Dai binari alle sbarre, di ferro e di carta, di Mauro Moretti

       Il detenuto Mauro Moretti, in galera per la strage ferroviaria di 17 anni fa a Viareggio, quando egli era amministratore delegato dell’azienda di Stato, ha provocato inconsapevolmente una crisi nei rapporti fra il direttore del giornale confindustriale 24 Ore e il comitato di redazione. Che, pur non protestando sino allo sciopero, ha contestato il rifiuto opposto alla sua richiesta di pubblicare articoli a favore della condanna, e non solo contro. Contro, peraltro, come il coro politicamente bipartisan, da destra a sinistra. Anche Massimo D’Alema ha tenuto a confermare al detenuto, non solo già sindacalista della Cgil, stima, amicizia e simpatia.

       La notizia, naturalmente, non sta nella posizione di D’Alema, che personalmente condivido, anche per lo stile col quale Moretti ha affrontato il lungo, troppo, oscenamente lungo processo, la cui durata da sola condanna la sentenza finale, costituendosi per disciplina e onore spesso disattesi dalla classe politica di ogni colore e sapore; la notizia, dicevo, sta nella natura culturale, oltre che politica, della redazione di un giornale come quello ufficiale della Confindustria. Diretto per fortuna da un giornalista con la schiena dritta, oltre che con le idee chiare.    

Le maschere e mascherine a caro prezzo di Giuseppe Conte

       Con furbizia forse superiore anche al modello di Camillo Benso di Cavour, generosamente assegnatogli da chi sostiene che sia stato secondo a lui fra i capi di governo italiani succedutisi dall’unità nazionale, Giuseppe Conte ha deciso di decorarsi, cioè di vantarsi, dei problemi che ha con un’indagine parlamentare sull’affare, anzi sugli affari delle mascherine fasulle ma pagate profumatamente ai tempi del Covid. Quando lui era a Palazzo Chigi e produceva decreti, fra una conferenza stampa e l’altra, sull’emergenza virale.

       Disposto a riferire alla commissione, di cui peraltro fa parte, dove curiosamente non riesce mai a parlare, per quanto sollecitato da esponenti della maggioranza e giornali di area, diciamo così, Conte si è avvolto nella sua autostima ed ha sostenuto che la troppa curiosità su di lui per quegli affari da parte del centrodestra è la prova inconfutabile di quanto egli sia temuto da quelle parti. Di quanto faccia paura e sia per ciò stesso il migliore candidato possibile alla guida del governo dell’alternativa, cioè al ritorno nel palazzo dove fu estromesso da Mario Draghi. Temuto -ma di questo Conte ha finto e finge di non essersi accorto- anche nel campo dell’odierna opposizione, generosamente al singolare, dove crescono come funghi dopo la pioggia i concorrenti, convinti che lui non sia una risorsa ma una zavorra, un’escrescenza dichiaratamente progressista ma non tanto da potersi considerare di sinistra.  Neppure con la mascherina. O con una mascherina peggiore di quelle che durante la sua seconda presidenza del Consiglio, prima che Draghi si rivolgesse a un generale per occuparsene meglio, furono tanto avventatamente acquistate illudendo il pubblico di essere protetto.

Per una volta d’accordo con Travaglio contro la congiura…elettorale

       Per una volta -non la prima purtroppo, a conferma del mondo davvero sottosopra, non solo nella immaginazione reazionaria del generale Roberto Vannacci e della sua “sporca dozzina”-  sono d’accordo con Marco Travaglio. E con la denuncia nel titolo di copertina, nerissimo di colore e di sarcasmo, del suo Fatto quotidiano: “Le grandi riforme: negarci le preferenze” D’accordo anche nel dettaglio dell’operazione in corso alla Camera per l’ennesima riforma elettorale praticamente a ridosso del voto, visto che qualcuno lo vorrebbe più o meno anticipato rispetto alla scadenza ordinaria della legislatura, nell’autunno dell’anno prossimo.

       Il dettaglio consiste, in particolare, in un emendamento dei “fratelli d’Italia” di Giorgia Meloni per il ripristino popolare delle preferenze da fare bocciare impopolarmente a scrutinio segreto dal Pd di Elly Schlein, dalla Lega di Matteo Salvini e dalla Forza Italia di Antonio Tajani, chissà se anche di Marima o Pier Silvio Berlusconi, o entrambi. Tutti accomunati dall’interesse di disporre di gruppi parlamentari obbedienti, di eletti nell’ordine della loro iscrizione nelle liste elaborate dai vertici di partito.

       Sarebbe, purtroppo con gravi indizi, una congiura contro un elettorato già ingannato nel lontano 1994, quando scomparve con una legge che purtroppo porta il nome latinizzato dell’attuale presidente della Repubblica, che ne era stato il relatore alla Camera, il voto unico di preferenza sopravvissuto al referendum promosso da Mario Segni contro le preferenze plurime. Le quali erano diventate, secondo la rappresentazione del mio amico Mariotto -Segni appunto- la via del malaffare alla politica. All’origine addirittura anche del dissesto finanziario per la politica della spesa e del debito facile perseguita da una classe politica immersa nella pratica dei favori. Si disse e si scrisse anche questo. Come anche della necessità -udite, udite- di una moralizzazione dei partiti, fatti di cordate di aspiranti alle preferenze. Ora abbiamo invece cordate, per giunta sotterranee, senza neppure il coraggio di assumersene la paternità pubblicamente, di partiti trasversali nel bipolarismo vantato a destra da Silvio Berlusconi e a sinistra da Romano Prodi, e relativi successori, pur essendo Prodi ancora in campo, almeno con la sua bicicletta, tra pianura e montagna, alla bella età di 87 anni da compiere in agosto.  

Il grande caos nel campo dell’alternativa al centrodestra

Se lo fa per scaramanzia, pensando ai vantaggi ricavati quattro anni fa da Giorgia Meloni con i buoni rapporti avuti con Mario Draghi a Palazzo Chigi, pur praticando l’opposizione, sino a guadagnarsene quasi un’investitura alla successione, la segretaria del Pd Elly Schlein fa bene a consultarsi con l’ex presidente del Consiglio, come gli viene attribuito da cronache, retroscena e quant’altro.  E magari anche a fare tesoro dei suoi consigli più e meglio di quanto usi con Romano Prodi. Che ogni tanto si lascia scappare parole e gesti di insoddisfazione o malumore nei suoi riguardi per tempi e metodi con i quali la pulzella del Nazareno prepara l’alternativa al centrodestra, più rinviando che adottando le decisioni spettanti a chi aspira addirittura a guidare la coalizione di cosiddetto centrosinistra. O semplicemente l’alternativa dei progressisti, visto il fastidio che procura la sinistra, solo a nominarla, a Giuseppe Conte, atro aspirante a Palazzo Chigi nella convinzione di avervi dato ottime prove quando gli toccò di passarvi, come un Benso di Cavour reincarnato nella fantasia  giornalistica di Marco Travaglio.

       Se non é invece per scaramanzia, o per scelta tattica, ma per convinzione maturata pur nell’inseguimento testardamente unitario di Conte, temo che alla Schlein la frequentazione di Mario Draghi, chiamiamola così, sia destinata a procurarle più guai che altro. Non l’accredita al centro, dove già si affollano personaggi certamente più vicini a Draghi di lei, a cominciare da Matteo Renzi ancora orgoglioso di avere mandato a Palazzo Chigi l’ex presidente della Banca Centrale Europea, e decisi a rappresentare loro al meglio il suo profilo. E l’allontana ancora di più dalla sinistra su cui Conte, nel suo percorso di ritorno a Palazzo Chigi, conta -scusate il bisticcio delle parole- pur non considerarsene parte.

       Lo scenario è, a di poco, confuso. Direi, caotico.

Pubblicato sul Dubbio

La Gruber inciampa nel processo di giornata alla premier Meloni

Per una volta -doveva capitare prima o poi- nel salotto televisivo de la 7, dove si processa abitualmente la premier Giorgia Meloni, anche quando non è nei titoli della puntata o udienza, la conduttrice Lilli Gruber è inciampata in un’ospite: la professoressa e filosofa italo-australiana Rosi Braidotti. Che, collegata dalla sua casa olandese, non ha lasciato solo il solito Italo Bocchino nella difesa della Meloni, appunto, accusata da Emilio Fittipaldi, direttore del debenedettiano Domani, e da Andrea Scanzi, del Fatto Quotidiano, di essere al servizio del sovrano di turno: ieri Donald Trump, il presidente americano in declino di popolarità e soprattutto di ragionevolezza, e ora del presidente francese Emmanuel Macron. Tanto, le ginocchiere ce l’ha la presidente del Consiglio, procuratele a voce in un discorso a Montecitorio da un deputato che si è guadagnato così anche la ricandidatura delle 5 Stelle, o di quel che ne rimarrà l’anno prossimo nel nome del Movimento che Beppe Grillo contesta a Giuseppe Conte.Gruber inciampa nel

Ginocchiere, quelle della Meloni, che Fittipaldi ha immaginato anche nei rapporti di contrapposizione finta, secondo lui, a Roberto Vannacci. E’ stato a questo punto che Rosi Braidotti è sbottata preferendo la Meloni al generale e riconoscendole il buon senso della moderazione. O l’astuzia di approfittare dell’occasione per ricavarne un vantaggio, non un danno.

La crisi rientrata dei 500 decolli americani dall’Italia nella guerra all’Iran

       Già penalizzato di suo in italiano per quel cognome che porta- Rutte, troppo simile a un cafonissimo rutto- il segretario generale, e olandese, della Nato l’ha fatta davvero grossa, tanto da non poterla coprire, come ai suoi tempi il buon Amintore Fanfani intimava ai colleghi di partito che lo contrariavano.

Non  si è ben  capito se più per cercare di rabbonire il papy” deluso, come lui chiama il presidente americano Donald Trump, o di smentire la nostra premier Giorgia Meloni nella versione muscolare dei rapporti con la Casa Bianca, Rutte ha rappresentato le basi americane in Italia superattive nei giorni dei bombardamenti israeliani e americani sull’Iram da restituire -minacciava lo stesso Trump- all’età della pietra.

       Ben 500 aerei americani si sarebbero levati dal suolo italiano per partecipare agli attaccchi. Poi, a conti rifatti in Italia mentre salivano dalle opposizioni le solite proteste e richieste, anzi intimazioni a riferir alle Camere, e confermati dagli stessi uffici della Nato, i decolli sono scesi a 200 e declassati al rango “tecnico” o “cinetico”, cioè logistico. Non diretto, operativo come i sottoposti di Trump, se non lui stesso, pretesero chiedendo l’atterraggio e il decollo di bombardieri americani da Sigonella e incorrendo nel rifiuto mai perdonato all’Italia dal presidente statunitense. Un rifiuto impropriamente paragonato alla notte proprio di Sigonella del 1985, in cui l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi ordinò che i Carabinieri italiani si schierassero contro i marines americani in armi attorno ad un aereo egiziano dirottato da un volo verso Tunisi per catturare e spedire oltre Oceano i terroristi palestinesi che avevano sequestrato la nave Achille Lauro e ucciso un invalido ebreo di cittadinanza statunitense. Craxi reclamò e difese il diritto del processo in Italia, pronto anche ad una crisi che il ministro della Difesa Giovanni Spadolini cercò di provocare dimettendosi, ma poi ripensandoci a chiarimento intervenuto direttamente fra Craxi e Reagan. Una vicenda rimasta storicamente clamorosa ma obiettivamente diversa da quella di Sigonella 2026.

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I presunti rinforzi di Alemanno alle truppe di estrema destra di Vannacci

       In attesa di qualche aiuto mediatico anche del presidente americano Donal Trump, libero dal rapporto una volta speciale con la premier Giorgia Meloni e i suoi fratelli d’Italia, il generale dell’estrema destra Roberto Vannacci può dunque contare da oggi  a tempo pieno sull’ex ministro Gianni Alemanno. Che esce dal carcere per traffico d’influenze e violazione  delle norme di restrizione che gli consentivano di scontare la pena fuori, dichiarandosi sarcasticamente “disertore”, avendo vissuto un anno, cinque mesi e ventiquattro  giorni come testimone  dell’abuso che se ne fa in Italia per le condizioni in cui vive la generalità dei detenuti.

       Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella avrebbe potuto risparmiare ad Alemanno quest’’anno e mezzo a Rebibbia graziandolo. “Ma io non sono Nicole Minetti”, ha detto l’ex sindaco di Roma unendosi in qualche modo alla campagna ostile del Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, smentita dalla magistratura milanese -ripeto, milanese- dopo un supplemento d’ìndagini sulla nuova vita dell’ex igienista dentale e altro del compianto Silvio Berlusconi. Supplemento praticamente imposto da un Mattarella tentato dal ripensamento per il clamore delle presunte rivelazioni del giornale più viscerale, diciamo così, che si stampi in Italia.

       Ex camerata di una Meloni ancora adolescente, militante dell’ancora Movimento Sociale di Gianfranco Fini sdoganato nel 1994 da Berlusconi sino a fargli cambiare nome, a fiamma tuttavia immutata, Alemanno sembra essere considerato da Vannacci una risorsa. Ma dubito che lo sia o possa diventarlo davvero. Penso, al contrario, che la coppia Vannacci-Alemanno, col Futuro nazionale del generale associato all’Indipendenza sovranista del finalmente ex detenuto, costituirà per la Meloni un’altra opportunità, dopo quella offertale dalla villania di Trump, per piacere di più ai moderati, in Italia e in Europa, e di meno ai reazionari travestiti da conservatori.

       Il campo del centrodestra potrebbe risultare più omogeneo e credibile, e saldo anche nei numeri per la capacità di espansione al centro, di un campo tanto largo, come quello dell’aspirante alternativa, quanto arido. E devastato dalle troppe ambizioni che lo percorrono, come il terreno dai cinghiali.

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Targata Trump anche la mancata riforma della magistratura italiana

Il danno maggiore procurato alla premier Giorgia Meloni dal rapporto speciale avuto con Donald Trump dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, prima che volassero gli stracci di questi giorni? Penso che sia stata la clamorosa sconfitta referendaria subìta dal governo sulla riforma costituzionale della magistratura, il 23 marzo scorso. Quando, nonostante l’alta affluenza alle urne, superiore a quella abituale di simili prove elettorali, la riforma fu bocciata, e con largo margine. “La sua condiscendenza -ha osservato anche l’autorevole ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini, del Pd, parlando  della Meloni nei vecchi rapporti con Trump- l’ha pagata cara al referendum”, quello appunto sula riforma della magistratura

       Che cosa c’entra -mi chiederete- il referendum sulla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri , sul doppio Consiglio Superiore della Magistratura e sull’Alta Corte disciplinare delle toghe con i rapporti fra Trump e Meloni, o viceversa, o fra Italia e Stati Uniti? C’entra, c’entra. Nella fase mediana della campagna referendaria ci furono clamorosi ravvedimenti a sinistra e al centro contro la riforma a causa proprio dell’ombra di Trump, e dei suoi metodi spicci, a di poco, nella gestione del potere negli Stati Uniti e dell’emulazione che poteva seguirne in paesi governati dai simpatizzanti del tycoon.

       Quella che era stata concepita come una riforma per far tornare in Italia i rapporti fra la politica e la giustizia, il governo e i magistrati, le Procure e la Repubblica, al livello paritario, quanto meno, concepito dai costituenti, e compromesso dalla pratica delle cosiddette “Mani pulite” dei primi anni Novanta, divenne nella rappresentazione maliziosa degli avversari del governo, o degli amici dei magistrati, una sottomissione di questi ultimi alla politica e alle maggioranze di turno. Alla maniera di Trump, si disse e si scrisse.

       Ne parlò per primo, a sinistra, Goffredo Bettini che in precedenza si era richiamato ai ricordi e alle lezioni del padre avvocato per condividere la riforma. E lamentare la “sproporzione” nei rapporti di forza fra l’indagato o l’imputato e il magistrato requirente o giudicante. Un bel giorno egli cominciò a scrivere e a dire che le simpatie della Meloni verso Trump e il suo stile avrebbero stravolto le finalità della riforma. La sottomissione delle toghe rientrava insomma in quella che Paolo Zampelli, l’ambasciatore personale e d’affari di Trump, ora definisce “l’investitura”, addirittura,  ricevuta dalla Meloni a livello internazionale. “Il ponte”, si disse di lei, fra la Casa Bianca e l’Europa.

       A Bettini seguì, con un editoriale del Corriere della Sera sul “contesto” esterno della riforma,, il senatore a vita ed ex presidente del Consiglio Mario Monti, di cultura e formazione opposta, direi, a quella del comunista stagionatissimo che si è appena vantato della sua provenienza ingraiana per raccomandare la candidatura a Palazzo Chigi di Giuseppe Conte. Che pure con la sinistra non vuole essere confuso, considerandosi solo un progressista autonomo, indipendente. Un Conte naturalmente schieratissimo nel referendum contro la riforma di una magistratura che ha trovato nel Movimento 5 Stelle post-grillino la sponda che erano diventati il Pci e edizioni successive nella stagione già ricordata delle “Mani pulite”.

Pubblicato sul Dubbio

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La pretesa “investitura” di Trump tradita dalla premier Giorgia Meloni

       Dio li fa e poi li accoppia, dice un  vecchio proverbio adattato a un film allegro del 1982. Luigi Zampolli, l’ambasciatore privato del presidente americano Donald Trump sorpreso a fine marzo in un ristorante romano con Giuseppe Conte, ha confermato, condiviso accreditato, parlandone con la Repubblica di carta, l’analisi fatta dall’ex premier della fine del rapporto privilegiato fra lo stesso Trump e la premier italiana Giorgia Meloni.

       Chissà che cosa gli avrà promesso, genuflessa con le ginocchiere denunciate nell’aula di Montecitorio da un deputato pentastellato, per deludere così tanto il presidente americano, ha detto Conte -Giuseppi secondo Trump- per giustificarne gli insulti.  

       Eppure -gli ha fatto eco Zampolli- da Trump tornato alla Casa Bianca la Meloni, perdonata delle carinerie ottenute dal predecessore Joe Biden, ebbe una “investitura” rivelatasi troppo generosa, fra dissensi sui dazi e sugli attacchi al Papa e rifiuto della base di Sigonella ai bombardieri americani nella guerra all’Iran.

       Ma di che investitura parla Zampolli e condivide Conte? L’unica di cui ha disposto e dispone ancora la Meloni è quella elettorale del 2022, quasi quattro anni fa. Da cui derivarono la nomina a presidente del Consiglio da parte del Capo dello Stato Sergio Mattarella, affrettatosi a solidarizzare con lei negli scontri in corso con Trump, e non ricordo più quanti voti di fiducia tra Camera e Senato.

Tutti i travestimenti dell’inesauribile presidente degli Stati Uniti d’America

       Altro che il “finale” visto e annunciato in Italia, congiuntamente, dal Corriere della Sera e dalla Repubblica di carta nello scontro ripetutosi ieri fra Trump e Meloni.  Di finale inteso come l’ultima partita, conclusiva di un campionato, c’è poco. Propendo più per il “secondo round” prudentemente visto, una volta tanto, dal solitamente esasperato Fatto Quotidiano. I due continueranno a dirsele, e darsele, di santa ragione, ritenendo di averci tutto da guadagnare: Trump per soddisfare la sua cafonaggine istintiva e la Meloni per affrancarsi da un rapporto che le ha procurato, tutto sommato, più guai che altro. E non solo in termini di popolarità, o impopolarità, incautamente chiamata in causa dal presidente americano sentendosi invitato dalla premier italiana a pensare piuttosto alla sua, negli stessi Stati Uniti e altrove giungano la sua voce, le sue minacce, i suoi insulti, i suoi attacchi inconsulti d’ira che lui scambia forse per ironia, come in quei travestimenti da Papa, da Gesù Cristo, da Dio, da Spirito Santo.

       Il travestimento più riuscito o appropriato di Trump è forse quello immaginato da Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina sul Corriere della Sera: un bandito, più che uno sceriffo, che spara “fregnacce” davanti al saloon di turno. Fregnacce a stelle e strisce per disgrazia degli americani, anche se purtroppo se la sono cercata, direbbe la buonanima di Giulio Andreotti.

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