Lo strano modo di Ciriaco De Mita di festeggiare i suoi novant’anni

            Come si fa a non festeggiare i 90 anni che Ciriaco De Mita sta compiendo nella felice compagnia di familiari e amici? Gli auguri se li merita di certo, anche per il modo in cui se li porta fisicamente, pur se –diavolo di un uomo- non ha perso neppure a questa età l’abitudine alle scortesie, come quella che ha appena riservato a Silvio Berlusconi.

          Proprio mentre agenzie e giornali annunciavano la sospensione della campagna elettorale imposta da medici e familiari al presidente di Forza Italia per lo stress procuratosi con la preparazione delle liste dei candidati del suo partito alle elezioni del 4 marzo, l’ex segretario della Dc si è vantato in una intervista di sentirsi e persino di essere davvero più giovane, non più anziano di Berlusconi. Che viaggia “soltanto” verso gli 82 anni, da compiere a settembre.

          Sì, d’accordo, fra i due non è mai corso buon sangue. Hanno sempre diffidato l’uno dell’altro, anche quando Berlusconi faceva solo il costruttore e l’editore, ma aveva il torto di essere molto amico di Bettino Craxi, indigesto umanamente e politicamente a De Mita: tanto amico da essere da lui aiutato a contrastare  il potentissimo monopolio della Rai. Che era cosa anche socialista, a dire il vero, ma soprattutto democristiana, e un po’ anche comunista. Ed era gestita in quegli anni da un demitiano di ferro, furbo e sanguigno, come il direttore generale Biagio Agnes.

          Questa acredine di De Mita verso Berlusconi è stonata anche sul piano politico perché senza l’aiuto del presidente di Forza Italia né Ciriaco né i suoi vecchi amici della sinistra di provenienza e cultura comunista sarebbero riusciti a sconfiggere Matteo Renzi il 4 dicembre 2016 nel referendum sulla riforma costituzionale. Nel quale l’ex segretario della Dc volle impegnarsi personalmente con un duello televisivo con l’allora presidente del Consiglio finito a male parole, come si dice in gergo popolare: con Renzi che rinfacciò a De Mita di avere lasciato il Pd solo perché non lo avevano voluto candidare al Parlamento, dove aveva già trascorso tantissimi anni, e De Mita diede a Renzi dell’infame, cialtrone e altro ancora.

         Con la memoria, d’altronde, De Mita ha spesso giocato e continua a giocare come col pallone, prendendola a calci.

         Da vecchio estimatore e amico di Aldo Moro, al quale De Mita e gran parte degli amici della corrente di sinistra chiamata “Base” preferivano Amintore Fanfani nelle combinazioni interne alla Dc, mi ha fatto una certa impressione leggere della sua devozione allo scomparso statista democristiano, ucciso barbaramente dalle brigate rosse il 9 maggio del 1978, e da lui promosso come il suo punto di riferimento da sempre.

          Eppure furono proprio i voti dei “basisti”, di cui si era vantato in particolare, e pubblicamente Clemente Mastella, allora uomo di fiducia di De Mita, a mancare a Moro quando per la prima volta in Consiglio Nazionale si votò per eleggerlo presidente del partito. E gli mancò la maggioranza qualificata richiesta per l’elezione.

          Moro, di cui raccolsi personalmente la delusione, ci rimase malissimo. E non voleva saperne di essere sottoposto ad una seconda votazione, che alla fine subì, più che accettare. E assunse, poveretto, una presidenza della quale, una volta rapito dalle brigate rosse, si sarebbe doluto in una delle drammatiche lettere scritte dalla prigionia per chiedere inutilmente al suo partito di dissociarsi dalla linea della fermezza. Che, reclamata inflessibilmente dai comunisti nella maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale a sostegno di un governo monocolore democristiano presieduto da Giulio Andreotti, gli stava costando la vita.

           D’altronde, i demitiani sette anni prima non si erano distinti come amici di Moro nella sua neppure decollata candidatura al Quirinale, dopo l’inutile sostegno dato alla candidatura di Fanfani.

          Auguri lo stesso, comunque, a De Mita per i suoi 90 anni ben portati.

Blog su WordPress.com.

Su ↑