Il coraggio di restare dopo la sconfitta referendaria sulla riforma della magistratura

Anche o soprattutto in politica, come più in generale nella vita, in azienda, in famiglia, occorre qualche volta più coraggio a restare che a mollare, a resistere che a rinunciare, ad avanzare che a ritirarsi.  E’ il caso della premier Giorgia Meloni –“la leonessa”, come l’ha chiamata Mario Sechi- che si fronte alla sconfitta del sì referendario alla riforma costituzionale della magistratura, nonostante fosse più trasversale del no sulla carta prima ancora che nelle urne, ne ha preso atto rispettosamente, senza recriminazioni, e ha confermato quello che aveva già annunciato: la determinazione a rimanere  al suo posto e a concludere il mandato quinquennale di legislatura conferitole dagli elettori tre anni e mezzo fa.

       Lo farà, la presidente del Consiglio, per quante difficoltà continuerà a incontrare, prevedibilmente aumentate, sul versante giudiziario nel suo lavoro, a cominciare da quello in tema di contrasto all’immigrazione clandestina non a caso sottolineato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. Pure lui deciso  a restare al suo posto, per quanto potranno aumentare gli insulti abitualmente rivoltigli dai Travagli di turno soprannominandolo “mezzolitro” o “fiasco” intero.

       A sconfiggere referendariamente il governo e la sua riforma della magistratura non è stato il merito della stessa riforma, con la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, i due Consigli superiori e l’Alta Corte di disciplina, ma la politicizzazione imposta dalle opposizioni, per quanto la Meloni, diversamente da Matteo Renzi una decina di anni fa, l’avesse spoliticizzata e spersonalizzata al massimo, escludendo dimissioni o addirittura il ritiro dalla politica  in caso di sconfitta.  Una politicizzazione, quella voluta dalle opposizioni, barando le carte della partita. Cioè attribuendo, per esempio, alla politica la volontà di sottomettere la magistratura, quando il problema era, e rimane,  di ricostituire fra le due l’equilibrio voluto dai padri costituenti e rotto “bruscamente” -parola di Giorgio Napolitano al Quirinale che ripeto per l’ennesima volta- negli anni di “mani pulite”.

       Nel mirino della riforma non erano finite l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, garantite dall’articolo 104 della Costituzione anche nel testo bocciato dal referendum, ma semplicemente e finalmente l’onnipotenza della magistratura. Di cui solo a referendum chiuso e vinto dicendo bugie il presidente dimissionario dell’associazione nazionale dei magistrati, Cesare Prodi, ha riconosciuto “errori” e quant’altro da correggere. Se lo avesse detto prima, a campagna referendaria ancora aperta, avrebbe fatto onestamente meglio. Ora egli è in buona compagnia del mio amico Clemente Mastella, sindaco di Benevento e pluri-ex, che dopo avere contribuito alla vittoria del no, pur con tutti i problemi ingiustamente avuti con la giustizia, ha dichiarato di attendersi dai magistrati “un maggiore senso di responsabilità” e di misura. Ora che la Repubblica d’Italia uscita dal referendum del 1946 e disciplinata dalla Costituzione in vigore dal 1948 ha finito di essere “fondata sul lavoro”, come dice l’articolo uno, ed è invece fondata di fatto sulle Procure? Dai, Clemente. Una Repubblica ancora più giudiziaria di quella ammessa o lamentata anche da fior di costituzionalisti.

       Mi consola, almeno personalmente, l’idea che la premier nel suo coraggio di restare e di scommettere ancora sul buon senso degli elettori, per quanto possano averla delusa nel referendum sulla magistratura, sarà aiutata dagli avversari politici. Che già nel festeggiamento del no referendario, tra interviste, sceneggiate di piazza, brindisi con bicchieri di carta e quant’altro, hanno messo in impietosa evidenza le loro debolezze, le loro confusioni, le loro tensioni interne. Opposizioni che sulla strada dell’alternativa al centrodestra, considerata adesso più vicina, debbono sciogliere i nodi del programma e della leadership. Su cui ha messo il cappello Giuseppe Conte senza pietà e riguardo., direi, per la segretaria del maggiore partito dell’alternativa, appunto. Buon viaggio, signori festanti del no.

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L’inclemente Mastella del no in filo di voce e di logica dopo la vittoria

Il mio amico Clemente Mastella, sindaco di Benevento, già ministro della Giustizia e altro ancora, politico non di lungo ma di lunghissimo corso, sia della prima sia della seconda Repubblica, ha voluto partecipare con un’intervista al Mattino alla festa della vittoria referendaria del no alla riforma costituzionale della magistratura. Una vittoria alla quale egli contribuito criticando contenuto, modalità e tempi della separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, i due conseguenti Consigli superiori e l’Alta Corte di disciplina.  E sorprendendo non solo me ma tutti quelli che hanno vissuto con lui, pur a distanza e in silenzio, la cervellotica, lunga vicenda familiare e giudiziaria costatagli già all’inizio la carica di Guardasigilli nel secondo governo di Romano Prodi, caduto nel 2018 trascinandosi appresso la legislatura.

       A sentire gli accusatori nella Procura di Santa Maria Capua Vetere la moglie di Mastella, allora presidente del Consiglio regionale della Campania, e il marito ministro, ripeto, avevano messo su una baracca quasi delinquenziale di scambio di favori, assunzioni e contorni, come se fossero ancora nella vituperata prima Repubblica e non nella seconda che avrebbe dovuto rigenerare tutto e tutti. I Mastella furono naturalmente assolti, ma al solito passo di lumaca, comunque ridotti, volenti o nolenti, ad una dimensione politica rigidamente locale, quando Clemente -vi assicuro- aveva ancora una caratura nazionale, risultato peraltro decisivo nelle ultime elezioni generali vinte di un soffio dall’Unione prodiana, o centrosinistra, come preferite.

       Nell’intervista al Mattino il sindaco di Benevento ha parlato con “un filo di voce” puntualmente annotato dal giornalista Lorenzo Calò. Ma anche con un filo ancora più sottile di logica che mi permetto di contestargli. Ora che è stato salvato, fra l’altro, il Consiglio superiore, e unico, della magistratura, dove l’associazione nazionale e correntizia delle toghe potrà continuare a fare, almeno in teoria, il lavoro scoperchiato dalla vicenda Palamara  del mercato delle carriere,  il buon Mastella ha espresso la fiducia che i magistrati sappiano cogliere l’occasione loro offerta di  una “responsabilità maggiore”, con “uno sforzo più profondo in termini di equilibrio e di imparzialità”: più profondo nel senso che è stato sinora alquanto scarso, o comunque deludente, se si sono verificate quelle che lo stesso Mastella ha definito “distorsioni”.

       Ma perché mai i magistrati dovrebbero “sforzarsi di più”, come dice Mastella, quando si sono sentiti promossi dalla vittoria referendaria? Ed hanno festeggiato nei tribunali con dolcetti e spumante in bicchieri di carta, ma forse anche di vetro. Perché?, ripeto. Dopo che il capo della Procura della Repubblica di Napoli, il portabandiera Nicola Gratteri, fiero -penso- della più alta percentuale di no alla riforma registratosi nel suo distretto giudiziario, a sua volta il maggiore d’Europa, non solo d’Italia, si è proposto di “fare poi i conti” con gli sconfitti. Un Brenno, insomma, in versione giudiziaria e partenopea.

       Giudiziaria. Ecco che cosa mi sembra ormai diventata, ancora più di prima, col risultato del referendum la Repubblica italiana che immaginavo ingenuamente “fondata” non sulle Procure ma “sul lavoro”, com’è scritto nel primo articolo della Costituzione.

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Al Ministero della Giustizia, e dintorni, hanno qualche problema post-referendario…..

       Si sprecano naturalmente le immagini giornalistiche sulle teste che rotolano dopo la sconfitta del governo nel referendum sulla riforma costituzionale della magistratura, Oltre alle teste che rotolano, appunto, abbiamo il terremoto, la scossa, la bufera, le pulizie di Pasqua, le grandi purghe, la ghigliottina, il caos, la motosega e persino l’ironica “strage di Stato” del manifesto, con la minuscola impostasi dal quotidiano ancora dichiaratamente e orgogliosamente comunista.

Anche a costo di contraddirsi in poche ore, avendo appena annunciato che nulla sarebbe cambiato nel suo Ministero, il Guardasigilli Carlo Nordio ha dovuto adeguarsi non ai consigli ma agli ordini, praticamente, della premier Giorgia Meloni. Gli ordini di privarsi del suo capo di Gabinetto, Giusi Bartolotti, la “zarina” di via Arenula incoronata sarcasticamente dai giornali, e del suo sottosegretario Andrea Delmastro. L’una a rischio di processo per l’affare del rimpatrio del libico Almasri, contestato giudiziariamente anche allo stesso ministro della Giustizia, a quello dell’Interno Matteo Piantedosi e al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, protetti però dal divieto parlamentare di portarli in giudizio, l’altro condannato in primo grado per rivelazione del segreto d’ufficio, non riconosciuto però dal superiore qual era il Guardasigilli.

       Ma più del processo che la minaccia o di quello che ha subito, l’una e l’altro hanno pagato per le occasioni che hanno avuto durante la campagna referendaria di portare acqua, diciamo così, al mulino del fronte del no, aiutandolo probabilmente a vincere. La Bortolotti -non “ex” come ha continuato a definirla ieri sera anche il Tg1, ma magistrata di Corte d’Appello distaccata al Ministero della Giustizia come molti altri suoi colleghi- aveva definito pesantemente “plotoni di esecuzione” quelli che mandano a processo o condannano degli innocenti, pensando probabilmente anche alla sua personale vicenda. Delmastro invece aveva conpiuto la effettiva imprudenza, scusandosene inutilmente col ministro e forse anche con la premier, di essersi associato in affari di ristoro con la figlia poco più che minorenne di un prestanome mafioso. Di cui l’ancòra sottosegretario avrebbe potuto conoscere la storia, ammesso che ne fosse all’oscuro, con una banale ricerca internettiana.

       Dell’avvocato, peraltro, Delmastro riconosco la inopportunità di una sua permanenza nel governo, come anche della Santa, come viene chiamata dagli amici affettuosamente la ministra del Turismo Daniela Santanchè, invitata anche lei dalla pur amica Meloni alle dimissioni, con tanto di comuniicato ufficiale,  per occuparsi con maggiore tempo e profitto, diciamo così, di alcuni suoi problemi giudiziari obiettivamente scomodi, pur sopraggiunti nella conoscenza pubblica alla sua nomina a ministro tre anni e mezzo fa.

       Della Giusi Bartolozzi continuo invece a credere che abbia subìto un processo mediatico, e sommario, persino peggiore di quello che forse l’aspetta in tribunale. La sua colpa è stata ed è quella solo di essere una magistrata consapevole di ciò che i suoi colleghi riescono a fare quando sbagliano, non sempre casualmente o inconsapevolmente. 

Conte, il più lesto a mettere il cappello sulla vittoria referendaria del no

La buonanima di Palmiro Togliatti, di astuzia e realismo riconosciutigli anche dagli avversari, e dai dissidenti interni al Pci che esistevano al di là di ogni disciplina ostentata, rispose con una laconica domanda a Giancarlo Pajetta che gli comunicò nell’immediato dopoguerra di avere occupato baldanzosamente la Prefettura di Milano. “E ora che ve ne farete?”, chiese “il Migliore” abbassando la cornetta del telefono.

       In assenza di Togliatti, di Pajetta, del Pci e di tutto il resto, ma in un contesto politico assai più complesso delle apparenze e dei desideri o progetti  di protagonisti, attori e comparse della sinistra attuale, si può chiedere ai vincitori del referendum sulla riforma costituzionale della magistratura che cosa faranno ora della vittoria del loro no.

       Se l’obiettivo del fronte del no era -come dichiarato senza remore anche da chi aveva deciso apposta di abbandonare il fronte del sì- l’abbattimento, indebolimento e quant’altro del governo e il rafforzamento della prospettiva dell’alternativa al centrodestra, le carte si sono improvvisamente pasticciate. Non parliamo poi delle carte della magistratura, che ha salvato le sue carriere congiunte e il suo Consiglio cosiddetto superiore finito ostaggio dell’associazione delle toghe e delle loro correnti, ma è scesa dal gradimento del 90 per cento e oltre di una trentina d’anni fa a quello di poco più del 50 per cento di adesso.

       Ma torniamo alle carte della politica. L’ex premier Giuseppe Conte è stato il più lesto nel saltare sul carroccio non della Lega ma del no referendario, nel rivendicarne sostanzialmente la guida, nel ribadire il percorso lento della elaborazione di un comune programma dell’alternativa e nell’imporre, non più accettare, la procedura delle primarie per scegliere il candidato a Palazzo Chigi nelle elezioni dell’anno prossimo.

       Al di là delle apparenze, verbali e mimiche, la segretaria del Pd Elly Schlein non può avere accolto con sollievo la reazione, prenotazione e quant’altro di Conte, o di “Giusè”, come sembra che lo chiami quando non riescono ad evitarsi e debbono incontrarsi, salutarsi e persino abbracciarsi davanti a fotografi e operatori televisivi. Le sarà difficile inseguire masochisticamente Conte in questa avventura continuando a tenere a bada il Pd. E non solo i dissidenti usciti allo scoperto nella campagna referendaria sposando la causa del sì, peraltro più coerente con le posizioni del partito del Nazareno sino a qualche anno fa, non decenni.

       Anche quelli che per disciplina, buona educazione, opportunismo, per non compromettere le candidature prossime venture alla Camera e al Senato, hanno consentito alla segretaria di cambiare linea e saltare sulle barricate o le baionette del no, potrebbero cominciare a fare i conti con la realtà. E a chiedersi se tanta disinvoltura valesse e valga  il prezzo che ora non chiede ma impone lo scomodo, scomodissimo Conte, conferendogli una bella riserva di bignè di San Giuseppe che ancora continuano a sfornare le pasticcerie anche a festa finita.

       Non c’è tuttavia solo la Schlein e il Pd da tenere d’occhio nello scenario aperto a sorpresa dal risultato del referendum sulla riforma della magistratura. Ci sarebbero da considerare anche le cosiddette componenti centriste o terzapoliste del largo camposanto. Avranno lo stomaco per continuare dove stanno, o si sono messi a giorni alterni? 

       Di tutti questi problemi la pur sconfitta referendaria Giorgia Meloni non ha neppure l’ombra nella sua coalizione. Ha solo perso una mano della partita della legislatura in corso. Una mano affrontata col coraggio mancato ad altri.

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La vittoria referendaria che ha curiosamente spiazzato il no

       Un’ora e mezza dopo la chiusura delle votazioni referendarie il fronte del no alla riforma costituzionale della magistratura ha voluto e potuto cominciare a cantare vittoria, in qualche modo doppia perché nel contesto di un’affluenza alle urne molto più alta del previsto. E in quanto tale, questa affluenza, messa dai sondaggi, di ogni colore e tendenza, a vantaggio invece del sì. Che invece è risultata subito perdente, sia pure in una “fornice stretta”, come dicono sempre i sondaggisti.

       E’ di un qualche significato il fatto che dal fronte del no il primo a festeggiare, intestandosi praticamente la vittoria, sia stato l’ex premier Giuseppe Conte parlando di una “primavera” in cui gli alberi più fioriti sarebbero quelli del suo movimento 5 Stelle. E così spingendo per la sua candidatura a Palazzo Chigi, con tanto di primarie, se il campo largo dell’alternativa al centrodestra di Giorgia Meloni dovesse davvero tradursi in una coalizione e in un programma comune, da ricavare confrontando quelli che i vari partiti debbono ancora definire ciascuno per suo conto.

       Non credo, a occhio e croce, che questa tempestività di Conte abbia fatto piacere alla segretaria del Pd e sia destinata a facilitarle il percorso che l’aspetta, fuori ma soprattutto dentro la forza che guida dopo essere arrivata alla sua testa “senza essere avvertita”, come lei stessa si vantò a suo tempo. Quando a spingerla al Nazareno furono con le primarie aperte agli esterni più costoro che gli interni, cioè gli iscritti. Iscritti fra i quali penso che in maggioranza siano quelli che si sono riconosciuti più nel sì referendario  dei dissidenti che nel no praticamente imposto al partito dalla segretaria. Un bel pasticcio, direi. Che paradossalmente fa sfociare il referendum in un risultato opposto, o quasi, a quello numerico e ufficiale.

       Più spedito, mi pare, mi sembra il cammino della sconfitta, che naturalmente è la premier premuratasi ad avvertire in tempo che il suo governo continuerà a lavorare sino alla fine ordinaria della legislatura affidandosi allora, solo allora, al giudizio degli elettori.

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Il funerale a Pontida di Umberto Bossi, non del centrodestra della Meloni

       Secondo gli schemi, gli umori e quant’altro del compianto Umberto Bossi, al cui funerale a Pontida si sono levati più applausi alla premier Giorgia Meoni che a Matteo Salvini, in camicia rigorosamente verde, il segretario del Carroccio dovrebbe appendersi al primo pretesto per provocare la crisi di governo. Come fece appunto Bossi nel 1994 quando si accorse che l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ancora fresco di nomina, o quasi, guadagnava consensi fra elettori e parlamentari leghisti.

       Bossi allora andò a consolarsi dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, che già sopportava male, anzi malissimo, quell’intruso della politica che considerava in cuor suo il pur vincitore delle elezioni, e incoraggiò quindi il capo della Lega a rompere. E far cadere il governo dove il Carroccio era parcheggiato, diciamo così, al Ministero dell’Interno con Roberto Maroni.

       Poi Bossi andò a consolarsi, fra spuntini a casa con alici e birra, con Rocco Buttiglione e Massimo D’Alema, che lo incoraggiarono anche loro alla rottura, sia pure più gradualmente, meno lentamente di quanto non gli avesse consigliato Scalfaro. E la crisi precipitò prima di Natale, col companatico -chiamiamolo così- di una iniziativa giudiziaria della Procura di Milano -e di chi, sennò?- contro il presidente del Consiglio informato a mezzo stampa di un cosiddetto avviso a comparire. Per il quale l’ancora sostituto procuratore Antonio Di Pietro si offrì al superiore Francesco Saverio Borrelli per “sfasciare” l’indagato in un interrogatorio  con i suoi metodi. Che ora Di Pietro, nel frattempo uscito dalla magistratura e anche dalla politica dove si era rifugiato per un po’, riconoscerà alquanto bruschi. Come “brusco”, per ammissione poi di Giorgio Napolitano al Quirinale, era stato il cambiamento degli equilibri, cioè la rottura, nei rapporti fra giustizia e politica nella stagione manettara e forcaiola delle cosiddette “mani pulite”.

       Salvini, per tornare al segretario della Lega accolto dal popolo di Pontida non dico come un intruso, ma almeno come un infedele politicamente, non si lascerà prendere dalle tentazioni di Bossi del 1994. Non farà da sponda alle opposizioni. Non si dividerà fra il Quirinale e il Nazareno per liberarsi di un’alleata, questa volta al femminile, diventata troppo scomoda e pericolosa per lui. E già questa è una differenza che segna il cambiamento della Lega e della situazione politica italiana  in 32 anni, quanti ne sono trascorsi dal 1994.

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Il fiato sospeso della seconda giornata di votazione sulla riforma della magistratura

       Quello spettacolo di seggi pieni di scrutatori, seduti e in piedi ai loro posti, e vuoti di elettori, e di cani d’accompagnamento, mi ha angosciato ieri, di prima mattina, quando sono andato a votare in fretta, in una scuola romana a poca distanza da casa. Di prima mattina e in fretta nel timore che qualcosa mi potesse impedire, all’età che ormai ho, di essere puntuale. Naturalmente, all’appuntamento col sì alla riforma costituzionale della magistratura, che rischia di perdere non l’autonomia e l’indipendenza da ogni potere, garantite anche con le sette modifiche apportate alla Costituzione per separare le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, e tutto il resto: magistratura minacciata, dicevo, di perdere non l’autonomia e l’indipendenza ma solo l’onnipotenza acquisita abusando dell’una e dell’altra.

       Tornato sul posto dopo qualche ora per accompagnarvi mia moglie, ho visto file ad ogni sezione, di elettori e cani, ripeto. E ho tirato un sospiro di sollievo, memore dei sondaggi che condizionavano nelle scorse settimane, quando erano pubblicabili, la vittoria del sì all’affluenza alle urne. Il 46 per cento registrato alla fine della prima giornata di votazioni, salito al 54 a Milano, al 59 a Bologna, al 58 a Firenze e al  52 a Venezia, meno nel Sud dove generalmente si ha la pressione bassa, diciamo così, è stato a sorpresa per giudizio generale,

       “La Costituzione è appesa a un filo”, hanno titolato col fiato in gola  al Fatto Quotidiano. Il filo naturalmente della visione che quel giornale. quasi bandiera del no referendario, ha della Costituzione: alquanto diversa -quella visione- da buona parte dei padri costituenti, disturbati anch’essi nei loro sepolcri per fare loro dire e pensare cose diverse da quelle fatte in vita. A un filo, piuttosto che la Costituzione, vedo appeso l’uso che ne fanno i magistrati associati per tenersi stretto, fra l’altro o soprattutto, l’unico Consiglio Superiore, almeno nel titolo, che le loro correnti hanno praticamente conquistato e preso in ostaggio per il mercato delle carriere emerso dalla vicenda di Luca Palamara. Una vicenda chiusa un po’ troppo frettolosamente, a dir poco, da lorsignori oggi del no.     

Si vota dopo la campagna referendaria peggiore di tutte in 52 anni

Grazie a Dio, mi è capitato di vivere e raccontare, come elettore e cronista, tutti gli 83 referendum, singoli o a grappoli, abrogativi o confermativi, indetti negli 80 anni scarsi della Repubblica: a cominciare da quello sul divorzio del 1974. Che sfatò il mito della invincibilità della Democrazia Cristiana uscita vittoriosa dalle elezioni del 18 aprile 1948. Il referendum istituzionale del 1946  si era svolto in regime ancora monarchico, segnandone peraltro la fine. E io avevo potuto solo accompagnare da bambino mio padre e mia madre al seggio.

       Di tutti i referendum vissuti, ripeto, da elettore e cronista, il più divertente rimane quello sul divorzio, immortalato dal Fanfani ridotto da Giorgio Forattini a un tappo saltato dalla bottiglia di champagne dei divorzisti. L’allora segretario della Dc ce l’aveva francamente messa tutta per meritarsi quello sberleffo, motivando il no alla conferma della legge sul matrimonio non più indissolubile con la necessità di proteggere la famiglia dal rischio di una tresca e poi di una fuga del marito con la cameriera.

       Non meno divertente, almeno per i miei gusti, fu il referendum del 1985 voluto e perduto dalla sinistra politica e sindacale contro i tagli antinflazionistici alla scala mobile dei salari apportati da un presidente socialista del Consiglio, Bettino Craxi, figurativamente appeso da Forattini, sempre lui ma meno allegramente, con la testa in giù, e stivaloni neri, ad un cappio.

       Disperante, sempre per i miei gusti, fu il referendum del 1991 contro le preferenze elettorali sottovalutato, invitando gli elettori a disertare le urne e a preferire il mare, da Bettino Craxi e da Umberto Bossi in sorprendente combinazione.. A quell’errore Bossi sopravvisse politicamente, rimanendo ancora un po’ avvolto nella leggenda del guerriero, pur essendo morto poi in una amara solitudine, il mio amico Bettino no, entrando in un tunnel nel quale i magistrati spensero poi le luci.

       Di novo divertente, sempre per i miei gusti, fu il referendum del 2016 sulla riforma costituzionale del governo di Matteo Renzi per lo spettacolo inedito che mi offrì della Repubblica di carta di Eugenio Scalfari divisa tra il fondatore favorevole e la maggior parte della redazione e dei collaboratori contrari. Scalfari dovette scendere dal suo Olimpo per difendersi.

       E di questo referendum che si svolge fra oggi e domani? Direi che è stato il peggiore per il tipo di campagna che l’ha preceduto. Di una durezza, se non vogliamo dire violenza, senza precedenti. In cui sono stati scomodati anche i morti per iscriverli d’ufficio al fronte del no inventando interviste o interpretando riflessioni presunte, dedotte da discorsi o scritti di un certo ermetismo scientifico.

       Ai morti scomodati con falsi e simili si sono aggiunti viventi dileggiati per avere avuto il tempo e la ragionevolezza di vedere la riforma della magistratura senza paraocchi, come “Tonino”. Mi riferisco naturalmente ad Antonio di Pietro, l’ex magistrato simbolo della mitica stagione delle “mani pulite”. Che ha ricordato a colti e incolti, amici vecchi e nemici nuovi, che un pubblico ministero, anche con i sette articoli della Costituzione modificati fra le proteste dei suoi ex colleghi, continuerà a poter essere fermato solo da un altro magistrato o da una bomba. Altro che sottoposto al governo, esplicitamente o implicitamente. Privato della sua autonomia e indipendenza da manipolazioni di fatto, diciamo così emotive, della carta costituzionale avvertibili solo dagli specialisti e subìte dal pubblico inconsapevole.

       Il sottosegretario più graduato alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, con l’esperienza che ha di magistrato  ha liquidato come “processi alle intenzioni”, senza mai alzare la voce, gli allarmi suonati nella campagna referendaria sulla sottomissione della magistratura alla politica. Peraltro dopo che la politica è stata sottomessa alla magistratura con quel “brusco cambiamento degli equilibri” avvertito al Quirinale da Giorgio Napolitano, come non smetterò mai di ricordare ai distratti o ai sordi.

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Addio a Paolo Cirino Pomicino, il Geronimo dei democristiani

Pur scambiato con la sua solita ironia da Francesco Cossiga per uno “psichiatra”, peraltro “di scarsa fortuna” per come teneva i conti dello Stato prima come presidente della Commissione Bilancio della Camera e poi come ministro, sempre del Bilancio, Paolo Cirino Pomicino era un neurologo. E come tale -si vantava Paolo scherzando- avrebbe potuto curarlo.  Eppure erano amici. Come solo i democristiani riuscivano a esserlo davvero, e non solo a chiamarsi e a intestare le loro correnti, o sottocorrenti, in eterna competizione.

       “Amici dell’onorevole Moro”, decise Moro stesso di chiamare il suo gruppo uscendo nel 1968 dalla corrente dei “dorotei” che proprio lui aveva raccolto attorno a sè succedendo nel 1959 ad Amintore Fanfani alla segreteria della Dc. “Amici dell’onorevole Andreotti”, finì per chiamarsi anche quelladello stesso Andreotti, che pure l’aveva messa su all’inizio col nome di “Primavera”.

Fra gli amici di Andreotti sicuramente Paolo era il più fantasioso, forse anche ammirato, qualche volta persino temuto per le difficoltà che riusciva a creargli nella Dc. Dove, per esempio, nel 1992, dopo le elezioni politiche svoltesi già in un clima avvelenato dai primi fumi di Tangentopoli, si mosse per niente sott’acqua per la candidatura al Quirinale dell’allora presidente del Consiglio. Sarebbe stato il primo trasferimento diretto di un leader da Palazzo Chigi al Colle più alto di Roma. Andreotti era il primo a non crederci, e proprio per questo, ma Paolo non voleva saperne di resistenze e dubbi. Quando la candidatura democristiana per la successione a Cossiga alla Presidenza della Repubblica toccò al segretario del partito Arnaldo Forlani, lui -Paolo- non smise per niente di coltivare quella di Andreotti.

       Alla prima delle due votazioni svoltesi su di lui a scrutinio rigorosamente segreto a Forlani mancarono una quarantina di voti all’elezione. Che si ridussero di una decina nella seconda, ma Forlani decise lo stesso di rinunciare alla corsa. E si ritirò fra la sorpresa, a dir poco, di Bettino Craxi, che dal canto suo aveva avuto problemi a portare i socialisti compatti a votare l’amico.

       Rimasi sorpreso, in verità, anche io, tanto da chiedere ad Arnaldo -altro amico- perché avesse buttato la spugna. E lui mi confidò di averlo fatto essendosi personalmente accorto dell’attivismo di Paolo contro di lui. “Come segretario del partito -mi disse o spiegò- ho il dovere di rinunciare”. Poi sopraggiunse addirittura la strage di Capaci e la partita quirinalizia si ridusse a due, fra i presidenti delle Camere, per spirito -si disse- “istituzionale”. Neppure questo condiviso da Paolo, che riteneva istituzionale anche la figura del presidente del Consiglio in carica. “Paolo, domani eleggeranno Scalfaro”, gli disse Andreotti quando ancora l’amico gli proponeva di resistere.

       Fu ostinato, Paolo, anche nella difesa dal cuore che gli dava fastidio, e che ad un certo punto sostituì con un trapianto, e dai magistrati che gli procurarono per Tangentopoli ben 43 processi. Di cui solo uno e mezzo concluso con condanna. Mezzo, per patteggiamento.

       A Paolo prorompente di allegria, di sfide, di feste ostentate, toccò per un po’ di tempo di dovere scrivere -altra passione della sua vita-con uno pseudonimo. Scelse quello di Geronimo per difendere i democristiani come una tribù indiana di apache. Tutti sapevano chi fosse quel Geronimo ospitato da Vittorio Feltri, ma lui non rinunciava a fingersi nascosto, giusto per divertirsi, fra una difesa e l’altra anche dei conti pubblici degli anni durante i quali se n’era occupato, considerandoli di gran lunga migliori di quelli dei successori.

       Paolo si divertiva ogni tanto anche a pensare alla morte, sopraggiunta alla fine a 86 anni. Si divertiva tanto da immaginarsi celebrato da un magistrato come Antonio Di Pietro, non ancora sostenitore della riforma della magistratura osteggiata, in questa campagna referendaria, da Paolo per il gusto soprattutto, secondo me, di sorprendere. E Di Pietro glielo promise in un ospedale, a Roma, confidandogli di avere sempre votato Dc, prima che la stessa Dc non si uccidesse da sola.

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L’avventura referendaria di Maurizio Landini in cappa e toga….

Quel Maurizio Landini, 65 anni da compiere in agosto, da sette segretario generale della Cgil, “padrone di casa”nella descrizione fatta dal Corriere della Sera – e da chi sennò ?-  della manifestazione “unitaria” della sinistra di Piazza del Popolo, a Roma, contro la riforma costituzionale della magistratura sotto procedura referendaria; quel Maurizio Landini, dicevo, mi ha portato indietro con la memoria non dico a Luciano Lama, che recitava malvolentieri una parte impostagli dal Pci di Enrico Berlinguer prima e di Alessandro Natta poi, ma alla Cgil del 1984-Che era insorta contro i tagli antinflazionistici alla scala mobile dei salari adottati dal governo di Bettino Craxi. Finì come tutti ricordano: con una sconfitta referendaria che segnò una crisi della sinistra politica e sindacale mai più risanata davvero.

       Allora, tuttavia, il sindacato in genere, divisosi nello scontro, ma la Cgil in particolare, per i suoi tradizionali legami col Pci, un po’ c’azzeccava -direbbe oggi Antonio Di Pietro- con l’intervento del governo regolarmente approvato dalle Camere. La materia gli apparteneva, diciamo così. I magistrati, il loro status, le loro abitudini, le loro difese ad oltranza di sapore ormai castico, da casta, o corporativo come si dice meno criticamente, non vedo personalmente come e cosa c’azzecchino con la Cgil di cui i partiti del fronte referendario del no hanno accettato di essere ospiti sotto il Pincio. Comunque, con meno gente del solito in tanto spazio a disposizione.

       Landini si è attaccato alla Costituzione come ad un lenzuolo per calare sulla, anzi contro la riforma della magistratura, la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, i due Consigli superiori -spero davvero superiori, questa volta- e l’Alta Corte disciplinare. Ma la Costituzione non può diventare un feticcio intoccabile. Anche perché è già stata modificata più volte, e persino peggiorata per ammissione degli stessi che l’hanno voluta cambiare a sinistra: per esempio, nei rapporti con le autonomie locali, quelle regionali in particolare.

E’ da un bel po’ di tempo, ormai, che la Costituzione ha smesso di essere “la più bella del mondo”, come dice con pur simpatico ottimismo Pier Luigi Bersani in tutti i salotti televisivi che se lo contendono. Ha smesso di esserlo nel testo autentico e, ripeto, più volte modificato, e ancor più nell’applicazione che se n’è fatta: la famosa Costituzione “reale” degli accademici.

       Sulla strada intrapresa da Landini, non fermatosi neppure dopo la sberla politica presa l’anno scorso nell’assalto fallito al jobs act di Matteo Renzi rinnegato dal Pd guidato da Elly Schlein, la Cgil rischia di ripetere il bagno pur metaforico di sangue di 41 anni fa. O la doccia fredda, come preferite in una immagine meno bellica, con tutte le guerre che ci sono in giro. Ma più ancora del sindacato dovrebbero preoccuparsi i partiti del no, o i loro vertici, visto che almeno per il Pd e per il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte gli elettori non sono proprio falangi ubbidienti. Vedremo. Manca ormai poco alla verifica del voto.

Pubblicato sul Riformista del 20 marzo

Ripreso da http://www.startmag.it il 22 marzo

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