La nostalgia dei vecchi partiti, dei loro congressi e dei loro manuali

       E’ stata un’altra, forse la più emotiva occasione di rimpianto dei vecchi partiti della tanto ingiustamente bistrattata e cosiddetta prima Repubblica la rievocazione del manuale di Massimiliano Cencelli, che è morto a 90 anni. Dei quali una trentina trascorsa traducendo in percentuali, quantità  e qualità di posti assegnabili ai democristiani a livello di partito, di cui era funzionario, e di governo. Calcoli effettuati tutti non a capriccio o a colpi di sondaggi, ma su basi scientifiche, contando voti e consensi che le correnti e i loro leader raccoglievano nei congressi, A seguire i quali il mio amico Giamnpaolo Pansa si armava nelle postazioni riservate alla stampa di un binocolo per valutare   meglio situazioni e persone. Ne uscivano articoli e definizioni di grande e gradevole interesse cui non reggeva al confronto anche il cronista o resocontista più scrupoloso, ma meno distante dalla realtà persino antropologica di un congresso.

       Che fine hanno fatto, con la Dc di Cencelli, iscrittosi al partito dello scudocrociato giovanissimo con una tessera compilata e firmata da Alcide De Gasperi in persona, di cui lo zio era amico personale e segretario della sezione Borgo, a due passi dal Varicano; che fine hanno fatto, dicevo, la Dc e i partiti concorrenti o avversari? Sono finiti, appunto, sostituiti da formazioni che al posto dei congressi, quelli veri, dove si misuravano realmente, e anche animatamente, proposte e ambizioni. Formazioni in genere personalistiche, o federazioni, più o meno praticamente, di gruppi o correnti personali.

       “Nel Pci sui grandi temi economici -ha raccontato al Corriere della Sera Massimo Cacciari- c’erano le posizioni di Amendola e quelle di Ingrao. Si arrivava al congresso e vinceva una linea o l’altra. Lo stesso accadeva sulle grandi questioni internazionali. Oggi invece -ha osservato ancora Cacciari parlando in particolare del Pd- non esiste alcuna analisi seria su cosa sia successo nel mondo negli ultimi 30 anni: nella ex Jugoslavia, nell’Europa orientale, in Medio Oriente. Nulla. Restano solo posizioni personali, anche rispettabili per carità, ma pur sempre indiduali. Non diventano mai discussione collettiva, tanto meno linea politica”. Si arriva a scegliere un segretario cercando “il più fotogenico”, o “il più simpatico”. O si combatte qualcuno solo perché antipatico.

       Morto a 90 anni, il democristiano Cencelli ebbe la fortuna di poter andare in pensione a meno di 60, quando ancora si poteva, per chiusura della sua bottega politica e delle altre. In disarmo o inappetenti  come tanti giovani che, in mancanza di serie botteghe politiche, sorpassano forse gli anziani nella pratica dell’astensionismo. Cioè del rifiuto di questa democrazia senza partiti, e senza manuali.

Custodita nel lontano Nicaragua la cassaforte dei misteri del delitto Moro e dintorni

Ringrazio Walter Vecellio-  firma storica del giornalismo di cultura e pratica radicale, intesa in senso pannelliano e non certo estremistica come si intende troppo spesso il radicalismo- per l’attenzione prestata ai mei dubbi per i troppi misteri che persistono, anzi aumentano, sulla vicenda dello sterminio della scorta, del sequestro del presidente della Dc Aldo Moro e della sua esecuzione terroristica, 48 anni fa. Misteri che cresceranno ancora, temo, leggendo Carmen Lasorella sul nostro Dubbio.

       Vecellio ha sollevato, fra l’altro, anche la rapida e negativa conclusione del tentativo appena compiuto dal governo di ottenere dal Nicaragua, dove vive dal 1982, l’estradizione di Alessio Casimirri, condannato in via definitiva in Italia nel 1985 per il sequestro Moro, ma anche per altre operazioni delle brigate rosse.

       Il caso Casimirri, nicaraguizzato ammogliandosi una seconda volta sul posto di latitanza,  è certamente diverso da quello del terrorista Prospero Gallinari, anche lui partecipe del sequestro e dell’assassinio di Moro, lasciato fuggire nel 1977 dal carcere dov’era rinchiuso per farlo pedinare dai servizi segreti e arrivare ai vertici e alle sedi operative delle brigate rosse.

       Ospitato a Roma, con un sacco di plastica pieno di armi, nell’abitazione di un ufficiale dell’Aeronautica militare in ragionevoli rapporti con i servizi, il terrorista sfuggì tanto ai controlli programmati su di lui da poter partecipare l’anno dopo al sequestro, alla “custodia” di Moro in una “prigione del popolo” vantata dai terroristi e all’esecuzione finale, sparandogli anche lui attorno al cuore perché la morte dell’ostaggio, per dissanguamento, fosse più dolorosa. Circostanza orribile accertata dall’ultima commissione parlamentare d’indagine sulla vicenda, presieduta dall’ex ministro Giuseppe Fioroni.

       Gallinari riuscì a sfuggire alla sorveglianza per responsabilità oggettiva dei servizi segreti che già l’avevano lasciato fuggire da un carcere. E con l’aiuto presumibile della famiglia di cui tanto la madre quanto il padre risiedevano in Vaticano lavorandovi. Il padre, Luciano, non era per niente un “telefonista”, come qualche volta si è scritto superficialmente di lui, ma il direttore della sala stampa con Papa Paolo VI, come lo era stato con Giovanni XXIII e Pio XII. E anche, almeno per un certo periodo, capo ufficio stampa dell’Osservatore Romano, il quotidiano ufficiale della Santa Sede.

Paolo VI, il suo ultimo Papa, offrì il riconoscimento alle brigate rosse dichiarandosi “in ginocchio” davanti a loro e scongiurando di rilasciare l’ostaggio, uomo “mite, amico e buono”, alle condizioni attese dal governo in carica di Giulio Andreotti appoggiato dai comunisti. Cioè “senza condizioni”, tanto da provocare una reazione delusa e polemica di Moro, che si aspettava dal Papa che si “spendesse” di più.

       Da Alessio Casimirri, che a 75 anni vive tranquillamente in Nicaragua la sua esperienza di ristoratore, e altro, provvisto di solide amicizie e protezioni, sarebbe utile una estradizione non tanto per fargli finire i suoi giorni in carcere quanto per indurlo a rilevare ciò che non si è ancora riusciti a valutare appieno: le complicità oggettive, chiamiamole così, su cui le brigate rosse potettero contare prima, durante e purtroppo anche dopo il sequestro di Aldo Moro su entrambe le rive del Tevere, come Giovanni Spadolini scriveva dei confini, e non solo, fra lo Stato Italiano e il Vaticano. I misteri rimarranno in Nicaragua, fra il sollievo di chissà quanti, non solo terroristi o ex terroristi, come preferiscono essere chiamati, ma anche traditori dello Stato che dovevano servire.

Pubblicato sul Dubbio

Spataro rivendica le competenze giudiziarie nel contrasto al terrorismo

       Armando Spataro, che di terrorismo s’intende per essersene a lungo occupato nella sua carriera di magistrato, non ha condiviso modalità o tempi, o entrambi, del pericolo di terrorismo, appunto, avvertito dai servizi segreti e condiviso dal governo. Che anche per questo, e a costo di entrare in conflitto politico prima con la Spagna di Pedro Sanchez e poi con la Germania di Frederich Merz, ha disposto un rafforzamento dei controlli alle frontiere.  Su cui partiti e schieramenti in Italia hanno subito sollevato il solito vespaio di accuse, proteste, sospetti. Non vi è mossa o parola della premier Giorgia Meloni che riesca a scampare a reazioni scomposte che sono le sole capaci di mettere d’accordo, salvo poche eccezioni, il cosiddetto campo largo dell’alternativa, affollato più di ambizioni che di idee o proposte realistiche attorno alle quali costruire un programma. Non si sa poi a cosa destinato se le primarie potranno poi praticamente stracciarlo con la libertà che si è riservato di prendersi, per esempio in tema di politica estera, difesa e sicurezza, Giuseppe Conte nel caso in cui gli dovesse capitare di vincerle battendo la segretaria del Pd Elly Schlein e altri candidati che si stanno lasciando proporre: da Silvia Salis a Matteo Renzi.

       Secondo Spataro, per tornare all’ex procuratore capo della Repubblica a Torino e aggiunto a Milano, i servizi segreti, pur vigilati da una commissione bicamerale, e il governo non possono, né debbono gestire la lotta al terrorismo senza coinvolgere la magistratura. Che purtroppo -mi permetto di osservare- non è nelle stesse condizioni nelle quali operò eroicamente contro il terrorismo una cinquantina d’anni fa, quelli cosiddetti di piombo. Da allora, a causa delle abitudini prese negli anni non di piombo ma delle “mani pulite”, gestite ghigliottinando la cosiddetta prima Repubblica scambiata per un’associazione a delinquere a causa del diffuso finanziamento illegale dei partiti, la magistratura ha messo nell’angolo la politica. Ed è diventata addirittura una specie di contropotere, denunciato a ragione dalla Meloni nella gestione di emergenze come l’immigrazione clandestina, fra le cui pieghe vivono scafisti e terroristi.

       Dati i molti, troppi precedenti che hanno sorprendentemente avuto l’avallo del referendum contro  la riforma costituzionale della magistratura, vinto dalle opposizioni, la premier sarebbe giustificabile se avvertisse il pericolo di un gioco di sponda della magistratura non col governo ma con un terrorismo sottovalutato o persino negato dall’inquirente o dal tribunale di turno. 

Puzza di terrorismo islamista nei controlli rafforzati alle frontiere

       In attesa che si accorgano anche di quello di casa, diciamo così, affacciatosi a Bologna e in Val di Susa tra devastazioni e più di cento agenti di Polizia e Carabinieri feriti, i servizi intesi in senso largo, segreti e dintorni, hanno avvertito i segni del terrorismo internazionale incombente, di natura prevalentemente islamista. Che potrebbe approfittare delle disattenzioni e degli affollamenti alle frontiere, anche o soprattutto dopo l’assalto all’enclave spagnola di Ceuta. Della cui portata il premier spagnolo Pedro Sanchez è talmente inconsapevole da avere proseguito o addirittura cominciato le vacanze insultando la premier italiana Giorgia Meloni, corsa subito ai ripari invece  facendo intensificare i controlli in un isolamento farlocco a livello europeo. Dove invece sono nati “i fratelli d’Europa” avvertiti, pur con  sarcasmo, dal manifesto ancora dichiaratamente e orgogliosamente comunista accomunando in una fotrografia la stessa Meloni, il collega tedesco e la collega danese.

       Anche in un contesto così impegnativo, sullo sfondo peraltro delle guerre in Ucraina e in Medio Oriente, alimentate anche dal presidente americano Donald Trump tornato alla Casa Bianca promettendo di chiuderle o di evitarle, il cosiddetto confronto politico in Italia procede come in una farsa. Dove -per dirne solo una- si sovrappongono il generale Roberto Vamnacci, a destra, e l’ex premier Giuseppe Conte, a sinistra indicata così solo dai giornali perché in realtà l’interessato non è di sinistra. Egli sii ritiene un “progressista indipendente”, disposto a negoziare, bontà sua, un programma alternativo a quello del centrodestra, ma con la riserva sfacciatamente rivendicata di non tenerne conto, per esempio in politica estera, difesa e sicurezza, nei casi in cui dovesse vincere le primarie, prevalendo sulla segretaria del Pd Elly Schlein, e poi le elezioni.  “Un casino”, per dirla con Romano Prodi.

Il Conte che piace tanto al marziano a Roma di Flaiano e Polito

       Antonio Polito, scrivendone sul Corriere della Sera, non ha dubbi. Se il solito marziano di Ennio Flaiano tornasse a Roma noterebbe subito più l’opposizione, guidata da Giuseppe Cinte, che la maggioranza guidata al governo da Giorgia Meloni. E ciò pur a primarie non ancora svolte, anche perché è controverso pure il modo in cui organizzarle: se nei soliti gazebo o anche on line, digitando sul computer senza la fatica di muoversi da casa, come preferirebbe lo stesso Conte. Che, pur alle prese con la fastidiosa indagine parlamentare sugli affari delle mascherine e altro dell’emergenza Covid da lui gestita a Palazzo Chigi, può forse contare sull’aiuto dei vannaccianui, a destra,  le cui posizioni in politica estera e difesa coincidono con quelle filoputiniane di Conte.  

       Una opposizione guidata per presenza e intensità di voce da un Conte che la segretaria del Pd Elly Schlein non è in grado di contrastare più di tanto per le mani che si è legate da sola con la formula del “testardo” perseguimento della “unità” del campo di denominazione variabile, incuriosisce e piace al marziano di Flaiano e Polito  più che a Romano Prodi, appena lasciatosi scappare “il casino” per definire lo stato dei rapporti fra gli aspiranti all’alternativa. Un po’ come l’ex premier, pure lui, Paolo Gentiloni, a rischio di compomettere la quirinabilità riconosciutagli da qualche parte immaginando la successione a Sergio Mattarella. O l’ex capogruppo del Pd al Senato Luigi Zanda, o l’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini, presidente adesso della commissione bicamerale di vigilanza sui servizi segreti, o dell’ex presidente della Rai, e altro ancora, Claudio Petruccioli, o dell’ex ministro e oggi senatore Graziano Delrio.  Un elenco parziale che può solo allungarsi, non restringersi.   

Una utile lezione di galateo istituzionale da Walter Veltroni sul Corriere

       Non so se Walter Veltroni lo ha fatto in veste più di politologo che di politico, di editorialista del Corriere della Sera o di primo ed ex segretario del Partito Democratico da lui concepito a vocazione maggioritaria, tanto da allarmare gli allora alleati minori dell’Unione, come Clemente Mastella. Che approfittò delle disavventure giudiziarie di famiglia per accelerare nel 2008 la caduta del secondo e ultimo governo di Romano Prodi, dopo il quale il cosiddetto centrosinistra non riuscì più a vincere davvero un turno nazionale di elezioni. Non so, ripeto, in che veste prevalente delle due che gli spettano per il lavoro che svolge e per quello precedente, ma Walter Veltroni ha allargato lo sguardo sulla prossima legislatura non limitandosi alle corse a Palazzo Chigi nel 2027 e al Quirinale nel 2029, alla scadenza del secondo mandato di Sergio Mattarella.

Egli ha sollevato un problema di galateo istituzionale, chiamiamolo così, sostenendo che dovranno essere il più possibile larghe e condivise  anche le assegnazioni delle presidenze delle Camere, nello spirito della “solidarietà nazionale” che nel 1976 portò il comunista Pietro Ingrao al vertice di Montecitorio e confermò il democristiano Amintore Fanfani al Senato.

Quello spirito bipartisan, o di buona educazione istituzionale, sopravvisse alla stagione della “solidarietà nazionale” dei due governi monocolori democristiani di Giulio Andreotti sostenuti anche, o soprattutto, dal Pci di Enrico Berlimguer. A Ingrao seguirono alla Camera le presidenze della comunista Nilde Jotti, detta “la zarina”, e del compagno di partito Giorgio Napolitano. Una “zarina”, la Jotti, che in una riunione della direzione del Pci, anche se Veltroni non lo ha ricordato, mise in riga Berlinguer che le contestava il freno all’ostruzionismo dell’opposizione al decreto legge sui tagli o sul rallentamento della scala mobile dei salari, adottato dal governo di Bettino Craxi per ridurre l’inflazione a due cifre che divorava il valore reale dei salari. Un ostruzionismo parlamentare fallito il quale, il Pci impose alla Cgil guidata dal pur moderato Luciano Lama il ricorso a un referendum abrogativo ancora più clamorosamente fallito nel 1985,  simile sul piano politico e sociale alla sconfitta subita dalla Dc nel 1974 sul referendum abrogativo della legge sul divorzio.

La buona educazione parlamentare, diciamo così, finì con l’avvento della cosiddetta seconda Repubblica, quando il bipolarismo si è paradossalmente tradotto nel diritto o nell’abitudine, come preferite, di assegnare allo stesso schieramento le presidenze tanto della Camera quanto del Senato, sempre più frequentemente coinvolte nell’animosità dello scontro politico e scambiate per presidenze di parte.

L’analisi di Veltroni nell’editoriale di ieri sul Corriere della Sera, a prescindere da chi potrà esserne il beneficiario l’anno prossimo, già nelle preferenze dello stesso Veltroni o nella casualità delle scelte che si faranno, mi sembra corretta. E avrebbe ben potuta essere anticipata da Berlusconi, a destra, nella legislatura -la sedicesima- del suo quarto governo. Quando il Cavaliere preferì affidare, come promesso prima del voto, la presidenza della Camera a Gianfranco Fini, il suo alleato di destra, piuttosto che ad un esponente del Pd di Veltroni, pronto al dialogo, per cercare un accordo bipartisan su una riforma costituzionale. Fini investì la sia forza politica nel logoramento di Berlusconi, sino a farsi cacciare dal Pdl nel frattempo creato, e nel tentativo, per quanto fallito, di sfiduciarlo alla Camera facendo passare un suo nuovo partito all’opposizione. La quale, dal canto suo, spianò la strada ai governi governi tecnici, prima di Mario Monti e poi di Mario Draghi, che insieme hanno prodotto uno sbandamento tale della politica da fare conquistare la maggioranza all’astensionismo elettorale.

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Conte degradato da Cavour a Prodi nella campagna di Palazzo Chigi

       Quel poco che non aveva ancora detto di così esplicito sulle sue aspirazioni e sul modo in cui concepisce coalizioni politiche e loro guide l’ex premier Giuseppe Conte le ha fatte scrivere, o lo ha lette sopra la firma del direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio. Che, infastidito forse anche dal numero crescente di donne più o meno interessate alla questione e decise, o spinte da maschi ammiratori, a parteciparvi quando ne verrà il momento, ha titolato il suo commento di giornata avvertendo che “non è Miss Italia” il concorso alla candidatura a Palazzo Chigi nella prossima legislatura. Intanto perché a vincerlo, nelle speranze o convinzioni di Travaglio, puntando sulle divisioni esistenti anche fra i sostenitori della segretaria del Pd Elly Schlein, prevarrà Conte, appunto.

       Travaglio per sostenere meglio la causa ha fatto scendere Conte anche dal piedistallo di Camillo Benso di Cavour come il migliore capo del governo d’Italia dopo il conte con la minuscola, pur essendo nobile davvero il piemontese. Ora, date la lunghezza e lontananza dei tempi e l’esagerazione del paragone che deve avere finito per farlo riflettere, Travaglio è risalito, anzi è sceso, a personalità più recenti, e persino ancora viventi con i loro anni ben portati, a piedi e in bicicletta, come Romano Prodi. Che nel 1996, pur “senza un partito”, se non quello democristiano di provenienza, dopo qualche esitazione di forma e di sostanza, fu scelto dalla compagnia dell’Ulivo come candidato da contrapporre a Silvio Berlusconi. E vinse, anche una seconda volta, pur non riuscendo mai a durare più di alcuni mesi, trascinandosi appresso nella seconda caduta anche le Camere elette meno di due anni prima.

       Chissà, volendo, e se ce ne fosse l’occasione in tempi in cui è tornato ad affacciarsi il terrorismo, anche Conte saprebbe ricorrere ad una seduta spiritica per venire a capo di qualcuno rapito, come Aldo Moro nel 1978.

       Alle primarie si tratterà di “decidere -ha scritto Travaglio – chi  sia il più adatto a guidare il governo, non la coalizione. Il più bravo ad amministrare l’Italia, non a fare politica. E non è detto che il più bravo sia il leader del partito più votato: può essere quello di un partito meno votato”, come sarà sicuramente il Movimento 5 Stelle anche per il contributo che darà personalmente l’ex fondatore e l’ex garante Beppe Grillo a ridimensionarne ancora la consistenza.

       Vi raccomando quella distinzione di Travaglio fra governo e coalizione, i cui programmi possono essere anche diversi, o compilati con tali e tanti compromessi che potremmo stare, per esempio, o a cominciare, sia con gli ucraini aggrediti, smettendo di aiutare le loro difese, sia con i russi aggressori. La coalizione con i primi, il governo con gli altri.

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Tanto fortunato a incontrarti quanto sfortunato a perderti

       Addio, Daniela mia carissima. Arrivederci, diresti tu con la grande fede che hai sempre avuto ma che in me sta vacillando, a dir poco, per lo strazio della tua morte.

       Sono stato tanto fortunato a incontrarti, ancora ragazza con i calzini corti settant’anni fa, quanto sfortunato a perderti oggi dopo sessantaquattro anni di matrimonio felicissimo.

       Grazie di tutto, amore mio, soprattutto di avermi dato una figlia forte come la nostra Titti.

       Il tuo Franco

I funerali di Daniela Sabbadini venerdì 7 agosto alle ore 10 nella Parrocchia di San Gabriele Arcangelo di viale Cortina d’Ampezzo 144, Roma

Fratelli, fratellastri, cugini, furbi e firbastri d’Europa

       I “fratelli d’Europa” sarcasticamente annunciati ieri dal manifesto per la concordanza verificartesi fra italiani, danesi e tedeschi sulla necessità di una stretta nella sorveglianza e difesa dei confini continentali dopo l’assalto all’enclave spagnola in Africa di migranti attratti dalle centinaia di migliaia, sino a oltre un milione, di beneficiati della sanatoria disposta a Madrid, fra un guaio giudiziario e l’altro, dal premier Sanchez sono durati, a quanto pare, giusto il tempo di leggere il quotidiano romano ancora orgogliosamente comunista. Che oggi ha già potuto titolare, leccandosi i baffi, che la richiesta proveniente dall’Europa dopo il vertice tecnico promosso dai 21 già classificati tra “fratelli d’Europa” è, al contrario, favorevole alla generosità di Sanchez.

       Il merito sarebbe stato naturalmente tutto o soprattutto del presidente francese Macron preferendo questa volta Sanchez ad una Meloni che solo di recente sembrava essere tornata alla sua attenzione e ai suoi baci  e abbracci di parata, davanti ai fotografi.

       Macron si è permesso questa sorpresa perché forte di un’abitudine tutta contraria che egli  ha nel gestire a casa sua il fenomeno dell’immigrazione clandestina. Un’abitudine, direi, manettara. Formalmente aperte da Scenghen e dintorni come tutte le altre d’Europa, le frontiere francesi si stringono e si chiudono ogni volta che Macron lo ritenga opportuno. Ne sanno qualcosa a Ventimiglia guardie e ladri, diciamo così. E se qualcuno protesta, viene rapidamemte liquidato come un rompiscatole.

       L’unico che se la ride di fronte a questo spettacolo, o quello che se la ride di più, distraendosi dai guai che combina in Medio Oriente e lascia a Putin di combinare da anni in Ucraina, è il pesidente americano Donald Trump. Che sogna di recintare gli Oceani.

La segretaria del Pd Elly Schlein è l’Alice del campo largo di Conte

       Di fronte alla provocazione, certo, di Giuseppe Conte con la storia delle primarie prevalenti sull’eventuale programma del campo largo dell’alternativa, la reazione della segretaria del Pd Elly Schlein e il credito che le hanno dato analisti pur qualificati, che hanno scritto di “affondo e scossa”, come Paolo Mieli sul Corriere della Sera, o di “stop” attribuitole da Repubblica, la domanda da porsi è se costoro, gli analisti, ci sono o ci fanno.

       La Schlein ha reclamato certamente la precedenza cronologica del programma rispetto alle primarie. Ma Conte, che le contende la candidatura a Palazzo Chigi, non l’aveva mai negata. Egli ha rivendicato il diritto, se vincesse le primarie, di piegare il programma alle sue opinioni, cioè alla sua linea su temi delicatissimi  come    quelli della politica estera, di difesa e di sicurezza, per esempio interrompendo gli aiuti militari italiani all’Ucraina, che lui già contrasta in Parlamento dall’opposizione, diversamente dal Pd. E ciò  per quanto riconosca, bontà sua, che gli ucraini sono gli aggrediti e i russi gli aggressori nella guerra in corso da anni alle porte, quanto meno, dell’Europa.

       La Schlein, come Alice nel paese delle quasi meraviglie, ha sorvolato su questa provocazione facendone solo una questione cronologica, di tempi, fra un passaggio e l’altro, quello finale, del progetto dell’alternativa. Più chiaro, e diciamo anche onesto, sarebbe se la Schlein riconoscesse che alle condizioni poste dal suo concorrente e presunto alleato Conte mancano i presupposti di una trattativa seria sul programma. Che il capo delle 5 Stelle, o di quel che ne rimangono, ha praticamente stracciato prima ancora di sottoscrivere.

       Anche nel centrodestra, certo, ci sono differenze di vedute, sensibilità e altro sugli stessi temi sui quali Conte si è riservato libertà di azione. Penso, in particolare, alle posizioni del pur vice presidente del Consiglio leghista Matteo Salvini. Ma lì, nella maggioranza di governo, tutto si ricompone nelle votazioni in Parlamento, diversamente dall’altra parte. Si ha almeno il pudore di avvertire la necessità- direbbe la buonanima di Amintore Fanfani- di “coprirla dopo averla fatta grossa”. Conte no, non vuole neppure coprirla.

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