Quell’incredibile figuraccia del Parlamento sul suicidio assistito

             Già logorata nell’immagine dalla pur lecita soluzione data alla crisi di governo dal presidente della Repubblica con la formazione di un esecutivo motivato dalla paura di una vittoria leghista nelle elezioni anticipate rivendicate da Matteo Salvini liquidando la maggioranza gialloverde improvvisata l’anno scorso, questa diciottesima legislatura ha perduto altra credibilità con la decisione che la Corte Costituzionale ha dovuto prendere nella delicatissima materia del suicidio assistito. Che ora non sarà più punibile di fronte a una “patologia Repubblica.jpgirreversibile” e alla consapevole Il Foglio.jpgdeterminazione del paziente di sottrarvisi. “Più liberi di morire con dignità”, ha giustamente titolato su tutta la prima pagina la Repubblica. “Consulta eutanasica”, ha titolato in piccolo, parlando di “sconfitta della solidarietà umana”, Il Foglio di Giuliano Ferrara in versione molto eminente, quasi cardinalizia.

              Consapevoli della posta in gioco sotto il profilo politico, sociale ed etico -e investiti della Fabiano Antonioni.jpgquestione di legittimità dell’articolo 580 del codice penale sollevata dal tribunale dove è sotto processo il radicale Marco Consulta 3 .jpgCappato per l’assistenza fornita nel 2017, tra Italia e Svizzera, alla morte volontaria del tetraplegico Fabiano Antonioni- i giudici del Palazzo della Consulta avevano passato la parola al Parlamento l’anno scorso dandogli undici mesi per legiferare.

             Ciò era accaduto in ottobre, a legislatura ormai decollata, a crisi di governo risolta e ad esecutivo ben in carica, che un giorno sì e l’altro pure esibiva muscoli e quant’altro, sfidava mezzo mondo e si proponeva di durare cinque anni. Ricordate?  Vorranno pur trovare il tempo questi signori -si erano evidentemente detti i giudici della Corte Costituzionale- per occuparsi anche di questo problema e assumersi le loro responsabilità di governanti e di  legislatori, da soli o preferibilmente in concorso con le opposizioni, trattandosi di vita e di morte di sventurati ridotti in condizioni disperate. Ed essendo evidente -avevano aggiunto i giudici, stavolta ad alta voce, perché tutti sentissero bene- che le disposizioni in vigore non erano più adatte a regolare la materia, con tutti i nuovi mezzi di cui ora dispone la scienza per valutare le condizioni di un paziente.

              Niente da fare. Né i demiurghi gialloverdi del “governo del cambiamento” allestito facendo credere agli italiani che nulla, appunto, sarebbe rimasto come prima hanno mai trovato il tempo, la voglia e quant’altro di occuparsi del lascito della Corte Costituzionale, forse infastiditi addirittura del suo rispetto per le prerogative del Parlamento. Né i demiurghi che li hanno sostituiti qualche settimana fa, quelli cioè subentrati al governo e nella maggioranza ai leghisti, hanno ritenuto di occuparsene nelle trattative con i grillini sul programma, tutti presi dalla paura dichiarata di andare alle elezioni anticipate e di essere fatti a fettine da quel presunto macellaio travestito per 14 lunghi, interminabili mesi da ministro dell’interno, agente di Polizia, vigile del fuoco ed altro ancora, secondo le felpe e magliette di giornata.

             Ad un certo punto la povera presidente del Senato, ingenua di una donna, ha avuto l’idea di fare una telefonata Consulta 2.jpgal presidente della Corte Costituzionale per “informarlo” dei disegni di legge giacenti sulla materia del suicidio assistito, e derivati, e del loro stato procedurale, come per chiedere molto tra le righe un altro po’ di pazienza ai giudici. Non l’avesse mai fatto, la povera Maria Elisabetta Casellati Alberti. Si sono rovesciati su di lei dubbi, moniti e persino qualche insolenza. E il Parlamento è rimasto così nudo, solo davanti alle sue insufficienze, e la legislatura davanti alla sua insolvenza: una pagina decisamente brutta per l’uno e per l’altra. Ma, in fondo, anche per la Corte Costituzionale, illusasi l’anno scorso di poter fare affidamento sull’uno e sull’altra, appunto.

             Tenetevi stretta la vostra sartoria, signori giudici della Consulta. Usate forbici e persino ago e filo, con i vostri ragionamenti e moniti sulle condizioni necessarie per evitare abusi,  senza riguardo alcuno per i palazzi che vi circondano, perché  il riguardo si tradurrebbe solo in un ritardo. Ora la breccia che andava aperta nell’articolo del vecchio codice penale contro il suicidio assistito è stata finalmente praticata, dopo un anno di inutile e molto poco onorevole attesa, e due giorni di  proficua camera di Consiglio nel Palazzo dirimpettaio del Quirinale.

 

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

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