Bassolino, deluso da Grasso, tenta di riaccostarsi a Renzi

            Antonio Bassolino, già sindaco di Napoli e governatore della Campania, con esperienza di governo anche a livello nazionale come ministro del Lavoro con Massimo D’Alema, ha affidato ad una intervista al Mattino la sua delusione per il trattamento da appestato, o quasi, riservatogli dai Liberi e Uguali di Pietro Grasso. Che non lo hanno voluto candidare alle elezioni del 4 marzo, nonostante le sue ripetute dichiarazioni di “disponibilità”, fatte allo stesso Grasso in un incontro che  Bassolino ha voluto rivelare solo a cose fatte. Cioè, non fatte.

            Un po’ di voti, sicuramente, uno come Bassolino avrebbe potuto procurarli al movimento dove si sono raccolti gli scissionisti del Pd e altre frattaglie della sinistra massimalista, che a conti fatti preferisce sempre l’opposizione al governo. O vuole stare al governo senza rinunciare all’opposizione. Ma i compagni di Grasso non sono meno selettivi, nelle simpatie come nelle antipatie, dei compagni di Matteo Renzi. Che a suo tempo non vollero aiutare Bassolino nel tentativo di tornare a fare il sindaco di Napoli contrastando la conferma di Luigi de Magistris.

            Nel dolersi dell’esclusione dalle liste elettorali del movimento alla cui formazione pure ha partecipato, non perdendosi alcuna cerimonia di gestazione, né a Roma né nella sua Napoli, Bassolino ha voluto ribadire le critiche al Pd per il rifiuto di Renzi- ha spiegato- di fare tutta l’autocritica necessaria per le sconfitte subite nel referendum sulla riforma costituzionale e nelle elezioni amministrative seguite a quelle europee del 2014, vinte con percentuali democristiane dei tempi d’oro: più del 40 per cento dei voti.

            Anche se da posizioni critiche, Bassolino ha mostrato di volersi riavvicinare al Pd paragonandosi a Romano Prodi. Che, non più iscritto al partito ora guidato da Renzi, gli ha prestato un sostanziale soccorso elettorale lamentando il carattere troppo “divisivo” dei Liberi e Uguali e preannunciando il voto per una pur non precisata  delle liste che compongono la coalizione renziana. Chissà se Renzi vorrà raccogliere il segnale. Anche Bassolino comunque soffre, senza e con l’apostrofo.

Silvio Berlusconi sbanda sugli immigrati inseguendo Matteo Salvini

            Tutti i giornali, con la sola eccezione della Stampa, che ne ha generosamente ignorato in prima pagina la sortita, hanno titolato su Silvio Berlusconi che, inseguendo l’alleato Matteo Salvini  anziché moderarlo, ha proposto di disinnescare “la bomba sociale” costituita dagli immigrati espellendo i seicentomila che sarebbero presenti in Italia senza permesso. Assisteremmo ad una retata alla grande, magari con qualche incentivo ai delatori: una retata che invidierebbero dalle fiamme dell’aldilà all’ex presidente italiano del Consiglio gli specialisti della croce uncinata che ne fecero parecchie nella loro Germania e nei paesi occupati durante la seconda guerra mondiale. E scambierebbero magari il presidente di Forza Italia per un erede di Benito Mussolini.

            Mi chiedo cosa gli sia saltato in mente, quale febbre gli abbia procurato questa dannata campagna elettorale, avendo conosciuto Silvio Berlusconi prima della sua avventura politica e lavorato nelle sue aziende: prima al Giornale di Indro Montanelli, quando ne divenne editore, e poi alla televisione degli anni della Fininvest. Che cosa gli è saltato in mente non solo avendo alle spalle politicamente, come gli ha rinfacciato sul Fatto Quotidiano Marco Travaglio, i settecentomila immigrati “condonati” nei suoi anni di governo con la legge di Gianfranco Fini e Umberto Bossi, possibilmente da ricordare oggi anche a Giorgia Meloni e a Salvini, loro successori d’area, diciamo così, ma soprattutto avendo nel torace quel cuore un po’ ballerino? Che gli si è rivoltato da poco per molto meno, come l’esclusione dalle liste della sua Forza Italia di un centinaio di aspiranti candidati alle elezioni del 4 marzo. Dio mio, cosa gli è saltato in mente pur di mantenere o aumentare le distanze nel centrodestra dalla Lega per contrastane il diritto a rivendicare Palazzo Chigi nel caso, peraltro assai improbabile, in cui la coalizione dovesse conquistare la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari e tornare al governo del Paese?

            E’ augurabile adesso che, di fronte ai titoli critici procuratisi da Berlusconi con la sua sortita simil-leghista, non venga in mente ai suoi aedi, a cominciare naturalmente dal direttore del Giornale di famiglia, di parlare di una “caccia rossa” anche all’ex presidente del Consiglio, oltre a quella a Salvini appena lamentata da Alessandro Sallusti.  

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