Il presidente del Consiglio fa l’indiano di fronte alle difficoltà del suo governo

               Di ritorno da Nuova Delhi, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha trovato la situazione politica, ma più in particolare quella del suo governo gialloverde, peggiorata rispetto a quella già difficile della partenza. Ma vi ha reagito facendo un po’ l’indiano: tutto previsto e tutto sotto controllo, secondo lui, anche la crescita zero del prodotto interno lordo appena annunciata dall’Istat per il terzo trimestre di quest’anno, il primo gestito dall’esecutivo del “cambiamento”.

           Ruspa e Pil.jpgSarebbe stata presa proprio in previsione di questo risultato la decisione del governo di varare una manovra finanziaria in maggiore deficit, utile ad una prospettiva di ripresa, secondo il presidente del Consiglio. Che pertanto non condivide le preoccupazioni e quant’altro dell’Unione Europea, da cui è appena giunta un’altra lettera critica sul debito pubblico, firmata peraltro dal direttore italiano degli affari economici della Commissione di Bruxelles. Di lui probabilmente il vice presidente grillino del Consiglio, Luigi Di Maio, ripeterà quello che ha già detto del presidente, sempre italiano, della Banca Centrale Europea: un “avvelenatore del clima” politico, economico, finanziario.

            Lo spread, il mostro dei mercati di cui scoprimmo l’esistenza sette anni fa, quando divorò in poche settimane l’ultimo governo di Silvio Berlusconi, è tornato a salire oltre i 300 punti ? Previsto anche quello, forse, per il presidente del Consiglio. Che continua a scommettere sulla sua discesa, prima o dopo.

            Il governo rischia l’incidente, e la crisi, al Senato, dove i numeri sono scarsi, sulla conversione in legge del decreto per la sicurezza fortemente voluto dal vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini? Nulla di preoccupante, secondo Conte. Che prima ancora dell’appello e un po’ anche delle minacce ai dissidenti grillini, refrattari alla “testuggine” invocata dallo stesso Di Maio, si era mobilitato chiamando a Palazzo Chigi il senatore pentastellato Gregorio De Falco, comandante di carriera delle Capitanerie di Porto ed ora, volente o nolente, anche della dissidenza grillina contro il decreto Salvini.

            Lo stesso De Falco ha appena raccontato l’incontro con una intervista rivelando di avere concesso a Conte la rinuncia a 16 dei 24 emendamenti al decreto della sicurezza proposti a Palazzo Madama. Ma gli otto rimanenti continuano a bastare e ad avanzare per far saltare i nervi, umanamente e politicamente, a Salvini. Che già è agitato di suo per gli aspetti economici dell’azione di governo, costretto a prendere atto che di piatto è rimasto il pil nel terzo trimestre, dopo il tramonto della tassa piatta da lui promessa agli elettori. Non parliamo poi delle grandi opere minacciate al Nord dai grillini dopo avere dovuto ingoiare la Tap al Sud, fra proteste e roghi di bandiere stellate e di tessere elettorali.

            De Falco.jpgMa torniamo al comandante De Falco prestatosi alla politica. Egli ha detto del presidente del Consiglio, dopo l’incontro, di esserne rimasto “impressionato” per la sua “rapidità di pensiero”. Cui però non corrisponderebbe la necessaria rapidità di “atti concreti”. E questo è un problema per uno come Di Falco, diventato famoso in Italia, ma anche all’estero, per lo scontro in diretta televisiva, o quasi, che ebbe all’epoca del naufragio della Concordia davanti all’isola toscana del Giglio.

            Al comandante della nave, Francesco Schettino, che di concreto aveva appena compiuto lo sbarco personale, mentre centinaia di passeggeri continuavano ad essere in pericolo e altri erano già morti, De Falco ordinò dalla Capitaneria di Porto di Livorno di risalire a bordo, rafforzando la disposizione con una parolaccia, alla grillina, che un po’ ne fece la fortuna mediatica, e poi anche politica.

            Non vorrei che finisse così anche il rapporto avviato fra De Falco e il presidente del Consiglio. Quello con entrambi i vice presidenti mi sembra già compromesso.

Il tramonto del modello moroteo dei “due vincitori” condannati ad accordarsi

Pur così diverse, apparentemente imparagonabili, le crisi per ora virtuali dei governi a Roma e a Berlino, dove neppure Angela Merkel è peraltro sfuggita alla maledizione del quarto mandato dei suoi illustri predecessori Konrad Adenauer ed Helmut Kohl, sembrano segnare la fine del teorema di Aldo Moro sui “due vincitori” obbligati ad accordarsi dopo le elezioni, quando la partita delle urne si è chiusa senza che né l’uno né l’altro siano autosufficienti.

Ciò accadde in Italia nel 1976 ai democristiani, dello stesso Moro e di Giulio Andreotti, e ai comunisti di Enrico Berlinguer, accordatisi perciò  all’insegna dell’emergenza e della solidarietà nazionale, come fu chiamata la maggioranza che ne derivò in Parlamento. E si è in qualche modo ripetuto in questo 2018 con i grillini e i leghisti alla fine di una crisi gestita, forse non a caso, da un capo dello Stato di formazione e cultura morotea come Sergio Mattarella.

Diversamente dagli omologhi di una quarantina d’anni fa, grillini e leghisti, a dispetto anche dei conflitti dai quali escono solo per rientrarvi il giorno dopo, si sono proposti di far durare la loro alleanza per tutta la legislatura, sino al 2023. “Fatevene una ragione”, ha detto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte parlando al recente raduno nazionale dei pentastellati al Circo Massimo.

Più modestamente, prudentemente, realisticamente, come preferite, democristiani e comunisti, pur avendo raccolto insieme circa il 70 per cento dei voti, contro il poco più del 50 per cento dei gialloverdi nelle urne del 4 marzo scorso, si erano dati una scadenza di due anni e mezzo. Tanti ne mancavano allora alla fine del mandato di Giovanni Leone al Quirinale, attorno alla cui successione si sarebbero ridefiniti gli equilibri politici secondo la parte una volta segreta ma poi rivelata degli accordi fra Moro e Berlinguer.

Per inciso, e per la eventuale curiosità di chi  mi legge senza essere un addetto ai lavori, il mandato dell’attuale presidente della Repubblica scadrà nel 2022, quindi al quarto e penultimo anno della legislatura corrente. Forse Beppe Grillo, il “garante”, l'”elevato”, e non so cos’altro nel suo movimento sogna di condividere con Matteo Salvini la regia della prossima edizione della corsa al Quirinale.

In Germania i “due vincitori” delle elezioni sono stati per molti anni i democristiani e i socialdemocratici, uniti poi nei governi di “grande coalizione”. L’ultimo dei quali, quello in carica, è stato formato con particolari difficoltà e sta costando parecchio ad entrambi i protagonisti, che perdono voti ad ogni consultazione locale, ultimamente in Baviera e in Assia.

Che cosa ha messo in crisi, se non addirittura archiviato, la teoria di Moro dei due vincitori condannati a governare insieme dal dovere di garantire il sistema? Forse proprio la crisi del sistema, non più avvertito come qualcosa di sacrale per la sopraggiunta miscela esplosiva di sovranismo e populismo.

Il sovranismo, a dire la verità, dovrebbe accentuare e non ridurre l’attaccamento al sistema, e quindi la sua difesa. Ma di questo i sovranisti, almeno quelli di casa nostra, non sono consapevoli, forse perché sentono il sistema nel frattempo corrotto, distorto e quant’altro dai trattati europei, o almeno dall’applicazione che ne è stata fatta. E che si è tradotta, almeno secondo la percezione più diffusa, nel predominio dei Paesi più forti e/o più ricchi sugli altri, fra i quali l’Italia è stata classificata, a torto o a ragione, a causa del suo enorme debito pubblico.

In un tale sistema pertanto i sovranisti italiani, alla Salvini e simili, non si riconoscono. E di difenderlo non hanno alcuna voglia, anche se buona parte del loro elettorato ne avrebbe bisogno per continuare a guadagnare, come nel Nord Est, o per cominciare a farlo, come nel Sud, uscendo dal sempre accidentato e insufficiente assistenzialismo. Che però i grillini, alleati dei leghisti, intendono rafforzare col cosiddetto reddito di cittadinanza, illudendosi ch’esso possa bastare, o serva addirittura ad eliminare la povertà. Vasto programma, avrebbe detto il generale Charles De Gaulle con la sovrana ironia che lo distingueva.

Il populismo, dal canto suo, é in conflitto quasi genetico col sistema. Lo è in quanto il richiamo ossessivo al popolo nasconde una realtà ben diversa dalle parole. Il populismo fa rima col qualunquismo più che con l’altruismo, e quindi con la solidarietà. Il populismo altro non è che un egoismo travestito, la somma di tanti egoismi, localismi e siamili, ciascuno dei quali si confonde col popolo, o presume di rappresentarlo meglio di altri.

Pensateci bene. Da pugliese vi dico che i miei conterranei di Melendugno, precipitatisi  a votare il 4 marzo scorso per i grillini che li avevano illusi di sopprimere o dirottare chissà dove il gasdotto transadriatico noto come Tap, difendono l’integrità ambientale e quant’altro della loro spiaggia Santa Foca perché li identificano con quelli del popolo, che però, ripeto, non va oltre i loro confini. Il guadagno che potrebbe derivare dall’opera anche alla loro collettività da un’energia meno costosa e dalle misure “compensative” dei danni che accompagneranno l’approdo del gasdotto nel territorio salentino non è minimamente avvertito da chi, sentendosi popolo, esaurisce tutto nelle proprie dimensioni.

D’altronde, come in nome della Patria, anche in quello del Popolo, con la maiuscola, sono stati compiuti sempre e dappertutto i peggiori misfatti.

Al di là di un sistema, e persino contro, quando non lo si riconosce più o lo si combatte ritenendolo solo al servizio di privilegi, intesi anche come diritti acquisiti grazie a scandalose concessioni dei governi precedenti, il populismo diventa solo avventurismo.

In un contesto del genere, che comincia a sconfinare ben oltre le Alpi, e gli stessi oceani, il già ricordato, e da me rimpianto, teorema di Moro dei due vincitori destinati a governare insieme col senso della responsabilità e della misura sembra purtroppo aver fatto davvero il suo tempo. A vantaggio di chi o di cosa francamente non so neppure immaginare, tanto forse ne ho paura.

 

 

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Il padre di Matteo Renzi esce dall’affare Consip, ma non dalle “sbarre” di Travaglio

            Scagionato dalla stessa Procura della Repubblica di Roma, che subentrando a quella di Napoli lo aveva indagato per traffico di influenze illecite negli appalti per le forniture pubbliche gestiti dalla Consip, il padre di Matteo Renzi, Tiziano, inconfondibile con quel cappello in testa, la barba sotto il mento e uno sguardo per niente sorridente, è rimasto al centro della vicenda in un vistoso  fotomontaggio di prima pagina sul Fatto Quotidiano. Che ha voluto evidentemente rifarsi a modo suo delle conclusioni degli inquirenti, diverse da quelle che forse si aspettavano in redazione. E per le quali il direttore Marco Travaglio e i  suoi collaboratori si erano dati da fare con la solita ostinazione per dare il colpo di grazia all’allora segretario del Pd, appena dimessosi da presidente del Consiglio per la clamorosa sconfitta subita nel referendum del 4 dicembre 2016 sulla riforma costituzionale.

            Il colpo di grazia a Matteo Renzi lo avrebbe dato invece, per quanto involontariamente, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella negandogli le elezioni anticipate e lasciandolo ad un logoramento impietoso: dalla scissione del Pd consumata dagli avversari interni di grande stazza politica, come Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema, in ordine rigorosamente alfabetico, alla sconfitta anche nelle elezioni ordinarie del 4 marzo scorso, in cui il maggiore partito della sinistra ha più che dimezzato i voti procuratigli dallo stesso Renzi nelle elezioni europee di quattro anni prima.

            Ora il pur neo senatore Renzi, che da “extraparlamentare” operante a Palazzo Chigi aveva cercato di ridimensionare quantità e qualità dell’assemblea alla quale si è poi fatto quasi sadicamente eleggere, è soltanto un ex. O un “perdente di successo”, come lo sfottono gli avversari, che faranno di tutto -penso- per fargli aumentare la tentazione di andarsene dal Pd, da lui sospettato di essere troppo tentato a sua volta dall’idea di sostituire la Lega nell’alleanza di governo con i grillini. Egli potrebbe improvvisare un suo partito sostanzialmente personale.

             Eugenio Scalfari, che un po’ lo critica ma un po’ anche continua a stimarlo, ha già promesso ai lettori di Repubblica di accertare personalmente umori e progetti, di Matteo Renzi. Ci ha tentato la scorsa settimana chiamandolo al telefono, ma inutilmente perché l’amico era ancora in viaggio in Cina. Ne è tornato solo domenica scorsa. E ha preferito dedicare il suo primo intervento politico allo scomparso Gilberto Benetton per difenderne la memoria, in una lettera al Gazzettino, dagli “sciacalli e codardi” che l’avevano infangata incolpandolo del crollo del ponte Morandi a Genova.

            Il padre di Renzi, scampato -diciamo così- alle grinfie degli inquirenti, è dunque rimasto nella rete del giornale comandato da Marco Travaglio. Che, peraltro condannato di recente a pagargli 95 mila euro di danni per averlo diffamato, nell’editoriale gli ha aggiunto l’aggettivo “matricolato” al “bugiardo” datogli nel titolo-copertina di prima pagina, amplificando a suo modo un rilievo mosso a Tiziano Renzi dagli inquirenti. I quali, pur scagionandolo dall’accusa con la quale era stato indagato, gli hanno rimproverato di essere risultato “largamente inattendibile” nelle sue deposizioni. Dev’essere evidentemente accaduto in ordine a fatti, circostanze o persone che non avevano a che fare col traffico di influenze illecite contestatogli. Diversamente non si capirebbe il suo scagionamento. Gli inquirenti avrebbero dovuto forse chiederne il rinvio a giudizio, al pari degli altri che, pur per altre imputazioni, sembrano destinati al processo: per esempio, l’ex ministro Luca Lotti, i generali dei Carabinieri Tullio Del Sette ed Emanuele Saltalamacchia, l’ex maggiore dell’Arma Paolo Scafarto, ora assessore comunale nella giunta di centrodestra di Castellammare di Stabia, e il commercialista Filippo Vannoni.

              Quest’ultimo è peraltro  lo stesso che ha accusato il sostituto pubblico ministero di Napoli Henry John Voodcock, sottoposto per questo ad un procedimento disciplinare passato dal vecchio al nuovo Consiglio Superiore della Magistratura, di averlo interrogato e intimidito nelle indagini sull’affare Consip a Napoli senza la presenza del suo legale, indicandogli al di là della finestra dell’ufficio il carcere dove avrebbe potuto cercare di mandarlo.

            Ora che Renzi, Matteo, è diventato il “perdente di successo” di cui scrivevo, la vicenda giudiziaria del padre Tiziano ha perduto, fatta eccezione per il Fatto, che continua a sventolarla come una bandiera, il mordente iniziale. Lo prova l’assenza dei suoi ultimi sviluppi dalle prime pagine, fra gli altri, del Corriere della Sera, della Stampa, del Sole 24 Ore, del Messaggero, del Tempo, di Libero, del manifesto, di Avvenire e del Gazzettino. Mi sono limitato alle testate che consulto ogni mattina grazie alla preziosa e benemerita rassegna stampa del Senato.

 

 

 

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Finalmente una stecca felice nel coro degli sciacalli e codardi sui Benetton

            Non chiamatemi fissato, ma in questo lunedì piovoso di fine ottobre, piuttosto che occuparmi delle abituali tensioni nel governo gialloverde, che sopravvivono a tutti gli incontri, vertici e quant’altro promossi per allentarle, o dei risultati delle elezioni tedesche in Assia, che pure dovrebbero servire di lezione anche ai partiti italiani, di maggioranza e di opposizione, preferisco tirare un sospiro di sollievo per il pur modesto, modestissimo segno di riscatto della politica dall’ignobile spettacolo di ostilità, nel migliore dei casi di indifferenza, offerto di fronte alla morte e poi ai funerali di Gilberto Benetton. Al quale non sono state perdonate neppure da defunto le colpe del crollo del ponte Morandi di Genova attribuitegli col solito, odioso rito sommario persino dal governo. Come se fosse stato lui, avido di guadagni e a capo della famiglia partecipe della società concessionaria dell’autostrada di cui quel manufatto faceva parte, a disinteressarsi o, peggio ancora, a negare, impedire e altro ancora una efficace manutenzione del viadotto.

            La politica nazionale è stata riscattata dal senatore Matteo Renzi, ex presidente del Consiglio ed ex segretario del Pd, con una lettera al Gazzettino, il quotidiano del NordEst, come si vanta di essere la testata: una lettera di “profondo rispetto” per Gilberto Benetton e tutta la sua famiglia “in un tempo di sciacalli e di codardi”. E’ il rispetto dovuto a chi “ha dato lavoro a migliaia di italiani, e non solo trevigiani” creando e sviluppando “un’azienda straordinaria”, nota con i suoi colori e le sue multiformi attività in tutto il mondo.

            Renzi -la cui lettera è stata meritoriamente pubblicata dal Gazzettino in prima pagina, e in apertura, affiancata da una missiva di Sabrina Benetton, che ha voluto, fra l’altro, testimoniare la “ricerca della verità fino all’ultimo” compiuta da suo padre sulla tragedia di quel ponte crollato il 14 agosto scorso- si è scusato di non avere potuto partecipare ai funerali del “signor Gilberto” per essere appena rientrato solo ora dalla Cina. Ed ha lamentato, diciamo pure denunciato, “l’assenza di un esponente del governo”, fra i tanti che lo compongono come ministri, vice ministri e sottosegretari, oltre naturalmente al presidente del Consiglio e ai suoi due vice, dalla cerimonia funebre, “come pure era accaduto -ha voluto ricordare impietosamente l’ex presidente del Consiglio- per Sergio Marchionne”. Che è stato un altro italiano ad onorare il suo Paese nel mondo e ad andarsene non nel rimpianto ma fra l’imbarazzo del governo, lasciatosi rappresentare alla cerimonia svoltasi nel Duomo di Torino due mesi circa dopo la morte dal prefetto del capoluogo piemontese: non un ministro, non un vice ministro, non un sottosegretario, per non parlare del presidente del Consiglio e dei suoi vice pur tanto rapidi nell’accorrere dappertutto.

            Anche Marchionne ha pagato la colpa del suo coraggio, umano e imprenditoriale, in un paese dove i meriti, o valori, sono concessi o negati con processi sommari, improvvisati nelle piazze, materiali o mediatiche che siano.

            Si, lo so. I critici, gli sciacalli che gridano e i codardi che tacciono, staranno già deridendomi per essermi riconosciuto in un “perdente di successo” come viene sarcasticamente definito l’ex presidente del Consiglio, ed ex segretario del Pd, per le sconfitte politiche che ha oggettivamente accumulato fra il 2016 e questo 2018, dopo il bruciante decollo del 2014 a Palazzo Chigi con le elezioni europee. E staranno anche sfogliando la collezione del Fatto Quotidiano per rinfacciarmi, diciamo così, i finanziamenti concessi in passato dai Benetton anche al Pd, direttamente o indirettamente,  dell’epoca renziana. Ma furono finanziamenti legittimi. E i fischi levatisi ai funerali delle vittime del crollo del ponte Morandi contro la delegazione del Pd, fra le pulsioni elettroniche del portavoce del presidente del Consiglio che li segnalava entusiasticamente ai giornali, prescindevano da quei finanziamenti del passato. A Genova quel giorno a rappresentare il Pd non c’era Renzi ma il suo successore: lo stesso col quale il partito di quel portavoce -il movimento delle 5 Stelle- aveva cercato di aprire nei mesi precedenti una trattativa  per la formazione del governo, poi realizzato con la Lega, anch’essa peraltro finanziata a suo tempo, altrettanto legittimamente, dai Benetton.  E non immune -aggiungo- dalle responsabilità politiche di chi nei governi passati aveva gestito le concessioni autostradali contestate poi agli imprenditori veneti.

            Confermo pertanto il mio sollievo per la sortita del pur perdente Renzi condividendone il disprezzo per gli sciacalli e i codardi che infestano l’Italia.

 

 

 

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Le stelle cadenti dei grillini su Melendugno, ma anche altrove….

            In ritardo rispetto all’ultima notte di San Lorenzo, il 10 agosto scorso, e in grande anticipo rispetto alla prossima, le stelle del movimento grillino sono cadute sulla cittadina pugliese di Melendugno. Dove gli ormai ex elettori stelle cadenti.jpgdel partito di Grillo sono in rivolta contro l’annuncio del governo  che ha confermato la realizzazione del gasdotto Tap, con l’approdo sulla spiaggia locale di Santa Foca.    

           Difficilmente il vice presidente pentastellato del Consiglio Luigi Di Maio potrà tornare a Melendugno e lasciarsi riprendere festosamente col sindaco Marco Potì, come fece in campagna elettorale, quando si impegnò contro il gasdotto e procurò al suo partito il 65 per cento dei voti. Tanto meno lo potrà fare dopo essersi unito al presidente del Consiglio Giuseppe Conte spiegando che sono in gioco una ventina di miliardi di euro come penale, ma è stato  smentito immediatamente dal suo predecessore al Ministero dello Sviluppo Economico, il piddino Carlo Calenda. Il quale, ben al corrente della pratica, chiamiamola così, ha precisato -pur con qualche forzatura polemica negando la storia dei venti miliardi, perché un rischio di pagare danni in caso di ritiro in effetti ci sarebbe- che non è questione di penale, ma di scelta economica e politica: economica per i vantaggi che potranno derivarne ai nostri approvvigionamenti energetici e politica per i rapporti internazionali, in particolare con gli Stati Uniti d’America. Dove alla Tap tengono moltissimo. Del presidente Donald Trump i grillini non possono compiacersi solo quando rilascia dichiarazioni o fa emettere comunicati a sostegno del governo di Giuseppe Conte: “Giuseppi”, come lo chiama l’inquilino della Casa Bianca.

            Non a caso, del resto, è recente il viaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella nella terra di sostanziale partenza del gasdotto, in Azerbaigian, a cavallo tra Asia e Europa: un viaggio di conferma esplicita, fra l’altro, dell’impegno italiano per la realizzazione del progetto internazionale del gasdotto.

            Già costretto dalla realtà a seguire il predecessore Calenda nella gestione dell’affare Ilva a Taranto, Di Maio ha dovuto seguirlo quindi anche nella gestione della Tap, magari ripromettendosi una rivincita -non so ancora, francamente, con quale esito- dall’altra parte della penisola, al confine con la Francia, dove si gioca la partita della Tav, la linea ferroviaria commerciale ad alta velocità proveniente da Lione.

            I grillini insomma hanno veramente toppato.  E nel momento peggiore, quando già Di Maio -sempre lui- li aveva esposti su un fronte che li ha completamente isolati, e divisi: l’attacco al governatore italiano della Banca Centrale Europea Mario Draghi. Che è stato accusato dal vice presidente pentastellato del Consiglio di avvelenare il confronto, chiamiamolo così, in corso fra Roma e Bruxelles, cioè l’Unione Europea, sulla manovra finanziara in deficit varata dal governo, e sul bilancio del 2019 che ne seguirà.

            La ciliegina sulla torta della crisi politica del movimento 5 stelle l’hanno messa i romani con la manifestazione di protesta sulla piazza michelangiolesca del Campidoglio per il degrado della Capitale dopo due anni di amministrazione grillina.

          anti Raggi.jpg La sindaca Virginia Raggi, reduce da un incontro di incoraggiamento col presidente della Camera e suo collega di partito Roberto Fico, ha liquidato i dimostranti, fra i quali sono stati ripresi e intervistati elettori dichiaratamente delusi delle 5 stelle, come “nostalgici di Mafia Capitale”. Qualcuno forse le spiegherà volenterosamente nel suo stesso partito, preoccupato anche dell’esito del processo in corso contro di lei sul terreno delle nomine capitoline, che ha esagerato. E che sbagliare è umano, perseverare è diabolico.

 

 

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Di Maio scaricato anche da Travaglio dopo l’attacco a Draghi

               Questa volta il vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio, uscendo apposta da Palazzo Chigi per raggiungere la solita postazione dei giornalisti e attaccare l’italiano forse più noto e stimato nel mondo, il governatore della Banca Centrale Europea Mario Draghi, l’ha fatta tanto grossa da essere scaricato pure da Marco Travaglio.

Travaglio.jpgIl direttore del Fatto Quotidiano si è sentito finalmente in dovere di scendere dal pero della sua supponenza contro tutti gli avversari e i critici di Di Maio per unirsi a loro nel denunciare l’”infantilismo” e l’”ineguatezza” del capo politico del movimento 5 stelle. Che è arrivato ad arruolare d’ufficio persino Draghi fra i nemici dell’Italia, e non solo del governo gialloverde, per non avere applaudito la manovra finanziaria e i suoi effetti, a cominciare dalle sofferenze del sistema bancario dopo l’aumento dello spread. E per finire, per ora, alla inversione negativa delle valutazioni e previsioni dell’agenzia internazionale Standard & Poor’s, dopo il declassamento del debito apportato da Moody’s.

            L’attacco a Draghi  di questo gigante dell’economia e della politica che si considera Di Maio, autopromossosi, data la prevalenza politica sul presidente del Consiglio Giuseppe Conte, superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, va letto anche in relazione ai rapporti con la Lega. Che non sono solo quelli risultanti pubblicamente dalla spalla che, pur fra alti e bassi, dimostrati questi ultimi dalla recente rissa sul condono fiscale, finisce sempre per fornire a Di Maio l’altro vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini.

            In realtà, Di Maio ha attaccato Draghi per non attaccare direttamente l’uomo di fiducia di Salvini a Palazzo Chigi, che è il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti. Del quale sono non noti ma arcinoti negli ambienti politici e finanziari i vecchi rapporti fiduciari proprio col governatore della Banca Centrale Europea, sopravvissuti ai dubbi espressi da Draghi sulla manovra – mitigati però dall’auspicio di un compromesso nella vertenza apertasi con la Commissione di Bruxelles- perché evidentemente condivisi dall’autorevole esponente leghista. Il quale non a caso si risparmia i truculenti messaggi politici di Salvini e Di Maio, accumunati nella promessa, o minaccia, come preferite, di non arretrare “neppure di un millimetro” dalle posizioni di attacco alla Commissione, o di difesa dei conti della manovra fiscale, e del bilancio peraltro da definire ancora.

            Il governo insomma naviga in una grave turbolenza finanziaria e politica, anche se i piloti -si fa per dire- sembrano ancora refrattari alle cinture di sicurezza.

 

 

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Il silenzio assordante e vigliacco sui funerali di Gilberto Benetton

            Neppure i funerali, svoltisi nel Duomo di Treviso nell’”assenza della politica”, fatta eccezione per il governatore leghista del Veneto Luca Zaia, e nell”abbraccio dell’economia”, come ha riferito l’inviato Giampaolo Visetti su Repubblica, che ne ha però confinato la cronaca molto all’interno, hanno riportato sulle prime pagine dei giornali il dramma di Gilberto Benetton. Che è stato stroncato lunedì scorso da una polmonite sopraggiunta alla leucemia, ma forse ancor più al linciaggio subito con la famiglia per il crollo del ponte Morandi a Genova. Come se fossero stati i Benetton in persona i responsabili di quella tragedia e delle vittime che provocò. Come se fossero stati loro, e Gilberto per primo in quanto responsabile del settore finanziario di un gruppo noto in tutto il mondo, a impedire una manutenzione regolare e avveduta del viadotto, capace di impedirne il crollo, o di prevenirlo con la sospensione del traffico e quant’altro: tutte cose di competenza comunque anche di altri, a cominciare dal Ministero dei Trasporti o, come si chiama adesso, delle Infrastrutture. Che non a caso è stato coinvolto nelle indagini della Procura di Genova.

             Dei funerali di Gilberto Benetton non si è trovato un rigo, e non solo una foto, neppure sulla prima pagina del giornale della Confindustria, il Sole 24 Ore, il quotidiano cioè degli industriali, a dispetto del già ricordato “abbraccio dell’economia” riferito, per la diffusa partecipazione degli imprenditori, nella lontana pagina 22 di Repubblica. Dove non vorrei che, a dispetto della prima reazione del direttore Mario Calabresi, fossero rimasti consapevoli o inconsapevoli sensi di colpa, o solo di disagio, dopo le sconsiderate accuse del vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio, e del suo collega di partito e di governo alla guida del dicastero delle Infrastrutture Danilo Toninelli, di avere rappresentato e coperto gli interessi della famiglia Benetton per la partecipazione del gruppo editoriale di Carlo De Benedetti e figli alle società autostradali degli imprenditori trevigiani.

             Spiace dirlo e scriverlo. Ma il silenzio, o l’assai modesto, quasi imbarazzato grado di attenzione riservato ai funerali di Gilberto Benetton è la conseguenza più emblematica e devastante del linciaggio compiuto contro di lui in vita, sull’onda di una condanna morale comminatagli dal governo in violazione di ogni regola, dal “popolo” digitale delle 5 stelle.: linciaggio ripetuto all’arrivo della notizia della morte.

Matteo Renzi sulla strada di Pio XII con i comitati civici contro il fronte gialloverde

L’ultima sfida, per ora, di quel “perdente di successo” come gli avversari si divertono a chiamare Matteo Renzi è davvero mozzafiato. Più ancora della scelta di Sergio Mattarella per il Quirinale nel 2015, anche a costo di rompere il famoso patto del Nazareno con Silvio Berlusconi sulle riforme, a cominciare da quella costituzionale promossa, con un’altra sfida, dal proprio governo, anziché lasciarla proporre più prudentemente dai gruppi parlamentari della maggioranza. Più ancora della personalizzazione del referendum proprio su quella riforma, mettendo in palio anche il suo destino politico, per poi ripiegare, a sconfitta avvenuta, sulla separazione delle cariche di segretario del partito e di presidente del Consiglio. Che egli aveva unificato con baldanza, incurante della sfiga, dicono a Roma, portata nella Dc da quella combinazione a Ciriaco De Mita, e prima ancora ad Amintore Fanfani. Cui Renzi ogni tanto mostra di assomigliare nella fortuna, per quel 40 per cento e più di voti raccolti col Pd post-comunista e post-democristiano nelle elezioni europee del 2014 e per l’ostinazione del “Rieccolo” di montanelliana memoria, ma anche nella sfortuna, cioè nelle sconfitte. Ed è proprio con un ritorno a Fanfani, come vedrete, che si chiuderà questa rievocazione dei “comitati civici” del 1948 in qualche modo imposta dalla quasi riesumazione che ha voluto farne Renzi alla Leopolda, annunciandoli al servizio della “resistenza civile” all’imbarbarimento della politica, e più in generale del Paese, intervenuto con la nascita del governo gialloverde.

Il preambolo è stato lungo, lo so: un interminabile capoverso. Di cui mi scuso con i lettori e col collega che confeziona questa pagina del Dubbio. Ma le osservazioni mi sono uscite così concatenate che quando ho cercato di separarle ho fatto cilecca. Sarà per un’altra volta.

I comitati civici di Renzi nascono all’esterno del Pd e dei suoi circoli statutari, ma con una proiezione interna: come quelli affidati 70 anni fa da Pio XII -e spero che Renzi non si monti ancora di più la testa- a Luigi Gedda. Essi nacquero al di fuori della Dc, ma allo scopo di condizionarne la linea, e persino di prenderne il posto se le circostanze lo avessero consigliato o imposto.

La Dc del 1948 era reduce dai governi di unità nazionale del dopoguerra, archiviati l’anno prima da Alcide De Gasperi, ma anche da Giuseppe Saragat, rispettivamente con la rinuncia a collaborare con i comunisti di Palmiro Togliatti, e i socialisti di Pietro Nenni, e con la scissione socialista consumatasi a Palazzo Barberini proprio sui rapporti col Pci.

Per quanto costretta dalla situazione internazionale, e dalla stessa politica interna prodotta dalle sue scelte, a contrapporsi elettoralmente al cosiddetto fronte popolare delle sinistre, la Dc saldamente guidata da De Gasperi impensieriva il Vaticano. Dove pure l’allora presidente del Consiglio aveva trovato protezione negli anni dell’antifascismo ed era circondato da stima ed affetto ricambiati. Papa Pacelli, Pio XII all’anagrafe pontificia, si lasciò convincere dai cardinali più ansiosi che il buon De Gasperi, nonostante la rottura intervenuta con Togliatti, non fosse abbastanza deciso sul fronte anticomunista, come forse Renzi -speriamo, ripeto, che non si monti troppo la testa- teme che il Pd non lo sia abbastanza sul fronte antigrilloleghista.

A insospettire, anzi ad allarmare certi cardinali di Santa Romana Chiesa era la scelta rigorosamente centrista di De Gasperi, che escludeva alleanze elettorali e poi anche di governo con le destre, nella convinzione che potessero e dovessero bastare le forze della Dc e dei partiti laici minori a sconfiggere il fronte delle sinistre, e in prospettiva a romperlo. Allora Pio XII, non volendo o non potendo utilizzare sul fronte elettorale l’Azione Cattolica, troppo composita e al tempo stesso troppo legata alla Chiesa, allestì come mezzi di soccorso e insieme di stimolo i famosi comitati civici, affidandone la guida e l’organizzazione al vice presidente dell’Azione Cattolica Luigi Gedda, un po’ in dissidenza dal presidente Vittorino Veronese.

Luigi Gedda era un medico veneziano, laureato in Piemonte, consideratosi a torto coinvolto nell’infausto manifesto del 1938 “in difesa della razza”. Egli prese molto sul serio la missione affidatagli dal Vaticano e organizzò i suoi comitati civici su basi parrocchiali e diocesane. Ne nacquero circa ventimila in pochi mesi e parteciparono alla campagna elettorale anticomunista del 1948 come cavallette.

Nonostante la loro derivazione, anzi appartenenza cattolica, i comitati civici vollero e seppero sedurre anche elettori laici invogliandoli a votare per la Dc, aumentandone i voti e al tempo stesso rafforzandone la parte più intransigente nella lotta anticomunista, pur se refrattaria ad operazioni con la destra neofascista del Movimento Sociale, i monarchici e i qualunquisti messi in campo da Guglielmo Giannini.

Il mio compianto amico e maestro Indro Montanelli mi perdonerà dove si sta godendo il riposo e l’eternità se scrivo che il suo famoso invito a metà degli anni Settanta a votare per la Dc in funzione anticomunista, anche a costo di turarsi il naso, e nonostante il Pci di Enrico Berlinguer non fosse esattamente quello di Palmiro Togliatti, era stato sostanzialmente preceduto nel 1948 dall’azione dei comitati civici di Luigi Gedda. Che naturalmente rivendicò il merito nelle elezioni storiche del 18 aprile di quell’anno di avere contribuito ad assicurare alla Dc 12 milioni 741 mila e rotti voti, pari al 48 per cento, contro il 31 raccolto dal “fronte popolare” dei socialisti e comunisti.

Pensate: 12 milioni 741 mila voti alla Dc, 8 milioni 135 mila al Pci, 1 milione 858 mila voti ai socialisti nel 1948. Dopo l’appello di Montanelli nel 1976, l’anno successivo alla forte avanzata del Pci nelle elezioni regionali, la Dc raccolse 14 milioni 209 mila e rotti voti, pari al 38,71 per cento, il Pci di Enrico Berlinguer 12 milioni 615 mila, pari al 34,37 per cento, e il Psi di Francesco De Martino poco più di 3 milioni e mezzo, pari al 9,64 per cento.

Gedda e i cardinali che gli stavano dietro tentarono di investire subito la loro forza nel gioco delle correnti democristiane, ma non riuscirono a intaccarne gli equilibri. De Gasperi, forte dal canto suo di avere dimostrato l’ininfluenza delle destre sul risultato elettorale, rimase fermo nella sua posizione centrista. E non si smosse quattro anni dopo, nel 1952, quando Gedda, nel frattempo spinto dal Papa anche alla presidenza dell’Azione Cattolica, propose per le elezioni comunali di Roma l’alleanza della Dc con le destre.

De Gasperi non volle arrendersi neppure di fronte al nome prestigioso di don Luigi Sturzo, il progenitore della Dc con la fondazione del Partito Popolare, che obbedendo al Vaticano si era reso disponibile a contrapporsi a Francesco Saverio Nitti, messosi alla bella età di 84 anni a capo del blocco delle sinistre. Il presidente del Consiglio sfidò la Curia stringendosi agli alleati centristi di governo per evitare da soli che il Campidoglio fosse conquistato dai “cosacchi”, temuti già nel 1948 oltre Tevere.

Il Papa, per quanto o forse proprio perché De Gasperi alla fine dimostrò di avere ragione, avendo le sinistre perduto la battaglia capitolina, non gliela perdonò. Fra l’altro, gli negò un’udienza familiare che De Gasperi gli aveva chiesto, tramite Giulio Andreotti, in occasione del trentesimo anniversario delle sue nozze. Anche di quella delusione, oltre che delle sofferenze procurategli all’interno della Dc dal gioco delle correnti, in particolare dalla smania di Amintore Fanfani di scalare il vertice del partito, lo statista sarebbe morto dopo due anni, nell’estate del 1954.

In Vaticano ne ebbero forse rimorso, visto che a De Gasperi fu destinata per la tomba la Basilica di San Lorenzo al Verano, per la cui ricostruzione, dopo i danni del bombardamento americano del 1943, egli si era personalmente prodigato come presidente del Consiglio. Le sue ossa in questi giorni  si saranno probabilmente rivoltate nel sarcofago che le contiene nell’atrio della Basilica  per la fine del suo Trentino bianco, conquistato elettoralmente dalla Lega di Matteo Salvini, il leader del sovranismo all’assalto politico dell’Europa. Il cui processo unitario però -bisogna dire anche questo- si è sviluppato, nell’impatto con la crisi economica e col fenomeno dell’immigrazione, senza quello spirito solidaristico sognato negli anni del pionierismo europeo proprio da De Gasperi in Italia, da Konrad Adenauer nella Germania ancora divisa e da Robert Schuman in Francia.

La Lega, del resto, sta completando con Salvini al Nord l’assorbimento dello spazio elettorale e sociale che fu della Dc, a lungo occupato, dopo la caduta della cosiddetta prima Repubblica, da Silvio Berlusconi con Forza Italia, prima che ne sopraggiungesse il declino.

Ma torniamo alla nostra storia. Nel dopo-De Gasperi ma ancor più nel dopo-Pio XII, morto nel 1958, i comitati civici di Gedda non trovarono terreno fertile per la loro azione di vigilanza o interferenza nelle scelte democristiane. Non vi riuscirono neppure quando la preparazione del centrosinistra, esaurita davvero la fase centrista, li allarmò e li rimise in qualche modo in azione, naturalmente per contrastare l’apertura ai socialisti.

Giovanni XXIII era di sensibilità diversa da Papa Pacelli. E Aldo Moro, sopraggiunto a Fanfani alla segreteria della Dc nel 1959, si mosse nella direzione del Psi mescolando coraggio e accortezza. Prima ancora di proporre il centrosinistra al congresso scudocrociato di Napoli, nel 1962, egli aveva voluto consultare, e convincere, quasi uno per uno tutti i vescovi italiani, sgonfiando in qualche modo le gomme all’auto di Gedda, per quanto quest’ultimo fosse riuscito a strappare una volta una nota preoccupata per lo sviluppo della situazione politica italiana sull’Osservatore Romano. Che ridiede un po’ fiato ai centristi di Mario Scelba nella Dc, ma durò poco.

Moro condusse il processo di avvicinamento ai socialisti per un’alleanza di governo, facendone sperimentare prima l’astensione da Fanfani con un governo monocolore delle cosiddette convergenze parallele, cui ne seguì uno tripartito, con il Psdi e il Pri, appoggiato esternamente dal Psi, con tale gradualità e astuzia da spiazzare tutti.  Una volta egli chiuse la riunione della direzione della Dc annunciando l’approvazione di un documento politico “con le consuete riserve” della corrente centrista. Levatosi Scelba a parlare per precisare di non avere nulla da eccepire sul documento predisposto dal segretario del partito, Moro gli disse: “D’accordo, ma è più opportuno che voi vi asteniate”. Gli serviva, evidentemente, nella conduzione delle trattative con i socialisti.

Una decina d’anni dopo arrivò il passaggio politicamente scabrosissimo, per la Dc, della legge istitutiva del divorzio, promossa in tandem dai liberali e dai socialisti. Arnaldo Forlani, dall’autunno del 1969 segretario della Dc, la fece passare, pur col voto contrario dei democristiani, senza compromettere l’alleanza di governo con i socialisti, a condizione che fosse garantito il ricorso al referendum abrogativo, previsto dalla Costituzione ma non ancora disciplinato per legge, e quindi impraticabile. E così avvenne.

Ciò indusse Gedda a riattivare col più giovane, o meno anziano, Gabrio Lombardi i comitati civici per la raccolta delle cinquecentomila firme necessarie alla richiesta di referendum, pensando forse di cavalcare l’azione di contrasto al divorzio anche per ritentare il condizionamento politico dello scudo crociato. Ma il segretario della Dc astutamente si sottrasse, adoperandosi perché il referendum, indetto per la primavera del 1972, fosse rinviato, anche a costo di ricorrere alle elezioni anticipate. Che restituirono per due anni alle forze politiche la possibilità di tentare la modifica parlamentare della legge sul divorzio, ed evitare il conseguente rischio politico di spaccare su quel tema il Paese e lo stesso elettorato democristiano.

Fanfani, tornato alla segreteria della Dc nel 1973 scalzando il suo ormai ex delfino Forlani, di fatto non assecondò il tentativo di scongiurare il referendum rinviato al 1974. Spalancò metaforicamente le porte del partito alla nuova edizione, diciamo così, dei comitati civici e guidò il partito in una battaglia destinata ad una disastrosa sconfitta. I cui risultati finirono per terremotare l’intero quadro politico e  fare costruire, sul mito ormai caduto della invincibilità della Democrazia Cristiana, nuovi equilibri, nuove formule.

Il Pci sfiorò il sorpasso sulla Dc, come ho già ricordato, nelle elezioni regionali del 1975. E, nonostante il recupero del 1976 col voto a naso montanellianamente turato, la Dc fu costretta prima a cercare l’appoggio dei comunisti ai suoi governi monocolori guidati da Andreotti e poi a recuperare la collaborazione con i socialisti e i laici a un prezzo impensabile prima del referendum sul divorzio: una concezione talmente paritaria dei rapporti con gli alleati da lasciare loro la guida del governo. Ciò avvenne prima col repubblicano Giovanni Spadolini, nel 1981, e poi col socialista Bettino Craxi, nel 1983.

costò a Fanfani, l’anno dopo, la segreteria della Dc e ai comitati civici la sopravvivenza.  D’altronde, neppure quelli dell’immaginifico Renzi, obiettivamente, potrebbero loro assomigliare, anche se imprudentemente l’ex segretario del Pd, volente o nolente,  ha finito per rievocarli, o lasciarli rievocare.

 

 

 

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Ponzio Pilato si affaccia alla Corte Costituzionale e se la ride…

            Lì per lì, davanti all’ordinanza con la quale la Corte Costituzionale ha praticamente rinviato al Parlamento il problema del suicidio assistito sollevato dalla Corte di Assise di Milano nel processo contro Marco Cappato per la morte del povero Fabio Antoniani, noto come Dj Fabio, ho fatto prevalere su tutti i dubbi quello sulla mia competenza. Chi sono io per giudicare la Consulta?, mi sono chiesto quasi -molto quasi- come Papa Francesco conversando con i giornalisti degli omosessuali.

            Poi mi sono dato coraggio di fronte non ai dubbi, ma alle certezze critiche nei riguardi della Corte Costituzionale espresse da due giuristi che l’hanno presieduta in passato, e ne sono perciò rimasti presidenti emeriti: Giovanni Maria Flick e Valerio Onida, in ordine rigorosamente alfabetico. I loro pareri negativi, sintetizzabili nella convinzione che la Corte abbia in questo caso abdicato al suo ruolo di giudicare le leggi,  li ho letti sul Corriere della Sera, per quanto confinati all’interno sotto un titolo a una colonna.

            In effetti l’articolo 134 della Costituzione è tassativo nell’attribuire alla Corte il “giudizio”, ripeto, “sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti, aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni”.

            Altrettanto tassativa è la Costituzione con  l’articolo 136 a stabilire che una norma dichiarata illegittima – senza quindi altra possibilità di giudizio che non quello opposto, cioè di conferma- “cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione”.

            Il cerchio della tassatività, chiamiamola così, si chiude con l’articolo 137 quando dice che “contro le decisioni della Corte costituzionale non è ammessa alcuna impugnazione”.

            L’anno di tempo che i giudici del Palazzo della Consulta,  situato di fronte al Quirinale, hanno dato al Parlamento per intervenire sull’articolo 580 del codice penale, che punisce l’aiuto al suicidio, diversamente da quanto abbia fatto, evidentemente male, la legge nota come “fine vita”, è chiaramente di portata più politica che giuridica, o giurisdizionale, come preferite. Ma la politica, per quanto cinque dei quindici giudici della Consulta siano di elezione parlamentare e altri cinque di nomina del presidente della Repubblica, dovrebbe rimanere fuori dall’aula della Corte. Se vi entra, o vi rimane, si produce solo confusione. Non si fa giustizia ma, appunto, politica con tutti i relativi inconvenienti: anche quello di cedere alle tentazioni pilatesche dei partiti e dei rispettivi gruppi parlamentari nella produzione delle leggi.

            Non a caso si è già aperta una discussione su chi debba raccogliere la palla curiosamente mandata dalla Corte Costituzionale al potere legislativo, di cui essa è giudice più ancora forse dell’elettorato che rinnova le Camere. L’iniziativa di cambiare le norme in vigore sul suicidio, fine vita e formule simili deve essere assunta dal governo, con un disegno di legge, o addirittura un decreto legge, essendovi una urgenza obiettiva, dimostrata dal fatto che già un processo -quello contro Cappato- è sospeso ed altri potrebbero seguirlo, o ai parlamentari con una o più proposte ? Il governo, nella persona del vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio, il solito, precedendo il presidente Giuseppe Conte e il guardasigilli Alfonso Bonafede, entrambi colleghi peraltro di partito, o di movimento, è sembrato volersi lavare le mani, anch’esso pilatescamente, non rientrando il suicidio -almeno quello fisico, non del bilancio- nel famoso “contratto” gialloverde stipulato in primavera.

            Cappato.jpgMarco Cappato, l’esponente radicale dal cui processo è nato il contenzioso davanti alla Corte Costituzionale, ha esultato alla pur pilatesca ordinanza della Consulta -pilatesca nel senso che la palla è stata mandata altrove- ravvisandovi una sostanziale bocciatura dell’articolo del codice penale col quale è stato rinviato a giudizio. Per esprimere questa soddisfazione egli non ha voluto aspettare neppure il deposito della sentenza della Corte, dove solo potrebbe trovare compiutamente le ragioni del suo gaudio. Ed è comunque curioso ch’egli abbia accettato a cuor leggero il fatto che comunque il suo processo rimanga bloccato.

            Alla soddisfazione, all’ottimismo e quant’altro di Cappato si aggiungono -a conferma dell’ambiguità oggettiva della situazione creata dai giudici della Consulta- uguali sentimenti espressi dall’ex sottosegretario all’Interno e magistrato Alfredo Mantovano, già della destra finiana e ora non so dove e come collocato politicamente. Egli si è compiaciuto del fatto che la sanzione penale dell’aiuto al suicidio, prestato da Cappato a Dj Fabo, sia rimasta “pienamente in vigore”.

            Mantovano ha aggiunto che i giudici della Consulta se davvero avessero ritenuto “illegittima” la sanzione dell’articolo 580 del codice penale, avrebbero conseguentemente “sentenziato”. Invece hanno prospettato solo una “rimodulazione” del divieto di aiutare il suicidio.

 

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