Nel trigesimo della morte della mia carissima Daniela

Daniela carissima, trascorre oggi un mese dalla tua perdita.  Di te mi sono rimaste le ceneri da custodire, sino a quando non potranno congiungersi con le mie per essere infine disperse nelle acque del nostro mare di Punta Molara, e i ricordi. Che anziché placarsi sono sempre più struggenti. Che fatica sopravviverti….

L’altra faccia della medaglia della longevità del governo di centrodestra

       L’altra faccia della medaglia appuntatasi da Giorgia Meloni festeggiando a Bari il primato di longevità del suo governo nella storia della Repubblica è quella del primato di durata dell’opposizione di sinistra, o centrosinistra. Che naturalmente non viene festeggiato dagli avversari della premier, per quanto abbiano incassato qualche mese fa l’importante e indubbia vittoria referendaria contro la riforma costituzionale della magistratura.

       Significherà pure qualcosa di non esaltante il fatto che dopo quella vittoria le opposizioni, e il campo largo che le contiene almeno sulla carta, non siano riuscite a trovare pace e vera unità. Esse hanno continuato a dividersi in Parlamento, a Roma e a Strasburgo, nelle votazioni sulla politica estera e di difesa. E mancano tanto di una leadership comune, da opporre a quella forte e consolidata della Meloni nel centrodestra, che i candidati ad essa aumentano di giorno in giorno, alla luce del sole o sotto traccia. Fra i capi dei due maggiori partiti dello schieramento “avverso” al governo, come Walter Velltroni alla guida del Pd chiamava il centrodestra di Silvio Berlusconi al governo, corrono rapporti più di diffidenza che di fiducia. Elly Schlein e Giuseppe Conte non riescono a intendersi neppure sulle modalità delle primarie alle quali pure essi hanno affidato, l’una di fatto subendole e l’altro reclamandole, la loro partita. Non solo sono ancora da definirsi le modalità, ma è incerto anche il carattere dell’esito, se e in che misura vincolante, avendo Conte rivendicato, per esempio, il diritto di continuare a contrastare gli aiuti all’Ucraina aggredita dalla Russia se dovesse capitargli di vincere le primarie prima e le elezioni poi, a dispetto della posizione del Pd e delle componenti moderate, di area nominalmente centrista, del campo largo.

       Meloni festeggiando il suo primato di longevità governativa ha promesso di non mollare, che è poi il titolo di un periodico antifascista del 1925 fondato da Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi, Carlo e Nello Rosselli. Non molleranno probabilmente neppure i suoi avversari nella pratica dell’opposizione pregiudiziale e dei loro contrasti. Continueranno a praticare anche l’antifascismo ìn mancanza di un fascismo, né bianco, come l’ha definito il costituzionalista Michele Ainis parlandone al Fatto quotidiano nè nero.

       E’ vero. A destra c’è un generale, Roberto Vannacci, che si è appena vantato di “fregarsene” fascisticamente delle indagini giudiziarie, preliminari e non, militari e civili, sulla natura del suo movimento politico Futuro nazionale e sulla partecipazione di sottufficiali e ufficiali in servizio alla sua gestione e propaganda. Ma Vannacci non è certo la Meloni. E credo personalmente che la premier non sarà così sprovveduta e autolesionista da fare alla sinistra il regalo di imbarcarlo nel suo centrodestra.

La Rai di TeleRanucci, altro che TeleMeloni…..

       Per una volta spero che sia vero un retroscena del Fatto Quotidiano. E’ quello sulla Meloni infuriata a Palazzo Chigi, pur alla vigilia della festa del primato di longevità del suo governo nella storia della Repubblica, per come i dirigenti della Rai di dichiarata appartenenza all’area politica di destra l’hanno non servita ma disservita nella gestione dell’affare Ranucci. Che si è concluso, per ora, con la rimozione sì del conduttore di Report ma con la promozione dei suoi fedelissimi, di cui è stata accolta la rivolta contro le nomine iniziali, per cui Report alla ripresa autunnale sarà praticamente e ancora rannucciano.

       “Meglio lasciarlo”, è stato attribuito alla Meloni. Che avrebbe avuto pienamente ragione se questo avesse detto davvero parlando di Ranucci, per esempio, col suo sottosegretario Giovanbattista Fazzolari. solitamente incaricato di seguire le vicende della Rai.

       Ranucci non avrebbe dovuto essere rimosso in tempi e condizioni tali da farlo apparire vittima, anzi martire, dei malumori di “Telemeloni”. Vittima -anzi martire, ripeto- come Aldo Moro delle brigate rosse, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Piersanti Mattarella della mafia, cui lo stesso Ranucci si è smodatamente paragonato. Report più semplicemente e giudiziosamente avrebbe dovuto essere sospeso come trasmissione dal palinsesto della terza rete televisiva di Stato in attesa della conclusione delle indagini giudiziarie sull’affare Lavitola. Dove Ranucci reclama di essere considerato solo una parte lesa, per via dell’attentato promozionale della sua notorietà e possibile carriera politica procuratogli dall’amico faccendiere e pregiudicato. Ma in realtà deve anche lui chiarire qualcosa lasciandosi interrogare dagli inquirenti.

       Il Report, al maschile come un oggetto misterioso, che i due nuovi conduttori si sono impegnati a perpetuare, è stato e continuerà a non essere praticamente diretto. Ranucci è stato per anni vice direttore. Che di solito presuppone un direttore risparmiato invece a Ranucci, rimasto quindi appeso al soffitto come un caciocavallo. E ciò nella indifferenza, distrazione e chissà cos’altro di una dirigenza aziendale della quale la premier avrebbe tutto il diritto di lamentarsi, in italiano e romanesco pur nei festeggiamenti del suo primato di durata alla guida del governo in quello che il costituzionalista Michele Aini in deriva populista ha addirittura definito “fascismo bianco”, un po’ anche gentile nelle apparenze. Che cosa non si riesce a pensare e a dire quando si perde il senso della misura anche accademica.

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Il generale Vannacci fra oracoli e indagini della Procura militare

       Il generale Roberto Vannacci -ripeto, generale, tenendo lui a contestare l’ex che qualcuno gli dà non sapendo che la qualifica sopravvive al pensionamento- parla come un oracolo, spesso minaccioso. Come ha fatto rispondendo al Foglio su cosa farebbe personalmente e indicherebbe  ai suoi elettori in caso di ballottaggio fra il centrodestra della Meloni e il centrosinistra di Elly Schlein, o di Giuseppe Conte, o di chiunque dovesse uscire all’ultimo momento dai tormenti del cosiddetto campo largo dell’alternativa.

       Se vi si dovesse davvero arrivare con la legge elettorale all’esame del Senato nel testo che arriverà alla Camera per il secondo e ultimo passaggio, Vannacci ha ammonito la Meloni che nel ballottaggio dovrà guadagnarsi l’aiuto della destra di Futuro nazionale con chiari impegni. “Nessuno -ha detto Vannacci- può considerare acquisita la nostra indicazione di voto”.

       Come potrebbe essere questa “indicazione”, tra voto favorevole, voto contrario e astensione, il generale non lo ha detto. Nè lo ha fatto capire volendosi riservare altri passaggi e altri oracoli. Egli ha promesso solo di “fare la nostra parte”, al plurale del fondatore e leader del suo partito o movimento partorito uscendo dalla Lega dove Matteo Salvini lo aveva ospitato conferendogli persino una vice segreteria. E incorso ora nell’attenzione della Procura militare di Roma, su esposto di un sindacato di militari, anche per eventuale violazione del divieto di costituzione del partito fascista. 

       Il modo più favorevole al centrodestra della Meloni potrebbe essere un voto di sostegno, che presuppone una trattativa, un po’ difficile da immaginare allo stato attuale delle cose, con la premier uscente. O una meno improbabile e meno impegnativa indicazione di astensione. Cioè di diserzione dalle urne in un secondo turno di solito meno affollato del primo, tanto che la Lega e altri settori del centrodestra vorrebbero eliminare il ballottaggio nell’elezione diretta dei sindaci.

       Già immagino il generale, pur avvolto in qualche vestaglia o altre tenute delle sue -al mare, in montagna,  in collina e persino a Cernobbio, invitato dal fior fiore degli industriali- prepotentemente alla testa del campo già maggioritario dell’astensionismo. Il suo destino, temuto dal Financial Times persino come quello del “cavallo di Troia” della Russia, è nei gradi che conserva anche da pensionato…..

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Il ballottaggio della discordia nella legge elettorale al Senato

A dispetto delle apparenze, che spesso finiscono purtroppo per sostituire la realtà e condizionare l’esito di partite importanti, come fu il referendum demolitore della riforma costituzionale della magistratura con la separazione delle carriere ed altro, il presidente del Senato Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato sostituendo la prima in caso di impedimento, non sta forzando il suo ruolo occupandosi -peraltro alla luce del sole- della legge elettorale già approvata alla Camera e destinata a tornarvi.

       Il presidente La Russa fa il suo mestiere di facilitatore delle convergenze più larghe possibili nella definizione delle regole del gioco elettorale. Credo che neppure il Capo dello Stato Sergio Mattarella se ne stia disinteressando nell’attività di persuasione attribuitagli nello spirito della Costituzione dai padri fondatori della Repubblica. Un’attività prevalentemente discreta, sotto traccia, ma a volte anche esplicita, non sommersa ma galleggiante. Se questa volta non è finita sulle prime pagine dei giornali, con le locuzioni delle notizie “di buona fonte”, o allusioni in qualche discorso, è forse perché Mattarella ha preferito o comunque voluto accreditare gli sforzi unitari di La Russa. Col quale egli ha rapporti personali eccellenti, anche questi contro le apparenze preferite o create dai cultori delle contrapposizioni irriducibili e delle demonizzazioni degli avversari.

       Già sforzatosi di rallentare il percorso della riforma elettorale al Senato, dove la maggioranza avrebbe voluto chiudere il secondo tempo della partita già in estate, La Russa è inciampato, diciamo così, nella solita abitudine della sinistra, già avvertita nello scontro referendario sulla riforma della magistratura, di cambiare posizione quando non la ritiene più conveniente, o solo perché essa ha convinto una controparte ritenuta capace di avvantaggiarsene troppo.

       Nel referendum sulla magistratura ciò è accaduto con la separazione delle carriere fra toghe requirenti e giudicanti, sostenuta da fior di giuristi e politici di sinistra, per esempio nella commissione bicamerale per le riforme costituzionali presieduta da Massimo D’Alema col consenso di Silvio Berlusconi, ma contestata come un’aggressione alle toghe quando è stata proposta dal centrodestra.  La sinistra che io chiamerei reversibile, delle retromarce facili e improvvise, della memoria corta, si è inventata persino un clima internazionale, anzi mondiale di autoritarismo imposto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, prolungando le guerre in corso mentre venne eletto e provocandone altre al servizio di ambizioni forse più personali che americane, per sostenere che la Meloni in Italia voleva scimmiottarlo nella partita contro i magistrati. Lo hanno sostenuto peraltro fuori dal Parlamento il guru del Pd, o qualcosa del genere, Goffredo Bettini, smettendo di rifarsi al padre avvocato che gli aveva insegnato una certa diffidenza verso magistrati provvisti di troppo potere, e in Parlamento, al Senato, l’ex premier Mario Monti.

       Questa volta, nel fuoco delle polemiche e dei sospetti sulla riforma elettorale, l’ennesima e sicuramente non ultima per l’improvvida decisione dei costituenti di non vincolare anche questa materia alla disciplina della doppia lettura e delle maggioranze qualificate; questa volta, dicevo, nel fuoco delle polemiche e dei sospetti è caduto il ballottaggio per assegnare, al di sotto di certi livelli, il premio di maggioranza alla coalizione più votata. Un ballottaggio che l’ex presidente del Senato Marcello Pera, transitato dai forzisti di Berlusconi ai  fratelli d’Italia della Meloni, aveva già sostenuto nel centrodestra rimanendo praticamente isolato, e si sta togliendo adesso la soddisfazione politica e umana di vedere condiviso dal o nel suo schieramento. Un ballottaggio, sull’altro versante, che il costituzionalista Stefano Ceccanti ha a lungo sostenuto con molti colleghi di dottrina e di partito, il Pd, per la capacità attribuitagli di neutralizzare le punte estreme degli schieramenti, o non lasciarsene condizionare, ed ora si trova a difendere quasi da solo a sinistra.

       La donna è mobile nel Rigoletto di Giuseppe Verdi. La sinistra, ma a volte, all’occorrenza, anche la destra nell’opera per niente lirica della politica: la destra leghista, per esempio, insorta anch’essa contro il ballottaggio. 

Pubblicato siul Dubbio

Contestato alla Meloni il prezzo della longevità record del suo governo

       Il Pd della Schlein è riuscito a tentare nell’Unione Europea, per guastare alla premier Giorgia Meloni  la festa, domani, della maggiore longevità del suo governo rispetto a tutti gli altri che l’hanno preceduta nella storia della Repubblica, l’invio di una missione ispettiva sullo stato della democrazia. E un po’ anche della salute, visto che i guastafeste addebitano alla Meloni e al suo governo più galleggiante che operativo la causa dei prezzi aumentati dappertutto: dalle bollette del gas e della luce alla benzina, dalle melanzane ai pomodori, dalle mele alle pere.

       Il modello della Meloni sarebbe la buonanima di Giulio Andreotti, che difese uno dei suoi governi contestato dal segretario della Dc Ciriaco De Mita per la pratica dei rinvii, rivendicando il diritto e il merito di tirare a campare piuttosto che tirare le cuoia.

       Persino gli inconvenienti di questa estate torrida, fra caldo opprimente e temporali, sono stati addebitati al governo per non avere affrontato adeguatamente i problemi climatici e ambientali, prevedendo calura e grandine. E per fortuna siamo in Italia, non nel Nepal.

La sinistra autolesionista non si lascia scappare mai nulla….

       Nella pratica dell’autolesionismo, se non addirittura nella vocazione, la sinistra non si è fatta mancare neppure la rinuncia a condividere l’ispezione ordinata dal ministro della Giustizia Carlo Nordio a Torino. Dove una giudice -ripeto, una, cioè donna- ha rimesso in libertà dopo due giorni di carcere un bengladese ripreso anche dalle telecamere del minimarket dove lavora a molestare una tredicenne dopo una quarantenne.

       Soddisfatta del suo “dispiacere” e della promessa di non farlo più, la giudice ha ritenuto che l’imputato possa aspettare libero, obbligato solo alla firma in commissariato, il processo. Nei soliti tempi naturalmente della giustizia italiana.

 D’accordo, la custodia cosiddetta cautelare, prima del processo, non va scambiata per un anticipo della pena, come insegnano all’Università. Ma c’è modo e modo di praticare questo principio. Farlo in 48 ore è una sfida al buon senso. Un “allarme sociale” giustamente avvertito e denunciato dal Guardasigilli, sostenuto solo dalla sua maggioranza, a cominciare dalla premier Giorgia Meloni.

       Il Pd di Elly Schlein si è lasciato scavalcare persino dal Movimento 5 Stelle presieduto dal suo concorrente a Palazzo Chigi Giuseppe Conte. Dove hanno avvertito almeno il pudore di esprimere “rispetto” per l’ispezione ministeriale al tribunale di Torino disposta da Nordio nel legittimo esercizio delle sue prerogative.

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Dario Franceschini rivela e racconta il suo Parkinson

       Sul piano dell’informazione politica la notizia, data peraltro da lui stesso in una lunga intervista a Fabrizio Roncone, del Corriere della Sera, non è il Parkinson di cui soffre Dario Franceschini, artefice di tutte o quasi le maggioranze e segreterie succedutesi nel Pd. La notizia sta nei sei anni trascorsi dalla diagnosi, nei quali è rimasta praticamente segreta, nonostante l’interesse che avrebbero potuto avere i suoi concorrenti o avversari nel partito a rivelarla per riduree il peso dell’esponente piddino.

       Di Franceschini, 67 anni, due matrimoni, tre figlie, romanziere di un certo successo, già ministro, vice segretario e segretario nel Pd diviso in questa estate declinante sulle primarie reclamate da Giuseppe Conte per indicare il candidato a Palazzo Chigi del cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra, si è parlato e scritto a tratti anche come di un possibile successore di Sergio Mattarella al Quirinale in caso di vittoria del centrosinistra, o di pareggio e di trattative bipartisan nella nuova legislatura per la definizione degli equilibri al vertice delle istituzioni.

       La notizia del Parkinson dissolve le prospettive quirinalizie. E rende praticamente nudo, come un re, uno fra i maggiori esponenti del Pd. Le cui idee, proposte, preoccupazioni e quant’altro acquistano però di autorevolezza perché prive, a questo punto, di ogni sospetto di interessi personali da perseguire, di ambizioni da coltivare nell’ombra.

       Sotto questo aspetto, umano e politico insieme, Franceschini si è meritato gli apprezzamenti rivoltigli da sinistra a destra. Da sinistra con un commento di Goffredo Bettini, da destra con la condivisione degli elogi di Bettini da parte di Francesco Storace.

       Quella azionata da Franceschini con la notizia del suo Parkinson e col racconto del modo col quale gestisce la sua malattia senza ridurre il proprio impegno è una rivalutazione della politica. Doppiamente lodevole e apprezzabile mentre se ne abusa con polemiche sull’affare Lavitola-Ranucci. Che nuoce sia alla politica, appunto, sia al giornalismo che la scimmiotta. Grazie, Franceschini. Grazie di cuore.

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Neppure l’intelligenza artificiale svelerà i misteri del delitto Moro

D’accordo con Carmen Lasorella nella conclusione, sul Dubbio, del suo reportage sulla tragica vicenda, anche per la Repubblica, della vicenda di Aldo Moro. “Un gioco troppo grande per le brigate rosse” che se lo erano orgogliosamente ed esclusivamente intestatotacendo degli aiuti non sempre inconsapevolmente avuti dalle controparti nazionali e internazionali. Aiuti che, se ammessi o rivelati, avrebbero sgonfiato l’immagine della “geometrica potenza di fuoco”, reale o metaforico, attribuita ai terroristi già la mattina del 16 marzo 1978, nella via Fani di Roma disseminata di bossoli e di morti, in mezzo ai quali Moro fu prelevato dai sequestratori intimando loro di togliergli “le mani di dosso”, come riferì una signora che lo aveva visto e sentito imprudentemente affacciata a una finestra di casa. Mani -le stesse o di altri aguzzini della stessa associazione terroristica- che 55 giorni dopo si sarebbero passata l’arma per sparargli non al cuore, procurandogli una morte istantanea, ma attorno ad esso per rendergli l’agonia più lunga e dolorosa. Più che una dimostrazione di ferocia, coerente con la “mattanza” di via Fani lamentata da una sciagurata che vi aveva partecipato, una vendetta contro l’ostaggio dal quale si era attesa una maggiore capacità di rompere la Dc, il governo e lo Stato, sino a piegarli ad una trattativa vera, come fra delegazioni di belligeranti, e non subdola e sotterranea come quella che si era svolta, parallelamente forse a quella tentazione avuta dal presidente della Repubblica Giovanni Leone di graziare di sua spontaneità, sfidando il partito trasversale e maggioritario della fermezza, una terrorista compresa nell’elenco dei 13 detenuti da scambiare col presidente democristiano. Una terrorista, Paola Besuschio, scelta forse anche per essere  stata la prima fidanzata di Mario Moretti, il capo dell’operazione del sequestro.

       Di quella tentazione avuta quanto meno per cercare di dividere, o di dividere ancora di più i vertici delle brigate rosse, per quanto non realizzatasi, Leone pagò rapidamente il conto con le dimissioni impostegli dal Pci e dal suo stesso partito quando mancavano soli sei mesi alla scadenza del mandato. Una destituzione simbolica, e anche minacciosa contro chiunque avesse osato ostinarsi nella ricerca della verità continuando a contestare, o contestando ancora di più la linea della fermezza imposta dal Pci per non essere delegittimato come forza di governo dall’”album di famiglia” impietosamente sfogliato da Rossana Rossanda sul manifesto, subìta dal governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti appena riformatosi e fiduciato dai comunisti per non cadere, e dalla Dc nella speranza di potervisi poi sottrarre per qualche miracolo, o accidente. Tragicamente mancati.

       Il carattere dissuasivo delle dimissioni imposte a Leone, rassegnatosi alla rinuncia anche sotto la minaccia di essere trascinato nello scandalo della Lookeed, dove il suo nome si era giù affacciato, funzionò a tal punto nella Dc che solo dopo una cinquantina d’anni si stanno raccogliendo voci su un clamoroso libro in uscita sulle paure e sulla rassegnazione, non sul coraggio della direzione democristiana convocata per il giorno in cui i terroristi ne precedettero eventuali cedimenti ammazzando Moro all’alba. Di più sul quel libro e sul suo autore non posso dirvi ma vedrete e sentirete il rumore che farà, magari nel 49.mo anniversario della tragedia.

       Non so se via sia più ironia o sarcasmo nella fiducia risosta da Carmen Lasorella nella intelligenza artificiale per venire a capo dei tanti aspetti misteriosi e ambigui, a dir poco, del sequestro e dell’assassinio di Moro, ucciso in tempo peraltro per non essere eletto al Quirinale, dove un po’ tutti i partiti erano decisi o rassegnati a mandarlo alla scadenza ordinaria del mandato di Leone. Che gli avrebbe ben volentieri passato le consegne liberandosi del peso, o imbarazzo, in cui si era trovato nel 1971 salendo sul colle più alto di Roma al posto dell’amico troppo temuto allora dal suo partito. Dove molti ritenevano di essersene appena liberati dopo quasi cinque anni ininterrotti a Palazzo Chigi, fra il 1963 e il 1968, a Palazzo Chigi: troppi per le abitudini delle correnti. Che potettero contare, nel contrastarlo sulla strada del Quirinale, su alleati come il Partito Repubblicano di Ugo La Malfa, non ancora convinto della “ineluttabilità” -avrebbe detto- di un’intesa fra la Dc e il Pci. Temo, in questo ginepraio, che Carmen pretenda troppo dall’intelligenza artificiale.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 5 settembre

Il veleno anti-dc di Caselli nella difesa della memoria di Falcone

       Anche Gian Carlo Caselli, intervistato dalla Stampa, ha voluto intervenire a favore del compianto Giovanni Falcone riproposto alla pubblica gogna dal Fatto Quotidiano per avere “servito” un governo presieduto dall’uomo della Dc, Giulio Andreotti, più chiacchierato nei rapporti con la mafia. Che gli sarebbero stati contestati giudiziariamente dallo stesso Caselli, sconfitto con l’assoluzione finale dell’ormai ex presidente del Consiglio ma convinto di avere vinto lo stesso per la prescrizione adottata alle contestazioni relative a un certo periodo di tempo.

       L’intervento di Caselli a favore di Falcone, per la cui promozione all’ufficio istruzione di Palermo nella notte del 19 gennaio 1988 egli votò lodevolmente in dissenso dalla sua corrente di sinistra Magistratura democratica, ha tuttavia un po’ di veleno quasi nella coda. E’ quello dedicato alla ormai compianta Democrazia Cristiana, rappresentata in quella occasione nel Consiglio Superiore della Magistratura da tre esponenti di cui uno votò a favore di Falcone, uno contro preferendo per motivi di anzianità Antonino Meli e uno astenuto. “Il gioco delle tre carte”, ha detto Caselli. m

       Nessuna parola ha speso l’ex magistrato a favore del Psi, la cui consigliera Fernanda Contri votò a favore anche lei di Falcone, che sarebbe poi diventato collaboratore e amico del socialista, pure lui, Claudio Martelli alla direzione generale degli affari penali del Ministero della Giustizia.

       Nessuna parola di Caselli neppure per il Pci, dei cui esponenti al Consiglio Superiore solo Massimo Brutti votò a favore di Falcone lamentando, fra l’altro, la “instabilità caratteriale” del pur più anziano Meli. Un altro, Carlo Smuraglia, volle addirittura proteggere dai rischi della nomina Falcone “già costretto dal suo impegno a grandi sacrifici e a rinunce alla propria vita privata”. Che infatti, per quanto Falcone non fosse stato nominato consigliere istruttore e avesse preferito poi trasferire la sua lotta alla mafia da Palermo a Roma collaborando con Andreotti e Martelli, fu stroncata nel 1992 a Capaci.

  Va bene contare le carte della Dc, ma perché non anche quelle del Pci? Non si attende naturalmente risposta.

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