La buonanima di Berlusconi ricondannata a Strasburgo per frode fiscale

Festeggiato il 29 settembre scorso da familiari, amici e tifosi per i pur mancati 90 anni, Silvio Berlusconi è stato ricondannato per frode fiscale dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Dove è stato appena respinto il ricorso presentato 12 anni fa contro la sentenza definitiva della Cassazione del 2023. Che era poi costato all’ex presidente del Consiglio il seggio al Senato con una procedura inedita, a scrutinio palese, per una interpretazione del regolamento imposta d’imperio dall’allora presidente Pietro Grasso, eletto nelle liste del Pd.  Per ritorsione i forzisti, anche a costo di spaccarsi con una scissione promossa dal segretario del partito e ministro Angelino Alfano, abbandonarono la maggioranza del governo di Enrico Letta, pur non provocandone la caduta. 

I magistrati di Strasburgo hanno impiegato più tempo di quelli italiani, che ci avevano messo quattro anni in tre gradi di giudizio per condannare Berlusconi a quattro anni per frode fiscale sui diritti televisivi sul filo della prescrizione. Che fu evitata assegnando il processo ad una sezione feriale della Cassazione contestata dai legali dell’imputato. Tutto fu regolare invece per la Corte europea dei diritti dell’uomo, che all’unanimità ha trovato “equo” il processo subito in Italia dall’ex presidente del Consiglio. Equo anche perché “non sufficientemente provati” i pesanti, offensivi offensivi giudizi su Berlusconi attribuiti al presidente della sezione feriale della Cassazione e risalenti a prima ancora che ricevesse l’incartamento processuale.

La guardia di Mario Sechi all’Occidente mai a rischio come adesso

Sardo, italiano, europeo, occidentale: così si sente e si è definito Maro Sechi presentando al Centro studi americano -e dove sennò ?- il suo libro fresco di stampa della Piemme “Occidente o niente- Elogio dell’atlantismo”. Un libro scritto di getto con le energie e la visione geopolitica liberate in qualche modo dall’esarimento della direzione del quotidiano chiamato Libero, un po’ come come un ossimoro. Dove il mio amico Mario, col quale ho collaborato come al Tempo negli anni passati, si è confrontato – lui che è nato e si considera ancora cronista- con una cronaca ben poco divertente e incoraggiante. E in una congiuntura internazionale drammatica, non avendo l’Occidente -il suo e nostro Occidente- corso mai un rischio grande come questo in corso.

L’Occidente per Sechi non è un’espressione geografica come l’Italia avvertita superficialmente dal pur mitico Metternich alla conferenza di Vienna dopo il ciclone napoleonico. E’ prima di tutto un fenomeno culturale, esteso ben oltre i confini generalmente assegnatogli. Vi comprende, per esempio, anche Gerusalemme. E l’area mediorientale dove l’Occidente rischia più ancora che in quella porta europea che è diventata l’Ucraina difendendosi da più di quattro anni dalla Russia di Putin con gli aiuti  più degli europei che degli Stati Uniti del presidente Donald Trump.

Le piazze europee attraversate da un antisemitismo dimentico di quello praticato industrialmente da Hitler nel secolo scorso; le piazze dove si bruciano le bandiere israeliane e si inneggia alla  Palestina dal Giordano al mare, in cui ributtare gli ebrei scampati al 7 ottobre di tre anni fa, quando tutti ci sentimmo ebrei, ma molti, troppi solo per qualche giorno o ora; le piazze dove tutti scendono per Gaza devastata  dagli israeliani, piuttosto che dai terroristi che l’hanno usata come scudo dei loro arsenali militari costruiti sotto case, ospedali, scuole, chiese, mercati e strade; le piazze dove mancano ormai solo i ragazzini per ora dirottati altrove, fra le apprensioni delle mamme per i pasti che non potrebbero ricevere dove sono stati portati dalle forze dell’ordine; queste piazze, dicevo, sono giustamente l’ossessione di Sechi. Che tuttavia resta ottimista perché ancora convinto che la forza invincibile dell’Occidente sia la capacità di riconoscere i suoi errori e di porvi rimedio.

E’ una convinzione, quest’ultima, apprezzata e condivisa anche dall’intelligenza artificiale alla quale gli anici del Foglio hanno affidato la lettura del libro di Sechi e che mi era apparsa un espediente, per quanto felice, di promozione, più che di recensione. Perciò quando Mario mi ha assicurato dell’autenticità del recensore, da non confondere con lui o altri umani, diciamo cosi, mi è toccato di dovermi ricredere su quel mostro che anche io, cavernicolo ormai per età, ho avvertito sinora. L’intelligenza artificiale, appunto.

Pubblicato sul Dubbio

Franco Gabrielli tentato dalla candidatura a Palazzo Chigi per l’alternativa

Intervistato per Il Foglio da Carmelo Caruso anche come possibile partecipe della corsa a Palazzo Chigi nel campo cosiddetto largo dell’alternativa, candidato della formazione “Più uno” allestita con l’ex capo dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini, l’ex capo della Polizia Franco Gabrielli non l’ha esclusa. “Decideremo come soggetto politico e non come singole monadi”, ha detto pur precisando che non sono ancora note neppure le modalità delle primarie reclamate da Giuseppe Conte nei mesi scorsi e accettate dalla segretaria del Pd Elly Schlein prima di annunciare che si proporrà alla guida del governo dell’alternativa al centrodestra “sia con sia senza” gazebo e simili.

In un momento in cui il tema della sicurezza, con le piazze invase e messe a ferro e fuoco anche da ragazzini, una candidatura di Gabrielli per le sue competenze, maturate anche ai vertici dei servizi di sicurezza, avendo diretto il Side, potrebbe servire al cartello dell’alternativa. Più del socio fondatore della nuova formazione che evoca la figura dell’esattore. Ma vedrete che prima o poi, per quanto Tommaso Labate sul Corriere della Sera l’abbia già iscritto d’ufficio alla corsa a Palazzo Chigi, qualcuno si leverà nel campo largo per dissentire.

Gabrielli ha concesso ai radicali, diciamo così, del suo schieramento politico una critica al ministro attuale dell’Interno Matteo Piantedosi per uno “scarso peso politico”, pur dovendo valere al Viminale e nelle piazze più il peso tecnico.  Ma si è dichiarato d’accordo col ministro in carica della Difesa Guido Crosetto, dei fratelli d’Italia, contro la pretesa e il rischio di impiegare come figurini i 500 militari destinati a Milano per aiutare le forze dell’ordine, per quanto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si sia adoperato a ridimensionarne ruolo e competenze nel decreto predisposto dal governo. Ma soprattutto Gabrielli ha opposto ai cuori di mamma, chiamiamoli così, sollevatisi contro il trattamento guadagnatosi dai figli assaltando mezzi della polizia, vetrine e negozi, svuotati poi delle merci firmate, un avvertimento conforme alle funzioni ricoperte.  “La repressione -ha detto- non è una bestemmia”.

Ripreso da http://www.graffidamato.com

La città dei ragazzi gestita dalle opposizioni al governo

“Meloni fa la dura con i minorenni”, ha titolato Domani, il giornale quotidiano col quale, a 92 anni quasi compiuti, Carlo De Benedetti fa ancora l’editore, partecipa all’opposizione al governo di centrodestra e si consola degli anni perduti di Repubbllica, imprudentemente gestita e venduta dai figli.

Con i minorenni, anche quando giocano a fare i “vandali”, come gridato da un dirigente di polizia ferito in piazza a Milano, ma anche i ladri saccheggiando i negozi della merce desiderata, pure per l’ingegnere De Benedetti si deve usare non la forza della prevenzione e della repressione ma la comprensione delle mamme preoccupate che i figlioli finiti in Questura siano alimentati abbastanza, e bene. Il cuore di mamma è l’edizione minorile dell’obbligo di capire le ragioni delle violenze degli adulti, non colpevoli ma portati all’esasperazione dal governo di turno, specie se di centrodestra, e per giunta guidato da una donna ridotta ad una “nana borgatara” sui social.

I “soggetti inediti” evocati dal presidente della Repubblica e le orchestrazioni esterne di tanta violenza avvertite da un magistrato che se ne sta occupando non hanno consigliato alle opposizioni alcuna riflessione diversa dal dovere di prendersela, al solito,  col governo. E di rappresentarlo sull’orlo, anzi già caduto nella pratica dello “stato di polizia”, “autoritario” e simili. Dove si ricorre all’esercito per arrestare, trattenuti all’ultimo momento da Mattarella al Quirinale. Che partecipa a suo modo alla confezione dei decreti legge per risparmiarsi la fatica poi di negare la firma, o di rinviarne il testo alle Camera una volta approvato senza avere recepito i consigli del Capo dello Stato e dei suoi uffici.

Il governo, dal canto suo, per quanto avversato, ringrazia le opposizioni e i loro fiancheggiatori per  l’aiuto suicida che gli forniscono nella lunga e difficile campagna elettorale in corso per il rinnovo delle Camere, l’anno prossimo, non importa con quale problema e con quale leader, tutti da definire.

Ripreso da http://www.startmag.it

Conte declassa a “pretesa” la candidatura della Schlein a Palazzo Chigi

Giuseppe Conte inciampa nel dizionario della lingua italiana rispondendo, in una intervista a Monica Guerzoni, la quirinalista del Corriere della Sera, alla rivendicazione della candidatura di Elly Schlein a Palazzo Chigi “con o senza primarie” nel cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra.

Quella della Schelin, segretaria del maggiore partito della coalizione generosamente chiamata centrosinistra, e che Conte preferisce definire “Alleanza per la Costituzione”, non è appunto una rivendicazione, come dicevo, ma “una pretesa” nella reazione dell’ex premier.

Il dizionario della Treccani consiglia, diciamo così, di assegnare il giusto significato alla “pretesa” considerando “il contesto” in cui si usa questa parola. Un contesto, vista l’alta conflittualità nel campo dell’alternativa, che riduce ad un ossimoro l’aggettivo “legittima” applicato da Conte alla pretesa, ripeto, della Schlein.

Nella sua risposta a mezzo stampa alla segretaria del Pd si trova anche una controsfida dell’ex premier. Che reclama un’accelerazione delle trattative sul programma dell’alternativa e sulle primarie immediatamente successive. Un’accelerazione, quella chiesta da Conte, che sottintende il rimprovero di un ritardo al Pd preso dai suoi problemi interni. Dei quali la Schlein ha cercato di liberarsi -si vedrà con quali risultati- nell’assemblea del Pd che le ha prorogato il mandato di segretaria in scadenza e precluso il diritto della minoranza riformista di partecipare alle primarie con un suo candidato.

Nell’intervista di Conte c’è un solo, brevissimo passaggio sul maggiore ostacolo ad un programma concordato dell’alternativa, che è la questione ucraina. Notoriamente contrario alla prosecuzione degli aiuti militari, che pure hanno consentito la resistenza dell’Ucraina all’aggressione russa, Conte propone “determinazione a sostenere la popolazione”. “Nessuno può metterla in discussione”, dice Conte ignorando, o fingendo di ignorare, che a massacrare la popolazione ucraina da più di quattro anni, e negli ultimi tempi con maggiore ferocia, è la Russia di Putin purtroppo forte anche dei rapporti col presidente americano Donald Trump. Al quale lo stesso Conte ha dato recentemente, e proprio per questo, dell’”irresponsabile” archiviando il “Giuseppi” generosamente ricevuto dal presidente americano nel primo passaggio alla Casa Bianca, quando lui era a Palazzo Chigi, anzi vi restava cambiando maggioranza.

Il Parlamento frustato qualunquisticamente dal professore Zagrebelsky

Il presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, sollecitato da Massimo Gramellini in e con altre parole su la 7, ha commentato come peggio non si poteva “il deserto” nell’aula di Montecitorio lamentato dal ministro Giancarlo Giorgetti che riferiva dei “nuvoloni” in arrivo sull’economia.

L’insigne giurista non ha condiviso la sorpresa del conduttore della trasmissione, che ci è rimasto anche un po’ male, convinto che il suo ospite, per quanto a distanza, si unisse ad Alessandro Campi, professore pure lui, incline al perdono o alla comprensione degli assenti, più che lavativi o disertori. Assenti come in molte delle sedute d’aula destinate poi a riempirsi in prossimità delle votazioni, come in effetti l’aula si è poi riempita con Giorgetti svuotando progressivamente il cosiddetto transatlantico, corridoi affini e buvette. Neppure i banchi dell’ufficio di presidenza, d’altronde erano pieni quella mattina andata storta al ministro Giorgetti, già angustiato dall’ingrato abituale compito di contrastare le richieste di spesa anche del segretario del suo partito Matteo Salvini, ormai il bastian contrario del governo in concorrenza col collega forzista Antonio Tajani.

Per Zagrebelsky, tornando a lui, non c’è differenza fra un’aula parlamentare vuota e una piena di onorevoli distratti dal telefonino e dalle chiacchiere con i vicini. Tutti rassegnati a votare, quando si riesce a votare, seguendo gli ordini di partito o di chissà quale potere forte. Una rappresentazione insomma catastrofica del Parlamento, degna del peggiore emulo o erede del compianto Guglielmo Giannini, fondatore dell’”Uomo qualunque”.

Sono seguiti un po’ a Giannini nella storia della Repubblica l’Umberto Bossi o “senatur” della “Roma ladrona”, fra aule parlamentari e salotti, lo sbrigativo Silvio Berluscconi, che propose di fare votare solo i capigruppo per conto dei millesimi di rappresentanza, e l’incontenibile Beppe Grillo. Che scambiò il Parlamento per una scatola di tonno da aprire e svuotare senza neppure assaggiarne il contenuto per timore di venire contaminato. Impresa, quella di Bossi, gestita dal solerte Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, che con la complicità dei suoi alleati di turno, prima la Lega e poi il Pd, realizzò solo in parte, avendo ridotto e non svuotato, appunto, la Camera e il Senato. Le cui aule adesso è più difficile riempire anche per sovrabbondanza di posti a sedere, o seggi.

Eppure proprio in questo Parlamento così mal ridotto agli occhi, alle orecchie e al cuore di un giurista di esperienza e di prestigio come Gustavo Zagrebelsky, il generale vittorioso della campagna referendaria del 2016 contro la riforma costituzionale dell’allora governo di Matteo Renzi, si è assistito nella scorsa settimana allo spettacolo tipico di una democrazia in  salute: una parte del Pd, per quanto modesta, in  piena autonoma ha applaudito la premier Giorgia Meloni decisa a proseguire negli aiuti militari all’Ucraina sotto aggressione della Russia da più di quattro anni. Applausi mancati alla Camera sotto la sorveglianza della segretaria del Pd Elly Schlein: anche lei, in verità, favorevole alla prosecuzione degli aiuti agli ucraini ma trattenuta nei movimenti e nelle decisioni conseguenti  dalla paura di perdere per strada Giuseppe Conte, l’alleato-concorrente del campo largo dell’alternativa al centrodestra.

Con tutti i suoi difetti, i suoi assenti, i presenti distratti e tutto il resto, questo Parlamento non è insomma inutile come lo avverte, o è sfuggito di avvertire al professore delle altre parole. Riflette, nel bene e nel male, il quadro politico del Paese, come gli compete.

Pubblicato sul Dubbio

L’assalto di Elly Schlein al campo largo dell’alternativa di governo

In una domenica infestata di guerriglia urbana, come il giorno prima, anche la segreteria del Pd Elly Schlein ha voluto fare il suo assalto brandendo le dita e contestando di nuovo il profilo moderato raccomandato, nell’approccio elettorale, dalla minoranza riformista del Nazareno. Pure lei, e non solo il suo concorrente Giuseppe Conte nel cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra, è capace di assumere postazioni intransigenti. E di intimidire l’estabilischment che le farebbe la guerra.

La sua candidatura a Palazzo Chigi, per esempio, ci sarà “con o senza le primarie”, ha detto la Schlein all’assemblea del suo partito che le ha prorogato il mandato di segretaria, in scadenza l’anno prossimo, e le ha concesso il diritto di non avere altri concorrenti del Pd nella corsa alla guida del governo. La minoranza ha dissentito con l’astensione subendo l’assalto.

E Conte, reduce da un abbraccio e bacio d’ufficio con la Schlein nella piazza romana del Popolo alla manifestazione della Cgil di Maurizio Landini, come l’ha presa? Anche lui, in fondo, nelle scorse settimane aveva fatto il suo assalto, la sua mossa d’attacco dicendosi deciso a negare aiuti militari agli ucraini da presidente del Consiglio pur in presenza di un programma condizionato dalla posizione favorevole, invece, del Pd.

Le prime notizie o indiscrezioni provenienti dal movimento pemtastellare presieduto dall’ex premier lo danno decìso, a questo punto, ad accelerare i tempi delle primarie. Ciò comporta anche l’accelerazione dei tempi del programma unico della coalizione, avendo la Schlein reclamato già prima di ieri le primarie, chieste a sua volta da Conte, dopo e non prima di un’intesa sul programma.

Quel casto bacio di ufficio, e di piazza, fra la Schlein e Conte

Sul Corriere della Sera di oggi, a distanza di otto pagine, fra la prima e la nona, ci sono due rappresentazioni contrastanti dei rapporti fra la Schlein e Conte. In prima il critico televisivo, ma anche d’altro, Aldo Grasso si è speso nella lettura e interpretazione di una recente sedia vuota, in un raduno al chiuso, fra la segretaria del Pd e l’ex premier che le contende la candidatura a Palazzo Chigi del campo largo dell’alternativa al centrodestra. Una sedia vuota -ha scherzato Grasso- al posto giusto.

A pagina 9, senza alcun richiamo in prima per non contraddirsi o smentirsi con troppa evidenza, sono state sistemate, una accanto all’altra, due foto di saluto e di abbraccio che la Schlein e Conte si sono scambiati in piazza del Popolo, a Rona, nella manifestazione della Cgil conclusa dal segretario uscente Maurizio Landini con la proclamazione di uno sciopero generale, venerdì 20 novembre, contro il governo. Che affamerebbe le famiglie per mandare, fra l’altro, armi agli ucraini anziché negarle e indurli alla resa ai russi chiesta praticamente anche dal presidente americano Donald Trump nei suoi soliti modi, forse considerati eccessivi e imbarazzanti persino al Cremlimo.

Un abbraccio, quello fra la segretaria del Pd e il suo concorrente a Palazzo Chigi, con bacio annesso, sulle guance naturalmente, che è stato salutato con particolare sollievo dal presente Angelo Bonelli, preoccupato che il campo largo potesse essere ancora più disturbato dal virus influenzale che aveva allontanato i due alleati-concorrenti dell’alternativa. O li aveva costretti a contatti telefonici “8 volte al giorno”, ha rivelato Conte.

Tutto risolto, quindi, e tornato alla normalità, ammesso che davvero questa sia mai esistita da quelle parti intesa come situazione tranquilla e chiara? Per niente, naturalmente. Prima di raggiungere e abbracciare, ripeto, la Schlein il presidente del Movimento 5 Stelle si era attardato con i suoi tifosi in piazza ricevendone e assecondandone con sorrisi e battute  le esortazioni a guardarsi dalla Schlein, e non solo dal solito Matteo Renzi.

Tutte le autoreti delle opposizioni al governo Meloni

Una recente sedia vuota fra Elly Schlein e Giuseppe Conte, impegnati a non approfittarne per scambiarsi qualche parola ma ad aumentare le distanze fra di loro concentrandosi ciascuno sulle proprie carte, ha stimolato Aldo Grasso sul Corriere della Sera nel suo spazio domenicale di prima pagina riflessioni critiche sul campo largo delle opposizioni aspiranti all’alternativa di governo.

Un campo in cui -ha scritto il critico televisivo- quella sedia “è l’unica ad avere trovato il suo posto”. Un campo, ancora, in cui ognuno contende il posto all’altro. Conte, per esempio, alla Schlein nella corsa alla candidatura a Palazzo Chigi, e quindi alla leadership della coalizione. Matteo Renzi a se stesso. E Maurizio Landini, il segretario uscente della Cgil, a tutti gli altri messi insieme lanciando contro il governo il solito sciopero generale nel solito venerdì, il 20 novembre, e con le solite bandiere e comizi nelle piazze. O in ciò che ne rimarrà alla fine delle manifestazioni e delle guerriglie scatenatesi in sintonia, credo non casuale, con quelle in altri paesi europei dove si respira aria elettorale.

Sin quando il campo largo dell’alternativa sarà questo la premier Giorgia Meloni potrà pure fare a meno di alzare la voce nella difesa dagli attacchi e nella rivendicazione della “cultura di centro” nell’azione di governo recentemente rivendicata in un videomessaggio ad un raduno di democristiani irriducibili. Altro che inseguire a destra il generale Roberto Vannacci, corteggiato invece dalle opposizioni nel solito paradosso della lotta politica in Italia.

Dopo il Consiglio europeo di giovedì e il doppio dibattito parlamentare che lo aveva preceduto di una giornata è uscito rafforzato un asse alquanto spiazzante per le opposizioni sul terreno della politica estera e di difesa: quello fra i presidenti della Repubblica e del Consiglio, fra Mattarella e Meloni. Un Mattarella che alla scadenza del suo secondo e ultimo mandato potrà forse fare quello che Mario Draghi fece quattro anni fa a Palazzo Chigi ricevendo la Meloni per il passaggio delle consegne. E senza un cenno di fastidio. Tutt’altro.

Il Pd fra il tifo di Paolo Gentiloni e il martello di Silvia Salis

Fresco di stampa con le sue “istruzioni” per far diventare “una potenza” l’Europa da lui servita come commissario a Bruxelles per conto dell’Italia nel precedente esecutivo di Ursula von der Leyen, l’ex premier Paolo Gentiloni ha declinato con cortesia la proposta fatta da Paolo Mieli sul Corriere della Sera non a lui ma alla segretaria del Pd Elly Schlein di lasciargli federare in un’unica formazione fiancheggiatrice del Nazareno i centri, centrini, cespugli e quant’altro del cosiddetto campo largo.

Ospite di Corrado Formigli a Piazza pulita, Gentiloni prima ha sottolineato le difficoltà di un’impresa del genere, tanta è la confusione in quell’area, affollata di aspiranti leader forse più ancora che di voti, e poi ha detto di essere intenzionato a continuare a fare “il tifo” per il Pd. Evidentemente dall’interno, essendovi iscritto, e non uscendone per diventarne esterno.

Non so se Mieli ci sia rimasto male e voglia rispondergli, magari tornando a scriverne sul Corriere. Sospetto che non sia rimasta male la Schlein, già troppo piena di problemi con Giuseppe Conte che le contende la candidatura a Palazzo Chigi per l’alternativa al centrodestra, per trovarsene un altro costituito da un centro federato. Esso potrebbe insediarle  candidatura  a presidente del Consiglio ancora più di Conte, al di là delle stesse intenzioni, almeno iniziali, del federatore Gentiloni, o  altri al suo posto.

E poi ve l’immaginate nell’area o pollaio di centro a sinistra Matteo Renzi, diavolo di un uomo, che accetta di farsi federare disciplinatamente da quel Gentiloni che nel 2017, dopo la bocciatura referendaria della sua riforma costituzionale si rifiutò di assecondare da Palazzo Chigi il tentativo del suo predecessore, rimasto segretario del Pd, di investire in elezioni anticipate la consistente minoranza referendaria? Mattarella al Quirinale era contrario, pur essendo arrivato alla Presidenza della Repubblica spinto da Renzi, e Gentiloni ne condivise il no.

Senza tuttavia lavorare di fantasia sugli umori di Renzi, facile alle impuntature e alle sorprese delle quali Conte si è ammalato senza possibilità di guarirne, non essendo peraltro da meno in materia di sorprese e malumori, basta leggere un’intervista anch’essa fresca di stampa della sindaca di Genova Silvia Salis a 7, il supplemento del Corriere della Sera, per avere conferma del ginepraio del centro a sinistra. “Il centrosinistra non ama la vittoria”, è il titolo pessimistico e sconsolato di copertina.

Il centrosinistra -ha spiegato all’interno la Salis, per alcuni una potenziale versione al femminile del federatore del centro proposto da Mieli per Gentiloni- “nei decenni ha elaborato anticorpi potentissimi contro la vittoria. C’è fastidio verso la figura del leader. E c’è il meccanismo perverso di dover abbattere la peculiarità di ogni partito per tenere insieme tutti. E quasi l’idea che il concetto stesso di vittoria sia qualcosa di destra”. E ancora, parlando del partito che è il principale, più votato, della coalizione dell’alternativa al centrodestra: “Abbiamo frammentato il Pd”, che “se fosse stato più inclusivo e avesse contenuto le tensioni interne, oggi sarebbe un partito che non avrebbe problemi a stare al 30 per cento”, anziché al 20 attorno al quale naviga inseguito dal Movimento 5 Stelle di Conte fra il 12 e il 14 per cento.

Da campionessa vera com’è, con tanto di medaglie e titoli, e foto evocative che la celebrano negli articoli di giornale che si guadagna in politica, Salis ha lanciato il suo martello contro lo schieramento al quale pure appartiene e che l’ha portata alla guida della sua città.

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