L’asse Pontida-Orvieto partorito da una pazza domenica d’autunno

       In una domenica piena di manifestazioni politiche e di discorsi, compreso quello molto vivace della premier Giorgia Meloni ai giovani del suo partito, si è creato un metaforico asse Pontida-Orvieto. La Pontida di Matteo Salvini tornato alla disciplina unitaria, con le buone o le cattive di un congresso anticipatissimo, del compianto Umberto Bossi, che ne era stato estromesso negli ultimi anni e relegato in casa a ricevere e incoraggiare i dissidenti. E la Orvieto della estrema destra di Roberto Vannacci e di Gianni Alemanno, l’ex sindaco di Roma tornato recentemente in libertà e confluito nel Futuro nazionale del generale deciso a raddrizzare un mondo storto e rovesciato anche da una destra troppo accomodante, come sarebbe quella della Meloni.

       Il collegamento fra Pontida e Orvieto, per non parlare di gemellaggio per non coinvolgere le amministrazioni locali che non c’entrano, sta nella sintonia che permane politicamente pur tra i separati Salvini e Vannacci, scambiatisi addirittura posti al vertice della Lega, con Vannacci vice segretario. Poi messosi a tavola da solo per divorare l’altro “come antipasto”, secondo la convinzione o sensazione pubblicamente esposta con compiacimento da Vittorio Feltri.

       Salvini e Vannacci sono tornati o rimasti accomunati -l’uno dentro e l’altro per ora fuori dalla maggioranza, dove Feltri -sempre lui- consiglia alla Meloni di recuperarlo per non perderne i voti necessari a vincere le elezioni l’anno prossimo- nel reclamare più contrasto all’immigrazione clandestina, più bollo auto da abolire, meno anni per andare in pensione e niente armi all’Ucraina per la difesa dall’aggressione della Russia di Putin. Che, pur aggressore del paese limitrofo che voleva “denazificare” in una quindicina di giorni, non sarebbe il pericolo avvertito dall’Unione Europea, e non solo dalla Meloni ancora troppo poco sovranista per i gusti di Salvini e di Vannacci.

       Parallela a questa divisione della destra, su cui la sinistra scommette inseguendo l’alternativa, è la divisione della stessa sinistra quasi sugli stessi temi, soprattutto sulla politica estera e di difesa. Sul cui terreno Salvini e Vannacci potrebbero farsi una passeggiata insieme, e costituire magari un governo in condizioni estreme di confusione, con Giuseppe Conte e quel portasfiga di Angelo Bonelli, ma anche di Nicola Fratoianni, appena infilzato nelle esibizioni critiche dal sindaco di Salerno, ed ex governatore della Campania, Vincenzo De Luca, padre del segretario regionale del Partito Democratico. Grande è la confusione sotto il cielo, diceva Mao godendosene i frutti nella sua Cina. Ora se li gode Putin al Cremlino.   

Anche Ranucci fra le vittime imprudenti di Maria Rosaria Boccia

Pur abituato alle multiformi difese di Sigfrido Ranucci, orfano di Report toltogli dalla Rai col sollievo trapelato di una redazione stanca se non della conduzione, almeno dei suoi effetti, non mi aspettavo ch’egli dovesse essere atterrato come l’ultima vittima della prolematica imprenditrice pompeiana Maria Rosaria Boccia. Che lo aveva preso in custodia come un superman, ricavandone la promozione a una possibile direttrice di giornale, e ne ha moltiplicato le difficoltà di tenuta.

       Ranucci , scolpito anche in un libro dalla sua ammiratrice, rischia di non avere nemmeno le uscite di sicurezza, diciamo così, dell’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, passato l’anno scorso per le mani e le unghie della Boccia sotto processo per questo, ma anche per altro. Sangiuliano, dimessosi dal governo a causa sua,  passò prima all’ufficio di corrispondenza della Rai a Parigi -quello offerto a Ranucci è stato al Cairo, rifiutato come una mezza provocazione o un altro attentato- e poi nella sua Napoli come amministratore locale e commissario, o quasi, del partito meloniano del posto. Di Ranucci temo che non vorrà più occuparsi neppure Valter Lavitola, spintosi a sognare per lui un futuro di capo del governo dell’alternativa al centrodestra.

Schlein non si accorge di essere stata sorpassata da Conte

       Ancora compiaciuta di essere arrivata a suo tempo alla segreteria del Pd a sorpresa, non essendo stata “vista arrivare” né dentro né fuori il partito del Nazareno, Elly Schlein non si è accorta invece del sorpasso che il suo concorrente Giuseppe Conte ha compiuto su di lei nella corsa a sinistra a Palazzo Chigi. L’ha addirittura “doppiata”, come ha annotato con soddisfazione il giornale che lo sostiene con maggiore vigore: il Fatto quotidiano di Marco Travaglio, convinto che Conte sia stato il migliore presidente del Consiglio dopo Camillo Benso di Cavour avuto dall’Italia nella sua storia unitaria.

L’estimatore di Conte ritiene invece il Pd la componente ingiustamente maggioritaria del cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra. Ingiustamente, perché inadatta prima ad una opposizione vigorosa alla Meloni, tanto da avere aperto con lei un discorso sulla politica energetica dell’Italia soffocata dal carovita imposto dalle guerre in corso, e poi ad un governo di vera svolta.

       In un sondaggio condotto da Ipsos e sviscerato sul Corriere della Sera da Nando Pagnoncelli l’ex premier è risultato al 38 per cento dei consensi nell’area dell’alternativa e la segretaria del Pd a un impietoso 22 per cento. Se non è il doppio vantato dal Fatto, poco gli è mancato e gli manca.

       A dare una mano a Conte ha contribuito una buona metà del Pd disseminando di chiodi e di olio la strada della Schlein. Come la leader dei giovani del Pd Virginia Libero, che ha sostenuto in modo davvero bizzarro la corsa della sua segretaria contestandone la linea del sostegno all’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin, sino a proporre e proporsi l’organizzazione dei “disertori” nella guerra alla quale la Schlein vorrebbe portare l’Italia. Persino Pier Luigi Bersani ha consigliato alla giovane anzianotta del Pd, come l’avrebbe chiamata Amintore Fanfani che commissariò nella Dc il movimento giovanile condotto da trentenni e persino quarantenni; persino Pier Luigi Bersani, dicevo, ha consigliato a Virginia Libero di parlare di “obiettori”, piuttosto che “disertori”.

       Il sorpasso sondaggistico di Conte sulla Schlein aiuta naturalmente il centrodestra mettendolo un po’ al riparo dalle divisioni che gli sta procurando il generale, non a caso di divisione, per quanto in congedo, Roberto Vamnnacci. Che l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno già immagina a Palazzo Chigi d’intesa obbligata con la Meloni. “Mai”, ha gridato da Portofino il presidente del Senato Ignazio La Russa non per ammonire la leader della destra di governo e premier ma per condividerne e sostenerne la contrarietà ad un accordo con Vannacci pur di non rischiare una sconfitta elettorale. Essa sarebbe, al contrario, preferibile ad una vittoria perseguita e ottenuta stando appesi al cappio del generale.

Il generale Vannacci spacca il vertice del Giornale che fu di Montanelli

       Roberto Vannacci, diavolo di un generale e di un politico baciato dai sondaggi, è riuscito a spaccare il vertice del Giornale che fu di Indro Montanelli. E ora è diretto da Tommaso Cerno, ex parlamentare di sinistra, pur anomala come quella di Matteo Renzi allora segretario del Pd, al quale Vannacci non piace per i guai che può provocare al centrodestra sottraendogli i voti necessari al sorpasso da parte delle opposizioni, se riusciranno a concordare prima delle elezioni un programma e un leader da candidare a Palazzo Chigi. O imponendo alla Meloni, per ora contraria, un’intesa che ne comprometterebbe l’affidabilità.

       Ospite di un convegno a Torino sulla sicurezza presieduto proprio da Vannacci, che ne ha salutato l’arrivo interrompendo il proprio intervento, Feltri in veste di direttore editoriale del Giornale ha manifestato al generale tutta la sua simpatia e condivisione, riconoscendogli il merito di avere scritto libri di successo e di avere  “divorato come antipasto” la Lega col movimento Futuro nazionale.   Egli ha quindi espresso dissenso dalla posizione critica del direttore responsabile Cerno, impegnandosi a contenerlo o contrastarlo sul Giornale di cui come direttore editoriale potrebbe essere considerato superiore, anche se nel contratto di lavoro giornalistico prevale il direttore responsabile.

        L’estimatore del generale ha già mantenuto la promessa esponendo oggi sul Giornale, pur con minore evidenza di Cerno, le ragioni per le quali alla Meloni conviene tenersi nella maggioranza, o recuperare, il generale Vannacci sbertucciato sullo stesso quotidiano persino con una inchiesta di Lirio Abbate, proveniente dall’Espresso. I voti del generale -ha spiegato Feltri- sono necessari alla premier per vincere le elezioni e risparmiarsi il passaggio all’opposizione.

Chissà che cosa avrà da dire, e magari anche da scrivere sullo stesso Giornale, o privatamente navigando in internet, il corsivista Luigi Mascheroni, contrario ai giornalisti impegnati in politica com’è Vittorio Feltri, fattosi eleggere col centrodestra prima al Comune di Milano e poi al Consiglio regionale della Lombardia. Così contrario, il povero Mascheroni, da credere che a suo tempo, più di 40 anni fa, Montanelli avesse cacciato a “calci in culo” il cofondatore del Giornale Enzo Bettiza considerandolo un “reggicoda” di Bettino Craxi. E con lui anche il sottoscritto, pur già dimissionario, per un editoriale su Craxi che Montanelli non aveva voluto pubblicare dopo essersi consultato con i suoi – “i miei”, scrisse in una lettera- Giangaleazzo Biazzi Vergani e Mario Cervi. Non era ancora arrivato al Giornale Marco Travaglio: sì, proprio lui, l’attuale direttore del  Fatto Quotidiano, che di Montanelli si considera un po’ l’erede non dico designato ma quasi.

Ripreso da http://www.startmag.it

I giornalisti poco affidabili, come preti e banchieri, al minimo i politici

       Come giornalisti siamo messi alquanto male in una indagine condotta da Ipsos, per quanto possiamo consolarci del fatto che i sondaggisti, compresi quelli di Ipsos, sono messi male pure loro col 30 per cento soltanto di affidabilità. Trenta per cento loro, 23 per cento noi, come i banchieri e i preti.

       Ancora peggio di noi sono messi i conduttori dei telegiornali, chissà perché distinti dai giornalisti, i dirigenti d’azienda, i ministri, i dirigenti pubblicitari, i cosiddetti influencer e i politici, attestatisi sul 12 per cento senza distinzione fra quelli di maggioranza e di opposizione, accomunati nella diffidenza, a dir poco, del pubblico. Non a caso, del resto, quello degli astenuti è il partito maggiore nelle graduatorie elettorali da un bel po’ di tempo a questa parte.

       Ai primi posti nella lista dell’affidabilità uscita dalle ricerche dei poco affidabili sondaggisti ci sono gli scienziati col 64 per cento, i medici col 61, gli insegnanti col 51, la polizia col 42 per cento, i militari in genere col 40 per cento e i giudici col il 37 per cento, non so se accomunati per caso, per ignoranza o quant’altro ai pubblici ministeri. La cui carriera unica d’altronde è stata salvata con la bocciatura referendaria della separazione approvata in Parlamento con una riforma costituzionale.

       Ciascuno, secondo il mestiere che fa o gli viene attribuito dal sondaggio dell’Ipsos, compresi i “cittadini comuni” al 29 per cento di affidabilità, avrà modo di riflettere autocriticamente o non. Penso che noi giornalisti dovremmo chiederci quanto ci sia costata l’esposizione, diciamo così, del conduttore televisivo, inchiestista e aspirante martire Sigfrido Ranucci, in qualche modo paragonatosi ai compianti Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Piersanti Mattarella e Aldo Moro, in ordine rigorosamente alfabetico, per la fine che ha rischiato di fare col suo lavoro. Non, secondo lui, per le amicizie e le frequentazioni coltivate fuori dalla redazione di Report, compresa quella di Maria Rosaria Boccia, con presumibili effetti sul prodotto giornalistico e sulle sue stesse ambizioni personali, proiettate dal faccendiere pregiudicato Valter Lavitola addirittura su Palazzo Chigi. Per questo forse da giornalisti non ci meritiamo neppure il 23 per cento di affidabilità che ci è stato dato. 

Le contestazioni qualunquistiche dell’intervento sul bollo auto e moto

L’arma usata contro la Meloni per qualunquizzarla con la storia dell’abolizione del cosiddetto bollo sulle auto e moto si è ritorta contro gli avversari. La premier non aveva tutti i torti, diciamo così, a sfottere l’anno scorso il candidato delle 5 Stelle alla presidenza della Calabria, Pasquale Tridico, paragonandolo a Cetto La  Qualunque per la promessa fatta agli elettori di togliere la tassa regionale di possesso sulle auto e moto. Che rispetto al provvedimento appena adottato dal governo a livello nazionale aveva qualcosa di veramente qualunquistico.

       Tridico, che pure è un ecomomista, aveva promesso l’esonero generalizzato sino a 250 euro di bollo, senza altri limiti, dalla tassa “più odiata” dagli italiani, come l’ha definita Meloni. Che invece ha deciso di abolirla, augurabilmente in senso “strutturale”, cioè per sempre e non solo per il 2027 elettorale, non per tutti. Sono eliminati dall’esenzione, o abolizione, i mezzi con più di 80 cavalli fiscali, purchè i proprietari non ne posseggano altri. In questo caso l’esenzione vale per l’auto meno costosa. 

       Nell’intervento del governo, elettoralistico quanto si vuole ma pur sempre non generalizzato, ripeto, c’è quella sensibilità o selezione sociale non avvertita in Calabria da Tridico, che ne ricavò peraltro alcun vantaggio, vista la bocciatura rimediata nelle urne.  

Questa dell’offensiva contro la Meloni per l’affare della tassa su auto e moto non è stata e non è la sola anomalia, chiamiamola così, della pratica d’opposizione del cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra. Una pratica di contestazione ovunque e comunque. Contestazione persino della disponibilità appena annunciata dalla Meloni, in risposta ad un intervento della segretaria del Pd Elly Schlein, ad accogliere in quest’ultimo anno elettorale o elettoralistico della legislatura posizioni e proposte del Nazareno in materia energetica. Anche in questa disponibilità, doverosa ancor più che ragionevole su temi e nel contesto di una situazione internazionale complicata come questa che stiamo vivendo, tra vecchie guerre che non finiscono e nuove che rischiano di sopraggiungere, si è preferito vedere nel campo largo una trappola della Meloni. Che avrebbe deciso di dare una mano alla Schlein nella concorrenza che Elly o Elena, come preferite, subisce a sinistra da Conte. Il quale ha scommesso, ostinato com’è, sulla incomunicabilità e sul radicalismo per conquistare la leadership del campo progressista. Progressista tuttavia -ha impietosamente osservato Beppe Grillo- nel senso della “paralisi progressiva della mente”.  E ostinato, sempre Conte e sempre nella rappresentazione del suo ex garante, come un avvocato non più del popolo ma dei cavilli. Che sono in effetti una specialità degli avvocati civilisti, qual è l’ex premier.

Pubblicato sul Dubbio

A ciascuno il suo Vannacci. Quello di Conte si chiama Beppe Grillo

       Ciascuno ha il suo Vannacci. La Meloni di certo col generale che le insidia da destra voti che potrebbero rivelarsi decisivi per un sorpasso della sinistra nelle elezioni dell’anno prossimo. Ma ancora più nocivi forse per la tenuta e credibilità della premier se dovesse cedere alla tentazione, sinora attribuitale senza prove, di recuperare il generale del Futuro nazionale  al centrodestra con offerte di potere o cedimenti programmatici, o entrambi. E’ ciò che sperano naturalmente nel cosiddetto campo largo dell’alternativa, dove a Vannacci fanno sconti incredibili per aiutarlo a crescere non contestandogli, per esempio, uscite e proposte allucinanti come la confutazione del reato di femminicidio mentre la cronaca sforna ogni giorno notizie di delitti di questo genere. Il generale dovrebbe tornare a scuola, dove il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha appena raccomandato di insegnare il rispetto delle donne, visto che a casa di fa forse il contrario.

       Il Vannacci di Giuseppe Conte, aspirante a un ritorno a Palazzo Chigi come “il punto più alto di riferimento dei progressisti” indicato o certificato nel Pd da Goffredo Bettini, è Beppe Grillo. Che non ha bisogno neppure di improvvisare una lista o un movimento, senza neppure una stella nel simbolo, per danneggiare il suo ex garantito. Del quale ha detto, in una intervista a Fedez di cui ha distillato anticipazioni, che di progressista Conte ha solo “la paralisi progressiva”, appunto, “della mente”.

       Quanto poi alla sua vecchia autoesaltazione di “avvocato del popolo”, Grillo ha declassato l’ex premier ad avvocato, piuttosto, dei “cavilli” come “il reverendo Jones”, nome d’arte di Antonio Pusceddu, autore di testi ironici, satirici e irriverenti.

       Nell’area dello spettacolo Conte sa bene che non c’è partita contro il suo ex garante. Egli dovrà rassegnarsi nella lunga campagna per le primarie, e poi per le secondarie se dovesse superare la concorrenza di Elly o Elena Schlein e altri volenterosi, agli assalti di ritorsione di Grillo trascinato dalle stelle alle stalle. 

La Meloni qualunquizzata dalle opposizioni per gli esoneri dal bollo auto

       Lo spirito elettoralistico della decisione del governo di esonerare, almeno nell’anno appunto delle elezioni politiche, il cosiddetto bollo sulle auto sino a 80 kw, pari a circa il 70 per cento delle macchine possedute in Italia, è stato denunciato dalle opposizioni con qualche motivo. Ma è di spirito elettoralistico, tendente cioè a soddisfare una parte dell’elettorato cui si tiene di più, anche la patrimoniale proposta, reclamata, minacciata dalle sinistre smaniose di vedere “piangere anche i ricchi”.

       Tutto è elettoralistico in tempo di elezioni, che peraltro in Italia è continuo, non mancando appuntamenti con le urne ogni anno di carattere locale promossi a test nazionali.

Fu elettoralistica, certo, l’esenzione dall’Imu della prima casa annunciata a suo tempo da Silvio Berlusconi, sulla cui scia la Meloni è stata accusata di muoversi. Un’esenzione tuttavia sopravvissuta alle elezioni e diventata “strutturale”, come la premier cercherà di fare in caso di vittoria elettorale e di conferma a Palazzo Chigi col cosiddetto bollo auto e moto. Diversamente si confermerebbe quella sbeffeggiata sulla prima pagina del Fatto quotidiano di Marco Travaglio: una Meloni qualunquizzata, come il Cetto cinematografico. O il candidato pentastellato preso in giro dalla stessa Meloni e bocciato nelle elezioni in Calabria, dove aveva promesso di esentare dal bollo, che è regionale, tutte le auto, senza i limiti fissati dal governo , a cominciare dagli 80 cavalli fiscali.

Mascheroni, nomen omen, infanga la memoria di Enzo Bettiza dandogli del “reggicoda”

Alla faccia della volontà di “non fare polemica”. Luigi Mascheroni, del quotidiano che fu di Indro Montanelli, navigando in internet ha ritirato solo la formula villana, per i vivi e ancora di più per i morti, della “cacciata a calci in culo” di Enzo Bettiza negli anni ‘80 dal Giornale.  Egli invece si dimise insieme con me dopo il rifiuto di pubblicazione di un mio editoriale sulle polemiche attorno alla spartizione politica delle cariche al vertice dell’Eni. Spartizione che divenne uno scandalo per la sinistra democristiana e per i comunisti, spalleggiati curiosamente da Montanelli, solo quando non gradirono la designazione di un socialista da parte di Bettino Craxi. Al quale in realtà gli avversari di sinistra rimproveravano, più che la lottizzazione, di essere un anticomunista dichiarato, che aveva sottratto il Psi alla sudditanza dal Pci voluta dal suo predecessore alla segreteria Francesco De Martino. “Mai più al governo con la Dc senza i comunisti”, aveva annunciato quel segretario socialista provocando la crisi e le elezioni anticipate del 1976, da cui il Psi uscì con le ossa letteralmente rotte.

       Bettiza sosteneva Craxi non per “scodinzolargli”, come sostiene Mascheroni, ma per essere fedele all’anticomunismo, anch’esso dichiarato e fondativo del Giornale.  Anche Cesare Zappulli, tra i fondatori del quotidiano, si era candidato, ed era stato eletto, col consenso pieno di Montanelli in funzione dell’alleanza laica fra liberali, repubblicani e socialisti. Era il “liberalsocialismo” o “Lib-lab” tradotto in un libro scritto a quattro mani da Ugo Intini, portavoce di Craxi, e Bettiza.

       Citare a testimonianza o prova del fantasmagorico licenziamento pur senza “calci in culo”, ma sempre con vigoria, di Bettiza un libro di Mario Cervi e Giangaleazzo Biazzi Vergani, come ha fatto Mascheroni, non è un buon servizio neppure a loro. Che fomentavano Montanelli contro Bettiza per avere più potere e influenza nel Giornale e negli umori del fondatore, variabili come quelli di tutti gli uomini, anche di valore. Umori che avrebbero poi spinto Montanelli, dopo la rottura anche con Silvio Berlusconi, il cui fratello Paolo era diventato editore del Giornale, a frequentare le feste dell’Unità con tutti gli onori riservati a chi poteva portare acqua alle cause del Pci e sigle successive: quella antiberlusconiana negli anni a cavallo fra le cosiddette prima e seconda Repubblica. Un ricordo francamente non esaltante per uno al quale si attribuisce il merito di avere cacciato, anche senza calci “in culo”, ripeto, un presunto “reggicoda” di Craxi. Siamo a una polemica che è la proiezione giornalistica di uno scontro politico che ha ucciso la sinistra, visto il pantano in cui si nuove, e offuscato la destra che il Giornale ritiene di rappresentare con l’aiuto di Mascheroni, nomen omen.   

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Tutte le pene di Elena del Nazareno, già troppo snobisticamente Elly

       Pur di avere qualche probabilità in più di vincere, non ritenendo evidentemente certa la vittoria alla quale riteneva di “stare andando” nel comizio di chiusura della festa dell’Unità a Reggio Emilia, la segretaria del Pd si è dunque ricordata del suo vero nome di nascita e lo ha fatto gridare dalla propria tifoseria: Elena, sostituito per tanto tempo con la più snobistica Elly. La prossima volta, vedrete, farà scrivere da qualche solerte ammiratore politico che ha rinunciato a quell’altra snobistica scelta di un’armocromista dalla quale farsi consigliare le combinazioni di colori dell’abbigliamento.

       Non è tuttavia di questo che la segretaria del Pd ha bisogno per crescere di credibilità all’interno del campo dell’alternativa, dove si muoverà pure con testarda volontà unitaria, come suole ripetere, ma il principale, potenziale alleato le crea altrettanto testardamente problemi. L’ex premier si offende addirittura quando gli chiedono garanzie sulla lealtà, se mai lui dovesse perdere le primarie. Ma il problema della lealtà si porrebbe nel caso dovesse vincere lui la corsa alla candidatura a Palazzo Chigi avendo già avvertito che se mai dovesse tornarvi di aiuti militari, non solo verbali, all’Ucraina pur aggredita dalla Russia di Putin non si dovrà neppure parlare, anche se fossero stati messi fra le pieghe di un programma comune dell’alternativa con qualche, solito compromesso.

       Elena, per chiamarla come lei adesso preferisce, viene generalmente rappresentata da cronisti e retroscenisti nei panni e nelle pose di una testarda pazienza. Riconosce, parlandone con i suoi, che quelle di Conte sono “provocazioni”, impostegli da ragioni interne di un partito dove gli sputerebbero in faccia se non tirasse la corda, anche a costo di spezzarla, nei rapporti col Pd ma esorta a non cadervi dentro. Ma così Elena torna a meritarsi gli inconvenienti di Elly e a far crescere nel Nazareno i dubbi sulla sua capacità di tenuta. E’ un po’ come il cane che si mangia la coda.

       Anche sulla nuova legge elettorale appena approvata al Senato fra le proteste delle opposizioni unite nel considerarla una “truffa”, e destinata fra una decina di giorni al passaggio insidioso della Camera a scrutinio segreto, si è consumato dietro le quinte uno scontro fra la Schlein e Conte.

L’ex premier, insorto chiedendo un intervento del Capo dello Stato, avrebbe avvertito nel Pd una mano alla maggioranza di governo nella raccolta delle firme imposta alle liste elettorali di partiti e simili non rappresentati in Parlamento.  Da 1500 sono salite a 6000 quelle che dovrà trovare in ogni collegio, fra gli altri, il movimento dell’assessore capitolino Alessandro Onorato, che sta molto a cuore, nel campo largo dell’alternativa, proprio a Conte, in vista delle primarie per la leadership dell’alternativa, e al suo consigliere e amico piddino Goffredo Bettini.

Quest’ultimo elogia pubblicamente la segretaria Schlein ma non si straccerebbe di certo le vesti se alle primarie della coalizione dovesse prevalere Conte con l’aiuto di Onorato, nonostante un sondaggio Winpol condotto per Repubblica gli attribuisca il 32 per cento dei voti contro il 68 per cento della sua principale concorrente: 72 addirittura nel Nord.  

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