La rivolta dei sindaci separa Giuseppe Conte dai due vice su sicurezza e immigrazione

              Questa volta il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha davvero spiazzato i suoi due vice,  il grillino Luigi Di Maio e il leghista Matteo Salvini, manifesto.jpglasciandoli soli a inveire contro i sindaci “spottisti elettorali” e “traditori” -o “banditi” nella versione sarcastica ricavatane nel titolo di copertina dal manifesto– che rifiutano l’applicazione di una parte della recente legge su sicurezza e immigrazione. E’ quella che impedisce, con tutte le relative conseguenze,  l’iscrizione all’anagrafe degli stranieri residenti, anche se provvisti di un permesso di soggiorno.

             Conte, che pure aveva assecondato il decreto legge emesso il 4 ottobre scorso, ma emanato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella con una  dimenticata lettera di sostanziale ammonimento proprio a lui, e ne aveva poi festeggiato con Salvini la conversione parlamentare con tanto di cartello al collo, non se l’è sentita di liquidare sbrigativamente le proteste deiSalvini.jpg sindaci. Ed ha accolto la richiesta di un incontro e confronto avanzata dall’associazione nazionale dei Comuni, aprendo così quel “tavolo” contemporaneamente escluso dal ministro dell’Interno fra un’aranciata e l’altra ostentata davanti all’obiettivo del suo telefonino.

            La disponibilità del presidente Conte, cui Salvini ha contrapposto le proteste del quasi omonimo Mario Conte, sindaco leghista di Treviso, contro i vertici dell’associazione dei comuni mobilitatisi a favore dei sindaci “disobbedienti”, ha prodotto l’estensione del dissenso degli amministratori locali.

             Alla solidarietà del presidente forzista dell’assemblea regionale siciliana Gianfranco Miccichè al sindaco di Palermo Leoluca Orlando, il capofila Pittininipg.jpgormai della rivolta, si è aggiunta quella -per esempio- dell’ex ministro forzista dell’Interno Claudio Scajola, ora sindaco di Imperia. Col quale Silvio Berlusconi ha conservato buoni rapporti anche dopo la rottura consumatasi in Liguria per la sua candidatura a sindaco, vincente ma contrastata dal governatore forzista della regione Giovanni Toti.

           Questa vicenda dei sindaci che contestano la nuova legge su sicurezza e immigrazione ha due effetti politici collaterali e significativi: estende l’area dell’opposizione di sinistra targata Pd e accentua le crepe nel centrodestra uscito dalle urne del 4 marzo scorso con la nuova leadership di Salvini. Che però ha investito la sua forza, con la paradossale autorizzazione di Berlusconi ripetutamente ricordata dallo stesso Salvini, alleandosi al governo con i grillini e lasciando all’opposizione i partiti del Cavaliere e di Giorgia Meloni. I cui parlamentari tuttavia quando possono danno una mano a Salvini, pur lamentandone il “tradimento”, come hanno fatto -per esempio- nella vicenda autunnale della conferma di Marcello Foa alla presidenza della Rai, dopo la bocciatura estiva nella commissione bicamerale di  vigilanza.  

 

 

 

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I sindaci “ribelli” alla legge Salvini sulla sicurezza hanno preso alla…lettera Mattarella

Il traffico tanto intenso quanto riservato di informazioni, consigli, chiarimenti e quant’altro svoltosi fra gli uffici del Quirinale, del Viminale e del Ministero della Giustizia non bastò evidentemente a rasserenare in autunno il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che emanò il 4 ottobre scorso il decreto legge su sicurezza e immigrazione, peraltro dopo un incontro col ministro dell’Interno e vice presidente del Consiglio Matteo Salvini, spedendo una lettera di richiamo, di raccomandazione o di auspicio, come preferite, al presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

A quella lettera, poco usuale -diciamo così- in simili circostanze, il ministro Salvini decise di reagire alla sua maniera, scrollando le spalle e dicendo: “Ciapa lì e porta a casa”. Il contenuto della missiva non gli aveva procurato alcun imbarazzo politico, almeno trasparente, come è appena accaduto col messaggio di Capodanno di Mattarella nella parte in cui la sicurezza è stata coniugata con la solidarietà, il rispetto, l’accoglienza e altro.  A Salvini bastò e avanzò che il decreto da lui tanto voluto, e non condiviso da alcuni parlamentari grillini poi messi in riga dal vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio, fosse stato emanato entrando subito in vigore.

Eppure in quella lettera -che mi risulta non essere stata evocata in questi giorni di scontro col Viminale dal sindaco di Palermo Leoluca Orlando solo per motivi di riguardo personale e istituzionale col concittadino Sergio Mattarella- al governo si ricordava che “restano fermi gli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato, pur se non espressamente richiamati nel testo normativo, e in particolare quanto disposto dall’articolo 10 della Costituzione”.

L’articolo 10 dice, fra l’altro, che “la condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche, garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”. Che in ogni caso non può ovviamente contraddire un principio generale della Costituzione.

Ebbene, è proprio ai “diritti costituzionali garantiti” che il sindaco di Palermo e gli altri che lo stanno seguendo nello scontro col Viminale si è richiamato per sostenere l’impossibilità di negare l’iscrizione nel registro dei residenti  ai migranti con regolare permesso di soggiorno”.

Pur contestata dal vice presidente grillino del Consiglio come uno “spot elettorale” e da Salvini come una inaccettabile perseveranza nella “pacchia” consentita dai precedenti governi, la vertenza esplosa fra sindaci e governo sembra destinata a tradursi prima o poi in qualche misura la cui contestazione porterà diritto il problema alla Corte Costituzionale. E lì la partita sarà un po’ meno gestibile, francamente, con i metodi e gli argomenti tutti politici di Di Maio e Salvini.

Significherà pure qualcosa la decisione dell’associazione nazionale dei Comuni di non restarsene alla finestra, ma di chiedere l’apertura di un “tavolo” col governo, anche se i sindaci leghisti per comprensibili ragioni di schieramento, non volendo sfidare il leader del loro partito, hanno finora girato la testa dall’altra parte, o quasi.

Salvini e Conte.jpg La storia della gestazione anomala del decreto Salvini -chiamiamolo così- emanato con una lettera di accompagnamento del capo dello Stato per niente formale o burocratica, pur al netto della conversione del decreto con legge approvata definitivamente dal Parlamento il primo dicembre e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica due giorni dopo, conferma il detto popolare sui nodi che prima o dopo arrivano tutti al pettine.

Arriveranno d’altronde presto al pettine, con i decreti di disciplina del cosiddetto reddito di cittadinanza e dell’accesso anticipato alla pensione, anche i nodi del bilancio appena approvato con la ormai nota e ammessa “compressione” del Parlamento, originariamente denunciata nell’aula del Senato solo dalla radicale Emma Bonino.  E’ una compressione che il presidente della Repubblica ha definito “grave” in un passaggio sia pur breve del suo messaggio televisivo di Capodanno, e il presidente grillino della Camera Roberto Fico ha preferito definire soltanto “dolorosa” in una lettera al Sole-24 Ore dedicata addirittura al tema della “centralità del Parlamento”. Una centralità mai vissuta o vista con tanta sofferenza  come in questi giorni.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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