La favola del tempo galantuomo……

       Pur garantito da un vecchio proverbio, non sempre il tempo è galantuomo. Non lo è stato, anzi non lo è con l’orrore del 7 ottobre di tre anni fa, quando i terroristi palestinesi di Hamas irruppero da Gaza in territorio israeliano, uccisero 1200 ebrei, o scambiati per tali, e ne sequestrarono 250 vivi per scambiarli o farli morire nella guerra di reazione degli israeliani che ne sarebbe seguita. Uniti, quei poveri sequestrati, alla popolazione civile di Gaza usata come scudo umano, avendo i terroristi costruito sotto case, scuole, ospedali, mercati, chiese i loro depositi d’armi e postazioni d’attacco.  

       Dopo tre anni quei morti in diretta e in differita, esibiti anche come trofei fra le bandiere israeliane bruciate, non valgono più niente.  Valgono solo quelli seguiti, inevitabilmente più numerosi, per la guerra di reazione e di prevenzione obbligata per Israele. I genocidi non sono più i carnefici del 7 ottobre 2023 ma gli israeliani, a cominciare dal capo del governo Netanyau, che avrebbe usato e userebbe tuttora la guerra come scudo, per proteggersi dai processi per corruzione e altro. Sino, addirittura, a sottovalutare deliberatamente o ignorare, nascondere, distruggere rapporti arrivatigli sul massacro programmato da Hamas. Cui egli avrebbe persino continuato a fare arrivare sussidi. Lui sarebbe insomma l’Hitler reincarnato in Medio Oriente. Difenderlo è diventato osceno.

Le ragioni “teoriche” di Craxi riconosciute da Massimo D’Alema

La storia della sinistra italiana scritta o riscritta da Massimo D’Alema in un libro autobiografico intitolato “Eravamo comunisti”, pubblicato da Feltrinelli e riassunto in due pagine del Corriere della Sera ricavate da una intervista ad Aldo Cazzullo. Ne esce, fra l’altro, un racconto equidistante del “conflitto” fra Enrico Berlinguer e Bettino Craxi da cui “venne la sconfitta della sinistra italiana”, ha ammesso il post-comunista più fortunato, con Giorgio Napolitano, nella storia d’Italia. Lui, D’Alema, arrivato a Palazzo Chigi nel 1998 e Napolitano al Quirinale nel 2006 rimanendovi sino al 2015, quando ne uscì volontariamente interrompendo il secondo mandato settennale ottenuto per primo nella storia della Repubblica da un presidente.

       “Più che torti e ragioni -ha detto D’Alema a Cazzullo cercando, ripeto, una equidistanza poi però tradita- c’erano ragioni da entrambe le parti” di quel mortifero conflitto. “Craxi -gli ha riconosciuto- fu senz’altro un modernizzatore. Ma è sbagliata l’idea di un Berlinguer chiuso alla modernità. Dichiarando finita la spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre, di fatto dichiarava finita anche la storia del Pci. Certo, lui pensava ad un altro comunismo”, non al socialismo garofanato di Craxi. Un “altro comunismo” ispirato alla “questione dell’ambiente, delle donne, del rapporto tra l’innovazione tecno logica e l’umano”: “tutti temi carichi di futuro” cui D’Alema ha riconosciuto a Berlinguer il merito di avere sollevato da segretario dell’ancora Pci col simbolo della falce e del martello.

       Dove l’equidistanza tentata da D’Alema, ed estesa da Berlinguer al partito che già aveva preso il posto del vecchio, zoppica è nel passaggio dell’intervista al Corriere in cui egli motiva la ragione per la quale, pure a muro di Berlino già crollato e partito comunista cambiato di nome, fu rifiutata a sinistra l’unità offerta dal leader socialista.  Una proposta inaccettabile, secondo D’Alema, perché “Craxi era troppo compromesso con il Caf, il patto di potere con la parte più conservatrice della Dc”. 

       Caf è notoriamente l’acronimo di Craxi, Andreotti e Forlani. Ma a Giulio Andreotti e a ben due suoi governi interamente democristiani l’ancora Pci di Berlinguer fra il 1976 e il 1978 aveva concesso l’appoggio, prima con la formula dell’astensione e poi col voto di fiducia. E Forlani era stato in quei due governi il non certamente secondario ministro degli Esteri.

       In verità, non fu la natura “più conservatrice” della Dc con cui Craxi si era accordato la ragione vera della indisponibilità dei post-comunisti all’unità socialista proposta dal leader del Psi. Fu piuttosto nella primavera del 1992, quando quell’offerta fu avanzata, la possibilità avvertita alle Botteghe Oscure di liberarsi dell’ingombrante Craxi con l’aiuto dei magistrati che indagavano sul finanziamento pur generalmente illegale dei partiti e sulla corruzione che ne sarebbe derivata.

       Lo stesso D’Alema, d’altronde, riconosce la debolezza della sua ricostruzione storica e autobiografica con un “però”, sempre nell’intervista al Corriere della Sera. “Però in linea teorica -vi si legge- aveva ragione lui”, cioè Craxi.

 Sono passati ormai 34 anni dal 1992 e 26 dalla morte ad Hammamet di Craxi ancora definito “latitante” dai suoi irriducibili avversari e critici. Dargli “ragione”, sia pure “in teoria”, con tanto ritardo, e da parte di un politico come D’Alema, è un altro segno della crisi, se non della fine della sinistra. Che oggi di dimena in un “campo” dove è quanto meno determinante un Conte che di sinistra non vuole essere definito preferendo dichiararsi “progressista autonomo”, a volte persino da se stesso.

Pubblicato sul Dubbio

La forte irruzione della premier Giorgia Meloni al centro

       Pur morto più di 35 anni fa, nel 1991, in tempo per risparmiarsi la  fine della cosiddetta prima Repubblica e della “sua” Dc, da dove tuttavia era stato tentato di uscire considerandola troppo conservatrice, trattenuto da Aldo Moro all’ultimo momento, Carlo Donat-Cattin ha continuato ad essere associato ai convegni autunnali di Saint Vincent cominciati con lui. Nella località valdostana la Dc è idealmente sopravvissuta come punto di riferimento per iniziativa di irriducibili, come Gianfranco Rotondi, ora fratello d’Italia, che ne  coniugano il ricordo con formazioni politiche nate o prodotte dalla seconda Repubblica.

       Al convegno di quest’anno Rotondi ha assegnato lo stesso titolo di un suo libro fresco di stampa: “Il partito italiano”, che si può immaginare, ma anche costruire, muovendo “da Berlusconi a Meloni”. Un progetto, un sogno, chiamatelo come volete, che la premier ha mostrato di gradire, se non addirittura incoraggiare, collegandosi nella giornata conclusiva, ieri, con tanto di discorso con cui ha voluto accreditarsi al centro, dove ha detto di sentirsi nell’”azione di governo”, adottandone la “cultura”.

       In questa postura, diciamo così, la Meloni non si è certamente guadagnata il consenso del generale Roberto Vannacci, che vi avrà trovato la conferma delle ragioni della propria collocazione all’estrema destra. Ma proprio col suo intervento da remoto Meloni ha voluto far capire che non intende né seguire né farsi condizionare da Vannacci per paura di perdere tanti voti da farsi sorpassare alle prossime elezioni politiche dal cartello dell’alternativa. E’ al centro insomma che la Meloni vuole crescere, non a destra. E le sarà probabilmente più facile di quanto a sinistra non credano di poter fare avendo allargato il cosiddetto campo largo a cespugli e cespuglietti dichiaratamente di centro che la segretaria del Pd Elly Schlein cerca di proteggere dalla insofferenza del suo concorrente Giuseppe Conte nella corsa a Palazzo Chigi. Anzi, alla candidatura a Palazzo Chigi se e quando si arriverà a definirla con le primarie sulle quali manca l’accordo, come sulla parte non certo secondaria del programma riguardante la politica estera e di difesa.

       La Meloni quasi centrista, diciamo così, di Saint Vincent è competitiva, all’interno della sua solida maggioranza di governo, anche rispetto alla Lega di Matteo Salvini e a Forza Italia messa in fibrillazione dai figli di Silvio Berlusconi, che la trovano “ingiallita” – aggettivo del governatore calabrese e vice segretario del partito Roberto Occhiuto- sotto la guida di Antonio Tajani. Una Forza Italia che Matteo Renzi ha appena insidiato, dal campo dell’alternativa, con un appello ai dissidenti e malpancisti a seguire lui piuttosto che la Meloni restando nella coalizione di centrodestra.

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Le file ai gazebo delle primarie troppo scomode per Conte

       Per quanto li abbia usati tre anni fa con successo, mandandovi gente sua a votare Elly Schlein e a farla prevalere, nella corsa alla segreteria del Pd, su Stefano Bonaccini promosso dagli iscritti al partito, i gazebo non bastano più a Giuseppe Conte. L’ex premier pentastellato vuole primarie ancora più aperte, direi digitalizzate, facendo votare da casa, per la scelta -quando sarà il momento- del candidato del cosiddetto campo largo dell’alternativa a Palazzo Chigi nelle elezioni politiche dell’anno prossimo: un obbiettivo dello stesso Conte ma anche di Elly Schlein, testardamente decisa a raggiungerlo.

       Alla digitalizzazione delle primarie la Schlein è in cuor suo contraria, ma non se la sente di dirlo chiaro. E lascia furbescamente a dirlo la minoranza riformista del Pd, che potrebbe questa volta risultarle utile, per quanto la stia trattando da parecchio tempo abbastanza male nel partito, sino a darle l’impressione, confessata recentemente da Graziano Delrio in una intervista al Corriere della Sera, di essere considerata come “i pidocchi” avvertiti da Palmiro Togliatti nella “criniera” del Pci.

       La minoranza riformista ha tuttavia infarcito la sua contrarietà alle primarie digitalizzate di una minaccia per premunirsi da cedimenti della Schlein. In particolare, essa ha contestato alla segretaria del Pd la pretesa di essere l’unica candidata del partito nella corsa a Palazzo Chigi dentro il campo dell’alternativa. Ve ne sono, fra i riformisti, di aspiranti. Fra i quali chi si è esposto di più è l’europarlamentare ed ex sindaco di Bergamo Giorgio Gori.

       Se le primarie dovessero essere come Conte le desidera, cioè anche a distanza, senza file e controlli più stringenti, i riformisti terrebbero duro nella rivendicazione del loro diritto a concorrervi. Ciò equivarrebbe per la Schlein ad una maggiore difficoltà di prevalere su Conte, che nei sondaggi già risulta in vantaggio sulla segretaria del Nazareno.

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Quella torre di Babele a Bruxelles, affollata di portavoce

       Quella signora o signorina, portavoce non so bene di chi o di che cosa, insorta contro la richiesta di maggiore flessibilità nei conti annunciata dal governo italiano – “Abbiamo già dato”, ha detto a Bruxelles- ha condizionato per un paio di giorni il dibattito politico a Roma. Dove alle opposizioni, politiche e mediatiche, non è parso vero di potere rappresentare la premier Gìorgia Meloni “isolata”, “respinta”, “bocciata”. E di prederne difficoltà insormontabili nella lunga campagna elettorale per un voto di cui non si conosce ancora la data o la stagione precisa dell’anno prossimo.

       Poi, pur senza mettersi davanti a qualche telecamera come la prima accorsavi, altri portavoce -sempre non ho capito bene di chi e che cosa- hanno annunciato, anzi precisato, che la richiesta del governo italiano, formalizzata in una lettera della premier Meloni all’amica, peraltro, tedesca Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, sarà esaminata nelle sedi opportune, tecniche e politiche. Quell’”abbiamo già dato” potrebbe pertanto diventare pertanto un “diamo ancora”, considerando le difficoltà procurate a tutti i paesi dell’Unione da una congiuntura internazionale, e bellica, che ha fatto salire i costi energetici. E non solo quelli.

       Le opposizioni, sempre loro, che avevano utilizzato a Roma la prima portavoce espostasi a Bruxelles per scommettere sulle difficoltà e sulla sconfitta elettorale dell’alleanza di centrodestra hanno naturalmente ignorato le precisazioni successive e continuato a dipingere con tinte fosche la situazione e posizione del governo.

       A questo punto il problema non è delle opposizioni, che fanno il loro mestiere, e il loro gioco, anche se scorretto. Il problema è a Bruxelles. Ed è della presidente della Commissione europea, che deve chiarirsi e chiarire quanti portavoce possano parlare. E che voce portare. Altrimenti siamo alla classica e poco edificante torre di Babele.  

Il Pd perde voti ma la segretaria grida vittoria lo stesso

       “Andiamo a vincere”, ha ripetuto alla direzione del Pd la segretaria Elly Schlein, come a Reggio Emilia il mese scorso chiudendo la festa nazionale dell’Unità pur assente dalle edicole. Vincere, vincere, come gridava e faceva scrivere sui muri delle città e delle campagne Mussolini.

       Eppure dopo il comizio a Reggio Emilia il Pd è sceso nei sondaggi sotto il 20 per cento accorciando le distanze -altro che “il doppio dei voti” vantato al Nazareno- dal Movimento 5 Stelle di Conte, che ora le insidia anche il vertice della classifica delle opposizioni, oltre che l’ambizione di essere la candidata a Palazzo Chigi del campo largo dell’alternativa al centrodestra. Nelle elezioni suppletive per la Camera a Reggio Calabria, e Locri, neppure la divisione del campo del centrodestra, col generale Roberto Vannacci che gli aveva portato via una fetta più per far vincere la sinistra che per vincere lui, e fare quindi uscire la Meloni con le ossa rotte dalla prova, è stata utile alla coalizione del cosiddetto centrosinistra. Che ha quindi condiviso con Vannacci sconfitta e figuraccia, peraltro quasi in un deserto, essendo scesa l’affluenza alle urne a poco più del 20 per cento.

       Pur di cercare di vincere sulla Meloni la Schlein festeggia le difficoltà della premier nell’Unione Europea, anziché sostenere patriotticamente e razionalmente la richiesta di flessibilità dei conti per gli effetti di una tragica congiuntura internazionale. Eppure quando era ancora presidente della Commissione europea Romano Prodi, non Silvio Berlusconi a Roma, aveva definito “stupidi” i parametri che anche allora soffocavano i paesi dell’Unione.

Chissà se la Schlein ha letto la psicanalisi del campo largo dell’alternativa appena fatta sulla insospettabile Repubblica di carta da Massimo Recalcati. “La vita democraticamente matura di una forza politica -ha ammonito lo psicanalista- si misura quando la “libertà di” prevale sulla “libertà da”. Non si tratta di studiare la strategia più efficace per battere Giorgia Meloni, ma di chiedersi nel nome di quale idea di società di Paese e di Europa si può giustificare un proprio ritorno al governo. Altrimenti il campo potrà certamente essere largo, ma resterà vuoto di sostanza politica”.

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Le misure alla Meloni prese nel salotto televisivo della Gruber

       “Diversamente alta”, ecco la cattiveria, diciamo così, su Giorgia Meloni che nessuno aveva osato dire e scrivere fra i suoi avversari è alla fine uscita da Dagospia ed è stata ripresa, nel senso di rilanciata, da Lilli Gruber nel suo salotto televisivo. Pur diluita nell’acqua abituale del “politicamente scorretto”, quasi goliardico, dell’agenzia di Roberto D’Agostino.

       “Diversamente alta” –“psiconana” direbbe Beppe Grillo come di Silvio Berlusconi in vita-  e perciò felice di essersi risparmiata a Genova, sul palco all’inaugurazione del salone nautico, la compagnia e il confronto con la sindaca atletica Silvia Salis. Che qualcuno, forse per fare un piacere alla premier, aveva dimenticato di invitare. D’obbligo chissà quanto sincero il rammarico espresso dalla premier personalmente alla sindaca protestataria non per sé ma per la città “offesa”.  

       Quando lo scontro politico arriva a questo livello, sopra e sotto le righe, allusivo e ambiguo, come lo scambio fra la Garbatella dove la Meloni è cresciuta a Roma e la “sgarbatella” che ne deriverebbe, come ho sentito qualche sera fa sempre sintonizzandomi col salotto televisivo della Gruber, spero senza il compiacimento dell’editore Urbano Cairo; quando, dicevo, lo scontro politico arriva a questi livelli l’opposizione generosamente al singolare può pure risparmiarsi la fatica di una trattativa sul programma fra le sue numerose e pasticciate componenti. E anche il tentativo di darsi una leadership, con o senza le primarie. La causa dell’alternativa ha già perso la partita, come all’estrema destra il generale Roberto Vannacci preferendo le donne “senza gonna”, ma penso anche senza pantalone.

       Datevi una regolata, cafoni che siete.   

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Gli impegni di Matteo Renzi e gli scongiuri di Giuseppe Conte

Per loquacità Matteo Renzi batte sicuramente tutti nel campo cosiddetto largo dell’alternativa al governo di centrodestra di Giorgia Meloni, della quale già scrive ottimisticamente, per lui, al passato. “Quando c’era lei”, è il titolo del libro ch’egli ha appena dato alle stampe pur mettendo nel conto una ritorsione come “quando c’era lui” a Palazzo Chigi. Dove portò sì il Pd, di cui era anche segretario, al 40 per cento di memoria democristiana, ma lasciandolo quasi alla metà dopo quattro anni. La Meloni ha portato il suo partito di destra al 26 per cento vincendo le elezioni del 2022 e lo sta conservando anche subendo all’estrema destra la concorrenza di un generale al riposo solo burocraticamente. Ma spiaggiatosi in Calabria all’esordio elettorale in un turno di voto suppletivo per la Camera, disertato da quasi l’80 per cento dei chiamati alle urne. L’11 per cento in queste condizioni vale come il classico 2 di briscola.

       Nella sua campagna per la conquista o il mantenimento di una tenda immaginata anche per lui nel campo largo dall’infaticabile Goffredo Bettini, ma con la leadership “progressista” di Giuseppe Conte, il senatore Renzi ha detto di non gradire l’ex premier pentastellato promettendo tuttavia che lo appoggerà qualora dovesse vincere le primarie reclamate dall’ex premier pentastellato e subìte, più che accettate, dalla segretaria del Pd Elly Schlein.

       D’altronde Renzi, come s’è vantato, già sostenne Conte a Palazzo Chigi nel 2019, fornendogli dall’interno del Pd, dove ancora sedeva o circolava con Nicola Zingaretti alla segreteria, la maggioranza alternativa a quella grigioverde del primo governo realizzato dall’avvocato con la Lega di Matteo Salvini. Ma lo sostenne a suo modo, in attesa di farlo cadere spingendo alla fine per una crisi destinata a portare a Palazzo Chigi Mario Draghi. Cosa che Conte non gli ha ancora perdonato. Né, credo, gli perdonerà mai. Cone Enrico Letta, ormai fuori dalla politica italiana, non gli ha mai perdonato quell’esortazione alla “serenità” rivoltagli da Renzi fresco di elezione a segretario del partito ma già deciso – si venne poi a capire e sapere- a sostituirlo personalmente a Palazzo Chigi con l’ambizione, poi fallita, di una riforma costituzionale d’intesa con Silvio Berlusconi. Che si ritirò dall’avventura per ritorsione contro il mancato accordo, l’anno dopo, sulla successione a Giorgio Napolitano al Quirinale. Dove Renzi preferì mandare Sergio Mattarella, prelevandolo dalla riserva della Repubblica, dove si trovava come giudice costituzionale, piuttosto che un Massimo D’Alema o un Giuliano Amato sponsorizzati dal leader del centrodestra.

       Corre voce nei corridoi parlamentari che Conte abbia fatto gli scongiuri apprendendo della promessa di Renzi di appoggiarlo se davvero gli riuscisse di guadagnarsi la candidatura del campo largo a Palazzo Chigi. E poi anche, o soprattutto, di vincere le elezioni politiche.

Pubblicato sul Dubbio

I novant’anni mancati di Silvio Berlusconi ma festeggiati lo stesso

       I novant’anni mancati ma ugualmente festeggiati da familiari e amici hanno fornito a Claudio Velardi, direttore del Riformista e già collaboratore di Massimo D’Alema ai tempi di Palazzo Chigi, di distinguere fra berlusconiani e berlusconisti. Una distinzione un po’ anche autocritica.

Berlusconisti sarebbero inconsapevolmente tanti anche a sinistra, nonostante la contrapposizione politica a Berlusconi vissuta per più della trentina d’anni dell’impegno politico del fondatore di Forza Italia, quando egli era ancora l’uomo di Fininvest e del Milan ma divideva le sue simpatie fra la Dc di Arnaldo Forlani e il Psi di Bettino Craxi. E non immaginava di certo di poterne, anzi doverne un giorno ereditare lo spazio elettorale, una volta crollata, anzi ghigliottinata giudiziariamente la cosiddetta prima Repubblica.

       Perché “non tutti e non sempre berlusconiani, ma tutti berlusconisti”, come ha scritto Velardi con acutezza,  brillantezza  e immediatezza cui non sono arrivati professori e scienziati della politica intervistati in questi giorni su Berlusconi senza demonizzarne la memoria o addirittura condividendola, come il professore Giovanni Orsina.

       Per spiegare la differenza “sostanziale” fra berlusconiani e berlusconisti Velardi ha cominciato ricordando ciò che è mancato, o non è riuscito a Berlusconi senza tuttavia danneggiarlo: “Della rivoluzione liberale” da lui promessa all’Italia che amava “non è rimasto niente, molto per colpa sua”, ha scritto Velardi. Ma “del metodo è rimasto tutto. Il leader come marchio, il partito come azienda o fan club, la tv e poi i social come luogo del potere, l’elettore come pubblico. La politica ridotta a racconto. Il racconto ridotto a personaggio”. Che i suoi avversari hanno finito per imitare e inseguire mancando la durata e la consistenza del suo successo. A cominciare da Beppe Grillo che lo derideva come “psiconano” ed è stato sfrattato dalle sue cinque stelle dall’avvocato dei cavilli, come lui stesso chiama Giuseppe Conte.

       “Chi voleva batterlo -ha ricordato di Berlusconi il direttore del Riformista– invece di sfidarlo sulle riforme promesse e mai realizzate ha scelto il terreno dove lui era imbattibile, quello dello spettacolo, dell’invettiva, della demonizzazione”. E ancora: “Una parte dell’antiberlusconismo affidò persino ai tribunali ciò che non sapeva risolvere in politica finendo per rafforzare il racconto del perseguitato. Più di tutti la sinistra, che ha passato vent’anni a parlare di Berlusconi” -generalmente male, direi- “e trenta a imitarlo”. “Ognuno di noi- ha concluso Velardi- ne ha preso un pezzo senza pagare la tassa di successione e quasi sempre senza ammetterlo”. Anzi, senza accorgersene.

Ripreso da http://www.startmag.it il 4 ottobre

Il generale Vannacci spiaggia in Calabria. Il centrodestra al 51 per cento senza di lui

       Sceso a Reggio Calabria per soffiare al centrodestra, con un candidato di peso sottratto a Forza Italia, il seggio della Camera in palio in elezioni suppletive, o quanto meno per far vincere a dispetto il candidato della sinistra, e dimostrare di quanto lui con il suo Futuro nazionale potrebbe danneggiare a livello nazionale la coalizione guidata da una Giorgia Meloni troppo timida e moderata, il generale Roberto Vannacci ha mancato entrambi gli obbiettivi. E’ spiaggiato. Il suo candidato, l’ex capogruppo forzista alla regione Domenico Giannetta, ha perduto. A vincere con più del 51 per cento dei voti è stato il candidato del centrodestra Fabio Roscioli, il tesoriere di Forza Italia praticamente imposto da Marina Berlusconi al segretario del partito Antonio Tajani. Il candidato della sinistra Frank Benedetto si è fermato sotto il 37 per cento.

       Eppure il generale Vannacci ha gridato vittoria lo stesso avendo raccolto nella sua prima uscita elettorale quasi l’11 per cento: un risultato a doppia cifra che a livello nazionale potrebbe costare caro alla Meloni consentendo alla sinistra il sorpasso sul centrodestra pur mancato in Calabria, e di parecchio. Chi si contenta gode, dice un vecchio proverbio.

       Ma il dato più significativo delle elezioni suppletive nel collegio Reggio Calabria-Lodi è quel 22,43 per cento di affluenza alle urne. Che ha dimostrato quanto neppure un generale pieno di ambizioni, messosi in testa addirittura di fare della Calabria la sua Sassonia, dove l’estrema destra di Adf ha raccolto il 44 per cento dei voti in elezioni regionali col tasso di affluenza alle urne dell’80 per cento, possa cambiare le abitudini degli elettori. Un generale che fa fuggire dalle urne, come accade a qualsiasi partito nelle prove suppletive, non è un granché. E un generale minore. Del quale la Meloni non dovrebbe preoccuparsi più di tanto, anche se gli avversari di sinistra continueranno a pompare il generale per farle paura e indurla alla tentazione, che sarebbe suicida, di riassorbirlo accostando l’uscio del centrodestra, senza chiuderlo.  

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