I novant’anni mancati ma ugualmente festeggiati da familiari e amici hanno fornito a Claudio Velardi, direttore del Riformista e già collaboratore di Massimo D’Alema ai tempi di Palazzo Chigi, di distinguere fra berlusconiani e berlusconisti. Una distinzione un po’ anche autocritica.
Berlusconisti sarebbero inconsapevolmente tanti anche a sinistra, nonostante la contrapposizione politica a Berlusconi vissuta per più della trentina d’anni dell’impegno politico del fondatore di Forza Italia, quando egli era ancora l’uomo di Fininvest e del Milan ma divideva le sue simpatie fra la Dc di Arnaldo Forlani e il Psi di Bettino Craxi. E non immaginava di certo di poterne, anzi doverne un giorno ereditare lo spazio elettorale, una volta crollata, anzi ghigliottinata giudiziariamente la cosiddetta prima Repubblica.
Perché “non tutti e non sempre berlusconiani, ma tutti berlusconisti”, come ha scritto Velardi con acutezza, brillantezza e immediatezza cui non sono arrivati professori e scienziati della politica intervistati in questi giorni su Berlusconi senza demonizzarne la memoria o addirittura condividendola, come il professore Giovanni Orsina.
Per spiegare la differenza “sostanziale” fra berlusconiani e berlusconisti Velardi ha cominciato ricordando ciò che è mancato, o non è riuscito a Berlusconi senza tuttavia danneggiarlo: “Della rivoluzione liberale” da lui promessa all’Italia che amava “non è rimasto niente, molto per colpa sua”, ha scritto Velardi. Ma “del metodo è rimasto tutto. Il leader come marchio, il partito come azienda o fan club, la tv e poi i social come luogo del potere, l’elettore come pubblico. La politica ridotta a racconto. Il racconto ridotto a personaggio”. Che i suoi avversari hanno finito per imitare e inseguire mancando la durata e la consistenza del suo successo. A cominciare da Beppe Grillo che lo derideva come “psiconano” ed è stato sfrattato dalle sue cinque stelle dall’avvocato dei cavilli, come lui stesso chiama Giuseppe Conte.
“Chi voleva batterlo -ha ricordato di Berlusconi il direttore del Riformista– invece di sfidarlo sulle riforme promesse e mai realizzate ha scelto il terreno dove lui era imbattibile, quello dello spettacolo, dell’invettiva, della demonizzazione”. E ancora: “Una parte dell’antiberlusconismo affidò persino ai tribunali ciò che non sapeva risolvere in politica finendo per rafforzare il racconto del perseguitato. Più di tutti la sinistra, che ha passato vent’anni a parlare di Berlusconi” -generalmente male, direi- “e trenta a imitarlo”. “Ognuno di noi- ha concluso Velardi- ne ha preso un pezzo senza pagare la tassa di successione e quasi sempre senza ammetterlo”. Anzi, senza accorgersene.