Due o tre cose che voglio raccontarvi del mio amico Piero Barucci

Ero da poco direttore del Giorno quando fui chiamato al telefono da Piero Barucci, allora presidente, fra l’altro, dell’associazione bancaria italiana. Si presentò scherzando, con quella ironia di un toscano di origine controllato, per confessarsi “demitiano”, amico ed estimatore del sino a poco tempo prima segretario della Dc. Che pur amichevolmente, a modo suo, aveva dato malvolentieri via libera alla direzione del quotidiano dell’Eni dicendo all’allora presidente Franco Reviglio: “Per essere bravo, è bravo, ma vi pentirete”.  E forse Reviglio si lasciò qualche volta tentare dal pentimento quando i miei scontri col Pci arrivarono a tale punto di asprezza che gli esponenti comunisti di ogni ordine e grado furono diffidati dal rilasciare interviste al mio giornale.

       Si ribellò a quell’ordine un comunista milanese molto graduato, Luigi Corbani, vice sindaco della prima giunta comunale di Paolo Pillitteri. Che non si lasciò intervistare, ma accettò di scrivere ogni tanto editoriali per Il Giorno non rinunciando ad essere comunista, a volte  critico col mio amico Bettino Craxi, sempre però nel riconoscimento  della modernità che il leader socialista cercava di dare alla sinistra.

       Quel “demitiano” dichiarato di Barucci ebbe la curiosità, la voglia e quant’altro di conoscermi e di alimentare poi una frequentazione di cui sono orgoglioso, anche nella sua residenza estiva in Sardegna, in un complesso condominiale comune,  per cui ho accolto con grande tristezza e rimpianto la notizia della morte nella sua Firenze, a 93 anni da compiere a giugno. Una frequenza nella quale ci siamo scoperti d’accordo su tantissime cose. Tanto da permettergli di farmi anche confidenze di un certo clamore. Di cui tuttavia ho cercato professionalmente di non abusare. Non  so se sto per farlo. Ma so che lui me lo perdonerebbe per lo spirito col quale lo faccio, per raccontarvi di che uomo, di carattere, di competenza, di lealtà, egli fosse.

       Del primo governo di Giuliano Amato, fra il 1992 e il 1993, di cui fu ministro del Tesoro, condivise il famoso prelievo una tantum dai conti correnti bancari che sembrò una rapina a tanti italiani. Ma non lo fu -mi spiegò- perché non c’era davvero altra via per uscire da una crisi economica e finanziaria che rischiava di travolgerci anche per la poca voglia che avevano i nostri soci, amici e alleati tedeschi di aiutarci davvero. Ma quando Amato per aiutare gli enti locali decise di consentire loro di aumentare sistematicamente le tasse sulle seconde case, Barucci fu l’unico ad avvisarlo di un rischio cui andava incontro, e cui sinora sono scampati sinora i Comuni, ma non so fino a quado. Il rischio della bocciatura della Corte Costituzionale, trattandosi di un’imposta a carico di contribuenti non residenti, e quindi senza diritto di votare amministrativamente  nei luoghi dove avevano avuto la disgrazia di acquistare casa.

       Demitiano e quindi democristiano, con una moglie peraltro che simpaticamente lo provocava votando ancora più a sinistra, Barucci cadde come ministro del Tesoro nell’attenzione particolare dell’allora presidente del Consiglio Oscar Luigi Scalfaro deluso e stanco  di Amato. Ne parlò appunto con Barucci a tavola e lo invitò a prepararsi alla successione. Ma Barucci lo gelò dichiarandosi indisponibile e persino incompetente. O non competente abbastanza per “fare decreti”. Piuttosto, egli aveva capito che tipo di svolta avesse in testa Scalfaro, come poi sarebbe accaduto col primo governo di Silvio Berlusconi, che il capo dello Stato cercò di ostacolare, quanto meno, se non di abbattere, chiedendo aiuto non solo all’alleato leghsta del Cavaliere, Umberto ossi, che glielo fornì, ma anche al già allora potente cardinale Camillo Ruini. Che lo gelò pure lui con un rifiuto e un dissenso da lui stesso rivelato pubblicamente dopo qualche tempo.

       Per tornare a Barucci, e al suo diniego, Scalfaro non rinunciò nel 1993 al progetto di crisi, propedeutico a elezioni anticipate.  Cambiò cavallo, saltando in groppa a Carlo Azeglio Ciampi, e  fuori dalla scuderia della Banca d’Italia.

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L’allarme di Pera e l’appello di mobilitazione alla premier Meloni

       Diversamente dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, che non crede ai sondaggi ed è sicuro della vittoria del sì nel referendum costituzionale sulla riforma della magistratura, l’ex presidente del Senato Marcello Pera, approdato da tempo tra i fratelli d’Italia dai forzisti di Silvio Berlusconi, si mostra quanto meno preoccupato della rimonta attribuita al fronte del no, specie con ridotta affluenza alle urne.

       “Per me, Giorgia Meloni -ha detto Pera in una intervista- deve spiegare in prima persona la riforma e trascinare i cittadini al voto. Solo lei ha l’autorevolezza e la credibilità per farlo. Non abbia paura di politicizzare perché spiegandosi bene potrà mostrare che la politicizzazione è proprio di quelli che non vogliono parlare della riforma ma di altro”. Come la segretaria del Pd Elly Schlein che “non sapendo nulla di separazione delle carriere e neanche della storia recente del suo partito, butta sempre la palla in tribuna sperando di realizzare l’ammucchiata del no”.

       Sempre alla segretaria del Pd il senatore Pera ha rimproverato “come tratta persone e studiosi come Augusto Barbera”, presidente emerito della Corte Costituzionale e di lunga esperienza parlamentare eletto nelle liste del Pci, attivo nella campagna referendaria sul fronte del sì.

       Pera ha suggerito quasi come uno slogan del sì la necessità, soddisfatta dalla riforma, di garantire alle toghe la propria indipendenza dall’associazione nazionale dei magistrati. Nazionale e correntizia. E di correnti peggiori dei partiti.

Le ormai ex risorse togate di Giuseppe Conte sotto le 5 Stelle….

Il MoVimento 5 Stelle ormai di Giuseppe Conte, non più del Beppe Grillo fondatore, garante e consulente a contratto, ha superato il ricordo del Pci e partiti che gli sono subentrati con nomi e simboli diversi nei rapporti empatici, a dir poco, con la magistratura. Nelle ultime elezioni politiche, quelle del 2022 vinte dal centrodestra con un risultato per niente sorprendente, direi anzi scontato, l’ex premier Conte corteggiò e sedusse -polticamente, s’intende- due pezzi da Novanta della magistratura pur ormai in quiescienza come Federico Cafiero de Rhao e Roberto Scarpinato, in ordine rigorosamente alfabetico, già procuratore nazionale antimafia, rispettivamente, e procuratore generale a Palermo.

       Portatili in Parlamento, compensando -si disse- con la qualità la minore consistenza dei gruppi pentastellati, Conte si adoperò giustamente dietro le quinte nel suo ufficio a pochi passi dalla Camera, per la migliore destinazione dei due neo-eletti. Il primo, deputato, fu destinato alla vice presidenza della Commissione bicamerale antimafia -e dove sennò?, visto che la presidenza era destinata alla meloniana Chiara Colosimo, pur fra qualche polemica- e l’altro, Scarpinato, eletto senatore con una barba  degna delle tradizioni del secondo ramo del Parlamento, a esponente senza gradi della stessa Commissione. Senza gradi, ma non senza o minore combattività.

       L’esperienza dei due eletti eccellenti nelle liste delle 5 Stelle si è rivelata forse più pesante e sofferta del previsto, a dir poco. L’uno, il vice presidente della Commissione antimafia, rimasto al suo posto saldamente quanto più gli avversari ne reclamavano la decadenza, o qualcosa di simile, per cosiddetto conflitto d’interessi, è finito in una relazione della stessa Commissione per mancanza  di vigilanza, quanto meno, alla Procura nazionale antimafia sul cosiddetto dossieraggio di politici e altri cominciato già ai suoi tempi, anche se sviluppatosi di più successivamente. L’altro, Scarpinato, impegnatosi nella difesa del suo doppio, anzi triplo collega di toga, di Parlamento e di Commissione, anche a costo di essere insultato come complice, ha affidato al Corriere della Sera un suo sfogo per le delusioni procurategli in così poco tempo dalla politica alla quale si era lasciato convincere da Conte.

       “Guardi, finita la carriera da magistrato- ha testualmente raccontato a Cesare Zapperi- a tutto avrei pensato tranne che a fare politica. Poi Giuseppe Conte mi ha convinto. Ma non era nei mei orizzonti. Volevo godermi la vita, visto che da 1990 sono sotto scorta”. Le tocca fare i conti con la politica, lo ha interrotto l’intervistatore come per incoraggiarlo, giustamente, a dire di più. E lui, senza risparmio di autostima: “Io mi considero un uomo di Stato, non un politico. Nei processi c’era una dialettica accesa, ma rispetto tra le parti. Questa politica è una lotta nel fango. Ci vogliono far bere l’olio di ricino”. Non ha spiegato se a bicchieri o a lattine. La delusione di Scarpinato, e forse anche di de Raho, certamente c’è. Il pentimento è deducibile. Non so se anche di Conte -la cui esperienza forense è di natura più civile che penale- per i problemi che gli hanno creato quelle che considerava solo risorse. 

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La partecipazione di Cafiero de Raho alla campagna referendaria del no

Con buona, molto buona volontà, e in doveroso garantismo, posso comprendere la difesa del vice presidente pentastellato della Commissione parlamentare antimafia Federico Cafiero de Rhao quando contesta così accuse e sospetti raccolti in una relazione della stessa Commissione a suo carico sulla gestione, a suo tempo, della Procura Nazionale Antimafia: “E’ stata stravolta la realtà, sono state poste numerose suggestioni. La Commissione è entrata nella valutazione di atti legittimi e quindi ha compiuto una rivalutazione che non le spettava”.  Atti relativi o propedeutici alla raccolta e alla diffusione di dossieraggi su politici e altri eseguiti o addebitati alla responsabilità di un finanziere, inteso come guardia di Finanza, e di un magistrato.

       Dove non posso seguire de Rhao è su questa strada: “La verità è che la maggioranza di governo vuole controllare i magistrati ed è questo, in fondo, l’obiettivo della riforma della giustizia”. Così egli chiama la più limitata riforma costituzionale della magistratura sotto procedura referendaria. Alla cui campagna elettorale non soltanto lui ma il Movimento 5 Stelle guidato dall’ex premier Giuseppe Conte partecipa sul fronte del no.

       Anche l’intervistatrice della Stampa Irene Famà alla quale de Raho parlava così deve avere avuto qualche dubbio ascoltandolo perché gli ha chiesto: “Cosa c’entra in questo caso?”. E lui, sempre apodittico, diciamo così, ha insistito: “Questa relazione mostra il controllo che vogliono esercitare. Oggi ne faccio le spese io, un domani lo faranno altri. In più attaccano all’avversario politico e fanno ricadere su di lui qualunque responsabilità”.

       Ma perché? L’ex magisrato da politico quale ha accettato di diventare candidandosi nelle liste, ripeto, del MoVimento 5 Stelle non è a sua volta un avversario dei colleghi, e rispettivi partiti di riferimento, che hanno svolto la loro attività legittima di inchiesta e di controllo in una Commissione che non è stata creata apposta per lui, e per la sua carica di vice presidente, ma si ripete in ogni legislatura dal 1962, cioè da 64 anni? Contro i 74 compiuti da pochi giorni da de Raho, con tanto di auguri naturalmente, i 17 del MoVimemto 5 Stelle e i 3 e mezzo dalla sua elezione alla Camera nel collegio dell’Emilia-Romagna, pur essendo napoletano di nascita e non so di quante altre città di residenza nella sua carriera, fra le quali Milano. Nessuna comunque nella regione di elezione assegnatagli  personalmente da Conte.

La torre di Babele, ma anche di Massimo D’Alema….

Va bene che il compianto Ciriaco De Mita, alle prese come segretario della Dc nel 1987 con le polemiche sul ricorso al quasi ottantenne Amintore Fanfani per sostituire Bettino Craxi alla guida del governo, e andare alle elezioni anticipate con un democristiano di nuovo a Palazzo Chigi, ne apprezzò l’appartenenza ormai all’antiquariato. Un mobile “antico”, disse, più che vecchio. Ma quello che Massimo D’Alema ha detto alla “torre di Babele” di Corrado Augias parlando della riforma costituzionale della magistratura sotto procedura referendaria mi è sembrato francamente eccessivo. In particolare, quando ha motivato il suo no -a sorpresa anche per qualche compagno di partito che se lo ricordava quanto meno non contrario alla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri alla presidenza di una ormai storica commissione bicamerale per le riforme, pure della magistratura- con il rispetto del “patto” fra i partiti partecipi dell’Assembla Costituente e della Costituzione repubblicana che ne derivò. Che insieme stettero allora, in quello che il già ricordato De Mita negli anni Sessanta chiamava orgogliosamente “arco costituzionale”, escludendone la destra missina, e insieme dovrebbero continuare ad essere nel modificarla.

Altrimenti ne verrebbe alterato lo spirito, diciamo così, pur essendo la Costituzione -ha riconosciuto, bontà sua, l’ex premier- modificabile con le procedure fissate dall’articolo 138, non da una delle disposizioni cosiddette transitorie.  Che chiede per le modifiche, appunto, quanto meno la maggioranza assoluta dei componenti della Camera e del Senato, che è qualificata rispetto a quella semplice sufficiente per l’approvazione delle leggi ordinarie. Ed è appunto quella che ha ottenuto la riforma ora in attesa di conferma referendaria. Che non sarebbe stata possibile –“non ha luogo”, dice quell’articolo- nel caso in cui la maggioranza parlamentare fosse stata dei due terzi.

Ciò che D’Alema ha sottovalutato o persino ignorato -e ignora, o finge di ignorare- è il fatto che quei partiti costituenti, chiamiamoli così, siano nel frattempo tutti morti, proprio tutti.  E non di morte naturale, ma qualcuno addirittura suicida, e non fra i minori. Ne sono sorti altri, qualcuno in reale o presunta continuità di idee e di azione rispetto ai precedenti, ma comunque diversi. Il più vecchio ormai dei partiti rappresentati oggi in Parlamento è la Lega fondata nel 1991, cioè 35 anni fa. Il più giovane è quello non fondato ma appena rinominato da Matteo Renzi, così poco convinto della bontà della Costituzione entrata in vigore nel 1948 da avere tentato di modificarla radicalmente quando ne ebbe l’occasione da segretario del Pd e insieme presidente del Consiglio. Tentò riuscendo in Parlamento e perdendo nel referendum del 2016 solo perché imprudentemente giocato con una scommessa di cui poi si sarebbe pentito, legandone cioè l’esito alla sorte del suo governo e regalando alle opposizioni, esterne e interne al suo stesso partito, un’occasione francamente imperdibile.

 Sospetto ancora che fu proprio prevedendo quel percorso, inutilmente sconsigliato a Renzi sul piano personale, che Giorgio Napolitano avesse interrotto nel 2015, e non solo per motivi di stanchezza fisica, il suo secondo mandato al Quirinale. Lui, che lo aveva cominciato sferzando il Parlamento, fra applausi e non proteste o mugugni, sulla strada delle riforme, anche istituzionali.

Il richiamo in fondo implicito di D’Alema, nella “torre di Babele”, all’arco costituzionale di memoria e confezione demitiana, contraddice peraltro lo stesso D’Alema che diventando nel 1997 presidente della già ricordata commissione bicamerale per le riforme, grazie alla preferenza espressagli sui banchi dell’opposizione da Silvio Berlusconi, chiamò alla vice presidenza un esponente non certo secondario della destra post-missina come Giuseppe Tatarella. Onestamente citato dal medesimo D’Alena con un certo compiacimento parlandone con l’ossequioso Corrado Augias.

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Giorgia Meloni a Sanremo nella fantasia del Fatto Quotidiano

       Relegato in un angolino in fondo alla prima pagina, sopra “la cattiveria” di giornata, il vero festival canoro di Sanremo, meritevole di attenzione per la “resurrezione di Baudo” celebrato più volte da Carlo Conti, sul Fatto Quotidiano di Marco Travaglio hanno quasi aperto, sistemata fra la testata e la foto di un impensierito ministro della Giustizia Carlo Nordio, una vignetta di Mannelli sull’immaginaria partecipazione della Meloni al concorso di canzoni. Una Meloni in ambiente, diciamo così, referendario che canta “che fretta c’era maledetta magistratura…”, come Loretta Goggi nel 1981 con la “maledetta primavera”.

       Lo spirito con molta buona volontà potrebbe pur essere riconosciuto. Ma quella Meloni ingrassata e invecchiata tradisce l’ossessione, più che l’ironia. La cattiveria, come da rubrica a fondo pagina, che l’ironia.  A Carnevale peraltro più che passato, anche nella prolunga del rito ambrosiano, che non è solo quello giudiziario.

Il tiro al piccione…Giovanbattista Fazzolari, insolente con Putin

       Da una parte promosso al Gianni Letta della Meloni -promosso perché a sinistra l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio era l’unica cosa, diciamo così, che invidiavano a Silvio Berlusconi- e dall’altra trasformato nel piccione di giornata contro cui sparare. Così Giovanbattista Fazzolari, il sottosegretario “braccio destro” della Meloni, essendo evidentemente Alfredo Mantovano il braccio sinistro, ha trascorso ieri il suo 54.mo compleanno. Egli è entrato nel mirino dei cacciatori simpatizzanti di Putin per averlo trascinato in qualche modo nella campagna referendaria in corso in Italia sulla magistratura, dicendo che lo zar di turno, ormai, al Cremlino avrebbe votato no, non essendo in Russia separate le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, unite come in Italia dai tempi del fascismo, senza alcun imbarazzo degli antifascisti in servizio permanente effettivo del nostro stivalone.

       Fazzolari, che ha peraltro il torto, sempre agli occhi dei cacciatori putiniani, di conoscere ed amare l’Ucraina per motivi familiari, ha trascinato il presidente russo nella polemica referendaria nel quarto anniversario della guerra in corso in quel paese invaso dalle truppe di Mosca per un’operazione di conquista materiale e politica programmata per durare quattro, cinque giorni, massimo quindici. Non ne sono bastati neppure 1460. E chissà quanti altri ancora dovranno trascorrere prima dell’esaurimento, in qualsiasi modo, di quella operazione dichiaratamente “speciale” che a chiamarla guerra in Russia si finisce in galera. O almeno si finiva, se vi sono ancora posti liberi nelle carceri russe.

       Più che il no referendario sulla magistratura italiana riformata, Fazzolari voleva forse rimproverare, o avrebbe dovuto, a Putin il no nella silenziosa, virtuale campagna referendaria in Russia sulla pace, negata agli ucraini quanto agli stessi russi e alla manovalanza asiatica o africana arruolata o associata alla operazione, ripeto, speciale. Specialissima per lunghezza e ferocia.  

La campagna referendaria dell’antiquario Massimo D’Alema

       Fra le ragioni invocate dai signornò referendari alla riforma costituzionale della magistratura c’è la violazione che si sarebbe compiuta in Parlamento, e andrebbe respinta dagli elettori fra 25 giorni,  del “patto” -lo ha chiamato Massimo D’Alema parlandone con Corrado Augias alla televisione- sottoscritto dai partiti rappresentati nella Costituente eletta nel 1946 in contemporanea con la scelta repubblicana.

       Per quanto approvata con una maggioranza qualificata com’è quella assoluta prescritta dall’articolo 138 della Costituzione, diversa da quella semplice dei votanti sufficiente per le leggi ordinarie, la riforma sotto procedura referendaria avrebbe violato quel patto, secondo l’ex premier, il primo e sinora unico post-comunista che abbia guidato un governo, anzi due, fra il 1998 e il 2000. E questo patto infranto, secondo lui, non andrebbe bene, neppure se confermato dal referendum. Sarebbe stato e sarebbe più di una mancanza di galateo: un tradimento.

       Non lo sarebbe stato, presumo, a meno di dare una interpretazione troppo generosa del pensiero sottinteso alle parole di D’Alema, un’approvazione parlamentare della riforma della magistratura con la maggioranza ancora più qualificata di due terzi dei voti dei componenti della Camera e del Senato. Che non a caso preclude la strada referendaria. “Non si fa luogo”, dice sempre l’articolo 138.

       Col suo ragionamento di critica o denuncia D’Alema ha sostanzialmente riproposto o è  tornato, come preferite, alla formula dell’”arco costituzionale” con la quale Ciriaco De Mita negli anni Sessanta del secolo scorso, prima ancora di diventare segretario della Dc, teorizzò la discriminazione della destra allora missina e cercò di ridurre o superare quella dei comunisti nella formazione delle maggioranze di governo. Comunisti che ne seppero profittare con Enrico Berlinguer quando, nella situazione emergenziale creata nel 1976 dall’intreccio fra crisi politica, economica e d’ordine pubblico,  proposero il famoso “compromesso storico” alla Dc pur ad essi “alternativa” -parola di Aldo Moro-  sul piano elettorale.

       Il limite del ragionamento di D’Alema, non avvertito da Corrado Augias che non glielo ha contestato, sta nella sua appartenenza all’antiquariato, più che all’attualità. Dei partiti protagonisti della Costituente e della Costituzione che ne uscì non ce n’è più nessuno. Non c’è più neppure la destra missina discriminata dall’”arco costituzionale” perché nostalgica del fascismo, anche se a sinistra lo avvertono ancora, o fingono di avvertirlo, ma non all’unisono, dietro la forza politica principale del centrodestra. E persino in Giorgia Meloni in persona, per quanto abbia appena compiuto solo 49 anni. Ma forse sono temuti di più i 50, che dall’anno prossimo la renderanno quirinabile, con l’età costituzionalmente giusta per succedere eventualmente a Sergio Mattarella come presidente della Repubblica. Anche se,  a dire il vero, non ci sono precedenti nella storia repubblicana di passaggi diretti dal vertice del governo al vertice dello Stato. Sarebbe anche questa, per la Meloni, una prima volta.

La Repubblica, quella di carta, dove crescono i sì referendari

       Ma come si permettono alla Repubblica, quella di carta che ne ha preso il nome senza chiederle permesso, di indulgere al sì referendario sulla riforma costituzionale della magistratura? Prima Francesco Merlo, che ha contestato a Giorgio La Malfa, in poche righe di risposta ad una lettera, il no motivato non dal contenuto, che il padre Ugo privilegiava sempre allo schieramento, ma dalla necessità di battere il governo di centrodestra che l’ha promossa e fatta approvare dalle Camere. Poi Stefano Folli, che per due giorni consecutivi ha cantato sì. Il primo giorno scrivendo che “una percentuale intorno al 50% di votanti aumenta l’ipotesi di una vittoria Meloni-Nordio”. Il giorno dopo scrivendo un articolo così titolato: “Il referendum, la giustizia e le ragioni del Sì”. Niente no, quindi.

       Colpito sino a segnarsi la sorpresa fra quelle da sbertucciare nella sua rassegna stampa sarcastica del lunedì, al posto dell’editoriale, Marco Travaglio si è chiesto sul suo Fatto Quotidiano: “Ma quindi Angelucci s’è comprato pure Repubblica?”, possedendo già il Giornale che fu di Indro Montanelli, Libero e Il Tempo.

       No. Gli Angelucci, né il padre né il figlio, non c’entrano in questa faccenda. C’entrano solo Francesco Merlo e Stefano Folli. Un po’, diciamolo pure, anche il direttore Mario Orfeo lasciando qualche spazio anche al sì referendario. Il nuovo editore destinato al giornale fondato da Eugenio Scalfari 50 anni fa rimane l’armatore greco di cui si è appena saputo che ha fra le sue teste d’uovo l’ex premier britannico Tony Blair, di una sinistra eretica, quasi traditrice, rispetto a quella corrente da noi. Con Elly Schlein alla guida del Pd che rincorre Giuseppe Conte, il  “progressista indipendente” sicuramente dal ripudiato Beppe Grillo, ma forse anche da se stesso.

       Va detto e riconosciuto con onestà tuttavia che senza bisogno di cambiare proprietà e direttore, la Repubblica, sempre quella di carta, ha avuto sempre qualche problema di disciplina o di tenuta sul terreno referendario, specie di natura costituzionale. Proprio dieci anni fa Scalfari in persona, sorprendendo anche Ezio Mauro, dal quale si era fatto sostituire alla direzione nel 1996, si schierò a favore della riforma costituzionale intestatasi dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi. E avversata dalla parte più di sinistra del Pd, sino ad uscirne, e da Silvio Berlusconi a destra, per quanto pubblicamente esortato da amici come Marcello Pera e Giuliano Ferrara a collocarsi almeno nell’area dell’astensionismo. Che forse avrebbe salvato la riforma dalla bocciatura che invece rimediò col 59,1 per cento dei no e il 40,9 per cento dei sì. L’’affluenza alle urne fu del 65,5 per cento.

       Il sostegno alla riforma di Renzi costò a Scalfari anche dolorose o scomode polemiche con collaboratori e amici di un certo peso come Gustavo Zagrebelsky. Che oggi naturalmente è schierato anche contro la riforma costituzionale della magistratura, secondo lui “intimidita” dalle novità che l’aspettano fra separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, due Consigli Superiori e un’Alta Corte disciplinare formati anche col sorteggio cosiddetto temperato, cioè in un’area di alta professionalità, per interrompere le pratiche correntizie.  

Ripreso da http://www.startmag.it

Com’è cresciuto e cambiato in dieci anni il mondo dell’astensionismo

Di quanto sia cambiata in soli dieci anni socialmente e politicamente l’Italia -fra il referendum sulla riforma costituzionale del governo Renzi nel 2016 e quello del prossimo 22 marzo, e 23, sulla riforma costituzionale della magistratura proposta dal governo Meloni e approvata dalle Camere con una maggioranza insufficiente ad evitare il passaggio referendario di conferma, o bocciatura- lo si capisce dai sondaggi che si sovrappongono, tutti dello stesso tenore, da qualche settimana.

       La riforma di Renzi, chiamiamola così, che peraltro non riguardava la magistratura ma parti più consistenti della Costituzione e, più in generale, del sistema, fu bocciata con una decina di punti di distacco dal sì grazie all’alta affluenza alle urne. Che fu del 65,5 per cento: un dato quasi stratosferico rispetto alle abitudini che ha ormai preso l’elettorato non di andare alle urne, ma di disertarle. Quello astensionista è diventato il partito di maggioranza persino assoluta, non più relativa.

       Se l’affluenza alle urne -peraltro in un referendum costituzionale senza il cosiddetto quorum, diversamente da quello abrogativo di leggi ordinarie, o parti di esse- fu decisiva dieci anni fa per bocciare la riforma Renzi, ripeto, questa volta è previsto che risulti decisiva per il risultato opposto. Cioè per confermare la riforma Meloni, o Meloni-Nordio.

       La maggior parte dei sondaggisti, anche se il ministro della Giustizia dice spesso, quasi sempre, che non se ne fida e punta di più sul suo naso, è convinta che solo sopra il 46 per cento dell’affluenza alle urne la riforma della magistratura avrà concrete possibilità di essere confermata. Quanto più alta sarà l’affluenza tanto più la riforma voluta dal governo potrà essere confermata. L’opposto, ripeto, di dieci anni fa con Renzi, che peggiorò le cose con una sfida spavalda, delle sue, impegnandosi non solo a dimettersi da presidente del Consiglio, ma a ritirarsi dalla politica se gli elettori non ne avessero approvato la riforma. Che, fra l’altro, prevedeva il ridimensionamento del Senato, togliendogli la partecipazione alla fiducia e sfiducia al governo, e l’abolizione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. Entrambi salvati dal 51,9 per cento dei no contro il 40,9 dei sì.

       Renzi poi ripiegò, lesto com’era già allora, e anche prima, quando da segretario del Pd aveva scalzato Enrico Letta da Palazzo Chigi per sostituirlo e conservare la guida del partito; ripiegò, dicevo, rimanendo in politica solo come segretario del partito, sostituito al vertice del governo da Paolo Gentiloni. E da segretario del Pd lo portò in un anno al minimo dei voti, come l’aveva portato al massimo, quasi di memoria democristiana, nelle elezioni europee del 2014. Un risultato, quello delle elezioni politiche del 2018, caratterizzate dalla sostanziale vittoria a sorpresa di Beppe Grillo e delle sue 5 stelle, che spinse Renzi di fatto fuori dal Pd e a inseguire con i suoi nuovi partiti risultati da prefissi telefonici, o quasi, senza tuttavia perdere visibilità.  

       Cosa è successo nel mondo o nelle acque dell’astensionismo, e anche fuori, per rovesciare le prospettive referendarie in soli dieci anni, ripeto? Lo ha praticamente spiegato, forse più da saggista che da politico, restituito alla professione e passione giornalistica, Walter Veltroni scrivendone di recente sul Corriere della Sera. E’ successo che l’astensionismo ancora minoritario di dieci anni fa era fatto più di radicalizzati -non potendo essere chiamati radicali per rispetto a Marco Pannella- che di moderati. Ora invece è fatto più di moderati, delusi dall’animosità sia del centrodestra sia, o ancor più, del centrosinistra e perciò disaffezionati alle urne, che di irriducibili estremisti, o “fanatici”, come li chiama il mio amico Pigi Battista.

       Appartiene, credo riflettendo sull’analisi di Veltroni, al mondo moderato dell’astensionismo reale o potenziale la sinistra del sì referendario di marzo che contesta il no sbandierato dal Pd della Schlein.

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