E’ appena entrato nelle cronache di questa estate, con la sua scomparsa, anche Varenne, il cavallo del trotto più forte e famoso del mondo. Che Vittorio Feltri rimpiange di non avere acquistato a suo tempo pur avendo avuto l’occasione e i soldi per farlo, diavolo di un giornalista resistente, con la sua autenticità, a tutte le imitazioni di Maurizio Crozza.
Un’estate, quella in corso, rovente anche per le guerre che continuano, fra tregue debolissime, ultimatum, penultimatum e gradassate come quelle del presidente americano Donald Trump a ovest e del presidente russo Vladymir Putin a est. Estate rovente in Europa anche per i rapporti che saltano e cambiano tra i paesi dell’Unione nella lotta che dovrebbe essere comune contro l’immigrazione clandestina ma che ciascuno alla fine cerca di muovere per conto suo a scapito, generalmente, del più vicino. Piuttosto che con la contigua Francia di Macron o la Germania di Merz, l’Italia di Giorgia Meloni si ritrova con la lontana Danimarca di una premier di sinistra, non di destra.
Un’estate rovente quella in corso, ripeto, anche per i partiti e gli schieramenti di riferimento, o di tendenza. A destra la Meloni si doveva già guardare da leader e partiti alleati timorosi di essere schiacciati dalla sua forza elettorale e dal credito guadagnatosi su scala internazionale, per quanto contestato dalle opposizioni sempre convinte della sua sudditanza ad altri. Da qualche mese la premier si deve guardare anche dal generale ex leghista Roberto Vannacci, che potrebbe procurarle guai sia rimanendo nel centrodestra sia rimanendone fuori.
Non parliamo poi di ciò che accade a sinistra, dove tutti d’accordo contro la Meloni si dividono sul programma e sulla leadership, su chi cioè dovrà, prima ancora di vincere le primarie e le successive elezioni, proporsi a Palazzo Chigi. La Schlein parte favorita perché il suo partito ha più voti degli altri, sopra il 20 per cento, ma proprio per questo finisce per essere la più esposta alle sorprese. Giuseppe Conte col suo 15 per cento, dal 33 e oltre che aveva il suo partito ai tempi di Beppe Grillo, potrebbe diventare il beneficiario della scarsa omogeneità del Pd. Dove convivono sostenitori dell’Ucraina aggredita e sostenitori di Putin aggressore.
Un’estate, ripeto, torrida e confusa che è stata però sequestrata in Italia dall’affare Lavitola-Ranucci. Incredibile ma vero. Lavitola si è imposto per l’idea messasi in testa, fra cene al suo Cefalù a base di pesce, telefonate fluviali, “bombe amiche” evocate dal suo ospite forse più illustre di nome Paolo e cognome Mieli, di lanciare in politica il conduttore televisivo di Report Sigfrido Ranucci per farlo diventare non deputato o senatore del cosiddetto campo largo dell’altrettanto cosiddetto centrosinistra, ma presidente del Consiglio. E riuscire a fare con lui ciò che aveva cercato a suo tempo di fare con Silvio Berlusconi finendone allontanato dai due collaboratori più stretti del Cavaliere, che erano l’avvocato Nicolò Ghedini e l’onnipotente sottosegretario Gianni Letta.
E Ranucci?, mi chiederete giustamente incuriositi. Ma è proprio questo il nodo, o il principale dei nodi delle indagini costate l’arresto sinora di Lavitola come mandante, confesso, di un attentato promozionale all’amico. Di un Ranucci inconsapevole dei progetti di Lavitola su di lui e quindi doppiamente danneggiato dall’amico, rimettendoci due auto saltate davanti casa a Pomezia e compromettendo la sua “credibilità” -come dice il super criticon televisivo Aldo Grasso- di giornalista implacabilmente autonomo e moralizzatore: di un Ranucci così, dicevo, sono sempre meno i convinti. E sempre più forti i sospetti che la politica fosse diventata per lui un’attrazione fatale, come fu politicamente fatale l’anno scorso Maria Rosaria Boccia per l’allora ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano. La Boccia, sì, proprio lei, l’amica e ammiratrice ora anche di Ranucci appena emersa dalle cronache di questa pazza estate sotto sequestro.
Pubblicato sul Dubbio