Le scoperte di fine anno di Massimo D’Alema con il compagno Camilleri

            E’ proprio vero che bisogna morire per essere scoperti e rimpianti da una certa sinistra che pure si è sempre sentita all’avanguardia. Come quella di Massimo D’Alema, che ha aspettato la fine di questo 2017 per confessare ad Andrea Camilleri, in una conversazione appena pubblicata dalla rivista della sua fondazione Intalianeuropei, che l’ultimo e forse anche unico statista avuto dall’Europa è stato non un socialdemocratico, ma il democristianissimo Helmut Kohl, scomparso il 16 giugno scorso. Fu il cancelliere tedesco che volle e seppe riunificare la sua Germania mettendo nelle tasche dei connazionali dell’est marchi “veri”, al posto di quelli “finti”  lasciati loro dai governanti comunisti.

            Con l’italiano Alcide De Gasperi fu la stessa cosa. Dovette morire, pover’uomo, perché il Pci ne scoprisse la lungimiranza politica, dopo averlo dipinto e rappresentato sulle piazze come peggio non si poteva.

 Palmiro Togliatti in persona nella campagna elettorale del 1948 si era proposto davanti ai militanti comunisti radunati nella piazza romana di San Giovanni di cacciare De Gasperi via a pedate dalla guida del governo. E fu sempre lui, Togliatti, che cinque anni dopo lo coprì d’insulti per avere voluto come riforma elettorale una “truffa” –udite, udite- che si proponeva di assegnare un modesto premio in seggi parlamentari a chi avesse ottenuto di suo nelle urne il 50 per cento più uno dei voti validi. Una “truffa” che  nelle elezioni del 1953 non scattò per poche migliaia di voti, di fronte ai quali l’allora ministro dell’Interno Mario Scelba, democristiano come il presidente del Consiglio, fu tentato dall’idea di disporre una verifica, avendo il sospetto che ci fossero stati errori e persino imbrogli negli scrutini. Ma De Gasperi non volle saperne. Egli preferì subire un risultato di dubbia misura piuttosto che aprire un nuovo contenzioso politico, dopo che il Pci aveva infiammato il Parlamento e le piazze con una propaganda a dir poco esagerata: un Parlamento dove il presidente del Senato aveva rischiato di finire in ospedale per una tavoletta lanciatagli addosso per protesta da un esponente del Pci contrario alla riforma elettorale, mentre i suoi compagni lanciavano altro contro i banchi del governo. Il povero Giulio Andreotti, sottosegretario di De Gasperi, si nascose fra le gambe dei colleghi per schivare i colpi, aggravando forse la gobba che già accennava a distinguerlo.

            Con questi precedenti di lungimiranza dei suoi genitori politici D’Alema ha fatto da spalla a Camilleri nella liquidazione del Pd come di un partito ridotto –ha detto l’ex presidente del Consiglio- allo stato di una formazione politica “personale” da Matteo Renzi, di cui pertanto sarebbero servitori più o meno sciocchi tutti quelli che non hanno seguito lo stesso D’Alema e compagni sulla strada della scissione. Che ha portato di recente alla nascita dei Liberi e uguali con la targhetta di Pietro Grasso ai polsi per ragioni di “riconoscimento”. Come si fa con i neonati, ha spiegato l’uscente presidente del Senato in persona in un salotto televisivo con un cenno sorridente di imbarazzo che meglio non poteva esprimere il carattere politicamente un po’ grottesco dell’operazione cui si era prestato tenendosi stretta, oltre alla targhetta del nome nella culla, la seconda carica dello Stato. Che potrebbe farne in campagna elettorale il presidente della Repubblica supplente, fra i comprensibili scongiuri –suppongo- del presidente Sergio Mattarella, eletto dal Parlamento il 31 gennaio 2015 e insediatosi col giuramento tre giorni dopo.   

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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