La curiosa, lunga campagna elettorale contestata dalle opposizioni alla Meloni

       Con la borsa pendente dal braccio destro, grande come se stesse partendo, e non solo arrivando,  e la cartellina col discorso stretta al cuore sotto il braccio sinistro, la premier Giorgia Meloni si è presentata alla Camera, e poi anche al Senato, non per annunciare, ma per confermare e spiegare a chi non lo avesse ancora capire, o voluto capire sui banchi di opposizione il proposito di rimanere al suo posto. Anche dopo la sconfitta certamente subita nel referendum per niente confermativo della riforma costituzionale della magistratura. La cui bocciatura, anche se la presidente del Consiglio si è risparmiata  la fatica o la desolazione di dirlo, rafforza in milioni ci cittadini e di elettori, quelli cioè che hanno perso, non il sospetto ma la convinzione che la Repubblica più che parlamentare, come la vollero i padri costituenti, pace all’anima loro, ha le sembianze, il sapore, il tanfo, come preferite, di una Repubblica giudiziaria. La cui agenda è dettata non dalle Camere, non dai governi da esse fiduciati, non dai partiti, non dal vigilante, anzi vigilantissimo Capo dello Stato, ma dalle Procure e dai processi mediatici di rito sommario che esse innescano, prima di quelli ben più lunghi nei tribunali.

       La campagna elettorale che le opposizioni politiche e mediatiche hanno accusato la Meloni di avere voluto aprire con la sua “informativa” parlamentare durerà sicuramente meno di un processo nei tribunali delle tre istanze, che di solito scavalcano le legislature, ma non abbastanza poco per gli interessi attuali di chi aspira all’alternativa di governo. Che, per lo stato confusionale nel quale si trovano le opposizioni anche dopo avere vinto il referendum del mese scorso, avrebbe bisogno di una campagna elettorale breve, di natura emergenziale per effetto di una crisi improvvisa. Di fronte alla quale le opposizioni potrebbero improvvisare un programma e una leadership paradossalmente difficili da definire e indicare in un anno e mezzo, più o meno, di discussioni, manovre, sgambetti e imprevisti aggravanti sul versante internazionale, che è già quello che è, cioè di guerre e tregue incerte, e anche su quello interno.

       Questa e non altra, al di là delle apparenze e delle “euforie” lamentate al suo stesso interno, è la situazione in cui si trova il fronte, il  campo eccetera dell’alternativa.  Che curiosamente contesta al governo una campagna elettorale nella quale le opposizioni hanno trasformato nei mesi scorsi la campagna referendaria, discutendo e proponendo persino il “contesto internazionale” nel quale avrebbe dovuto essere giudicata la riforma della magistratura italiana. Il contesto internazionale invocato persino dal senatore a  vita, ed ex premier, Mario Monti per chiarirsi le idee, uscire dall’incertezza e annunciare il suo no. Un no anche a Trump.

Tutte le guerre di Antonio Tajani, compresa quella fredda dentro Forza Italia

Già costretto dalle sue funzioni di ministro degli Esteri, e vice presidente del Consiglio, ad occuparsi delle guerre, guerricciole -come le chiama il presidente americano Donald Trump parlando del Libano- e tregue appese al classico filo, ad Antonio Tajani potevano essere risparmiate almeno quelle di casa o di partito, diciamo così. Che ne stanno logorando, temo, il sistema nervoso, e un po’ anche l’immagine politica. Che era tanto salita nei mesi scorsi da spingerlo d’ufficio dai retroscena nella corsa al Quirinale,, succedendo a Sergio Mattarella fra tre anni, in caso di vittoria elettorale del centrodestra l’anno prossimo. Lo si è immaginato come il candidato più digeribile, o meno indigeribile a sinistra. Dove invece adesso, nell’euforia della vittoria referendaria contro la riforma costituzionale della magistratura, pensano di poter giocare la partita del Colle addirittura da soli. E non ne fanno neppure un mistero, a parte qualche persona di una certa esperienza  – da Romano Prodi a Goffredo Bettini e a Fausto Bertinotti— che consiglia prudenza, moderazione e quant’altro,  non ritenendo automaticamente trasferibile un risultato referendario, pur rilevante come  quello del mese scorso, a un turno generale di elezioni politiche.

       Tajani, dicevo, è alle prese con una guerra fredda – chiamiamola così per mutuare l’immagine di un passato vissuto dal mio amico Antonio da giornalista – dentro Forza Italia pur ereditata direttamente dal compianto fondatore Silvio Berlusconi, Che da vivo gli aveva già scaricato tutte le rogne di partito che lo infastidivano.

Prima delle elezioni nessuno ha interesse, credo, a sostituire il segretario per paura di mancare l’obiettivo che gli hanno furbescamente assegnato e che lui, con una certa imprudenza, ha accolto. E’ il ritorno al 20 per cento delle prime elezioni affrontate dal partito appena fondato, nel 1994. Un 20 per cento allora salito al 30 in pochi mesi, quando gli elettori tornarono a votare ma per il Parlamento europeo.

       Dal 9 per cento, poco più o poco meno di oggi, in continua competizione con la Lega di Matteo Salvini per il secondo posto nella classifica elettorale del centrodestra, sarà obiettivamente difficile saltare al 20, o dintorni. E allora al povero Tajani gli amici di partito, come si chiamavano anche i democristiani ai loro tempi d’oro, pur in eterna competizione interna sotto le insegne delle rispettive correnti, potranno presentargli il conto. E reclamarne la successione scommettendo, fra l’altro, sull’aiuto, aiutino e quant’altro di Marina Berlusconi, o del fratello Pier Silvio o di entrambi. Allora credo che avrà difficoltà ad aiutare Tajani anche il pur sempre attivo, attivissimo, vigilante Gianni Letta, che cronache e retroscena danno oggi impegnato a proteggere i rapporti del segretario forzista con la famiglia Berlusconi.

       L’aspetto più paradossale della situazione di Tajani nel suo partito, e del consuocero Paolo Barelli alla presidenza del gruppo della Camera, almeno sino al momento in cui scrivo, è la contestazione più che strisciante del maggiore merito da lui rivendicato. Che è l’aumento delle iscrizioni. E conseguentemente delle quote che aiutano, fra l’altro,  il partito a dipendere meno dalla famiglia Berlusconi.

       Anziché un merito, forse proprio nella prospettiva di una minore dipendenza dai Berlusconi, questo sembra vissuto nel partito come un rischio. Più che gli iscritti, vengono reclamati in spirito polemico i voti, di cui si arriva a dire e, scrivere, insinuare, gufare che potrebbero finire per risultare inferiori alle tessere. Salvate, per cortesia, il soldato Tajani.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it

La tentazione…libanese del capogruppo di Forza Italia alla Camera

       Giusto per non allontanarci troppo da guerre, deboli tregue, scaramucce come quelle alle quali il presidente americano Donald Trump ha ridotto missili, droni, bombe, distruzioni, morti e feriti in Libano; ma giusto anche per non perdere fra tante tragedie un po’ di ironia, verrebbe voglia di immaginare il capogruppo di Forza Italia alla Camera Paolo Barelli, 72 anni da compiere a giugno, tentato di andare in vacanza a Beirut e dintorni. Dove potrebbe correre meno rischi di quanti non gli stiano procurando a Rona gli amici. Chiamiamoli così, come facevano i democristiani pur impegnati continuamente a combattersi nelle trincee delle loro correnti.

       Dall’ultima elezione, o nomina, di Barelli alla guida del gruppo forzista a Montecitorio sono trascorsi solo tre anni, poco meno di otto volte quanti lui non ne abbia vissuti alla presidenza della federazione italiana del nuoto, conferitogli in sette votazioni per la sua competenza di campione di piscina. Sette votazioni quante furono le volte in cui a Giulio Andreotti capitò di fare il presidente del Consiglio.

       L’esperienza di Barelli come capogruppo forzista della Camera è a rischio anche per essere parente-consuocero-del segretario del partito Antonio Tajani. Che è a sua volta a rischio, sia pure in tempi forse più diluiti, almeno da quando lui si è imprudentemente lasciato assegnare il traguardo elettorale del 20 per cento: più del doppio del livello attuale. Di aumentato davvero sotto la sua guida, o segreteria, in Forza Italia c’è stato solo il numero degli iscritti. Ma è proprio questo che concorre alla sua debolezza agli occhi, al cuore, alla pancia, come preferite, di quanti si appellano anche al compianto Silvio Berlusconi,  e ora ai figli, per sostenere l’unicità, diciamo così, del partito azzurro. Dove il tesseramento puzza troppo di vecchio, di cosiddetta prima Repubblica. E un po’ puzza anche la pratica, preferita invece da Tajani, dei congressi tradizionali di partito, appunto, con tanto di dirigenti, responsabili ed altro eletti e non nominati.

       Dalle ultime cronache, o retroscena, risulta che dopo l’avvicendamento al gruppo del Senato, dove Stefania Craxi ha sostituito Maurizio Gasparri lasciandogli tuttia la presidenza nin ceto irrilevante della Commissione Esteri e Difesa, al gruppo della Camera si stia lavorando neppure tanto dietro le quinte per portare al vertice Enrico Costa. Che tuttavia non è il solo aspirante. L’ultima parola sarà probabilmente detta non da Tajani, che pure ci terrebbe fidando nell’aiuto del sempre operoso Gianni Letta, ma da Marina Berlusconi. Marina, non quella della canzone di Rocco Granata del 2009.  

Ripreso da http://www.startmag.it

L’alternativa di governo vista dalla faccia nascosta della luna…..

E’ già un ossimoro di suo una Pasqua di guerra, peraltro non la prima e, temo, neppure l’ultima, in cui le colombe della pace vengono impallinate in cieli affollati di missili, droni, bombardieri, caccia e altre diavolerie di morte. Ma questa è stata, ed è, una Pasqua speciale di guerra, in cui è toccato ad un Papa americano, il primo nella storia, anche dopo Francesco venuto dall’America sì ma del sud, evocare Dio per sottarlo ad un connazionale che nella Casa Bianca e dintorni, Donald Trump, se n’era in qualche modo appropriato proclamando di esserne stato ispirato alla ricerca di nuovi equilibri mondiali o locali, tenendo aperte vecchie guerre, che pure si era proposto di chiudere, e aprendone di nuove.

       Altro che investito, protetto e quant’altro, quasi da pari in una visione onnipotente della sua forza e del suo ruolo, capace di riportare il nemico di turno all’”età della pietra”, o spedirlo all’”Inferno”, che Papa Francesco aveva troppo generosamente chiuso parlandone persino in televisione. A Dio -ha ammonito Leone XIV, Prevost all’anagrafe statunitense- dovrà alla fine rispondere anche Trump, come tutti gli altri che praticano la guerra, a volte pensando di prevenirne altre peggiori, in una rincorsa di morti e di rovine.

       Chissà se Trump ha sentito il Papa che parlava da San Pietro, a Roma. Chissà se qualcuno glielo ha tradotto in inglese, anzi in americano, visto che Prevost aveva parlato e parla abitualmente in italiano da quando è salito al vertice della Chiesa. Mentre Trump di italiano temo che conosca solo il plurale di Giuseppe, riservato già nel suo primo mandato all’allora presidente del Consiglio Conte in transito da una maggioranza gialloverde a una giallorossa. E chissà, dopo la traduzione in americanao che cosa avrà detto e pensato del suo connazionale nei paramenti pontifici. Speriamo che non gli venga in mente di gridarlo ai quattro venti, su un prato o in una carlinga, che spesso predilige, ad alta quota, per tenere chi lo ascolta col fiato sospeso. E persino insultarlo, se si azzarda a dissentire.

       Anche quella italiana, sul terreno politico, è stata ed è tuttora, per quanto ci siamo fatti anche la Pasquetta, una Pasqua particolare, animosa più che mite, pacifica. I vincitori del no referendario alla riforma della magistratura e al governo che l’ha promossa, con le speciali procedure parlamentari prescritte dalla Costituzione, non hanno ancora smaltito l’”euforia” che ha infastidito anche Goffredo Bettini, pur passato dal sì al no per concorrere al risultato che ora vede festeggiato troppo. Gli sconfitti si leccano le ferite, ciascuno a modo suo, e scommettono per la ripresa del centrodestra proprio sugli errori degli avversari. Che non hanno ancora un programma comune -e chissà se riusciranno mai a darselo, voluminoso o no  come quelli di Romano Prodi ai tempi dell’Ulivo e dell’Unione- e tanto meno una comune leadership. Per definire la quale Conte ha reclamato le primarie dopo averle snobbate, sicuro evidentemente di prevalere sulla segretaria del Pd pur “testardamente unitaria” Elly Schlein.  Che, dal canto suo, oltre che da Conte, e forse ancora di più, si deve vedere anche dal suo partito, dove sono in molti, sotto sotto, a non perdonarle di essere arrivata dov’è con primarie aperte agli estranei, chiamiamoli così.

Gli ossimori pasquali che si inseguono anche nella politica italiana

E’ già un ossimoro di suo una Pasqua di guerra, peraltro non la prima e, temo, neppure l’ultima, in cui le colombe della pace vengono impallinate in cieli affollati di missili, droni, bombardieri, caccia e altre diavolerie di morte. Ma questa è stata, ed è, una Pasqua speciale di guerra, in cui è toccato ad un Papa americano, il primo nella storia, anche dopo Francesco venuto dall’America sì ma del sud, evocare Dio per sottarlo ad un connazionale che nella Casa Bianca e dintorni, Donald Trump, se n’era in qualche modo appropriato proclamando di esserne stato ispirato alla ricerca di nuovi equilibri mondiali o locali, tenendo aperte vecchie guerre, che pure si era proposto di chiudere, e aprendone di nuove.

       Altro che investito, protetto e quant’altro, quasi da pari in una visione onnipotente della sua forza e del suo ruolo, capace di riportare il nemico di turno all’”età della pietra”, o spedirlo all’”Inferno”, che Papa Francesco aveva troppo generosamente chiuso parlandone persino in televisione. A Dio -ha ammonito Leone XIV, Prevost all’anagrafe statunitense- dovrà alla fine rispondere anche Trump, come tutti gli altri che praticano la guerra, a volte pensando di prevenirne altre peggiori, in una rincorsa di morti e di rovine.

       Chissà se Trump ha sentito il Papa che parlava da San Pietro, a Roma. Chissà se qualcuno glielo ha tradotto in inglese, anzi in americano, visto che Prevost aveva parlato e parla abitualmente in italiano da quando è salito al vertice della Chiesa. Mentre Trump di italiano temo che conosca solo il plurale di Giuseppe, riservato già nel suo primo mandato all’allora presidente del Consiglio Conte in transito da una maggioranza gialloverde a una giallorossa. E chissà, dopo la traduzione in americanao che cosa avrà detto e pensato del suo connazionale nei paramenti pontifici. Speriamo che non gli venga in mente di gridarlo ai quattro venti, su un prato o in una carlinga, che spesso predilige, ad alta quota, per tenere chi lo ascolta col fiato sospeso. E persino insultarlo, se si azzarda a dissentire.

       Anche quella italiana, sul terreno politico, è stata ed è tuttora, per quanto ci siamo fatti anche la Pasquetta, una Pasqua particolare, animosa più che mite, pacifica. I vincitori del no referendario alla riforma della magistratura e al governo che l’ha promossa, con le speciali procedure parlamentari prescritte dalla Costituzione, non hanno ancora smaltito l’”euforia” che ha infastidito anche Goffredo Bettini, pur passato dal sì al no per concorrere al risultato che ora vede festeggiato troppo. Gli sconfitti si leccano le ferite, ciascuno a modo suo, e scommettono per la ripresa del centrodestra proprio sugli errori degli avversari. Che non hanno ancora un programma comune -e chissà se riusciranno mai a darselo, voluminoso o no  come quelli di Romano Prodi ai tempi dell’Ulivo e dell’Unione- e tanto meno una comune leadership. Per definire la quale Conte ha reclamato le primarie dopo averle snobbate, sicuro evidentemente di prevalere sulla segretaria del Pd pur “testardamente unitaria” Elly Schlein.  Che, dal canto suo, oltre che da Conte, e forse ancora di più, si deve vedere anche dal suo partito, dove sono in molti, sotto sotto, a non perdonarle di essere arrivata dov’è con primarie aperte agli estranei, chiamiamoli così.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it l’8 aprile

La Pasqua è passata ma nel campo largo continua la via Crucis

Per fortuna non di guerra come altrove, fra le proteste del Papa e gli ammonimenti del Papa, ma la Pasqua della politica italiana è stata alquanto animosa. Già nella domenica delle Palme, d’altronde, pochi avevano voluto raccoglierle preferendo le solite polemiche, risse, minacce, richieste ultimative di dibattiti parlamentari e tutto il resto dell’armamentario partitico o correntizio delle opposizioni.

       Neppure di fronte alla missione della premier italiana nel Golfo persico, fra la solidarietà ai paesi in pericolo, in fondo anch’essi, dell’”età della pietra”minacciata all’Iran che non rinuncia alle sue pratiche terroristiche, e la ricerca di sicurezza negli approvvigionamenti energetici, ha fermato le opposizioni ancora troppo “euforiche”, come lamenta  anche il loro protettore Goffredo Bettini, della vittoria del no referendario alla riforma costituzionale della magistratura.

       Giorgia Meloni ha continuato ad essere rappresentata dagli avversari imbaldanziti, ripeto, dal successo referendario come una complice dell’odiato presidente americano Trump, sino a compromettere gli interessi nazionali. Il suo attivismo e credito internazionale sarebbero allucinazioni.

       Eppure nella loro apparente unità polemica e aggressiva le opposizioni hanno continuato ad essere fra loro divise nei contenuti e persino nelle procedure della marcia verso l’alternativa di governo. Un programma comune continua ad essere una prospettiva lontana e incerta, su cui le trattative sono fumose anche nel metodo.

       Non parliamo poi della leadership, affidata dal baldanzoso Giuseppe Conte, smanioso di tornare a Palazzo Chigi, a primarie che stanno mettendo a dura prova persone apparentemente prudenti e riflessive come Romano Prodi, che ha brandito il bastone di mortadella impietosamente evocato da noi di Libero.

       La segretaria del Pd Elly Schlein, sempre “testardamente unitaria” in apparente sicurezza e quant’altro, ha l’attenuante di una posizione, diciamo così, di ufficio, obbligata. Cos’altro dovrebbe fare nei suoi panni e nel suo ruolo per evitare di rinunciare agli uni e all’altro. Ma neppure una terapia massivamente ottimista può farle ignorare quei traffici che si svolgono nel suo stesso partito contro di lei. Le tante invocazioni, allusioni e quant’altro al “facilitatore”  di turno, che sia l’ex segretario Pier Luigi Bersani avvolto sempre nelle sue battute e parodie, o un ex premier meno anziano e logorato di Prodi, manifestano da sole la ben poca, scarsa convinzione del sostegno che la segretaria del Nazareno si aspetta. O dovrebbe aspettarsi.

       Le elezioni politiche anticipate di cui tanto si continua a parlare, attribuendone negativamente il progetto o la tentazione alla Meloni nonostante le sue smentite , sono in fondo la sola risorsa nella quale sperano paradossalmente nel campo largo, larghissimo, santo e santissimo, per creare quel clima di emergenza che, solo, può forse creare da quelle parti una spinta all’accordo che manca invece nelle prospettive d una legislatura a scadenza ordinaria. Lungo la quale è più probabile che la maggioranza di centrodestra si rinsaldi che le opposizioni riescano ad accordarsi davvero su cosa fare una volta al governo, e sotto la guida di chi.

       Tutto questo si avverte in un contesto internazionale nel quale francamente non si vede chi possa toccare palla davvero nel già ricordato campo largo. Neppure Conte al singolare italiano e al plurale trumpiano del suo nome. Un Conte terzo, dopo il primo e il secondo della scorsa legislatura, che sognano neppure tutti sotto le cinque stelle ora reclamate con le carte bollate da Beppe Grillo, per niente rassegnato alla fine riservatagli dall’avvocato da lui stesso portato troppo in alto ai tempi d’oro, elettorali e politici, del movimento.

Pubblicato su Libero

Le Pasque diverse, anzi opposte, dei due americani più famosi nel mondo

       Non so se anche a voi, ma a me è capitato di vedere contrapposte come mai era accaduto in passato le Pasque a San Pietro, del Papa avvolto nei fumi dell’incenso, e alla Casa Bianca e dintorni, di un presidente degli Stati Uniti impegnato a riportare all’”età della pietra” il maggiore nemico di turno, l’Iran, o a mandarlo all’”inferno” appositamente riaperto, essendo stato chiuso, a parole, dal compianto Papa Francesco. Un Papa e un presidente entrambi americani, o del Nord America, come precisano gli esperti ricordando l’America del Sud del predecessore di Leone XIV, Bergoglio, che si compiaceva di non piacere tanto all’altra America, appunto.

       Papa Prevost ha ammonito chi promuove e pratica le guerre che ne risponderanno “a Dio”, dal quale invece Trump ogni tanto si sente investito del potere di tenere aperte le guerre, anche quelle che si vanta di avere chiuso rivendicando il premio Nobel della pace, o di aprirne altre per cambiare gli equilibri locali o mondiali, dandole peraltro prossime alla fine o a una tregua e, comtemporaneamente, ad un loro inasprimento. Magari “fottuto”, come lo stretto di Hormuz che gli iraniani hanno chiuso alle petroliere dei paesi nemici, o on abbastanza amici, con una decisione che Trump incredibilmente non aveva messo nel conto. O nessuno alla Casa Bianca gli aveva voluto o saputo prospettare per paura, temo, di perdere il posto.  

Ripreso da http://www.startmag.it     

Tutto ciò che della Terra non si riesce a vedere e sentire da lontano

       Solo visto da lontano, molto da lontano come accade agli astronauti nella loro missione propedeutica a sbarchi futuri sulla luna, il nostro mondo in bianco e blu riesce a nascondere le guerre e altre nefandezze che noi terrestri riusciamo a compiere o a subire, secondo il ruolo che ci è capitato. Un mondo insomma ancora desiderabile.

       In quella palla gigantesca fotografata dagli astronauti c’è anche l’Italia sia di Giorgia Meloni e dei suoi alleati di centrodestra, sia di Elly Schlein, Giuseppe Conte ed altri a aspiranti alla successione, che hanno assaporato nella vittoria del no referendario alla riforma costituzionale della magistratura il gusto pure di una vittoria nelle elezioni politiche ormai del 2027, nonostante gli anticipi offerti nelle loro cronache dagli instancabili retroscenisti.  Una vittoria ancora senza padri o madri, non essendo più certe neppure le primarie del cosiddetto campo largo, larghissimo e samto dell’alternativa reclamate da Conte, proprio dopo la sconfitta referendaria del governo, per aggiudicarsi il titolo di candidato a un ritorno a Palazzo Chigi, dopo la dolorosa partenza impostagli per lasciarlo, a suo tempo, a Mario Draghi.

       Di probabilità di vincere le primarie eventualmente sopravvissute anche alle bastonate di mortadella di Romano Prodi, un altro passato per Palazzo Ghigi ai suoi tempi, prima dell’Ulivo e poi dell’Unione, Conte ne ha, secondo l’ultimo sondaggio confezionato da Alessandra Ghisleri, solo se  la partita nel cosiddetto centrosinistra dovesse essere a due. lui e Schlein in ordine alfabetico. Ma è uno scenario irrealistico. Di altri aspiranti, reali o immaginari, vestiti o travestiti, di presunto bianco o presunto rosso o grigio, sono piene le cronache. E non è detto che gli “altri” possano favorire la segretaria del Pd, come mostra di presumere o prevedere la Ghisleri. Anche gli altri, ripeto, potrebbero portare via alla Schlein tanti voti da far prevalere Conte, sempre e dannatamente lui, l’ex premier ancora pentastellato, nonostante i propositi ormai anche legali, o giudiziari, di Beppe Grillo di riprendersi, da ex fondatore, garante, consulente e quant’altro   il nome del movimento sfilatogli via dall’avvocato pugliese fra una passeggiata e l’altra, a passo sempre svelto, dalla sua abitazione romana agli  uffici del partito e alla Camera.  Con passo svelto, ripeto, e mani sempre pronte a sfiorare….il successo.  

Il bastone di mortadella di Prodi sulla Schlein e su Conte

       Al netto del sarcasmo di Libero, che lo ha armato in prima pagine di un  grosso bastone di mortadella, Romano Prodi è ancora una volta sbottato contro il Pd, la cui segretaria Elly Schlein non ne ascolta i consigli pur essendo stata una prodiana da ragazza, o quasi, e contro Giuseppe Conte che le contende la leadership della cosiddetta alternativa al centrodestra. Come lo fu a suo tempo lo stesso Prodi, ai tempi di Silvio Berlusconi, quando lo incoronò in un cinema romano un allora potente Massimo D’Alema, pur pentendosene quando lo vide alla guida del governo, nel 1996, affiancato dal compagno di partito -si fa per dire- Walter Veltroni. “Due flaccidi imbroglioni”, gli attribuirono i soliti retroscenisti, a proposito di loro, fra smentite non sopravvissute, diciamo così, alle cronache.

       Prodi ha avvertito l’una e l’altro- la Schlein e il Conte pur reduce, o forse proprio perché reduce da un pranzo di lavoro con un amico di Donald Trump forse più importante dell’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, che la vittoria del no referendario alla riforma costituzionale della magistratura non basta, e neppure avanza naturalmente, per prenotare la vittoria di quel no anche nelle elezioni politiche dell’anno prossimo.

 C’è molta strada da fare su quella strada, ha avvertito l’ex premier, che non ha smesso di pensare, dopo il referendum, che ad un’alternativa occorra un programma comune. Possibilmente -mi permetto di suggerire- meno lungo e più vincolante di quelli che predisponeva lui e producevano governi -i suoi appunto- di breve durata. Persino rovinosa per la sopravvivenza delle Camere, sciolte anticipatamente nel 2008 due anni dopo la loro elezione, per la crisi di un governo di Prodi, appunto, il secondo, al quale non fu possibile rimediare, come nel primo una decina d’anni prima, con esperimenti diversi: dello stesso D’Alema e poi da Giuliano Amato, affrancato dai suoi vecchi rapporti dell’ormai defunto Bettino Craxi.

       Il bastone, pur di mortadella mediatica, di Prodi lascerà probabilmente il segno sulla segretaria del Pd e sul suo concorrente alla guida della sempre improbabile alternativa, almeno agli occhi del professore emiliano.

Il governo va avanti nel suo lavoro, pur tra civette, corvi e avvoltoi

       Più che il nome -Gianmarco Mazzi, proveniente più da Sanremo che da altro, tanto da far chiamare già “Discasterio”, qualcosa in più di una discoteca, il Ministero del Turismo assegnatogli dal presidente della Repubblica, con tanto di giuramento al Quirinale, su proposta della premier-conta il fatto che Giorgia Meloni abbia voluto sciogliere rapidamente il nodo della sostituzione di Daniela Santanchè. Che si considera al Senato, di cui continua a fare parte, la capra espiatoria, più che la pitonessa, della sconfitta referendaria del sì alla riforma costituzionale della magistratura. Con la quale peraltro la ex ministra ha dei conti da regolare, diciamo così, per le sue vicende imprenditoriali, sfortunate per quanto nominalmente “visibilia”.

       Niente rimpasto, quindi, inteso come scomposizione e ricomposizione del governo con più movimenti, e niente elezioni anticipate, per quanto l’opposizione mediatica contini ad attribuire alla premier almeno la tentazione. Nella quale l’interessata non cade non foss’altro perché sa che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella non le concederebbe lo scioglimento delle Camere prima della loro scadenza ordinaria in una situazione peraltro di precarietà, a dir poco, derivante anche all’Italia dalle guerre che in fondo la coinvolgano, al pari di altri paesi che non vi partecipano ma ne subiscono comunque gli effetti economici. Una situazione talmente avvertita anche a Palazzo Chigi, e non solo al Quirinale, che la premier è volata nel Golfo, incorrendo nella mezza incoronazione di Meloni, o semplicemente di “Giorgia d’Arabia”.

       La missione pasquale della premier italiana si traduce sul piano politico in una solidarietà ai paesi del Golfo, appunto, attaccati dall’Iran non ancora ridotto alla “età della pietra” minacciata o propostasi alla Casa Bianca, almeno nelle ore pari del giorno, dal presidente Donald Trump. Che continua lo stesso ad aspettarsi il premio Nobel della pace. Sul piano economico la missione della premier italiana si traduce in un lavoro di sicurezza per gli approvvigionamenti energetici.

       Il governo insomma continua a fare il suo mestiere, non di semplice galleggiamento, pur tra svolazzi di civetti e di corvi, o fra incursioni di sciacalli tra piazze e aule parlamentari.  

Blog su WordPress.com.

Su ↑