Matteo Salvini forse dimentica che per un punto Martin perse la cappa…

             Le foto, o fermi d’immagine, hanno ormai preso nei nostri tempi il posto del famoso, proverbiale punto che nel sedicesimo secolo costò la cappa a Martin, rimosso da abate nel Monastero di Asello per averne involontariamente sbarrato le porte con un cartello studiato invece per tenerle aperte. Da “porta aperta. A nessuno si chiuda” il suo cartello, per un punto sbagliato, divenne “porta aperta a nessuno. Si chiuda”.

            Prima abbiamo avuto, in questi giorni, l’infelice foto, che è già costato il trasferimento a un carabiniere ma ancor piò potrebbe costare ad altri, del giovane americano ammanettato La benda.jpge bendato in caserma prima dell’interrogatorio, svoltosi per fortuna in piena regola, sulla complicità nell’assassinio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega, pugnalato a Roma per strada undici volte da un altro americano.

            Quella foto, si sa, è servita ai giornali americani, ma anche a qualche sprovveduto in Italia, per cercare di rovesciare i fatti, collocando quelle manette e quella benda sopra l’orribile delitto.

            Poi sono arrivate, grazie ad uno scoop di Repubblica, le foto, o i fermi d’immagine, di una moto d’acqua Moto d'acqua 2 .jpgdella Polizia condotta per fortuna da un agente, ma su cui “scorazzava” come ospite, sulle acque della riviera adriatica, il figlio sedicenne del ministro dell’Interno Matteo Salvini. Il quale ultimo, a polemiche ormai cominciate, ha cercato di assumersi per Repubblica.jpgintero come “papà” la responsabilità dell’accaduto e di scagionare gli agenti finiti sotto indagine, peraltro anche per avere cercato di bloccare il “videomaker” di un giornale che casualmente, per carità, tiene sotto tiro -diciamo così- un Salvini che sembra fatto apposta per attirare tanta non benevola attenzione.

            Sull’affare della moto d’acqua usata per divertire il figlio del ministro dell’Interno, nonché vice presidente del Consiglio e leader di una Lega diventata nelle urne del 16 maggio scorso il partito più Il Fatto.jpgvotato d’Italia, il solito Fatto Quotidiano, che non si lascia scappare occasione per proporsi come la Procura della Repubblica più vigile del Paese, ha già allungato Cattiveria.jpgl’ombra del “peculato” in un titolo di prima pagina. Dove tuttavia ha sentito anche il bisogno di farci ridere sopra un po’ tutti con la “cattiveria” di giornata che dice. “Il figlio di Salvini al mare sulla moto d’acqua della Polizia: tentava di speronare Carola sul materassino”.

            Carola è naturalmente è “la zecca” tedesca Rackete, arrestata, poi liberata e infine tornata liberamente a casa, o dintorni, nel suo Paese dopo avere sfidato, alla guida di una nave battente bandiera olandese, non solo e non tanto il ministro dell’Interno quanto l’’intero governo italiano scaricando a Lampedusa i migranti soccorsi nelle acque libiche, anche a costo di schiacciare nella manovra d’attracco una motovedetta della Guardia di Finanza.

            Non so, francamente, se alla fine gli avversari di Salvini riusciranno a fare di lui il nuovo abate, o ex abate, Martin. So però che il tipo di opposizione praticatagli, fuori e spesso dentro lo stesso governo, dove i grillini lo chiamano ormai “quello là”, a cominciare dal vice presidente del Consiglio e capo del movimento Luigi Di Maio, non è meno discutibile e perniciosa degli errori che lui commette.  

 

 

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Lettera immaginaria di Conte a Trump sull’orribile affare Cerciello Rega

            Sono probabilmente fra i molti, anzi moltissimi italiani -non dico tutti perché questi non sono tempi di tanta ragionevolezza- che si sarebbero aspettati e si aspetterebbero questo tipo di lettera del presidente del Consiglio al presidente degli Stati Uniti, con la confidenza permessagli da quel pur storpiato Giuseppi che gli dà negli incontri e gli ripete anche al telefono, quando le circostanze li obbligano a sentirsi. Ed una di queste, peraltro, potrebbe ben essere l’orrendo crimine appena commesso da un giovane americano persino confesso, con la complicità di un  connazionale, uccidendo il vice brigadiere dei Carabinieri Mario Cerciello Rega con 11 coltellate in una strada romana trasformata o scambiata per un mattatoio.

            “Caro Donald, mi permetto di disturbare le tue vacanze, se vi ci trovi già, e come io non posso ancora permettermi di fare con tutti i problemi che mi procurano i miei ministri, o che io procuro loro, perché ce ne sono di convinti che sia io appunto a metterli in croce con la smania che mi sarebbe venuta all’improvviso di esercitare le prerogative assegnatemi dalla Costituzione col sospetto incoraggiamento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che ti pregherei peraltro di non chiamare più confidenzialmente, come hai fatto di recente, Sergey, perché quello pensa che tu lo voglia sfottere coinvolgendolo nelle simpatie del mio vice presidente e ministro dell’Interno Matteo Salvini per il governo russo.

Ti disturbo -dicevo- per l’eco che hanno avuto non solo e non tanto sui giornali e altri mezzi americani di comunicazione, di cui mi guarderei bene di considerarti responsabile, visto il modo in cui trattano pure te, anche quando forse non lo meriti del tutto, quanto nel Dipartimento Conte su Cerciello.jpgdi Stato per gli affari esteri le notizie giunte dall’Italia sul barbaro assassinio del vice brigadiere dei Carabinieri. Sul cui feretro ho appoggiato le mie mani con dolore e insieme con orgoglio per l’adempimento del suo dovere a così alto prezzo, inversamente proporzionale a quello che egli percepiva, al pari dei suoi colleghi, come stipendio.

Il tuo Dipartimento di Stato per gli affari esteri, caro Donald, pur tenuto, per carità, a condividere l’assistenza fornita dall’Ambasciata degli Stati Uniti in Italia ai due cittadini americani responsabili, in vario grado, di pur così orribile delitto, ha espresso riserve da sciogliere non so quando e in che modo sulle indagini della magistratura italiana. La cui regolarità era stata appena garantita dal competente Procuratore Generale della Corte d’Appello, pur in presenza di un trattamento non ortodosso, diciamo così, riservato prima dell’interrogatorio al tuo giovane connazionale che ha condiviso almeno una parte dell’avventura di un omicida, ripeto, confesso.

Mi aspetto, caro Donald, dal tuo governo e da te personalmente, se mi permetti con la confidenza che hai voluto accordarmi sin dal nostro primo incontro, non riserve o qualcosa  di simile ma le scuse  per una così orribile prova data da due cittadini provvisti di passaporto americano, peraltro in un Paese amicoChristian bendato.jpg come l’Italia. Essi sono in attesa di giudizio per l’entità della condanna ma non per quello che hanno sicuramente commesso, molto più grave di quelle manette e di quella benda con cui uno di loro è stato trattenuto e incredibilmente pure fotografato prima dell’interrogatorio, fra le proteste cui ho partecipato anch’io e cui sono già seguite misure e procedure disciplinari.

Cerchiamo, caro Donald, di ristabilire almeno le proporzioni dei fatti accaduti, come dalle rassegne stampa vedo peraltro che hanno avvertito e avvertono alcuni dei lettori degli stessi giornali che hanno deciso di sovrapporre al delitto quelle manette e quella benda, come se l’interessato fosse in attesa dell’esecuzione di quella pena capitale che tu hai appena inverdito nel tuo Paese,  chiudendo così una moratoria che personalmente, per quello che può valere per te la mia sensibilità umana e professionale di docente di diritto e di avvocato, speravo anticipatrice di una riforma del sistema giudiziario degli Stati Uniti d’America.

Un caro saluto dal tuo amico Giuseppe Conte”.

            Il compianto Luigi Einaudi definiva le sue “prediche inutili”. Questa lettera di Conte, da Palazzo Chigi, prima ancora che inutile, è purtroppo soltanto immaginaria.

 

 

 

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Il veleno della crisi concentrato nella coda estiva dei lavori parlamentari

              Il veleno della crisi latente ormai da due mesi, dal ribaltamento dei rapporti di forza elettorale fra grillini e leghisti usciti dalle urne del 4 marzo dell’anno scorso, si è concentrato nella coda estiva dei lavori parlamentari prima delle ferie, tutta peraltro in programma al Senato. Dove i numeri del governo gialloverde sono sempre stati modesti, diciamo così, ma ancor di più sono diventati per le tensioni cresciute nel gruppo delle 5 stelle. Che tuttavia, a dispetto dei divertimenti Di Maio.jpgdi Luigi Di Maio in Costa Smeralda,  muore quasi letteralmente della paura proprio di una crisi per l’altissimo rischio che sfoci in elezioni anticipate, con l’effetto ormai scontato di riportare il movimento nelle nuove Camere nelle dimensioni assai ridotte, praticamente dimezzate, certificate a fine maggio con le elezioni europee.

            Le immagini di Matteo Salvini in costume da bagno sulle rive adriatiche prima con la fidanzata e poi col figlio, pallone in mano, non hanno rasserenato per nulla gli alleati di governo. Essi hanno forse visto, dopo gli ultimi segnali di un’accresciuta insofferenza del sottosegretario leghista a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti, quel pallone destinato ad essere lanciato proprio contro di loro.

            Il progetto attribuito, per esempio da Marco Cremonesi sul Corriere della Sera, al numero due di Salvini, nel partitoCorriere.jpg e nel governo, è di far saltare il governo entro una decina di giorni a Palazzo Madama su mine di marca curiosamente e masochisticamente grillina non per votare in ottobre ma a febbraio, con un altro governo, persino presieduto dallo stesso Giuseppe Conte. Che si assumerebbe insieme gli oneri della nuova legge ex finanziaria, e relativo bilancio, e della gestione delle elezioni.

           Come si era già capito da un recente incontro avuto proprio con Giorgetti al Quirinale e poi da anticipazioni del Corriere firmate dall’editorialista Massimo Franco e dal quirinalista Marzio Breda, il presidente della Repubblica non ha nessuna intenzione di affidare alle garanzie -si dice così- del governo attuale, con Salvini peraltro alla guida del dicastero più importante e delicato  come quello dell’Interno, il passaggio del ricorso anticipato alle urne.

            L’incidente della crisi potrebbe scoppiare, indifferentemente, sulla questione della Tav e sulla conversione in legge della seconda edizione del cosiddetto e controverso decreto sulla sicurezza, specie se quest’ultimo fosse appesantito da una questione di fiducia che impedirebbe ai volenterosi dell’ormai ex centrodestra parlamentare di supplire con adeguate assenze ai voti che alcuni senatori grillini non hanno voglia di accordare imitando ciò che hanno fatto 17 loro colleghi alla Camera. Dove i dissidenti hanno avuto  la copertura plateale del compagno di partito e presidente dell’assemblea Roberto Fico, allontanatosi dall’aula non solo e non tanto per non partecipare, come da prassi vecchissima, al voto quanto per non proclamarne lo scontato esito positivo, a Montecitorio, per il provvedimento così fortemente voluto dal leader leghista.

            Sulla questione della Tav, cioè dell’ormai deciso completamento del progetto ferroviario di trasporto delle merci ad alta velocità tra la Francia e l’Italia, i grillini rischiano di rimanere impiccati alla loro stessa corda orgogliosamente tesa con l’annuncio di una mozione contraria. Che salverebbe loro la faccia della coerenza, o delle origini, come preferiscono dire da quelle parti, ma gliela farebbero perdere definitivamente, sul piano politico ed elettorale, se non traessero con la crisi, appunto, cui non a caso sono stati sfidati dai leghisti, nel caso scontato della bocciatura della loro iniziativa. Essi francamente farebbero soltanto ridere se continuassero a dire che a trarne le conseguenze, sempre con la crisi, dovrebbero essere piuttosto i leghisti, favorevoli alla Tav già nel contratto di nascita del governo, per riscattarsi dalla “vergogna” di essersi ritrovati su questo problema con quel che resta del partito di Silvio Berlusconi, con i fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e col Pd di Matteo Renzi prima e di Nicola Zingaretti poi.

 

 

 

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Scossone di Giancarlo Giorgetti nella Lega sulle autonomie differenziate

              Sommersa dalle cronache sull’assassinio di un carabiniere a Roma, in un’operazione che doveva essere di ordinaria amministrazione come la cattura di un borseggiatore, e della sfida dei “no Tav” in Val di Susa dopo lo sblocco dell’opera contestata tanto a lungo quanto inutilmente dai grillini, costretti alla fine da Giuseppe Conte a ingoiare anche questo rospo, pur dimenandosi ancora in piazza e in Parlamento, la notizia politica del giorno è il nuovo, forse decisivo, strappo compiuto nella Lega dall’ancora -forse per poco- principale sottosegretario a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti. Che ha colto l’occasione offertagli da una festa del Carroccio nel Varesotto per avvertire, secondo me non tanto i grillini quanto Matteo Salvini in Schermata 2019-07-28 alle 06.53.45.jpgpersona, fintamente distratto dalla festa di compleanno della fidanzata Francesca Verdini, che la vittoria pur importante sul fronte del trasporto ferroviario ad alta velocità delle merci dalla Francia all’Italia, e viceversa, non basta a saldare col movimento delle 5 stelle i conti elettorali del 26 maggio.  E non basterà probabilmente neppure il compromesso col quale inevitabilmente si chiuderà, per ragioni di realismo economico e finanziario, la vertenza della cosiddetta tassa piatta, o flat tax, col diffidente ministro dell’Economia Giovanni Tria.

            La partita decisiva della Lega è e resta quella delle autonomie regionali differenziate, senza le quali, alle condizioni più della Lega che dei grillini e tracciate già col precedente governo di Paolo Gentiloni, per quanti ammortizzatori e simili potrà inventarsi nelle nuove dimensioni decisioniste che si è voluto dare il presidente del Consiglio Conte, la maggioranza gialloverde non potrà né dovrà continuare.

            Giorgetti, in sintonia su questo con i governatori leghisti del Nord che si sono già scontrati duramente con Conte sulle colonne del Corriere della Sera, usate dal capo del governo per un appello diretto ai “cittadini” settentrionali, scavalcandone gli amministratori eletti direttamente, non è naturalmente l’ultimo uomo del Carroccio. Egli è l’unico elemento di continuità rimasto davvero fra la Lega delle origini federaliste, quella di Umberto Bossi, e la Lega nazionale inventata e rappresentata da Salvini. Che non può annacquare più di tanto il federalismo pur di non perdere consensi, o di non guadagnarne di nuovi, nel Sud aizzato dai grillini a temere le autonomie differenziate rivendicate dal Nord come l’occasione per perdere l’assistenzialismo nelle dimensioni cui era stato abituato quando le condizioni economiche generali del Paese, con la liretta che poteva passare da una svalutazione all’altra, lo consentivano.

            Dopo quest’altra uscita di Giorgetti, già insofferente da tempo, e peraltro costretto a rinunciare alla corsa alla nuova Commissione Europea nelle condizioni create con la decisione di Salvini di far votare i deputati del Carroccio a Strasburgo contro la presidente tedesca della stessa Commissione, nonostante gli alleati lepenisti della Lega fossero consapevoli e persino rassegnati al realismo di una sua posizione automoma in quella sede; dopo la nuova uscita di Giorgetti, dicevo, bisognerà dedicare alle vicende interne leghiste almeno la stessa attenzione riservata a quelle da inferno dei grillini, e da inverno, fuori stagione, del Pd. Dove a far venire i brividi al segretario Nicola Zingaretti dovrebbe essere un’intervista di Matteo Renzi all’Avvenire, il giornale dei vescovi italiani.

            “E’ un altro Pd”, ha detto Renzi parlando del suo partito a guida zingarettiana, dove si strizza l’occhio un giorno sì e l’altro Renzi.jpgpure al movimento delle 5 stelle, il settore delle riforme è stato affidato ad uno che votò contro la riforma costituzionale voluta dall’allora segretario e insieme presidente del Consiglio e quello del lavoro ad uno contrario al suo Jobs act: un partito che anche per questo -ha ricordato Renzi- è tornato a meritarsi “il voto di D’Alema”, che ne era uscito con Pier Luigi Bersani ed altri in odio a lui e alla sua politica. “Sto fuori dalle sue dinamiche”, ha detto l’ex segretario parlando sempre del Pd e avvertendo che “il meglio” di questa posizione, con un piede fuori e l’altro dentro, arriverà nell’appuntamento autunnale della sua “area”, chiamiamola così, alla Leopolda di Firenze.

 

 

 

 

 

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Quanta nostalgia dei “dorotei” democristiani nel Pd di Nicola Zingaretti…

             Con l’aria del “gatto mammone” che gli ha attribuito Il Foglio il segretario Nicola Zingaretti ha mandato in ferie la direzione del Pd fingendo di credere ancora alla crisi con la nomina di una delegazione incaricata di seguire gli sviluppi della situazione quando un governo, non riuscendo più a tirare a campare, deve tirare le cuoia. Fanno parte di questa delegazione da emergenza, come al solito, col segretario del partito il presidente, i vice segretari, i capigruppo parlamentari ma, questa volta, anche il tesoriere. Che, essendo l’ex capogruppo del Senato Luigi Zanda, il numero 2 della corrente di Dario Franceschini, sbilancia di fatto a favore di quest’ultimo gli equilibri interni formatisi dopo il congresso.

            Franceschini, pur provenendo dalla sinistra democristiana, sulle tracce di un padre che adorava politicamente Benigno Zaccagnini, ha ereditato dalla Dc la vocazione, la tentazione, l’abitudine, chiamatela come volete, della componente dorotea. Che, diversamente dalla sinistra, rifuggiva da ruoli di opposizione o di minoranza. Essa era incollata al potere, interno ed esterno al partito, come una cozza, o un’edera alla parete sulla quale cresce.

            Pur di indole conservatrice, i dorotei fiutavano come pochi altri i cambiamenti e cercavano di adattarvisi, a volte persino di accelerarli pur di non trovarsi spiazzati dagli eventi. Aldo Moro, che era stato a lungo doroteo con Antonio Segni, Emilio Colombo, Mariano Rumor e tanti altri, finì per scavalcare lìappena detronizzato Amintore Fanfani nella gestione del centrosinistra, come fu chiamata la politica dell’apertura ai socialisti per superare la fase del centrismo. E quando lo statista pugliese destinato a quella orribile morte del 1978, per mano delle brigate rosse, uscì dalla corrente, praticamente allontanato da Palazzo Chigi nel 1968 perché troppo disponibile verso i socialisti, Rumor pur di succedergli coniò e guidò la fase che chiamò disinvoltamente “più incisiva e coraggiosa” del centrosinistra, senza più la “delimitazione” morotea della maggioranza a sinistra. Ciò non fu per  niente gradito dall’ormai ex presidente del Consiglio, che scavalcò a sua volta gli amici di un tempo aprendo ancora di più ai comunisti con la famosa “strategia dell’attenzione”.

            Adesso che i comunisti almeno nominalmente non ci sono più, il doroteismo post-democristiano, chiamiamolo così, trapiantato da Franceschini nel Pd-ex tante cose, compreso il Pci, ha gli occhi, la mente -non so francamente se anche il cuore-  puntati verso i grillini. E ciò specie da quando costoro sono diventati più deboli con l’alleanza di governo stipulata l’anno scorso con i leghisti, perdendo più di sei milioni di voti a vantaggio elettorale e politico di Matteo Salvini, e sono quindi temuti di meno dal Pd. Che avverte invece Salvini come il nemico peggiore, o più pericoloso, per cui Franceschini ha posto nel proprio partito il problema di cambiare registro, diciamo così, nei rapporti col Movimento delle 5 Stelle, facendo una distinzione sempre capziosa e strumentale in politica, fra il gruppo dirigente grillino e il suo elettorato.

            Fedele a questa distinzione -ripeto- sempre capziosa e strumentale in politica, Franceschini è intervenuto dopo le sue prime aperture ai pentastellati per smentire di perseguire un’alleanza di governo con loro, sostituendosi ai leghisti in caso di crisi, come lo hanno accusato di voler fare gli amici pur sparsi dell’ex segretario Matteo Renzi. Egli ha precisato di volere solo accelerare, con le sue aperture, la crisi della maggioranza gialloverde per arrivare ad una crisi che, come la generalità delle crisi, si sa sempre come comincia ma non come finisca, specie se al Quirinale non siede un presidente della Repubblica smanioso quasi caratterialmente, come furono a loro tempo Antonio Segni, Giuseppe Saragat e Francesco Cossiga, di usare quella specie di bomba atomica delle loro prerogative che è lo scioglimento anticipato delle Camere.

            Le precisazioni di Franceschini, formalmente non incompatibili con la propensione alle elezioni, sempre in caso di crisi, ripetutamente espressa da Zingaretti per non fare ai grillini, come ha detto nella riunione della direzione, il regalo di sfasciare il Pd discutendo di loro, e superandoli quindi nella confusione interna, hanno permesso di contenere contrarietà, allarme e preoccupazioni in 24 astensioni.

           Poi naturalmente si vedrà e si capirà meglio, augurabilmente -almeno per la sorte del partito che è riuscito a salire dal terzo al secondo posto nella graduatoria elettorale del 26 maggio scorso-  senza bisogno di ricorrere a quelli che Il Foglio, per tornare alla citazione iniziale, ha definito “i laureati in psicologia comportamentale”, essendo quello dei piddini sul problema dei rapporti con i grillini “un enigma della mente”.

 

 

 

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Se Luigi Di Maio si mette a fare concorrenza al presidente della Repubblica

Le circostanze, diaboliche più del Diavolo in persona, con la maiuscola che il Signore mi perdonerà, hanno sovrapposto all’appello del presidente della Repubblica, come se ne fosse stata l’eco, quello del vice presidente leghista del Consiglio Luigi Di Maio, dopo un incontro col suo omologo leghista Matteo Salvini, a ristabilire nella maggioranza, se mai fossero davvero esistite anche prima della campagna elettorale per le europee di fine maggio, condizioni di serenità, coesione e autentica collaborazione. Che sarebbero tanto più necessarie di fronte a certi problemi del Paese, di natura economica, finanziaria e sociale, che si sono ultimamente aggravati, al di là o al di sotto di certi miglioramenti millimetrici di qualche indice statistico. Basta soffermarsi sulle ultime riflessioni, anzi preoccupazioni espresse dal presidente italiano purtroppo uscente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi.

Mentre il capo dello Stato si è rivolto nel suo appello, nella calura estiva in qualche modo esorcizzata dalla cerimonia del ventaglio della stampa parlamentare, alle forze che compongono la maggioranza, invitandole peraltro a non trascinarlo nelle loro polemiche o sospetti con ipotesi di nuove e peraltro assai improbabili maggioranze innaffiate in qualche vaso del Quirinale, Di Maio si è rivolto solo e direttamente a Salvini, con cui pure aveva avuto un lungo scambio di idee, e al presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Ciò ha detto, il capo del movimento delle 5 stelle, come se le tensioni avessero riguardato e riguardassero solo quei due, e non anche, per esempio, il proprio partito. Ai cui senatori, secondo cronache non smentite, anzi in qualche modo confermate dal capogruppo di Palazzo Madama, era arrivato proprio da Di Maio, o dai suoi dintorni, un messaggino telefonico per chiederne l’allontanamento dall’aula mentre il presidente del Consiglio si apprestava a riferire sulle controverse, discusse e quant’altro missioni leghiste dello scorso anno a Mosca, in coincidenza con due viaggi di Salvini in veste di vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno.

Di queste missioni si è già parlato tanto, e si continuerà a parlare col solito intreccio tra cronaca politica e giudiziaria, in permanenza di una indagine della Procura di Milano, sullo sfondo di un presunto tentativo di procurare un altrettanto presunto finanziamento russo alla Lega facendo la cresta su affari petroliferi poi svaniti, perché io vi riproponga ciò che già sapete.

Non so, francamente, se sia stato più singolare, più curioso, più disdicevole, come preferite, il rifiuto di Salvini  di riferire direttamente lui al Senato, rispondendo alle interrogazioni, prima di esservi costretto in una discussione riproposta dal Pd con la presentazione di una mozione di sfiducia personale a lui, o il rifiuto di gran parte del gruppo grillino di Palazzo Madama di ascoltare l’informativa del presidente del Consiglio, finendo per mancargli, volenti o nolenti, anche di rispetto. E provocandone giustamente le proteste contro il capogruppo, che ha cercato di metterci una pezza aggravando in qualche modo la situazione con un attacco all’assenza, secondo lui ancora più rilevante, di Salvini, cui pure il presidente del Consiglio aveva  appena confermato la “fiducia”, a parte la raccomandazione, estesa a tutti gli altri membri del governo, di essere più prudente nella scelta di collaboratori, accompagnatori e quant’altri.

Nel sottrarsi alle responsabilità di capo del suo movimento, non certamente estraneo alle tensioni vecchie e nuove della e nella maggioranza, e nel chiedere praticamente a Conte e a Salvini, o viceversa, di smetterla di litigare e farsi dispetti, diretti o indiretti, sopra o sotto traccia, Di Maio ha finito per proporsi, forse senza neppure accorgersi, non solo come mediatore ma addirittura come arbitro eventuale di questa ed altre contese.

Eppure nel famoso, tanto decantato “contratto” stipulato concordando l’anno scorso il programma e la stessa formazione del governo gialloverde “del cambiamento, è contemplata l’ipotesi di contrasti lungo la strada e anche il modo di uscirne, ricorrendo a commissari, o qualcosa di simile, di cui nessuno ha voluto o potuto poi ricordarsi, alla prova dei fatti. Non vorrei che a Di Maio fosse venuta la tentazione di sostituirsi a tutti e di assumere lui, e lui soltanto, la funzione di mediatore e, ripeto, arbitro insieme. E ciò peraltro alle prese con problemi di natura anche istituzionale, e non solo politico, in ordine ai quali la funzione arbitrale, e di istanza praticamente ultima, col potere costituzionale che ha di sciogliere le Camere in qualsiasi momento, è quella giustamente rivendicata, pur col suo solito stile sobrio, dal presidente della Repubblica nell’incontro di rito estivo con la stampa parlamentare. Che è spettatrice, bisogna riconoscerlo, di una stagione politica non singolare ma singolarissima. Dalla quale c’è solo da augurarsi che il Paese esca con i minori danni possibili.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

 

 

 

 

 

Avanspettacolo involontario ma galeotto di Conte davanti a Montecitorio

             Quella casuale, di certo, e divertente foto da avanspettacolo di Giuseppe Conte e uomini della scorta che scavalcano, come ballerini, la catena sistemata per sicurezza davanti al palazzo di Montecitorio sembra scattata apposta per corredare la polemica rappresentazione fatta, a torto o a ragione, da Matteo Salvini della relazione informativa dello stesso Conte al Senato, il giorno prima, sulle controverse missioni di leghisti a Mosca, l’anno scorso, per cercare presunti finanziamenti al loro partito facendo la cresta su affari petroliferi poi svaniti.

            Salvini, attaccatosi in verità a un debole argomento come l’intenzione espressa dal presidente del Consiglio di presentarsi alle Camere nel caso in cui le circostanze, obiettivamente precarie, provocassero la crisi convincendolo a dimettersi anzitempo, ha sospettato a più riprese un tentativo, un proposito e quant’altro del presidente del Consiglio di scavalcare la catena, cioè  limiti e confini, dell’attuale maggioranza gialloverde per offrirsi alla guida di un’altra. Dove i leghisti dovrebbero o potrebbero essere sostituiti dal Pd e da altri volenterosi, “alla Scilipoti”, che oraRepubblica.jpg naviga politicamente tra i forzisti di Silvio Berlusconi, interessati ad evitare le elezioni anticipate che pure auspicano a parole quando reclamano, un giorno sì e l’altro pure, la caduta di un governo che Repubblica, ormai capofila delle opposizioni di ogni grado e colore, ha appena definito “sotto zero”, in tutti i sensi.

            Senza parlare del partito di Berlusconi, dove ormai non serve più un analista per esaminare e descrivere la situazione occorrendo forse un patologo, nel Pd non mi sembrano francamente morire tutti dalla voglia di soccorrere Conte e di garantirgli una maggioranza di riserva con i suoi grillini. Fra i quali peraltro la confusione è ancora più grande, e anche drammatica, di quella dei forzisti: una situazione sul cui fuoco soffia anche il giornale a loro meno ostile, o più favorevole, come preferite, quale Il Fatto Quotidiano. I cui lettori -avverte un titolo di prima pagina conIl Fatto.jpg tono minaccioso per il capo del movimento Luigi Di Maio- danno coralmente dei “traditori” ai dirigenti del partito pronti anche ad ingoiare, al di là di un’apparente intransigenza e rivendicazione di un adeguato passaggio parlamentare, il trasporto ferroviario ad alta velocità delle merci dalla Francia all’Italia, e viceversa: il famoso Tav, nella versione maschile preferita da quel giornale.

            Bene che vada ad un Conte smanioso davvero di cambiare maggioranza, solo poco più della metà del Pd lo soccorrerebbe. Di Scilipoti ce ne vorrebbero non a decine ma a centinaia, forse, per venirne a capo. Via, non è una prospettiva realistica, e neppure seria, per quanto Salvini mostri di vederla e persino di temerla, forse solo per avere o conservare un argomento polemico nei rapporti con i grillini, che non sembrano francamente migliorati neppure dopo l’incontro che ha voluto o potuto finalmente avere col suo omologo a Palazzo Chigi Di Maio.

            Il capo dei grillini, oltre che vice presidente del Consiglio e ancora ministro del (presunto) Sviluppo Economico e del Lavoro verbalmente inteso, ha avuto la disinvoltura di riassumere e commentare l’incontro con Salvini esortandolo praticamente ad andare più d’accordo, o meno  in disaccordo, col presidente Conte. E’ come se il vero e grosso, continuo contenzioso politico non riguardasse invece i due partiti della maggioranza, dove i dispetti dell’uno all’altro sono quotidiani e vistosissimi. L’ultimo episodio, dopo i vuoti d’aula al Senato, è quello della Camera, dove 17 grillini si sono rifiutati di convertire in legge la seconda edizione del decreto cosiddetto della sicurezza, confortati dal presidente in persona dell’assemblea, Roberto Fico. Che si è tenuto lontano dalla votazione per evitare evidentemente di annunciarne lo sgradito risultato positivo per il provvedimento.

            In pratica, Di Maio nell’incontro con Salvini ha cercato, con sprezzo del ridicolo, francamente, di assumere una specie di funzione arbitrale. E ciò proprio nel giorno in cui, cogliendo l’occasione offertagli dalla cosiddetta cerimonia del ventaglio, cioè dallo scambio degli auguri estivi con la stampa parlamentare, il presidente della Repubblica ha voluto ricordare che le funzioni arbitrali spettano a lui, e a lui soltanto, almeno nel corso della legislatura, fra un’elezione e l’altra per il rinnovo delle Camere, ordinario o anticipato che sia.

            Mattarella naturalmente ha ragione, peraltro anche a soffrire il caldo come nella vignetta di Emilio Giannelli sulla Giannelli.jpgprima pagina del Corriere della Sera, dove vedo che per fortuna va scemando l’entusiasmo per Conte che ha un po’ tradito nei giorni scorsi l’ex direttore e tuttora autorevole editorialista Paolo Mieli. Ma Mattarella sa -e non ha certamente bisogno che glielo ricordi un anziano giornalista parlamentare come me- che all’arbitro spetta anche il compito, quando serve, di fischiare il rigore e di levare il cartellino rosso dell’espulsione del giocatore dal campo della partita.

 

 

 

 

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I grillini boicottano la difesa di Salvini fatta al Senato da Conte per Moscopoli

             Se l’intenzione, l’obiettivo politico vero del presidente del Consiglio, nella sua “informazione” al Senato su quella che Repubblica chiama “Moscopoli”, era davvero la dichiarata conferma della “fiducia intatta” al vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, invitato tuttavia, insieme con tutti gli altri membri del governo, a “vigilare” meglio su amici, collaboratori e frequentatori, bisogna francamente dire che i grillini hanno clamorosamente boicottato Giuseppe Conte. Che, d’altro canto, non Il Fatto.jpgha neppure Repubblica.jpgsoddisfatto del tutto Salvini, apparso alla fine convinto pure lui dell’’interpretazione di un suo “sbugiardamento” data del discorso di Conte da giornali come la già citata Repubblica e Il Fatto Quotidiano.

            Per una protesta che per un po’ è sembrata a qualcuno motivata anche o soprattutto dalla decisione aula Senato.jpgdel presidente del Consiglio di sbloccare la realizzazione della linea ad alta velocità per il trasporto ferroviario delle merci dalla Francia all’Italia, la famosa Tav, i senatori delle 5 Stelle hanno in grandissima parte disertato la parte della seduta a Palazzo Madama dedicata alla “informazione” di Conte sui presunti tentativi compiuti a Mosca dal “signor Gianluca Savoini” ed altri per procurare alla Lega una sessantina di milioni di dollari di finanziamento con una cresta su un grosso affare petrolifero poi svanito.

            Alla fine della discussione il capogruppo in persona del movimento grillino, Stefano Patuanelli, ha motivato in funzione antisalviniana Casini.jpgl’assenza di gran parte dei suoi colleghi di partito, sottolineata con perizia in apertura del dibattito dall’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, eletto al Senato come indipendente nelle liste del Pd.

            In particolare, Patuanelli si è pubblicamente lamentato dell’assenza di Salvini, oltre che del suo rifiuto di riferire personalmente al Senato, scaricandone l’incombenza su Conte. E gli ha contestato “superficialità” di comportamento, e implicitamente anche di scelta dei suoi collaboratori, uno dei quali -aveva riferito Conte parlando di Claudio D’Amico, consulente di Salvini per le questioni strategiche internazionali- aveva ripetutamente accreditato Salvoini, ora sottoposto ad indagini con altri dalla Procura della Repubblica di Milano per i suoi movimenti e la sua attività a Mosca fra l’estate e l’autunno dell’anno scorso.

            Di fronte a questa presa di posizione del capogruppo grillino -che ha praticamente vanificato la pur incompleta copertura fornita da Conte a Salvini, l’invito del presidente del Consiglio a tenere separati il piano politico della vicenda da quello giudiziario e infine la garanzia fornita sulla impermeabilità della politica estera del governo, autonoma dagli affari e dai rapporti dei partiti che lo compongono con formazioni estere-  il capogruppo del Pd Andrea Marcucci non ha perso un attimo di tempo. Egli ha preso la parola sul cosiddetto ordine dei lavori, una volta esaurita la discussione, alla quale per il suo partito aveva partecipato con un intervento assai polemico Dario Parrini al posto del prenotato Matteo Renzi, per annunciare la presentazione di una mozione di sfiducia personale contro Salvini.

            Di una mozione parlamentare di sfiducia contro il vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno i renziani avevano parlato nei giorni scorsi alla Camera, fermatisi tuttavia di fronte all’obiezione del segretario del partito, Nicola Zingaretti, di fare un’autorete obbligando la maggioranza gialloverde a compattarsi. Ma il sostanziale boicottaggio di Conte condotto dai grillini al Senato ha riaperto, almeno a Palazzo Madama, la partita. Si vedrà con quali effetti in questa eterna vigilia di una crisi che nessuno ha il coraggio, alla fine, di aprire all’interno della maggioranza.

 

 

 

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Il lungo sequestro di Stato che ha dovuto subire Calogero Mannino

Il pur notevole e assorbente aspetto giudiziario mi sembra addirittura inferiore, per un paradosso imposto dai nostri tristissimi tempi, all’aspetto politico e morale dell’assoluzione che si è guadagnata anche in appello, col cosiddetto rito abbreviato, l’ex ministro democristiano Calogero Mannino per la cosiddetta “trattativa” fra lo Stato e la mafia. Che è costata invece pesanti condanne in primo grado, col cosiddetto rito ordinario, ad un lungo e assai eterogeneo elenco di imputati, fra i quali si confondono servitori e sabotatori dello Stato, di ogni ordine e grado. E che -mi sembra- sarà francamente difficile confermare in appello, almeno per tutti, proprio alla luce della seconda assoluzione di Mannino. Dalle cui preoccupazioni per le minacce di morte lanciategli, non certo per gratitudine, dalla mafia sarebbero cominciate e si sarebbero poi sviluppate, secondo gli inquirenti palermitani, le trattative per bloccare o quanto meno rallentare la stagione delle stragi. Che era stata avviata dai mafio-terroristi -perché altro non saprei definirli- con l’assassinio per strada dell’allora luogotenente di Giulio Andreotti in Sicilia, Salvo Lima, la strage di via Capaci, costata la vita al magistrato Giovanni Falcone, alla moglie e a quasi tutta la scorta, la strage di via D’Amelio, costata la vita al magistrato Paolo Borsellino e all’intera scorta, e proseguita con altre imprese di sangue e paura un  po’ in tutta Italia.

Fu una stagione, quella, che peraltro s’incrociò con l’altra, giudiziaria e politica, per la demolizione della cosiddetta prima Repubblica e finì per influenzare nella primavera del 1992, a Camere appena elette con le elezioni del 5 aprile, la successione a Francesco Cossiga al Quirinale e, di conseguenza, i successivi sviluppi della situazione politica: compreso il rifiuto del nuovo capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, di conferire l’incarico di presidente del Consiglio al candidato concordato fra democristiani e socialisti, Bettino Craxi, previa consultazione alquanto anomala, diciamo così, dell’allora capo della Procura della Repubblica di Milano Francesco Saverio Borrelli, morto nei giorni scorsi fra il rimpianto e la beatificazione quasi generale dei cultori, nostalgici e simili dell’”epopea” di Mani pulite.

In quella stagione politica, per certi versi non meno feroce di quella stragista della mafia, protagonisti e attori della cosiddetta prima Repubblica potevano essere scambiati, come di notte in una strada senza lampioni, per corruttori o mafiosi, secondo le circostanze e le loro origini. Accadde anche a Mannino, a favore o in onore del quale potrei a questo punto limitarmi anche a condividere e ripetere ciò che ha appena scritto sulla Stampa, nel suo imperdibile Buongiorno, il bravissimo Mattia Feltri. Che, a conti fatti, tra avvisi di garanzia, assoluzioni, ricorsi e quant’altro, ha contato 25 anni e 5 mesi di “sequestro” vissuti da Mannino ad opera di uno “Stato incivile”.

Mi corre l’obbligo, tuttavia, di ricordare che la storia pseudo-criminale del povero Mannino cominciò nei primi mesi del 1992 nel salotto televisivo, chiamiamolo così, di Gianfranco Funari, chiamato “Mezzogiorno Italia”, su una delle reti televisive di Silvio Berlusconi.

Casualmente ospite di quella trasmissione come direttore del Giorno, reagii con forza al tentativo diFunari.jpg Funari di processare in diretta Mannino, naturalmente assente, sulla base di un articolo dell’Unità che gli contestava di essere stato tanti anni prima testimone di nozze della sposa, figlia di un segretario di sezione siciliana della Dc, con un tale che dopo qualche tempo sarebbe risultato mafioso.

Inorridii letteralmente all’idea di quel processo e, definito “picciotto” da un altro giornalista invitato e smanioso invece di parteciparvi come aspirante pubblico ministero, abbandonai per protesta la trasmissione in diretta. Finii sui blog di Rai 3 per un bel po’ di tempo come un esagitato. Il giornale ufficiale della Dc Il Popolo, diretto allora dal mio amico indimenticabile Sandro Fontana, ne fece un caso. Di fronte al quale, mentre Funari, dopo avere tentato inutilmente di farmi tornare nel suo studio, si vantava ogni giorno di ricevere telefonate di apprezzamento e incoraggiamento del suo editore in persona, ricevetti da Gianni Letta una cortese offerta di intervista a Berlusconi sui programmi dell’allora Fininvest in cui potergli consentire, su espressa domanda, di prendere le distanze da quel conduttore.

Naturalmente, almeno per chi mi conosce, rifiutati la proposta e risposi chiedendo a Letta di fare intervenire sul problema di Funari direttamente Berlusconi con un comunicato. Che non seguì. Seguì invece la letterale persecuzione politica, morale e infine giudiziaria di Mannino. Al quale pertanto potete immaginare con quale piacere telefonerò il 20 agosto per il compimento dei suoi 80 anni: un traguardo peraltro che io ho tagliato prima di lui.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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