Renzi si frattura la testa inseguendo i grillini in campagna elettorale

            Matteo Renzi, benedett’uomo, ne ha fatto un’altra delle sue, direbbe –poi vi spiegherò perché- il buon Giorgio Napolitano, che già gli tirò le orecchie durante la campagna referendaria sulla riforma costituzionale. Allora egli cercò inutilmente di trattenerlo sulla strada di una esasperata personalizzazione dello scontro politico, che lo avrebbe portato alla cocente sconfitta del 4 dicembre 2016.

            Nella foga di inseguire i grillini per denunciarne le distanze fra ciò che dicono e ciò che fanno, fra l’onestà vantata e la disonestà praticata dai loro parlamentari procurando un ammanco di un milione e mezzo di euro, sino ad ora, nei fondi destinati dal loro partito alle piccole e medie imprese, il segretario del Pd ha paragonato l’imberbe e imbarazzato candidato delle 5 stelle a Palazzo Chigi Luigi Di Maio a Bettino Craxi. Che nel 1992 in un comizio elettorale a Milano fronteggiò lo scandalo incipiente di Tangentopoli dando del “mariuolo” al compagno di partito Mario Chiesa, arrestato il 17 febbraio in flagranza di reato, mentre percepiva una tangente, appunto, dall’impresa addetta alle pulizie dell’Istituto Trivulzio. Di cui l’esponente del Psi milanese era presidente.

            Craxi diede del mariuolo a Chiesa perché convinto ch’egli trattenesse per sé una parte dei fondi che raccoglieva illegalmente per finanziare il partito: illegalmente, come avveniva allora in tutte le formazioni politiche, ad eccezione dei radicali di Marco Pannella. Ma non in tutti i partiti chi raccoglieva fondi illegalmente aveva l’abitudine di trattenerne per sé una parte.

            Renzi, nato l’11 gennaio 1975, aveva un anno e mezzo quando Bettino Craxi ereditò da Francesco De Martino la guida di un partito socialista arrivato al minimo storico dei voti dopo avere subordinato le sue scelte politiche all’assenso del maggiore partito della sinistra, che era il Pci. Egli ne raccolse l’eredità col proposito, pienamente realizzato, di restituirgli autonomia e suffragi, sino a riportarlo al governo in alleanza con la Dc e gli altri partiti laici, nonostante l’opposizione del Pci, e ad assumerne la guida.

            Quando Craxi si insediò a Palazzo Chigi per rimanervi per quasi quattro anni consecutivi, riducendo l’inflazione da due a una cifra per difendere il valore dei salari, e dimostrando in politica estera un patriottismo, per esempio a Sigonella, riconosciutogli persino dagli avversari comunisti, allora ostili all’alleanza atlantica, Renzi aveva solo otto anni e mezzo: dodici quando il leader socialista concluse la sua esperienza di presidente del Consiglio.

             A 43 anni, poverino, il segretario del Pd  ha studiato così poco la storia del suo paese, oltre che del partito di provenienza della sua famiglia, la Dc, da avere avuto la dabbenaggine di paragonare un leader come Craxi a Luigi Di Maio: una cosa che dovrebbe farlo arrossire di vergogna sino alla morte.

            Quando Craxi diede del mariuolo a Mario Chiesa, l’attuale segretario del Pd aveva 17 anni. Ma ne aveva qualcuno in più, e quindi in grado di capire meglio, quando si svolse compiutamente l’azione giudiziaria contro l’ormai ex segretario socialista, costretto a rifugiarsi nella sua casa estiva di Hammamet per sfuggire ad una magistratura prevenuta contro di lui. Tanto prevenuta, da non permettergli alla fine del 1999, come ha rivelato di recente l’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema, di rientrare libero in Italia non per vivere ma –a quel punto- solo per spirare di lì a poco.

            Dieci anni dopo la morte di Craxi in terra tunisina l’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano –e qui capirete la citazione che ne ho fatto all’inizio- sentì il dovere di scrivere e diffondere una lettera alla vedova per ricordare le benemerenze politiche del marito e lamentare “la durezza senza pari” riservatagli dai magistrati italiani. E –aggiungo io- dal sistema mediatico e politico schiacciato sulle toghe.

            Non so se e quando Renzi si accorgerà davvero dell’enormità abominevole commessa, sotto molti aspetti, paragonando Craxi a Di Maio. E dell’autorete compiuta politicamente, con questo richiamo, per inseguire i grillini sul terreno del giustizialismo, pensando di danneggiarli con la miserevole e miserabile storia degli ammanchi nei fondi destinati alle piccole e medie imprese. So però che il segretario del Pd, se non cercherà di mettere una pezza allo sbrego un pò più visibile, ragionata e credibile delle “scuse” affidate al portavoce nei riguardi di chi può essersi sentito “offeso”, quindi anche Di Maio,  perderà sul versante di una sinistra riformista e garantista, che ricorda Craxi come un perseguitato e non un malfattore, più voti di quanti lui, poverino, avrà pensato di farne perdere ai grillini.  

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio del 14 febbraio 2018           

Blog su WordPress.com.

Su ↑