Se bastasse un sorriso alla sinistra per sognare una rivincita chissà quando….

Francesco Piccolo
Dalla prima pagina di Repubblica

Neppure piccolo di fatto sembra possibile quel “sorriso” che Francesco Piccolo, con la maiuscola del suo cognome, in un articolo forse troppo ingenuo su Repubblica ha esortato la sinistra a opporre fiduciosamente alla sua sconfitta elettorale, storica secondo alcuni ma per niente secondo altri come Francesco Boccia, del Pd. Che, orgoglioso dell’alleanza  con i grillini sopravvissuta nella sua Puglia governata spavaldamente da Michele Emiliano, preferisce considerare l’accaduto un incidente: una sconfitta e basta, come tante che si possono subire in politica per circostanze sfortunate o errori riparabili. Fra i quali andrebbe  annoverato anche quello compiuto dal segretario piddino Enrico Letta di non perdonare a Giuseppe Conte, e a quel che è rimasto del MoVimento 5 Stelle, di non avere neppure sfiduciato ma solo negato l’ultimo voto di fiducia a Mario Draghi nel tratto conclusivo della ormai scorsa legislatura. 

Vignetta della Stampa
Vignetta del Corriere della Sera

Tra un Letta finito come una tigre scuoiata sotto la scrivania del Nazareno nella vignetta di Emilio Giannelli sul Corriere della Sera, e un’Italia immaginariamente di sinistra che, secondo Sergio Stajno sulla Stampa non sa se essere   “orgogliosa” o “incazzata” per la donna in arrivo per la prima volta alla guida di un governo classificabile come il più a destra nella storia nazionale dopo quello di Benito Mussolini, ci sarebbe in realtà ben poco da ridere, o solo da sorridere. O da riconoscersi in quella fotografia festante d’archivio del Pd scelta nella redazione culturale di Repubblica per corredare “le idee” di Piccolo. Che con semplicità persino imbarazzante, in una versione aggiornata della vecchia protesta di Luca Ricolfi contro una sinistra a vocazione “antipatica”, ha esortato la sua parte politica a diventare “popolare” dopo tanta indigestione di “populismo”. Che è stata fatta inseguendo gli alleati di turno: ultimi proprio i grillini del Parlamento tagliato e della povertà sconfitta in una notte d’estate a Palazzo Chigi -ricordate?- giocando sui decimali di uno sforamento dei parametri europei di bilancio e  su un reddito di cittadinanza a toccare il quale si rischierebbe -ha appena avvertito Conte col dietino alzato in una conferenza stampa a Montecitorio- una incontenibile guerra civile. 

Ad una sinistra “responsabile da sempre”, con convinzione quasi togliattiana, per tornare a sorridere e a vincere basterebbe, secondo Piccolo, una miscela fatta di “un pò di leggerezza e di idee grandi”. Una parola, verrebbe da dire assistendo al sostanziale avvio del dibattito congressuale nel Pd avvenuto con l’annuncio delle dimissioni del segretario e della indisponibilità a ricandidarsi per non compromettere -è sembrato di capire- la ripresa dei rapporti con un partito, quello delle 5 Stelle, che dalle urne è uscito gareggiando nelle perdite con la Lega di Matteo Salvini: il primo alleato dei grillini e di Conte- non dimentichiamo neppure questo- nella legislatura scorsa. 

Lettera di Umberto Ranieri al Foglio di ieri
Umberto Ranieri

Ho sentito sollevarsi nel Pd contro tanta rassegnazione alla resa, piuttosto che al sorriso, solo la voce, a Napoli, di Umberto Ranieri: un migliorista della scuola comunista del vecchio Giorgio Napolitano. Era stato anche l’unico, nell’aula di Montecitorio negli anni Ottanta, quando Bettino Craxi diventò presidente del Consiglio, a chiedere ai compagni che gli sedevano accanto perché mai un socialista non dovesse essere considerato di sinistra. E sorridergli, piuttosto che sognarlo forse già allora in galera. 

Il ritorno di Conte all’Opa di Beppe Grillo sul Pd, nel 2009

Dal Fatto Quotidiano di ieri
Dal Fatto Quotidiano di ieri

In quell’Enrico Letta che “si ritira” e Giuseppe Conte che “si allarga” nella titolazione del Fatto Quotidiano sugli effetti dei risultati elettorali, evidentemente considerati più importanti sul fronte dell’opposizione che del governo di centrodestra, c’è tutto il paradosso della situazione politica. Che sembra tornata improvvisamente indietro di 13 anni, quando Beppe Grillo d’estate tentò d’infilarsi nel Pd iscrivendosi alla sezione sarda di Arzachena per scalare addirittura la segreteria abbandonata da un Walter Veltroni troppo assediato dalle solite correnti. 

Titolo del Dubbio

Il Pd, retto allora da Dario Franceschini in attesa di un congresso che sarebbe stato vinto da Pier Luigi Bersani, respinse con forza il comico genovese. Che reagì improvvisando il suo MoVimento 5 Stelle, portandolo in Parlamento già quattro anni dopo, umiliando  Bersani nel tentativo di formare con l’aiuto dei grillini un governo “di minoranza e combattimento” e infine vincendo le elezioni successive, nel 2018. 

Sembra incredibile, ma la storia in qualche modo si ripete con la sostanziale opa appena lanciata da Conte sul Pd reclamando le dimissioni di Enrico Letta, ottenendole e mettendosi a capo di un’opposizione “non dura ma durissima”, in attesa di giudicare il “nuovo gruppo dirigente” del Nazareno e di decidere -praticamente- se condizionarlo dall’esterno o vaporizzarlo. E tutto questo, sempre da parte di Conte, con Grillo stordito che certamente non lo considerava capace di tanto, alla testa di un movimento uscito dalle urne più che dimezzato rispetto alle elezioni precedenti., avendo perso per strada quasi sei milioni di voti. E un Pd che, per quanto malmesso, per carità, si è piazzato meglio dei pentastellati.

Bettini al Fatto Quotidiano
Gofredo Bettini

L’ìmpareggiabile Goffredo Bettini, che  dall’interno del Pd, aveva già promosso Conte l’anno scorso a “punto di riferimento altissimo” dei progressisti, ha avvertito in una intervista, naturalmente al Fatto Quotidiano, “gruppi editoriali e salotti” a non pretendere di scegliere loro il novo segretario. Potrebbe  forse bastare e avanzare lo stesso Conte.

Pubblicato sul Dubbio

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Oddio, no. La campagna elettorale è finita, la “centralità” di Conte pure

La buonanima di Amintore Fanfani nei momenti, diciamo così, di stanchezza o defilamento, fra un ritorno e l’altro, distribuiva matite e pennelli tra il suo tavolo d’artista per disegnare e dipingere e la scrivania di professore per segnare di blu e di rosso le parole di cui si nutriva il dibattito politico. Parole “magiche” -diceva- che servivano solo a confondere le acque. Se la prese una volta, in particolare, contro il “confronto” che Aldo Moro, caduto in disgrazia nell’estate del 1968 dopo quasi cinque anni a Palazzo Chigi ogni tanto interrotti da una crisi di assestamento del suo centrosinistra “organico”, opponeva ai metodi spicci attribuiti all’altro “cavallo di razza” della Dc, come entrambi venivano chiamati da Carlo Donat-Cattin.

Magica, per esempio, più apparente che reale, insomma più falsa che vera, è la “centralità” che, ospite di Enrico Mentana in televisione, il mio amico Paolo Mieli ha voluto attribuire più volte a Giuseppe Conte commentandone ieri sera una conferenza stampa appena svolta dall’interessato per vantarsi di un risultato elettorale del MoVimento 5 Stelle pur dimezzato rispetto a quello del 2018. Più che dimezzato, anzi: dal 33 a poco più del 15 per cento, che tuttavia gli darebbe il diritto -a sentirlo- di rimanere protagonista quanto meno dell’opposizione. Attorno alla quale l’ex presidente del Consiglio ritiene debba evidentemente svolgersi la nuova legislatura, pur essendo state le elezioni vinte dal centrodestra ormai di Giorgia Meloni, “pienamente legittimato” a governare, ha ammesso -bontà sua- l’uomo di Volturara Appula.

Se la matematica non è diventata  anch’essa un’opinione, il 15,4 di Conte alla Camera e 15,5 al Senato sono inferiori, non superiori, rispettivamente, al 19 e al 19,9 del Pd di Enrico Letta. Cui andrebbe riconosciuto per ragioni appunto di matematica di essere uscito meglio di  Conte dalle urne, aumentando peraltro e non diminuendo il 18 virgola qualcosa del 2018, nonostante la scissione subita successivamente ad opera prima di Matteo Renzi e poi di Carlo Calenda. Che insieme hanno appena guadagnato il 7,7 per cento. 

Titolo del manifesto
Enrico Letta al Nazareno

Ma il Pd -mi direte- è in dichiarata crisi con l’annuncio delle dimissioni del segretario e di un congresso al quale egli ha giù escluso di ricandidarsi. Conte invece è al riparo adesso anche dalle bizze di Beppe Grillo e si gode la letterale scomparsa dal Parlamento di Luigi Di Maio, il suo ex capo, benefattore e infine “traditore”, forse destinato a non rientrare neppure come il più semplice dei pastori nei presepi di Fuorigrotta, fra qualche mese. 

Quella di Conte a Giorgia Meloni sarà  un’opposizione “non dura ma durissima”, ha annunciato minacciosamente l’interessato: minacciosamente anche verso il Pd, che gli si dovrà accodare e non affiancare sino a quando non uscirà dal congresso previsto in gennaio un “nuovo gruppo dirigente”. Che riscatti il Nazareno dal ruolo ancellare svolto per più di un anno e mezzo verso Mario Draghi e la sua più o meno mitica “agenda” di politica internazionale e interna. Non un cenno di resistenza, di obiezione, di amor proprio -si diceva una volta- si è levato dal Pd, in cui sembra prevalere più la rassegnazione che la rivendicazione di una “centralità” un pò più concreta all’opposizione. Che nel suo complesso, quindi, con quel 15 per cento -ripeto- di polveri di stelle uscite dalle urne, non mi sembra francamente destinata a creare tantissime difficoltà al governo della prima donna in Italia. Attorno alla quale, non  per galanteria ma per le emergenze perduranti in vari campi, finirà per crearsi una catena di sostegno riconducibile ad un presidente della Repubblica che non a caso -come annunciato da notizie delle scorse settimane non smentite- ha già avuto due incontri personali con la leader della destra dopo lo scioglimento delle vecchie Camere, e durante la campagna elettorale.

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Mario Draghi troppo adatto agli Esteri per andarvi davvero…

Titolo del Dubbio

Fra le immagini dei leader al seggio per votare quelle che mi hanno colpito di più sono di Mario Draghi. Che è stato formalmente il più estraneo alla campagna elettorale ma ha finito per contrassegnarla di più a causa della fiducia che ha saputo infondere sull’Italia  all’estero anche in questa occasione, avvertito come il più affidabile dei suoi connazionali. “Un gigante in confronto ai nani della politica che non conoscono né dimostrano il suo senso del dovere”, ha scritto su Domani Curzio Maltese riconoscendogli il merito di avere “tracciato un sentiero fondamentale per il nostro paese che alcuni leader proveranno  a ripercorrere, anche se lui non ci sarà più a guidarli. Per nostra fortuna continuerà ad avere un ruolo importante in Europa”. Lo credo anch’io.

Il presidente del Consiglio uscente

In un Paese minimamente normale, che non si invaghisca del guitto di turno e che non si strappi le vesti per un risultato elettorale sgradito, gridando -per esempio- che Giorgia Meloni “si prende l’Italia” come in un colpo di mano, per farne chissà cosa,, quanto meno un’altra Ungheria secondo il vaticinio del Foglio, Draghi sarebbe in tutti i totonomi del novo governo come possibile ministro degli Esteri. Se lo aspetterebbe persino quel drammatico svitato ormai di Putin a Mosca, pur dopo avere brindato alla notizia delle sue dimissioni da presidente del Consiglio nell’estate politica più pazza che abbia vissuto l’Italia.

Curzio Maltese su Domani

Ma più guardavo la faccia di Draghi al seggio di Roma dove ha votato e più mi convincevo, la notte scorsa, che mancherà un simile passaggio nella lunga crisi che ci aspetta fra l’insediamento delle Camere, la formazione dei gruppi parlamentari, le consultazioni di rito al Quirinale, il conferimento dell’incarico di presidente del Consiglio e la nomina dei ministri. E non so sin d’ora se dovermela prendere più con chi non gliene darà neppure l’occasione o con lui che la rifiuta al solo pensiero di provare la decima parte delle sofferenze procurategli dai partiti a Palazzo Chigi nei mesi scorsi, soprattutto negli ultimi dieci. 

Pubblicato sul Dubbio

La sinistra si è proprio cercata questa vittoria di Giorgia Meloni

Titolo di Libero
Titolo di Repubblica

In quel titolo di Repubblica, su foto in bianco e nero, quasi seppia delle immagini della marcia su Roma di un secolo fa, di questi tempi, in cui si annuncia che Giorgia Meloni “si prende”, cioè s’è presa, l’Italia non c’è chiaramente la cronaca. Non si è marciato, né a piedi né in blindati. Si è solo votato, anche se ancora meno delle altre volte, per giunta eleggendo un Parlamento più ristretto, e meno rappresentativo. Su Libero Corrado Ocone ha voluto cogliere l’occasione per raccomandarci, compiaciuto, di “non rompere le scatole a chi è rimasto a casa”. Contento lui…Continuo modestamente a pensare, al netto del maltempo che però al Sud non ha danneggiato il “fenomeno” Giuseppe Conte, su cui tornerò, che gli astenuti dalle urne sono l’altra faccia degli evasori fiscali. Sono gli indifferenti che Dante Alighieri nella sua Divina Commedia rinchiuse miseramente all’Inferno ben prima di Antonio Gramsci senza prenotarsi la qualifica di comunista. 

Titolo del Foglio
Titolo della Stampa

In quel “prendersi l’Italia”, in una immaginaria notte in cui si rompono tanti cristalli, e non solo quello di Palazzo Chigi al maschile per così tanto tempo, c’è una concezione della politica quasi primordiale. Distante anni luce dal più pacato, sobrio annuncio della Stampa, peraltro dello stesso gruppo editoriale, che “l’Italia va a destra”, nella speranza -lasciatemi aggiungere- di non volere raggiungere e sorpassare nell’Unione Europea l’Ungheria in sospetto di illiberalismo. Dove invece già Il Foglio di Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa gli hanno dato il “buongiorno”.

Titolo del manifesto

Sono andati -gli amici foglianti, che in maggioranza hanno votato in libertà d’opinione per Carlo Calenda e Matteo Renzi, e non il Pd d Enrico Letta scelto e indicato dal fondatore del giornale in persona- un passo, anzi un passettino dietro quell’”A noi“ gridato, stavolta a colori, dal manifesto. Eppure l’estate è finita, ormai. E con l’estate anche il caldo torrido che poteva giustificare cadute di zuccheri e quant’altro.  

I penultimi dati

La verità è che le elezioni anticipate, a dispetto persino di una legge che sembrava studiata apposta per favorire i giochi più strani, ma anche  della solita incultura -va detto pure questo- che ha sostituito la militanza dei partiti ideologici di una volta, hanno dato un risultato netto. Il centrodestra, per quanto diviso non meno degli altri schieramenti che si sono confrontati nelle urne, si è aggiudicata la maggioranza solida dei seggi parlamentari tanto alla Camera quanto al Senato. Dove invece Calenda e Renzi soprattutto speravano di poter creare una situazione di incertezza, di potenziale movimento. Esso ora ha il sacrosanto diritto, e dovere, di essere messo alla prova delle sue capacità. E la sinistra quello di farsi un esame di coscienza per ammettere di non essere stata estranea -almeno questo- al risultato che ora lamenta, denuncia e quant’altro. 

Il compianto Achille Lauro

Alla sinistra iscrivo malvolentieri anche ciò ch’è rimasto, con Conte, del Momento 5 Stelle. Che solo in un Paese impazzito, dove c’è davvero del metodo shakespeariano nella follia, può festeggiare ed essere festeggiato come un vincitore virtuale per avere dimezzato i voti conquistati nel 2018 e investiti nelle direzioni più diverse, e disinvolte, durante una legislatura pazientemente sottratta dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella ad un’esistenza di solo qualche settimana. Essa invece è durata quasi per intero. E le scarpe e gli spaghetti del compianto “Comandante” monarchico Achille Lauro, come vado scrivendo da qualche giorno, sono diventati merce di sinistra col reddito di cittadinanza. 

La vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX

Tranquilli, signori che vi state strappando le vesti, fra Roma e magari anche Mosca, dove forse  Putin e affini avrebbero voluto vedere Matteo Salvini uscire dalle urne un pò meno malmesso nel centrodestra vincente. Giorgia Meloni, a colori e non in quel bianco e nero minaccioso e caricaturale, rischia solo di diventare presidente del Consiglio, non regina. Non l’attendono i settant’anni di regno di Elisabetta II d’Inghilterra.

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Sergio Mattarella tra i primi a votare, naturalmente. Grazie, presidente.

Il capo dello Stato raggiunge la sezione elettorale di Palermo alla quale è iscritto

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è stato naturalmente tra i primi a votare  per il rinnovo delle Camere e dell’assemblea regionale siciliana nella sua Palermo, dove è nato 81 anni fa ed ha voluto conservare la residenza anche nel secondo mandato al vertice dello Stato. Egli ha voluto chiaramente dare il buon esempio nel momento in cui si è andati alle urne nel timore di una ulteriore crescita del fenomeno dell’astensionismo a causa di una legge elettorale che certamente non incentiva la partecipazione con lo strapotere che hanno voluto conservare i partiti nella gestione delle candidature. E di una campagna elettorale nella quale si sono inseguite più paure ed emozioni che ragionamenti. 

Il grafico di Repubblica sull’affluenza alle urne fra il 1958 e il 2018

I grafici pubblicati dai giornali sulla continua diminuzione dell’affluenza elettorale nei sessant’anni trascorsi fra il 1958 e il 2018 sono semplicemente impietosi. Un’ulterore discesa aggraverebbe la crisi di rappresentanza cui ha contributo nella legislatura chiusa in anticipo la riforma della composizione delle Camere, ridotte di ben oltre 300 seggi fra Montecitorio e Senato, con parti di territorio destinate a rimanere penalizzate e con le competenze invariate, e ripetitive, dei due rami del Parlamento. 

La carica -si fa per dire- di 6000 candidati a 600 seggi parlamentari

I principali partiti concorrenti

Sulla carta, molto sulla carta, di cui in fondo sono fatte le schede distribuite nelle 61.500 sezioni in cui si vota per il rinnovo anticipato delle Camere, ci sono circa 6.000 candidati a 600 seggi. Ma chi riuscirà o vorrà andare alle urne entro le 23 di questa sera fra i 51 milioni circa degli aventi diritto al voto non dovrà scomodarsi a scrivere nessuno di quei nomi. Sono tutti belli che  stampati sulle schede, da soli -uno nei collegi uninominali  per ogni partito o polo, o a gruppi negli altri, in cui però non c’è preferenza alcuna da esprimere. Pertanto i candidati vengono eletti nell’ordine in cui i rispettivi partiti li hanno nessi in lista. Un’orgia insomma per i partiti, dei quali si capisce bene l’interesse che tutti -proprio tutti, nessuno escluso, a cominciare da quelli che più hanno alzato la voce per protestare- non hanno  avuto a cambiare questa maledetta legge elettorale. L’unica cosa che essi sono stati capaci di fare è stata quella di diminuire di un terzo i seggi parlamentari. Ma si vedrà fra poco -statemi a sentire- con quali altri effetti negativi essendosi nel frattempo dimenticati i partiti di aggiornare il regolamento della Camera, per garantirne il funzionamento nella nuova dimensione. O di modificare la Costituzione per aggiornare le maggioranze qualificate con le quali oggi vengono elette, per esempio, le cariche di cosiddetta garanzia: dai giudici costituzionali ai consiglieri superiori della magistratura e al presidente della Repubblica. Alla cui elezione, in particolare, continueranno a concorrere la cinquantina di delegati regionali stabiliti dalla Costituzione per un Parlamento di 635 fra senatori e deputati, non 400. 

Sì, lo so. Il centrodestra che ha viaggiato in campagna elettorale col vento in poppa ha già  prenotato la riforma per fare eleggere direttamente il presidente della Repubblica dal popolo. Ma non sarà una passeggiata. Vedrete anche questo, tanto più che anche all’interno del centrodestra e dintorni c’è la tentazione di fare eleggere alla fine direttamente dal popolo non il capo dello Stato ma il presidente del Consiglio dei Ministri: il cosiddetto sindaco d’Italia. Che non sarebbe certamente la stessa cosa. 

La vignetta di Sergio Stajno sulla Stampa
La vignetta di Altan su Repubblica

Allo stato delle cose, con tutti i numeri che ho dato all’inizio, cui vanno aggiunti 180 mila scrutatori, la maggiore incertezza riguarda la percentuale finale degli astenuti. o di chi non avrà neppure saputo per chi astenersi, come ha scritto Francesco Tullio Altan nella sua dissacrante vignetta sulla prima pagina di Repubblica. Tutto, ma proprio tutto, e da tutti, è stato fatto -diciamo anche questo- per allontanare gli elettori dalle urne, sulla cui diserzione sentiremo naturalmente versare domani le solite lacrime di coccodrillo. Le prime sono giù arrivate stamane sul Fatto Quotidiano, dove non sono bastati i segni di una “rimonta” di Giuseppe Conte al Sud per addolcire la vittoria festeggiata dal centrodestra nei comizi di chiusura. “Addormentarsi -ha scritto leopardianamente Marco Travaglio nel suo editoriale- pensando che è fico astenersi perché tanto sono tutti uguali e, al  risveglio, scoprire che era molto meglio se vincevano i diversi”.

Dall’interno del Fatto Quotidiano
Dall’editoriale del Fatto Quotidiano

Ma il secondo pensiero di Travaglio prima di addormentarsi è andato all’uomo che sembra avere preso il posto dell’odiato Silvio Berlusconi negli incubi notturni: il presidente del Consiglio uscente, ma non ancora uscito. “Addormentarsi pensando che Draghi in America è lo statista dell’anno e, al risveglio, scoprire che è lo stagista”, ha scritto. Ma, distratto dalla sua ossessione, ripeto, è sfuggito all’attenzione del direttore del Fatto Quotidiano un articolo non di congetture ma di cronaca sistemato all’interno con questo titolo: “Dossier e scadenze: il ruolo di Draghi nel cambio a Chigi”. Non proprio da “stagista” con le nuove forniture urgenti d’armi all’Ucraina, ma soprattutto con la preparazione della nuova legge di bilancio da presentare il 20 ottobre, prima che materialmente possa essere nato un nuovo governo. 

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Gorgia Meloni incrocia le dita ed Enrico Letta i piedi in attesa del voto

In attesa ormai solo dei risultati delle elezioni di domani, nel silenzio finalmente caduto nelle piazze e nei salotti televisivi che ne sono stati un pò le succursali in una estate singolarissima, Giorgia Meloni incrocia le dita ed Enrico Letta i piedi. 

Silvio Berlusconi

La Meloni sente davvero a portata di mano la vittoria, liberata da altri rischi di gaffe di quello che -pensate un pò- si era offerto in Italia e all’estero come garante dell’europeismo, atlantismo, antiputinismo e quant’altro del suo centrodestra a trazione femminile. Lui, arrivato a sostenere, anzi a rivelare come in uno scoop che il suo amico di Mosca non voleva poi fare del male all’Ucraina invadendola a febbraio. Voleva solo sostituire Zelensky e i ministri di Kiev con “persone per bene”. Tutti a chiedersi, sgomenti, a destra e a sinistra, a ovest e ad est di Arcore, perché mai il Cavaliere non abbia più amici in grado di dargli buoni consigli. Nessuno che si ricordi dell’abitudine di Berlusconi di circondarsi più di cortigiani che di amici veri. 

Con quell’uscita francamente incredibile sulle “persone per bene” con le quali si poteva o doveva sostituire il governo ucraino nell’operazione di “denazificazione” proclamata a Mosca viene quasi la voglia di dire che per fortuna il centrodestra, sfumata anche la trazione leghista, è finito nelle mani della Meloni.

E i piedi di Enrico Letta? Sono quelli che, a leggere certe cronache del comizio di chiusura nella piazza romana del Popolo, già traballavano sul palco agli occhi degli amici di partito pronti a sfilargli la segreteria, come nel 2014 gli avevano sfilato, o avevano permesso a Matteo Renzi di sfilargli Palazzo Chigi. Magari, questa volta gli concederanno l’onore -o disonore, secondo le preferenze- di un congresso, ordinario a marzo o anticipato di qualche mese, nella previsione assai diffusa di una sconfitta in quella che poi è stata una corsa non alla vittoria, pur invocata a parole, ma ad un contenuto insuccesso.

Nicola Zingaretti

Per essere sincero, tuttavia, il segretario del Pd non mi sembra quel mezzo o intero deficiente rappresentato da critici ed avversari. Egli paga gli effetti, prima ancora dei suoi errori, dell’eredità lasciatagli da Nicola Zingaretti, fuggendo praticamente dal Nazareno, con l’inopinata promozione di Giuseppe Conte al “punto più alto di riferimento dei progressisti”. Al quale giustamente, anche a costo di compromettere la cosiddetta competitività col centrodestra  di Giorgia Meloni,     lui non ha voluto perdonare la rottura con Mario Draghi. Nè ha voluto mettersi pavidamente in fila per riagganciare il professore, avvocato eccetera eccetera dopo le elezioni, dalle quali sembra che, riesumando al Sud la buonanima di Achille Lauro,  il presidente pentastellato stia uscendo un pò meglio di quando vi è entrato con la spinta verso lo scioglimento anticipato delle Camere. Non gli sono tremati né polsi né palpebre all’annuncio della indisponibilità di Conte a riprendere rapporti col Pd prima che i vari Goffredo Bettini, Andrea Orlando, forse persino Dario Franceschini non ne cambino “il gruppo dirigente”, come se costoro peraltro non ne avessero o non ne facessero parte.

Mario Draghi a New York
Il banchetto di Conte nel 2021

Ospite abbastanza tranquillo ieri sera di Enrico Mentana,, seduto sulla sua poltroncina non come su un trespolo, Letta ha voluto difendere Draghi dagli assalti e dai disprezzi di Conte, che non ne ha mai digerito l’arrivo a Palazzo Chigi, al suo posto. Egli aveva fatto solo finta di esservisi rassegnato improvvisando quel banco in piazza, fra lo stesso Palazzo Chigi e Montecitorio, per un gesto di disponibilità a sostenerne il governo anomalo, da salute pubblica, chiesto dal presidente della Repubblica nella impossibilità, in quel momento, di sciogliere le Camere con una pandemia ancora virulenta. Di Draghi -ha ammonito Enrico Letta, come aveva fatto qualche giorno prima il vecchio Henry Kissinger parlandone a New York a livello internazionale- è prematuro pensare che sia davvero un uomo uscito di scena. 

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Persino Matteo Renzi si affaccia alla via giudiziaria alla politica….

Dal Foglio di ieri
Titolo del Dubbio

Immagino il godimento procurato a Matteo Renzi dalla monografia del “camaleontico” Giuseppe Conte scritta a nove mani, fra autori e coordinatori, per la Repubblica di ieri e quella più solitaria ma ugualmente urticante di Giuliano Ferrara sul Foglio. Che però si è tolta alla fine –in cauda venenum, come dicevano nell’antica Roma- la soddisfazione di ricordare al suo ex “royal baby” dei primi tempi declinanti di Silvio Berlusconi la permanente insidia anche per i “liberalriformisti” del cosiddetto terzo polo costituita dall’ultima versione molto di sinistra del presidente del MoVimento 5 Stelle. “L’uomo di Volturara Appula, ridente paesino dell’Italia autentica”, ha chiosato il fondatore del Foglio trattenendo per sé il segreto addirittura di Google su quella terra pugliese una volta infestata di avvoltoi. 

Giuseppe Conte

Più contesti o deprezzi Conte più fai felice Renzi, che non si lascia scappare occasione per vantarsi di averlo salvato nel 2019 da un turno anticipato di elezioni reclamato da Matteo Salvini sulle spiagge della Romagna per ottenere i famosi e imprudenti “pieni poteri”, ma di averlo poi disarcionato da Palazzo Ghigi per farvi arrivare il per niente stanco e abulico Mario Draghi immaginato, descritto e quant’altro dagli estimatori del professore e “avvocato d’affari”, si diceva prima ch’egli stesso si scoprisse “avvocato del popolo”. Ora addirittura delle plebi, soprattutto meridionali. 

L’ultimo libro di Renzi

Spavaldo sino alla provocazione, più ancora dello stesso Conte, tanto da compiacersi nell’ultimo libro ancora fresco di stampa dell’antipatico o del “mostro” che gli danno gli avversari, Matteo Renzi ha in qualche modo concluso la sua campagna elettorale annunciando di avere querelato per diffamazione il Camaleonte, che lo aveva appena sfidato a comiziare al Sud, “senza scorta”, contro il cosiddetto reddito…grillino di cittadinanza: una fortuna simile alle scarpe e agli spaghetti della buonanima di Achille Lauro. Ah, Renzi, Renzi. Pure tu scommetti sulla via giudiziaria alla politica….

Pubblicato sul Dubbio

La campagna elettorale finisce a carte bollate, con una querela di Renzi a Conte

Dal Fatto Quotidiano
Titolo del Foglio

Meno male che questa sera, con gli ultimi comizi di piazza e appelli televisivi, finirà questa campagna elettorale curiosamente benedetta dagli amici del Foglio con quel titolo già nostalgico in rosso: “Avercene così”, con “avversari che dialogano, poche demonizzazioni, tentativi (anche se goffi) di mostrarsi affidabili”. E con la domanda: “Sicuri che sia stata una campagna bruttissima?”. Addirittura “spassosa” l’ha trovata sul Fatto Quotidiano il fondatore e mio amico Antonio Padellaro. 

Pur se ignorato da tutti i giornali nelle prime pagine,  quell’annuncio televisivo di Matteo Renzi a Barbara Palombelli -sulla quarta rete berlusconiana- di avere querelato per diffamazione Giuseppe Conte è un pò la notizia emblematica non dello spasso ma della tragedia della politica italiana. Che da tempo accetta che a praticarla siano più i tribunali che i partiti.

Dalla prima pagina di Repubblica

Eppure Renzi è di quelli che, anche sulla sua pelle, dovrebbe avere imparato qualcosa in materia. Il camaleontismo dell’ex presidente del Consiglio, ora fortunatamente solo presidente di quel ch’è rimasto del MoVimento 5 Stelle del 2018 -un camaleontismo di cui proprio oggi si occupano su Repubblica ben otto firme- è tutta roba, o robaccia politica, non giudiziaria. Quella sfida che Conte gli ha fatto di andare ad attaccare il reddito grillino di cittadinanza nelle piazze del Sud ,“senza scorta”, è stata tutta politica. E se il reddito di cittadinanza ha preso il posto delle scarpe e degli spaghetti dei lontani tempi di Achille Lauro, prima che nascesse il reato del voto di scambio, anche questo è un fatto dannatamente politico. Che peraltro fu rimproverato pure a Renzi quando raccoglieva voti da presidente del Consiglio, prima dell’infortunio referendario sulla riforma costituzionale, con quegli ottanta euro in più  -se non ricordo male- infilate nelle buste paga del pubblico impiego. 

Titolo del Fatto Quotidiano

Il senatore di Scandicci va ancora oggi orgoglioso di quegli ottanta euro, dichiaratamente o spavaldamente incurante dell’antipatia riservatagli dagli avversari per la disinvoltura con la quale è riuscito nella legislatura ormai alle nostre spalle a montare e smontare governi e maggioranze, sino a fare arrivare a Palazzo Chigi più di un anno e mezzo fa Mario Draghi. Del quale Conte ha ancora una paura da morire per il peso che potrà avere sui partiti italiani anche dopo che è riuscito a farlo dimettere, senza tuttavia liberarsi del suo fantasma, appena rientrato dagli Stati Uniti con un altro bel po’ di prestigio internazionale addosso. Che è stato vanamente sbeffeggiato con le immagini dell’aula dell’assemblea delle Nazioni Unite poco frequentata all’ora in cui gli è capitato di poter parlare. 

I discorsi, le situazioni, le congiunture non si giudicano dal numero degli spettatori. Piazze piene e urne vuote, gridò nel lontano 1948 Pietro Nenni commentando il flop elettorale del “fronte popolare” che lui aveva avuto la sventura di comporre con i comunisti regalando loro, fra l’altro, nella sconfitta il sorpasso sui socialisti. 

Matteo Renzi e Gorgia Meloni fra le impalcature
In Piazza del Popolo ieri a Roma

Pensate, per esempio, volendo fermarci alla Piazza romana del Popolo in cui ieri sera il centrodestra ha un pò anticipato la festa della vittoria ormai attribuitagli anche dagli avversari, costretti solo a sperare di contenerla all’ultimo momento, che tanta gente e tante bandiere valessero  di più di quella foto rubata -prima dell’arrivo in ritardo di Berlusconi- a Giorgia Meloni e a Matteo Renzi seduti a confabulare fra le inpalcature? A me personalmente ha incuriosito più quella foto che ogni altra della serata romana del centrodestra, e dei leader ripresi sul palco da soli o tutti insieme.

Dalla prima pagina della Stampa

Quei due appartati e da tanti considerati concorrenti più che alleati, uno più sospettoso dell’altro, mi hanno dato l’impressione che sotto sotto possano essere complici di chissà quale piano di difesa da Berlusconi e -lontano, a Bruxxelles- dalla sorveglianza appena annunciata dalla presidente in persona della Commissione Europea, Ursula von der Leyen.

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