Conte stacca i sovranisti nella salita di Davos e sorprende gli europeisti

A dispetto della tolleranza mostrata verso i suoi due vice nell’assalto a Macron con la polemica sul franco “coloniale”, liquidata come  una dialettica quasi ordinaria, e di un vago stile dandy che si lascia pazientemente attribuire, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha tirato fuori gli artigli a Davos.

Altro che l’Emma Bonino della +Europa. Conte ha colto al volo l’occasione o il pretesto del patto franco-tedesco appena aggiornato ad Aquisgrana, con tutta l’enfasi voluta dai sottoscrittori, per rivendicare all’Unione Europea il seggio del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite reclamato dalla Germania con l’appoggio della Francia. Che già vi risiede per rappresentare naturalmente se stessa, e magari -aggiungerebbero forse con feroce malizia Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista- i 14 paesi africani tenuti al guinzaglio di Parigi con la moneta stampata a Lione, peraltro scoperta prima di loro per i suoi presunti guasti migratori in Europa da Giorgia Meloni.

Grande -diceva Mao- è la confusione sotto il cielo, perciò la situazione è favorevole. Ora che Mao non c ‘e più, potrebbero cercare di applicare la sua massima in Italia i grillini, da cui tuttavia Conte prende appena può le distanze ripetendo lo schema suggeritogli con pazienza da Mattarella dopo la sfida lanciata alla Commissione europea di Bruxelles col deficit di bilancio annunciato dal balcone di Palazzo Chigi al 2,4 per cento del prodotto interno lordo, salvo negoziare faticosamente uno zero prima del quattro.

Macron e la Merkel, quest’ultima anche a dispetto dell’aranciata consumata con Conte proprio a Davos, non debbono aver preso bene l’europeismo a 24 carati sfoderato a sorpresa dal presidente del Consiglio guardando al Palazzo di Vetro di New York, ma coerente con la linea seguita sull’argomento dall’Italia ben prima che si potesse solo immaginare un governo gialloverde. Non debbono averla presa bene, la sortita di Conte, neppure i sovranisti  che lo hanno portato a Palazzo Chigi sottovalutandone l’imprevedibilità. Che non sembra proprio quella di un “professionista a contratto”, come una volta Bettino Craxi definì Giuliano Amato sospettandolo di averlo tradito dopo essere stato da lui indicato nel 1992 alla guida del governo fra i marosi di Tangentopoli.

Il contratto di governo alla cui esecuzione grillini e leghisti destinarono Conte ha sulla carta, e nelle parole dello stesso Conte e dei suoi vice, la scadenza quinquennale della legislatura. Ma Matteo Salvini, tra la composizione di un contenzioso e l’altro, ha posto il problema di un aggiornamento per definire meglio ciò che già c’è o per inserirvi almeno qualcuno dei vari problemi che vengono accantonati perché assenti, o sopraggiunti.

Nella conferenza stampa di fine anno Conte si rese disponibile a una simile evenienza, come anche a un avvicendamento di uomini e donne nella squadra ministeriale, almeno sino a quando non si rimangiò tutto per l’allarme scattato fra i grillini, destinati a fare le spese maggiori di quello che una volta si chiamava rimpasto. Spese maggiori, perché proprio fra i grillini al governo si sono riscontrati più infortuni in parole e opere. Ed è grillina la componente più sovrarappresentata rispetto alla mutata consistenza dei due partiti in tutti i sondaggi sopraggiunti alle elezioni politiche dell’anno scorso, o nelle elezioni amministrative svoltesi nel frattempo.

Non parliamo delle elezioni politiche suppletive di domenica scorsa a Cagliari, che sono costate ai grillini il seggio della Camera lasciato dal velista Andrea Mura, espulso dal movimento delle 5 stelle e poi dimessosi, prendendo per buona l’eccezionalità di un voto disertato da quasi il 75 per cento -dico settantacinque per cento- dei richiamati alle urne.

Dalle imminenti elezioni regionali abruzzesi e sarde, da quelle analoghe ma meno vicine della Basilicata e da quelle europee di maggio i grillini sembrano destinati a contare solo i voti perduti rispetto alle politiche dell’anno scorso e quelli guadagnati dai leghisti, forse proprio o anche a loro spese. Seguirà per forza di cose una verifica politica a tutti gli effetti, se non la crisi auspicata dalle opposizioni, pur impreparate obiettivamente, e per molte ragioni, a raccoglierne i frutti.

Ebbene, alla verifica o cos’altro sarà nel mese di giugno, a un anno più o meno esatto dalla formazione dell’attuale governo, Conte non arriverà di certo nelle condizioni improvvisate e fisiologicamente deboli di un anno fa. Con lui, con la sua già accennata e avvertita imprevedibilità, con la rete di rapporti istituzionali e politici che egli ha steso, molto fitti dalle parti del Quirinale, dove è stato più volte incoraggiato a muoversi con una certa autonomia rispetto a entrambi i suoi vice, costoro difficilmente potranno darne per scontato l’ assenso a qualsiasi accordo o compromesso. Gli hanno dato la bicicletta e Conte ha ormai imparato a usarla, anche fra le buche dei due partiti della maggioranza, spesso più insidiose di quelle romane.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Le gesta europee di Conte nel cortile della ….libera stampa italiana

          Peccato che banali errori di stampa debbano rubare spazio e attenzione a una mossa una volta tanto indovinata del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Il quale, anziché inseguire i suoi due vice sulla strada di una polemica insensata contro la Francia, distinguendone il popoloConte.jpg dal governo, come si fa di solito con i regimi dittatoriali, cioè scambiando il pur antipatico -per carità- Emmanuel Macron per lo Stalin o l’Hitler di turno, ha pizzicato il presidente francese su un tema serio, reale, emblematico della crisi europea quasi come quello dell’immigrazione e del modo in cui fronteggiarla. E’ il tema insieme della sua identità e della sua rappresentanza nel Consiglio di Sicurezza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Dove la Francia, che già siede permanentemente per rappresentare se stessa, anziché impegnarsi a mettersi da parte per garantire un seggio all’Unione Europea, si è messa, anzi rimessa a disposizione della Germania, in un patto appena solennemente sottoscritto ad Aquisgrana con la cancelliera in carica, per garantirle un seggio col quale rappresentare anch’essa se stessa.

          Peggio ancora sarebbe, naturalmente, se Francia e Germania mirassero, con una presenza congiunta nel massimo organo delle Nazioni Unite, a rappresentare insieme tutta l’Unione Europea, alzandosi così di un’altra spanna su tutti gli altri paesi associati del vecchio continente: un’ambizione che segnerebbe da sola la fine dell’Unione, senza bisogno che a sfasciarla provvedano i cosiddetti sovranisti nel caso di un loro successo nelle elezioni di maggio, o solo di un aumento del loro peso.  

          Proprio perché più o meno dichiaratamente sovranista, populista e altro ancora il presidente del Consiglio italiano si è assunto il merito di mettere a nudo le responsabilità della Francia e della Germania per reclamare un seggio per l’Unione Europea sul terreno istituzionale, diciamo così, del palazzo di vetro a New York, dove essa più rischia di perdere la partita e di rimanere incompiuta. Ma in Italia il dibattito politico è rivolto ad altro: alle trivelle che minacciano anch’esse la maggioranza di governo, più ancora della Tav, ai reconditi e forse ricattatori motivi dei ritardi voluti dai grillini per le nuove norme di marca leghista sulla legittima difesa, ai ritardi del decretone pur approvato dal Consiglio dei Ministri su reddito di cittadinanza e accesso anticipato alla pensione e persino -udite, udite- alle ritorsioni di cassa minacciate dal sottosegretario grillino all’editoria Vito Crimi contro il giornale Libero. Che prendendosi molto sul serio ha ceduto ancora una volta alla tentazione della libertà, appunto, di un titolo stravagante, provocatorio o come altro preferite chiamarlo come quello sulla poca o per niente “allegria” dell’aumento dei gay mentre calano fatturato e pil. E ancor più ha ceduto alla tentazione della libertà di ribadire le proprie ragioni e il suo presunto buon gusto di fronte alle critiche piovutegli addosso, nonostante i gay siano stati chiamati così delicatamente e non froci, come più popolarmente preferiscono dire i meno acculturati.

            Di recente Libero si era presa anche la libertà di registrare, diciamo così, l’aumento dei “terroni”, cioè dei meridionali, al potere. E di reagire alle polemiche scoppiate come un fuoco nel pagliaio segnalandolibero 2 .jpg l’accortezza, la furbizia e quant’altro dimostrata nell’affidare l’articolo ad una bella giornalista anagraficamente del sud: parola del regista del giornale, Vittorio Feltri.  Una trovata a dir poco geniale.

            Un altro giornale che prende molto sul serio il nome della propria testata è La Verità. Che, volendo difendere il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini dalle molte, e non del tutto immotivate, La Verità.jpgproteste manifesto.jpgcontro lo sgombero del troppo affollato centro di raccolta degli immigrati a Castelnuovo di Porto, vicino Roma, ha valorizzato nel suo titolo di prima pagina i “pullman di lusso”, marcati Mercedes, messi a disposizione degli interessati  dal Viminale per il trasferimento, con tanto di riscaldamento in queste giornate di freddo torrido. Altro che la solita ruspa salviniana immaginata e sparata perfidamente in prima pagina dal manifesto con la vignetta di Mauro Biani.

 

 

 

 

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Breve e riuscito festival dell’ironia a cinque stelle sotto il cielo di Roma

            Si è svolta una curiosa gara comica all’interno dell’area grillina nelle ultime ventiquattro ore, pur trattando i concorrenti di  questioni assai serie, come il cosiddetto reddito di cittadinanza e i rapporti con la Francia. Che sta ancora lì, sulle carte geografiche e nell’Unione Europea, a dispetto della campagna di espulsione avviata dai sognatori a 5 stelle.

            Per il reddito di cittadinanza, festeggiato in una sala attrezzata ancor prima che i cittadini interessati possano chiederlo, visto che il decretone di attuazione, per quanto approvato dal Consiglio dei Ministri, vaga ancora tra vari uffici per i soliti “particolari” da definire, il vice presidente del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, Luigi Di Maio, si è inventato uno sponsor. Lo ha scelto nell’ambiente comico, più che naturale in un movimento creato da un esperto e protagonista del ramo come Beppe Grillo. Si tratta del simpaticissimo e notissimo, per carità, Lino Banfi. Al quale Di Maio ha risparmiato per fortuna la stravagante qualifica di “italo-pugliese” assegnata ad un altro, sempre della stessa regione, appena arruolato come tecnico per sovrintendere all’applicazione del nuovo istituto a torto definito di assistenza dai soliti rosiconi. Che ne vogliono ostinatamente negare il carattere invece produttivo, espansivo e altro ancora.

             La scelta di Banfi, travestito nell’occasione da “commissario italiano all’Unesco”, con nomina in diretta, e alla faccia dei “plurilaureati” derisi da Di Maio, è stata in realtà felice e previdente. Felice, perché l’attore è -ripeto- molto bravo, anche se funziona più fuori che a casa, dove la moglie in una udienza con Papa Francesco ha assicurato che “è una lagna”. Previdente, perché in caso di fiasco dell’istituto così fortemente voluto dai grillini, e praticamente Rolli.jpgimposto ai dubbiosi alleati leghisti di governo, Banfi saprà sicuramente trovare le parole e i toni per farne ridere lo stesso. Così come ha già riso in alcune interviste scoprendo un po’ la patacca rifilatagli con quella nomina altisonante a commissario, essendogli stato in verità solo assegnato il posto del defunto Folco Quilici nell’assemblea della commissione nazionale italiana per l’Unesco: testuale, non una parola in più e neppure una in meno.

            Allo spettacolo dell’incoronazione di Banfi ha assistito, naturalmente compiaciuto, un altro “italo-pugliese”, direbbe Di Maio: il presidente del Consiglio in persona Giuseppe Conte, chiamato pure lui sul palco dal suo vice per dire qualche parola di circostanza per la grande realizzazione sociale del reddito di cittadinanza. Che poi Beppe Grillo in persona, in un videodiscorso dalle tonalità di luce, in verità, un po’ troppo da oltretomba, è riuscito ad attribuire alla scuola addirittura di Bismarck: sì, proprio lui, il conte, e poi principe, Otto von Bismarck, il cancelliere prussiano di ferro dal 1862 al 1890, cui il comico genovese attribuisce in fondo anche le origini -pensate un po’- dell’Inps, come prodotto del welfare.

             A dire il vero, pur costretto dalle circostanze a salire su quel palco e a spendersi negli elogi della rivoluzione proprio del welfare costituita dall’ormai “suo” reddito di cittadinanza, temo che il presidente del Consiglio avesse altro per la testa in quel momento: in particolare, il malumore del suo ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, ma soprattutto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella per le tensioni con la Francia create dalla coppia Di Maio-Di Battista, supportata dai leghisti, con le accuse di avere creato in Africa, col franco colonialePininin.jpg adottato da 14 paesi, le condizioni di sfruttamento, povertà e quant’altro all’origine dell’emigrazione, e nostra immigrazione. E pazienza se un esperto del ramo come Carlo Cottarelli sostiene, dati alla mano, come ha appena fatto nel salotto televisivo di Giovanni Floris, che la maggior parte di quei 14 paesi africani dotati del franco ha avuto negli ultimi sei anni tassi di sviluppo che noi europei ci sogniamo. E infatti da quelle parti proviene ben poco dell’immigrazione in Italia e altrove.

             Tornato comunque nel suo ufficio di Palazzo Chigi, Giuseppe Conte non ha potuto sottrarsi all’obbligo di cercare di mettere una pezza, diciamo così, allo sbrego comunicando che “non è in discussione la nostra storica amicizia con la Francia, né tanto meno con il popolo francese”. Che anche Di Maio, in verità, copre di simpatia e di apprezzamento, purché indossi i famosi gilet gialli, contrapponendolo quindi al governo e al presidente che lo rappresentano e guidano.

             Ma la chicca, diciamo così, da oscar della risata o del sorriso, come preferite, sta nella parte finale del comunicato di Conte: “Continueremo a lavorare con le istituzioni di governo francesi, oltrechè europei e di altri paesi, fianco a fianco per tessere soluzioni condivise” ai comuni problemi.

             Si raccomanda, per involontaria ilarità, quel “fianco a fianco”, seguito dalla indifferenza, se non dal sollievo con cui l’altro vice presidente del Consiglio Matteo Salvini, e ministro dell’Interno, ha commentato l’annuncio del governo tedesco di ritirarsi dalla missione europea Sophia di sorveglianza e soccorso nelle acque del Mediterraneo. E ciò per dissenso dalla linea italiana.  Dev’essere molto singolare la concezione che il presidente del Consiglio ha dell’espressione “fianco a fianco”. Molto singolare.

 

 

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Di Maio, Di Battista e Salvini decisi a rompere le reni alla Francia

          Impegnato a rompere le reni alla Francia, che con i suoi franchi coloniali sarebbe l’origine e la causa della crisi africana da cui scappano in tanti, e forse anche alle prese come storico e scrittore col “De bello gallico” cui lo ha sarcasticamente abbinato il manifesto nell’ultima delle sue abitualmente felici prime pagine, Luigi Di Maio non ha trovato il tempo ma soprattutto la voglia di leggere o sentire le ultime notizie da Cagliari. Dove il suo partito nelle elezioni suppletive per la sostituzione dell’indisciplinato velista Andrea Mura alla Camera, è riuscito a scendere dal 38 per cento dei voti del 4 marzo dell’anno scorso al 28 con Luca Caschili. Che, strapazzato dal 40 per cento raccolto dal concorrente del centrosinistra Andrea Frailis, ha potuto togliersi solo la soddisfazione di superare di un punto percentuale nella sconfitta la concorrente di un centrodestra ancora comprensivo dei leghisti Daniela Noli. Alla quale sono stati inutili i soccorsi  prestati in campagna elettorale personalmente da Matteo Salvini e Silvio Berlusconi: quest’ultimo con incursioni, battute e allusioni delle sue, evidentemente non più di moda neppure da quelle parti.

          Il fiasco di Cagliari e dintorni è stato liquidato come qualcosa di anomalo e irripetibile dai pochissimi esponenti del movimento delle 5 stelle che ne hanno parlato malvolentieri ai soliti giornalisti rompiscatole in cerca di reazioni. “Tutta colpa delle troppe, eccezionali astensioni, provocate dal carattere molto limitato delle elezioni”, hanno risposto i grillini.

         In effetti la partecipazione alle urne è letteralmente precipitata a Cagliari, e nei sette Comuni limitrofi in cui si è votato, dal 67 per cento del 4 marzo 2018 al 15,5. In termini assoluti si sono scomodati solo 40 mila dei 240 mila elettori chiamati a sostituire il velista stellato eletto l’anno scorso. Evidentemente i grillini pensano di poter mandare più elettori a votare nei prossimi appuntamenti locali e nazionali -il 9 febbraio in Abruzzo, il 24 nella stessa  Sardegna, a marzo  in Basilicata per le regionali e a maggio in tutta Italia per le europee- sventolando le bandiere del più vicino reddito di cittadinanza e accesso anticipato alla pensione. Cui hanno voluto aggiungere la “guerra del franco”, come l’hanno chiamata quelli del Fatto Quotidiano Lagarre.jpgpartecipando a modo loro all’offensiva contro il presidente Macron e tutti i suoi connazionali che lo imitano, o ne seguono le direttive, in azioni e parole contro il governo gialloverde all’opera in Italia: dal commissario francese a Bruxelles Pierre Moscovici, tornato proprio in questi giorni ad esaminare i conti italiani, alla sempre abbronzatissima Christine Madelaine Lagarde, che guida il Fondo Monetario Internazionale. Dove sono convinti che l’Italia gialloverde, appunto, sia la palla al piede non solo dell’Europa ma di tutto il mondo già in difficoltà per conto suo, tra scarso sviluppo, stagnazione e recessione.

          Nella “guerra del franco” di edizione simpatizzante del Fatto Quotidiano, o nel “de ballo gallico” in edizione sarcastica del manifesto, i grillini -particolarmente il vice presidente del Consiglio Di Maio, anche a costo di provocare un incidente diplomatico a Parigi, e il suo amico concorrenteDibba.jpg Alessandro Di Battista sbandierando e stracciando davanti alle telecamere riproduzioni degli odiosi e odiati franchi coloniali in uso in 14 paesi africani- sono spalleggiati dai leghisti. Che hanno trovato in questa guerra, a cominciare da Salvini in ormai abituale tenuta di poliziotto, o quasi, anche il modo per cercare di motivare di più la loro intransigente chiusura dei porti italiani a chi dovesse scampareSalvini.jpg alla morte in mare, o allo sbarco forzato sulle coste libiche di partenza. E’ quello appena avvenuto a Misurata  con mezzi allertati personalmente dal presidente del Consiglio italiano con telefonate al momento necessario, per evitare poi le solite complicazioni col suo vice presidente e ministro dell’Interno di fronte a imbarcazioni dirette o dirottabili verso le nostre acque territoriali.

 

 

 

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La dura realtà del fallimento dei rapporti italiani con la Libia

            In un impeto di generosità o di orgoglio molto sorprendente, vista anche l’abituale linea critica seguita verso il governo da lui diretto, la Repubblica ha titolato la sua prima pagina su Giuseppe Conte che “obbliga Tripoli ad agire” per salvare al largo delle coste libiche l’ennesimo Repubblica.jpgcarico di disperati, cinicamente stipati dagli scafisti su gommoni fatiscenti. Ma per salvarli -si deve presumere- soprattutto in modo da non farli finire su qualche nave diretta verso le coste italiane, e il solito divieto di attracco del vice presidente leghista e ministro dell’Interno Matteo Salvini, obbligando poi lo stesso Conte e l’altro vice presidente del Consiglio, il grillino Luigi Di Maio, all’ormai altrettanto solito aggiramento degli umori e delle direttive del Viminale.

           L’operazione sembra riuscita, al netto di ciò che non sappiamo ancora del bilancio finale, per la destinazione datasi o data alla nave mercantile della Sierra Leone rimediata per i soccorsi: la destinazione, appunto, delle coste libiche, disertate dalle motovedette di sorveglianza peraltro fornite proprio dall’Italia. Ma in che cosa sia consistito, a chi diretto in particolare l’intervento energico di un Conte che “obbliga Tripoli ad agire”, non si è riusciti a sapere e capire.

          Mezze informazioni hanno riferito di telefonate partite dal presidente del Consiglio -e non si sa se arrivate davvero e direttamente- ai due signori, e relative corti, che si dividono o contendono, secondo i gusti di chi parla o di chi ascolta, la Libia del dopo-Gheddafi: Al Serraj e il generale Haftar, entrambi ricevuti più volte a Roma o visitati sul loro territorio dalle nostre autorità di governo.

          Altre mezze informazioni hanno riferito di interventi dei nostri servizi segreti, non si sa se successivi, autonomi o collegati alle telefonate di Conte, per affiancare o sostituire i libici nella organizzazione dei soccorsi con una nave mercantile della Sierra Leone, mentre a Roma, peraltro, si sviluppavano le solite polemiche sulle responsabilità del pasticcio e, più in generale, della ripresa massiccia delle partenze di migranti dalle coste libiche, pur in una stagione proibitiva come questa per il freddo e per le condizioni del mare.

         I grillini, forti adesso anche della presenza in Italia di Alessandro Di Battista, una specie di guerrigliero leggendario del movimento delle 5 stelle, hanno partecipato a queste polemiche facendo all’ingombrante alleato di governo Salvini il piacere, diciamo così, di non crocifiggerlo più o meno apertamente  da solo per i suoi blocchi e controblocchi, ma di sovrastarlo accusando di tutto l’odiata Francia dell’ancor più odiato Macron. Che alla vecchia colonizzazione dell’Africa ne avrebbe aggiunta una nuova, non meno cinica e dannosa dell’altra, studiata e gestita magari apposta per scaricarne gli effetti sull’Italia: lettura, questa, peraltro condivisa, con grande dispendio di gesti, di fotografie e smorfie nell’arena-non arena televisiva di Massimo Giletti dalla sorella dei Fratelli d’Italia Giorgia Meloni.

         Il ginepraio, di politica internazionale e interna, è enorme. Ma penso che non se ne verrà mai a capo, almeno sino a quando non si sarà riconosciuto il fallimento dell’ambizione coltivata da un po’ tutti i governi italiani, e non solo da quello in carica, di svolgere in Libia, o sulla Libia, un ruolo superiore alle loro e nostre forze.

       Al governo attuale non è bastata neppure la sponsorizzazione americana vantata da Giuseppe Conte dopo avereConte e Trump.jpg strappato in realtà al presidente Donald Trump soltanto parole, a cominciare da quel “Giuseppi” che il truce a stelle e strisce gli dà cordialmente storpiandogli il nome. Pure questo dei rapporti con la Libia è purtroppo diventato un problema più europeo che transatlantico, anche se l’Italia gialloverde non vuole forse ammetterlo per le note difficoltà che essa ha in Europa. E continuerà probabilmente ad avere dopo le elezioni continentali di maggio, a dispetto della rivoluzione, o quasi, che grillini e leghisti si aspettano dalle urne.

 

 

 

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Dietro il rimpianto della Democrazia Cristiana, e forse anche del Pci

             Non credo che le tante celebrazioni mediatiche del centesimo anniversario dell’appello di don Luigi Sturzo ai “liberi e forti” per la formazione del Partito Popolare, da cui 23 anni dopo sarebbe nata la Dc nella clandestinità imposta dal fascismo, abbia scosso e invogliato tanto le coscienze dei cattolici da portarli più numerosi almeno in Chiesa in questa seconda domenica del tempo ordinario. Che è quella, celebrata con paramenti verdi, in cui il vangelo ricorda i “primi segni” miracolosi di Gesù con la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana. Dio solo sa di quanti miracoli avremmo oggi bisogno per uscire dalla palude.

          Non ha torto Angelo Panebianco a chiedersi proprio oggi sul Corriere della Sera come sia possibile “ipotizzare che a Chiese poco frequentate e a seminari vuoti possano corrispondere urne elettoraliPanebianco.jpg traboccanti di voti cattolici”. E, prima ancora delle urne, sezioni di partito traboccanti di iscritti e frequentatori, visto peraltro che non c’è ormai più traccia di formazioni dichiaratamente cristiane come quella impostata e fondata nel 1942, sulle ceneri del Partito Popolare di Sturzo, da uomini, fra gli altri, come Alcide De Gasperi, Giuseppe Spataro, Mario Scelba, Attilio Piccioni e Giovanni Gronchi, per non parlare dei più giovani Giulio Andreotti, Amintore Fanfani e Aldo Moro, sottratto nella sua Bari dal vescovo locale alle prime tentazioni socialiste.

          La cosiddetta secolarizzazione dei cattolici, esplosa già nel 1974 con la sconfitta dello scudo crociato  impugnato da Fanfani nel referendum sul divorzio e sviluppatasi ulteriormente sul tema dell’aborto, induce obiettivamente a ritenere che, pur evocata con i richiami religiosi ed etici a Sturzo, la Dc di cui si avverte ora un’obiettiva nostalgia, anche da chi a suo tempo non la votava, o addirittura la contrastava, è quella più laica che cristiana. Il rimpianto, rispetto allo spettacolo attuale della politica, è per un partito di formazione di classi dirigenti: un partito, per esempio, in cui non si diventata ministri dalla mattina alla sera, senza la competenza necessaria, o senza il tirocinio delle esperienze precedenti di deputato o senatore, presidente di commissione parlamentare, relatore di leggi, sottosegretario e via dicendo.

           Sotto questo profilo, cioè di scuola e di formazione politica, anche chi non lo votò mai, anzi lo avversò di brutto, avverte una certa nostalgia pure del Pci. Dove si potevano incontrare spesso politici faziosi, difficilmente incompetenti. Lo ha ammesso persino Silvio Berlusconi parlando dei grillini come “peggiori”, Dc.jpgproprio per la loro incompetenza,  dei comunisti contro i quali egli scese in campo nel 1994 per evitare che vincessero la partita politica italiana dopo avere perduto il campionato nel 1989 con la caduta del muro di Berlino. E ciò solo perché nel frattempo si erano suicidati i vecchi partiti di governo, o li aveva uccisi la magistratura con una gestione esasperata delle indagini e dei processi, quando vi si arrivò, sulla cosiddetta Tangentopoli.

            Eppure Berlusconi negli anni in cui ha riempito col suo centrodestra, al governo o all’opposizione, una parte del vuoto elettorale lasciato dalla Dc e una parte forse maggiore del vuoto lasciato dal socialismo autonomista di Bettino Craxi, dai liberali e dai repubblicani, non ha saputo e forse neppure voluto fare della sua Forza Italia, nonostante le “università” inventate in qualche residenza, un movimento di formazione politica, e non solo di raccolta di voti.

            Fu proprio il Cavaliere di Arcore -diciamo la verità- a cominciare ad invertire i tradizionali criteri di selezione dei candidati e, più in generale, della classe dirigente preferendo l’apparenza alla sostanza, allestendo i kit per i candidati e infine arrivando alle liste bloccate, a parole avversate dai suoi avversari ma in fondo utili anche a loro nell’azione di smontaggio dei partiti a direzione collegiale per farne di personali.

           Ora il sistema è arrivato a suo modo al capolinea. E ha fnito per mettere con le spalle al muro lo stesso Berlusconi. Che dopo avere perduto la leadeship del centrodestra a vantaggio del leghista Matteo Salvini, autorizzandolo peraltro alla spuria alleanza di governo con i grillini, tenta un’impresa che non si sa se più generosa o temeraria: quella di competere con lo stesso Salvini nell’ultima corsa alle preferenze, che è quella consentita dalle elezioni di maggio per il Parlamento europeo.

           Sturzo, celebrato anche da lui nel centesimo anniversario dell’appello ai “liberi e forti”, c’entra davvero poco, o per nulla, con quest’ultima edizione della vicenda politica di Berlusconi. Al quale -pur Follini.jpgprendendosela direttamente con Giuseppe Conte, che da mediatore e devoto di Padre Pio qualcuno cerca di paragonare a qualche democristiano del passato- deve avere pensato il suo ostinatamente critico Marco Follini, per qualche mese vice presidente del Consiglio con lui a Palazzo Chigi per conto del comune amico Pier Ferdinando Casini, scrivendo sull’Espresso in edicola di quanto sia difficile, se non impossibile, tornare alla Dc. O solo somigliarle.  

 

 

 

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Luigi Di Maio manda a quel paese la Banca d’Italia “apocalittica”

            Scampato nella scorsa legislatura al patibolo allestitogli in Parlamento dall’allora segretario del Pd Visco.jpgMatteo Renzi e salvato dalla convergente difesa dei presidenti della Repubblica e del Consiglio, il governatore della Banca d’Italia rischia di salirvi anche nell’esercizio del suo secondo mandato.

             A prendere di mira Ignazio Visco questa volta sono a turno, secondo le circostanze, due capi partito che sono anche al governo dettandone la linea al presidente del Consiglio. Parlo naturalmente di Luigi Di Maio, Matteo Salvini e Giuseppe Conte.

             E’ già accaduto nei mesi scorsi, durante la preparazione della manovra finanziaria e della legge di bilancio, che Salvini reagisse ai numeri che dava la Banca d’Italia e alle valutazioni che ne derivavano sfidando i dirigenti dell’istituto a presentarsi alle elezioni, come ogni tanto faceva anche con i magistrati. Che era un modo di accusare gli uni e gli altri di fare politica in modo improprio contro il governo coprendosi dietro le loro funzioni neutrali, e quindi violandole.

          Ora è capitato a Luigi Di Maio, ancora alle prese con i fuochi artificiali per il festeggiamento del decreto -anzi, decretone- di attuazione del reddito di cittadinanza e dell’anticipo della Di Maio.jpgpensione, protestare contro le “apocalittiche” valutazioni della Banca d’Italia. Che ha praticamente lanciato l’allarme della recessione, più chiaramente di quanto non avesse voluto o potuto fare qualche giorno prima il ministro dell’Economia Giovanni Tria parlando di “stagnazione”.

            Convinti, poco importa a questo punto se in buona o cattiva fede, di avere allestito una manovra di “espansione”, salvandola dalle grinfie della Commissione Europea con una faticosa e lunga trattativa, anche a costo di procurare poi per ragioni di tempo una “grave compressione dell’esame parlamentare” del bilancio, certificata dal capo dello Stato nel messaggio televisivo di Capodanno trasmesso a reti unificate, i capi dei due patiti di governo non possono né vogliono sentirsi dire che stiamo invece navigando verso le recessione, neppure se mitigata con l’aggettivo “tecnica”. Che non si nega a nessuno e a niente quando si vuole cercare di ridurre l’impatto di una brutta notizia sul pubblico meno provveduto ma più numeroso.  

           Essi -i capi cioè della maggioranza- sono abituati nelle difficoltà a cercare una via di fuga accusando i predecessori, di ogni colore o sfumatura, anche quelli con i quali uno di loro -Salvini- ha avuto la ventura o sventura di partecipare a maggioranze diverse, di avere lasciato un’eredità troppo devastante per poterne uscire nel così poco tempo che essi hanno avuto a disposizione per cambiare le cose. Ma circostanze a dir poco sfortunate smentiscono la credibilità di questa via di fuga. Sono le circostanze dei numeri e dei segni + lasciati dal governo del conte, al minucolo, Paolo Gentiloni che ha preceduto quello di Conte, al maiuscolo. E sono anche gli effetti di alcuni provvedimenti che il nuovo governo ha già avuto il modo di prendere ed eseguire, come quello che voleva restituire “dignità” al lavoro. O di quelli annunciati e via via elaborati provocando ansie, a dir poco, nei cosiddetti mercati finanziari. Che si sono tradotte in un aumento notevole del costo e alla fine anche dell’entità del già ingente debito pubblico.

           Siamo così arrivati alla “gelata” sovrapposta nel titolo del manifesto alla facciata della sede nazionale della Banca d’Italia, dove secondo Di Maio “si sbaglia sempre”.

 

 

 

 

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Berlusconi indossa il manifesto di Sturzo e si candida a Strasburgo

             Col suo annuncio di candidarsi alle elezioni europee di maggio Silvio Berlusconi è riuscito, fra l’altro, a guastare la festa ai grillini – e un po’ anche ai leghisti con i quali è ancora alleato in tante amministrazioni locali- per il varo del decreto di attuazione del reddito di cittadinanza e di accesso anticipato alla pensione. Che è stato annunciato nelle stesse ore della candidatura europea del Cavaliere con grande dispendio di comunicati, fotografie, conferenze stampa e dichiarazioni per strada da parte dei protagonisti o semplici attori di questa che solo i fatti potranno dire se è una svolta, o un bluf, o addirittura un’autorete, cioè la spinta al passaggio dalla stagnazione alla recessione per i danni derivanti ai conti pubblici.

              Ma più dei tempi, in funzione cioè dell’attività del governo gialloverde cui il partito di Berlusconi si oppone, pur avendo l’anno scorso “permesso” all’alleato elettorale Matteo Salvini di parteciparvi pur di allontanare lo spettro delle elezioni anticipate, colpisce il riferimento politico, ideale, culturale -chiamatelo come volete- scelto dal presidente di Forza Italia per riproporsi su una scena dalla quale, in verità, non ha mai voluto uscire davvero, o solo appartarsi.

              Con una lettera indirizzata e pubblicataBerlusconi al Corriere 1.jpg con tutti i riguardi dal Corriere della Sera il Cavaliere di Arcore ha voluto festeggiare le sue nozze d’argento con la politica, sposata 25 anni fa, diffondendo un manifesto imitativo dell’appello ai “liberi e forti” del sacerdote Luigi Sturzo. Di quel manifesto si sta celebrando in questi giorni il centenario, in coincidenza peraltro con quello della nascita di Giulio Andreotti.

             Berlusconi si è proposto sturziano come altre volte si è proposto, appena sbarcato nella politica, degasperiano. Secondo lui, Forza Italia altro non è stata e non dovrebbe essere considerata tuttoSturzo con Fanfani.jpgra che la prosecuzione del Partito Popolare fondato appunto da Sturzo e della Democrazia Cristiana che poi ne derivò. Ma non del Partito Popolare che, tra le macerie della cosiddetta prima Repubblica abbattuta dai magistrati milanesi ed emuli di altre Procure, tornò ad essere con Mino Martinazzoli. Che Berlusconi sfidò nelle elezioni del 1994 promuovendogli con Pier Ferdinando Casini e Clemente Mastella una scissione rivelatasi poi decisiva per la vittoria del centrodestra nelle urne sul cartello delle sinistre capeggiato da Achille Occhetto.

             Preistoria, si potrebbe essere tentati di dire dopo tutto quello che è successo da allora: con i grillini che agli occhi di Berlusconi hanno preso il posto dei comunisti, già nel 1994 proclamatisi post-comunisti pur disponendo degli stessi dirigenti; con i post-democristiani ancora più divisi e dispersi di allora; con la destra missina o post-missina praticamente svuotata dai leghisti di Matteo Salvini, che però hanno anche o forse ancor di più prosciugato l’elettorato di Forza Italia.  

              Eppure Berlusconi, a 82 anni ampiamente compiuti, riparte ostinatamente da lì, o quasi. E arriva paradossalmente a tentare persino il sorpasso di Sturzo, visto che dopo averne riproposto la “visione” in termini di valori, di società, di movimento politico e di Stato, ha scritto testualmente di considerarsene “il fondatore”. Che è convinto, probabilmente, di avere saldato i suoi debiti Berlusconi sul Corriere.jpgculturali facendo a suo tempo apporre- si è vantato-  una targa in onore di Sturzo sul palazzo romano di via dell’Umiltà, dove 25 anni volle aprire la prima sede nazionale del suo partito: lo stesso -per fortunata coincidenza- nella quale 75 anni prima, e 100 da oggi, Sturzo e  gli amici preparavano l’appello ai “liberi e forti”. Ma non abbastanza forti, in verità, per impedire poi l’avvento del fascismo.

             E’ francamente difficile coniugare l’umiltà toponomastica, diciamo così, ricordata da Berlusconi con l’ambizione politica che egli ora coltiva, in una situazione che si è fatta ancora più complicata, ma secondo lui, ugualmente drammatica, di 25 anni fa. Una certa prudenza tuttavia è stata, magari involontariamente, dimostrata dall’ex presidente del Consiglio puntando più sulla sua presenza al Parlamento Europeo che sul ritorno nel  Parlamento italiano, dove i giochi per lui si sono fatti obiettivamente più difficili di quanto non possano rivelarsi a Strasburgo, visto che la famiglia dei popolari europei ha maggiori possibilità di resistere al fagocitamento leghista che in Italia minaccia il partito del Cavaliere.

 

 

 

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Se un pò di fumo di Londra arrivasse nell’aula di Montecitorio

Un po’ di fumo di Londra dovrebbe pur essere avvertito nell’aula di Montecitorio, dove si discute la riforma del referendum voluta dai grillini e un po’ tollerata, come tante altre cose nella Richiamo Dubbio.jpgmaggioranza gialloverde, dai leghisti. E’ una riforma estensiva dell’istituto contemplato dall’attuale Costituzione solo per tentare, come dice l’articolo 75, “l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge”, salvo che per quelle “tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”.

In verità, i costituenti nel 1947, modificando ciò che era stato deciso in commissione, estesero l’area del divieto alle leggi elettorali ma, come avrebbe poi inutilmente scoperto quel “secchione” di Giulio Andreotti, la deliberazione d’aula fu smarrita fra le pieghe della stesura tecnica della Costituzione, non si è mai ben capito se per dolo o per negligenza.

Quando Andreotti, non più giovane sottosegretario di Alcide De Gasperi ma presidente del Consiglio, si accorse dell’inghippo -sfogliando appunti suoi e verbali parlamentari mentre i radicali e il democristiano Mario Segni promuovevano un referendum sul sistema elettorale per ridurre ad una sola le preferenze plurime allora esistenti-  era troppo tardi per correggere l’errore degli uffici della ormai più che sepolta Assemblea Costituente. E quel referendum, abrogativo non di una parte ma di qualche parola soltanto della legge elettorale in vigore per la Camera, si svolse col beneplacito della Corte Costituzionale. Non solo si svolse quella prova referendaria, ma essa aprì una breccia per la quale sono passati altri referendum elettorali, in occasione dei quali il povero Andreotti -ancora immanente sul nostro scenario politico con la celebrazione del centesimo anniversario della nascita, e quasi sesto della morte- si faceva sempre il segno della croce. Egli era convinto che in una materia così astrusa come quella elettorale il Parlamento dovesse conservare l’unica parola, specie se a ridosso di qualche rinnovo delle Camere per evitare la tentazione di interventi più opportunistici che opportuni.

Con la riforma costituzionale voluta dai grillini, e tollerata -ripeto- dai leghisti per quieto vivere in una maggioranza già troppo piena di problemi di ordinaria e straordinaria amministrazione e legislazione, gli elettori potrebbero non solo abrogare leggi esistenti, ma crearne nuove di zecca, senza limitarsi a produrle abrogando parti o parole delle vecchie. Sarebbe il referendum propositivo, bellezza:  ben oltre la presentazione di proposte alle Camere “da parte -dice l’attuale articolo 71 della Costituzione- di almeno cinquecentomila elettori”, e redatte “in articoli”.

Questo nuovo tipo di referendum non avrebbe i limiti di merito o competenza, diciamo così, dell’attuale referendum abrogativo. In sede propositiva gli elettori potrebbero intervenire, fra l’altro, anche per l’esecuzione dei trattati internazionali. Così il referendum sull’euro o, più in generale, sull’Unione Europea, cacciato dalla porta  per l’accreditamento del partito delle cinque stelle come forza di governo, potrebbe rientrare dalla finestra di un referendum propositivo. Che non avrebbe neppure l’inconveniente del quorum di partecipazione di metà degli elettori aventi diritto al voto più uno, potendo bastare a convalidarne il risultato il 25 per cento dei sì, sempre rispetto all’intero corpo elettorale.

Certo, un quarto almeno dell’intero elettorato necessario per un risultato valido non  è una soglia da poco, concessa all’opposizione del Pd durante l’esame della  riforma in commissione alla Camera, ma rimane pur sempre un livello ai danni del Parlamento. Dove per approvare una legge occorre la maggioranza dei presenti e votanti non un quarto dei componenti della Camera e del Senato. E questa maggioranza in Parlamento sale, almeno a livello della metà dei membri di ciascuna assemblea, quando sono in gioco interventi di carattere costituzionale.

Una simile disparità fra corpo elettorale e Parlamento diventerebbe ancora più vistosa se il referendum si svolgesse, come vorrebbero i promotori della riforma, per fare scegliere  direttamente dai cittadini fra la proposta di iniziativa popolare e una difforme, ma sulla stessa materia approvata dalle Camere.

La baldanza, a dir poco, con la quale i grillini stanno portando avanti il loro progetto di riforma del referendum -sulla strada di un declamato passaggio da una democrazia rappresentativa di tipo tradizionale ad una democrazia diretta, già entrata peraltro nelle competenze del ministro dei rapporti proprio col Parlamento, il pentastellato Riccardo Fraccaro- stride alquanto con ciò che è accaduto e continua ad accadere in Gran Bretagna. Dove un referendum sull’uscita dell’Inghilterra dall’Unione Europea, peraltro sulla carta neppure vincolante ma solo consultivo, imprudentemente voluto dall’allora premier conservatore David Cameron, si è abbattuto come un uragano sulla pur consolidata democrazia -da scuola- di Westminister.  La signora Theresa May, succeduta al suo collega di partito Cameron veste ancora inglese, ma potrebbe avere bisogno prima o poi di un guardaroba italiano.

La Regina Elisabetta, dal canto suo, si sarà messa le mani nei capelli ancor più di quanto non sia stato e non sarà ancora costretto a mettersele al Quirinale il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che ancora può contare su una Costituzione che, almeno sotto il profilo del rapporto fra democrazia rappresentativa e democrazia diretta, o per giunta digitale, mette ancora al riparo il sistema istituzionale. Non so però, francamente, fino a quando.

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