Si affaccia al referendum anche il fantasma di Beppe Grillo

       Si è affacciato alla campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura anche un fantasma, che è diventato nell’immaginario politico collettivo di questa seconda, terza o quarta Repubblica il pur vivo ma non so fino a che punto gaudente Beppe Grillo.  Sì, proprio lui: il fondatore superstite del MoVimento 5 Stelle, dopo la scomparsa di Gianroberto Casaleggio, il macchinista del viaggio di Giuseppe Conte verso Palazzo Chigi, addirittura, non potendo certo immaginare che l’avvocato sino ad allora sconosciuto ai più lo avrebbe fatto cadere dal trono di garante, che si era attribuito, e restituito alla sua professione di comico, peraltro non ripresa con l’assiduità, ma soprattutto con l’entusiasmo e il successo economico di una volta.

       Ebbene, già datosi alla clandestinità elettorale disertando le urne nelle ultime elezioni, di ogni livello, volendo contribuire a suo modo alle perdite di voti di quella specie di usurpatore che era diventato ai suoi occhi  l’ex premier pentastellato deponendolo da ogni ruolo e incarico remunerato, gli amici che lo frequentano hanno diffuso voci e quant’altro sulla tentazione, quanto meno, del comico di andare a votare al referendum per il sì ala riforma: l’opposto naturalmente del no di Conte e di quel che resta del MoVimento 5 Stelle, diventato nel frattempo il partito di maggiore riferimento dei magistrati associati e contrari alle carriere separate dei giudici e dei pubblici ministeri e di tutto quel che ne potrà o dovrà conseguire. In questo, nella rincorsa cioè del rapporto speciale con l’associazione nazionale delle toghe, Conte ha davvero sorpassato il Pd pur diretto da Elly Schlein, ma pieno anche di gente ancora con la testa sulle spalle e quindi favorevole ad una riforma che peraltro aveva fatto parte di programmi e simili della sinistra e post-comunista. Penso a Augusto Barbera, Cesare Salvi, Claudio Petruccioli, Enrico Morando, forse anche Walter Veltroni per la prudenza con la quale ne scrive sul Corriere della Sera.

       Grillo aveva già avuto modo di conoscere e provare sulla sua pelle magistratura e magistrati, diciamo così, nell’avventura più o meno giovanile di automobilista spericolato salvatosi lanciandosi  fuori  dalla guida del suo Suv che scivolava sul ghiaccio verso l’abisso per diventare la tomba di un bambino a bordo. Ma soprattutto egli ha avuto modo di conoscere meglio, l’una e gli altri, magistratura e magistrati, per l’avventura giudiziaria del figlio Ciro, assatanato di sesso con amici in una casa del padre in Sardegna. Solidale col figlio, sottoposto a sei anni di indagini e di processo, condannato in primo grado, il comico ancora partecipe del MoVimento si costruì un video alquanto imbarazzante per Conte sfidando i magistrati sardi ad arrestare anche lui. Quelli naturalmente non lo stettero a sentire, forse temendo ciò che lui avrebbe potuto inventarsi in carcere per uscire e mandare loro al suo posto.

       Ben arrivato fra noi, potrebbero quindi dire a sorpresa il 22 o 23 marzo a e di Grillo i dissidenti del no pentastellato.

L’occhiolino di Veltroni al sì referendario sulla riforma della magistratura

Anche a costo di sbagliare, scambiando lucciole per lanterne, o preferendo l’ottimismo della volontà al pessimismo della ragione, ho avvertito un mezzo sì referendario, o una forte tentazione del sì, in un’analisi fatta di recente da Walter Veltroni, sul Corriere della Sera, in vista del voto del 22 e 23 marzo sulla riforma costituzionale della magistratura.

       Egli ha condizionato l’esito della riforma all’astensionismo, pur essendo notoriamente il referendum, perché confermativo e non abrogativo, esente dalla quantità di partecipazione al voto. Esente cioè dal cosiddetto quorum, che condiziona la validità del risultato all’affluenza alle urne della metà più uno degli aventi diritto al voto per abolire una legge ordinaria, o parte di essa. Nei referendum su modifiche alla Costituzione, come questo sulla magistratura, basta qualsiasi affluenza, anche modestissima, per la conferma o la bocciatura.

       Veltroni naturalmente tutto questo lo sa benissimo. Se ha scommesso lo stesso sulla capacità ora di attingere voti nell’area dell’astensionismo è perché essa è ormai diventata maggioritaria. Alimentata non più dal radicalismo di una volta -non quello certamente di Marco Pannella- che non era interessato ad avere neppure una rappresentanza parlamentare. Ma da un moderatismo che non si riconosce più, considerando l’evoluzione del bipolarismo in Italia, né nel centrodestra né nel versante opposto che per abitudine chiamiamo centrosinistra. Soprattutto, direi, nel centrosinistra, visto il sì levatosi a sinistra contro il no scelto e annunciato dal Pd e altri aspiranti al cosiddetto campo largo dell’alternativa al governo Meloni. E’ il sì, per intenderci, del presidente emerito della Corte Costituzionale e già parlamentare del Pci e successive edizioni Augusto Barbera, dell’ex ministro Cesare Salvi, di Claudio Petruccioli, di Enrico Morando. E forse anche- ripeto- dello stesso Veltroni, pur non arrivato ad annunciarlo, almeno sinora. Ma in compenso egli ha annunciato -ripeto anche questo- la convinzione che possano venire solo dalla parte moderata dell’astensionismo i consensi necessari alla conferma della riforma costituzionale della magistratura. Che Veltroni, avvolto nella formula del “ma anche” già ai tempi in cui fondò e guidò per primo il Pd, non credo proprio possa e voglia liquidare come quello scardinamento della Costituzione, e della stessa democrazia, avvertito e denunciato al Nazareno. Dove, pur andandovi di rado, o non andandovi per niente, l’ex premier Romano Prodi ha voluto riconoscersi in pieno nella posizione della segretaria del partito Elly Schlein, sorda invece ai suoi consigli, o quasi, su altri temi, a cominciare -temo- dai rapporti con Giuseppe Conte e dei tempi e modi di tentare un programma comune e alternativo a quello del centrodestra.

       Prodi è arrivato di recente, procurandosi gli sberleffi del mio amico Pigi Battista, che gli ha dato del “fanatico” e del “ridicolo”, a immaginare una tale proiezione del sorteggio comparato, cioè in un un’area di qualificata professionalità, nella composizione degli organismi di rappresentanza e di disciplina dei magistrati, da applicarlo alle Olimpiadi.

Il professore ha pensato, magari, di essere spiritoso, non essendosi accorto di essersi spogliato al punto da diventare il classico re nudo in questa partita decisiva non solo per la magistratura, ma in prospettiva per la giustizia, in crisi di credibilità in Italia almeno dai tempi della vicenda giudiziaria di Enzo Tortora, già prima quindi degli anni di “Mani pulite”. Quando l’allora presidente della Camera Giorgio Napolitano, salito poi al Quirinale, avvertì “un brusco cambiamento degli equilibri” nei rapporti fra la stessa giustizia e la politica, o viceversa.

Pubblicato su Libero

Un referendum ancora alla ricerca di un titolo giusto e condiviso

       A 28 giorni dal voto del 22 marzo, e 23, spiace dovere constatare che non si riesca ancora a dare al referendum sulla riforma costituzionale nota in generale per la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri un nome giusto, corretto, condiviso, non solo diretto e semplice, senza dovere riproporre per intero l’intero quesito posto agli elettori dalla Corte di Cassazione.

       “In altre parole”, come si chiama la trasmissione televisiva condotta da Massimo Granellini su La 7, una giornalista pur di gande mestiere come Giovanna Botteri, che ha girato  mezzo mondo, ha troppo sbrigativamente, anzi arbitrariamente, definito questo referendum  “contro la magistratura”, portando così le sue fascine al grande fuoco della campagna elettorale su cui invece aveva cercato di buttare acqua nei giorni scorsi il presidente della Repubblica Sergio  Mattarella nel breve richiamo al “vicendevole rispetto” rivolto a tutte le istituzioni coinvolte nel confronto. Nessuna delle quali il Capo dello Stato ha voluto ritenere esente da “errori” più o meno recenti. 

       Eppure non solo o ancora più della giornalista Giovanna Botteri con quel suo “contro la magistratura”, evidentemente colpita ingiustamente dalla riforma approvata dalle Camere su iniziativa del governo, anche il professore e presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, sempre “in altre parole”,  ha rappresentato  il referendum in senso contrario alla magistratura. Che sarebbe “intimidata” -testuale- da una riforma che ne svilisce la rappresentanza non solo dividendola ma componendola col sorteggio. E ancor più intimidita da un’Alta Corte di disciplina anch’essa viziata in qualche modo dal sorteggio, pur limitato in un’area di consolidata professionalità.

       A Zagrebelsky collegato con Gramellini e i suoi ospiti di studio televisivo, è mancato solo di ripetere e condividere ciò che, sempre su La 7, ma nello studio “otto e mezzo” di Lilli Gruber, aveva detto qualche giorno prima l’ex premier Romano Prodi per motivare il suo no referendario. “Se sorteggiano i giudici, tanto vale sorteggiare i vincitori delle Olimpiadi”, era sbottato Prodi. Che si è meritatamente guadagnato, secondo me, una reazione abrasiva di Pierliigi Battista, Pigi per gli amici, altrove, non  nello studio della Gruber, dove temo che lui non avrà mai accesso facile. Pigi ha avvertito e denunciato in una intervista “il limite del ridicolo” superato dall’ex premier, finito anche lui in “una banda di fanatici”.

       Questo referendum non è “contro” ma “sulla” magistratura.  Della quali gli elettori sono semplicemente chiamati a dire, bocciando o approvando la riforma, se sono soddisfatti o no del modo in cui si gestisce da almeno una trentina d’anni, o quarantina comprendendo gli anni della orrenda vicenda di Enzo  Tortora. Soddisfatti o no dei magistrati per l’uso fatto delle loro prerogative, compresa l’autonomia e l’indipendenza da ogni altro potere del vecchio e nuovo articolo 104 della Costituzione.  

Uno strano referendum appeso all’astensionismo, pur senza quorum

       A 29 giorni dal voto referendario sulla riforma costituzionale della magistratura mi ha incuriosito l’esplorazione del mondo dell’astensionismo che ha voluto fare sul Corriere della Sera Walter Veltroni. Che, dopo esperienze di governo con Romano Prodi, fu il primo segretario del Pd poi restituito- grazie a Dio- al giornalismo, alla letteratura, al cinema e alla televisione. Da cui ricaverà, sulla strada dei 71 anni da compiere ancora, più soddisfazioni della politica che non ha voluto o saputo trattenerlo, temo facendo un pessimo affare.

       E’ nell’area ormai maggioritaria, e consolidata, dell’astensionismo che Veltroni vede quella decisiva per la sorte del referendum del 22 marzo. Anche dai sondaggi, del resto, è emerso che la vittoria del sì dipende dall’affluenza alle urne. Che quanto più sarà bassa tanto più favorirà il no, piuttosto che il sì.

       La ragione l’ha spiegata Veltroni, appunto, vedendo e raccontando l’area dell’astensionismo assai diversamente dal passato, quando era decisamente minoritaria e composta o da indifferenti incalliti o da fanatici estremisti, neppure interessati ad una loro rappresentanza in Parlamento.

       Ora, forse non a caso dopo la caduta della cosiddetta prima Repubblica e le edizioni che ne sono seguite in un percorso non ancora completato, anche perché sono mancate riforme organiche della Costituzione o di sue parti importanti, l’astensionismo non sarebbe più espressione di radicalità, o di crisi identitarie che la Schlein, per esempio, ha ritenuto di superare spostando a sinistra il Pd ereditato da Enrico Letta ma anche dai suoi predecessori, sino a Veltroni appunto. Sarebbero i moderati ad alimentare l’astensionismo, insoddisfatti di una lotta politica troppo aspra prodotta dal bipolarismo in Italia. E infatti gli aspiranti alla riedizione di un centro che mancherebbe, o sarebbe insufficiente, sia alla sinistra sia alla destra, pur vantandosi entrambe di contenerne uno, è proprio nelle acque dell’astensionismo che si propongono pubblicamente di pescare voti: sia Carlo Calenda sia Matteo Renzi, per esempio, in odine rigorosamente alfabetico, e contrapposto.

       Una riforma costituzionale della magistratura come quella sotto procedura referendaria sembra fatta apposta per piacere più ai moderati che ai radicalizzati: non radicali, per carità, perché faremmo rivoltare Marco Pannella nella tomba a quasi dieci anni dalla morte. Più ai moderati, ai quali non dispiacerrebe vedere la magistratura contenuta nelle sue pratiche e abitudini esondanti, che ai radicalizzati -ripeto- del no. Che vedono la magistratura già nella fossa della subordinazione alla politica, per quanto rimanga costituzionalmente “autonomia e indipendente da ogni altro potere”. Così dice l’articolo 104 anche nel testo modificato dalle Camere.

       E’, o quanto meno sembra paradossale, anche nella logica che certamente  non manca alla riflessione o previsione di Veltroni,  che finisca per dipendere dall’astensionismo anche un referendum che per la sua natura confermativa anziché abrogatrice, dovendo confermare o bocciare una modifica della Costituzione e non abolire o confermare una legge o norma ordinaria,  non deve superare alcuna soglia di partecipazione alle urne: il cosiddetto quorum. E’ un referendum, questo sulla riforma della magistratura, davvero complesso e singolare.

Una breccia nel muro del No referendario della Repubblica di carta

       Mancano 30 giorni al voto referendario del 22 marzo, e 23, sulla riforma costituzionale della magistratura.

       Trenta giorni al voto spingono all’immagine del conto alla rovescia, cui invece Antonio Polito sul Corriere della Sera ha preferito “l’inizio della partita”, forse per paragonare al “fischio dell’arbitro” d’inizio, appunto il breve intervento del Capo dello Stato Sergio Mattarella al Consiglio Superiore della Magistratura, di cui è presidente. Ma più che d’inizio, quell’intervento mi è parso nel corso della partita, per ammonire più che per avviare essendo tutto già cominciato con troppa animosità e falli di reazione. Fra i quali è francamente difficile giudicare, scegliere, indicare e quant’altro il più grave. Anche se l’ammissione e la promessa del ministro della Giustizia Carlo Nordio di “adeguarsi” ha fatto pensare che Mattarella ce l’avesse soprattutto con lui per avere evocato, sia pure citando le parole di un ex esponente dello stesso Consiglio come Nino Di Matteo, l’aspetto “paramafioso” del suo funzionamento, condizionato dalle correnti dell’associazione nazionale delle toghe. “Una cinofila” diventata erogatrice di nomine, promozioni , insomma una centrale “di potere” nel corrosivo racconto anche di Antonio Di Pietro, l’ex magistrato simbolo della vicenda giudiziaria “mani Pulite”, detta anche Tangentopoli, Un Di Pietro che faceva sognare, con i suoi colleghi della Procura di Milano,  le folle che sfilavano chiedendo più manette ai polsi soprattutto dei politici, che avevano praticato il finanziamento illegale dei partiti in modo così prolungato e diffuso da averlo fatto diventare, al massimo della osservazione negativa, un posteggio in seconda fila.

       In apertura, diciamo così, del conto referendario alla rovescia vorrei segnalare una sorpresa spero incoraggiante per chi desidera una partita in cui è scontato solo il peggio, cioè uno scontro pregiudiziale di posizioni dure come paracarri, contro i quali si sbatte facendosi generalmente solo del male. La sorpresa, almeno personale, cioè mia, è quella riservata dalla breccia che il buon Francesco Merlo ha fatto nel muro del no referendario della sua “Repubblica” di carta rispondendo ad una lettera di Giorgio La Malfa, figlio dell’indimenticabile Ugo. Al quale Carlo Donat Cattin, al limite della basfemia per un cattolico praticante, dava del “Padreterno”.

       Diversamente dal padre, famoso per distinguere i contenuti dagli schieramenti, come li chiamava, privilegiando i primi rispetto ai secondi, Giorgio La Malfa ha guardato la riforma della magistratura con gli occhiali degli schieramenti, appunto, e ha scelto il no per evitare che col sì vinca il centrodestra della Meloni. E se ne faciliti il raddoppio del mandato nelle elezioni dell’anno prossimo. “I secondi mandati -ha scritto la Malfa senza imbarazzo per quello in corso di Mattarella al Quirinale e ponendosi un problema di “coscienza”- rischiano di essere peggio dei primi”.

       “La coscienza è materia complessa e a volte contorta”, gli ha risposto Francesco Merlo osservando che i sostenitori del no “per ragioni solo politiche” dovrebbero porsi il problema di avere “sulla coscienza un rafforzamento del giustizialismo”.  Ben detto.

Ripreso da http://www.startmag.it il 21 febbraio

Mattarella grazia il Consiglio Superiore della Magistratura e ne reclama il rispetto

       Anche o “persino” il presidente della Repubblica, come ha titolato con uno stupore galeotto, ha voluto dunque intervenire, a suo modo naturalmente, nella campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura. Lo ha fatto andando a presiedere una volta tanto anche una seduta ordinaria del Consiglio Superiore della Magistratura per graziarne “gli errori”, da lui riconosciuti espressamente, e chiedere lo stesso “il rispetto” dell’organismo istituzionale di cui è il vertice  anche da parte del governo. Ottenendo dal ministro della Giustizia Carlo Nordio l’impegno di “adeguarsi”, un po’ come il famoso “obbedisco” di Giuseppe Garibaldi degli anni risorgimentali. Di cui si è dimenticato Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera, negando al Guardasigilli un paragone che forse gli spettava. E riducendolo al semplice ministro richiamato all’ordine da chi lo ha nominato a quel posto.  

       Al di là di ogni ironia o sarcasmo possibile, l’intervento del Capo dello Stato si presta ad ogni interpretazione. Anche a quella che ritengo personalmente la più arbitraria, nonostante avanzata da un giornale che si chiama presuntuosamente  “La Verità”, di un Mattarella arruolato, o persino arruolatosi, nella formazione politica del no referendario. Come un signornò qualsiasi, insomma.

Solo il presidente della Repubblica potrebbe liberarsi di questa rappresentazione che lo degrada a uomo di parte smentendola, o lasciandola smentire dai suoi uffici quirinalizi, non solo da qualche volenteroso, anche troppo, analista, commentatore e quant’altro. Ma francamente, molto francamente, ne dubito. Come dubito anche di quel rispetto, sì, ma “vicendevole”, cioè reciproco, reclamato da Mattarella pensando evidentemente a quello mancato dalla magistratura ,associata e non, al governo e persino al Parlamento che legifera in modo diverso dalle aspettative di lor signori.

La sinistra divisa e smemorata della campagna referendaria sulla magistratura

       Dichiaratamente e simpaticamente compagni politici e amici, che si vogliono bene anche attaccandosi a vicenda, Massino D’Alema e Cesare Salvi, peraltro quasi coetanei con i 77 anni dell’uno e i 78 dell’altro da compiere a breve, si sono scambiati graffi referendari, chiamiamoli così, sulla magistratura che aiutano a capire non il problema ma il dramma che su questa materia vive la sinistra.

       D’Alema, partecipe della campagna del no alla riforma che separa le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri autogovernati da due Consigli superiori e istituisce un’Alta Corte disciplinare per niente o meno domestica delle abitudini prese dalle toghe, ha accusato Salvi, partecipe invece della campagna del sì, di avere “cambiato opinione”. E ciò per avere votato contro  la separazione delle carriere nella Commissione bicamerale per la riforma costituzionale presieduta dallo stesso D’Alema nel 1997. Presieduta peraltro grazie alla preferenza per lui espressa, stando all’opposizione, da Silvio Berlusconi rispetto ad altri candidati della sinistra, palesi o occulti che fossero.

       Cesare Salvi, dalle colonne dello stesso Corriere della Sera che aveva ospitato D’Alema, gli ha ricordato la circostanza, altre volte precisata dallo stesso D’Alema, di quella Commissione conclusasi senza votazioni. Ci furono, quindi, o non ci furono quelle benedette votazioni?  In ogni caso Salvi ha ribadito la sua posizione favorevole, già in quella Commissione, alla separazione delle carriere ricordandone il recepimento non certo casuale nella cosiddetta “Bozza Boato”, dal cognome del parlamentare Marco, di sinistra, in cui furono racchiusi gli orientamenti emersi dai lavori  dall’organismo bicamerale prima che ne venisse troncato il percorso per una crisi politica di carattere generale, sfociata poi nella caduta del primo governo di Romano Prodi. Che fu sostituito a Palazzo Chigi nel 1998 dallo stesso D’Alema mentre il premier dimissionario e il vice Walter Veltroni reclamavano elezioni anticipate contro la sinistra di Fausto Bertinotti, che ne aveva provocato la caduta in Parlamento. Da allora Bertinotti divenne negli articoli e nei binocoli di Giampaolo Pansa, che vi ricorreva nei congressi e simili, “il parolaio rosso”.

       Ma torniamo al referendum sulla magistratura. E ai problemi della sinistra, che mi sembrano francamente maggiori di quelli del centrodestra. Dove sicuramente c’è qualcuno – tra i leghisti del cappio nell’aula di Montecitorio e il missino che cambiava lire di carta in monete per fornirne i lanciatori contro Bettino Craxi all’uscita dall’albergo dove abitava a Roma-  che ha cambiato idea in tema e campo di garantismo e giustizialismo, di libertà e di manette. Ma non lo nega, vivaddio. Mentre nei piani alti della sinistra, diciamo così, non si trova mai il momento giusto, opportuno e quant’altro per tornare alle origini garantiste di quell’area partecipe della Costituzione repubblicana. Mai il momento giusto, ripeto, per chiedere ai magistrati di tornare anche loro alla Costituzione, che non basta sventolare nelle manifestazioni contro il governo ma va applicata davvero, anche nella giurisdizione e nel modo di essere magistrati autonomi e indipendenti, pure dalla politica delle opposizioni di turno.  Diversamente neppure gli apprezzamenti ricevuti ieri dal presidente della Repubblica e del Consiglio Superiore Sergio Mattarella basteranno a far loro recuperare il consenso perduto, che dovrebbe valere più della paura che le toghe riescono a procurare nei tribunali e fuori.        

La campagna referendaria della Meloni per il sì alla riforma della magistratura

       Distintosi nei giorni scorsi con un editoriale del direttore Claudio Velardi, sul fronte del sì alla riforma costituzionale della magistratura , per un forte invito alla premier Giorgia Meloni a partecipare di più alla campagna referendaria, vista la rimonta del no avvertita nei sondaggi, Il Riformista si è un po’ attribuito il merito di avere scosso, diciamo così, la presidente del Consiglio. O il presidente, come l’interessata preferisce farsi chiamare.

       Alla protesta rinnovata dalla premier contro l’abitudine perdurante della magistratura “politicizzata” a vanificare il contrasto all’immigrazione clandestina perseguito dal governo, in sede peraltro non solo nazionale ma anche europeo e internazionale, ancora più in generale, il Riformista ha dedicato il titolo di copertina del sapore di uno slogan: Sì parte.

       Non so, francamente, se la Meloni abbia voluto davvero raccogliere l’invito pressante, ed allarmato, del giornale diretto da Claudio Velardi. Ma di sicuro il suo è stato un intervento a gamba tesa nella campagna referendaria. Che mi pare preferisca condurre cavalcando più la cronaca, maggiormente avvertita dall’opinione pubblica, che le distrazioni fatte di richiami alla Costituzione più o meno appropriati e processi alle intenzioni.

La Meloni ha indicato il caso –ultimo solo in ordine cronologico- del mirante clandestino algerino così ostinatamente protetto dalla magistratura, dopo 23 condanne, da venire risarcito di 700 euro per un suo trattenimento in un campo di raccolta. Un fatto che da solo vale dieci, cento interviste, comizi, conferenze stampa, ospitate televisive e quant’altro sulla necessità di contenimento di una magistratura passata dall’autonomia e indipendenza dell’articolo 104 della Costituzione alla prepotenza. A dir poco.   

Ripreso da http://www.startmag.it 

L’affare buffo, molto buffo, dei sì e dei no al comitato di pace a Gaza

       Al board- comitato in italiano- della pace a Gaza, per quanto tradotto in “bordello” di affari più o meno personali del presidente americano Donald Trump, per esempio sul manifesto all’indomani dell’annuncio della sua formazione, l’Italia parteciperà dunque come paese “osservatore”. Invitato dallo stesso Trump, non potendo aderirvi a tutti gli effetti perché mancano “le condizioni di parità con gli altri Stati” imposte dall’articolo 11 della Costituzione per associarsi in pieno a organismi internazionali di pace, appunto. Che possono comportare “limitazioni di sovranità”.

       Il ruolo di osservatore concordato dietro le quinte nei giorni scorsi, presumibilmente anche col Presidente della Repubblica, e infine formalizzato in un passaggio parlamentare, come si dice in gergo politico e come richiesto anche qui probabilmente dal Capo dello Stato, è stato visto, interpretato, denunciato, contestato dalle opposizioni, una volta tanto riuscite alla Camera a elaborare una risoluzione comune, come un aggiramento della Costituzione sul piano del diritto, diciamo così, e una sottomissione a Trump sul piano politico. I sì alla risoluzione della maggioranza sono stati 183, i no 122.

       Solo i fatti naturalmente potranno dire, in tempi non brevi, visto anche ciò che continua ad accadere a Gaza e dintorni in attesa di una pace vera e di una riviera di affari, chi in questi giorni abbia sbagliato o stia sbagliando di più o di meno. Sbagliato, non azzeccato, perché francamente e personalmente, temo più il pessimismo della ragione che l’ottimismo della volontà.

       Mi sembra tuttavia che tra le tante formule o immagini negative applicate al comitato di pace a Gaza, chiamiamolo pure semplicemente così, la più bislacca sia quella di una “Onu privata” che con la solita disinvoltura il presidente americano sia riuscito a realizzare con le complicità di amici e soci di affari. Se lo ha fatto davvero, si è portato appresso il consenso delle stesse Nazioni Unite con una risoluzione del Consiglio di sicurezza, numero 2863, approvata nel mese di novembre scorso, evidentemente senza che nessuno se ne accorgesse, sulla questione di Gaza appunto.

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Gli interessi poco lodevoli degli avvocati del no referendario

Questo benedetto referendum  sulla magistratura – maledetto, secondo gusti e interessi, sui quali mi soffermerò- si sta rivelando molto più complesso, e insieme divisivo, di quanto non abbiano tentato e stiano tuttora tentando le opposizioni riducendolo a uno scontro col governo. Nella presunzione, o illusione, di poterlo battere più facilmente scommettendo sulla vittoria del no come propiziatrice della partita elettorale successiva, dell’anno prossimo. Alla quale le opposizioni sono non impreparate ma impreparatissime per i loro contrasti sul programma, peraltro neppure delineato per sommi capi, e sul candidato a Palazzo Chigi. Che di solito, nel sistema elettorale non più proporzionale della cosiddetta prima Repubblica, viene proposto o indicato prima del voto, non definito dopo con le solite operazioni, interne ed esterne, di partiti e palazzi.

       La complessità del referendum, che ne fa un po’ un mosaico, si vede nelle divisioni che esso ha provocato all’interno delle due, principali categorie di operatori, chiamiamoli così, interessati alla separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri e a tutto quello che ne potrà o dovrà conseguire. Operatori che non sono solo gli stessi giudici e pubblici ministeri ma anche gli avvocati.

       I magistrati schieratisi per il sì, contro le scelte e indicazioni della loro associazione “privata”, come sottolineano convergendo persone diverse come l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli e l’ex magistrato simbolo della stagione di “mani pulite”, Antonio Di Pietro, sono mossi non solo da motivi di principio, o persino ideologici, ma da interessi personali legittimi. Che sono quelli di potere fare finalmente carriera per i loro meriti, di cui evidentemente sono sicuri, tanto da scommettervi, e non più per le loro appartenenze correntizie. Di correnti magari ch’essi hanno già rifiutato in blocco pagandone come conseguenza la marginalità professionale, o qualcosa del genere. La forza di questi magistrati sarà, magari, ininfluente per il loro numero ai fini del risultato referendario, ma potrà rivelarsi decisiva per la Giustizia nella formazione, che potrebbe seguire alla prova referendaria, dei due consigli superiori della magistratura. E dell’alta Corte di disciplina.

       Gli avvocati, dal canto loro, si stanno dividendo, anzi si sono già divisi anche con sortite di un certo clamore, fra chi ha da perdere dal miglioramento del lavoro dei magistrati, e più in generale, dalla gestione del servizio della giustizia in Italia, e chi invece già ci guadagna e ancor più potrà guadagnare da una vittoria del no che condannerebbe quel servizio a rimanere com’è.

       Sotto questo profilo il sì referendario degli avvocati è ancora più apprezzabile, per i danni che potrebbero subirne con una riduzione della conflittualità e una semplificazione delle procedure, di quello dei magistrati stimolati dall’interesse a fare carriera più per meriti che per appartenenze politiche. Sì, politiche. Tali in fondo sono, con tutti i collegamenti con partiti più o meno di riferimento o collegamento, le correnti dell’associazione nazionale dei magistrati riuscite a istituzionalizzarsi nell’omonimo Consiglio Superiore, unico- spero- ancora per poco. Esso ha funzionato, o finito di funzionare, anche o soprattutto dopo la vicenda scandalosa, e soffocata nella culla, intestata a Luca Palamara. Che con onestà ed esperienza personale non si è per niente scandalizzato, diversamente dai suoi ex colleghi associati, degli aspetti “paramafiosi” dell’organo di autogoverno delle toghe lamentati dal Guardasigilli Carlo Nordio. Che da solo, senza voler togliere nulla anche ai migliori dei suoi predecessori, è un po’ l’infortunio maggiore in cui è incorsa la magistratura associata. Un infortunio maggiore forse anche di quello costituito dalla premier Giorgia Meloni, della quale non a caso i signornò della campagna referendaria nei mesi precedenti, quando la riforma era ancora all’esame delle Camere, si lamentavano perché -ripetevano con lei- “non ricattabile”.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 22 febbraio

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