Cambia l’ora, da solare a legale, ma non il clima fuori e dentro il governo

              “Alta tensione”, titola su tutta la prima pagina il Corriere della Sera riferendo della situazione politica, ma più in particolare dei rapporti fra i due partiti del governo gialloverde. Che “fanno prove di divorzio”, titola con evidenza ancora maggiore la Repubblica, promuovendo a test politico generale lo scontro verificatosi nella maggioranza, in particolare, sui temi della famiglia trattati a Verona nel contestassimo raduno dei tradizionalisti. Dove il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno è corso per chiedere, fra l’altro, al presidente del Consiglio, naturalmente assente, l’accelerazione delle procedure per le adozioni, forse pensando di spiazzare i suoi avversari ma rimediandosi una mezza bocciatura scolastica. Quale è stato l’invito rivoltogli a distanza per ripicca dallo stesso Conte a “studiare” le competenze in materia. Che spettano più al ministro leghista della famiglia, non a caso attivissimo a favore del raduno di Verona, che a Palazzo Chigi.

            Se si passa dai temi della famiglia ad altri, quelli per esempio dell’economia, della finanza e delle banche, la temperatura politica sale ulteriormente. Mentre la presidente forzista, cioè berlusconiana, del Senato ha confermato la sua “obbedienza” alla lettera di raccomandazioni inviatale dal capo dello Stato, assicurando che sceglierà con la dovuta accortezza i venti senatori della commissione d’inchiesta parlamentare sul sistema del credito istituita con una legge promulgata con non nascoste preoccupazioni al Quirinale, il presidente grillino della Camera ha fatto sapere che c’è ben poco da chiedergli, e da aspettarsi da lui, perché saranno i gruppi parlamentari a designare i loro rappresentanti. E Roberto Fico procederà praticamente a ratificarne le scelte con le nomine formali, salvo clamorose sorprese.

            E’ cambiata insomma l’ora, da solare a legale, ma non la conflittualità nella maggioranza di governo, e nelle sue derivazioni istituzionali e mediatiche.  Dove cresce, in particolare, l’insofferenza ora legale.jpgdei grillini verso Salvini, non a caso rappresentato sulla prima pagina di quella specie di sesta stella che è il Fatto Quotidiano, per il movimento capeggiato da Luigi Di Maio, come un feto abortito: di quelli rappresentati con assai poco gusto, in verità, anche negli articoli da cartoleria o gadget  distribuiti a Verona. Un feto abortito e pronto ad essere immerso nella formalina. C’è addirittura, sotto le cinque stelle, chi si diverte a suggerire vari modi in cui eliminare il Salvini adulto o a cercare con disperazione, fortunatamente solo ironica sinora, un killer.

            A dire il vero, neppure le opposizioni se la passano tanto meglio. Silvio Berlusconi, per esempio, nel venticinquesimo anniversario della sua prima vittoria elettorale ha radunato gli amici eletti a vari livelli -quelli che i grillini chiamano “portavoce”- in un palazzo romano destinato Berlusconi .jpgai congressi degli altri partiti, visto che di quelli veri della sua Forza Italia personalmente non ne ricordo nessuno, per avvertire malpancisti e critici, a cominciare naturalmente dal governatore della Liguria Giovanni Toti, già suo consigliere politico o addirittura delfino, che sta esaurendo la propria “pazienza”. E spero, almeno per lui, che il nervosismo non gli prenda la mano nella campagna elettorale per il Parlamento Europeo, al quale il Cavaliere si è riproposto col permesso -hanno assicurato i retroscenisti- anche dei familiari in apprensione per la sua salute, più ancora che per i voti e il personale in uscita verso la Lega.

            Il Pd da poco guidato da Nicola Zingaretti, dal canto suo, ha scoperto come una targa o un monumento il simbolo col quale parteciperà anch’esso, naturalmente, alle elezioni europee di fine Zingaretti e Calenda.jpgmaggio, per metà conservato per sé e per l’altra metà ceduto, o prestato, al logo del movimento “Siamo europei” dell’ex ministro Carlo Calenda. Fintamente a cavallo fra i due settori c’è la sigla del Partito Socialista Europeo: fintamente, perché in realtà essa è situata sul confine meridionale, diciamo così, e a destra, non a sinistra, almeno per chi vede, della metà superiore conservata dal Pd. Per cui, al limite, si potrebbe pensare che i calendiani, chiamiamoli così, non si sentano poi vincolati a partecipare, se eletti, al gruppo del Pse a Strasburgo.  

Una lettera dal Quirinale potrebbe non bastare a proteggere il sistema bancario

            L’”obbedisco” della presidente del Senato alla lettera mandata dal presidente della Repubblica a lei e al presidente della Camera perché vigilino, in pratica, sulla commissione parlamentare firma mattarella.jpgd’inchiesta sul sistema bancario istituita con una legge che lo ha molto impensierito, non credo che possa bastare davvero al capo dello Stato. Che comunque a questo punto dovrà farsela bastare per forza, avendo rinunciato all’unico, vero strumento a sua disposizione per cercare di evitare o limitare i danni di un’inchiesta politica, peraltro non la prima, foriera di molti rischi per il sistema creditizio. Mi riferisco naturalmente al “messaggio motivato alle Camere”, previsto dall’articolo 74 della Costituzione, col quale il presidente della Repubblica “può chiedere una nuova deliberazione” su una legge che non lo convince.

            Certo, quell’articolo obbliga il capo dello Stato a firmare e promulgare la legge da lui praticamente Sorgi.jpgcontestata se approvata “nuovamente” dalle Camere, cui spetta quindi l’ultima parola. Ma ognuno a quel punto avrà fatto per intero il suo compito tutelato dalla Costituzione. Ebbene, dubito che il presidente della Repubblica lo abbia fatto firmando quella lettera, come altre analoghe su altre leggi conflitto.jpgfirmate da lui e dai suoi predecessori, accomunati un po’ dalla paura di soccombere, diciamo così, in un confronto con le Camere e un po’ dal timore di aprire nella maggioranza di turno del governo una partita insanabile, con rischi di crisi di cui il vertice dello Stato non vorrebbe apparire o essere responsabile.

            Che poi questa maggioranza gialloverde, nata un anno fa solo a causa della indisponibilità o paura di entrambi i partiti che la compongono di affrontare davvero le elezioni anticipate Belpietro.jpgcui fingevano di essere pronti, sia ancora più divisa e anomala del solito, appesa alle elezioni europee e amministrative di fine maggio come a un cappio, avendo sotto i piedi il vuoto della recessione economica, non c’è dubbio. Per cui si potrebbe con una certa buona volontà anche comprendere la prudenza del presidente dellaSchermata 2019-03-30 alle 06.55.30.jpg Repubblica. Ma, appunto, occorrerebbe molta buona volontà, nella consapevolezza che non sempre producono effetti positivi i rimedi o addirittura le soluzioni dilatorie dei problemi sul tappeto.

            E questa di scrivere ai presidenti delle Camere perché praticamente vigilino su un’inchiesta parlamentare è stata una scelta dilatoria, un rimettersi ad altri. Che per giunta non sembrano proprio avere una visione comune del problema sollevato dal capo dello Stato.

            Il già ricordato “obbedisco” della volenterosa presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, proveniente Casellati.jpga dir poco dallo schieramento elettorale del centrodestra, stride col sostanziale ma a dir poco imbarazzato e imbarazzante silenzio del presidente della Camera Roberto Fico. Che non è solo proveniente ma partecipe attivo del movimento grillino delle cinque stelle, dove è un punto di riferimento -diciamolo francamente- della parte più sofferente o, se preferite, più insofferente verso i prezzi che un partito nato e cresciuto di protesta deve pagare alla realtà, e al Paese, nel momento in cui decide, o accetta, di governare.

            Come potrà finire anche questa storia Dio solo lo sa. Mi sembra francamente difficile che possa finire bene, fuori e dentro scudo Mattarella.jpgi palazzi bancari investiti da questa specie di emergenza politica, forse persino aggravata dalla posta del Quirinale, al di là e persino contro l’immagine dello “scudo” attribuita a torto o a ragione all’iniziativa del presidente della Repubblica. 

 

 

 

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Il compleanno di Roberto Formigoni nel carcere di Bollate

Mi associo molto volentieri agli auguri di Piero Sansonetti all’ex governatore della Lombardia Roberto Formigoni. Che compie oggi, 30 marzo, i suoi 72 anni, purtroppo in un carcere: quello di Bollate.  Dove sta scontando i 5 anni e 10 mesi di condanna definitiva per corruzione, senza diritto ai domiciliari, già negatigli, a servizi sociali e quant’altro per la stretta contemplata dalla legge cosiddetta “spazzacorrotti”, ancora fresca d’inchiostro, diciamo così, della Gazzetta Ufficiale  della Repubblica. E’ una legge della quale non si può lamentare e tanto meno denunciare l’applicazione retroattiva senza incorrere nella derisione, quanto meno, dei manettari in servizio permanente effettivo, come le tricoteuses che se la godevano sferruzzando davanti alla frequentatissima e calda ghigliottina della Rivoluzione francese del 1789.

Formigoni agli occhi di questo pubblico più o meno selezionato dell’indignazione ha aggravato la sua posizione scegliendosi con tempestività galeotta il carcere. Egli si costituì il mese scorso a Bollate, da lui scambiato secondo qualche magistrato per uno degli alberghi a 5 stelle -quanteFormigoni 2 .jpg quelle stampate peraltro nei manifesti e nei loghi dell’omonimo movimento politico-  che era solito frequentare da uomo libero, in vacanze e non, a spese sue e qualche volta, o spesso, di amici. Dai quali -riconosco- l’allora governatore avrebbe fatto meglio a non farsi pagare neppure un cappuccino al bar, figuriamoci case, barche e quant’altro, sapendoli interessati direttamente o indirettamente alle sue pur avvedute scelte o decisioni amministrative: avvedute, visto il funzionamento dei servizi, settori ed enti destinatari.

Ma per questo modo di fare e di essere del “Celeste”, con una corruzione da “utilità” più che da denaro, con questa confusione lamentata da Tiziana Maiolo tra peccato e reato, ritengo francamente, anche a costo di guadagnarmi improperi, che Formigoni abbia già molto pagato, da uomo ancora libero, con le macchiettizzazioni fattene da Maurizio Crozza: micidiali per sputtanamento, diciamo così, più di una valanga di avvisi di garanzia, di processi e di condanne. Ne sanno qualcosa, per i voti che Crozza è riuscito a portar via alle loro persone e ai loro partiti, il buon Pier Luigi Bersani -buono anche a riderne lui stesso, e di cuore- e il meno buono, per i miei gusti assai personali, Antonio Ingroia. Che da magistrato in aspettativa, avvolto nella leggenda di un epico scontro avuto più o meno direttamente con l’allora capo dello Stato in carica per le vicende processuali della famosa “trattativa” fra lo Stato e la mafia, si schiantò nella sua corsa elettorale a Palazzo Chigi, nel 2013, contro le imitazioni di Crozza, appunto, prima e più ancora che contro il verdetto degli elettori.

Ho letto da qualche parte che il carcere di Bollate, dove Formigoni -ripeto- sta scontando la sua pena in una cella, esattamente la numero 315, è provvisto ora non solo di un laboratorio di pasticceria e di uno di pelletteria, ma anche di un ristorante aperto in qualche modo al pubblico. Dove quella diavola del garantismo chiamata Annalisa Chirico, vezzeggiata come “Chirichessa” sul Chirico e Salvini.jpgFoglio dal fondatore Giuliano Ferrara, è riuscita a portare a cena addirittura il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, non contenta dei guai mediatici già procuratigli con una iniziativa, sempre di ristoro, a Roma. A leggerne ho subito pensato non solo al magistrato certificatore delle 5 stelle del carcere di Bollate, ma anche al suo detenuto eccellente Formigoni. Che magari a quella stessa ora stava di nuovo contando i centimetri che mancano al suo letto per contenerne il corpo in tutta la sua lunghezza, che è da corazziere. Ma mi sono subito consolato apprendendo che, complice l’ambiente, la qualità e quant’altro del ristorante, la brava Annalisa era riuscita a strappare a Salvini, tra un piatto e l’altro, la promessa di non lasciarsi più scappare non dico dalla testa ma almeno dalla lingua il desiderio obiettivamente infelice di vedere “marcire in galera” chi vi finisce, magari a condanna definitiva emessa, escludendo almeno quelli in attesa di giudizio. Che notoriamente non mancano, specie nei penitenziari italiani.

L’idea che Salvini possa avere mai desiderato di vedere “marcire in galera” uno come Formigoni, dopo averlo peraltro conosciuto almeno come elettore lombardo e alleato politico del suo partito nella più importante regione d’Italia e altrove, a dire il vero, non mi è mai venuta davvero. Ma è ugualmente importante che “Chirichessa” sia riuscita a fare breccia nella testa o nel cuore del leader leghista parlando dei detenuti in genere, a prescindere da quello- ripeto- eccellente che era a così poca distanza da loro quella sera a cena.

C’è tuttavia dell’altro ancora che io vorrei evitare che marcisse nel posto in cui è finito, che è in questo caso il nostro codice penale. E’ la legge “spazzacorrotti” cui ho già accennato. E non solo per l’applicazione retroattiva che se ne sta già facendo, e che proverà sulla propria pelle Formigoni, ma anche per quella sostanziale soppressione della prescrizione infilatale all’ultimo momento come una supposta, tra polemiche esplose anche all’interno della maggioranza e dello stesso governo, per non parlare del parere negativo espresso dal Consiglio Superiore della Magistratura. Dove si sarebbe voluto qualcosa di più impegnativo di una promessa di riforma del processo penale per stabilire che dal primo gennaio dell’anno prossimo la prescrizione finirà con la sentenza di primo grado. Oltre la quale pertanto si potrà rischiare di rimanere imputati a vita.

Prima o poi questa legge arriverà alla Corte Costituzionale. E sono davvero curioso di vedere come ne uscirà, anche dopo averla vista uscire indenne dal palazzo dirimpettaio, che è quello del Quirinale. Dove il presidente della Repubblica, a mio modestissimo avviso di anziano giornalista ed elettore, avrebbe avuto più di un motivo per allungare i tempi della sua riflessione e rinviarla al Parlamento per una ulteriore “deliberazione”, come dice e consente l’articolo 74 della Costituzione. Che obbliga il capo dello Stato alla firma, e alla conseguente promulgazione, solo in seconda battuta, se la legge viene “nuovamente” approvata dalle Camere, sempre per espresso dettato di quell’articolo della Costituzione.

Un uccellino, diciamo così, mi informò dei dubbi che anche al presidente Sergio Mattarella, come al Consiglio Superiore da lui stesso presieduto,  erano venuti leggendo il testo di quella legge trasmessogli da Montecitorio nel testo definitivo approvato il 18 dicembre dello scorso anno.

Lo stesso uccellino mi informò non più tardi del giorno dopo che il capo dello Stato di fronte alle voci che cominciavano a circolare sui suoi dubbi o sulle sue esitazioni, e al malumore che queste voci provocavano in almeno una parte del governo, giù agitato per tante altre questioni, si era deciso a firmare la legge senza aspettare tutti i trenta giorni a sua disposizione per decidere. Ma l’uccellino per un certo verso è morto, non so se più di vergogna per avermi raccontato una balla o di pentimento per avere tradito l’obbligo al segreto, o alla discrezione. Cui sono tenuti gli uccellini che volano attorno al Quirinale.

 

 

 

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I grillini disertano l'”armeria” festeggiata al Senato dai leghisti

            Ministri e sottosegretari grillini si sono tenuti lontani dai banchi del governo quando il Senato ha approvato in via definitiva la riforma della legittima difesa. Essi hanno voluto lasciare la festa Votazione.jpgtutta o sola ai leghisti. Il cui leader Matteo Salvini, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, orgoglioso del risultato, si è diviso festante tra le postazioni governative e i banchi del gruppo leghista, con una gestione degli spazi già sperimentata nella sedutafestaSalvini 2 .jpg conclusiva, sempre al Senato, del fallito tentativo della magistratura di Catania di processarlo per sequestro aggravato di oltre 170 immigrati: quelli regolarmente soccorsi in alto mare nella scorsa estate dal pattugliatore della Guardia Costiera  “Diciotti” ma trattenuti a bordo per alcuni giorni, e in porto, allo scopo di distribuirli fra vari paesi europei ed enti disponibili all’accoglienza. Con la riforma della legittima difesa, come con l’epilogo della vicenda “Diciotti” , va comunque detto che Salvini si è ritrovato, quanto a presenze e appoggi, col o nel centrodestra. 

            Banchi del governo e banchi leghisti nell’aula pur “bomboniera” di Palazzo Madama debbono essere stati scambiati dagli alleati a cinque stelle del Carroccio per quelle armerie che i critici della nuova legge immaginano destinate ad andare controcorrente rispetto alla recessione in corso. Rolli.jpgEsse potrebbero essere sommerse da richieste di acquisti di pistole, fucili e quant’altro occorrente a chi intende stendere secchi i ladri dentro o davanti a casa. E poi ad appuntarsi sulla camicia da notte, o di giorno, una bella stella da sceriffo da opporre al primo magistrato ancora convinto di poter indagare sull’accaduto, visto che neppure la nuova legge, per fortuna, glielo vieta.

            Ironia e vignette a parte, che certamente non sono mancate sui giornali, le distanze -chiamiamole così- che i pentastellati hanno voluto prendere fisicamente e politicamente da una legge pur contemplata nel famoso “contratto” di governo stipulato con i leghisti l’anno scorso, al pari di quelle che i leghisti a loro volta prendono da altre leggi di stampo maggiormente grillino, danno la misura peraltro crescente di una situazione a dir poco anomala. Che si trascinerà sicuramente sino alle elezioni europee ed amministrative di fine maggio, ma potrebbe anche scavalcarle se risultassero veri, e non solo tattici, i propositi manifestati sia da Salvini sia Giannelli.jpgdal suo omologo Luigi Di Maio di andare avanti così sino alla fine ordinaria della legislatura, fra quattro anni, scambiandosi graffi -come dice lo stesso Di Maio- o sgambetti o dispetti o minacce, o tutte queste cose insieme ogni volta. E ciò persino nei passaggi a dir poco drammatici che aspettano i due partiti, e i loro uomini e donne, sul percorso ineludibile della cosiddetta manovra correttiva di bilancio e della prossima legge ex finanziaria sotto le stelle -si fa per dire- di una recessione più forte delle parole che la smentiscono, o cercano inutilmente di ridurne dimensioni ed effetti.

            Qualche giorno fa il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, parlando nella sua terra, ha spiegato che “la pugliesità è sorridere alla vita e conservarsi umili, non farsi girare la testa per l’ambizione e il successo”. Ma, tornato a Roma, deve avere parlato con qualche persona sbagliata se il più diffuso giornale italiano ha raccontato di suoi malumori per i comportamenti dei leghisti nel governo e nella maggioranza e di sue tentazioni, o addirittura propositi, di ricambiarli della stessa moneta spalleggiando più di quanto non abbia già fatto sinora il suo vice presidente a cinque stelle. Un esempio per tutti: la gestione della pratica Tav, intesa come linea ferroviaria ad alta ma contestatissima velocità per il trasporto delle merci da Lione a Torino, e viceversa.

            Durante la cosiddetta prima Repubblica c’erano gli autunni politicamente caldi. In questa terza, incipiente Repubblica, promessa agli italiani da grillini e leghisti firmando il loro contratto di governo, potremmo essere già arrivati sulla soglia di una estate gelida, per le sorprese che potrebbe riservarci. O torrida, all’opposto, se preferite essere più tradizionalmente stagionali.

 

 

 

 

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La curiosa caccia al Salvini intimo nel pieno delle sue lotte politiche

            Il gossip è gossip, per carità. E lo scoop è scoop, naturalmente. Ma c’è qualcosa di troppo strano o curioso, e anche di sospetto, diciamo la verità, in questa faccenda della caccia in corso al Matteo Salvini intimo, alle sue frequentazioni femminili in un momento in cui continua a salire la sua esposizione politica, con tutti i voti che il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno riesce a rastrellare nelle urne e i problemi che crea agli alleati di governo attuali e a quelli potenziali, che adesso lo sono soltanto a livello locale ma vorrebbero tornare ad esserlo anche a livello nazionale. E temono, questi ultimi, ch’egli abbia poca o nessuna voglia di farlo, almeno fino a quando non avrà finito di spolpare ben bene l’osso grillino regalatogli dalle circostanze più o meno astrali di un anno fa.

              Le elezioni politiche del 4 marzo 2018 avevano regalato notoriamente a Salvini da una parte il sorpasso su Silvio Berlusconi all’interno di un centrodestra non autosufficiente nel nuovo Parlamento, e dall’altra una vittoria inutile del movimento delle cinque stelle. Che era uscito dalle urne col maggior numero di voti rispetto a ciascuno di tutti gli altri partiti ma insufficienti a realizzare il sogno di governare da solo. Esso fu infine costretto a scegliere come alleato la forte Lega di Salvini piuttosto che un Pd debole ma non abbastanza da cedere alla tentazione di governare con chi ne aveva determinato il tracollo elettorale.

            Ora Salvini è costretto a muoversi fra l’insofferenza, la paura e quant’altro  sia dei grillini-  che non potendo o non volendo rompere con lui per non provocare elezioni anticipate che ne dimezzerebbero forse la consistenza parlamentare, come sta accadendo nelle elezioni regionali, hanno deciso di tentarne il logoramento con una guerriglia mediatica e politica, fatta di scavalcamenti e sgambetti, d’altronde ampiamente ricambiati- sia degli alleati locali, particolarmente i forzisti di Berlusconi. Fra i quali è diffusa la convinzione, neppure tanto nascosta, che il tempo non lavori per loro e per il loro leader in marcia inarrestabile verso gli 83 anni. Che sono obiettivamente tanti rispetto ai 46 di Salvini, compiuti da poco.

            In questo contesto a dir poco difficile e a due mesi dalle forse decisive elezioni europee di fine maggio, mentre la recessione continua a battere alla porta e richiede interventi socialmente e finanziariamente indigeribili che egli commette l’errore, già fatto da Berlusconi a Palazzo Chigi nel 2011, di esorcizzare liquidando i critici e i preoccupati come “gufi”, Salvini irrompe sulle prime pagine con le sue vere o presunte nuove fidanzate. L’ultima delle quali sembra essere Salvini e Francesca 2 .jpgFrancesca Verdini, per uno sfortunato caso politico figlia di Denis. Che nella scorsa legislatura mollò Berlusconi per aiutare il Pd di Matteo Renzi a sopravvivere all’opposizione leghista ricongiuntasi ad un certo punto con quella forzista. Siamo a un pasticcio politico pari a quello familiare e di più vasta immagine che deriva dalla mobilità sentimentale di un Salvini contemporaneamente schierato sul versante di tutt’altro tipo di famiglia celebrato nel raduno di Verona, liquidato dal grillino Di Maio come quello degli “sfigati” nella loro antica concezione dei rapporti indissolubili.

            Si dà il caso che il settimanale dello scoop sul Salvini intimo -il famosissimo e specializzatissino Chi, in edicola dal lontano 1995, diretto da Alfonso Signorini- sia di proprietà del gruppo Mondadori. Cioè riconducibile a Berlusconi. E’ una coincidenza non so se più diabolica o sfortunata per entrambi, cioè per lo stesso Berlusconi, che ha già avuto grossi problemi in passato con alleati a tempo pieno e non, tipo Gianfranco Fini,  per il tipo di attenzione riservata loro dai giornali di famiglia del Cavaliere, e per Salvini. Che intanto, sempre alle prese Casarini.jpgcoi problemi dei migranti e delle navi che li soccorrono, non è ancora riuscito a smaltire l’arrabbiatura, a dir poco, procuratagli dalla notizia e dalla foto di Luca Casarini indagato per traffico clandestino di migranti, appunto, e orgogliosamente ospitato alla Camera, tra la buvette, il cosiddetto transatlantico e il cortile del Palazzo di Montecitorio, dalla sinistra antileghista. Alla visita è peraltro seguito il ritorno di Casarini sulla nave Mare Jonio nel frattempo dissequestrata a Lampedusa e pronta probabilmente ad altre sfide alla linea del Viminale sui soccorsi in mare e sugli sbarchi.

 

 

 

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Un Salvini inedito che fa intristire solo il povero Berlusconi

            Ha sicuramente dell’inedito, del sorprendente, ma anche del vecchio o dell’abituale se pensiamo alla capacità che egli ha dimostrato di cambiare in pochi anni il suo stesso partito, il Matteo Salvini “buonista” degli ultimi giorni, o delle ultime ore.

            E’ il Salvini che, ospite televisivo di Maurizio Costanzo, si arruola tra gli ammiratori del vincitore italiano di origini egiziane dell’ultimo festival canoro di Sanremo, Mahmood. Il cui merito maggiore, però, non sembra essere agli occhi del leader leghista di saper cantare, viste le reazioni del ministro dell’Interno a quella vittoria,  ma di essere piaciuto e di piacere “a mio figlio”, ha spiegato lo stesso Salvini con disarmante sincerità.

            E’ il Salvini che prima dice no, mandandolo quasi a quel paese con la sfida a farsi eleggere fra qualche anno al Parlamento, o a qualcosa del genere, e poi dice sì alla cittadinanza italiana al tredicenne Ramy.jpgegiziano Ramy Sheata.  Senza la cui astuzia e il cui coraggio i Carabinieri non sarebbero riusciti probabilmente a salvare dal sequestro una cinquantina di ragazzi su un autobus a San Donato Milanese. “E’ come se fosse mio figlio”, ha commentato, orgoglioso e pentito allo stesso tempo, oppure orgogliosamente pentito, il potente ministro ostinatamente chiamato “Truce”, che fa peraltro rima col Duce, da quello strano buonista che è Giuliano Ferrara, sbrigativo e duro come pochi altri quando mira contro qualcuno o qualcosa.

            E’ il Salvini plurifamiliare, diciamo così, che non solo promette la cittadinanza a Ramy ma lo invita al Viminale praticamente per festeggiarla, senza aspettare il lungo percorso burocratico della pratica, che deve passare, fra le tante scrivanie, anche per quella del presidente della Repubblica. Dove sicuramente non troverà ostacoli, ma vi deve pur sempre arrivare.

            E’ il Salvini che riconosce di non poter premiare Ramy senza premiare anche il coetaneo e ugualmente coraggioso Adam El Hamami, di famiglia marocchina, prezioso pure lui su quell’autobus dove stava per consumarsi un’autentica, orribile tragedia.

            E’ il Salvini che per quieto vivere politico, cioè per opportunità, o opportunismo, come preferite, visto che si è impegnato a salvare il governo da ogni tentazione di “incassare” i guadagni elettorali che va accumulando da un anno a spese dell’alleato grillino, che ne è in qualche modo diventato prigioniero, lascia per un pò che l’omologo pentastellato a Palazzo Chigi Luigi Di Maio e il guardasigilli anche lui a cinque stelle Alfonso Bonafede si vantino pubblicamente di averlo convinto, una volta tanto, alla generosità. Poi però ci ripensa anche su questo e precisa che ha cambiato idea da solo, senza farsi condizionare dai colleghi gialli di governo, bastandogli e avanzandogli evidentemente la consapevolezza della impopolarità del diniego.

           Silvio Berlusconi, che ai protagonisti del salvataggio della scolaresca di Crema avrebbe dato e darebbe anche di più, è l’unico che avrebbe paradossalmente motivo di dolersi del Salvini inedito di questi giorni o di queste ore: tanto buono e aperto con gli altri, quanto chiuso politicamente a lui. Con cui “il capitano” della Lega vince puntualmente tutte le elezioni locali, facendo incetta di regioni e comuni, ma non ha nessuna voglia di tornare, o di cercare di tornare a governare, a livello nazionale separandosi dai grillini. Con i quali “la relazione”, peraltro autorizzata dallo stesso Berlusconi l’anno scorso per evitare un ritorno troppo ravvicinato alle urne, è stata appena definita “occasionale” dalla pentastellata di rango Roberta Lombardi.

           Ma oltre che “occasionale”, non proprio il massimo nella scala dei valori per questo tipo di rapporti, la relazione con i leghisti deve intendersi anche poco onorevolmente “obbligata”, ha spiegato la capogruppo grillina alla RegioneLombardi.jpg Lazio, dove svolge peraltro un’opposizione assai moderata o, costruttiva, al governatore e nuovo segretario del Pd Nicola Zingaretti, aiutandolo a suo modo a tenere anche il doppio incarico. Obbligata, ha spiegato ancora la signora, dopo il mancato e più desiderato accordo, l’anno scorso, col Pd uscito a pezzi dalle urne, e quindi senza tante pretese da poter avanzare.

 

 

 

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Matteo Salvini non rinuncia all'”incasso”. Lo rinvia alzando la posta

Con o senza lo specchietto che Emilio Giannelli gli ha messo in mano sulla prima pagina del Corriere della Sera per farlo narcisisticamente ammirare nella “Potenza”, sotto tutti i sensi, dei risultati elettorali in Lucania, dove in un anno è riuscito a triplicare i voti della sua Lega e a ridurre a meno della metà quelli del Movimento delle cinque stelle, con cui governa a livello nazionale, Matteo Salvini non si rende forse conto di assomigliare al suo quasi omonimo Renzi. Di cui pure egli si è vantato una volta di avere sistemato un ritratto sul comodino, o dintorni, a titolo di monito, cioè per ricordarsi dei suoi errori e non condividerne la sorte.

            Le assicurazioni di lunga vita al governo anche dopo la nuova batosta presa dai grillini e l’apprezzamento del primo posto nella graduatoria dei partiti in Basilicata vantato da Luigi Di Maio Di Maio e Salvini.jpg“nonostante  c’erano” -ha detto testualmente il vice presidente pentastellato del Consiglio travolgendo anche la lingua italiana- tante altre liste in gara, anche unite contro quella solitaria della propria parte politica, fanno tornare alla memoria i messaggi e messaggini con cui Matteo Renzi, arrivato alla segreteria del Pd nel 2013, esortava l’amico e compagno di partito Enrico Letta Rolli.jpga “stare sereno” a Palazzo Chigi. Sereno un corno, naturalmente, come l’allora presidente del Consiglio scoprì rapidamente, e così sinceramente da passare con ostentato fastidio proprio a Renzi la campanella del governo nella cerimonia di passaggio delle consegne al vertice dell’esecutivo.

            Salvini non ha per niente rinunciato all’”incasso” – per ripetere il termine da lui adoperato- di quello che sta raccogliendo elettoralmente da un anno a questa parte. Lo ha solo rinviato a tempi migliori, quando potrà aumentare ancora di più la posta. Il che potrà accadere già dopo le elezioni europee ed amministrative di fine maggio o ancora più in là, magari davvero fra quattro anni, alla fine ordinaria della legislatura, come lui stesso dice, se i grillini continueranno a farsi Amaro Lucano.jpgspolpare dalla Lega pur di sfruttare sino all’ultimo i vantaggi, di potere ed altro ancora, derivanti dalla loro attuale consistenza parlamentare. E sempre che, naturalmente, il governo in carica, o rimaneggiato, si mostri davvero in grado di affrontare la recessione economica e di varare manovra correttiva, legge finanziaria e quant’altro, non limitandosi a sognare i miliardi di euro che camminano nella immaginazione di Di Maio sulla cosiddetta Via della Seta.

Speculare alla linea apparentemente tranquilla, rasserenante e altro ancora di Salvini è quella del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ben rappresentato nella vignetta di Vauro Senesi sulla prima prima pagina dell’insospettabile Fatto Quotidiano. Che ha praticamente riso dell’olimpica attesaVauro.jpg della “valanga” leghista da parte del professore e “avvocato del popolo”, appena espostosi tuttavia ad un’offerta, o disponibilità, negata dopo averne accennato nella conferenza stampa di fine anno: la verifica, revisione, aggiornamento del famoso “contratto” di governo stipulato circa un anno fa. Di cui ogni giorno sono sempre più evidenti le carenze, le ambiguità e le contraddizioni.

            E’ obiettivamente impagabile l’umorismo di Vauro, che ha avuto così modo di rifarsi anche della brutta sorpresa appena riservatagli da quella specie di vittima del sistema giudiziario italiano che gli era sembrato per tanti anni Cesare Battisti. Il quale, invece, una volta finito in carcere e interrogato dai magistrati, curiosi non di verificare le sue responsabilità di terrorista, già accertate con sentenze definitive, ma di conoscere solo gli aiuti di cui ha potuto disporre per sfuggire così a lungo alla giustizia del suo Paese, ha confessato i quattro omicidi per i quali fu a suo tempo condannato: tutti commessi naturalmente, secondo lui, nella convinzione di partecipare ad una “guerra civile”. Che aveva il torto di essere stata dichiarata e condotta solo da una parte: quella naturalmente dei terroristi.

            Stanco di scambiare il diavolo per l’acqua santa, il buon Vauro si è reso prudente. E, fatte naturalmente le debite ed enormi differenze, ha pensato di non cadere nelle trappole della indifferenza e della tranquillità di un presidente del Consiglio che, d’altronde, sembra così poco contento pure lui di come gli vadano le cose da avere avvertito che quella in corso è la sua prima e ultima, quindi unica, esperienza politica.

 

 

 

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I generosi tentativi di Sandro Fontana di sottrarre il centrodestra al populismo

In queste settimane di rievocazioni di grandi personaggi della Dc, fra centenari della nascita e anniversari della morte, mi è toccata la fortuna di assistere e partecipare anche al ricordo di Sandro Fontana. Che fu tra i pochi a muoversi costantemente nella Democrazia Cristiana combinando la professione dello storico e la passione del politico. Fu, fra l’altro, assessore alla Fontana.jpgCultura della Regione Lombardia, senatore, direttore del quotidiano ufficiale del partito, Il Popolo, e ministro dell’Università, Ricerca Scientifica e Tecnologica nel primo governo di Giuliano Amato, o penultimo -se preferite- della cosiddetta Prima Repubblica. Venne poi il governo della sua formale liquidazione, che fu presieduto nel 1993 da Carlo Azeglio Ciampi con il compito, assegnatogli dall’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, di gestire il cammino parlamentare della legge elettorale  con la quale nel 1994 si sarebbe rinnovato in anticipo il Parlamento. Ciò avvenne con un sistema misto, per tre quarti maggioritario e per un quarto ancora proporzionale: un sistema di fatto concepito in un referendum riguardante solo il Senato e promosso dai radicali e dal democristiano Mario Segni.

Quella legge prese il nome di chi ne fu relatore alla Camera: l’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella. “Mattarellum”, la chiamò Giovanni Sartori, che si divertiva a latinizzare tutto ciò che gli capitava di analizzare come politologo.  Essa diede agli italiani negli anni della cosiddetta Seconda Repubblica, con modifiche apportate lungo la strada, la possibilità che sarebbe stato e sarebbe più corretto definire illusione di eleggere contemporaneamente il Parlamento e il governo: con tanto di candidato a Palazzo Chigi indicato sulla scheda elettorale dalle coalizioni o partiti in corsa. Illusione, perché in realtà si alternarono in quel periodo presidenti del Consiglio proposti agli elettori ma anche scelti dai partiti durante crisi di governo non sfociate, come avrebbero dovuto in uno spirito autenticamente maggioritario, in nuove elezioni per restituire la parola e la scelta ai cittadini. Lamberto Dini, Massimo D’Alema, lo stesso Amato nella sua seconda esperienza di capo del governo, Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni e Giuseppe Conte, il primo della cosiddetta terza Repubblica, sono approdati tutti a Palazzo Chigi senza una designazione elettorale.

Sandro Fontana, rimasto sostenitore convinto del sistema proporzionale sino alle morte, nel 2013, e orfano della Dc quando il suo ultimo segretario, e conterraneo di Brescia, Mino Martinazzoli decise di scioglierla, tra la fine del 1993 e l’inizio del 1994, dietro la facciata di un ritorno al Partito Popolare di memoria sturziana, visse con grande sofferenza, persino fisica, quegli anni all’interno della coalizione di centrodestra. Dove cercò con una generosità pari, secondo me, alla irriconoscenza altrui di evitare gli errori che ne avrebbero poi determinato la curiosa crisi  nella quale ora si dibatte a livello nazionale, pur avendo conseguito nelle ultime elezioni politiche, l’anno scorso, il maggior numero di voti rispetto a tutti gli altri concorrenti al governo. E pur vincendo sistematicamente tutte le elezioni locali, comprese le regionali della Basilicata fresche ancora di risultati.

Sandro Fontana, pur non facendone parte per avere preferito le formazioni derivate direttamente dalla disciolta Dc e dalla tradizione culturale, sociale e politica del popolarismo cristiano di Luigi Sturzo, fu decisivo negli anni vissuti come europarlamentare per l’approdo di Forza Italia, e del suo amico Silvio Berlusconi, nel Partito Popolare Europeo.

Nel ricordare il compianto  Bertoldo -come lui amava firmare nel Popolo corrosivi e brillantissimi commenti politici- ne è stata giustamente sottolineata la profonda affinità con Carlo Donat-Cattin. Che fu il leader Donat-Cattin e Fontana.jpgdella sinistra sociale democristiana. Della cui corrente denominata Forze Nuove Sandro fu animatore infaticabile. Carlo Donat-Cattin gli faceva aprire tutte le edizioni degli storici convegni autunnali a Saint Vincent, che lui poi concludeva. E nel 1983, quando fu costretto ad una pausa da un infarto sopraggiunto alla tragedia della scoperta di un figlio terrorista di Prima Linea, Carlo affidò proprio a Sandro la conduzione anche organizzativa della corrente, tanto se ne fidava, e tale era la loro simbiosi politica.

Furono loro a sostenere per primi e a far maturare quella svolta politica che si tradusse nel famoso “preambolo” scritto dallo stesso Donat-Cattin e approvato dal congresso nazionale della Dc nel 1980. Fu il documento che segnò davvero la fine della stagione della cosiddetta solidarietà nazionale apertasi nel 1976, dopo le elezioni anticipate conclusesi -come disse Aldo Moro sostenendo la necessità di una tregua politica- con “due vincitori”, la Dc e il Pci, impossibilitati a tradurre il loro carattere alternativo in una maggioranza parlamentare dell’una contro l’altro, o viceversa.

Il Pci di Enrico Berlinguer, a dire il vero, si era ritirato autonomamente dalla maggioranza di solidarietà nazionale all’inizio del 1979, non riuscendo a reggere al logoramento elettorale subìto nella sua esperienza di appoggio esterno ad un governo di soli democristiani. Nell’ultimo dei quali, formato da Giulio Andreotti come quello precedente, Moro aveva peraltro impedito -pochi giorni prima che i brigatisti rossi riuscissero a rapirlo fra il sangue della sua scorta per uccidere anche lui dopo 55 giorni di prigionia- che fossero rimossi due ministri contro i quali i comunisti avevano cercato di imporre un veto politico: proprio Carlo Donat-Cattin, al dicastero dell’Industria, e Antonio Bisaglia, alle Partecipazioni Statali.

Forti tuttavia rimasero, dopo il ritiro del Pci dalla maggioranza, le speranze fra gli stessi comunisti e nella sinistra politica democristiana chiamata Base per una ripresa dei rapporti fra i due maggiori partiti dopo il passaggio elettorale anticipato di quel 1979. E ciò anche o soprattutto a dispetto della svolta fortemente autonomistica realizzatasi nel Psi con l’avvento e il consolidamento della segreteria di Bettino Craxi. Fu pertanto necessario un chiarimento congressuale della linea dello scudo crociato per chiudere, come dicevo, una stagione ed aprirne un’altra. Che fu quella del cosiddetto pentapartito, in cui si ritrovarono insieme con la Dc le forze liberali e socialiste incompatibili nelle esperienze degasperiane di centro e morotee di centro-sinistra.

Nella nuova stagione, maturata politicamente anche per effetto dell’indebolimento subìto con la sconfitta nel referendum sul divorzio gestito da Amintore Fanfani, la Dc pagò agli alleati il prezzo molto alto della guida di alcuni dei governi di coalizione, presieduti nel 1981 dal repubblicano Giovanni Spadolini e nel 1983 da Craxi. Che si insediò a Palazzo Chigi dopo unaForlani.jpg trattativa condotta per i democristiani da un segretario, Ciriaco De Mita, che pure si era assunto pubblicamente il ruolo di contenimento, se non di respingimento del nuovo leader socialista, troppo anticomunista per le abitudini o le visioni politiche e culturali della corrente di Base.

In occasione della presentazione di un pregevole libro su Sandro Fontana curato  con devozione dalla figlia Angelica e recentemente pubblicato da Marsilio -in cui il professore Renato Cristin, l’ex deputato del Pd Giorgio Merlo, già componente pure lui della corrente democristiana di Forze Nuove, e il giornalista bresciano Tonino Zana hanno ripercorso la vicenda umana, culturale e politica dell’indimenticabile Bertoldo- la bresciana Maria Stella Gelmini, presidente del gruppo di Forza Italia alla Camera, si è chiesta con spirito onestamente anche autocritico perché mai il centrodestra non abbia saputo o potuto evitare che la maggioranza del Paese slittasse dal popolarismo, così caro e così ben rappresentato dal suo conterraneo, al populismo oggi esondante.

La dirigente forzista ha cercato di coinvolgere nel suo spirito autocritico anche il presente Pier Ferdinando Casini chiedendogli se le cose non avessero potuto prendere un’altra piega rimanendo lui nel centrodestra, anziché uscirne e tornare al Senato, per la sua Bologna, candidandosi col Pd. Da cui tuttavia Casini aveva appena dissentito nell’aula di Palazzo Madama votando contro il processo al vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, accusato dalla magistratura di Catania di sequestro aggravato di  170 e più immigrati, trattenuti l’anno scorso per alcuni giorni sul pattugliatore della Guardia Costiera italiana Diciotti, in attesa che ne fosse concordata la distribuzione fra vari paesi e la Conferenza episcopale italiana.

La capogruppo di Forza Italia a Montecitorio ha ricevuto come risposta da Casini, seduto in prima fila nella suggestiva sala dell’Istituto Luigi Sturzo che ospitava la presentazione del libro sul comune amico Fontana, un sorriso silente, e non credo autocritico. Egli aveva, in realtà, rotto politicamente con Berlusconi anni fa contestando proprio il forte peso nel centrodestra di una Lega che già conteneva, ai tempi di Umberto Bossi, tentazioni che oggi definiremmo populistiche. E che Salvini ha indubbiamente saputo tradurre di più in voti, tanto da toglierne anche agli attuali partner di governo grillini ridimensionandone rapidamente la consistenza, sia pure non ancora a livello parlamentare.

Un altro interrogativo tuttavia mi stimolano la storia e il ricordo dell’amico Sandro Fontana, andando ancora più indietro di Maria Stella Gelmini negli anni. Mi chiedo che cosa sarebbe accaduto della corrente Forze Nuove e poi della stessa Dc se nel 1991 la successione a Carlo Donat-Cattin, morto Martinazzoli.jpgper complicazioni subentrate a un intervento sul cuore, fosse caduta su Sandro, che già lo aveva sostituito temporaneamente nel 1983. Dubito, francamente, che Martinazzoli, indimenticabile anche lui con la sua ironia e cultura, avrebbe potuto resistere alla contrarietà di un Sandro Fontana capocorrente della sinistra sociale a quello scioglimento improvvisato, a dir poco, nel pieno di una tragica e strumentale offensiva moralistica, oltre che giudiziaria, contro la Dc e gli altri partiti protagonisti di mezzo secolo di democrazia italiana.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Dalle altezze della Grande Muraglia alle alture infelici della Basilicata

            Smaltita l’euforia, o la sbornia, della visita del presidente Xi Jiping in Italia e dei due miliardi e mezzo di euro d’affari concordati, diventati nell’immaginazione di Luigi Di Maio più di venti miliardi, non si è ben capito in quanti anni, il movimento delle cinque stelle è costretto a tornare ai conti elettorali in casa. Che continuano ad essere in perdita, essendosi più che dimezzati i voti grillini anche in Basilicata, dove solo un anno fa erano stati superiori al 44 per cento e sono precipitati, nelle urne regionali appena svuotate delle schede, a poco più del 20 per cento. Anche in Lucania, quindi, come in Abruzzo a febbraio e poi in Sardegna, truppe ed elettori di Di Maio sono passati dalle stelle alle stalle.

            Ha vinto in Basilicata il centrodestra con ben oltre il 42 per cento dei voti e una decina di punti di distacco dal centrosinistra, che ha perso così dopo più di 20 anni ininterrotti di potere il governo della regione, consolandosi solo con la sconfitta nettissima dei grillini. Che avevano umiliato il Pd anche in quella regione l’anno scorso aprendo le cosiddette praterie alla prospettiva di un nuovo bipolarismo fra loro stessi e i leghisti, alleatisi a livello nazionale proprio per giocarsi la partita decisiva in un momento successivo. Ormai è tutta acqua già passata sotto i ponti, e non solo quelli della Basilicata.

            Il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini è stato il primo ad esultare per la nuova vittoria regionale del centrodestra, che egli tuttavia continua a non avere molta voglia di riesumare a livello nazionale, come invece lo sollecita a fare Silvio Berlusconi. Il quale ora è pronto a quelle elezioni anticipate rifiutate l’anno scorso, dopo il sorpasso leghista sulla sua Forza Italia: rifiutate a tal punto, forse volendo avere il tempo per tentare un recupero sui leghisti, da autorizzare o addirittura incoraggiare Salvini a “provare” -come lo stesso Salvini ricorda spesso e volentieri- un’alleanza temporanea di governo con i grillini.

            Anche se pure in Basilicata i leghisti hanno preso più voti dei forzisti, in un trend nazionale quindi ormai consolidato pure in questo, Berlusconi può vantare di avere lasciato sulla vittoria del centrodestra un segno più visibile della Lega per avere scelto lui il candidato alla presidenza della regione. generale Bardi.jpgChe è il generale in pensione della Guardia di Finanza Vito Bardi, superiore anche di grado al metaforico “capitano”, come i leghisti chiamano affettuosamente il loro leader, ben felice peraltro di sentirsi definire così e smanioso di entrare nel ruolo indossando giubbotti, felpe, berretti e caschi militari. L’ultimo col quale Salvini si è lasciato fotografare e riprendere dalle telecamere è quello dei Vigili del Fuoco.

            Ma più che spegnere fiamme, a dispetto di quel casco e delle parole che continua a spendere a favore di una lunga durata del governo, Salvini sembra destinato ad accenderne nella maggioranza gialloverde, specie dopo le elezioni europee, regionali e comunali di fine maggio, col trend appena confermato dagli elettori lucani.

            Non vi è ormai argomento o problema su cui i due vice presidenti del Consiglio, e i rispettivi partiti, non mandino segnali opposti: dalla Tav alle altre grandi opere bloccate, dalle autonomie regionali alla famiglia, dalla riforma fiscale alla stessa materia della sicurezza, che sembrava sino a poco tempo fa delegata interamente al non a caso ministro dell’Interno, e infine ai rapporti con la Cina. Giannelli.jpgA proposito dei quali Di Maio ha appena voluto vantarsi di essere l’uomo dei “fatti” lasciando al suo omologo il compito di “parlare”, peraltro a sorpresa, cambiando interlocutore privilegiato a livello internazionale: da Putin a Trump. Delle cui preoccupazioni, e anche minacce, per i tipi di affari in cantiere con la Cina Salvini si è fatto carico sino a starsene lontano da Roma nei giorni della visita di Xi Jiping e seguito nella Capitale d’Italia, degli incontri, delle cene e delle firme orgogliosamente apposte da Di Maio alle intese commerciali con gli emissari di Pechino sotto lo sguardo compiaciuto e protettivo del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. A proposito del quale si ha tuttavia motivo di ritenere che, dietro la facciata del solito ottimismo, e  della solita sicurezza di durare -come diceva sino a qualche settimana fa- per l’intera durata ordinaria della legislatura, di cinque anni, stia maturando una lettura o visione più realistica della situazione politica.

            In particolare, dalla sua terra pugliese, che lo fece sentire all’arrivo a Palazzo Chigi in una certa continuità addirittura con Aldo Moro, l’ultimo di quella regione a precederlo alla guida di un governo Schermata 2019-03-25 alle 06.18.18.jpgin Italia, Conte ha avvertito amici ed avversari -ma non so francamente se più gli uni o gli altri- che si sente così in prestito alla politica da escludere repliche nel ruolo attuale, o in qualcosa che gli possa somigliare.

             Evidentemente il professore di diritto e avvocato civilista, abituato peraltro a guadagni ben superiori di quelli di un presidente del Consiglio, si sta stancando del gran daffare che gli procurano i due vice, e dintorni, e guarda ad una crisi di governo con spirito di sollievo, più che di apprensione. E non gli si potrebbe francamente dare torto, specie se si pensa a quel che potrebbe costargli, a tutti gli effetti, la preparazione della prossima legge finanziaria, con tutti gli obblighi già sottoscritti non con la lontana Cina, ma con la ben più vicina e stringente Unione Europea. Di cui egli ha avuto il tempo di conoscere meccanismi e uomini, destinati forse a non cambiare, almeno nella misura immaginata dai grillini, e un po’ anche dai leghisti, scambiando le lucciole elettorali italiane dell’anno scorso con le lanterne d’Europa.

 

 

 

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