Conte straccia il programma dell’alternativa prima ancora di negoziarlo

       Scambiato per l’emozione due volte sulla prima pagina della Stampa per Antonio, l’allenatore di calcio, in una intervista raccolta dal vice direttore Alessandro De Angelis l’ex premier Giuseppe Conte ha praticamente stracciato il programma del cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra prima ancora che venga negoziato, in autunno, e tanto meno concordato. Sui punti soprattutto di politica estera, difesa e sicurezza che dividono maggiormente quel campo decideranno le primarie scegliendo fra la segretaria del Pd Elly Schlein e lui, già due volte presidente del Consiglio con maggioranze opposte, il candidato a Palazzo Chigi.

       Se toccherà a lui, Conte si è impegnato, bontà sua, a riconoscere che nella guerra in corso alle porte dell’Europa l’Ucraina è l’aggredita e Putin l’aggressore, ma correrà a Mosca per convincere il dittatore russo alla pace contrapponendosi all’Unione europea che invece non la vuole, anzi fomenta l’Ucraina a resistere e ad alzare il prezzo di un’intesa, forte degli aiuti militari che ottiene pur tra crescenti difficoltà  dall’Occidente, compresa l’Italia, ma senza il consenso del partito contiano.  

       Giuseppe Conte, al singolare del “Giuseppi” generosamente assegnatogli da Trump alla Casa Bianca durante il suo primo mandato, mentre il premier italiano cambiava pelle politica per restare a Palazzo Chigi dopo la rottura con la Lega; Giuseppe Conte, dicevo, vuol fare insomma l’americano. Vuole ripetere le gesta di Trump che si propose per il suo secondo mandato come l’uomo capace di convincere Putin e di imporre al presidente ucraino Zelensky la pace non disponendo delle “carte”, con  gli gridò in faccia risparmiandogli solo gli schiaffi. Con quale catastrofico esito lo dicono le cronache quotidiane della guerra che continua, nella quale ormai non fanno più notizie, per la loro abitualità, le stragi e gli obiettivi civili colpiti dalla Russia. Dove anche l’economia è diventata di guerra, per cui paradossalmente crollerebbe se si facesse davvero la pace.

       Pur ribattezzato Antonio, ripeto, sulla prima pagina della Stampa e sovrastato sugli altri giornali dai guai di frontiera, diciamo così, procurati all’Europa dal premier spagnolo Sanchez, fuggito in vacanza mentre Ceuta veniva assaltata a nuoto dai marocchini, Giuseppe Conte ha ormai buttato via la maschera nella sua corsa per il ritorno a Palazzo Chigi. Chissà se la segretaria del Pd Elly Schlein saprà e vorrà approfittarne, o preferirà invece inseguire -“testardamente unitaria”, come lei stessa dice- procedere sulla strada del suicidio del proprio partito, fra le preghiere laiche di Goffredo Bettini e compagni.  

Ripreso da http://www.startmag.it

Le confessioni del felice Urbano Cairo al suo Corriere della Sera

       Urbano Cairo, l’editore del Corriere della Sera e de la 7 televisiva, da Silvio Berlusconi, di cui fu dipendente, ha ereditato anche la fortuna, intesa non solo in senso economico. Ma neppure Berlusconi, credo, sarebbe stato capace, di sopravvivere, come è invece accaduto a Cairo, all’acquisto del Corriere guadagnando dai 50 ai 60 milioni di euro dopo averlo preso con 430 milioni di debito e perdite di 260 milioni l’anno. Che per poco non lo fecero svenire davanti allo specchio del suo bagno quando calcolò le migliaia di euro il minuto cui equivalevano. E di minuti quando finì di fare i conti ne erano già passati troppi per i suoi gusti e le sue abitudini di scuola, ripeto, berlusconiana.

       Una volta, ai tempi della cosiddetta prima Repubblica, e di uno dei suoi governi di più lunga durata, il primo presieduto in Italia da un socialista, che era Bettino Craxi, compagno di partito e amico dell’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, solo a pensare di acquistare il Corriere, non all’edicola ma da un notaio, si rischiava di finire fra la galera e l’ospizio, se non ammazzato. Ora, pur con tante edicole chiuse, tante copie di carta vendute in meno, ma tante altre digitali conquistate, Cairo si gode il suo Corriere come una miniera di guadagni. E anche una popolarità che potrebbe fargli perdere tanto la testa da cadere nella tentazione della politica.

       Del Corriere, dove Cairo ha lasciato al suo posto, avendone la massima stima, il direttore Luciano Fonnta di scuola Unità di Walter Veltroni, oggi fra i collaboratori meritatamente più pagati per la bravura che ha ed ha conservato professionalmente pur dopo avere fatto politica fra governo e partito; del Corriere, dicevo, Cairo ha raccontato a Fabrizio Roncone che tutti si aspettano, per tradizione, “autorevolezza”, affidabilità e simili leggendo notizie vere e non false o deformate, e commenti seri, anche quando non dovessero essere condivisi. Un po’ il contrario, direi, de la 7 televisiva che Cairo è stato accusato dall’insospettabile Enrico Mentana, direttore in scadenza del telegiornale e maratoneta catodico consumato, di aver lasciato diventare quella che una volta era Rai3, della mitica Telekabul di Sandro Curzi. Ma tutto è avvenuto -si è quasi giustificato l’editore- lasciando al loro posto le firme trovate all’acquisto, salvo Michele Santoro e Gad Lerner. Che tuttavia, non credo fra la distrazione di uno attento come Cairo, ogni tanto vengono ospitati con riguardo, se non con nostalgia, nei salotti di Lilli Gruber e Giovanni Floris.

       In ogni caso la premier Giorgia Meloni, bersaglio fisso de la 7, dalla quale si tiene lontana per cautela più che per ritorsione, può contare sul buon giudizio personale di Cairo, che le riconosce di avere “dato stabilità, essere apprezzata dai mercati”, che contano più dei conduttori ostili, ”avere abbassato lo spread”. Ma può fare bene, e persino meglio, ha avvertito Cairo, anche la segretaria del Pd Elly Schllein se dovesse riuscire a scalare Palazzo Chigi e ad evitare quel disastro che sarebbe Giuseppe Conte. Se anche dovesse ancora mancare qualcosa alla pur “rivitalizzante” Schlein, si può essere ugualmente fiduciosi o ottimisti perché “una volta che sei lì”, a Palazzo Chigi, “è il ruolo stesso a conferirti una certa dimensione”, come accadde persino a Conte durante il Covid, prima di perdersi dannatamente nello “spreco assoluto” dei superbonus edilizi che “ci è costato 180 miliardi, quasi come l’intero pnr” che l’ex premier si vanta ancora di avere ottenuto con destrezza a Bruxelles.

Da Radio Londra a Radio Franceschini salendo verso il Quirinale

       Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è dunque preoccupato dell’asprezza della campagna elettorale cominciata in anticipo senza intervenire sulla durata della legislatura, che continua verso la scadenza ordinaria dell’anno prossimo, o quasi. Forse votando in primavera piuttosto che in autunno per rendere meno affannosa, ed elettoralistica, la preparazione della nuova legge finanziaria.

       Mattarella ha finto di non accorgersene ma ad aumentare l’asprezza della campagna elettorale è quella, anch’essa in corso con più anticipo dell’altra sul rinnovo delle Camere, per la sua successione al Quirinale. Dove l’età, quanto meno, per quanto da lui ben portata, non rende realistica una sua seconda conferma, e quindi un terzo mandato. Una campagna, quella presidenziale, che è salita di tensione, o ossessione, per la candidatura reale, per niente immaginaria, della premier Giorgia Meloni: la prima ad essere salita a Palazzo Chigi, la prima ad esservi arrivata da destra e la prima a potersi trasferire direttamente dalla Presidenza del Consiglio alla Presidenza della Repubblica. La prima anche della cui candidatura si dice e si scrive che si tratti di un “assalto”, non di una scalata o di una corsa, come di solito si sono definite le elezioni presidenziali, anche quando a candidarsi, senza peraltro riuscire ad essere eletti, sono stati uomini di un certo temperamento come Amintore Fanfani. Che da segretario della Dc usava chiamare nel suo ufficio, all’Eur o o Piazza del Gesù, il suo vice Mariano Rumor spingendo il pulsante di un campanello. Al cui suono l’altro scattava e correva da lui ansimando.

       Dario Franceschini, che non ha cariche nel Pd pur avendone avute, è il più attenzionato da Francesco Verderami sul Corriere della Sera per avvertirne umori, preferenze, progetti, iniziative, “grandi manovre”, essendo stato il primo, o il più esplicito ad avvertire che l’anno prossimo si voterà sì per le nuove Camere, ma in esse si comincerà subito a trattare sulla successione al Quirinale. Il suo primo obiettivo sarebbe di una spartizione: se la destra rimarrà al governo, il Quirinale dovrà andare alla sinistra. Il secondo obiettivo decifrato a Radio Franceschini, come nella seconda guerra mondiale si faceva ascoltando Radio Londra, sarebbe quello di mandare al Quirinale persone rappresentative certamente degli schieramenti politici cui appartengono ma non di vertice, diciamo così, per non far salire troppo la tensione. Cosa che avverrebbe a destra mandando la Meloni, i cui militanti a Roma sono ancora chiamati “fascisti” dal vice presidente forzista del Consiglio Antonio Tajkani, e a sinistra Giuseppe Conte, non essendo candidabile per ragioni di età Elly Schlein, sei anni ancora, fra tre anni, al di sotto dei 50 richiesti dalla Costituzione. Franceschini invece ne ha 67 sin d’ora.

Sforza Italia nella paura di Meloni e nella speranza di Franceschini

       Simone Canettieri, una ventina d’anni di professione giornalistica di cui quattro almeno trascorsi al Foglio quando ancora Silvio Berlusconi era chiamato ed era davvero “l’amor nostro”, anche se il fondatore Giuliano Ferrara si divertiva ogni tanto a dirsi di “tendenza Veronica”, con tutto ciò che poteva sottintendere quella formula in rapporti già logorati e infine rotti nell’augustissima coppia di Arcore-Macherio; Simone Canettieri, dicevo, ha attinto le sue ultime notizie di clan per annunciare, avvertire sulla prima pagina del Corriere della Sera,  in qualche modo anche confermare, non trattandosi di assoluta novità, “i dubbi di Meloni” sulla Forza Italia già del Cavaliere. Che oggi si divide fra il più o meno disciplinato Antonio Tajani, strapieno di impegni di partito, di governo e di societò, e i due figli maggiori del compianto Berlusconi. Che hanno per il partito fondato dal padre per meglio amare e servire la sua Italia interessi misti di cuore e di affari, avendo ereditato anche i crediti familiari equivalenti ai debiti del movimento forzista.

       Il sospetto, la paura, l’ossessione e quant’altro della premier è che in quest’ultimo anno di legislatura i pur ancora alleati e amici forzisti cerchino ancora più di prima “l’incidente”. O per banalmente alzare il prezzo di una rinnovata alleanza o, ancora meno banalmente, e più pericolosamente, per sganciarsi cogliendo qualcuno degli ormai numerosi pretesti o motivi di dissenso e disputa che si accumulano nelle aule parlamentari e dintorni.

       Appesa agli umori o manulori forzisti, di genere maschile e famminile, non è solo la sorte del centrodestra, almeno negli ultimi equilibri interni lasciati da Berlusconi, sorpreso dal sorpasso della Meloni non meno di quello subìto nelle precedenti elezioni ad opera della Lega di Matteo Salvini, che lo investì andando a fare nel 1978 il vice presidente del Consiglio di Giuseppe Conte, cioè in campo avverso, e lasciandoci le penne. In ballo è la sorte del bipolarismo di stile italiano, nel quale accade, per esempio, che il furbo Dario Franceschini si muova nel cosiddetto campo largo dell’alternativa contesa fra la Schlein e Conte, in edizione dorotea appena cucitagli addosso da Beppe Grillo, ma avvertendo ogni tanto che “l’azione d’oro” del bipolarismo italiano, come lui la chiama, ce l’anno i figli di Berlusconi o, più generosamente, i forzisti in senso lato. Con loro il partito di Franceschini si troverebbero comodo su tanti temi controversi invece a sinistra, a cominciare da quelli di politica estera e difesa.   

Il doroteismo democristiano nella surreale edizione 5 Stelle

Il piatto della vendetta, si sa, si serve e si mangia freddo. Come ha fatto in fondo Beppe Grillo mettendo il dito, diciamo così, nell’occhio di Giuseppe Conte e amici chiusi a quattro mandate nelle stanze e nei palazzi del potere che si erano invece proposti di scassinare e demolire, o aprire coma scatole di tonno -ricordate?- ai tempi dei fondatori, garanti e quant’altri del Movimento 5 Stelle.

       Ciascuno ha il suo Vannacci, Roberto Vannacci, in divisa militare, o da camera, o da spiaggia, o circense d’epoca romana,  Ce l’ha la destra di Giorgia Meloni, di Matteo Salvini e di Antonio Tajani, e ora il campo largo o ampio dell’alternativa, dove l’aspirante leader Conte, appunto, potrebbe trovarsi fra i piedi e le mani i grillni  di origine controllata, diciamo così, come Alessandro Di Battista, Dibba per gli amici, forse anche l’ex sindaca di Roma Virginia Raggi e quella di Torino Chiara Appendino. Avrebbe potuto essere della partita simil-vannacciana anche l’ex presidente della Camera Roberto Figo se, abituato ormai alle comodità di ogni senso di Montecitorio, dopo un rapido e fallimentare esperimento di un viaggio in autobus, salitovi alla Stazione Termini, sta provando ora quelle del palazzo napoletano della Regione Campania, di cui è presidente, O governatore, come si scrive e si dice ormai comunemente facendo gonfiare il petto agli interessati, speriamo senza farli esplodere rovinosamente

All’invettiva anti-poltronista o pauperistica di Grillo la creatura sfuggitagli di mano, il riaspirante a Palazzo Chigi Giuseppe Conte, che sogna di tornarvi al suo solito passo svelto, ha reagito rinfacciando al comico prestatosi per un po’ alla politica la fiducia riposta a suo tempo in Mario Draghi, scambiandolo per un un pentastellato. Mario Draghi, il presunto intruso e uomo dei poteri forti, anzi fortissimi, portato alla guida del governo, scalzando proprio Conte, con una operazione di palazzo -sinonimo di congiura, complotto  e simili- dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che del resto aveva esitato a conferirgli il primo mandato di presidente del Consiglio, e da quel guastatore ormai professionale che dovrebbe essere Matteo Renzi agli occhi e al cervello del concorrente di Elly Schlein a Palazzo Chigi.  E della Meloni al Colle quando sarà libero.

Pubblicato sul Dubbio

Il dito freddo di Beppe Grillo nell’occhio di Giuseppe Conte

       Il piatto della vendetta, si sa, si serve e si mangia freddo. Come ha fatto in fondo Beppe Grillo mettendo il dito, diciamo così, nell’occhio di Giuseppe Conte e amici chiusi a quattro mandate nelle stanze e nei palazzi del potere che si erano invece proposti di scassinare e demolire, o aprire coma scatole di tonno -ricordate?- ai tempi dei fondatori, garanti e quant’altri del Movimento 5 Stelle.

       Ciascuno ha il suo Vannacci, Roberto Vannacci, in divisa militare, o da camera, o da spiaggia, o circense d’epoca romana,  Ce l’ha la destra di Giorgia Meloni, di Matteo Salvini e di Antonio Tajani, e ora il campo largo o ampio dell’alternativa, dove l’aspirante leader Conte, appunto, potrebbe trovarsi fra i piedi e le mani i grillni  di origine controllata, diciamo così, come Alessandro Di Battista, Dibba per gli amici, forse anche l’ex sindaca di Roma Virginia Raggi e quella di Torino Chiara Appendino. Avrebbe potuto essere della partita simil-vannacciana anche l’ex presidente della Camera Roberto Figo se, abituato ormai alle comodità di ogni senso di Montecitorio, dopo un rapido e fallimentare esperimento di un viaggio in autobus, salitovi alla Stazione Termini, sta provando ora quelle del palazzo napoletano della Regione Campania, di cui è presidente, O governatore, come si scrive e si dice ormai comunemente facendo gonfiare il petto agli interessati, speriamo senza farli esplodere rovinosamente

All’invettiva anti-poltronista o pauperistica di Grillo la creatura sfuggitagli di mano, il riaspirante a Palazzo Chigi Giuseppe Conte, che sogna di tornarvi al suo solito passo svelto, ha reagito rinfacciando al comico prestatosi per un po’ alla politica la fiducia riposta a suo tempo in Mario Draghi, scambiandolo per un un pentastellato. Mario Draghi, il presunto intruso e uomo dei poteri forti, anzi fortissimi, portato alla guida del governo, scalzando proprio Conte, con una operazione di palazzo -sinonimo di congiura, complotto  e simili- dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che del resto aveva esitato a conferirgli il primo mandato di presidente del Consiglio, e da quel guastatore ormai professionale che dovrebbe essere Matteo Renzi agli occhi e al cervello del concorrente di Elly Schlein a Palazzo Chigi.  E della Meloni al Colle quando sarà libero.

Tutti i guai dei signori riformisti, sia a sinistra sia a destra

Come se non bastassero i guai dei riformisti, alle prese con un progetto di coalizione o di alternativa grande solo di nome ,genericamente adoperato tra il malumore di Giuseppe Conte, e alquanto ristretto nella esplorazione che ha appena effettuato sul Corriere della Sera il direttore Luciano Fontana riferendone ad un lettore, sta irrompendo sulla scena politica e anche giudiziaria un terrorismo di ritorno per niente da barzellette e simili. Come “le brigate rosse in menopausa” delle quali ha scritto Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, forse ricordandosi anche lui di quella terrorista di una cinquantina d’anni fa che si vantava di avere l’orgasmo quando sparava, e forse doppio quando uccideva al primo colpo.

       Al terrorismo di ritorno che neppure la premier Giorgia Meloni- la prima vittima politicamente designata- ha avuto sinora il coraggio di chiamare col suo vero nome, parlando di “violenza organizzata” nel sopralluogo compiuto col ministro dell’Interno nella Val di Susa messa a ferro e fuoco, con più di 120 feriti fra agenti di Polizia e Carabinieri e danni per oltre, ben oltre il milione di euro delle prime valutazioni, il sistema è arrivato sorpreso. Per quanti segnali preoccupanti fossero già arrivati dalle piazze, compresa quella di Bologna. Sorpreso, impreparato e – credo anche intrappolato, il nostro sistema, nella gabbia costituita dal bipolarismo di rito italiano, troppo farlocco sia a destra, dove ancora regge forse per il potere che gestisce, sia a sinistra. Dove il già ricordato direttore del principale giornale italiano ha trovato e denunciato ai lettori il “fratricidio” in corso, pur tra promesse e impegni “testardi” di unità programmatica e leaderistica.

       Nella versione un po’ cavernicola e un po’ fantascientifica del sistema maggioritario o misto, prodotto dall’abolizione dei voti di preferenze e dalle varie edizioni di legge elettorale seguita al referendum anti-proporzionale del 1993, una riedizione della “solidarietà nazionale” realizzata esattamente 50 anni fa dalla Dc di Aldo Moro e dal Pci di Enrico Berloimguer, usciti “entrambi vincitori” dalle elezioni politiche anticipate provocate dal suicidio del partito socialista guidato da Francesco De Martino, è una bestemmia in Chiesa. O una scorreggia nello spazio, come disse una volta Umberto Bossi dell’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, che pure l’aveva aiutato nel rovesciamento del primo governo di Silvio Berlusconi risparmiandogli lo scioglimento immediato delle Camere prima ancora che compissero un anno dall’insediamento.

       La “solidarietà nazionale” di 50 anni fa, ripeto, compromissoria rispetto al  ben altro e impegnativo “compromesso storico” proposto da Berlinguer pensando ad una coalizione di governo, e non al governo monocolore democristiano realizzato in due edizioni da Giulio Andreotti appoggiate dall’esterno , resse sia all’urto delle brigate rosse non ancora in meno pausa- direbbe Travaglio- e riuscite ad ammazzare Aldo Moro dopo averne sterminato la scorta come in una macelleria, sia all’emergenza economica favorita anche dalla paura in cui si viveva per strada e nei luoghi di lavoro. Se non si arrivò al coprifuoco ci mancò poco. Si trovò allora il tempo, la voglia e quant’altro, per esempio, per riformare l’assistenza sanitaria col servizio nazionale. E per legiferare in tema di aborto, come si era potuto fare in tema di divorzio nel tempo del primo centro-sinistra, quasi ancora col trattino.

       Solo qualche giorno fa per avere semplicemente ipotizzato in una intervista qualche accordo trasversale fra la premier Giorgia Meloni e la segretaria del Pd Elly Schlein sugli aiuti all’Ucraina sotto aggressione russa e altri aspetti o contenuti della politica estera terremotata dal presidente americano Donald Trump, il povero Paolo Gentiloni, già ministro degli Esteri, presidente del Consiglio e commissario europeo è stato scambiato a sinistra per un pazzo. Se insisterà, si guadagnerà il grado di criminale.

Pubvblicato sul Rifromista

Le brigate rosse messe in menopausa da Travaglio e aggregati

       Per mettersi l’anima in pace e dileggiare sensazioni, allarmi, denunce, indagini e quant’altro su un ritorno del terrorismo, fra piazze e cantieri d’alta velocità non graditi, e perciò assaltati con tutte le forze dell’ordine incaricate di proteggerli, non foss’altro per quello che sono già costati alla collettività, il sempre immaginifico Marco Travaglio sul suo Fatto Quotidiano, sfogliato la mattina, o già di notte, credo, come primo giornale dall’ex premier Giuseppe Conte; per mettersi l’anima in pace, dicevo,  e sfottere avversari, dissidenti o soltanto antipatici Travaglio ha messo in meno pausa le brigate rosse. E ciò già nel titolo del suo editoriale di ieri non contro i devastatori, “violenti organizzati”, come ancora li chiama anche la premier Giorgia Meloni, incappucciati, d’importazione ed esportazione, riusciti a ferire più di 120 fra agenti di Polizia e Carabinieri, distruggere mezzi ed opere e naturalmente  ritardare l’esecuzione dei lavori. No. Gli strali di Travaglio sono stati diretti proprio ai lavori, a causa della loro lunghezza, dei loro eccessivi costi e inutilità in qualche modo certificati dal suo primo lettore, il già citato Conte, quando a  Palazzo Chigi, già alla guida del suo primo governo di coalizione con la Lega di Matteo Salvini, sostituita poi dal Pd, si guadagnava dallo stesso Travaglio il secondo posto di merito nella lunga lista dei presidenti del Consiglio italiani, subito dopo Camillo Benso conte, al minuscolo, di Cavour.  

       Certo, in menopausa, se ancora viva, sarà ornai quella brigatista rossa, o di qualche sigla affine, che negli anni Settanta in giovane età  si vantava di provare orgasmo ogni volta che riusciva a colpire il bersaglio umano affidatogli, specie se uccidendolo al primo colpo. Ma il terrorismo, quale va inteso un movimento di violenza organizzata, come dice- ripeto- la Meloni, che aggredisce non a parole  e striscioni ma con arnesi da scasso, pietre, grate di ferro, mazze  eccetera le forze dell’ordine, mandandone in ospedale più di cento, e mancando il morto solo per caso, con l’obiettivo dichiarato di impedire la realizzazione di un’opera di sicurezza,  oltre che di velocità di trasporto, decisa anche a livello internazionale, non mi sembra proprio in menopausa. Tale sarà, magari, quella mentale che scambia l’opinione per complicità, o viceversa, e finisce per alimentare il ribellismo e compiacersene.

Ripreso da http://www.startmag.it

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Il terrorismo si affaccia finalmente ai titoli dei giornaloni su Val di Susa

       Meglio tardi che mai, d’accordo. Il terrorismo subito avvertito da gente di buon senso, e di una certa esperienza, nella guerriglia in Val di Susa, con più di 120 agenti di Polizia e Carabinieri feriti, danni per più di un milione di euro e un migliaio di identificati fra i manifestanti giunti sul posto armati di tutto ciò che poteva procurare morti fortunatamente mancati, si è affacciato, sia pure come “ipotesi”, nei titoli anche dei giornaloni tipo Repubblica e Stampa. Dei quali spero che si siano accorti pure a sinistra, dove a livello politico si continua a mettere la testa sotto la sabbia, o a guardare altrove. O a prendersela col governo di destra incapace di prevenire la “violenza organizzata”. Che peraltro è la formula riduttiva curiosamente adottata dalla premier Giorgia Meloni nel sopralluogo effettuato col ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.

       Questa reticenza di linguaggio  da parte di un presidente del Consiglio, al maschile come la Meloni preferisce che si scriva, non è solo curiosa. E’ anche sorprendente e autolesionistica, peraltro in quella che si può ormai considerare la lunga campagna elettorale in corso per il rinnovo delle Camere, alla scadenza ordinaria o anticipata del loro mandato quinquennale cominciato nel 2022. “Sveglia, regà”, diceva romanisticamente una volta la Meloni ai colleghi giovani e anche anziani della sua parte politica. E anche ad alcuni ministri ai bachi parlamentari di governo. Che fa, presidente? Si siede proprio adesso?

Il campo largo, anzi stretto, esplorato dal direttore del Corriere della Sera

       Comincia ad avere dubbi sul campo largo dell’alternativa al centrodestra, sino a manifestarli per iscritto, anche Luciano Fontana, approdato al Corriere della Sera dall’Unità dei tempi di Walter Veltoni e salito sino alla direzione. Dove, guarda caso, ha assunto Veltroni quando la politica ha restituito il primo segretario del Pd al giornalismo, o gli ha fatto ritrovare l’antico amore familiare.

       In risposta al lettore scettico Marco Colombo, scelto ieri come l’interlocutore privilegiato di giornata nella pagina della corrispondenza, il direttore del maggiore giornale italiano ha lamentato, diciamo pure denunciato “i molti aspetti fratricidi” della “battaglia in corso” tra le opposizioni al governo. La segretaria del Pd Elly Schlein sarebbe “sotto assedio” ad opera soprattutto del Movimento 5 Stelle, che vuole “trascinare gli alleati”, si fa per dire, “in una coalizione dai connotati radicali”, ma non del compianto Marco Pannella, con l’esclusione delle “formazioni centriste, in particolare quella dell’odiato Matteo Renzi”. Che, dal canto suo, mi permetto di aggiungere, fa tutto il possibile e l’impossibile per guadagnarsi l’ostilità, pur essendo stato nel 2019 il responsabile del recupero di Giuseppe Conte appena scaricato da Salvini, l’altro Matteo.

       Nelle “condizioni” alle quali si è ridotta la convivenza nel campo fintamente largo, in realtà sempre più ristretto quando cerca di darsi un programma e una leadership, Fontana ha avvertito non tanto il suo interlocutore speciale di giornata quanto il più vasto pubblico che non può bastare “l’antimelonismo” della polemica quotidiana ad assicurarne la sconfitta. Come fu per l’antiberlusconismo. Né potranno bastare le scommesse che si fanno a sinistra sui guai che il generale Roberto Vannacci, in tenuta da bagno o imperiale, è in grado di procurare al centrodestra sia rimanendovi sia uscendone.

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