La corsa del ministro Crosetto alle scuse per la trasferta personale a Dubai

       Al posto delle dimissioni reclamate a gran voce dalle opposizioni, nel processo mediatico e politico svoltosi col solito rito sommario, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha chiesto pubbliche scuse per il suo sfortunato viaggio a Dubai. Dove, raggiunti i familiari che già vi si trovavano, è stato sorpreso dal blocco dei voli seguìto alla guerra in Iran scatenata da americani e israeliani per interromperne i progetti nucleari di armamento. Nonché la protezione ad ogni sorta di terrorismo in Medio Oriente, e altrove.

       Il ministro ha dovuto rientrare a Roma con un volo di Stato appositamente organizzato in aeroporto omanita, lasciando sul posto i familiari, che forse avrebbero pure avuto il diritto di seguirlo per una parentela ancora legale in Italia. Ma essi hanno dovuto subire i danni collaterali, diciamo così, della demagogia. Da cui lo stesso Crosetto peraltro ha cercato di difendersi pagando di tasca propria, e di sua iniziativa, prima ancora di chiedere pubbliche scuse, il volo di Stato con una tariffa tripla rispetto a quella applicata per eventuali ospiti.

       Naturalmente le scuse del ministro della Difesa sono servite a poco, o nulla, essendo le dimissioni quelle reclamate dagli oppositori. Di quelle scuse, molto personalmente, non condivido il destinatario. Che non doveva e non deve essere il solito tribunale speciale e mediatico allestito contro di lui, senza neppure uno straccio di sorteggio, ma la sua famiglia. Lasciata sul posto, sia pure per una giornata soltanto, o quasi, e aggredita a distanza dalle opposizioni in Italia raccontandone di tutti i colori.  

Eppure lo chiamano ancora Consiglio…superiore della magistratura

Per certi versi ciò che fu in Sicilia Giovanni Falcone nelle indagini e nella lotta alla mafia, dovendosi guardare spesso più dai colleghi magistrati che dai mafiosi, riusciti comunque ad ammazzarlo ad ammazzarlo nella strage di Capaci, è stato a Milano Guido Salvini nelle indagini e nella lotta al terrorismo, per fortuna sopravvivendo come piccione al tiro dei suoi cosiddetti colleghi. E raccontando la sua esperienza in un libro intitolato proprio “Il tiro al piccione”, che meriterebbe di essere letto da quanti temono, addirittura, per la sorte del Consiglio Superiore della Magistratura e della disciplina interna, o domestica, delle toghe. Non sanno davvero, poveretti, di che cosa parlano, caduti nella trappola della campagna del no.

       Guido Salvini si occupava, dicevo, di terrorismo e finì nel mirino, più che dei terroristi, della Procura della Repubblica di Milano. Dove  qualcuno, gonfio del successo popolare delle indagini sul finanziamento illegale dei partiti, improvvisamente scoperto dopo anni di disattenzione, chiamiamola così, cominciò a non gradire il credito che per altri versi, senza clamori e forzature, si guadagnava il giudice Salvini. Contro il quale il Corriere della Sera si prestò a pubblicare l’’intervista del procuratore aggiunto Ferdinando Pomarici in qualche modo propedeutica ad un procedimento contro di lui presso il Consiglio superiore della magistratura per incompatibilità ambientale, finalizzato a destinarlo in chissà quale altra sede, sradicandolo dalla sua vita e dal suo lavoro.

       Ebbene, quel procedimento gestito non da uno ma da due Consigli Superiori della Magistratura succedutisi senza che il primo fosse riuscito a concluderlo, durò sette anni. E si concluse naturalmente con l’assoluzione, senza che Salvini ricevesse poi le scuse da nessuno. Dico: nessuno.  Eppure egli aveva subìto un blocco della carriera, pur in un sistema in cui una promozione per anzianità non si nega a nessuno, e una guerra di nervi, a dir poco, derivata dall’ambiente, diciamo così, in cui doveva muoversi fra alberghi romani e uffici e sale del Consiglio di autogoverno della magistratura. Il suo primo handicap, oltre all’invidia e simili non rari fra colleghi,, era quello di non avere mai fatto parte “per ragioni di indipendenza e di dignità personale, di alcuna corrente organizzata della magistratura”, come si legge nella terza pagina di copertina del suo libro autobiografico. Era quindi finito nel posto sbagliato, in una specie di tribunale speciale dove la corrente valeva più di qualsiasi avvocato e ragione di difesa.

       “Devi difenderti di giorno, acquisire gli atti che dovrebbero acquisire loro, riempire pacchi di carte con le tue difese al Csm, spedirle a Roma e poi essere interrogato dinanzi a quell’emiciclo. Ci pensi di motte”, racconta al presente Salvini la sua esperienza di magistrato accusato, fra l’altro, di avere avuto rapporti indebiti con i servizi segreti. “Il Csm -racconta ancora impietosamente Salvini- non è in grado o finge di non capire che rapportandomi senza inutile e plateale aggressività con il generale Sergio Siracusa, un ufficiale perbene, allora direttore del Sismi, ero riuscito per la prima volta, dopo le collusioni e i depistaggi dei decenni passati, a convincere il Servizio ad aprire i suoi archivi e a fornire molti contributi decisivi per le indagini”, ad  esempio, sulla strage di Brescia. Ma era l’indagine su un’altra strage, quella di Piazza Fontana, che si pretendeva segretamente di fargli lasciare, gli fu confidato da un collega non allineato della Procura di Milano.

       “Quando sei sottoposto per anni a un procedimento di incompatibilità ambientale -racconta ancora Guido Salvini- diventi un paria, un intoccabile” nel senso di appestato. “Nei corridoi i colleghi ti scansano o, quando proprio non possono, preferiscono far finta di niente. Più ancora della cattiveria di chi fa parte dell’apparato, in magistratura vige la viltà, è un costume diffuso. Del resto, ogni autocrazia si fonda sulla vigliaccheria della maggioranza”.

       Una “autocrazia”, appunto. E’ questa che per me è finalmente in gioco nel referendum del 22 marzo, difesa dal fronte del no alla riforma.

Pubblicato sul Dubbio

Piccoli ayatollah crescono in Italia esercitandosi contro Crosetto

Ne hanno appena ammazzato uno in Iran, che dipendeva da lui, dai suoi ordini, dai suoi umori e naturalmente dalle sue preghiere più o meno d’ufficio.  Si tratta naturalmente di Alì Khamenei, ucciso nella sua residenza a Teheran, distrutta dagli israeliani grazie a informazioni americane nella guerra fra le più annunciate per la dovizia dei preparativi, anche o soprattutto americani, diffusi a mezzo stampa, come gli avvisi di garanzia in Italia.  La più grande disfatta, credo, dei servizi segreti, peraltro compiaciuti di se stessi per avere fatto il loro dovere di tradirsi, essendo state queste le istruzioni o gli ordini ricevuti dall’alto, o dall’altissimo. Una rinuncia alla riservatezza dettata dalla speranza che l’altra parte rinsavisse e si risparmiasse il peggio.

       Kamenei, che nella lotta al Satana americano e, più in generale, occidentale aveva voluto riscattarsi dalle compromissioni del suo predecessore Khomeini abbandonatosi in traffici d’armi con gli Stati Uniti di Reagan, ha avuto -scusate la franchezza- la fine che meritava dopo le repressioni sanguinose non solo del dissenso, ma semplicemente di chi gli capitava, diciamo così, a tiro. O  indossava indumenti non graditi alle sue guardie, manutengole della rivoluzione islamica. Spero, personalmente, che ci venga risparmiato il solito spettacolo, purtroppo, di un successore peggiore di lui.

       Ma ancor più delle successioni ayatollesche nel lontano Iran, a dispetto delle scommesse, aspettative e quant’altro del presidente americano, mi infastidiscono, a dir poco, i piccoli aytollah che crescono da noi, in Italia. Pronti allo sciacallaggio.  E ad alzare patiboli coi loro processi politici e mediatici, senza le lungaggini e le sorprese, qualche volta, dei processi ordinari, nei tribunali. Compresi i tribunali dei ministri per i quali è ancora previsto il preventivo passaggio parlamentare.

       Ha saltato tribunale dei ministri e Parlamento il titolare della Difesa Guido Crosetto salendo direttamente sul patibolo mediatico e politico per essersi lasciato sorprendere a Dubai, dove aveva raggiunto la famiglia, dalla guerra in Iran e dai suoi effetti collaterali. Tre volte colpevole: di essere andato a Dubai, appunto, sia pure a spese sue, di non avere saputo informarsi bene della situazione militare in Medio Oriente, nonostante i pubblici preparativi di guerra, e di ininfluenza internazionale,  insieme con la premier e collega di partito  Giorgia Meloni, per non avere ricevuto adeguate e tempestive informazioni né dagli americani né dagli israeliani, diversamente da quanto sarebbe accaduto col governo tedesco.

       Quando lo sventurato ministro Crosetto ha cercato di difendersi dagli attacchi e dalle insinuazioni, ha peggiorato la situazione, sommerso anche dal sarcasmo degli avversari. Prima di salire, senza la famiglia rimasta a Dubai, sull’aereo di Stato mandatogli da Roma per accelerarne e proteggerne il ritorno egli ha annunciato e disposto un bonifico bancario pari a tre volte la tariffa applicata agli ospiti di questo tipo di voli? Roba da “qualche migliaio di euro”, gli ha rimproverato o rinfacciato, scrivendo di “cortocircuito di Stato”, il giornale Domani. Che ha preso nel cuore del suo editore Carlo De Benedetti il posto della Repubblica di carta svenduta secondo lui, dai figli al nipote più graduato di Gianni Agnelli, peraltro stancatosi relativamente presto dell’acquisto, ora che sta vendendo a sua volta ad un armatore greco il quotidiano fondato 50 anni da Eugenio Scalfari.

       Allo spettacolo del patibolo non sono mancati neppure accessori di perfidia, come l’informazione retroscenista  vantata senza alcuna prova di una perdita della fiducia della premier al  dal ministro col cappio al collo. E questa sarebbe opposizione. Poi si lamentano, i signornò, della fuga dei loro per fare aumentare l’astensionismo, se non per passare direttamente dall’altra parte.

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Polveri di stelle anche nel fronte referendario del no presidiato da Conte

       Con tutto quello che c’era da stampare, fra cronache di guerra, finalissima canora di Sanremo e campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura, era finita ieri sul Corriere della in fondo alla 21.ma pagina, con un titolo a una colonna come per le minori, la notizia della conferma a presunta stragrande maggioranza, da parte dei militanti delle 5 Stelle, dei sei vice presidenti dell’omonimo movimento selezionati e nominati da Giuseppe Conte. Sono Paola Taverna, vicaria, Michele Gubitosa, Mario Turco, Stefano Patuanelli e Vittoria Baldino, nell’ordine non alfabetico voluto anch’esso dall’onnipotente presidente.

       Ma la stragrande maggioranza raccolta dai sei, e dallo stesso Conte, dei 20.685 votanti, dei quali solo 1246 contrari, compresi i 3 che hanno votato deliberatamente a vuoto vanificando la validità del pronunciamento, è una balla clamorosa. I quasi 22 mila votanti hanno rappresentato solo il 21,3 per cento dell’affluenza al voto, cui si sono sottratti 82.296 aventi diritto.

       Eppure da quelle parti, come anche dalle attigue del fantomatico campo largo dell’alternativa al centrodestra, di cui Conte contende alla segretaria del Pd Elly Schlein chiavi e quant’altro, stanno sempre lì a contestare la scarsa rappresentatività della premier, e del suo governo, per via di un’affluenza alle urne di poco superiore al 60 per cento nel rinnovo delle Camere del 2022.. Ce ne vuole, di coraggio, cioè di sfrontatezza, per avventurarsi in queste polemiche.

       Fra tutti i partiti della improbabile alternativa, per quanto ambizioso nei propositi e nei progetti del suo presidente, che si considera ancora scalzato da Palazzo Chigi con un colpo di palazzo, se non di Stato, il Movimento 5 Stelle è quello -penso- messo peggio nel rapporto con la sua presunta militanza. E col suo elettorato più che dimezzato rispetto ai tempi più fantasiosi e pur caotici, credo, di Beppe Grillo. Più che dimezzato, esso  forse è anche  fra i più divisi nell’area del no referendario sulla riforma costituzionale della magistratura: più diviso ancora dell’elettorato del Pd, dove pure c’è una parte favorevole venuta alla luce e composta da esponenti di rilievo. Ho la sensazione, maturata anche leggendo qualche cronaca o retroscena del movimento, che sotto le 5 stelle, o le loro polveri, prevarrà l’astensionismo nel referendum ormai vicino come nelle votazioni fra i militanti per la conferma dei vertici. Un astensionismo referendario clamorosamente a dispetto del no propagandato dai magistrati di grido, diciamo così, arruolati nelle liste delle ultime elezioni da Conte come Federico Cafiero de Raho e Roberto Scarpinato. Che rimarranno così ancora più delusi della loro esperienza politica, dopo i guai che vivono nella commissione parlamentare antimafia, di cui de Raho è addirittura vice presidente coinvolto da una relazione sui dossieraggi eseguiti nella omonima procura nazionale

La Meloni interviene nella campagna referendaria in soccorso, ma vero, dei magistrati

       A 21 giorni dal voto sulla riforma costituzionale della magistratura la campagna referendaria è stata un pò sommersa, fra paura e allegria, dalle cronache della guerra in Medio Oriente, con l’attacco di americani e israeliani all’Iran, di cui è stato abbattuto il despota fanatico Khamenei, e quelle del festival canoro di Sanremo finalmente conclusosi, col relativo sequestro dei palinsesti televisivi della Rai.

Ma, per quanto sommersa da altri e opposti avvenimenti, la campagna referendaria ha segnato un intervento della premier in persona Giorgia Meloni. Che ha così accolto le sollecitazioni giuntele dall’interno della maggioranza e del governo a impegnarsi di più sul fronte del sì minacciato di sorpasso dal fronte del no.

       “Sarebbe un peccato- ha detto la presidente del Consiglio a Bloomberg-se non vincessero i si. Ma invece penso che accadrà”. Cioè che a vincere saranno i sì. A vantaggio non tanto del governo-  che ha promosso la riforma anche per riequilibrare i rapporti fra giustizia e politica -perché no?- alterati “bruscamente”  da una trentima d’anni con tanto di certificazione, a suo tempo, del presidente della Repubblica e del Consiglio Superiore della Magistratura Giorgio Napolitano- quanto degli stessi magistrati. “Vogliano un sistema della giustizia  -ha spiegato la Meloni- nel quale quando un giudice vale non ha bisogno di andare a chiedere il permesso alla corrente per fare carriera”.  Se ne ha una di appartenenza, fra quelle che alimentano l’associazione nazionale dei magistrati e condizionano il Consiglio Superiore. Sennò, quel giudice si appende al classico tram.

Il penultimo Trump, che vuole bene agli europei minacciati dall’Iran dell’abbattuto Khamenei

       Donald Trump, il presidente americano, è dunque tornato a voler bene, diciamo così, a noi europei, motivando la guerra all’Iran con la volontà e necessità di difendere anche l’Europa minacciata dai progetti nucleari e, già adesso, dai missili puntati puntare contro il vecchio continente.   Come aveva fatto una volta con gli SS 20 l’Unione Sovietica imponendo alla Nato un riarmo che fu fatale a Mosca per gli effetti economici di una costosissima rincorsa militare, dalla quale fu travolta prima ancora che dai Cruise installati anche in Sicilia.

       Speriamo che, con tutte le sue uscite precedenti contro l’Europa, Trump non ci faccia risultare ancora più antipatici ai suoi elettori, che potrebbero non gradire adesso l’attenzione, le premure e quant’altro di un presidente pronto anche a subire perdite di vite americane in Medio Oriente per combattere il comune nemico, cogliendo come primo successo la morte di Khamenei, “l’uomo tra i più malvagi del mondo”, sotto le macerie di casa.

       A parte il giustificatissimo sollievo per la scomparsa di questo fanatico e sanguinario despota, ormai il mondo è stato messo così sottosopra, direbbe il generale Vannacci in vestaglia, che tutto ci si può aspettare dalle iniziative di Trump. Anche un abbraccio per farci più male che bene.

       Più che all’Europa chiamata in causa per allargare spazio e finalità delle sue iniziative, penso che la guerra all’Iran, con Israele, sia servita e serva a Trump per cercare di chiudere davvero soprattutto la questione di Gaza, che gli sta a con quel Comitato di pace e di ricostruzione di cui egli ha assunto la guida a vita. E del quale gli italiani sono “osservatori”, da lui stesso invitati.

Le matrioske delle riforme giudiziaria ed elettorale…..

       La riforma elettorale proposta alla Camera dalla maggioranza di centrodestra con una certa sorpresa, almeno nei tempi, incrocia con effetti di controversa interpretazione o previsione la parte centrale, non ancora conclusiva, della campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura.  Mira forse a svelenirla secondo alcuni, smentendo le intenzioni attribuite alla premier Giorgia Meloni in persona di tentare la carta delle elezioni anticipate in caso sia di vittoria sia di sconfitta referendaria, ammesso e non concesso, visto il precedente del 2017 della riforma costituzionale di Renzi appena bocciata, che una partita del genere possa essere solo tentata senza il consenso del presidente della Repubblica. Che è l’unico a potere sciogliere le Camere, sia a scadenza ordinaria sia a scadenza diversa.

       Per non averne tenuto conto il già citato Renzi non più tardi di nove anni fa, dopo il referendum, sulla sua riforma che pure aveva qualche buon effetto semplificativo del sistema, si mise nelle condizioni migliori, diciamo così paradossalmente, per perdere anche le elezioni ordinarie del 2018 come segretario di un Pd peraltro mutilato da una scissione.

       Se l’intenzione della Meloni non è quella di rasserenare l’ambiente allontanando lo spettro delle elezioni anticipate, incompatibile col percorso di una riforma di una nuova disciplina del voto, resta quella attribuitale dalle opposizioni -soprattutto dal Pd- di avere voluto distrarre l’attenzione dal referendum sulla riforma della magistratura, alla quale pure molti della sua parte vorrebbero vederla più impegnata. Ma una protesta del Pd in questo senso contrasta con l’interesse che lo stesso Pd e i soci potenziali o reali del progetto dell’alternativa dovrebbero avere alla distrazione, appunto. Che potrebbe tradursi in un una minore affluenza alle urne: esattamente quello che serve alla campagna referendaria del no per vincere, secondo la maggior parte dei sondaggi. 

       Del resto, nulla è davvero trasparente e lineare della campagna già avviata da sinistra contro la riforma elettorale. Che di stabile – o di stabilicum, come latineggiano in parecchi scimmiottando il compianto Vanni Sartori col suo Mattarellum del 1993- avrà di sicuro la dipendenza dei gruppi parlamentari, tutti, di maggioranza e di opposizione, dai partiti che hanno composto le liste dei candidati, da eleggere nell’ordine dei posti assegnati loro, ancora senza voti di preferenza. Che furono ridotti nel 1991 referendariamente da plurimi a uno, moltiplicando irresponsabilmente i costi della campagna elettorale nel 1992, per scomparire poi del tutto.  Un controllo, quello dei gruppi parlamentari gonfiati dal premio di maggioranza della coalizione vincente, che sarà decisivo fra tre anni, nella prossima legislatura, per l’elezione del successore di Sergio Mattarella al Quirinale. Una posta forse ancora più importante del governo.  

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Il processo kafkiano del Consiglio superiore della magistratura a Guido Salvini

Il notissimo Guido Salvini, 71 anni compiuti a dicembre, dei quali 40 trascorsi nei tribunali, soprattutto a Milano, con funzioni di giudice istruttore e poi di giudice delle indagini preliminari, nel processo riformato da Giuliano Vassalli, si presenta, o si lascia presentare, così nella terza pagina di copertina dell’autobiografico “Tiro al piccione”, pubblicato da poco da Pendagron: “Non ha mai fatto parte, per ragioni di indipendenza e di dignità personale, di alcuna corrente organizzata della magistratura”. E ne ha pagato le conseguenze , direi, impiegando sette anni per uscire assolto da un procedimento disciplinare passato per due Consigli Superiori della Magistratura e sostanzialmente promosso contro di lui da iniziative cervellotiche, e reclamizzate dal Corriere della Sera,  della Procura ambrosiana. Dove non godeva, appunto per la sua concezione della magistratura associata, di simpatie. Tanto più il suo lavoro era proficuo di risultati tanto più lui diventava scomodo e antipatico.

       Fu decisivo, per tirarlo fuori dal processo kafkiano di due, ripeto, Consigli Superiori della Magistratura -intesi come due edizioni successive, essendo ancora unico il Consiglio Superiore che la riforma costituzionale sotto procedura referendaria vuole separare in due, come le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri – una lettera di sostanziale protesta e diffida dell’allora presidente della commissione parlamentare di indagine sulle stragi Giovanni Pellegrino, del Pci e edizioni successive: non quindi della destra odiatissima dalla sinistra. Una commissione parlamentare d’indagine, quella sulle stragi, che aveva potuto avvalersi della professionalità e dell’esperienza proprio di Guido Salvini per esplorare quel complesso fenomeno dell’eversione terroristica che aveva insanguinato il Paese.

       L’obbiettivo della Procura di Milano alla quale Salvini non piaceva era di allontanarlo per “incompatibilità ambientale”, insomma di liberarsene, puntando sulla natura atipica di quel tribunale chiamato Consiglio Superiore della Magistratura. E che la riforma sotto procedura, ripeto, referendaria vuole sostituire con un organismo nuovo e veramente terzo, chiamato “Alta Corte” disciplinare. Altra cosa che l’associazione nazionale dei magistrati naturalmente contesta.

       Di fronte al tribunale, spero uscente davvero, del Consiglio Superiore della Magistratura un sottoposto senza coperture associative e correntizie “non è più un giudice indipendente”. “Sei un ostaggio, un prigioniero dell’Inquisizione”, in un “meccanismo giudiziario -testimonia Salvini- che non si dà limiti di tempo e comporta subito, fra l’altro, il blocco delle promozioni maturate con gli anni”. In una magistratura peraltro in cui “le promozioni -osserva ancora Salvini- sono automatiche, anche per gli incapaci, non si negano a nessuno”.

       “La regola del gioco -racconta e spiega ancora il magistrato alla fine assolto senza ricevere “le scuse di nessuno”-  è che chi ha ragione e chi ha torto è già stabilito in partenza, in quanto il Consiglio Superiore della Magistratura, che è al tempo stesso  accusatore e giudice, ne fissa appunto le regole: l’accusato è “incompatibile” per definizione con l’ambiente e quindi l’accusato se ne deve andare”.

       Scampato alla “deportazione chissà dove, non all’isola del Diavolo, perché i tempi e le pene sono cambiati, ma comunque dove la mia vita professionale, personale e familiare sarebbe stata distrutta”, il pensionato Salvini racconta: “Passo ogni tanto in piazza Indipendenza a Roma e alzo lo sguardo verso Palazzo dei Marescialli con le sue mura squadrate, la sede del Csm da cui i suoi consiglieri ipocriti mi hanno portato via sette anni di vita. Ora non possono più convocarmi per torturarmi”. Il turno potrebbe spettare ad altri se la riforma non venisse approvata fra 22 giorni. quanti ne mancano al refrendum.

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Due o tre cose che voglio raccontarvi del mio amico Piero Barucci

Ero da poco direttore del Giorno quando fui chiamato al telefono da Piero Barucci, allora presidente, fra l’altro, dell’associazione bancaria italiana. Si presentò scherzando, con quella ironia di un toscano di origine controllato, per confessarsi “demitiano”, amico ed estimatore del sino a poco tempo prima segretario della Dc. Che pur amichevolmente, a modo suo, aveva dato malvolentieri via libera alla direzione del quotidiano dell’Eni dicendo all’allora presidente Franco Reviglio: “Per essere bravo, è bravo, ma vi pentirete”.  E forse Reviglio si lasciò qualche volta tentare dal pentimento quando i miei scontri col Pci arrivarono a tale punto di asprezza che gli esponenti comunisti di ogni ordine e grado furono diffidati dal rilasciare interviste al mio giornale.

       Si ribellò a quell’ordine un comunista milanese molto graduato, Luigi Corbani, vice sindaco della prima giunta comunale di Paolo Pillitteri. Che non si lasciò intervistare, ma accettò di scrivere ogni tanto editoriali per Il Giorno non rinunciando ad essere comunista, a volte  critico col mio amico Bettino Craxi, sempre però nel riconoscimento  della modernità che il leader socialista cercava di dare alla sinistra.

       Quel “demitiano” dichiarato di Barucci ebbe la curiosità, la voglia e quant’altro di conoscermi e di alimentare poi una frequentazione di cui sono orgoglioso, anche nella sua residenza estiva in Sardegna, in un complesso condominiale comune,  per cui ho accolto con grande tristezza e rimpianto la notizia della morte nella sua Firenze, a 93 anni da compiere a giugno. Una frequenza nella quale ci siamo scoperti d’accordo su tantissime cose. Tanto da permettergli di farmi anche confidenze di un certo clamore. Di cui tuttavia ho cercato professionalmente di non abusare. Non  so se sto per farlo. Ma so che lui me lo perdonerebbe per lo spirito col quale lo faccio, per raccontarvi di che uomo, di carattere, di competenza, di lealtà, egli fosse.

       Del primo governo di Giuliano Amato, fra il 1992 e il 1993, di cui fu ministro del Tesoro, condivise il famoso prelievo una tantum dai conti correnti bancari che sembrò una rapina a tanti italiani. Ma non lo fu -mi spiegò- perché non c’era davvero altra via per uscire da una crisi economica e finanziaria che rischiava di travolgerci anche per la poca voglia che avevano i nostri soci, amici e alleati tedeschi di aiutarci davvero. Ma quando Amato per aiutare gli enti locali decise di consentire loro di aumentare sistematicamente le tasse sulle seconde case, Barucci fu l’unico ad avvisarlo di un rischio cui andava incontro, e cui sinora sono scampati sinora i Comuni, ma non so fino a quado. Il rischio della bocciatura della Corte Costituzionale, trattandosi di un’imposta a carico di contribuenti non residenti, e quindi senza diritto di votare amministrativamente  nei luoghi dove avevano avuto la disgrazia di acquistare casa.

       Demitiano e quindi democristiano, con una moglie peraltro che simpaticamente lo provocava votando ancora più a sinistra, Barucci cadde come ministro del Tesoro nell’attenzione particolare dell’allora presidente del Consiglio Oscar Luigi Scalfaro deluso e stanco  di Amato. Ne parlò appunto con Barucci a tavola e lo invitò a prepararsi alla successione. Ma Barucci lo gelò dichiarandosi indisponibile e persino incompetente. O non competente abbastanza per “fare decreti”. Piuttosto, egli aveva capito che tipo di svolta avesse in testa Scalfaro, come poi sarebbe accaduto col primo governo di Silvio Berlusconi, che il capo dello Stato cercò di ostacolare, quanto meno, se non di abbattere, chiedendo aiuto non solo all’alleato leghsta del Cavaliere, Umberto ossi, che glielo fornì, ma anche al già allora potente cardinale Camillo Ruini. Che lo gelò pure lui con un rifiuto e un dissenso da lui stesso rivelato pubblicamente dopo qualche tempo.

       Per tornare a Barucci, e al suo diniego, Scalfaro non rinunciò nel 1993 al progetto di crisi, propedeutico a elezioni anticipate.  Cambiò cavallo, saltando in groppa a Carlo Azeglio Ciampi, e  fuori dalla scuderia della Banca d’Italia.

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L’allarme di Pera e l’appello di mobilitazione alla premier Meloni

       Diversamente dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, che non crede ai sondaggi ed è sicuro della vittoria del sì nel referendum costituzionale sulla riforma della magistratura, l’ex presidente del Senato Marcello Pera, approdato da tempo tra i fratelli d’Italia dai forzisti di Silvio Berlusconi, si mostra quanto meno preoccupato della rimonta attribuita al fronte del no, specie con ridotta affluenza alle urne.

       “Per me, Giorgia Meloni -ha detto Pera in una intervista- deve spiegare in prima persona la riforma e trascinare i cittadini al voto. Solo lei ha l’autorevolezza e la credibilità per farlo. Non abbia paura di politicizzare perché spiegandosi bene potrà mostrare che la politicizzazione è proprio di quelli che non vogliono parlare della riforma ma di altro”. Come la segretaria del Pd Elly Schlein che “non sapendo nulla di separazione delle carriere e neanche della storia recente del suo partito, butta sempre la palla in tribuna sperando di realizzare l’ammucchiata del no”.

       Sempre alla segretaria del Pd il senatore Pera ha rimproverato “come tratta persone e studiosi come Augusto Barbera”, presidente emerito della Corte Costituzionale e di lunga esperienza parlamentare eletto nelle liste del Pci, attivo nella campagna referendaria sul fronte del sì.

       Pera ha suggerito quasi come uno slogan del sì la necessità, soddisfatta dalla riforma, di garantire alle toghe la propria indipendenza dall’associazione nazionale dei magistrati. Nazionale e correntizia. E di correnti peggiori dei partiti.

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