Venezia in cartolina per la Schlein come la Trieste di Cadorna…..

       Di Venezia, il maggiore degli oltre 700 Comuni dove si è votato in un turno amministrativo che aveva fatto sognare alle opposizioni una replica del referendum sulla riforma costituzionale della magistratura perduto dal governo due mesi fa, si potrebbe dire come di Trieste, nella famosa canzone del 1916, mandata in cartolina dal generale Cadorna alla regina.

       Neppure nella versione bengalese, diciamo così, patrocinata in persona sul posto dalla segretaria Elly Schlein, accorsa a sostenere la candidatura di Andrea Martella, il Pd è riuscito a conquistare con i suoi alleati la città lagunare. Che è rimasta al centrodestra con la vittoria, al primo turno e 12 punti di distanza, del candidato al quale ha telefonata per complimentarsi la premier Giorgia Meloni. Che è stata promossa “Serenissima” dal Giornale a caratteri quasi di scatola senza bisogno che il sindaco faccia gli scongiuri come imparò a fare a suo tempo Enrico Letta scalzato da Matteo Renzi, a Palazzo Chigi, dopo che il segretario del Pd ancora fresco di elezione al Nazareno lo aveva pubblicamente esortato a “stare sereno”.

       Se Venezia è rimasta al centrodestra al Nord, Reggio Calabria  è passata al Sud dal centrosinistra. Non parliamo poi della figuraccia, per quanto scontata, del Pd a Salerno, dove è tornato sindaco l’ex governatore campano Vincenzo De Luca pur non avendo potuto disporre delle insegne del partito di cui il figlio è peraltro segretario regionale.

       Il capogruppo del Pd al Senato Francesco Boccia con spavalderia ha cantato vittoria lo stesso man mano che arrivavano i risultati del corposo turno elettorale liquidando come “locali” le sconfitte della sinistra e assicurando, testualmente, che il governo “resta in crisi”, per quanto la premier non si sia mai dimessa e abbia potuto replicare con sarcasmo che “anche oggi il crollo del centrodestra è rinviato a domani”.

       Una segnalazione, per quanto marginale, merita il Comune lombardo di Vigevano, destinato a rimanere al centrosinistra nel ballottaggio fra due settimane, ma dove la Lega nel centrodestra è stata sorpassata dal partito creato dal generale Roberto Vannacci scendendo dal Carroccio. Sul quale Matteo Salvini lo aveva fatto salire promuovendolo imprudentemente vice segretario nazionale. Gli errori, si sa, prima o poi si pagano, tanto a sinistra quanto a destra.

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Il Quirinale nella fantasia post-elettorale di Dario Franceschini

Dario Franceschini, dal quale nel frattempo non sono giunte smentite o precisazioni, chiederebbe ai suoi amici e interlocutori di partito che lo scambiano forse per il Moro dei poveri: ”Secondo voi cos’è più importante? Palazzo Chigi o il Quirinale?”.  Lo chiede, secondo il Corriere della Sera di qualche giorno fa, prospettando un pareggio l’anno prossimoper effetto della legge elettorale in vigore o, peggio ancora, di una nuova ma diversa da quella che Giorgia Meloni vorrebbe fare approvare all’insegna  della stabilità, e le opposizioni riusciranno forse a impedirle con una pratica, per esempio, ostruzionistica di cui lo stesso Franceschini non sarebbe convinto, Almeno, a parole,

       Almeno, ripeto, a parole perché in fondo con quella domanda su cosa si debba preferire fra Palazzo Chigi e il Quirinale non  dispiacerebbe a Franceschini neppure lo scenario di un pareggio che obbligasse centrodestra e centrosinistra a trattare insieme, e preventivamente, nella prossima legislatura, in un clima di larghe intese necessitate, la formazione del nuovo governo e la successione, dopo due anni, a Sergio Mattarella sul colle più alto di Roma. Vasto programma, tornerebbe a dire la buonanima del generale Charles De Gaulle.

       Alla destra si potrebbe lasciare Palazzo Chigi, magari non proprio alla Meloni durata già troppo a Palazzo Chigi per le abitudini italiche, di prima e seconda Repubblica, ma a qualcuno meno temuto sovrastato dalla Meloni alla presidenza della Camera. Della quale lei fu già vice presidente quasi da ragazza.  Al Quirinale dovrebbe andate un altro presidente in odore o prossimità di sinistra. Magari, sospetterete con me alla maniera andreottiana, lo stesso Franceschini, sostituito poi chissà da chi al Nazareno come promotore di tutte le maggioranze all’interno del Pd. Cosa che neppure Moro, buonanima, riuscì a fare sempre nella Dc, nonostante la sua bravura quasi scientifica, finendo in minoranza nell’autunno del mitico 1968, dopo essere stato sfrattato a Palazzo Chigi dagli “amici” dorotei smaniosi a tal punto di prenderne il posto da offrire ai socialisti di Francesco De Martino un‘edizione “più coraggiosa e incisiva” del centro-sinistra, ancora col trattino. Loro, i dorotei di Mariano Rumor, Flaminio Piccoli eccetera, che nei cinque anni precedenti avevano borbottato per la troppa pazienza di Moro con socialdemocratici e  socialisti, sino a favorirne l’unificazione, fortemente concorrenziale con la Dc sul piano elettorale, e mandare al Quirinale Giuseppe Saragat per sostituire l’ormai impedito Antonio Segni, il capo proprio dei dorotei.

       Vedete quante belle cose si possono rivivere e proporre praticando la politica con quella immaginazione che nel 1968 i giovani si proposero in tutte le piazze europee di portare al potere, non accorgendosi di quello che i sovietici, senza alcuna immaginazione, riuscivano a fare proprio quell’anno nella Cecoslovacchia di Dubcek, arrestandone la primavera. Franceschini, d’altronde, è un politico poliedrico, diciamo così, meccanico in officina, dove si è divertito a sistemare il suo ufficio privato, e romanziere in letteratura. E l’uomo al quale dobbiamo, in complicità con Draghi, troppo tecnico per rendersi conto dei possibili inconvenienti,  a dir poco, la targa della Cultura applicata al Ministero che Moro e Giovanni Spadolini avevano prudentemente  intestato nel 1974 solo alla tutela dei beni culturali.

Pubblicato sul Dubbio

E’ ripresa la fuga dalle urne, e dai partiti che le intossicano

       Più i partiti s’incarogniscono, al loro interno e nelle coalizioni reali o virtuali cui appartengono o aspirano, sino ad accapigliarsi sulla memoria di Giorgio Almirante onorato in morte 38 anni fa anche dal partito comunista ricambiando il rispetto e l’omaggio del leader missino ad Enrico Berlinguer, più gli elettori li rifiutano. E preferiscono disertare le urne alle quali sono chiamate, come quelle dei 749 Comuni in cui si vota sino alle ore 15 di oggi. Ieri il dato di affluenza è risultato in calo del 4 per cento rispetto all’analogo precedente elettorale. Alla faccia del “lieve” avvertito da alcuni volenterosi cronisti.

       Il calo è ripreso dopo le illusioni di maggiore partecipazione al referendum di marzo sulla riforma costituzionale della magistratura, perduto dal governo che era riuscito a fare approvare dal Parlamento la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri,  conseguentemente del Consiglio Superiore, e il ricorso ad un’Alta Corte di disciplina delle toghe.

       Una rondine non fa primavera, dice un vecchio proverbio. E infatti gli elettori hanno ripreso a fuggire dalle urne. E a punire i partiti, praticamente tutti, per il loro modo di governare o di fare opposizione, a livello locale e nazionale.

La sinistra perde la testa e la memoria sulla figura di Giorgio Almirante

La rispettosa e rispettata partecipazione di Nilde Jotti e Giancarlo Pajetta alla comune camera ardente di Giorgio Almirante e Pino Romualdi nel maggio del 1988, testimoniata in un bell’articolo su Libero di Annalisa Terranova, che faceva parte del picchetto del servizio d’ordine dei giovani missini, era stata preceduta nel 1985 dalla visita commossa di Giorgio Almirante alla camera ardente di Enrico Berlinguer, allestita alle Botteghe oscure. Dove il leader della destra italiana, come avrebbe raccontato poi la moglie Assunta, aveva deciso di andare piangendo alla notizia della morte del segretario comunista. Di cui era stato certamente un avversario senza tuttavia disconoscerne i meriti, a partire dalla onestà personale, o negargli addirittura la collaborazione in passaggi difficilissimi della storia nazionale, e non solo di entrambi i loro partiti.

       Il Pci, in particolare, era minacciato nella sua credibilità e persino sopravvivenza dal terrorismo rosso che lo sentiva imborghesito dai rapporti con la Dc di Aldo Moro e di Giulio Andreotti. Il partito di Amirante era minacciato dal terrorismo nero, al quale veniva abbinato per aumentarne l’isolamento in nome dell’antifascismo. I due segretari in una rigorosa riservatezza imposta dalle loro basi animose, chiamiamole così, avevano avvertito la necessità e preso l’abitudine di incontrarsi e scambiarsi notizie, consigli e impegni.

Fu una bella e rara pagina della politica nazionale, calpestata più ancora che dimenticata dalla sinistra che ha fatto un caso anche del ricordo dedicato ad Almirante nel trentattotesimo anniversario della scomparsa dalla premier Giorgia Meloni e dal presidente del Senato Ignazio La Russa, la solita “seconda carica dello Stato” che gli viene rimproverata, anzi rinfacciata, ogni volta che lui dice o fa ciò che non piace ai suoi critici e avversari in servizio permanente ed effettivo.

       Si demonizza con ossessione in  Italia una destra con la quale anche prima della cura termale di Gianfranco Fini a Fiuggi hanno avuto rapporti  di un certo peso politico tutti indistintamente i partiti. Ricordo, fra l’altro, i voti missini con i quali nel 1955 Giulio Andreotti riuscì a mandare al Quirinale, mischiati ad alcuni comunisti, Giovanni Gronchi. Lo stesso Andreotti e altri della Dc riuscirono poi a coinvolgere, quanto meno, i missini -che non aspettavano altro- nell’elezione dei presidenti della Repubblica Antonio Segni e Giovanni Leone. Sarebbe accaduto nel 1985, su richiesta dell’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi a Giorgio Almirante, anche con Arnaldo Forlani, se questi non si fosse sottratto da solo alla corsa per fare correre ed eleggere in una sola votazione Francesco Cossiga alla scadenza del mandato di Sandro Pertini.

       Scendiamo pure di qualche gradino, dal Quirinale a Palazzo Chigi, o al Viminale che aveva precedentemente condiviso col Ministero dell’Interno la sede della Presidenza del Consiglio. Ricordo i voti missini al governo del democristiano Adone Zoli, che si vantò di non averli chiesti e fece finta di rifiutare, avvalendosene per restare in carica e, fra l’altro, sottrarre alla clandestinità la tomba di Mussolini. Ricordo i voti missini, per niente rifiutati neppure essi, al governo del democristiano Fernando Tambroni, che Gronchi aveva nominato per preparare la prospettiva opposta del centro-sinistra, doverosamente col trattino.

       A cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso -come corre dannatamente il tempo- nacque anche, sia pure nell’ambito regionale della Sicilia, il famoso “milazzismo”, dal nome del democristiano dissidente Silvio Milazzo fiduciato da missini e comunisti insieme.

       Vi debbo raccontare altro,  pescare ancora nella mia memoria  di cronista politico, per farvi capire quanto farlocco sia l’antifascismo di cui a sinistra hanno ancora bisogno per cercare di sopravvivere ai loro errori, alla loro inconcludenza, alle loro ambizioni sproporzionate?  Per oggi può bastare, credo.

Pubblicato su Libero

I conti che non tornano nella demonizzazione di Almirante a 38 anni dalla morte

       Non riesco ancora a spiegarmi le ragioni per le quali la destra meloniana abbia volto creare, con tutti i problemi che ha nel governo, un caso Almirante celebrando due giorni fa l’anniversario neppure tondo della morte del leader missino, spentosi 38 anni fa, nel 1988. Anche il centenario della nascita, di solito celebrato per persone guadagnatesi una certa celebrità, è passato 12 anni fa. Perché, mi ripeto, esporsi al rischio di provocare polemiche, arrivate puntualmente per ricordare e rinfacciare al defunto protagonista a lungo della destra repubblicana i momenti più controversi della sua vita, a cominciare da quelli della Repubblica sociale di Salò?

       A proposito delle polemiche che ne sono derivate, la sinistra ha voluto confermare le sue peggiori abitudini di livore, e simili, essendo stato Almirante l’uomo della destra italiana col quale il Pci -ripeto il Partito Comunista Italiano- ha avuto i migliori rapporti.

       Dopo averlo frequentato, pur riservatamente, per scambiarsi informazioni e consigli avendo entrambi alle spalle o di fianco terroristi, neri e rossi, che inguaiavano i rispettivi partiti, Almirante si presentò alla camera ardente di Enrico Berlinguer, nell’atrio della sede nazionale delle Botteghe Oscure, per onorarne la memoria. E a casa -raccontò poi la moglie Assunta- aveva pianto alla notizia della morte del leader comunista.

       Il gesto di Almirante sorprese tanto la destra, rimasta però rispettosamente silente, quanto militanti e  vertici del Pci, che andarono a ricevere e a ringraziare personalmente l’ospite davanti alla bara di Berlinguer per prevenire le solite stupidaggini di cui sono capaci i cosiddetti e presunti puri e duri. Quella cortesia, galantomeria, onestà intellettuale, umanità, chiamatela come volete, di Almirante fu ricambiata dai successori di Berlinguer alla morte del leader missino.  

       Questa nobile pagina, secondo me, della politica italiana è stata compromessa con le polemiche di questi giorni. Peccato. Eppure i missini non ancora curati da Gianfranco Fini con l’acqua di Fiuggi concorsero negli anni della cosiddetta prima Repubblica all’elezione di tre presidenti democristiani: Giovanni Gronchi, Antonio Segni e Giovanni Leone. Avrebbero concorso, su richiesta di Bettino Craxi a Palazzo Chigi, anche all’elezione di Arnaldo Forlani se non fosse stata allestita con qualche imbroglio appena raccontato o confermato da Clemente Mastella, coperto da Ciriaco De Mita, la candidatura di Francesco Cossiga per la successione a Sandro Pertini, nel                       1985. Forlani ci avrebbe provato sette anni dopo, nel 1992, bloccato nel segreto delle urne a Montecitorio, dalla dissidenza andreottiana, nella Dc di cui pure egli era segretario, e ancor più da quella socialista di Rino Formica. Che mi auguro pentito, visto il settennato quirinalizio di Oscar Luigi Scalfaro che ne derivò. 

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Dario Franceschini, la Sibilla cumana del Nazareno, con vista sul Quirinale

       Dario Franceschini, che da ministro del governo di Mario Draghi volle impudentemente intestarsi la Cultura non bastandogli più la tutela dei beni culturali e ambientali dei suoi predecessori, a cominciare da Giovanni Spadolini alla fine del 1974 nel governo Moro-La Malfa, non è più soltanto nel Pd l’uomo dell’azione d’oro. Che riesce cioè a rimanere sempre nella maggioranza determinandola, anche nel caso corrente della segretaria Elly Schlein scelta nelle primarie più dagli esterni, o estranei, che dagli interni, o iscritti. Da un retroscena appena offerto ai lettori del Corriere della Sera con virgolettati di una sua ultima, o penultima, conversazione con amici appesi alle sue labbra, egli esce pure come la Sibilla cumana del Nazareno. Dove sarebbero in troppi, e troppo avventatamente contrari a trattare la riforma elettorale -l’ennesima- con la Meloni decisa a farsela anche da sola,  se glielo permetteranno naturalmente nella maggioranza di centrodestra non proprio convinta e compatta.

       “La rigidità di quanti oggi non vogliono trattare con Giorgia Meloni sulla legge elettorale li  potrà domani a dovere trattare con Giorgia Meloni sul governo”, avrebbe detto Salvini  ai suoi facendo loro sospettare che un governo obbligato di larghe intese dopo un pareggio elettorale potrebbe essere guidato anche da uno di centrodestra,  per la prima volta dopo le esperienze politiche di Enrico Letta e di Matteo Renzi e tecniche di Lamberto Dini, Mario Monti e Mario Draghi.

       C’è tuttavia un aspetto, diciamo così, di un simile governo di larghe intese che Franceschini è riuscito a cogliere come positivo, contraddicendosi anche come Sibilla cumana. E’ la possibilità che larghe intese di governo facilitino, o addirittura comprendano, anche il passaggio della successione a Sergio Mattarella al Quirinale nel 2029. ”Secondo voi -avrebbe chiesto Franceschini ai suoi interlocutori nella versione del Corriere della Sera continuando a sorprenderli- cos’è più importante? Palazzo Chigi o il Quirinale?”. Dove peraltro potrebbe arrivare lui stesso, l’ex ministro della Cultura, a quasi 70 anni di età, lasciando al centrodestra la guida del governo di una rinnovata solidarietà nazionale, dopo quella sfortunata di una cinquantina d’anni fa risoltasi però  nella morte violenta di chi ne era stato il regista: Aldo Moro. 

La Meloni lusingata a sorpresa della campagna…ferroviaria di Renzi contro di lei

       Con tutto quello che ha da fare in Italia e all’estero, benedetta donna per la prima volta alla guida di un governo italiano, Giorgia Meloni ha trovato la voglia e soprattutto il tempo di scrivere una lettera alla Stampa, che l’ha generosamente pubblicata di spalletta in prima pagina, per smentire rabbia, malumore e quant’altro attribuiti a lei per una pubblicità di stile littorio, diciamo così, commissionata dal partito di Matteo Renzi nelle stazioni ferroviarie. Dove viene rappresentata col solito ottimismo al passato per ricordare tutti i guai, a cominciare dai ritardi dei treni, di “quando c’era lei”. Non lui, Benito Mussolini, della quale è considerata una specie di nipote, con tutti gli altri “fratelli d’Italia” del partito meloniano.

       Macchè “furibonda” e curiosa, a dir poco, di chi ha messo le stazioni a disposizione di Matteo Renzi per denigrarla a caratteri di scatola. “Devo dire -ha scritto la premier-che ho trovato la campagna molto efficace dal punto di vista comunicativo. E l’ho detto direttamente -ha rivelato- a chi l’ha ideata, cioè Matteo Renzi”, suo predecessore, per quanto a distanza, a Palazzo Chigi, anche come sconfitto referendario di una riforma costituzionale più vasta ancora di quella limitata dalla Meloni alla magistratura. Una riforma che riscriveva, fra l’altro, il bicameralismo per togliere al Senato la partecipazione al voto di fiducia al governo e riservarlo alla Camera.

       La Meloni è tanto convinto della efficacia -ripeto- della campagna pubblcitaria e ferroviaria contro di ieri ideata evidentememte da Renzi senza valutarne rischi ed effetti contpoproducenti, da sconsigliare “ritocchi” dai quali sarebbero invece tentati l’ex premier e consiglieri. Gli italiani, secondo la Meloni, “ricordano bene che, quando al governo c’era lui”, nel senso dello stesso Renzi e del Pd sopravvissuto alla sua secessione, ”l’Italia era in condizioni  tutt’altro che rosee”.

       La Meloni si è infine accomiatata dal giornale piemontese augurando “buon lavoro”, anche quello che dovesse incorrere in altre sue smentite.

La cattiva abitudine di fare i conti delle elezioni anticipate senza l’oste del Quirinale

L’ultima volta– o penultima se non è già subentrato un altro maleducato costituzionale- è toccato a Matteo Salvini nella duplice veste di vice presidente del Consiglio e di capo della Lega di prospettare per convenienza di parte elezioni anticipate. Con le quali il governo e la maggioranza pagherebbero  un prezzo meno alto  al carovita e ad altri incovenienti delle guerre che il presidente americano Donald Trump un po’ ha ereditato, senza riuscire a farle chiudere, come in Ucraina, e un po’ le ha aperte, sospese, riprese e appese a tregue assai scadenti, come in Medio Oriente, nella ricerca di nuovi equilibri nel mondo non più dominato solo dagli Stati Uniti e da quella che era una volta l’Unione Sovietica.  E ora una Russia imperialista senza più la falce e il martello del secolo scorso.

       Ho dato a Salvini e, a chi lo ha preceduto, del maleducato costituzionale perché è la Costituzione, appunto, ad attribuire alla sola responsabilità del presidente della Repubblica di sciogliere le Camere a scadenza anche anticipata. E’ l’articolo 88,  modificato nel 1991 per attenuare il cosiddetto semestre bianco, a stabilire che il  Capo dello Stato “può,  sentiti i loro Presidenti”,  e non altri,  né partiti né governo di turno, “sciogliere le Camere o anche una sola di esse”. “Non può esercitare tale facoltà- aggiunge e precisa l’articolo 88- negli ultimi sei mesi del suo mandato, salvo che essi coincidano in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi della legislatura”.

       Di tutte le loro prerogative i presidenti della Repubblica succedutisi al Quirinale hanno tenuto forse più a questa che ad altre, compresa la nomina  del presidente del Consiglio e, su proposta di questi, dei ministri. Nomina superabile col cosiddetto primato proposto dal governo in carica ma non a caso retrocesso all’ultimo posto del programma per le resistenze, cresciute anche nella maggioranza, ad una riduzione, nei fatti ancor più che nelle parole, della figura del presidente della Repubblica con un presidente del Consiglio eletto direttamente dai cittadini. Un presidente della Repubblica appena definito o avvertito come “Principe”, con la maiuscola, in un saggio  costituzionale scritto a quattro mani da Lorenzo Castellani e Gaetano Quagliariello.

       A sottovalutare la portata dell’articolo 88 della Costituzione furono nella cosiddetta Prima Repubblica i democristiani che reclamavano elezioni anticipate per interrompere l’esperienza di centrosinistra condotta prima da Aldo Moro e poi da Mariano Rumor. Nella seconda Repubblica è toccato farvi i contri prima a Silvio Berlusconi, che reclamava nella crisi provocata da Umberto Bossi elezioni anticipatissime negategli al Quirinale da Oscar Luigi Scalfaro. Poi è toccato a Romano Prodi, nel 1998,  che  si aspettava da Scalfaro, sempre lui,  elezioni anticipate per liberarsi della sinistra  più radicale che aveva segato il suo primo governo ulivista. La palla passò invece, nella stessa legislatura, ad un Massimo D’Alema protetto dal presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga.

       E’ toccato infine una decina d’anni fa a Matteo Renzi, desideroso di investire in elezioni anticipate il consistente 40 per cento raccolto nella pur clamorosa sconfitta referendaria sulla sua riforma costituzionale.  A respingerlo, con perdite dalle quali non si è ancora ripreso, fu Sergio Mattarella, che pure gli doveva l’elezione ancora fresca al Quirinale.

       Meditate gente, meditate, prima di desiderare, auspicare, chiedere, preventivare elezioni anticipate che pure non sono mancate, di certo, negli ottanta anni della Repubblica.

Pubblicato sul Dubbio

Il segno zodiacale sbagliato -i pesci- di Matteo Salvini

       Matteo Salvini, vice presidente del Consiglio, ministro delle Infrastrutture e capo della Lega che fu di Umberto Bossi, nacque 53 anni fa nel giorno e nel mese sbagliato, 9 marzo, finendo zodiacalmente fra i pesci. Egli si muove invece politicamente, e quindi pubblicamente,  senza volere entrare nella sua vita privata, come uno scorpione. Che per sua “natura”, come ne racconta la leggenda, punge la rana sulla quale attraversa il fiume compromettendo la sorte di entrambi. Più che il 9 marzo, avrebbe dovuto nascere fra il 23ottobre e il 22 novembre per meritarsi il segno che lo distingue.

       Premuto -ha detto- dal calo per l’inflazione, dal caro della spesa e delle bollette e altre avversità procurate dai due leader internazionali da lui stimati di più, che sono il presidente americano Donald Trump e lo zar di turno al Cremlino, anche a Salvini è arrivata la tentazione delle elezioni anticipate. Che, magari, potrebbero toglier tempo all’ex amico e socio politico Roberto Vannacci, il generale del mondo sottosopra che si è messo in proprio e ha appena arruolato un’altra parlamentare  passata per le esperienze prima di Forza Italia e poi della Lega.

  Questa volta lo scorpione Salini non ha avuto neppure il tempo di mettersi in costume da bagno come nel 2019, quando era vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno del primo governo di Giuseppe  Conte  e irruppe sulle spiagge per reclamare elezioni e “pieni poteri”. Con una “frenata” attribuitagli un po’ da tutte le cronache, senza lasciare però tracce sull’asfalto, Salvini ha cambiato idea per non rimetterci, come l’altra volta, l’osso del collo. Dal primo giorno utile per andare anticipatamente alle urne, convincendo il notoriamente refrattario capo dello Stato Sergio Mattarella, l’unico a disporre delle chiavi di uno scioglimento prematruro delle Camere, Salvini è passato all’”ultimo giorno utile della legislatura da sfruttare con un governo già  sul punto di  battere il primato della durata nella storia della Repubblica.

Ripreso da http://www.startmag.it il 24 maggio

Falso allarme al Senato sulla tenuta della maggioranza e del governo

       Sotto un titolo sulla “Destra nel  caos” La Repubblica di carta ha così riassunto in prima pagina una giornata difficile, diciamo così, trascorsa dalla maggioranza: “Al Senato spunta una mozione del centrodestra che chiede di rivedere l’obiettivo del 5% per le spese della difesa, così come concordato in ambito Nato, alla luce- testuale– della situazione economica e delle priorità nazionali. Poi il passaggio viene eliminato”.

       “Governo bollito”, ha gridato entusiasticamente il solito Fatto Quotidiano di Marco Travaglio  scrivendo impropriamente, direi, di  “un successo delle opposizioni unite”, come se fossero state loro, favorevoli quindi al mantenimento dell’obiettivo del 5% delle spese per la  difesa concordato con la Nato, a segnare la  rete della partita.

       Conti e ragionamento chiaramente non tornano. Se qualcuno ha fatto cambiare la mozione della maggioranza al Senato è stato evidentemente un governo per niente bollito. Nella persona, debbo presumere, del ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha sollevato la maggioranza, questa volta senza ridere, come l’allora futura premier Giorgia Meloni in una celebre foto di partito.

Se il “successo” delle opposizioni si è tradotto nell’intervento riuscito di Crosetto, senza avere incontrato nella maggioranza difficoltà di sorta con quel fisico peraltro di corazziere che si trova, parlerei piuttosto di una loro autorete. O di un loro tiro in porta fallito, come preferite, parato da Crosetto, ripeto, con quelle mani che si ritrova.

       La notizia insomma, per stare alle regole e alla logica dell’informazione, non sta tanto nel testo originario della mozione della maggioranza quanto nella sua modifica, o rinuncia. L’ombrello del governo ha insomma funzionato. E di questo le opposizioni impegnate alla costruzione dell’alternativa, per ora senza un programma e senza un leader, hanno ben poco di compiacersi.

Ripreso da http://www.startmag.it

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