La lingua galeotta di Filippa tradisce il sogno di Renzi a Palazzo Chigi

            Una lingua galeotta ha tradito quel pensierino per Palazzo Chigi che Matteo Renzi continua a coltivare, anche se mostra di non tenerci poi tanto accontentandosi che sia un uomo del Pd a guidare anche il nuovo governo. Purché, naturalmente, lo consentano l’elettorato, conferendo ai piddini i voti necessari per costituire i gruppi parlamentari più numerosi, e il capo dello Stato Sergio Mattarella, conferendo al fortunato di turno, con la discrezionalità consentitagli dalla Costituzione,  l’incarico di presidente del Consiglio.

            “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i ministri”, dice l’articolo 92 della carta costituzionale in vigore da 70 anni: non modificato neppure quando le leggi elettorali seguite al referendum del 1993 indetto praticamente contro il sistema proporzionale hanno dato agli elettori l’illusione di essere loro a imporre il governo al capo dello Stato. Un’illusione contraddetta peraltro impietosamente dai numeri degli esecutivi succedutisi dal 1994 ad oggi, in quella che usiamo chiamare seconda Repubblica.

            Quattordici sono stati, di preciso, i governi degli ultimi 24 anni. Di questi, solo 6 sono stati guidati da uomini propostisi agli elettori per Palazzo Chigi: quattro di Silvio Berlusconi e due di Romano Prodi. Gli altri otto sono nati dalle combinazioni parlamentari createsi nel corso delle legislature, spesso con la regìa dei presidenti della Repubblica di turno per evitare o ritardare lo scioglimento anticipato delle Camere. Sono stati esattamente un governo di Lamberto Dini, due di Massimo D’Alema, uno di Giuliano Amato, uno di Mario Monti, uno di Enrico Letta, uno di Matteo Renzi, cui è seguito quello in carica di Paolo Gentiloni. Che ha peraltro buone possibilità di rimanere al suo posto per la cosiddetta ordinaria amministrazione ancora per un bel po’di tempo, anche dopo le elezioni politiche di domenica prossima, se queste daranno un risultato neutro e Mattarella dovrà sudare al Quirinale le proverbiali sette camicie, sia pure fuori stagione, per sbrogliare la matassa di una legislatura ancora più ingarbugliata di quella uscita dalle urne del 2013.

            La lingua che ha tradito il perdurante pensierino di Renzi –altri preferiscono parlare di ossessione- per Palazzo Chigi, pur in uno scenario post-elettorale a dir poco incerto, cioè senza che nessuno possa cantare davvero vittoria disponendo il proprio partito o la propria coalizione della maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, è quella dell’avvenente assistente svedese, o valletta, come preferite, di Fabio Fazio alla trasmissione televisiva di Che tempo che fa, sulla rete ammiraglia della Rai: la Uno di numero e di fatto.

            La bella Filippa Lagerback ha annunciato l’arrivo di Renzi nel salotto domenicale di Fazio con una formula che non credo proprio da lei improvvisata, sapendo per mestiere come vanno certe cose: “candidato premier alle elezioni”, oltre che segretario del Pd e già presidente del Consiglio, il più giovane nella storia repubblicana.

            Renzi, baldanzoso come sempre, si è accomodato davanti a Fazio senza profferire parola di correzione o precisazione sulle condizioni reali della sua corsa elettorale. Che non è di un candidato alla presidenza del Consiglio, dopo che la legge elettorale è tornata ad essere prevalentemente proporzionale e la partita di Palazzo Chigi è ancora più chiaramente di prima nelle mani del presidente della Repubblica. Il segretario del Pd, aspirante alla guida del governo solo per un articolo dello statuto del partito superatissimo dai fatti sopravvenuti alla sua approvazione, è arrivato a ricordarsi del ruolo del capo dello Stato alla fine della chiacchierata col conduttore Fabio Fazio, quando quel “candidato premier” annunciato, o lasciato annunciare dall’assistente o valletta Filippa si era bel consolidato nella testa del telespettatore, magari neppure arrivato poi a sentire le ultime battute dell’intervista.

            Quelle due parole dal sen sfuggito -candidato premier- chissà quanti voti avranno potuto compromettere al Pd da parte di elettori convinti del “gioco di squadra” che lo stesso Renzi cerca ogni tanto di accreditare lasciando credere che un Gentiloni bis andrebbe bene davvero anche a lui, oltre che a Giorgio Napolitano, a Romano Prodi, a Walter Veltroni e altri: davvero, ripeto,  e non per finta.

 

 

Diffuso da News List di Mario Sechi

                                              

             

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