quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda per lo scampato pericolo di una crisi di governo. E’ cronaca vera.

 

 

 

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Gli sconti che il partito di Zingaretti ora non può più fare ai 5 Stelle

Eppure, c’è qualcosa che non mi convince della rappresentanza del dopo-voto di domenica e lunedì come di uno scampato pericolo per chi tiene alla stabilità di governo, ora che i grillini hanno portato a casa la sforbiciata delle Camere, e possono farsi meno convulsamente i loro Stati Generali, e il Pd di Nicola Zingaretti ha salvato la Puglia e la Toscana dall’assalto del centrodestra, cedendogli solo le Marche.

Al massimo -pensa chi temeva un terremoto politico- il presidente del Consiglio Giuseppe Conte potrebbe incorrere nella rogna di un rimpasto subendo l’agenda non dei giornalisti, da lui accusati recentemente di volergliela imporre, magari per il gusto di esercitarsi nel totoministri di vecchia memoria, ma dei partiti della sua variegata maggioranza. All’interno dei quali si sono sedimentate ambizioni personali e di gruppi, ma anche esigenze obiettive, come quella indicata dal vice segretario del Pd Andrea Orlando di affrontare con maggiori competenze il capitolo dei progetti da finanziare con i fondi europei della ripresa, o della nuova generazione.

Eppure, dicevo, qualcosa non mi convince di questa rappresentazione. Che d’altronde ha già in sè elementi ansiogeni perché i rimpasti, ad esempio, si sa come vengono concepiti ma non come alla fine partoriti. Lo stesso Conte, arrivato alla politica incidentalmente, ha mostrato di capirlo e temerlo cercando di scansare l’ostacolo.

Penso che i risultati referendari ed elettorali si siano tradotti per il governo e la sua maggioranza giallorossa più in una somministrazione di antinfiammatori che di antibiotici. I grillini potrebbero pure acconciarsi a qualche boccone amaro zuccherandolo con la polvere referendaria, nella visione di vittoria “storica” datane all’unisono, una volta tanto, da Luigi Di Maio e dal suo successore momentaneo, o reggente, Vito Crimi alla guida del movimento 5 Stelle. Ma il segretario del Pd sarà’ costretto proprio dal suo successo, col partito tornato abbastanza diffusamente in testa alla graduatoria, a non accontentarsi di qualche boccone amaro ai grillini: in tema, per esempio, di Mes, la sigla del fondo europeo salva Stati con quei 36 miliardi e rotti di euro immediatamente disponili a tasso vantaggiosissimo di credito per potenziare il sistema sanitario e l’indotto assai provati da un’epidemia peraltro ancora in corso.

Scadenze ultimative, come si è capito in una sua interlocuzione televisiva con l’ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli, il segretario del Pd cercherà  di non fissarle per temperamento, ma di molto tempo a disposizione francamente lui  non dispone, a metà ormai della legislatura, per concedere chissà quali e quanti rinvii ai grillini sulle strade delle riforme costituzionali compensative o integrative dei “345 seggi e privilegi” soppressi, come Di Maio li ha chiamati nell’enfatica celebrazione del si referendario”; della riforma del processo penale per evitare gli imputati a vita con la prescrizione breve in vigore dall’inizio di quest’anno; della revisione dei decreti di sicurezza ancora intestati all’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini ma che sotto le cinque stelle godono ancora di una certa condivisione; della riforma della legge elettorale, ancora ferma sulla soglia dell’aula di Montecitoro per il suo primo passaggio, per non parlare di altro ancora.

Vinto il primo tempo della partita con i grillini, all’interno della maggioranza, sorpassandoli nelle urne di domenica e lunedì scorso, Zingaretti non può rischiare di perdere nel secondo tempo senza fare riaccendere nel suo partito i fuochi appena sedati. Il Pd è un partito complesso, inevitabilmente complesso per le origini assai diverse delle sue componenti e per la successione di segretari, e linee politiche, che si è permesso in tredici anni soli di vita.

Non trascurerei infine la scadenza, o lo scoglio, sarebbe forse il caso di chiamarlo, dell’elezione del Capo dello Stato fra quasi un anno e mezzo in un Parlamento come l’attuale. Che è formalmente legittimato proprio dalla conferma referendaria della sforbiciata delle Camere, pur con una certa differenza fra il 97 per cento dei voti parlamentari e circa il 70 per cento dei si della poco più della metà’ dell’elettorato recatosi alle urne, ma ormai è diventato il passato, con i suoi 945 seggi elettivi.

C’è sicuramente qualcosa di strumentale nella questione appena posta quanto meno in ritardo dalla Lega, vista la sua vantata partecipazione al fronte del sì, salvo le eccezioni pur autorevoli di Giancarlo Giorgetti ed altri, contestando la legittimità dell’attuale Parlamento all’elezione di un presidente della Repubblica destinato a rimanere in carica sino al 2029, ma ciò non di meno il problema ha una sua oggettiva valenza. Se non è questione di legittimità, è quanto meno questione di opportunità o sensibilità. Che potrebbe essere superata dalla rielezione di un Mattarella disponibile a restare al Quirinale sino all’elezione del nuovo Parlamento. Ma anche se lui fosse disponibile, sarebbe tutta da verificare la disponibilità dei grillini a una partita del genere, che l’anno dopo, elette le nuove Camere, li vedrebbero decisamente marginali, vista la loro curva elettorale costantemente in discesa.

 

 

 

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La vittoria referendaria non ferma l’emorragia elettorale dei grillini

            La vittoria del sì alle Camere tagliate di 345 seggi -un sì peraltro sceso dal 97 per cento in Parlamento a circa il 70 per cento di poco più della metà dei cittadini che hanno partecipato al referendum confermativo- non ha né fermato né frenato l’emorragia elettorale dei grillini. Che nel rinnovo dei consigli regionali hanno perduto parecchio pagando la loro alleanza nazionale col Pd, così come nelle elezioni europee dell’anno scorso avevano perduto -lasciando per strada metà del loro elettorato del 2018- pagando la loro alleanza di governo con la Lega di Matteo Salvini.

            Abituato ad enfatizzare tutto quello che gli piace o fa comodo, come quando annunciò la sconfitta della povertà col finanziamento del cosiddetto reddito di cittadinanza, Luigi Di Maio ha definito “storica” la riduzione dei seggi parlamentari, equivalenti a “poltrone e privilegi”, è tornato a dire dopo essersi trattenuto nell’ultimo tratto della campagna elettorale dall’esibire le forbici sventolate davanti a Montecitorio dopo l’approvazione della riforma. Vito Crimi, il reggente ancora per poco del movimento 5 Stelle, ha indicato nella vittoria referendaria del sì addirittura la conferma della sua “centralità” politica, e della titolarità della cosiddetta agenda politica del Paese. Che pertanto i grillini pensano di poter continuare a dettare al Pd anche ora che il partito di Nicola Zingaretti li ha sorpassati elettoralmente salendo generalmente al primo posto. E Zingaretti in persona è uscito dalle urne come il sostanziale vincitore del turno elettorale, avendo limitato ad una sola regione -le Marche- la conquista del centrodestra e soprattutto evitato, con numeri abbastanza buoni, la tragedia che sarebbe stata la perdita della Toscana. Che è un altro obbiettivo mancato da Matteo Salvini per l’abitudine ormai di proporsi traguardi troppo ambiziosi, come accadde nei mesi passati in Emilia Romagna.

           Pochi adesso potranno continuare a rompere le scatole nel Pd, diciamo così, al segretario. A meno che lui masochisticamente non compia l’errore di appiattirsi lo stesso sui grillini perdenti concedendo loro i soliti rinvii e doppi giochi, come la difesa del cosiddetto bicameralismo perfetto anche ora che alla conferma dei tagli dei seggi dovranno seguire, secondo gli impegni dello stesso Zingaretti, altre riforme per garantire davvero un Parlamento più efficiente, e non solo più magro.

           Per tornare ai toni goffamente trionfalistici di Di Maio, c’è da chiedersi se al giovane ministro degli Esteri ma già ex di tante cose è capitato di studiare o comunque di leggere di un certo Pirro, re dell’Epiro, sbarcato in Italia nel 280 avanti Cristo per conquistare Roma. Egli vinse un nel po’ di battaglie, una delle quali ad Ascoli Satriano, non molto lontano da quella che sarebbe stata la Volturara Appula di Giuseppe Conte, ma a così caro prezzo che nel 275 fu sconfitto una volta per tutte a Benevento. Dove ora il sindaco Clemente Mastella, partecipe con Ciriaco De Mita ed altri pezzi da novanta della defunta Democrazia Cristiana hanno contribuito alla quasi plebiscitaria conferma di Vincenzo De Luca a governatore della Campania, potrebbe ospitare Di Maio, nato nella vicina Avellino prima che la famiglia si trasferisse a Pomigliano d’Arco, e fargli respirare un po’ l’aria di casa, sotto tutti i sensi, anche storici.

 

 

 

 

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Le idi di marzo, ma un pò fuori stagione, ai Navigli di Milano

            L’artista di strada, nel senso letterale e migliore della parola, Cristina Donati Meyer ha superato tutti i retroscenisti in servizio permanente effettivo dipingendo su un muro ai Navigli di Milano il dopo-voto di Giuseppe Conte. Che è stato promosso a Caio Giulio Cesare, dopo tutte le altre incarnazioni guadagnatesi in due anni e mezzo di guida del governo, da Aldo Moro a Camillo Benso di Cavour, Conte pure lui ma per titolo nobiliare, e al tempo stesso ammazzato in una edizione fuori stagione delle idi di marzo.

           Accoltellato, fra gli altri, dai due Mattei prestati dalla maggioranza e dall’opposizione, Renzi e Salvini, il presidente del Consiglio si è accasciato in un Senato non si sa se ancora di 315 eletti o di 200, secondo la riforma imposta dai grillini agli alleati di turno e sottoposta a referendum confermativo, o “costituzionale”, come più enfaticamente annunciato sui manifesti affissi davanti ai seggi elettorali. Ai quali gli italiani sono accorsi, si fa per dire, si saprà solo dopo lo scrutinio se per pugnalare il nuovo Cesare da morto o ancora da vivo.

           Meno male che all’artista dei Navigli milanesi non è venuta l’idea di dipingere il murale, fotografato dalla Stampa per i suoi lettori, su qualche parete di Piazzale Loreto. 

 

 

 

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