Incendio a bordo del convoglio referendario prossimo all’arrivo

       I quattordici minuti telematici -non di più- che la premier Giorgia Meloni ha voluto trovare fra presunte fughe e nascondimenti per intervenire nella campagna referendaria sulla riforma della magistratura, peraltro avvertendo che il governo resterà al suo posto anche in caso di vittoria del no, ha incendiato animi, penne e pennarelli delle opposizioni. Che l’hanno accusata di minacce, autoritarismo eccetera eccetera, peraltro mentre la capo di Gabinetto del ministro della Giustizia, che sta rischiando un processo sull’affare Almasri, protestava contro la Corte marziale dei giudici, anzi “plotone di esecuzione”.

       Il più scomposto, ma anche sincero, nelle reazioni all’intervento della Meloni è stato naturalmente il solito Fatto Quotidiano dell’altrettanto solito Marco Travaglio con una vignetta quasi di copertina di Mario Natangelo che promette alla stessa Meloni e a tutti gli altri sì di fare nelle urne del 22 e 23 marzo “un NO così”.  Inteso nel senso di quella parte del corpo che non ha bisogno di essere nominata per essere riconosciuta.  

       Analoga promessa fu fatta nella campagna elettorale del 1948, con parole più esplicite della vignetta di Natangelo, dal capo del Pci Palmiro Togliatti. Il “NO” di allora era il deretano del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, che per reazione alla volgarità aggressiva del segretario del Pci raccolse non una “pioggia” ma “un diluvio” di voti, come disse lo stesso De Gasperi con un misto di compiacimento e di sorpresa.

       Non foss’altro che per scaramanzia, visto il colossale precedente, più grande del…coso che Togliatti voleva fare a De Gasperi, di cui peraltro era stato ministro della Giustizia sino a poco tempo prima, al Fatto e dintorni dovrebbero essere più attenti, oltre che più educati, trattandosi peraltro questa volta di una donna: la prima a guidare un governo in Italia. Ma chiedere questo a tanta incultura politica e umana è troppo. O troppo inutile.

L’America amata da Oriana Fallaci e quella di Donald Trump

       Nelle mostre stampate dei suoi tesori offerti dal Corriere della Sera nel compimento del primo secolo e mezzo della sua vita nelle edicole ho trovato e appena riletto le meravigliose pagine scritte tra rabbia e orgoglio da Oriana Fallaci e pubblicate il 29 settembre 2001. Diciotto giorni dopo quel tragico 11 settembre in cui vide dalle finestre di casa della sua New York le due torri gemelle che bruciavano come “fiammiferi”, incendiate e sventrate dai terroristi islamici impossessatisi di aerei civili e dei suoi passeggeri per assaltare gli Stati Uniti e tutto ciò che rappresentavano, almeno allora. Poi vi dirò il perché di quell’”allora”, un pò meno di 25 anni, che sono comunque un quarto di secolo: tanto, anche per i secoli che passano ora  più velocemente o meno lentamente del passato.

       Di fronte allo spettacolo di resistenza e di reazione degli americani seguito a una tragedia superiore a quella militare di Peal Harbor del 1941, nel lontano Pacifico, la Fallaci scrisse di loro e su di loro cose mirabili. “Il fatto è che l’America -spinse Oriana sui tasti della macchina da scrivere, che credo preferisse ai computer, rivolgendosi al direttore Ferruccio de Bortoli che le aveva chiesto di sfogarsi liberamente in un intervento senza limiti di spazio- è un paese speciale, caro mio. Un paese da invidiare, di cui   essere gelosi, per cose che non hanno nulla a che fare con la ricchezza eccetera. Lo è perché è nato da un bisogno dell’anima, il bisogno di avere una patria, e dall’idea più sublime che l’Uomo abbia mai concepito. l’idea della Libertà, anzi della Libertà sposata all’idea dell’uguaglianza. Lo è anche perché a quel tempo”, in cui sorsero gli Stati Uniti, “l’idea di libertà non era di moda. L’idea di uguaglianza, nemmeno. Non ne parlavano che certi filosofi detti illuministi, di queste cose, Non li trovavi che in un costosissimo librone a puntate detto l’Encyclopedie, questi concetti”. E via a raccontare, spiegare, inorgoglirsi del paese che l’ospitava e inveire contro i nuovi barbari arrivati non a pisciare contro le sue chiese ma ad assaltare le loro torri abitate da decine di migliaia di persone ciascuna.

       Grandissima Oriana, ad averne ancora. Ma scriveva queste, o quelle, cose a 72 anni avendone ancora da vivere solo cinque, destinata a morire nella sua Firenze, di un cancro che si portava dentro da un bel po’, fra le mani e le preghiere di un monsignore di Curia già allora autorevole, Rino Fisichella, pur essendo lei un’atea. Grandissima Oriana anche nel modo di andarsene, dopo essere scampata da giornalista a guerre che era andata volontariamente a seguire per poterle raccontare.  

       Mi chiedo ora con profonda tristezza che cosa scriverebbe oggi Oriana degli Stati Uniti di Donald Trump e degli americani che lo hanno mandato al potere per sfasciare ogni tipo di ordine diverso dai suoi affari personali. Americani che gli stanno togliendo il consenso solo ora che lui ha fatto la cosa più giusta o meno sbagliata: un attacco vero, non un’esercitazione, con gli israeliani alla Monarchia -altro che Repubblica- islamica, o islamista, di tagliagole e di fomentatori dei terrorismi che insanguinano il mondo.

Il tentativo di Marina Berlusconi di spersonalizzare la riforma

Marina Berlusconi, 60 anni da compiere in agosto, è la sorella maggiore, ma in tutti i sensi, non solo anagrafici, di Pier Silvio, 56 anni da compiere il mese prossimo. Ha più fiuto politico dell’altro, più consapevolezza dell’opportunità dei tempi e dei contenuti degli interventi in politica. Diciamo pure, con la consapevolezza dei limiti del campo che sto per indicare o adottare, è più a sinistra del fratello. E penso, per come e quanto abbia avuto occasione di conoscerlo e frequentarlo, più in linea col padre, finito nel tritacarne della politica più a destra di quanto non meritasse, anche con quella sua quasi maniacale abitudine, prima da imprenditore e poi da politico, di vedere comunismo e comunisti anche dove non c’erano più, nè il primo e né il secondo, dopo la caduta del muro di Berlino e la trasformazione del Pci in Pds, Ds e infine Pd. Lui stesso del resto ne parlava ma alla fine sorridendovi, se non ridendovi sopra, smaltito il furore iniziale dello sfogo per qualcosa che da quelle parti gli avevano appena fatto o detto.

       D’altronde, del post-comunista Massimo D’Alema –alimentando la leggenda del “Dalemoni” confezionata dall’indimenticabile Giampaolo Pansa-   il Cavaliere di Arcore era arrivato non dico a perorare ma a farsi pacere anche una candidatura al Quirinale. D’altronde, lo aveva già preferito ad altri della sinistra alla presidenza della più famosa, forse, fra le commissioni bicamerali per le riforme costituzionali. Il progetto quirinalizio di “Dalemoni” non andò in porto per la paura dell’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi di rimanerne schiacciato. E decollò la candidatura di Sergio Mattarella.

       Col tempismo e l’astuzia professionali di un politico di lungo corso, non improvvisato, Marina Berlusconi ha scritto non al solito -per lei- Corriere della Sera ma all’insolita Repubblica di carta una lettera a favore del si referendario alla riforma costituzionale della magistratura cercando di svelenire la campagna elettorale. Condotta da molti, a sinistra, ma un po’ anche nell’’area dell’ormai fantomatico centro, demonizzando la riforma come un lascito del compianto fondatore di Forza Italia, ancor più di Licio Gelli e della loggia massonica speciale creata come una consorteria di affari, forse anche di trame più o meno eversive. Un tentativo, questo, di una quasi sberlusconizzazione della riforma della magistratura compiuto anche dal favorevole, favorevolissimo Antonio Di Pietro, sempre ruspante nel linguaggio e nella mimica.

       In un contesto di astuzia e serenità di visione e discussione la Repubblica di carta scelta da Marina Berlusconi, ha opposto un commento non del direttore destinatario della lettera, come forse sarebbe stato opportuno per ragioni non foss’altro di cavalleria, ma dell’esperto giudiziario Carlo Bonini, a dir poco, liquidatorio. Che potrebbe tuttavia ritorcersi contro il no referendario, già incorso in gravi infortuni maneggiando morti o manifesti menzogneri che hanno creato disagi anche nell’associazione nazionale delle toghe.

“La Repubblica– ha scritto Bonini rispondendo a Marina Berlusconi- ha con coerenza, convinzione e necessaria durezza avversato ieri il disegno politico di suo padre e si oppone oggi alla riforma costituzionale che di quel disegno è il compimento”. La Repubblica di carta al netto -direi senza perfidia ma per dovere di cronaca e rappresentazione- di qualche firma anche famosa che non ha scambiato la magistratura associata, e contraria alla riforma sotto procedura referendaria, per una divinità. 

Pubblicato sul Dubbio

L’ossimoro dell’Iran islamista: una monarchia sanguinaria travestita da repubblica

       Con o senza l’aiuto italiano annunciato da Trump mettendo nei pasticci Giorgia Meloni, attestatasi a Roma nello scontro con le opposizioni sulla formula del né né, cioè nè a favore né contro, né dentro né fuori, la guerra condotta da americani e israeliani ha messo impietosamente a nudo l’ossimoro che è diventato l’Iran. E che fa un paese semplicemente indifendibile.

       Quella instaurata nel 1979 con l’aiuto purtroppo anche dell’occidente, specie della Francia dove l’ayatollah Komeini aveva potuto preparare fra preghiere e incontri  la rivolta contro lo scià, è una falsa -clamorosamente falsa- Repubblica islamica, come continua a proclamarsi sotto le bombe. Non è una Repubblica ma una Monarchia, con la maiuscola dell’altra, islamica. Nella quale il successore di un ayatollah ucciso, abbattuto e quant’altro da non so quante tonnellate di esplosivo scoppiategli in quella specie di fortezza dove si era rinchiuso, è il figlio prediletto Moitaba.  Scelto e proclamato con le procedure che hanno retto anche alla guerra. Egli potrebbe avere i giorni meno contati di quelli assegnatigli da Trump alla Casa Bianca e da Nethanyau in Israele. Giorni che il nuovo re islamico impiegherà nel solito modo del padre, ammazzando gli oppositori interni, reali o solo presunti, senza neppure seppellirli nelle fosse.

       Questo è l’Iran difeso in Occidente in nome del diritto internazionale sfacciatamente invocato anche da chi in terra iraniana ne fa scempio di giorno e di notte.

La zizzania seminata nella campagna referendaria sulla magistratura

       Ogni tanto si è affacciata, anzi si è intrufolata nella campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura la vecchia abitudine di cercare di dividere i fronti -tanto del sì, debbo dire, quanto del no- seminando zizzania. Tentando, per esempio, da parte del no contro il sì di raccontare, rappresentare e quant’altro la premier Giorgia Meloni infastidita per i toni troppo forti, contro i magistrati, del ministro della Giustizia Carlo Nordio, spintosi a prometterne “una al giorno” sino al 21 marzo, quando dovrà calare il silenzio alla vigilia del voto. E anche il ministro dovrà tacere.

       In questa rappresentazione retroscenista è stato coinvolto anche il principale sottosegretario di Palazzo Chigi, Alfredo Mantovano, segretario del Consiglio dei Ministri e delegato ad occuparsi dei servizi segreti.

       Si è persino vociferato o retroscenato, se si può dire così, di un certo fastidio procurato a Mantovano dal ricorso troppo frequente di Nordio ai voli di Stato – di cui il sottosegretario si occupa per le competenze della delega sui servizi- per spostarsi come una trottola in Italia senza mancare a convegni, confronti e quant’altro sulla sua riforma della magistratura.

       Su questo intreccio di sospetti e veleni lo stesso giornale che più se n’è alimentato, naturalmente Il Fatto Quotidiano, ha finito per buttare una secchiata d’acqua raccontando di un’operazione condotta a quattro mani e piedi da Nordio e Mantovano, in ordine di gradi, per la conquista, il controllo e quant’altro della scuola superiore della magistratura in scadenza di presidenza per l’esaurimento del mandato affidato alla presidente emerita della Corte Costituzionale Silvana Sciarra. Nordio e Mantovano, sì proprio loro, col consenso ragionevolmente prevedibile della premier, hanno predisposto le cose per consegnare la scuola -ripeto- superiore della magistratura al fidato professore Mauro Paladini, conterraneo e amico del sottosegretario. Un presidente, il Paladini, che Il Fatto ritiene destinato a “educare in modo orientato”, a destra naturalmente, i magistrati allievi della scuola: orientato a destra -ripeto- qualunque sarà l’esito del referendum sulla riforma della magistratura finalizzata alla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, al doppio Consiglio Superiore e all’ala Corte disciplinare, sottratti col sorteggio al controllo ferreo e clientelare delle correnti dell’associazione nazionale delle toghe. Che è un organismo privato, non istituzionale come il Consiglio Superiore della Magistratura, di cui praticamente dispone da tempo perla prevalenza che hanno i togati sui laici, cioè sui non togati.

La mimosa negata alla premier Giorgia Meloni da Travaglio e soci

Oggi è il giorno delle mimose con le quali si festeggia la donna, in assoluto. Ma per il solito Fatto Quotidiano di Marco Travaglio e del suo vignettista Riccardo Mannelli ci sono donne e donne. Si sono chiesti o hanno chiesto ai lettori “se questa è una donna” sotto una Giorgia Meloni corrucciata -bontà loro, verrebbe voglia di dire, anziché giuliva-  su uno sfondo di guerra.

       A ispirare vignettista e committente è stato probabilmente il anche il presidente americano Donald Trump che, parlando dell’Iran bombardato insieme con gli israeliani, ha detto che “l’Italia cerca sempre di aiutare”. L’Italia, appunto, della Meloni per la quale Trump ha notoriamente una specie di debole, un rapporto preferenziale, tradotto politicamente dalle opposizioni in Italia in “sudditanza”, servilismo e simili. Niente mimose quindi alla premier, tanto dopo che ha compiuto i 49 anni avvicinandosi ai 50 costituzionalmente necessari per aspirare anche al Quirinale, trasferendovisi magari da Palazzo Chigi per la prima volta nella storia delle corse al vertice dello Stato, succedendo nel 2029 a Sergio Mattarella. Ormai la leader della destra italiana ci ha preso gusto alle prime volte. E questo la rende ancora più antipatica a chi le si oppone e vive con insofferenza la sua “stabilità”, pur quanto apprezzata all’estero. Dove erano abituati, fra prima e anche seconda Repubblica, a non trovare lo stesso presidente del Consiglio italiano tra un vertice internazionale e l’altro.

       Al netto degli errori che può compiere come qualsiasi mortale, compreso il Papa che ormai rifiuta l’infallibilità assegnatagli un tempo, la Meloni è una donna, carissimi Mannelli e Travaglio, in ordine alfabetico. Bisogna che vi rassegniate, comunque vada persino il referendum del 22 marzo sulla riforma costituzionale della magistratura.

I quattro vagoni del convoglio referendario sui binari della riforma della magistratura

Immagino il treno referendario, in corsa verso la stazione del 22 marzo, composto di quattro vagoni.

       Nel primo sono curiosamente saliti, più numerosi di tutti, quelli che all’arrivo non scenderanno neppure dal convoglio. Vi rimarranno in attesa che il treno riparta per chissà quale altra destinazione. Sono naturalmente gli astensionisti. Quelli che hanno perduto la voglia, l’interesse e quant’altro di votare, su qualsiasi cosa. Un vagone nel quale di recente Walter Veltroni, rubando il mestiere al vecchio rabdomante della società civile Giuseppe De Rita, ha intravisto più moderati che radicalizzati, non potendo fare alla buonanima di Marco Pannella il torto di chiamarli radicali.

Con tanti moderati renitenti al voto sarebbe quindi messa molto male l’Italia governata dal centrodestra e, per la prima volta, da una donna. Contro la quale le prevenzioni sono cresciute da quando i retroscena, più delle cronache, l’hanno iscritta d’ufficio alla prossima edizione della corsa al Quirinale, alla quale arriverà, nel 2029, a 52 anni di età: due in più del minimo imposto dalla Costituzione.

       Nel secondo vagone del convoglio referendario viaggiano proprio la Meloni, il suo ministro della Giustizia Carlo Nordio e i sostenitori più convinti della riforma della magistratura, proposta del resto dal governo, e della necessità di approvarla per consentirne poi la rapida applicazione, visto che il Guardasigilli è già all’opera per predisporre i decreti delegati. In tempo per il rinnovo del Consiglio Superiore della Magistratura, ma sdoppiato come le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri. E per la formazione dell’alta Corte disciplinare. Dove i magistrati che vi finiranno per incompatibilità ambientale ed altro potranno finalmente fare i conti con i giudici, non con le loro correnti. E guai, sinora, a che non ne ha avute alle spalle o di lato. Rimando, nell’occasione, alla vicenda già ricordata qui del giudice Guido Salvini, abbastanza noto ma uscito assolto dal procedimento, avviato da colleghi della Procura di Milano, dopo sette anni, e a carriera bloccata.

       Nel terzo vagone viaggiano gli ostili alla riforma, smaniosi di votare no e di lasciare le cose come stanno. Smaniosi e convinti che il marcio non sia nella magistratura, o parte di essa, ma nel governo di turno che cerca di ristabilire un ragionevole equilibrio nei rapporti fra giustizia e politica dopo il “brusco cambiamento” intervenuto una trentina d’anni fa. Fu chiamato così al Quirinale dall’ancora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Che ne provò poi sulla propria pelle gli effetti rischiando il coinvolgimento nel processo sulla presunta trattativa fra Stato e mafia nella stagione delle stragi.  Egli ricorse alla Corte Costituzionale per farsi togliere le mani di dosso.

       Nella quarta carrozza del convoglio referendario viaggiano i sostenitori del no loro malgrado, diciamo così. Oppositori non del contenuto della riforma ma del governo proponente. Che, già “autocratico” di suo, diventerebbe peggio che fascista se vincesse. Viaggia in questa carrozza, volente o nolente, anche il mio amico Paolo Cirino Pomicino, un po’ masochisticamente soddisfatto dei tanti anni trascorsi da imputato di Tangentopoli e dintorni., dopo quelli passati andreottianamente al governo e nella maggioranza.

       Già quando era imputato, prima di uscire dai processi prevalentemente assolto o prescritto, Paolo aveva designato come oratore ai suoi funerali, fortunatamente mancati più volte, il magistrato simbolo di quella spietata stagione: Antonio Di Pietro, che aveva accettato, sino a correre una volta al suo capezzale, in un ospedale romano. Ora Di Pietro, non più magistrato, e neppure politico, ma avvocato dopo avere provato anche l’esperienza di imputato nei tribunali, è fortemente, energeticamente per il sì, nel so inconfondibile stile. Temo che egli abbia perduto anche il mandato di orazione funebre del sempre vivo Paolo, sulla strada giocosa dei suoi 87 anni.

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Droni cadono anche sulla campagna referendaria in Italia a due settimane dal voto

       Droni dal golfo persico finiscono in qualche modo anche sulla campagna referendaria in corso in Italia sulla riforma costituzionale della magistratura. La guerra in Iran e quelle che vi sono collegate, persino in Ucraina, dove i droni iraniani sono largamente usati dai russi nella loro ostinata “operazioni speciale” cominciata nel 2022, hanno quanto meno distratto l’attenzione dal voto referendario italiano. E minore attenzione può equivalere a minore affluenza alle urne. Che, a sua volta, può favorire il fronte del no, dipendendo il sì, secondo quasi tutti i sondaggi da oggi non più pubblicabili, da un’alta partecipazione, almeno dal 50 per cento in su. Che pure è solo la metà dell’affluenza alle urne degli aventi diritto al voto. Neppure sufficiente, dovendo essere la metà più uno, a rendere valido il risultato di un referendum abrogativo di legge ordinaria, o parte di essa. Quello invece su una legge o costituzionale è senza quorum, bastando un voto in più per fare prevalere uno schieramento sull’altro, di qualsiasi dimensione finisca per rivelarsi l’elettorato.

       I signornò naturalmente fanno affidamento su quel “fantasma” del referendum che Massimo Franco definisce l’astensionismo sul Corriere della Sera. Vi fanno affidamento anche per riparare agli inconvenienti in cui sono incorsi dando dei criminali a quanti fanno propaganda per il sì o attribuendo idee e interviste false di morti eccellenti che non possono smentire direttamente. E la cui credibilità neppure dipende più di tanto dall’autorevolezza di chi ne difende e propone idee favorevoli alla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, ai rispettivi Consigli superiori e ad un’Alta Corte disciplinare. Dove non possa ripetersi il caso del giudice Guido Salvini, di Milano. Che, non iscritto all’associazione nazionale dei magistrati e a qualcuna delle sue correnti, ha impiegato sette anni, e la durata di due Consigli cosiddetti superiori, per essere assolto da una cervellotica “incompatibilità ambientale” contestatagli dalla Procura della Repubblica di Milano. Di che cosa vogliamo ancora parlare, signornò referendari, togati e laici? Noti e meno noti. Compreso l’apparentemente irreprensibile Gherardo Colombo, già sostituto procuratore proprio a Milano, che il caso Salvini dovrebbe ricordarselo bene. E che comunque ha dovuto appena fare i conti in televisione con l’ex collega Antonio Di Pietro. Per il quale il tempo non è passato invano, essendo oggi tra i più loquaci e scomodi sostenitori del sì referendario. Non lo mette a tacere neppure la paura di un drone…..

Walter Veltroni non cede alla tentazione referendaria del sì alla riforma della magistratura

E’ durata una decina di giorni, non di più, la tentazione del sì referendario alla riforma costituzionale della magistratura avvertita, almeno da me, in un editoriale di Walter Veltroni sul Corriere della Sera. Dove il primo segretario del Pd, in qualche modo restituito o tornato al giornalismo, al cinema e alla televisione dopo le amarezze procurategli dalla politica, aveva lamentato “l’estremismo quotidiano” della politica, appunto, che si era esteso anche alla campagna referendaria. Un estremismo- scrisse il 20 febbraio- da “asilo infantile di chi usa il governo come un santino o l’effige del demonio”. Un diavolo deciso, nel caso della riforma approvate dalle Camere, a togliere alla magistratura l’autonomia e l’indipendenza pur confermate a parole nel testo modificato dell’articolo 104 della Costituzione.

       E’ durata, dicevo, la tentazione veltroniana del sì una decina di giorni perché, intervistato dalla Repubblica di carta, forse reduce dalla festa dei 90 anni di Achille Occhetto, alla quale non era  mancato con amici e compagni di una vita, egli ha voluto soddisfare a sorpresa, almeno -ripeto, per me,  la curiosità di Stefano Cappellini su come voterà il 22 marzo. “Quando si cambiano -ha detto- sette articoli della Costituzione non si può uscire dal Consiglio dei Ministri dicendo che il testo è blindato. La Costituzione si cambia insieme, dialogando. Siccome in questa scelta e nella campagna elettorale si vede un’ispirazione di tipo più autocratico che democratico, io voterò no”. No e basta, senza alcuna concessione a quell’intercalare famoso del “ma anche” cui Veltroni ci aveva abituati da politico. Un no come quello, fra gli altri, di Massimo D’Alema e di Elly Schlein, in ordine alfabetico.

       Pur restituito, ripeto, al giornalismo, Veltroni ha seguito la vicenda preparatoria e parlamentare della riforma costituzionale della magistratura senza accorgersi dello sciopero, non del dialogo e del confronto, opposto dall’associazione nazionale dei magistrati, fresca di ricambio direttivo, e sostenuto, nella difesa di principi e abitudini “non negoziabili”, anche dai partiti solitamente schiacciati sulle sue posizioni. A quel punto o il governo rinunciava, come forse avrebbe voluto anche Veltroni, o andava avanti nel dovere, oltre che nel diritto, di realizzare un programma condiviso dalla maggioranza degli elettori nel voto di rinnovo delle Camere, nel 2022. O no? Tertium non datur, dicevano i latini, non i barbari.

       Del resto, anche la sinistra -questo almeno Veltroni dovrebbe ricordarselo perché era ancor totus politicus– ha modificato la Costituzione con la forza della sua maggioranza, facendo peraltro tanti danni ai rapporti fra lo Stato e le regioni da pentirsene. E da tentare inutilmente di porvi poi rimedio. E tutto solo per inseguire un’alleanza, mancata, con i leghisti ancora di Umberto Bossi. O sottrarli alla tentazione di ripristinare quella con Silvio Berlusconi che essi avevano interrotto fra le sollecitazioni, confessate poi dallo stesso Bossi, dell’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.

       Nella già citata intervista a Repubblica, prima di annunciare il suo no referendario, Veltroni ha detto, fra l’altro, che “nei suoi momenti migliori la sinistra è sempre stata un impasto di riformismo e radicalità. Ha vinto quando è stata in grado di suscitare -ha detto- un sogno e di corrispondere a questo sogno con decisioni radicali ma realistiche”.

Mi chiedo se possa essere considerato di un radicalismo realistico, che è un po’ un ossimoro, il confermato appiattimento della sinistra neppure tanto alla magistratura, composta anche da giudici e pubblici ministeri per niente contrari alla separazione delle loro carriere, ma ad un’associazione  correntizia  e “privata”, come la chiamano Claudio Martelli e Antonio Di Pietro in un’assonanza che dovrebbe pur dire qualcosa anche a Veltroni.

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Le affinità a sorpresa di D’Alema e Veltroni sul fronte del no

Anche Walter Veltroni – tu quoque- ha dunque deciso di votare no alla riforma costituzionale della magistratura nel referendum del 22 marzo.  Lo ha annunciato a Repubblica alla fine di un’intervista spiegando a Stefano Cappellini:  “Quando si cambiano sette articoli della Costituzione non si può uscire dal Consiglio dei ministri dicendo che il testo è blindato. La Costituzione si cambia insieme, dialogando. Siccome in questa scelta e nella campagna elettorale -ha detto- si vede un’ispirazione di tipo più autocratico che democratico, io voterò no”.

       E’ un po’ lo stesso discorso, o ragionamento, fatto di recente da Massimo D’Alema – col quale Veltroni si è trovato spesso in dissenso quando praticava la politica a tempi pieno o totalizzante- all’assorto Corrado Augias nella torre televisiva di Babele, su la 7. Un discorso o ragionamento da anni piuttosto lontani -Sessanta del secolo scorso- dell’”arco costituzionale” steso nella Dc da Ciriaco De Mita per chiudere la porta alla destra missina e socchiuderla al Pci pur arroccatosi nell’opposizione al centro-sinistra, ancora col trattino. Un arco oggi un po’ d’antiquariato perché tutti, ma proprio tutti i partiti che si intestarono la Costituzione finalmente repubblicana sono morti. Alcuni nemmeno di morte naturale, se pensiamo a quelli suicidatisi nella pratica del finanziamento illegale o decapitati dalla magistratura della stagione delle “mani pulite”.

       A parte tuttavia l’antiquariato dell’arco costituzionale di De Mita, la sinistra referendaria del no alla riforma costituziomale della magistratura. a carriere separate fra giudici e pubblici ministri e tutto il resto, è coerente solo con l’errore commesso da Veltroni  nel 2008 come primo segretario del Pd, fondato l’anno prima. L’errore, in particolare, di preferire Antonio Di Pietro a Marco Pannella nell’apparentamento elettorale. Il Di Pietro oggi autocritico e  favorevole alla riforma della magistratura  ma allora in politica col credito guadagnatosi come sostituto procuratore simbolo delle già ricordate “mani pulite”, che faceva “sognare” le folle   per le manette che le sue indagini procuravano ai politici non disposti a sottrarvisi confessando anche più di quanto non avessero fatto coi loro corruttori.

       Quella decisione di Veltroni di apparentarsi elettoralmente, ripeto, più col Di Pietro ancora giustizialista che con Pannella precluse al Pd i voti di cui aveva bisogno per diventare davvero maggioritario, come il segretario voleva. Voti fra i quali, per quel poco che valeva e vale, anche il mio. Voti che la sinistra probabilmente continuerà  a mancare col no referendario condiviso da Veltroni. Che pure avrei personalmente trovato in migliori condizioni con i tanti compagni o ex compagni schieratisi sul fronte del sì: dal presidente emerito della Corte Costituzionale Augusto Barbera all’ex ministro Cesare Salvi e a Claudio Petruccioli. Dei sì che non so quanto potranno resistere, e rimanere nel Pd, se dovesse vincere il fronte del no col conseguente rafforzamento dei vincoli fra la sinistra e la magistratura associata, diversa da quella più vasta che difende la sua autonomia e differenza dalle correnti pseudo-sindacali.

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