Berlusconi ha trovato il “mago” del suo referendum sul presidenzialismo

            Giovanni Guzzetta, 52 anni da compiere a maggio, messinese di nascita e romano di adozione, professore ordinario di diritto costituzionale all’Università capitolina di Tor Vergata, è considerato una specie di mago dei referendum, cresciuto un po’ alla scuola politica di Marco Pannella e di Mario Segni, molto diversi tra loro per cultura e temperamento ma ritrovatisi ad un certo punto uniti nella voglia di dare una sveglia referendaria ai partiti. Che secondo loro erano troppo arroccati nella difesa dei meccanismi istituzionali usciti nel 1947 dall’Assemblea Costituente.      Fu lui a convincere i due politici, radicale l’uno e democristiano l’altro, a giocare con le forbicette, e non solo col bisturi, anche sulle leggi elettorali nei referendum abrogativi consentiti dall’articolo 75 della Costituzione.

            Le forbicette, permesse  dalla Corte Costituzionale interpretando con una certa generosità le “parti” di una legge abrogabile col referendum, e non solo una legge nel suo insieme, sono servite a tagliare una virgola qua, una parola là, un inciso sopra, un aggettivo sotto, un sostantivo di lato, per modificare il testo normativo di quel tanto sufficiente anche a stravolgerlo, col consenso spesso inconsapevole degli elettori. Che non stanno lì a prepararsi alle urne leggendo con la competenza necessaria i lunghi quesiti referendari prodotti da simili interventi, e tanto meno a studiarli d’acchito nella cabina elettorale.

            Il metodo è talmente piaciuto alla Corte Costituzionale da essere stato adottato anche da lei quando le sono capitate a tiro leggi elettorali impugnate nei e dai tribunali ordinari. Pertanto gli illustrissimi giudici del Palazzo della Consulta, dirimpettaio del Quirinale, hanno alla fine prodotto pure loro, bocciandone alcune parti, nuove leggi elettorali facendo peraltro attenzione a renderle immediatamente applicabili, per evitare vuoti normativi preclusivi del ricorso ordinario o anticipato alle urne.

            Andrebbe riconosciuta al professore Guzzetta persino la qualifica di scienziato, sul piano istituzionale, per ciò che è riuscito a produrre, e che penso non fosse passato minimamente per la testa alla maggior parte dei Costituenti quando confezionarono l’articolo 75 per consentire agli elettori di “deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge”. O l’articolo 134 per affidare alla Corte Costituzionale il giudizio, fra l’altro, “sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti, aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni”.

            Con questi precedenti dev’essere molto piaciuta a Silvio Berlusconi un’intervista con la quale proprio Guzzetta ha apprezzato come una geniale “via d’uscita” la proposta appena lanciata in questa campagna elettorale, finalmente agli sgoccioli, di un referendum cosiddetto d’indirizzo su una riforma costituzionale di stampo presidenziale. Che significa l’elezione diretta del capo dello Stato.

            Nella convinzione forse di spiegare meglio dell’autore l’uovo di Colombo berlusconiano, Guzzetta ha spiegato ai colti e agli incolti che, una volta lasciato decidere agli elettori con appositi quesiti l’”indirizzo”, appunto, di una riforma, presidenziale o semipresidenziale o d’altro tipo ancora, il Parlamento potrà finalmente procedere alla sua elaborazione contando, per evidenti ragioni di coerenza, sullo scontato favore degli stessi elettori nel referendum cosiddetto confermativo che dovesse seguire. Sarebbero così evitate le delusioni procurate allo stesso Berlusconi nel 2006 e a Matteo Renzi dieci anni dopo dalle bocciature referendarie delle loro riforme costituzionali.

            L’uovo di Colombo, sia nella formulazione generica o implicita di Berlusconi, sia nella spiegazione fornita dal professore Guzzetta, ha tuttavia un inconveniente. Il referendum cosiddetto d’indirizzo può essere istituito solo modificando la Costituzione con un’apposita legge, secondo le complesse procedure dell’articolo 138, comprensive quindi del referendum di conferma o bocciatura nel caso facilmente prevedibile, nello scenario politico esistente, di una maggioranza parlamentare realizzatasi al di sotto dei  due terzi “di ciascuna Camera nella seconda votazione”.

            Campa cavallo che l’erba cresce, dice un vecchio, vecchissimo proverbio.

 

 

Ripreso da News List di Mario Sechi il 28 febbraio 2018

                                                

           

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