Crollo continuo a Genova e dintorni: dopo il ponte anche il decreto

            Altro che ricostruzione, a più di un mese dalla caduta del ponte Morandi e dai funerali, fra privati e pubblici, delle ben 43 vittime. A Genova e dintorni, giù giù sino a Roma, in via XX settembre, sede del Ministero dell’Economia, a poche centinaia di metri dal Quirinale, è crollo continuo.

           L’ultimo a precipitare, ben al di là forse della natura morta ispirata dalla vicenda a Emilio Giannelli nella vignetta sulla prima pagina del Corriere della Sera, è stato il decreto legge proprio sull’emergenza genovese approvato “salvo intese”, che non c’erano, dal Consiglio dei Ministri il 13 settembre. E annunciato di persona ai genovesi il giorno dopo dal presidente Giuseppe Conte con la solita abitudine di enfatizzare le decisioni anche quando mancano.

           coperture.jpg Alla Ragioneria Generale dello Stato, dove il provvedimento è arrivato in grande ritardo per la cosiddetta “bollinatura”, che di solito è l’ultima, anche se -a dire il vero- il buon senso vorrebbe che fosse la prima tappa del percorso amministrativo e politico verso il Quirinale per la firma del capo dello Stato e la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica, si sono accorti della mancanza delle coperture finanziarie. Mancavano cioè i numeri. O i “numeretti”, come li chiama allegramente il vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio parlando anche di quelli dell’aggiornamento imminente e doveroso del documento di programmazione economica e finanziaria, e infine della legge di bilancio.

            Per tutta la notte i “tecnici” del Ministero dell’Economia -quelli che il portavoce di Palazzo Chigi Rocco Casalino vorrebbe fossero cacciati via perché sabotatori del programma di spese del governo gialloverde- hanno cercato di raccogliere e rassemblare le parti cadute del decreto per farne riprendere il trasporto verso il Quirinale. Dove in ogni caso il capo dello Stato dovrebbe fingere -ad occhio e croce- di riceverlo direttamente dal Consiglio dei Ministri e dal suo presidente, che nel frattempo è volato a New York per l’assemblea annuale delle Nazioni Unite. Ma anche per partecipare al pranzo di gala dell’Onu sedendo accanto al presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Che forse non a caso è stato tempestivamente informato dal suo ambasciatore a Roma della grande efficienza, forza e unità del governo italiano in carica: parole dello stesso ambasciatore affidate il 15 settembre scorso al Corriere della Sera in una intervista distesa, fra testo e foto, su un’intera pagina.

            Chissà se Conte troverà il tempo, il modo ma soprattutto la voglia, o il pudore, di raccontare tra una pietanza e l’altra personalmente all’amico Trump, che lo chiama pubblicamente e confidenzialmente in italoamericano “Giuseppi”, le complicazioni intervenute sulla strada del governo grillo-leghista, e sua personale, dopo l’entusiasta rappresentazione fattane dall’ambasciatore degli Stati Uniti.

La pezza del presidente del Consiglio forse peggiore del buco…

            Siamo proprio sicuri che del grande traffico registrato nelle ultime ventiquattro ore a Palazzo Chigi il prodotto maggiore sia stato il pur voluminoso decreto legge su sicurezza e immigrazione fortemente voluto dal leader leghista Matteo Salvini e infine approvato dal Consiglio dei Ministri, una volta tanto davvero e non “salvo intese”?  Come è invece avvenuto per altri provvedimenti che il presidente della Repubblica sta ancora aspettando al Quirinale.

           Anche a costo di scandalizzarvi, penso che per capire stile e spirito del governo gialloverde, annunciato come quello “del cambiamento”, titolo anche del “contratto” stipulato fra grillini e leghisti, nell’ordine della loro consistenza parlamentare, più importante del decreto Salvini siano stati gli incontri avuti dal presidente del Consiglio sulla preparazione della legge di bilancio: a cominciare da quello col ragioniere generale dello Stato Daniele Franco. Che, pronto nei giorni scorsi a lasciare per andarsi a godere le sue amatissime Dolomiti, ha accettato l’invito doppio di Giuseppe Conte: doppio perché il presidente del Consiglio ha voluto incontrare l’altissimo funzionario dello Stato prima da solo e poi col ministro dell’Economia Giovanni Tria e con altri dirigenti del superdicastero di via XX Settembre.

            Con questa iniziativa probabilmente il professore e avvocato Conte ha voluto mettere una pezza, diciamo così, allo sbrego da lui stesso apportato alla tela dello Stato durante il suo pellegrinaggio alla tomba di Padre Pio interrompendo preghiere e visite per unirsi al lontano vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio nella difesa del portavoce di Palazzo Chigi Rocco Casalino. Di cui erano state appena diffuse proteste e minacce a viva voce telefonica contro l’alta burocrazia del Ministero dell’Economia. Che saboterebbe il programma del governo stringendo i cordoni della borsa e andrebbe più o meno epurata.

            “Il governo si fida di voi”, ha detto il presidente del Consiglio al ragioniere generale dello Stato e poi agli altri dirigenti, nell’incontro con la partecipazione anche del ministro Tria. Ma, sempre secondo i resoconti non smentiti, ha aggiunto: “Dobbiamo remare tutti dalla stessa parte”. E con questo, magari al di là delle sue intenzioni, Conte ha finito per fare rientrare dalla finestra le proteste del suo portavoce, che sembravano essere state cacciate dalla porta, sia pure con qualche ritardo, con le iniziali parole di fiducia.

            Quel “dobbiamo remare tutti dalla stessa parte” può francamente apparire un’esortazione dettata dalla convinzione espressa appunto dal portavoce di Palazzo Chigi, da Luigi Di Maio e da altri esponenti del movimento delle 5 Stelle che non tutti lo abbiano fatto dalla nascita del governo gialloverde, tarpandogli le ali.   

           

La storia di Rocco e dei suoi predecessori portavoce, a volte portasilenzio…

Non ditelo, per favore, a Rocco Casalino perché potrebbe montarsi la testa, e fare chissà quali altri bizzarrie o provocare chissà quali altre polemiche come portavoce del presidente del Consiglio. O potrebbe cadere in depressione sapendo di quanti lo hanno preceduto senza riuscire a cambiare il corso degli eventi politici, sviluppatisi nel bene e nel male a prescindere dal suo omologo di turno.

Direttamente o indirettamente di portavoce di governo e oltre, e di segretari di partito, arrivati o non a Palazzo Chigi o al Quirinale, o passativi solo come interlocutori, ne ho conosciuti e sperimentati un centinaio.

Il più influente di tutti è stato anche il più lontano dallo stile e dalle tentazioni di Casalino, non foss’altro per ragioni scientifiche, diciamo così. Mancavano ai tempi di Nino Valentino, il portavoce del presidente della Repubblica Giovanni Leone, i maledetti telefonini e varianti di oggi, a usare i quali la tua voce e i tuoi sfoghi, insulti, minacce e quant’altro finiscono in rete e ti fanno rischiare la destituzione, magari dopo una prima solidarietà o copertura, come quella non mancata a Casalino. Che Conte e il capo formale dei grillini, Luigi Di Maio, hanno difeso dagli attacchi procuratigli dal proposito imprudentemente confessato di farla pagare cara, quando verrà il momento, ai dirigenti del Ministero dell’Economia contrari, sino al sabotaggio, al programma di spese in deficit datosi dal governo gialloverde.

Giovanni Leone si fidava a tal punto di Nino Valentino, un funzionario erudito e riservato di Montecitorio conosciuto quando il giurista napoletano era presidente della Camera, da delegargli compiti politici che sorpresero, a dir poco, la delegazione democristiana recatasi nella sua abitazione nel dicembre del 1971 per comunicargli la candidatura al Quirinale. Era ormai fallita la lunga corsa del presidente del Senato Amintore Fanfani ed era sopraggiunto anche il no opposto per pochi voti, a scrutinio segreto, dai parlamentari dello scudo crociato ad Aldo Moro, allora ministro degli Esteri e già segretario del partito e presidente del Consiglio.

“Parlatene pure col buon Valentino”, disse Leone ai dirigenti della Dc che lo invitavano a prepararsi agli effetti politici della sua elezione, largamente prevedibili per la rottura intervenuta proprio sulla successione al Quirinale col partito socialista guidato da Giacomo Mancini. Bisognava mettere nel conto una crisi di governo e un turno di elezioni anticipate, utile anche a rinviare non di uno ma di due anni lo scomodissimo referendum contro la legge sul divorzio. Che la Dc avrebbe perduto nel 1974 compromettendo il ruolo centrale conquistato nelle elezioni storiche del 18 aprile 1948.

I fatti furono più forti della buona volontà e delle relazioni di cui era capace Valentino. Che nel 1977 preferì farsi assegnare la segreteria generale del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro piuttosto che rimanere al Quirinale nell’ultimo anno del mandato del Quirinale, peraltro interrotto anticipatamente di sei mesi con le dimissioni imposte a Leone dai due partiti maggiori -la Dc e il Pci- e dal governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti che ne dipendeva in Parlamento.

Il povero Valentino si era speso inutilmente dietro e davanti alle quinte per difendere il suo presidente dal fango di una campagna denigratoria conclusasi nei tribunali a suo vantaggio, ma dopo ch’egli era stato sfrattato dal Quirinale, una volta venutagli a mancare con la morte per mano delle brigate rosse la difesa di Moro. Per la cui liberazione dalla prigione dei terroristi, peraltro, Leone aveva deciso di sfidare la linea della cosiddetta fermezza predisponendosi alla grazia per una dei tredici detenuti con i quali i sequestratori del presidente della Dc avevano reclamato di scambiare l’ostaggio.

Tutt’altro profilo, quello di un semplice passa parola, ebbe il portavoce del successore di Leone al Quirinale: il simpatico Antonio Ghirelli, scelto d’istinto, proprio per la sua simpatia e per la colleganza professionale di giornalista, da Sandro Pertini. Che però, molto più realista o meno sensibile di quanto non lasciasse trasparire pubblicamente, non esitò a sacrificarlo due anni dopo, destituendolo  durante una visita ufficiale a Madrid. Ai giornalisti che si erano radunati davanti all’albergo per chiedergli clemenza per il collega, appena invitato a rientrare a Roma coi propri mezzi, Pertini rispose con il pollice verso, come se fosse al Colosseo nei panni di un imperatore romano.

Il povero Ghirelli aveva fatto le spese di una intemerata romana dell’allora segretario della Dc Flaminio Piccoli. Che aveva protestato contro l’opinione di Pertini, espressa dalla Spagna e riferita da Ghirelli ai colleghi,  che il presidente del Consiglio Francesco Cossiga dovesse dimettersi per il procedimento d’incolpazione in  corso in Parlamento con l’accusa di avere favorito la latitanza di un figlio terrorista del collega di partito Carlo Donat-Cattin. Al quale invece Cossiga riteneva di avere solo consigliato di indurre il figlio Marco, se avesse avuto modo di contattarlo, a consegnarsi spontaneamente alla polizia per l’uccisione del magistrato Emilio Alessandrini, avvenuta a Milano l’anno prima.

Consapevole di avere addebitato a torto a Ghirelli il suo giudizio su Cossiga, il presidente Pertini colse la prima occasione che gli capitò per ripararvi, ma solo dopo tre anni, nel 1983. Quando Bettino Craxi formò il suo primo governo, fallito il tentativo compiuto nel 1979 di approdare a Palazzo Chigi, fu proprio Pertini a raccomandargli come portavoce Chirelli. Che si rivelò con Bettino tanto leale quanto efficace nel segnalargli tempestivamente agguati, come quello che stava compiendo silenziosamente la sinistra democristiana nel 1985 boicottando la campagna referendaria sui tagli alla scala mobile contestati dal Pci.

Per rianimare un appuntamento con le urne che rischiava l’indifferenza Ghirelli improvvisò a pochi giorni dal voto a Palazzo Chigi una conferenza stampa in cui Craxi rialzò la posta in gioco avvertendo che avrebbe aperto la crisi di governo, con le dimissioni, “un minuto dopo” l’eventuale sconfitta. Che non arrivò anche per effetto di quel monito.

Per tornare al Quirinale, dopo Pertini fu la volta di Francesco Cossiga. Che, anziché richiamare Luigi Zanda, suo portavoce negli anni tragici trascorsi al Viminale, e sfociati nel sequestro di Moro, scelse come portavoce il diplomatico Ludovico Ortona, rimasto afono per un bel po’ di tempo, al pari del presidente, sino alla svolta improvvisa e profonda delle picconate. Una svolta gestita interamente dal capo dello Stato, che telefonava di persona a giornalisti e a redazioni sconvolgendo le prime pagine già confezionate in tipografia. Fu una stagione pirotecnica che Ortona visse con una sofferenza , a dir poco, di cui fui testimone e anche partecipe, avendo più volte tentato, su sua richiesta, e sempre inutilmente, di fermare il presidente sulla strada di un attacco al presidente del Consiglio in carica Andreotti, o al capo dell’opposizione comunista Achille Occhetto o al troppo timido, secondo lui, segretario della Dc e mio amico personale Arnaldo Forlani.

Quest’ultimo aveva allora come portavoce Enzo Carra, abbastanza allineato alla sua forte alleanza di governo con i socialisti, contrariamente alla precedente esperienza come segretario del partito di maggioranza, fra il 1969 e il 1973. Allora Forlani, costretto dagli eventi a sospendere il centrosinistra e a riesumare il centrismo con la formula della “centralità”, si era curiosamente tenuto come portavoce un giornalista per niente convinto di quella linea: Mimmo Scarano. Di cui molti sospettavano nella Dc che fosse addirittura iscritto al Pci. Il fatto è che Forlani sapeva fare benissimo, quando occorreva, il portavoce di se stesso smentendo la pigrizia attribuitagli dai fanfaniani di più stretta osservanza, che ripetevano la rappresentazione fatta di lui da Fanfani in persona: “una mammoletta che non vuole essere colta per non appassire”. Arnaldo invece a tempo debito gli si sarebbe rivoltato contro dimostrando di sapere camminare bene sulle proprie gambe.

Anche Moro e Andreotti, pur così diversi fra loro, facevano uso molto parco dei loro portavoce. I quali non a caso scherzavano con chi li assillava di richieste e chiarimenti dicendo di essere piuttosto dei portasilenzio. Il portavoce storico di Moro fu Corrado Guerzoni. Andreotti ne avvicendò nei sette governi presieduti nella sua lunga carriera almeno tre: l’amico Giorgio Ceccherini, che aveva a lungo confezionato con lui la rivista quindicinale Concretezza, Stefano Andreani e Pio Mastrobuoni. Che, ancora convinto nella primavera del 1992 che Andreotti potesse essere eletto al Quirinale dopo la strage di Capaci, rientrando come presidente del Consiglio fra le soluzioni “istituzionali” imposte dall’urgenza dell’attacco terroristico-mafioso allo Stato, si sentì annunciare da lui con voce sommessa: “Guarda che domani eleggeranno Scalfaro”. Il quale si portò sul colle come portavoce Tanino Scelba, nipote dell’uomo alla cui scuola il capo dello Stato era cresciuto nella Dc, facendone da giovane il sottosegretario al Ministero dell’Interno: Mario Scelba. Ne avrebbe poi preso anche il posto, nel 1983.

Tanino, pace all’anima sua, era di una tale disciplina e devozione come portavoce da interrompere anche vecchi rapporti di amicizia personale con giornalisti ed altri che entrassero in polemica con Scalfaro, peraltro in un momento in cui era facile che ciò accadesse per l’eccezionalità degli avvenimenti. Erano, in particolare, gli anni terribili di “Mani pulite”, quando il Quirinale tutelava come santuari le Procure di Milano e di Palermo, di punta nell’offensiva, rispettivamente, contro tutto ciò che sapeva, prima ancora di essere davvero, corruzione e mafia.

In materia di disciplina e devozione Tanino Scelba riuscì a superare anche Giampaolo Cresci, che da portavoce di Fanfani una volta lo tolse d’impaccio in auto assumendosi la responsabilità di un soffietto d’aria che era sfuggito al capo, e scusandosene.

Ma un ricordo particolare merita, da parte di un vecchio cronista politico, Antonio Tatò, Tonino per gli amici, portavoce del segretario del Pci Enrico Berlinguer. Lo chiamavamo ironicamente “fra Pasqualino”, versione maschile della storica suor Pasqualina di Papa Pacelli, Pio XII. Lui, Tonino, ne rideva, ammettendo di svolgere un ruolo ben più ampio e solido di quello ufficiale. Con quella stazza fisica che aveva, il doppio quasi di Berlinguer, che era timido quanto Tonino spavaldo, più che il portavoce Tatò sembrava il pretoriano del segretario comunista. Al quale non si accedeva se non si superava l’esame preventivo del portavoce, fosse pure in attesa di incontro o di intervista il più orgoglioso o prestigioso giornalista su piazza. Lo raccontò con dovizia felice di particolare Giampaolo Pansa, mandato dal Corriere della Sera alle Botteghe Oscure per una intervista che avrebbe terremotato la politica con la confessione di Berlinguer di sentirsi “più sicuro”, per l’autonomia del suo partito da Mosca, sotto l’ombrello dell’alleanza atlantica.

Di tutt’altra pasta si sarebbe rivelato nell’ormai ex Pci Fabrizio Rondolino, che da portavoce di Massimo D’Alema ne divenne uno dei critici più acuminati, al pari di Claudio Velardi, anche lui dello staff dalemiano nella breve esperienza di  “Max” a Palazzo Chigi.

Una menzione a parte, infine, e forse allettante per Casalino, è dovuta ai portavoce destinati a diventare anch’essi politici: Francesco Storace per Gianfranco Fini e Paolo Bonaiuti, ormai ex anche come deputato, ma soprattutto Antonio Tajani per Silvio Berlusconi. Che lo ha appena promosso delfino anche per la posizione apicale assunta nel Parlamento europeo.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

L’ultima, ma forse ancora penultima sfida di Silvio Berlusconi

            Certo, gli 82 anni da compiere fra cinque giorni si vedono tutti sul volto e sulle mani di Silvio Berlusconi, per quanti ritocchi gli abbiano apportato gli specialisti della materia ad ogni suo richiamo. Ma la voglia di battersi non gli è passata, per quanti punti abbia perduto il suo partito nella sfida lanciatagli questa volta non dai vecchi avversari di sinistra, messi ormai peggio di lui, ma dai vecchi alleati leghisti di un centrodestra appena ripropostosi anche per le prossime elezioni regionali.

            L’annuncio lanciato dal Cavaliere a Fiuggi di correre per il rinnovo del Parlamento europeo nella primavera del 2019, come gli chiedeva da mesi il suo primo portavoce del 1994 e ora delfino Antonio Tajani, fattosi ormai le ossa proprio all’Europarlamento diventandone presidente, è di quelli destinati a lasciare comunque un segno.

            Ha fatto male il presidente del Consiglio Giuseppe Conte a liquidare con sufficienza il rinnovato impegno elettorale di Berlusconi esortandolo a “lasciarci lavorare”, e includendo in quel plurale naturalmente i leghisti. Che si dividono fra il governo nazionale gialloverde e i governi locali di centrodestra, anche di regioni importanti come la Lombardia, il Veneto, la Liguria, la Sicilia. Cui potranno aggiungersene altre di uguale peso e significato politico alle prossime tornate.

            Il “signor Salvini”, come Berlusconi nel comizio di Fiuggi ha chiamato l’alleato atipico sia suo sia di Conte e amici a 5 stelle, non nascondendo il fastidio procuratogli dal tentativo del leader leghista di minimizzare la portata dell’appena rinnovata intesa di centrodestra fra pranzi, cene e comunicati, non potrà non essere condizionato nei suoi rapporti con i grillini dalla presenza in campo del Cavaliere.

           Né Salvini potrà fare a meno degli uomini e delle donne di Berlusconi nei passaggi parlamentari che lo aspettano, specie quelli con votazioni a scrutinio segreto, dove potrebbero sfogarsi Salvini.jpgcontro il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno i nervosismi crescenti fra i grillini. Penso, a questo proposito, non solo e non tanto all’imminente appuntamento dell’appena rieletto presidente della Rai Marcello Foa, fortemente voluto da Salvini, con la commissione bicamerale di vigilanza per la convalida mancatagli a luglio, quanto al percorso parlamentare dei decreti e quant’altro su sicurezza e immigrazione, che segneranno la vittoria o la sconfitta del leader leghista. Ma soprattutto, e alla fine, penso all’approdo che potrà avere al Senato la vicenda giudiziaria aperta a Palermo contro Salvini, con le procedure del cosiddetto tribunale dei ministri, per presunto sequestro aggravato di persone nella nave Diciotti della Guardia Costiera.

            I diavoli, come Berlusconi considera i grillini, che hanno preso il posto dei comunisti nelle sue convinzioni e nei suoi umori, ma non solo in quelli, e non sempre a torto, fanno notoriamente le pentole senza i coperchi. E il Cavaliere, per quanto mal ridotto nei sondaggi, e ancora una volta più per demeriti altrui che per meriti propri, potrebbe trarne vantaggio in quella che potrebbe apparire come la sua ultima sfida, ma potrebbe rivelarsi come la penultima. E’ già accaduto altre volte.  

 

La frattura mediatica del centrodestra molto più solida di quella politica

             La rottura del fronte mediatico del centrodestra è forse il successo maggiore conseguito dal governo gialloverde: una rottura che resiste anche alle pur saltuarie e contradditorie ricomposizioni dello schieramento guidato per una ventina d’anni da Silvio Berlusconi, e sopravvissuto a livello locale, almeno sinora, alla separazione fra lo stesso Berlusconi e Matteo Salvini, avvenuta a livello nazionale dopo le elezioni politiche del 4 marzo scorso.

            Allineato al Cavaliere è rimasto solo il Giornale di famiglia, che ne riporta costantemente e fedelmente umori, interessi e quant’altro, festeggiando evangelicamente il ritorno del figliol prodigo Matteo Salvini ogni volta che ne avverte la sagoma nei pressi delle residenze berlusconiane, e partecipando alle delusioni e alle proteste non appena il leader leghista torna ad allontanarsene. Come il ministro dell’Interno ha appena fatto rivendicandone peraltro il diritto per essere stato a suo tempo autorizzato da Berlusconi in persona a “provare” a governare con i grillini.

             Questa prova, sempre secondo Salvini, varrebbe non per qualche settimana, mese o anno ma per tutta la legislatura. Che ha, fra gli altri inconvenienti o vantaggi, secondo i gusti, quello di durare per tutta la parte rimanente del mandato di Sergio Mattarella al Quirinale, per cui la scelta del successore sul colle più alto di Roma  non potrà prescindere dalla coalizione gialloverde.

            Quando non se la sente di tornare a prendere di petto Salvini, forse proprio a causa della licenza a sbagliare, diciamo così, rivendicata dall’alleato prestato ai grillini, il Giornale cavalca contro il governo le occasioni fornitegli da quello che una volta Berlusconi chiamava sprezzantemente “il teatrino della politica”, non immaginando di potervi alla fine contribuire.

            L’occasione appena colta dal Giornale per tornare a fare opposizione dura è quella uscita dalla viva voce del portavoce di Palazzo Chigi Rocco Casalino, sceso in guerra contro la dirigenza del Ministero dell’Economia. Che legherebbe  mani e piedi al ministro Giovanni Tria e boicotterebbe il programma del governo, per cui andrebbe rimossa in blocco, una volta varata la legge di bilancio. Vada piuttosto a casa lui, ha gridato il Giornale su tutta la prima pagina, e paragonando Casalino, nell’editoriale del direttore Alessandro Sallusti, al Totò Riina dei tempi più sanguinari: quello che ordinava le stragi pur di indurre i governi di turno ad alleggerire il trattamento ai detenuti di mafia.

            La Verità.jpgCasalino invece ha ragione per La Verità, il cui direttore Maurizio Belpietro, già direttore del Giornale e tuttora di casa nelle televisioni del Biscione, ha steso “la mappa delle stanze del potere” per denunciare, sempre su tutta la prima pagina, “tutti gli uomini del controgoverno”. Ed ha completato personalmente il bombardamento con un editoriale nel quale si riducono a dieci i dirigenti, o alti burocrati, da rimuovere per evitare che l’Italia continui a non cambiare. Una prima pagina perfetta per un giornale non di destra o di centrodestra, come molti lettori forse continuano a credere che sia, ma di fiancheggiamento del movimento grillino, in concorrenza col Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio. Non a caso i due giornali sono spesso in sintonia nei titoli, negli attacchi e nelle vignette.

            Un posto per Casalino, che è pur sempre un giornalista professionista, potrà sempre esserci alla Verità, se per qualsiasi ragione, magari di convenienza politica, dovesse crollare la solidarietà appena assicuratagli dal presidente del Consiglio e da chi glielo ha consigliato come portavoce: il vice presidente dello stesso Consiglio e capo formale del movimento delle 5 Stelle Luigi Di Maio.

            Libero.jpgDall’affare Casalino, e dintorni o contorni, si è tenuto prudentemente lontana la prima pagina di Libero, il giornale di centrodestra guidato, ispirato e quant’altro da Vittorio Feltri. Che ha preferito rasserenare, anzi entusiasmare i suoi lettori reclamizzando un sondaggio che dà ulteriormente in crescita la Lega sui grillini, “precipitati” dal 32 per cento del 4 marzo scorso al 27. “Salvini mangia voti a Di Maio”, ha raccontato in diretta Libero dal ristorante gialloverde. E tanto dovrebbe bastare a tranquillizzare -par di capire- anche Berlusconi, al netto dei voti che pure Forza Italia continua a cedere al Carroccio.

           

Dal sabato del villaggio al sabato delle capriole, e del capogiro

            Dal sabato leopardiano del villaggio, poeticamente contenuto nella festa, al sabato del capogiro procurato da Matteo Salvini all’informazione, ma soprattutto ai suoi alleati sparsi in più fronti, essendovene al governo e all’opposizione. Tra incontri, dibattiti, dichiarazioni, telefonate, e muovendosi fra Roma e Fregene, il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno ne ha dette e fatte, diciamo così, di tutti i colori, come le sue espressioni facciali felicemente scelte dal Corriere della Sera a corredo di una intervista fattagli da Marco Cremonesi.

            Anche a costo, o forse proprio per guastare la festa ai forzisti riuniti a Fiuggi, e mandare di traverso il piatto di riso consumato da Silvio Berlusconi fra gli amici smaniosi di applaudirne oggi il manifesto di rilancio del partito, Salvini ha declassato ad “accordi locali”, soltanto locali, lo scenario del centrodestra ritrovato o rinnovato nei giorni scorsi fra cene e pranzi nella villa brianzola di Arcore e nella residenza romana. E, in più, ha rimpianto l’occasione, mancata per l’indisponibilità dei grillini, di portare nel governo gialloverde, anche la destra di Giorgia Meloni riconoscendo invece come scontata, naturale, giusta e quant’altro il rifiuto opposto, sempre dai grillini, a Forza Italia. Dal cui leader il capo del movimento delle 5 Stelle non volle ricevere neppure una telefonata, quando Salvini gliela prospettò.

            Persino il vigile sottosegretario leghista a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti, appena spesosi a fischiare i falli grillini di legalità sulla ricostruzione del ponte crollato a Genova e a ricordare a Rocco Casalino, il portavoce sempre grillino del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che non tocca a lui “cacciare nessuno”, tanto meno o tanto più  i dirigenti del Ministero dell’Economia entrati nel mirino delle sue telefonate d’ordinanza ai giornalisti, è stato spiazzato da Salvini. Che ha declassato a “incauto” l’intervento di Casalino e, sposandone in pratica le proteste contro le frenate imposte dall’alta burocrazia sulla pista della legge di bilancio, ha esortato pure lui il ministro dell’Economia Giovanni Tria ad avere più “coraggio” nella spesa in deficit.

           Csalino.jpg Forte –ha detto- di pareri raccolti fra economisti e “investitori” per niente, o quasi, preoccupati dell’ingente debito pubblico italiano, considerato invece da molti un disincentivo all’acquisto dei nostri titoli di Stato, Salvini ha detto che tanto più sarà “coraggiosa” la manovra economica e finanziaria allo studio di Tria, tanto più sarà possibile una crescita e la conseguente fiducia dei mercati. Che è poi la tesi -ripeto- del portavoce di Conte, e di Di Maio. Il quale dalla Cina si è fatto sentire per difendere Casalino non solo dagli attacchi delle opposizioni ma anche dal malumore di alcuni colleghi di partito e dalle critiche, a sinistra, del quotidiano il manifesto. Che ha pizzicato nella foto di copertina “Rocco e i suoi coltelli”, da usare contro i sabotatori del programma di governo -dal reddito di cittadinanza in su o in giù- all’opera nel superdicastero economico di via XX Settembre, peraltro a poca distanza, non solo fisica, del Quirinale.

            E’ anche al Quirinale, appunto, che  si aspetta con una certa ansia la confezione della legge di bilancio, su cui il capo dello Stato ha detto più volte di sentirsi titolato a vigilare per i suoi risvolti costituzionali. E ciò specie dopo che l’articolo 81 della legge fondamentale della Repubblica è stato modificato nel 2012 per stabilire, fra l’altro, che “il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali”. Fra i quali non è detto che il capo dello Stato consideri, come ritengono invece i grillini e i leghisti, la nomina del governo attuale, da lui stesso effettuata nella convinzione esplicitamente espressa a suo tempo di essersi attenuto al prodotto di una normale dialettica politica fra le forze rappresentate in Parlamento. Nulla di più e nulla di meno.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it

Storie di rimpatri e partenze sui binari della politica italiana

            La notizia, salvo smentite, è di Francesco Verderami sul Corriere della Sera. Assente Luigi Di Maio, ancora in Cina sbandierando il controverso biglietto del volo in classe economica effettuato per arrivarvi Verderami 1 .jpgda Roma via Amsterdam, i grillini dissidenti si sarebbero in qualche modo preparati alla crisi di governo, se mai dovesse arrivare davvero fra le tante prove di forza in corso nella coalizione gialloverde sulle materie più disparate, incontrando “in delegazione alcuni dirigenti del Pd”.

            Anche questi ultimi, ad occhio e croce, per quanto non meglio precisati, dovrebbero essere dissidenti rispetto alla linea che l’ex segretario Matteo Renzi è riuscito sino ad ora a imporre al suo partito: quella di non offrire sponde al movimento delle 5 Stelle, neppure per favorirne la rottura con i leghisti, vista la quantità enorme di trappole che sono riusciti imprudentemente a disseminarsi da soli protagonisti e attori del governo, e ormai anche del sottogoverno realizzato in poco più di cento giorni con raffiche di nomine bloccatesi in estate solo alla Rai per l’incidente occorso alla presidenza. Dove comunque si sta rimediando proprio in questi giorni, ma paradossalmente grazie all’accordo sopraggiunto nel centrodestra sul candidato leghista Marcello Foa, appena rieletto dal Consiglio d’Amministrazione dell’azienda pubblica e sicuro ormai di avere questa volta il voto favorevole dei forzisti mancatogli al primo giro nella commissione parlamentare di vigilanza, già convocata per la prossima settimana.

             Sono proprio gli eventi sopraggiunti nel centrodestra, fra incontri, cene e quant’altro, ad avere messo in agitazione i grillini. E non solo i dissidenti, diciamo così, di sinistra ma anche gli altri, ai quali non tornano più i conti del territorio, visto che proprio con le intese raggiunte fra Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini, in ordine solo alfabetico, con le prossime elezioni regionali il centrodestra potrà fare davvero il pieno. Lo ha sottolineato, compiaciuto nella serie dei suoi editoriali di carta stampata, il conduttore di Porta a Porta Bruno Vespa. Che ha colto l’occasione anche per ricordare agli smemorati che il Cavaliere di Arcore non è “la moglie tradita” da Salvini, ma la moglie che “ha ritrovato il marito”, autorizzato nei mesi scorsi alla “scappatella” con i grillini.

               Questa storia del centrodestra ritrovato, e non solo per la conquista delle regioni non ancora possedute ma anche per vedere realizzato grazie ai leghisti qualcosa del proprio programma dal governo Giannelli.jpgin carica, ha tolto il sonno a quelli del Fatto Quotidiano, come dimostra la vignetta di Vauro sulla prima pagina dedicata al “rimpatrio” di Salvini ad Arcore. Non meno sarcastico è stato Giannelli sul Corriere della Sera con quel Di Maio alla stazione ferroviaria che, appiedato, vede partire Salvini su un altro treno.    

Troppi medici al capezzale del Pd. Ma forse loro sono più ammalati del paziente

Più vedo, ascolto, leggo e conto i medici al capezzale del Pd e più mi chiedo chi sia davvero il malato, o il più malato fra tutti. Ma ancora più paradossalmente mi chiedo se i più anziani o i meno giovani di noi che scriviamo di politica, e che ci siamo convinti, a torto o a ragione, di intendercene non dobbiamo pentirci di quando criticavamo il cosiddetto “centralismo democratico” del Pci di Palmiro Togliatti. E poi anche di Enrico Berlinguer, che con la sua personalità, e non solo per le correzioni apportate alla vecchia linea fra strappi interni per niente nascosti, portò il suo partito a soli 500 mila voti dietro la Dc nelle elezioni regionali del 1975. Di fronte ai cui risultati Indro Montanelli sul Giornale fondato su una storica scissione del Corriere della Sera fece ai partiti laici lo scherzo da prete -come lo definì scherzando ma non troppo il suo amico Ugo la Malfa- di invitare i loro elettori l’anno dopo a votare per lo scudo crociato, anche a costo di “turarsi il naso”. E i punti di distacco fra i due partiti maggiori salirono da due a quattro.

Non mi convincono del tutto le analisi degli specialisti in flussi elettorali, o almeno le interpretazioni che ne hanno date quanti attribuiscono lo sgonfiamento del Pd-ex Pci, ma anche ex sinistra democristiana, ex ambientalisti, liberali e altro ancora, a un ripiegamento a destra, nelle zone centrali a traffico limitato delle grandi città, lasciando le periferie dei poveri e disagiati alle unghie dei grillini o all’astensionismo.

Già prima della caduta del muro di Berlino, e di tutti i miti del comunismo, la sinistra marxista italiana aveva cambiato registro convertendosi a quello che oggi viene liquidato come mercatismo e varianti. Essa si era convinta che in una società moderna non sarebbe mai bastato ridurre le disuguaglianze ridistribuendo la ricchezza, senza crearne di nuova. Sono rimasti al vecchio modo e mondo i grillini, non a caso collocabili per certi versi al posto della vecchia sinistra, teorizzando la decrescita felice e altre amenità del genere. E infiochettando questi ritorni al passato remoto con pretesti legalitari e giustizialisti, convinti per esempio che la rinuncia alle grandi opere e simili, comprese le olimpiadi, serva anche a purificare la politica e, più in generale, la società togliendole tutte le occasioni possibili di cadere in tentazione di corruzione e quant’altro.

Nossignori, il Pd e più in generale la sinistra non si salvano dalle cifre elettorali del 4 marzo scorso, peraltro in discesa come tutta la sinistra nel mondo, tornando indietro, mettendosi a inseguire i grillini sulla strada del cosiddetto populismo. E tanto meno offrendosi a loro a buon mercato per sostituire alla prossima crisi di governo i leghisti ancora di casa nel centrodestra, con tante scuse -che già alcuni al Nazareno e dintorni hanno sostanzialmente chiesto- per non avere colto l’occasione di un’alleanza nella primavera scorsa.

Sarò un ingenuo, un minimalista, uno sprovveduto, o addirittura un anziano scimunito, ma i guai del Pd cominciarono quando Renzi, alla guida del governo da pochissimi mesi, lo portò nelle elezioni europee del 2014 oltre il 40 per cento dei voti, ai migliori livelli della Dc di un tempo.

Fu allora che nel Pd scoppiò il panico, la paura del leader, del padrone, del dittatore, imprudentemente alimentata dallo stesso Renzi con pratiche muscolari e rottamatrici che poteva obiettivamente risparmiarsi. I suoi avversari interni divennero più di pancia che di testa, più ostinati e pericolosi di quelli esterni. E al toscano non gliene fecero passare una, neppure dopo che per placarli, e a costo di perdere il prezioso supporto dell’opposizione berlusconiana sulla strada delle riforme costituzionale ed elettorale, Renzi offrì loro praticamente il Quirinale con la candidatura di Sergio Mattarella, scomodandolo dalla Corte Costituzionale dove sedeva accanto al concorrente Giuliano Amato.

Dopo meno di due anni, pur con tutto il rispetto dovuto alla persona e alla carica, Renzi si chiese forse se non avesse sbagliato quel passaggio istituzionale. Quando perse il referendum confermativo della riforma della Costituzione, ma forte ancora del 40 per cento raccolto a favore del suo progetto, egli bussò inutilmente alla porta del capo dello Stato per chiedere da segretario del Pd le elezioni anticipate. Ne ottenne un  cortese ma motivato e fermo rifiuto, a conferma di una vecchia regola della prima Repubblica sperimentata un po’ da tutti: da Alcide De Gasperi ad Aldo Moro, da Berlinguer a Bettino Craxi. I presidenti della Repubblica sono destinati a deludere chi li ha spinti al Quirinale aspettandosene eterna gratitudine. Che in politica è il sentimento del giorno prima, dicevano all’unisono due uomini così diversi  fra loro come Giulio Andreotti ed Enzo Biagi.

Mettetevi nei panni di quel 40 per cento non tanto delle elezioni europee del 2014 quanto del referendum del 4 dicembre 2016 sulla riforma costituzionale. Com’era possibile attendersi che quegli elettori continuassero o cominciassero, a votare più o meno direttamente per Renzi avendo toccato con mano l’inattendibilità e ingovernabilità del suo partito, un pezzo del quale si era mobilitato contro la riforma e brindò alla sua bocciatura? Altro che Parioli piuttosto che il Trionfale o il Tiburtino. Un partito impegnato più a bucare le gomme all’auto del conducente che a sostenerne la corsa è fuori partita, al femminile. C’è solo da meravigliarsi che ci sia ancora qualcuno disposto a candidarsi per esporsi alla pratica che Renzi anche di recente è tornato a chiamare del “fuoco amico”, avendolo sperimentato sulla propria pelle.

Non andrà di moda, con i tempi che corrono, e con la lama della ghigliottina ormai spuntata, condividere un’opinione o una sensazione dell’ex segretario del Pd, ma non gli capita sempre di sbagliare. Né capita sempre ai suoi avversari di avere ragione.

Per favore, risparmiando anche cene, digiuni e consulti psichiatrici, e tornando all’inizio di queste riflessioni, ridateci a sinistra un pò di sano “centralismo democratico”. Che è praticato del resto con buoni risultati, a quanto pare, nei due partiti oggi al governo e ancora sull’onda dei sondaggi, nonostante le prove non sempre esaltanti che stanno dando alla guida del Paese.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

C’è chi torna a casa e chi minaccia di farlo fra leghisti e grillini…

          In attesa di capire, si fa per dire, se il recupero della candidatura leghista di Marcello Foa alla presidenza della Rai ne è stato l’effetto o la causa, resta Foa.jpgincontrovertibile lo shock provocato nella sinistra radicale e fra i grillini dal ritorno del centrodestra sulla scena politica nazionale con l’incontro fra  quegli “incredibili 3”, come ha titolato su tutta la prima pagina il manifesto, quotidianoIl Giornale.jpg dichiaratamente e orgogliosamente comunista. Dove si stanno ancora stropicciando gli occhi, mentre il Giornale della famiglia Berlusconi ha potuto annunciare il ritorno di Salvini “a casa”.  

            Nella lontana Cina, dove è in missione ostentando il biglietto in economica del suo viaggio in aereo, il vice presidente pentastellato del Consiglio Luigi Di Maio è tornato a consolarsi mormorando che gli incontri del suo omologo leghista con Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni sono “affari loro”. E ciò anche se comporteranno alle prossime elezioni regionali la riproposizione di un’alleanza, cartello e quant’altro  alternativo al Movimento delle 5 Stelle, con la maiuscola. E forse, prima ancora delle regionali, già nella prossima settimana, la presenza di qualche odiato berlusconiano fra direttori e quant’altri nella Rai “del cambiamento”, come la definiscono i grillini scimmiottando il nome del governo gialloverde in carica da giugno.

            Quella degli “affari loro” è diventata un po’ un’ossessione per Di Maio. Ne vede, disprezza e intima dappertutto. E’ appena toccato anche all’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione economica con sede a Parigi, il vaffa grillino per avere osato intromettersi nelle vicende dell’Italia, che però partecipa volontariamente a quell’associazione dalla fondazione, nel lontano 1948. Ed è stata esortata ad andarci piano con l’ennesima riforma del sistema previdenziale.

            In realtà, già prima di partire per la Cina, quando Salvini era andato a cenare con Berlusconi ad Arcore, Di Maio aveva avvertito una realtà molto diversa dai suoi desideri e dalla sua rappresentazione: la realtà, cioè, di una situazione politica che potrebbe esplodere da un momento all’altro. E dalla quale Salvini ha una via d’uscita, quella appunto, come dicono al Giornale, della “casa” del centrodestra, dove nel frattempo il leader leghista si è ulteriormente rafforzato ridimensionando ruolo e presenza di Berlusconi e della destra ex finiana.  Di Maio invece si è precluso ormai il “forno” del Pd, un po’ perché questo è chiuso, diciamo così, per manutenzione e solite risse interne, e un po’ perché ad accedervi si sono ormai prenotati altri nel movimento delle 5 Stelle, sempre al maiuscolo.

            La prospettiva annunciata o minacciata da Di Maio, come preferite, è quella di un ritorno “a casa”, ma a casa sua o del proprio partito,  se quel testone del ministro dell’Economia Giovanni Tria, spalleggiato magari dal Quirinale, si ostinerà nella sua mancanza di “serietà” e non  gli troverà nella legge di bilancio i soldi necessari a finanziare, con “un po’ di deficit in più”, reddito di cittadinanza e quant’altro.

            Renzi 2.jpgAnche Matteo Renzi -ricordate?- annunciò o minacciò di “tornare a casa” affrontando nel 2016 il referendum sulla riforma costituzionale, ma finendo per scatenare imprudentemente quanti davvero volevano liberarsene, fuori e dentro il suo stesso partito. E perse prima il referendum, poi la presidenza del Consiglio volendosi tenere stretta la segreteria del partito, poi ancora le elezioni alla scadenza ordinaria impostagli imprevedibilmente da Mattarella, contrario all’anticipo reclamato da chi lo aveva pur mandato al Quirinale, e infine la stessa segreteria del Nazareno.

 

 

 

 

 

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