L’emozione, oltre alla sorpresa, di Stefania Craxi capogruppo di Forza Italia al Senato

Più che sorpresa, ormai un ossimoro in questi tempi di politica imbarbarita e bugiarda, dove si manipolano anche i referendum pur di vincerli, com’è appena accaduto sulla riforma costituzionale della magistratura stracciata dai no, mi ha personalmente procurato emozione l’arrivo di Stefania Craxi alla presidenza del gruppo di Forza Italia al Senato. Che è stata salutata con affetto, più ancora che con stima, da Marina Berlusconi. Figlie l’una e l’altra di due leader politici che si stimarono e si vollero bene procurandosi anche per questo il livore dei loro avversari, ai quali non bastava sentirsi e fare i nemici.

       Figlie -ripeto- l’una e l’altra che hanno saputo e voluto raccogliere idee e sentimenti dei loro genitori. Marina continuando a custodire i sentimenti e il lascito politico del padre, Stefania salvando pur in un centrodestra nominale, per le circostanze tutte italiane della scomposizione e ricomposizione degli schieramenti politici, il socialismo riformista e anticomunista tradito da socialisti, anche loro nominali, devoti dei loro persecutori, sino a mettersi al loro servizio in cambio di qualche seggio parlamentare di straforo. Uno, due non di più, essendosi a suo tempo Massimo D’Alema, con una celebre battuta delle sue, proposto di non far tornare ai socialisti rimasti senza partito la voglia, il gusto, la possibilità di raccogliere voti. E persino di superare comunisti o post-comunisti, come Craxi stava quasi riuscendo a fare prima di essere fermato dalla sponda giudiziaria del Pci e sigle successive.

Sconfitti sul piano politico e storico con la caduta del comunismo, gli avversari del leader socialista riuscirono a sopravvivere, più o memo travestiti da piante o simili, grazie ai magistrati delle cosiddette “mani pulite”. Un po’ meno, credo, le loro coscienze, visti i dubbi che hanno finito per avere col tempo anche alcuni dei protagonisti di quell’avventura, a cominciare dalla buonanima del loro capo Francesco Saverio Borrelli. Al cui rammarico per la corruzione sopravvissuta alle sue forbici si è ispirato anche l’ex ministro socialista della Giustizia Claudio Martelli  -“il migliore dei Guardasigilli” per ammissione dello stesso Borrelli- in un libro autobiografico di ricostruzione di quell’epoca per niente gloriosa.

       Anche il nome del partito e del conseguente gruppo parlamentare al Senato ora presieduto da Stefania Craxi mi suscita qualche emozione. Forza Italia -dileggiata da subito come un partito di plastica, più da stadio che da Politica con la maiuscola- frullò nella testa di Berlusconi, pur tra le coppe dell’allora suo Milan, come prosecuzione di quella celebre canzone del 1979 di Francesco De Gregori che tanto aveva incantato pure Craxi da farla suonare nei raduni persino congressuali del suo partito: Viva l’Italia. L’Italia -cantava De Gregori, e con lui spesso Bettino parlandomene- “liberata, dei valzer e del caffè, derubata e colpita al cuore, che non muore, assassinata dai giornali”. Che che stentano ora ad arrivare nelle edicole e a raccogliere un decimo dei lettori che avevano. I giornali dei processi sommari propedeutici a quelli che gli sventurati poi subiscono nei tribunali con i tempi della lumaca. I giornali i cui cronisti giudiziari -come diceva Luciano Violante prima di convertirsi pure lui al no referendario- hanno carriere uniche con quelle dei pubblici ministeri, a loro volta con i giudici. E così continuerà ad essere dopo il coraggioso, ma sfortunato tentativo della premier Giorgia Meloni e del suo ministro della Giustizia di cambiare registro.

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La Bartolozzeide scritta, raccontata e temuta da Travaglio ai suoi lettori

       Come si dice dell’appetito, che viene mangiando, la vicenda di Giusi Bartolozzi non si è chiusa con le dimissioni da capo di Gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio per quel “plotone di esecuzione” da lei gridato in una televisione ai colleghi magistrati. Fra i quali quelli che alla Procura della Repubblica di Roma si sono occupati di lei per l’espatrio di Almasri in Libia accusandola di false dichiarazioni al pubblico ministero e tentando di mandarla a processo, impedito invece dal Parlamento contro i ministri della Giustizia e dell’Interno e il sottosegretario principale alla Presidenza del Consiglio, con la delega sui servizi segreti.

       Dopo avare scoperto che, grazie ad “una legge di governo”, pur non fatta per lei non foss’altro per ragioni di tempo, la ex capo di Gabinetto può tornare subito nei ruoli della magistratura, dalla quale era stata mediaticamente estromessa dandole dell’ex, al solito Fatto Quotidiano dell’altrettanto solito Marco Travaglio si sono accorti che la sventurata, chiamiamola così manzonianamente, ha il diritto di essere sottratta al “plotone di esecuzione” romano per passare a quello, forse meno armato, di Perugia. Alla cui procura sono affidate indagini, ed effetti, su un magistrato di ruolo a Roma.

       Il passaggio alla Procura di Perugia era già stato tentato, ma inutilmente, dall’avvocato difensore della Bartolozzi, che è la stessa dei mancati inputati ministri per l’affare Almasri: Giulia Bongiorno,  presidente della Commissione Giustizia del Senato, nonostante l’ostilità del giornale di Travaglio e dintorni. Ora che la Bartolozzi non è più distaccata al Ministero e torna a fare la magistrata di ruolo a Roma, la competenza della Procura di Perugia non può  più essere contestata e negata. E questo ai Travagli, chiamiamoli così, non piace. Non li convince, temendo costoro che non si tratti a Perugia  di un “plotone di esecuzione” come quello di Roma, su cui ha recentemente ironizzato con una certa spavalderia, almeno così avvertita -credo- dall’interessata, lo stesso capo della Procura capitolina Francesco Lo Voi.

       La Bartolozzeide quindi continua. E la seguiremo con la dovuta attenzione e, quando serve, un po’ di ironia, nonostante il carattere generalmente drammatico delle avventure giudiziarie in Italia.

Giustizieri crescono per le strade e le piazze di Roma, in attesa delle primarie di turno

       In attesa di partecipare alle primarie del cosiddetto campo largo, quando ne verrà il turno,  e di vincere pure quelle, come nel referendum che ha appena bocciato la riforma costituzionale della magistratura, o tre  anni fa con l’elezione di Elly Schlein a segretaria del Pd, e come potrebbe accadere ancora fra questo e l’anno prossimo per candidare a Palazzo Chigi Giuseppe Conte alla guida del governo di alternativa al centrodestra; in attesa, dicevo di questo passaggio  al quale certamente non mancheranno, gli attivisti della sinistra più radicale hanno portato in piazza, a Roma, le teste coronate di Giorgia Meloni, di Bibi Nethanyau e  di Donald Trump, in ordine rigorosamente alfabetico, per prenotarne la decapitazione. Non è mancata in piazza neppure una sagoma ridotta in legno della ghigliottina. Che potrebbe magari essere sostituita all’ultimo momento con una forca, alla quale la premier italiana è stata in qualche modo designata  con la testa capovolta in giù di un manifesto esibito sinistramente.

       Non mancano da quelle parti ambizioni da giustizieri. E’ nella loro natura, come diceva lo scorpione alla rana punta in acqua anche a rischio di morire annegato pure lui. L’”euforia”, come l’ha chiamata Goffredo Bettini dolendosi in particolare di quella di Conte, impadronitosi della vittoria referendaria del no per portarsi avanti nella corsa a Palazzo Chigi, dove sogna di tornare, magari come un re pure lui, ha moltiplicato le energie degli aspiranti giustizieri, ripeto. O boia, come preferite. E più vittimiste persone come l’eurodeputata, naturalmente della sinistra radicale, Ilaria Salis importunata di prima mattina, in  un albergo romano, da agenti di polizia messi in allarme da colleghi o magistrati tedeschi che ne temevano la partecipazione, nel suo stile ungherese, alla manifestazione romana antimonarchica, all’insegna del “No Kings”. Urge, a questo punto, un’altra manifestazione, in questa primavera pur capricciosa, per aggiornare l’elenco dei re da decapitare o impiccare, aggiungendo il ritratto del cancelliere germanico Friederik Merz. Speriamo che se la possa cavare, alla fine, il presidente italiano della Repubblica Sergio Mattarella, che con quei due mandati consecutivi affidatigli al Parlamento, e i conseguenti 14 anni al Quirinale, sino al 2029, di regale ha sicuramente la durata.

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Consigli non richiesti ma forse utili agli amici sconfitti del fronte referendario del sì

       Cari signorsì sconfitti dal no referendario alla riforma costituzionale della magistratura e tuttora sostenitori della premier Giorgia Meloni, alle prese con problemi politici interni e internazionali, smettiamola di scrivere e di parlare della “fase 2” o semplicemente di “fase nuova” del governo nella prospettiva delle elezioni dell’anno prossimo, ordinarie o anticipate che dovessero rivelarsi. Smettiamola non foss’altro per ragioni scaramantiche perché di fasi 2, o semplicemente nuove, sono morti un bel po’ di governi nella prima e nella seconda Repubblica: da quelli di Mariano Rumor a quelli di Romano Prodi, per limitarci a due, appunto, precedenti dell’una e dell’altra stagione.

       Il governo stringe i bulloni, sostituisce i dimissionari, obbedienti davvero o a malincuore, e prosegue sulla sua strada per affrontare i problemi interni, e ancor più quelli internazionali, che sono sopravvissuti e sopravviveranno al referendum che ha fatto perdere la testa a Giuseppe Conte non aprendo alle cosiddette primarie ma reclamandole. Nella convinzione di potere battere come candidato alla guida di un governo alternativo al centrodestra, nella prossima legislatura, la segretaria del Pd Elly Schlein. Che in effetti trema davanti ai sondaggi, anche se finge sicurezza e ottimismo nell’eterno teatrino della politica, come diceva Silvio Berlusconi, finendovi però per partecipare. Cosa che la premier dovrebbe evitare di fare seguendo i consigli di qualche malaccorto consigliere, e non il suo istinto da popolana. E persino da “borgatara”, come la sfottono gli avversari.

       Mi rivolgo ancora agli amici signorsì usciti maluccio dal referendum purtroppo deformato dalle bugie dei signornò, per invitarli a smettere di consigliare, fantasticare e quant’altro sulle elezioni anticipate pensando ad un gioco cosiddetto di anticipo sulle opposizioni lontane dagli accordi, anche procedurali, che servono a mettere su un reale progetto di alternativa al centrodestra.  Le elezioni anticipate, cari amici che le vorreste, sono nelle prerogative costituzionali solo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che potrebbe avvalersi di buone ragioni, o pretesti come vi potrebbero comparire, per impedirle e provvedere a afornare, improvvisare e quant’altro un  governo simil-tecnico, di emergenza o decantazione. Ragioni, per esempio, di politica estera e di sicurezza, con tutte le guerre che ci circondano. E dalle quali è inutile dissociarsi sperando che ciò serva a fermarle e a risparmiarci gli effetti collaterali.

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Il processo ritorsivo che rischia l’ex capa di Gabinetto del ministro della Giustizia

Una “legge di governo” non di oggi o di ieri ma da tempo in vigore – come l’ha definita Il Fatto Quotidiano con spirito critico sulla paternità- consente dunque all’ormai ex capa di Gabinetto del ministro della Giustizia, Giusi Bartolozzi, di “rientrare subito in magistratura”. Dalla quale critici ed avversari l’avevano arbitrariamente esclusa scrivendone e parlandone nella campagna referendaria come ex. Era invece, anche nella funzione di capo di Gabinetto, una magistrata, in particolare di Corte d’Appello, distaccata come molti altri colleghi presso il Ministero della Giustizia, dove le toghe non lavorano di nascosto ma alla luce del sole, e in posizioni anche direttive.

       Di ex ora Giusi Bartolozzi è solo capo di Gabinetto, ripeto, del Guardasigilli, e anche deputata eletta nelle liste di Forza Italia nel 2018, rimanendo alla Camera sino alla fine di quella legislatura, nel 2022. Magistrata era prima delle elezioni ed è rimasta anche dopo, pur distaccata -ripeto- al dicastero della Giustizia, in via Arenula. Dove si era guadagnata anche il soprannome di “zarina”, non nel senso rispettoso e un pò anche ammirato con cui era chiamata così alla Camera la presidente Nilde Jotti.

La politica è notoriamente piena di risorse nell’uso disinvolto delle parole e delle immagini, che si meritano il più o il meno secondo le circostanze, le persone, gli umori, le esigenze della lotta. Che la buonanima di Aldo Moro preferiva chiamare mitemente “confronto”, con una parola definita polemicamente e ironicamente “magica” da Amintore Fanfani, l’altro “cavallo di razza della Dc”, come li definiva la buonanima -pure lui- di Carlo Donat-Cattin.

       Il sipario calato durante la campagna referendaria, ma anche prima, sull’appartenenza della Bartolotti alla magistratura, vincitrice regolare di un altrettanto regolare concorso, serviva solo a nascondere, disconoscere e quant’altro la competenza dell’interessata. La sua conoscenza di leggi, cose e persone, a cominciare dai colleghi di toga, tale da avvertire prima e più di altri  situazioni pericolose, e immagini conseguenti. Come quel “plotone di esecuzione” gridato -pur scompostamente forse- in un salotto televisivo pensando, credo, anche alla Procura della Repubblica di Roma che ha aperto e concluso indagini a suo carico propedeutiche a un processo per il famoso caso del libico Almasri rimpatriato con un volo di Stato. Un processo sostitutivo, con l’accusa di false informazioni al pubblico ministero, di quello tentato dal tribunale dei ministri, ma impedito legittimamente dal Parlamento, contro i ministri, appunto, della Giustizia e dell’Interno, Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, e il sottosegretario principale alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. 

       Un processo solo sostitutivo, quello che rischia la magistrata già capo di Gabinetto del Guardasigilli, o anche un po’ ritorsivo? Me lo chiedo pensando male, quindi peccando, ma col sospetto, quanto meno, se non la convinzione di azzeccarci, o indovinarci, come diceva un’altra illustre buonanima: Giulio Andreotti.

Pubblicato sul Riformista

Si chiama Stefania Craxi la nuova capogruppo di Forza Italia al Senato

       Marina Berlusconi, la figlia primogenita del fondatore di Forza Italia, ha appena rinnovato con dichiarazioni dirette e indirette, diffuse come voci dai retroscenisti, la “stima” che ha di Antonio Tajani, il successore del padre alla guida del partito, con i gradi più tradizionali di segretario, e non di presidente come il compianto ex premier. Non deve trattarsi però di una stima, ripeto, sufficiente a tradursi in fiducia, tale da proteggere Tajani da chi ne vorrebbe prendere il posto. E trova indirettamente un aiuto proprio nelle sollecitazioni a cambiamenti di Marina, pubbliche e private, tra interviste e incontri, conviviali e non, con esponenti più giovani e insofferenti del partito.

       Da questa situazione di sostanziale precarietà, che Tajani cerca comprensibilmente di ignorare o sottovalutare, e persino di smentire ogni tanto, è nato sull’onda della sconfitta referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura anche l’improvviso avvicendamento alla presidenza del gruppo forzista del Senato fra Maurizio Gasparri, che l’aveva assunta rinunciando a una vice presidenza dell’assemblea, e Stefani Craxi. Alla quale il pur consumato Gasparri sembra destinato a succedere, almeno mentre scrivo, alla presidenza della Commissione Esteri e Difesa di Palazzo Madama. Che di questi tempi, con tutte le guerre in corso nel mondo, anche a poca distanza dall’Italia, non è proprio un accessorio.

       Per lo stesso cognome che porta, “per la prima volta- ha detto l’interessata- non diventato un intralcio”, o qualcosa di simile, nella partecipazione alla politica, Stefania Craxi costituisce di fatto uno spostamento a sinistra, diciamo così, del partito azzurro. La figlia dello scomparso leader non ha mai smesso di considerarsi orgogliosamente socialista come il padre: più socialista di quelli che hanno cercato di prenderne l’intestazione del socialismo dopo la caduta del comunismo senza tuttavia avere mai il coraggio di adottarne il nome nei titoli delle varie riedizioni del Pci. Non è certamente una scelta casuale.

       Già un’altra volta, a dire il vero, ai tempi di Silvio Berlusconi, è toccato a un socialista -Fabrizio Cicchitto- assumere la presidenza di un gruppo parlamentare forzista, alla Camera. Ma ora è toccato alla figlia di Craxi, e nel ramo del Parlamento dove il padre di Marina Berlusconi concluse la sua esperienza politica, tornandovi dopo la decadenza impostagli per una condanna definitiva pronunciata contro di lui dalla Cassazione come da un plotone di esecuzione. Così direbbe l’ormai ex capa di Gabinetto del ministro della Giustizia, Giusi Bartolozzi, che sta tornando, a sua volta, a fare la magistrata fra il malumore, la sorpresa e quant’altro dei soliti Travagli che si erano scordati del suo mestiere, o professione.  

La primavera….autunnale di Giuseppe Conte tendente all’inverno

Persino Goffredo Bettini ha mostrato, in una intervista al sempre ospitale Corriere della Sera, di avere avvertito troppa “euforia” nell’accelerazione data da Giuseppe Conte, dopo la vittoria referendaria contro la riforma costituzionale della magistratura, alle primarie per scegliere il candidato alla guida del governo dell’alternativa al centrodestra.

       “Le primarie, peraltro, sono una eventualità precedentemente indicata dal Pd, il mio partito”, ha avvertito Bettini dalla sua postazione immodestamente defilata di un uomo che alla sua età di 73 anni “non cerca ruoli istituzionali e politici” e ha “deposto ambizioni e protagonismi”. C’è ancora troppo “lavoro ideale e culturale” da compiere nel cosiddetto campo largo dell’alternativa, “allargando la nostra influenza tra i cittadini”, prima di arrivare “se necessarie” alle primarie, ha avvertito ancora il filosofo, chiamiamolo così, dell’area progressista che ha riconosciuto in Conte, quando era ancora a Palazzo Chigi ma stava per uscirne, il suo “punto di riferimento più alto”. E ne ha sempre assecondato il ruolo, sin forse ad accordargli un cambiamento repentino di giudizio sulla riforma della magistratura, passando dal sì ispiratogli dal ricordo del padre avvocato al no subito gridato invece da Conte. Che anche per questo probabilmente si ritiene il più titolato ad aggiudicarsi il risultato referendario. E a intestarsi “la primavera” cominciata con la vittoria del no.

       Si fa presto a dire primavera, preceduta peraltro da altre primavere, appunto, finite alquanto male un po’ dappertutto e ovunque: da quella di Praga del 1968 -ricordate?- a quelle arabe in terre ora di guerre e false tregue. La primavera innescata da Conte nella politica interna immaginandosi con la corona di nuovo in testa di presidente del Consiglio è già autunnale per le reazioni provocate, compresa quella di Bettini. E, in un ossimoro ancora più paradossale, potrebbe diventare invernale.

       I candidati alternativi al corridore pentastellato che si è messo in testa alla fuga dal gruppo si sprecano, sopra e sotto traccia. Sotto come -scusate la malizia di sapore sempre andreottiano- l’avvenente sindaca di Genova Silvia Salis e campionessa già di suo nel lancio del martello. Che è contraria alle primarie per le divisioni che provocano.

       Il terreno più insidioso  nel campo largo scosso dalla spinta alle primarie data da Conte, dopo il referendum perduto dal governo di centrodestra, è quello del partito maggiore della potenziale coalizione di cosiddetto centrosinistra: il Pd del filosofo Bettini, della segretaria Elly Schlein, del presidente Stefano Bonaccini, dell’eterno regista Dario Franceschini, dell’altrettanto eterno scettico Luigi Zanda, dei riformisti del sì referendario sempre più nell’angolo, dei cacicchi sfuggiti alle retate o alle epurazioni promesse o minacciate dal Nazareno e altri ancora, anime più o meno in pena pensando, fra l’altro, alla gestione delle candidature alle elezioni dell’anno prossimo.

       Nel Pd è tutto un controllarsi a vicenda, sin quasi a distrarsi da ciò che accade fuori, dentro e oltre il recinto del campo largo, o come diavolo finirà per essere definito da Conte, che lo vorrebbe -dice- “giusto”, nel senso che si dà ad un abito confezionato su misura. Che   credo l’ex premier appulo sia abituato a indossare, con o senza cravatta e pochette, secondo le circostanze, ma quasi sempre a passo sostenuto, con la fretta di chi va via o arriva, inseguito da cronisti affannati e preceduto da volontari della sicurezza e della devozione. E’ in genere uno spettacolo vederlo dal vivo o in televisione.  In primavera in diretta o in differita.

       “A Mosca, a Mosca”, ripetevano le tre sorelle dell’omonimo dramma di Checov che il compianto Ciriaco De Mita adorava citandolo ogni volta che riusciva ad adattarlo alle vicende, specie congressuali, della sua Dc. “Alle primarie, alle primarie” sentiremo dire da o di Conte in quel che rimane di questa legislatura dalla stabilità anche a prova referendaria.  

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 29 marzo

La scoperta di Giusi Bartolozzi ancora magistrata, altro che ex….

       Ohibò, al Fatto Quotidiano e dintorni, di carta e di immagine, si sono accorti improvvisamente che la ormai ex capa di Gabinetto del tuttora ministro della Giustizia Carlo Nordio “potrà rientrare subito in magistratura” -ha titolato il giornale di Marco Travaglio- “grazie a una legge del governo”. Che tuttavia  esisteva ben prima che Giusi Bartolozzi entrasse nel mirino delle opposizioni e alla fine anche della premier Giorgia Meloni, stanca di sopportarla, dicono i retroscenisti.

       Ohibò, ripeto, alla ex “zarina” di va Arenula, svillaneggiata come una ex parlamentare intrufolatasi nel Ministero della Giustizia e diventata la preferita del Guardasigilli, diciamo così, è stata finalmente riconosciuta l’appartenenza alla magistratura. Magari non anche all’associazione dei togati, e tanto meno a qualcuna delle sue correnti praticamente partitiche, ma alla magistratura di certo. E perciò in grado di conoscere e valutare, non da “ex” ma ancora da magistrata  i suoi colleghi meglio dei loro adoratori mediatici e politici, esterni e interni alla categoria. Conoscerli e valutarli così bene da essersi sentita come davanti a “un plotone di esecuzione” quando dalla Procura di Roma le hanno notificato inizio e fine di indagini propedeutiche a un processo per l’affare del rimpatrio del linico Almasri non autorizzato dalle Camere contro due ministri e un sottosegretario. Che sono quelli della Giustizia e dell’Interno, Nordio e Matteo Piantedosi, e il principale collaboratore della Meloni a Palazzo Chigi, Alfredo Mantovano.   

La Santa polemicamente obbediente alla premier, piuttosto che sfiduciata in Parlamento

       La Santa, con la maiuscola ma senza l’aureola, la pitonessa, con la minuscola, o come altro la chiamano amici o avversari, mariti o compagni, ha opposto una resistenza rumorosa ma breve, anzi brevissima, alle dimissioni da ministra reclamate pubblicamente, e impietosamente, dalla premier Giorgia Meloni. Che ha proceduto ad una operazione di imbullonatura del governo dopo il risultato negativo del referendum sulla riforma costituzionale della magistratura. Non della giustizia, come ogni tanto vedo scrivere o titolare, o sento dire nei salotti televisivi e per strada con una certa enfasi.

       Se non si è riusciti a riformare la magistratura, separando le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri a coronamento della riforma del processo penale intestata alla buonanima di Giuliano Vassalli, e con le carriere anche il Consiglio cosiddetto superiore, e affidando ad un’altra, apposita e volutamente “alta”  Corte di disciplina i processi interni, figuriamoci se poteva passare una riforma ancora più generale della giustizia. O si potrà mai tentarla, una volta che la magistratura è riuscita a salvare, forse anche rafforzare l’onnipotenza nella quale ha tradotto l’autonomia e l’indipendenza conferitele dall’articolo 104 della Costituzione, anche nella versione modificata dalla riforma e bocciata con essa.

       A questa magistratura rafforzata, ripeto, dal successo del no a cambiarne abitudini, a cominciare da quella di commettere errori, ammessi ora anche dal presidente dimissionario dell’associazione nazionale delle toghe, la ormai ex ministra Santanchè teme di essere stata lasciata più indifesa e debole nei processi che l’attendono per le sue vicende imprenditoriali finite maluccio, nonostante le “visibilia” propostesi anche col nome. E’ questo forse, più ancora della vanità di governo, che la ministra ha cercato di evitare resistendo. Ma infine obbedendo pur polemicamente con una lettera nella quale ha rivendicato il suo certificato penale ancora “immacolato” e l’abitudine di “pagare anche per altri”.  Così peraltro, o soprattutto, come preferite, la Santa obbediente ha disarmato le opposizioni pronte a proporre di nuovo la sfiducia parlamentare, sapendo di poter contare stavolta sull’aiuto della maggioranza, o di una parte sufficiente a vincere la partita.  

       Più che in montagna, come si diceva dei partigiani che vi salivano durante la Resistenza, l’ormai ex ministra andrà al mare, che è anche più di stagione, a primavera ormai cominciata. Quella vera, non la primavera che si è calata sulla testa Giuseppe Conte come una pentola festeggiando la vittoria del no referendario, anzi intestandosela nello spirito competitivo dell’alleanza col Pd di Elly Schlein per l’alternativa al centrodestra. Di primavere finite male, d’altronde, se ne sono già viste tante, politicamente o climaticamente.

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Il coraggio di restare dopo la sconfitta referendaria sulla riforma della magistratura

Anche o soprattutto in politica, come più in generale nella vita, in azienda, in famiglia, occorre qualche volta più coraggio a restare che a mollare, a resistere che a rinunciare, ad avanzare che a ritirarsi.  E’ il caso della premier Giorgia Meloni –“la leonessa”, come l’ha chiamata Mario Sechi- che si fronte alla sconfitta del sì referendario alla riforma costituzionale della magistratura, nonostante fosse più trasversale del no sulla carta prima ancora che nelle urne, ne ha preso atto rispettosamente, senza recriminazioni, e ha confermato quello che aveva già annunciato: la determinazione a rimanere  al suo posto e a concludere il mandato quinquennale di legislatura conferitole dagli elettori tre anni e mezzo fa.

       Lo farà, la presidente del Consiglio, per quante difficoltà continuerà a incontrare, prevedibilmente aumentate, sul versante giudiziario nel suo lavoro, a cominciare da quello in tema di contrasto all’immigrazione clandestina non a caso sottolineato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. Pure lui deciso  a restare al suo posto, per quanto potranno aumentare gli insulti abitualmente rivoltigli dai Travagli di turno soprannominandolo “mezzolitro” o “fiasco” intero.

       A sconfiggere referendariamente il governo e la sua riforma della magistratura non è stato il merito della stessa riforma, con la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, i due Consigli superiori e l’Alta Corte di disciplina, ma la politicizzazione imposta dalle opposizioni, per quanto la Meloni, diversamente da Matteo Renzi una decina di anni fa, l’avesse spoliticizzata e spersonalizzata al massimo, escludendo dimissioni o addirittura il ritiro dalla politica  in caso di sconfitta.  Una politicizzazione, quella voluta dalle opposizioni, barando le carte della partita. Cioè attribuendo, per esempio, alla politica la volontà di sottomettere la magistratura, quando il problema era, e rimane,  di ricostituire fra le due l’equilibrio voluto dai padri costituenti e rotto “bruscamente” -parola di Giorgio Napolitano al Quirinale che ripeto per l’ennesima volta- negli anni di “mani pulite”.

       Nel mirino della riforma non erano finite l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, garantite dall’articolo 104 della Costituzione anche nel testo bocciato dal referendum, ma semplicemente e finalmente l’onnipotenza della magistratura. Di cui solo a referendum chiuso e vinto dicendo bugie il presidente dimissionario dell’associazione nazionale dei magistrati, Cesare Prodi, ha riconosciuto “errori” e quant’altro da correggere. Se lo avesse detto prima, a campagna referendaria ancora aperta, avrebbe fatto onestamente meglio. Ora egli è in buona compagnia del mio amico Clemente Mastella, sindaco di Benevento e pluri-ex, che dopo avere contribuito alla vittoria del no, pur con tutti i problemi ingiustamente avuti con la giustizia, ha dichiarato di attendersi dai magistrati “un maggiore senso di responsabilità” e di misura. Ora che la Repubblica d’Italia uscita dal referendum del 1946 e disciplinata dalla Costituzione in vigore dal 1948 ha finito di essere “fondata sul lavoro”, come dice l’articolo uno, ed è invece fondata di fatto sulle Procure? Dai, Clemente. Una Repubblica ancora più giudiziaria di quella ammessa o lamentata anche da fior di costituzionalisti.

       Mi consola, almeno personalmente, l’idea che la premier nel suo coraggio di restare e di scommettere ancora sul buon senso degli elettori, per quanto possano averla delusa nel referendum sulla magistratura, sarà aiutata dagli avversari politici. Che già nel festeggiamento del no referendario, tra interviste, sceneggiate di piazza, brindisi con bicchieri di carta e quant’altro, hanno messo in impietosa evidenza le loro debolezze, le loro confusioni, le loro tensioni interne. Opposizioni che sulla strada dell’alternativa al centrodestra, considerata adesso più vicina, debbono sciogliere i nodi del programma e della leadership. Su cui ha messo il cappello Giuseppe Conte senza pietà e riguardo., direi, per la segretaria del maggiore partito dell’alternativa, appunto. Buon viaggio, signori festanti del no.

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