E se fosse davvero Marina Berlusconi la regina della palude avvertita dalla Meloni?

       E se la palude lamentata dalla premier Giorgia Meloni dopo la sconfitta alla Camera sulle preferenze, altro che il mare della vignetta della Stampa, si chiamasse davvero Marina? Intesa naturalmente come Marina Berlusconi, la primogenita di Silvio fondatore di Forza Italia, alla quale anche Flavia Perina, sempre sulla Stampa, buona conoscitrice della destra per avervi militato come direttrice, a suo tempo, del Secolo d’Italia, ha attribuito la regìa dell’agguato a Montecitorio. Dove è stata vista, presente di rado, con una certa, anch’essa insolita allegria, Marta Fascina, la quasi vedova del compianto Cavaliere di Arcore considerata molto vicina alla figlia, ai suoi progetti, alle sue ambizioni.

       Anche Marina, come il padre che ne usufruì per primo vincendo le elezioni del 1994 con la legge che aveva cancellato anche l’unico voto di preferenza sopravvissuto al referendum di due anni prima, considera forse le preferenze non dico criminali come l’ancor vivo e non pentito Mariotto Segni, ma quanto meno fastidiose. Che fanno perdere la testa a chi ne raccoglie tante e tolgono sicurezza ai capi dei partiti e delle rispettive correnti affezionati ormai alla pratica delle liste bloccate. In cui i candidati vengono eletti nell’ordine loro assegnato dall’alto, o altissimo.

       In più, Marina è donna come tutte le altre, un po’ in tutti i partiti, compreso il Pd, che temono di soccombere agli uomini nel gioco appunto delle preferenze. E’ più facile per loro aspirare all’elezione con la parità di genere tutelata dall’obbligo di mettere in lista i candidati alternando uomini e donne.

       Che cosa c’entri tutto questo con la democrazia e la concorrenza francamente non si capisce Ma sono ormai una trentina d’anni che si fa così. E si  continuerà probabilmente a fare col consenso, anzi con l’entusiasmo degli aspiranti all’alternativa di governo, non di sistema elettorale e selezione delle classi dirigenti.

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Non solo Bettino Craxi in quella tomba lontana di Hammamet

Già tanti da soli, diciamo così, i 50 anni che trascorrono oggi dalla prima elezione di Bettino Craxi alla guida del Partito Socialista Italiano, appena ridotto ai minimi termini elettorali da Francesco De Martino con la politica del “mai più con la Dc senza i comunisti”, sembrano ancora più numerosi per i cambiamenti intervenuti da allora nella politica italiana. Dove del socialismo si sono praticamente perse le tracce: un po’ come anche del liberalismo, ridotti entrambi a fiumi carsici sotto i partiti che ne hanno preso il posto. E che non a caso si sentono e si dichiarano socialisti e liberali con l’aria di averne raccolto l’eredità. E non invece di averli traditi, come penso ogni tanto che sia davvero avvenuto.

       L’elezione di Bettino Craxi a segretario di un partito socialista da restituire alla sua autonomia dopo la seconda sbandata della sua storia nell’Italia repubblicana, essendo stato De Martino preceduto da Pietro Nenni con l’avventura del “fronte popolare” col Pci nelle elezioni del 1948, poteva e doveva essere l’occasione per ridisegnare la sinistra snaturata nel Novecento dall’avventura comunista. E ridisegnare con la sinistra anche la politica più in generale, contrassegnata in Italia anche dalla presenza maggioritaria dei cattolici che ne erano stati a lungo estranei.

       Ma cattolici da una parte, con poche eccezioni come quella di Arnaldo Forlani, e comunisti dall’altra non vollero o non seppero cogliere quell’occasione. I comunisti vedendo in Craxi e nel suo anticomunismo dichiarato l’avversario da abbattere per le sue pretese di ristabilire o stabilire a sinistra rapporti paritari. E i democristiani, paradossalmente più a sinistra che a destra, scambiando il nuovo leader socialista per un predatore di voti e di potere.

       Nei quattro anni trascorsi a Palazzo Chigi guidando una coalizione di governo estesa per la prima volta dai liberali ai socialisti, Craxi impiegò la maggior parte del suo tempo, per testimonianza da me vissuta anche direttamente da cronista, per difendersi dalle resistenze e persino dagli agguati della Dc guidata da Ciriaco De Mita. Che si risparmiò, per esempio, nella campagna referendaria promossa dai comunisti contro il rallentamento o taglio antinflazionistico della scala mobile dei salari. L’obiettivo del segretario del principale partito alleato del Psi era quello di una sconfitta del governo, come avvenne a Nusco, il paese irpino di De Mita. Ma fu un obiettivo fallito. Che segnò nella storia del Pci una sconfitta seconda solo a quella finale del comunismo nel 1989, con la caduta del muro di Berlino.

Nudi in qualche modo alla meta, e avvolti in una opposizione ostinata ad ogni disegno riformatore della Costituzione pur contemplato nell’articolo 138, i comunisti reagirono al 1989 cavalcando nel 1992 la vicenda giudiziaria delle cosiddette “mani pulite”. Il Psi divenne nella rappresentazione mediatica, oltre che giudiziaria, il partito protagonista del fenomeno pur generale del finanziamento illegale della politica. Il suo leader ne venne letteralmente travolto. Gli fu negato il ritorno a Palazzo Chigi chiesto per lui dai democristiani guidati questa volta non da De Mita ma da Forlani, e costretto poi a riparare nella sua residenza estiva in Tunisia, quasi blindato a casa, per non finire in carcere in Italia, o piantonato in un ospedale milanese nella fase conclusiva della sua vita e malattia. Di lui è rimasta la tomba ad Hammamet affacciata nostalgicamente sul mare. Del socialismo e della sinistra, almeno quella intesa in senso tradizionale e autentico, ancor meno.

       La sinistra di cui pur tanto si parla in Italia per evocarla o combatterla è sopravvissuta nella toponomastica politica solo nella sigla del movimento di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni: Alleanza verdi e sinistra, appunto. Un po’ poco direi. I fondatori del Partito Democratico, composto dai resti dei maggiori partiti o aree di sinistra della cosiddetta prima Repubblica, si guardarono bene dall’adottare quella parola nel titolo.

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Il penoso 14 luglio di Giorgia Meloni, ma anche degli avversari

       Dopo la clamorosa bocciatura a scrutinio segreto nell’aula della Camera sul tema del ripristino almeno parziale delle preferenze nella legge elettorale, tentato dalla maggioranza, la situazione non solo del governo ma anche delle opposizioni festanti, è grave ma non seria, come sempre più spesso accade dai tempi di Ennio Flaiano.  

       La maggioranza, di certo, ha fato autorete, per giunta col piede metaforico della premier Giorgia Meloni, il cui voto è quello mancato al cosiddetto quorum, avendo lei preferito l’assenza alla presenza. Ma vedere le opposizioni esultare, entusiaste di avere contribuito al salvataggio di un sistema elettorale semplicemente odioso, in cui l’elettore non può scegliersi il parlamentare destinato a rappresentarlo, non è stato e non è uno spettacolo decente, a dir poco. Una politica che si perde nei vicoli delle manovre, degli agguati e dei dispetti perde credibilità nel suo complesso, a vantaggio di nessuna delle parti o squadre in campo.

       Detto e scritto questo, senza farsi trascinare nelle solite polemiche sulla crisi di governo reclamata dalle opposizioni per una sfiducia che non c’è stata, non essendo stata messa dal governo, che pure poteva farlo per sottarsi al voto a scrutinio segreto e alla trentina di cosiddetti “franchi tiratori” in agguato, attribuibili a forzisti e leghisti; detto e scritto questo, ripeto, sono  curioso di vedere a quali risultati porterà “la riflessione” annunciata o impostasi dalla Meloni in persona. Che non è riuscita a sottrarsi all’’esplosione materiale della sua maggioranza sulle preferenze dopo averla più volte evitata sulla politica estera e di difesa fra i sospiri di sollievo, credo, del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che in caso di crisi su questo versante sarebbe davanti a questa alternativa: o le elezioni anticipate o la scomposizione del bipolarismo, ricorrendo o a un nuovo governo della  Meloni con la segretaria però del Pd Elly Schlein o un governo di Giuseppe Conte con Roberto Vannacci, entrambi convinti che la Russia di Putin non sia una minaccia e che il riarmo europeo sia una rapina.

       Riflessione per riflessione, in attesa delle valutazioni della Meloni, spero autocritiche anche per il contributo personale dato all’incidente, chiamiamolo, del suo 14 luglio, se ne dovrebbe pretendere e aspettare anche dal cosiddetto campo largo dell’alternativa, quando protagonisti, attori e comparse avranno finito di ballare, bere e sudare.

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Le alternative fantapolitiche dei governi Meloni-Schlein e Conte-Vannacci…..

Peccato che Sergio Mattarella, il presidente più simile, per durata, a un Re nella storia della Repubblica italiana non sia abbastanza ironico, come pure si vanta di essere, e sia invece troppo serio nell’esercizio del suo mandato quirinalizio. Se al posto suo ci fosse stato in queste settimane il compianto Francesco Cossiga, sarcastico oltre che ironico, e incontenibile nei suoi scatti d’umore, e qualche volta anche di analisi politica e umana, ne avremmo viste davvero di tutti i colori. Avremmo potuto assistere ad uno spettacolo non di politica ma di fantapolitica, con ministri invitati al Quirinale per sentirsi sollecitare  dimissioni propedeutiche ad una crisi di governo che potesse consentirgli di rimescolare tutto: carte, uomini, schieramenti. E mettere finalmente alla berlina, come forse merita, il tanto declamato bipolarismo perseguito con i loro referendum da Marco Pannella e Mario Segni nella cosiddetta prima Repubblica e realizzato nella seconda da Silvio Bewrlusconi, nel lontano 1994, con la vittoria a sorpresa sulla sinistra guidata da Achille Occhetto al volante di una “gioiosa macchina da guerra” che gli costò la segreteria del Pds-ex Pci.

       Sulla politica estera, e di difesa, una volta davvero discriminante nella formazione dei governi e delle relative maggioranze, è ormai non più evidente ma persino sfacciata la crisi sia del centrodestra in carica da quattro anni sia dell’alternativa coltivata nel cosiddetto campo largo.

       Nel centrodestra la premier Meloni si deve guardare di giorno e di notte dai leghisti di Matteo Salvini, vice presidente del Consiglio, nel sostegno all’Ucraina aggredita e invasa dalla Russia di Putin, e nella partecipazione al riarmo dell’Europa, indebolita anche dalle libertà, chiamiamole così, che si prende alla Casa Bianca il presidente americano Donal Trump. Dai leghisti, ripeto, ma la Meloni deve guardarsi ora anche dalla costola della destra vannacciana. Che già vota nelle aule parlamentari contro il governo, ma di cui parecchi nel centrodestra non sono disposti a fare mano nelle prossime elezioni per paura di perderle, essendo più probabile il sorpasso del cosiddetto centrosinistra a guida e programma ancora indefiniti. Tanto indefiniti che Giuseppe Conte, per esempio, contesta come il generale Vannacci a destra il pericolo da altri indicato nella Russia di Putin, considerandolo “un pretesto” per il superfluo riarmo, a spese della sanità, dell’istruzione e di tutto il resto.

             Se si dovesse aprire una crisi e lui non volesse anticipare le elezioni per partito preso o per considerazioni di opportunità internazionale, Mattarella potrebbe essere tentato da due soluzioni fantapolitiche. Una è un secondo governo di Giorgia Meloni con la segretaria filoucraina del Pd Elly Schlein al posto di Salvini. L’altra è un governo guidato da Conte con Vannacci vice presidente, o viceversa. I due se la potrebbero giocare a carte. O in una edizione carnevalesca, fuori stagione, di primarie aperte, anzi sapalancate. Un governo contro il riarmo il cui ormai inutile Ministero della Difesa potrebbe essere assegnato ad Alessandro Di Battista, Dibba per gli amici grillini e per lo stesso Conte, che non ha mai smesso di pensarne e dirne bene.

       Il bipolarismo d’altronde si è già permesso diversivi da operetta, o quasi. Come il primo governo del pemntastellato Conte, gialloverde, in cui il leghista Salvini, sempre lui, assunse il ruolo di vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno col permesso di Silvio Berlusconi, traumatizzato politicamente e umanamente dal sorpasso compiuto dal Carroccio, all’interno del centrodestra, su Forza Italia. Berlusconi, diavolo di un uomo, scommise sul fiasco di un alleato cresciuto troppo, ed esploso in effetti sulle spiagge romagnole con la richiesta dei “pieni poteri”. Ma sottovalutò, il Cavaliere, l’alternativa di Giorgia Meloni che gli sarebbe cresciuta nel centrodestra. E di cui forse, nell’intimo, è persino morto di crepacuore.

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Tutti i danni contestati a Sigfrido Ranucci e al suo Report

       Anche Paolo Zampolli, l’ambasciatore più personale del presidente americano Donald Trump, anche se il meno qualificato istituzionalmente nell’amministrazione degli Stati Uniti, ha voluto entrare nella lista dei danneggiati da Sigfrido Ranucci. Di cui è a rischio più del patrimonio personale, immobiliare e mobiliare, quello di chi ha avuto la disgrazia di affidargli trasmisioni televisive, come la Rai.-Tv, o solo di ospitarlo, come Mediaset, consentendogli di annunciare, anticipare, insinuare, minacciare cosa che lui non osava fare neppure a casa, diciamo così, cioè nell’azienda radiotelevisiva di Stato emittente di Report.

       Ora, povero Ranucci, non potrà più consolarsi,  se mai si è consolato, di eventuali condanne alla miseria economica con l’idea messagli in testa dall’amico Walter Lavitola di investire la sua pur controversa notorietà in politica, naturalmente nel campo largo italiano dell’alternativa al centrodestra di Giorgia Meloni. Un campo dove c’è posto per tutti e per tutto; al limite lavorando persino dall’esterno. Come già sta facendo il generale Roberto Vannacci, appena orgoglioso di avere convertito l’ex premier Giuseppe Conte a non ritenere una minaccia per l’Europa la Russia e ad assecondarne quindi la guerra all’Ucraina in corso da più di quattro anni.

       La carriera politica di Ranucci, nella testa di Lavitola e forse anche sua, a dispetto delle smentite, è finita prima ancora di cominciare con un sondaggio. Che è quello sequestrato fra le  carte e le attrezzature elettroniche di Lavitola, forse anche fra il pesce del suo ristorante romano Cefalù. Un sondaggio predisposto con l’aiuto di firme diciamo così autorevoli dei due maggiori giornali italiani, accomunati nell’impresa a loro insaputa. Una storia strepitosa per la sua singolarità, che si sarebbero contesa Luigi Pirandello e Eduardo De Filippo.

Il vantaggio della Meloni al nono posto della lista nera, e arancione, dell’Iran

       Sia pure al nono posto su tredici, e unica donna, come al solito ormai nella sua fulminante carriera politica, prima Palazzo Chigi e forse anche al Quirinale quando ne uscirà il quasi Re in carica per durata,  Giorgia Meloni è dunque finita nella lista iraniana dei condannati a morte per la guerra tuttora in corso contro gli ayatollah guidata dai presidenti di Israele e degli Stati Uniti, in testa all’elenco. In tuta doverosamente arancione dei detenuti delle carceri iraniane, la Meloni ha dunque ottenuto il riconoscimento negatole più volte da Donald Trump, fra insulti e qualche minaccia di ritorsione, di partecipe a quella guerra che si sta rilevando per il titolare della Casa Bianca un disastro politico. Se ne vedranno fra pochi mesi gli effetti nelle elezioni americane di medio termine.

       Baciata letteralmente dalla fortuna, e non solo metaforicamente, e perciò invidiata e al tempo stesso temuta dai suoi avversari interni – o domestici, come si dice in americano- la premier finirà invece per ricevere più vantaggi che svantaggi dalla lista nera, o arancione, dell’Iran. Già immagino “li mortacci”, alla romana, gridati in cuor loro contro gli ayatollah nel famoso e fumoso campo largo dell’alternativa dai vari aspiranti, stavolta davvero uniti, alla guida del governo alternativo: Giuseppe Conte, Elly Schlein, in ordine alfabetico, e via via tutti gli altri dei cespugli  anche di centro innaffiati ogni tanto persino dal generoso Goffredo Bettini.

       La tragedia, o la tragiccommedia, di questi signori sta nel fatto che, pur tra contorsioni, recriminazioni e simili, saranno costretti da un minimo di decenza a solidarizzare con  la loro avversaria. E a continuare a farle opposizione anche nella prossima legislatura.   

Le illusioni del campo largo dell’alternativa testimoniate da Marco Travaglio

       Caspita. Già ci risiamo con la condivisione di una posizione di Marco Travaglio. La cosa comincia a preoccuparmi davvero. Gli riconosco il merito della chiarezza nella rappresentazione della gara in corso nel cosiddetto campo largo per definire leader e programma di un governo alternativo a quello in carica di centrodestra guidato da Giorgia Meloni. Leader e programma, in particolare, di politica estera e di difesa.

       “Se il premier -ha spiegato Travaglio sul Fatto Quotidiano  raccontando dell’”ultima piazza” dove si sono esibiti a Napoli insieme la segretaria del Nazareno e l’ex premier pentastellato- sarà la Schlein e alla Difesa andrà uno qualunque del Pd (su questo Guerini, Fassino, Quartapelle e lo schleiniano Taruffi la pensano allo stesso modo), non cambierà nulla” rispetto a quanto fa la Meloni aiutando l’Ucraina e partecipando all’aumento delle spese militari nell’Unione Europea, “Se invece il premier sarà Conte e alla Difesa andrà un nemico del riarmo, cambierà almeno qualcosa”, ha scritto Travaglio non spingendosi sino al “tutto” chissà per quale crisi intervenuta nei suoi rapporti di stima, se non di devozione, con l’aspirante pentastellato al ritorno a Palazzo Chigi.

       “Se non si scioglie questo nodo”, anzi “il nodo”- ha spiegato Travaglio calandosi anche lui nelle cronache di piazza e dintorni- è inutile farsi i selfie in trattoria o i comizi “unitari” parlando d’altro o sparando retorica “mai più divisi”: le foto puzzano di fasullo almeno quanto le parole”. Un campo largo, se non “giusto” come lo preferisce Conte, ma un po’ anche maleodorante.

       Credo che anche dalla rappresentazione di Travaglio abbia ricavato l’insospettabile Massimo Giannini, sulla Repubblica di carta in crisi di identità e di direzione col suo nuovo editore greco, la sensazione che il progetto dell’alternativa sia fatto solo di “illusioni”. E che le carte continui ad averle in mano la Meloni, pur sconfitta nel referendum sulla riforma costituzionale della magistratura. Che peraltro non se la passa proprio bene neppure essa, dopo essere scampata al destino che temeva di sottomissione al governo. Essa è sottomessa, ancora peggio, ai suoi giochi interni.

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Che cosa mi sono perduto dell’ìmprevedibile Walter Lavitola

Dalle cronache del caso Ranucci-Lavitola ho scoperto che cosa mi sia perduto resistendo tante volte alla tentazione di andare al Cefalù, il ristorante romano di pesce allestito dal mio amico Walter -sì, Lavitola, proprio lui- dopo le sue avventure e disavventure politiche, giudiziarie e editoriali. Alle quali mi capitò per qualche mese di partecipare collaborando, su richiesta del nostro comune amico Fabrizio Cicchitto, al tentativo di rianimare la storica testata socialista di Avanti! mettendogli l’articolo e l’apostrofo con la benevola disattenzione della magistratura napoletana. Scappai via quando seppi, fra l’altro, che Lavitola stava trattando con Massimo D’Alema, o qualche suo emissario, per cedergli la testata. Sentii, non so ancora se a torto o a ragione, puzza di tradimento anche personale di Bettino Craxi e me ne andai ritirando la partecipazione del tutto gratuita, come per il resto, ad un comitato di garanzia, o qualcosa del genere, in cui avevo accettato di entrare, fra gli altri, con Margherita Boniver.

       Già allora tuttavia avevo avvertito odore o puzza, come preferite, di pesce sentendo Walter, alla guida della sua auto, trattare al telefono partite importanti di pesca parlando al telefono con un amico o socio in Sud America.

       Mi sono perso, tornando all’inizio, ciò che invece ha visto e vissuto al Cefalù il mio amico più socievole e curioso Paolo Mieli. Che ha raccontato, anzi testimoniato, in televisione di Lavitola e della sua amicizia col conduttore, inchiestista e altro ancora della Tv di Stato Sigfrido Ranucci. Di cui Walter, commissionando o preparando sondaggi, si sarebbe messo in testa di coltivare o assecondare un’impresa politica nel campo largo, larghissimo dell’alternativa al centrodestra. Dove il volenteroso, generoso e fantasmagorico Goffredo Bettini, magari, avrebbe potuto rimediare un posto se la faccenda non avesse avuto gli sviluppi persino “stragisti” di un attentato finalizzato ad aumentare la visibilità di Ranucci. Che ora non si dà pace, pubblicamente, del carattere a dir poco paradossale della sua vicenda mediatica. Come -risulta dalle dichiarazioni di un avvocato- non se ne dà lo stesso Lavitola, sotto indagini sinora a piede libero dopo essere stato interrogato e perquisito.

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Le pulci del Corriere a chi manomette o tradisce davvero la Costituzione

       Con un sovrapposto, come si chiama un fucile a due canne messe una sull’altra, anziché la doppietta in cui le canne sono una accanto all’altra, il Corriere della Sera ha sparato contro la pretesa -vecchia come la Repubblica ma rinnovata con particolare forza da quando Giorgia Meloni si è praticamente messa in  corsa per il Quirinale- di escludere la destra, benchè votata e arrivata a Palazzo Chigi con la premier in carica, dal vertice dello Stato. O, peggio ancora, di contraddire l’affermazione che pure ogni tanto si fa retoricamente che la Costituzione sia “di tutti”, e non solo della sinistra, o del cosiddetto centro sinistra che vorrebbe addirittura intestarsela mettendola nel nome della coalizione alternativa generalmente chiamata sinora “campo largo” fra le sofferenze, in particolare, di Giuseppe Conte. Che non lo vorrebbe abbastanza largo da compromettere la sua ambizione a guidarla come candidato alla Presiden za del Consiglio. Onorata dallo stesso Conte, come dicono Marco Travaglio ed altri estimatori, secondo solo a Camillo Benso di Cavour, conte con tanto di certificazione nobiliare.  

       Ernesto Galli della Loggia sopra e Antonio Polito sotto hanno fatto le pulci, denunciandone l’ipocrisia e l’arbitrarietà, a quanti sostengono, aggrappati all’antifascismo, la unilateralità della Costituzione ignorando, fra l’altro, il concorso già dato dalla destra all’elezione di alcuni presidenti della Repubblica, e la natura non certo di sinistra culturale, ideologica e quant’altro di Capi dello Stato come i primi due, Enrico De Nicola e Luigi Einaudi, per giunta monarchici nelle urne referendarie del 2 giugno 1946, Giovanni Gronchi, già sottosegretario di Benito Mussolini, Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro  e Carlo Azeglio Ciampi, nessuno dei quali provenienti dal Pci, pur eletti anche da comunisti e post-comunisti.

       Più impietoso del forse più autorevole e accademico Ernesto Galli della Loggia, sovrappostogli graficamente, Antonio Polito ha denudato l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani deridendone la pretesa che candidati e candidate al Quirinale, da etero e non, abbiano con la Costituzione un “rapporto intimo”, visibile senza bisogno di guardare dal buco della serratura. Siamo ormai all’erotismo politico.

Il palinsesto politico di Urbano Cairo, severo solo con Mario Draghi

         Fra una conferenza stampa sui palinsesti della sua 7, relegata a pagina 13 del suo Corriere della Sera, senza un rigo di richiamo in prima, e chiacchiere al buffet con Carmelo Caruso finite invece sulla prima pagina del Foglio, l’editore Urbano Cairo ha concesso un po’ di licenze politiche. Alla segretaria del Pd Elly Schlein, per esempio, pur perdonandole una certa frequentazione del “sopravvalutato” Mario Draghi, battuto “5 a 0” da Sergio Mattarella al Quirinale, Cairo ha riconosciuto, per carattere e altro, il diritto di aspirare a Palazzo Chigi in caso di vittoria elettorale. Ha avuto modo, Cairo, di apprezzarne le qualità in due incontri avuti a Roma.

         Alla premier Giorgia Meloni, esortata a tenersi davvero alla larga dal generale Roberto Vannacci pur valutato attorno al 10 per cento dei voti, Cairo ha riconosciuto invece, sempre in caso di vittoria elettorale e conseguente disponibilità parlamentari, il diritto di aspirare e arrivare anche al Quirinale. E non come donna ma come leader. Lo ha detto in questi giorni anche il giurista, ex ministro, professore emerito Sabino Cassese facendo saltare su una sedia in televisione l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani. Ma che sia d’accordo anche Cairo ha evidentemente il suo peso, di carattere un po’ risarcitorio considerando l’antimelonismo diffuso diciamo così, nelle trasmissioni televisive de la 7. Di cui l’editore preferisce però vedere l’aspetto positivo per la premier, che avrebbe tutto da guadagnare elettoralmente dagli insulti, strapazzate e simili dell’ormai impopolare presidente americano Donald Trump attenzionati da conduttori e ospiti de la 7, appunto.

         Anche su un suo personale futuro politico, sulla scia del suo ex datore di lavoro Silvio Berlusconi, l’editore Cairo ha concesso qualcosa, Non tutto, ma qualcosa sì, che invece non ha visto o non vede in Pier Silvio Berlusconi, il maschio maggiore del compianto ex presidente del Consiglio. Non una parola invece sulla figlia primogenita Marina. E anche questo potrebbe avere il suo significato.

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