Beppe Grillo liquida la Raggi strizzando l’occhio a Trilussa e ad Esopo

            Non credo che, per quanto comico, Beppe Grillo sia davvero convinto del messaggio di solidarietà, chiamiamolo Bloh di Grillo.jpegcosì, che Versi sulla Raggidal suo blog personale, e a dispetto delle altre urgenze di governo con le quali è alle prese il suo movimento in questi giorni, tra autostrade, fondi europei ed emergenze virali, per non parlare degli incontri sospetti e tutti italiani del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ha voluto lanciare alla sindaca capitolina Virginia Raggi. Alla quale egli ha fatto dedicare dall’amico Franco Ferrari un sonetto in romanesco intitolato “Virgì, Roma nun te merita”.

            Va bene che il fondatore, o co-fondatore, garante, elevato e quant’altro delle 5 Stelle, è tra i pochissimi che andando per Roma, a piedi o in auto, quando vi scende dalle sue ville al Nord, è tra i pochissimi fortunati a non avere avvertito le buche e le puzze da rifiuti della Capitale, ma arrivare a sostenere che i romani, originari o d’importazione, non si siano meritati e non si meritino la sindaca finalmente prossima alla scadenza del suo mandato, è una cosa davvero fuori dal mondo.

            Personalmente, da residente a Roma, l’unica attenuante che riconosco alla Raggi è di avere dovuto subire troppe volte i consigli, gli indirizzi, gli ordini, chiamateli come volete, del suo quasi partito. Che le ha mandato tra i piedi persone spesso incredibili, incappate anche in guai giudiziari che hanno messo in imbarazzo fior di garantisti. Sin dai primi mesi della sua avventura capitolina la povera Raggi apparve sostanzialmente e politicamente commissariata dal suo Movimento, con tanto di titoli di giornali contro i quali francamente non ricordo serie smentite, precisazioni e invettive degli interessati. Alcuni o alcune delle quali sembravano anzi compiaciuti di una simile realtà, evidentemente nella convinzione di dare del loro quasi partito di appartenenza una immagine, diciamo così, incisiva. Gli assessori si sono avvicendati nella giunta Raggi con una frequenza davvero non comune, al minuscolo naturalmente.

            Prendersela adesso non con la Raggi ma con gli sfortunati ai quali è toccato di essere amministrati da lei, mi sembra davvero esagerato, anche per un comico, ripeto, e improvvisatoStorace contro Grillo.jpeg cultore del romanesco. I titoli giornalistici di reazione pari ai suoi insulti Grillo se li è perciò meritati Il Messaggero su Grillo.jpegtutti. Lasciatemi tuttavia sospettare, con la solita malizia teorizzata dalla buonanima di Giulio Andreotti come la pratica di un fortunato indovino, che Grillo -nonostante la serietà con la quale lo ha preso il solito Fatto Quotidiano Il Fatto su Grillo.jpegattribuendogli Libero.jpegil patrocinio di un “bis” della Raggi-  abbia voluto dare un suo personalissimo contributo allo scioglimento del nodo politico del Campidoglio per fare passare alla sindaca la voglia di ricandidarsi l’anno prossimo, assecondata da tipi come Di Maio. Il problema è la rimozione di un ostacolo grande come una casa, anche come una caserma,  sulla strada, non a caso gradita a Grillo per convinzione ormai diffusa e mai smentita, dell’estensione dell’alleanza di governo col Pd di Nicola Zingaretti a livello locale. E che locale, trattandosi di Roma. Così la Raggi può ben diventare Esopo.jpegfra i poveri, incolpevoli romani addirittura l’uva troppo acerba per la volpe della famosa favola di Esopo, così lontano nel tempo e nella parola da Trilussa e dall’emulo amico di Grillo, tal  Franco Ferrari.

 

 

 

 

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Il percorso sempre più complicato di Conte in Parlamento e fuori

            Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte “sta operando in modo abbastanza notevole, cerca di migliorare il nostro Paese e agisce con l’obiettivo di risollevarlo dalla  malattia” di “una Scalfari su Draghi.jpegsituazione pestilenziale”, come gli ha riconosciuto Eugenio Scalfari nell’appuntamento domenicale con i lettori della Repubblica, di carta e digitale. Ma non  è detto che il professore possa farcela ad “arrivare fino alla prossima primavera”, ha ammesso lo stesso editorialista.

            Eppure le prospettive di durata di questo governo erano addirittura “di legislatura”, o almeno sino alla scadenza del mandato presidenziale di Sergio Mattarella, nel mese di febbraio del 2022, per cercare di gestirne la successione al Quirinale, anche se il governo, almeno sulla carta e per ragioni di igiene istituzionale, dovrebbe cercare di essere estraneo a un simile passaggio: dovere, questo, disatteso molte volte nella storia repubblicana d’Italia, compresa l’ultima, nel 2015. L’allora presidente del Consiglio e segretario del Pd Matteo Renzi scelse Il personalmente proprio Mattarella, facendo eleggere forse il migliore dei candidati, per carità, nel peggiore dei modi, sino a compromettere la sorte della riforma costituzionale avviata d’intesa con l’opposizione di Silvio Berlusconi e prenotare per la fine del 2016 la fine del suo stesso governo. Sarebbe seguìto un lungo e infelice epilogo della legislatura con la sconfitta elettorale del Pd, e di Renzi in persona, e con la vittoria, sia pure incompleta, dei grillini.

            Ciò serve a capire i danni che inconsapevolmente possono provocare certi errori di gestione politica a chi li commette.

            I problemi di Conte non sono più soltanto, o prevalentemente, quelli dei rapporti all’interno della sua variegata maggioranza, dove si incrociano e si sommano la obiettiva confusione dei grillini, una sempre più evidente insofferenza del Pd, per quanto mitigata ogni tanto da formali assicurazioni del segretario Nicola Zingaretti, e la dichiarata, direi compiaciuta volontà di Renzi di dimostrare  il carattere decisivo del partito -o partitino, sul piano dei sondaggi- da lui creato all’improvviso l’anno scorso, proprio mentre nasceva su suo stesso impulso l’attuale governo.

            E’ diventato un problema sempre più visibile per Conte il suo rapporto col Parlamento, di cui è indice lo scontro appena consumatosi con la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati. Che ha parlato dei senatori, e dei deputati pur di competenza del presidente grillino di Montecitorio Roberto Fico, come ormai degli “invisibili della Costituzione”. Che vengono ogni tanto informati dell’andamento dell’epidemia e dei rapporti con l’Europa senza avere la possibilità di votare, col trucco di trasformare in informazioni, appunto, le  comunicazioni del governo. Martedì prossimo -ha annunciato la Casellati- non sarà così dopo che il ministro della Salute avrà riferito sulla proroga di alcune misure anti-virus in scadenza a metà luglio, e certamente non destinate a durare solo per un’altra quindicina di giorni, quando scadrà lo stato di emergenza ed esso verrà prolungato, secondo anticipazioni fatte dallo stesso Conte, sino alla fine dell’anno.

            Altro che Lo scenario di Scalfari.jpegessersi “sparata sui piedi”, come ha annunciato il solito Fatto Quotidiano. I piedi colpiti sono quelli del presidente del Consiglio. Il cui futuro non a caso Scalfari ha scritto di vedere a Bruxelles, come commissario, auspicando Romano Prodi al Quirinale e Mario Draghi a Palazzo Chigi.

 

 

 

 

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Lo spreco di Mario Draghi che ci permettiamo di fare in Italia

             Per capire come sia ridotta -male- la politica italiana alle prese con una crisi economica e sociale che fa tremare le vene ai polsi della pur solida ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, prefetto di lungo corso, potrebbe bastare l’agenda di un uomo non certamente comune come l’ex presidente della Banca Centrale Europea, ex governatore della Banca d’Italia, ex dirigente del Ministero dell’Economia, una volta noto come dicastero del Tesoro, e sul punto di essere chiamato, dopo la sua esperienza di lavoro a Francoforte, addirittura negli Stati Uniti. Il cui presidente Donald Trump fu tentato di farsi consigliare da lui nella gestione della finanza americana, pur avendolo avuto, o proprio per averlo avuto, come controparte  nei rapporti  a tensione alternata, o fissa, con l’Unione Europea.

            Draghi, che dispone ancora di un ufficio di cortesia a Palazzo Koch per avervi lavorato a lungo al massimo livello, fu osservato in primavera da molti degli altri invitati alle considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco come un personaggio non so, francamente, se più scomodo o pericoloso.

            Il presidente del Consiglio, prima ancora di tenerlo lontano dagli enfatici Stati Generali a Villa Pampihili, si era occupato di lui con qualche frase allusiva in interviste per vantare sì un buon rapporto di amicizia “personale”, ma soprattutto per assicurare di non saperlo disponibile, o comunque smanioso di succedergli a Palazzo Chigi. Dove alcuni, fra i quali il leghista Giancarlo Giorgetti e lo stesso Matteo Salvini, avevano mostrato o mostravano ancora di vederlo per un tipo di governo, diciamo così, non ordinario.

            Abbiamo appena scoperto, per anticipazioni di agenzia, non per iniziativa o volontà degli interessati, che a fine giugno Draghi è stato consultato come “analista” da Luigi Di Maio. Che è il ministro Di Maio e Conte.jpegdegli Esteri, d’accordo, e come tale interessato o sfiorato, come vi pare, dal problema del ricorso al fondo euopeo salva-Stati, considerato da molti grillini come una trappola infernale per l’Italia, destinata con quei soldi non a munirsi di ospedali più numerosi e attrezzati ma di finirvi dentro per gli ultimi giorni di vita. Ma Di Maio conta ormai nel suo Movimento, quello delle 5 Stelle, senza volergli con questo mancare di rispetto, come il due di coppe quando il gioco di briscola è a bastoni. Non è più capo del quasi partito che lo incoronò col solito sistema digitale, non è più capo della delegazione al governo e deve guardarsi le spalle, per quando i giochi potranno riaprirsi, da quel furbacchione amico di tante scampagnate che è Alessandro Di Battista.

            Di Maio, come hanno precisato i suoi collaboratori, non ha offerto neppure una cena, o un pranzo, all’”analista” -ripeto- Draghi, chiamato invece da Papa Francesco, che non mi sembra francamente uno sprovveduto, ad entrare nella Pontificia Accademia delle Scienze Sociali.

            Con questi spettacoli sullo fondo, la cronaca politica italiana è alle prese con la decisione di Giuseppe ConteConte, tra le paratie di Venezia e le sue visite in Europa, di blindarsi a Palazzo Chigi con una proroga dello stato di emergenza virale, previo un “passaggio” generosamente concesso al Parlamento. E con i soliti messaggi quotidiani e trasversali, nella maggioranza giallorossa, di stanchezza, di divisioni e di allarme, a cominciare da quelli del dichiaratamente “rompiscatole” renziano Davide Faraone. Buona fortuna, si fa per dire.

 

 

 

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I sogni di mezza estate sul Quirinale e dintorni, compreso Palazzo Chigi

            Mentre Emilio Giannelli traduceva nella sua vignetta di prima pagina per il Corriere della Sera il trambusto politico provocato dalle aperture, a dir poco, dell’ex presidente del Consiglio Romano Prodi ad una nuova maggioranza di governo comprensiva del suo antico rivale o concorrente Silvio Berlusconi, la capogruppo di Forza Italia alla Camera, l’ex ministra Mariastella Gelmini, rilasciava Gelmini a Prodi.jpegal Dubbio un’intervista per liquidare tutto ad un disperato tentativo dello stesso Prodi di guadagnarsi i voti forzisti in Parlamento per essere eletto presidente della Repubblica nel 2022, succedendo a Sergio Mattarella. No, “i complimenti tardivi non servono: non lo voteremo al Colle”, ha mandato a dire a Prodi, e amici o compagni, l’onorevole Gelmini.

            Dev’essere stato un colpo, quello della Gelmini, anche per i sognatori di Libero, già inneggianti su tutta Titolo Liberola prima pagina a “Mortadella al Colle, Silvio senatore a vita” e spintisi ben oltre la soddisfazione della Verità, il giornale diretto da Maurizio Belpietro, di vedere “la sinistra in ginocchio titolo Verità.jpegda Berlusconi”. Che deve essere un po’ l’incubo del Fatto Quotidiano, distesosi in un fotomontaggio sovrastato da un gigantesco “Ancora tu” contro il Cavaliere. Che peraltro proprio in questi giorni abbiamo scoperto, da accurate inchieste giornalistiche, ancora Il Fatto.jpegtitolare dell’onorificenza che altri ritenevano affrettatamente decaduta, come la carica di senatore, dopo la pur controversa condanna definitiva del 2013 per frode fiscale. Sulla quale anche i renziani, ancora partecipi della maggioranza, se qualcuno non li ha cacciati nella notte scorsa, hanno riconosciuto al Senato la necessità di una commissione parlamentare d’inchiesta dopo quel che si è saputo, o risaputo, del “plotone di esecuzione” descritto a Berlusconi addirittura dal giudice relatore della sentenza. Quel magistrato  sarà morto, per carità, l’anno scorso ma ha lasciato la registrazione di una specie di confessione all’inputato da tempo a disposizione di una Corte europea di giustizia che potrebbe prestarle credito.

              Berlusconi naturalmente sta lì ad aspettare e guardare in alto con la fiducia del solito, inguaribile Berlusconi.jpegottimista, capace ancora di sorprendere e spiazzare sia chi gli vuole bene sia chi gli vuole male: dal Foglio di Giuliano Ferrara e Claudio Gerasa, compiaciuto del “partito degli ex premier”, al Titolo del Foglio.jpeggià citato e per niente rassegnato Fatto Quotidiano di Marco Travaglio.

            Sia il no gridato con tanta tempestività dalla Gelmini sia il sogno a occhi aperti di Libero aiutano a capire i danni che si è procurata da sola la maggioranza giallorossa ponendosi tra i suoi obiettivi, già alla nascita, la gestione -che non dovrebbe appartenere a nessun governo- della successione a Mattarella nel non vicino 2023.

            Ora tutto ciò che accade e si dice viene ricondotto a quel passaggio. Si vede sempre, e ovunque, la corsa al Quirinale, con le conseguenti distorsioni del dibattito politico e della stessa visione dei fatti, al plurale. Ciò non giova a nessuno, a cominciare dal governo per finire al capo dello Stato ancora in carica, e deciso a proteggersi giustamente dall’area di provvisorietà o decadenza che rischia di minacciarlo.

 

 

 

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Se un governo si riduce a vivere di intese e fiduce soltanto a salve

Una volta -lasciatevelo raccontare da un vecchio cronista che ha consumato un po’ di suole nei corridoi parlamentari e altrove inseguendo leader, leaderini e peones di ogni colore ed età- quando i professori facevano i professori e i politici facevano i politici, i primi rinunciando alle prosopopee accademiche e i secondi stando bene attenti a rimanere con i piedi per terra, le uniche intese che rimanevano sospese per aria sui provvedimenti da mandare alle Camere erano quelle suppletive che all’interno della maggioranza, o fra la maggioranza e le opposizioni di turno, potevano essere raggiunte in sede parlamentare.

Da qualche tempo, non certo soltanto da quando il professore Giuseppe Conte è approdato a Palazzo Chigi ma con una frequenza maggiore rispetto a prima, la formula del “salvo intese” nell’annuncio di disegni di legge e, ancor più, di decreti legge passati per l’esame del Consiglio di Ministri, di giorno o di notte, è diventata così abituale da non fare ormai più notizia. Lo stupore subentra solo quando questa formula viene a mancare e i provvedimenti passano dalla mattina alla sera, o dalla sera alla mattina, da Palazzo Chigi al Quirinale. Dove il capo dello Stato ne autorizza la presentazione alle Camere, quando si tratta di disegni di legge, o la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale e l’operatività immediata quando si tratta di decreti legge.

Le intese che il governo di turno lascia sospese per aria non sono più quelle parlamentari, col vecchio gioco degli emendamenti, come vengono chiamate le proposte di modifica, ma quelle all’interno dello stesso esecutivo. E qualche volta neppure di genere politico, riferito agli esperti o “responsabili” dei partiti, ma di livello genericamente “tecnico”, intendendosi per tecnici i burocrati, consiglieri, capi di gabinetto e via discorrendo.

Vi  confesso che ho faticato a credere alla pur brava Maria Teresa Meli -che mi onoro di avere a suo tempo sottratto all’anonimato di un’agenzia per farne una firma politica di punta sul Giorno che dirigevo da qualche anno, a cavallo fra gli Ottanta e i Novanta- quando ho letto sul Corriere della Sera della impazienza di Conte nell’ultima, lunghissima riunione notturna del Consiglio dei Ministri, quando non si riusciva proprio a venire a capo della cinquantina di articoli del decreto legge sulle semplificazioni, definito dallo stesso Conte qualche giorno prima, dopo un bel po’ di rinvii, “la madre di tutte le riforme” per  il rilancio dell’Italia.

“Io tra qualche ora -ho letto di Conte nell’articolo della Meli- ho la conferenza stampa e poi devo presentare questa riforma in Europa. Quindi le cose da risolvere le lasciamo ai tecnici”. Incredulo, mi sono permesso una verifica chiamando qualche ministro e ottenendo una conferma di cui chiedo scusa alla collega del Corriere, perché meritava di essere creduta sulla parola, precisa anche nell’indicazione dell’ora in cui il presidente del Consiglio aveva deciso di chiudere la riunione di governo: “le quattro e mezza della mattina” dell’altro ieri.

Non vorrei sembrarvi troppo pessimista o, peggio ancora, prevenuto dopo i tanti “salvo intese” cui sono ricorsi i due governi Conte e quelli precedenti, ma sono pronto a scommettere su come si concluderà quello del decreto sulle complicazioni. I “tecnici” si prenderanno tutto il tempo che vorranno, aspettandosi anche i ringraziamenti dei parlamentari. Ai quali -ha spiegato proprio la Meli- sarà risparmiato di essere disturbati a breve per la seduta della Camera o del Senato necessaria entro cinque giorni per la presa d’atto del decreto legge infine sfornato, non so neppure -a questo punto- se dopo un ritorno del provvedimento in Consiglio dei Ministri. Anche di questo almeno una volta si è fatto a meno tanto clamorosamente da essersi il presidente Conte guadagnato un richiamo del presidente della Repubblica, cortese nella forma ma fermo nella sostanza, com’è consuetudine di Sergio Mattarella.

Quando infine il provvedimento arriverà alle Camere per la cosiddetta conversione, che peraltro coinciderà con la calda campagna elettorale per le regionali del 20 settembre, il governo si accorgerà di non avere più i margini sufficienti per un confronto senza forzature e ricorrerà al solito voto di fiducia. Così si riuscirà ad eliminare in un solo colpo le proposte di modifica provenienti dalla maggioranza e dalle opposizioni, e sedare con la pur traballante  ormai disciplina di gruppo le residue dissidenze giallorosse o giallorosa.

E’ curioso, assai curioso, sotto certi aspetti persino comico, che le opposizioni di centrodestra, non importa a questo punto se separatamente o tutte insieme, siano state invitate da Conte a un incontro a Palazzo Chigi, che naturalmente è stato rapidamente rifiutato e rinviato. Di che cosa avrebbero dovuto discutere il presidente del Consiglio e i ministri interessati con leghisti, fratelli o sorelle d’Italia e forzisti se il decreto legge sulle semplificazioni o -ripeto- la madre di tutte le riforme mancava, e manca ancora, delle intese politiche e tecniche necessarie per farne un testo su cui parlare, e magari anche trattare.

Meno male che a nessuno è venuta in mente l’idea di organizzare direttamente l’incontro delle opposizioni con i “tecnici” ai quali il presidente del Consiglio ha affidato la creatura, nel frattempo presentata e illustrata ai suoi omologhi in un tour europeo di grande risonanza mediatica, come sono diventati ormai tutti gli appuntamenti  internazionali di Conte. Che all’estero sembra trovarsi meglio che in Italia, salvo qualche turbamento riservatogli dalle notizie giuntegli da Roma. E’ appena accaduto a Madrid per la storia del nuovo ponte di Genova progettato da Renzo Piano e realizzato in tempi da record. Ma che la ministra piddina delle Infrastrutture Paola De Micheli ha disposto di affidare alle Autostrade dei Benetton salvo revoca: variante, evidentemente, del “salvo intese” dei disegni di legge e decreti legge. Le brutte abitudini  -si sa- sono quelle che si prendono più facilmente, o si abbandonano più faticosamente.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Il pasticcio del nuovo ponte di Genova: dal “salvo intese” al “salvo revoca”

I giornalisti al seguito nel suo tour europeo. dopo la lunga notte del Consiglio dei Ministri sulle semplificazioni, hanno riferito diligentemente dell’”imbarazzo” anche fisico di Giuseppe Conte Conte a Madrid.jpega Madrid quando, dopo l’incontro col suo omologo spagnolo in vista del Consiglio Europeo di metà luglio, ha dovuto parlare del nuovo ponte di Genova. Che è in via di ultimazione davvero, in tempi di record e di vanto dopo il crollo del viadotto Morandi, due anni fa, ma è già un disastro politico per come se ne sta gestendo il parto.

            La ministra piddina delle Infrastrutture Paola De Micheli ne ha disposto l’affidamento alle Autostrade dei Benetton proprio mentre la Corte Costituzionale stava pronunciandosi a favore della loro esclusione dalla costruzione, contestata con tanto di causa finita appunto davanti ai giudici del Palazzo Paola De Micheli.jpegdella Consulta. Ma la signora ha preso le sue decisioni, fra le proteste dei grllini una volta tanto uniti, applicando un po’ anche al ponte nuovo di zecca progettato da Renzo Piano la Il ponte Piano.jpegformula in uso ormai per i decreti legge. Di cui il governo ha preso l’abitudine di annunciare l’approvazione, di notte e di giorno, “salvo intese”, cioè senza gli accordi necessari per tradurli in provvedimenti veri e propri, da mandare al Quirinale per la valutazione e la firma del presidente della Repubblica.

            In particolare, la ministra ha disposto l’assegnazione del ponte ai Benedetton salvo revoca, che potrebbe seguire anche a breve, già entro questa settimana, a sentire Conte a Madrid. Dove  il professore ha annunciato un Consiglio dei Ministri augurabilmente decisivo, prima che il nuovo ponte venga finito davvero, il 29 luglio, e reso pronto all’inaugurazione e al traffico.

            E’ francamente difficile dare torto al direttore della Stampa Massimo Giannini quando Giannini sul ponte.jpegtitola il suo editoriale “Un pasticcio pubblico e privato”, tra indecisioni dell’esecutivo, contrasti nella maggioranza giallorossa e ambiguità sopra e sotto traccia della società concessionaria del vecchio ponte crollato. E indica nella vicenda “la perfetta allegoria del malgoverno” italiano.  

            Pensare, con questo ed altri precedenti, per esempio quelli delle centinaia di cantieri bloccati Titolo Repubblica.jpego mai aperti nonostante i finanziamenti Titolo del Fatto.jpega loro tempo disposti, di essere credibili con i propri piani nell’Unione Europea dove si stanno decidendo stanziamenti per centinaia e centinaia di miliardi destinati all’Italia per il rilancio, la ripresa e quant’altro, è un po’ come partecipare con un monopattino ad una gara automobilistica.

            Che Iddio ce la mandi buona, sopra e sotto il ponte, al netto di tutte le ironie di vignettisti, titolisti e comici in servizio o in pausa.

 

 

 

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Il Blog (ufficiale) delle Stelle ignora l’incontro di Conte con Casaleggio

Dagli Stati Generali di Villa Pamphili, con tanto di parco, giardino segreto e tutto il resto, il povero presidente del Consiglio Giuseppe Conte -al quale viene spontaneo indirizzare un saluto o sentimento di comprensione, al di là di tutte le critiche che si è procurato in questi ultimi giorni- ha dovuto ripiegare sugli Stati Particolari, o particolarissimi, dell’appartamento a sua disposizione a Palazzo Chigi. Dove le tre ore trascorse con Davide Casaleggio sono state obiettivamente troppe per sentirsi esporre solo il documento delle dieci proposte formulate per il rilancio dell’Italia dall’associazione che porta il nome del padre dello stesso Davide e un po’, con Beppe Grillo, del Movimento 5 Stelle: Gianroberto Casaleggio.

D’altronde, lo stesso ospite di Conte all’uscita da Palazzo Chigi ha dovuto ammettere, o voluto rivelare, come preferite, di avere parlato col presidente del Consiglio di “un po’ di tutto”: dalla salute del governo giallorosso, o giallorosa, come alcuni preferiscono dipingerlo più  moderatamente, aCasaleggio.jpeg quella del principale partito -o movimento, come ama chiamarsi- che lo compone. E di cui Davide Casaleggio probabilmente sa più degli interlocutori ordinari e molteplici di cui Conte dispone nell’espletamento delle sue funzioni: dal capo “reggente” e vice ministro dell’Interno Vito Crimi all’ex capo e tuttora ministro degli Esteri Luigi Di Maio, dal nuovo capo della delegazione pentastellata nell’esecutivo Alfonso Bonafede al “fondatore”, “garante”, “elevato” e quant’altro Beppe Grillo in persona.

Grande deve essere la confusione sotto le 5 Stelle -direbbe la buonanima di Mao- se Conte, spintosi di recente ad auspicare, al pari del segretario del Pd Nicola Zingaretti e del capo della delegazione piddina al governo Dario Franceschini, intese elettorali fra i due partiti per il rinnovo autunnale di un bel po’ di Consigli Regionali e altre amministrazioni locali, ha dovuto quasi scusarsene con Casaleggio. Al quale egli ha spiegato di essersi spinto così troppo avanti, almeno rispetto alle opinioni o attese del suo interlocutore, solo per essere cortese con un giornalista che gli aveva chiesto di pronunciarsi appunto su questo problema. E che poi, con la complicità di tutti gli altri, si è scordato di riferire anche del prudente avvertimento del presidente del Consiglio di non volere forzare con le sue parole, aperture, auspici e quant’altro “l’autonomia delle singole forze politiche” interessate alla questione.

Eppure era circolata voce che Conte avesse parlato in quell’occasione contando, non so se a torto o a ragione, su una sintonia con Grillo. Di quest’ultimo, anzi, un cronista della Stampa solitamente bene informato delle vicende pentastellari, o pentastellate, si era avventurato ad anticipare come imminente, comunque entro queste mese, una indicazione precisa a favore di intese col Pd per le elezioni locali d’autunno.

Sarà curioso vedere se questa sortita di Grillo ci sarà davvero, anche dopo le tre ore di incontro fra Conte e Casaleggio, o è già stata vanificata dall’imprevisto evento a Palazzo Chigi, con tutto quello che ciò potrà significare o comportare. Si capisce a questo punto anche la prudenza, o l’impazienza, secondo i punti di vista, con cui già prima della visita di Casaleggio al presidente del Consiglio il capogruppo del Pd al Senato, Andrea Marcucci, in una intervista al Corriere della Sera aveva tagliato corto dicendo ai suoi colleghi di partito, prima ancora che ai grillini, che ormai si è fatto troppo tardi  per continuare a lavorare in quella direzione rimettendo in discussione i candidati piddini praticamente già in corsa per conservare le regioni che guidano, o cercare di strapparne qualcuna al centrodestra.

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Quelle tre lunghe, interminabili ore trascorse da Conte con Davide Casaleggio

            Anche se quasi introvabile sulle prime pagine dei giornali, salvo un richiamino-mino su quella dell’impertinente manifesto e un inciso, ma proprio un inciso, nel “sommario” di un titolo di Repubblica manifesto su Casaleggio.jpegsulla “scommessa dei cantieri”, quale sarebbe quella fatta dal governo nella solita conferenza stampa di Giuseppe Conte con una lista Repubblica su Casaleggiodi 130 opere pubbliche da sbloccare con le semplificazioni,  la notizia della giornata politica di ieri  è il lungo incontro, di ben tre ore, avuto dal presidente del Consiglio con Davide Casaleggio. Che, stando agli umori neppure tanto nascosti ormai di molti parlamentari grillini, starebbe al Movimento 5 Stelle come Dracula alla sua vittima di turno, con quei 300 euro al mese che essi sono costretti a versargli per la tenuta della famosa piattaforma Rousseau e dintorni.

            Tre ore di colloquio, al riparo dell’appartamento quasi privato del capo del governo a Palazzo Chigi, sono tante da passare per consentire all’ospite di illustrare ciò che chissà per quale ragione non gli è stato permesso di fare agli “Stati Generali” di Villa Pamphili: un documento di dieci proposte per il “rilancio” del Paese intestato all’associazione di Roberto Casaleggio, il padre defunto di Davide. E infatti non si è parlato solo di quello, ma “di tutto un po’”, come ha tenuto a precisare lo stesso ospite di Conte, compreso il tema assai controverso nel Movimento, cioè contestato, delle alleanze regionali col Pd per le elezioni del 20 settembre.

             A simili alleanze Casaleggio, diversamente da quel che viene attribuito a Grillo in persona, è talmente contrario che Conte ha dovuto quasi scusarsi con lui per averne parlato bene di recente -ha precisato- solo per rispondere alla domanda “specifica” di un giornalista, senza volere tuttavia entrare e tanto meno influire sull’autonomia delle singole forze politiche interessate, o disinteressate, alla questione.

            Certo, dalla notizia del lungo incontro, una volta diventata pubblica, pur senza l’eco che meritava, ha avuto da guadagnare più Casaleggio che Conte. Di  cui è maggiormente emersa laRpubblica suscomessa.jpeg debolezza del momento che sta attraversando, pur tra viaggi in Europa in vista del vertice Corriere sy buoni propositi.jpegdi circa metà mese. Oltre alla “scommessa dei cantieri” riduttivamente attribuitagli da Repubblica, c’è quel titolo del Corriere della Sera sulla “lunga lista di buoni propositi” che non è proprio il massimo che potesse aspettarsi il presidente del Consiglio dopo tutte le parole spese per illustrare le decisioni prese di notte dal governo “salvo intese”.

            Non mi sembra consolante per Conte neppure “l’abbuffata dei cantieri veloci” gridata sullaTitolo del Fatto.jpeg prima pagina del Conte sul Fatto.jpegsolitamente solidale Fatto Quotidiano con una foto del presidente del Consiglio in casco che sembrava un po’ la prosecuzione della vignetta del giorno prima di Vauro Senesi sullo stesso premier lanciatosi o buttato giù da un aereo senza il paracadute. AllaMannelli su Conte.jpeg quale vignetta peraltro è seguita oggi quella di Riccardo Mannelli in cui si fa dire a uno “un po’ confuso” che “nun ce siamo propio” e che “sto governo fa schifo ar coso”. Ogni scherzo vale, si sa, ma di Carnevale. Qui, come mi è già capitato di osservare graffiando, siamo un pò troppo fuori stagione.

 

 

 

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Conte buttato giù dall’areo senza paracadute dagli amici del Fatto Quotidiano

            Onore all’autoironia, questa volta del Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, che fra tutti i giornali italiani può ben essere considerato il più comprensivo, il più indulgente, diciamo pure il più convinto sostenitore non dico del governo, dove ancora c’è forse l’anomalia della partecipazione di partiti diversi dal Movimento 5 Stelle, ma quanto meno del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che tuttavia il vignettista Vauro Senesi ha ritratto sulla prima pagina nella più scomoda, direi drammatica situazione: quella di un uomo che si è lanciato dall’aereo senza il paracadute.

            L’omonimo decreto legge sul rilancio si è appena incagliato alla Camera, nell’esame di cosiddetta conversione, per la improvvisa comparsa di un buco di copertura. L’altro decreto legge appeso da giorni all’occhiello della giacca del presidente del Consiglio, pendolante sulla pochette, e preannunciato addirittura come “la madre di tutte le riforme” per le semplificazioni che dovrebbe apportare sulla strada della ripresa, è uscito da sei lunghissime ore di seduta notturna del Consiglio dei Ministri con la formula non nuova, in verità, ma pur sempre precaria del “salvo intese”. Che il capogruppo del Pd alla Camera Graziano Delrio, da qualche tempo insofferente per i rinvii e le indecisioni, ha equiparato al “primo tempo di una lunga trattativa”, destinata a durare chissà quanto, dietro e magari anche sotto le quinte, prima che un provvedimento arrivi quanto meno alla firma del presidente della Repubblica. Il quale pazientemente aspetterà nel suo ufficio, nonostante il disagio già procuratogli dalla sensazione che la maggioranza sia in realtà tenuta insieme solo dall’attesa della scadenza per niente vicina del suo mandato al Quirinale.

            Se il capogruppo del Pd alla Camera ha impietosamente ridotto il decreto legge sulla semplificazione esaminato dal governo al primo tempo di una lunga trattativa, il capogruppo dello stesso Pd al Senato, Andrea Marcucci, in una intervista al Corriere della Sera ha buttato Marcucci.jpegsecchiate d’acqua, o di benzina, secondo i punti di vista, sul problema sollevato dal segretario del suo stesso partito Nicola Zingaretti, dal capo della delegazione piddina al governo Dario Franceschini e condiviso dal presidente del Consiglio di tradurre in periferia l’alleanza con i grillini per limitare i danni, o accrescerli, anche qui secondo i punti di vista, delle elezioni regionali del 20 settembre. “Per riuscire a mediare non si cambiano i nomi” ha detto Marcucci pensando ai candidati del suo partito contestati o comunque indigesti ai grillini e ribadendo la convinzione che “i patti locali” si debbano fare “su idee comuni”. E se queste idee non ci sono, pazienza. Non si fanno le intese e ci si rimette al responso degli elettori.

            Scusatemi l’accostamento un po’ troppo irriverente, ma diversamente da Ennio Morricone, il genio italiano della musica che è mortoMoricone.jpeg a 91 anni nel timore di disturbarci con la notizia della sua dipartita, e disponendo perciò funerali rigorosamente privati, il secondo governo di Giuseppe Conte si avvicina al suo primo compleanno in un rumore persino assordante di contrasti, rinvii e quant’altro che potrebbero collassarlo già in autunno, senza risparmiarci disturbi.

 

 

 

 

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