Il padre di Matteo Renzi esce dall’affare Consip, ma non dalle “sbarre” di Travaglio

            Scagionato dalla stessa Procura della Repubblica di Roma, che subentrando a quella di Napoli lo aveva indagato per traffico di influenze illecite negli appalti per le forniture pubbliche gestiti dalla Consip, il padre di Matteo Renzi, Tiziano, inconfondibile con quel cappello in testa, la barba sotto il mento e uno sguardo per niente sorridente, è rimasto al centro della vicenda in un vistoso  fotomontaggio di prima pagina sul Fatto Quotidiano. Che ha voluto evidentemente rifarsi a modo suo delle conclusioni degli inquirenti, diverse da quelle che forse si aspettavano in redazione. E per le quali il direttore Marco Travaglio e i  suoi collaboratori si erano dati da fare con la solita ostinazione per dare il colpo di grazia all’allora segretario del Pd, appena dimessosi da presidente del Consiglio per la clamorosa sconfitta subita nel referendum del 4 dicembre 2016 sulla riforma costituzionale.

            Il colpo di grazia a Matteo Renzi lo avrebbe dato invece, per quanto involontariamente, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella negandogli le elezioni anticipate e lasciandolo ad un logoramento impietoso: dalla scissione del Pd consumata dagli avversari interni di grande stazza politica, come Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema, in ordine rigorosamente alfabetico, alla sconfitta anche nelle elezioni ordinarie del 4 marzo scorso, in cui il maggiore partito della sinistra ha più che dimezzato i voti procuratigli dallo stesso Renzi nelle elezioni europee di quattro anni prima.

            Ora il pur neo senatore Renzi, che da “extraparlamentare” operante a Palazzo Chigi aveva cercato di ridimensionare quantità e qualità dell’assemblea alla quale si è poi fatto quasi sadicamente eleggere, è soltanto un ex. O un “perdente di successo”, come lo sfottono gli avversari, che faranno di tutto -penso- per fargli aumentare la tentazione di andarsene dal Pd, da lui sospettato di essere troppo tentato a sua volta dall’idea di sostituire la Lega nell’alleanza di governo con i grillini. Egli potrebbe improvvisare un suo partito sostanzialmente personale.

             Eugenio Scalfari, che un po’ lo critica ma un po’ anche continua a stimarlo, ha già promesso ai lettori di Repubblica di accertare personalmente umori e progetti, di Matteo Renzi. Ci ha tentato la scorsa settimana chiamandolo al telefono, ma inutilmente perché l’amico era ancora in viaggio in Cina. Ne è tornato solo domenica scorsa. E ha preferito dedicare il suo primo intervento politico allo scomparso Gilberto Benetton per difenderne la memoria, in una lettera al Gazzettino, dagli “sciacalli e codardi” che l’avevano infangata incolpandolo del crollo del ponte Morandi a Genova.

            Il padre di Renzi, scampato -diciamo così- alle grinfie degli inquirenti, è dunque rimasto nella rete del giornale comandato da Marco Travaglio. Che, peraltro condannato di recente a pagargli 95 mila euro di danni per averlo diffamato, nell’editoriale gli ha aggiunto l’aggettivo “matricolato” al “bugiardo” datogli nel titolo-copertina di prima pagina, amplificando a suo modo un rilievo mosso a Tiziano Renzi dagli inquirenti. I quali, pur scagionandolo dall’accusa con la quale era stato indagato, gli hanno rimproverato di essere risultato “largamente inattendibile” nelle sue deposizioni. Dev’essere evidentemente accaduto in ordine a fatti, circostanze o persone che non avevano a che fare col traffico di influenze illecite contestatogli. Diversamente non si capirebbe il suo scagionamento. Gli inquirenti avrebbero dovuto forse chiederne il rinvio a giudizio, al pari degli altri che, pur per altre imputazioni, sembrano destinati al processo: per esempio, l’ex ministro Luca Lotti, i generali dei Carabinieri Tullio Del Sette ed Emanuele Saltalamacchia, l’ex maggiore dell’Arma Paolo Scafarto, ora assessore comunale nella giunta di centrodestra di Castellammare di Stabia, e il commercialista Filippo Vannoni.

              Quest’ultimo è peraltro  lo stesso che ha accusato il sostituto pubblico ministero di Napoli Henry John Voodcock, sottoposto per questo ad un procedimento disciplinare passato dal vecchio al nuovo Consiglio Superiore della Magistratura, di averlo interrogato e intimidito nelle indagini sull’affare Consip a Napoli senza la presenza del suo legale, indicandogli al di là della finestra dell’ufficio il carcere dove avrebbe potuto cercare di mandarlo.

            Ora che Renzi, Matteo, è diventato il “perdente di successo” di cui scrivevo, la vicenda giudiziaria del padre Tiziano ha perduto, fatta eccezione per il Fatto, che continua a sventolarla come una bandiera, il mordente iniziale. Lo prova l’assenza dei suoi ultimi sviluppi dalle prime pagine, fra gli altri, del Corriere della Sera, della Stampa, del Sole 24 Ore, del Messaggero, del Tempo, di Libero, del manifesto, di Avvenire e del Gazzettino. Mi sono limitato alle testate che consulto ogni mattina grazie alla preziosa e benemerita rassegna stampa del Senato.

 

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

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