Quelle cose sulla Tav, e sul governo, al sen sfuggite a Luigi Di Maio…

            Se la Tav, o il Tav in versione maschilista, non fosse quella cosa seria che è sempre stata, e che è aumentata di consistenza con i venti di crisi non tanto e non solo sul governo gialloverde quanto su un Paese già in recessione di suo, si potrebbe anche condividere l’ironia di Vauro Senesi. Che sul Fatto Quotidiano, lodevolmente e per niente condizionato dalla linea politica del giornale favorevole al no di Luigi Di Maio, prende in giro il capo del movimento delle cinque stelle e vice presidente del Consiglio accomunandolo nella sua vignetta di prima pagina all’omologo leghista Matteo Salvini: l’uno impegnato a rimettere nel contestatissimo buco in Val di Susa la terra rimossa dall’altro scavando la montagna. E ridiamoci su per un attimo anche noi.

            Ma la Tav, o il Tav, è appunto una cosa persino drammaticamente seria, per cui limitarsi a ridere non è possibile. Bisogna ragionarci sopra. Di Maio raccomanda di farlo con criteri addirittura “scientifici”. Peccato che mentre parlava così, alludendo chiaramente ai costi e ai benefici calcolati dal professore Marco Ponti, si scopriva che questo specialista di calcoli ne ha fatti altri sulla stessa opera assai diversi, anzi opposti a quelli commissionatigli dal ministro grillino delle Infrastrutture Danilo Toninelli. Gli altri calcoli di Ponti, commissionatigli a Bruxelles e a Berna, sono favorevoli alla realizzazione dell’opera contestata invece sotto le cinque stelle.

            Si ha insomma la sensazione, a torto o a ragione, che il professore Ponti, quasi omonimo di Monti, sia quello che la buonanima di Bettino Craxi disse una volta del suo ex braccio destro a Palazzo Chigi Giuliano Amato, dal quale si sentì poi tradito: “un professionista a contratto”. E si sa quanto importante sia per i grillini un contratto, non a caso adottato come formula giuridica e politica per definire quello che una volta si chiamava programma quando due o più partiti di governo lo concordavano per allestire un governo, e relativa maggioranza.

            Ma al senno di Di Maio è scappata anche un’altra affermazione che lo mette francamente in serie difficoltà, al plurale. Per spiegare e al tempo stesso denunciare la pretesa, secondo lui, di manifesto.jpgMatteo Salvini di dettare ad ogni costo la linea al governo, anche a costo di farlo cadere, egli ha detto, testualmente: “Quando su tre, due la pensano in un modo, io e Conte, poi non decide solo uno. Altrimenti avremo problemi in futuro”.

            Vi raccomando quell’”io e Conte”, quanto meno irriguardoso sul piano personale e costituzionale nei riguardi del presidente del Consiglio, ma anche del capo dello Stato che li ha nominati mettendo Conte prima e sopra Di Maio. Ma vi raccomando anche quei problemi accennati, o minacciati, “in futuro”.

            Quale futuro, di grazia? Non vorrei che fosse quello abbastanza vicino di mercoledì 20 marzo, quando in Senato si dovrà votare sul no espresso e proposto dalla competente giunta al processo a Matteo Salvini, chiesto dal cosiddetto tribunale dei ministri di Catania, fra l’altro, per sequestro aggravato dei 170 e più  immigrati trattenuti l’anno scorso per alcuni giorni sul pattugliatore “Diciotti” della Guardia Costiera italiana nel porto etneo.

             Al no della giunta senatoriale delle autorizzazioni, e alla relativa proiezione nell’aula di Palazzo Madama, i grillini sono arrivati il mese scorso dopo una tormentata consultazione Rolli.jpgdigitale dei militanti non ritenuta vincolante da tutti i parlamentari pentastellati. Alla cui disciplina nei piani alti del movimento, diciamo così, potrebbero non tenere più tanto dopo i problemi creati da Salvini sul versante della Tav, o del Tav, anche se -a dire il vero- il leader leghista nella sua vicenda giudiziaria può ancora contare sulla riserva del centrodestra, sufficiente a metterlo al riparo dai voti grillini combinati con quelli del Pd. Ma sarebbe la nascita di una nuova maggioranza, o di una nuova opposizione, come si preferisce.

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