Cronache surreali di un governo in cerca di rimpasto, non di crisi

              Curiosamente, molto curiosamente, più si allontana il rischio o lo spauracchio della crisi di governo, per quanto sia stata attribuita al capo dello Stato la decisione di ridurre al minimo in questo mese le assenze dal Quirinale per essere pronto a ogni evenienza, più sorgono casi e casini -è proprio il caso di dirlo- nella compagine ministeriale gialloverde.  Scoppiano mortaretti da tutte le parti, questioni che si chiudono e si riaprono il giorno dopo, o viceversa.

            Più che una crisi, sullo sfondo di elezioni anticipate a settembre o ottobre, la posta in gioco è forse un rimescolamento di incarichi, poltrone e poltroncine nel governo gialloverde, tra ministri e sottosegretari, con vuoti da coprire e traslochi da improvvisare. E’ quello che una volta, ai bei tempi della cosiddetta prima Repubblica, si chiamava rimpasto e che è severamente vietato continuare a chiamare così in tempi  dichiaratamente, o velleitariamente, di “cambiamento”.

Anche a costo di sembrarvi spericolato nella interpretazione di fatti e personaggi, appartiene allo scenario del rimpasto, o di comunque lo si vorrà alla fine chiamare, anche lo scontro riaccesosi a sorpresa, peraltro in Parlamento,  fra il ministro dell’Interno Matteo Salvini e la ministra della Difesa Elisabetta Trenta, dopo che se ne era spento un altro fra i due sulle colonne del Corriere Rolli.jpgdella Sera. Cui la titolare grillina della Difesa aveva annunciato o garantito, come preferite, in una intervista la disponibilità a fare intervenire di più la Marina Militare nelle acque del Mediterraneo, dove si svolge la guerra, o qualcosa di simile, fra il Viminale e le navi del volontariato impegnate a raccogliere naufraghi nelle acque libiche e a trasportarli sulle coste italiane.

Lo scontro si è riaperto non sul presente o sul futuro ma sul passato, in particolare sulla valutazione della ormai ex missione marittima europea nota come Sophia, difesa e rimpianta dalla ministra Trenta e ricordata invece come un incubo da Salvini perché risoltasi in  alcune decine di migliaia di migranti sbarcati tutti, o quasi, in Italia. Ma è una polemica, ripeto, retrospettiva che tuttavia Salvini ha voluto accentuare dando della “nervosetta” alla collega di governo. La quale tuttavia rimane un’interlocutrice utile al ministro dell’Interno: tanto utile da potersi sospettare che il leader leghista la critichi e l’attacchi per incollarla al suo posto, proteggendola da chi fra i grillini vorrebbe sostituirla per ragioni interne a un movimento che bolle come una pentola a pressione dopo la batosta elettorale del 26 maggio.

           Rimuovere a questo punto Trenta dalla Difesa significherebbe darla scenograficamente troppo  vinta a Salvini, che invece ci rimetterebbe perché la signora ministra nell’impegnare di più la Marina Militare nelle acque agitate dai soccorsi sta fronteggiando i dubbi e le resistenze degli ufficiali che emergono ogni tanto anche dalle cronache giornalistiche, sfuggite in questo caso al vignettista del Fatto Quotidiano, Vauro Senesi. Che ha preso così seriamente la polemica fra i due ministri da giocare su numeri e nomi per rinfacciare a Salvini non i trenta ma i quarantanove milioni di euro che la Lega deve allo Stato per i pasticci, e simili, ereditati dalle precedenti gestioni del partito.

            Più concreto o reale è stato invece lo scontro consumatosi fra Conte e Salvini sulla preparazione di quella che molti continuano a definire “manovra finanziaria” ma è invece la preparazione del Titolo su Conte.jpgnuovo bilancio e relativa legge cosiddetta di stabilità per il 2020. Alla rivendicazione delle proprie competenze fatta dal presidente del Consiglio di fronte alla conferma degli incontri con le cosiddette parti sociali programmati al Viminale per i prossimi giorni da Salvini, quest’’ultimo ha opposto qualcosa in un certo senso di inedito, precisando di essere il vice presidente “vicario” del Consiglio, superiore quindi di grado al vice grillino Luigi Di Maio, e non solo per ragioni di età. Alle quali comunque, se fossero vere, si sono aggiunte Consiglio Ministri.jpgil 26 maggio le ragioni politiche del sorpasso, anzi del ribaltamento, effettuato nelle urne dalla Lega sul movimento delle cinque stelle. Ed è un processo per nulla esaurito, come mostrano i sondaggi, per quanti sforzi facciano gli avversari più dichiarati e impegnati del Carroccio per danneggiarlo, sino a sconfinare metaforicamente nelle Chiese  contrapponendo e preferendo il Papa a Salvini sul terreno elettoralmente scivoloso dell’immigrazione, come ha fatto la testata storicamente laica della Repubblica ora diretta da Carlo Verdelli.

            C’è stato un prete, o parroco, di un paese in provincia di Pavia, Pieve Porto Morone, dove la Lega raccoglie il 60 per cento dei voti, che ha preso tanto sul serio Repubblica e dintorni da organizzare una messa in onore della vivente Repubblica.jpgCarola Rackete, ormai promossa di fatto, volente o nolente, da una giudice di Agrigento a campionessa della lotta contro Salvini. Ma i fedeli del Pavese hanno così poco gradito che il prete ha dovuto rinunciarvi. In compenso Repubblica ha avviato addirittura una campagna per il conferimento del Premio Nobel della Pace alla  “capitana” tedesca: una specie di   Giovanna d’Arco dei nostri tempi, o mari.

 

 

 

 

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Dai bacini di Cicciolina ai bacioni di Matteo Salvini

Da quando Matteo Salvini ha cominciato a diffondere baci -lui li chiama “bacioni”- ai suoi critici e avversari anche nelle aule parlamentari, come sulle piazze e piazzuole fisiche ed elettroniche, mi sono tornati alla mente i giorni, anzi gli anni, di Ilona Staller a Montecitorio. Dove Marco Cicciolina 3.jpgPannella -e chi sennò?- si divertì nel 1987 a portare la pornodiva di origini ungheresi facendola eleggere nelle liste del Partito Radicale con tanti voti da rischiare di esserne addirittura superato: 22 mila preferenze nella circoscrizione laziale.

Già nota in arte -diciamo così- come “Cicciolina”, la deputata cercò di prendersi a suo modo seriamente. Partecipava alle sedute in aula, e qualche vola anche a quelle delle commissioni Difesa e Trasporti cui era stata assegnata, senza mai tradire il suo stile. A chi l’interrompeva, dissentendo a volte anche in modo volgare, o solo le rivolgeva sguardi Cicciolina.jpgironici e scettici, come capitò a volte di fare a Giulio Andreotti dai banchi del governo, l’ancor più ironica e per niente imbarazzata onorevole lanciava bacini. E per coinvolgerli di più nel suo stile e modo di dire chiamava “Cicciolini” i suoi interlocutori.

A sentirselo dare, del Cicciolino, quel pomeriggio in cui mi gustai lo spettacolo da una delle tribune riservate alla stampa e affacciate sull’aula di Montecitorio, Andreotti si trattenne a stento da una reazione che non seppi distinguere se più indignata o divertita. Egli si limitò a chiamare un commesso per chiedergli di portargli da bere qualcosa. Il poveretto gli portò un bicchiere d’acqua, su tanto di vassoietto, ma ad Andreotti non bastò. Gliene portò poi una bottiglia.

 

Ora la Staller se la passa davvero male, specie dopo che le hanno ridotto da 2000 a 800 euro mensili il cosiddetto vitalizio parlamentare. Ma come deputata e contributrice delle trattenute previdenziali si guadagnò il diritto riconosciutole dalle regole in vigore  perché la sua prima e unica legislatura -ultima peraltro della cosiddetta prima Repubblica- fu tra le poche a non interrompersi Cicciolina 2 .jpgprematuramente, arrivando alla scadenza ordinaria del 1992 per volontà soprattutto di Bettino Craxi. Che non lo fece di certo, impedendo lo scioglimento anticipato delle Camere che l’allora capo dello Stato Francesco Cossiga gli avrebbe concesso nel 1991 se richiestone, per fare un piacere a Cicciolina, ormai uscita anche fuori dalle grazie di Pannella.

Craxi salvò quella legislatura, condannandosi peraltro al logoramento del referendum contro le preferenze, alla crescita del fenomeno leghista e all’accensione della miccia sotto la bomba di “Tangentopoli”, per un riguardo politico e umano -pensate un po’- ai comunisti.  Lo ha appena ricordato l’ex ministro socialista Rino Formica aprendo sul Corriere della Sera  una serie di interviste di Walter Veltroni su “misteri e fine della prima Repubblica”.

I comunisti di Enrico Berlinguer, e successori, al leader socialista gliene avevano  dette e fatte di tutti i colori, prendendo come una provocazione nei loro riguardi il suo arrivo a Palazzo Chigi nel 1983, pur concordato con un segretario democristiano non certamente sospettabile di anticomunismo viscerale come Ciriaco De Mita. Ma a Craxi, prima ancora dell’incontro che fece rumore in un camper con Massimo D’Alema, mandatogli dall’allora segretario comunista Achille Occhetto, sembrò scorretto profittare delle elezioni anticipate per aggravare le difficoltà in cui il Pci già si trovava per la caduta del muro di Berlino, nel 1989, e il cambiamento di nome e di simbolo che si era imposto, chiamandosi Pds e confinando la falce e martello sotto una quercia. In più, a quel Pds Craxi, anche se Formica ha omesso di ricordarlo a Veltroni, avrebbe persino fatto aprire, rinunciando al veto che gli spettava per statuto, le porte dell’Internazionale Socialista, utilissime in quel momento alla sinistra che si definiva post-comunista.

Ma torniamo a Salvini, ai suoi bacioni e al richiamo a Cicciolina. Mi chiedo sinceramente se convengano a un ministro dell’Interno, prima ancora che ad un  leader politico, quei bacioni così frequentemente e abbondantemente rivolti col proposito per niente nascosto di liquidare sbrigativamente con l’arma dell’ironia critici ed avversari, anche quando il titolare del Viminale ha argomenti più seri e convincenti da opporre. E ne ha: non dico sempre, per carità, come Salvini 2.jpglui stesso dovrebbe ammettere se ha una percezione umana di se stesso, non ritenendosi ormai infallibile neppure il  Papa, ma ogni tanto sì, ne ha. E avrebbe il dovere di esporre meglio le sue ragioni, e magari anche lasciando un po’ di spazio e di voce chi lavora con e per lui, e forse non è tanto stanco da lasciarsi scappare qualcosa di troppo o di controproducente, specie sul terreno dei rapporti istituzionali.

E’ quanto è capitato in questi giorni al ministro dell’Interno, fra un attracco e l’altro a Lampedusa di navi con migranti sottrattesi ai suoi ordini, dolendosi del fatto di non comandare le Forze Armate, almeno quelle di mare. Beh, le lasci tranquillamente al comando del presidente della Repubblica, come dispone d’altronde l’articolo 87 della Costituzione.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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