Ricordando Massimo Bordin e la sua vittoria postuma nella guerra di Radio Radicale

Fra qualche giorno, il 19 settembre, saranno trascorsi già quattro mesi dalla morte di Massimo Bordin. Del quale mi manca ancor più di quando smise di condurla, piegato dalla malattia che l’aveva aggredito, quella personalissima, inconfondibile rassegna stampa mattutina su Radio Radicale, di cui era stato a lungo anche direttore riuscendo peraltro a polemizzare con Marco Pannella senza mai rompere davvero: cosa che da sola ne aveva fatto un mito, a cominciare dagli occhi, dalla mente e dal cuore dello stesso Pannella.

L’ultima battaglia condotta da Massimo fu per il salvataggio di Radio Radicale, che sembrava condannata da una curiosa guerra dichiarata dai grillini e condotta dall’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio con la delega dell’editoria: il già capogruppo del Movimento delle 5 Stelle al Senato Vito Crimi. Si voleva la fine dell’emittente in nome della lotta agli sperperi e alle sovvenzioni pubbliche ad una informazione incapace di vivere dei propri mezzi.

Eppure Radio Radicale non era e non è un’emittente qualsiasi. Era ed è particolarissima nel suo genere, forte di una convenzione approvata dalle maggioranze politiche dei più diversi colori, succedutesi per decenni, per lo svolgimento di un servizio pubblico costituito dalle trasmissioni in diretta e differita dei lavori parlamentari. Ma è stato servizio pubblico, anche se non da convenzione, pure quello reso da Radio Radicale al pubblico italiano trasmettendo congressi di partito, senza discriminazione alcuna, altre loro manifestazioni, convegni di studio e quant’altro. Il suo archivio, fonico e televisivo, può ben essere considerato un patrimonio di interesse e valore inestimabile, come alla fine hanno riconosciuto anche quelli decisi sostanzialmente a farla chiudere.

L’ostinazione dei grillini in questa -ripeto- curiosa offensiva contro Radio Radicale aveva resistito a tutto, anche all’azione di persuasione svolta dietro le quinte dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Mi colpì l’improvvisazione -permettetemi di dirlo- con la quale nella conferenza stampa di fine dell’anno scorso, rispondendo ad una domanda sull’argomento, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte liquidò il problema di Radio Radicale sostenendo che avrebbe potuto provvedere al suo sostentamento, senza la convenzione pubblica, ricorrendo alle tradizionali risorse dell’editoria, a cominciare dalla pubblicità e dalle sponsorizzazioni. Ma la forza distintiva di Radio Radicale era ed è proprio quella di rifuggire dalla pubblicità e mezzi similari. Bastava avere seguito una sola giornata della sua programmazione per capirlo. Forse l’avvocato e professore approdato inusualmente a Palazzo Chigi non aveva mai avuto il tempo o l’occasione di sintonizzarvisi.

Poi Conte -si sa- è cresciuto di suo politicamente, come ha dimostrato riuscendo a succedere a se stesso in una crisi di governo che è stata generalmente definita, e non a torto, come la più pazza del mondo, o quanto meno delle non poche crisi della nostra storia repubblicana. Oso credere, o sperare, che il presidente del Consiglio non si avventurerà più a parlare come allora di Radio Radicale, nel frattempo del resto da lui stesso lasciata in qualche modo sopravvivere con un espediente provvisorio passato in Parlamento, secondo me, anche per la forte emozione provocata dalla morte di Massimo Bordin. A sostituire il quale nella conduzione delle rassegne stampa mattutine di Radio Radicale vi è stata una commovente e solidale gara dei colleghi più qualificati, e delle più diverse testate, anche della nostra nella persona del direttore Carlo Fusi,  sentitisi giustamente in debito con lui.

Pungente, abrasivo, sarcastico come solo lui sapeva essere nei suoi appuntamenti col pubblico, e incredulo di fronte all’ostinazione con la quale Vito Crimi da Palazzo Chigi conduceva la suaCrimi.jpg battaglia contro Radio Radicale con la totale copertura del Ministero dello Sviluppo Economico da cui materialmente dipendeva la sorte della convenzione, guidato d’altronde dal capo in persona del suo Movimento, Luigi Di Maio, il mio amico Massimo coniò per l’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio la definizione di “gerarca minore”. Me ne sono ricordato quando ho visto rimuovere Crimi da quell’incarico nel nuovo governo di Conte, sia pure promosso a vice ministro dell’Interno, per essere sostituito da Andrea Martella, del Pd.

Mi sono chiesto come avrebbe reagito alla notizia della nuova destinazione di Crimi nella sua conduzione di “Stampa e regime” Bordin parlandone ai suoi ascoltatori. Forse si sarebbe limitato, per non infierire, a fingere una volta tanto uno di quei suoi colpi di tosse, uno degli attacchi della sua raucedine per tanto, troppo tempo -ahimè- sottovalutati. E che ce l’hanno portato via troppo presto. Ciao, Massimo. Ce l’hai fatta a salvare la tua e nostra Radio Radicale,  anche da lassù.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Lo scherzo da prete di Renzi a Zingaretti uscendo dal Pd dopo averlo spinto a sinistra

              Matteo Renzi – il “Mezzo toscano”, lo hanno definito al manifesto, con lo stesso soprannome assegnato a suo tempo dai detrattori al democristianissimo Amintore Fanfani dileggiandone la bassa statura fisica, che Renzi però non ha- ha fatto il previsto scherzo da prete al segretario del Pd Nicola Zingaretti. Prima lo ha spinto a sinistra verso l’accordo di governo con i grillini tra il plauso e la partecipazione dei transfughi Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema, Edoardo Speranza, Pietro Grasso e compagni, e ora si sposta a destra, o quanto meno al centro, per poter contestare, quando occorrerà, la gestione dell’intesa.

            L’annuncio del distacco, con la formazione di gruppi parlamentari autonomi, uno alla Camera e mezzo al Senato, dove i suoi potranno confluire solo nel gruppo misto, lo ha dato lo stessoReoubblica.jpg Renzi scegliendo le testate il Giornale.jpgdi Repubblica e del Giornale della famiglia di Silvio Berlusconi, al quale peraltro egli spera di portar via, tra Montecitorio e Palazzo Madama, qualcuno stanco della declinante Forza Italia, già insidiata a destra dalla Lega di Matteo Salvini e dai Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.

            Una pesca anche fuori dal Pd è la sola che potrebbe giustificare la promessa fatta da Renzi in persona a Giuseppe Conte -in una telefonata che però non avrebbe del tutto convinto il presidente del Consiglio, rimasto Il Secolo XIX.jpgugualmente “allibito” secondo il titolo del Secolo XiX- di “allargare la base parlamentare” Il Foglio.jpgdel suo secondo governo. E’ stato insomma un invito dei suoi, diciamo così, a stare sereno, su cui ha scherzato il vignettista del Foglio immaginando però all’altro capo del telefono di Renzi non Conte, ma il segretario del Pd Zingaretti, e alludendo naturalmente all’esperienza amara di Enrico Letta. Che di “serenità” promessagli da Renzi con un messaggio elettronico conobbe nel 2014 solo quella procuratagli con una crisi costatagli la guida del governo.

            La scissione, separazione o come altro si vorrà chiamare quella maturata e ora anche annunciata da Renzi faciliterà il ritorno nel Pd dei Bersani, D’Alema, Speranza, Pietro Grasso ed altri usciti nel 2017 rompemdo proprio con lui che lo guidava, anche dopo avere perduto il referendum sulla sua riforma costituzionale, a dispetto del ritiro dalla politica imprudentemente promesso prima del voto, e usato dai dissidenti proprio per contribuire alla sconfitta, addirittura brindandovi.  Ma va detto che il ritorno al Pd degli scissionisti “liberi e uguali” di due anni e mezzo fa era già nell’aria da tempo con l’avvenuto della segreteria Zingaretti, grazie alla quale essi sono appena entrati nel governo e relativa maggioranza.

            Ciò consente di sospettare che nel distacco di Renzi ci sia anche un comprensibile tasso di vendetta: un piatto che, si sa, viene di solito servito freddo. D’altronde, allo stesso Renzi è stato attribuito, senza smentite, questo sfogo dopo la “derenzizzazione” del Pd praticata da Zingaretti per pagare i debiti della sua elezione: “Non posso più stare con i mei carnefici”.

            Ora non solo Zingaretti ma Conte in persona dovrà trattare con Renzi come una parte Belpietro.jpgautonoma della nuova maggioranza giallorossa creata in funzione antisalviniana. L’uomo siederà al tavolo di questa maggioranza anche “per le nomine” del vasto, anzi vastissimo campo del sottogoverno, come ha perfidamente osservato sulla sua Verità Maurizio Belpietro. Che non gli ha mai perdonato di averci mezzo lo zampino, diciamo così, nella rottura con l’editore Angelucci e la perdita della direzione di Libero durante la campagna referendaria sulla riforma costituzionale.

 

 

 

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Salvini ritrova il suo popolo a Pontida, i grillini e il Pd le loro abitudini

            Pur reduce da una crisi di governo da lui provocata e rivelatasi improvvida per il risultato prodotto, ritrovandosi adesso la Lega all’opposizione in Parlamento, Matteo Salvini ha ritrovato il suo popolo a Pontida. Dove l’affluenza Salvini 3 .jpgal tradizionale raduno settembrino del Carroccio -valutata dagli 80 ai 90 mila partecipanti- ha superato anche quella dei tempi migliori di Umberto Bossi.

            Lo spettacolo successivo al suo comizio, con quella folla in mezzo alla quale l’ex ministro dell’Interno si muoveva raccogliendo strette di mano, incoraggiamenti, rosari, crocifissi e quant’altro, e accarezzando bambini protesi da genitori e nonni, ha indotto Pier Luigi Battista sulla prima Battista sul Corriere.jpgpagina del Corriere della Sera a consigliare prudenza ai protagonisti della nuova maggioranza di governo, impegnati ora a ripetere l’operazione antisalviniana anche a livello locale, a cominciare dall’Umbria, dove si voterà fra poco più di un mese. “Il Pd e i Cinque Stelle -ha scritto l’editorialista del più diffuso giornale italiano- farebbero molto male a non prestare attenzione alla folla in estasi salviniana che ha riempito il tradizionale pratone di Pontida”.

            Anche Federico Geremicca, abituato per storia familiare a conoscere bene il popolo di sinistra, e non solo i dirigenti dei partiti di riferimento, ha Geremicca.jpgavvertito sulla Stampa: “Il punto sarà l’imprevedibile risposta che daranno nelle urne i due elettorati, allenati da anni a suonarsele di santa ragione”. In più, egli ha sottolineato l’aspetto un po’ ipocrita dell’operazione, in cui gli attori della maggioranza giallorossa si camuffano dietro accordi “civici” per fare ciò che non hanno il coraggio di dire con franchezza.

            La prudenza è stata la matrice, almeno nei titoli, anche di un giornale come Repubblica, spesosi parecchio prima e durante la crisi nella demonizzazione di Salvini, usando e persino abusandoRepubblica.jpg delle occasioni imprudentemente fornite dall’interessato con gesti e parole oltre misura. Il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari si è limitato a Repubblica 2 .jpgriferire su tutta la sua prima pagina “l’urlo di Pontida: torneremo”, resistendo alla tentazione dell’attacco o della derisione della sua inviata -credo- Brunella Giovara. Che nella cronaca ha inchiodato Salvini alle parole di Mussolini durante la sciagurata guerra mondiale condotta con Hitler: “Vincere” e “Vinceremo”. Lo sventurato, come ricorderanno i meno giovani, anche quelli nati dopo la guerra ma che se le rtrovarono per un bel po’ viaggiando per le strade, insozzò di quelle parole con vernice nera  i muri d’Italia.

            Per quanto affetto dalla “solitudine” rimproveratagli sul Messaggero e sugli altri giornali del gruppo Caltagirone da Alessandro Campi, e costretto a cercare con un certo affanno “i vecchi alleati” del centrodestra, a Campi.jpgcominciare naturalmente da Silvio Berlusconi in persona, col quale ha pranzato qualche giorno fa a Milano, Salvini non è francamente sembrato in grandi difficoltà davanti alla sua gente a Pontida. Dove ha sventolato lo strumento pannelliano del referendum contro il tentativo di relegarlo a lungo all’opposizione col ripristino della vecchia legge elettorale proporzionale della cosiddetta prima Repubblica. Ed ha contrapposto -con demagogia, certamente, ma anche con una certa efficacia che essa assume in certi momenti- il “governo del Palazzo”, appena realizzato da Giuseppe Conte cambiando repentinamente maggioranza, al “governo del popolo” da lui evocato durante la crisi chiedendo le elezioni anticipate, dopo avere dimezzato nel voto europeo del 26 maggio i consensi dei grillini e raddoppiato i propri.

            Per quanto salvati con la prosecuzione della legislatura in cui sono ancora, con i numeri parlamentari, la forza di maggioranza relativa, e in ripresa nei sondaggi seguiti alla debacle del 26 maggio, sotto le cinque stelle si vivono giorni di euforia anch’essa relativa. I problemi nel movimento di Grillo sono aumentati, anziché ridursi, non foss’altro per quella conflittualità non troppo sommersa fra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio. Che alla Farnesina fa spesso ciò che Salvini faceva al Viminale, sia pure senza indossare divise e magliette. Nel Pd è in corso un altro spettacolo già visto: il solito Matteo Renzi contro i soliti altri, compresi i vari D’Alema e Bersani in arrivo, o ritorno.  Se sarà scissione o separazione consensuale, come si dice o si spera da parte renziana, ce lo diranno i fatti delle prossime settimane, se la situazione non precipiterà prima, con quali effetti sul governo in tempi medi o lunghi si vedrà.  

 

 

 

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Eugenio Scalfari cerca un posto e un ruolo per l’amico Mario Draghi

               Comprensibilmente sfinito pure lui, e alla sua venerabile età, dallo spettacolo della politica italiana, ruotante attorno alla figura “centrale” di Luigi Di Maio, che può fare il bello e il cattivo tempo, costruire Scalfari.jpge smontare alleanze, come una volta accadeva a uomini come Alcide De Gasperi, Amintore Fanfani, Aldo Moro, Giulio Andreotti, Enrico Berlinguer o Bettino Craxi, con i loro partiti alle spalle; e forse un po’ deluso anche da Giuseppe Conte, su cui pure aveva tanto scommesso durante la crisi agostana compiacendosi di vederlo all’opera per il suo secondo governo, Eugenio Scalfari si è dedicato ad altro questa domenica sulla sua Repubblica di carta. Egli si è proposto di trovare un ruolo per un amico al quale tiene giustamente molto e vale moltissimo di certo: il presidente uscente della Banca Centrale Europea Mario Draghi, in partenza da Francoforte, dove sarà sostituito dalla francese Christine Lagarde.

            A Scalfari è apparso “piuttosto improbabile” un Draghi che a 72 anni compiuti il 3 settembre scorso, con tutto quello che è stato e ha fatto in Italia e in Europa, servendo e onorando l’una e l’altra, “resti a casa Dracula.jpgpropria e vada a divertirsi al cinema o al teatro”. O porti ai giardinetti i nipoti o pronipoti, se ne ha, contento di non vedersi più rappresentato su qualche giornale tedesco come Dracula alle prese con i risparmiatori virtuosi d’oltr’Alpe per acquistare e salvare i titoli del debito pubblico italiano.

             Draghi avrebbe potuto essere -si è rammaricato l’amico di Repubblica– il nuovo presidente della Commissione Europea se i tempi e i rapporti politici di forza non avessero lavorato contro di lui portando a Bruxelles, naturalmente, la tedesca Ursula von der Leyen. Gli si potrebbe affidare la missione probabilmente impossibile di mediatore o quant’altro nei rapporti fra la Gran Bretagna e l’Europa così imprudentemente abbandonata dagli elettori e dai governanti oltre la Manica. Ma figuratevi se da quelle parti, ormai mature per produrre anche loro un fenomeno alla Grillo, si lasceranno mai tentare dalla proposta di rivolgersi o di farsi curare da uno come Draghi.

            Poiché non c’era tempo per aspettarne la partenza da Francoforte durante la crisi del governo gialloverde e mandarlo a Palazzo Chigi al posto di Conte, Scalfari ha immaginato per Draghi un Ministero importante nel nuovo governo, con “poteri molto elevati per l’Economia”. Ma figuriamoci, con tutto il rispetto che merita il presidente uscente della Banca Europea, se il ministro dell’Economia appena nominato, il piddino Roberto Gualtieri, accetterebbe mai una cosa del genere, per non parlare dei grillini, ossessionati giorno e notte dal calcolo di quanti ministri, vice ministri, sottosegretari e quant’altro dispongano loro e gli alleati.

            Dove volete che abbia guardato, a questo punto, Scalfari dal suo studiolo riflettendo su questo Paese “molto turbato economicamente e socialmente”, a dir poco ? Al Quirinale naturalmente. Dove nel 2022, quando scadrà il mandato dell’attuale presidente della Repubblica, per quanto qualcuno ne sogni la rielezione e qualcun altro una successione targata Conte o Prodi, secondo Scalfari il suo amico Draghi “non farebbe rimpiangere la bravura di Mattarella”.

            Vasto programma, avrebbe forse detto la buonanima di Charles De Gaulle allungando lo sguardo su Roma.

 

 

 

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Squadrone di governo al completo, e centrodestra ricomposto a sorpresa

            In una coincidenza di tempi dalla quale si sono curiosamente distratti i giornaloni, nei titoli e spesso persino nelle cronache, il governo giallorosso ha completato la sua struttura -diventando uno squadrone di 65 fra uomini e donne, primo ministro, ministri, vice ministri e sottosegretari- e l’opposizione di Berusconi.jpgcentrodestra si è ricompattata con un incontro chiarificatore, a Milano, fra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini. Il quale è uscito dalla villa milanese del Cavaliere, in via Rovani, senza fare dichiarazioni, ripromettendosi di dire quel che ha da dire nel comizio di domani nel raduno tradizionale dei leghisti a Pontida, ma ha lasciato riassumere così l’incontro dall’alleato: “Tutto bene. E’ andato bene. Siamo in  piena sintonia”.

            Poi si è saputo che i due si sono ritrovati d’accordo anche contro il ripristino totale del sistema elettorale proporzionale perseguito almeno da una parte della nuova maggioranza in funzione antisalviniana, per limitarne l’operatività nelle Camere, anche se la Lega dovesse confermarsi nelle elezioni politiche, quando vi si arriverà, nel ruolo di partito di maggioranza relativa conquistato nelle votazioni europee del 26 maggio.

              Convergenti sono stati infine i propositi dei due alleati di centrodestra per una opposizione forte “in Parlamento e fuori”, cioè pure nelle piazze, dalle quali nei giorni scorsi il partito di Berlusconi si era tenuto lontano lasciando che a riempirle -in particolare, quelle davanti a Montecitorio- fossero solo Matteo Salvini, Giorgia Meloni e i loro militanti. Il primo appuntamento in piazza Berlusconi e Salvini se lo sono dato per il 19 ottobre a Roma, per la manifestazione contro il governo già annunciata dalla Lega.

            La ritrovata sintonia di Berlusconi con Salvini, o viceversa, ha spiazzato quanti in Forza Italia, il partito del Cavaliere, si erano spinti ad amplificarne malumori e risentimenti verso il leader leghista attardatosi troppo al governo con i grillini e tentato, sull’onda del successo elettorale di fine maggio, a fare anche “da solo”. Ora la musica tra i forzisti dovrà cambiare, forse svuotando un altro “cambiamento”: quello assegnato addirittura come nome alla sua nuova formazione politica dall’ormai ex forzista Giovanni Toti, “governatore” della Liguria e già consigliere politico di Berlusconi, che lo aveva assunto anche in politica scomodandolo, diciamo così, dalla direzione di uno dei telegiornali della sua Mediaset.

            Questa appena avvenuta in Forza Italia, salvo sorprese successive naturalmente, non è stata e non sarà neppure l’ultima -c’è da scommetterlo- delle svolte repentine di un partito così fortemente personalizzato com’è quello fondato e condotto da Berlusconi. Il quale ora sembra essersi tolto il gusto, ma non solo quello, avendovi anche il suo buon interesse politico, di soccorrere Salvini nella caccia grossa nella quale sono impegnati leader e partiti della nuova maggioranza, in fondo divisi fra di loro, e al loro interno, ma uniti solo contro il leader leghista. Nel quale Berlusconi si sarà in qualche modo riconosciuto anche per la simultanea accensione su di lui dei fari giudiziari, con indagini che spuntano fuori come fiori in primavera sui prati.

            Le tensioni e divisioni che, sotto la scorza antisalviniana, serpeggiano nella maggioranza giallorossa sono ben espresse in un titolo che il Corriere della Sera ha dato con tanto di virgolette a un’intervista Bettini su Renzi.jpga Goffredo Bettini, che nel Pd ha fatto da ostretrico e anche da officiante funerario per più di una leadership. Egli si è occupato pure dell’agitazione crescente dell’ex segretario Matteo Renzi, promotore del nuovo governo con i grillini ma tentato dalla scissione, ora anche a causa dell’esclusione dei toscani dallo squadrone dei sottosegretari e vice ministri. Se n’è occupato non per trattenere Renzi ma per dire che una sua rottura non sarebbe “uno scandalo” se limitato al partito, rimanendo nella maggioranza e nel governo, dove non mancano suoi uomini e donne.

            Due parole, infine, sui vice ministri e sottosegretari  grillini per segnalare l’alto prezzo che il Pd ha dovuto pagare, consentendone la promozione formale a vice ministro dell’Interno, per rimuovere Vito Crimi da sottosegretario a Palazzo Chigi con la importante delega dell’editoria, da lui Massimo Bordin.jpgusata nei mesi scorsi per un’offensiva, sostenuta anche dal presidente del Consiglio Conte, Crimi dormiente.jpgcontro Radio Radicale, procurandosi dallo storico direttore Massimo Bordin, nonché conduttore della famosissima e apprezzata rassegna “Stampa e regime”, la qualifica di “gerarca minore”. Bordin è morto il 19 aprile scorso, in piena campagna grillina contro la sua radio. E Crimi, benché promosso -ripeto- al Viminale, rimane inchiodato mediaticamente, fra l’altro, a quella impietosa foto che lo ritrae assopito, a suo tempo, nel banco di capogruppo al Senato.  

 

 

 

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Il battistrada Franceschini non rinuncia alle intese locali Pd-5 stelle

            Inseguito di nuovo dal segretario del Pd in persona Nicola Zingaretti, questa volta senza che si scomodasse pure Matteo Renzi, Dario Franceschini  si è fermamente proposto di coinvolgere i grillini anche a livello locale per strappare ad una temuta vittoria del centrodestra a trazione leghista, al netto di quel che bolle nella pentola di Silvio Berlusconi,  le regioni storiche della sinistra dove si voterà nei prossimi mesi, a cominciare dal 27 ottobre in Umbria. Dove la debolezza del Pd è aggravata dalle disavventure giudiziarie, a dir poco, in cui è incorsa l’amministrazione uscente nella gestione della sanità.

            Per quanto i rapporti col capo -ancòra- del movimento delle 5 stelle Luigi Di Maio siano facilitati dal fatto che adesso partecipino entrambi allo stesso governo, lui come ministro dei beni Il Foglio.jpgculturali e capo della delegazione del Pd e l’altro non più vice presidente del Consiglio e pluriministro ma pur sempre ministro degli Esteri, quotidianamente sfottuto in internet per le sue gaffe in geografia e rapporti internazionali, Franceschini non ha raccolto  risultati concreti. La diffidenza dell’interlocutore, ma anche la spregiudicata disinvoltura e franchezza del battistrada ormai del Pd sono state ben rappresentate sulla vignetta del Foglio. Che li rappresenta su una panchina in corteggiamento politico non ancora concluso, né nelle intenzioni di Franceschini né forse nelle chiusure momentanee di Di Maio. Che non vorrebbe esagerare sulla strada delle provocazioni alla base del suo movimento, per quanto abbia sinora disposto al momento opportuno del soccorso di Davide Casaleggio sulla sua piattaforma elettronica Rousseau, Ma Di Maio conosce anche bene la posta in gioco per il Pd, che è troppo alta perché lui possa aggirarla del tutto, o a cuor leggero.

            Un collasso del Pd a livello locale metterebbe in guai irrimediabili Zingaretti e lo stesso Franceschini, già vittima recentemente di un rovescio nella sua Ferrara. Esso si porterebbe appresso il governo e, questa volta, davvero la legislatura appena salvata nella crisi di agosto col repentino cambiamento di maggioranza e la rivalutazione, da parte dei grillini, persino di Renzi. Che, dal canto suo, non si sta facendo coinvolgere più di tanto dal nuovo corso che pure ha voluto. Egli ha infatti ripreso a tessere, se mai aveva smesso di farlo, la tela di una sua uscita dal Pd per creare un’area di centro con l’aiuto di un ritorno al sistema elettorale proporzionale, dopo tutto il male che se n’è detto per una trentina d’anni, sino ad addebitargli la colpa dell’ingente debito pubblico italiano per via dei governi spendaccioni succedutisi alla sua ombra nella cosiddetta prima Repubblica.

            Le difficoltà locali del Pd sono dimostrate dalle ultime notizie provenienti dall’Umbria e non a caso raccolte e rilanciate dal Fatto Quotidiano. Sono in corso di studio espedienti per facilitare un ripensamento o riallineamento dei grillini. Cucinelli.jpgAi quali, in particolare, si offrirebbe la rinuncia del Pd a presentarsi in proprio, col simbolo e il nome, per coprirsi dietro qualche soluzione “civica”. I candidati “indipendenti” alla presidenza della regione da schierare contro Donatella Tesei, messa in campo da Salvini, che ha cominciato con largo anticipo la sua campagna elettorale sul posto, sarebbe il pur recalcitrante “re del cachemire” Brunello Cucinelli o l’ex presidente della Confcooperative regionali Andrea Fora, un cattolico molto ben visto o introdotto nella Chiesa locale.

 

 

 

 

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Il presidente del Consiglio fra le spine di Bruxelles e quelle di Roma

Nel valzer con Ursula von der Leyen a Bruxelles immaginato dal vignettista Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera c’è forse un Giuseppe Conte troppo su di tono, o intraprendente, perché Conte a Bruxelles 3 .jpgle notizie giunte dalla capitale belga, e dell’Unione Europea, non sono proprio Conte a Bruxelles 2.jpgincoraggianti per chi si aspettava e si aspetta un grande cambiamento di passo, ora che nel governo italiano accanto ai grillini non ci sono più i leghisti del sovranista Matteo Salvini ma il Pd e la sinistra radicale dei “liberi e uguali” Massimo D’Alema, Pier Luigi Bersani, Pietro Grasso e via rosseggiando.

            Il corrispondente del giornale della Confindustria 24 Ore dagli uffici comunitari ha riferito, per esempio, diSole 24 Ore.jpg un presidente del Consiglio costretto ad “accantonare” nella sua missione bruxellese la riforma del cosiddetto patto di stabilità chiesta, ipotizzata e quant’altro nelle dichiarazioni programmatiche alle Camere. E anche il nuovo commissario agli affari economici della Commissione Europea presieduta dall’ex ministra tedesca della Difesa, l’italiano Paolo Gentiloni, potrà praticare e chiedere per Roma una “flessibilità” molto relativa con tutti gli occhi vigilanti che ha addosso, a cominciare da quelli del vice presidente “esecutivo”, il rigorista lettone Valdis Dombrovskis, messogli sopra deliberatamente, per quanto Conte abbia scorto smagliature fra le sue deleghe.

            Qualche spiraglio, pur se smentito nel suo titolo di prima pagina da Repubblica, che parla di un’Europa sorda Repubblica.jpganche su questo terreno, è stato invece avvertito da Conte sul fronte dell’immigrazione negli  incontri con gli uscenti ed entranti vertici comunitari, visto che si ì avventurato a parlare poi con i giornalisti di multe ed altre penalità da poter applicare ai paesi dell’Unione che dovessero sottrarsi ad una equa distribuzione di quanti continueranno a sbarcare sulle coste italiane.

            Se a Bruxelles ha lasciato spine, nel suo rientro a Roma Conte non ne ha trovate di meno fra un Luigi Di Maio che continua ad usare gli uffici della Farnesina per ostentare il suo ruolo di “capo” del Movimento delle 5 stelle presiedendo una riunione di esperti economici per il varo del bilancio, un po’ come Salvini faceva al Viminale anche con i sindacati; un plenipotenziario dello stesso Di Maio e il capo della delegazione piddina al governo, Dario Franceschini, sommersi dalle troppe candidature grilline ai posti di sottosegretario e vice ministro, e un segretario del Pd in persona, Nicola Zingaretti, che ammette anche in pubblico il timore di una scissione, o qualcosa di simile, del suo partito per iniziativa del mobilissimo Matteo Renzi. Di cui pure lo stesso Zingaretti ha assecondato le improvvise aperture ai grillini durante la crisi agostana, rinunciando alla linea di un preventivo passaggio elettorale che aveva indotto Salvini a scommettere sullo scioglimento anticipato delle Camere interrompendo l’esperienza gialloverde.

            Dopo le ammissioni del capogruppo renziano del Pd al Senato, Andrea Marcucci, spintosi a dichiarare al Corriere della Sera che in caso di scissione, o -ripeto- qualcosa del genere, del suo partito “l’importante è che Renzi continui ad appoggiare il governo” nato proprio grazie a lui, si sono avute parole non proprio casuali della ministra che lo sesso Renzi ha voluto all’Agricoltura: Teresa Bellanova. Che sempre al Corriere della Sera, parlando appunto della possibilità di clamorose sorprese nel suo partito, ha detto: “Quando ci saranno fatti nuovi, io ancora una volta dirò con molta chiarezza da che parte sto”, cioè con Renzi.

            Da tripartito, quindi, per tornare ai linguaggi e alle formule della cosiddetta Prima Repubblica, il secondo governo Conte appena nato e fiduciato dalle Camere rischia di diventare quadripartito, con tutti gli inconvenienti relativi,  a meno che non torni tripartito col rientro dei “liberi e uguali” di D’Alema e compagni nel Pd, più facile una volta che Renzi dovesse uscirne, o metterne un piede fuori costituendo un gruppo autonomo a Montecitorio e restando invece in quello del Senato, dove il regolamento gli imporrebbe l’adesione al gruppo misto.  Ma un Pd del genere non sarebbe certamente uguale a quello con cui Conte ha negoziato il suo secondo  esecutivo.

 

 

 

 

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La trappola della legislatura costituente in cui si è infilato anche il Bisconte

Da come ha presentato il suo secondo governo alle Camere ottenendone la fiducia, pur fra le proteste, gli insulti, i cartelli e quant’altro degli ex alleati leghisti e degli affini fratelli d’Italia, ho capito che Giuseppe Conte non è superstizioso. Lo scrivo naturalmente salvo sorprese, come potrebbe essere quella di scoprire che anche lui ogni tanto si mette nelle tasche qualche cornetto rosso, come faceva Giulio Andreotti. E non ditelo, per favore, al mio amico Paolo Armaroli, perché nessuno gli toglierebbe mai più dalla testa l’impressione già espressa, e da me non condivisa, che l’attuale presidente del Consiglio sia di ispirazione o derivazione andreottiana, per quanto partito in politica con ben altri modelli per la testa: quello, per esempio, del suo corregionale Aldo Moro. Di cui è stato, appunto come  corregionale, il primo successore a Palazzo Chigi

Il coraggio vantato da Conte per sé e per il suo nuovo governo non sta tanto nel cambiamento repentino degli alleati, rimproveratogli ruvidamente dal suo ex ministro dell’Interno Matteo Salvini, quanto nella decisione o nel proposito di rivestire dei panni “costituenti” la legislatura messa in pericolo e ora contestata nelle piazze, oltre che nelle aule parlamentari, dalle due componenti della destra ritrovatesi insieme dopo la crisi di agosto. Ma una delle quali, a dire il vero, quella di Giorgia Meloni, sarebbe stata disposta l’anno scorso ad allearsi anch’essa con i grillini se questi ultimi l’avessero voluta accettando la proposta formulata loro da Salvini.

I propositi costituenti, dopo la Costituente vera che l’Italia si diede nel 1946 con le elezioni abbinate al referendum istitutivo della Repubblica, non hanno purtroppo portato mai fortuna ai loro autori o aspiranti. Il povero Francesco Cossiga, per esempio, con un messaggio alle Camere Cossiga.jpgsi ricandidò di fatto al Quirinale nel 1991, per quanto avesse litigato un po’ con tutti nella fase conclusiva del suo mandato, quella delle “picconate”, offrendosi come un presidente di transizione e di garanzia per accompagnare la legislatura che sarebbe nata nel 1992 sulla strada di un’ampia e radicale riforma costituzionale, di stampo persino presidenziale. Ma ciò bastò e avanzò per sbarrargli ancora di più le porte di una rielezione. Che egli aveva un po’ furbescamente cercato di aprirsi anche con la improvvisa decisione di anticipare di qualche settimana,  con le dimissioni,  la conclusione del suo primo mandato per risparmiarsi la gestione della crisi di governo in apertura della nuova legislatura: una gestione che, in linea con gli accordi raggiunti già prima del voto fra democristiani e socialisti, lo avrebbe costretto a dare l’incarico di presidente del Consiglio all’amico Bettino Craxi, odiatissimo dai comunisti e già lambito dalle indagini giudiziarie su Tangentopoli.

Anche Giorgio Napolitano dal Quirinale, dove era stato rieletto nel 2013 dalle Camere sfinite dal tentativo dell’allora segretario del Pd Pierluigi Bersani di fare un governo “di minoranza e di combattimento” con l’aiuto dei grillini Napolitano.jpge dalle fallite scalate di Franco Marini e di Romano Prodi al Colle più alto di Roma, cercò di animare o rianimare come costituente la legislatura cominciata così affannosamente. Egli lo fece con un discorso persino sferzante alle Camere in occasione della conferma al vertice dello Stato.  Le difficoltà incontrate su questa strada dal governo delle cosiddette larghe intese presieduto da Enrico Letta e l’irruenza con la quale Matteo Renzi lo sostituì resero Napolitano ancora più diffidente di quanto l’età avanzata non gli suggerisse di suo e lo indussero alla rinuncia, due anni dopo, per conclamate ragioni di stanchezza fisica.

Renzi portò a termine la Renzii.jpgpropria stagione costituente come peggio non si poteva, francamente: con la bocciatura referendaria, nel 2016, della sua riforma costituzionale, e poi con la scissione e la durissima sconfitta del Pd nelle elezioni politiche dell’anno scorso.

Non migliore fortuna aveva avuto nel 1998 la stagione costituente tentata due anni prima, pur tra sospetti, più subendola che promuovendola, con il suo primo governo da Romano Prodi. Che era partito quasi contemporaneamente con una commissione bicamerale per le riforme presieduta da Massimo D’Alema D'Alrema.jpgd’accordo con l’opposizione guidata da Silvio Berlusconi. Ebbene, prima naufragò la commissione e poi il governo del professore emiliano, sostituito acrobaticamente proprio da D’Alema con un cambio di maggioranza subitaneo, grazie al soccorso degli “straccioni” transfughi del centrodestra arruolati con orgogliosa baldanza da Cossiga.

Fallito il tentativo abbozzato con D’Alema, servito a quest’ultimo esclusivamente per approdare a Palazzo Chigi, Berlusconi cercò di intestarsi da solo una stagione costituente nella legislatura successiva, Berlusconi.jpgvarando una riforma della Costituzione di stampo federalista, almeno a parole. Che però  fu bocciata nel 2006 dopo una campagna referendaria condotta da Oscar Luigi Scalfaro, che già dal Quirinale, come presidente della Repubblica, aveva dato filo da torcere al Cavaliere di Arcore.

Con tutti questi precedenti alle spalle, ripeto, Giuseppe Conte ha avuto davvero coraggio cercando di rianimare con un obiettivo costituente, appeso all’albero della riduzione del numero dei parlamentari cui manca solo l’ultimo passaggio parlamentare, la legislatura compromessa dalla caduta del suo primo governo. Egli ha messo in cantiere, fra l’altro, una nuova legge elettorale per riportarci al sistema proporzionale della cosiddetta e tanto vituperata prima Repubblica.

Ancora più coraggioso -o illusorio, si vedrà con i fatti- è stato ed è il proposito del “Bisconte”, come lo sfottono un po’ dalle parti del Foglio, pur compiaciuto della sua avventura, di intestarsi una stagione costituente anche in Europa con la riforma del cosiddetto patto di stabilità, già bollato come “stupido” da Prodi negli anni in cui guidò la Commissione di Bruxelles. Ma di cui la nuova presidente Ursula von der Leyen, gelando un po’ attese, speranze e quant’altro di Roma e dintorni, accese anche dalla nomina di Paolo Gentiloni a commissario europeo per gli affari economici, ha detto che più sarà rispettato, meglio sarà “per tutti”.

 

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 15 settembre

Ursula guasta da Bruxelles a Conte la festa della fiducia al nuovo governo

              Peccato per Giuseppe Conte -o “il Bisconte”, come lo sfottono amichevolmente sul Foglio, pur compiaciuti della sua conferma a Palazzo Chigi dopo la crisi agostana- che la festa della fiducia prima alla Camera e poi anche al Senato gli sia stata guastata a distanza dalla nuova presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen. Che non ha aspettato di incontrarlo oggi a Bruxelles, per un appuntamento datogli in precedenza, per fargli sapere di non farsi troppe illusioni sulla revisione del cosiddetto patto di stabilità da lui auspicato con l’appoggio, questa volta, del capo dello Stato in persona, Sergio Mattarella.

            Sarà pure “stupido”, come lo definì una volta persino l’allora presidente della Commissione, l’italiano Romano Prodi, già presidente del Consiglio a Roma, ma quel patto resta lì dov’è, con tutti i suoi vincoli anti-deficit.  E più lo rispetteremo, meglio staremo tutti, ha avvertito la signora con quel piglio militare che aveva già prima di diventare ministra della Difesa nella sua Germania e ha poi perfezionato in quella veste.

            Non a caso, del resto, la signora di Bruxelles, italianizzata proprio da Prodi chiamandola Orsola e proponendone il nome anche alla nuova maggioranza giallorossa formatasi attorno al governo Conte 2, ha rispettato a metà -parola anche Repubblica.jpgdel quotidiano la Repubblica– l’impegno di assegnare nella nuova Commissione la delega degli affari economici all’italiano Paolo Gentiloni. Egli infatti è stato non affiancato ma sottoposto ad una specie di sorveglianza del vice presidente esecutivo Valdis Dombrovskis:  un lettone rigorista, cui i tedeschi molte volte affidano il compito di dire e fare ciò che essi preferiscono non dire e fare in prima persona.

            Impostata così, l’esperienza di Gentiloni a Bruxelles rischia di tradursi nella impietosa vignetta dedicatagli sulla prima pagina della Gazzetta del Mezzogiorno, alle prese con un pallottoliere a colori. L’italiano Gazzetta.jpgpotrebbe servirgli solo per comunicare a Roma in lingua originale, o di casa, giudizi, moniti e quant’altro saranno decisi “collegialmente”- come ha precisato la stessa presidente- dalla nuova Commissione.

            Più possibilità di riuscita o accoglienza ha invece l’aspirazione, l’interesse, il bisogno italiano di una revisione del cosiddetto trattato di Dublino per una disciplina dell’immigrazione che non faccia più della nostra penisola lo stivale nel quale infila il piede il primo che sbarca, o viene sbarcato, sulle nostre coste. Conte 2 .jpgMa se così davvero sarà, se si riuscirà cioè a cambiare le regole degli sbarchi, Conte potrà o dovrà dire di avere raccolto i frutti non tanto del suo secondo governo, ma del primo, realizzato con quel Matteo Salvini al Viminale che è diventato solo dal 20 agosto scorso il suo bersaglio preferito, se non unico. Duro è stato Salvini al Senato.jpglo scontro fra i due anche nel dibattito sulla fiducia nell’aula di Palazzo Madama: con Salvini che ha dato all’altro del poltronista e Conte che, pur non chiamandolo né per nome né per cognome, come fece invece il mese scorso nel momento della rottura, gli ha dato dell’arrogante, prepotente e un po’ persino dell’eversore nei rapporti con la Costituzione, su cui pure aveva giurato l’anno passato da ministro dell’Interno.

            I due sono ormai destinati a vivere l’uno in funzione del contrasto all’altro. Rappresenteranno il “nuovo bipolarismo” italiano, come ha detto Marco Travaglio, collegato dal suo ufficio di direttore del Fatto Quotidiano, allo studio televisivo di Lilli Gruber. Dove il giorno prima aveva duramente parlato contro il nuovo governo, dando quanto meno del trasformista a chi lo guida, l’editore virtuale di Repubblica Carlo De Benedetti. Di cui Travaglio si è vendicato a suo modo, scrivendone nel proprio editoriale, non avendo potuto farlo a voce con la Gruber, come di uno sprovveduto o, peggio ancora, di un menagramo che ha fatto la sfortuna dei suoi amici o beniamini di turno. Come nemico, pertanto, Conte non dovrebbe temere l’ingegnere. Ma, se fosse per questo, non dovrebbe temerlo neppure Salvini, l’altro polo del presunto bipolarismo attaccato ugualmente da De Benedetti.

 

 

 

 

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