Quel diavolo di Trump è riuscito a guadagnare soldi anche dalla sconfitta

L’anatra zoppa impietosamente rappresentata nella vignetta di ItaliaOggi dopo la disfatta del presidente americano Donald Trump nelle elezioni di medio termine ha una giacca che gli va strettissima. Ma per i guadagna in borsa che l’inquilino della Casa Bianca è riuscito a ricavare anche dalla sua sconfitta, che ha fatto volare i titoli in Borsa, con la maiuscola.

Più che compiacersi, consolandosi, di essere comunque rimasto “al comando” degli Stati Uniti con un mandato di cui gli resta ancora la metà biennale, Trump dovrebbe compiacersi, e consolarsi, dei soldi guadagnatisi anche nella debacle. Questi ricchi -direbbero a sinistra- non si riesce mai a farli piangere davvero. Egli avrà ben saputo diversificare i suoi investimenti per rifarsi delle eventuali perdite.

A parte i soldi tuttavia, e la loro indubbia importanza per un tipo come Trump, il presidente americano è destinato ad una vita politica di stenti. La maggioranza congressuale degli avversari potrà essere disturbata ma non vanificata dall’esercizio già minacciato, e stampato sui suoi berretti, del diritto di veto riconosciuto al presidente degli Stati Uniti. Gli avversari non riusciranno probabilmente a “impicciarlo” e a deporlo, ma lo faranno arrivare a brandelli alla scadenza del mandato con indagini su cui non ci saranno veti possibili. Non sarà insomma un bel vivere, anche se bevendo champagne e ballando nel salone costosamente -per il contribuente americano- rifatto in onore della moglie alla Casa Bianca. Quello di Trump sarà un declino di regime, al posto del cambiamento di regime da lui propostosi in Iran con una guerra che il vice presidente Vance gli ha praticamente rinfacciato. E che lui -ostinato- non si è pentito di avere voluto, e soprattutto condotto senza riuscire a vincerla con tutta la potenza di fuoco che hanno gli Stati Uniti. Giusto, forse, per allinearsi all’amico Putin: un altro che non riesce a chiudere le guerre che apre e conduce con la ferocia criminale di cui sta dando prova in Ucraina.

Anche il fattore P -Papa Prevost- nella disfatta elettorale di Trump

La guerra all’Iran, certo, senza riuscire a vincerla. La guerra a Zelensky scambiato per l’aggressore al posto di Putin, mossosi più di quattro anni fa per denazificare, addirittura, l’Ucraina mettendola a ferro e fuoco e ricevuto in Alaska da Donald Trump come un alleato con cui spartirsi il mondo. La guerra all’Europa antipatica e parassitaria. Ma ciò che forse ha nuociuto di più al presidente degli Stati Uniti, sconfitto nelle elezioni di medio termine oltre ogni previsione per lui già pessimistica, è stato il fattore P, chiamiamolo così, il più sottovalutato da lui nell’ultimo anno.

P come Prevost. P come Papa, il primo nordamericano nella storia della Chiesa e degli Stati Uniti. Il Pontefice che Trump si vantò di avere fatto eleggere dallo Spirito Santo, come vuole la leggenda di fede, attraverso i cardinali sottratti alla tentazione di eleggere direttamente il presidente degli Stati Uniti, già incoronatosi di suo con le immagini create dall’intelligenza artificiale.

Quando il Papa, felicemente amputato del tumore scopertogli a un polmone al Policlinico Gemelli in tempo per partecipare per corrispondenza anche lui alle elezioni americane di medio termine nei suoi Stati Uniti,  fece dare l’annuncio del voto ufficialmente, avvertii personalmente il presagio di quello che poi è avvenuto. Il Papa accusato sprezzantemente da Trump di essere uno sprovveduto, un incompetente di geopolitica, si è preso la sua rivincita.

Quella improvvida, a dir poco polemica contro il Papa  americano indusse on Italia la Meloni, prima ancora e più della guerra all’Iran con tutte le sue complicazioni, o effetti collaterali, a dissentire pubblicamente da Trump. Altro che il suo interlocutore privilegiato e la funzione in qualche modo attribuitasi, o lasciatasi attribuire da una scomposta tifoseria politica e culturale, di ponte fra le due rive dell’Atlantico.

Anche per le dimensioni in cui è sopraggiunta, la sconfitta di Trump negli Stati Uniti libera la Meloni nella lunga campagna elettorale in Italia per il rinnovo delle Camere, l’anno prossimo. La libera, in particolare, dall’assedio degli alternativisti, ai quali certamente la premier non offrirà spunti per essere rappresentata come la versione italiana dell’autocrazia trumpiana. Una rappresentazione che peraltro costò alla Meloni nella scorsa primavera la cocente sconfitta referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura. La usarono, fra gli altri, il senatore a vita Mario Monti e il filoso un po’ italo-thailandese Goffredo Bettini per ritirarsi dal fronte del sì. E schierarsi su quello del no, anche a costo per Bettini di tradire la memoria del padre avvocato, da lui stesso opposta, durante il cammino parlamentare della riforma sulla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, ai compagni di partito contrari.

Pubblicato sul Dubbio

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La sconfitta di Trump paradossalmente utile in Italia anche alla Meloni

L’ultimo Trump, almeno mentre scrivo, quindi il penultimo per la capacità che il presidente degli Stati Uniti ha di cambiare repertorio e sorprendere, ha accettato la sconfitta, nettissima, nelle elezioni di medio termine. E, anziché riproporsi come il signornò, quello dei veti contro un Parlamento ostile, ha promesso di cercare di andarci d’accordo. E di analizzare “nel bene e nel male” le ragioni della sconfitta, anche a costo -magari- di riconoscere gli errori commessi nella pratica della “politica dell’odio contro quella dell’amore” rimproveratagli dal nuovo senatore, democratico, del Texas: il 37.enne James Talarico. Il quale, convinto che si debba sempre tifare per gli sfavoriti, accarezza il sogno di potersi candidare alla Casa Bianca, e soprattutto di arrivarvi.

E in Italia quali potranno essere gli effetti della stravittoria degli avversari di Trump sulla campagna elettorale in corso per il rinnovo delle Camere l’anno prossimo?  Nella quale si fronteggiano un centrodestra tornato in vantaggio nei sondaggi per lo sgonfiamento della bolla di disturbo, più che di concorrenza, del generale Roberto Vannacci e un campo largo dell’alternativa ancora alla ricerca di un programma comune, di un leader e di un nome, o di un titolo. Che, se dipendesse da Matteo Renzi, sarebbe quello della pur sfortunata “rosa bianca” evocatrice dei tempi di Hitler. Cui l’ex premier addirittura paragona la Meloni temendone, ossessionato, l’arrivo al Quirinale alla scadenza del mandato presidenziale di Sergio Mattarella, peraltro eletto la prima volta su spinta dello stesso Renzi allora a Palazzo Chigi.

Quali saranno o potranno essere, chiedevo, gli effetti in Italia dei risultati delle elezioni americane sfavorevoli a Trump? Di fiducia, certo, degli aspiranti all’alternativa che si sentono partecipi dell’”onda blu” americana benedetta sotto sotto, ma non tanto sotto, da un Papa statunitense per la prima volta nella storia della Chiesa, e per la prima volta andato alle urne, per corrispondenza. Ma non minore della fiducia degli aspiranti all’alternativa credo che sia il sollievo della premier Giorgia Meloni, per la quale Trump era diventato da un po’ di tempo più un incomodo che altro. Potrà apparire paradossale ma questo è lo stato dei rapporti fra la premier italiana e il presidente americano.

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Cadono come foglie d’autunno le scommesse sul generale Vannacci contro la Meloni

“Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, scrisse il poeta Giuseppe Ungaretti tragicamente, e da testimone, dei soldati in trincea nella prima guerra mondiale. Meno tragicamente, per fortuna, ma sempre sconsolati si potrebbe dire a sinistra, ma anche al centro pensando a Matteo Renzi, delle scommesse fatte sulla concorrenza del generale Roberto Vannacci a Giorgia Meloni da destra, sino procurarle il sorpasso da parte degli aspiranti all’alternativa.

Vannacci ha finito di crescere grazie anche al rifiuto opposto dalla premier a chi nella maggioranza, a costo di estremizzarla, contava di potere recuperare il generale appunto per non perdere le elezioni. E il centrodestra da solo, senza il generale, è risultato in vantaggio sul campo largo dell’alternativa dalla ricerca di “Only numbers” effettuata per conto di Porta a Porta il 26 ottobre e analizzata nei dettagli da Alessandra Ghisleri sulla Stampa di ieri, 2 novembre.

Il centrodestra è in vantaggio dell’1,1 per cento -43,3 contro 42,2-su un centrosinistra guidato dalla segretaria del Pd Elly Schlein e dell’1,6 per cento -43,9 contro 42,3- di un centrosinistra guidato dall’ex premier pentastellato Giuseppe Conte.

“Andiamo a vincere”, continua allegramente a dire e far dire baldanzosamente dai suoi Elly Schlein, peraltro decisa a candidarsi a Palazzo Chigi “con o senza primarie”, che ha dovuto tuttavia programmare “entro febbraio” con Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. Ma le giungono brutte notizie anche dall’elettorato del Pd nella ricerca di “Only numbers”.

Interrogati sull’ottimismo manifestato dalla stessa Schlein sul superamento “nell’ultimo miglio” delle divergenze programmatiche nel campo largo dell’alternativa, gli elettori dichiarati del Pd si sono letteralmente  spaccati in due fra un 42 per cento d’accordo e il 42 in disaccordo. Con la notizia fresca di giornata della disponibilità della Schlein ad accogliere la richiesta di Conte di ripristinare il costoso reddito di cittadinanza, e gli abusi scoperti nell’applicazione ai tempi andati, il 42 per cento del disaccordo potrebbe salire ancora e sorpassare la quota degli ottimisti.

Nel complesso gli elettori dichiarati o tentati dal centrosinistra si sono per il 41,7 per cento detti convinti della coesione dello schieramento dell’alternativa e per il 44,7 no.

La seconda Repubblica in qualche modo archiviata da Bruno Vespa

Il titolo del libro annuale di Bruno Vespa, reclamizzato con la solita, generosa solerzia dai giornali anticipandone i capitoli ricavati generalmente da interviste a protagonisti e attori dello spettacolo politico, tradisce la condivisione della terza Repubblica gridata dai colonnelli di Giorgia Meloni approvando la nuova, ennesima legge elettorale. Nel libro di Vespa si archivia in qualche modo la seconda alla quale è dedicato, appunto, il titolo: “Storia della seconda Repubblica- Da Berlusconi a Meloni, da Prodi a Schlein”.

La Meloni e la Schlein, volenti o nolenti, nel campo largo dell’alternativa, Giuseppe Conte e altri aspiranti minori, dovrebbero contendersi nelle elezioni politiche dell’anno prossimo la guida del primo, anzi secondo governo di questa fantomatica terza Repubblica a Costituzione invariata, come la seconda. Invariata sul piano strutturale, essendo falliti tutti i tentativi di cambiamenti organici. Come fu quello di Matteo Renzi nel 2016, che emarginava il Senato, ed è stato nei mesi scorsi quello della Meloni, naufragato nel referendum, per la separazione delle carriere dei pubblici ministeri e dei giudici. Che era propedeutica, con lo sdoppiamento del Consiglio Superiore e altro, ad una correzione degli equilibri dei rapporti fra politica e giustizia cambiati “bruscamente” negli anni delle cosiddette mani pulite, come lamentò al Quirinale Giorgio Napolitano ricordandone, nel decimo anniversario della morte, la vittima principale che era stato Bettino Craxi.

Certo, più che dalle elezioni politiche generali dell’anno prossimo, in primavera o in autunno, la nascita o la crescita della terza Repubblica intestatasi dai fratelli d’Italia dipenderà dall’elezione del successore di Sergio Mattarella al Quirinale, quando ne scadrà il secondo e ultimo mandato settennale cominciato nel 2022. La Meloni, proprio parlandone con Vespa per il suo libro evocativo della seconda Repubblica, ha voluto o cercato di tirarsi fuori dalla corsa preferendo la prospettiva di altri cinque anni a Palazzo Chigi alla guida del governo, auspicabilmente -per lei- più fortunati di quelli complicati duramente da una congiuntura internazionale durissima, fra vecchie guerre dure a finire e nuove, di ogni tipo, anche commerciale, avviate da Trump alla Casa Bianca.

Importante per Meloni -in effetti troppo giovane per salire al Quirinale, che dovrebbe lasciate a meno di 60 anni per fare poi chissà cosa se non disturbando colleghi di area politica di centrodestra – è che finisca il “razzismo” da lei avvertito nella preclusione opposta sinora ad un presidente della Repubblica dichiaratamente di centrodestra, o non di centrosinistra. Un razzismo nel quale si avvolge, per esempio, Matteo Renzi quando insiste a restare nel campo largo dell’alternativa, dove Conte lo sopporta con crescente sofferenza, perché teme che una vittoria del centrodestra porti proprio la Meloni al Quirinale, o altri ancora più pericolosi di lei perché destinati a rafforzarne il governo.

L’Unione inquietante delle piazze d’Europa messe a ferro e fuoco

Piuttosto che, oppure oltre che occuparsi o persino distrarsi con la politica interna – dalle divisioni nel campo largo dell’alternativa a quelle nel campo del centrodestra- sarebbe forse il caso di interrogarsi tutti, a sinistra e a destra, sulla improbabile, assai improbabile coincidenza casuale delle fiamme che devastano le piazze d’Europa, e non solo d’Italia. Piazze di paesi governati dalla destra o dalla sinistra, indifferentemente. Siamo a una Unione europea di piazza, più attiva di quella istituzionale creata dai trattati.

Perché così tante manifestazioni insieme, come insieme -non dimentichiamolo, per favore- i meno giovani fra di noi vivemmo la stagione degli anni di piombo, di piombo, anch’essi non limitati all’Italia. Anche se solo in Italia si riuscì a sequestrare fra il sangue della scorta, tenere prigioniero per 55 giorni e infine uccidere il personaggio politico più centrale, più incisivo e peggio difeso: Aldo Moro.

Perché?, ripeto. C’è, e dove, una regìa unica, della quale non si rendono conto quelli che vi si prestano nelle tenute e con i metodi dei più violenti, persino minorenni? E’ veramente tutto da addebitare questo disordine ai leader europei appena chiamati in causa da Putin per respingere i sospetti rapidamente addensatisi su di lui? O è, appunto, proprio al Cremlino la centrale di questa specie di guerra parallela o complementare a quella scatenata dallo stesso Putin contro l’Ucraina? Una guerra che la Russia non riesce a vincere con i mezzi militari, a causa degli aiuti giunti all’Ucraina dall’Occidente, e cerca di vincere invece destabilizzando l’Europa.

Siamo tuttavia sicuri -altra domanda indiscreta, diciamo così- che la destabilizzazione dell’Europa faccia comodo solo a Putin? E non anche, per esempio, agli Stati Uniti nella versione sempre più inquietante del presidente Donald Trump? Che diffida, a dir poco, degli europei e preferisce perseguire un rapporto privilegiato con Putin neppure tanto nascosto mediaticamente dopo quell’incontro di ferragosto dell’anno scorso in Alaska. Dove i militari americani inciamparono nei tappeti stesi per farvi passare sopra l’ospite.

Quattro mesi ancora di attesa per le primarie del campo largo dell’alternativa

In uno scambio di vedute a distanza, risparmiandosi la fatica e soprattutto il rischio di un incontro fisico, gli azionisti di maggioranza del cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra, esclusi quindi Matteo Renzi e tutti gli altri cespugli di un centro indefinito, si sono presi altri quattro mesi di tempo per le primarie destinate a indicare il candidato comune a Palazzo Chigi. Quattro mesi, sino a fine febbraio, in attesa di un programma anch’esso comune, di una improbabile tregua nella guerra in Ucraina, che spacca l’area dell’alternativa, e della pronuncia della Corte Costituzionale sulla legge elettorale appena approvata dal Parlamento.

La speranza neppure nascosta degli aspiranti all’alternativa è che i giudici costituzionali boccino l’obbligo di indicare col programma anche il candidato a Palazzo Chigi. In tal caso il campo largo potrebbe anche risparmiarsi il passaggio delle primarie, pur reclamato da Giuseppe Conte dopo la sconfitta del governo nel referendum sulla riforma costituzionale della magistratura e accettata con tanto poca convinzione dalla segretaria del Pd Elly Schlein da averle fatto dire recentemente, nell’impegnativa sede dell’assemblea nazionale del partito, che si proporrà a Palazzo Chigi “con o senza le primarie”. Meglio senza, naturalmente, per evitare di trovarsi sorpassata da Conte, con o senza -questa volta-  il doppio turno.

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La brutta sorpresa per Trump del voto del Papa per corrispondenza

Diavolo di un Papa, e di un ossimoro. Leone XIV, all’anagrafe americana Robert Luis Prevost, non ha soltanto partecipato per corrispondenza alle elezioni statunitensi di cosiddetto medio termine, ma ha anche tenuto a farlo sapere. Non ha voluto risparmiarsi come elettore neppure questa occasione, come nelle altre precedenti da cardinale in giù. E ha voluto essere il primo a farlo da Pontefice nella storia della Chiesa.

Nel momento in cui ha fatto annunciare la sua scelta Papa Prevost ha anche accettato di esporsi al sospetto di avere votato praticamente contro l’area del presidente Donald Trump, coerentemente con i tanti segnali di dissenso che egli ha lanciato verso di lui procurandosi dell’”incompetente” nella trattazione dei problemi geopolitici. Incompetente e pure ingrato, essendosi il presidente degli Stati Uniti vantato a suo tempo di averlo praticamente fatto eleggere dallo Spirito Santo attraverso i cardinali del Conclave seguito alla morte di Papa Francesco. Ed eleggerlo addirittura al suo posto, non essendosi risparmiato Trump il gusto di effigiarsi in tenuta da Pontefice.

Non vorrei che, già abituato a contestare la validità di elezioni perdute, e persino a incitare ai disordini di protesta per poi perdonarne i responsabili appena tornato alla Casa Bianca; non vorrei, dicevo, che Trump usasse l’annuncio della partecipazione del Papa per contestare un risultato elettorale sfavorevole in questo turno difficilissimo. In cui il presidente degli Stati Uniti ha messo a dura prova la sua credibilità con una politica estera di destabilizzazione generale, e persino di guerra, come non a caso è ora chiamato il Dipartimento americano una volta della Difesa.

La sola notizia del voto del Papa, presumibilmente contrario all’area del partito repubblicano, potrebbe essere stata già avvertita da Trump come un’azione ostile, voluta per influenzare chi voterà in patria martedì prossimo.

Quell’ordinanza fuori tema della giudice Tiziana Landoni a Milano

Figuratevi se da garantista, e in un giornale ancora più garantista come questo, dal nome felicissimo del Dubbio, ho voglia di contestare la scarcerazione di Youssef Shier disposta a Milano dalla giudice delle indagini preliminari Tiziana Landoni. Si può, anzi si deve pur essere processati a piede libero, e al momento opportuno stabilito naturalmente dal codice di procedura penale.

Quella che non mi convince, quanto meno sul piano logico, della ordinanza di una quarantina di pagine della giudice Landoni è la parte, più ampia e consistente, in cui senza essere stata investita di una richiesta di rinvio a giudizio, essendo ancora aperte le indagini, con gli “approfondimenti” messi nel conto dalla stessa giudice, si confutano e si demoliscono i reati contestati dalla Procura al ricercatore italiano di origine marocchino. Che avrebbe, sempre secondo la giudice, incitato con i suoi messaggi elettronici, e il suo improvvisato “Movimento 17 ottobre” le piazze non alla violenza, e tanto meno al terrorismo, ma soltanto alla “disobbedienza civile”. Quella che il compianto Marco Pannella si vantava di chiedere e praticare sfidando a volte anche la simpatia e il voto dei suoi amici o ammiratori.

Nel momento in cui la giudice ha voluto superare la richiesta di carcerazione per il pericolo della fuga di Shier, della reiterazione dei reati contestatigli e dell’inquinamento delle prove, che sono i requisiti appunto di una carcerazione prima del processo, ed è entrata nel merito delle contestazioni della Procura in questa fase delle indagini, ha finito per andare fuori tema. Come può capitare a scuola nei compiti in classe, a volte persino a studenti bravi ma troppo emotivi.

Mi sarebbe piaciuto, confidenza per confidenza, che la premier Giorgia Meloni nelle varie occasioni presesi o offertele di occuparsi di questa vicenda e di commentare l’ordinanza della giudice Landoni si fosse tenuta nei limiti che mi sono imposto io da giornalista. Non certo da giurista, al quale tuttavia può capitare di sfuggire al buon senso quando si avvolge nei codici e li tira come si fa a letto con una coperta troppo corta per contenere la sua sapienza, o fantasia.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 31 ottobre

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