Aldo Grasso butta giù impietosamente Ranucci dal piedistallo

       Lo storio critico televisivo Aldo Grasso ha impietosamente buttato giù, scrivendone sul Corriere della Sera, Sigfrido Ranucci dal piedistallo su cui era salito come campione del giornalismo investigativo. E aveva promosso il suo Report, per quanto ammaccato da una opacità della quale stanno occupandosi anche i magistrati che indagano sull’affare Lavitola, alla “migliore trasmissione nella storia della tv”. “Sergio Zavoli non l’avrebbe mai detto”, ha osservato giustamente il critico del maggiore giornale italiano.

       Aiutato anche da una dirigenza della Rai della quale la premier Giorgia Meloni fa bene a diffidare per i guai che le procura, Ranucci non solo si promuove ma boccia i suoi colleghi professionalmente e moralmente concorrenti o successori, visto che ha perduto comunque la conduzione ereditata a suo tempo da Milena Gabanelli e si deve accontentare di esserne solo il demolitore o protettore.

       “Ministri, leader, cantanti, comici, cuochi più volte compilano da sé il proprio certificato di eccellenza. Il web fa il resto. Trasforma -ha raccontato Grasso- l’autostima in carriera, il profilo in biografia, i follower in elettori. Non occorre più aspettare che siano gli altri a stabilirlo: te lo riconosci da solo e poi trovi quelli che sono d’accordo. Con qualche migliaio di like l’autorevolezza è servita”.  E’ in questo contesto di “autocertificazione” che Ranucci si è gonfiato sino ad esplodere con le sue auto fatte saltare nell’autunno scorso dall’amico ristoratore Lavitola per aumentarne la notorietà ai fini di un maggiore servizio di protezione e di un percorso politico immaginato addirittura come candidato a Palazzo Chigi del cosiddetto campo largo dell’alternativa. Dove la segretaria del Pd Elly Schlein e l’ex premier Giuseppe Conte ritenevano, e ritengono ancora, di essere i maggiori aspiranti.     

La missione fallita del generale Roberto Vannacci a Cernobbio

       Se la missione del generale Roberto Vannacci a Cernobbio, ospite del fior fiore dell’imprenditoria italiana e dintorni, era quella di accreditarsi come un leader -aveva detto al Dubbio il giorno prima- di predisporsi a un accordo col centrodestra   “scritto, pubblico e verificabile su remigrazione, sicurezza, fisco, energia e interesse nazionale, compreso lo stop ad armi e denaro all’Ucraina senza una strategia”, per evitare di “fare la ruota di scorta” di un secondo governo della Meloni nella prossima legislatura; se questa, ripeto, era la sua missione, egli l’ha mancata in pieno.

       Sferzato dal senatore a vita ed ex premier Mario Monti, pronto a “combattere fino all’ultima mia energia il tentativo di ricostituzione della retorica del fascismo”, Vannacci ha toccato con mano il suo isolamento. Si è procurato solo il gelo della platea. Gli rimane solo l’interesse della sinistra a pomparlo per i voti che, correndo da solo, potrà sottrarre al centrodestra facendogli perdere la partita elettorale dell’anno prossimo. Se alla Meloni poteva mai venire la tentazione di recuperare il generale nella speranza di poterlo poi neutralizzare in una maggioranza, Vannacci gliel’ha fatta passare proprio con la sua esibizione a Cernobbio di pura “retorica” fascista, come ha detto Monti. Che è esattamente quella dalla quale la leader della destra di governo deve tenersi lontana, anzi lontanissima, per realizzare la sua politica pragmatica e rimanere in campo scommettendo sull’incapacità del campo largo dell’alternativa di darsi un programma e un leader credibili.

       Va detto che il Vannacci del peggiore “me ne frego” di tradizione fascista, gridato contro le inchieste giudiziarie che si sta procurando il suo movimento servito anche da militari in servizio, è anche alquanto sfortunato. La sua battaglia, per esempio, reazionaria e maschilista contro il reato di femminicidio viene smentita ogni giorno da un nuovo omicidio di donne colpevoli solo di essere tali, e indisponibili al possesso dell’uomo.

       La figura di questo retorico generale, per restare al linguaggio di Monti, è soltanto patetica. Una sinistra ridotta a scommettere su di lui per prevelare sulla Meloni è messa davvero male, anzi malissimo.

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La vera storia dei rapporti, e della rottura, fra Indro Montanelli ed Enzo Bettiza

       Per fortuna solo in navigazione internettiana, e non anche sul Giornale che fu di Indro Montanelli, dove pure aveva aperto una polemica sui giornalisti che si danno alla politica compromettendo, secondo lui, la credibilità della professione e delle testate di appartenenza, Luigi Mascheroni ha attribuito a Indro Montanelli il coraggio e quant’altro di avere “cacciato a calci in culo” Enzo Bettiza per essersi fatto eleggere parlamentare, italiano e poi europeo, dai liberali, dai repubblicani e infine dai socialisti.

       A quasi 60 anni d’età   Mascheroni non ha una buona memoria di cose accadute al Giornale 43 anni fa, quando lui quindi ne aveva meno di 20. Bettiza non fu cacciato né a calci in culo né senza. Si era dimesso nel 1983 dissentendo dalla decisione presa da Montanelli, consultatosi solo con Gian Galeazzo Biazzi Vergani,  che lo stesso Bettiza aveva contribuito ad assumere come uomo di macchina proveniente anche lui dal Corriere della Sera, di non pubblicare un mio commento, come editoriale, di difesa di Bettino Craxi dall’accusa della sinistra democristiana e dei comunisti di volere lottizzare l’Eni ancor più di quanto non lo fosse già. Avevo scritto in quel commento che più della lottizzazione, praticata anche dalla sinistra della Dc e dal Pci quando partecipavano alla ripartizione dei posti negli enti pubblici, non solo alla Rai, non era perdonato al leader socialista l’anticomunismo. Che noi del Giornale -osservo e ricordo oggi- avremmo dovuto sostenere, non penalizzare partecipando a polemiche moralistiche.

       Ma a Montanelli il segretario del Psi non piaceva perché non gli riservava la deferenza di altri politici come Giovanni Spadolini, per esempio. Craxi non scodinzolava. E il suo partito era dichiaratamente, orgogliosamente, autonomamente socialista: una parola che Montanelli riteneva indigesta ai suoi lettori, ai quali egli avrebbe tuttavia riservato poco più di una decina d’anni dopo la sorpresa di accettare gli inviti alle feste dell’Unità, da ex direttore ormai del Giornale, per criticare Silvio Berlusconi datosi alla politica e giunto nel 1994 direttamente e clamorosamente a Palazzo Chigi. Ne accadevano quindi di cose strane già allora nei rapporti fra giornalismo e politica, come fra magistratura e politica.

       Bettiza, dunque, che sullo specifico tema dell’Eni insidiato da Craxi aveva sostenuto pochi giorni prima la mia stessa opinione parlandone a Telemontecarlo, non mi lasciò solo a uscire dal Giornale. E insieme approdammo nel gruppo di Attilio Monti: lui come direttore editoriale dei due quotidiani e io come editorialista della sola Nazione, riservando al Resto del Carlino i commenti una volta comuni di Franco Cangini. Da quel gruppo poi saremmo usciti, sempre insieme, per protesta contro il peso che scoprimmo avesse nelle testate del petroliere la P2 di Licio Gelli.

       Questa è la storia ignorata da Luigi Mascheroni, anzi stravolta raccontando di Bettiza “cacciato a calci in culo”, ripeto, da Montanelli. Che, pace all’anima sua, saliva in cattedra anche quando non lo meritava.

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Nel trigesimo della morte della mia carissima Daniela

Daniela carissima, trascorre oggi un mese dalla tua perdita.  Di te mi sono rimaste le ceneri da custodire, sino a quando non potranno congiungersi con le mie per essere infine disperse nelle acque del nostro mare di Punta Molara, e i ricordi. Che anziché placarsi sono sempre più struggenti. Che fatica sopravviverti….

L’altra faccia della medaglia della longevità del governo di centrodestra

       L’altra faccia della medaglia appuntatasi da Giorgia Meloni festeggiando a Bari il primato di longevità del suo governo nella storia della Repubblica è quella del primato di durata dell’opposizione di sinistra, o centrosinistra. Che naturalmente non viene festeggiato dagli avversari della premier, per quanto abbiano incassato qualche mese fa l’importante e indubbia vittoria referendaria contro la riforma costituzionale della magistratura.

       Significherà pure qualcosa di non esaltante il fatto che dopo quella vittoria le opposizioni, e il campo largo che le contiene almeno sulla carta, non siano riuscite a trovare pace e vera unità. Esse hanno continuato a dividersi in Parlamento, a Roma e a Strasburgo, nelle votazioni sulla politica estera e di difesa. E mancano tanto di una leadership comune, da opporre a quella forte e consolidata della Meloni nel centrodestra, che i candidati ad essa aumentano di giorno in giorno, alla luce del sole o sotto traccia. Fra i capi dei due maggiori partiti dello schieramento “avverso” al governo, come Walter Velltroni alla guida del Pd chiamava il centrodestra di Silvio Berlusconi al governo, corrono rapporti più di diffidenza che di fiducia. Elly Schlein e Giuseppe Conte non riescono a intendersi neppure sulle modalità delle primarie alle quali pure essi hanno affidato, l’una di fatto subendole e l’altro reclamandole, la loro partita. Non solo sono ancora da definirsi le modalità, ma è incerto anche il carattere dell’esito, se e in che misura vincolante, avendo Conte rivendicato, per esempio, il diritto di continuare a contrastare gli aiuti all’Ucraina aggredita dalla Russia se dovesse capitargli di vincere le primarie prima e le elezioni poi, a dispetto della posizione del Pd e delle componenti moderate, di area nominalmente centrista, del campo largo.

       Meloni festeggiando il suo primato di longevità governativa ha promesso di non mollare, che è poi il titolo di un periodico antifascista del 1925 fondato da Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi, Carlo e Nello Rosselli. Non molleranno probabilmente neppure i suoi avversari nella pratica dell’opposizione pregiudiziale e dei loro contrasti. Continueranno a praticare anche l’antifascismo ìn mancanza di un fascismo, né bianco, come l’ha definito il costituzionalista Michele Ainis parlandone al Fatto quotidiano nè nero.

       E’ vero. A destra c’è un generale, Roberto Vannacci, che si è appena vantato di “fregarsene” fascisticamente delle indagini giudiziarie, preliminari e non, militari e civili, sulla natura del suo movimento politico Futuro nazionale e sulla partecipazione di sottufficiali e ufficiali in servizio alla sua gestione e propaganda. Ma Vannacci non è certo la Meloni. E credo personalmente che la premier non sarà così sprovveduta e autolesionista da fare alla sinistra il regalo di imbarcarlo nel suo centrodestra.

La Rai di TeleRanucci, altro che TeleMeloni…..

       Per una volta spero che sia vero un retroscena del Fatto Quotidiano. E’ quello sulla Meloni infuriata a Palazzo Chigi, pur alla vigilia della festa del primato di longevità del suo governo nella storia della Repubblica, per come i dirigenti della Rai di dichiarata appartenenza all’area politica di destra l’hanno non servita ma disservita nella gestione dell’affare Ranucci. Che si è concluso, per ora, con la rimozione sì del conduttore di Report ma con la promozione dei suoi fedelissimi, di cui è stata accolta la rivolta contro le nomine iniziali, per cui Report alla ripresa autunnale sarà praticamente e ancora rannucciano.

       “Meglio lasciarlo”, è stato attribuito alla Meloni. Che avrebbe avuto pienamente ragione se questo avesse detto davvero parlando di Ranucci, per esempio, col suo sottosegretario Giovanbattista Fazzolari. solitamente incaricato di seguire le vicende della Rai.

       Ranucci non avrebbe dovuto essere rimosso in tempi e condizioni tali da farlo apparire vittima, anzi martire, dei malumori di “Telemeloni”. Vittima -anzi martire, ripeto- come Aldo Moro delle brigate rosse, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Piersanti Mattarella della mafia, cui lo stesso Ranucci si è smodatamente paragonato. Report più semplicemente e giudiziosamente avrebbe dovuto essere sospeso come trasmissione dal palinsesto della terza rete televisiva di Stato in attesa della conclusione delle indagini giudiziarie sull’affare Lavitola. Dove Ranucci reclama di essere considerato solo una parte lesa, per via dell’attentato promozionale della sua notorietà e possibile carriera politica procuratogli dall’amico faccendiere e pregiudicato. Ma in realtà deve anche lui chiarire qualcosa lasciandosi interrogare dagli inquirenti.

       Il Report, al maschile come un oggetto misterioso, che i due nuovi conduttori si sono impegnati a perpetuare, è stato e continuerà a non essere praticamente diretto. Ranucci è stato per anni vice direttore. Che di solito presuppone un direttore risparmiato invece a Ranucci, rimasto quindi appeso al soffitto come un caciocavallo. E ciò nella indifferenza, distrazione e chissà cos’altro di una dirigenza aziendale della quale la premier avrebbe tutto il diritto di lamentarsi, in italiano e romanesco pur nei festeggiamenti del suo primato di durata alla guida del governo in quello che il costituzionalista Michele Aini in deriva populista ha addirittura definito “fascismo bianco”, un po’ anche gentile nelle apparenze. Che cosa non si riesce a pensare e a dire quando si perde il senso della misura anche accademica.

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Il generale Vannacci fra oracoli e indagini della Procura militare

       Il generale Roberto Vannacci -ripeto, generale, tenendo lui a contestare l’ex che qualcuno gli dà non sapendo che la qualifica sopravvive al pensionamento- parla come un oracolo, spesso minaccioso. Come ha fatto rispondendo al Foglio su cosa farebbe personalmente e indicherebbe  ai suoi elettori in caso di ballottaggio fra il centrodestra della Meloni e il centrosinistra di Elly Schlein, o di Giuseppe Conte, o di chiunque dovesse uscire all’ultimo momento dai tormenti del cosiddetto campo largo dell’alternativa.

       Se vi si dovesse davvero arrivare con la legge elettorale all’esame del Senato nel testo che arriverà alla Camera per il secondo e ultimo passaggio, Vannacci ha ammonito la Meloni che nel ballottaggio dovrà guadagnarsi l’aiuto della destra di Futuro nazionale con chiari impegni. “Nessuno -ha detto Vannacci- può considerare acquisita la nostra indicazione di voto”.

       Come potrebbe essere questa “indicazione”, tra voto favorevole, voto contrario e astensione, il generale non lo ha detto. Nè lo ha fatto capire volendosi riservare altri passaggi e altri oracoli. Egli ha promesso solo di “fare la nostra parte”, al plurale del fondatore e leader del suo partito o movimento partorito uscendo dalla Lega dove Matteo Salvini lo aveva ospitato conferendogli persino una vice segreteria. E incorso ora nell’attenzione della Procura militare di Roma, su esposto di un sindacato di militari, anche per eventuale violazione del divieto di costituzione del partito fascista. 

       Il modo più favorevole al centrodestra della Meloni potrebbe essere un voto di sostegno, che presuppone una trattativa, un po’ difficile da immaginare allo stato attuale delle cose, con la premier uscente. O una meno improbabile e meno impegnativa indicazione di astensione. Cioè di diserzione dalle urne in un secondo turno di solito meno affollato del primo, tanto che la Lega e altri settori del centrodestra vorrebbero eliminare il ballottaggio nell’elezione diretta dei sindaci.

       Già immagino il generale, pur avvolto in qualche vestaglia o altre tenute delle sue -al mare, in montagna,  in collina e persino a Cernobbio, invitato dal fior fiore degli industriali- prepotentemente alla testa del campo già maggioritario dell’astensionismo. Il suo destino, temuto dal Financial Times persino come quello del “cavallo di Troia” della Russia, è nei gradi che conserva anche da pensionato…..

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Il ballottaggio della discordia nella legge elettorale al Senato

A dispetto delle apparenze, che spesso finiscono purtroppo per sostituire la realtà e condizionare l’esito di partite importanti, come fu il referendum demolitore della riforma costituzionale della magistratura con la separazione delle carriere ed altro, il presidente del Senato Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato sostituendo la prima in caso di impedimento, non sta forzando il suo ruolo occupandosi -peraltro alla luce del sole- della legge elettorale già approvata alla Camera e destinata a tornarvi.

       Il presidente La Russa fa il suo mestiere di facilitatore delle convergenze più larghe possibili nella definizione delle regole del gioco elettorale. Credo che neppure il Capo dello Stato Sergio Mattarella se ne stia disinteressando nell’attività di persuasione attribuitagli nello spirito della Costituzione dai padri fondatori della Repubblica. Un’attività prevalentemente discreta, sotto traccia, ma a volte anche esplicita, non sommersa ma galleggiante. Se questa volta non è finita sulle prime pagine dei giornali, con le locuzioni delle notizie “di buona fonte”, o allusioni in qualche discorso, è forse perché Mattarella ha preferito o comunque voluto accreditare gli sforzi unitari di La Russa. Col quale egli ha rapporti personali eccellenti, anche questi contro le apparenze preferite o create dai cultori delle contrapposizioni irriducibili e delle demonizzazioni degli avversari.

       Già sforzatosi di rallentare il percorso della riforma elettorale al Senato, dove la maggioranza avrebbe voluto chiudere il secondo tempo della partita già in estate, La Russa è inciampato, diciamo così, nella solita abitudine della sinistra, già avvertita nello scontro referendario sulla riforma della magistratura, di cambiare posizione quando non la ritiene più conveniente, o solo perché essa ha convinto una controparte ritenuta capace di avvantaggiarsene troppo.

       Nel referendum sulla magistratura ciò è accaduto con la separazione delle carriere fra toghe requirenti e giudicanti, sostenuta da fior di giuristi e politici di sinistra, per esempio nella commissione bicamerale per le riforme costituzionali presieduta da Massimo D’Alema col consenso di Silvio Berlusconi, ma contestata come un’aggressione alle toghe quando è stata proposta dal centrodestra.  La sinistra che io chiamerei reversibile, delle retromarce facili e improvvise, della memoria corta, si è inventata persino un clima internazionale, anzi mondiale di autoritarismo imposto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, prolungando le guerre in corso mentre venne eletto e provocandone altre al servizio di ambizioni forse più personali che americane, per sostenere che la Meloni in Italia voleva scimmiottarlo nella partita contro i magistrati. Lo hanno sostenuto peraltro fuori dal Parlamento il guru del Pd, o qualcosa del genere, Goffredo Bettini, smettendo di rifarsi al padre avvocato che gli aveva insegnato una certa diffidenza verso magistrati provvisti di troppo potere, e in Parlamento, al Senato, l’ex premier Mario Monti.

       Questa volta, nel fuoco delle polemiche e dei sospetti sulla riforma elettorale, l’ennesima e sicuramente non ultima per l’improvvida decisione dei costituenti di non vincolare anche questa materia alla disciplina della doppia lettura e delle maggioranze qualificate; questa volta, dicevo, nel fuoco delle polemiche e dei sospetti è caduto il ballottaggio per assegnare, al di sotto di certi livelli, il premio di maggioranza alla coalizione più votata. Un ballottaggio che l’ex presidente del Senato Marcello Pera, transitato dai forzisti di Berlusconi ai  fratelli d’Italia della Meloni, aveva già sostenuto nel centrodestra rimanendo praticamente isolato, e si sta togliendo adesso la soddisfazione politica e umana di vedere condiviso dal o nel suo schieramento. Un ballottaggio, sull’altro versante, che il costituzionalista Stefano Ceccanti ha a lungo sostenuto con molti colleghi di dottrina e di partito, il Pd, per la capacità attribuitagli di neutralizzare le punte estreme degli schieramenti, o non lasciarsene condizionare, ed ora si trova a difendere quasi da solo a sinistra.

       La donna è mobile nel Rigoletto di Giuseppe Verdi. La sinistra, ma a volte, all’occorrenza, anche la destra nell’opera per niente lirica della politica: la destra leghista, per esempio, insorta anch’essa contro il ballottaggio. 

Pubblicato siul Dubbio

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Contestato alla Meloni il prezzo della longevità record del suo governo

       Il Pd della Schlein è riuscito a tentare nell’Unione Europea, per guastare alla premier Giorgia Meloni  la festa, domani, della maggiore longevità del suo governo rispetto a tutti gli altri che l’hanno preceduta nella storia della Repubblica, l’invio di una missione ispettiva sullo stato della democrazia. E un po’ anche della salute, visto che i guastafeste addebitano alla Meloni e al suo governo più galleggiante che operativo la causa dei prezzi aumentati dappertutto: dalle bollette del gas e della luce alla benzina, dalle melanzane ai pomodori, dalle mele alle pere.

       Il modello della Meloni sarebbe la buonanima di Giulio Andreotti, che difese uno dei suoi governi contestato dal segretario della Dc Ciriaco De Mita per la pratica dei rinvii, rivendicando il diritto e il merito di tirare a campare piuttosto che tirare le cuoia.

       Persino gli inconvenienti di questa estate torrida, fra caldo opprimente e temporali, sono stati addebitati al governo per non avere affrontato adeguatamente i problemi climatici e ambientali, prevedendo calura e grandine. E per fortuna siamo in Italia, non nel Nepal.

La sinistra autolesionista non si lascia scappare mai nulla….

       Nella pratica dell’autolesionismo, se non addirittura nella vocazione, la sinistra non si è fatta mancare neppure la rinuncia a condividere l’ispezione ordinata dal ministro della Giustizia Carlo Nordio a Torino. Dove una giudice -ripeto, una, cioè donna- ha rimesso in libertà dopo due giorni di carcere un bengladese ripreso anche dalle telecamere del minimarket dove lavora a molestare una tredicenne dopo una quarantenne.

       Soddisfatta del suo “dispiacere” e della promessa di non farlo più, la giudice ha ritenuto che l’imputato possa aspettare libero, obbligato solo alla firma in commissariato, il processo. Nei soliti tempi naturalmente della giustizia italiana.

 D’accordo, la custodia cosiddetta cautelare, prima del processo, non va scambiata per un anticipo della pena, come insegnano all’Università. Ma c’è modo e modo di praticare questo principio. Farlo in 48 ore è una sfida al buon senso. Un “allarme sociale” giustamente avvertito e denunciato dal Guardasigilli, sostenuto solo dalla sua maggioranza, a cominciare dalla premier Giorgia Meloni.

       Il Pd di Elly Schlein si è lasciato scavalcare persino dal Movimento 5 Stelle presieduto dal suo concorrente a Palazzo Chigi Giuseppe Conte. Dove hanno avvertito almeno il pudore di esprimere “rispetto” per l’ispezione ministeriale al tribunale di Torino disposta da Nordio nel legittimo esercizio delle sue prerogative.

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