Forza Italia è passata da bosco in fiamme a piscina ribollente

Renato Brunetta
Titolo di Repubblica

Di “sovranista”, come è stato considerato o scambiato dai ministri di Forza Italia che hanno cercato inutilmente di contrastarlo nella nomina a capogruppo della Camera -avvenuta con una letterina di Silvio Berlusconi, ritiro del concorrente Sestino Giacomoni e acclamazione dei deputati rimasti in sala- l’ex campione di nuoto Paolo Barelli ha certamente il fisico con il suo metro e 84 centimetri di altezza. Rispetto ai quali l’antisovranista e collega di partito Renato Brunetta, che si è appena guadagnato “l’interesse” del segretario del Pd Enrico Letta per la scomposizione del centrodestra abbozzato in più di un’intervista, sembra ancora più basso del metro e 54 centimetri attribuitigli da Wikipedia. Non riuscirebbe a tenergli testa neppure l’amico vice presidente del partito Antonio Tajani col suo metro e 76 centimetri se volesse mettersi in gara con lui. Ma il buon ex presidente del Parlamento Europeo neppure ci pensa, avendolo voluto al vertice del gruppo  sino a  strapparne la designazione scritta a Berlusconi, pari a un ordine.

Il povero Ciriaco De Mita alla guida della Dc per avere soltanto provato a voce la designazione dell’altrettanto povero Giovanni Galloni a capogruppo alla Camera nel 1979 provocò l’elezione del concorrente Gerardo Bianco. Che si era candidato con l’appoggio soltanto di noi al Giornale diretto da Indro Montanelli: cosa di cui l’ormai novantenne ex di tante altre cose ancora mi ringrazia ogni volta che ci vediamo.

Barelli da giovane nuotatore
Barelli di recente con Antonio Tajani

Giustamente, dal suo punto di vista, il nuovo capogruppo forzista di Montecitorio si stupisce delle polemiche che ne hanno accompagnato designazione e acclamazione, riducendole a semplici malumori di carattere personale. Che dopo avere fatto pensare a Forza Italia come ad un bosco in fiamme -una foresta sarebbe troppo per le dimensioni alle quali è ridotto il partito- potrebbe sembrare adesso solo una piscina ribollente. Nella quale da nuotatore provetto com’è, titolare di 23 primati italiani, vincitore di 5 campionati nazionali, una medaglia di bronzo ai campionati mondiali del 1975, due d’oro e una d’argento nei giochi mediterranei, il presidente peraltro anche della Federazione Italiana del Nuoto si troverà come a casa sua, diciamo.

Barelli al Corriere della Sera di ieri

Scaramantico come la maggior parte degli sportivi e dei campioni, Paolo Barelli quasi per scusarsi con Berlusconi di fronte alle rogne procurategli con la promozione a capogruppo, fra le proteste dei ministri e la sciagura di tutto il centrodestra preconizzata dai soliti menagramo, si è offerto come portafortuna al Cavaliere avventuratosi nell’impresa del Quirinale. “Noi riteniamo -ha detto in una intervista al Corriere della Sera già parlando al plurale- che il presidente abbia tutte le carte in regola per andare al Colle. La sua leadership è riconosciuta in ambito europeo e lo stiamo vedendo in queste ore. Peraltro con soddisfazione denoto di portare fortuna: nel mio primo giorno da capogruppo arriva l’assoluzione piena del processo Ruby-ter. Noi non avevamo alcun dubbio che l’accusa fosse inconsistente”.

Titolo del Fatto Quotidiano di oggi

Immagino gli scongiuri che il povero Barelli ha opposto alla prima pagina odierna del solito Fatto Quotidiano con quel titolo sugli “altri guai di B”, indicati nelle “accuse di strage” coltivate Firenze e nei “3 processi sulle escort” residui, dopo l’assoluzione a Siena, in corso nei tribunali di Milano, Roma e Bari. Dove Berlusconi -ha scritto Marco Travaglio nell’editoriale- viene presentato “morente” dai suoi avvocati, per reclamarne il diritto all’assenza, mentre è “sanissimo per il Quirinale”. Boia di un avversario…

Il Giornale di famiglia rilancia la candidatura di Berlusconi al Quirinale

Stiano pure tranquilli i lettori del Corriere della Sera, presumo contrari o quanto meno scettici di fronte all’ipotesi, accreditata per scherzo sulla prima pagina dal vignettista Emilio Giannelli, di una Giorgia Meloni che sogna il Quirinale, pur dopo essersi impegnata con Silvio Berlusconi a sostenerlo. E non bastandole la scalata tentata a Palazzo Chigi in concorrenza con l’altro alleato di centrodestra che è Matteo Salvini. Per quanto già vice presidente della Camera e ministra, che una volta non si diventava già in giovane età, e un po’ invecchiata dalla ingenerosa matita di Giannelli, la leader della destra post-missina ha compiuto lo scorso 15 gennaio solo 44 anni. Gliene mancheranno ancora cinque per potere aspirare costituzionalmente al Quirinale quando le Camere si riuniranno per eleggere il presidente della Repubblica.

La vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX

Il candidato del centrodestra, come da impegno preso nel vertice conviviale dell’altro ieri nella sua villa romana, per quanto non esplicitamente indicato, resta Berlusconi. Del quale non solo per scherzo, come nella vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX, ma davvero sul Giornale di famiglia il direttore Augusto Minzolini ha rilanciato la corsa al Quirinale dopo l’assoluzione appena ottenuta a Siena con formula piena, fra la delusione di Marco Travaglio e amici, in uno dei tanti processi disseminati tra vari distretti giudiziari per corruzione dei testimoni. Solo grazie ai quali egli avrebbe ottenuto a suo tempo l’assoluzione nel processo d’origine: quello per prostituzione minorile noto col nome di Ruby, o Rubacuori, come preferite.

Augusto Minzolini sul Giornale
Ancora Minzolini sul Giornale

“Non si può non riconoscere -ha scritto Minzolini- che Berlusconi, specie dopo la sentenza di ieri, entra di diritto nella rosa dei papabili per il Quirinale, piaccia o no” ai suoi irriducibili  avversari. Che non vorrebbero, fra l’altro, una “pacificazione” dopo due decenni di lotta politica esasperata e “una tragedia come il Covid”. Finirebbe per contrastare l’obiettivo pacificatore persino il presidente del Consiglio Mario Draghi se, “disertando” Palazzo Chigi, dove non a caso Berlusconi ha appena dichiarato da Bruxelles che è ancora necessario per qualche tempo, si lasciasse sedurre dal Quirinale.

Piero Sansonetti sul Riformista

Più spinto di Minzolini è stato sul Riformista il direttore Piero Sansonetti chiedendo paradossalmente al Pd di promuovere la candidatura del Cavaliere come segno della sconfitta del “partito dei pubblici ministeri”, vista l’ennesima figuraccia fatta a Siena. Che peraltro è la città che ha appena eletto il segretario piddino Enrico Letta deputato facendolo tornare a Montecitorio dopo l’esilio impostosi per i torti fattigli al governo nel 2014 da Matteo Renzi, ancora fresco di elezione congressuale.

Dal Foglio

Sarà naturalmente difficile, quanto meno, che Enrico Letta accetti il consiglio di Sansonetti, preso com’è a costruire bel altri progetti ed equilibri politici in Italia. Ma soprattutto -perdurando il fuoco acceso dentro Forza Italia, fra la sorpresa quasi indignata, di Berlusconi dalla ministra Mariastella Gelmini per i troppi condizionamenti della destra, cui invece il Cavaliere si vanta di fare da “professore” contando sulla disciplina degli allievi Salvini e Meloni- sarà difficile garantire quell’unità del centrodestra annunciata nel comunicato ufficiale sul vertice conviviale  svoltosi sull’Appia antica. E’ più probabile che gli alleati continuino a rompersi a vicenda le scatole, come ha detto Salvini della Meloni in un audio rubatogli da un cronista del Foglio.

Ripreso da http://www.startmag.it

Il coraggio di Berlusconi di aspettare e sperare con vista sul Quirinale

Titolo del Dubbio in prima pagina
Titolo del Dubbio a pagina 5

Indeboliti come sono dalla sconfitta procurata al centrodestra nelle elezioni amministrative con la loro concorrenza per la leadership della coalizione, stando peraltro l’uno nella maggioranza e l’altra all’opposizione, Matteo Salvini e Giorgia Meloni nell’incontro conviviale con Silvio Berlusconi nella sua villa romana sull’Appia antica non hanno potuto opporre resistenza all’impegno, reclamato il giorno prima dal Giornale di famiglia, di affrontare “unitariamente” la partita del Quirinale. Che significa innanzitutto, come precisato dal direttore Augusto Minzolini nell’editoriale, l’adozione della candidatura dello stesso Berlusconi contando sul notevole numero di voti di cui disporrà il centrodestra fra senatori, deputati e delegati regionali. Cui potrebbero aggiungersi quelli, anch’essi numerosi, della dispersa area di centro o comunque senza più partito, utili a raggiungere dalla quarta votazione in poi, a scrutinio obbligatoriamente segreto come le altre, la maggioranza assoluta, e non più dei due terzi, dei “grandi elettori”.

Il direttore Augusto Minzolini sul Giornale di ieri

“Magari -aveva scritto Minzolini-  può essere considerata un’operazione complicata, di difficile riuscita, ma non provarci, o dissimulare, non dare cioè l’immagine di un centrodestra unito, sarebbe un grave errore. Forse non riusciranno ad eleggere una personalità così (e non è detto), ma sicuramente nell’intento ridaranno vita ad una coalizione”. E “uniti”, appunto, i tre commensali si sono alla fine annunciati di fronte alla scadenza quirinalizia con tanto di comunicato, con la sottintesa rinuncia di Giorgia Meloni alle riserve emerse nei mesi scorsi, quando aveva definito “improbabile” il successo di un tentativo di portare al Quirinale l’ex presidente del Consiglio.

Il professore Marco Tarchi
Marco Tarchi al Dubbio di ieri

Personalmente, avendo già formulato nei mesi scorsi su queste pagine a Berlusconi  il consiglio amichevole, seppure non richiesto, di tirarsi fuori volontariamente e pubblicamente dalla gara alla sua età, coi problemi di salute che ha e con quelli politici di schieramento derivanti da 27 anni di impegno assai contrastato da quanti dovrebbero ora contribuire ad eleggerlo al vertice dello Stato, per non parlare delle vicende giudiziarie cavalcate col solito malanimo di Marco Travaglio, che è tornato a scriverne proprio ieri, anche a costo di sembrare paradossalmente convinto più ancora di Minzolini che l’odiato Cavaliere possa farcela; personalmente, dicevo, mi trovo d’accordo col professore dell’Università di Firenze Marco Tarchi. Che in una intervista proprio al Dubbio ha visto nell’unità del centrodestra solo la condizione per portare a casa, trattando con la sinistra e dintorni, un presidente della Repubblica il più affine o gradito possibile. La candidatura di Berlusconi posta in termini assoluti sarebbe solo di bandiera, come tante altre viste nelle varie corse al Colle più alto di Roma, “un tributo formale -ha detto Turchi- per rendere meno amaro l’inverno del patriarca”.

Come se non bastassero gli elementi già indicati a sostegno della improbabilità di un’operazione Berlusconi al Quirinale va messo nel conto anche l’incendio scoppiato addirittura in Forza Italia, proprio nel giorno del vertice conviviale del centrodestra. E’ un incendio appiccato formalmente, con tanto di discorso pronunciato al gruppo della Camera non da una piromane in “crisi di nervi”, come ha cercato di liquidarla qualcuno, ma dalla solitamente pacata Mariastella Gelmini, già capogruppo a Montecitorio e ministra in carica degli affari regionali.

L’occasione dello scontro è stata l’acclamazione -e non la  votazione a scrutinio segreto, chiesto dalla stessa Gelmini ed altri, fra i quali l’ex capogruppo, pure lui, e attuale ministro Renato Brunetta- del presidente dei deputati forzisti al posto d Roberto Occhiuto, felicemente eletto alla presidenza della regione Calabria: l’unica, vera soddisfazione del turno elettorale di ottobre per il centrodestra.

L’acclamazione a capogruppo di Paolo Barelli, designato personalmente da Berlusconi come nelle tradizioni del partito, pur a scapito della candidatura  di un fedele come Sestino Giacomoni, già capo della segreteria del Cavaliere, è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso della crisi, l’ultima in ordine di tempo, di Forza Italia. Che è una crisi tutta politica, a dispetto dei motivi apparentemente personali che hanno funzionato come detonatore.

Mariastella Gelmini nelle cronache di ieri sul gruppo forzista alla Camera

La rappresentazione fatta dalla Gelmini di un Berlusconi costretto dalle sue condizioni di salute a seguire di seconda mano, diciamo così, le vicende politiche generali e quelle interne di partito, attraverso i filtri del vice presidente Antonio Tajani e della senatrice e assistente Licia Ronzulli, è stata finalizzata non tanto a chiedere la testa dell’uno o dell’altra, o di entrambi, ma a denunciare l’invadenza politica nel centrodestra degli alleati di destra. Di cui Berlusconi vorrebbe essere garante in Italia e in Europa, ma che finirebbero sempre per condizionare la linea e le scelte della coalizione, con quali effetti elettorali si è appena visto, in particolare nei ballottaggi comunali.

A questo punto, esplosa così chiaramente e clamorosamente la natura del contrasto, della sofferenza e di quant’altro nel centrodestra, a tal punto che -secondo la denuncia fatta da Mariastella Gelmini- i ministri forzisti verrebbero indicati dagli alleati, e persino dentro il loro stesso partito, come “traditori”, messisi al servizio personale di Mario Draghi, pur così fortemente voluto da Berlusconi a Palazzo Chigi, persino l’unità appena annunciata o assicurata anche in vista della partita quirinalizia  diventa solo una promessa, o una scommessa, non una realtà.

Questa, scusatemi, è una ragione in più – insisto del tutto personalmente-  perchè Berlusconi si risparmi volontariamente brutte sorprese, in aggiunta a quelle abitualmente riservate ai candidati al Quirinale dagli  immancabili “franchi tiratori”.  

Pubblicato sul Dubbio

Mai così chiaramente e clamorosamente contestato Berlusconi in Forza Italia

L’editoriale del Giornale di ieri

Cotta e mangiata, direi. Preceduto da un editoriale del Giornale di famiglia sulla necessità del centrodestra di non mancare, dopo la sconfitta nelle elezioni amministrative, “la prova del nove” del Quirinale -ha scritto il direttore Augusto Minzolini- con una condotta unitaria, a cominciare dalla scelta del candidato, Silvio Berlusconi ha fatto mangiare questa minestra nell’incontro conviviale avuto a Roma, nella sua villa sull’Appia Antica, agli alleati Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Che avevano ben poco da resistergli per le responsabilità avute nella sconfitta subita dalla coalizione soprattutto nei ballottaggi comunali di Roma e di Torino, e nella conferma un po’ stentata del sindaco azzurro di Trieste giunto ormai al suo quarto e ultimo mandato.

Berlusconi con Meloni e Salvini nella vllla romana

Alla Meloni, peraltro, come con ironia ha osservato il cronista del Foglio, Berlusconi da buon padrone di casa com’è non ha fatto mancare a conclusione del pranzo le predilette pere cotte con la marmellata. Ed anche un supplemento di colloquio -aggiungo- dopo il commiato di Salvini, che ha sempre un’agenda molto fitta da rispettare, anche a costo di perdersi qualche volta un incontro o un’appendice preziosa, con o senza i cagnolini del Cavaliere festosamente tra i piedi.

Titolo del Giornale di oggi

E’ comprensibile la soddisfazione del Giornale nel trovare tradotto il suo auspicio, se non lo vogliamo chiamare indirizzo, nel comunicato conclusivo del vertice  sulla “unità” concordata, confermata e quant’altro a proposito della partita quirinalizia.

Titolo dell’editoriale del Fatto Quotidiano
Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

Ma, a parte la oggettiva problematicità della candidatura di Berlusconi, accreditata dall’editoriale del quotidiano di famiglia, per l’età dell’ex presidente del Consiglio, per le incognite abituali delle votazioni parlamentari obbligatoriamente a scrutinio segreto e per i trascorsi o pendenze giudiziarie dell’ex presidente del Consiglio, su cui naturalmente si è affrettato a dilungarsi col suo solito linguaggio MarcoTravaglio sul Fatto Quotidiano, che paradossalmente ha così mostrato di essere forse quello che ritiene più probabile una riuscita dell’operazione con l’aiuto palese o nascosto di parti del centro o persino della sinistra; a parte tutto questo, dicevo, si è improvvisamente aperta o riaperta una falla grossa come una casa in Forza Italia. Dove l’acclamazione dello sportivo Paolo Barelli a capogruppo alla Camera, designato da Berlusconi su proposta di Antonio Tajani, senza la votazione a scrutinio segreto chiesta dai sostenitori di Sestino Giacomoni, già collaboratore stretto del Cavaliere, ha fatto insorgere la ministra Mariastella Gelmini. Che, pur mostrando di prendersela più con Tajani che con Berlusconi, costretto dalle sue condizioni di salute a seguire a distanza le vicende politiche, ha contestato duramente la linea del partito troppo remissiva verso gli alleati che si fanno concorrenza tra loro su posizioni di destra alquanto spinta.

La ministra Mariastella Gelmini
Titolo del manifesto

Fra l’altro, rimediandosi accuse di sleatà e di irriconoscenza dalla senatrice Licia Ronzulli e dal sottosegretario Giorgio Mulè, la Gelmini ha lamentato la sottovalutazione, e ancor più da parte dello stretto giro berlusconiano, della delegazione forzista al governo, come se essa fosse composta da infedeli o traditori, al servizio quasi personale di Mario Draghi. Del cui arrivo a Palazzo Chigi Berlusconi pur si attribuisce il merito, condividendolo al massimo col presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ci vorrà una bella squadra di pompieri per spegnere questo incendio interno al centrodestra e al partito che se ne considera un po’ garante in Europa.

Ripreso da http://www.startmag.it

Il Giornale di famiglia apre la campagna della candidatura di Berlusconi al Quirinale

Non foss’altro per ragioni di calendario, dovendo il governo rispettare le scadenze comunitarie, le “grandi manovre” in corso sono state indicate dal manifesto in quelle del presidente del Consiglio alle prese con i documenti di bilancio.

Si chiama non a caso proprio “manovra” quella finanziaria di più di 20 miliardi di euro che Mario Draghi e il suo ministro di fiducia dell’Economia, Daniele Franco, hanno impostato, peraltro in un clima politico apparentemente teso, tra le esigenze identitarie, chiamiamole così, dei leghisti  e dei pentastellati, ma in realtà garantito dalle debolezza degli uni e degli altri, confermate dai risultati delle elezioni amministrative. Né Matteo Salvini sul terreno pensionistico né Giuseppe Conte su quello del reddito di cittadinanza cui stringere le maglie, visti tutti i costosi abusi compiuti, sono oggettivamente in grado di rompere e di fare uscite i loro ministri dal governo per soddisfare le attese, rispettivamente, di Giorgia Meloni e di Alessandro Di Battista.

Le chiavi della partita del bilancio sono insomma e per fortuna saldamente nelle mani di Draghi, competente abbastanza in campo finanziario -per ammissione persino di Marco Travaglio- per non compromettere le prospettive di sviluppo apertesi nonostante la pandemia.

L’editoriale del Giornale

Ma altri preferiscono a quelle finanziarie un diverso tipo di grandi manovre. Il Giornale della famiglia Berlusconi -diretto ora da un collega conoscitore come pochi dei palazzi della politica, Augusto Minzolini- ha suonato la sveglia al centrodestra appena uscito da una sconfitta elettorale procuratasi da solo più che inflittagli dagli avversari, richiamandolo alla “prova del nove” costituita dalla partita del Quirinale. Che non è imminente come quella del bilancio ma di certo politicamente più importante per gli effetti che deriveranno dalla successione a Sergio Mattarella, fra meno di tre mesi,

Titolo del Tempo

Minzo, come Augusto è chiamato dagli amici, ha praticamente esortato Matteo Salvini e Giorgia Meloni a non ripetere nella campagna del Quirinale gli errori divisi e i pasticci della campagna elettorale, e a non lasciarsi scappare l’occasione probabilmente irripetibile -per come si sono messe le cose- di disporre nelle attuali Camere, fra parlamentari e delegati regionali, di una massa decisiva di voti per la scelta del nuovo presidente della Repubblica. Senza la cui “fiducia personale”- ha ricordato Minzolini- “l’incarico di formare un governo te le puoi scordare”.

Dall’editoriale del Giornale
Dall’edioriale del Giornale

Come candidato del centrodestra al vertice dello Stato -ha scritto il direttore del Giornale– “Silvio Berlusconi sarebbe l’identikit perfetto” perché “per natura garantirebbe loro” a livello europeo, cioè Matteo Salvini e Giorgia Meloni, entrambi aspiranti a Palazzo Chigi, “ma anche un candidato premier di sinistra”. “Magari può essere considerata un’operazione complicata, di difficile riuscita -ha ammesso Minzolini- ma non provarci, o dissimulare, non dare cioè l’immagine di un centrodestra unito, sarebbe un grave errore. Forse non riusciranno ad eleggere una personalità così (e non è detto), ma sicuramente nell’interno ridaranno vita ad una coalizione”. Che però, a mio modestissimo avviso, non ha bisogno di un candidato “di bandiera”, o su cui scommettere come alla roulette. Essa ha bisogno di un candidato soprattutto a prova -ahimè- di scrutinio segreto, cioè di “franchi tiratori”. Delle cui vittime è piena la storia delle corse al Quirinale.

Se Berlusconi e amici scambiano Enrico Letta per Achille Occhetto

Titolo del Dubbio

Comprendo la tentazione un po’ scaramantica degli sconfitti nei ballottaggi di consolarsi col ricordo -evocato, in verità, anche dall’altra parte come monito prudenziale ai trionfalisti- di quanto accadde nel 1993, nello storico passaggio fra le cosiddette prima e seconda Repubblica.

Allora il Pds-ex Pci guidato da Achille Occhetto vinse una serie di elezioni amministrative, comprensiva del Campidoglio conteso tra Francesco Rutelli e un Gianfranco Fini “sdoganato” da Silvio Berlusconi in un autogrill, senza riuscire tuttavia a fargli vincere la partita. Occhetto, favorito anche dall’approvazione di una nuova legge elettorale che dava al capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro la ragione o il pretesto, come preferite, di considerare ormai superate le Camere elette col vecchio sistema meno di due anni prima, si inebriò a tal punto da reclamare e ottenere le elezioni politiche anticipate. Ma gli andò male, assai male.

La “gioiosa macchina da guerra” vantata dallo stesso Occhetto per portare alla vittoria i “progressisti”, come lui aveva chiamato i suoi alleati, fu soronamente sconfitta nel marzo del 1994 da una coalizione improvvisata da Berlusconi fra l’incredulità anche di suoi strettissimi amici. Essa era composta da Forza Italia, appositamente fondata dal Cavaliere di Arcore, da alcune schegge democristiane organizzate da Pierferdinando Casini e Clemente Mastella e dalla Lega di Umberto Bossi al Nord, solo al Nord. Al Centro e al Sud l’alleato era Fini col suo progetto di Alleanza Nazionale, meta finale della trasformazione del vecchio Movimento Sociale che lo stesso Fini aveva ereditato da Giorgio Almirante.

Massimo D’Alema e Umberto Bossi

Per quanto in campagna elettorale Bossi avesse disprezzato Fini e sfottuto Berlusconi chiamandolo “Berluscaz”, tanto che Scalfaro al Quirinale sognava l’indisponibilità del leader leghista alla nomina del Cavaliere a presidente del Consiglio in caso di vittoria, quella disarticolata coalizione mise letteralmente in ginocchio la sinistra. Occhetto ci rimise personalmente il posto, estromesso da un Massimo D’Alema inesorabile nella punizione, come nel successivo corteggiamento di Bossi come “costola della sinistra”. Pertanto Berlusconi ballò solo un’estate a Palazzo Chigi, rovesciato appunto dalla Lega. Ma poi vi sarebbe tornato restandovi un bel pò, come si sa, in simbiosi con un Bossi pienamente recuperato.

Ebbene, in questo autunno 2021 la sinistra nel frattempo diventata centrosinistra ha fatto il pieno, o quasi, nelle grandi città ed è attraversata da tentazioni, quanto meno, di elezioni anticipate. “Dobbiamo essere pronti a tutto”, ha appena detto l’infaticabile “guru” del Pd Goffredo Bettini, spesosi con tutto il suo peso anche fisico per la vittoria di Roberto Gualtieri nella corsa al Campidoglio. Il segretario Enrico Letta in persona, nel cantare non una vittoria ma un “trionfo”, pur auspicando la fine ordinaria della legislatura nel 2023, non foss’altro per non disturbare l’azione risanatrice e riformatrice del governo di Mario Draghi, ha detto con calcolata minaccia che, al punto in cui sono arrivate le cose, potrebbero ben convenirgli le elezioni anticipate. A buon intenditor, insomma, poche parole. E il primo intenditore potrebbe essere Giuseppe Conte, promosso al Nazareno da Nicola Zingaretti a “punto di riferimento dei progressisti” e ridotto praticamente adesso ad un alleato minore del partito nel frattempo passato nelle mani di Enrico Letta.

Giuseppe Conte

Se il presidente di un Movimento 5 Stelle che ha salvato nei ballottaggi di domenica e lunedì la guida di soli quattro Comuni, dal piemontese Pinerolo al pugliese Ginosa, per complessivi 102 mila e rotti abitanti, dovesse fare troppe bizze, premuto com’è dalle tensioni interne, il Pd potrebbe accelerarne la fine interrompendo la legislatura. E archiviando definitivamente anche sul piano parlamentare il capitolo del partito grillino “centrale” come una volta la Dc in quanto forza di maggioranza relativa, pur assottigliatasi lungo la strada tra incaute espulsioni e rabbiose dimissioni.

Certo, con un bel po’ di ottimismo, nonostante l’”autorete” confessata su tutta la prima e insospettabile pagina del Giornale della famiglia Berlusconi, nel centrodestra -con o senza il trattino messo prudentemente in mezzo dal Cavaliere- possono pure sperare che l’ebbrezza procuri ad Enrico Letta gli stessi guai occorsi a Occhetto nel 1994. Ma ci vuole, appunto, un bel po’ di ottimismo perché molte sono le cose cambiate nel frattempo.

D’Alema e Pier Luigi Bersani
D’Alema e Matteo Renzi

Intanto al posto del Pds-ex Pci vi è un Pd guidato da un post-democristiano, allievo del democristianissimo e compianto Nino Andreatta, da cui hanno tolto il disturbo, diciamo così, da ormai quattro anni comunisti o post-comunisti come Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani. Sarà difficile al centrodestra evocare ancora il fantasma, ormai, del comunismo. Questa almeno dell’uscita di D’Alema e compagni è una cosa di cui Enrico Letta dovrebbe essere grato a Matteo Renzi, che l’aveva provocata. E persino dello scomodissimo e imprevedibilissimo Renzi il segretario del Pd è riuscito a liberarsi senza aver dovuto muovere un dito, standosene tranquillo a Parigi nel 2019. Quello del Nazareno è diventato insomma un partito più magro ma più governabile del o dei genitori.

Enrico Letta tornato ieri alla Camera

Dal canto suo, Berlusconi non è più il 58.enne Cavaliere rampante del 1994 ma un tenace e abilissimo -per carità- professionista ormai della politica, come lo definiva già nel 1998 l’amico Francesco Cossiga, di 85 anni compiuti. E circondato da alleati che, a furia di scambettarsi per raccoglierne l’eredità, si sono un po’ rovinati a vicenda danneggiando la casa comune, se mai è stata comune davvero.

Pubblicato sul Dubbio

Il centrodestra ha perduto, d’accordo, ma non parliamo di Conte….

Titolo del Giornale
Titolo del Foglio

Non per volere minimizzare l’”autogol del centrodestra” ammesso dal Giornale della famiglia Berlusconi su tutta la prima pagina, o la sua “salvifica batosta”, come l’hanno definita quelli del Foglio, ma significa pur qualcosa che Giuseppe Conte non sia riuscito a saltare su nessuno dei palchi dei vincitori dei ballottaggi comunali conclusisi a vantaggio del centrosinistra federato dal segretario del Pd Enrico Letta. Che sia lui, il presidente del MoVimento 5 Stelle ed ex presidente del Consiglio, il vero o il maggiore sconfitto dei ballottaggi e, più in generale, del doppio turno di elezioni amministrative svoltosi in questo mese di ottobre?

Titolo del Fatto Quotidiano

Persino Il Fatto Quotidiano, che rimpiange Conte a Palazzo Chigi di notte e di giorno, considerando Mario Draghi una specie di abusivo mandato lì da Sergio Mattarella a febbraio dando l’ultima pugnalata all’avvocato e professore pugliese, ha dovuto titolare “Il Pd prende le città”. E ha lasciato solo nell’editoriale di Marco Travaglio un accenno ai “voti degli elettori giallorosa”, fra i quali ci sarebbero i più volenterosi o sprovveduti -secondo  i gustidi quello che era una volta il “popolo” o movimento grillino. La cui “storia” sarebbe “finita”, come ha commentato Massimiliano Panarari sulla prima pagina della Stampa, il giornale della Torino riconquistata dal Pd dopo la parentesi grillina di Chiara Appendino.

Titolo di Libero
Giuseppe Conte

Nei ballottaggi di domenica e lunedì i pentastellati sono riusciti a mantenere, o salvare, con loro sindaci i Comuni di Pinerolo, in provincia di Torino, di Castelfidardo, in provincia di Ancona, di Noicattaro, in provincia di Bari, e di Ginosa, in provincia di Taranto, per una popolazione complessiva di 102 mila e rotti abitanti. Gli umori sotto le cinque stelle non sono naturalmente dei migliori. Né lo è quello personale di Conte, che ha cercato di cavarsela, al primo accenno delle difficoltà ulteriori che lo attendono, ammonendo -come nel titolo dedicatogli dal Corriere della Sera- che “c’è poco da dire, tanto da fare”. E ciò soprattutto per dissipare il sospetto o la convinzione di molti che il movimento da lui presieduto sia ormai un alleato minore di un Pd “decontizzato”, come ha titolato Il Riformista. Un Pd che, secondo un titolo non arbitrario di Libero, “si mangia i grillini”: il che -sia detto fra parentesi- dovrebbe consolare il giornale diretto da Alessandro Sallusti e assistito, a suo modo, da Vittorio Feltri. Che invece non sono per niente contenti, preferendo che a “mangiarsi” i grillini avesse continuato Matteo Salvini, come nelle elezioni europee del 2019, o cominciato Giorgia Meloni, in persistente crescita elettorale nonostante la sconfitta nei ballottaggi col suo candidato a Roma Enrico Michetti. Che, ad elininazione avvenuta, si è guadagnato da parte di Paolo Mieli e di Enrico Mentana il riconoscimento di essere “simpatico”, anche con le sue gaffe.

Titolo del Foglio

Per il vincitore da tutti riconosciuto vale tuttavia il monito del Foglio sotto il titoletto “Sbornia democratica”. “Letta ha già la sua gioiosa macchina da guerra”, ha scritto il quotidiano di Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa evocando l’armata Brancaleone allestita nel 1994 da Achille Occhetto, segretario del Pds-ex Pci, dopo un turno fortunato di elezioni amministrative, ma sconfitta clamorosamente da Berlusconi nelle elezioni politiche. Era però  un Cavaliere di “soli” 58 anni, contro gli 85 di adesso, con tutte le complicazioni sopraggiunte, politiche e fisiche, e al netto di una persistente e pelosa attenzione giudiziaria.  

Ripreso da http://www.policymakermag.it 

Fra le vittime dei ballottaggi il forte richiamo di Mattarella alla magistratura

Titolo del Dubbio

Un po’ per il suo tono abitualmente misurato, un po’ per il volume troppo alto di una campagna elettorale peraltro anomala come quella sui ballottaggi comunali, che non a caso ha provocato un aumento ulteriore dell’astensionismo, cioè di fuga dalle urne, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è stato penalizzato nell’ultimo intervento compiuto, venerdì scorso, sui magistrati. Di cui si è occupato, in particolare, in una lettera al presidente della loro associazione, Giuseppe Santalucia, di apparente compiacimento per la nuova veste di una rivista che il capo dello Stato ha voluto definire “commentario”.

Scrivo di apparente compiacimento perché Sergio Mattarella ha voluto cogliere l’occasione per richiamare sia l’associazione, comunemente chiamato sindacato, sia le toghe ad una condotta migliore. Egli insomma, pur nel suo stile non certamente paragonabile al piccone della buonanima di Francesco Cossiga, l’amico e collega di partito che lo precedette al Quirinale dal 1985 al 1992, ha voluto mettere o rimettere certe cose al loro posto.

Dall’associazione dei magistrati, per esempio, vista la natura particolare di chi vi partecipa, che non è un comune dipendente dello Stato, il presidente della Repubblica e -non dimentichiamolo- del  Consiglio Superiore della Magistratura, non si aspetta tanto una tradizionale attività sindacale, per sollevare e risolvere vertenze normative e retributive, o la coltivazione di un “corporativismo autoreferenziale”, quanto la promozione e la gestione -ha scritto- di un “dialogo autentico  della Magistratura ordinaria con le istituzioni e con la società”.

Per il rispetto delle istituzioni -mi permetto di interpretare la lettera di Mattarella- l’associazione dei magistrati si sarebbe dovuta tenere rigorosamente estranea alle polemiche che hanno accompagnato il lungo e neppure concluso processo sulla cosiddetta e presunta trattativa fra lo Stato e la mafia nella stagione delle stragi. E non mettersi a difendere pregiudizialmente, com’è avvenuto più volte in modo  diretto o indiretto, un’accusa tanto ostinata quanto clamorosamente smentita sino alla Cassazione, come nel caso dell’ex ministro democristiano Calogero Mannino. Che sarebbe stato addirittura il promotore di quella trattativa per salvarsi dalla minaccia mafiosa di morte pendente sulla sua persona.

Per il rispetto della società -mi permetto sempre di interpretare la lettera di Mattarella- l’associazione nazionale dei magistrati avrebbe dovuto essere la prima a insorgere contro un presidente di sezione della Cassazione, e temporaneamente consigliere superiore della magistratura, che si era permesso in uno dei salotti televisivi abitualmente frequentati di liquidare un imputato assolto per uno che l’aveva semplicemente fatta franca. O no? Ora quel magistrato, nel frattempo andato in pensione e decaduto dal Consiglio Superiore, è indagato per violazione del segreto d’ufficio -e perciò innocente, per carità, sino a condanna definitiva- ma avrebbe dovuto già incorrere in una presa di distanza dei suoi colleghi da quella battutaccia televisiva, a dir poco. O no?, ripeto. Per molto meno noi giornalisti rischiamo denunce e querele, che da sole costituiscono un ostacolo all’esercizio della nostra professione.

Dei magistrati il presidente della Repubblica ha giustamente ricordato e difeso “l’indipendenza” -si legge nella sua lettera- come “un elemento cardine della nostra società democratica”, ma che “si fonda -ha ricordato- sull’alto livello di preparazione professionale, accompagnata della trasparenza delle condotte personali e dalla comprensibilità dell’azione giudiziaria”. Mi chiedo, a proposito del processo già ricordato sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia, se abbia risposto ai requisiti indicati da Mattarella l’iniziativa della Procura generale che per sostenere in appello la conferma della condanna in primo grado di un grappolo di imputati ha presentato un documento di contestazione di una sentenza contraria e definitiva della Cassazione a favore di un imputato di quegli stessi reati giudicato però col rito abbreviato.

Dolce o amaro in fondo, come preferite, Mattarella ha scritto nella sua lettera diffusa dal Quirinale che “per assicurare la credibilità della Magistratura riconosciuta da tutti i cittadini” occorre “un profondo processo riformatore ed anche una rigenerazione etica e culturale”. Ripeto: una rigenerazione etica e culturale, non bastando evidentemente l’attuale livello né etico né morale anche in riferimento alla vicenda Palamara delle carriere e dintorni.  

Sandro Pertini e Francesco Cossiga

Questo richiamo di Mattarella fa un po’ il paio con quello del compianto Sandro Pertini ad una indipendenza e imparzialità della magistratura chiaramente riconoscibile, perché non basta essere ma bisogna anche apparire indipendenti e imparziali nell’esercizio delle funzioni giudiziarie, disse quello che rimane -credo, al di là del suo leggendario cattivo carattere- il presidente della Repubblica più amato dagli italiani.

Peccato che Pertini sia morto e che Mattarella stia per concludere il suo mandato fra il sollievo di tanti, direi troppi, che non si lasciano scappare occasione per ricordarne con malcelato sollievo l’indisponibilità, sinora, ad una conferma almeno per il tempo necessario a garantire che all’elezione del successore provveda un Parlamento un po’ più legittimato di quello che scadrà nel 2023. E verrà sostituito da Camere ridotte di un terzo abbondante dei seggi, profondamente modificato di certo anche nei rapporti di forza fra i partiti che sono rappresentati in quelle attuali.

Pubblicato sul Dubbio

Il dramma del centrodestra si è compiuto nei ballottaggi di Roma e Torino

Non per essere irriverenti, ma quel “tutto è compiuto” di Gesù Cristo sulla croce può ben essere ripetuto dal centrodestra di fronte ai risultati dei ballottaggi a Roma e a Torino. Dove la coalizione a trazione non più berlusconiana ha raccolto ciò che ha seminato con candidature deboli e ancor più ha rovinato con una campagna elettorale che peggio non poteva essere condotta fra il primo e il secondo turno di queste amministrative del 2021. Quella di di Trieste, dove è stato confermato faticosamente il sindaco uscente di centrodestra, rimane una magra consolazione.

A dispetto della convinzione maturata da Alessandra Ghisleri che i disordini del 9 ottobre a Roma – con l’assalto dei forzanovisti alla sede nazionale della Cgil e tutte le esitazioni e contraddizioni delle reazioni dei leghisti e dei fratelli d’Italia di Giorgia Meloni- non fossero destinati a influire sul ballottaggio capitolino, penso che un peso l’abbiano avuto eccome.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso dell’indifferenza, tradottasi nel record dell’astensionismo, è stata a mio avviso la restituzione della storica piazza romana di San Giovanni alla sinistra. Il centrodestra, che era riuscito a strappargliela negli anni scorsi, avrebbe ben potuto unirsi con convinzione e decoro alla solidarietà che la Cgil meritava. Ma alla quale persino Silvio Berlusconi, dopo avere cominciato a mettere il trattino fra il centro e la destra, ha ritenuto che potesse bastare e avanzare una telefonata.

Ora il centrodestra dovrà fare i conti con l’obiettivo rafforzamento di una sinistra che tuttavia dovrebbe anch’essa riflettere sulla crescente crisi di rappresentatività. E’ stata una vittoria, certamente, ma non il “trionfo” addirittura vantato dal segretario del Pd Enrico Letta, giù dimentico di essere stato eletto a Siena il 4 ottobre con un’affluenza alle urne ben al di sotto del pur spaventoso 40 per cento o poco più dei romani andati a votare per scegliere il sindaco.

Cessata la sbornia del segretario piddino, la sinistra al governo dovrà subito fare i conti con la realtà alla quale il presidente del Consiglio Mario Draghi, fortunatamente estraneo alla competizione appena conclusasi, la richiamerà con le scadenze finanziarie e il fitto calendario delle riforme collegate al piano della ripresa finanziato dall’Unione Europea. Non parliamo poi dei guai dei grillini destinati a ripercuotersi su chi li insegue come alleati.

Purtroppo non si può dire che, chiuso questo capitolo elettorale, a parte la scadenza istituzionale di febbraio, quando il Parlamento dovrà sciogliere il nodo del Quirinale per la scadenza del mandato di Sergio Mattarella, la politica potrà darsi una tregua. No. Matteo Salvini, risconfitto anche a Varese, si è già prenotato per la campagna elettorale delle amministrative dell’anno prossimo. Ma il 2022, anche se si dovesse evitare lo scioglimento anticipato da molti immaginato dietro l’angolo, sarà pur sempre l’ultimo anno della legislatura: in quanto tale il più difficile di tutti, in cui quello che l’economia e mancato presidente del Consiglio Carlo Cottarelli ha appena definito “l’assalto alla diligenza” della spesa. Ci sarà poco da stare allegri.

Ripreso da http://www.startmag.it  

I ballottaggi comunali disertati da una maggioranza crescente di elettori

Già abituale di suo, l’ulteriore aumento dell’astensionismo fra il primo e il secondo turno delle elezioni comunali era scontato dopo che tutti, proprio tutti i partiti, dell’ampia maggioranza e della ristretta opposizione, hanno contribuito a distogliere l’opinione pubblica dai ballottaggi. L’hanno distratta a tal punto, presumendo di politicizzare ancor più di quanto già non fossero gli appuntamenti con le urne, da provocare la fuga dai seggi e la corsa al mare, dove il tempo lo ha permesso. Era desolante il vuoto, per esempio, che ho trovato nella scuola della zona di Roma dove ho votato. Poco mancava che il presidente della sezione, riconoscente per averne interrotto la contemplazione del soffitto, mi offrisse un pasticcino.

La vignetta del Corriere della Sera

Proprio i romani, specie quelli delle periferie, si sono quanto meno guadagnati il perdono, chiamiamolo così, del vignettista del Corriere della Sera, Emilio Giannelli. Che li ha trovati solo “pochissini”, anziché porci, nel vecchio gioco di tradurre negativamente la sigla della loro città: SPQR, acronimo storico di Senatus Populusque Quiritium Romanorum.

Titolo di Repubblica
Gualtieri e Michetti al seggio

“Il centrodestra trema”, ha titolato la Repubblica scommettendo a suo modo, a dispetto di quella fandonia che è ormai diventato l’obbligo del silenzio elettorale a urne aperte, sulla vittoria a Roma di Roberto Gualtieri, il candidato del centrosinistra presuntivamente allargato alle 5 Stell, sul concorrente del centrodestra Enrico Michetti, che lo aveva superato nel primo turno. Ma sarebbe una ben magra vittoria quella di un sindaco sostanzialmente di minoranza. Lo sarebbe naturalmente anche quella di Michetti, guadagnatosi fra il primo e il secondo turno anche la preferenza dichiarata del marito della sindaca grillina uscente Virginia Raggi, come a Torino l’omologo dal marito della sindaca, sempre grillina, Chiara Appendino. Ma chi se n’è accorto nel bailamme scatenatosi fra il primo e il secondo tempo della partita?     

Federico Geremicca sulla Stampa di ieri
Dalla prima pagina del Corriere della Sera

“L’attenzione dei cittadini -ha scritto giustamente Federico Geremicca sulla Stampa di ieri- è stata calamitata dall’esordio del green pass obbligatorio. E i partiti hanno litigato, piuttosto su fascismo e democrazia, dividendosi quelli di maggioranza su questioni di governo assai delicate, che nulla hanno a che fare col voto di oggi e domani”. Penso, per esempio, alle barricate levate in difesa del sempre più costoso reddito di cittadinanza da ciò che rimane del MoVimento 5 Stelle, che si identifica in questa misura. Eppure, lungi dall’avere “sconfitto la povertà”, secondo l’annuncio fatto dal balcone di Palazzo Chigi dall’allora vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio, essa l’ha aumentata distraendo ingenti risorse dal sistema produttivo e dalla creazione di nuovi posti di lavoro. E questo senza parlare degli scontati abusi cui la misura si sapeva dall’inizio potesse prestarsi, rivelatisi superiori alle peggiori previsioni anche per effetto della sopraggiunta pandemia. Sono quindici miliardi in due anni gli euro rubati in frodi da reddito di cittadinanza, invalidità e pensioni, ha appena calcolato la Guardia di Finanza e pubblicato il Corriere della Sera.

E poi bisogna sentirsi dire da Marco Travaglio sul solito Fatto Quotidiano che è Mario Draghi, l’uomo al presunto servizio della Confindustria, e non il politicamente compianto Giuseppe Conte, che lo ha preceduto a Palazzo Chigi sino a gennaio scorso, ad essere una specie di reincarnazione di Maria Antonietta, convinta nel 1789 di poter evitare la rivoluzione francese facendo distribuire brioches alla popolazione.

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