Il funerale di Stato che Pino Corrias non ancora perdona a Silvio Berlusconi

       Di Silvio Berlusconi nel terzo anniversario della morte il più cattivo dei suoi biografi o osservatori, Pino Corrias, anche più del suo direttore al Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, ciò che lamenta maggiormente è una cosa che meno gli è appartenuta perché decisa e condivisa da altri: il funerale di Stato, con l’onore delle armi davanti al Duomo di Milano, e alla presenza per niente imbarazzata del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

       “Il rito -ricorda al presente Corrias scrivendone appunto sul Fatto, per niente stanco della fatica procuratagli da un libro di 157 pagine intitolato Berlusconi files, il secondo della sua produzionedura tre ore. La coda tre giorni, tre mesi, tre anni. Da sinfonia diventa musica di sottofondo. Anche se, al netto degli elogi, nessuno sa riconoscere i meriti di quel potere smisurato, se non nella sua smisurata ricchezza accumulata, e nella ostinazione, persino ammirevole, con cui in trent’anni, in 36 processi, con 155 avvocati difensori, un partito personale, un’altra mezza dozzina a sua disposizione, in tutto un migliaio tra deputati e senatori al suo servizio, l’ha fatta franca”. Anche da morto, si è dimenticato o non gli ha voluto riconoscere Corrias omettendo la recentissima, sesta archiviazione delle indagini giudiziarie sui legami fra la preparazione della sua discesa nel campo politico e le stragi di mafia finalizzate al panico e al colpo di grazia alla cosiddetta prima Repubblica, agonizzante sotto i colpi della magistratura milanese. Che tutto aveva previsto, nell’assalto di “Mani pulite” alla politica scambiata per un’associazione a delinquere, fuorchè l’arrivo di Berlusconi direttamente dalla sua villa di Arcore a Palazzo Chigi, fra lo sgomento anche, o soprattutto, dell’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, pace all’anima sua. Morto in tempo, direi, da presidente ormai emerito per risparmiarsi in terra il funerale di Stato del Cavaliere rimasto nel gozzo fisico di Corrias, e simili.

       A Berlusconi l’ancora stralunato Corrias, che lo preferisce “figantropo” piuttosto che statista,  non perdona neppure 30 anni dopo la morte l’abitudine di “raccontare barzellette”, rifilandone alcune forse anche a lui, non caduto tuttavia nella trappola di una risata compiaciuta o complice. Si, è vero, a Berlusconi piacevano le barzellette. Ne produceva all’istante, in italiano e in francese,  senza remore di luoghi e interlocutori, superando quel campione di battute nella prima Repubblica, da lui neppure conosciuto, che fu il mio amico deputato democristiano Gustavo De Meo, foggiano, devoto dell’allora presidente del Consiglio Aldo Moro. Al quale tuttavia, avendo perduto in una crisi di governo la carica di sottosegretario alla Difesa, scrisse a mano un biglietto di questo tenore, che mi fece leggere prima di spedirlo: “Ti ho messo a disposizione una fregata per andare a visitare le Tremiti e mi hai restituito una fregatura”. In quella visita Moro era stato ospite della Marina militare anche con qualche familiare.

Moro, che era spiritoso a dispetto delle apparenze, specialista con gli amici nell’imitazione  caricaturale di critici e avversari interni di partito. fra i quali eccelleva Flaminio Piccoli, non se la prese. Gli telefonò assicurandogli che aveva per lui progetti nuovi, più gratificanti di un sottosegretariato. E mantenne la promessa, sia pure sfortunatamente, destinando l’amico alla gestione di una cartiera pubblica che gli avrebbe procurato guai presso la Corte dei Conti. E Moro fu il primo a soffrirne.

Quanto lavora, e serve, il generale di divisione, davvero, Roberto Vannacci….

       L’ultima promozione guadagnatasi nella carriera militare da Roberto Vannacci, prima che cominciassero i guai procuratisi scrivendo del mondo troppo alla rovescia in cui si trovava a vivere in divisa, in abito civile, in vestaglia, in costume da bagno, o solo in maniche di camicia come si è appena presentato nel salotto televisivo di Lilli Gruber; l’ultima promozione, dicevo, guadagnatasi da Vannaccik nella sua carriera militare è stata tre anni fa a generale di divisione. Una funzione che lui sta letteralmente svolgendo anche in politica dividendo, appunto, il pubblico e fior di analisti fra ammiratori e denigratori, fra chi lo considera un affare per la destra di Giorgia Meloni, come ha scritto sulla Stampa Federico Geremicca non credendo agli attacchi appena sferratigli in Parlamento dalla premier in persona, o n un affare per la sinistra considerando la confusione che lui può procurare al centrodestra.

       Nella corsa, tutta strumentale, a inseguirlo e farlo parlare in modo spiazzante, a dir poco, per la premier prossima al primato della longevità del governo formato quasi quattro anni fa, si è distinto un amico e collega di rete della Gruber, Massimo Gramellini,  scrivendone sul Corriere della Sera fra un sorso e l’altro del suo caffè quotidiano.

       “Come i sofisti dell’antica Atene, Vannacci conosce -ha scritto Gramellini- l’arte di far diventare forte il discorso più debole. E’ uno straordinario semplificatore contro il quale discutere non solo è difficile ma frustrante, perché nel suo mondo al contrario gli unici fatti che vengono creduti sono quelli che confermano i pregiudizi. La realtà non riveste alcuna importanza. Non conta che gli islamici e i “voke” in Italia siano infinitamente meno che in Francia o in Gran Bretagna, né che una società di adulti senza figli e di anziani senza nipoti abbia bisogno di rinforzi per non  condannarsi all’estinzione,, Vannacci racconta un mondo che non esiste, meglio che esiste solo nel “subconscio della Nazione”. Il luogo da cui Mussolini diceva di avere estratto il fascismo”.

       Mi scuso per la lunghezza della citazione, ma valeva la pena offrirvela, credo, per dimostrare come si possa dare “in altre parole”, come il titolo della trasmissione televisiva di Gramellini, del fascista a un uomo che pure serve a chi ne scrive per  danneggiare, colpire di più, affondare una fascista ancora più insidiosa quale sarebbe l’odiatissima Meloni con le ginocchiere appena applicatele da un parlamentare pentastellato nei rapporti falsamente polemici col fascistissimo presidente americano Donald Trump. 

Ripreso da http://www.startmag.it il 13 giugno

Il corpo a corpo che piace tanto al pur mite, pacioso Goffredo Bettini

Aiutato un po’ sul piano emotivo dal suo fisico da peso massimo, Goffredo Bettini ha visto e indicato, compiaciuto, parlandone al Corriere della Sera, un “corpo a corpo” fra il centrodestra e il centrosinistra del suo campo largo nei risultati delle ultime elezioni amministrative. Un corpo a corpo , come quello del tre a tre nei ballottaggi nel sei maggiori Comuni dove si è votato domenica e lunedì scorsi, che il guru del Pd considera di buon auspicio per la sua parte politica nelle elezioni politiche dell’anno prossimo.

       Si tratta tuttavia di un buon auspicio condizionato, per ammissione o monito dello stesso Bettini, alla volontà e soprattutto capacità del centrosinistra di “togliere dalle nostre teste i destini e le ambizioni personali”, a cominciare- direi- dalla segretaria del Pd Elly Schlein, decisa a candidarsi a Palazzo Chigi, e il presidente pentastellato Giuseppe Conte altrettanto deciso nell’aspirazione a tornarvi, convinto forse anche lui, come sostiene l’amico e sponsor Marco Travaglio, di essere stato il più bravo nella guida di un governo italiano dopo Camillo Benso di Cavour. Ma non trascuriamo altre ambizioni nel campo largo di ispirazione dichiaratamente moderata. Che nelle primarie non a caso reclamate dallo stesso Conte, le più aperte possibili, potrebbero togliere voti più alla Schlein che a lui, ma in questo caso giocando alla fine, nella competizione generale, a favore del centrodestra. Dove il problema della leadership di Giorgia Meloni semplicemente non esiste, tanto è indiscusso. Scontata, direi, questa leadership anche volendo gonfiare al massimo il “fenomeno” del generale Roberto Vannacci con l’aiuto di Lilli Gruber nel salotto televisivo più antimeloniano sul mercato.

       Il centrosinistra del campo largo, o comunque finirà di chiamarsi col permesso o no di Conte, ha ereditato rovinosamente l’animosità interna della sinistra del “cannibalismo” appena descritta con la solita franchezza da uno che l’ha conosciuta e vissuta dall’interno: il direttore del Riformista Claudio Velardi, già collaboratore di un pezzo da 90 come Massimo D’Alema, ai tempi anche suoi di Palazzo Chigi.

Pubblicato sul Dubbio

Se il ponte della corruzione è preferibile a quello della mafia sullo stretto di Messina

       Tutto sommato, a pensarci bene, e di più rispetto alle impressioni iniziali, quel “Ponte della corruzione” sparato dalla Repubblica di carta all’annuncio delle indagini della Procura di Roma sull’opera progettata per unire la Calabria alla Sicilia, è il meno peggio che le potesse capitare. La corruzione e la violazione del segreto d’ufficio contestate a un ex alto magistrato della Corte dei Conti, ad un avvocato leghista stimato, diciamo così, dal vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture e Trasporti Matteo Salvini, e da un imprenditore, ma forse anche ad altri, visto lo sviluppo delle indagini riferito dai giornali, è sempre meglio, o memo peggio della mafia. Ai cui interessi, solitamente conditi di morti ammazzati, non di vittime di crolli, i contrari al ponte pensavano di poterlo intestare prima ancora che si cominciasse a costruirlo davvero.

       Meglio un ponte della corruzione, ripeto con le minuscole della fantasia, e con le modiche quantità attribuite ai progetti legislativi del ministro della Giustizia in materia, che un ponte della mafia, con la coppola d’ordinanza in testa, a luce intermittente sulle torri più alte per evitare che ad abbatterlo  sia qualche aereo, e non una scossa sismica.  

Intitolato alla corruzione il lungo ponte sullo stretto di Messina

       Destinato per un certo tempo da Matteo Salvini alla memoria della buonanima di Silvio Berlusconi, poi dirottata all’aeroporto internazionale di Malpensa, fra le proteste o i dubbi anche dei figli del compianto Cavaliere, per non lasciarla troppo a bagnomaria, il ponte sullo stretto di Messina si è appena guadagnata su Repubblica, in un titolo su quasi tutta la prima pagina, la dedica alla corruzione. Che è il reato contestato dalla Procura di Roma a un ex alto magistrato della Corte dei Conti, ad un avvocato leghista promosso a “uomo di Salvini” e a un imprenditore interessato alla costruzione, anche a costo di corrompere, appunto, chi vi si oppone abusando dei controlli, secondo dichiarazioni di Salvini risalenti a qualche mese fa, in occasione di altri accidenti.

       Le indagini e l’eventuale processo dureranno naturalmente a lungo, come la gittata dell’opera di collegamento fra le coste calabresi e siciliane, ma l’obiettivo dello sputtanamento del ponte -direi, ulteriore sputtanamento, viste le polemiche accumulate dal progetto- è stato già raggiunto, con i tempi e i riti mediatici e immediati della giustizia televisiva e di carta stampata.  

       Ovunque si ha di solito voglia di costruire ponti, o ricostruirli dopo crolli in un mondo peraltro dove si gioca alla guerra più che a pallone, in un intreccio di tregue fragili come gli umori di chi le annuncia o le negozia. In Italia, no. Da noi i ponti provocano più paura che interesse e, magari, anche orgoglio. I progettisti italiani di ponte lavorano più all’estero che a casa, diciamo così.

       Quel “Ponte della corruzione” sparato dalla Repubblica, per quanto di carta, è forse la tegola più rovinosamente caduta con l’annuncio delle indagini romane.

Il pareggio nei ballottaggi comunali con affluenza minore alle urne

       In attesa di quello che si sogna o si teme, secondo i casi, a livello nazionale l’anno prossimo, quando si voterà per il rinnovo delle Camere, è arrivato il pareggio nei ballottaggi comunali svoltisi fra domenica e lunedì. Dei sei maggiori Comuni, capoluoghi di provincia, in cui si è votato dopo il primo turno di quindici giorni fa, tre sono andati al centrodestra e tre al centrosinistra. Tutti hanno cantato vittoria, naturalmente, per una “corrida” -ha scritto Antonio Polito sul Corriere della Sera- in uno “stadio sempre più vuoto”, essendo ulteriormente calata l’affluenza alle urne, per quanto fosse lecito pensare ad un maggiore interesse all’assegnazione mancata della carica di sindaco due settimane prima. Ma i ballottaggi in Italia producono più indifferenza, a dir poco, che interesse, tanto che si è anche cercato di abolirli.

       Il centrodestra della Meloni si è accontentato dello sfondamento mancato al campo opposto. Dove tuttavia si è esultato per il 70 per cento e più conseguito nell’elezione del sindaco di centrosinistra ad Agrigento.

Chiara Gribaudo sull’Unità di Piero Sansonetti ha intestato personalmente alla segretaria del Pd Elly Schlein  il  successone siciliano cogliendo l’occasione per chiedere conto, diciamo così, a Paolo Mieli del consiglio recentemente dato alla signora, o signorina, del Nazareno di rinunciare alla candidatura troppo pericolante e contrastata a Palazzo Chigi. Che è minacciata da Giuseppe Conte, convinto dell’aiuto che potrebbe derivargli dalle candidature di centro già annunciate e destinate a togliere voti nelle primarie più alla Schlein che a lui. E forse non a torto, anche se muore dalla voglia di darglielo Beppe Grillo dalla torre del rancore in cui si è chiuso dopo avere perso il controllo del movimento pentastellato, o pentastellare.

La breccia mancata al Quirinale nell’assalto alla grazia alla Minetti

Col “dietrofront” dell’infornatrice e massaggiatrice uruguayana Graciera -nomen omen- Mabel de los Santos, finalmente ammesso da Marco Travaglio sul Fatto quotidiano, dopo giorni di condizionali d’ansia, diciamo così, si può considerare davvero conclusa la campagna condotta contro il Quirinale, e i presidi politici e giudiziari colpiti dall’artiglieria di stampa, per la grazia a Nicole Minetti. E’ mancata una riedizione della famosa breccia di Porta Pia, questa volta nelle mura del palazzo sul colle più alto di Roma.

       Che fosse il Quirinale, più e prima ancora di lui, l’obiettivo della campagna lo disse subito il ministro della Giustizia Carlo Nordio, liquidato come al solito come “mezzo litro” o “fiasco” intero di vino.

       Il torto, la colpa e quant’altro del presidente della Repubblica in carica, come anche del suo predecessore Giorgio Napolitano nei nove anni della sua permanenza al Quirinale, è di non volersi confondere con l’opposizione, al singolare velleitario, e tanto meno guidarla.  Un torto o una colpa personalmente contestata dallo stesso Mattarella  e dai suoi uffici. Che sono appena intervenuti anche contro il tentativo di manipolare la gestione della legge elettorale del 1993, che prese il nome latinizzato di Mattarellum, per arruolare l’attuale capo dello Stato nelle truppe della maggioranza che vorrebbe formalizzare l’obbligo dell’indicazione del candidato a Palazzo Chigi dei partiti o coalizioni nelle elezioni dell’anno prossimo. Una cosa che non creerebbe problemi di certo al centrodestra, ma al cosiddetto centrosinistra, campo largo e simili sì, visto che eventuali primarie metterebbero a rischio le ambizioni più della segretaria del Pd Elly Schlein che del concorrente principale Giuseppe Conte, almeno sulla carta, incombendo anche altre candidature dichiaratamente o presuntuosamente di centro.

       Il modello quirinalizio dei critici e avversari di Mattarella, e -ripeto- Napolitano, è quello del compianto Oscar Luigi Scalfaro. Che nell’estate del 1994, a governo da poco nominato e insediato di Silvio Berlusconi, peraltro costretto ad accettare una inusuale lettera di indicazione programmatica, invitava e accoglieva al Quirinale il capo leghista Umberto Bossi, che lo avrebbe poi raccontato con un certo vanto, come un salvatore, incoraggiandolo a ritirare fiducia e ministri per provocare la crisi. Che in effetti sopraggiunse alla fine dell’anno e portò a Palazzo Chigi Lamberto Dini per il tempo necessario alle opposizioni per organizzarsi in uno schieramento unitario con cui vincere le elezioni anticipate del 1996. Fu l’Ulivo di Romano Prodi.

       Pur di radici e tradizioni democristiane pure lui, Mattarella è un presidente della Repubblica di tutt’altra pasta. Sotto certi aspetti, pur a rischio di sconfinare in una pratica monarchica, ci sarebbe da lamentarsi che alla scadenza del  secondo mandato di Mattarella, per la quale si stanno già attrezzando molti candidati alla successione, palesi e ancor più occulti, manchino solo tre anni.

Pubblicato sul Dubbio

Ciò che resta a Travaglio del suo assalto al Quirinale anche di Mattarella

       Appeso a quel “prima del dietrofont” lamentato sulla prima pagina del suo Fatto Quotidiano, uscendo dai condizionali scettici dei giorni precedenti, Marco Travaglio ha involontariamente ammesso la natura di campagna, se non vogliamo addirittura spingerci sino al complotto, condotta contro il presidente della Repubblica e i suoi presunti complici, dal ministro della Giustizia alla procuratrice generale di Milano, per la grazia concessa a Nicole Minetti. La grazia, ripeto, per consentirle di assistere il figlio adottivo e malato, non la proclamazione dell’ex igienista dentale e amica di Silvio Berlusconi a santa. Magari protettrice delle vergini in concorrenza con Maria Goretti della quale era laicamente devoto anche Enriuco Berlinguer.

 Le grazie -disse l’allora presidente del Consiglio Aldo Moro fra le polemiche provocate da quella appena concessa dal presidente della Repubblica Giuseppe Saragat a un ex partigiano comunista riparato all’estero per avere abusato della Resistenza- “non si concedono a persone che non si siano macchiate di qualcosa”. C’era il sospetto, quanto meno, che quell’atto di clemenza fosse stato promesso dal capo dello Stato in cambio dei voti del Pci per la sua elezione.

       “Prima del dietrofont”, ripeto, della massaggiatrice uruguaina Garciella assunta, diciamo così, imprudentemente dal giornale di Travaglio come fonte per il suo assalto al Quirinale. I cui inquilini di solito non piacciono al simil procuratore generale della stampa per le troppe licenze che si concedono. Al compianto Giorgio Napolitano, per esempio, non fu perdonato da Travaglio e amici prima il riconoscimento della “durezza senza uguali” praticata dalla magistratura contro Bettino Craxi, determinando “un  brusco cambiamento” dei rapporti fra giustizia e politica, poi il ricorso alla Corte Costituzionale contro la Procura di Palermo. Che non voleva distruggere le intercettazioni  arbitrarie eseguite sulla linea telefonica anche del Quirinale nelle indagini per la presunta trattativa dello Stato con la mafia nella stagione delle stragi.

       “Prima del dietrofront”, ripeto ancora, Travaglio si vantava di avere “spaventato” Mattarella, inducendolo a reclamare un supplemento di indagini sulla Minetti. Dopo il dietrofront della testimone, con tanto di dichiarazioni rese a un notaio, a Travaglio restano solo la delusione e il vecchio repertorio sarcastico del suo malumore.  

La Graciela dalla quale il Travaglio anti-grazia è stato abbandonato

       Si chiama pirandellianamente, diciamo così, Graciela la massaggiatrice uruguayana che ha fatto perdere la testa a quelli del Fatto Quotidiano, a cominciare dal direttore Marco Travaglio, raccontando per ore, non credo gratis, di una Nicole Minetti appena graziata in Italia dal presidente della Repubblica come mamma, sia pure adottiva, di un bambino ammalato ma ancora dedita nel paese sudamericano a feste peggiori anche di quelle che organizzava a suo tempo per Silvio Berliusconi. Che le avevano procurato una condanna per favoreggiamento della prostituzione. Ne seguì un’altra per peculato come consigliera regionale della Lombardia.

       Si chiama Graciela, ripeto. E di cognome Mabel de los Santos, ancora più pirandellianamente: E se ne propone sul Fatto, in prima pagina, un profilo fotografico. Ma il casino, diciamo così, provocato in Italia con i suoi racconti, sino a “spaventare” -parola di Travaglio- il Capo dello Stato facendogli chiedere un supplemento di indagine della magistratura milanese favorevole alla grazia, deve avere spaventato anche lei. Della quale un notaio ha raccolto in Urugay una smentita, o ritrattazione, come volete, che l’ambasciata italiana del paese sudamericano ha trasmesso per farla pervenire anche alla magistratura ambrosiana.  

       Un guaio, un infortunio, un imprevisto, direi, per Travaglio e amici, che hanno reagito alla loro maniera, continuando o riprendendo la loro campagna contro la grazia tossica, e ingiusta, secondo loro concessa e confermata da Mattarella. Una campagna tuttavia ancora più tossica, finalizzata alla lotta politica alla quale Il Fatto quotidiano partecipa, anzi conduce. Esso rimprovera praticamente a Mattarella e alla magistratura di fidarsi del vino ottimo certificato dal loro oste, ma di oste il giornale di Travaglio ha perso il suo. Ma non per questo diventerà astemio, credo.

Quella verità dal sen fuggita a Romano Prodi sull’alternativa al governo Meloni

       Quell’”avercela una come lei” sfuggito a Romano Prodi, parlando di ciò che manca ancora all’alternativa elettorale e politica al centrodestra condotto al governo da Giorgia Meloni, ha ispirato a Francesco Verderami, sul Corriere della Sera, un altro dei suoi retroscena.

       “In assenza di un centro (politico) di gravità, nel Pd c‘è chi spera- ha scritto Verderami ricorrendo al solito virgolettato anonimo- che il Professore “rompa gli indugi e fondi un nuovo Asinello”, come ai tempi dell’Ulivo e di Arturo Parisi, nel 1999.

       C’è anche “chi manda messaggi a Forza Italia -ha continuato a raccon tare o immaginare Verderami- perché “se affossasse la riforma della legge elettorale potrebbe avere dopo le elezioni la presidenza del Consiglio con i nostri voti”, e ricambiare magari mandando dopo due anni al Quirinale un altro presidente d’area di sinistra. Ma c’è anche “chi confida in una “svolta moderata della premier che ci consentirebbe di abbandonare le posizioni radicali”, che fanno uscire continuamente dal Pd riformisti delusi, come l’ultima o penultima Pina Picierno.

       “Ora è chiaro -ha concluso Verderami tra fantasia e realtà- il motivo per cui per Prodi servirebbe “una come lei”, la Meloni, “che poi è un modo elegante per dire che ci vorrebbe uno come lui’, che peraltro a 87 anni da compiere in agosto va, anzi corre in bicicletta, in pianura e in montagna. “Ma non c’è”, teme lo stesso Verderami, consapevole che una bicicletta non basta.

       Sconsolata è pure “l’analisi” affidata alla Stampa dall’ex di tante cose Marco Follini, questa volta in prima pagina e senza il ricorso un po’ riduttivo al solito “Caro direttore”. In particolare, Follini ha scritto che ”due mesi dopo viene da osservare che la vittoria conseguita nel referendum” -quello sulla, anzi contro la riforma costituzionale della magistratura- “non ha aiutato il centrosinistra a definire il suo profilo. Ne è scaturita una quasi certezza di vittoria che finisce per sommarsi all’antica abitudine di considerarsi depositari di una sorta di supremazia”. Tanta presunzione, cioè, quanta inadeguatezza.

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