Il consiglio (inutile) di fine anno a Bersani da Scalfari

             Eugenio Scalfari deve avere letto attentamente  l’intervista di fine anno di Pier Luigi Bersani alla sua Repubblica di carta. E gradito assai poco non solo il contenuto, da cui ha pubblicamente dissentito nel suo appuntamento domenicale con i lettori, ma anche il contesto un po’ filogrillino in cui il giornale da lui fondato nell’ormai lontano 1976 ha voluto pubblicarlo. Per Scalfari invece i grillini continuano ad essere, anche dopo le svolte sbandierate o attribuite al candidato a Palazzo Chigi Luigi Di Maio, “il peggio del peggio”: a tal punto da fargli ribadire la preferenza per Silvio Berlusconi già espressa di recente in televisione procurandosi le rampogne dell’editore senior Carlo De Benedetti e il malumore di mezza redazione, e forse anche più, del giornale diretto ora da Mario Calabresi.

            Quanto è stato scortese De Benedetti con lui, dandogli del vanitoso e incolpandolo di “nuocere” al quotidiano cui adesso presta solo una collaborazione molto ben retribuita, comprensiva del suo nome sotto la testata come fondatore, tanto Scalfari ha voluto essere dichiaratamente “gentile” con Bersani, parlando comunque al passato della loro amicizia e frequentazione. Un passato grazie al quale, anziché mandarlo grillinamente a quel paese, o ignorarne l’esistenza, come ha fatto senza mai citare Massimo D’Alema, lo ha invitato a una telefonata e anche a un sorso di vino, per quanto il diabete glielo sconsigli, o impedisca. E per quanto Bersani sia ormai passato alla cronaca politica per un amante della birra, con tutte quelle fotografie che gli hanno fatto sconsolatamente solo al tavolino di un bar con un boccale a portata di mano.

            Nella certezza di non essere chiamato, Scalfari ha voluto tuttavia dare pubblicamente un consiglio all’ex segretario del Pd “regista” dell’operazione Liberi e uguali con Pietro Grasso. Di cui il fondatore di Repubblica ha inutilmente atteso le dimissioni da presidente del Senato dopo avere seguito Bersani in un’avventura elettorale di opposizione destinata, secondo i sondaggi, a non raccogliere più  del 7 per cento dei voti.

            Il consiglio di Scalfari al “regista” di Grasso è di non perdere altro tempo e di non fare ulteriori danni dopo le elezioni del 4 marzo 2018 inseguendo i grillini. Gli converrebbe invece “rientrare” rapidamente nel Pd, senza fare troppe domande o porre troppe condizioni, e consentire così alla sinistra, e ai centristi che hanno deciso di apparentarsi a Matteo Renzi, di avere in Parlamento più seggi del centrodestra e dei grillini, da soli o insieme.

Bersani vuota il sacco su Prodi, Grasso, Grillo e persino Mattarella….

                L’ultima parola sul 2017 e, più in generale, sulla legislatura appena archiviata ha voluto prendersela l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani  rivelando alla sua maniera, fra il serio e il faceto, alcuni misteri. E riproponendo il progetto che gli costò nel 2013 il lasciapassare per Palazzo Chigi e la segreteria del partito: l’intesa di governo con i grillini. Dalle cui sponde, più alte di allora rispetto al nuovo partito di Bersani oscillante nei sondaggi ben sotto il 10 per cento dei voti, gli è arrivata una certa apertura con un’intervista di Luigi Di Maio a Die Welt. Che il quotidiano Repubblica ha tradotto in italiano e astutamente pubblicato nello stesso giorno di quella appositamente chiesta –credo- all’ex segretario del Pd per dare corpo proprio al progetto di un’intesa governativa fra i grillini smaniosi di svolte e i liberi e uguali affidati dallo stesso Bersani e compagni alla guida formale di Pietro Grasso.

             “La destra  è il nostro principale avversario”, ha detto il candidato pentastellato a Palazzo Chigi escludendo così l’ipotesi di un’intesa con i leghisti di Matteo Salvini, restringendo alla sinistra antirenziana il campo di ricerca di un accordo e citando come quadro di riferimento del suo movimento ciò che è accaduto recentemente nel “sobborgo romano di Ostia”. Dove la partita elettorale del municipio si è giocata fra i grillini, che hanno vinto, e la candidata del centrodestra. Musica, credo, per le orecchie di Bersani. La cui intervista a Repubblica tuttavia s’impone all’attenzione di chi segue la politica, e cerca di raccontarla al pubblico, anche per il velo che l’ex segretario del Pd, vuotando il sacco, ha voluto alzare sui passaggi più controversi  delle prime e delle ultime settimane della diciassettesima legislatura.

               Appartiene alle prime settimane la bocciatura della candidatura di Romano Prodi al Quirinale, gestita personalmente proprio da Bersani dopo il naufragio, da lui neppure ricordato a Repubblica, di quella del presidente del partito Franco Marini, come se fosse stata un’operazione solo di facciata, scontata nel suo esito negativo. Invece la bocciatura di Prodi –ha raccontato l’ex segretario del Pd- fu davvero una sorpresa. E “smontò la possibilità” di un “governo di cambiamento”, e di minoranza, appeso agli umori dei grillini.

            Prodi, quindi, fu messo in pista da Bersani nella corsa al Quirinale in funzione di quel progetto, visto che il presidente uscente Giorgio Napolitano l’aveva bloccato. Ebbene, stando così le cose, dopo che già si erano levate moltissime voci nel Pd contro l’ostinazione di Bersani nell’inseguimento dei grillini, c’è solo da stupirsi che lo stesso Bersani continui a contare come 101 i “franchi tiratori” del suo partito di allora, che nel segreto delle urne di Montecitorio rifiutarono il loro voto a Prodi. Il quale non a caso, e più sinceramente o consapevolmente, come preferite, ha detto di ritenere ch’essi fossero stati ben più numerosi, forse anche più di 150, essendogli venuti appoggi segreti da altre direzioni.

            Appartiene invece alle ultime settimane della diciassettesima legislatura la convinzione espressa da Bersani che il presidente del Senato Pietro Grasso non abbia per niente né sorpreso né infastidito il presidente della Repubblica Sergio Mattarella abbandonando il Pd e accettando la proposta dello stesso Bersani e compagni di intestarsi le liste antirenziane di Liberi e uguali. Vi sarebbero state, al contrario, una consultazione e condivisione fra le due più alte cariche dello Stato.

            Ciò sottintende una cosa che Bersani non ha voluto aggiungere, né come notizia né come auspicio, ma che aleggia sulla sua rappresentazione dei fatti. E’ la possibilità, o speranza, di contare  sull’aiuto e quant’altro di Mattarella, diversamente da quanto accadde con Napolitano nel 2013, di fronte ad un accordo di governo fra grillini, grassiani e altri che volessero starci per garantire la fiducia parlamentare a Di Maio. O a chi dovesse a sorpresa prenderne il posto su designazione o col consenso di Beppe Grillo, che è pur sempre il “garante” del Movimento 5 Stelle.

            Sbaglierò, ma ho il sospetto che la ricostruzione bersaniana dell’operazione Grasso -potenziale capo supplente dello Stato, non dimentichiamolo- abbia mandato di traverso a Sergio Mattarella la preparazione del suo messaggio televisivo di Capodanno.

 

La lunga volata finale di una lunghissima corsa elettorale

            Per quanto mitigata, bontà loro, dall’aggettivo “formale” che l’ha preceduta o seguita, fa un po’ ridere l’apertura della campagna elettorale annunciata dai giornali nel momento in cui il presidente della Repubblica ha sciolto le Camere, per fortuna non nell’acido di rito ormai un po’ mafioso in cui Marco Travaglio avrebbe voluto scrivendone sul suo Fatto Quotidiano.

            In realtà la campagna elettorale per il rinnovo delle Camere elette il 25 febbraio 2013 è in corso almeno dalla sera del 4 dicembre dell’anno scorso, quando risultò bocciata con lo scarto referendario di una ventina di punti la riforma costituzionale targata Renzi.

            Da quel momento tutti –singoli e partiti, grandi e piccoli- si sono mossi solo in funzione dei vantaggi che hanno ritenuto di poter trarre dalle successive elezioni politiche, o dei danni che hanno pensato di potere procurare agli avversari.

            Anche la scissione del Pd, qualche mese dopo, fu studiata e consumata da Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e compagni solo pensando a quanti voti essi avrebbero potuto sottrarre nelle elezioni politiche, anticipate o ordinarie che fossero, a un Matteo Renzi ostinatamente rimasto al vertice del partito anche dopo la sconfitta referendaria, ritirandosi solo dalla guida del governo. Dove peraltro egli aveva chiesto e ottenuto dal presidente della Repubblica di essere sostituito dall’amico Paolo Gentiloni. Di cui il segretario del Pd ha poi tanto apprezzato  lealtà e altre doti, pur nei passaggi in cui Gentiloni non ne ha seguito indicazioni o desideri, come nel caso del rinnovo del mandato di Ignazio Visco al vertice della Banca d’Italia, da averne lasciato porre la candidatura a Palazzo Chigi anche nella nuova legislatura.

            La cosa più importante per Renzi è che dopo le elezioni  sia ancora un uomo del Pd a guidare il governo: lui stesso o Gentiloni poco importa, o importa meno di quanto l’ex presidente del Consiglio avesse ritenuto o lasciato ritenere qualche mese fa.

            Gli schieramenti formatisi l’anno scorso attorno alla riforma costituzionale si sono cristallizzati, con qualche ulteriore vantaggio per il fronte del no, perché lungo la strada hanno finito per scaricare Renzi e il suo partito anche alcuni che a sinistra votarono quella riforma. Ne cito uno fra tutti: Giuliano Pisapia. Non parlo poi del presidente del Senato Pietro Grasso. Che, dopo essersi unito ai dissidenti votando no al referendum, ha accettato di fare mettere il proprio nome al polso, come un neonato, delle liste elettorali antirenziane di Liberi e uguali,  tradotti ormai nell’acronino Leu.

Ma “uguali a chi?”, ha sarcasticamente fatto chiedere Giannelli, in una gustosa vignetta sul Corriere della Sera, da Sergio Mattarella allo stesso Grasso e alla presidente della Camera Laura Boldrini, anch’essa della compagnia elettorale antirenziana, accomiatandoli al Quirinale dopo averne sciolto le assemblee.

            Più che cominciata, sia pure formalmente, la corsa elettorale per la diciottesima legislatura, col decreto presidenziale di chiusura della diciassettesima è cominciata la volata finale. Che sarà lunga sessanta giorni, come lunga di 480 giorni finirà per risultare la corsa o campagna elettorale nel suo complesso. E’ una lunghezza da ammazzare, francamente, qualsiasi corridore. Ma la politica almeno in questo sa fare miracoli. Anche qualche broccolo riuscirà a tagliare il traguardo arrivando nelle nuove Camere per il rotto della cuffia. O della legge elettorale – il cosiddetto Rosatellum- che all’ultimo momento ha sostituito le due uscite –una per Montecitorio e l’altra per Palazzo Madama- dalla sartoria della Corte Costituzionale, dove si lavora curiosamente più di forbice che di ago e filo.   

Dalle frustate di Napolitano alla valeriana di Mattarella

            Ancor prima che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella le staccasse la spina col decreto di scioglimento per fine mandato, firmato rispettando tutte le procedure del caso nel palazzo del Quirinale e offrendo metaforicamente valeriana un po’ a tutti, sulla prima pagina del Corriere della Sera è stata pubblicata qualche giorno fa come foto emblematica della diciassettesima legislatura, cominciata nel 2013 con le frustate di Giorgio Napolitano ai refrattari alle larghe intese, quella del gelido passaggio delle consegne a Palazzo Chigi, il 22 febbraio del 2014, fra Enrico Letta e Matteo Renzi.

            In quella foto, a guardarla ancora oggi, si trovano espresse in tutta la loro evidenza la delusione del presidente del Consiglio uscente e la smania del subentrante, che per poco non si era lasciata scappare dalle mani la campanella d’argento delle sedute di governo consegnatagli svogliatamente da chi l’aveva usata per meno di una decina di mesi soltanto.

            La delusione e l’amarezza di Enrico Letta, incoraggiato digitalmente da Renzi in persona solo qualche settimana prima a “stare sereno” nella sua postazione di Palazzo Chigi, lasciando al segretario del suo partito, fresco di arrivo al Nazareno, il compito di rianimarne la maggioranza, erano destinate a crescere ancora. Sino a quando l’ex presidente del Consiglio, ormai convertito alle nuove mansioni di professore a Parigi, non apprese dai giornali il giudizio liquidatorio espresso su di lui, ancora presidente del Consiglio, da Renzi in persona al telefono con un amico generale della Guardia di Finanza: incapace di governare. E senza avere ancora l’età per potere aspirare al Quirinale, dove invece Renzi lo avrebbe visto bene nel momento in cui Giorgio Napolitano, confermato in primavera, si fosse stancato del suo secondo mandato dimettendosi: cosa che avvenne a gennaio del 2015, quando però il presidente del Consiglio aveva altri, anzi altro, per la testa sul colle più alto di Roma.

            Non meno emblematica della diciassettesima legislatura appena archiviata dal capo dello Stato è tuttavia la foto di quel meno baldanzoso arrivo di Matteo Renzi in una sala di Palazzo Chigi, con la moglie Arnese, la sera del 5 dicembre 2016 per annunciare, anzi per confermare le dimissioni da presidente del Consiglio dopo la cocente sconfitta subita nel referendum sulla sua riforma costituzionale. Cocente sia per le dimensioni –circa 20 punti di scarto- sia per la posta altissima che lui stesso aveva messo sul piatto: la prosecuzione o meno del suo impegno politico, e non solo di capo del governo.

            Poi, resistendo alle pressioni di Mattarella di proseguire lo stesso entrambi i lavori, Renzi ripiegò solo sul ritiro da Palazzo Chigi, contando però di tornarvi presto, magari solo dopo qualche mese, con un passaggio anticipato di elezioni. Che invece il capo dello Stato gli negò, dietro le quinte anche con le brutte, obbligandolo ad aspettare la scadenza ordinaria della legislatura. Alla quale però Renzi, confermato alla segreteria del Pd al prezzo di una scissione a sinistra consumata da Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e compagni, è arrivato con progetti, propositi e quant’altro più modesti.

            In particolare, proprio mentre il suo successore a Palazzo Chigi, Paolo Gentiloni, da lui stesso sponsorizzato a quel posto, si accingeva alla sua conferenza stampa di fine anno e fine legislatura, Renzi ha detto –o confermato- in una intervista alla Stampa di “sperare” che dopo le elezioni a guidare il governo “vada un uomo del Pd”. Che può ben essere interpretata come la speranza di lasciare l’amico Gentiloni dov’è, anche se andare letteralmente non significare restare.

            Un’altra foto emblematica della legislatura appena finita potrebbe essere quella della manifestazione di protesta promossa il 28 novembre 2013 da Silvio Berlusconi sotto casa sua, a Roma, appena dopo che  a scrutinio innovativamente palese il Senato lo aveva fatto decadere da parlamentare applicando in modo retroattivo la cosiddetta legge Severino per la sua condanna definitiva per frode fiscale, comminatagli in agosto da una sezione feriale della Cassazione.

            Quei due verdetti, giudiziario e parlamentare, hanno contribuito a fare di Berlusconi un martire tale da farlo partire nella campagna elettorale per il rinnovo delle Camere, per quanto ancora incandidabile, col vento sulle vele del suo partito e della sua coalizione di centrodestra, pur attraversata da tensioni, contrasti o “capricci”, come lui chiama paternalisticamente quelli del segretario leghista Matteo Salvini. Ed è sempre Berlusconi  ad essersi potuto proporre come l’antagonista principale di Beppe Grillo, neppure lui però candidato personalmente alle elezioni.

            E’ curiosa davvero l’Italia. E sarà probabilmente, dopo il voto appena fissato dal governo per il 4 marzo del 2018, ancora più curiosa di quella uscita delle urne del 24 e 25 febbraio 2013.    

             

La fine ordinaria di una legislatura scampata all’aborto nel 2013

Già con quel numero d’ordine -17- assegnatole dal calendario parlamentare della Repubblica, la legislatura uscita dalle urne il 25 febbraio del 2013 sembrava inevitabilmente sfortunata, da scongiuri più che da auguri.

I risultati elettorali non furono da meno. Il bipolarismo orgogliosamente rivendicato dal centrodestra e dal centrosinistra dal 1994 in poi, come  bandiera della cosiddetta seconda Repubblica, risultò superato da un tripolarismo paralizzante, che neppure il premio di maggioranza assicurato dalla legge elettorale infelicemente nota come Porcellum riuscì a correggere. O vi riuscì solo alla Camera, non anche al Senato, dalla cui fiducia nessun governo poteva e può tuttora prescindere.

La quasi contemporanea scadenza del settennato presidenziale di Giorgio Napolitano, al Quirinale, rendeva costituzionalmente impraticabile ogni tentazione di elezioni anticipate, se mai qualcuno le avesse volute davvero, e non solo a parole, come reclamavano i grillini da una parte, col proposito di compiere lo sfondamento mancato al primo colpo, e i leghisti dall’altra.

Pier Luigi Bersani come segretario del maggiore partito –se non in termini di voti, viste le contestazioni grilline, sicuramente in termini di seggi parlamentari fra Camera e Senato, ma specie alla Camera- ottenne dal presidente della Repubblica un prudente incarico di formare il nuovo governo. Tanto prudente che, quando Napolitano glielo ritirò negandogli il percorso di un governo curiosamente di “minoranza e di combattimento”, appeso agli umori di Beppe Grillo e dei suoi “portavoce” parlamentari, si scoprì che era stato solo un “pre-incarico”.

L’insuccesso politico di Bersani crebbe ulteriormente dopo che il segretario del Pd non riuscì a venire a capo neppure dell’elezione di un successore a Napolitano, nel frattempo arrivato al termine ultimo del suo mandato. I due candidati messi in pista da Bersani per il Pd nella corsa al Quirinale –il presidente del partito Franco Marini prima e l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi poi- furono abbattuti dai franchi tiratori. E Bersani per primo fu costretto a salire quaresimalmente al Colle, seguito da quasi tutti gli altri leader di partito, per chiedere a Napolitano la grazia di lasciarsi ricandidare e rieleggere, alla bella età di 88 anni quasi compiuti che “Re Giorgio” già aveva. Quasi tutti, perché i grillini opposero il rifiuto anche a questo passaggio, candidando sulle piazze e in Parlamento Stefano Rodotà, prima di scomunicarlo per avere osato dolersi, dopo qualche tempo, delle loro improvvisazioni, pure nella gestione del movimento che si era proposto di aprire le istituzioni come scatole di tonno.

Da Napolitano rieletto alla Presidenza della Repubblica le Camere accolsero con spirito che qualcuno, non solo fra i grillini, definì masochistico i rimproveri per le riforme boicottate dalla precedente edizione del Parlamento e per la diffusa diffidenza mostrata anche nella nuova legislatura verso larghe intese, se necessarie –come lui riteneva- per il governo del Paese. E l’opinione del capo dello Stato non poteva essere liquidata come un capriccio senile perché toccava pur sempre a lui nominare i governi, anche se i cultori del sistema maggioritario avevano dato agli elettori l’illusione che potessero eleggere nelle urne pure il governo, e non solo il Parlamento.

Nacquero così le larghe intese governative concordate attorno ad Enrico Letta, mentre Bersani si ritirava in buon ordine, fra il Pd e Silvio Berlusconi, con un programma ambizioso di riforme. Con questa scelta il Pd si allontanò ulteriormente dagli ex alleati elettorali di sinistra e Berlusconi dai leghisti e dalla destra post-missina, ora anche post-finiana.

Questo già faticoso avvio della diciassettesima legislatura fece i conti in agosto con una improvvisata  sezione feriale della Corte di Cassazione. Che, praticamente diffidata da un fax della Procura di Milano dal lasciar cadere in prescrizione un vecchio processo a carico di Berlusconi per frode fiscale, sia pure di una misura risibile rispetto al peso complessivo delle tasse pagate dall’imputato e dalle sue aziende, condannò in via definitiva l’ex presidente del Consiglio. Sotto i piedi del quale si aprì la botola giudiziaria della cosiddetta legge Severino per farlo decadere anche da senatore con inedita votazione, nell’aula di Palazzo Madama, a scrutinio palese.

Le cose si svolsero in modo tale, con forzature difficilmente negabili, visto che anche dall’interno del Pd si erano levate inutilmente voci –per esempio, quella dell’ex presidente della Camera Luciano Violante- a  favore di un rinvio di ogni decisione per lasciare alla Corte Costituzionale la possibilità di pronunciarsi sulla controversa legge Severino, che Berlusconi ritirò il suo partito dalla maggioranza. La quale sopravvisse ugualmente, ma di stenti, per il rifiuto del vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Angelino Alfano, ma anche degli altri ministri dell’allora Pdl, di adeguarsi alle direttive berlusconiane. Nacquero così i “diversamente berlusconiani” del “Nuovo centrodestra”. I loro ormai ex colleghi di partito reagirono tornando orgogliosamente al nome originario di Forza Italia, indossando gli elmetti dell’opposizione e riavvicinandosi ai leghisti.

Come una pera dall’albero, cadde dopo poco più di un mese Enrico Letta dalla guida del governo, sotto l’effetto combinato di una più forte opposizione a destra, oltre a quella grillina, e di un cambiamento radicale al vertice del Pd. Dove arrivò impetuosamente Matteo Renzi. Che, senza badare molto alle forme, si spazientì dei metodi e tempi morotei del collega di partito Enrico Letta, che pure non lo aveva per niente ostacolato nella corsa congressuale alla segreteria, e ne prese il posto in poche settimane: giusto il tempo per attenuare l’opposizione di Berlusconi offrendogli una sostanziale riabilitazione politica con un patto, che prese il nome dalla sede del Pd, il Nazareno, sulle riforme. Al plurale, perché oltre a quella della Costituzione c’era da accelerare quella elettorale, avendo la Corte Costituzionale appena bocciato il malfamato e già ricordato Porcellum.

            Il pronunciamento della Consulta finì per aumentare le difficoltà della legislatura, di cui i grillini si affrettarono a denunciare la delegittimazione, essendo nata con regole risultate appunto illegittime. La Corte, peraltro dirimpettaia al Quirinale, la mise nella incubatrice di una sentenza nella quale si salvavano esplicitamente gli effetti delle elezioni svoltesi col Porcellum. Altro francamente non si poteva fare, perché sennò si sarebbero dovuti demolire anche gli effetti delle elezioni del 2006 e del 2008, svoltesi con le stesse norme.

Lì per lì sembrò che i cerotti della Corte Costituzionale tenessero. Nelle elezioni europee di maggio del 2014 Renzi portò il Pd ad oltre il 40 per cento dei voti, come riusciva a fare la Dc nei tempi migliori: forse troppo, però, per i gusti e le abitudini dei compagni e amici di partito del segretario e presidente del Consiglio. Forse anche per Berlusconi, che vide rappresentare il giovane Renzi come il suo erede. “Royal baby”, lo definì Giuliano Ferrara, ministro per i rapporti col Parlamento nel primo governo del Cavaliere. Ma forse fu troppo per lo stesso Renzi, che sopravvalutò la sua forza d’urto. O sottovalutò, come preferite, vecchi e nuovi timori di concorrenti ed avversari, esterni e anche interni al suo partito.

La baldanza di Renzi, da quel che riuscii a sapere, se non al Quirinale, nei suoi dintorni ambientali e umani, cominciò ad impensierire anche Napolitano. Che, già stanco di suo, con quel bastone che sempre più lo accompagnava nei corridoi del Quirinale, decise proprio alla fine di quell’anno di accelerare con le dimissioni la fine di quella fase eccezionale che sin dal primo momento aveva ritenuto il suo secondo mandato. E si arrivò così a fine gennaio del 2015 all’elezione del suo successore.

Nella soluzione del problema riapertosi al Quirinale Renzi sembrò, a torto o a ragione, condizionato più dai problemi interni di partito che dal collegamento con Berlusconi. Che, anche lui a torto o a ragione, riteneva che del Patto del Nazareno sulle riforme facesse parte anche la ricerca comune del nuovo presidente della Repubblica. L’elezione di Sergio Mattarella finì pertanto per tradursi, malgrado lo stesso Mattarella, nella rottura fra Renzi e Berlusconi, con tutto quello che ne conseguì: anche l’approvazione accindentata della riforma costituzionale e della legge elettorale chiamata Italicum, nonché il sorprendente allineamento nella campagna referendaria sul superamento del bicameralismo e il resto fra l’opposizione berlusconiana, quella dei grillini e la dissidenza della minoranza del Pd. Era una combinazione già micidiale di suo, cui Renzi aggiunse improvvidamente, come lui stesso poi riconobbe, la personalizzazione della partita con l’incauto impegno al ritiro –ma completo- in caso di sconfitta. Che arrivò puntualmente, e smaccatamente. Lo sconfitto rinunciò solo a Palazzo Chigi, trattenendo la segreteria del partito, da cui però sarebbe uscito il grosso delle minoranze.

Considerate le condizioni politiche nelle quali si era aperta e si è sviluppata, l’ondata populistica che l’ha accompagnata dal primo momento, e che ha portato i grillini a mantenere intatta la loro presa elettorale, a dispetto delle defezioni e degli incidenti subiti a livello centrale e locale, i cambiamenti intervenuti persino nella geografia dei partiti, con oltre cinquecento passaggi di parlamentari di ogni area da una combinazione all’altra, compresi i presidenti di entrambe le Camere, può ben essere considerato un miracolo che questa legislatura sia arrivata alla sua scadenza ordinaria. E, oltre a consegnarci con Paolo Gentiloni un presidente del Consiglio ancora in partita,  abbia potuto annoverare non solo riforme bocciate o mancate, ma anche leggi approvate come quelle che hanno garantito nuovi diritti civili, dalle unioni di fatto al biotestamento, una nuova legge elettorale non derivata dalle forbici della Corte Costituzionale e persino un miglioramento della situazione economica, col passaggio dal meno al più, a dispetto di terremoti, crisi bancarie e altri accidenti. Poteva francamente andare anche peggio, visto com’era cominciata.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Il giovanotto grillino sulla strada di Rosalina: quella della ricottina….

            Proprio nel giorno della conferenza stampa di fine anno, e fine legislatura, del presidente del Consiglio uscente Paolo Gentiloni, e forse anche rientrante, uno legge sulla prima pagina del Fatto Quotidiano –e dove, sennò?- la promozione del candidato grillino a Palazzo Chigi, Luigi Di Maio, e pensa alla favola della contadinella Rosalina.  Che va al mercato a piedi con una ricottina da vendere e sogna lungo il cammino quanto potrà diventare ricca e riverita, con tanto di inchino, simulando il quale però la poveretta fa cadere dalla testa la cesta con la ricottina e si scopre quella che era: una poveretta.

            Il Di Maio del Fatto Quotidiano si sente già incoronato presidente del Consiglio “la sera dopo il voto”, quando gli scrutatori avranno finito di contare tutti i voti dei grillini e già l’insonne Sergio Mattarella lo avrà chiamato dal Quirinale per promettergli l’incarico di formare il governo non appena il nuovo Parlamento si sarà insediato, giusto per rispettare le regole. Allora “gli altri partiti si sfalderanno”. Si scioglieranno evidentemente come neve al sole, se avrà nevicato, o affogheranno nell’acqua se a Roma sarà tornata la pioggia in cui è appena annegata metaforicamente la sindaca grillina Virginia Raggi.

            Per quanto sfaldati, sciolti, annegati e quant’altro, il buon Di Maio si sente già all’opera “con tutti” per “trattare alla luce del sole” l’appoggio di cui sfortunatamente il suo governo avrà bisogno in Parlamento per ottenere la fiducia richiesta dalla Costituzione, avendo ottenuto il suo partito più voti degli altri, presi singolarmente, ma non la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera e al Senato, per quanto lui preveda di “triplicare” la rappresentanza parlamentare a 5 stelle.

            Di Maio è sicuro che nessuno potrà resistere né al suo  fascino fisico, né a quello delle sue proposte per la formazione –testuale- di “un esecutivo di competenti e sensibili, scelti anche fuori dal movimento” che lo ha candidato a Palazzo Chigi. Competenti in che senso è facile immaginare, sapendo ormai tutti  quanto lo siano Di Maio e i suoi amici in ogni campo: dalla geografia fisica e politica, senza confini fra Venezuela e Cile, ai vaccini e  ai congiuntivi. Sensibili in che senso, anche questo è facile immaginare conoscendo la sensibilità, appunto, con la quale i grillini usano appunto muoversi, discutere, confrontarsi, eccetera, eccetera. Lo sperimentò bene sulla sua pelle all’inizio di questa legislatura l’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani, messo alla berlina dai “portavoce” parlamentari di Grillo in veste di presidente del Consiglio incaricato, anzi pre-incaricato.

            In verità, Bersani, nel frattempo passato da una “ditta” all’altra, non ne ha avuto abbastanza, visto che continua a inseguire con i compagni di Liberi e Uguali l’intesa con i grillini, per giunta a parti rovesciate, con Di Maio presidente e lui dall’altra parte della scrivania, affiancato prevedibilmente dal sempre sorridente Pietro Grasso. Ma ciò non toglie nulla alla realtà di quel suo fallimento di quasi cinque anni fa, che lo portò a perdere tutto, ad un certo punto anche la salute, fortunatamente ripresa per i capelli che peraltro non ha.

            Dove e quando la ricottina di Di Maio farà la fine di quella di Rosalina è ciò he scopriremo non “la sera dopo il voto”, ma già l’indomani mattina.   

La difesa… digitale della Boschi firmata a sorpresa da Jacopo Fo

              Quando hanno ricevuto dall’amico Jacopo Fo, figlio dello scomparso premio Nobel Dario, un articolo in difesa di Maria Elena Boschi dagli attacchi secondo lui sessisti, o maschilisti, rivoltele all’ombra o col pretesto della vicenda della banca vice presieduta per un po’ dal padre, immagino che al Fatto Quotidiano si siano chiesti, increduli, che cosa farne. Increduli, perché il giornale diretto da Marco Travaglio si è distinto, a dir poco, contro la renziana ex ministra delle riforme e dei rapporti col Parlamento, ora sottosegretaria di Paolo Gentiloni alla presidenza del Consiglio.

            Per un po’ in redazione  debbono essere stati tentati di liquidare il problema ripetendosi a memoria un aforisma famoso di Pietro Metastasio. Che dice: “Voce dal sen sfuggita poi richiamar non vale. Non si trattien lo strale, quando dall’arco uscì”. Ma con quell’impertinente di Jacopo Fo il “sen” del Metastasio calza fino ad un certo punto, perché più ancora del senno del figlio di Dario c’era da parlare del seno della Boschi e di tutto il resto della sua avvenenza fisica, comprese le caviglie appoggiate sui tacchi misura 12.

            La decisione alla fine è stata salomonica. L’articolo è stato diffuso dall’edizione digitale del Fatto Quotidiano con questo titolo: “Banche, l’uso del seno della Boschi come arma di distrazione di massa”. Cioè, per distrarre l’attenzione dal vero scandalo delle banche e dai loro responsabili, compresi i tanti amici degli amici, rimasti generalmente sconosciuti, oltre che impuniti, che hanno potuto ottenere prestiti smisurati contando di non restituirli perché vi avrebbero provveduto i contribuenti: i soliti noti che pagano le tasse al posto degli evasori incalliti.

            Vediamo che cosa succede, debbono essersi detti nel giornale di Travaglio pensando ai naviganti, o “webeti”, come li ha chiamati una volta Enrico Mentana. In effetti, l’articolo non è passato inosservato. Sino al momento in cui ho consultato il sito del Fatto Quotidiano ho contato 103 commenti, non tutti contrari con grande sorpresa –penso- per quanti imbottiscono le edizioni cartacee di quel giornale di pallottole d’inchiostro contro i malcapitati di turno, uomini o donne che siano. Qualcuno, come un certo Iumberto, ha proposto davvero, non per scherzo o dileggio, “un’ovazione di un quarto d’ora” per l’autore, attore e scrittore, come il giornale ha presentato Iacopo Fo ai lettori. Un altro, Roberto, ha scritto: “Bravo, Jacopo, finalmente qualcuno ci porta sul pianeta Terra”, con i richiami evidentemente a tutti quegli impuniti sfuggiti all’attenzione dei vignettisti e degli editorialisti accecati dalle fattezze della Boschi.

            In verità, anche i dissidenti si sono generalmente contenuti. “A Jacopo, che stai a dì”, gli ha chiesto tale Ortottico, sorpreso dalle “scemenze” di tanto figlio. “Franca Rame, grande attrice e gran bella donna, se avesse letto queste amenità, ti avrebbe sculacciato e lasciato senza paghetta per una settimana”, gli ha scritto bonariamente Brian Beagle. “Tutto giusto, caro Jacopo, ma vieni a scriverlo proprio qui, sul Fatto ?”, gli ha chiesto, incredulo, Udovich.

            Con la sigla Sp 1959 un navigante ha cercato di contestare a Jacopo Fo l’opportunità di occuparsi “di argomenti per i quali non si ha alcuna preparazione, tanto per scrivere qualcosa”. Ma si è visto rispondere a dovere, avendo probabilmente avuto, Iacopo,  occasioni di rapporti non felici con le banche.

            Naturalmente tutto rimarrà invariato nella linea e nello stile del Fatto Quotidiano destinato alle edicole. La Boschi non si faccia illusioni.

           

Troppi gli sfregi apportati alla Costituzione di 70 anni fa…

Piuttosto che festeggiare i 70 anni trascorsi oggi dalla promulgazione della Costituzione repubblicana approvata cinque giorni prima  con 458 voti favorevoli e 62 contrari dall’Assemblea presieduta da Umberto Terracini, bisognerebbe chiedersi onestamente che cosa ne sia rimasto dopo le modifiche, non poche, apportate da allora: soprattutto quelle del 1992 e del 1993. Che segnarono obiettivamente l’inversione dei rapporti fra la politica e la magistratura voluti dai padri costituenti, rivoltatisi probabilmente nella tomba per lo scempio compiuto del loro lavoro.

Nel mese di marzo del 1992, proprio sul finire della legislatura cominciata cinque anni prima, e quando già soffiavano i venti delle indagini sulla cosiddetta Tangentopoli, esplose il 17 febbraio a Milano con l’arresto di Mario Chiesa, fu stravolto l’articolo 79 della carta costituzionale: quello che disciplinava l’amnistia e l’indulto affidandone al Parlamento la disposizione, cui avrebbe poi solo formalmente provveduto con decreto il presidente della Repubblica.

Nel nuovo testo solo apparentemente le Camere acquistavano potere ancora maggiore provvedendo direttamente, con la riduzione del ruolo del capo dello Stato alla semplice promulgazione della legge, come di tutte le altre. In realtà, il Parlamento si legava le mani a tal punto da rinunciare di fatto al suo intervento rendendo impossibile l’amnistia. Altro non significa nella sostanza, come i fatti hanno dimostrato con ampiezza, la “maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, in ogni suo articolo e nella votazione finale” richiesta alla legge di amnistia e indulto dal nuovo articolo 79 della Costituzione. La maggioranza parlamentare dei due terzi in una materia del genere è una chimera.

L’unica forma di amnistia sopravvissuta alla modifica costituzionale del 1992 è quella praticata con l’istituto della prescrizione. Il cui uso malaccorto i giustizialisti attribuiscono in malafede sfacciata soltanto agli avvocati degli imputati, capaci di mandare per le lunghe i processi, sino appunto a vanificarli. In realtà, come già denunciava la buonanima di Marco Pannella e confermano i dati deliberatamente ignorati dai tifosi delle Procure, la maggior parte delle prescrizioni matura nelle mani e fra le carte dei magistrati inquirenti. E con la discrezione, negata a parole ma innegabile nei fatti, con la quale essi applicano l’evanescente principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale.

Come se questo non fosse bastato, una politica più pusillanime che preveggente, ormai sotto schiaffo per le iniziative giudiziarie sul deplorevole –certo- ma diffusissimo finanziamento irregolare dei partiti, ignorato o tollerato sino ad allora, mutilò spontaneamente l’anno dopo l’articolo 68, riguardante le immunità parlamentari. Per il cui arresto, perquisizione e intercettazione soltanto si stabilì che fosse ancora necessaria l’autorizzazione della Camera di appartenenza. Per “procedere” contro di loro nelle indagini, dopo che l’avviso di garanzia era già stato trasformato dai giornali in un rinvio a giudizio, per giunta con processi mediatici, non in tribunale, i signori magistrati non avevano più bisogno di niente.

Ancora, come se tutto questo non fosse neppure bastato, anche le immunità sopravvissute per le intercettazioni sono state di fatto ridotte a niente, o quasi, perché sempre più di frequente i politici sono stati messi alla berlina con le intercettazioni eseguite sulle linee degli interlocutori, come se fosse la cosa più normale di questo mondo. C’è stato addirittura un presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che per proteggere le sue prerogative costituzionali, una volta intercettato a colloquio col suo ex vice presidente al Consiglio Superiore della Magistratura Nicola Mancino, dovette ricorrere contro la Procura di Palermo davanti alla Corte Costituzionale. E sentirsi poi dire da un giurista e presidente emerito della stessa Corte di averla di fatto intimidita con la sua iniziativa, obbligandola a dargli ragione.

A proposito di Mancino, sotto processo a Palermo in Corte d’Assise per falsa testimonianza nelle indagini sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia nella stagione delle stragi, quando allo stesso Mancino era capitata la disavventura di succedere al collega di partito Vincenzo Scotti come ministro dell’Interno, c’è anche da ricordare lo scempio, a dir poco, che è stato fatto delle originarie garanzie di governo.

Fu forse giusto, per carità, togliere alla Corte Costituzionale nel 1989 la prerogativa di processare i ministri, oltre che il presidente della Repubblica. Ma non mi sembra che sia stato altrettanto giusto disattendere le competenze dei tribunali dei ministri  all’uopo regolati con legge costituzionale, cui la magistratura può portare gli uomini di governo previa autorizzazione parlamentare.

E’ proprio al tribunale dei ministri, con tanto di passaggio per il Senato, che Mancino avrebbe dovuto essere mandato se accusato formalmente del reato  addebitato agli attori della presunta trattativa e coimputati al processo di Palermo, fra i quali i due capimafia morti nel frattempo: Bernardo Provenzano e Salvatore Riina. Ma, accusato solo di falsa testimonianza nelle indagini, Mancino è potuto finire in quella compagnia davanti ad una Cote d’Assise ordinaria. E aspetta il verdetto.

Anche Silvio Berlusconi, prima di essere assolto in appello e poi anche in Cassazione, rivendicò nel cosiddetto processo Ruby per prostituzione minorile di essere deferito al tribunale dei ministri, essendo stato accusato di avere praticato concussione al telefono sulla Questura di Milano, quando era presidente del Consiglio, per alleggerire –diciamo così- la posizione dell’amica marocchina fermata dalla Polizia. Ma non ci fu verso. La magistratura ordinaria si tenne ben strette le indagini e le competenze su di lui.

Si è detto e scritto della Costituzione promulgata 70 anni fa che sia, nonostante la sua età, la più bella del mondo. Può esserlo stata, ma da giovane, sino agli sfregi procurati dal giustizialismo. Che solo a parole ha dovuto subire nel 1999 qualche sacrificio con la formulazione dell’articolo 111 sul “giusto processo” e sulla sua “ragionevole durata”. Tanto ragionevole che il già ricordato processo a Mancino è in corso a Palermo, solo nel suo primo grado, dal 27 maggio 2013. Sta durando quanto la legislatura agli sgoccioli. E ciò per non parlare delle indagini a monte, di altri processi e di altri imputati.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Le scoperte di fine anno di Massimo D’Alema con il compagno Camilleri

            E’ proprio vero che bisogna morire per essere scoperti e rimpianti da una certa sinistra che pure si è sempre sentita all’avanguardia. Come quella di Massimo D’Alema, che ha aspettato la fine di questo 2017 per confessare ad Andrea Camilleri, in una conversazione appena pubblicata dalla rivista della sua fondazione Intalianeuropei, che l’ultimo e forse anche unico statista avuto dall’Europa è stato non un socialdemocratico, ma il democristianissimo Helmut Kohl, scomparso il 16 giugno scorso. Fu il cancelliere tedesco che volle e seppe riunificare la sua Germania mettendo nelle tasche dei connazionali dell’est marchi “veri”, al posto di quelli “finti”  lasciati loro dai governanti comunisti.

            Con l’italiano Alcide De Gasperi fu la stessa cosa. Dovette morire, pover’uomo, perché il Pci ne scoprisse la lungimiranza politica, dopo averlo dipinto e rappresentato sulle piazze come peggio non si poteva.

 Palmiro Togliatti in persona nella campagna elettorale del 1948 si era proposto davanti ai militanti comunisti radunati nella piazza romana di San Giovanni di cacciare De Gasperi via a pedate dalla guida del governo. E fu sempre lui, Togliatti, che cinque anni dopo lo coprì d’insulti per avere voluto come riforma elettorale una “truffa” –udite, udite- che si proponeva di assegnare un modesto premio in seggi parlamentari a chi avesse ottenuto di suo nelle urne il 50 per cento più uno dei voti validi. Una “truffa” che  nelle elezioni del 1953 non scattò per poche migliaia di voti, di fronte ai quali l’allora ministro dell’Interno Mario Scelba, democristiano come il presidente del Consiglio, fu tentato dall’idea di disporre una verifica, avendo il sospetto che ci fossero stati errori e persino imbrogli negli scrutini. Ma De Gasperi non volle saperne. Egli preferì subire un risultato di dubbia misura piuttosto che aprire un nuovo contenzioso politico, dopo che il Pci aveva infiammato il Parlamento e le piazze con una propaganda a dir poco esagerata: un Parlamento dove il presidente del Senato aveva rischiato di finire in ospedale per una tavoletta lanciatagli addosso per protesta da un esponente del Pci contrario alla riforma elettorale, mentre i suoi compagni lanciavano altro contro i banchi del governo. Il povero Giulio Andreotti, sottosegretario di De Gasperi, si nascose fra le gambe dei colleghi per schivare i colpi, aggravando forse la gobba che già accennava a distinguerlo.

            Con questi precedenti di lungimiranza dei suoi genitori politici D’Alema ha fatto da spalla a Camilleri nella liquidazione del Pd come di un partito ridotto –ha detto l’ex presidente del Consiglio- allo stato di una formazione politica “personale” da Matteo Renzi, di cui pertanto sarebbero servitori più o meno sciocchi tutti quelli che non hanno seguito lo stesso D’Alema e compagni sulla strada della scissione. Che ha portato di recente alla nascita dei Liberi e uguali con la targhetta di Pietro Grasso ai polsi per ragioni di “riconoscimento”. Come si fa con i neonati, ha spiegato l’uscente presidente del Senato in persona in un salotto televisivo con un cenno sorridente di imbarazzo che meglio non poteva esprimere il carattere politicamente un po’ grottesco dell’operazione cui si era prestato tenendosi stretta, oltre alla targhetta del nome nella culla, la seconda carica dello Stato. Che potrebbe farne in campagna elettorale il presidente della Repubblica supplente, fra i comprensibili scongiuri –suppongo- del presidente Sergio Mattarella, eletto dal Parlamento il 31 gennaio 2015 e insediatosi col giuramento tre giorni dopo.   

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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