Il governo una volta tanto più giallo che verde festeggiato da Di Maio con Xi Jiping

Beh, va riconosciuto al capo del movimento delle 5 stelle Luigi Di Maio, nonché vice presidente del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, di essere riuscito in questi giorni, particolarmente nelle ultime 24 ore, a tingere più di giallo, il colore del suo partito, che di verde, il colore firme Villa Madama.jpginvece dell’alleato leghista Matteo Salvini, il governo del cosiddetto cambiamento in carica da quasi nove mesi. Quelle firme apposte a Villa Madama al memorandum d’intesa con la Cina, sotto gli sguardi compiaciuti di Xi Jiping alla sua destra e di Giuseppe Conte a sinistra, e nella totale, voluta e polemica assenza di Salvini, più preso dalla campagna elettorale in Basilicata e da altro, rovescia un po’ l’immagine data a lungo di un governo a trazione sostanzialmente leghista.

            Resta naturalmente da vedere, a cominciare proprio dai risultati delle elezioni regionali in corso in Basilicata per finire con quelli delle elezioni europee di fine maggio, ma anche delle contemporanee elezioni regionali Villa Madamajpg.jpgpiemontesi, e comunali in molte parti del Paese, se la trazione una volta tanto grillina del governo non premierà lo stesso il dissenso ostentato da Salvini, continuando a fargli guadagnare voti, o non fermerà, o addirittura invertirà, la corsa in precipitosa discesa delle cinque stelle verificatasi costantemente dopo l’exploit delle elezioni politiche dell’anno scorso.

            Certo, fa riflettere quel murale dell’ormai noto Tv Boy trovato in questi giorni dai romani in via della Torretta, a due passi dalla Camera dei Deputati, ma anche da Palazzo Chigi, in cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è rappresentato come Pinocchio fra il gatto Di Maio e la volpe Salvini, una volta dipinti avvinghiati in un bacio, e senza le orecchie dei due animali così cari alla fantasia di Salvatore Benintende, come si chiama con previdenza, a dir poco, l’artista di strada  che sta accompagnando la vita del primo e non so ancora se unico governo di questa legislatura.

            Un altro indice della salute e delle prospettive del governo in carica si trova nei titoli che ne accompagnano il percorso sul Fatto Quotidiano. Che non nasconde mai le sue preoccupazioni per le sorti politiche dei grillini quando le sente minacciate dall’invadenza, sotto tutti i punti di vista, degli alleati leghisti. Ai quali d’altronde il giornale diretto da Marco Travaglio avrebbe preferito dopo le elezioni del 4 marzo 2010, come supporto alle cinque stelle, il debolissimo Pd uscito davvero malconcio dalle urne. E ci sarebbe pure riuscito, Travaglio, a vedere realizzato il suo sogno se non fosse intervenuto a gamba tesa il non a caso da lui odiatissimo Matteo Renzi a bloccare l’operazione con una semplice intervista televisiva, senza neppure il bisogno di partecipare il giorno dopo alla riunione della direzione del Pd convocata per aprire appunto ai grillini, dopo un’esplorazione affidata dal capo dello Stato al presidente della Camera Roberto Fico.

            Ebbene, dello scontro consumatosi nel governo alla luce del sole, con pubbliche e incontrovertibili dichiarazioni, con un Di Maio orgoglioso di “fare” e contrapposto a un Salvini impegnato a “parlare”Il Fatto.jpg contro i presunti buoni affari con i cinesi, Il Fatto Quotidiano ha offerto nel titolo di apertura questa rappresentazione che vale un commento alla cosiddetta Via della Seta: “La Cina non piace a Trump, Macron e Salvini: infatti conviene all’Italia”. Dove i grillini, anche se il giornale di Travaglio si risparmia di dirlo, sperano di essere aiutati dai cinesi a superare la recessione in corso e a piazzare i titoli dell’ingente debito pubblico, se e quando diventeranno carta straccia, rifiutata dagli investitori occidentali col declassamento in cantiere nelle agenzie internazionali di rating.

            Per adesso il valore degli accordi commerciali stipulati con la Cina di quel grande ossimoro che è il capitalismo comunista, o il  comunismo capitalista,  è stato indicato in due miliardi e mezzo di euro da Di Mauro. Che però si è già proposto di portarli ad oltre 20, compresi quelli che il presidente cinese si propone forse di assecondare dopo la sua visita a Palermo. Il cui porto, sulla rotta peraltro di quello di Genova già studiato a dovere dai connazionali di Xi Jiping, potrebbe emulare quello del Pireo, ormai conquistato commercialmente e finanziariamente dai cinesi. E poi dicono, dalle parti dei grillini ma anche del Quirinale, dove si alternano Tremonti.jpgmomenti di preoccupazione e di pur contenuta euforia, che l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, con una certa esperienza sulle spalle, e nella testa, esagera quando dice, come ha fatto in una intervista al Messaggero, che si è appena celebrato a Roma, più o meno, “il trionfo geopolitico di Pechino nel Mediterraneo”. Dove in effetti i cinesi non hanno bisogno di muoversi con i miserabili barconi o gommoni libici dei trafficanti di carne umana.

 

 

 

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Enfasi e gaffe attorno alla visita del presidente della Cina a Roma

            E’ un vero peccato che Ennio Flaiano non sia più con noi, e dall’ormai lontano 1972. Dalla visita del presidente della Cina Xi Jinping a Roma, e di tutto ciò che se ne sta scrivendo e dicendo, anche ai margini degli accordi commerciali Gazzetta.jpgche la condiscono, Flaiano avrebbe saputo trarre ispirazione per replicare  con “Un cinese a Roma” il successo del suo “marziano”, sempre a Roma. Che fu raccontato in modo satirico e fantascientifico nel 1954, tradotto in una fortunata commedia teatrale nel 1960 e infine in un film per la televisione nel 1983, quando già Flaiano non c’era più.

            Quel “doppio senso” sfuggito al presidente della Repubblica Sergio Mattarella col suo ospite, parlando del memorandum d’intesa con i cinesi che tanto ha insospettito i nostri alleati al di quaMattarella e Xi.jpg e al di là dell’Atlantico, ha rappresentato al meglio il quadro tanto enfatico quanto ambiguo di questo evento che ha blindato la Capitale italiana. “Doppio senso” davvero, e non solo inteso col codice stradale in mano. Non so, francamente, se alla Casa Bianca il presidente americano Donald Trump Rolli.jpge i suoi consiglieri, assistenti, amici e quant’altri, di cui sono arcinoti i sospetti sia sui cinesi sia sugli italiani nella versione gialloverde maturata dopo un avvio apparso incoraggiante l’anno scorso all’ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, avranno più riso o inveito.

            Purtroppo non migliori, sul conto dell’Italia, del suo governo e dei suoi rapporti con gli alleati, sono le notizie giunte dal summit europeo con la partecipazione del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Il quale ha profittato dell’occasione per il preannunciato, atteso approccio col Macron e Conte.jpgpresidente della Repubblica francese Emmanuel Macron sulla vicenda della Tav, o della sua versione maschile preferita dai tecnici. Che parlano del treno, anziché della linea ferroviaria ad alta velocità per il trasporto delle merci da Lione a Torino: una grande opera infrastrutturale negoziata con trattati regolarmente ratificati dall’Italia e che i grillini invece contestano, in un confitto permanente con la componente leghista della maggioranza, sostenendo che i benefici siano inferiori ai costi. E ciò per calcoli effettuati dallo stesso specialista che ha tratto convinzioni opposte in esami commissionati da altri, a Bruxelles e a Berna.

            Anche se Conte ha fatto finta di non capire o di non sentire, o ha comunque fornito alla stampa informazioni prive di aspetti problematici, Macron ha detto a brutto muso al presidente del Consiglio italiano che non intende prestarsi ad essere il terminale o lo strumento delle polemiche politiche che dividono la maggioranza italiana di governo. Gli accordi per la realizzazione della Tav sono quelli che sono e lui non intende cambiarli per fare prevalere in Italia l’una parte sull’altra della coalizione gialloverde.

            “Macron fa il furbo”, haIl Fatto.jpg titolato astiosamente il giornale più vicino in Italia alle posizioni ipercritiche dei grillini, che pretendono dai francesi quanto meno una diversa distribuzione degli oneri finanziari fra i due paesi regolarmente negoziata -ripeto- a suo tempo: Il Fatto Quotidiano, diretto da Marco Travaglio. Il quale forse ritiene che Macron debba prestarsi ai giochi politici e finanziari dei grillini in Italia per avere perduto consenso in Francia con le settimanali e rovinose rivolte dei cosiddetti gilet gialli. Cui non a caso il capo del movimento grillino, che  è il vice presidente del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro Luigi Di Maio, si è pubblicamente collegato, in compagnia del suo amico e compagno di partito Alessandro Di Battista, provocando un clamoroso incidente diplomatico con la Francia. Ci sono volute le proverbiali sette camicie sudate del presidente della Repubblica Mattarella per fare rientrare almeno in parte il clamoroso incidente nei rapporti fra i due Paesi limitrofi e cofondatori dell’Unione Europea.

            Per una spietata ironia della sorte i maggiori affari con la Cina sostenuti dai grillini con gli accordi di cui si è intestato il merito maggiore proprio Di Maio sono destinati a rendere ancora più necessaria la realizzazione della Tav per garantire il trasporto delle merci che, grazie ai cinesi, più abbondantemente passeranno per il porto di Genova, caro agli interessi di Pechino quanto quello di Trieste, sull’altro versante italiano proiettato oltr’Alpe.

 

 

 

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Il presidente della Cina fra le buche di Roma e i guai dei sostenitori grillini

               In una Roma blindatissima, pur nelle sue buche, per proteggere l’ illustre e ricco ospite cinese, con cui fare affari e di cui guadagnarsi il maggiore interesse possibile per i titoli del nostro debito, che Presidente cinese a Roma.jpgstanno rischiando un tale declassamento da parte delle agenzie di rating internazionali da non poter essere più acquistabili dai maggiori investitori finanziari che non siano mossi da finalità politiche ma esclusivamente economiche, la posizione della maggiore forza di governo interessata a questo aspetto dei rapporti con Pechino è in crescenti difficoltà.

            Parlo naturalmente del movimento delle 5 Stelle, che  ha salvato dalle due mozioni di sfiducia delle opposizioni nell’aula del Senato il suo ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, fermo come un paracarro contro la realizzazione della linea ad alta velocità commerciale per il trasporto delle merci, prevedibilmente anche cinesi, fra l’Italia e la Francia, cioè l’Europa. Ma lo ha salvato  con un massimo di 159 voti contro 102. Che parlano da soli, per esprimere la loro debolezza, se confrontati con i 237 voti contro 61 ottenuti il giorno prima dal vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini per uscire, anzi per non entrare neppure nel processo per sequestro aggravato di persone al quale avrebbe voluto sottoporlo la magistratura di Catania per la gestione dei 170 immigrati e più salvati in mare nella scorsa estate dal naufragio ma poi trattenuti su una nave della Guardia Costiera per alcuni giorni: il tempo necessario per negoziarne la distribuzione a terra fra diversi paesi europei e la Chiesa italiana.

            Solo un generoso regolamento parlamentare consente da sempre alle votazioni di fiducia di risolversi positivamente con una maggioranza inferiore a quella assoluta dei componenti l’assemblea, prescritta invece per votazioni del tipo di quella su Salvini.  Al Senato la maggioranza assoluta è di 161 voti, due in meno di quelli ottenuti da Toninelli. Cui è bastata la maggioranza dei presenti e partecipanti alla votazione.

             Lo stesso Toninelli ha dovuto sorridere della obiettiva debolezza della sua posizione ricevendo con ironia, dai banchi del governo, uno dei cartelli che erano sati sollevati contro di lui dai banchi dell’opposizione berlusconiana, dove erano convinti di avere cercato di bocciarlo e di farlo decadere dal governo nel suo stesso “interesse”, viste le impietose gaffe accumulate nel suo percorso ministeriale e l’imbarazzo palpabile nei suoi riguardi anche all’interno del movimento che lo ha portato così in alto.  

              Ancora più difficile è la situazione del movimento grillino nella gestione della principale città che amministra. Che naturalmente è Roma, con la sindaca Virginia Raggi, pur eletta direttamente un po’ meno di tre anni fa con una larghissima maggioranza.

             Nel giro di 48 ore la “ditta” grillina del Campidoglio, avvolta a parole nelle bandiere dell’onestà proclamata tre volte in ogni occasione possibile e immaginabili,  ha perso per ragioni giudiziarie il presidente del Consiglioassessore.jpg Comunale Marcello De Vito, arrestato, e l’assessore allo sport e già vice sindaco Daniele Frongia, non arrestato per fortuna ma ugualmente indagato e perciò autosospesosi dagli incarichi. Essi sono coinvolti, pur in due fronti giudiziari diversi, per rapporti con imprenditori interessati alla realizzazione di importanti progetti edilizi e urbanistici, fra cui il nuovo stadio della società sportiva Roma.

             Non più tardi di domenica prossima si voterà per il rinnovo del Consiglio regionale della Basilicata. E due mesi dopo si voterà in tutta Italia per il rinnovo del Parlamento europeo, ma anche del Consiglio regionale del Piemonte e di numerose amministrazioni comunali. E’ un’attesa a dir poco angosciata, e angosciante, per un movimento come quello grillino. Che meno di un anno fa uscì dal rinnovamento del Parlamento italiano come il primo partito, col 32 per cento dei voti, e punte di quasi il 50 per cento in alcune zone, ma ora risulta  sorpassata nei sondaggi, e da alcune consultazioni locali già svoltesi, dal partito col quale ha preferito allearsi con un contratto per governare: la Lega.

 

 

 

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Matteo Salvini sale alle stelle e le cinque stelle cadono nelle stalle

Matteo Salvini è salito dalla pur improbabile gabbia degli imputati alle stelle e i suoi alleati di governo, i grillini, sono precipitati dalle stelle del loro movimento alle stalle. Dove li ha sprofondati, in particolare, l’arresto del presidente del Consiglio Comunale di Roma, Marcello De Vito. Che, pur espulso immediatamente Gazzetta.jpgdal capo del movimento Luigi Di Maio col plauso del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ammirato della “forza” e della “prontezza” del suo vice a Palazzo Chigi, resta lo stesso appiccicato alla storia del partito. Così come vi rimase nel 1992 al partito socialista Mario Chiesa, pur espulso dopo l’arresto per Tangentopoli e liquidato in piazza personalmente da Bettino Craxi come “un mariuolo”.

            Va detto tuttavia che Chiesa era stato arrestato in flagranza di reato, dopo avere intascato banconote per tangenti segnate personalmente dall’allora sostituto procuratore della Repubblica Antonio Di Pietro perché potessero essere incontrovertibilmente riconosciute. De VitoDe Vito 2 .jpg è stato arrestato, e tradotto in tuta verso il carcere, per prove o indizi di corruzione ricavate da intercettazioni e tracce di due bonifici da un conto bancario in comune, al minuscolo, con un socio avvocato coinvolto nelle indagini su una serie di lavori e progetti edilizi nella Capitale riconducibili al costruttore Luca Parnasi. Che fu a suo tempo arrestato pure lui trascinandosi appresso, fra gli altri, l’allora presidente dell’Acea Luca Alfredo Lanzalone: un avvocato genovese praticamente mandato a Roma dai grillini per assistere l’amministrazione comunale guidata con parecchie complicazioni da Virginia Raggi.

            Le difficoltà mediatiche ma anche politiche dei grillini a causa della bomba pur metaforica esplosa in Campidoglio, a poche centinaia di metri da Palazzo Chigi, sono inevitabilmente destinate ad avvantaggiare ulteriormente all’interno della maggioranza gialloverde di governo il vice il manifesto.jpgpresidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno, già forte di suo per temperamento, per esposizione mediatica e per il raddoppio dei voti che va collezionando dall’anno scorso a livello locale e sondaggistico: un raddoppio destinato molto probabilmente ad essere confermato domenica prossima nella regione Basilicata e, soprattutto, a fine maggio in tutto il territorio nazionale con le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo.

            La ciliegina, chiamiamola così, su questa torta di Salvini è stata appena messa dal Senato, in contemporanea con l’esplosione della bomba capitolina, con quella schiacciante maggioranza -237 voti favorevoli e 61 contrari, e tre sole dissidenze all’interno del gruppo grillino- che ha convalidato il no della competente giunta al processo per sequestro aggravato di persona chiesto dalla magistratura contro il ministro dell’Interno per la vicenda della nave “Diciotti”. Che è il pattugliatore della Guardia Costiera italiana attraccato nell’estate scorsa nel porto di Catania, dove il ministro fece ritardare di qualche giorno lo sbarco dei 170 migranti soccorsi in alto mare per avere il tempo di trattare e ottenerne la distribuzione fra vari paesi paesi europei e comunità come quelle religiose a disposizione, in Italia, della Conferenza Episcopale nazionale.

            Salvini ha ringraziato alla sua maniera, con un cartello esposto in maniche di camicia dall’ufficio di ministro dell’Interno, non tanto i senatori che lo avevano appena “assolto” o “salvato”, per dirla con i suoi avversari, quanto gli elettori e, più in generale, il “popolo” leghista col quale lui si sente in sintonia e in collegamento continuo grazie ai mezzi moderni dell’elettronica.

            Nell’aula del Senato invece Salvini si era presentato in abito completo, e scuro, distribuendosi accortamente Salvini.jpgtra i banchi del governo e quelli del suo gruppo, dove aveva preferito spostarsi per pronunciare il discorso di autodifesa al termine della discussione generale. Di quella “sceneggiatura” si era inutilmente lamentato con ironia l’ex presidente del Senato Pietro Grasso.

            Un’altra ciliegina sulla torta di Salvini, in verità, l’ha messa l’insospettabile Procura della Repubblica di Agrigento, che era stata col ministro molto severa nella vicenda Diciotti. Ora essa ha confermato il sequestro della nave Mare Jonio, effettuato nel porto di Lampedusa dalla Guardia di Finanza dopo il soccorso in acque libiche e lo sbarco in terra italiana di una cinquantina di migranti sottratti fraudolentemente, secondo Salvini, alle competenze delle motovedette e delle autorità di Tripoli.

            Le indagini in corso, col sequestro della nave e gli interrogatori dell’equipaggio, sono per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Come possano svilupparsi e concludersi è difficile dire in questo momento. Di certo Salvini è andato giù duro sin dal primo momento auspicando senza mezzi termini le manette ai polsi dei responsabili del soccorso, fra i quali c’è uno specialista della contestazione globale come Luca Casarini.  Di cui il ministro dell’Interno ha ricordato i precedenti penali anche per sospettarlo di avere tentato un’operazione politica grazie alla coincidenza fra il clamoroso soccorso in acque libiche, e con una nave battente bandiera italiana, e le sedute del Senato sul processo ormai mancato per la vicenda Diciotti.

 

 

 

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Non basta a Salvini quel fascicolo giudiziario ad Agrigento per la nave Jonio

             Costretto dalle circostanze politiche, più ancora dalle leggi, dai trattati internazionali ed altro ancora, ad autorizzare l’attracco della nave di Luca Casarini a Lampedusa e allo sbarco della cinquantina di migranti soccorsi a circa 45 miglia dalle coste libiche con un’operazione contestata anche da Tripoli, oltre che dal Viminale, Matteo Salvini non intende accontentarsi, almeno per ora, del sequestro “probatorio” del natante, effettuato dalla Guardia di Finanza, e del fascicolo aperto nella Procura di Agrigento, “contro ignoti” mentre scrivo, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

            Il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno, diviso politicamente fra l’attesa del voto odierno al Senato sul processo chiesto contro di lui dalla magistratura di Catania per la vicenda del pattugliatore Diciotti, della Guardia Costiera, e le elezioni regionali di domenica prossima in Basilicata, dove spera di bissare i risultati abruzzesi e sardi, ha un enorme Luca Casarini.jpgbisogno di qualcosa in più. E di che cosa lo ha detto lui stesso, a dispetto   della separazione dei poteri e di tutte le altre cose scritte nella Costituzione, aspettandosi o reclamando, come preferite, le manette ai polsi di qualcuno: meglio forse se a quelli assai noti dello specialista della contestazione che è Casarini. Il quale sa bene di avere unito, diciamo così, l’utile al dilettevole con quel tipo di salvataggio sulla nave di cui è armatore con Beppe Caccia: l’utile del soccorso in mare e il dilettevole della sfida a Salvini, o viceversa, come preferite.

            Purtroppo per il ministro dell’Interno, il fascicolo giudiziario sulla vicenda della nave Mare Jonio, come si chiama quella ispezionata e poi sequestrata dai militari delle fiamme gialle, è nelle mani di un magistrato con cui Salvini ha avuto già problemi di una certa complessità. E il capo della Procura di Agrigento Luigi Patronaggio. Che l’anno scorso, con una competenza territoriale che considerava sua, poi non condivisa dai colleghi di Palermo, ispezionò, visitò o quant’altro il pattugliatore della Guardia Costiera fermo nel porto di Catania con 170 e più migranti a bordo, ne scese con la mascherina al naso per ragioni sanitarie, se non ricordo male, e pur non disponendo alcuno sbarco, come forse qualcuno si aspettava, si  Gazzetta.jpgmise o proseguì a studiare ben bene le carte. E, a vicenda conclusa, cioè a sbarco effettuato dei migranti, distribuiti fra vari paesi ed enti disposti a farsene carico, accusò Salvini di arresto arbitrario e altro ancora mandando il fascicolo a Palermo. Che, alquanto ridotto nella consistenza dei reati, fu a sua volta mandato a Catania. Dove la Procura chiese un’archiviazione negata dal cosiddetto tribunale dei ministri con l’avvio del procedimento approdato al Senato con l’imputazione di sequestro aggravato di persone.

            E’ al Patronaggio di Agrigento, senza voler fare alcuna ironia, che Salvini in qualche modo è quindi tornato con la nuova vicenda migratoria esplosagli fra le mani, o i piedi, o qualcos’altro, per fortuna al riparo da altre complicazioni, visto che i migranti sono ben al sicuro e le polemiche svelenite almeno sotto questo profilo.

 

 

 

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Il processo di Travaglio a Berlusconi per la modella marocchina avvelenata

Come in tutte le gare, per carità, bisogna mettere nel conto sconfitte e rivincite, sorpassi e recuperi. Non può pertanto stupire più di tanto il recupero di Marco Travaglio, e del suo Fatto Quotidiano, su Massimo Giannini, e la sua Repubblica, nella lettura politica della tragedia della povera Imane Fadil: l’ex modella di origine marocchina morta avvelenata, salvo clamorose sorprese dalle indagini in corso alla Procura di Milano, prima che tornasse a testimoniare contro Silvio Berlusconi per corruzione in atti giudiziari sulla vicenda delle olgettine.

Il Dubbio.jpg  Pentito, forse, di avere in qualche modo graziato il Cavaliere riconoscendogli nei giorni scorsi che non aveva certo interesse a riaccendere i riflettori, se mai erano stati spenti, sulle sue traversie penali invischiandosi nella morte di una sua accusatrice, o sostenitrice comunque dell’accusa di avere corrotto testimoni, Travaglio ha scritto che altri potrebbero avere ucciso o fatto uccidere la giovane per fargli un piacere. Come i fanatici o i servi di Mussolini fecero uccidendo Giacomo Matteotti. O la mafia uccidendo il giornalista Mino Pecorelli, che aveva la brutta abitudine di occuparsi criticamente, diciamo così, di Giulio Andreotti. O la stessa mafia cercando di uccidere Maurizio Costanzo quando si mise in testa di dissuadere l’amico editore Silvio Berlusconi dal progetto, evidentemente caro ai criminali di Cosa Nostra, di mettersi in politica. O di scendervi, come il Cavaliere preferiva dire adottando il linguaggio sportivo della squadra e del giocatore che scende, appunto, in campo.

Tutto questo, ed altro ancora, compreso l’interesse sanitario di Marcello Dell’Utri, naturalmente “pregiudicato”, per la clinica dove è morta Imane, e dove lui voleva essere trasferito dal carcere dove scontava la condanna per mafia, il direttore del Fatto Quotidiano lo ha scritto in un editoriale dal titolo “I delitti eleganti”. Eleganti, naturalmente, come le famose e controverse cene di Arcore, “forse per qualcuno un filino indigeste”, secondo un’allusiva vignetta pubblicata qualche giorno fa sulla prima pagina sempre del Fatto.

“Ci è voluta la morte terribile di quella povera ragazza per riportare l’attenzione sul versante criminale del berlusconismo”, ha scritto Travaglio per deplorare “la gran moda di rimpiangere il berlusconismo”, appunto, “e rifargli la verginità in funzione anti-“populista”, descrivendo l’attuale governo- il primo deberlusconizzato della storia repubblicana- come il peggiore mai visto”. E qui, puntuali e sonori, gli schiaffi di carta a Eugenio Scalfari, a Carlo De Benedetti, allo scrittore Sandro Veronesi e infine a Corrado Augias. Che “ancora l’altro giorno, su Repubblica, definiva il governo Conte -ha protestato Travaglio riferendone in corsivo le parole- il peggiore della storia repubblicana, perché, si, B. è amorale (sic), ma non ha scardinato le strutture dello Stato: cosa che invece stanno facendo questi homines novi”. Per cui “se la sola scelta possibile fosse tra un bandito consapevole e un fanatico ignaro di tutto sceglierei, tremando, il bandito”, ha rinfacciato Travaglio ad Augias.

Per fortuna dev’essere sfuggita al direttore del Fatto Quotidiano, o ai suoi brogliacci, una breve intervista della giornalista di origine marocchina ed ex deputata del Pdl Souad Sbai, oggi presidente dell’associazione donne marocchine in Italia: un’intervista forse aggravata dalla circostanza  di essere stata pubblicata lunedì 18 marzo dal giornale di Augias, e di Scalfari, oltre che di Massimo Giannini.

Memore, fra l’altro, di un “tentativo di avvelenamento con cristalli di acido” subìto nel 2010 “passando l’inferno”, l’ex parlamentare parlando proprio della morte di Imane Fedil ha raccontato che “purtroppo da noi non è una novità, succede spesso. Ti fanno fuori con molto poco. Ti fanno bere una cosa che contiene una sostanza particolare, una specie di mercurio, cristallo di acido, inodore, che ti avvelena. Sembra una malattia che ti distrugge gli organi e ti uccide”.

Sempre a proposito della morte di Imane, l’ex deputata del Pdl ha chiesto “alla magistratura italiana e anche al re del Marocco di fare chiarezza”.

Incalzata dall’intervistatrice Alessandra Ziniti, la signora Souad Sbai ha detto: “Ci sono delle responsabilità che vanno ricercate nell’ambiente dell’alta diplomazia marocchina con cui Imane lavorava. Io seguo queste storie dal 2010. Di ragazze marocchine bellissime, come Ruby, come lei, in questi anni in Italia ne sono arrivate tante ed è facile immaginare a fare cosa. Incontri, filmini, ricatti. Non è successo solo a Berlusconi. Lui è conosciuto e la sua storia è venuta fuori, ma di persone di alto livello ne sono state ricattate e minacciate tante. Probabilmente Imane si era tirata indietro, era diventata un problema e l’hanno eliminata. Ma non c’è solo lei”.

Non vorrei, francamente, che prima o dopo anche Souad Sbai, con queste idee che ha maturato sulla fine della povera Fadil, e con tutte le iniziative che ha raccontato di avere preso a livello giudiziario e diplomatico per vicende evidentemente analoghe a quella della povera Imane, finisse mediaticamente nel pentolone di quello che Travaglio ha definito “il versante criminale del berlusconismo”.

Nel nostro Paese, ormai ad alta orologeria e dietrologia, può accadere davvero di tutto.

Il fantasma civile della Diciotti di nuovo sulla rotta politica di Matteo Salvini

            Simpaticamente affetti da malizia di tipo andreottiano, con la quale notoriamente si pecca ma spesso s’indovina, sulla prima pagina del manifesto hanno definito “soccorso premeditato” quello compiuto in acque di competenza libica dalla nave italiana Mare Jonio di una organizzazione non governativa. Che dopo avere imbarcato una cinquantina di migranti che rischiavano di annegare sul solito gommone fatiscente, precedendo l’intervento di una motovedetta di Tripoli, ha fatto rotta verso le più lontane coste italiane per ragioni dichiarate di maltempo, preclusive della scelta di porti più vicini sulle coste africane.

            La premeditazione del soccorso, sempre per usare la felice espressione del giornale orgogliosamente comunista sopravvissuto per fortuna a tante crisi editoriali, nasce dalla diabolica coincidenza con la prova del fuoco politico, diciamo così, che aspetta il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini nell’aula del Senato. Dove domani si voterà in maniera definitiva sulla proposta della competente giunta di negare l’autorizzazione al processo contro di lui chiesta dal cosiddetto tribunale dei ministri di Catania per la vicenda della scorsa estate sul pattugliatore della Guardia Costiera “Diciotti”. Dove Salvini trattenne per alcuni giorni, nel porto etneo, più di 170 migranti soccorsi in alto mare, in attesa di poterne assicurare la distribuzione fra più paesi europei, ma procurandosi per questo le accuse di sequestro aggravato di persone, abuso d’ufficio e non ricordo cos’altro ancora.

            La nave “Diciotti” era al comando di un militare -Massimo Kothmar- che non creò problemi al ministro Salvini ritardando lo sbarco sino a quando non ne fossero maturate le condizioni. E sopportando -debbo aggiungere- con grande padronanza di nervi persino l’ispezione di un “garante” del trattamento dei detenuti, come se la sua nave si fosse davvero trasformata Luca Casarini.jpgin un carcere. La nave privata “Mare Jonio”, già avvicinatasi a Lampedusa mentre scrivo, ha invece come capo missione dei soccorsi un’autorità, a suo moydo, del mondo della contestazione. Si chiama Luca Casarini, protagonista peraltro delle proteste no global al G8 svoltosi a Genova nel 2001 non proprio nel massimo dell’ordine.

            Con un “capo missione” di questo tipo è prevedibile il clima in cui è destinato a svilupparsi il braccio di ferro già annunciato dal ministro dell’Interno, affrettatosi peraltro a stringere ulteriormente le maglie  dei portiDirettiva Salvini.jpg italiani per impedire sbarchi non autorizzati. Lo ha fatto con una direttiva di otto pagine alla cui attuazione dedicherà un’attenzione persino superiore-  credo, dato lo stile politico e personale ormai noto di Salvini- a quella destinata alle manovre politiche, esterne ma anche interne alla Particolari direttiva.jpgmaggioranza di governo, in corso per non risparmiargli o comunque per complicargli la pratica del processo penale per la vicenda “Diciotti”, per quanto già negato dalla giunta presieduta dal forzista Maurizio Gasparri. E negato -aggiungo-  col voto anche dei grillini dopo una consultazione digitale dei militanti. Che si concluse  col 59 per cento a favore di Salvini e il 41 contro, ma non si sa sino a che punto disarmato nel gruppo pentastellato di Palazzo Madama. Ci potrebbe essere pur sempre un soccorso forzista potenzialmente decisivo, ma si aprirebbe nella già sofferente maggioranza gialloverde di governo un’altra crepa dagli imprevedibili sviluppi.

            Saving Human.jpgSotto questi aspetti, oltre che il titolo del manifesto sul “soccorso premeditato”, Il Messaggero.jpgo ad orologeria, se preferite, non è sbagliato neppure quello del Messaggero sulla “sfida a Salvini” costituita dalla missione capeggiata da Luca Casarini sulla nave battente bandiera italiana della “Mediterranea Saving Humans”.

 

 

 

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Il veleno radioattivo di Imane Fadil contamina la solita politica italiana

Persino al Fatto Quotidiano hanno resistito in qualche modo, pur con abbondanza di vignette, “cattiverie” di giornata, in prima pagina, sul “lettone” regalato da Putin, grande abbastanza da poter contenere ragazze anche sconosciute ad un assatanato Cavaliere; persino Richiamo Dubbio.jpgal Fatto Quotidiano, dicevo, hanno resistito alla tentazione di leggere in chiave politica, diciamo così, la misera e inquietante fine della modella marocchina Imane Fadil. Che, dopo avere dimorato per un po’ in un locale infestato di topi, è morta di avvelenamento radioattivo prima di poter testimoniare, o tornare a testimoniare contro Silvio Berlusconi, imputato di corruzione in atti giudiziari -nonostante assolto in via definitiva dall’accusa di prostituzione minorile- per la vicenda delle olgettine. Ma così, a dire il vero, la povera Imane non voleva essere chiamata, non avendo mai usufruito dell’ospitalità offerta dal Cavaliere in un omonimo albergo, o residence, alle frequentatrici delle sue feste nella villa di Arcore.

Marco Travaglio in persona, bontà sua, al netto di ogni sua urticante e abituale ironia, ha riconosciuto l’insensatezza di coinvolgere Berlusconi nella tragica fine della giovane, che lui ritiene di non avere mai conosciuto ma che amici certamente suoi, come Emilio Fede e Lele Mora, hanno dichiarato di avere visto o addirittura portato ad Arcore, o ospitata in taxi per allontanarsene ad una certa ora. A far mettere in sicurezza Berlusconi da un avversario così dichiarato come Travaglio è stata “la logica del cui prodest”. E in effetti l’ex presidente del Consiglio non aveva nessun interesse a fare uscire così drammaticamente e ambiguamente dalle sue perduranti vicende giudiziarie sulle cene ad Arcore la povera Imane, espostasi peraltro prima di morire con dichiarazioni su presunte offerte e/o minacce di misteriosi personaggi perché ritirasse il contributo dato all’impianto accusatorio della Procura di Milano contro Berlusconi.

Alla Repubblica -quella di carta che di antiberlusconismo ha vissuto a lungo, sotto diverse direzioni, anche a dispetto del suo fondatore Eugenio Scalfari quando gli scappò di dire in un salotto televisivo di preferire Berlusconi al capo del movimento delle 5 stelle Luigi Di Maio-  hanno invece adottato una lettura tutta politica dell’avvelenamento della modella marocchina. Il cui assassino non sapeva, né poteva immaginare forse di liberare una delle firme più famose e autorevoli di quel giornale, Massimo Giannini, dall’ossessione -direi, a questo punto- di un Berlusconi ancora capace di condizionare la politica italiana. E chissà se basta parlare della politica italiana, e non anche di quella europea e persino mondiale, specie ora che il Cavaliere corre per l’elezione al Parlamento Europeo, non certo allo scopo di andarvi a fare il turista.

“Morto e sepolto con la povera Fadil, verrebbe da dire”, ha scritto testualmente Massimo Giannini in un commento domenicale dedicato formalmente, nel titolo, alla “Opa di Salvini sul centrodestra”. “Il veleno che l’ha uccisa- ha rivelato Giannini scrivendo della povera Imane- uccide anche le residue speranze del Cavaliere di resistere all’Opa salviniana sul suo partito e sul suo elettorato”.

Di questa “Opa di Salvini sul centrodestra” il commentatore di Repubblica ha una visione addirittura carnivora, avendone scritto come di una “cannibalizzazione “ che ,“già cominciata col voto di un anno fa, è andata avanti in questi mesi, rafforzata dalle regionali in Abruzzo e Sardegna e fotografata dai sondaggi che danno la Lega al 34% e Forza Italia all’8 per cento”.  Ma non è finita qui. “Ora -ha scritto ancora Giannini- l’offerta pubblica di acquisto dei consensi si completa. Salvini riflette lo Zeitgeist, Berlusconi non più”.

Che cosa sia questo  benedetto o maledetto, secondo i gusti, Zeitgeist che “Salvini riflette e Berlusconi non più”, ve lo dico subito. E’ “lo spirito culturale -spiega un dizionario telematico- che informa una determinata epoca, come si riflette nella letteratura, nella filosofia, nelle arti”. Qui insomma si vola alto, altissimo, mica come il Cavaliere precipitato in fondo al pozzo dantesco dell’Inferno, senza accorgersi che nella “condizione di patente minorità etico-politica” in cui si trova dopo la morte della modella marocchina “accampare pretese col Carroccio sulle alleanze future è puro velleitarismo”. Senza accorgersi, più in particolare, che “Salvini, semplicemente, non è più gestibile”, per cui quello di Arcore è diventato “il suo Cavalier Servente”. “E questo è tutto”, ha sanzionato la voce di Repubblica esortando gli sprovveduti seguaci di Berlusconi a togliersi dalla testa di poter scavalcare Salvini a destra o al centro, parlando bene di Mussolini fino agli sciagurati errori delle leggi razziali e dell’alleanza con Hitler, o precedendo il leader leghista nella contestazione della “Via della Seta” fatta percorrere velocemente al governo da Di Maio fra la sorprese, le proteste e anche qualche ritorsione degli alleati d’oltre Atlantico. “Salvini -ha ricordato Giannini- si è già riposizionato nel ruolo fasullo di garante dell’atlantismo filo-americano: proprio lui, che ha esordito al governo come maggiordomo di Putin”. Che poi è lo stesso, non un omonimo, del lettone regalato a Berlusconi e ricordato dalla “cattiveria” del Fatto Quotidiano ispirata alla povera Imane Fadil.

Quella di Giannini, di Repubblica e di tutto l’universo antiberlusconiano per “la morte e la sepoltura” del Cavaliere con la modella marocchina, peraltro ancora in attesa di sepoltura, è tuttavia una festa anch’essa tragica, come la fine della povera Imane. L’ossimoro nasce dal fatto, denunciato dallo stesso Giannini, che “con questa destra” ormai fatta a immagine e somiglianza di Salvini – e di un Salvini che va smarcandosi sempre di più dagli attuali alleati di governo proponendo, per esempio, le ricette economiche e fiscali liquidate come berlusconiane dai pentastellati- “prima e dopo le elezioni europee dovranno fare i conti Di Maio, ridotto a gregario in una coalizione asimmetrica, e Zingaretti, eletto segretario in un Pd convalescente”. Così ha scritto appunto Giannini, che ha confessato di trovarsi nella scomoda posizione di “piangere per le nefandezze” di Salvini “senza poter rimpiangere”, chissà poi perché, “le scelleratezze” di Berlusconi. Che evidentemente non è quel morto e sepolto di qualche capoverso precedente.

Ah, se si riflettesse un po’ di più prima di farsi scambiare per un necroforo, peraltro intempestivo.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Tutti i rischi che corre alla guida del Pd Nicola Zingaretti, sudato e non

            Non credo proprio che sarà il sudore abbondante, versato insediandosi alla segreteria del Pd col discorso seguito alla proclamazione nell’assemblea nazionale, a portare sfortuna a Nicola Zingaretti. Non lo credo neppure vedendo le foto, comparse sul Corriere della Sera, di alcuni leader sudati prima di alcune clamorose sconfitte: per esempio, il Richard Nixon della campagna elettorale perduta negli Stati Uniti contro John Fitzgerald Kennedy e il Bettino Craxi dell’ultimo congresso nazionale socialista vissuto come segretario, a Bari nel 1991. Mancava solo un anno all’arresto del suo compagno di partito Mario Chiesa, a Milano, e all’esplosione di Tangentopoli.

            Le difficoltà e i rischi di Nicola Zingaretti derivano semmai da quel suo progetto dichiarato di trasformare il Pd in qualcosa di “diverso” mescolando ricordi e figure come quelle di Antonio Gramsci, di Aldo Moro e di Greta, la ragazza diventata simbolo delle manifestazioni ambientaliste Zingaretti 2 .jpgappena svoltesi con sintonia miracolosa in tutto il mondo. Ma il Pd nacque nel 2007, sotto la regìa e la guida di un uomo di grande fantasia e vocazione cinematografica come Water Veltroni, avendo come palla al piede proprio il progetto di assemblare ciò che non era e non è assemblabile. “Un amalgama mal riuscito”, lo definì poco dopo Massimo D’Alema. Che, in verità, avrebbe ripetuto dopo più di dieci anni la stessa cosa di “Liberi e uguali”, il movimento creato con Pier Luigi Bersani e gli allora presidenti del Senato e della Camera per uscire dalla gabbia che era diventata per lui il Pd guidato da Matteo Renzi.

            Il fatto è che i partiti per nascere davvero e soprattutto poi per vivere debbono avere una loro omogeneità, pur nella diversità delle idee e nella proliferazione delle correnti. Se non c’è questa omogeneità, come non c’è tra le figure di Antonio Gramsci e di Aldo Moro, accomunate solo dalla ferocia dei loro avversari, anche il Pd di Zingaretti rischia la fine di quelli che l’hanno preceduto.

            Le cose bisogna pensarle e dirle chiaramente, evitando possibilmente anche l’ironia, come quella sfuggita all’indubbiamente simpatico Paolo Gentiloni. Che ha festeggiato la sua elezione a presidente del Pd invitando i compagni di partito “al lavoro e alla lotta”. Che è un motto, come gli ha impietosamente ricordato Zingaretti e Gentiloni.jpgMaria Teresa Meli sul Corriere della Sera, abbastanza storico del Pci. Alla cui tradizione peraltro neppure appartiene il buon Gentiloni. Ma forse egli ha voluto con quelle parole sentirsi più di casa nell’assemblea che lo aveva eletto presidente. Ma è proprio in quell’aspirazione a sentirsi bene in quel tipo di casa che c’è il rischio che corre -ripeto- il Pd nuovo, diverso e quant’altro immaginato, annunciato, promesso da Zingaretti.

            Peggio comunque del nuovo segretario, che ha sicuramente da lavorare e lottare per rianimare, a dir poco, un partito che nelle ultime settimane ha continuato a perdere regioni che amministrava, pur recuperando qualcosa sulle devastanti elezioni politiche dell’anno scorso;  peggio di Zingaretti, dicevo, ha fatto Matteo Renzi disertando per imprecisati “motivi familiari” l’insediamento del nuovo segretario.

            Si stenta francamente a capire la logica del “segnale di responsabilità” avvertito in quell’assenza da un renziano di ferro e di autorità come il capogruppo del Pd al Senato Andrea Marcucci. Il quale peraltro ha annunciato al plurale, quindi a nome di Renzi e dintorni, che “giudicheremo la segreteria dopo le elezioni europee e amministrative” di fine maggio.

            Mi chiedo se non siano troppo pochi, o troppo interessatamente pochi, i due mesi e qualche giorno di tempo lasciati a Zingaretti per essere giudicato. O per farci capire se il fratello del commissario televisivo Montalbano è davvero scampato al lupo verso la cui bocca lo ha mandato Renzi in persona con un twet augurante. Che per fortuna è stato preferito a quell’altro, rivelatosi così infelice, da lui inviato all’allora presidente del Consiglio Letta poco prima di liquidarne come fresco segretario del partito  il governo: “Enrico, stai sereno”.

 

 

 

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