Si allontana la crisi, e anche la ex capitana Carola Rackete dall’Italia

             Male che vada, mancato ormai -secondo gli ultimi indizi del dibattito politico- l’obiettivo di una crisi per rimandare gli italiani alle urne in autunno, se davvero il leader leghista lo ha perseguito minacciandone l’apertura, e anche se dovesse mancare parzialmente o del tutto il rimpasto di governo, da Rolli.jpgmolti intravisto dopo i suoi attacchi ultimi e diretti ai ministri grillini delle Infrastrutture e della Difesa, e meno diretti a quello, sempre grillino, dell’Ambiente;  male che vada, dicevo, uno scalpo Matteo Salvini lo porta a casa nella sua campagna d’estate.

            E’ lo scalpo, fortunatamente solo metaforico, della ormai ex “capitana” Carola Rackete, che ha lasciato l’Italia, come ha annunciato laSea Watch”, al comando di una cui nave la giovane aveva sfidato il governo, e non solo il ministro leghista dell’Interno, sbarcando a Lampedusa una quarantina di migranti soccorsi nelle acque libiche. E ciò anche a costo di mettere in pericolo la vita dell’equipaggio della motovedetta della Guardia di Finanza frappostasi nell’operazione abusiva di attracco.

            Arrestata, sia pure ai domiciliari, poi rimessa in libertà dalla giudice competente del tribunale di Agrigento, infine interrogata a più riprese nelle indagini a suo carico per resistenza e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, della giovane il ministro dell’Interno non vedeva l’ora di liberarsi come di “una zecca” e di “una viziata comunista”. Al cui carico egli aveva ordinato al prefetto agrigentino un provvedimento di  espulsione  bloccato però dall’autorità giudiziaria. Dalla quale non si è capito se poi, eseguiti gli interrogatori dell’indagata, sia arrivato in tempo il nullaosta, per cui la giovane può avere lasciato l’Italia davvero liberamente e “in incognito”, come ha scritto Repubblica, senza le fastidiose, a dir poco, procedure e formalità dell’espulsione.

          In questo caso l’indesiderata, almeno da Salvini, ha potuto contare sul soccorso, o qualcosa di simile, dell’amministrazione giudiziaria, immagino con quanto poco gradimento da parte del ministro dell’Interno. Che in ogni modo potrebbe ugualmente accontentarsi del ritorno della Rackete in Germania, o dovunque la “sbruffoncella” -altro epiteto riservatole da Salvini- abbia deciso di andare: in una località “segreta per motivi di sicurezza”, hanno precisato gli amici preoccupati per le reazioni non tutte favorevoli provocate nel mondo della comunicazione elettronica, e anche in piazza, dalla sua avventura a Lampedusa.

          Sulla crisi di governo tante volte minacciata, annunciata e quant’altro ma mai aperta davvero dal leader leghista, e temuta dai grillini come la caduta da un aereo in volo senza uno straccio di paracadute con quei sei milioni e più di voti sulle spalle perduti nelle urne del 26 maggio scorso per il Parlamento europeo, dopo il clamoroso successo del 4 marzo 2018 nel rinnovo delle Camere, c’è da dire che la partita politica e mediatica è ormai diventata da lotteria. C’è ancora chi la sogna e vi scommette, scrivendo di crisi solo “rinviata” o “congelata”, e chi invece la dà davvero per scongiurata e scommette invece sulla rapida approvazione finale della riforma costituzionale, cui manca solo il secondo passaggio a Montecitorio, che riduce di molto il numero dei deputati e dei senatori.

         Questa riforma farebbe aumentare nelle attuali Camere la resistenza a un rinnovo anticipato, anche a costo -in caso di crisi- di far passare con maggioranze acrobatiche e trasversali qualsiasi governo dovesse nominare il capo dello Stato per fronteggiare le emergenze o i cosiddetti stati di necessità che non mancano mai, fra scadenze finanziarie, istituzionali o d’altro tipo ancora.

 

 

 

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Quel cerchietto rosso di Salvini sulla lettera di Conte a Repubblica

           Pur prodigo di parole, battute, gesti che possano evidenziarne gli umori, e di cui sono piene le cronache e i retroscena, tutti sorvolati da titoli ad effetto, Matteo Salvini ha voluto tenersi per sé, almeno fino al momento in cui scrivo, il passaggio della lettera di Giuseppe Conte a Repubblica che più lo ha allarmato e fatto infuriare. E’ un passaggio ch’egli ha cerchiato in rosso e riguarda gli effetti, in politica interna, del voto dei leghisti fatto negare da Salvini nel Parlamento europeo alla nuova presidente della Commissione di Bruxelles, pubblicamente apprezzata invece dal presidente del Consiglio e votata dai grillini: la tedesca Ursula von der Leyen.

            “Non sono in condizione di prefigurare -ha scritto Conte a proposito della posizione dei leghisti- se questa contrarietà avrà ripercussioni sulle trattative che si svolgeranno per definire la composizione della squadra testo Conte.jpgdei neo-commissari. Di certo -ha aggiunto il presidente del Consiglio calcando ancor di più la mano- non si tratta di rivendicare una “poltrona” a beneficio di una singola forza politica. Si tratta di difendere gli interessi nazionali e di rivendicare per l’Italia il posto di prestigio che merita”, forse anche di uno dei vice presidenti dell’organismo, oltre che commissario per la Concorrenza o altro.

            Questo passaggio della lettera di Conte, credibilmente scritto nella piena consapevolezza di ciò che avrebbe potuto provocare nei già difficili rapporti fra i due partiti del governo gialloverde, non è stato francamente il migliore viatico per la candidatura alla Commissione Europea rivendicata dalla Lega, specie dopo il successo nelle elezioni continentali del 26 maggio, perGiorgetti.jpg un personaggio non certamente secondario come l’attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti. Il quale infatti, del resto già da tempo di cattivo umore, a dir poco, per la conduzione del governo da parte di Conte e, più in generale, per i rapporti con i grillini, si è affrettato a chiedere e ottenere udienza al Quirinale per tirarsi fuori da una corsa così seriamente compromessa dal capo del governo. E, visto che si trovava, almeno stando alle indiscrezioni sinora non smentite, il praticamente vice di Salvini nella Lega ha sondato, diciamo così, umori e disponibilità del capo dello Stato verso la soluzione elettorale di una eventuale crisi di governo, essendo notoriamente competenza esclusiva del presidente della Repubblica lo scioglimento anticipato delle Camere.

            In uno scenario del genere, al di là dei contenuti di ogni altro contrasto esistente nel governo su aspetti maggiori e minori della sua azione,  e del solito, inevitabile gioco per scaricare l’uno Repubblica.jpgsull’altro dei due partiti la responsabilità di una rottura, si può convenire col titolo di Repubblica sulla crisi “che c’è ma non si dice”, pur se, a dire il vero, potrebbe anche essere rovesciato nella crisi che si dice ma non c’è. Ne manca ancora l’apertura formale 24 Ore.jpgper l’indecisione di una o di entrambe le parti in gioco, per cui il governo è soltanto “in bilico”, come titola il giornale della Confindustria 24 Ore.

             Si potrebbe anche convenire col forse troppo severo titolo in rosso di Giuliano Ferrara sul FoglioIl Foglo.jpg di “una crisi seria Il Fatto.jpgdi persone non serie”, a cominciare naturalmente dal “truce” Salvini, che sul Fatto Quotidiano Marco Travaglio liquida come “Matteo il russo”,La mosca al naso.jpg che “sfascia tutto”, infastidito dalla “Mosca al naso” rimproveratagli dal manifesto.

             Ma sulloGiannelli.jpg sfondo, e sempre leggendo e rileggendo quel passaggio della lettera di Conte a Repubblica che ha cerchiato in rosso, Salvini può immaginare anche lui la scenetta, disegnata da Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera, dell’unione felicemente politica fra il capo dei grillini Luigi Di Maio e il segretario del Pd Nicola Zingaretti celebrata dalla nuova presidente della Commissione di Bruxelles , “con buona pace” del vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno, dopo essere stata votata dagli europarlamentari degli sposi.

 

 

 

 

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Il generale Agosto rischia di arrivare troppo tardi per spegnere la crisi

In questa estate torrida anche sul piano politico, con i giornali costretti a riproporre in tutte le versioni possibili e immaginabili le tensioni nel governo e nella maggioranza, ricorrendo tuttavia a titoli di una monotonia disarmante, non c’è da salvare il soldato Ryan del celebre e spettacolare film di Steven Spielberg  sullo sbarco del 1944 in Normandia. C’è più semplicemente, e fortunatamente, da richiamare dalle ferie, o dalla riserva, il generale Agosto. Che ai bei tempi -lasciatemelo dire ancora una volta- della cosiddetta prima Repubblica prendeva per fame, stanchezza e altre diavolerie partiti e relative correnti avventuratisi in crisi di governo senza riuscire a venirne a capo. Egli scendeva alla fine come lo Spirito Santo sul presidente di turno della Repubblica per fargli trovare una soluzione balneare, vista la stagione.

Questa volta però, quando mancano ancora una decina di giorni all’omonimo mese, il generale Agosto non serve per risolvere una crisi scoppiata, dopo che il fuoco ha bruciato già boschi e quant’altro. Serve per evitare che la crisi, da latente com’era durante la campagna elettorale e com’è rimasta anche dopo, rendendosi anzi sempre più rumorosa, scoppi davvero in un incendio. E finisca, o solo rimanga, in quell’imbuto delle due “impossibilità”  giustamente avvertite da Carlo Fusi scrivendo dei due vice presidenti del Consiglio, e rispettivi partiti, che si “accapigliano” e di una certa tentazione di “spezzare questo cerchio mellifluo con una crisi senza alternative praticabili”. Fra le quali non c’è quella ravvisata da qualche buontempone -lasciatemi dire anche questo- che si è messo a fantasticare sulla foto del presidente grillino della Camera Roberto Fico col segretario del Pd Nicola Zingaretti e il capogruppo Graziano Delrio, come il 24 aprile dell’anno scorso – pur in un contesto più vasto, non limitato alla questione di Matteo Salvini da obbligare a riferire a Montecitorio su quella che Repubblica chiama “Moscopoli”- con la foto di Fico con l’allora segretario reggente del Pd Maurizio Martina, il presidente del partito Matteo Orfini e i capigruppo parlamentari.

Allora, peraltro, Fico non era solo il presidente  pentastellato della Camera, sia pure fresco di elezione, ma anche l’esploratore inviato dal presidente della Repubblica con l’occhio rivolto soprattutto verso il Pd, come la presidente del Senato, sempre da esploratrice, aveva fatto con l’occhio rivolto soprattutto verso il centrodestra. Che era uscito dalle urne del 4 marzo con più voti di tutti ma non autosufficiente in Parlamento per governare. Ora Fico è solo il presidente della Camera, appunto, e anche come esponente di certo autorevole ma non al comando del suo partito ha appena detto pubblicamente di non vedere all’orizzonte un altro governo e/o un altro presidente del Consiglio.

Ma è proprio in quell’e/o che potrebbe inciampare l’arroventato dibattito politico in corso, nonostante la indisponibilità ribadita da Zingaretti, anche dopo l’incontro a Montecitorio con Fico, che un accordo di governo con i grillini è impensabile senza un passaggio elettorale, che magari ne certifichi le dimensioni alle quali li ha ridotti la collaborazione con la Lega di Matteo Salvini. E a Zingaretti si è affrettato ad aggiungersi un altro Matteo, Renzi, per smentire pure lui ripensamenti o tentazioni attribuitegli negli ultimi tempi e liquidare l’ipotesi di un accordo di governo con i grillini come “un colpo di sole, non di genio”.

In queste condizioni, diciamo così, ambientali è tuttavia maturata la decisione per niente scontata, e tutta ora da analizzare, del pur paziente presidente del Consiglio Giuseppe Conte di prendere carta e penna, come si faceva una volta, per comunicare proprio a Repubblica, il giornale dei titoli su “Moscopoli”, evocativa della “Tangentopoli” politicamente fatale 27 anni fa a  Bettino Craxi e alleati, la presa d’atto “che nel dibattito politico si intensificano le congetture su scenari futuribili e su nuove maggioranze di governo, alcune delle quali -ha scritto il professore- mi vedrebbero personalmente coinvolto”.

Una presa d’atto, come l’ha chiamata lo stesso Conte, è cosa diversa naturalmente da un interesse, da una disponibilità. Ma è anche diversa da un rifiuto o da una indisponibilità, specie se si considerano i “valori”, come li ha definiti lo stesso presidente del Consiglio, da lui ritenuti irrinunciabili nel servizio politico cui si è prestato arrivando l’anno scorso a Palazzo Chigi. Essi sono, testualmente, “il rispetto delle istituzioni, la trasparenza nei confronti dei cittadini e la fedeltà agli interessi nazionali”. Il problema, a questo punto, è di verificarne la compatibilità con la situazione attuale. Che evoca “gli amori di Ovidio” di scolastica memoria, con quel “nec sine te nec tecum vivere possum”. Vi assomigliano i rapporti fra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, e rispettivi partiti, o gruppi dirigenti.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Una foto tira l’altra sull’onda di una crisi avvertita anche da Conte

            Chissà in quanti hanno sognato o, al contrario, temuto davanti alla foto del presidente della Camera, il grillino Roberto Fico, col segretario del Pd Nicola Zingaretti e il capogruppo dello stesso partito Graziano Delrio.

            E’ una foto che ne ha fatto tornare alla mente un’altra, pur scattata in circostanze almeno formalmente molto diverse, ma che hanno in comune uno stato di grande sofferenza politica. Mi riferisco Martina da Fico.jpgalla foto del 24 aprile dell’anno scorso, quando Fico incontrò, come “esploratore” incaricato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, l’allora segretario reggente del Pd Maurizio Martina, il presidente dello stesso partito, Matteo Orfini, e i capigruppo parlamentari Andrea Marcucci e Graziano Delrio. Seguì un fiducioso rapporto Fico al Quirinale.jpgdel presidente della Camera al capo dello Stato sulla possibilità di un accordo di governo fra piddini e grillini, che facevano e fanno ancora rima, ma forse solo quella ormai.

            Tutto sembrava marciare in quel verso, anche la convocazione quasi conseguente della direzione del Pd, che però l’ex segretario Matteo Renzi, ormai “semplice senatore di Scandicci” ma pur sempre influente almeno nei gruppi parlamentari, vanificò con una intervista televisiva a Fabio Fazio Renzi da Fazio.jpgrimettendo in pista, praticamente, i leghisti come alleati dei grillini: un’intervista di cui curiosamente Matteo Salvini non è mai stato grato né al giornalista, cui ha fatto una guerra praticamente personale, costata al conduttore di Che tempo che fa quanto meno la partecipazione alla rete ammiraglia della Rai, né al l’ex presidente del Consiglio.

            Salvini non ha cambiato abitudini, stile e quant’altro, nel bene e nel male, come preferite, ma neppure Renzi. Che, sentendo forse puzza di bruciato davanti alla nuova foto a Montecitorio, pur finalizzata formalmente a indurre Salvini a riferire alla Camera su quella che Repubblica chiama ormai Moscopoli”, per la rima che fa con la “Tangentopoli” fatale 27 anni fa agli allora partiti di governo, è tornato a farsi sentire per liquidare l’ipotesi di un accordo con i grillini, in caso di crisi, come “un colpo di sole, non di genio”.

             Per quanti parlamentari possa avere perso per strada nell’ultimo anno, con i cambiamenti intervenuti nel partito, Renzi ne ha conservati abbastanza per impedire l’operazione, specie al Senato.  Lo sa, del resto, tanto bene lo stesso Zingaretti da avere subito ribadito, dopo l’incontro con Fico, che di un’intesa di governo col Movimento delle 5 stelle, o con quello che ne resterà, non è il caso neppure di parlare senza un preventivo, e perciò anticipato, passaggio elettorale. Che, coi tempi che corrono, non è proprio nei desideri o negli interessi dei grillini, avendo costoro perduto in un anno ben sei milioni di voti, e non potendo neppure immaginare di  recuperarne almeno una parte tornando adesso alle urne.

            Tuttavia l’aria di crisi continua ad aleggiare, nonostante stia per chiudersi la cosiddetta finestra per elezioni in autunno, inedite peraltro nella storia repubblicana d’Italia. L’avvertono, quest’aria, non solo i retroscenisti interessati a pescare più nel torbido che Conte a Repubblica.jpgnel limpido, ma persino il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che ha scritto una lettera curiosa, diciamo così, a Repubblica –il giornale più insofferente verso l’attuale governo ritenendolo troppo condizionato, se non addirittura guidato da Salvini-  per “prendere atto che nel Conte testuale.jpgdibattito politico si intensificano le congetture su scenari futuribili e su maggioranze di governo, alcune delle quali mi vedrebbero personalmente coinvolto”. E, al contempo, non per svincolarsene ma per porre, a suo modo, le condizioni di una partecipazione a cambiamenti che dovessero rendersi necessari.

            Le condizioni elencate da Conte come riaffermazione dei suoi “valori” -gli stessi per rispettare i quali si lasciò candidare da Luigi Di Maio l’anno scorso prima al Ministero della funzione pubblica in un eventuale monocolore grillino, e poi addirittura alla presidenza del Consiglio per un governo con i leghisti, fallito il tentativo di agganciare il Pd- sono poche e abbastanza semplici, quasi ovvie, per non prestarsi a qualsiasi soluzione di una crisi dovesse essergli proposta da un presidente della Repubblica che dovrebbe costituzionalmente riconoscervisi pure lui. Esse sono, testualmente: “rispetto delle istituzioni, trasparenza nei confronti dei cittadini, fedeltà agli interessi nazionali”.

           Non sembra, francamente, per chiarezza, concisione e decisione, neppure Giuseppe Conte, professore, avvocato e quant’altro, ma il dottor John H. Watson: il personaggio creato dallo scrittore Artur Conan Doyle come protagonista delle avventure del detective Sherlook Holmes.

 

 

 

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Il governo si spacca anche sulla nuova presidenza della Commissione Europea

             In quell’Asilo Mariuccia che sembra diventato -ripeto- il governo gialloverde italiano l’orario è continuato. Si insegna, si gioca e si fanno dispetti h24, come purtroppo si preferisce ormai dire e scrivere per non parlare con la chiarezza italiana delle ore 24 ininterrotte.

            La Stampa ha titolato in prima pagina sull’”ira di Conte”, che ha vissuto come un “tradimento” il no imposto dal Conte.jpgvice presidente del Consiglio Salvini ai 28 deputati leghisti del Parlamento Europeo alla nomina della ormai ex ministra tedesca della Difesa  Ursula Von der manifesto.jpgLeyen  alla prima presidenza femminile della Commissione nella storia dell’Unione Europea. La signora è stata invece  eletta con novi voti più del necessario, compresi quindi, fra gli italiani, i 14 grillini, per nulla imbarazzati, o non più imbarazzati di quanto non lo siano generalmente nelle loro condotte interne e internazionali, di seguire le pubbliche raccomandazioni di Conte anche a costo di trovarsi per una volta insieme con Forza Italia a destra e col Partito Democratico a sinistra. Dove invece Salvini, incollato al no Schermata 2019-07-17 alle 09.27.37.jpgappena rinfacciatogli perfidamente da Matteo Renzi con una foto nella sempre attuale Piazza Rossa di Mosca contro la sua riforma costituzionale, nel 2016, vede solo mostri, pronti a divorarlo vivo, magari per togliersi poi il gusto di vomitarlo, come usa dire dei giornalisti Beppe Grillo.

            Il Conte “tradito” a Strasburgo dai leghisti  equivale naturalmente al Salvini dichiaratosi il giorno prima “pugnalato alla schiena” dal presidente del Consiglio per avere documentato il ruolo svolto da un collaboratore a contratto, diciamo così, dello stesso Salvini per consentire al quasi omonimo Savoini di non perdersi la cena di gala con col presidente russo Vladimir Putin la sera del 4 luglio a Villa Madama.

            Il Salvini pugnalato alla schiena per l’affare Savoini, e annesse grane politiche e giudiziarie per un sia pur fallito tentativo di fare avere alla Lega 65 milioni di dollari per la campagna elettorale europea, regionale e amministrativa della scorsa primavera, equivale a sua volta al doppio “sgarbo”, istituzionale e politico, contestato da Conte a Salvini per l’incontro al Viminale con le cosiddette parti sociali sul bilancio e legge finanziaria del 2020, tenendosi ben stretto, alla sua sinistra, come amico ed esperto della tassa piatta, quell’Armando Siri così faticosamente allontanato dal governo nei mesi scorsi, per impuntatura personale del presidente del Consiglio, a causa delle indagini per corruzione aperte a suo carico dalla Procura di Roma.

            Fra le pieghe di questi dispetti da Asilo Mariuccia, e di altro ancora, un professionista di lunghissimo corso, che possiamo ben considerare il decano del giornalismo italiano, Scalfari.jpgnaturalmente Eugenio Scalfari, senza scomodare questa volta le buonanime di Platone, Aristotele, Socrate, Tucidide, Omero e quant’altri, e tanto meno il vivente Papa Francesco, ha intravisto, rivelato e cercato di analizzare la trasformazione in corso di Conte. Che da “pupazzo -ha scritto testualmente- manovrato” dai due vice presidenti impostigli l’anno scorso dalle circostanze politiche sta diventando, o è già diventato, il loro astuto “burattinaio”, mettendoli l’uno contro l’altro con l’uso sapiente dei fili che muovono i pupi.

            Quale sia l’obiettivo, l’aspirazione, il progetto, il destino, chiamatelo come volete, di questo nuovo Conte, da tutti sottovalutato all’improvviso arrivo sulla scena politica, prima come aspirante ministro della funzione pubblica di un eventuale governo monocolore grillino e poi come capo di un inedito governo bicolore gialloverde, Scalfari non ha voluto tenerselo per sé. E neppure noi, naturalmente, vogliamo tenercelo segreto. L’obiettivo è  lo scaricamento di Salvini e della Lega per la formazione di un governo di transizione, auspicabilmente non elettorale perché ne sarebbe sonoramente sconfitto nelle urne: un governo concordato col Pd ed altri volenterosi. Che sarebbero destinati a crescere  con la riforma costituzionale ormai arrivata all’ultima curva parlamentare, che riducendo il numero sia dei deputati sia dei senatori moltiplicherebbe naturalmente la paura degli uscenti, e il loro conseguente interesse a far durare la legislatura sino al 2023, provvedendo così ad eleggere loro, l’anno prima, il successore di Sergio Mattarella al Quirinale.

             Vasto programma, direbbe la buonanima del generale francese Charles De Gaulle. E ripeterebbe forse anche la buonanima di Aldo Moro, cui Scalfari testo.jpginvece Scalfari ha voluto in qualche modo paragonare Conte, che già di suo -va detto- aveva aspirato ad assomigliargli, arrivando a Palazzo Chigi, per le loro comuni origini pugliesi. Io, peraltro pugliese,  un po’ francamente ne risi, o sorrisi. Ma evidentemente non c’è proprio limite alle sorprese.

 

 

 

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L’Asilo Mariuccia cui assomiglia il governo allegramente in carica

            Riesumato dall’insospettabile Marco Travaglio ai primi e già rovinosi tempi della giunta grillina monocolore di Virginia Raggi per indicarla come modello della nuova amministrazione capitolina, l’Asilo Mariuccia è ormai Asilo Mariuccia.jpgdiventato un quasi sinonimo del governo gialloverde Fondazione Mariuccia.jpgdi Giuseppe Conte. Lo è diventato con tutte le immagini dell’infantilismo che evoca nel pubblico, e con tutte le scuse dovute ai generosi creatori dell’omonima Fondazione, istituita nel 1901 Milano dalla famiglia Majno in memoria e onore della congiunta Maria, morta di difterite a 13 anni.

            Il rimando all’’Asilo Mariuccia aiuta a capire, e sotto certi aspetti da ottimismo gramsciano anche a valutare conservando la pressione bassa e aspettando fiduciosamente il passaggio della famosa “nottata” di Eduardo De Filippo, le cronache giornalistiche sul governo. Che si dividono nei titoli di prima pagina fra “doppia sfida”, “ferri corti”, “tensioni”, “minacce”, “micce accese”, e Missile Salvini.jpgpersino -con qualche fraintendimento- la scoperta di ordigni missilistici a prima vista nel cortile di qualche Ministero o dello stesso Palazzo Chigi, poi rivelatosi per fortuna un sito più modesto.

            Nell’Asilo di Mariuccia del governo gialloverde  la parte del protagonista, o del discolo più attivo, la sta facendo con una evidenza troppo forte per essere ignorata il vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini. Che quanti più problemi crea o subisce, perché ne subisce sicuramente oltre a crearne, in Italia all’estero, dall’Atlantico Schermata 2019-07-16 alle 04.57.50.jpgagli Urali,  più mostra di sentirsi a suo agio, con una una sola g, intesa come comodità o divertimento. Ancora qualche sforzo, vedrete, magari con la comparsa all’orizzonte del primo porto italiano di un’altra nave piena di migranti a destinazione unica e controllata, quella appunto italiana, e Salvini indosserà qualcuna delle felpe specialissime che ha nel suo appartamento Orso M49.jpgministeriale di servizio, di fronte alla residenza dell’”impresario” Silvio Berlusconi, come da sempre Eugenio Scalfari definisce il Cavaliere di Arcore, prenderà il posto Leader baccato.jpge le sembianze di un orso e salverà, dirottandone gli inseguitori, il povero M49. Che non è la sigla di un missile, per fortuna, ma solo quella dell’animale fuggito dalla riserva blindatissima in cui le guardie forestali e simili si erano illusi di averlo finalmente neutralizzato.

            Fra le caratteristiche non comuni, davvero speciali di Salvini, magari decisive anche a fargli conquistare coma fidanzata la bella e giovane figlia di Denis Verdini, uomo di simpatico carattere fumantino e molteplici relazioni politiche, c’è la predilezione del piatto della vendetta non nella versione fredda, addirittura prescritta dai cuochi più tradizionalisti, in Toscana e altrove, ma in quella calda, o addirittura bollente, sconsigliata o aaborrita dagli specialisti.

            Caldissimo, per esempio, è il piatto della vendetta servito e consumato al Viminale dal vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno all’incontro con le cosiddetta parti sociali per il bilancio  e la legge di stabilità finanziaria del 2020-  già avvertito Conte.jpgcome “uno sgarbo” a Palazzo Chigi da Giuseppe Conte- facendosi affiancare a sinistra, la parte del cuore, dall’ex sottosegretario leghista Armando Siri. Che è stato allontanato rumorosamente, a dir poco, dal governo perché indagato per corruzione nella Procura di Roma ma è rimasto deputato e promosso, o confermato, come l’esperto, responsabile e quant’altro  del partito nella materia più calda  ed elettoralmente vitale del Carrocio: la tassa cosiddetta ma davvero piatta.

            Della presenza di Siri – che nella sua GenovaArmando Siri.jpg peraltro è un nome importante, ereditato da un Cardinale senza il cui assenso o dissenso inoffensivo nulla una volta poteva davvero accadere, neppure il crollo di un ponte-ha cercato di fare un caso o incidente politico il vice presidente del Consiglio grillino Luigi Di Maio prendendosela non tanto con Conte, contento di avere preso come pretesto proprio quell’episodio per declassare l’incontro a livello politico e non istituzionale, quanto con i sindacati. Le parti sociali.jpgChe, praticamente accusati di essersi rivelati insensibili alla cosiddetta questione morale, avvertita invece da Di Maio ad ogni angolo di strada e rumore di starnuto, hanno però reagito facendo spallucce, a cominciare da quelle più mobili e provate di Maurizio Landini, il nuovo capo della Cgil.

 

 

 

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Proviamo a immaginare ciò che Salvini deve spiegare agli inquirenti di Repubblica

              Hanno ormai perduto la pazienza dalle parti della Repubblica di carta, dove sembra che nelle indagini, sfogliando la posta ordinaria e quella elettronica e chissà quant’altro, si siano spinti in pochi giorni molto più avanti della Procura di Milano, che pure ha cominciato ad occuparsi dell’affare molto prima, aprendo il solito fascicolo e mettendovi dentro nel mese di febbraio una copia dell’Espresso appena arrivata per le vie ordinarie all’edicola più vicina al Tribunale ambrosiano.

            Poiché non dispongono, per fortuna,  di manette e simili, d’altronde ancora vietate ai polsi di un senatore della Repubblica, quella vera, senza le procedure e le autorizzazioni imposte da ciò ch’è rimasto del vecchio articolo 68 della Costituzione sulle immunità, dopo i tagli apportati a furor di popolo nel 1993, ai tempi di “Tangentopoli”, gli inquirenti della Procura onoraria di Roma hanno mandato al vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno una specie di mandato a comparire.

            “Ora Salvini deve spiegare”, hanno intimato quelli di Repubblica in un titolo di prima pagina su “Moscopoli”, come ha acquisito il diritto di essere chiamata la capitale della Russia da quando proprio Salvini Repubblica.jpgha cominciato a frequentarla, da solo e in compagnia, prima e dopo essere entrato nel governo italiano. Ma cosa, in particolare, deve ancora “spiegare” il leader leghista, magari parlandone finalmente nell’aula di Montecitorio, visto che al Senato un tentativo è già fallito, miseramente scontratosi con l’annunciata decisione della presidente Maria Elisabetta eccetera eccetera di non far perdere tempo ai suoi colleghi di opposizione, e tanto più di maggioranza, con i “pettegolezzi giornalistici” sui viaggi di Salvini, sulle sue simpatie per Putin almeno sinora ricambiate, nonostante le complicazioni intervenute, e sui tentativi compiuti da comuni amici, per quanto inutilmente, almeno sino a questo momento, di rimediare alla Lega, all’ombra di qualche affare petrolifero, un po’ di rubli: non quelli, per carità, che a tonnellate venivano sistematicamente mandati dal Cremlino e dintorni all’allora Pci di Palmiro Togliatti e successori, ma abbastanza per fronteggiare almeno una campagna elettorale: qualcosa -si è sospettato e sventolato da sinistra nelle aule parlamentari- come 65 milioni di dollari-ex rubli.

            Che cosa deve ora spiegare o smentire di più, e per primo, l’incalzato leader leghista? Le ragioni per le quali prima si è accompagnato e fatto fotografare più volte col quasi omonimo Gianluca Savoi e poi ha mostrato di non averlo davvero mai conosciuto, neppure come il “soldato della Lega” ricordato ai giornali dal notissimo, sia pure ex parlamentare ormai, Mario Borghezio? O le ragioni per le quali Salvini, sempre lui, si è mostrato sorpreso di vedere Savoi anche a Villa Madama a brindare una decina di giorni fa con Putin, peraltro tenendo assai Savoini.jpgcafonescamente una mano in tasca, come se fosse l’ex presidente forzista del Senato Carlo Luigi Scognamiglio Pasini?  Che esordì a Palazzo Madama nel 1994 parlando appunto dallo scranno più alto con una mano in tasca. E poi, sempre parlando dell’ex presidente del Senato, continuando a prendersi molto sul serio, sino a viaggiare su una carrozza ferroviaria speciale e a fare fermare il convoglio alla stazione di comodo, suo e dei familiari, anziché a quella programmata per il pubblico comune e pagante.

            Eppure quel Savoi, come il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si è premurato di accertare e comunicare facendo sentire “pugnalato” il suo vice presidente, era stato accreditato a quella cena proprio dagli uffici di Salvini D'Amico e Savoini.jpgnelle persone di una segretaria chiamata Barbara e di un collaboratore di rango, diciamo così, Salvini xon D'Amico.jpgClaudio D’Amico, consigliere per le “attività strategiche internazionali”. E speriamo che non ce ne sia anche per le attività tattiche, nazionali e non solo internazionali, con competenze -Dio non voglia- anche nella gestione delle pratiche dei porti e degli sbarchi. Con i tempi che corrono e le Carole in adorazione o processione si potrebbero avvertire brividi di paura.  

            Ma la cosa che, a questo punto, mi sembra più urgente e sensato chiedere a Salvini, o a proposito di Salvini, è un’altra: come ha fatto il leader leghista, con questo metodo di lavoro e selezione di personale che sta emergendo a proposito di quella che a Repubblica chiamano “Moscopoli”, forse per l’imperdibile rima con “Tangentopoli”, a crescere così tanto e così rapidamente nell’interesse e nel consenso degli elettori. Egli è riuscito a sgonfiare per metà il pallone grillino e a confinare in una specie di camera di rianimazione il partito, o quel che ne resta, del vecchio alleato Silvio Berlusconi. Che per meno, molto meno, ha deposto eredi e aspiranti delfini buttando nel cesso -ricordate? – i loro “quid”, e lavandosi le mani in tutti i sensi, con la mania che ha di tenere puliti  i cessi di casa e delle sue aziende: una mania tale da fargli escludere una volta di poterne affidare la manutenzione a ditte o personale di provenienza pentastellata.   

 

 

 

 

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Dagli album di famiglia della Rossanda e di Pansa a quelli di Salvini

              Abituati, almeno noi di una certa età, alla drammaticità degli album come quello evocato da Rossana Rossanda, “la ragazza del Rossanda.jpgsecolo scorso”, poche ore dopo il sequestro di Aldo Moro, nel 1978, riconoscendo nei comunicati dei brigatisti rossi il linguaggio sentito o addirittura insegnato nelle riunioni dei comunisti ancora in attesa della rivoluzione in Italia;  o come quello proposto nel 2003 da Giampaolo Pansa col “Sangue dei vinti” per Pansa.jpgscrivere o riscrivere, finalmente, la guerra civile italiana proseguita per un po’ anche dopo la sua conclusione formale, abbiamo francamente una certa difficoltà a sfogliare e, soprattutto, a prendere sul serio l’album degli amici, veri o presunti, di Matteo Salvini. Di cui si scrive e si disegna in questi giorni, tra smentite, disconoscimenti, testimonianze, proteste, insulti e minacce di querele, a proposito di traffici petroliferi a Mosca e dintorni, sinora fatti più di parole che di bonifici o scambi reali di rubli, per aiutare la Lega nelle campagne elettorali che le hanno consentito in poco più di un anno, dal 4 marzo del 2018, di raddoppiare i suoi voti, e anche più, e di dimezzare quelli dell’alleato a cinque stelle.

            Inserisco fra le minacce, generalmente attribuite solo alle querele che annuncia di tanto in tanto Salvini a chi gli attribuisce amicizie e affari da lui negati, anche quel limaccioso, a dir poco, titolo trovato su un giornale romano non più fra i maggiori, e neppure fra i più Bisignani.jpgnoti: “Gli amici non si mollano”. Mi è sembrato un avvertimento al leader della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, che sta scaricando amici, conoscenti e quant’altri diventati scomodi, forse a loro stessa insaputa, non avendo saputoRolli.jpg immaginare la disinvoltura, la mobilità, la volubilità, la spregiudicatezza dei referenti di una volta. O di quanti per  tali si erano mostrati o lasciati scambiare, abbassando le difese dei malcapitati di turno a tal punto da far loro dismettere le divise per indossare solo abiti civili.  Adesso il povero, e non più europarlamentare leghista Mario Borghezio, cogliendo forse l’occasione anche per togliersi qualche sassolino dalle scarpe non più onorevoli che porta ai pedi, ha rispolverato i ricordi decidendo se non di promuovere a generale lo sventurato Gianluca Savoini, indagato a Milano per corruzione internazionale, almeno di attestarne il ruolo a lungo svolto di “soldato” del Carroccio.

            Beh, diciamo la verità, e fatte salve naturalmente tutte le sorprese che potranno arrivare da questa vicenda spionistica, mediatica e giudiziaria solo agli inizi, per quanto risalenti  nei fatti o nelle premesse all’ottobre dello scorso anno,  e forse anche molto prima, Salvini non ci sta facendo una gran bella figura. Che è paradossalmente peggiorata dalla convinzione che pure ho maturato che di rublì, o valute equipollenti, né lui personalmente né il suo movimento ne abbiano visti e tanto meno incassati, o nascosti chissà dove.

            Non è francamente da ministro dell’Interno negare o lasciar negare, per esempio, di avere contribuito alla presenza del suo quasi omonimo Savoini alla recente cena di Putin a Villa Madama, a Roma, sotto la regìa di Palazzo Chigi e poi lasciare in braghe di tela, per quanto ci possa ancheil fatto.jpg stare col caldo che fa, il povero presidente del Consiglio con la diffusione della notizia di un intervento di una collaboratrice del Viminale per l’accreditamento, o qualcosa del simile, dell’ospite nel frattempo diventato ingombrante, pur essendo rimasto sobrio per tutta la cena, No, non è uno spettacolo bello, e neppure Salvini in trappola.jpgmigliore di quel titolone da sollievo, auspicio e quant’altro sparato sulla prima pagina del Giornale della famiglia Berlusconi. Che, in attesa da troppo tempo del ritorno del figliol prodigo nel centrodestra, pur allontanatosene l’anno scorso con l’autorizzazione e persinometropol.jpg l’incoraggiamento del padrone di casa, lo ha ora annunciato “in trappola”, come ogni tanto vi finiscono anche i topi, con annesse microspie, che si aggirano -nonostante le pulizie e il lusso apparente- fra i vasi e i tendaggi dei saloni e delle stanze dell’albergo Metropol di Mosca, a due comodissimi passi dalla Piazza Rossa -si chiama ancora così ?- dove si affacciano le finestre di Putin e riposa la mummia, ormai, di Lenin. 

 

 

 

 

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Il colpaccio di Andrea Marcucci a Salvini, fra analogie, allusioni e foto

              Per quanti sforzi stia facendo la Repubblica di carta per tenersi in testa, seguita dal Fatto Quotidiano, nella caccia a Matteo Salvini per l’affare che chiama “Moscopoli”, e fa rima Repubblica.jpgcon la “Tangentopoli” esplosa a Milano nel 1992 contro Bettino Craxi, il potente di allora, è stato il toscanissimo e renzianissimo capogruppo del Pd al Senato Andrea Marcucci a Marcucci.jpgsegnare nelle ultime ore il colpo mediaticamente più scomodo per il leader leghista.  Lo ha fatto in una intervista a Giulia Merlo, del quotidiano Il Dubbio, paragonando le distanze che ha preso Salvini dal suo quasi omonimo Gianluca Savoini, indagato a Milano per corruzione internazionale nel tentativo, quanto meno, di foraggiare la Lega con  finanziamenti russi, al “mariuolo” gridato in piazza da Craxi a Mario Chiesa. Che era stato arrestato il 17 febbraio proprio del 1992 in flagranza di tangente nel proprio ufficio di presidente del Pio Albergo Trivulzio.

            Di quel “mariuolo”, preceduto da una rapida espulsione dal partito socialista, avrebbe poi Chiesa.jpgsaputo profittare bene nelle indagini l’allora sostituto procuratore della Repubblica Antonio Di Pietro per far suonare a Chiesa ben bene il suo organo, scatenando tutto quello che ne seguì, fra arresti, suicidi, processi, condanne reclamizzate, assoluzioni o archiviazioni ignorate, scambi di consigli scritti fra pubblici ministeri e giudici e quant’altro, compresa naturalmente la fine della cosiddetta Prima Repubblica.

            Di fotografie di Craxi e di Chiesa insieme non ce n’erano molte. Si faticò molto a trovarne nei giornali. Al Giorno, che dirigevo, facilitai la ricerca segnalando all’archivio una foto che solo qualche Chiesa e Craxi.jpgsettimana prima aveva ripreso insieme i due per l’inaugurazione di un nuovo reparto, o qualcosa del genere, nell’ospedale dello storico ospizio ambrosiano. Vi ero andato anch’io, ritrovandomi poi in dimensioni enormi sulle pagine milanesi dell’Unità, perché avvertito dell’intenzione di Craxi di profittare dell’occasione offertagli dal discorso conclusivo della cerimonia per qualche riferimento importante alla vigilia elettorale in cui ormai si viveva, in attesa del rinnovo delle Camere e -si riteneva allora- dell’assai probabile ritorno del leader socialista a Palazzo Chigi, dopo il brusco allontanamento procuratogli nel 1987 dall’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita.

            Di fotografie insieme di Salvini e Savoini, in tutte le pose, circostanze e località ce ne sono invece a iosa. Salvini e Savoini a Mosca.jpgE temo che comincino, pur al netto del garantismo cui il leader leghista ha naturalmente diritto, peraltro neppure coinvolto nelle indagini in corso da mesi a Milano per corruzione manifesto.jpginternazionale sugli affari e sugli incontri del quasi omomimo del ministro dell’Interno, ad essere scomode per Salvini anche le foto di e con l’ex parlamentare forzista, esperto di energie alternative per la Lega e imprenditore del ramo Paolo Arata, arrestato di recente.

            Se Schermata 2019-07-13 alle 09.17.19.jpgfossi Salvini, anche se so che non accetta consigli da testone com’è, truce o non truce come lo descrivono sul Foglio Giuliana Ferrara e Annalisa Chirico,  comincerei a rallentare o a interrompere quel frenetico uso che  lui fa e consente, all’aperto e al chiuso, del selfie accettando qualsiasi telefono, o simile, a portata di mano o di vista, magari con qualche trojan, o figlio di trojan, incorporato.

 

 

 

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