Nella caccia alla famiglia Renzi manca ormai solo il mostro di Firenze

            Per numero, frequenza, eco mediatica e intreccio con le cronache politiche, in vista delle ormai imminenti primarie congressuali del Pd e di una meno imminente ma sempre più probabile crisi della maggioranza gialloverde di governo, le iniziative giudiziarie riguardanti la famiglia Renzi danno la sensazione, a torto o a ragione, di una caccia all’uomo. Che è lui, Matteo, l’ex segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio: in qualche modo coperto dietro lo schermo degli anziani genitori agli arresti domiciliari e in attesa di processi. L’ultimissimo dei quali è stato annunciato a Cuneo contro Laura Bovoli.jpgla madre di Renzi, la signora Laura Bovoli. Che divide già in altre inchieste col marito, Tiziano Renzi, l’accusa di bancarotta fraudolenta, fatture false e non si sa cos’altro. Di cui comunque il figlio Matteo, secondo i suoi avversari, non poteva non sapere, se addirittura non poteva non essere partecipe avendo avuto la ventura, o sventura, di avere lavorato in aziende della famiglia nel settore pubblicitario.

           Ormai, per ragioni diciamo così territoriali, manca solo che la famiglia dell’ex segretario del Pd  venga associata nella fantasia di chi evidentemente ne teme ancora il ritorno, se mai l’ha visto davvero ritirato o solo defilato dalla prima linea della lotta politica, nella vicenda Tiziano Renzi.jpgdel mostro di Firenze. Che risale agli anni giovanili di Tiziano Renzi: fra il 1968 e il 1985, quando a Firenze e dintorni, appunto, furono uccise in coppia dalle 14 alle 16 persone sorprese ad amarsi e amputate per punizione, sadismo, esoterismo e quant’altro.

            I misteri di quei delitti sono rimasti tantissimi, ed hanno prodotto una letteratura abbondante, non essendo bastati a soddisfare la ricerca della verità e la curiosità popolare l’ergastolo comminato a Mario Vanni, i 26 anni di carcere a Giancarlo Lotti, per fortuna solo omonimo di cognome dell’ex braccio destro di Matteo Renzi a Palazzo Chigi, e l’assoluzione rimediata in appello da Pietro Pacciani, morto prima che il processo venisse ripetuto su ordine della Corte di Cassazione.

           Pensate, in quegli anni il clima creatosi attorno alla vicenda del mostro di Firenze, o di Scandicci, o del mostro delle coppiette, o dei “compagni di merenda” di Pacciani, era tale che una volta in Consiglio dei Ministri Giovanni Spadolini scherzò con alcuni colleghi di governo che si erano soffermati ad osservarne piedi e scarpe per le loro dimensioni, grandi come le orme del mostro rilevate dalla polizia scientifica sul posto di uno dei suoi delitti. Spadolini era di Firenze, e vi abitava quando non stava a Roma.

           Volenti o nolenti, come sempre accade in queste circostanze, perché date e ore scorrono indipendentemente da chi le registra, la caccia alla famiglia Renzi ha finito per moltiplicare la visibilità la stampa.jpgpolitica del suo più illustre componente. Che, già ingegnatosi di suo a programmare in tutto il territorio nazionale il lancio di un nuovo libro in coincidenza con la campagna delle primarie per l’elezione del nuovo segretario del Pd, ne è ancor più diventato una specie di convitato di pietra.

          Matteo Renzi, per carità, non è in corsa e ha lasciato liberi i suoi amici, che sono ancora tanti, di dividersi fra almeno due dei tre candidati: il più renziano forse dello stesso Renzi, che è Roberto Giachetti, e l’’ex segretario Maurizio Martina, essendosi Nicola Zingaretti, peraltro in testa nei sondaggi, mostrato primarie pd.jpgil più distante. E ciò nonostante Renzi si è dichiarato pronto a dare una mano come semplice iscritto e senatore di Scandicci anche a Zingaretti se venisse eletto. Eppure molti, a torto o a ragione, vedono e avvertono l’ex segretario tentato più dall’uscita che dalla permanenza nel Pd.

          Se questa dell’uscita sia la vera e prevalente tentazione di Renzi, nessuno può onestamente dirlo o prevederlo. Certo, ha fatto una certa impressione vederlo, in uno dei sondaggi appena mostrati da Corrado Formigli nella sua Piazza pulita televisiva su la 7, in testa in un elenco di gradimento pubblico come leader: in testa al presidente del Consiglio in carica Giuseppe Conte, a “capitan” Salvini e al povero Silvio Berlusconi scivolato all’ultimo posto.

          Ci sarà rimasta male, fra gli altri, la grillina Roberta Lombardi. Che, ancora sofferente per la scomoda e penalizzante alleanza di governo con i leghisti, che sta triturando elettoralmente le cinque il fatto.jpgstelle, ha appena affidato al Fatto Quotidiano con una intervista il suo rimpianto per “l’accordo col Pd” ormai concluso dal suo movimento l’anno scorso -all’ombra dell’esplorazione affidata dal presidente della Repubblica al presidente grillino della Camera Roberto Fico per la soluzione della crisi- ma “bocciato” da Renzi senza neppure scomodarsi a partecipare alla riunione della direzione del partito convocata per decidere. Bastò e avanzò a Renzi, e al suo partito, il no annunciato la sera prima nel salotto televisivo di Fabio Fazio, a “Che tempo che fa”. Fu bruttissimo tempo per i sostenitori di quell’intesa, anche sotto e sopra i portici del Quirinale.  

 

 

 

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