Cossiga manda a dire a Ciriaco De Mita, e vota Emma Bonino…..

Ho sognato Francesco Cossiga che mi chiedeva, incredulo e irritato, se fosse vero un rimprovero rivoltogli da Ciriaco De Mita di averlo tradito dal Quirinale, pur essendovi stato praticamente mandato da lui nel 1985, sino a convincere il riluttante segretario del Pci Alessandro Natta a blindarne l’elezione.

E’ vero, gli ho risposto, riferendogli di una intervista concessa al Corriere della Sera dall’ex segretario della Dc il 2 febbraio scorso, giorno del suo novantesimo compleanno. Celebrato in pompa magna dai giornaloni, come ai tempi d’oro dell’attuale sindaco di Nusco.

“Ma di che cosa mi ha rimproverato, in particolare”, ha chiesto Cossiga facendo con la bocca una smorfia che gli sfuggiva sempre in vita quando era di pessimo umore. Ha detto che gli “voltasti le spalle”, letteralmente, una volta che riuscì a farti eleggere presidente della Repubblica, non avendolo “mai aiutato nel confronto con Craxi”, sempre testualmente, gli ho raccontato.

“Che fosse stato lui, da segretario della Dc, a farmi eleggere anche con i voti comunisti, mentre Craxi, allora presidente del Consiglio, preferiva Arnaldo Forlani, suo vice a Palazzo Chigi, è vero. Anzi, verissimo. E ne fui anche sorpreso, non essendo passati molti anni da quando il Pci, che pure era allora guidato da mio cugino Enrico Berlinguer, aveva cercato di mandarmi sotto processo per tradimento davanti alla Corte Costituzionale per un supposto aiuto che avrei prestato alla latitanza di un figlio di Carlo Donat-Cattin, ricercato per terrorismo. Io, che mi dividevo tra l’ufficio pubblico di presidente del Consiglio a Palazzo Chigi e quello privato di ex ministro dell’Interno che avevo a pochi passati di distanza, dietro l’allora Rinascente, mi ero invece limitato ad avvertire Carlo di convincere il figliolo a costituirsi se avesse avuto la possibilità di contattarlo, sapendo benissimo che i rapporti familiari erano interrotti da parecchio. Ma che io poi abbia tradito Ciriaco nel confronto- dice lui- con Craxi, non è vero per niente”.

Ma cosa hai da dire, in particolare, in tua difesa?, gli ho chiesto. “Intanto, l’aiuto che lui si aspettava da me non era nel confronto, come lui lo chiama, ma nel sabotaggio. Era ossessionato dalla voglia di  rompere con Craxi. Che era pur sempre il presidente del Consiglio e doveva aspettarsi invece un aiuto dal presidente della Repubblica a rimanere in carica sino a quando non fosse stato sfiduciato dal Parlamento”.

Eppure fosti proprio tu nel 1987 a negare a Craxi il diritto da lui reclamato di gestire le elezioni anticipate, reclamate da De Mita nella crisi per la mancata staffetta tra un socialista e un democristiano a Palazzo Chigi, ho ricordato a Cossiga. Che mi ha risposto come una furia: “Ecco, è proprio quel rifiuto a Craxi, di cui gli avrei chiesto scusa quasi in punto di morte, quando lo andai a trovare ad Hammamet sapendo che ormai aveva ben poco da vivere, a smentire l’accusa di tradimento di De Mita. Che finge ancora di ignorare che in quella maledetta crisi io gli pagai per intero il debito contratto con la mia elezione al Quirinale”.

“La staffetta che loro avevano concordato- mi ha raccontato Cossiga- riguardava l’ultimo tratto ordinario della legislatura, non una sua forzata interruzione per andare alle elezioni anticipate, come volle invece De Mita prima cercando di convincere Scalfaro, allora ministro dell’Interno, a fare un governo elettorale e poi, dopo il rifiuto di Scalfaro, ripiegando su Fanfani, scomodato apposta dalla presidenza del Senato”.

“Quando Craxi venne a protestare da me contro questo che lui riteneva un sopruso, fui io –mi ha raccontato Cossiga- a consigliargli di difendersene votando la fiducia al governo Fanfani, costringendolo  così a governare per l’anno residuo, e per giunta anche a fargli gestire un po’ di referendum scomodi, come quello sulla responsabilità civile dei magistrati. E devo dire che Craxi mi stette ad ascoltare, perché la fiducia l’annunciò, anche per il rispetto dovuto ad alcuni appuntamenti internazionali dell’Italia, fra cui un vertice europeo a Venezia. Ma arrivammo al paradosso del governo monocolore democristiano del presidente uscente del Senato che, pur di farsi battere a Montecitorio , si fece negare la fiducia dal suo gruppo parlamentare”.

E tu sciogliesti le Camere senza battere ciglio, gli ho ricordato. “Ma che dici? Altro che ciglia, sfondai quasi la scrivania con i pugni. Avevo talmente stentato a credere che i democristiani non votassero la fiducia a Fanfani che volli sentire di persona, in televisione a bassa frequenza, il discorso del capogruppo della Dc alla Camera. E quando lo sentii, ebbi un attacco d’ira. Mi rassegnai alle elezioni anticipate, forzando l’interpretazione di un precedente di fronte alle proteste di Craxi, proprio per saldare –ti ripeto- il debito che avevo con De Mita”.

Perché questa cosa non gliela ricordasti direttamente a Ciriaco quando, sapendoti in condizioni gravi, chiese a tuo figlio di dirti che dovevi ancora spiegargli qualcosa prima di morire. Lo ha raccontato lui stesso nell’intervista al Corriere dicendo che tu moristi e lui rimase senza risposta. “E’ proprio un impunito, Ciriaco. Preferii morire cristianamente- mi ha raccontato Cossiga- piuttosto che dirgliene quattro poco cristianamente. Lui peraltro sa che io con Craxi quando fu il caso seppi anche scontrarmi. E duramente, ma sul piano politico, senza compromettere i rapporti personali”.

E quando accadde?, gli ho chiesto. “Nel 1991, ma a De Mita non serviva più, non essendo più né segretario del partito né presidente del Consiglio. Lui non aveva più partite personali da giocare”.

In quel benedetto 1991 su che cosa ti scontrasti con Craxi? “Sulla richiesta che mi fece di anticipare di un anno le elezioni ordinarie del 1992 un po’ per evitare il referendum contro le preferenze e un po’, forse anche di più, per profittare delle condizioni di difficoltà in cui si trovavano i comunisti nel cambio di nome, di simbolo e d’altro ancora dopo la caduta del muro di Berlino. Gli risposi che, per quanti torti avessi ricevuto da loro, non mi sarei prestato ad un’operazione del genere. E gli feci capire che in caso di crisi, che peraltro escludevo conoscendo la contrarietà di Andreotti, allora presidente del Consiglio, io avrei dato l’incarico di un nuovo governo a Martinazzoli”.

E Craxi come reagì? “Da furbo qual era, andò a vendersi per sua da Occhetto e D’Alema, in un camper, quella che era la mia posizione. Garantì  loro  cioè che non ci sarebbero state elezioni anticipate. Ma quelli –mi ha raccontato Cossiga- non furono grati né a lui né a me. A lui negarono dopo le elezioni ordinarie del 1992 la tregua di cui aveva bisogno di fronte al dilagare del giustizialismo sull’onda di Mani pulite, e a me una rielezione al Quirinale, magari a termine, che pure avevo implicitamente prospettato l’anno prima con un  messaggio alle Camere sull’urgenza di una riforma costituzionale, comprensiva di un nuovo modo di eleggere il presidente della Repubblica”.

Allora è vero che tu volevi la rielezione?, gli ho chiesto. E lui: “Certo che è vero. Avrei voluto rimanere al Quirinale per il tempo necessario alla riforma, approvata la quale mi sarei dimesso perché il mio successore potesse essere eletto col nuovo sistema, prevedibilmente diretto. Non sarei rimasto un minuto in più neppure se la riforma, per cortesia verso il capo dello Stato in carica, avesse contenuto la clausola del rispetto del mandato presidenziale in corso”.

Ma tu questo lo dicesti ai tuoi interlocutori politici e istituzionali? “Certo che lo dissi. A Craxi direttamente, ma lui mi rispose di avere già un impegno a sostenere la candidatura di Forlani alla scadenza del mio settennato. I comunisti li feci consultare dal mio collaboratore al Quirinale Sergio Berlinguer. Lo stesso nome doveva essere una garanzia, ma lui mi riferì dopo qualche telefonata e cena di essersi sentito chiedere se fossi davvero ammattito, come diceva di me in giro De Mita”.

Aspetta, non te ne andare. Chissà quando mi toccherà di risognarti. Dammi un consiglio su chi votare il 4 marzo. “Diavolo, me lo chiedi pure. Devi votare per Emma Bonino, che sarà pure stata radicale ma mi ricorda tanto, per come si veste e come parla degli immigrati e del dovere di accoglierli sempre e comunque, una specie di Madre Teresa di Calcutta laica. E figurati se io, da buon cristiano, non le darei una mano”.

 

 

 

Diffuso da News List di Mario Sechi

Irremovibile il no di Silvio Berlusconi a un governo Prodi ter

            No. Questa volta Silvio Berlusconi è irremovibile. Non vuole neppure sentir parlare di un governo di Romano Prodi –sarebbe il terzo nella carriera politica dell’ex presidente del Consiglio- dopo un risultato neutro delle elezioni del 4 marzo. Neutro, nel senso che nessuna coalizione in corsa e neppure i solitari grillini uscirebbero dalle urne con la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, necessari in caso di plenum delle assemblee di Montecitorio e di Palazzo Madama a garantire al governo la fiducia. Per la quale, in verità, basterebbe la maggioranza semplice, cioè quella dei partecipanti alla votazione, ma nell’ipotesi di una votazione a ranghi ridotti, non completi. Se i presenti e i votanti fossero tutti, maggioranza semplice e assoluta sarebbero la stessa cosa. E sulla carta un governo dovrebbe sempre disporne per non diventare un Gabinetto di minoranza, che cerca di volta in volta i sostegni di cui ha bisogno.

           Chi gli parla abitualmente assicura che l’uomo di Arcore direbbe no anche se Prodi, rinunciando alla camicia del centrosinistra che ancora predilige e che ritiene adattissima anche a Paolo Gentiloni, da lui sponsorizzato di recente a Bologna, dovesse rendersi disponibile a governi di cosiddette larghe intese. Anche nelle vesti dimesse di “pensionato”, come ama presentarsi da qualche tempo, Prodi rimane agli occhi di Berlusconi il suo avversario elettorale e politico di sempre. Alla cui candidatura al Quirinale l’ex Cavaliere reagì una volta, parlando in una piazza di Bari, minacciando l’espatrio.

            Per quanto ancora incandidabile, Berlusconi è fiero di essere tornato protagonista della campagna elettorale e attore politico centrale, o quasi, di tutti gli scenari post-elettorali, anche in caso di una vittoria del suo centrodestra mutilata dalla mancanza della maggioranza assoluta dei seggi parlamentari. Egli sarebbe convinto che in caso di pareggio fra la sua Forza Italia e il Pd di Matteo Renzi, e ancor più in caso di sorpasso della prima sul secondo, al di là delle coalizioni diverse cui partecipano, potrebbe toccare a lui il diritto di designare il capo di un governo di decantazione o transizione. E in tale evenienza l’uomo non sarebbe né il presidente uscente del Consiglio Paolo Gentiloni, di cui pure Berlusconi dice cose carine ogni volta che ne ha l’occasione, né il fedele ex portavoce e attuale presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani, scomodabile dalla importante postazione di Strasburgo solo per un improbabile governo stabile di centrodestra a trazione forzista, ma l’altrettanto fedele e suo ex sottosegretario a Palazzo Chigi Gianni Letta. Che è l’uomo delle missioni riservate e dei collegamenti istituzionali, invidiatogli pubblicamente anche da alcuni avversari politici: per esempio, Walter Veltroni, Dario Franceschini e persino Massimo D’Alema. Di Berlusconi, peraltro, egli condivide il superamento degli ottant’anni: 83 il 15 aprile prossimo, contro gli 82 che Berlusconi compirà il 29 settembre.

            Il caso ha voluto che proprio in questi giorni Gianni Letta, spalleggiato da Giuliano Amato, sia stato protagonista di un intrigante siparietto con l’attuale sottosegretaria a Palazzo Chigi: la renzianissima Maria Elena Boschi.

            Presenti tutti e tre ad un convegno della Luiss sulla Presidenza del Consiglio, promosso per celebrare i trent’anni della legge che ne riformò l’ordinamento, Gianni Letta ha incoraggiato la Boschi a sperare di poter diventare la prima donna alla guida del governo perché è capitato già ad altri sottosegretari alla Presidenza di diventarne poi i titolari.

            Senza andare molto indietro negli anni e citare, per esempio, il caso di Giulio Andreotti, già sottosegretario di Alcide De Gasperi, il collaboratore di Berlusconi ha indicato il presente Giuliano Amato, diventato presidente del Consiglio dopo essere stato sottosegretario di Bettino Craxi  dal 1983 al 1987. Ed Amato, oggi giudice costituzionale,  non si è tirato indietro, aggiungendo di suo la certificazione della eccellente “palestra” costituita per una scalata a Palazzo Chigi ed altro ancora dall’esperienza di sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

            Chissà se la Boschi, che il bravissimo Umberto Pizzi si è affrettato a fotografare più volte accanto al suo estimator cortese, sarà stata tentata dal ricambiare all’ex sottosegretario Gianni Letta gli auguri politici da lui appena formulati a lei. E non se ne sarà trattenuta per non compromettere Renzi.  

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