Emanuele Macaluso sbugiarda gli untori di Emma Bonino

             Il vecchio, anzi vegliardo Emanuele Macaluso – per usare l’aggettivo raccomandato ieri, ospite di Bianca Berlinguer su Rai 3, dal quasi coetaneo Eugenio Scalfari parlando dei 94 anni che compirà il 6 aprile, preceduto il 21 marzo proprio da Macaluso-  è intervenuto in queste ultime battute della più lunga campagna elettorale della Repubblica, di fatto cominciata all’indomani del referendum del 4 dicembre 2016 contro la riforma costituzionale targata Renzi, per bollare gli untori di Emma Bonino. E certificare con la sua lunghissima esperienza di militante e dirigente di quel versante politico, pari solo a quella del 93.enne Giorgio Napolitano, che la storica esponente radicale è di sinistra.

          La quasi settantenne Bonino, che per età potrebbe essere addirittura figlia di Macaluso e Napolitano, non può quindi essere bollata “di destra”. Come invece fanno i suoi avversari e concorrenti del versante opposto non perdonandole di essersi candidata alle elezioni del 4 marzo con una lista –quella chiamata +Europa- apparentata col Pd dell’odiato Matteo Renzi. Che peraltro è pure lui scambiato da Massimo D’Alema, Pier Luigi Bersani, Pietro Grasso e compagni per un uomo di destra infiltratosi in quello che doveva essere il maggiore partito della sinistra italiana, e sarebbe invece diventato una copia o addirittura una succursale della Forza Italia dell’ancora più odiato Silvio Berlusconi.  Il cui cognome nella rappresentazione giornalistica del più probabile scenario post-elettorale –quello delle cosiddette larghe intese-  è la seconda parte di Renzusconi: figura o maschera nata al Nazareno, la sede del Pd, quattro anni fa per rappresentare la stagione finalmente delle riforme istituzionale ed elettorale, finita nel guardaroba con l’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale, anziché di Giuliano Amato, e ritirata fuori dopo la scissione consumatasi a sinistra l’anno scorso.

            Di Emma Bonino, specie da quando i sondaggi ora non più pubblicabili cominciarono a registrare l’ascesa in vista del voto del 4 marzo, sono state scritte e immaginate le peggiori cose per screditarne l’immagine anche sul piano personale. Se n’è scritto e parlato, specie sul solito Fatto Quotidiano dell’altrettanto solito Marco Travaglio, come di una carrierista disinvolta e spregiudicata, pronta a vendere l’anima al diavolo per un posto: arrivata alla commissione europea di Bruxelles nel 1994 col primo governo di centrodestra di Berlusconi, ai Ministeri del Commercio Internazionale e delle politiche europee nel secondo governo di centrosinistra di Romano Prodi,  alla vice presidenza del Senato nel 2008 a nome e per conto dell’allora opposizione di sinistra, al Ministero degli Esteri nel 2013 nel governo delle larghe intese guidato da Enrico Letta e ora sul mercato politico, diciamo così, indifferentemente come presidente del Senato o del Consiglio per una riedizione del renzusconismo.

         Con lei  rischiano di diventare improvvisamente di destra, o quasi, anche le antiche battaglie vinte con Marco Pannella per il divorzio e l’aborto, e ricordate non a caso da Macaluso nell’intervento telematico in difesa della sua identità invece di sinistra. Che ora –ha sempre ricordato Macaluso con una lucidità che certi giovani si sognano- è rappresentata proprio dal nome della sua lista + Europa, reclamando meno Europa solo la destra, in Italia e altrove.

        Che il Signore ci conservi ancora a lungo i nostri vegliardi della politica, della cultura e dell’informazione, vista la deludente qualità dei loro nipoti.

 

 

 

Matteo Renzi continua a inciampare nel fantasma di Bettino Craxi

            Intervistato negli studi televisivi di Sky, Matteo Renzi ha definito, bontà sua, “indegno” lo spettacolo delle monetine lanciate contro Bettino Craxi nella primavera del 1993 da una folla inferocita contro di lui da un comizio comunista. Che fu improvvisato dopo che la Camera a scrutinio segreto aveva concesso solo alcune, non tutte le “autorizzazioni a procedere” chieste dalle Procure di Milano e di Roma.

            Peccato che il segretario del Pd non abbia ritenuto di cogliere l’occasione per correggere la rievocazione denigratoria dello scomparso leader socialista  da lui fatta di recente in un altro studio televisivo, quello di Lilli Gruber a la 7, per paragonarlo al candidato grillino a Palazzo Chigi Luigi Di Maio. Che cercava in quei giorni di minimizzare con espulsioni annunciate o minacciate la truffa quanto meno mediatica dei colleghi di partito che si vantavano di avere destinato ad un fondo per le piccole e medie imprese bonifici in realtà solo ordinati on line ma non effettuati, essendone notoriamente possibili le revoche entro un certo numero di ore.

            Di fronte alle reazioni negative dei familiari di Craxi e di socialisti presenti in almeno una delle liste elettorali apparentate con il Pd il segretario affidò al suo portavoce una pezza peggiore del buco. Fece chiedere scusa a chiunque si fosse sentito offeso da quel paragone “improprio”: quindi anche ai grillini insorti in difesa di Di Maio, considerando ancora Craxi un malfattore. E indegno,  come lo spettacolo delle monetine commentato da Renzi: monetine lanciate contro l’ormai ex segretario socialista condannato col processo sommario delle piazze come un ladro prima ancora della celebrazione dei processi nelle aule dei tribunali.

            Per farsi o conservare un’idea di quei  processi  giudiziari poi sopravvenuti, preparati ed eseguiti con quella che l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano definì dieci anni dopo la morte del condannato “una durezza senza uguali”, basta ricordare lo spietato rifiuto opposto dagli uffici del tribunale penale di Milano al tentativo compiuto e rivelato da Massimo D’Alema, allora presidente del Consiglio, di fare rientrare Craxi in Italia dalla sua residenza tunisina per trascorrervi libero, con le cure adeguate, non gli ultimi anni ma gli ultimi giorni ormai di vita, essendo egli affetto da mali ormai inguaribili.

            Renzi si ostina a considerare Craxi estraneo al cosiddetto Pantheon della sinistra riformista, preferendogli ogni volta che ha l’occasione di parlarne chi ne fu il principale avversario politico: il segretario del Pci Enrico Berlinguer. Che usava liquidare come fatti eversivi le riforme realizzate o perseguite dal leader socialista, anche quando  guidava una coalizione di governo con quella Dc alla quale il segretario comunista aveva offerto il famoso “compromesso storico”.

            Questa ostinazione di Renzi, prodotta insieme –volente o nolente- da un difetto di cultura politica e dal conformismo di una certa sinistra che pure lo sta combattendo con la stessa faziosità riservata a Craxi in vita, e in morte, è una delle cause delle sue attuali debolezze. Che rischiano di farne, se non si deciderà a porvi rimedio, un leader mancato.   

Berlusconi ha trovato il “mago” del suo referendum sul presidenzialismo

            Giovanni Guzzetta, 52 anni da compiere a maggio, messinese di nascita e romano di adozione, professore ordinario di diritto costituzionale all’Università capitolina di Tor Vergata, è considerato una specie di mago dei referendum, cresciuto un po’ alla scuola politica di Marco Pannella e di Mario Segni, molto diversi tra loro per cultura e temperamento ma ritrovatisi ad un certo punto uniti nella voglia di dare una sveglia referendaria ai partiti. Che secondo loro erano troppo arroccati nella difesa dei meccanismi istituzionali usciti nel 1947 dall’Assemblea Costituente.      Fu lui a convincere i due politici, radicale l’uno e democristiano l’altro, a giocare con le forbicette, e non solo col bisturi, anche sulle leggi elettorali nei referendum abrogativi consentiti dall’articolo 75 della Costituzione.

            Le forbicette, permesse  dalla Corte Costituzionale interpretando con una certa generosità le “parti” di una legge abrogabile col referendum, e non solo una legge nel suo insieme, sono servite a tagliare una virgola qua, una parola là, un inciso sopra, un aggettivo sotto, un sostantivo di lato, per modificare il testo normativo di quel tanto sufficiente anche a stravolgerlo, col consenso spesso inconsapevole degli elettori. Che non stanno lì a prepararsi alle urne leggendo con la competenza necessaria i lunghi quesiti referendari prodotti da simili interventi, e tanto meno a studiarli d’acchito nella cabina elettorale.

            Il metodo è talmente piaciuto alla Corte Costituzionale da essere stato adottato anche da lei quando le sono capitate a tiro leggi elettorali impugnate nei e dai tribunali ordinari. Pertanto gli illustrissimi giudici del Palazzo della Consulta, dirimpettaio del Quirinale, hanno alla fine prodotto pure loro, bocciandone alcune parti, nuove leggi elettorali facendo peraltro attenzione a renderle immediatamente applicabili, per evitare vuoti normativi preclusivi del ricorso ordinario o anticipato alle urne.

            Andrebbe riconosciuta al professore Guzzetta persino la qualifica di scienziato, sul piano istituzionale, per ciò che è riuscito a produrre, e che penso non fosse passato minimamente per la testa alla maggior parte dei Costituenti quando confezionarono l’articolo 75 per consentire agli elettori di “deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge”. O l’articolo 134 per affidare alla Corte Costituzionale il giudizio, fra l’altro, “sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti, aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni”.

            Con questi precedenti dev’essere molto piaciuta a Silvio Berlusconi un’intervista con la quale proprio Guzzetta ha apprezzato come una geniale “via d’uscita” la proposta appena lanciata in questa campagna elettorale, finalmente agli sgoccioli, di un referendum cosiddetto d’indirizzo su una riforma costituzionale di stampo presidenziale. Che significa l’elezione diretta del capo dello Stato.

            Nella convinzione forse di spiegare meglio dell’autore l’uovo di Colombo berlusconiano, Guzzetta ha spiegato ai colti e agli incolti che, una volta lasciato decidere agli elettori con appositi quesiti l’”indirizzo”, appunto, di una riforma, presidenziale o semipresidenziale o d’altro tipo ancora, il Parlamento potrà finalmente procedere alla sua elaborazione contando, per evidenti ragioni di coerenza, sullo scontato favore degli stessi elettori nel referendum cosiddetto confermativo che dovesse seguire. Sarebbero così evitate le delusioni procurate allo stesso Berlusconi nel 2006 e a Matteo Renzi dieci anni dopo dalle bocciature referendarie delle loro riforme costituzionali.

            L’uovo di Colombo, sia nella formulazione generica o implicita di Berlusconi, sia nella spiegazione fornita dal professore Guzzetta, ha tuttavia un inconveniente. Il referendum cosiddetto d’indirizzo può essere istituito solo modificando la Costituzione con un’apposita legge, secondo le complesse procedure dell’articolo 138, comprensive quindi del referendum di conferma o bocciatura nel caso facilmente prevedibile, nello scenario politico esistente, di una maggioranza parlamentare realizzatasi al di sotto dei  due terzi “di ciascuna Camera nella seconda votazione”.

            Campa cavallo che l’erba cresce, dice un vecchio, vecchissimo proverbio.

 

 

Ripreso da News List di Mario Sechi il 28 febbraio 2018

                                                

           

La lingua galeotta di Filippa tradisce il sogno di Renzi a Palazzo Chigi

            Una lingua galeotta ha tradito quel pensierino per Palazzo Chigi che Matteo Renzi continua a coltivare, anche se mostra di non tenerci poi tanto accontentandosi che sia un uomo del Pd a guidare anche il nuovo governo. Purché, naturalmente, lo consentano l’elettorato, conferendo ai piddini i voti necessari per costituire i gruppi parlamentari più numerosi, e il capo dello Stato Sergio Mattarella, conferendo al fortunato di turno, con la discrezionalità consentitagli dalla Costituzione,  l’incarico di presidente del Consiglio.

            “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i ministri”, dice l’articolo 92 della carta costituzionale in vigore da 70 anni: non modificato neppure quando le leggi elettorali seguite al referendum del 1993 indetto praticamente contro il sistema proporzionale hanno dato agli elettori l’illusione di essere loro a imporre il governo al capo dello Stato. Un’illusione contraddetta peraltro impietosamente dai numeri degli esecutivi succedutisi dal 1994 ad oggi, in quella che usiamo chiamare seconda Repubblica.

            Quattordici sono stati, di preciso, i governi degli ultimi 24 anni. Di questi, solo 6 sono stati guidati da uomini propostisi agli elettori per Palazzo Chigi: quattro di Silvio Berlusconi e due di Romano Prodi. Gli altri otto sono nati dalle combinazioni parlamentari createsi nel corso delle legislature, spesso con la regìa dei presidenti della Repubblica di turno per evitare o ritardare lo scioglimento anticipato delle Camere. Sono stati esattamente un governo di Lamberto Dini, due di Massimo D’Alema, uno di Giuliano Amato, uno di Mario Monti, uno di Enrico Letta, uno di Matteo Renzi, cui è seguito quello in carica di Paolo Gentiloni. Che ha peraltro buone possibilità di rimanere al suo posto per la cosiddetta ordinaria amministrazione ancora per un bel po’di tempo, anche dopo le elezioni politiche di domenica prossima, se queste daranno un risultato neutro e Mattarella dovrà sudare al Quirinale le proverbiali sette camicie, sia pure fuori stagione, per sbrogliare la matassa di una legislatura ancora più ingarbugliata di quella uscita dalle urne del 2013.

            La lingua che ha tradito il perdurante pensierino di Renzi –altri preferiscono parlare di ossessione- per Palazzo Chigi, pur in uno scenario post-elettorale a dir poco incerto, cioè senza che nessuno possa cantare davvero vittoria disponendo il proprio partito o la propria coalizione della maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, è quella dell’avvenente assistente svedese, o valletta, come preferite, di Fabio Fazio alla trasmissione televisiva di Che tempo che fa, sulla rete ammiraglia della Rai: la Uno di numero e di fatto.

            La bella Filippa Lagerback ha annunciato l’arrivo di Renzi nel salotto domenicale di Fazio con una formula che non credo proprio da lei improvvisata, sapendo per mestiere come vanno certe cose: “candidato premier alle elezioni”, oltre che segretario del Pd e già presidente del Consiglio, il più giovane nella storia repubblicana.

            Renzi, baldanzoso come sempre, si è accomodato davanti a Fazio senza profferire parola di correzione o precisazione sulle condizioni reali della sua corsa elettorale. Che non è di un candidato alla presidenza del Consiglio, dopo che la legge elettorale è tornata ad essere prevalentemente proporzionale e la partita di Palazzo Chigi è ancora più chiaramente di prima nelle mani del presidente della Repubblica. Il segretario del Pd, aspirante alla guida del governo solo per un articolo dello statuto del partito superatissimo dai fatti sopravvenuti alla sua approvazione, è arrivato a ricordarsi del ruolo del capo dello Stato alla fine della chiacchierata col conduttore Fabio Fazio, quando quel “candidato premier” annunciato, o lasciato annunciare dall’assistente o valletta Filippa si era bel consolidato nella testa del telespettatore, magari neppure arrivato poi a sentire le ultime battute dell’intervista.

            Quelle due parole dal sen sfuggito -candidato premier- chissà quanti voti avranno potuto compromettere al Pd da parte di elettori convinti del “gioco di squadra” che lo stesso Renzi cerca ogni tanto di accreditare lasciando credere che un Gentiloni bis andrebbe bene davvero anche a lui, oltre che a Giorgio Napolitano, a Romano Prodi, a Walter Veltroni e altri: davvero, ripeto,  e non per finta.

 

 

Diffuso da News List di Mario Sechi

                                              

             

Brividi di stampa: un monocolore Di Maio come quello Andreotti del 1976

            L’ultima su Luigi Di Maio –sì, proprio lui, il vice presidente uscente della Camera che concorre alle elezioni del 4 marzo non solo come deputato grillino ma anche come presidente del Consiglio, pur se questa carica non è in palio, spettandone la nomina al capo dello Stato- l’ha sparata La Stampa. Egli sarebbe “tentato” –bontà sua, soltanto tentato- dalla formazione di un governo col Pd del pur odiato Matteo Renzi, con i liberi e uguali del presidente uscente e perciò terminale del Senato Pietro Grasso, che quasi contemporaneamente ha definito molto difficile un’intesa con i grillini, e coi gruppi parlamentari che probabilmente riuscirà a formare, raggiungendo la soglia del 3 per cento dei voti, la radicale italiana più famosa nel mondo, anche se l’omonimo partito erede di Marco Pannella ha proclamato contro di lei uno sciopero assai stravagante del voto: Emma Bonino.

           Ma la stessa Bonino, sempre in contemporanea con la tentazione attribuita a Di Maio dalla Stampa, è stata appena rappresentata sia dal Corriere della Sera sia dal Fatto Quotidiano, a dir poco simpatizzante dei grillini, come una carta di riserva di Silvio Berlusconi per un governo delle cosiddette larghe intese tra Forza Italia, Pd e altri volenterosi di centro e pure di sinistra, se una simile combinazione fosse vista da Massimo D’Alema, e fatta ingoiare ai compagni di ventura elettorale, come “il governo del Presidente”. Un governo, cioè, voluto o protetto dal capo dello Stato per scongiurare elezioni anticipate, ed anche per evitare –ha spiegato lo stesso D’Alema- che la sinistra si faccia troppo del male, dopo quello che si è già procurato con la scissione del Pd e con le pratiche rottamatrici di Renzi, sempre nella visione dalemiana delle cose.

          Peccato, a questo punto, dopo lo scoop della Stampa, che il segretario generale della Presidenza della Repubblica, pregato dal capo dello Stato di ricevere lo sgomitante e istituzionalmente incolto Di Maio, che aveva chiesto di salire al Quirinale per portargli la lista dei ministri senza avere neppure ricevuto l’incarico, abbia per ragioni di cortesia e di discrezione già dimenticato i nomi anticipatigli dall’aspirante presidente del Consiglio. Peccato perché, se avesse voglia di ricordarseli e di farceli conoscere, potremmo forse avere la conferma di un progetto di governo monocolore grillino aperto, bontà sua, all’appoggio esterno o all’astensione parlamentare altrui.

            Lo stesso Di Maio, d’altronde, nelle pause lasciategli dall’intensa attività di espulsione dal movimento delle 5 stelle di candidati al Parlamento rivelatisi impresentabili ma ormai irrimediabilmente presentati, e destinati quasi sicuramente all’elezione per approdare nei gruppi misti, ribadisce continuamente il suo proposito di non trattare “posti”, cioè incarichi ministeriali, con nessuno. E di volere lasciare agli altri solo l’onore e l’onere, come preferite, di concorrere alla concessione della fiducia, purtroppo ancora necessaria in entrambi i rami del Parlamento dopo la bocciatura della riforma costituzionale di Renzi, osteggiata nel referendum del 4 dicembre 2016 anche dai grillini, oltre che da Berlusconi, Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Pierluigi Bersani, D’Alema, Ciriaco De Mita, magistrati associati e via elencando.

            Qualcuno potrebbe  dare ragione, a questo punto, al direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana, che in un libro fresco di stampa ha riconosciuto “uno stile un po’ andreottiano” a Di Maio. Nel 1976 al democristianissimo Giulio Andreotti riuscì di fare un governo monocolore democristiano appoggiato esternamente dal Pci di Enrico Berlinguer e molti altri. Ma il regista di quel passaggio eccezionale della politica italiana fu Aldo Moro, di cui sta per ricorrere il quarantesimo anniversario del tragico sequestro da parte delle brigate rosse, con tutto ciò che ne conseguì. Non vorrei che il direttore del Corriere riconoscesse qualcosa di moroteo in Beppe Grillo, o in Davide Casaleggio, o in entrambi.

            E poi ci meravigliamo delle copie che anche i cosiddetti giornaloni perdono nelle edicole.

La Boldrini inorridisce all’idea di Di Maio presidente della Camera, al suo posto

            Dev’essere arrivata anche a Laura Boldrini, presidente uscente e perciò terminale della Camera, visto che siamo ormai a meno di un mese dall’insediamento della nuova che sarà eletta il 4 marzo, la voce di un possibile arrivo del grillino Luigi Di Maio al suo posto, se davvero il movimento delle 5 stelle risulterà il più votato dagli italiani.

            “Ma non voleva fare il presidente del Consiglio?”, ha chiesto del suo attuale vice la sgomenta Boldrini, confortata nel suo scetticismo dalla insistenza con la quale l’esponente grillino in effetti si ripropone per Palazzo Chigi, prepara la sua lista dei ministri, ed ha persino cercato goffamente di portarla in questi giorni al Quirinale. Dove, sgomenti pure loro, gli hanno ricordato che non ha ancora ricevuto l’incarico, se mai Sergio Mattarella sarà tentato di dargliene uno. E gli hanno perciò rimediato per pura cortesia istituzionale, più come vice presidente uscente della Camera che come candidato del suo partito alla massima carica di governo, un incontro col segretario generale della Presidenza della Repubblica. Del quale non so se abbia trovato anche il tempo e la voglia di offrire all’ospite un caffè, dopo essersi sentito ripetere quello che va dicendo in giro sulla squadra ministeriale che si propone di costruire. Sempre che gli rimangano naturalmente uomini e donne disponibili dopo l’epurazione che va facendo nel suo movimento all’arrivo di notizie sgradite e di vecchie o nuove indagini giudiziarie. Che il combinato disposto fra Procure e giornali non risparmia in campagna elettorale neppure alla collettività pentastellare.

            Se Matteo Renzi si è guadagnato i gradi del rottamatore, dal verbo rottamare, Di Maio si sta guadagnando quelli del cacciatore, dal verbo cacciare. Col maltempo che corre, finirà per indossarne anche gli abiti proteggendosi così dal freddo, dalla pioggia e dalla neve.

            La prospettiva di un Di Maio dirottato più o meno furbescamente dai suoi avversari o concorrenti politici verso il vertice di Montecitorio, forse anche per vedere l’effetto di un simile scenario sulla tenuta del movimento di cui è capo, ha messo allo scoperto una concezione un po’ proprietaria che Laura Boldrini ha finito per farsi della presidenza della Camera nei cinque anni in cui le è capitato di occuparla. “Vorrei lasciarla a qualcun altro, magari con più rispetto per le istituzioni”, le è sfuggito di dire. E le ha finalmente fatto aprire gli occhi anche sui limiti funzionali, diciamo così,  dimostrati dal giovanotto che l’ha affiancata, senza mai spingerla prima d’ora a cantargliene quattro in pubblico, o a scrivergliene in privato, che io sappia.

            “Durante questa legislatura abbiamo tagliato 350 milioni di euro, e spesso i 5 stelle erano contrari. Li abbiamo  visti presiedere l’aula –ha detto la Boldrini parlando al plurale di Di Maio- e poi uscire con l’altoparlante ad aizzare le persone davanti a Montecitorio. Sono incongruenti”.

            Se è per questo, i grillini hanno fatto anche di peggio provocando negli altri gruppi proteste che non sempre la presidente della Camera ha voluto raccogliere e sviluppare, come forse sarebbe stato opportuno. Essi, per esempio, hanno fatto irruzioni nelle commissioni per bloccarne sedute sgradite, insultato e colpito chi voleva resistere alle loro intimidazioni, e persino ferito qualche commesso avventuratosi a fronteggiarli. Ti credo se poi fra i poveri grillini ce ne fossero di tanto sfiniti da sbagliare i bonifici bancari a favore del loro tanto decantato fondo per le piccole e medie imprese. E da accorgersene solo a fine legislatura, inseguiti da “iene” dell’informazione sino al giorno prima esaltate dai pentastellati perché impegnate a lavorare in altre direzioni politiche.

             

Cossiga manda a dire a Ciriaco De Mita, e vota Emma Bonino…..

Ho sognato Francesco Cossiga che mi chiedeva, incredulo e irritato, se fosse vero un rimprovero rivoltogli da Ciriaco De Mita di averlo tradito dal Quirinale, pur essendovi stato praticamente mandato da lui nel 1985, sino a convincere il riluttante segretario del Pci Alessandro Natta a blindarne l’elezione.

E’ vero, gli ho risposto, riferendogli di una intervista concessa al Corriere della Sera dall’ex segretario della Dc il 2 febbraio scorso, giorno del suo novantesimo compleanno. Celebrato in pompa magna dai giornaloni, come ai tempi d’oro dell’attuale sindaco di Nusco.

“Ma di che cosa mi ha rimproverato, in particolare”, ha chiesto Cossiga facendo con la bocca una smorfia che gli sfuggiva sempre in vita quando era di pessimo umore. Ha detto che gli “voltasti le spalle”, letteralmente, una volta che riuscì a farti eleggere presidente della Repubblica, non avendolo “mai aiutato nel confronto con Craxi”, sempre testualmente, gli ho raccontato.

“Che fosse stato lui, da segretario della Dc, a farmi eleggere anche con i voti comunisti, mentre Craxi, allora presidente del Consiglio, preferiva Arnaldo Forlani, suo vice a Palazzo Chigi, è vero. Anzi, verissimo. E ne fui anche sorpreso, non essendo passati molti anni da quando il Pci, che pure era allora guidato da mio cugino Enrico Berlinguer, aveva cercato di mandarmi sotto processo per tradimento davanti alla Corte Costituzionale per un supposto aiuto che avrei prestato alla latitanza di un figlio di Carlo Donat-Cattin, ricercato per terrorismo. Io, che mi dividevo tra l’ufficio pubblico di presidente del Consiglio a Palazzo Chigi e quello privato di ex ministro dell’Interno che avevo a pochi passati di distanza, dietro l’allora Rinascente, mi ero invece limitato ad avvertire Carlo di convincere il figliolo a costituirsi se avesse avuto la possibilità di contattarlo, sapendo benissimo che i rapporti familiari erano interrotti da parecchio. Ma che io poi abbia tradito Ciriaco nel confronto- dice lui- con Craxi, non è vero per niente”.

Ma cosa hai da dire, in particolare, in tua difesa?, gli ho chiesto. “Intanto, l’aiuto che lui si aspettava da me non era nel confronto, come lui lo chiama, ma nel sabotaggio. Era ossessionato dalla voglia di  rompere con Craxi. Che era pur sempre il presidente del Consiglio e doveva aspettarsi invece un aiuto dal presidente della Repubblica a rimanere in carica sino a quando non fosse stato sfiduciato dal Parlamento”.

Eppure fosti proprio tu nel 1987 a negare a Craxi il diritto da lui reclamato di gestire le elezioni anticipate, reclamate da De Mita nella crisi per la mancata staffetta tra un socialista e un democristiano a Palazzo Chigi, ho ricordato a Cossiga. Che mi ha risposto come una furia: “Ecco, è proprio quel rifiuto a Craxi, di cui gli avrei chiesto scusa quasi in punto di morte, quando lo andai a trovare ad Hammamet sapendo che ormai aveva ben poco da vivere, a smentire l’accusa di tradimento di De Mita. Che finge ancora di ignorare che in quella maledetta crisi io gli pagai per intero il debito contratto con la mia elezione al Quirinale”.

“La staffetta che loro avevano concordato- mi ha raccontato Cossiga- riguardava l’ultimo tratto ordinario della legislatura, non una sua forzata interruzione per andare alle elezioni anticipate, come volle invece De Mita prima cercando di convincere Scalfaro, allora ministro dell’Interno, a fare un governo elettorale e poi, dopo il rifiuto di Scalfaro, ripiegando su Fanfani, scomodato apposta dalla presidenza del Senato”.

“Quando Craxi venne a protestare da me contro questo che lui riteneva un sopruso, fui io –mi ha raccontato Cossiga- a consigliargli di difendersene votando la fiducia al governo Fanfani, costringendolo  così a governare per l’anno residuo, e per giunta anche a fargli gestire un po’ di referendum scomodi, come quello sulla responsabilità civile dei magistrati. E devo dire che Craxi mi stette ad ascoltare, perché la fiducia l’annunciò, anche per il rispetto dovuto ad alcuni appuntamenti internazionali dell’Italia, fra cui un vertice europeo a Venezia. Ma arrivammo al paradosso del governo monocolore democristiano del presidente uscente del Senato che, pur di farsi battere a Montecitorio , si fece negare la fiducia dal suo gruppo parlamentare”.

E tu sciogliesti le Camere senza battere ciglio, gli ho ricordato. “Ma che dici? Altro che ciglia, sfondai quasi la scrivania con i pugni. Avevo talmente stentato a credere che i democristiani non votassero la fiducia a Fanfani che volli sentire di persona, in televisione a bassa frequenza, il discorso del capogruppo della Dc alla Camera. E quando lo sentii, ebbi un attacco d’ira. Mi rassegnai alle elezioni anticipate, forzando l’interpretazione di un precedente di fronte alle proteste di Craxi, proprio per saldare –ti ripeto- il debito che avevo con De Mita”.

Perché questa cosa non gliela ricordasti direttamente a Ciriaco quando, sapendoti in condizioni gravi, chiese a tuo figlio di dirti che dovevi ancora spiegargli qualcosa prima di morire. Lo ha raccontato lui stesso nell’intervista al Corriere dicendo che tu moristi e lui rimase senza risposta. “E’ proprio un impunito, Ciriaco. Preferii morire cristianamente- mi ha raccontato Cossiga- piuttosto che dirgliene quattro poco cristianamente. Lui peraltro sa che io con Craxi quando fu il caso seppi anche scontrarmi. E duramente, ma sul piano politico, senza compromettere i rapporti personali”.

E quando accadde?, gli ho chiesto. “Nel 1991, ma a De Mita non serviva più, non essendo più né segretario del partito né presidente del Consiglio. Lui non aveva più partite personali da giocare”.

In quel benedetto 1991 su che cosa ti scontrasti con Craxi? “Sulla richiesta che mi fece di anticipare di un anno le elezioni ordinarie del 1992 un po’ per evitare il referendum contro le preferenze e un po’, forse anche di più, per profittare delle condizioni di difficoltà in cui si trovavano i comunisti nel cambio di nome, di simbolo e d’altro ancora dopo la caduta del muro di Berlino. Gli risposi che, per quanti torti avessi ricevuto da loro, non mi sarei prestato ad un’operazione del genere. E gli feci capire che in caso di crisi, che peraltro escludevo conoscendo la contrarietà di Andreotti, allora presidente del Consiglio, io avrei dato l’incarico di un nuovo governo a Martinazzoli”.

E Craxi come reagì? “Da furbo qual era, andò a vendersi per sua da Occhetto e D’Alema, in un camper, quella che era la mia posizione. Garantì  loro  cioè che non ci sarebbero state elezioni anticipate. Ma quelli –mi ha raccontato Cossiga- non furono grati né a lui né a me. A lui negarono dopo le elezioni ordinarie del 1992 la tregua di cui aveva bisogno di fronte al dilagare del giustizialismo sull’onda di Mani pulite, e a me una rielezione al Quirinale, magari a termine, che pure avevo implicitamente prospettato l’anno prima con un  messaggio alle Camere sull’urgenza di una riforma costituzionale, comprensiva di un nuovo modo di eleggere il presidente della Repubblica”.

Allora è vero che tu volevi la rielezione?, gli ho chiesto. E lui: “Certo che è vero. Avrei voluto rimanere al Quirinale per il tempo necessario alla riforma, approvata la quale mi sarei dimesso perché il mio successore potesse essere eletto col nuovo sistema, prevedibilmente diretto. Non sarei rimasto un minuto in più neppure se la riforma, per cortesia verso il capo dello Stato in carica, avesse contenuto la clausola del rispetto del mandato presidenziale in corso”.

Ma tu questo lo dicesti ai tuoi interlocutori politici e istituzionali? “Certo che lo dissi. A Craxi direttamente, ma lui mi rispose di avere già un impegno a sostenere la candidatura di Forlani alla scadenza del mio settennato. I comunisti li feci consultare dal mio collaboratore al Quirinale Sergio Berlinguer. Lo stesso nome doveva essere una garanzia, ma lui mi riferì dopo qualche telefonata e cena di essersi sentito chiedere se fossi davvero ammattito, come diceva di me in giro De Mita”.

Aspetta, non te ne andare. Chissà quando mi toccherà di risognarti. Dammi un consiglio su chi votare il 4 marzo. “Diavolo, me lo chiedi pure. Devi votare per Emma Bonino, che sarà pure stata radicale ma mi ricorda tanto, per come si veste e come parla degli immigrati e del dovere di accoglierli sempre e comunque, una specie di Madre Teresa di Calcutta laica. E figurati se io, da buon cristiano, non le darei una mano”.

 

 

 

Diffuso da News List di Mario Sechi

Irremovibile il no di Silvio Berlusconi a un governo Prodi ter

            No. Questa volta Silvio Berlusconi è irremovibile. Non vuole neppure sentir parlare di un governo di Romano Prodi –sarebbe il terzo nella carriera politica dell’ex presidente del Consiglio- dopo un risultato neutro delle elezioni del 4 marzo. Neutro, nel senso che nessuna coalizione in corsa e neppure i solitari grillini uscirebbero dalle urne con la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, necessari in caso di plenum delle assemblee di Montecitorio e di Palazzo Madama a garantire al governo la fiducia. Per la quale, in verità, basterebbe la maggioranza semplice, cioè quella dei partecipanti alla votazione, ma nell’ipotesi di una votazione a ranghi ridotti, non completi. Se i presenti e i votanti fossero tutti, maggioranza semplice e assoluta sarebbero la stessa cosa. E sulla carta un governo dovrebbe sempre disporne per non diventare un Gabinetto di minoranza, che cerca di volta in volta i sostegni di cui ha bisogno.

           Chi gli parla abitualmente assicura che l’uomo di Arcore direbbe no anche se Prodi, rinunciando alla camicia del centrosinistra che ancora predilige e che ritiene adattissima anche a Paolo Gentiloni, da lui sponsorizzato di recente a Bologna, dovesse rendersi disponibile a governi di cosiddette larghe intese. Anche nelle vesti dimesse di “pensionato”, come ama presentarsi da qualche tempo, Prodi rimane agli occhi di Berlusconi il suo avversario elettorale e politico di sempre. Alla cui candidatura al Quirinale l’ex Cavaliere reagì una volta, parlando in una piazza di Bari, minacciando l’espatrio.

            Per quanto ancora incandidabile, Berlusconi è fiero di essere tornato protagonista della campagna elettorale e attore politico centrale, o quasi, di tutti gli scenari post-elettorali, anche in caso di una vittoria del suo centrodestra mutilata dalla mancanza della maggioranza assoluta dei seggi parlamentari. Egli sarebbe convinto che in caso di pareggio fra la sua Forza Italia e il Pd di Matteo Renzi, e ancor più in caso di sorpasso della prima sul secondo, al di là delle coalizioni diverse cui partecipano, potrebbe toccare a lui il diritto di designare il capo di un governo di decantazione o transizione. E in tale evenienza l’uomo non sarebbe né il presidente uscente del Consiglio Paolo Gentiloni, di cui pure Berlusconi dice cose carine ogni volta che ne ha l’occasione, né il fedele ex portavoce e attuale presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani, scomodabile dalla importante postazione di Strasburgo solo per un improbabile governo stabile di centrodestra a trazione forzista, ma l’altrettanto fedele e suo ex sottosegretario a Palazzo Chigi Gianni Letta. Che è l’uomo delle missioni riservate e dei collegamenti istituzionali, invidiatogli pubblicamente anche da alcuni avversari politici: per esempio, Walter Veltroni, Dario Franceschini e persino Massimo D’Alema. Di Berlusconi, peraltro, egli condivide il superamento degli ottant’anni: 83 il 15 aprile prossimo, contro gli 82 che Berlusconi compirà il 29 settembre.

            Il caso ha voluto che proprio in questi giorni Gianni Letta, spalleggiato da Giuliano Amato, sia stato protagonista di un intrigante siparietto con l’attuale sottosegretaria a Palazzo Chigi: la renzianissima Maria Elena Boschi.

            Presenti tutti e tre ad un convegno della Luiss sulla Presidenza del Consiglio, promosso per celebrare i trent’anni della legge che ne riformò l’ordinamento, Gianni Letta ha incoraggiato la Boschi a sperare di poter diventare la prima donna alla guida del governo perché è capitato già ad altri sottosegretari alla Presidenza di diventarne poi i titolari.

            Senza andare molto indietro negli anni e citare, per esempio, il caso di Giulio Andreotti, già sottosegretario di Alcide De Gasperi, il collaboratore di Berlusconi ha indicato il presente Giuliano Amato, diventato presidente del Consiglio dopo essere stato sottosegretario di Bettino Craxi  dal 1983 al 1987. Ed Amato, oggi giudice costituzionale,  non si è tirato indietro, aggiungendo di suo la certificazione della eccellente “palestra” costituita per una scalata a Palazzo Chigi ed altro ancora dall’esperienza di sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

            Chissà se la Boschi, che il bravissimo Umberto Pizzi si è affrettato a fotografare più volte accanto al suo estimator cortese, sarà stata tentata dal ricambiare all’ex sottosegretario Gianni Letta gli auguri politici da lui appena formulati a lei. E non se ne sarà trattenuta per non compromettere Renzi.  

Si allunga l’ombra di Romano Prodi sul dopo-elezioni a Palazzo Chigi

            Più aumentano gli elogi per Paolo Gentiloni, appena sponsorizzato anche da Giorgio Napolitano, che si è procurato sul Fatto Quotidiano una vignetta di Vauro Senesi dove spinge come un vecchissimo e malandato badante la carrozzella dello stesso Gentiloni malmesso, più sale il giudizio negativo della cosiddetta sinistra radicale sul presidente del Consiglio in carica. Al quale, d’altronde, gli scissionisti del Pd poi confluiti fra i liberi e uguali di Pietro Grasso avevano tolto già nello scorso autunno il loro già sofferto e contraddittorio appoggio passando all’opposizione.

            Gentiloni è diventato solo “una sfumatura del renzismo”, ha sentenziato l’ex buontempone del comunismo emiliano Pier Luigi Bersani e già segretario del Pd, da lui considerato e gestito come una “ditta” prima d’imbattersi con l’allora giovane sindaco di Firenze destinato a rottamarlo. E se Bersani considera Gentiloni una sfumatura del renzismo, inteso come un fenomeno di destra occultata da sinistra, è facile immaginare il giudizio del più acuminato Massimo D’Alema.

            Se davvero, come si mormora nei piani alti ma anche bassi della politica, i liberi e uguali del presidente uscente del Senato sono destinati a partecipare dopo le elezioni al governo “del Presidente”, come proprio D’Alema lo ha definito predisponendosi ad accogliere le raccomandazioni del presidente, appunto, della Repubblica per più o meno larghe intese utili anche alla sinistra per “non farsi troppo del male”, sempre per rimanere nel linguaggio dalemiano, sembra difficile pensare che essi accettino un altro governo Gentiloni. E non preferiscano invece trattare per un altro presidente del Consiglio meno sfumatura del renzismo, per dirla con Bersani. O, visto che ci siamo, meno gradito al sempre odiato Silvio Berlusconi. Che di Gentiloni dice ogni volta che ne ha l’occasione cose carine,  accreditando la disponibilità ad accordarvisi se il centrodestra non dovesse vincere davvero alla grande, conquistando anche la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, e obbligando così l’uomo di Arcore a fare ogni giorno i conti con lo scomodo alleato Matteo Salvini.

            Esclusa per motivi di ragionevolezza la pretesa di imporre a Palazzo Chigi dopo le elezioni un loro uomo, o una loro donna, visto che hanno ritenuto di arruolare e impegnare nella campagna elettorale entrambi i presidenti uscenti delle Camere, archiviandone così la caratura istituzionale che avrebbe potuto favorirli per il “governo del Presidente” auspicato da D’Alema, i liberi e uguali dovranno probabilmente piegarsi ad altri nomi. Il più naturale dei quali, allo stato delle cose, per il ruolo avuto in passato e per la sua notorietà anche all’estero, sembra essere quello di Romano Prodi. Del cui ritorno a Palazzo Chigi, dopo le brevi e infelici esperienze del 1996 e del 2006, il primo a non sentirsi offeso, né sul piano politico né sul piano umano, dovrebbe essere proprio Gentiloni, reduce da un palco di Bologna dove i due si sono abbracciati e sponsorizzati a vicenda.

            Contro un ritorno di Prodi, che si schermisce definendosi pensionato ma alla fine si lascia sempre coinvolgere nel dibattito politico, e in ciò che ne consegue, potrebbero giocare gli umori a lui non molto favorevoli di D’Alema a sinistra e di Berlusconi a destra.

           Senza tornare al “flaccido imbroglione” attribuitogli in passato e ripetutamente smentito, D’Alema ha appena deriso, o quasi, la preveggenza dell’ex presidente del Consiglio rinfacciandogli il voto inutilmente annunciato e raccomandato a favore della riforma costituzionale di Renzi nel referendum del 4 dicembre 2016. Berlusconi, che non gli ha mai perdonato di averlo battuto nelle urne due volte, pur senza riuscire poi ad evitare la prematura caduta, ne contestò una volta in una piazza di Bari la candidatura al Quirinale minacciando addirittura l’espatrio.

          Ma gli anni passano, le circostanze cambiano e gli umori pure, almeno nella loro intensità, anche nella politica.  

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