Il conto alla rovescia del turno elettorale e referendario di domenica

            Efficacissima, se permettete, la vignetta di Stefano Rolli sulla prima pagina del Secolo XIX, di Genova, in vista delle elezioni di dopodomani. Che molto probabilmente segneranno in Liguria la sconfitta dell’unica alleanza a livello regionale realizzata fra i grillini e il Pd, secondo gli auspici di Giuseppe Conte e di Nicola Zingaretti. Essi pertanto avranno ben poco di cui compiacersi di fronte al tonfo annunciato del giornalista del Fatto Quotidiano Ferruccio Sansa, candidato contro la conferma del governatore uscente Giovanni Toti, del centrodestra. 

            “Il voto non è un test per il governo. E’ un tampone”, si dice nella vignetta di Rolli sapendo bene quanto il tampone sia ansiogeno in questi tempi di coronavirus. L’ansia, per il governo e la maggioranza giallorossa che lo sostiene, è diventata panico in Puglia dopo un intervento di Alessandro Di Battista, il prediletto di Davide Casaleggio nella corsa alla guida del movimento grillino, contro il governatore uscente Michele Emiliano. A favore del quale Zingaretti pensava che potesse giocare il cosiddetto “voto utile” dei pentastellati. Per la cui candidata al vertice della regione si era speso con visite e comizi nei giorni scorsi Luigi Di Maio senza però attaccare Emiliano, che aveva perciò sperato nella possibilità di qualche aiuto dietro la facciata della concorrenza, in un gioco delle parti studiato per scongiurare la vittoria di Raffaele Fitto, del centrodestra.

            Contro la sortita persino anti-mafiosa di Di Battista, e la linea sottesa contro gli equilibri politici nazionali, si soni levate voci raccolte dal Corriere della Sera  all’interno dello stesso movimento grillino. Che è ormai diventato un caravanserraglio con cui il presidente del Consiglio si è abituato a convivere, dovendogli l’arrivo e la permanenza a Palazzo Chigi, ma che rischia di travolgerlo dopo il turno elettorale di domenica e lunedì. E ciò specie se dovesse finire male anche il referendum sui tagli dei seggi parlamentari praticamente imposto dai grillini in Parlamento agli alleati di governo, di primo e secondo turno. E’ emerso un crescente numero di no fra elettori ed esponenti prestigiosi dei partiti formalmente schierati sul fronte del . Cui difficilmente potrebbe bastare, per uscirne bene, una  vittoria ai punti, anziché il cappotto dei no immaginato quando i tagli passarono nell’ultima votazione parlamentare con l’opposizione di soli 14 deputati.

            Fra gli ultimi arrivi sul fronte del no, mentre Giuseppe Conte tornava a spendersi per il parlando con i giornalisti, c’è stato quello della senatrice a vita Liliana Segre, della quale avranno qualche difficoltà nella redazione del Fatto Quotidiano a montare la foto in qualche altro manifesto di ricercati o indegni, complici dei “poteri forti” all’opera contro il governo. “Il Parlamento non è solo un costo” da tagliare, ha avvertito la senatrice, per risparmiare peraltro solo un caffè per ogni italiano neppure al giorno  ma all’anno.

            Anche Mario Segni, Mariotto per gli amici, protagonista di tanti referendum, si è fatto sentire a tre giorni dall’appuntamento con le urne per avvertire sul supplemento Venerdì di Repubblica che “stavolta invece dico no”. Così ha annunciato anche il direttore della Stampa Massimo Giannini, costretto a questa decisione dallo spirito antiparlamentarista e anti-politica dato alla loro riforma dai grillini. Che si sono così procurati anche questo titolo dell’editoriale di Stefano Folli su Repubblica: “Il referendum è un voto sui 5S”, la sigla ormai giornalistica dei pentastellati.

 

 

 

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Anche Pietro Grasso si sottrae al fronte referendario del Si alle Camere amputate

            Pure a sinistra del Pd, fra quelli che ne uscirono in odio politico all’allora Matteo Renzi, con cui tuttavia si sono ritrovati nel governo e nella maggioranza nell’estate scorsa per evitare le elezioni anticipate reclamate dall’altro   Matteo, Salvini, è solo apparente la partecipazione al fronte referendario del sì ai tagli dei seggi parlamentari.

            In una intervista alla Stampa l’ex presidente del Senato Pietro Grasso, forte anche della sua esperienza al vertice di Palazzo Madama per l’intera legislatura scorsa, dai lui stesso evocata, ha annunciato il no alla riforma costituzionale voluta dai grillini. Ai quali ha negato, in particolare, “le cambiali in bianco” strappate alle altre parti della maggioranza rinviando ad un secondo, non certissimo tempo, le riforme necessarie a compensare i 345 seggi parlamentari tagliati in anticipo rispetto alle altre misure necessarie a rendere più spediti e funzionali i lavori oggi ripetitivi delle Camere.

            Incurante degli effetti di un’eventuale vittoria del no referendario sul governo, che correrebbe rischi solo per i risultati delle elezioni regionali e comunali di domenica prossima, il senatore Grasso ha voluto difendere una questione di principio evidentemente sottovalutata da altri colleghi di parte che hanno annunciato il Sì. Fra i quali c’è l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani, che volle personalmente l’elezione di Grasso prima a senatore e poi  a presidente dell’assemblea, ricevendo in cambio una fedeltà, o lealtà, indiscussa. Grasso infatti seguì Bersani nella scissione del 2017, anche a costo di esporsi all’accusa di scorrettezza rimanendo presidente del Senato iwwwn quel che restava ormai della legislatura.

            L’altro grande “scissionista”, Massimo D’Alema, è rimasto sinora silenzioso nella campagna elettorale. Ma voci insistenti e attendibili lo danno decisamente orientato per il no referendario, come quello da lui opposto nel 2016 alla riforma costituzionale, pur decisamente più organica, targata Matteo Renzi.

 

 

 

 

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Il contributo di Veltroni al fronte referendario del no ai tagli parlamentari dei grillini

            Convinto, almeno a parole, che il governo sia immune dal risultato del referendum di domenica prossima sui tagli dei seggi parlamentari, come anche la segreteria Zingaretti nel Pd, espostasi sul fronte del Si per rispettare i patti con i grillini, Walter Veltroni ha annunciato il suo convinto No dagli schermi televisivi della 7, ospite di Lilli Gruber.

            Anche se adesso collabora intensamente al Corriere della Sera con editoriali, interviste ed altro, assunto dal direttore Luciano Fontana che gli era stato caporedattore -credo- quando Walter dirigeva l’Unità, la storica testata del Pci, Veltroni conserva naturalmente la sua fisionomia politica. Già competitore di Massimo D’Alema alla guida del Pds-ex Pci, vice presidente del Consiglio nel primo governo ulivista di Romano Prodi, sindaco di Roma, fondatore e primo segretario del Pd, Veltroni rimane un leader di partito.

           Il No referendario di Walter, condiviso con Prodi anche nella motivazione, contraria a quella che sarebbe un’amputazione del Parlamento senza altri interventi, che i grillini hanno prima rifiutato e poi rinviato per poter meglio sventolare la bandiera antipolitica contestata peraltro dal Pd nei tre quarti del percorso parlamentare della loro riforma; il No referendario di Veltroni, dicevo, potrebbe spostare ben più di un pugnetto di voti a quattro giorni dall’appuntamento con le urne.

            Ai fini politici, guardando ai rapporti fra i partiti della maggioranza di governo, e all’interno di essi, nonostante la irrilevanza dichiarata da Veltroni, anche una vittoria referendaria del potrebbe creare problemi se dovesse rivelarsi meno ampia delle previsioni originarie, che erano da cappotto per il No.

            Lo stesso Veltroni, d’altronde, confrontandosi in collegamento, nello studio televisivo di Lilli Gruber, con un giornalista del Fatto Quotidiano si è mostrato più che perplesso sullo stato dei rapporti fra grillini e Pd e sulla possibilità di tradurli in un accordo “programmatico” vero e proprio, come piacerebbe anche a lui, e non solo a Zingaretti. Che, dopo averlo proposto questo tipo di intesa nel discorso conclusivo della festa del partito a Modena pensando ad una nuova fase della maggioranza attuale, non contrassegnabile soltanto dalla paura di una vittoria della destra in eventuali elezioni anticipate, si è visto il giorno dopo malamente ripagato dai grillini. I quali -ha lamentato Veltroni- hanno ribadito il rifiuto del credito europeo del fondo noto come Mes per potenziare il sistema sanitario e l’indotto, compromessi dalla pandemia virale.

            I problemi della maggioranza, debole in quelli che la buonanima di Ugo La Malfa soleva chiamava “contenuti”, si avvertono d’altronde anche nelle 72 pagine appena inviate dal presidente del Consiglio al Parlamento per anticipare le linee essenziali dell’utilizzo dei fondi europei per la ricostruzione, disponibili dall’anno prossimo, diversamente dalla immediatezza di quelli per la sanità invisi ai grillini. In quelle pagine -ha commentato il direttore Stefano Feltri sul giornale Domani di Carlo De Benedetti- Conte e i suoi ministri “promettono di fare esattamente ciò che è vietato: vaghe riforme di ogni genere, promesse da tutti i governi degli ultimi 25 anni”. E chissà se, ancor prima dell’Unione Europea, non se ne renderanno conto domenica prossima gli elettori nelle urne regionali e comunali, affiancate alle referendarie, sanzionando “quella che ad oggi pare incapacità di essere all’altezza della situazione”.

 

 

 

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Il contrordine di Goffredo Bettini ai compagni: Matteo Renzi è cattivo

            Bloccato dalla sciatica in una casa “spoglia”, dove un giornalista del Fatto Quotidiano è andato a intervistarlo, Goffredo Bettini si è convinto nelle sue solitarie riflessioni che il Pd, non il Movimento 5 Stelle alle prese con le “nuove responsabilità da affrontare”, misteriosamente accennategli da Beppe Grillo in persona nei giorni scorsi nel salone delle Dogane e dei Monopoli,  è “al centro della vita politica” italiana. Al centro come una volta era la Dc, con i suoi tanti voti e le alleanze che ruotavano attorno ai suoi numeri parlamentari, anche quando a soccorrerla con l’appoggio esterno fu il Pci di Enrico Berlinguer, caro -credo- alla memoria di Bettini.

            Nella rivendicazione orgogliosa e un po’ troppo forzata -mi permetterà- del ruolo del suo partito, ormai tornato sulla strada della sinistra, proteso non più a conservare “i voti dei Parioli” ma a conquistare quelli di “Tor Bella Monica”, cioè delle periferie, Bettini qualche riconoscimento ai grillini naturalmente lo ha riservato. Col piglio dell’allora ancora giovane, forte e generoso Massimo D’Alema, che nel 1996 certificò la commestibilità politica della Lega come “costola della sinistra”, Bettini ha detto del movimento grillino che è “lo specchio di molti nostri fallimenti”. A guardare il quale, quindi, il grande amico, consigliere e molto altro del segretario del Pd Nicola Zingaretti molto si pente, ma molto anche si compiace vedendo che cosa sotto le cinque stelle hanno saputo fare riportando in fondo sulla buona strada le pecorelle smarrite.

            In questo quadro così idilliaco dei rapporti fra il primo e il secondo partito dell’attuale coalizione di governo una cosa tuttavia è scappata a Bettini, come del resto a Zingaretti nel discorso di chiusura, qualche giorno fa, della festa nazionale dell’Unità a Modena. Gli è scappato, diciamo così, l’avviso ai grillini che comunque a questo punto, dopo tutto quello che si è fatto ma di fronte ai tanti problemi che evidentemente si sono accumulati nel pur roccioso e “centrale” Pd, non a caso alle prese con un difficilissimo turno di elezioni regionali e comunali, una “fase” si è chiusa e un’altra si deve aprire. Siamo insomma a quella “fase 2”, pur non chiamata proprio così, che è costata la vita ad altri governi di cui Bettini penso fosse compiaciuto: quelli, per esempio, pur brevi di Romano Prodi e di Massimo D’Alema.

            Questa fase che potremmo chiamare uno più, visto che il numero 2 è scaramanticamente sconsigliato, dovrebbe servire alla “ricostruzione” -sempre parola di Bettini- cui occorre “un’alleanza più unita, costituita non da forze che competono aspramente fra tra di loro ma, al contrario, capaci di elaborare una visione comune sul futuro del Paese”.

            Ebbene, da queste forze Matteo Renzi, pur incoraggiato di recente proprio da Bettini a crescere elettoralmente e politicamente a spese della parte moderata del centrodestra, starebbe commettendo l’imprudenza di allontanarsi per la smania di fare parte del “salotto buono” dei “poteri forti”, che “comperano giornali” -non all’edicola ma nei consigli di amministrazione- perché possano attaccare e indebolire Giuseppe Conte, colpevole di essere “libero da poteri esterni”.

            Questo repentino cambiamento di umore di Bettini verso Renzi, con un rimpasto di governo che batte sempre più alle porte dopo l’accenno fatto in questa direzione dal vice segretario del Pd Andrea Orlando, potrebbe essere una complicazione per la difesa di Conte nella quale lo stesso Bettini sembra tanto impegnato.

 

 

 

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Il barrito di Giuliano Ferrara contro il no radicale all’antipolitica dei grillini

L’elefantino rosso col quale Giuliano Ferrara firma sul Foglio gli articoli in cui riesce a combinare meglio i suoi umori, o la passione e la razionalità che s’intrecciano producendo bollicine, ha allungato questa volta la sua proboscide sui radicali. Ai quali Giuliano contesta di poter guidare il fronte del no alla presunta -secondo lui- antipolitica del taglio dei seggi parlamentari, preteso dai grillini prima e persino a prescindere da altre modifiche alla Costituzione che in qualche modo li compensino o, secondo i casi, li completino sulla strada dell’efficienza.

Non è per antipatia personale -credo- verso la senatrice Emma Bonino, troppo abortista per i suoi gusti e sentimenti antiabortisti, che Giuliano l’ha proboscitata insieme col compianto Marco Pannella ed altri esponenti della galassia radicale.  E’ altro che stavolta il fondatore e tuttora ispiratore del Foglio mostra di non perdonare ai radicali: la loro antipolitica, precedente a quella che ha portato i grillini dove i radicali non hanno neppure sognato mai di arrivare. Penso naturalmente ai risultati elettorali del 2018 e al ruolo centrale che i grillini si sono assegnati  come i democristiani di una volta, facendo ruotare attorno a loro, ma soprattutto ai loro problemi, governi, alleanze, equilibri, si fa per dire, in uno spettacolo che giustifica quel volto terreo di Emma Bonino nella foto che l’ha ritratta domenica scorsa nella manifestazione di piazza romana dei Santi Apostoli per il no referendario del 20 settembre.

            C’è del vero, per carità, nella rappresentazione dei radicali da parte di Giuliano. Pannella non fu tenero con i politici del suo tempo ma paragonarlo a Beppe Grillo mi sembra francamente troppo. Sarò ingenuo, peccherò di indulgenza e di un conformismo a questo punto funebre, ma nell’antipolitica di Pannella io ho spesso avvertito, al netto delle sue esagerazioni e dei suoi errori, l’aspirazione ad una politica diversa e migliore. Lo ha appena testimoniato Gianfranco Spadaccia difendendo Pannella dalla sostanziale caricatura di Ferrara.

L’antipolitica di Grillo, per non parlare di quella meno gridata ma forse ancora più profonda di Davide Casaleggio, mi sembrano fine a sè stessa, diretta non a migliorare la politica ma semplicemente ad abolirla. E’ questo ciò che inquieta di più e che fa addirittura dire a Francesco Alberoni di temere più Grillo che il “truce”, come Ferrara chiama Matteo Salvini, mai scosso dai dubbi, neppure da quelli suggeritigli nel Foglio ogni tanto da Annalisa Chirico. Che lui di rimando chiama Cirichessa.

Neppure l’antipolitica, quindi, è unica nel suo genere. Ce ne sono di diversi tipi e finalità, che non sono certamente io a poter e dovere ricordare a Ferrara , con tutti gli uomini e le stagioni più o meno “trasversali”, come lui stesso ha ammesso, in cui gli è capitato di scrivere di politica e di farne.

Nello stesso giorno del processo di Giuliano ai radicali mi è capitato di leggere un’intervista a Libero dell’ex ministro dell’Interno Marco Minniti. In cui si racconta, fra l’altro, della sua esperienza di funzionario del Pci “quarant’anni fa” in un ufficio dove era appeso questo cartello: “Qui si lavora, non si fa politica”, cioè -ha spiegato Minniti- “inutile chiacchiera politicista”. Sì, è facile dirlo o spiegarlo così quarant’anni dopo gli Ottanta del secolo scorso.

Allora si era consumata un’altra tappa del politicismo di Enrico Berlinguer, maturata nella famosa teorizzazione del “compromesso storico”. Che si era realizzato solo nella forma minimale della maggioranza di cosiddetta “solidarietà nazionale”, appoggiando il Pci dall’esterno, fra il 1976 e le prime settimane del 1979, due governi monocolori democristiani presieduti da Giulio Andreotti.

Il 23 luglio del 1981, quando la Dc, pur rimasta acefala col sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, si era affrancata da quel passaggio obbligato, imposto nel 1976 dalla indisponibilità del Psi ancora guidato da Francesco De Martino a partecipare a governi o maggioranze senza il Pci, ripose nei cassetti saggi, ricordi e altro ancora del “compromesso storico” e sventolò  la famosa “questione morale” contro la Dc e i suoi ritrovati, o ritrovandi alleati di un tempo, dai liberali ai socialisti. Ne parlò ad Eugenio Scalfari in una intervista storica quanto il suo compromesso.

Mi chiedo, anche a tanti anni di distanza da allora, e alla luce degli effetti prodotti da quella che fu definita la nuova, ennesima svolta berlingueriana, se non fu un’esplosione di antipolitica. Che, fra l’altro, per onesta ammissione di post-comunisti come Piero Fassino, offuscò a tal punto Berlinguer da farsi superare da Craxi nella ricerca della modernizzazione della sinistra e dello stesso sistema istituzionale.

Poi, certo, gli eredi di Berlinguer si tolsero la soddisfazione, diciamo così, di vedere Craxi nella polvere. Ma fu anche polvere della sinistra, non a caso oggi costretta a convivere con l’antipolitica dei grillini e a scambiare Giuseppe Conte per il leader del campo “progressista”, come dice Nicola Zingaretti assolvendolo dalla precedente alleanza con Salvini, o per “l’ultimo ancoraggio della politica antipopulista che abbia una sua tenuta e una sua prospettiva di legislatura”. Così ha scritto forse troppo ottimisticamente Ferrara del presidente del Consiglio a conclusione del processo ai radicali, e annunciando il  suo rumoroso sì referendario di domenica prossima: un barrito, più che un annuncio.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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La scuola è ripartita, bene o male, ma più male che bene, se permettete….

            A dispetto delle apparenze, chiamiamole così, con la “Pubblica Istruzione in ginocchio” lamentata sulla Stampa da Chiara Saraceno ispirandosi -credo- alla foto quasi simbolica di quei ragazzi genovesi inginocchiati, appunto, davanti alle loro sedie, in mancanza dei banchi, per non parlare della mancanza dei professori lamentata nel titolo di apertura di Repubblica, il presidente della Repubblica, quella vera, non di carta, ha invitato gli italiani ad essere contenti e fiduciosi. Tutto sommato, i disagi preannunciati dallo stesso presidente del Consiglio Giuseppe Conte sono stati “contenuti”, come ha assicurato Il Fatto Quotidiano, attualmente il più filogovernativo sul mercato.

            Persino Domani, il quotidiano finanziato da Carlo De Benedetti e giunto puntualmente all’esordio nelle edicole proprio oggi, pur concepito dichiaratamente con spirito critico verso il governo, ha voluto tirare un sospiro di sollievo annunciando in prima pagina che “il virus non ha fermato la scuola”. Come non ha fermato Silvio Berlusconi, uscito dall’ospedale, in cui era stato ricoverato con i segni di una polmonite minacciosa, compiacendosi giustamente di averla fatta franca. Anzi, di aver fatto passare i guai al Covid che l’aveva importunato.

            Tutto bene, quindi? Tiriamo anche noi il sospiro di sollievo del conformismo politico e ci uniamo ai buoni sentimenti, alla buona volontà, alla infinita pazienza di Sergio Mattarella? Che dopo avere firmato la legge di conversione di un decreto legge pur protestando contro l’abuso fattone dal governo e dal Parlamento infilandovi dentro materie estranee, si è accontentato anche di questa accidentata riapertura delle scuole accorrendo in una di esse, augurando con tanto di penna elettronica il buon anno scolastico ed “evitando riflessioni recriminatorie”, come ha raccontato sul Corriere della Sera il quirinalista Marzio Breda.

            Più che recriminare e preoccuparsi, il capo dello Stato ha preferito scommettere su una riforma della scuola finalmente buona e decisiva, magari favorita -perché no?- dall’uso di una parte di quei 209 miliardi di finanziamenti europei per la nuova generazione che il governo Conte ha potuto assicurarsi per il futuro grazie al fatto di avere scaricato Salvini e caricato il Pd di Nicola Zingaretti. Eppure l’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria ha appena contestato questa rappresentazione attribuendo la svolta europea di tipo finalmente solidaristico non ai cambiamenti politici intervenuti in Italia, o all’arrivo dell’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni nella Commissione di Bruxelles, ma all’emergenza effettiva della pandemia e agli interessi minacciati anche dei tedeschi.

            Sono divagazioni, d’accordo. Uniamoci alla fiducia di Mattarella. Dopotutto, domani è un altro giorno, come diceva Rossella O’hara nel celebre film Via col Vento: domani con la minuscola, naturalmente, non con la maiuscola del giornale appena uscito. Al quale auguro le migliori fortune in questi tempi in cui di solito i giornali chiudono anziché aprire.

 

 

 

 

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“Disagi” e “criticità” a scuola, come anche nel governo dell’emozionato Conte

            “Disagi” li ha definiti l’”emozionato” presidente del Consiglio preannunciandoli nella riapertura delle scuole. “Criticità”, ha detto la ministra della Pubblica Istruzione Lucia Azzolina ricordando anche quelle degli anni scolastici cominciati prima dell’epidemia virale che ancora incombe minacciosa.

            Una volta tanto il presidente del Consiglio, pur incorso per i suoi ritardi, rinvii, pause di riflessione e simili negli attacchi degli avversari e nelle critiche anche dei suoi alleati, di primo e secondo giro in questa accidentata legislatura, ha voluto viaggiare puntuale come i treni svizzeri, diceva ironicamente la buonanima di Giulio Andreotti. Che perdonava i ritardi alle ferrovie italiane ricordandone le condizioni nelle quali erano state ridotte dalla guerra risparmiata agli elvetici.

            Con la scuola il professor Conte, forse perché alle prese con una ministra grillina, copertissima dal movimento cui lui deve le due presidenze del Consiglio accumulate formando due governi in meno di un anno e mezzo, ha voluto essere quello che si dice “tutto di un pezzo”. Neppure le preoccupazioni della preside della scuola di suo figlio Niccolò lo hanno trattenuto. Egli è stato decisamente al passo e al tacco di Lucia Azzolina. Della quale mi permetterete che dica quello che penso, anche con una certa simpatia, ogni volta che la vedo e la sento parlare in televisione: non so se sia lei o una sua perfetta imitatrice, con quelle espressioni e quel trucco.  

            La vigilia dell’apertura dell’anno scolastico è stata faticosa per Conte anche sul piano politico, in particolare nei rapporti col Pd. Che a conclusione della festa nazionale dell’Unità, a Modena, gli ha mandato due messaggi che potrebbero riservargli sorprese dopo le elezioni regionali e comunali di domenica prossima, e il referendum confermativo sulle Camere amputate di 345 seggi.

            Il primo messaggio è del segretario in persona del Pd, Nicola Zingaretti, che ha prospettato una sia pur non dichiarata fase 2 del governo – in altre occasioni rivelatasi infausta per il Gabinetto ministeriale di turno- indicando la necessità di “riaprire una stagione di rinascita”. E riproponendo il ricorso, contestato dai grillini, al credito del fondo salva-Stati europeo, noto come Mes, per il potenziamento del sistema sanitario.

            Il secondo messaggio, più esplicito, è stato quello del vice segretario del Pd Andrea Orlando. Che ha prenotato per il dopo-elezioni e il referendum di domenica prossima, non dell’altra ancora che Beppe Grillo ha segnato nella sua agenda, “un tagliando” per la coalizione di maggioranza. Cui potrebbe seguire, come da abitudini in questi casi, quanto meno un rimpasto ministeriale, o un intervento -come lo ha definito l’ex ministro della Giustizia, oltre che numero 2 di Zingaretti- sull’”assetto del governo”. E pensare che proprio a Modena, ospite alcuni giorni fa, Conte aveva attribuito il rimpasto alla fantasia di giornalisti poco educatamente intenzionati a imporgli la loro “agenda”.

 

 

 

 

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Conte cerca la…Verità sul ministro dell’Economia Roberto Gualtieri a Berlino

             Spesosi nella recente missione alla festa nazionale dell’Unità, a Modena, nel tentativo di arruolare il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, del Pd, fra quelli che, come lui, non si erano ancora fatti bene i conti e non potevano quindi né condividere né rigettare il no dei grillini all’’utilizzo del cosiddetto fondo europeo salva-Stati, noto con l’acronimo Mes, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte deve avere fatto un salto sulla sedia vedendo la prima pagina della Verità. Che ha riferito oggi sui due giorni trascorsi a Berlino proprio da Gualtieri, tra riunioni informali e formali con pezzi da novanta dell’Unione Europea, attribuendogli un sì addirittura “sconcio”, perché “senza mandato”, al Meccanismo Europeo di Stabilità. Che ci consentirebbe di avere un credito agevolatissimo per il potenziamento del servizio sanitario messo a dura prova dall’epidemia virale e degli annessi e connessi.

            Il titolo interno risulta ancora più perentorio -e polemico, dal punto di vista del giornale diretto da Maurizio Belpietro, in linea su questo con i grillini e col Fatto Quotidiano di Marco Travaglio- del richiamo in prima pagina: “Gualtieri spalanca le porte al Mes”. Di cui in particolare, secondo un articolo molto tecnico di Giuseppe Liturri, il ministro dell’Economia italiano avrebbe dato per “cosa fatta” con gli omologhi europei una “riforma” che forse -molto forse- potrebbe fare superare le resistenze dei grillini al suo uso nel nostro Paese.

            Se Conte è sobbalzato sulla sedia, immaginando le facce dei ministri grillini e di altri interlocutori del Movimento, a cominciare da Beppe Grillo in persona appena incontrato a Roma, è immaginabile il sospiro di sollievo del segretario del Pd Nicola Zingaretti. Che, per quanto lontano quella sera da Modena, trattenuto da impegni elettorali in Calabria, deve essere rimasto malissimo a sentire l’uso fatto da Conte in Emilia non del Mes ma del ministro dell’Economia appena portato al Senato dal Pd e distratto dagli studi storici su Palmiro Togliatti e sul Pci.

 

 

 

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Fra le camicie strappate eppure utili al leader della Lega Matteo Salvini

            La camicia strappatagli addosso da una congolese in Toscana potrebbe ancora procurare a Matteo Salvini qualche vantaggio elettorale, compensativo delle cronache giudiziarie sui commercialisti della Lega finiti agli arresti domiciliari a dieci giorni dalle votazioni del 20 settembre.  Ma potrebbe giovargli anche la camicia metaforicamente strappatagli addosso dell’amico e collega di partito Giancarlo Giorgetti annunciando il suo no referendario al taglio dei seggi parlamentari festeggiato dai grillini.

              “La Lega non è una caserma” si è affrettato a dire Salvini  commentando l’arrivo dell’amico sul “fronte del no” guidato dal direttore di Repubblica Maurizio Molinari. Che proprio oggi, a distanza di una settimana dal voto, ne ha descritto ed apprezzato l’ampiezza e “vivacità”, contrapposta alla “staticità” populista del sì ai tagli dei seggi delle Camere concepiti come una misura finalmente punitiva della casta e di per sé salvifica.  

            Giorgetti, d’altronde, non è Claudio Borghi, anche lui schieratosi nella Lega contro l’amputazione delle Camere. Non è neppure l’ex ministro leghista delle politiche agricole Gian Marco Centinaio, anche lui arrivato sul fronte del no referendario. Giorgetti, l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel primo governo Conte, è più dell’uno e dell’altro collega di partito messi insieme. Egli è l’unico o maggiore elemento di continuità fra la vecchia Lega di Umberto Bossi, quella della Padania indipendente proclamata addirittura nei nomi dei gruppi parlamentari, e della Lega di Salvini che srotola con Giorgia Meloni metri di bandiera tricolore per le strade d’Italia: altro che quella piccola sventolata per protesta da una signora alla finestra di casa a Venezia durante un comizio leghista e finita “nel cesso” delle parole del “senatur”.

            Giorgetti è l’altra faccia della medaglia della Lega che Salvini ora ha astutamente deciso, rimuovendo l’immagine della “caserma”, di appendersi al collo, pur senza esibirla come i rosari, le medagliette della Madonna e i crocifissi. Oltre a inglobare il suo no referendario, riducendo automaticamente il valore del proprio sì, Salvini è di fatto tornato a valorizzare il ruolo di Giorgetti anche su altri versanti, come l’interlocuzione  con i ceti produttivi del Nord. Che, per esempio,  vorrebbero stare meglio in Europa, non uscirne. Fu a Giorgetti durante il primo governo Conte che Salvini, tutto preso al Viminale con le felpe della Polizia, i porti e, più in generale, con i confini da proteggere dagli immigrati, fece rilasciare al Foglio la famosa intervista sulla sostanziale irreversibilità dell’euro.

            Fu Giorgetti tuttavia -va ricordato anche questo, con uno sguardo su ciò che potrebbe accadere nella Lega domani- che Salvini si rifiutò di ascoltare indulgendo sull’apertura della crisi dopo il boom delle elezioni europee dell’anno scorso, e decidendosi al passo troppo tardi per smontare i giochi che nel frattempo aveva incautamente lasciato aprire alle sue spalle.  Fu Giorgetti che, resosi conto delle acque torbide in cui i ritardi di Salvini facevano scivolare la situazione politica, salì le scale del Quirinale per comunicare personalmente a Mattarella la indisponibilità alla nomina o designazione a commissario europeo nell’esecutivo di Bruxelles. Egli era ben consapevole che avrebbe potuto fare ben poco in Europa a tutela degli interessi italiani con i grillini ancora al governo e con Salvini indeciso -addirittura- fra la crisi e un nuovo, più stringente accordo con Luigi Di Maio a Palazzo Chigi, al posto di Giuseppe Conte.

             

Miracolo alle Dogane: Beppe Grillo non mena nessuno, neppure Luigi Di Maio

Che c’azzecca quello là?” avrebbe chiesto Antonio Di Pietro vedendo il ministro degli Esteri Luigi Di Maio nel salone dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli per la presentazione di un libro sull’attività di questo ramo del Ministero delle Finanze. Sì, d’accordo, a giustificazione del presunto intruso si può dire che le dogane in qualche modo richiamano le frontiere. E le frontiere possono richiamare anche il Ministero degli Esteri, a dispetto della convinzione maturata da Matteo Salvini, quand’era ministro dell’Interno, che a difendere le frontiere dovesse provvedere il Viminale, prima ancora della Farnesina e del Ministero intestato proprio alla Difesa.

            Sveglio com’è, ed era già sugli spalti dello stadio di Napoli a intercettare le richieste di bibite da parte degli spettatori, Luigi Di Maio non si è lasciata scappare l’occasione del libro dell’Agenzia delle Dogane per corrervi, incontrare e farsi riprendere, tra telecamere, macchine fotografiche e telefonini, col presidente del Consiglio e -udite, udite- il fondatore, garante, elevato e quant’altro del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo. Che, abituato com’è da comico professionale a scherzare di tutto e su tutto, ha spiegato la sua presenza con la necessità di trovare un impiego ora che l’emergenza virale gli ha decimato gli spettacoli e i guadagni. Pronto alla battuta pure lui, il direttore dell’Agenzia  gli ha subito proposto -si fa per dire- di lavorare alle dogane nell’aeroporto di Fiumicino.

            Scherzi a parte, davvero e non in una qualche riedizione della fortunata e omonima trasmissione televisiva, l’occasione è stata utile a Grillo per dimostrare anche di potere arrivare ad un appuntamento senza menare o spingere rovinosamente per le scale qualche fastidioso cronista, come gli era accaduto qualche giorno prima; al presidente del Consiglio Giuseppe Conte per ostentare i buoni rapporti col personaggio ancora simbolo della maggiore formazione del suo governo, e non con persone dal grado ormai indecifrabile, vista la crisi identitaria e d’altro tipo ancora che l’attraversa dalla batosta subita nelle elezioni europee dell’anno scorso, e a Luigi Di Maio per sostituire con un solo colpo, o in una sola volta, il “reggente” Vito Crimi, succedutogli nella veste di capo del movimento pentastellato, e il guardasigilli Alfonso Bonafede, succedutogli invece  come capo della delegazione al governo. Anche questo ruolo è stato infatti perduto da Di Maio col passo indietro di ormai parecchi mesi fa, compiuto col proposito attribuitogli allora da molti di tornare entro poco tempo più forte di prima sul gradino sotto l’”Elevato”, con la maiuscola. Non aveva messo nel conto, poveretto, il Covid 19  e la conseguente emergenza, con tutte le relative complicazioni .

            Ora, grazie -ripeto- all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, e a dispetto di un Davide Casaleggio in giro per Roma coltivando i più disparati e immaginari progetti per il movimento co-fondato dal padre Gianroberto, il giovane Di Maio si è in qualche modo ripresa la scena: almeno quella fotografica, a tu per tu con Grillo in persona. Lo stesso sospettoso Conte vi ha in qualche modo contribuito.

            Se sono rose fioriranno, se sono solo spine pungeranno. Intanto la legislatura prosegue in modo così caotica che Sergio Mattarella è sbottato contestando al governo e alle Camere di avere snaturato la conversione in legge del decreto sulle semplificazioni inserendovi modifiche a 5 articoli del codice della strada che non c’entravano per niente. Non c’azzeccavano proprio, per tornare al linguaggio ruspante di Tonino Di Pietro.

 

 

 

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