L’abbaglio delle preferenze e la rinuncia suicida al ballottaggio

       Peraltro neppure sicuro perché a rischio di bocciatura a scrutinio segreto nel ritorno alla Camera, dove già il governo era stato battuto sulla stessa materia nel primo passaggio, il ritorno limitato delle preferenze intestatosi con orgoglio dalla premier Giorgia Meloni al Senato non mitiga il difetto della nuova, ennesima legge elettorale. Che è la rinuncia al ballottaggio proposto da una personalità pur eminente della maggioranza di centrodestra come l’ex presidente del Senato Marcello Pera.

       Senza il ballottaggio sia il centrodestra sia il centrosinistra, entrambi alquanto articolati al loro interno, con divergenze che li attraversano su temi non secondari come la politica estera e di difesa, saranno esposti ai condizionamenti delle punte estreme.

       Il primato della longevità, cioè della durata, raggiunto e festeggiato nei giorni scorsi ha dato alla Meloni la speranza di potere esorcizzare il condizionamento del generale Roberto Vannacci, che già nei sondaggi risulta decisivo per il risultato della partita elettorale dell’anno prossimo fra il centrodestra e il centrosinistra. Altro che i cespugli centristi per il campo largo e quelli omologhi della maggiorana uscente, fra i quali è finita con la sua percentuale a una sola cifra anche la Forza Italia del compianto Silvio Berlusconi.

L’evoluzione pirandelliana di Sigfrido Ranucci tra spettacolo e politica

       L’evoluzione pirandelliana del guerriero Sigfrido Ranucci continua. Dalla disponibilità all’avventura politica già coltivata per lui dall’amico Valter Lavitola, dichiaratamente alla ricerca di un “riscatto sociale” all’ombra del conduttore televisivo lanciato addirittura verso Palazzo Chigi -disponibilità espressa dicendo di “non escludere nulla”- la vittima dell’attentato promozionale ordinato dallo stesso Lavitola è passato all’esclusione di una sua candidatura. Lo ha annunciato ospite di una festa di AVS, la componente più a sinistra del cosiddetto campo largo dell’alternativa, dove si pensava che egli potesse trovare un posto in lista ma si sono scoperte resistenze anche ad alto livello per le tante incognite che gravano sugli sviluppi delle indagini giudiziarie. Per ora esso lo riguardano come parte lesa ma potrebbero riguardarlo poi anche in altra veste.

       Sia che abbia escluso la candidatura, questa volta -credo- non a presidente del Consiglio ma solo a deputato o a senatore, come la volpe con l’uva troppo lontana per piacerle, sia che si sia tirato indietro credendo di più nella possibilità di un ritorno in extremis alla conduzione della trasmissione Report, in tempo per la ripresa di novembre, alla quale si stanno preparando altri nominati dalla Rai, Ranucci si sta rivelando un giocatore davvero imprevedibile. A tal punto che ritenersi “fastidioso”, ha detto, più come conduttore che come politico. A chi intende dare fastidio si suole dare del rompiscatole. Se fosse davvero spiritoso come vuole spesso apparire con le sue battute, egli dovrebbe farsi stampare dei biglietti da visita come rompiscatole, appunto. Un rompiscatole da servizio pubblico.

Il paradossale salvataggio bipartisan di Vannacci dal ballottaggio

Non ci volevo credere, nonostante il pessimismo dello stesso autore dell’emendamento alla legge elettorale per introdurre il ballottaggio: l’ex presidente del Senato Marcello Pera. Che ne aveva preannunciato il ritiro, la rinuncia e quant’altro non avendo intenzione -aveva detto- di indossare “lo scolapiatti” per fare la caricatura dell’eroe.

       In una convergenza trasversale non di interessi, non avendo nulla da guadagnarci davvero e tutto da rimettere, componenti sia della maggioranza sia dell’opposizione generosamente indicata al singolare hanno dunq ue affondato il vascello del ballottaggio, noin appena è comparso all’orizzonte.

       Ciò significa che sia il centrodestra sia il centrosinistra, come viene chiamato, anche questa volta generosamente, lo schieramento alternativo saranno condizionati dalle ali estreme. Il più contento di tutti è naturalmente a destra il generale Roberto Vannacci, che apre e chiude il rubinetto della sua disponibilità più strumentale che sincera nei riguardi della Meloni protesa alla conferma a Palazzo Chigi dopo le elezioni dell’anno prossimo. Che cosa dovesse riuscire a strappare alla premier con l’aiuto paradossale della sinistra, che lo ha salvato dal ballottaggio, sarebbe impossibile oggi prevedere. Non lo sa forse neppure il generale, del cui destino è padrone, sempre paradossalmente, più la sinistra che lui stesso, per quante arie si dia fronteggiando i guai che si procura all’insegna del “me ne frego”. Che peraltro non è proprio originale, visto l’abuso che se ne fece nel secolo scorso in camicia nera.

       Nella cosiddetta e lontana prima Repubblica, seppure fra governi di solitamente breve durata, alle carenze della legge elettorale inchiodata al proporzionale puro dall’errore di scambiare per truffa, sin dai tempi di Alcide De Gasperi il premio di maggioranza necessario a garantire stabilità, supplivano i partiti. Che erano forti di organizzazione e di consenso. Partiti ai quali sarebbe arbitrario paragonare gli attuali, tutti sovrastati da quello di maggioranza costituito dagli astensionisti. Partiti, sempre quelli attuali, i cui leader per sopravvivere, o anche crescere, hanno bisogno delle liste bloccate, o sbloccate solo nominalmente con finte preferenze. Delle quali tutti alla fine si accontenteranno perché di fatto non comprometteranno niente e nessuno.

       Non resta che sperare nella prossima legge elettorale, che seguirà inevitabilmente alla riforma in uscita dal Senato. E che ha l’inconveniente, come le precedenti, di un percorso sovrapposto al finale della legislatura, dal respiro quindi corto, anzi cortissimo. Senza volergli tirare la giacchetta sarebbe bello che il presidente della Repubblica interrompesse questa abitudine parlamentare, contraria peraltro alle direttive europee.

Pubblicato sul Dubbio

Salvini e Vannacci si contendono in Italia il voto in Sassonia

       A destra il leader leghista Matteo Salvini e il suo ex vice segretario Roberto Vannacci, messosi notoriamente in proprio con Futuro Nazionale sorpassando rapidamente il Carroccio nei sondaggi, si sono contesi non dico il diritto ma la coerenza nella soddisfazione espressa da entrambi per il voto in Sassonia. Dove, pur con una popolazione di soltanto due milioni di abitanti rispetto agli 83,5 della Germania e i 452 dei paesi dell’Unione Europea, l’estrema destra ha stracciato i democristiani del Cancelliere Merz e ancora di più i socialdemocratici in un turno elettorale così poco locale da essere finito sulle prime pagine di tutti i giornali.  

       Salvini, spiazzando come al solito la premier Meloni e contrapponendosi all’allarme del vice premier forzista Antonio Tajani, ha esultato sentendosi partecipe della vittoria dell’Afd. E traendone spunto per motivare la sofferenza con la quale personalmente e politicamente partecipa all’Unione europea nella cui commissione il governo italiano è rappresentato dal vice presidente Raffaele Fitto, dei fratelli della premier.

       Vannacci cantando a suo modo la romanza Nessun dorma della Turandot di Giacomo Puccini ha contestato a Vannacci il motivo di essere compiaciuto come lui. E gli ha rimproverato l’espulsione voluta e ottenuta nel Parlamento europeo della estrema destra tedesca, proprio quella ora in festa in Sassonia, dal gruppo di Identità e democrazia dove siede la Lega.

       Salvini insomma è un abusivo nello spazio che si è ritagliato nelle reazioni al voto in Sassonia. Vannacci invece ha rivendicato la sua appartenenza autentica alla famiglia di destra, secondo lui, per niente nazista o filonazista, pur considerando Afd quello di Hitler un accidente della storia tedesca, una deviazione pur lunga di Bismark. Come Futuro nazionale non sarebbe per niente fascista o filofascista, neppure quando ne adotta pose e linguaggio. A cominciare dal “me ne frego” mussoliniano da Vannacci opposto, nei corridoi di Villa d’Este a Cernobbio, alla magistratura militare e ordinaria che si sta occupando del suo movimento frequentato, a dir poco, da sottufficiali e ufficiali di varie Armi. Se ne frega forse il generale anche delle reazioni alla sua partecipazione alla scuola di Polizia a Torino.

       Il problema ora per la Meloni è di seguire il consiglio appena formulatole da Gianfranco Finin e smentire la rappresentazione di Vannacci, appena fatta anche da Romano Prodi inseguendo la sinistra, di un “complemento del centrodestra”. Salvini dovrebbe bastare e avanzare come anomalia della maggioranza: anomalia ormai più personale che del partito dove la leadership del vice presidente del Consiglio è contestata. E attesa a Pontida col fiato sospeso, per quanto mostri, pure lui, di fregarsene.

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Il voto in Sassonia rimette insieme in Italia Vannacci e Salvini

Al generale Roberto Vannacci, gradito più nei corridoi che nelle aule o nelle stanze, come lui stesso ha provato a Cernobbio, deve piacere l’opera lirica. Egli ha scomodato Giacomo Puccini e la romanza Nessun dorma della sua Turandot per festeggiare e commentare il successo elettorale dell’estrema destra in Sassonia. Alla faccia -ha detto sempre il generale- del senatore a vita ed ex premier Mario Monti, impegnatosi a spendere tutte le sue ultime energie per contrastare la retorica fascista di Futuro nazionale.

       Spero che non dormiranno, per restare alla lirica, gli elettori italiani l’anno prossimo facendo gonfiare ulteriormente il partito di Vannacci. Dalle nostre parti l’antidoto al generale c’è. E la premier Giorgia Meloni, con la sua destra moderata e di governo: altro che il “fascismo bianco” diagnosticato dal costituzionalista Michele Ainis. Una destra di governo che solo una sinistra esasperata, a dir poco, e fuori di senno, sprovvista ancora di un programma e di una leadership alternativa, può pensare di riuscire a sconfiggere grazie ai voti che riuscirà a sottrarle un generale insonne impegnato a raddrizzare il mondo alla rovescia in cui ha scoperto di vivere. Ardua impresa, avrebbe detto Charles De Gaulle, un altro generale.

       La Meloni non farà, credo, a Vannacci il regalo a lungo fatto all’estrema sinistra in Italia, sino a spingerla alla lotta armata, rifiutando di avere concorrenti ancora più a sinistra.

       Piuttosto che giocare col fuoco e fare il tipo per Vannacci  in funzione antimeloniana, una sinistra vera di governo dovrebbe aiutare la Meloni al Senato a introdurre nella legge elettorale il ballottaggio per la capacità che esso ha di sottrarre qualsiasi schieramento, anche di destra, ai condizionamenti estremistici. 

       Sull’aiuto che la sinistra sta ricevendo dall’ancora vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini per scongiurare una simile riforma elettorale c’è ben poco da dire e da scrivere. C’è solo da mettersi le mani fra i capelli, almeno di chi ne ha ancora.  

Pubblicato sul Dubbio

Gli 862 chilometri che separano Dresda da Cernobbio….

       Sono 862 i chilometri che separano Cernobbio da Dresda, la capitale della Sassonia dove l’estrema destra ha festeggiato la vittoria elettorale conseguita sui democristiani e ancor più sui socialdemoratici facendo venire in Italia l’acquolina in bocca al generale Roberto Vannacci. Ma anche al vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini, che non si lascia scappare occasione per sorprendere gli alleati di centrodestra e metterli in difficoltà, a dir poco.

A Cernobbio, ospite del gotha imprenditoriale, come hanno riferito i cronisti, il generale Vannacci per guadagnarsi più attenzione ha dovuto ripiegare nei corridoi dalla platea alquanto gelida. Dove solo l’ultramiliardario di nascita italiana e cittadinanza naturalmente monegasca Manfredi Lefebvre d’Ovidio lo aveva applaudito apprezzandone poi dichiaratamente “la chiarezza”, per quanto il senatore a vita ed ex premier Mario Monti fosse insorto contro “la retorica del fascismo” avvertita nelle parole del capo di Futuro nazionale.  

       Se passiamo dai  corridoi di villa d’Este  a quelli metaforici di Roma, tifano elettoralmente per il generale  gli avversari più accaniti e ossessionati della Meloni e del suo governo appena arrivato al primato di longevità nella storia della Repubblica. Piacciono a costoro i voti che il generale potrebbe prendere alle prossime elezioni sottraendoli alla Meloni, appunto, e consentendo il sorpasso nelle urne ad opera della sinistra pur divisa tra sfrenate ambizioni personali e opposte visioni di politica estera e difesa, non certo marginali in un programma di governo. Nei corridoi di ville e palazzi queste cose possono contare poco, e di più gli abiti del generale, che ne ha cambiati tre in una stessa giornata, e della moglie rumena. Ma sono cose che alla fine fanno la differenza e potrebbero giocare a favore di una premier decisa a “non mollare” fra lo stupore del suo cosiddetto vice Salvini.

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Aldo Grasso butta giù impietosamente Ranucci dal piedistallo

       Lo storio critico televisivo Aldo Grasso ha impietosamente buttato giù, scrivendone sul Corriere della Sera, Sigfrido Ranucci dal piedistallo su cui era salito come campione del giornalismo investigativo. E aveva promosso il suo Report, per quanto ammaccato da una opacità della quale stanno occupandosi anche i magistrati che indagano sull’affare Lavitola, alla “migliore trasmissione nella storia della tv”. “Sergio Zavoli non l’avrebbe mai detto”, ha osservato giustamente il critico del maggiore giornale italiano.

       Aiutato anche da una dirigenza della Rai della quale la premier Giorgia Meloni fa bene a diffidare per i guai che le procura, Ranucci non solo si promuove ma boccia i suoi colleghi professionalmente e moralmente concorrenti o successori, visto che ha perduto comunque la conduzione ereditata a suo tempo da Milena Gabanelli e si deve accontentare di esserne solo il demolitore o protettore.

       “Ministri, leader, cantanti, comici, cuochi più volte compilano da sé il proprio certificato di eccellenza. Il web fa il resto. Trasforma -ha raccontato Grasso- l’autostima in carriera, il profilo in biografia, i follower in elettori. Non occorre più aspettare che siano gli altri a stabilirlo: te lo riconosci da solo e poi trovi quelli che sono d’accordo. Con qualche migliaio di like l’autorevolezza è servita”.  E’ in questo contesto di “autocertificazione” che Ranucci si è gonfiato sino ad esplodere con le sue auto fatte saltare nell’autunno scorso dall’amico ristoratore Lavitola per aumentarne la notorietà ai fini di un maggiore servizio di protezione e di un percorso politico immaginato addirittura come candidato a Palazzo Chigi del cosiddetto campo largo dell’alternativa. Dove la segretaria del Pd Elly Schlein e l’ex premier Giuseppe Conte ritenevano, e ritengono ancora, di essere i maggiori aspiranti.     

La missione fallita del generale Roberto Vannacci a Cernobbio

       Se la missione del generale Roberto Vannacci a Cernobbio, ospite del fior fiore dell’imprenditoria italiana e dintorni, era quella di accreditarsi come un leader -aveva detto al Dubbio il giorno prima- di predisporsi a un accordo col centrodestra   “scritto, pubblico e verificabile su remigrazione, sicurezza, fisco, energia e interesse nazionale, compreso lo stop ad armi e denaro all’Ucraina senza una strategia”, per evitare di “fare la ruota di scorta” di un secondo governo della Meloni nella prossima legislatura; se questa, ripeto, era la sua missione, egli l’ha mancata in pieno.

       Sferzato dal senatore a vita ed ex premier Mario Monti, pronto a “combattere fino all’ultima mia energia il tentativo di ricostituzione della retorica del fascismo”, Vannacci ha toccato con mano il suo isolamento. Si è procurato solo il gelo della platea. Gli rimane solo l’interesse della sinistra a pomparlo per i voti che, correndo da solo, potrà sottrarre al centrodestra facendogli perdere la partita elettorale dell’anno prossimo. Se alla Meloni poteva mai venire la tentazione di recuperare il generale nella speranza di poterlo poi neutralizzare in una maggioranza, Vannacci gliel’ha fatta passare proprio con la sua esibizione a Cernobbio di pura “retorica” fascista, come ha detto Monti. Che è esattamente quella dalla quale la leader della destra di governo deve tenersi lontana, anzi lontanissima, per realizzare la sua politica pragmatica e rimanere in campo scommettendo sull’incapacità del campo largo dell’alternativa di darsi un programma e un leader credibili.

       Va detto che il Vannacci del peggiore “me ne frego” di tradizione fascista, gridato contro le inchieste giudiziarie che si sta procurando il suo movimento servito anche da militari in servizio, è anche alquanto sfortunato. La sua battaglia, per esempio, reazionaria e maschilista contro il reato di femminicidio viene smentita ogni giorno da un nuovo omicidio di donne colpevoli solo di essere tali, e indisponibili al possesso dell’uomo.

       La figura di questo retorico generale, per restare al linguaggio di Monti, è soltanto patetica. Una sinistra ridotta a scommettere su di lui per prevelare sulla Meloni è messa davvero male, anzi malissimo.

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La vera storia dei rapporti, e della rottura, fra Indro Montanelli ed Enzo Bettiza

       Per fortuna solo in navigazione internettiana, e non anche sul Giornale che fu di Indro Montanelli, dove pure aveva aperto una polemica sui giornalisti che si danno alla politica compromettendo, secondo lui, la credibilità della professione e delle testate di appartenenza, Luigi Mascheroni ha attribuito a Indro Montanelli il coraggio e quant’altro di avere “cacciato a calci in culo” Enzo Bettiza per essersi fatto eleggere parlamentare, italiano e poi europeo, dai liberali, dai repubblicani e infine dai socialisti.

       A quasi 60 anni d’età   Mascheroni non ha una buona memoria di cose accadute al Giornale 43 anni fa, quando lui quindi ne aveva meno di 20. Bettiza non fu cacciato né a calci in culo né senza. Si era dimesso nel 1983 dissentendo dalla decisione presa da Montanelli, consultatosi solo con Gian Galeazzo Biazzi Vergani,  che lo stesso Bettiza aveva contribuito ad assumere come uomo di macchina proveniente anche lui dal Corriere della Sera, di non pubblicare un mio commento, come editoriale, di difesa di Bettino Craxi dall’accusa della sinistra democristiana e dei comunisti di volere lottizzare l’Eni ancor più di quanto non lo fosse già. Avevo scritto in quel commento che più della lottizzazione, praticata anche dalla sinistra della Dc e dal Pci quando partecipavano alla ripartizione dei posti negli enti pubblici, non solo alla Rai, non era perdonato al leader socialista l’anticomunismo. Che noi del Giornale -osservo e ricordo oggi- avremmo dovuto sostenere, non penalizzare partecipando a polemiche moralistiche.

       Ma a Montanelli il segretario del Psi non piaceva perché non gli riservava la deferenza di altri politici come Giovanni Spadolini, per esempio. Craxi non scodinzolava. E il suo partito era dichiaratamente, orgogliosamente, autonomamente socialista: una parola che Montanelli riteneva indigesta ai suoi lettori, ai quali egli avrebbe tuttavia riservato poco più di una decina d’anni dopo la sorpresa di accettare gli inviti alle feste dell’Unità, da ex direttore ormai del Giornale, per criticare Silvio Berlusconi datosi alla politica e giunto nel 1994 direttamente e clamorosamente a Palazzo Chigi. Ne accadevano quindi di cose strane già allora nei rapporti fra giornalismo e politica, come fra magistratura e politica.

       Bettiza, dunque, che sullo specifico tema dell’Eni insidiato da Craxi aveva sostenuto pochi giorni prima la mia stessa opinione parlandone a Telemontecarlo, non mi lasciò solo a uscire dal Giornale. E insieme approdammo nel gruppo di Attilio Monti: lui come direttore editoriale dei due quotidiani e io come editorialista della sola Nazione, riservando al Resto del Carlino i commenti una volta comuni di Franco Cangini. Da quel gruppo poi saremmo usciti, sempre insieme, per protesta contro il peso che scoprimmo avesse nelle testate del petroliere la P2 di Licio Gelli.

       Questa è la storia ignorata da Luigi Mascheroni, anzi stravolta raccontando di Bettiza “cacciato a calci in culo”, ripeto, da Montanelli. Che, pace all’anima sua, saliva in cattedra anche quando non lo meritava.

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Nel trigesimo della morte della mia carissima Daniela

Daniela carissima, trascorre oggi un mese dalla tua perdita.  Di te mi sono rimaste le ceneri da custodire, sino a quando non potranno congiungersi con le mie per essere infine disperse nelle acque del nostro mare di Punta Molara, e i ricordi. Che anziché placarsi sono sempre più struggenti. Che fatica sopravviverti….

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