Il Pd fra il tifo di Paolo Gentiloni e il martello di Silvia Salis

Fresco di stampa con le sue “istruzioni” per far diventare “una potenza” l’Europa da lui servita come commissario a Bruxelles per conto dell’Italia nel precedente esecutivo di Ursula von der Leyen, l’ex premier Paolo Gentiloni ha declinato con cortesia la proposta fatta da Paolo Mieli sul Corriere della Sera non a lui ma alla segretaria del Pd Elly Schlein di lasciargli federare in un’unica formazione fiancheggiatrice del Nazareno i centri, centrini, cespugli e quant’altro del cosiddetto campo largo.

Ospite di Corrado Formigli a Piazza pulita, Gentiloni prima ha sottolineato le difficoltà di un’impresa del genere, tanta è la confusione in quell’area, affollata di aspiranti leader forse più ancora che di voti, e poi ha detto di essere intenzionato a continuare a fare “il tifo” per il Pd. Evidentemente dall’interno, essendovi iscritto, e non uscendone per diventarne esterno.

Non so se Mieli ci sia rimasto male e voglia rispondergli, magari tornando a scriverne sul Corriere. Sospetto che non sia rimasta male la Schlein, già troppo piena di problemi con Giuseppe Conte che le contende la candidatura a Palazzo Chigi per l’alternativa al centrodestra, per trovarsene un altro costituito da un centro federato. Esso potrebbe insediarle  candidatura  a presidente del Consiglio ancora più di Conte, al di là delle stesse intenzioni, almeno iniziali, del federatore Gentiloni, o  altri al suo posto.

E poi ve l’immaginate nell’area o pollaio di centro a sinistra Matteo Renzi, diavolo di un uomo, che accetta di farsi federare disciplinatamente da quel Gentiloni che nel 2017, dopo la bocciatura referendaria della sua riforma costituzionale si rifiutò di assecondare da Palazzo Chigi il tentativo del suo predecessore, rimasto segretario del Pd, di investire in elezioni anticipate la consistente minoranza referendaria? Mattarella al Quirinale era contrario, pur essendo arrivato alla Presidenza della Repubblica spinto da Renzi, e Gentiloni ne condivise il no.

Senza tuttavia lavorare di fantasia sugli umori di Renzi, facile alle impuntature e alle sorprese delle quali Conte si è ammalato senza possibilità di guarirne, non essendo peraltro da meno in materia di sorprese e malumori, basta leggere un’intervista anch’essa fresca di stampa della sindaca di Genova Silvia Salis a 7, il supplemento del Corriere della Sera, per avere conferma del ginepraio del centro a sinistra. “Il centrosinistra non ama la vittoria”, è il titolo pessimistico e sconsolato di copertina.

Il centrosinistra -ha spiegato all’interno la Salis, per alcuni una potenziale versione al femminile del federatore del centro proposto da Mieli per Gentiloni- “nei decenni ha elaborato anticorpi potentissimi contro la vittoria. C’è fastidio verso la figura del leader. E c’è il meccanismo perverso di dover abbattere la peculiarità di ogni partito per tenere insieme tutti. E quasi l’idea che il concetto stesso di vittoria sia qualcosa di destra”. E ancora, parlando del partito che è il principale, più votato, della coalizione dell’alternativa al centrodestra: “Abbiamo frammentato il Pd”, che “se fosse stato più inclusivo e avesse contenuto le tensioni interne, oggi sarebbe un partito che non avrebbe problemi a stare al 30 per cento”, anziché al 20 attorno al quale naviga inseguito dal Movimento 5 Stelle di Conte fra il 12 e il 14 per cento.

Da campionessa vera com’è, con tanto di medaglie e titoli, e foto evocative che la celebrano negli articoli di giornale che si guadagna in politica, Salis ha lanciato il suo martello contro lo schieramento al quale pure appartiene e che l’ha portata alla guida della sua città.

Pubblicato sul Dubbio

La carta Gentiloni per il centro proposta alla Schlein da Paolo Mieli

Il mio amico Paolo Mieli, che considero il simpatico gattone del giornalismo italiano per la capacità che ha di graffiare con garbo, sino a strappare il sorriso a chi ne riceve le critiche, compreso Marco Travaglio di solito irascibile nella torre delle sue certezze e dei suoi archivi, è dichiaratamente e pazientemente schierato col campo largo, come si dice, dell’alternativa al centrodestra. Credo sia anche un potenziale elettore della della segretaria del Pd Elly Schlein nelle primarie per scegliere il candidato  a Palazzo Chigi, e leader quindi della coalizione. Egli tuttavia non si è risparmiato di dubitare, scrivendone sul Corriere della Sera, delle sue recenti contestazioni della determinante incidenza elettorale  del centro nella competizione fra io due schieramenti che si contendono maggiormente il governo. Un centro che a destra la Meloni ha riconosciuto importante tanto da adottarne, diversamente dalla Schlein a sinistra, la “cultura nell’azione” governativa.  

       Mieli ha consigliato alla segretaria del Pd più prudenza e proposto un uomo al quale appoggiarsi per federare, secondo il lessico di questa stagione politica, non tanto la coalizione dell’alternativa cedendogli il ruolo, quanto l’area di centro del campo largo oggi alquanto pasticciata e affollata di ambizioni: tanto che se ne avvertono parti impegnate a sostenere sia la stessa Schlein sia il suo principale concorrente. Che è naturalmente Giuseppe Conte, alla cui corsa lavora dietro ma ormai anche davanti alle quinte l’instancabile Goffredo Bettini, addetto ormai alle rinascite: quella una volta di carta di Palmiro Togliatti e quella per niente di carta di Conte a Palazzo Chigi, dove nel 2019 si guadagnò, ma paradossalmente uscendone, la promozione al “punto di riferimento più alto dei progressisti”.

       Paolo Gentiloni, anche lui peraltro ex premier, e pure ex ministro degli Esteri ed ex commissario europeo, ricorrentemente indicato nei retroscena giornalistici come una carta di riserva della Schlein per il Quirinale, quando scadrà il secondo mandato di Sergio Mattarella, da proporre eventualmente anche ad un centrodestra sconfitto nelle elezioni, si lascerà distrarre dal lavoro proposto per lui da Mieli? A Corrado Formigli, ieri sera a Piazza pulita, egli ha detto di volere continuare ad essere “un tifoso del Pd” e di ritenere “molto difficile mettere d’accordo” gli evidentemente non federabili centristi dichiarati del campo largo.

 D’altronde, anche come quirinabile adatto a piacere a sinistra e a destra la posizione di Gentiloni si è indebolita con l’irruzione appena fatta da Pier Ferdinando Casini in questa area bipartisan rinunciando a ricandidarsi al Senato come ospite del Pd per arrivare equidistante, fra centrodestra e centrosinistra, al momento della successione a Mattarella. Nei confronti di Casini, credo, Gentiloni avrebbe meno ragioni da vantare, e speranze da coltivare, per piacere al centrodestra nato nel 1994 con la partecipazione dello stesso Casini all’avventura politica di Silvio Berlusconi, affiancati entrambi sui palchi nelle piazze da Gianfranco Fini e Umberto Bossi.  

Dal campo al circo largo della improbabile alternativa alla Meloni

       A un anno, al massimo, dalle elezioni politiche che la segretaria del Pd Elly Schlein è sicura di “andare a vincere” con i suoi alleati e/o concorrenti a Palazzo Chigi, nel campo cosiddetto largo dell’alternativa non sono riusciti a concordare un documento unico nei dibattiti al Senato e alla Camera sul Consiglio europeo di oggi e domani. La maggioranza ne ha prodotti due, la cui approvazione ha fatto decadere i cinque delle opposizioni.

 Il massimo dell’unità le opposizioni lo hanno raggiunto disertando la votazione sul secondo documento della maggioranza che auspica una tregua nella guerra d’Ucraina almeno nel settore energetico. Quella tregua annunciata da Trump e rifiutata, o smentita, o contraddetta, come preferite, da Putin pur trattato dal presidente americano come l’aggredito, piuttosto che l’aggressore.  E remunerato, sempre Putin, con un accordo di fornitura di gasolio agli Stati Uniti definito dalla premier Meloni come “molto rischioso” per gli effetti politici che potrebbero derivarne.  “Non sono affari suoi”, le hanno risposto immediatamente da Mosca.

L’argomento potrebbe essere stato discusso dalla Meloni col presidente della Repubblica nell’abituale e allargata colazione di lavoro al Quirinale alla vigilia delle sessioni del Consiglio europeo. E’ arcinota la condivisione del Capo dello Stato dell’appoggio politico e militare del governo all’Ucraina, di cui il presidente Zelensky, in missione a Londra, ha tenuto ieri a rinnovare i ringraziamenti.

Per tornare ai rapporti fra governo e opposizioni sulla politica estera e di difesa, il duplice dibattito parlamentare ha fornito l’occasione per un ulteriore distacco, nel campo avverso al governo, del partito di Calenda. Del cui documento la Meloni ha disposto che fosse accolta una parte dalla maggioranza.

Il campo largo, o circo,  dell’alternativa, per non scadere nella mezza parolaccia del casino, risente sempre di più della forza delle sue componenti più radicali fra proteste e preoccupazioni crescenti nell’area riformista del Pd, da cui si sono levati applausi alla Meloni nell’aula del Senato.  La radicalità tuttavia non migliora i rapporti fra la Schlein e il suo alleato e concorrente principale che è Giuseppe Conte, il presidente del Movimento 5 Stelle che fu di Beppe Grillo ed ex premier. I due non riescono ormai più neppure a partecipare insieme a eventi come la festa romana del cinema, alla quale si sono presentati in momenti diversi scambiandosi a distanza battute allusive nelle risposte ai giornalisti sull’attualità politica. Persino le cronache del campo o circo largo dell’alternativa sono scritte, per esempio ieri su Corriere della Sera, a quattro mani, non bastandone due.  

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Le giornate particolari degli spaventapasseri di destra e di sinistra

La destra, anzi il centrodestra è abitualmente accusato, qualche volta non a torto, di esasperare il tema della sicurezza per trarne vantaggio elettorale, pur in presenza di un astensionismo alto, che fa ritenere l’elettorato più indifferente che attento e smanioso di andare a votare. Ma la sinistra, anzi il centrosinistra, non è da meno nel cavalcare il tema dell’antifascismo per accusare la destra, anzi -ripeto- il centrodestra di rimpiangere e volere ripristinare il regime di un secolo fa in qualche altro modo, senza marce su Roma e tutto il resto. Magari nelle modalità di una “capocrazia” avvertita nella legge elettorale che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella avrebbe promulgato con troppa fretta, sia pure con l’effetto che dovrebbe essere apprezzato di accelerarne la verifica da parte della Corte Costituzionale già raggiunta da ricorsi.

       Si è arrivati a sinistra, con l’aiuto di tutti i centrini che le gravitano attorno, a ingigantire la figura o il fenomeno del generale in pensione anticipata Roberto Vannacci, quasi festeggiandone l’avvicinamento alle due cifre nei sondaggi. E al conseguente, auspicato dissanguamento elettorale del centrodestra utile al sorpasso e alla vittoria del campo largo dell’alternativa. Ma se dovesse mancare questo sorpasso grazie alla tenuta della coalizione guidata da Giorgia Meloni, il generale rimarrebbe uno spauracchio per la tentazione attribuita alla stessa Meloni di recuperarlo, per quanto la premier non abbia sinora pronunciato una parola o compiuto un gesto in questa direzione. Piuttosto la presidente del Consiglio ha adottato, con tanto di discorso a una platea di post-democristiani, la “cultura di centro” nell’azione di governo.

       il buon Aldo Cazzullo, che prima o poi vivrà, e potrà anche raccontare in televisione la “giornata particolare” della sua nomina a direttore del Corriere della Sera, nella pagina della corrispondenza dei lettori ha colto l’occasione di un ricordo di Giorgio Bracardi per indicare nel generale Vannacci la caricatura riuscita del fascista anticipata dal compianto al pubblico divertito di Renzo Arbore. “Il suo personaggio -ha scritto Cazzullo alludendo appunto a Vannacci- è all’8 per cento e magari un domani sarà al governo”. Persino alla guida, ha già prospettato qualche altro spaventapasseri immaginando la Meloni al Quirinale e il generale a Palazzo Chigi, portatovi da tutti quelli ai quali sta offrendo candidature sapendoli a rischio di non essere più riproposti dai partiti di origine, o dell’altra volta. Siamo più ai fumetti, mi pare, che alla cronaca.

Pubblicato sul Dubbio

I deputati fuggiti dai nuvoloni annunciati dal ministro Giorgetti

       Per non cadere nella tentazione sempre forte del qualunquismo, alla quale ha ceduto, per esempio, Massimo Gramellini più o meno consapevolmente nel suo caffè quotidiano sulla prima pagina del Corriere della Sera commentando l’aula deserta della Camera di ieri mattina, si potrebbe persino contestare al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti la protesta fatta contro gli assenti. Che avrebbero disertato il lavoro rispettato invece da lui, unico peraltro al banco del governo, dove nessun ministro, proprio nessuno, ma neppure uno dei suoi sottosegretari aveva ritenuto di fargli compagnia nel discorso sul documento programmatico di finanza pubblica al primo punto dell’ordine del giorno della 726.ma seduta pubblica della 19.ma legislatura della Repubblica.

       Gli “onorevoli deputati”, come li chiama il presidente di turno nelle sedute, si sono difesi dai “nuvoloni” genericamente annunciati o minacciati dal ministro Giorgetti per spiegare la prudenza contabile del governo, pur sforando peraltro il bilancio. Si sono difesi rimanendo a casa, o spingendosi sino al cosiddetto transatlantico di Montecitorio e alla buvette, senza varcare la soglia dell’aula con l’ombrello riposto grazie alla giornata di sole sopraggiunta ad altre coperte o di pioggia.

       Da vecchio, vecchissimo cronista parlamentare, allenatosi con i resoconti delle sedute e poi avventuratosi nei commenti, vorrei prendermela più che con gli assenti, o col ministro sentitosi praticamente offeso da loro, col presidente della Camera e i suoi vice che si alternano con turni al suo posto. In un’aula deserta – dove dodici persone, quanti erano ieri mattina i presenti, più dei deputati e funzionari sistemati sui banchi della presidenza, si stenta pure a vederli- la seduta non dovrebbe venire neppure aperta. O dovrebbe venire aperta e sospesa immediatamente in attesa del pubblico, chiamiamolo così anche in aula, e non solo nelle tribune degli invitati e dei giornalisti.

       Lo stesso discorso naturalmente vale per il Senato, l’altro ramo più anziano o meno giovane del Parlamento.

Le domande sull’Ucraina alle quali Conte non può rispondere

       A sorpresa, dati i precedenti fotograficamente documentati, Giuseppe Conte non ha più sorriso a Donald Trump, che arrivò americanamente a moltiplicargli il nome promuovendolo a Giuseppi.  L’ex premier italiano ha dato dell’”irresponsabile” al presidente americano, come è capitato -credo- a molti altri, per essere tornato ad attaccare il presidente ucraino Zelensky, se mai avesse smesso, auspicando il suo rovesciamento in patria. Che va perseguito con le buone elettorali o forse anche con le cattive, visto che fare le elezioni sotto i bombardamenti russi è e sarà difficile da quelle parti, peraltro abbandonate da molti in fuga dalla guerra.

       “Trump addirittura fa un accordo con Putin -ha detto Conte- bypassando l’Ucraina e l’Unione Europea”. E finendo per “favorire l’aggressore rispetto al paese aggredito” più di quattro anni fa e ancora sotto il ferro e il fuoco ordinati dallo zar di turno al Cremlino.

       Mi chiedo a quale altro esito si arriverebbe assumendo la linea di Conte sull’Ucraina, contraria a ulteriori aiuti militari riusciti sinora ad evitare la capitolazione degli aggrediti. Una linea che Conte non ha accantonato o cambiato neppure di fronte alla riconosciuta “complicazione” della guerra in corso provocata dall’ultimo, o penultimo, intervento del presidente americano. Che è riuscito a ricacciare Zelensky   dalla Casa Bianca, questa volta senza neppure invitarlo e farlo accomodare su una poltrona vicina alla sua, come accadde l’anno scorso in diretta televisiva mondiale. Alla quale non ricordo, francamente, che Conte avesse fatto seguire un suo commento critico, o quanto meno preoccupato. Già allora l’ex premier italiano non condivideva la resistenza di Zelensky all’aggressione russa.

       Cosa dovrà ancora accadere, augurabilmente prima delle primarie nel campo largo dell’alternativa finalizzate alla scelta del leader, perché Conte tragga le conseguenze ragionevoli dal riconoscimento del rischio dell’aggredito di essere schiacciato dall’aggressore? Immagino già la risposta: una trattativa per la pace. Altra domanda: come ottenere da Putin la disponibilità a parteciparvi? Non credo con una telefonata di Conte al Cremlino. O alla Casa Bianca per esortare Trump ad essere meno “irresponsabile”.           

Prove di furbizia nella corsa alla successione a Mattarella

Della segretaria del Pd Elly Schlein, parlandone nell’intervista al Corriere della Sera con la quale ha annunciato la rinuncia a ricandidarsi l’anno prossimo al Parlamento, dopo 44 di appartenenza, Pier Ferdinando Casini ha sottolineato la “testardaggine”, pari a quella della premier Giorgia Meloni. E “la capacità di parlare a un mondo giovanile non omologato alla politica tradizionale”. Riconoscimenti o apprezzamenti non so fino a che punto compatibili però con la motivazione della rinuncia a ricandidarsi. Che non sta tanto nella sua lunga esperienza parlamentare, per niente debilitante per la sua ottima salute,  ma nella opportunità di “cedere spazio -ha detto- a personalità più in sintonia con i partiti e con le coalizioni che si presenteranno agli elettori”. Partiti e coalizioni in cui evidentemente Casini non si sente a suo agio: né pensando al centrodestra, dove lui volle collocarsi seguendo Silvio Berlusconi nel 1994, né pensando al centrosinistra, dove chiese ospitalità al Pd per restare in Parlamento non condividendo l’evoluzione dello schieramento berlusconiano.

       Con garbo, come al solito, ma con tempestività da “Pierfurby”, come lo chiamò a suo tempo Francesco Cossiga con urticante amicizia, Casini ha mostrato di non gradire l’aria elettorale che tira nel Pd. Dove la Schlein, per rincorrere o difendersi da Giuseppe Conte, che le contende la candidatura alla leadership dell’alternativa al centrodestra, ha appena contestato che la battaglia elettorale si giochi “al centro”, come invece Casini da sempre sostiene, sia quando era con Berlusconi e sia quando chiese e ottenne ospitalità al Nazareno.

       Furba pure lei, oltre che testarda, e forse anche rinfrancata dalla disponibilità di una nuova candidatura utile per il suo partito a Bologna, la città di Casini, la Schlein ha ringraziato l’ospite “per la competenza, la capacità di dialogo e il senso dello Stato con cui ha sempre servito le istituzioni”, ha scritto in un comunicato.

       Le condizioni di salute e la perdurante “passione” per la politica ribadita da Casini anche in un messaggio agli elettori affidato al giornale più venduto nella sua città, sconsigliano di considerare un epitaffio quello della Schlein, come qualche sprovveduto temo possa pensare. Le qualità riconosciute, anzi certificate, dalla segretaria del Pd potrebbero obbligarla nella prossima legislatura, quando scadrà il secondo mandato di Sergio Mattarella al Quirinale e bisognerà dargli un successore, ad una candidatura proprio dell’ormai ma tempestivo riservista Casini.  Una candidatura che sarebbe come il cacio sui maccheroni se a quell’appuntamento presidenziale entrambi gli schieramenti in gioco, di centrodestra e di centrodestra, dovessero arrivare senza i numeri per giocare da soli la partita del Quirinale, uno contro l’altro. Altro che i sogni quirinalisti coltivati, o attribuiti o offerti a Conte per distoglierlo dall’ambizione di tornare a Palazzo Chigi.

Piubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 17 ottobre

L’aiuto di Trump a Conte nel campo largo e pasticciato dell’alternativa

       L’aggressione politica di Trump a Zelensky, seguita e aggiunta a quella militare di Putin cominciata più di quattro anni fa, deve aver fatto gonfiare il petto in Italia a Conte. O a Giuseppi, come lo chiamò Trump quando il presidente del Consiglio riuscì a sopravvivere alla crisi del suo primo governo rimanendo a Palazzo Chigi con un’altra maggioranza di segno opposto, sostituendo la Lega di Matteo Salvini col Pd di Nicola Zingaretti.

       Il presidente ucraino indebolito dalla delegittimazione del presidente statunitense, che ne ha auspicato la bocciatura elettorale quando si potrà o si dovrà votare, non credo sotto i bombardamenti russi, o ancora prima con un colpo di Stato, è la ciliegia che mancava alla torta di Conte contrario agli aiuti militari italiani a Zelensky. Una contrarietà non condivisa nel campo largo dell’alternativa al centrodestra dalla segretaria del Pd Elly Schlein, ma non per questo indebolita perché Conte ha avvertito che se dovesse capitargli di tornare a Palazzo Chigi si sentirà libero di disattendere qualsiasi compromesso raggiunto con la stessa Schlein su questo tema in un programma comune.

       La stessa Schlein, d’altronde, non sembra avere molta voglia di irrigidirsi, visto che ha appena contestato moderati e quant’altri nel campo largo convinti che da sinistra si possono vincere le elezioni solo dando più spazio al centro. Contestare questa visione e insieme i veti ricorrenti di Conte contro la partecipazione di Matteo Renzi al campo largo è quanto meno contraddittorio. E finisce per fornire a Conte un altro vantaggio dialettico nella polemica. Che è traducibile in questa domanda: che senso ha aprire il campo largo al centro per disattenderne la posizione sostenendo che non si vince al centro, appunto, ma a sinistra? Dove peraltro Conte non vuole sentirsi collocare sentendosi solo un progressista indipendente.

       Più che un campo largo, è un rompicapo.

Ripreso da http://www.startmag.it

La Schlein fa passare a Casini la voglia di ricandidarsi al Parlamento

       Pier Ferdinando Casini, parlando dalla sua casa romana con vista sulla vecchia sede della sua Dc in Piazza del Gesù, ha annunciato all’ intervistatore del Corriere della Setra la rinuncia a ricandidarsi l’anno prossimo al Parlamento. Dove ha vissuto 43 dei suoi 70 anni, peraltro molto ben portati, per cui è difficile pensare ad una stanchezza all’origine della decisione di “fermarsi qui”. E infatti “Pierfurbo”, come lo chiamano gli amici, più che stanco, sembra deluso con l’opportunità dichiarata di lasciare “spazio a personalità più in sintonia con i partiti e con le coalizioni che si presentano agli elettori”.

       Neppure da ospite, come gli è capitato di tornare più volte al Senato nelle liste del Pd, sfiorando il trasloco del Quirinale prima che l’amico Sergio Mattarella accettasse la rielezione e un secondo e pieno mandato; neppure da ospite, dicevo, delle liste del Dc Casini ha voluto assistere, e tanto meno partecipare, all’avventura della Schlein spintasi proprio ieri a dichiarare che da sinistra non si vince al centro. La moderazione, che Casini ha imparato nella Dc a praticare da Arnaldo Forlani, da lui citato per l’abitudine di “non forzare le situazioni, sarebbe già costata troppo alla sinistra secondo le valutazioni della segretaria del Pd aspirante alla guida di un governo alternativo al centrodestra guidato dalla Meloni. Alla quale peraltro Casini ha tenuto a riconoscere “la consistenza notevole” dimostrata a Palazzo Chigi.

       Della Meloni a Casini è capitato di essere anche coinquilino del centrodestra guidato agli esordi della seconda Repubblica -ora si vive la terza- da un Berlusconi di cui “Pierfurbi” conserva un buon ricordo. Come anche di Gianfranco Fini per la evoluzione imposta al Movimento Sociale trasmessogli da Giorgio Almirante.

       Degli anni e dei momenti vissuti alla Presidenza della Camera Casini ha ricordato l’ospitalità concessa, con tanto di discorso in aula, al Papa Giovanni Paolo II. Che magari da santo potrà dargli una mano a raggiungere da ex parlamentare l’obbiettivo del Quirinale mancato da senatore. Un Quirinale dove egli ha imparato che si può essere eletti, ma non ci si deve candidare. Non foss’altro per ragioni di scaramanzia.

L’anomalia della destra italiana che gioca in difesa del potere

       Flavia Perina, che la conosce bene avendovi militato sino a dirigerne per un po’ la testata giornalistica, ha sottolineato sulla Stampa l’anomalia della destra italiana in questa stagione elettorale in Europa. E’ una destra al potere, costretta quindi a difenderlo, diversamente dalle destre francesi, tedesche, spagnole che sono all’opposizione e combattono, in posizioni più favorevoli, per rovesciare quello che in linguaggio inglese si chiama estabilishment. Stia quindi attenta la Meloni, sembra pensare la Perina non con apprensione. Che se non è compiacimento poco gli manca e le consente di stare a suo agio in una testata storicamente, culturalmente, politicamente non di destra.

       La rappresentazione della Perina ha tuttavia un punto debole. Che si chiama Roberto Vannacci, scambiato per un affare a sinistra per via dei voti che il Futuro Nazionale del generale può far perdere alla Meloni lasciandola superare dal cosiddetto campo largo dell’alternativa, pur ancora privo di un programma e di una leadership interna come candidatura a Palazzo Chigi.

       Il guaio per questa sinistra autolesionistica, votata più alle autoreti che alle reti, è che Vannacci è dannatamente, esasperatamente, a volte comicamente di destra, con proposte dai confini labili con la follia in quello che lui chiama il mondo alla rovescia con l’aria di volerlo e poterlo raddrizzare con i gradi militari che ritiene di avere acquisito per sempre.

       L’estremismo, il radicalismo e altro del generale Vannacci, e della sua destra, rende la destra della Meloni al potere avvertita dalla Perina anomala  rispetto alle altre europee ma in positivo: una destra di governo e non di opposizione ad ogni costo, responsabile e non irresponsabile. Più Vannacci grida e toglie voti nei sondaggi alla Meloni, più gliene procura nella percezione reale che si coglie solo nelle elezioni. In quelle pur parziali e suppletive recentemente svoltesi nel collegio calabrese di Reggio e Locri, affrontate da Vannacci scippando all’ultimo momento il capogruppo regionale forzista imbottito in passato di preferenze, la destra meloniana, cioè il centrodestra ha non vinto ma stravinto. E le sue distanze dagli aspiranti all’alternativa nazionale sono aumentate.

       Vannacci non è riuscito neppure a portare gli elettori alle urne, dove l’affluenza è stata di poco superiore al 20 per cento. Alla sinistra a questo punto non resta che scommettere su un’autorete della Meloni pari a quella degli avversari: inseguire Vannacci per associarlo al centrodestra. Ma la premier, reduce peraltro da una esaltazione della “cultura di centro al governo”, non è così sprovveduta.

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