Matteo Renzi continua a inciampare nel fantasma di Bettino Craxi

            Intervistato negli studi televisivi di Sky, Matteo Renzi ha definito, bontà sua, “indegno” lo spettacolo delle monetine lanciate contro Bettino Craxi nella primavera del 1993 da una folla inferocita contro di lui da un comizio comunista. Che fu improvvisato dopo che la Camera a scrutinio segreto aveva concesso solo alcune, non tutte le “autorizzazioni a procedere” chieste dalle Procure di Milano e di Roma.

            Peccato che il segretario del Pd non abbia ritenuto di cogliere l’occasione per correggere la rievocazione denigratoria dello scomparso leader socialista  da lui fatta di recente in un altro studio televisivo, quello di Lilli Gruber a la 7, per paragonarlo al candidato grillino a Palazzo Chigi Luigi Di Maio. Che cercava in quei giorni di minimizzare con espulsioni annunciate o minacciate la truffa quanto meno mediatica dei colleghi di partito che si vantavano di avere destinato ad un fondo per le piccole e medie imprese bonifici in realtà solo ordinati on line ma non effettuati, essendone notoriamente possibili le revoche entro un certo numero di ore.

            Di fronte alle reazioni negative dei familiari di Craxi e di socialisti presenti in almeno una delle liste elettorali apparentate con il Pd il segretario affidò al suo portavoce una pezza peggiore del buco. Fece chiedere scusa a chiunque si fosse sentito offeso da quel paragone “improprio”: quindi anche ai grillini insorti in difesa di Di Maio, considerando ancora Craxi un malfattore. E indegno,  come lo spettacolo delle monetine commentato da Renzi: monetine lanciate contro l’ormai ex segretario socialista condannato col processo sommario delle piazze come un ladro prima ancora della celebrazione dei processi nelle aule dei tribunali.

            Per farsi o conservare un’idea di quei  processi  giudiziari poi sopravvenuti, preparati ed eseguiti con quella che l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano definì dieci anni dopo la morte del condannato “una durezza senza uguali”, basta ricordare lo spietato rifiuto opposto dagli uffici del tribunale penale di Milano al tentativo compiuto e rivelato da Massimo D’Alema, allora presidente del Consiglio, di fare rientrare Craxi in Italia dalla sua residenza tunisina per trascorrervi libero, con le cure adeguate, non gli ultimi anni ma gli ultimi giorni ormai di vita, essendo egli affetto da mali ormai inguaribili.

            Renzi si ostina a considerare Craxi estraneo al cosiddetto Pantheon della sinistra riformista, preferendogli ogni volta che ha l’occasione di parlarne chi ne fu il principale avversario politico: il segretario del Pci Enrico Berlinguer. Che usava liquidare come fatti eversivi le riforme realizzate o perseguite dal leader socialista, anche quando  guidava una coalizione di governo con quella Dc alla quale il segretario comunista aveva offerto il famoso “compromesso storico”.

            Questa ostinazione di Renzi, prodotta insieme –volente o nolente- da un difetto di cultura politica e dal conformismo di una certa sinistra che pure lo sta combattendo con la stessa faziosità riservata a Craxi in vita, e in morte, è una delle cause delle sue attuali debolezze. Che rischiano di farne, se non si deciderà a porvi rimedio, un leader mancato.   

Berlusconi ha trovato il “mago” del suo referendum sul presidenzialismo

            Giovanni Guzzetta, 52 anni da compiere a maggio, messinese di nascita e romano di adozione, professore ordinario di diritto costituzionale all’Università capitolina di Tor Vergata, è considerato una specie di mago dei referendum, cresciuto un po’ alla scuola politica di Marco Pannella e di Mario Segni, molto diversi tra loro per cultura e temperamento ma ritrovatisi ad un certo punto uniti nella voglia di dare una sveglia referendaria ai partiti. Che secondo loro erano troppo arroccati nella difesa dei meccanismi istituzionali usciti nel 1947 dall’Assemblea Costituente.      Fu lui a convincere i due politici, radicale l’uno e democristiano l’altro, a giocare con le forbicette, e non solo col bisturi, anche sulle leggi elettorali nei referendum abrogativi consentiti dall’articolo 75 della Costituzione.

            Le forbicette, permesse  dalla Corte Costituzionale interpretando con una certa generosità le “parti” di una legge abrogabile col referendum, e non solo una legge nel suo insieme, sono servite a tagliare una virgola qua, una parola là, un inciso sopra, un aggettivo sotto, un sostantivo di lato, per modificare il testo normativo di quel tanto sufficiente anche a stravolgerlo, col consenso spesso inconsapevole degli elettori. Che non stanno lì a prepararsi alle urne leggendo con la competenza necessaria i lunghi quesiti referendari prodotti da simili interventi, e tanto meno a studiarli d’acchito nella cabina elettorale.

            Il metodo è talmente piaciuto alla Corte Costituzionale da essere stato adottato anche da lei quando le sono capitate a tiro leggi elettorali impugnate nei e dai tribunali ordinari. Pertanto gli illustrissimi giudici del Palazzo della Consulta, dirimpettaio del Quirinale, hanno alla fine prodotto pure loro, bocciandone alcune parti, nuove leggi elettorali facendo peraltro attenzione a renderle immediatamente applicabili, per evitare vuoti normativi preclusivi del ricorso ordinario o anticipato alle urne.

            Andrebbe riconosciuta al professore Guzzetta persino la qualifica di scienziato, sul piano istituzionale, per ciò che è riuscito a produrre, e che penso non fosse passato minimamente per la testa alla maggior parte dei Costituenti quando confezionarono l’articolo 75 per consentire agli elettori di “deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge”. O l’articolo 134 per affidare alla Corte Costituzionale il giudizio, fra l’altro, “sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti, aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni”.

            Con questi precedenti dev’essere molto piaciuta a Silvio Berlusconi un’intervista con la quale proprio Guzzetta ha apprezzato come una geniale “via d’uscita” la proposta appena lanciata in questa campagna elettorale, finalmente agli sgoccioli, di un referendum cosiddetto d’indirizzo su una riforma costituzionale di stampo presidenziale. Che significa l’elezione diretta del capo dello Stato.

            Nella convinzione forse di spiegare meglio dell’autore l’uovo di Colombo berlusconiano, Guzzetta ha spiegato ai colti e agli incolti che, una volta lasciato decidere agli elettori con appositi quesiti l’”indirizzo”, appunto, di una riforma, presidenziale o semipresidenziale o d’altro tipo ancora, il Parlamento potrà finalmente procedere alla sua elaborazione contando, per evidenti ragioni di coerenza, sullo scontato favore degli stessi elettori nel referendum cosiddetto confermativo che dovesse seguire. Sarebbero così evitate le delusioni procurate allo stesso Berlusconi nel 2006 e a Matteo Renzi dieci anni dopo dalle bocciature referendarie delle loro riforme costituzionali.

            L’uovo di Colombo, sia nella formulazione generica o implicita di Berlusconi, sia nella spiegazione fornita dal professore Guzzetta, ha tuttavia un inconveniente. Il referendum cosiddetto d’indirizzo può essere istituito solo modificando la Costituzione con un’apposita legge, secondo le complesse procedure dell’articolo 138, comprensive quindi del referendum di conferma o bocciatura nel caso facilmente prevedibile, nello scenario politico esistente, di una maggioranza parlamentare realizzatasi al di sotto dei  due terzi “di ciascuna Camera nella seconda votazione”.

            Campa cavallo che l’erba cresce, dice un vecchio, vecchissimo proverbio.

 

 

Ripreso da News List di Mario Sechi il 28 febbraio 2018

                                                

           

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