Conte sommerso in Parlamento da tanti applausi ma anche da tanti problemi

            La partecipazione alla standing ovation finale al Senato -dove pure la maggioranza giallorossa ormai è più virtuale e posticcia che reale-  e ai sette applausi precedenti contati diligentemente per Repubblica da Concetto Vecchio non ha impedito al Pd di insistere dietro e davanti alle quinte sulla necessità che ai futuri 209 miliardi di euro destinati all’Italia per l’emergenza virale, tra prestiti e soccorso a fondo perduto, si aggiungano i 37 già disponibili del meccanismo di stabilità europeo -Mes- per il potenziamento del sistema sanitario. Che sono però Il Fatto sul Pd.jpeg invisi al movimento grillino. “Il Pd-Mes guasta la festa a Conte”, ha titolato con fastidio il giornale più contiano d’Italia, che è Il Fatto Quotidiano, già di cattivo umore per l’intervento a gamba tesa, nell’aula di Palazzo Madama, della presidente notoriamente berlusconiana Maria Elisabetta Alberti Casellati contro i parlamentari che, oltre ad applaudire, fotografavano i colleghi partecipi alla festa e il presidente del Consiglio che ringraziava con la mano sul petto. Egli aveva peraltro già ricevuto una telefonata di apprezzamento da Silvio Berlusconi in persona per il negoziato condotto al vertice europeo di Bruxelles.

            Ma è stata vera festa tra Senato e Camera, cui Conte ha riferito di ritorno dal Consiglio Europeo? Se l’è chiesto Mario Ajello sul Messaggero sentendo alcuni parlamentari del Pd lamentarsi confidenzialmente del tono o delle pose ormai “napoleoniche” del presidente del Consiglio. Conte-Giulio Cesare.jpegSe l’è chiesto sul Riformista l’ex redattrice dell’Unità Claudia Fusani scrivendo di Conte come di un Giulio Cesare in attesa di scoprire chi sarà il suo Bruto, cioè chi lo farà fuori da Palazzo Chigi risparmiandogli però la vita, visto che i tempi da allora sono per fortuna cambiati.

            Qualcosa di meno soddisfatto e soddisfacente continua certamente a muoversi sotto il banco di Conte, e non solo figurativamente, vista quella foto un po’ galeotta  che ha ripreso alla Camera iConte alla Camera.jpegl presidente del Consiglio mentre cercava e raccoglieva chissà che cosa tra i piedi. D’altronde, non è solo il Mes ad agitare ancora la maggioranza giallorossa e le regioni -tutte, a cominciare da quelle dove si voterà in settembre- che sono le più interessate a quei 37 miliardi di euro subito disponibili per la sanità di loro competenza. Lo stesso Fatto sulla task force.jpegFatto Quotidiano così attento al presente e al futuro di Conte ha riferito in prima pagina che il presidente del Consiglio prepara “tra le liti” la task force con cui preparare i piani dettagliati da presentare a Bruxelles per prenotare entro ottobre i 209 miliardi destinati all’Italia.

            Le liti su questo problema non sono solo fra la maggioranza e le opposizioni che reclamano di partecipare alla stesura dei piani, specie quella berlusconiana pubblicamente e ripetutamente elogiata da Conte per il suo senso di “responsabilità”, ma anche o soprattutto fra Il caffè di Conte.jpegle componenti della maggioranza, compresa quella grillina, che hanno applaudito in Parlamento il presidente del Consiglio ma non vogliono lasciargli carta bianca, o rimanere appese alla sua tazzina di caffè. Le opposizioni poi hanno in questo momento anche il vantaggio, chiamiamolo così, di essere necessarie -per i debolissimi numeri della maggioranza al Senato- nel passaggio già annunciato dal governo di un ulteriore sforamento del bilancio pari a 25 miliardi di euro, necessari nell’immediato, in attesa che arrivino concretamente i soccorsi europei.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it http://www.policymakermag.it

 

 

Luigi Di Maio prova a guastare la festa a Conte, e un pò ci riesce…

Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, del Pd, aveva appena tradotto in politica interna i risultati del lungo e tormentato Consiglio Europeo vantando il “rafforzamento” del governo in carica e già il ministro grillino degli Esteri Luigi Di Maio decideva di partecipare alla festa gustandola con un’intervista a Repubblica.

Più che l’abilità negoziatrice del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il suo ex vice dalla Farnesina ha voluto rivendicare il merito di avere lavorato “dietro le quinte” sin dall’anno scorso, quando da capo ancora del Movimento 5 Stelle decise di far partecipare i suoi Di Maio a Repubblica.jpegeuroparlamentari all’elezione di Ursula von der Leyen alla presidenza della nuova Commissione di Bruxelles. Al vertice appena concluso, con la conferma dei 750 miliardi di euro del cosiddetto “Recovery fund”, sia pure riducendo i soccorsi a fondo perduto e aumentando quelli a prestito, non si sarebbe fatto altro- secondo Di Maio- che raccogliere i frutti di quel lungimirante appoggio alla candidata tedesca alla presidenza della Commissione Europea.

Peccato che di quella lungimirante decisione non siano poi stati tanto grati a Di Maio i suoi amici o compagni di movimento, costringendolo di fatto dopo qualche mese a rinunciare a guidarli, e poi rimuovendolo anche dall’incarico di capo della delegazione pentastellata al governo. Che è passato al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede su designazione, proposta e quant’altro del “reggente” del quasi partito Vito Crimi.

Forte dei soldi in arrivo dall’Europa, Di Maio ha detto all’intervistatrice di Repubblica, Annalisa Cuzzocrea, che ora bisogna ridurre le tasse perché “se non diminuiamo il carico fiscale, i consumi non ripartono”. E se i consumi non ripatiranno -è la prosecuzione sottintesa del ragionamento- saranno inutili, o quasi, tutti i piani di investimento e di riforme che Conte si appresta a preparare ricorrendo alla solita task force, cui chissà se accetterà la partecipazione di qualcuno o qualcuna delle opposizioni, come  si sono affrettati a chiedere i forzisti di Silvio Berlusconi. Dei quali lo stesso presidente del Consiglio ha più volte apprezzato “la responsabilità”, mancata invece ai leghisti di Matteo Salvini e ai fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.

L’intervistatrice ha opportunamente ricordato al ministro degli Esteri che “con i prestiti europei non possiamo ridurre le tasse” senza riarmare la vigilanza, l’ostilità e quant’altro degli Di Maio e tasseolandesi di Mark Rutte e degli altri “frugali” che a Bruxelles alla fine hanno ripiegato in cambio di una riduzione dei loro contributi all’Unione. Ma Di Maio ha eluso l’interruzione rispondendo che “quando parlo di riforma fiscale mi riferisco a qualcosa che serve al Paese, al di là della trattativa europea”, come se non servissero all’Italia i soccorsi appena negoziati con le loro condizioni e procedure.

Per niente elusiva è stata invece la risposta di Di Maio alla domanda sui prestiti europei immediatamente disponibili, a tassi d’interesse particolarmente vantaggiosi, per il potenziamento del sistema sanitario messo a dura prova dall’epidemia virale: prestiti che il segretario del Pd Nicola Zingaretti ha appena riproposto di usare e che attendono con interesse, per le loro competenze, tutte le regioni, non solo quelle dove si voterà il 20 settembre.

“Conte -ha risposto Di Maio- ha detto e confermato in queste ore che l’Italia non ne avrà bisogno. Non abbiamo motivo di dubitare delle sue parole”. In effetti, così ha detto già a Bruxelles, a conclusione Di Maio su Mes.jpegdel Consiglio Europeo, il capo del governo italiano definendo “morbosa” l’attenzione che viene ancora riservata a questo tipo di finanziamento -noto ormai con la sigla del meccanismo europeo di stabilità, Mes- dai piddini e dai renziani all’interno della maggioranza, e dai forzisti e dai radicali europeisti della senatrice Emma Bonino all’esterno.

Il no di Di Maio al Mes è funzionale, diciamo così, alla compattezza e alla propaganda dei parlamentari pentastellati, rimasti in questo campo fermi rispetto alla “evoluzione” vantata dal ministro degli Esteri su altri versanti, a cominciare dalla già ricordata partecipazione alla maggioranza europarlamentare per l’elezione di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione di Bruxelles. Ma è tutta da verificare nelle aule parlamentari, dove sarà difficile a Conte sottrarsi ad un passaggio con tanto di votazione, se quel no sarà funzionale anche alla tenuta e alla sopravvivenza della maggioranza e del governo.

A guastare in qualche modo la festa al presidente del Consiglio dopo la maratona europea a Bruxelles sono state anche le risposte di Di Maio alle domande di Annalisa Cuzzocrea sui temi divisivi delle alleanze locali dei grillini, in vista delle elezioni regionali e comunali del 20 settembre, e sulla scelta del nuovo capo che il Movimento 5 Stelle dovrà compiere quando avrà finito di rinviare i suoi cosiddetti Stati Generali.

“Non si può mettere il carro davanti ai buoi”, ha detto Di Maio delle alleanze locali col Pd, pur volute daDi Maio su alleane locali.jpeg Beppe Grillo in persona un po’ per evitare i soliti bagni elettorali solitari  dei suoi adepti e un po’ nella speranza di aiutare il Pd a conservare le regioni contese dal centrodestra, o addirittura a strappargliene qualcuna, come la Liguria.

Sulla possibilità, infine, che confusioni, lotte interne e quant’altro nel Movimento 5 Stelle siano superabili con una leadership riconosciuta direttamenteDi Maio su Conte iscritto.jpeg a Conte la risposta di Di Maio è stata uguale alla sfida recente del suo amico, concorrente e avversario,, secondo le circostanze, Alessandro Di Battista. Se davvero ha una simile ambizione o disponibilità, Conte cominci a scendere dall’albero  del pero su cui è salito e si  iscriva al movimento grillino, visto che già gli deve l’arrivo a Palazzo Chigi nel 2018 e la conferma l’anno dopo, a maggioranza pur letteralmente rovesciata.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Quel pugno chiuso di Conte a Bruxelles rivolto più a Roma che ad Amsterdam

            Quel pugno chiuso di Giuseppe Conte in mascherina finalmente chiara, dopo tutte quelle scure usate nella maratona del Consiglio Europeo a Bruxelles, rimanda un po’ al fotomontaggio dei guantoni  applicatigli dai maggiori o più combattivi estimatori in Italia rappresentandolo alle prese col premier olandese Mark Rutte. Che è riuscito solo ad assicurare ai cosiddetti paesi frugali qualche sconto nei contributi all’Unione e a imporre a quelli che lui ritiene troppo spendaccioni, italiani in testa naturalmente, meno sussidi, a fondo perduto, e più prestiti. Ma sono rimasti intatti i 750 miliardi destinati alla ripresa dei paesi del vecchio continente danneggiati dall’epidemia virale.

             Il pugno ormai sguantato del presidente del Consiglio è tuttavia rivolto, più che all’ormai battuto Rutte con l’aiuto decisivo della cancelliera tedesca Angela Merkel, a quanti in Italia Conte e Merkel.jpegfuori dalla sua maggioranza giallorossa, ma anche dentro, avevano scommesso contro di lui. O comunque avevano sperato di vederlo tornare a Roma indebolito abbastanza per liberarsene già nell’autunno che si prevede non caldo ma caldissimo per una crisi tanto economica quanto sociale. Sullo sfondo della quale sono stati evocati già nei mesi scorsi “i forconi” dal pur lieve Pier Ferdinando Casini: l’ex presidente di centrodestra della Camera staccatosi poi da Silvio Berlusconi ed eletto due anni fa nella sua Bologna al Senato nelle liste del Pd dell’ancora segretario Matteo Renzi. Col quale, pur non avendolo seguito nella nuova formazione chiamata Italia Viva, Casini partecipa il più delle volte  alla maggioranza votando la fiducia al governo giallorosso.

            Un ulteriore indebolimento di Conte è certamente mancato, visto che il modo in cui ha partecipato al vertice europeo gli ha peraltro procurato ad un certo punto non dico l’ammirazione, ma quanto meno segni di apprezzamento della formazione di destra guidata da Giorgia Meloni, in sintonia questa volta, all’interno del suo schieramento, più con i forzisti di Berlusconi che con i leghisti di Matteo Salvini, tetragroni nella convinzione che a Bruxelles siano scattate più trappole che soccorsi all’Italia.

            E’ tutto da verificare tuttavia il “rafforzamento” del governo vantato, prima ancora che da Conte, dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Il cui partito -il Pd- non ha per niente rinunciato, per esempio, spalleggiato sui banchi dell’opposizione dai forzisti, a quell’uso delPillinini fondo europeo noto come Mes e destinato solo al potenziamento del sistema sanitario, più Rolli.jpegimmediato dei fondi per la ripresa ma avversato dai grillini. Che si fanno forti proprio dei risultati del vertice di Bruxelles favorevoli all’Italia per tenere fermo il loro no al Mes e contare su quello di Conte, affrettatosi proprio a Bruxelles a definire “morbosa” l’attenzione riservata a questo tema dagli altri alleati.

            Alla perdurante incognita del Mes si aggiungono, sulla strada di Conte, le elezioni regionali e comunali d’autunno, che mettono a rischio la tenuta del Pd non si se più senza o con l’appoggio dei grillini, divisissimi naturalmente  anche su questo, l’elaborazione dei piani d’investimento e di riforme necessari per accedere ai soccorsi europei, l’elaborazione del difficilissimo bilancio preventivo dell’anno prossimo, i nodi della giustizia più o meno intrecciati con la vicenda di Luca Palamara e la nuova legge elettorale. Che il Pd vuole con una fretta significativa della debolezza del quadro politico e del rischio permanente di un ricorso anticipato alle urne.

 

 

 

Ripreso da http://www..startmag.it http://www.policymakermag.it

 

Conte immaginato dai suoi sostenitori come vincitore alla roulette europea

            Per una volta Giuseppe Conte è stato, o è apparso, sobrio nel commento di un buon passaggio, obiettivamente, per il suo governo e la convulsa maggioranza giallorossa che lo sostiene. Egli ha definito “il migliore risultato possibile” quello che stava maturando nella maratona del Consiglio Europeo a Bruxelles.

            Il presidente del Consiglio è stato -o è apparso, ripeto, con riserva rispetto a quello che potrà L'assegno di Conte.jpegdire in seguito- più sobrio dei suoi maggiori sostenitori in Italia. Che sulla prima pagina del Fatto Quotidiano, per esempio, il giornale che lo adora di giorno e di notte, è stato rappresentato con un assegnone sotto braccio di ben 209 miliardi di euro: 36 “in più” del previsto o del calcolato, non si è ben capito, prima del vertice.

            Di questi 209 miliardi, comunque non immediatamente disponibili, 82 saranno di sussidi a fondo perduto e 127 di prestiti rimborsabili in Il Fattodieci anni ad un tasso conveniente. La loro erogazione avverrà con procedure e controlli manifesto.jpegmeno rischiosi o minacciosi di quanto avrebbero voluto i cosiddetti “frugali” guidati dal premier olandese Mark Rutte, cui ha alluso il manifesto nel titolo sull’”affondo perduto”.

            Più di Conte, tuttavia, e anche del suo dito puntato contro Rutte quando gli ha detto che stava comportandosi come un cattivo giocatore, interessato più alle vicine elezioni politiche olandesi che al destino di un’Europa solidale ed efficiente, ha contribuito al risultato finale – con i 750 miliardi del “Recovery fund” divisi fra 390 a fondo perduto e 360 di prestiti, per la ripresa dopo la crisi prodotta dall’emergenza virale- la tenuta politica della cancelliera tedesca Angela Merkel e del presidente francese Emmanuel Macron. Sul cui cedimento avevano invece scommesso i “frugali”.

            Conte ha già anticipato da Bruxelles che intende investire il risultato indubbiamente buono del Consiglio Europeo sottraendosi in Italia all’assedio del Pd, di Renzi e delle regioni -anche di quelle amministrate da un centrodestra dove prevalgono i cosiddetti sovranisti della Lega di Matteo Salvini e dei fratelli d’Italia di Giorgia Meloni- per l’uso anche dei circa 37 miliardi, peraltro disponibili immediatamente, messi a disposizione  dal cosiddetto fondo salva-Stati, noto ormai con la sigla del Mes, e destinabili solo al potenziamento del sistema sanitario.

            Il rifiuto di questo finanziamento, per quanto rimborsabile ad un tasso vantaggiosissimo, è sostenuto dai grillini. Che ne hanno fatto una questione di principio, o di bandiera, e che il presidente del Consiglio teme notoriamente di sfidare, anche a costo di spaccarli o di perderli, in un passaggio parlamentare reclamato invece dal secondo partito della maggioranza e dai renziani. Che contano anche sulle aperture, anzi sulla disponibilità al sì ripetutamente annunciata dai forzisti di Silvio Berlusconi.

            Di questa partita, diciamo così, supplementare – ma non troppo- non resta che attendere gli sviluppi, insieme ad altri conflitti che stanno maturando trasversalmente, nella maggioranza e nell’opposizione, come quello sulla nuova legge elettorale prevedibilmente proporzionale. Che allontana Renzi dalle altre componenti della maggioranza e lo avvicina a berlusconiani e altre componenti di un potenziale schieramento di centro, tentato dalla prospettiva non solo di salvarsi, ma anche di fare da ago della bilancia nei prossimi scenari politici.  

 

 

 

Ripreso da http://www.startmagi.it

 

 

 

 

Occhetto lamenta i guasti politici di “Mani pulite” dopo averle cavalcate

A distanza di 31 anni dalla caduta del muro di Berlino emblematico del comunismo, e a 28 dal crollo giudiziario della cosiddetta prima Repubblica con l’esplosione di Tangentopoli e le Occhetto e Veltroniindagini note come “Mani pulite”, potrebbe apparire ozioso o quanto meno inattuale fare le pulci, diciamo così, a qualcuno dei protagonisti di allora della politica italiana che riscrive quella storia a modo suo, dimenticando o omettendo passaggi per lui troppo scomodi. E’ appena accaduto all’ultimo segretario del Pci, l’ormai ottantaquattrenne Achille Occhetto, nella lunga e, a dir poco benevola, intervista fattagli per il Corriere della Sera dall’ex compagno di partito e poi primo segretario del Pd Walter Veltroni.

Maggiori problemi, obiettivamente, premono sulla collettività nazionale ed assorbono l’attenzione, le ansie, le paure, più ancora delle speranze del nostro Paese. Che però deve i suoi guai – a cominciare dalla intricatissima e paralizzante situazione politica, fatta di equilibri anomali non estranei alle difficoltà, a dir poco, della partecipazione all’Unione Europea, come ha appena dimostrato il vertice comunitario a Bruxelles-  ai guai della sinistra. Da cui derivò nel 1994 la nascita, per reazione, di un centrodestra non meno anomalo del campo opposto.

A sentire Occhetto, o a risentirlo, i guai della sinistra italiana derivano dal solito Bettino Craxi. Che, caduto il muro di Berlino, prima cercò di annettersi l’orfano Pci con una “unità socialista” affissa sui muri o stampata sulle bandiere del Psi, alle finestre della sede di via del Corso, con la smania del conquistatore. E poi, per amore di potere e paura di rompere con la Dc, coprendosi Craxi e Occhetto.jpegdietro gli umori e le avidità dei suoi compagni di partito, avrebbe lasciato cadere l’offerta fattagli proprio da Occhetto di rifondare la sinistra, o unirla, in un bagno di opposizione che sarebbe stato di breve durata.  Prima o dopo essa avrebbe espresso, secondo Occhetto, tale e tanta “energia” da eliminare il vantaggio numerico di cui lo scudo crociato avrebbe potuto ancora disporre recuperando i vecchi alleati di centro, dopo le elezioni del 1992,  e spostandosi a destra.

“Forse hai ragione”, ha raccontato Occhetto riferendo della risposta ricevuta da Craxi in un incontro apertosi in modo già assai poco promettente, parlando “dell’odio che ormai c’era tra i popoli socialista e comunista”. Ma a quel riconoscimento della ragione del suo interlocutore Craxi avrebbe aggiunto, riferendosi al proprio partito: “Questi che mi stanno intorno, se vado anche solo un giorno all’opposizione, mi fanno fuori”: forse persino Claudio Martelli, col quale lo stesso Occhetto ha raccontato, o confermato, di avere instaurato allora un rapporto diretto, persino comiziando insieme in una piazza al Nord. Ma Martelli si era spinto -anche se l’ex segretario del Pci non lo ha ricordato- a offrirsi in qualche modo al presidente della Repubblica in carica in quel momento, il democristiano Oscar Luigi Scalfaro, per la guida, o la partecipazione ad un governo con la Dc guidato da Enzo Scotti, in grado di guadagnarsi la benevola astensione o attenzione del Pds-ex Pci.

Credo sinceramente a quel “forse hai ragione” di Craxi raccontato da Occhetto perché posso testimoniare personalmente l’apertura, del resto fatta persino in pubblico, del leader socialista nella direzione voluta dal suo dirimpettaio di sinistra. “Insieme al governo o all’opposizione”, disse in una dichiarazione Craxi parlando del Pci dopo le elezioni del 1992 vinte, ma su misura, dal vecchio centrosinistra allargato nel cosiddetto “pentapartito” ai liberali. Proprio a me – che gli feci notare in una telefonata, dopo avere raccolto le preoccupazioni del nostro comune amico e segretario della Dc Arnaldo Forlani, il curioso “ritorno” di quella sua enunciazione alla linea del predecessore alla guida del Psi Francesco De Martino appiattita sui comunisti- Craxi rispose o spiegò, come preferite: “E’ un passaggio tecnico che debbo concedere a Occhetto per la modestia del risultato elettorale, ma sarà inutile. A liquidare il problema saranno gli stessi comunisti o post-comunisti, come preferiscono essere chiamati”. Non aveva torto.

In effetti, dopo qualche giorno, quando si era appena aperta una riunione della direzione socialista in cui si doveva mettere a punto la linea del Psi per l’avvio della nuova legislatura, arrivò dalla direzione del Pci, riunita anch’essa, una pregiudiziale “di carattere morale” Martelli e Craxi.jpegsollevata contro Craxi e il suo partito da Occhetto. Era una pregiudiziale ostativa sia di una maggioranza sia di un’opposizione comune. Di fronte a quella specie di schiaffo Martelli sbiancò. Craxi invece sorrise per la conferma che aveva appena ricevuto delle sue convinzioni sul conto dei fratelli o compagni-coltelli della sinistra.

Lo stesso Occhetto, d’altronde, nell’intervista a Veltroni, guardatosi bene dal contrastarne in qualche modo il racconto, ha riconosciuto che la caduta del comunismo avrebbe potuto provocare ben altri sviluppi nella sinistra italiana se non ci fosse stata la “sovrapposizione” -l’ha chiamata  così, precisando di non voler con ciò fare polemica con i magistrati- di “Mani pulite”. Che fece “sfuggire il controllo del processo alla politica”, intendendosi ovviamente per processo l’evoluzione dei rapporti nella sinistra.

Ma a cavalcare le inchieste giudiziarie sul diffusissimo fenomeno del finanziamento illegale dei partiti,  pur di  demolire i socialisti e spingere Craxi all’esilio -o latitanza, come preferiscono ancora chiamarla i suoi avversari anche dopo la morte- fu dalle sue parti proprio Occhetto. Che a questo punto, francamente, non può lamentarsene, e neppure dare l’impressione di farlo, senza offendere insieme la verità e l’intelligenza comune.

Ora l’ultimo segretario del Pci si goda pure i risultati dei suoi errori: dalla sconfitta elettorale, politica e personale, del 1994 ad opera di Berlusconi alla convivenza spesso subalterna di quel che è rimasto della sinistra con i grillini. Che Massimo D’Alema considera, come i leghisti degli anni di Bossi, una costola della sinistra malmessa, come si vede, da parecchio tempo.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

La notte da brividi di Bruxelles assistendo al “pugilato” fra Conte e Rutte

              A leggerne il consueto editoriale sul Messaggero, fra i pochi a non avere seguito come una “notte da incubo”, quale è stata avvertita da altri, quella trascorsa a Bruxelles per il pugilato vantato dal Fatto Quotidiano fra l’italiano Conte e l’olandese Rutte su quantità e modalità dei finanziamenti alla ripartenza dell’Europa dopo la crisi da epidemia virale, deve essere stato Romano Prodi. La cui esperienza Prodi sul Messaggero.jpegdi presidente del Consiglio, prima e dopo la presidenza della Commissione Europea, gli ha permesso di testimoniare il carattere ormai abituale, direi cronico, dei cattivi rapporti fra Roma e Amsterdam, e dintorni.

            “Molti decenni fa -ha raccontato, in particolare, Prodi- quando in caso di decisioni urgenti da prendere a Bruxelles non potevano arrivare in tempo le istruzioni del governo italiano, vigeva la cosiddetta legge di Fracassi, cioè di votare contro i Paesi Bassi”. Che erano abituati già allora a stare in Europa guardando più ai loro interessi, e persino “privilegi”, che a quelli comunitari. Sarebbe quindi di ordinaria amministrazione il tentativo compiuto da Rutte di togliere all’Italia -a quanto pare- una ventina di miliardi di euro di finanziamenti a fondo perduto reclamando anche modalità pesanti di controllo sul loro utilizzo.

            C’è da credere a Prodi, peraltro appena uscito decorosamente, direi, da un sondaggio condotto da Demos per il quotidiano Repubblica sui migliori presidenti del Consiglio succedutisi in Italia dal 1994. Lui si è classificato al terzo Romano Prodi.jpegposto con 10 punti dopo Conte con 30 e Berlusconi con 25. Forte, anzi fortissima, deve essere stata la delusione di Matteo Renzi di vedersi al penultimo posto con 3 punti, al pari del “rottamato” Massimo D’Alema e dell’inviso Giuliano Amato, da lui rifiutato nel 2015 come candidato al Quirinale, e sotto Paolo Gentiloni con 6 punti e Mario Monti con 4. Sotto Renzi si è classificato solo Lamberto Dini con 2 punti.

            Eppure, nonostante l’esperienza di Prodi e la comprensione da lui mostrata per Conte, cui tuttavia ha di recente consigliato in pubblico non dico di mettersi da parte ma almeno di cambiare maggioranza cercando di estenderla a Berlusconi per il suo tasso di europeismo decisamente più alto delle altre componenti del centrodestra, c’è qualcosa che temo manchi nell’analisi del professore emiliano ed ex presidente del Consiglio, della Commissione Europea e dell’Iri. Che qualcuno peraltro vorrebbe oggi riesumare tornando alle nazionalizzazioni.

            Manca il riconoscimento del contributo dato da Giuseppe Conte e dalla sua troppo contraddittoria maggioranza giallorossa alla diffidenza verso l’Italia cavalcata da Mark Rutte, con Titolo del Fattoo senza i “rotti” attribuitigli da Marco Travaglio sul suo Fatto Quotidiano. Che è appena tornato a gridare “Basta” in prima pagina al premier olandese ed annunciare “poche ore per vivere e morire” alla e nell’Unione Europea vicina al “suicidio”.

            Rutte sembra francamente un lettore assiduo, in traduzione olandese curatagli quotidianamente da qualche collaboratore, del quotidiano italiano Libero. Che ha appena titolato su tutta la prima pagina, con un tantino Titolo Libero.jpegforse di esagerazione, ma solo un tantino, che “l’Italia ha molto soldi ma li dà ai fannulloni” per il combinato disposto della demagogia e/o sprovvedutezza dei grillini e delle debolezze del Pd, omogenee peraltro ad almeno una parte delle sue componenti più o meno storiche.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it http://www.policymakermag.it

 

 

Quei guantoni di Conte fanno più ridere che tremare, molto francamente…

            “Più complicato del previsto”, ha detto Giuseppe Conte del Consiglio Europeo che i maggiori estimatori del presidente del Consiglio in Italia -naturalmente al Fatto Quotidiano- hanno tradotto con un fotomontaggio sulla prima pagina in una partita di pugilato fra lo stesso Conte e l’omologo Titolo Fatto.jpegolandese che ha l’inconveniente, fra l’altro, di chiamarsi Rutte. E’ un nome che Marco Travaglio, con la mania che ha di polemizzare storpiando i documenti dei malcapitati che gli capitano a tiro, ha tradotto in Rotto, inteso come singolare di rotti: quelli che si sentono nelle taverne forse molto note al direttore di quel giornale.

            Oltre ai “rotti”, il premier olandese si porta sul groppone l’inconveniente di governare un paese di “soli” 17 milioni di abitanti e di pretendere, grazie alle “demenziali regole europee”, di “ricattare e paralizzare col voto” negli Travaglioorganismi comunitari “tutta l’Unione Europea che ne ingloba 446 milioni”.

            Neppure al “truce” Matteo Salvini sarebbe riuscito di esprimere con più efficacia e sintesi sentimenti così poco europeisti e unitari, usando i quali altri potrebbero dire lo stesso, o quasi, di noi italiani. Che siamo, per carità, più di 17 milioni -molti di più- ma sempre una parte, diciamo così, modesta della popolazione dell’Unione,  per quanto il nostro presidente del Consiglio vesta generalmente elegante, con pochette chiara e mascherina scura, in questi tempi di coronavirus, forse utili, secondo i suoi estimatori, a mettere in soggezione gli interlocutori di turno.

            Con sostenitori di tal fatta, femminile di Fatto, con quel “garante” come il comico Beppe Grillo che si trova pure sopra la testa, essendo stato designato a Palazzo Chigi da quello strano, anomalo movimento delle 5 Stelle in caduta libera elettorale dalle vette di due anni fa, senza passare personalmente neppure per un referendum fra intimi,  Conte dovrebbe cominciare a mettere via un po’ del suo ottimismo, o della sua prosopopea, con aggettivi e avverbi annessi e connessi, e rendersi conto delle sue debolezze, a dir poco.

            Quei guantoni che gli ha infilato l’adoratore Travaglio, vedendone e sentendone le imprese di Bruxelles e dintorni, stanno a Conte come alla rana che si gonfia fino a  scoppiare nella Rolli.jpegcelebre favola di Fedro: una rana che non potrà neppure aspettarsi il caffè che il vignettista Stefano Rolli sulla prima pagina del Secolo XIX  gli ha generosamente destinato alla fine del “frugale” Consiglio Europeo al quale il presidente italiano si è recato pensando di avere “affinato” e persino “affilato” -ha detto alle Camere-  chissà quali e quante armi per stendere al tappeto Rutte, rotti e simili.

            In genere, commentatori anche autorevoli indicano nell’ingente e ancora crescente debito pubblico la palla al piede dell’Italia nei rapporti con gli altri paesi dell’Unione Europea e, ancor più in generale, nei mercati finanziari. Dove a proteggere i nostri titoli di Stato sono solo gli interventi della Banca Centrale Europea grazie al coraggio avuto a Francoforte dall’allora presidente Mario Draghi ed ereditato dalla francese Christine Lagarde dopo Titolo Verità.jpegqualche esitazione. Ma forse, senza Titolo Lberovolere scendere al “Conte  nel sacco” gridato sulla Verità, o “detestato” in Europa, come su Libero, è venuto il momento di dire con onestà e semplicità che oltre alle dimensioni del debito pubblico, nuocciono all’immagine e all’interesse dell’Italia le maggioranze di governo molto strane e cervellotiche, sempre meno credibili proprio per le loro anomalie, che si si succedono da noi per capricci, peraltro, più di palazzi che di elettori.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it http://www.policymakermag.it

 

Giuseppe Conte in mascherina nera e col fiato sospeso al Consiglio Europeo

            Che cosa si fa davanti all’ansia da prestazione politica che s’intravvede nelle foto del presidente Giuseppe Conte provenienti da Bruxelles, al tavolo e dintorni del Consiglio Europeo, dove si gioca la partita dei 750 miliardi di euro per il fondo della ricostruzione, o di sostegno alla Repubblica.jpegprossima generazione? A Repubblica l’Italia è stata vista e indicata “all’angolo” per le resistenze dell’Olanda e degli altri Paesi “frugali” alle attese o aspirazioni del governo Il Foglioitaliano per un uso il meno condizionato possibile, nelle procedure e nei controlli, dei soldi che potrebbero venirci sia a fondo perduto sia come prestiti. Al Fatto di Giuliano Ferrara e di Claudio Cerasa, o dell’elefantino e della ciliegia con cui fondatore e direttore si fanno riconoscere dai lettori, già festeggiano -con un titolo rosso come la maggioranza attuale di Conte- “i tre anni di ottimismo che si aspettano, grazie alla nuova Europa”, fra “soldi a pioggia” e altro, per arrivare all’epilogo naturale della legislatura in corso, che dovrebbe concludersi appunto nel 2023.

            Forse al Foglio, nato nel 1996 per la generosità editoriale di Silvio Berlusconi, che è rimasto “l’amor nostro”, come lo definiscono ogni tanto, scherzando ma non troppo, anche dopo che ha smesso di finanziarlo direttamente o indirettamente, sono patriottici più che ottimisti. Giusto o sbagliato, questo è il nostro Paese e speriamo bene, debbono pensare e dire da quelle parti, anche a costo di farsi piacere, piuttosto che il “truce” Matteo Salvini, i grillini nelle loro varie fasi di evoluzione o involuzione: tutte comunque nel segno elettorale fortunatamente negativo, dopo il volo di due anni fa con quell’irripetibile 32 per cento di voti, e ancor più di seggi parlamentari.

            Credo, tuttavia, che anche al Foglio stentino sotto sotto a liquidare come balle, sull’altare della loro nuova vocazione governista, o della loro contrarietà pregiudiziale alla Lega di versione salviniana, così diversa da quella bossiana di un tempo, le preoccupazioni dei “frugali” riassunte al “vortice europeo” -come lo ha manifesto.jpegchiamato il manifesto- dal giovane e aitante cancelliere austriaco Sebastian Kunz. Che, più elegantemente rispetto agli olandesi, ha avvertito il rischio che in Italia si vogliano usare i soldi comunitari per “progetti orientati al passato”. Che sono notoriamente ispirati più all’assistenzialismo che allo sviluppo, sostituendo con lo Stato gli imprenditori, indifferentemente, incapaci o ingordi. Le nazionalizzazioni stanno tornando di moda con crescente evidenza dalle nostre parti, correndo anche in autostrada. Dove si scommette forse troppo avventurosamente sulla buona fortuna, più che sulla capacità di un sistema burocratizzato come quello pubblico, per scongiurare crolli di ponti e gallerie o fare pagare minori pedaggi agli utenti.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it http://www.policymakermag.it

 

 

La maggioranza galleggia sull’immigrazione come quel cadavere sull’acqua

            Quella foto, penosa e orribile al tempo stesso, del cadavere del migrante galleggiante da ormai più di 15 giorni non solo sulle acque del Mediterraneo ma anche sull’indifferenza di tutti indistintamente i Paesi rivieraschi, che hanno voltato lo sguardo dall’altra parte per non vedere, ragionare e capire, ha messo a nudo pure la confusione che regna nella politica italiana. Che ha avuto la sfrontatezza- va detto a questo punto- di approvare la proroga dei finanziamenti delle missioni all’estero, nel capitolo riguardante gli aiuti che forniamo alla guardia costiera libica per fare non si capisce più bene che cosa, pur nel contesto caotico di un Paese come la Libia, con una maggioranza semplicemente inqualificabile, nel senso letterale della parola: né di centrodestra, né di centrosinistra, né di centrodestra e centrosinistra insieme, di carattere emergenziale.

            I numeri -con quei 401 voti favorevoli, 23 contrari e 2 astensioni- sembrano persino rasserenanti, da “governissimi”, al netto dei duecento assenti. Fra i quali, per dissenso dichiarato pubblicamente, ci sono stati però tutti i deputati di due partiti della maggioranza ancora in carica, diciamo così. Che è sempre in esercizio, pur tra rinvii e litigi, per spartirsi tutto quel che c’è di spartibile in Parlamento e fuori, nel governo e nel sottogoverno. Sono i partiti, agli antipodi per molti altri versi, di Matteo Renzi e della sinistra dei cosiddetti liberi e uguali, che uscirono dal Pd quando l’attuale senatore di Scandicci si ostinò a rimanerne segretario dopo la sconfitta referendaria del 2016 sulla riforma costituzionale.  

            Fra i ventitre voti contrari ce ne sono un po’ di tutti i colori, compreso il Pd col suo ex presidente Matteo Orfini: l’unico o il più noto fra i suoi ad avere ottemperato con quel no alla linea dettata sul tema dei rapporti evanescenti con la Libia in materia di migranti dall’assemblea nazionale del partito.

            Questo pasticcio politico, a dir poco, è stato ignorato sorprendentemente- ma fino ad un certo punto-  dalle prime pagine di tutti i giornaloni, giornali e giornalini, interessatissimi Avvenire.jpeginvece alle beghe minori della mNIFESTOpolitica, ad eccezione lodevole di Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, e del manifesto. Che hanno titolato, rispettivamente e a ragione entrambi, “Scandalo continuo” e “Omissione compiuta”.

            Il presidente del Consiglio, sfinito dalla vittoria che si è vantato di avere conseguito con la pur problematica e sotto molti aspetti ancora incerta soluzione della vertenza politica sulle concessioni autostradali, è ora alle prese con un Consiglio Europeo sul cosiddetto “Recovery fund” al quale si è preparato -ha detto in Parlamento- “affinando” e persino “affilando” le armi per contrastare i riottosi alla consistenza degli aiuti che lui si attende per fronteggiare la crisi economica e sociale prodotta, o aggravata, dall’epidemia virale. Ma non sarebbe male se egli si occupasse un po’ di più anche del problema che ha fatto perdere la testa un po’ a tutti alla Camera con quella votazione intraducibile in un discorso politico serio, sullo sfondo dell’immagine di quel cadavere galleggiante.  

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it http://www.policymakermag.it

La marcia all’indietro verso il poco rimpianto Ministero delle Partecipazioni Statali

Di questo passo, purtroppo più all’indietro che in avanti, o per fortuna, secondo i gusti naturalmente, potremmo assistere anche alla resurrezione del Ministero delle Partecipazioni Statali. Che fu istituito alla fine del 1956 su spinta soprattutto di Giovanni Gronchi, un democristiano di sinistra Gronchi.jpegeletto l’anno prima al Quirinale a sorpresa con un’operazione condotta da Giulio Andreotti, che pure non era di sinistra, e soppresso fra il 1993 e il 1994 dal governo più tecnico che politico di Carlo Azeglio Ciampi. Il quale fece chiudere materialmente quel dicastero da un tecnico indipendente come Paolo Baratta. Si era ormai all’epilogo della cosiddetta prima Repubblica, durante la quale per le partecipazioni statali era passata anche parte del finanziamento illegale della politica.

La vittoria elettorale e l’arrivo a Palazzo Chigi, nella primavera del 1994, di un imprenditore privato e di successo come Silvio Berlusconi sembrarono quasi conseguenti anche allo smontaggio delle partecipazioni statali avviato dall’ex governatore della Banca d’Italia con la decisione di chiudere appunto con Baratta il lungo elenco -una ventina- dei ministri succedutisi al vertice di quel dicastero. Che era stato per una quarantina d’anni fra i più ambiti dai partiti di maggioranza, soprattutto dalla  Democrazia Cristiana, perché lì si si decidevano le sorti delle aziende pubbliche e dei loro vertici.

Democristiano, oltre all’ispiratore Gronchi sul colle più alto di Roma, era stato il primo titolare del nuovo Ministero: Giuseppe Togni, toscano come l’allora presidente della Repubblica. Democristiano fu anche il secondo, Giorgio Bo, che vi stette all’inizio solo poco più di un anno, nel primo e unico governo di Adone Zoli, fra il maggio del 1957 e il luglio del 1958. Ma Bo vi sarebbe tornato nel luglio 1960, dopo un breve passaggio del socialdemocratico Edgardo Lami Starnuti e del democristiano Mario Ferrari Aggradi, per rimanervi ininterrottamente sino alla fine del 1968, in ben sette governi.

Giorgio Bo, della sinistra scudocrociata, divenne mitico nella sua inamovibilità. Disponeva del Giorgio Bo.jpegMinistero e delle aziende controllate come di casa sua, anche se la stampa spesso lo rappresentava più come subalterno che come superiore di un altro personaggio mitico come l’allora presidente dell’Eni Enrico Mattei.

Longevi alla guida del Ministero delle Partecipazioni Statali furono anche i democristiani Antonio Bisaglia, dal 1974 al 1979, e Clelio Darida, dal 1983 al 1987, nonché il socialista Gianni De Michelis,De Nichelis e Craxi dal 1980 al 1983. Del quale i democristiani, abituati -come scrivevo- a farla da padroni da quelle parti, soffrirono la presenza forse più ancora di quella di Bettino Craxi a Palazzo Chigi fra l’estate del 1983 e la primavera del 1987.

Le permanenze più brevi al vertice di quel Ministero, non a caso interinali, per pochi mesi, per sostituire un defunto e poi un dimissionario, furono quelle di Giulio Andreotti. Che si guardò bene dall’aspirare alla titolarità vera e propria di quel dicastero nella sua lunga attività di governo conoscendo i rischi che potevano derivarne nei rapporti con gli alleati esterni o con le altre correnti del suo partito. Lui preferiva dirimere prudentemente le vertenze di potere, non crearle.

Politici, per quanto brevi, o relativamente brevi, furono i passaggi al Ministero delle Partecipazioni Statali di futuri segretari della Dc come Arnaldo Forlani e Flaminio Piccoli.

Degli alti rischi, oltre che della forte rimuneratività politica del Ministero delle Partecipazioni Statali per gli interessi che coinvolgevano le loro competenze di governo, si resero ben conto, in particolare, Antonio Bisaglia nel 1978 e Clelio Darida nel 1985.

Di Antonio Bisaglia, come del collega di partito Carlo Donat-Cattin allora alla testa del Ministero dell’Industria, reclamò la testa il Pci di Enrico Berlinguer nel passaggio dal primo al secondo Bisaglia.jpeggoverno monocolore democristiano di cosiddetta solidarietà nazionale presieduto da Giulio Andreotti: un passaggio, con tanto di crisi, che fu anche l’ultimo gestito da Moro nei panni di presidente dello scudo crociato, prima di essere rapito dalle brigate rosse il 16 marzo 1978 in via Fani, a poca distanza da casa, e ucciso il 9 maggio. Si trattò allora di passare dall’astensione al vero e proprio voto di fiducia dei comunisti, concordando un regolare programma, e quindi la partecipazione piena alla maggioranza.

Di Bisaglia e di Donat-Cattin il Pci contestava le resistenze opposte all’interno della Dc, con le loro correnti, agli sviluppi delle intese parlamentari con i comunisti, che miravano con la formula del “compromesso storico” ad una partecipazione diretta al governo con i democristiani. A Bisaglia veniva contestato, oltre che l’azione interna di partito, l’uso del potere che faceva attraverso le aziende pubbliche sottoposte alla vigilanza politica del suo dicastero.

Le due teste erano state concesse dietro le quinte dall’allora segretario della Dc Benigno Zaccagnini e da Andreotti in nome, formalmente, di un rinnovamento della classe dirigente. I comunisti erano talmente sicuri di non vederne confermata la partecipazione al governo che il giornale ufficiale del partito , l’Unità, fu stampato nelle sue prime edizioni, mentre la crisi non era stata ancora formalmente  chiusa, con una lista di ministri che appunto li escludeva. Era l’elenco di nomi col quale Andreotti si era recato di sera all’’ultimo appuntamento con la delegazione della Dc, in una villa della Camilluccia, prima di portarla alla firma del capo dello Stato, al Quirinale. Non avevano messa nel conto, l’uno e l’altro, Zaccagini e Andreotti, la reazione di Moro. Che fu negativa, con questa motivazione più o meno letterale: “Non possiamo fare selezionare la nostra classe dirigente dagli altri”. E tanto Bisaglia quanto Donat-Cattin furono rimessi in lista e confermati.

La delusione e l’irritazione fra i comunisti fu tanto forte che la mattina del 16 marzo, mentre Moro usciva da casa per andare ad ascoltare il discorso programmatico di Andreotti alla Camera, il voto di fiducia del Pci non era più scontato. Andreotti ne era stato informato dal sottosegretario Franco Evangelisti, reduce da un incontro col vice capogruppo dello stesso Pci a Montecitorio Fernando Di Giulio.

La crisi praticamente stava per riaprirsi. A farla rientrare furono involontariamente proprio i brigatisi rossi, che avebbero potuto trarne un vantaggio politico nella contestazione della cosiddetta borghesizzazione di Berlinguer. Il sequestro di Moro procurò un tale trauma politico che le riserve del Pci per la conferma dei due ministri democristiani contestati rientrarono a tal punto che la fiducia venne accordata al governo da entrambe le Camere nella stessa giornata.

Sette anni dopo, nel 1985, a esperienza ormai consumata della cosiddetta solidarietà nazionale, e a collaborazione ripresa fra i socialisti e i democristiani con Craxi a Palazzo Chigi, il ministro delle Partecipazioni Darida.jpegStatali Clelio Darida, fanfaniano di osservanza però forlaniana, si trovò a gestire la privatizzazione del settore alimentare pubblico -la famosa Sme- concordata negli accordi di governo. Ma  egli si trovò praticamente scavalcato dalla segreteria del suo partito, retta da Ciriaco De Mita, con una sostanziale intesa patrocinata fra l’allora presidente dell’Iri Romano Prodi e Carlo De Benedetti come acquirente delle aziende in vendita a un prezzo che Craxi trovò esageratamente a favore della controparte privata.

Il caso deflagrò in sede politica e poi anche giudiziaria. La lite si riversò nella Dc con la decisione di Darida di schierarsi praticamente con Craxi, anziché con De Mita, cogliendo l’occasione offertagli da una nuova proposta d’acquisto formulata da una cordata di imprenditori improvvisata da Silvio Berlusconi su sollecitazione, dietro le quinte ma neppure tanto,  del presidente del Consiglio.

Nacque o crebbe anche così l’antiberlusconismo di De Benedetti, rececentemente affievolito dalle De Benedetti.jpegaperture ad una nuova maggioranza non più a guida di Giuseppe Conte e comprensiva del partito di Berlusconi per il suo europeismo contrapposto al sovranismo delle altre componenti del centrodestra, ma anche di buona parte dei grillini al governo da due anni.

In questo quadro potrebbe diventare persino divertente, oltre che curioso o paradossale, un ritorno ai tempi del Ministero delle Partecipazioni Statali. Non vi pare? Curioso, questo ritorno, anche ai fini dei rapporti con l’Unione Europea, dove lo statalismo non gode, diciamo così, di grande popolarità o interesse e contribuisce a confondere ulteriormente l’immagine dell’Italia e della maggioranza giallorossa. Che si è appena ritrovata unita nelle votazioni parlamentari finalmente ripristinate alla vigilia dei vertici europei, senza la consueta e furbesca distinzione tra informazioni e comunicazioni del governo, solo al prezzo di accantonare ancora una volta il nodo su cui potrebbe scoppiare una crisi quando sarà inevitabile scegliere fra l’uso e il rifiuto del fondo europeo salva-Stati (il famoso Mes) per il potenziamento del servizio sanitario, messo a dura prova dall’epidemia virale.

Il partito di Renzi, decisivo al Senato, ha votato sia per il documento elusivo della maggioranza, tutto dedicato al negoziato in corso sul fondo per la ricostruzione o per la nuova generazione, sia per quello di Emma Bonino favorevole al Mes. Intanto si corre in autostrada, diciamo così, a proposito delle concessioni, e in altri settori per effetto anche della crisi da Covid, con la marcia o il carburante della nazionalizzazione. E’ come se qualcuno già stesse cercando  a Roma la sede del nuovo Ministero delle Partecipazioni Statali di una terza fantomatica Repubblica. Che starebbe francamente con l’Europa come il diavolo con l’acqua santa.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Blog su WordPress.com.

Su ↑