Cossiga manda a dire a Ciriaco De Mita, e vota Emma Bonino…..

Ho sognato Francesco Cossiga che mi chiedeva, incredulo e irritato, se fosse vero un rimprovero rivoltogli da Ciriaco De Mita di averlo tradito dal Quirinale, pur essendovi stato praticamente mandato da lui nel 1985, sino a convincere il riluttante segretario del Pci Alessandro Natta a blindarne l’elezione.

E’ vero, gli ho risposto, riferendogli di una intervista concessa al Corriere della Sera dall’ex segretario della Dc il 2 febbraio scorso, giorno del suo novantesimo compleanno. Celebrato in pompa magna dai giornaloni, come ai tempi d’oro dell’attuale sindaco di Nusco.

“Ma di che cosa mi ha rimproverato, in particolare”, ha chiesto Cossiga facendo con la bocca una smorfia che gli sfuggiva sempre in vita quando era di pessimo umore. Ha detto che gli “voltasti le spalle”, letteralmente, una volta che riuscì a farti eleggere presidente della Repubblica, non avendolo “mai aiutato nel confronto con Craxi”, sempre testualmente, gli ho raccontato.

“Che fosse stato lui, da segretario della Dc, a farmi eleggere anche con i voti comunisti, mentre Craxi, allora presidente del Consiglio, preferiva Arnaldo Forlani, suo vice a Palazzo Chigi, è vero. Anzi, verissimo. E ne fui anche sorpreso, non essendo passati molti anni da quando il Pci, che pure era allora guidato da mio cugino Enrico Berlinguer, aveva cercato di mandarmi sotto processo per tradimento davanti alla Corte Costituzionale per un supposto aiuto che avrei prestato alla latitanza di un figlio di Carlo Donat-Cattin, ricercato per terrorismo. Io, che mi dividevo tra l’ufficio pubblico di presidente del Consiglio a Palazzo Chigi e quello privato di ex ministro dell’Interno che avevo a pochi passati di distanza, dietro l’allora Rinascente, mi ero invece limitato ad avvertire Carlo di convincere il figliolo a costituirsi se avesse avuto la possibilità di contattarlo, sapendo benissimo che i rapporti familiari erano interrotti da parecchio. Ma che io poi abbia tradito Ciriaco nel confronto- dice lui- con Craxi, non è vero per niente”.

Ma cosa hai da dire, in particolare, in tua difesa?, gli ho chiesto. “Intanto, l’aiuto che lui si aspettava da me non era nel confronto, come lui lo chiama, ma nel sabotaggio. Era ossessionato dalla voglia di  rompere con Craxi. Che era pur sempre il presidente del Consiglio e doveva aspettarsi invece un aiuto dal presidente della Repubblica a rimanere in carica sino a quando non fosse stato sfiduciato dal Parlamento”.

Eppure fosti proprio tu nel 1987 a negare a Craxi il diritto da lui reclamato di gestire le elezioni anticipate, reclamate da De Mita nella crisi per la mancata staffetta tra un socialista e un democristiano a Palazzo Chigi, ho ricordato a Cossiga. Che mi ha risposto come una furia: “Ecco, è proprio quel rifiuto a Craxi, di cui gli avrei chiesto scusa quasi in punto di morte, quando lo andai a trovare ad Hammamet sapendo che ormai aveva ben poco da vivere, a smentire l’accusa di tradimento di De Mita. Che finge ancora di ignorare che in quella maledetta crisi io gli pagai per intero il debito contratto con la mia elezione al Quirinale”.

“La staffetta che loro avevano concordato- mi ha raccontato Cossiga- riguardava l’ultimo tratto ordinario della legislatura, non una sua forzata interruzione per andare alle elezioni anticipate, come volle invece De Mita prima cercando di convincere Scalfaro, allora ministro dell’Interno, a fare un governo elettorale e poi, dopo il rifiuto di Scalfaro, ripiegando su Fanfani, scomodato apposta dalla presidenza del Senato”.

“Quando Craxi venne a protestare da me contro questo che lui riteneva un sopruso, fui io –mi ha raccontato Cossiga- a consigliargli di difendersene votando la fiducia al governo Fanfani, costringendolo  così a governare per l’anno residuo, e per giunta anche a fargli gestire un po’ di referendum scomodi, come quello sulla responsabilità civile dei magistrati. E devo dire che Craxi mi stette ad ascoltare, perché la fiducia l’annunciò, anche per il rispetto dovuto ad alcuni appuntamenti internazionali dell’Italia, fra cui un vertice europeo a Venezia. Ma arrivammo al paradosso del governo monocolore democristiano del presidente uscente del Senato che, pur di farsi battere a Montecitorio , si fece negare la fiducia dal suo gruppo parlamentare”.

E tu sciogliesti le Camere senza battere ciglio, gli ho ricordato. “Ma che dici? Altro che ciglia, sfondai quasi la scrivania con i pugni. Avevo talmente stentato a credere che i democristiani non votassero la fiducia a Fanfani che volli sentire di persona, in televisione a bassa frequenza, il discorso del capogruppo della Dc alla Camera. E quando lo sentii, ebbi un attacco d’ira. Mi rassegnai alle elezioni anticipate, forzando l’interpretazione di un precedente di fronte alle proteste di Craxi, proprio per saldare –ti ripeto- il debito che avevo con De Mita”.

Perché questa cosa non gliela ricordasti direttamente a Ciriaco quando, sapendoti in condizioni gravi, chiese a tuo figlio di dirti che dovevi ancora spiegargli qualcosa prima di morire. Lo ha raccontato lui stesso nell’intervista al Corriere dicendo che tu moristi e lui rimase senza risposta. “E’ proprio un impunito, Ciriaco. Preferii morire cristianamente- mi ha raccontato Cossiga- piuttosto che dirgliene quattro poco cristianamente. Lui peraltro sa che io con Craxi quando fu il caso seppi anche scontrarmi. E duramente, ma sul piano politico, senza compromettere i rapporti personali”.

E quando accadde?, gli ho chiesto. “Nel 1991, ma a De Mita non serviva più, non essendo più né segretario del partito né presidente del Consiglio. Lui non aveva più partite personali da giocare”.

In quel benedetto 1991 su che cosa ti scontrasti con Craxi? “Sulla richiesta che mi fece di anticipare di un anno le elezioni ordinarie del 1992 un po’ per evitare il referendum contro le preferenze e un po’, forse anche di più, per profittare delle condizioni di difficoltà in cui si trovavano i comunisti nel cambio di nome, di simbolo e d’altro ancora dopo la caduta del muro di Berlino. Gli risposi che, per quanti torti avessi ricevuto da loro, non mi sarei prestato ad un’operazione del genere. E gli feci capire che in caso di crisi, che peraltro escludevo conoscendo la contrarietà di Andreotti, allora presidente del Consiglio, io avrei dato l’incarico di un nuovo governo a Martinazzoli”.

E Craxi come reagì? “Da furbo qual era, andò a vendersi per sua da Occhetto e D’Alema, in un camper, quella che era la mia posizione. Garantì  loro  cioè che non ci sarebbero state elezioni anticipate. Ma quelli –mi ha raccontato Cossiga- non furono grati né a lui né a me. A lui negarono dopo le elezioni ordinarie del 1992 la tregua di cui aveva bisogno di fronte al dilagare del giustizialismo sull’onda di Mani pulite, e a me una rielezione al Quirinale, magari a termine, che pure avevo implicitamente prospettato l’anno prima con un  messaggio alle Camere sull’urgenza di una riforma costituzionale, comprensiva di un nuovo modo di eleggere il presidente della Repubblica”.

Allora è vero che tu volevi la rielezione?, gli ho chiesto. E lui: “Certo che è vero. Avrei voluto rimanere al Quirinale per il tempo necessario alla riforma, approvata la quale mi sarei dimesso perché il mio successore potesse essere eletto col nuovo sistema, prevedibilmente diretto. Non sarei rimasto un minuto in più neppure se la riforma, per cortesia verso il capo dello Stato in carica, avesse contenuto la clausola del rispetto del mandato presidenziale in corso”.

Ma tu questo lo dicesti ai tuoi interlocutori politici e istituzionali? “Certo che lo dissi. A Craxi direttamente, ma lui mi rispose di avere già un impegno a sostenere la candidatura di Forlani alla scadenza del mio settennato. I comunisti li feci consultare dal mio collaboratore al Quirinale Sergio Berlinguer. Lo stesso nome doveva essere una garanzia, ma lui mi riferì dopo qualche telefonata e cena di essersi sentito chiedere se fossi davvero ammattito, come diceva di me in giro De Mita”.

Aspetta, non te ne andare. Chissà quando mi toccherà di risognarti. Dammi un consiglio su chi votare il 4 marzo. “Diavolo, me lo chiedi pure. Devi votare per Emma Bonino, che sarà pure stata radicale ma mi ricorda tanto, per come si veste e come parla degli immigrati e del dovere di accoglierli sempre e comunque, una specie di Madre Teresa di Calcutta laica. E figurati se io, da buon cristiano, non le darei una mano”.

 

 

 

Diffuso da News List di Mario Sechi

Irremovibile il no di Silvio Berlusconi a un governo Prodi ter

            No. Questa volta Silvio Berlusconi è irremovibile. Non vuole neppure sentir parlare di un governo di Romano Prodi –sarebbe il terzo nella carriera politica dell’ex presidente del Consiglio- dopo un risultato neutro delle elezioni del 4 marzo. Neutro, nel senso che nessuna coalizione in corsa e neppure i solitari grillini uscirebbero dalle urne con la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, necessari in caso di plenum delle assemblee di Montecitorio e di Palazzo Madama a garantire al governo la fiducia. Per la quale, in verità, basterebbe la maggioranza semplice, cioè quella dei partecipanti alla votazione, ma nell’ipotesi di una votazione a ranghi ridotti, non completi. Se i presenti e i votanti fossero tutti, maggioranza semplice e assoluta sarebbero la stessa cosa. E sulla carta un governo dovrebbe sempre disporne per non diventare un Gabinetto di minoranza, che cerca di volta in volta i sostegni di cui ha bisogno.

           Chi gli parla abitualmente assicura che l’uomo di Arcore direbbe no anche se Prodi, rinunciando alla camicia del centrosinistra che ancora predilige e che ritiene adattissima anche a Paolo Gentiloni, da lui sponsorizzato di recente a Bologna, dovesse rendersi disponibile a governi di cosiddette larghe intese. Anche nelle vesti dimesse di “pensionato”, come ama presentarsi da qualche tempo, Prodi rimane agli occhi di Berlusconi il suo avversario elettorale e politico di sempre. Alla cui candidatura al Quirinale l’ex Cavaliere reagì una volta, parlando in una piazza di Bari, minacciando l’espatrio.

            Per quanto ancora incandidabile, Berlusconi è fiero di essere tornato protagonista della campagna elettorale e attore politico centrale, o quasi, di tutti gli scenari post-elettorali, anche in caso di una vittoria del suo centrodestra mutilata dalla mancanza della maggioranza assoluta dei seggi parlamentari. Egli sarebbe convinto che in caso di pareggio fra la sua Forza Italia e il Pd di Matteo Renzi, e ancor più in caso di sorpasso della prima sul secondo, al di là delle coalizioni diverse cui partecipano, potrebbe toccare a lui il diritto di designare il capo di un governo di decantazione o transizione. E in tale evenienza l’uomo non sarebbe né il presidente uscente del Consiglio Paolo Gentiloni, di cui pure Berlusconi dice cose carine ogni volta che ne ha l’occasione, né il fedele ex portavoce e attuale presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani, scomodabile dalla importante postazione di Strasburgo solo per un improbabile governo stabile di centrodestra a trazione forzista, ma l’altrettanto fedele e suo ex sottosegretario a Palazzo Chigi Gianni Letta. Che è l’uomo delle missioni riservate e dei collegamenti istituzionali, invidiatogli pubblicamente anche da alcuni avversari politici: per esempio, Walter Veltroni, Dario Franceschini e persino Massimo D’Alema. Di Berlusconi, peraltro, egli condivide il superamento degli ottant’anni: 83 il 15 aprile prossimo, contro gli 82 che Berlusconi compirà il 29 settembre.

            Il caso ha voluto che proprio in questi giorni Gianni Letta, spalleggiato da Giuliano Amato, sia stato protagonista di un intrigante siparietto con l’attuale sottosegretaria a Palazzo Chigi: la renzianissima Maria Elena Boschi.

            Presenti tutti e tre ad un convegno della Luiss sulla Presidenza del Consiglio, promosso per celebrare i trent’anni della legge che ne riformò l’ordinamento, Gianni Letta ha incoraggiato la Boschi a sperare di poter diventare la prima donna alla guida del governo perché è capitato già ad altri sottosegretari alla Presidenza di diventarne poi i titolari.

            Senza andare molto indietro negli anni e citare, per esempio, il caso di Giulio Andreotti, già sottosegretario di Alcide De Gasperi, il collaboratore di Berlusconi ha indicato il presente Giuliano Amato, diventato presidente del Consiglio dopo essere stato sottosegretario di Bettino Craxi  dal 1983 al 1987. Ed Amato, oggi giudice costituzionale,  non si è tirato indietro, aggiungendo di suo la certificazione della eccellente “palestra” costituita per una scalata a Palazzo Chigi ed altro ancora dall’esperienza di sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

            Chissà se la Boschi, che il bravissimo Umberto Pizzi si è affrettato a fotografare più volte accanto al suo estimator cortese, sarà stata tentata dal ricambiare all’ex sottosegretario Gianni Letta gli auguri politici da lui appena formulati a lei. E non se ne sarà trattenuta per non compromettere Renzi.  

Si allunga l’ombra di Romano Prodi sul dopo-elezioni a Palazzo Chigi

            Più aumentano gli elogi per Paolo Gentiloni, appena sponsorizzato anche da Giorgio Napolitano, che si è procurato sul Fatto Quotidiano una vignetta di Vauro Senesi dove spinge come un vecchissimo e malandato badante la carrozzella dello stesso Gentiloni malmesso, più sale il giudizio negativo della cosiddetta sinistra radicale sul presidente del Consiglio in carica. Al quale, d’altronde, gli scissionisti del Pd poi confluiti fra i liberi e uguali di Pietro Grasso avevano tolto già nello scorso autunno il loro già sofferto e contraddittorio appoggio passando all’opposizione.

            Gentiloni è diventato solo “una sfumatura del renzismo”, ha sentenziato l’ex buontempone del comunismo emiliano Pier Luigi Bersani e già segretario del Pd, da lui considerato e gestito come una “ditta” prima d’imbattersi con l’allora giovane sindaco di Firenze destinato a rottamarlo. E se Bersani considera Gentiloni una sfumatura del renzismo, inteso come un fenomeno di destra occultata da sinistra, è facile immaginare il giudizio del più acuminato Massimo D’Alema.

            Se davvero, come si mormora nei piani alti ma anche bassi della politica, i liberi e uguali del presidente uscente del Senato sono destinati a partecipare dopo le elezioni al governo “del Presidente”, come proprio D’Alema lo ha definito predisponendosi ad accogliere le raccomandazioni del presidente, appunto, della Repubblica per più o meno larghe intese utili anche alla sinistra per “non farsi troppo del male”, sempre per rimanere nel linguaggio dalemiano, sembra difficile pensare che essi accettino un altro governo Gentiloni. E non preferiscano invece trattare per un altro presidente del Consiglio meno sfumatura del renzismo, per dirla con Bersani. O, visto che ci siamo, meno gradito al sempre odiato Silvio Berlusconi. Che di Gentiloni dice ogni volta che ne ha l’occasione cose carine,  accreditando la disponibilità ad accordarvisi se il centrodestra non dovesse vincere davvero alla grande, conquistando anche la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, e obbligando così l’uomo di Arcore a fare ogni giorno i conti con lo scomodo alleato Matteo Salvini.

            Esclusa per motivi di ragionevolezza la pretesa di imporre a Palazzo Chigi dopo le elezioni un loro uomo, o una loro donna, visto che hanno ritenuto di arruolare e impegnare nella campagna elettorale entrambi i presidenti uscenti delle Camere, archiviandone così la caratura istituzionale che avrebbe potuto favorirli per il “governo del Presidente” auspicato da D’Alema, i liberi e uguali dovranno probabilmente piegarsi ad altri nomi. Il più naturale dei quali, allo stato delle cose, per il ruolo avuto in passato e per la sua notorietà anche all’estero, sembra essere quello di Romano Prodi. Del cui ritorno a Palazzo Chigi, dopo le brevi e infelici esperienze del 1996 e del 2006, il primo a non sentirsi offeso, né sul piano politico né sul piano umano, dovrebbe essere proprio Gentiloni, reduce da un palco di Bologna dove i due si sono abbracciati e sponsorizzati a vicenda.

            Contro un ritorno di Prodi, che si schermisce definendosi pensionato ma alla fine si lascia sempre coinvolgere nel dibattito politico, e in ciò che ne consegue, potrebbero giocare gli umori a lui non molto favorevoli di D’Alema a sinistra e di Berlusconi a destra.

           Senza tornare al “flaccido imbroglione” attribuitogli in passato e ripetutamente smentito, D’Alema ha appena deriso, o quasi, la preveggenza dell’ex presidente del Consiglio rinfacciandogli il voto inutilmente annunciato e raccomandato a favore della riforma costituzionale di Renzi nel referendum del 4 dicembre 2016. Berlusconi, che non gli ha mai perdonato di averlo battuto nelle urne due volte, pur senza riuscire poi ad evitare la prematura caduta, ne contestò una volta in una piazza di Bari la candidatura al Quirinale minacciando addirittura l’espatrio.

          Ma gli anni passano, le circostanze cambiano e gli umori pure, almeno nella loro intensità, anche nella politica.  

L’avventura di Emma Bonino, la Madre Calcutta laica della politica italiana

            L’embargo dei sondaggi imposto da una legge che, come tutte quelle dettate dal proibizionismo, ne favorisce solo il traffico clandestino, sta facendo un altro torto ingiusto a Emma Bonino, dopo quello riservatole da amici e compagni del partito radicale trasnazionale eccetera eccetera. Che le hanno dato prima ancora che cominciasse ufficialmente la campagna elettorale della traditrice, abusiva ed altro per avere deciso di candidarsi al voto del 4 marzo, da cui invece avrebbe dovuto tenersi lontana perché così avevano deciso di fare i presunti o più legittimati eredi di Marco Pannella. Dai quali si è levata, per ritorsione contro la ribelle, una specie di interdizione alle urne. Questo è il loro appello all’astensionismo.

            Per fortuna fra i radicali, con o senza tessera, grazie proprio all’eredità di Pannella è più forte la libertà, anche a costo di essere scambiata per indisciplina o addirittura incoerenza, che la paura delle polemiche. Pertanto la Bonino e i pochi che l’hanno seguita candidandosi alle elezioni sono rimasti fermi nel loro impegno. E a Radioradicale l’ascoltatissimo Massimo Bordin, con quella sua voce inconfondibile, ha continuato a trattare la Bonino come una persona di famiglia politica nella storica rassegna quotidiana di Stampa e regime, la cui prima parte è riservata appunto ai radicali e alle loro battaglie.

            Testarda com’è, benedetta donna, resa ancora più determinata dalla vittoriosa lotta personale in corso contro il cancro, Emma non si è lasciata fermare o intimidire neppure quando la necessità di sottrarsi alle regole iugulatorie in vigore contro chi partecipa alle elezioni politiche senza avere alle spalle un gruppo parlamentare uscente, ha accettato una specie di ospitalità concessale dal democristianissimo Bruno Tabacci. Che così ha sottratto la  lista boniniana +Europa alla trappola della raccolta delle firme nei troppo pochi giorni a disposizione.

            Con uguale ostinazione questa specie di Madre di Calcutta laica della politica italiana  ha scelto l’apparentamento o coalizione col Pd di Matteo Renzi, senza stare lì a perdersi nei risentimenti che pure avrebbe potuto ancora nutrire per il modo, al solito poco garbato, con cui lo stesso Renzi, una volta succeduto a Palazzo Chigi ad Enrico Letta, la sostituì quattro anni fa al vertice del Ministero degli Esteri con la meno esperta e nota Federica Mogherini: una funzionaria di partito promossa dalla mattina alla sera alla testa della diplomazia italiana.

            Peraltro Renzi confermando quella volta la Bonino alla Farnesina, sfruttandone –ripeto- la competenza e la notorietà meritatesi in tanti anni di impegno politico anche internazionale, avrebbe forse potuto attenuare, se non evitare, il peggioramento dei propri rapporti personali con Massimo D’Alema. Che ministro degli Esteri era già stato e sarebbe tornato volentieri a fare, magari solo per il tempo necessario a trasferirsi come commissario europeo a Bruxelles.  Dove invece Renzi aveva già pensato di mandare proprio la Mogherini. Ah, benedetto giovanotto toscano.

            Collocatasi in una coalizione di centrosinistra che solo la superficialità politica del presidente uscente e perciò terminale del Senato, Pietro Grasso, può scambiare con altri compagni per una imitazione del centrodestra, la Bonino non ha dovuto parlare e muoversi più di tanto per convogliare verso di sé i consensi che via via Renzi ha perso in questa campagna elettorale con uscite a dir poco estemporanee. La più clamorosa delle quali è stata l’assimilazione del grillino Luigi Di Maio al sempre da lui demonizzato Bettino Craxi: un errore aggravato dall’ordine dato al portavoce di scusarsi con chiunque avesse potuto ritenersi offeso dal paragone. Quindi, anche con Di Maio, che non aveva gradito ritenendo pure lui il compianto leader socialista non all’altezza –sentite, sentite- della onestà di marca grillina.

            Da portatrice gratuita, o quasi, d’acqua come l’aveva forse immaginata valutandola al di sotto del tre per cento dei voti, Renzi si sta accorgendo che la Bonino superando quella soglia potrà togliergli voti e seggi parlamentari nella quota proporzionale, complicandogli un po’ la vita sia come segretario del partito sia come leader della coalizione. E ciò a vantaggio del già crescente Paolo Gentiloni. Ma è un gioco al quale l’ex presidente del Consiglio deve stare, volente o nolente. Non ne ha altri di ricambio, né per piccole né per grandi intese di governo nella nuova legislatura, che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella non ha alcuna voglia di soffocare nella culla.  

Il pozzo senza fine di una informazione tradita

            C’è qualcosa di peggio della politica farlocca e volgare, che condisce di falsi e insulti una campagna elettorale, e di una magistratura ad orologeria, che si muove in coincidenza con le scadenze dei partiti e dei governi, finendo per condizionarli. E’ l’informazione che scimmiotta l’una o l’altra, o entrambe nello stesso tempo, in una gara in cui essa ha però tutto da perdere e nulla ormai da guadagnare, visto che a rianimare i giornali nelle edicole non basta più, come una volta, sparare petardi e neppure bombe di carta.

            Un petardo, per esempio, è quello che ha appena acceso, fra gli altri, il direttore del giornale di famiglia di Silvio Berlusconi cercando di amplificare  con un editoriale le bordate delle opposizioni a corto di argomenti contro una mancia elettorale attribuita al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. Cha ha deciso di elevare –sentite di quanto- da 6.713 a 8000 euro l’anno la soglia di reddito entro cui contenere il diritto degli ultrasettantacinquenni all’esenzione dal canone Rai.

            Che il solito Fatto Quotidiano dell’altrettanto solito Marco Travaglio spari un petardo del genere in prima pagina, sopra la testata, per schizzare non so neppure che cosa sull’abito e sulla faccia di un presidente del Consiglio forse colpevole solo di essere in testa al gradimento popolare, pur appartenendo al Pd dell’odiatissimo Matteo Renzi, si può pure capire con un po’ di buona volontà. Ma che gli vada dietro il giornale di famiglia di un ex presidente del Consiglio che non lascia trascorrere giorno senza promettere agli elettori riduzioni fiscali, dentiere, assistenza agli animali domestici e quant’altro, mi sembra francamente troppo.

         Eccessiva trovo anche quell’imprecazione, nel titolo di un salace commento di Vittorio Feltri su Libero, contro un Romano Prodi che non si decide a “crepare”, pur al pari di Berlusconi, che ha qualche anno in più ma che il giornale simpatizzante dProdi.jpgella destra sopporta naturalmente più volentieri. E quali sarebbero le colpe di Prodi per meritarsi quello che per le strade di Roma sarebbe il grido a morire ammazzato? Una è quella di avere annunciato il suo voto a favore se non proprio di Renzi, della sua coalizione preferendo, in particolare, la lista in cui si sono candidati Insieme, come dice il suo nome, socialisti, verdi e l’amico Giulio Santagata.  L’altra colpa di Prodi, sparata su tutta la prima pagina di Libero, sarebbe quella di coltivare – chissà se per sé o per qualcun altro- il progetto un governo di larghe intese a sinistra fra il Pd, i Liberi e Uguali di Pietro Grasso, Massimo D’Alema, Pier Luigi Bersani eccetera e –udite, udite- il movimento delle 5 Stelle.

            Si dà però il caso che di una simile maionese non si  sia colta traccia nel dibattito politico, contrassegnato invece dalla gara fra Renzi e Berlusconi a chi le spara più grosse contro i grillini, dal fastidio di D’Alema per un Prodi che non ne azzeccherebbe una e dal disprezzo dei pentastellati per chiunque non appartenga alla loro specie politica.

           Ma lo spettacolo che da anziano giornalista mi sta facendo interrogare di più sulle condizioni cui si è ridotta quella che, poveretto, mi ostino a ritenere una professione riguarda l’ultimo “scandalo”, come è stato già chiamato, targato De Luca in Campania. Dove un pregiudicato di camorra si è messo al servizio di una testata giornalistica internettiana –da internet- per mettere alla prova di onestà o di corruzione, come preferite, un po’ di persone alle prese con ipotetici affari, cioè malaffari, da ecoballe. E chi è finito in questa pesca giornalistica allo strascico, inevitabilmente arrivata di risulta, negli uffici della Procura di competenza, a quindici giorni dalle elezioni politiche? Roberto De Luca, figlio del governatore della Campania Vincenzo e assessore, ora dimissionario, al bilancio del Comune di Salerno, nonché fratello di Piero, candidato alla Camera nelle liste del Pd. Vi è finita De Luca.jpginsomma la famiglia De Luca, già colpevole di suo di esistere e di avere la pretesa di fare politica, diciamo così, in contemporanea, senza aspettare che uno muoia per lasciare il posto all’altro.

            Vincenzo De Luca non si è naturalmente lasciata scappare l’occasione per reagire a suo modo, superando in comicità involontaria il suo imitatore Maurizio Crozza. E agli avversari sarà più facile deriderne l’eloquio e la mimica che confutarne gli argomenti, in uno spettacolo che durerà per il tempo necessario a chi l’ha organizzato. Sino al 4 marzo, giorno delle elezioni.

            Non so –ripeto, da giornalista- se provare più pena o vergogna.

L’esplorazione della matrioska elettorale a 14 giorni dal voto del 4 marzo

            Ormai non è solo una campagna elettorale quella che è appena entrata nella penultima settimana. Ancora una domenica di Quaresima, la seconda, e poi arriverà quella, sempre quaresimale, delle urne per eleggere il Parlamento della diciottesima legislatura della Repubblica italiana. La Pasqua, come si sa, arriverà col pesce di aprile, a Camere nuove già insediate venerdì 23 marzo.

            Più che una campagna elettorale, questa in corso è diventata una matrioska. Nella bambola più grande del centrodestra, in base agli ultimi sondaggi lecitamente diffusi, competitrice più diretta del solitario movimento delle 5 stelle, ci sono bambole via via meno grandi, o più piccole.

            D’altronde solo con una buona dose di ingenuità si può prendere per una unica bambola quella del centrodestra, al cui interno c’è la lotta senza quartiere tra un Silvio Berlusconi in doppiopetto europeo, deciso a non fare sorpassare la sua Forza Italia dalla Lega non più del Nord di un  Matteo Salvini in felpa, che sale e scende dalla ruspa di ordinanza. E se la ride sotto i baffi dei punti di vantaggio che vantano al pallottoliere di Arcore perché, a conti fatti, con la legge elettorale in vigore, a più voti non è per niente detto che corrispondano più parlamentari.

            L’accordo fra Berlusconi e Salvini è che chi prende più suffragi, fra i loro due partiti, ha il diritto di proporre al capo dello Stato il destinatario dell’incarico di presidente del Consiglio, nell’ipotesi però improbabile del conseguimento, da parte del centrodestra, della maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, o di qualcosa che le si avvicini di molto. Ma chi potrebbe impedire a Salvini di rivendicare l’autocandidatura se a risultare più numerosi fossero i gruppi parlamentari leghisti per la più felice o fortunata collocazione dei collegi uninominali strappati agli alleati fra le inutili, e come sempre sommesse, proteste dell’onnipresente e pur defilato Gianni Letta?  E chi potrebbe impedire a Salvini, sempre lui, di fare blocco con i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni per aumentare il proprio potere contrattuale, magari contando sulla predilezione di Sergio Mattarella, già professore universitario di diritto parlamentare, per i numeri della Camera e del Senato rispetto a quelli dei partiti ? Una volta, d’altronde, erano i gruppi di Montecitorio e di Palazzo Madama gli interlocutori esclusivi del Quirinale, dove i segretari dei partiti furono ammessi alle consultazioni per la formazione dei governi solo in un secondo momento. Proprio per non restarne escluso, il segretario del Pci Palmiro Togliatti ad ogni insediamento delle Camere la prima cosa di cui si preoccupava era di farsi eleggere capogruppo dai compagni di Montecitorio. La segreteria del partito non gli bastava per tenere la situazione sotto controllo.

            Nella matrioska dell’altra coalizione, quella formata dal Pd di Matteo Renzi, dalla lista +Europa di Emma Bonino e Bruno Tabacci, dalla simil-Margherita di Pierferdinando Casini e Beatrice Lorenzin, in ordine alfabetico, e dall’Insieme dei socialverdi ulivisti di Riccardo Nencini, Angelo Bonelli e Giulio Santagata, le cose si sono un po’ ingarbugliate negli ultimi giorni.

            La possibilità che le due liste apparentate non si limitino a portare voti al Pd, restando al di sotto di certe soglie, ma ne raccolgano tanti da costituire propri gruppi parlamentari a scapito di quelli del partito maggiore, mette Renzi in difficoltà. E che questo avvenga per iniziativa di un leader come Romano Prodi, che annuncia pubblicamente il suo voto favorevole ad una delle liste collegate al Pd, quella dei socialverdi ulivisti, in un incontro pubblico dove elogia il ruolo e la figura del presidente del Consiglio uscente Paolo Gentiloni, moltiplica il disagio di Renzi. In particolare, ne indebolisce la leadership e traduce di fatto da tattica a strategica la staffetta con Gentiloni da lui stesso voluta nel dicembre del 2016, dopo la sconfitta referendaria sulla riforma costituzionale.

            Gli apprezzamenti guadagnatisi dal presidente del Consiglio uscente anche al di fuori della coalizione di centrosinistra, in particolare quelli di Berlusconi, rafforza la candidatura di Gentiloni anche per governi di intese più larghe, e di varia denominazione nel vocabolario politico: emergenza, solidarietà nazionale, di scopo, eccetera.

            Qualcosa va detta anche sulla matrioska dei Liberi e Uguali di Pietro Grasso. Dove è intanto cresciuto il ruolo della presidente uscente e volitiva della Camera Laura Boldrini rispetto al presidente uscente e sempre sorridente del Senato. In più, il solito Massimo D’Alema, pago dei danni già procurati al rottamatore Renzi con la scissione, dopo avere contribuito a sconfiggerlo nel referendum sulla riforma costituzionale, si è di fatto già prenotato a svolgere un ruolo nella formazione di un cosiddetto governo del Presidente. Che sarebbe destinato a nascere per impulso del capo dello Stato di fronte a un risultato elettorale neutro e potrebbe consentire ai fratelli coltelli della sinistra di “non farsi troppo del male”: parole dello stesso D’Alema.

            Della matrioska dei grillini, infine, al netto della sicurezza che essi ostentano di uscire dalle urne come il partito più votato, nonostante le difficoltà incontrate con l’esplosione della cosiddetta Rimborsopoli, le crepe avvertite con le espulsioni già preannunciate fra i parlamentari eventualmente eletti potrebbero trasformarsi in crolli se all’inizio della nuova legislatura, con l’insediamento delle Camere, prioritario rispetto ad ogni altro appuntamento,  il candidato a Palazzo Chigi Luigi Di Maio si trovasse di fronte alla sorpresa di una promozione alla presidenza dell’assemblea di Montecitorio. Che per via dei voti presi dal suo partito potrebbe spettargli, suo malgrado, più dell’incarico di presidente del Consiglio da lui preferito e reclamato. Ma che gli è precluso dalla mancanza di alleati capaci di garantire al governo, di cui il giovanotto campano avrebbe già pronta la lista,  la fiducia ancora richiesta dalla Costituzione  più bella del mondo tanto alla Camera quanto al Senato.

            Un Di Maio presidente a Montecitorio, immaginato perfidamente nei piani alti di certi palazzi della politica, obbligherebbe il movimento delle 5 stelle a muoversi in una logica istituzionale che gli è estranea. E potrebbe farlo anche esplodere come fenomeno partitico, ancor più di quanto non sia stato lesionato con la storia dei mancati versamenti degli infedeli al fondo per le piccole e medie imprese, o col seme di una nuova leadership furbescamente messo a dimora col passo indietro, o di lato, compiuto da Alessandro Di Battista. Che, decisamente più popolare di Di Maio non ha voluto sprecare il secondo e ultimo mandato parlamentare consentito ai pentastellati dalle loro curiose regole interne. Curiose, perché dieci anni di esperienza parlamentare, salvo scioglimenti anticipati delle Camere, bastano a stento a formare non un professionista, come dicono sprezzantemente dalle parti di Davide Casaleggio, ma un competente della politica.

 

 

 

 

Pubblicato da News List di Mario Sechi

                                              

Il buon viso di Renzi al gioco scomodo di Gentiloni e Prodi

            Se ci fosse un Oscar per il migliore titolo di giornale, il Manifesto se lo meriterebbe ogni anno, a dispetto della sua diffusione nelle edicole, e delle ricorrenti difficoltà economiche che hanno più volte portato il quotidiano orgogliosamente comunista sull’orlo della chiusura. Che non è stata invece risparmiata all’Unità, la testata storica del comunismo italiano, da una cui costola il Manifesto nacque quasi 50 anni fa con la radiazione di un bel gruppo di dissidenti dal Pci di Luigi Longo, e di Enrico Berlinguer vice segretario già destinato a succedergli.

            Quell’Approdati stampato in prima pagina sulla foto di Paolo Gentiloni e di Romano Prodi insieme a Bologna, dove il presidente del Consiglio è stato praticamente incoronato suo erede dallo sfortunato predecessore, disarcionato due volte da Palazzo Chigi a distanza di dieci anni l’una dall’altra e infine pugnalato alle spalle nella corsa del 2013 al Quirinale, riflette alla perfezione lo stato dei rapporti in quel che resta della coalizione di centrosinistra e, soprattutto, nel Pd. Il cui segretario Matteo Renzi deve fare il classico buon viso all’altrettanto classico cattivo gioco, per lui, dei suoi alleati. Costoro -da Emma Bonino ai centristi di Pierferdinando Casini e ai socialverdi ulivisti che Prodi preferirà nelle urne- potranno forse aiutare il giovane toscano a uscire non dico indenne ma quasi dalle urne, ferito e non ucciso, senza tuttavia volere o poterlo aiutare a scalare di nuovo la guida del governo, se davvero gli è rimasta la voglia di una simile avventura, come ogni tanto lascia credere qualche  sua parola o espressione facciale.

            Spinto da Prodi con più convinzione, e non ostacolato, o non ostacolabile, da un Renzi in oggettivo affanno, aggravato da errori che potrebbe risparmiarsi se fosse un pochettino più attento e prudente, senza dover ricorrere al portavoce per correggere, precisare e quant’altro, spesso aumentando la confusione anziché ridurla, Paolo Gentiloni è ormai lanciato verso la conferma a Palazzo Chigi per una qualche riedizione di vecchie formule come le larghe intese, la solidarietà nazionale, l’emergenza, il governo di scopo, il governo del Presidente, inteso come governo ispirato e protetto dal capo dello Stato in momenti di  particolare difficoltà per il Paese.

            L’insistenza con la quale il candidato grillino Luigi Di Maio va dicendo che senza di lui, e un suo incarico a scatola praticamente chiusa da parte di Sergio Mattarella, non vi potrà essere dopo le elezioni alcun governo, appartiene non so se più alla propaganda elettorale o alla ignoranza costituzionale. Che sarebbe, anzi è ancora più grave della congiuntivite di cui soffre il vice presidente uscente della Camera da quando il costituzionalista Paolo Armaroli gliel’ha diagnosticata vedendolo alle prese con la lingua italiana.

            Se poi nel programma del governo prossimo venturo, non so con quale formula precisa definibile fra quelle già ricordate, Gentiloni dovesse riuscire a mettere anche la revisione della legge elettorale appena suggerita dal suo sponsor, cioè Prodi, in un editoriale scritto per Il Messaggero, la prossima potrebbe rivelarsi una legislatura per niente breve. Potrebbe essere la legislatura di Bertoldo, come l’ho già chiamata altrove osservando che difficilmente gli onorevoli senatori e deputati, in una trasversalità di calcoli e paure, riusciranno a fare diversamente dall’astuto personaggio seicentesco che non riusciva mai a trovare l’albero reclamato per lasciarvisi impiccare. Una nuova legge elettorale, si sa, arriva solo quando si è deciso o ci si è rassegnati a votare di nuovo.

Benvenuti allo spettacolo politico ed elettorale d’Italia ’18

           Sergio Staino ha rappresentato come meglio non si poteva, nella sua vignetta sul Dubbio di Piero Sansonetti, il quadro delle attrazioni elettorali in vista del voto del 4 marzo: i liberi e uguali di Pietro Grasso che vorrebbero togliere voti al Pd dell’odiatissimo Matteo Renzi; quest’ultimo che vorrebbe compensare le perdite a sinistra togliendo voti a un Silvio Berlusconi che gli ha appena riconosciuto il merito di essersi liberato di buona parte dei comunisti ereditati all’arrivo al Nazareno; il Berlusconi che ha allestito il suo centrodestra ponendosi però come primo obiettivo di togliere voti all’alleato Matteo Salvini, o comunque di raccoglierne più di lui per non finire ai suoi ordini; il Salvini, infine, che spera di prendere voti ai grillini, specie ora che la loro vantata diversità sta facendo la stessa fine, con la storia della cosiddetta Rimborsopoli, della diversità vantata a suo tempo dai comunisti di Enrico Berlinguer. Che per finanziare il loro costosissimo partito non potevano limitarsi a vendere le salsicce alle feste dell’Unità, e neppure la trippa alla Bettino: una delle pietanze più allegramente servite alle mense in quei raduni, dove la fine di Craxi era in cima agli obiettivi del Pci.

            Nell’immaginare i voti di Berlusconi attratti da Renzi per evitarne un indebolimento troppo forte, e magari preclusivo di un’intesa dopo le elezioni fra i due per conservare Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi, Staino deve avere pensato al notissimo e insospettabile Giuliano Ferrara. Che ha appena scritto sul suo Foglio un articolo pieno di elogi per Berlusconi, di cui nel 1994 fu ministro per i rapporti col Parlamento, e di consigli agli altri di premiarne la “genialità” col voto. Ma agli “altri”, appunto, avendo già Ferrara destinato pubblicamente il proprio voto a Renzi, da lui sempre più considerato il “royal baby”, l’erede politico insomma dell’uomo di Arcore.

Ferrara su Berlusconi.jpg

            A giustificazione della sua preferenza elettorale per Renzi l’ex ministro e tante altre cose del geniale Berlusconi ha portato la circostanza della perdurante incandidabilità del presidente di Forza Italia. Di cui evidentemente Ferrara, ad occhio e croce, non sembra condividere neppure i nomi in circolazione come suoi designati a farne le veci a Palazzo Chigi, se il centrodestra dovesse riuscire a vincere davvero le elezioni, conseguendo pure la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari. E se Forza Italia dovesse conservare il vantaggio sulla Lega, all’interno della coalizione, attribuitole dagli ultimi sondaggi che è stato possibile pubblicare, prima che scattasse il divieto di diffonderne altri: diffonderne solo, però, non eseguire, per cui ci aspetta sino al 4 marzo anche una specie di mercato nero delle rilevazioni delle cosiddette intenzioni di voto.           

Sallusti.jpg

Intanto un via libera a intese di emergenza dopo le elezioni fra Berlusconi e Renzi, a dispetto delle indisponibilità da entrambi dichiarate per ragioni di facciata, è stato dato in funzione antigrillina dal direttore del Giornale di famiglia dello stesso Berlusconi, Alessandro Sallusti. Che ha paragonato questa evenienza addirittura all’alleanza, nell’ultima guerra mondiale, fra americani e russi per sconfiggere il nazifascismo.

            Ora che anche Sallusti è d’accordo, possono forse tirare un sospiro di sollievo anche al Quirinale, dove avevano cominciato ad impensierirsi per la fretta attribuita a Berlusconi -in un’altra delle sue geniali piroette, direbbe Giuliano Ferrara-  di ripetere le elezioni in autunno, o giù di lì: il tempo per farsi e lasciar fare i bagni e magari anche per ottenere dalla giustizia europea quella candidabilità che non permette adesso al fondatore del Foglio di votare per il suo ex presidente del Consiglio e editore. O per ottenere dalla giustizia italiana la riabilitazione che i legali di Berlusconi ritengono di poter chiedere anche a breve.

            Sto sempre scrivendo, vi assicuro, delle vicende politiche ed elettorali italiane, non di uno spettacolo teatrale.

             

E’ Quaresima, ma la campagna elettorale non se n’è accorta…

            Dal Carnevale si è passati alla Quaresima ma la campagna elettorale è rimasta la stessa: più spensierata che riflessiva, più finta che reale, più comica che seria. E sulla nuova legislatura, la diciottesima, si allunga l’ombra della morte già prima che sia stata partorita dalle urne.

            Poteva essere, la diciottesima, la legislatura di Bertoldo, destinata a durare sino a quando gli onorevoli deputati e senatori non avessero trovato l’albero al quale impiccarsi con l’approvazione di una nuova legge elettorale, che di solito serve per mandare poi la gente alle urne, non per tenerla lontana. E Bertoldo, si sa, non riusciva mai a trovare l’albero adatto alla sua impiccagione, come aveva reclamato e ottenuto di scegliere, una volta condannato a morte. Ma prima il ministro dell’Interno Carlo Minniti, credo col consenso del segretario del suo partito Matteo Renzi, in una conversazione con Eugenio Scalfari al Viminale e poi Silvio Berlusconi nelle sue ultime interviste hanno detto che la legge elettorale potrà benissimo restare quella che è.

           Ciò significa che alla prima crisi del governo che in qualche modo, con le spinte di Sergio Mattarella dal Quirinale, si formerà dopo le elezioni del 4 marzo, magari solo per rimpastare quello attuale guidato da Paolo Gentiloni, il capo dello Stato potrebbe trovarsi costretto a sciogliere le Camere, senza più ragioni o pretesti per tenerle ancora in vita con le formule del Gabinetto del Presidente, di solidarietà nazionale, di scopo e quant’altro. E pazienza se la legge elettorale in vigore, per quanto preferibile per questioni di principio ad una scritta o ritagliata dalla Corte Costituzionale anziché approvata dal Parlamento, sembra studiata paradossalmente apposta per non far vincere nessuno. O per far vincere tutti contemporaneamente: ciascuno leggendo a modo suo i risultati.

           Accadeva così, in verità, anche ai tempi del sistema proporzionale della cosiddetta prima Repubblica. Che però disponeva –vivaddio-  di partiti e di leader solidi del tutto mancanti a questa seconda Repubblica, se la si può ancora chiamare così. E non è invece finita senza neppure gli onori di un funerale, sostituita perciò  da una terza destinata ad essere addirittura peggiore, visto che la prospettiva di un risultato neutro delle elezioni piace anche a chi per copione di spettacolo canta già vittoria e alimenta il toto-ministri del governo prossimo venturo.

Blog su WordPress.com.

Su ↑