Gli alti e bassi del presidente del Consiglio a Palazzo Chigi e dintorni

            Appena sollevato dal sostanziale sgonfiamento del cosiddetto affare Diciotti -avendo capito che il processo al suo vice presidente e ministro dell’Interno Matteo Salvini per sequestro aggravato di persona e abuso d’ufficio non passerà al Senato, e né lo stesso Salvini né i grillini favorevoli invece all’azione giudiziaria Gazzetta.jpgprovocheranno la crisi se la richiesta della magistratura sarà respinta con una maggioranza diversa da quella di governo- Giuseppe Conte ha dovuto riaprire il doloroso fascicolo della recessione. E, una volta tanto precedendo la diffusione dei dati in arrivo dall’Istat, ha annunciato lui stesso la caduta della tegola.

            Anche il terzo trimestre dell’anno passato, e secondo del governo gialloverde, si è chiuso negativamente per il prodotto interno lordo, noto con l’acronimo Pil. Rispetto al quale pertanto appaiono esagerate tutte le previsioni di crescita formulate dal governo nel momento del varo della manovra finanziaria per compensare le maggiori spese derivanti dal reddito di cittadinanza e dell’accesso anticipato alla pensione. La cui applicazione si sta già festeggiando nella maggioranza, prima ancora che materialmente qualcuno abbia potuto assaporarne i frutti.

            Del resto, la sensazione, chiamiamola così, di un passaggio dalla stagnazione alla recessione era stata già avvertita, diffusa e argomentata   dalla  Banca d’Italia e da organismi internazionali fra le proteste e gli scongiuri di esponenti del governo, fra i quali persino il ministro dell’Economia Giovanni Tria. E non solo Salvini, nel poco tempo lasciatogli libero dalle decisioni e dalle polemiche sul tentativo di processarlo e, più in generale, sui temi dell’immigrazione più pertinenti alle sue funzioni al Viminale.

            Eppure il presidente del Consiglio, in giro per l’Italia e per il mondo come una trottola, premiato in verità per il suo attivismo con la soluzione appena trovata all’ennesima vicenda di una nave bloccata davanti alle coste italiane -la Sea Watch- con migranti in attesa di destinazione, non ha smesso di sperare sull’inversione della brutta tendenza economica, nonostante tutti e tutto. Prima o dopo, oltre che devoto di Padre Pio sul piano religioso e di Aldo Moro sul piano politico, entrambi suoi corregionali, il presidente del Consiglio si scoprirà gramsciano per la famosa e felice espressione del pessimismo della ragione e dell’ottimismo della volontà coniata dal fondatore della compianta Unità, e tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia: Antonio Gramsci, appunto.

            All’ottimismo del presidente del Consiglio italiano -un ottimismo di ufficio o convinto che sia- non credono tuttavia neppure in un giornale dove certamente non gli vogliono male: il Fatto Quotidiano.Il Fatto.jpg La cui “ cattiveria” di giornata, in prima pagina, è stata dedicata proprio a lui, e dice: “Il premier Conte annuncia un’ulteriore contrazione del Pil nel quarto trimestre del 2018. Ma si aspetta una ripresa nel quinto”. Ridete pure, se vi piace la battuta di sapore un po’ montanelliano: bisogna riconoscerlo al direttore del Fatto, che con  Indro Montanelli ebbe dimestichezza personale e di lavoro, al pari di altri molto diversi, che lui è solito bistrattare. Ma in realtà ci sarebbe ben poco da ridere.

L’ultima di Travaglio: il processo a Salvini serve anche per contrastare gli scafisti

Sentite questa perla di democrazia giudiziaria, come la chiamerebbe Angelo Panebianco, se ve la siete persa in diretta godendovi, si fa per dire, la puntata del salotto televisivo di Lilli Gruber dedicata l’altra sera al processo in cantiere contro il ministro dell’Interno Matteo Salvini per l’affare Diciotti. Che è  il nome del pattugliatore della Guardia Costiera italiana dove nella scorsa estate, per quanto ancorata nel porto di Catania, per ordine del Viminale rimasero bloccati un bel po’ di migranti, doverosamente soccorsi in mare ma in attesa di essere presi in carico, diciamo così, da più paesi disposti, in ambito europeo, ad accoglierli su sollecitazione del governo italiano.

La vicenda si concluse con la partecipazione della Chiesa alla distribuzione degli aspiranti profughi, ma era destinata a sviluppi giudiziari, l’ultimo dei quali è costituto dalla richiesta del cosiddetto tribunale dei ministri di Catania al Senato, nonostante l’archiviazione proposta dalla Procura, di autorizzare il processo a Salvini per sequestro aggravato di persone e abuso d’ufficio.

Di fronte alla possibilità riconosciuta dall’articolo 96 della Costituzione, e da una legge costituzionale Il Dubbio.jpgdi attuazione, che il Senato a maggioranza assoluta neghi l’autorizzazione ravvisando nell’azione del ministro Salvini il perseguimento di un superiore interesse pubblico, prevalente anche sulla contestazione di reati da parte dal tribunale dei ministri, Marco Travaglio ha sostenuto che in tal caso l’Italia subirebbe -sentite, sentite- un danno gravissimo di delegittimazione internazionale.

In particolare, pur riconoscendo il carattere “singolare” di un processo da cui Salvini avrebbe ragione a reclamare di essere assolto – e ciò sia per la natura chiaramente ministeriale e non personale o corruttivo dei reati contestatigli, specie dopo la corresponsabilità proclamata, anzi rivendicata dall’intero governo, ora anche con una dichiarazione del presidente del Consiglio Giuseppe Conte- il direttore del Fatto Quotidiano     ha sostenuto che il Senato debba rinunciare al diritto riconosciutogli dalla Costituzione di impedire la prosecuzione dell’azione penale.

Solo un’assoluzione di Salvini con sentenza giudiziaria, e con i tre gradi previsti ancora dal nostro sistema, dimostrerebbe al mondo intero, e persino agli scafisti, che potrebbero trarne finalmente le conseguenze desistendo dai loro odiosi traffici umani, o destinando altrove le loro vittime, la legittimità della linea della fermezza adottata sugli sbarchi dal governo gialloverde.

Complementare a questo ragionamento di Travaglio -non meno curioso del processo in cantiere contro Salvini- è il fastidio da lui espresso visivamente e verbalmente, collegato con lo studio televisivo dal suo ufficio di redazione, per le aperture implicite o esplicite ad un voto del Senato contro la richiesta della magistratura ravvisate, a torto o a ragione, nelle dichiarazioni persino di un grillino  barricadiero come Alessandro Di Battista sulla responsabilità collettiva del governo nell’affare Diciotti.

            Come una trentina d’anni fa contro l’immunità parlamentare, disciplinata dall’articolo 68 della Costituzione e picconata sin quasi alla demolizione per facilitare e accelerare la fine giudiziaria, prima ancora che politica, della cosiddetta prima Repubblica, che già di suo -bisogna riconoscerlo- non se la passava molto bene, così ora è cominciata un’operazione oggettivamente politico-giudiziaria contro l’immunità governativa disciplinata dal 1989 dall’articolo 96, sempre della Costituzione. Che fu modificato quell’anno rispetto al testo originario per far passare i reati ministeriali dalla originaria e straordinaria competenza della Corte Costituzionale a quella della magistratura ordinaria.

Questa volta è in gioco, sull’altare del “cambiamento”, che è la parola d’ordine dei grillini non meno gridata di qella dell'”onestà”, la sorte della pur incipiente terza Repubblica. Della seconda non parliamo neppure perché forse non ci siamo neppure accorti di viverla, tanto poco è durata, e tanto confusa è stata. Ormai si cerca di marciare a tappe forzate verso un passaggio di sistema davvero, in cui la democrazia non è vera se non è giudiziaria, per tornare a Panebianco. Che forse è troppo generoso a parlare ancora di democrazia, e non di Repubblica giudiziaria e basta.

Nel nuovo sistema, che francamente non so neppure se destinato a rivelarsi compatibile con la democrazia diretta o digitale perseguita dagli stessi grillini, con o senza il corollario della riforma dell’istituto referendario già all’esame della Camera, il giudice non è più la voce ma la fonte stessa, e unica,  del diritto.

A dare man forte alla visione di Travaglio della politica e dei suoi rapporti ancellari con la magistratura, a dispetto della lettera e dello spirito della Costituzione, è stata nello studio tele visivo de La 7 l’avvenente Irene Tinagli, angosciata dall’idea che i grillini possano perdere chissà quanti altri voti ancora in caso di soccorso a Salvini per sottrarsi al processo. O per rispettare, direi invece, le competenze e prerogative assegnate dalla Costituzione al Parlamento in caso di reati così ampiamente riconosciuti, peraltro, come ministeriali, non dettati da interessi, affari e quant’altro di carattere personale dell’imputato, parlamentare o non che sia.

Eppure, della Tinagli è appena stato pubblicato un libro sulla, anzi contro “la grande ignoranza” -che è il titolo del volume- incombente da tempo su quanti maneggiano il nostro Paese. Beh, con l’idea che ha mostrato di avere dei rapporti fra politica e magistratura, preoccupandosi più delle sorti elettorali di un partito che del rispetto degli equilibri garantiti dalla Costituzione fra i poteri, spero che la signora tratti meglio la sua materia. Che è l’economia.

 

 

 

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I grillini nel frullatore del processo in cantiere a Matteo Salvini

         E’ proprio vero che tanto va la gatta al lardo che ci rimette lo zampino. La gatta questa volta è la furbizia dei grillini, convinti per un po’ di essere aiutati dal pur ingombrante Matteo Salvini a sottrarsi all’ennesima scelta fra le originarie posizioni di lotta e il ruolo di governo scelto dopo la parziale vittoria elettorale dell’anno scorso: quando i pentastellati raccolsero più voti di ogni altro partito, ma non di tutti presi insieme, per cui volendo sfuggire al rischio di restare all’opposizione si allearono appunto con Salvini e la sua Lega.

          Fra i non pochi inconvenienti di chi governa, oltre al pericolo di deludere gli elettori, specie quando si sono fatte promesse spropositate, c’è quello di incorrere in un’azione giudiziaria. E’ accaduto manifesto.jpgappunto a Salvini, che il cosiddetto tribunale dei ministri di Catania, con la procedura dell’articolo 96 della Costituzione, ha chiesto al Senato di poter rinviare a giudizio per sequestro aggravato di persone e abuso di ufficio, avendo egli bloccato nella scorsa estate per alcuni giorni oltre 170 migranti sulla nave Diciotti  della Guardia Costiera italiana, che li aveva soccorsi in mare. Il presunto sequestro, in qualche modo ripetuto davanti alle coste di Siracusa in questo gennaio per i migranti raccolti dalla nave Sea Watch battente bandiera olandese, era finalizzato alla distribuzione dei migranti fra più paesi, come poi avvenne.

          Di fronte alla richiesta di autorizzazione della magistratura i grillini non hanno potuto sottrarsi all’obbligo di riconoscere che, se reato ci fu, non venne commesso solo da Salvini ma da tutto il governo, a nome del quale ha parlato il presidente del Consiglio in persona, Giuseppe Conte, dopo che il suo vice Luigi Di Maio si era offerto, bontà sua, a testimoniare al processo a favore del suo omologo leghista, ministro dell’Interno e imputato.

         Questo comportamento dei grillini, misto di lealtà e di furbizia, ma forse più della seconda che della prima, presupponeva una tale disponibilità dell’imputato a lasciarsi processare da accettare che i suoi Staino.jpgalleati di governo votassero al Senato per l’autorizzazione. “Se lui stesso vuole il processo, perché deluderlo o contraddirlo ?”, aveva chiesto Di Maio, sornione, in un salotto televisivo gustandosi lo scampato pericolo- secondo lui- di chiedere ai propri compagni di partito di scendere dal pero della loro ostilità di principio ad ogni forma di immunità o protezione, per quanto prevista dalla Costituzione, e di misurarsi con la realtà di un no alla magistratura per difendere le prerogative di governo da essa contestate.

         Salvini a questo gioco più furbo, ripeto, che leale, si è alla fine rivoltato. E ciò un po’ per una questione di principio, per il rispetto dovuto a una prerogativa garantita dalla Costituzione a tutela della separazione dei poteri -che i leghisti impararono ad apprezzare quando passarono dall’opposizione alle esperienze di governo con Silvio Berlusconi-  e un po’ per una questione pratica più Rolli.jpgche comprensibile. Che è questa: il rischio di vedersi condannato al processo e di subirne gli effetti preclusivi come ministro e politico, anche con la sola sentenza di primo grado, sufficiente a fare scattare una legge chiamata Severino, dal nome della ministra della Giustizia dell’epoca in cui fu emanata.

         Deciso a questo punto ad avvalersi delle prerogative costituzionali, che gli consentono di non essere processato se il Senato gli riconosce -come d’altronde gli riconoscono pure Conte e di Maio- di essersi mosso nella vicenda della nave Diciotti nel superiore interesse pubblico, esplicitamente indicato in una leggeGazzetta.jpg costituzionale attuativa del già citato articolo 96, Salvini ha schiacciato -per tornare alla metafora iniziale- lo zampino della gatta grillina sul lardo della furbizia o, peggio ancora, del doppio gioco. E ha messo i suoi alleati di governo nei guai, in vista delle votazioni che dovranno svolgersi sulla sua vicenda prima nella giunta competente e poi nell’aula del Senato, peraltro in un arco di novanta giorni che coincide con un bel po’ di campagne elettorali per il rinnovo di Consigli regionali e del Parlamento Europeo. Dai cui risultati dipende, non meno che da altri fattori, e forse anche di più, anche la sopravvivenza del governo gialloverde.

         La situazione, avvertita come pericolosa questa volta persino dal solitamente serafico Conte, oltre ad arroventare il dibattito politico fuori e dentro la maggioranza -con le opposizioni anch’esse divisesi sul da farsi, tra i forzisti di Silvio Berlusconi -per esempio-decisi al pari della Biani.jpgdestra di Giorgia Meloni a sostenere Salvini e i piddini di ogni tendenza a cavalcare invece la vicenda giudiziaria contro il ministro dell’Interno- ha naturalmente scatenato la fantasia generalmente brillante dei vignettisti e dei titolisti delle prime pagine. Brillante, però, con una eccezione almeno a mio parere: quella di Mauro Biani, che sul manifesto si è lasciato prendere la mano dall’antisalvinismo ed ha in qualche modo paragonato il processo al ministro dell’Interno a quello di Norimberga contro i boia nazisti.   

 

 

 

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Anche la ministra Trenta cade in tentazione… di protagonismo

            In quella che ormai è diventata nel governo gialloverde una gara alla sorpresa, o allo spiazzamento, è caduta in tentazione anche la ministra grillina della Difesa Elisabetta Trenta. Che pure sembrava, almeno nella delegazione governativa a cinque stelle, la più attrezzata alla sua funzione: più ancora forse dello stesso presidente del Consiglio, cioè il professore e avvocato civilista Giuseppe Conte.

            A 52 anni neppure compiuti, e con una laurea che non guasta mai nel proprio curriculum, a dispetto delle battute del pur simpatico Nino Banfi appena trasportato dal vice presidente del Consiglio grillino Luigi Di Maio nella commissione italiana per l’Unesco, la signora Trenta è stata fra il 2005 e il 2006 consigliera politica della Farnesina in Iraq, ed esperta senior a Nassiria. Dal 2009 al 2013 ha lavorato in Libano con i gradi di capitano della riserva internazionale per la missione Unifil. E in Libano è recentemente tornata come ministro anche per mettere una pezza, diciamo così, allo sbrego diplomatico appena compiuto sullo stesso posto da un suo collega di governo, il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, parlando dei tormentatissimi rapporti fra israeliani e palestinesi, e annesse complicazioni terroristiche.

           Ebbene, all’insaputa non si è capito bene se anche del presidente del Consigylio, ma sicuramente del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, che ha assicurato il giornalista di turno di non saperne appunto nulla, la signora Tronca ha disposto la “pianificazione” del ritiro entro un anno dei militari italiani dall’Afghanistan. Dove si trovano non certo per motivi turistici da molto tempo ormai, con puntuali e costosi avvicendamenti.

          Alla sorpresa, a dir poco, imbarazzata e imbarazzante del ministro degli Esteri, impegnato come tutti i suoi colleghi al di qua e al di là dell’Atlantico nel coordinamento della posizione italiana con quella appena annunciata, pur con una certa confusione, dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump per il ritiro delle truppe americane anche dall’Afghanistan,  si è contrapposto il giubilo di Alessandro Di Battista. Che è un compagno di partito della signora Trenta, prodigo di dichiarazioni, interviste, viaggi in montagna e altrove con l’amico dichiaratamente fraterno Di Maio, ma è al momento privo di qualsiasi incarico che lo qualifichi nel pur anomalo partito di Beppe Grillo. Dibba, come lo chiamano affettuosamente a Trastevere e dintorni, non sembra neppure in corsa per qualche candidatura alle elezioni europee di maggio, dalle quali anzi sembra volersi tenere lontano avendo forse ambizioni più domestiche, in ogni senso.

          Certo, vista la frequenza delle sortite estemporanee nel governo e, più in generale, nella maggioranza sminatore.jpggialloverde, che gli hanno peraltro impedito di riconoscersi nella posizione dell’Unione Europea, pur apprezzata dal suo ministro degli Esteri e dai leghisti, sulla grave crisi esplosa in Venezuela, dove vivono peraltro più di 130 mila italiani, il presidente del Consiglio Conte avrebbe bisogno di fare rientrare in fretta dall’Afghanistan almeno un militare, di quelli bravi a trovare e disinnescare mine. Dovrebbe allestirgli a Palazzo Chigi un ufficio più adiacente al suo di quello del capo ufficio stampa, portavoce o non so cos’altro Rocco Casalino

 

 

 

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Matteo Salvini ringrazia sentitamente chi manovra per farlo processare

Per un’approssimazione che sconfina in asineria istituzionale, avrebbe forse detto il compianto Francesco Cossiga, si sta cercando da qualche parte di liquidare la questione del processo a Matteo Salvini, sollevata dal cosiddetto tribunale dei ministri di Catania, come l’ennesima edizione dell’immunità parlamentare. Cui peraltro si sono richiamati i grillini per convincere, a quanto pare, il loro capo e vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio a sostenere che la costante contrarietà  del movimento delle 5 stelle a questo istituto non consenta eccezioni di sosta, neppure per un prezioso, per quanto temporaneo, alleato di governo come il ministro leghista dell’Interno, e vice presidente del Consiglio pure lui.

Ma l’immunità parlamentare, oltre ad essere stata abolita per promuovere e condurre Richiamo Dubbio.jpgprocessi contro deputati o senatori, protetti ora dalla richiesta di autorizzazione solo per l’arresto, la perquisizione e l’intercettazione, non c’entra nulla col problema di Salvini. E del processo cui il tribunale catanese dei ministri ha chiesto di sottoporlo, nonostante l’archiviazione proposta dalla locale Procura della Repubblica, per sequestro aggravato di persone e abuso d’ufficio in ordine alla vicenda, nella scorsa estate, del pattugliatore Diciotti della Guardia Costiera Italiana. Che il ministro dell’Interno bloccò nel porto etneo col suo carico di migranti soccorsi in mare, fino a quando non ne ottenne l’assegnazione a più paesi, e ai vescovi italiani.

Mentre la vecchia immunità parlamentare, disciplinata dall’articolo 68 della Costituzione consentiva a deputati e senatori interessati di cautelarsi da un eventuale fumo persecutorio da parte della magistratura, l’immunità governativa o ministeriale, chiamiamola così, disciplinata dall’articolo 96 della Costituzione, e riguardante ministri anche non parlamentari, consente al Parlamento di giudicare preventivamente, rispetto alla magistratura, se vi è stato un interesse pubblico superiore a determinare una condotta governativa configurata come reato dai promotori dell’azione penale.

Lo dice in modo così chiaro la legge costituzionale di attuazione dell’articolo 96 -modificato nel 1989 per spostare la competenza dei reati ministeriali dalla Corte Costituzionale alla magistratura ordinaria, cui appartengono i cosiddetti tribunali dei ministri composti in ogni distretto giudiziario da tre giudici sorteggiati- che ha dovuto riconoscerlo pure Marco Travaglio in un editoriale sul Fatto Quotidiano.  Che trasudava dalla voglia grillina di portare Salvini sul banco degli imputati, e magari anche altrove, per quanto il leader leghista come parlamentare avrebbe bisogno di un’apposita autorizzazione per finire nella cella lasciata perfidamente immaginare o desiderare da Emilio Giannelli, in una vignetta di prima pagina del Corriere della Sera, anche ai due più accreditati candidati alla segreteria del Partito Democratico. Dove personalmente mi auguro invece che si nutrano altri sentimenti, nonostante gli sforzi continui di Salvini di sottrarvisi con quella ostentata gestione muscolare della linea della fermezza in tema di immigrazione e di porti: una linea il cui solo nome, quello appunto della fermezza, mi procura gli stessi brividi -vi confesso- di quando fu praticata da un ben altro governo per gestire  nel 1978 il sequestro di Aldo Moro. E scusatemi la divagazione.

La competenza affidata con legge costituzionale al Parlamento per valutare il superiore interesse pubblico a supporto di un atto ministeriale configurabile come reato, ma conforme ad una linea di governo peraltro suffragata dalla fiducia delle Camere mai venuta meno sull’argomento, dovrebbe in teoria impedire persino al ministro interessato di aggirarla con una rinuncia alle garanzie dell’articolo 96. Eppure proprio questa rinuncia è sempre più chiaramente auspicata dai grillini per  evitare un passaggio parlamentare scomodissimo per varie ragioni: dal timore di una ulteriore e forse non recuperabile frattura nei rapporti fra i due partiti di governo alla paura di vedere formare nell’aula del Senato, dove i numeri gialloverdi sono scarsi, una maggioranza alternativa grazie all’appoggio già garantito a Salvini dalla destra di Giorgia Meloni e dai forzisti di Silvio Berlusconi. Che proprio in questi giorni è tornato alla ribalta, se mai se ne fosse davvero allontanato, candidandosi al Parlamento Europeo nel venticinquesimo anniversario della sua prima “discesa in campo”.

A sostegno di una rinuncia di Salvini alle garanzie dell’articolo 96 della Costituzione è stato citato un precedente del compianto Altero Matteoli, l’ex colonnello toscano di Gianfranco Fini più volte ministro e rimasto fedele a Berlusconi sino alla fine. Ma il precedente è imparagonabile alla vicenda attuale di Salvini.

Matteoli fu accusato nel 2014 con altri cento imputati di corruzione per i lavori del Mose, a Venezia. Egli rinunciò in modo ininfluente all’autorizzazione del Senato dopo che già era stata raggiunta la maggioranza contro di lui nella competente giunta, e l’esito della votazione in aula era scontato. Processato, fu condannato a 4 anni in primo grado  nel mese di settembre del 2017, tre mesi prima di morire in un incidente stradale a Capalbio.

Il caso Salvini, purtroppo per i grillini, è -ripeto- dannatamente diverso, con risvolti ed effetti politici e istituzionali a dir poco imbarazzanti per la maggioranza gialloverde già in grossi affanni su tanti versanti, interni e internazionali. Essi non sono forse estranei alla tentazione, anzi alla “rassegnazione” appena attribuita al presidente della Repubblica Sergio Mattarella dal quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda a “cambiare passo” nell’imminente inizio del quinto dei sette anni del suo mandato, per diventare “interventista”.

Non basterebbe più sul colle più alto di Roma la “terzietà’ attiva” praticata sinora, secondo quanto Breda ha scritto sentendo con orecchio molto allenato “coloro che stanno vicino” al capo dello Stato.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Troppi i nodi nella maggioranza. Mattarella tentato dall’interventismo

            Più che dalle acque di Siracusa, o di Salvini, come le ha chiamate Giannelli nella vignetta del Corriere della Sera sul blocco della nave dove un’altra cinquantina di migranti aspettano da giorni di conoscere la loro sorte,  mentre magistrati minorili e parlamentari d’opposizione cercano di imporne lo sbarco a un governo riottoso; più che dai corridoi del Senato e dintorni, dove sta maturando l’ennesimo scontro nella maggioranza fra grillini e leghisti, questa volta sulla sorte del processo a Salvini per sequestro di persona e abuso d’ufficio chiesto dal cosiddetto tribunale dei ministri di Catania in riferimento alla vicenda estiva dei quasi duecento migranti soccorsi e poi bloccati pure loro sul pattugliatore Diciotti della Guardia Costiera italiana; più che dalla Farnesina e dagli altri palazzi dove si sta gestendo la surreale adesione critica, chiamiamola così, alla posizione una volta tanto unitaria assunta in breve tempo dall’Unione Europea contro il contestatissimo presidente venezuelano Nicolas Madero, che ha ridotto il suo paese alla miseria ed è ora puntellato solo dai vertici militari, preferiti in Italia dai grillini al presidente del Parlamento che da Caracas reclama nuove elezioni; la notizia politica di giornata viene dal Quirinale. Dove lo spettacolo appena descritto di una maggioranza di governo a dir poco in affanno e confusione probabilmente non piace. E ha già guastato la imminente ricorrenza del quarto anniversario dell’elezione di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica, e del conseguente inizio del suo quinto e terz’ultimo anno di mandato.

              Il quirinalista Breda 1 .jpgdel Corriere della Sera Marzio Breda, collaudato  da molti anni ormai nell’ascolto -ha scritto- di “coloro che stanno vicino” al capo di Stato di turno, ha annunciato che sulla soglia del quinto anno, appunto, del suo mandato presidenziale Mattarella “si è rassegnato al cambio di passo, a diventare interventista”. Caspita, non è cosa da poco.

              A leggere queste parole mi sono ricordato di quelle analoghe riferitemi direttamente e amichevolmente agli inizi degli anni Novanta dall’allora capo dello Stato Francesco Cossiga. Che aveva deciso di passare dalla lunga Breda 2 .jpgrappresentazione fattane dai vignettisti di un uomo distratto o dormiente, tra gli stucchi e gli specchi del Quirinale, al ruolo dichiarato e compiaciuto di “picconatore”. Che egli onorò sino all’ultimo momento del suo incarico, anticipandone con le dimissioni l’epilogo solo di qualche settimana, sufficiente però a sconvolgere i piani della maggioranza uscente di governo, composta da democristiani, socialisti, socialdemocratici e liberali, priva ormai della partecipazione dei repubblicani di Giorgio La Malfa, usciti polemicamente dall’ultimo governo di Giulio Andreotti. Era una maggioranza che, pur uscita ristretta nei numeri dalle urne del 1992 fra gli spifferi di Tangentopoli, decisa a chiedere e ottenere da Cossiga il ritorno di Bettino Craxi a Palazzo Chigi, allontanato nel 1987 con le brutte dall’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita.

               Ma Cossiga preferì sottrarsi alla gestione della crisi post-elettorale che lo aspettava secondo le scadenze ordinarie e, anticipando l’uscita dal Quirinale, passò la patata bollente al successore in qualche modo improvvisato Oscar Luigi Scalfaro, collega di partito eletto a caldo dopo la strage mafiosa di Capaci.

              Già orientato di suo diversamente dal predecessore sugli scenari della nuova legislatura, Scalfaro assunse informazioni direttamente e inusualmente dal capo della Procura di Milano che guidava l’inchiesta sul finanziamento irregolare della politica. E bloccò la designazione di Craxi mandando a Palazzo Chigi un altro socialista, Giuliano Amato, strappandone con grandissima astuzia istituzionale  l’indicazione allo stesso Bettino. E il piccone contro le mura, e non solo le mura, della cosiddetta prima Repubblica passò direttamente dalle mani dell’ormai ex o presidente emerito della Repubblica Cossiga a quelle dei magistrati.

              Uomini, problemi, condizioni e quant’altro, per carità, sono diversi a distanza ormai di una trentina d’anni, ma fa lo stesso una certa impressione sentire  e leggere sul più diffuso giornale italiano, nel mezzo di una situazione politica obiettivamente difficile e confusa, di un presidente della Repubblica “rassegnato a diventare interventista”, avendo evidentemente  sperimentato l’insufficienza o l’esaurimento di quella che Marzio Breda ha definito una “terzietà attiva”.

              In verità, il quirinalista del Corriere della Sera ha proiettato la fase “interventista” cui si sarebbe Un nero al Quirinale.jpg“rassegnato” il presidente della Repubblica verso le “transizioni costituzionali” delineate dalla “democrazia diretta” e dal “federalismo differenziato” che stanno cucinando nel pentolone della maggioranza gialloverde. Ma prima ancora di arrivare a quelle stazioni il convoglio, diciamo così, del capo dello Stato – arricchito da poco di un corazziere nero che ha acceso la fantasia dei retroscenisti in questo periodo di forti polemiche sui migranti- deve affrontare il percorso dei problemi più immediati. Che sono quelli elencati all’inizio. Essi  alimentano le cronache politiche di questi giorni e sono destinati a incrociare prima o dopo le competenze del presidente della Repubblica, a tutela dei principi costituzionali e dei rapporti costituzionalmente garantiti fra i vari poteri dello Stato.

 

 

 

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Già finita la fuga di Conte dai sovranisti. La caduta nella curva del Venezuela

           Peccato. La fuga di Giuseppe Conte dal gruppo dei cosiddetti sovranisti sulla salita di Davos è già finita. Il corridore è caduto sulla curva che potremmo chiamare del Venezuela, dal paese sudamericano dove si sta consumando la doppia tragedia della democrazia e della fame. E il mondo si sta dividendo tra i sostenitori del presidente fraudolentemente rieletto Nicolas Maduro e il giovane presidente del Parlamento Juan Guaidò, autoproclamatosi presidente Titolo Venezuela.jpgad interim della Repubblica con l’appoggio degli Stati Uniti d’America, accusati per questo di ingerenza dalla Russia di Putin. Che da tempo acquista petrolio venezuelano sotto costo e volta la faccia dall’altra parte piuttosto che riconoscere che in quel paese ormai si vive, per il dissesto cui l’ha ridotto l’erede di Chavez, “tra spie, cibo scaduto e acqua razionata”. Così  si legge su una delle tante prime pagine dei giornali italiani che se ne occupano anche per i tanti connazionali che vi vivono: più di 130 mila. Cui potremmo in qualche modo aggiungere due milioni di oriundi.

           Per una volta -e nel campo difficilissimo della politica estera, che i vari governi cercano tanto di gestire per conto loro da chiamare, in modo altisonante ma ambiguo, il commissario che se ne occupaGuaidò.jpg “alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza” – l’Unione Europea ha voluto e potuto schierarsi abbastanza presto da una parte. Che è quella praticamente di Guaidò, condizionandone il riconoscimento al rifiuto sinora scontato di Maduro di concedere entro otto giorni nuove e finalmente democratiche elezioni.

            Ebbene, che ti fa il nostro presidente del Consiglio Conte, pur staccatosi a Davos -ripeto- dai cosiddetti sovranisti per irridere alla “retorica europeistica” dei francesi e tedeschi, appena accordatisi per allestire  nel  Consiglio di Sicurezza dell’Onu un seggio permanente per la Germania piuttosto che per l’Unione Europea? Egli lascia, bontà sua, pronunciarsi il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi a favore della posizione espressa dall’Unione, ma Naduro.jpgsi mette personalmente in disparte sulla materia per non contraddire il sostegno pieno a Maduro annunciato per conto dei grillini neppure dal vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio, ma dall’ormai ex deputato ma sempre incombente concorrente Alessandro Di Battista. Cui invece l’altro vice presidente del Consiglio, e ministro dell’Interno, Matteo Salvini reagisce in malo modo staccandosi questa volta lui dai sovranisti, e infischiandosene una volta tanto della posizione dei suoi amici a Mosca. Dove sino a qualche giorno fa il leader leghista si recava sentendosi dichiaratamente e orgogliosamente “di casa”.

             La questione venezuelana è così servita in Italia non solo a interrompere la fuga di Conte dai sovranisti ma anche ad aumentare il contenzioso politico fra leghisti e grillini, già ingrossatosi parecchio con la richiesta del cosiddetto tribunale dei ministri di Catania al Senato, condivisa da molti pentastellati, di processare Salvini per sequestro di persona e abuso d’ufficio, avendo trattenuto in agosto sul pattugliatore Diciotti della Guardia Costiera più di 170 aspiranti profughi, soccorsi in mare ma da distribuire fra più paesi nella logica e nello spirito della politica adottata dal governo in tema di immigrazione.

            La posizione dei grillini sul Venezuela ha una sua sinistra coerenza, denunciata in una intervista dal senatore di tradizione democristiana Pier Ferdinando Casini, rieletto il 4 marzo scorso come indipendente nella sua Bologna nelle liste del Pd.

            Un anno e mezzo fa lo stesso Casini, allora presidente della Commissione Esteri del Senato, rientrando da una visita ufficiale in Venezuela presentò una mozione estremamente critica sulla situazioneCasinijpg.jpg già allora pesante cui Maduro aveva ridotto il Paese avvolgendosi nel mito dello scomparso Hugo Chavez. La mozione fu approvata, ma col voto contrario dei grillini, rimasti ostinatamente fermi quindi nelle loro idee, nonostante la situazione nel frattempo in Venezuela si sia ulteriormente aggravata. Casini forse anche per questo si è chiesto di recente se la prospettiva venezuelana non sia quella perseguita per l’Italia al governo dal movimento di Grillo, pur fra le alterne distinzioni e distanze dei leghisti.  

 

 

 

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Le autoreti dei grillini nei doppi giochi contro Salvini per l’affare Diciotti

             In uno scenario politico più da vignette che da commenti, più da sottintesi che da proclami, più da doppiezze che da chiarezze, più da riserve che da convinzioni, l’annuncio è stato affidato -forse solo per valutarne gli effetti- al Fatto Quotidiano con un titolo di prima pagina. Che dice: “Di Maio compatta i suoi: ok all’autorizzazione a procedere per sequestro” contro il collega di governo Matteo Salvini. Al quale lo stesso Di Maio, come si legge nelle cronache di altri giornali, avrebbe personalmente e amichevolmente esposto l’aggravamento del solito marasma fra i parlamentari e i militanti webeti -direbbe Enrico Mentana- del movimento delle 5 stelle di fronte alla sola ipotesi di concedere la tanto bistrattata “immunità parlamentare” ad un alleato, per giunta del calibro di Salvini. Che dalla nascita del governo si è presa tutta la scena politica, mette costantemente in imbarazzo i grillini su tutti i temi, e non solo quelli della sicurezza, ma soprattutto li fa arretrare elettoralmente ad ogni sondaggio o appuntamento concreto con le urne.

             In verità, con la richiesta del cosiddetto tribunale dei ministri di Catania di processare Salvini, nonostante l’archiviazione proposta dall’accusa, per il presunto sequestro di 170 migranti e rotti nella scorsa estate sul pattugliatore Diciotti, della Guardia Costiera, che peraltro li aveva soccorsi in mare salvandoli dall’ennesimo e tragico naufragio, non è in gioco l’immunità parlamentare prevista e disciplinata, per quel che ne è rimasto dopo le amputazioni apportate negli anni di Tangentopoli, dall’articolo 68 della Costituzione. Che mette ora deputati e senatori al riparo non dai processi, ma solo dall’arresto, dalle perquisizioni e dalle intercettazioni senza una preventiva autorizzazione delle Camere di appartenenza.

               Questa in gioco con Salvini, contemplata dall’articolo 96 della Costituzione con modifiche apportate nel 1989, è una immunità -se vogliamo ancora chiamarla così- di governo. I cui esponenti, più in particolare “il presidente del Consiglio dei Ministri e i ministri, anche se cessati dalla carica”, sino a 30 anni fa destinati al giudizio della Corte Costituzionale, sono ora “sottoposti, per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei deputati, secondo le norme stabilite con legge costituzionale”.

              Appartengono alla “giurisdizione ordinaria” i cosiddetti tribunali dei ministri, composti per sorteggio in ogni distretto da tre giudici. Che debbono chiedere l’autorizzazione al Parlamento per processare i loro imputati anche se questi non sono né deputati né senatori. Gazzetta.jpgIn tal caso la Camera di competenza per l’autorizzazione è il Senato, dove Salvini peraltro è di casa facendone parte. Ma egli è arrivato al vaglio della sua Camera di appartenenza non come senatore, ripeto, provvisto di una immunità da proteggere da eventuali fumi persecutori  dei magistrati che se ne occupano, ma come ministro cui una legge costituzionale, non il capriccio suo o di chi gli sta accanto o sopra, conferisce il diritto di derogare ad una norma, pur contestatagli dalla magistratura, di fronte alla necessità di tutelare “un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante” o “un interesse pubblico”. Lo ha letto e ne ha scritto sul Fatto Quotidiano che dirige persino Marco Travaglio, per cui credo che si possa ripeterlo senza paura di offendere la sensibilità dei grillini che non vedono l’ora invece di vedere processare Salvini, e magari anche unirsi a certe opposizioni di sinistra nel sognarlo fra le grate di una cella, come nella vignetta di Giannelli sul Corriere della Sera.

               Il dramma politico per i grillini convinti, per la loro scarsa cultura istituzionale e giuridica, di avere a che fare con una edizione qualsiasi della vecchia e odiata immunità parlamentare, e smaniosi  Rolli.jpgquindi di trascinare Salvini sul banco degli imputati e magari poi anche in cella, è che non è per niente scontata la resistenza del leader leghista al processo, pur disponendo lui al Senato di una sicura maggioranza a suo favore. I grillini del sì alla richiesta della magistratura potrebbero essere sostituiti con i più numerosi parlamentari  del centrodestra che ha portato Salvini al Parlamento: quelli dei partiti di Silvio Berlusconi e di Giorgia Meloni, già pronti a farlo.

              I tempi peraltro giocano terribilmente -almeno per gli interessi e i punti di vista dei grillini- a favore di Salvini.Altanpg.jpg I novanta giorni necessari al passaggio della vicenda Diciotti, chiamiamola così, fra la giunta competente e l’assemblea del Senato coincidono con la campagna elettorale per le europee di maggio, e con quelle regionali ancora più vicine dell’Abruzzo, della Basilicata e della Sardegna, in ordine alfabetico.

              A Salvini, barricatosi intanto al Viminale nella gestione della sua linea dura contro sbarchi d’immigrati sulle coste italiane e nel trattamento di quelli approdati negli anni scorsi, conviene affrontare le scadenze elettorali sia con l’elmo di Scipio, e le solite felpe della Polizia o corpi affini, sia con la corona di spine della vittima, e persino del martire. Vedano un po’, i grillini, sia quelli di Di Maio sia quelli di Roberto Fico, come fare meglio autorete.

 

 

 

 

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Il ritorno della nave Diciotti nelle acque torbide della politica italiana

           Non so dove stia fisicamente in questo momento il pattugliatore Diciotti della Guardia Costiera italiana, in quale porto sia ancorato o in quali acque sia in navigazione, ma di certo esso è stato metaforicamente sollevato e scaricato sul già accidentato scenario politico dal cosiddetto tribunale dei ministri di Catania. Che, per giunta in difformità dall’archiviazione proposta dalla Procura della Repubblica, ha chiesto al Senato l’autorizzazione a processare il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Salvini per avere fatto “sequestrare” nella scorsa estate a bordo di quella nave, che pure li aveva soccorsi, un bel po’ di immigrati, fra cui donne e soprattutto minori che potrebbero procurargli un’aggravante nella pur improbabile condanna.

          Improbabile condanna, perché sarà ben difficile che il  Senato accolga la richiesta della magistratura catanese di portare l’imputato davvero al processo, e non riconosca invece in partenza al ministro di essersi mosso, anche a costo di strapazzare qualche norma del codice penale, per e nella difesa di un interesse nazionale. E’ questo, d’altronde, lo spirito esplicito del passaggio parlamentare imposto dalla Costituzione per questo tipo di processi.

           Dei voti dei senatori del suo partito giustamente Salvini si è detto sicuro riservandosi con aria di sfida di verificare la consistenza dei mal di pancia che già si avvertono fra i senatori dell’altro partitoSalvini.jpg della maggioranza di governo: il movimento delle 5 stelle. Dove si soffre con crescente evidenza l’alleanza con Salvini sia per il ruolo preponderante che egli ha assunto nella compagine di governo, sia per il carattere politicamente poco omogeneo dei pentastellati, o grillini, sia e forse ancor di più per l’idrovora elettorale che si sta rivelando, anche ai loro danni, il leader leghista.

            I giornali sono ancora freschi di stampa della foto del presidente del Consiglio italiano al bar con la cancelliera tedesca Angela Merkel a Davos, dove le attrezzature elettroniche dei giornalisti e operatori hanno potuto intercettare e decrittare il racconto, da parte di Giuseppe Conte, delle difficoltà e paure elettorali dei grillini. E ciò quasi per chiedere alla sua interlocutrice un supplemento di comprensione per le tensioni politiche italiane e per i suoi riflessi anche nei rapporti con gli altri paesi e governi europei.

             Immagino come la cancelliera tedesca non si sia poi stupita più di tanto quando ha saputo, non da Conte ma dalle agenzie di stampa, della clamorosa riapertura giudiziaria e politica della vicenda estiva della nave Diciotti, con tutte le conseguenti turbative politiche a ridosso, peraltro, della campagna per le elezioni europee di maggio. D’altronde, come ha spiegato ironicamente nello studio televisivo di Piazza Pulita l’ex presidente del Consiglio Mario Monti, che la conosce bene sin da quando egli era semplicemente un commissario italiano a Bruxelles, la signora Merkel è pratica di coalizioni di governo fra partiti elettoralmente concorrenti, avendone guidate abbastanza in patria.

               Le eventuali, probabili dissidenze grilline nell’aula di Palazzo Madama, con o senza il consenso del capo del movimento e vice presidente del Consiglio Luigi Di Mario, quando si tratterà di votare sul processo a Salvini, potrebbero essere compensate con i voti dei pur sempre alleati della Lega in tante parti del Paese che sono i fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e i forzisti di Silvio Berlusconi. E ciò potrebbe bastare e avanzare a Salvini, cui già la notizia della richiesta di processarlo ha forse prodotto ulteriori guadagni nei sondaggi, traducibili in voti alla prima occasione.

               A questo riguardo non hanno avuto torto al Fatto Quotidiano, con una lettura che mi sembra in fondo critica, una volta tanto, Il Fatto.jpgverso la magistratura di turno, a gridare nel titolo di prima pagina che con la notizia giudiziaria giunta da Catania “Salvini ottiene il suo processo”. E si sente incoraggiato, nella propensione alle sfide che lo distingue, ad affrontare i nuovi casi di migranti e navi in arrivo con la stessa determinazione mostrata in occasione della vicenda Diciotti.  

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