Al netto delle comparse, la partita che si gioca fra Grillo e Salvini…..

              Sceso a Roma dalla sua Liguria per partecipare, col solito codazzo di fotografi alla fiera di “più libri più liberi”, avendone peraltro uno in particolare da presentare sulla mafia, Beppe Grillo ha trovato la voglia e il tempo di un incontro riservato con Luigi Di Maio. Che da capo politico del movimento e vice presidente del Consiglio lo rappresenta nel governo gialloverde di Giuseppe Conte.

            Di questo incontro, chiamiamolo pure vertice,  si è saputa solo la durata: un’ora e mezza, che è il tempo abituale di un pranzo più o meno di lavoro. Ma quello che doveva dire sul governo, sul Corriere.jpgmovimento di cui lui è il garante, l’elevato e quant’altro, sulla convivenza difficile con i leghisti, sulla trattativa con l’Europa per evitare la procedura d’infrazione per debito eccessivo e, più in generale, sulle prospettive politiche, Grillo lo aveva già gridato a modo suo ad un giovanotto che all’appuntamento libraio nella Nuvola di Massimiliano Fuksas gli aveva rimproverato di non essere in quel momento a Torino. Dove si manifestava contro la Tav e le “madonnine” che ne avevano invece sostenuto il mese scorso nella stessa piazza la realizzazione, insieme con altre infrastrutture invise ai grillini.

             In particolare, Grillo aveva apostrofato lo sconosciuto, forse confondendolo lì per lì per qualcuno dei “giornalisti malvagi” dai quali si sente sempre circondato e perseguitato, concedendogli tuttavia alla fine una primizia. O, se preferite, esprimendogli un oracolo, come ai tempi d’oro a Delfi: “La Tav non si farà. Te lo garantisco io”.

             Parola di Grillo, insomma, su un tema che è diventato quasi dirimente nel governo. Tanto dovrebbe bastare anche per Di Maio. Non parliamo poi del ministro grillino delle infrastrutture, il ricciuto Danilo Toninelli, che ancora perde il suo tempo con le famose verifiche dei costi e dei benefici, procurandosi peraltro una sfottente vignetta di Vauro Senesi, per Il Fatto Quotidiano, che ha  rovinato i rapporti fra l’autore e il direttore Marco Travaglio.

             Contemporaneamente, o quasi,  e sempre a Roma, i rappresentanti di imprenditori, artigiani e quant’altri ricevuti con tutti i riguardi dal vice presidente del Consiglio, ministro dell’Interno e leader della Lega Matteo Salvini al Viminale, Viminale.jpgtornato perciò ad essere per qualche ora la sede della Presidenza del Consiglio, come ai tempi di Alcide Gasperi e di Mario Scelba, sentivano tutt’altra musica. Essi raccoglievano cioè l’impressione che Salvini fosse rimasto, col suo partito, favorevoleIl Fatto.jpg alla realizzazione della linea di traffico commerciale veloce sulle rotaie fra Lione e Torino. E che avrebbe fatto valere questa convinzione nel governo, insieme con altre questioni sollevate dai suoi ospiti.

           A questo punto, se e quando, e come, il presidente del Consiglio Conte, forte della “procura” ricevuta dai suoi due vice, riuscirà a sottrarre il governo e l’intero Paese alla procedura europea d’infrazione, modificando a dovere al Senato il bilancio appena approvato alla Camera con la fiducia, e soprattutto convincendo gli interlocutori di Bruxelles e dintorni, sarà quanto meno curioso verificare chi dei due -fra Salvini e Grillo- la spunterà sulla Tav. Quale dei due oracoli, o l’oracolo intero di Grillo e il mezzo oracolo di Salvini, risulterà vero. E, infine, nelle mani di quale dei due, sempre fra Salvini e Grillo, al netto del ruolo affidato da ques’ultimo a Conte e a Di Maio, in ordine alfabetico, sia davvero finita l’Italia, almeno per ora.  

 

 

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Matteo Savini si è un pò “allargato” nella piazza romana del popolo

                E pensare che Giuseppe Conte, con la mania che ha, come avvocato e professore di diritto prestato a Palazzo Chigi, di chiamare per nome o categoria giuridica tutto quello che gli capita di stendere o trattare, aveva tenuto a definire “procura” il mandato fiduciario affidatogli con un comunicato congiunto dai suoi due vice presidenti del Consiglio, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, di trattare con la Commissione Europea manovra finanziaria, bilancio e quant’altro. Di cui le Camere si occupano aggiornandone via via il contenuto alle esigenze, vere o presunte, del negoziato del presidente del Consiglio.

                Quello smemorato, a dir poco, di Salvini si è fatto prendere la mano, la parola, la testa dalle decine di migliaia di tifosi personali, prima ancora della Lega, radunati in Piazza del Popolo, a Roma, per farsi dare un mandato a trattare lui per l’Italia con l’Europa. Il passaggio del discorso a questo proposito è stato di una chiarezza estrema.

                Gli interlocutori di Bruxelles e dintorni, da tempo ormai sul piede di guerra di una costosa procedura d’infrazione per debito eccessivo, già sconcertati dal fatto di doversi ogni tanto incontrare e confrontare con un ministro italiano dell’Economia praticamente svuotato di funzioni, si staranno chiedendo se e quali credenziali abbia ancora, e davvero, il pur presidente del Consiglio Conte. Che, poi, di credenziali non dovrebbe neppure avere bisogno perché in forza dell’articolo 95 della Costituzione “dirige la politica generale del Governo”, con la maiuscola, “e ne è responsabile”. Egli inoltre “mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”, per cui francamente non si capisce -ripeto- con quale logica e per quali motivi i suoi vice e quanti altri nel Governo, sempre al maiuscolo, si sentano nel diritto di concedergli -e teoricamente anche di ritirargli in seguito- mandati, procure e altre diavolerie, col risultato di stendere attorno all’esecutivo un’aria di provvisorietà, di indeterminatezza, di confusione e, complessivamente, di inattendibilità.

                 Il ruolo di leader politico, quale sicuramente egli è come capo, peraltro indiscusso, di una Lega in costante crescita elettorale, tanto da sentirsi ormai più forte dell’altro partito di governo, il movimento delle cinque stelle, che pure ha quasi il doppio della rappresentanza parlamentare  del Carroccio, non dovrebbe conferire a Salvini il potere di indirizzo e altro ancora che di fatto sta esercitando come vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno.

                I panni pur larghi di ministro proprio dell’Interno vanno ormai sempre più stretti all’attuale inquilino del Viminale. Che in un empito di sincerità e insieme di audacia, intervistato qualche sera fa su canale 9 da due giornalisti, uno dei quali Andrea Scanzi, del Fatto Quotidiano, non ancora ripresosi dallo shock, si è autodefinito “ministro della Sicurezza”, non dell’Interno. Ed è proprio in nome della Sicurezza, al maiuscolo, che Salvini si sente evidentemente autorizzato a muoversi fuori e dentro i confini nazionali anche come ministro degli Esteri, della Difesa, dell’Economia, e persino come presidente del Consiglio incidentalmente costretto alla riduttiva funzione di vice.

            Rolli.jpg  Comunque il popolo, almeno quello raccoltosi nell’omonima piazza romana, che ha tuttavia preso il nome dalla Madonna cui è dedicata la Chiesa maggiore che vi si affaccia, oltre che dal boschetto di pioppi attribuito alla vecchia tomba di Nerone, pare abbia gradito l’invadenza e l’esuberanza politiche di Salvini. Non resta che vederne gli effetti.

 

 

 

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L’Italia che si nasconde anche dietro l’ovazione a Sergio Mattarella

           Declassata -giustamente- a notizia minore la fiducia della Camera al governo sul bilancio del 2019, destinato a tornare a Montecitorio con le modifiche che lo stesso governo sta faticosamente elaborando nel tentativo di scansare la costosaOvazione.jpg procedura europea d’infrazione, i giornali hanno diviso l’attenzione delle loro prime pagine fra la lunga ovazione a Sergio Mattarella, presente all’inaugurazione della nuova stagione operistica al teatro milanese della Scala, e il ritratto impietoso che ha fatto dell’Italia l’ormai storico Censis di Giuseppe De Rita.

            Le due cose -l’ovazione al presidente della Repubblica e l’Italia “incattivita” rappresentata dal Censis- sono fra loro in contrasto. Eppure convivono nella realtà del Paese, anche se a prima vista si potrebbe essere tentati di ridurre la portata dell’ovazione a Mattarella perché tributata da un campione assai elitario della società, accorso in ghingheri alla rappresentazione dell’Attila di Giuseppe Verdi. Un campione, cioè, di autorità di vario livello, poteri cosiddetti forti e borghesi molto ben messi. Che con una coincidenza significativa nel suo blog personale Beppe Grillo ha identificato nei sostenitori di tutte le grandi opere contestate dal suo movimento politico, a cominciare dalla Tav. E ha quindi bollato severamente come “una realtà fisica enorme, costosa e inquinante”.

            In soccorso, diciamo così, di Mattarella e dell’ovazione dei borghesi descritti così male da Grillo interviene la cronaca da Milano del quirinalista del Corriere della Sera, Marzio Breda. Dove si racconta degli applausi popolari che il presidente della Repubblica   aveva già ricevuto fuori dal teatro, arrivandovi: applausi di gente comune.

            Eppure il contrasto fra le due rappresentazioni -l’Italia incattivita di De Rita e il capo dello Stato applauditoCensis.jpg fuori e dentro il teatro La Scala- rimane. E’ come se si contrapponessero il Paese reale e quello legale: una contrapposizione non nuova, in verità, da quando la politica ha cominciato a perdere colpi, molti anni fa, e si è cominciato a sondare le ragioni per le quali il Parlamento, per esempio, già quello dei partiti forti e consolidati, com’erano la Dc, il Pci e il Psi, sembrava distinto e distante dagli elettori che pure lo eleggevano.

             Quel già vecchio contrasto, ora che non a caso di partiti forti e consolidati non c’è più traccia, o quasi, sembra aggravato e persino esploso. La chiave di lettura di questa realtà inquietante sta probabilmente nell’intuizione sociologica che ha portato De Rita ad avvertire e indicare, nel suo cinquantaduesimo rapporto sull’Italia, un “sovranismo psichico”. Che “si è installato nella testa e nel comportamento degli italiani”, e non solo in quella di Matteo Salvini e dei suoi crescenti elettori leghisti.

             Il sovranismo intuito e descritto dal sociologo De Rita altro non è, se ci riflettiamo un po’ sopra, che l’anarchia. E in effetti con le sue pulsioni egoistiche, con la sua concezione alterna della legalità, e persino dell’onestà, che pure i grillini hanno adottato come slogan, salvo disattenderla  pure loro quando capita l’occasione, l’Italia è più vicina all’anarchia che all’ordine, o alla sicurezza.

            Su questo stato di cose, aggravato da una nuova recessione incipiente, dovrebbe riflettere anche Salvini, che pure si considera il leader più attrezzato e quotato sui versanti proprio dell’ordine e della sicurezza, come gli riconoscono pure i grillini. Che al governo lasciano in questo campo al leader leghista l’ultima parola, anche a costo di perdere voti e di avvitarsi in crisi interne al loro movimento.

             Un’Italia incattivita e anarchica alla fine rifiuterà pure Salvini, nella logica della famosa favola dello scorpione che, non potendo resistere al suo istinto, punge la rana che lo trasporta nell’attraversamento dell’acqua e affoga con lei.

 

 

 

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Le spericolate avventure del governo sul percorso della manovra finanziaria

             Potrebbe essere preso anche alla lettera il veicolo cieco che con la solita, felice fantasia è stato “sparato” in prima pagina dal Manifesto pensando anche al vicolo senza uscita in cui si è infilato il governo, a proposito della soprattassa sulle auto a benzina e a nafta reclamata dai grillini e contestata dai leghisti.

              La macchina del governo gialloverde continua a viaggiare sulla strada della rimodulazione -come la chiama il presidente del Consiglio Giuseppe Conte- della manovra finanziaria bocciata dalla Commissione Europea. Al volante c’è sempre lui, Conte, con le cinture appena rafforzate con la “procura” rilasciatagli dai due vice presidenti, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, a trattare con gli organismi comunitari per schivare la procedura d’infrazione in cantiere per debito eccessivo. Ma non per questo la guida ha smesso di essere cieca. L’auto sbanda continuamente e travolge tutto quello che incontra: paradossalmente anche le opposizioni. Che già non stavano molto bene alla nascita del governo, ma adesso stanno anche peggio.

              E’ significativo, a quest’ultimo proposito, ciò che sta accadendo nel Pd, dal cui apparecchio in volo -diciamo così- verso le primarie di marzo e il congresso l’ex segretario Matteo Renzi è tentato di buttarsi giù, con e forse anche senza il paracadute, tanta è l’ostilità che lo circonda a bordo. Dove non si capisce più cosa gli contestino di più: se la sopravvivenza fisica alle sconfitte, sia quelle procuratesi da solo sia quelle procurategli dal cosiddetto fuoco amico, o il ruolo svolto dopo le elezioni del 4 marzo, pur non essendone più alla guida, per impedire un accordo di governo con i grillini. Di cui il presidente pentastellato della Camera, Roberto Fico, aveva cercato di creare i presupposti nell’esplorazione affidatagli dal capo dello Stato.

              Sergio Mattarella forse avrebbe preferito una simile soluzione alla crisi, piuttosto che improvvisare un governo gialloverde con una fortissima ipoteca leghista, temuta più ancora dell’improvvisazione abituale dei grillini.

               Per tornare dall’aereo congressuale del Pd al al veicolo cieco del governo, verrebbe voglia di esprimere qualche sentimento di solidarietà umana, al netto degli errori che ha sicuramente Tria.jpgcommesso pure lui,  al ministro dell’Economia Giovanni Tria. Che, già ridimensionato politicamente e tecnicamente dalla procura a trattare con l’Europa affidata dai leader grillino e leghista a Conte, ora non ha più accesso sicuro a vertici, riunioni e quant’altro di governo. E, stando a retroscena giornalistici non smentiti fino a questo momento, sfoga la sua delusione, per non dire altro, mandando messaggini telefonici all’amico Renato Brunetta, che però a Montecitorio è tra i più agguerriti oppositori sui banchi di Forza Italia: più agguerrito persino di Renzi al Senato, con una concorrenza che forse serve anche a limitare la capacità di attrazione sui forzisti che a torto o a ragione viene attribuita, in caso di una sua uscita dal Pd, all’ex presidente del Consiglio. 

 

 

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Stampa avvisata, per niente salvata dal governo a cinque stelle

Alla festa dei primi- e, si spera, non ultimi-  cento anni della stampa parlamentare, vista certa smania per la democrazia digitale, si è consumato uno scontro col governo, rappresentato nella Sala della Lupa di Montecitorio dal sottosegretario all’editoria, il grillino Vito Crimi. Conviene raccontarlo e dedicargli qualche riflessione.

Reduce peraltro da un intervento critico sul blog ufficiale del suo movimento nei riguardi dei giornali, che non sarebbero abbastanza rigorosi e imparziali per la massiccia presenza di editori “impuri”, Crimi non ha gradito le proteste e preoccupazioni espresse dal presidente del collegio di garanzia e promozione culturale  dell’associazione della stampa parlamentare, Giorgio Frasca Polara, per il clima di insofferenza e a volte persino di minaccia avvertito negli ultimi tempi dai giornalisti. Che occupandosi di politica sono pur adusi alle difficoltà del loro lavoro nei rapporti col potere, per chiamarlo in senso lato.

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio non ha gradito. Ed ha ritenuto di restituire pan per focaccia, diciamo così, quando gli è toccato di prendere la parola, dopo l’intervento di saluto e di augurio del presidente della Camera Roberto Fico, a metà quasi della festa.

In particolare, Crimi ha ritenuto di cogliere l’occasione offertagli dalla storica Simona Colarizi, che aveva ricordato il peso, a suo avviso determinante, avuto nel 1914 dal Corriere della Sera nella partecipazione dell’Italia alla prima guerra mondiale, per sviluppare pressappoco questo ragionamento: facendo politica, la stampa deve stare al gioco e subirne quindi le conseguenze. Siamo insomma ai guai ai vinti, o quasi. E sentendosi un vincitore, salvo poi dichiararsi anche lui, sconsolato, “in attesa di Godot” sul suo blog personale di fronte alle difficoltà anche del governo gialloverde, Beppe Grillo può allegramente gridare sulle piazze la voglia che ha di mangiare, anzi divorare, i giornalisti per il solo gusto di poterli poi “vomitare”, mettendosi evidentemente le dita in bocca.

È curioso che Crimi abbia fatto il suo ragionamento sulla stampa che fa politica, e ne deve perciò subire le conseguenze, parlando “a nome del governo”, come ha precisato in ben due passaggi del suo intervento. Davvero curioso.

Con tutto il rispetto e anche la simpatia che merita la professoressa Colarizi, molti giornalisti, credo la maggior parte di essi, hanno ritenuto e tuttora ritengono non di fare politica ma di raccontarla e/o di commentarla: anche quelli della stampa dichiaratamente e trasparentemente di partito, purtroppo in estinzione, o quasi. Dico purtroppo perché essa è stata benemerita per la crescita della professione e della democrazia in Italia e altrove.

La passione e la militanza, quando è -ripeto- dichiarata e trasparente, non compromette la professione giornalistica, purché sia chiaro il limite fra chi racconta la politica, pur con la sua parzialità, pari d’altronde a quella del cronista di una partita di calcio, e chi poi traduce la politica in decisioni e ne risponde non ai lettori, perdendone o guadagnandone per strada, ma agli elettori, ottenendone o no l’investitura alle funzioni legislative, e a tutte quelle che ne derivano costituzionalmente, comprese quelle esecutive.

Non meno di noi giornalisti, stando al ragionamento di Crimi, hanno fatto politica, almeno in questi ultimi tre decenni, i magistrati. Basterebbe rileggersi, intrecciate fra di loro, le cronache giudiziarie e politiche della stagione di “Mani pulite”. Con la differenza che noi giornalisti disponiamo della reputazione altrui, specie quando sostituiamo i tribunali nei processi, e i magistrati invece dispongono anche della libertà altrui.

Mi prenderebbero per pazzo, e non solo le toghe, se osassi scrivere che i magistrati facendo politica -e Dio sa quanta ne abbiano fatta, ripeto, a volte senza neppure rendersene conto, al riparo della obbligatorietà dell’azione penale e dei tre gradi di giudizio-  debbono stare al suo gioco, e subirne gli effetti. O incassarne i vantaggi quando una partita elettorale o di governo si chiude a loro favore, come accadrebbe ai giustizialisti se passasse il tentativo, già tradottosi in un emendamento alla legge sulla corruzione all’esame del Parlamento, di bloccare la prescrizione alla prima sentenza, esonerando gli altri due gradi di giudizio dalla garanzia costituzionale, e quindi dall’obbligo della ragionevole durata dei processi.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

La disperazione di Grillo davanti allo spettacolo del governo

           Sempre a mezza strada, furbescamente, fra il carattere personale del suo blog e il ruolo che ha voluto conservare di garante, “elevato” e quant’altro del suo movimento, ora al governo dell’Italia insieme con la Lega,  Beppe Grillo ha dato una rappresentazione drammatica della politica e, più in generale, del Paese. Di cui è francamente impossibile che egli possa scaricare tutte o le maggiori responsabilità sulle opposizioni, di certo malmesse. Non sono loro di certo il Godot che, ispirato da Samuel Beckett, il comico genovese aspetta inutilmente come un barbone su una strada,  come in teatro, o nella maschera indossata dietro la scrivania di casa.

          Col pretesto di parlare di tecnologia e futuro Grillo ad un certo punto ha detto, testualmente: “Arriveremo a non capire più chi siamo, dove siamo e cosa facciamo: è esattamente quello che sento io oggi della politica italiana. Non sappiamo dove andiamo, cosa facciamo e cosa stiamo pensando. Aspettiamo questo Godot”. E poi ancora, in un moto di ulteriore furbizia e comicità, o di comica furbizia: “Non ho capito cosa ho detto, ma è lo stesso”.

          Ebbene, più caustico commento Grillo non poteva fare da casa sua, magari appena dopo avere parlato al telefono con qualcuno dei “portavoce” a Roma e dintorni, allo spettacolo del governo e della maggioranza fra aule e commissioni parlamentari, riunioni a Palazzo Chigi, dichiarazioni, interviste e indiscrezioni. E fra intrecci di decimali, numeri, numerini, date e quant’altro Schermata 2018-12-06 alle 08.36.44.jpgsulla manovra finanziaria varata sfidando mezzo mondo, ma ora in via di progressivo e confuso ridimensionamento per cercare di evitare la costosa procedura europea d’infrazione. Che il presidente del Consiglio in persona aveva preso sotto gamba, dicendo di potervi “convivere”, prima di scoprirne la insostenibilità col sopraggiungere di un processo di recessione economica. E dell’allarme scattato in tutte le componenti produttive del Paese.

          Munito di “procura” dai due vice presidenti del Consiglio, come egli stesso ha tenuto a definire la delega attribuitagli invece dai giornali riferendo del comunicato congiunto di Luigi Di Maio e Matteo Salvini a suo favore, il professore Conte sta gestendo una sofferta e al tempo stesso penosa retromarcia. Che è poi nella direzione indicata o voluta, prima ancora che dalla commissione europea con la bocciatura dei conti, dal ministro dell’Economia Giovanni Tria fra le proteste, e le minacce di epurazione, o qualcosa del genere, rivolte ai suoi principali collaboratori, e alti funzionari dello Stato, levatesi addirittura dal portavoce del presidente del Consiglio.

          Se fossi un editore, mi affretterei a offrire un contratto d’oro -ma d’oro davvero, non quello falso delle pensioni sotto taglio non appena superano i 90 mila euro lordi l’anno- al professore Tria per acquisire i suoi diari come ministro alla fine di questa sconvolgente esperienza che gli è capitato di vivere. E che probabilmente egli avrebbe già interrotto, anziché smentire o lasciare smentire da altri le ricorrenti voci di dimissioni, se non fosse stato trattenuto personalmente dal presidente della Repubblica, convinto forse non a torto di non poter evitare in tal caso una crisi di governo devastante prima dell’approvazione del bilancio.   

 

 

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Matteo Salvini stressa il governo. Giuseppe Conte col fiato sospeso

              Di certo, questo governo gialloverde non si annoia, né annoia chi ne scrive. Non ha grandi risorse economiche, come si è appena deciso a riconoscere rimodulando la manovra finanziaria – che pure fu festeggiata come una sfida all’Europa dal vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio sul balcone di Palazzo Chigi- ma ha grandissime risorse di fantasia, di sorprese, di colpi di teatro.

           Basterà citare quanto è  accaduto al  buon Giuseppe Conte, appena restituito a tutti gli onori della carica di presidente del Consiglio dai suoi due vice con la “procura” –“non la delega”, ha precisato lo stesso Conte- a trattare con la Commissione europea le rinunce necessarie ad evitare, o cercare di evitare, la costosa procedura d’infrazione per debito eccessivo.

           Trattenuto a “colloquio” da Annalisa Cuzzocrea, di Repubblica, nel suo ufficio di governo “sotto lo sguardo -ha raccontato la giornalista- della Madonna della Seggiola di Raffaele Sanzio”, il capo del governo si è vantato del cambio di marcia e di tono strappato ai suoi due vice, e già tradottosi secondo lui in una trentina di punti in meno di spread nei mercati finanziari. “Avete visto com’è cambiato il linguaggio?”, ha chiesto Conte alla sua interlocutrice coinvolgendo nella domanda anche gli assenti: dal direttore del giornale ai lettori.

           Quasi contemporaneamente, pur non parlando -una volta tanto- di Europa e dei suoi commissari,  il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini mandava pubblicamente a quel Paese il capo della Procura di Torino, Armando Spataro, sollecitandolo ad andare in pensione e finalmente a riposarsi. Non proprio il massimo, di linguaggio e altro, per un uomo di governo alle prese con un magistrato, pur in presenza di un rapporto logorato -bisogna riconoscerlo- per responsabilità di entrambi.

           Già distintosi nei mesi scorsi per giudizi critici espressi pubblicamente sul conto di Salvini nella gestione del fenomeno dell’immigrazione, Spataro lo aveva appena redarguito, sempre pubblicamente, per la gestione di una vicenda stavolta riguardante direttamente il proprio lavoro di capo della Procura torinese.

           Il ministro dell’Interno, informato dal capo della Polizia di prima mattina di un’operazione giudiziaria nel capoluogo piemontese per mafia e droga col coinvolgimento di immigrati nigeriani, si era affrettato a darne personalmente l’annuncio al pubblico. Ma, lungi dall’essere conclusa, l’operazione giudiziaria era ancora in corso, col rischio e persino  l’effetto di essere danneggiata dagli elogi del ministro, invitato perciò da Spataro non in modo riservato, come sarebbe stato forse più corretto, ma pubblico a non ripetere in futuro lo stesso errore.

             In ogni caso, l’ultima parola che Salvini ha voluto darsi o mantenere nello scontro col magistrato, riferendosi alla vicina conclusione della sua carriera, lo rendono francamente indifendibile. E giustificano le reazioni che ha provocato sia in sede giudiziaria sia in sede politica, pur col tentativo del ministro grillino della Giustizia di contenere l’incidente in un “corto circuito informativo”. Esso si sarebbe prodotto con la convinzione maturata da Salvini che l’operazione comunicatagli dal capo della Polizia fosse conclusa, e non ancora in corso, essendo in effetti risultate poi sbagliati alcuni particolari annunciati dal ministro.

           Sono immaginabili le dita intrecciate di Conte all’idea che lo stesso Salvini e l’altro vice presidente del Consiglio non resistano alla tentazione di parlare in pubblico delle trattative che lui sta conducendo con l’Unione Europea sulla manovra, nel frattempo operata a cuore aperto in Parlamento con un intreccio di emendamenti, votazioni, annunci di ricorsi alla fiducia, rapporti e quant’altro : altra cosa molto curiosa, diciamo così.

 

 

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I primi, e si spera non ultimi, cent’anni della stampa parlamentare

              L’associazione della stampa parlamentare festeggia i suoi cent’anni di vita, a pochi giorni di distanza dal centenario dell’aula della Camera. Si spera francamente che non siano i primi e pure gli ultimi, peraltro già interrotti una volta da un regime, quello fascista naturalmente, che ridusse a brandelli tutta la stampa, e non solo quella parlamentare, dopo avere profanato l’aula di Montecitorio ancora fresca, si può dire, dell’arte di Ernesto Basile.

             La profanazione avvenne con l’olio di ricino della presentazione del primo governo di Benito Mussolini. Il quale, con un passato ahimè anche di giornalista, si presentò in quello che era stato progettato come il tempio della democrazia parlando di “aula sorda e grigia”, da lui risparmiata all’ultimo momento, ma per poco, al destino di “bivacco di manipoli”.

            Non voglio, per carità, paragonare minimamente questo declinante 2018 al 1922 di quello sciagurato discorso di un presidente del Consiglio in cui c’era già tutto il seme di ciò che sarebbe poi accaduto. Ma si respira oggi una brutta aria di sospetto, di insofferenza e persino d’intimidazione che sarebbe un grave errore sottovalutare.

           Anche negli anni della cosiddetta prima Repubblica i rapporti fra la stampa e la politica hanno vissuto momenti di difficoltà. Non parliamo poi di quelli fra la stampa e la magistratura. Non dimenticherò mai quei “pennivendoli miserabbili”, con due b, gridati da Ugo La Malfa su una tribuna congressuale del suo partito contro i giornalisti di cui chiaramente non aveva gradito cronache e commenti. Eppure, ripeto, era Ugo La Malfa: lo stesso che poi, in un Transatlantico tramortito dalla notizia del sequestro di Aldo Moro e della strage della sua scorta, il 16 marzo 1978, reclamò con la rabbia di cui solo lui era capace il ripristino della pena di morte contro i terroristi.

          Ma la stampa ora riceve insolenze e minacce da esponenti di ben diversa consistenza, che la vorrebbero  supina alle loro attese, alle loro visioni, ai loro interessi politici. E parlano della voglia di “mangiare i giornalisti per il gusto di poterli poi vomitare”, come gridò una volta a un pubblico divertito, anziché scandalizzato, Beppe Grillo. Da cui non mi risulta che poi siano venute parole di scuse, neppure sarcastiche.

         Sul blog delle  cinque stelle, il blog cioè del movimento grillino, si legge in questi giorni una specie di lezione di giornalismo, pur impartita con le più larghe assicurazioni della volontà del maggiore dei due partiti al governo di garantire la libertà d’informazione, d’opinione e quant’altro. “La stampa, i giornalisti -si legge in questa lezione- dimostrino di essere rigorosi e preparati a fare le pulci al potere e a chi guida il Paese. Questo è il suo compito e perciò deve farlo sempre. E non solo col Movimento 5 Stelle”.

         Non vorrei che su questa strada si arrivasse al “bollino etico” anche per i giornalisti, come ad un altro esponente grillino è venuto di proporre per gli avvocati.

         Ma chi giudica del rigore, della preparazione, dell’onestà e della imparzialità dei giornalisti, per quanto l’imparzialità sia di per sé un concetto molto relativo. I lettori, si presume, oltre ai magistrati, cui si rivolgono i politici e gli stessi magistrati quando si ritengono ingiustamente trattati dai giornalisti. Riesce francamente difficile confondere con lettori disinteressati, e neppure con i magistrati, l’autore della lezione sul blog delle stelle. Che è il senatore grillino Vito Crimi: non però un parlamentare fra i tanti, bensì il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’editoria. E’ un uomo, volente o nolente, in conflitto politico d’interesse quando si mette a giudicare i giornalisti. E predispone, magari, provvedimenti destinati a interferire con il loro lavoro.

          Un uomo con quelle delicatissime funzioni di governo, per quanto abbia studiato matematica all’università e abbia fatto l’assistente giudiziario alla Corte d’Appello di Brescia, come si legge nella sua biografia, non può mettersi a impartire lezioni a stampa e giornalisti partecipando con i suoi colleghi di partito alla campagna #iononcicasco.  

         Va bene che questo è un governo dichiaratamente del cambiamento, ma non è per niente detto che esso sia il detentore della verità, che purtroppo -lo riconosco- anche noi giornalisti serviamo male quando abbiamo la presunzione di farne addirittura una testata, con la presunzione quindi della infallibilità, pari nel suo carattere arbitrario solo a quella del censore.

          Crimi -sia detto per inciso- ha voluto partecipare alla festa del centenario della stampa parlamentare. Ed ha preso anche la parola, dopo il “saluto” del presidente della Camera e suo collega di partito Roberto Fico, per difendere la propria posizione critica all’ombra di una storica che aveva attribuito alla stampa un ruolo politico, per cui i giornalisti dovrebbero anche accettare di subirne le conseguenze. La sua è stata una partecipazione che non so, francamente, se definire più disinvolta o coraggiosa, anche perché espressa pure “a nome del governo”.

Quei due in barca, Conte e Juncker, non sono messi molto bene

               Si, è proprio lui, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, inconfondibile con quel ciuffo e quel naso, l’uomo impegnato a remare col presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker sulla stessa barca, o barchino, nella vignetta della prima pagina del Corriere della Sera. Che è stata ispirata ad Emilio Giannelli dall’incrocio delle notizie politiche giunte dal vertice mondiale in Argentina, di cui Conte e Juncker hanno profittato per trattare sui controversi conti italiani bocciati a Bruxelles, e dai due vice presidenti del Consiglio in Italia, Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

               Questi ultimi hanno indicato appunto in Conte tanto paradossalmente quanto generosamente, ma anche perfidamente, come vedremo, “il garante ideale per la nostra interlocuzione con l’Europa”. Anzi, l’uomo che “sta spiegando in modo encomiabile la dirompente portata delle scelte per il cambiamento” fatte dal governo gialloverde con la manovra finanziaria e la legge di bilancio del 2019 all’esame del Parlamento. Ma che hanno messo l’Italia sull’orlo di una costosa procedura comunitaria d’infrazione per debito eccessivo.

              La dichiarazione congiunta dei due vice presidenti, e capi politici dei rispettivi partiti che compongonoImvestitura.jpg l’esecutivo, tradotta da alcuni giornali in una “investitura” di Conte, è paradossale, o paradossalmente ovvia, per l’evidente primazia istituzionale conferita al capo del governo dalla sua stessa carica e dall’articolo 95 della Costituzione. Che gli conferisce il dovere, oltre che il diritto, su cui peraltro ha scommesso il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nominandolo, di “dirigere la politica generale del Governo” e di esserne “responsabile”. Per cui egli “mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”, comprese quelle dei suoi due vice, titolari peraltro di dicasteri importanti come quelli dello Sviluppo Economico, del Lavoro e dell’Interno.

             Il carattere quasi sorprendentemente generoso di quella dichiarazione congiunta sta nel fatto che nei suoi primi sei mesi di vita il governo gialloverde si è distinto per una certa avarizia, o diffidenza, dei due vice presidenti nei riguardi del loro superiore sul piano istituzionale. Più che aiutarlo, confortarlo o incoraggiarlo, Di Maio e Salvini hanno spesso tirato la giacca a Conte. Lo hanno altrettanto spesso preceduto o corretto, a volte persino smentito. Essi lo hanno, diciamo pure, scavalcato puntando sulla propria forza politica, ed anche sulla buona educazione di Conte, apparso spesso sin troppo condiscendente verso le loro maniere. Che è una cosa -mi risulta- non sempre compresa e tanto meno apprezzata al Quirinale.

           Il carattere perverso di quella dichiarazione congiunta di Di Maio e Salvini o -ripeto- “investitura”, sta nella sfiducia o nella ulteriore distanza che ne deriva quasi automaticamente dal ministro dell’Economia Giovanni Tria. Che a torto o a ragione, ma forse più a ragione Tria.jpgche a torto, nonostante le incertezze e persino gli sbandamenti colti a tratti nella gestione della manovra finanziaria, fino a subire lo sfondamento del deficit al 2,4 per cento bocciato poi a Bruxelles, è apparso negli ultimi tempi più propenso di tutti a correggere numeri e numerini, come li chiama Di Maio: tanto propenso, da essersi procurato di recente nell’aula del Senato l’apprezzamento e il voto favorevole dell’ex presidente del Consiglio Mario Monti. Il nome del quale è una garanzia, diciamo così, gradita o sgradita che sia, in materia di severità, rigore e quant’altro.

             L’effetto di tutte queste spinte e ragioni contraddittorie della “investitura” appena conferita a Conte dai due vice si vede in quel remo che Giannelli ha messo nelle mani del presidente del Consiglio, e che va nella direzione e forza opposta al remo imbracciato da Juncker. I due sono sulla stessa barca, d’accordo, per ripetere ciò che Conte ha detto cercando di seminare fiducia e ottimismo perché nessuno dei due dovrebbe avere interesse a rovesciarla, ma se riusciranno a muoverla, e in quale direzione, viste le diverse e persino opposte investiture ricevute, nessuno può onestamente dirlo o solo prevederlo.

 

 

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