La dura realtà del fallimento dei rapporti italiani con la Libia

            In un impeto di generosità o di orgoglio molto sorprendente, vista anche l’abituale linea critica seguita verso il governo da lui diretto, la Repubblica ha titolato la sua prima pagina su Giuseppe Conte che “obbliga Tripoli ad agire” per salvare al largo delle coste libiche l’ennesimo Repubblica.jpgcarico di disperati, cinicamente stipati dagli scafisti su gommoni fatiscenti. Ma per salvarli -si deve presumere- soprattutto in modo da non farli finire su qualche nave diretta verso le coste italiane, e il solito divieto di attracco del vice presidente leghista e ministro dell’Interno Matteo Salvini, obbligando poi lo stesso Conte e l’altro vice presidente del Consiglio, il grillino Luigi Di Maio, all’ormai altrettanto solito aggiramento degli umori e delle direttive del Viminale.

           L’operazione sembra riuscita, al netto di ciò che non sappiamo ancora del bilancio finale, per la destinazione datasi o data alla nave mercantile della Sierra Leone rimediata per i soccorsi: la destinazione, appunto, delle coste libiche, disertate dalle motovedette di sorveglianza peraltro fornite proprio dall’Italia. Ma in che cosa sia consistito, a chi diretto in particolare l’intervento energico di un Conte che “obbliga Tripoli ad agire”, non si è riusciti a sapere e capire.

          Mezze informazioni hanno riferito di telefonate partite dal presidente del Consiglio -e non si sa se arrivate davvero e direttamente- ai due signori, e relative corti, che si dividono o contendono, secondo i gusti di chi parla o di chi ascolta, la Libia del dopo-Gheddafi: Al Serraj e il generale Haftar, entrambi ricevuti più volte a Roma o visitati sul loro territorio dalle nostre autorità di governo.

          Altre mezze informazioni hanno riferito di interventi dei nostri servizi segreti, non si sa se successivi, autonomi o collegati alle telefonate di Conte, per affiancare o sostituire i libici nella organizzazione dei soccorsi con una nave mercantile della Sierra Leone, mentre a Roma, peraltro, si sviluppavano le solite polemiche sulle responsabilità del pasticcio e, più in generale, della ripresa massiccia delle partenze di migranti dalle coste libiche, pur in una stagione proibitiva come questa per il freddo e per le condizioni del mare.

         I grillini, forti adesso anche della presenza in Italia di Alessandro Di Battista, una specie di guerrigliero leggendario del movimento delle 5 stelle, hanno partecipato a queste polemiche facendo all’ingombrante alleato di governo Salvini il piacere, diciamo così, di non crocifiggerlo più o meno apertamente  da solo per i suoi blocchi e controblocchi, ma di sovrastarlo accusando di tutto l’odiata Francia dell’ancor più odiato Macron. Che alla vecchia colonizzazione dell’Africa ne avrebbe aggiunta una nuova, non meno cinica e dannosa dell’altra, studiata e gestita magari apposta per scaricarne gli effetti sull’Italia: lettura, questa, peraltro condivisa, con grande dispendio di gesti, di fotografie e smorfie nell’arena-non arena televisiva di Massimo Giletti dalla sorella dei Fratelli d’Italia Giorgia Meloni.

         Il ginepraio, di politica internazionale e interna, è enorme. Ma penso che non se ne verrà mai a capo, almeno sino a quando non si sarà riconosciuto il fallimento dell’ambizione coltivata da un po’ tutti i governi italiani, e non solo da quello in carica, di svolgere in Libia, o sulla Libia, un ruolo superiore alle loro e nostre forze.

       Al governo attuale non è bastata neppure la sponsorizzazione americana vantata da Giuseppe Conte dopo avereConte e Trump.jpg strappato in realtà al presidente Donald Trump soltanto parole, a cominciare da quel “Giuseppi” che il truce a stelle e strisce gli dà cordialmente storpiandogli il nome. Pure questo dei rapporti con la Libia è purtroppo diventato un problema più europeo che transatlantico, anche se l’Italia gialloverde non vuole forse ammetterlo per le note difficoltà che essa ha in Europa. E continuerà probabilmente ad avere dopo le elezioni continentali di maggio, a dispetto della rivoluzione, o quasi, che grillini e leghisti si aspettano dalle urne.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it policymakermag.it

 

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