Siparietto di Conte alla Confindustria tra discorso e sussurri all’orecchio

           L’assemblea annuale della Confindustria, svoltasi quest’anno in ritardo per via del Covid, ha offerto davanti e dietro le quinte un siparietto significativo dei curiosi tempi politici  in cui viviamo, a posizioni assai variabili.

            Carlo Bonomi, il presidente di Confindustria, appunto, ha pizzicato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in prima fila tra gli invitati con le distanze dovute, per un’affermazione sfuggitagli di recente a proposito dell’utilizzo dei fondi europei della ripresa. “Se sbaglio, mandatemi a casa”, aveva detto il professore tradendo la volontà, il proposito, il tentativo -chiamatelo come volete- di fare non dico tutto da solo, ma quasi, in compagnia di un pugno di ministri e più o meno esperti di sua fiducia. D’altronde, è proprio la possibilità di gestire quei duecento e rotti miliardi di euro messi a disposizione dell’Italia dall’Unione Europea, fra crediti e finanziamenti a fondo perduto, l’argomento sbandierato anche pubblicamente, tra sfida e monito, tra strizzatine d’occhio e minacce, dai sostenitori degli attuali equilibri politici, chiamiamoli così, contro chi lavora, o mostra di lavorare per una crisi, fuori ma anche dentro la maggioranza.

            Bonomi ha avvertito Conte che a rischiare nell’uso dei fondi europei non è solo lui o il suo governo, ma l’intero Paese, col sottinteso invito pertanto a non fare tutto da solo -o quasi, ripeto- ma a coinvolgere il più possibile le categorie produttive, le regioni, i sindacati -perché no?- e l’opposizione parlamentare. Alla quale nel Senato, peraltro, manca davvero poco per diventare maggioranza, se già non lo è considerando i tormenti fra i grillini, o le alterne impazienze dei renziani.

            Nel discorso pronunciato quando gli è toccato il turno il presidente del Consiglio ha mostrato di avere raccolto il segnale, se non lo vogliamo chiamare richiamo, Ed ha parlato al plurale dicendo con la solita enfasi, come quel “Vincere” di mussolinana memoria visto da ragazzo sugli edifici scampati ai bombardamenti della seconda guerra mondiale, che “siamo obbligati a vincere” appunto “la sfida della ripresa”. Nel plurale si poteva scorgere con un pò di buona volontà un certo ravvedimento, o disponibilità a collaborare con gli altri.

            Pressato all’uscita dai soliti, fastidiosi giornalisti in cerca di parole su cui lavorare, Conte ha mostrato di non gradire l’immagine di uno che ha dovuto un po’ subire la pressione di Bonomi e ha parlato di “un confronto positivo, diciamo” appena avvenuto davanti alla platea degli imprenditori. Ma poi, cedendo alla tentazione di rovesciare la realtà, ha sussurrato all’orecchio di qualcuno, come sembra avesse fatto con Bonomi in persona nel commiato, di avere praticamente già parlato al plurale nell’occasione contestagli dal presidente della Confindustria. In particolare, egli avrebbe già allora adombrato “il fallimento del Paese”, e non solo suo o del suo governo, in caso di mancato o cattivo uso delle risorse  europee per la ripresa. Ma, francamente, le frasi testuali di Conte, prima e durante l’assemblea di Confindustria, dicono il contrario.

            Il presidente del Consiglio, comunque, ancora una volta ha fatto testo, anche con le cose sussurrate all’orecchio, nella redazione dell’adorante Fatto Quotidiano. Dove in un richiamino di prima pagina è stato così riassunto il siparietto dell’assemblea confindustriale e dintorni: “Bonomi abbassa le penne e cerca la pace con Conte”, chissà se ottenendola o no.

In campagna, d’autunno, tra i cani sciolti sotto le…cinque stelle cadenti

Ci si può anche divertire,  per carità, a leggere le cronache, peraltro più di colore che di politica vera e propria, dell’incontro svoltosi fra i pezzi da novanta, ottanta, settanta e via scendendo del Movimento 5 Stelle in un agriturismo della periferia romana per chiarirsi le idee dopo la batosta presa nelle elezioni regionali del 20 e 21 settembre.

Non si sono voluti aspettare neppure i ballottaggi comunali del 4 ottobre su cui tanto ha scommesso Luigi Di Maio. Che ormai, chiuso come peggio francamente non si poteva per la sua parte politica il turno regionale, tra alleanze inutilmente tentate o fallite col Pd, come quella in Liguria, per esempio, spera ancora che si potrà fare meglio nelle elezioni comunali dell’anno prossimo.

Ci si potrebbe anche divertire, dicevo, leggendo dei ministri, vice ministri, sottosegretari, capigruppo e parlamentari accorsi a mescolarsi con i “cani sciolti” della campagna romana segnalati con tanto di cartello. O condividendo il sarcasmo dei cronisti impegnati a confrontare i pullman affittati dai grillini dopo le elezioni del 2018, per prepararsi in un altro agriturismo alla legislatura rivelatasi così generosa di seggi per loro, e le auto di questo autunno eufemisticamente chiamate “di servizio” da qualcuno abituato invece a scambiarle, sino a quando ad usarle erano altri, per privilegi dipinti di blu: un colore rimosso dai dignitari pentastellati facendo acquistare dalle loro amministrazioni macchine rigorosamente e anonimamente grigie.

Avevano più coraggio, o meno ipocrisia, i socialisti di Pietro Nenni che, tornati al governo con la Dc in groppa al centrosinistra, prima col trattino e poi senza, erano almeno orgogliosi della macchine blu che li portavano in giro. Ci avevano sperato già nel 1948, pensando di vincere le elezioni storiche del 18 aprile e sognando con l’alleato Palmiro Togliatti di cacciare Alcide De Gasperi a “calci in culo” dal Viminale, che la Presidenza del Consiglio divideva allora come sede col Ministero dell’Interno.

Rispetto al “colore” della periferia romana del “conclave” segreto dei grillini, ci sarebbe da rimpiangere il castello toscano di Gargonza, dove la sinistra più o meno raccolta sotto l’Ulivo di Romano Prodi soleva incontrarsi per difendersi da quell’intruso che era considerato Silvio Berlusconi. Che nel 1994 aveva guastato la festa annunciata da Achille Occhetto alla testa della “gioiosa macchina da guerra” per chiudere coerentemente con le premesse e le attese delle Botteghe Oscure la stagione giudiziaria di “Mani pulite”.

Sconfitta a tal punto dal Cavaliere da essere addirittura tentata di inseguirlo sulla strada dei movimenti improvvisati e della personalizzazione della politica, la sinistra fu richiamata all’ordine proprio a Gargonza nel 1997 da Massimo D’Alema, succeduto ad Achille Occhetto alla guida del Pds-ex Pci e spesosi per l’incoronazione di Romano Prodi a leader dell’Ulivo e candidato a Palazzo Chigi. Dove tuttavia erano bastati pochi mesi, dopo la vittoria elettorale del 1996, a far capire a “Baffino” che il professore di Bologna si concedeva troppa autonomia e troppe ambizioni, col suo vice presidente del Consiglio Walter Veltroni, per un’alleanza composita come quella dell’Ulivo.

Fu in quell’occasione, a Gargonza, che D’Alema portò avanti la protesta già levatasi contro i “cacicchi”, come lui chiamava i sindaci e oggi forse chiamerebbe i governatori regionali, ed avvertì -peraltro inutilmente- che “la politica deve continuare ad essere fatta dai partiti, non attraverso movimenti tardosessantotteschi”. Non immaginava, poveretto, quanto avrebbe anticipato i tempi della paura, a dir poco, avvertita in questi tempi per il protagonismo, il peso politico e quant’altro di un movimento come quello grillino. Che ora più si dibatte nella crisi d’identità subentrata all’emorragia elettorale in corso dalla primavera del 2019 e più vi si sprofonda. Più insegue i suoi “Stati Generali”, come vengono troppo enfaticamente chiamati quelli che una volta erano i congressi, e più essi appaiono “generici” addirittura al direttore in persona del giornale meglio disposto verso i grillini. Che naturalmente è Il Fatto Quotidiano.

Più i pentastellati gridano contro la casta e più vi diventano o vi partecipano praticandone solo i vizi, e mai le virtù che pure le caste riescono spesso ad avere. E li praticano con la goffaggine naturalmente degli inesperti o degli improvvisatori, come dimostrano i cinque centimetri di acqua -dico cinque- in cui sono riusciti ad affogare o annaspare con la vicenda dello stipendio del “loro” presidente dell’Inps Pasquale Tridico. Di cui lasciatemi nutrire il sospetto che si sia pentito del giorno in cui conquistò l’interesse, la fiducia e non so cos’altro del movimento 5 Stelle, diventandone nel 2018 il candidato a ministro del Lavoro.

Per tornare a Gargonza e al suo castello, malamemte imitato dai grillini con le loro incuriosi negli agriturismo, confortevoli per  quel “ritorno alla natura” bucolicamente evocato dal reggente Vito Crimi, voglio ricordare che cominciò lì, nella storia della cosiddetta seconda Repubblica, anche la pratica delle stagioni brevi ed effimere della sinistra, come potrebbe rivelarsi breve nella campagna romana la stagione grillina.

Fu a Gargonza nel 2000 che, bruciati in quattro anni il primo governo Prodi e ben due governi di D’Alema, succedutogli senza passare per nuove elezioni, ma con una manovra di palazzo favorita da un partitino improvvisato dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, la sinistra si divise fra Giuliano Amato, allora presidente del Consiglio, e Francesco Rutelli per la camdidatura a Palazzo Chigi nelle elezioni ordinarie dell’anno dopo. Prevalse la visione dell’Italia  “a rotelle”, come si lasciò scappare il solitamente contenuto “dottor Sottile” dei tempi di Bettino Craxi. E le elezioni furono vinte da Berlusconi, riuscito poi a governare per l’’intera legislatura.

A rotelle stavolta, in questi tempi di epidemia virale, ci sono i banchi di scuola della ministra grillina della Pubblica Istruzione Lucia Azzolina, corsa dai suoi nell’agriturismo della periferia romana a lamentarsi della guerra intestina che le farebbero quelli del Pd. Ma a rotelle, francamente, sono più generalmente ridotti il movimento 5Stelle e una legislatura che sembra costretta dalla rassegnazione, più che dalla paura  di chissà quale Annibale alle porte, a proseguire comunque sino al suo epilogo ordinario, costi quel che costi. Spero, francamente, il meno possibile all’Italia.

 

 

 

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I grillini si ricompattano sul reddito di cittadinanza e intimidiscono Conte

Con l’aria per niente dimessa o sconsolata attribuita loro dal vignettista Vauro Senese sulla prima pagina del Foglio Quotidiano, che cerca inutilmente di farli apparire come le vittime designate di una macchinazione dei cosiddetti poteri forti, decisi a profittare delle difficoltà del movimento 5 Stelle per dargli il colpo di grazia, o quasi, stavolta addirittura con la complicità di Giuseppe Conte, i grillini hanno dato “l’altolà” annunciato sulla prima pagina del Corriere della Sera ad una stretta del cosiddetto reddito di cittadinanza.

             Divisi su tutto, rappresentati dallo stesso presidente pentastellato della Camera Roberto Fico come “bande” in guerra fra loro sulla strada congressuale degli Stati Generali, o “generici”, come li ha chiamati perfino Marco Travaglio, i parlamentari grillini si sono ritrovati improvvisamente uniti nella difesa dell’altra loro bandiera di questa legislatura, dopo il taglio dei seggi della Camera e del Senato appena ratificati col referendum. “Abbiamo sconfitto la povertà”, annunciò trionfante Luigi Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi prima ancora che il reddito di cittadinanza diventasse legge, ma solo perché ne era stato appena concordato il finanziamento nell’allora maggioranza e governo gialloverde, con i leghisti.

            Sulla medesima prima pagina del Corriere della Sera, quasi per avvisare i lettori di non farsi soverchie illusioni sulla capacità di resistenza del Pd e dello stesso Conte all’”altolà” dei grillini, Angelo Panebianco ha spiegato nel suo editoriale che “i numeri” -non le pietre “vendute” sul suo  blog da quel burlone di Beppe Grillo in persona per “pulire, grattare e smerigliare il cervello della stupidità umana”-  giocano  in Parlamento a loro favore. “I 5 Stelle, spaccati al loro interno quanto si vuole, restano il partito di maggioranza relativa e il Pd è la ruota più piccola del carro” di governo, ha ricordato impietosamente  il professore anche a Nicola Zingaretti. Che d’altronde nel partito che guida è di fatto trattenuto sulla strada di una svolta dal più prudente, paziente e quant’altro capo della delegazione piddina al governo Dario Franceschini.

            L’unica sponda vera che il segretario del Pd trova nel gruppo di testa del Nazareno nel tentativo di investire in qualche modo la sua vittoria o mancata sconfitta nelle elezioni regionali del 20 e 21 settembre, con le perdite limitate alle Marche, è quella di Andrea Orlando. Che è tornato a farsi sentire sul Foglio lamentando “alibi per stare fermi”, visti i rischi di una crisi, e non escludendo, cioè insistendo per “il rimpasto”. Che invece viene ostinatamente escluso dal presidente del Consiglio perché non gliel’avrebbe chiesto nessun partito della maggioranza, e sarebbe previsto solo dall’”agenda dei giornalisti”.

             Chissà se l’ex ministro della Giustizia prima o dopo non si stuferà di questa sostanziale provocazione del presidente del Consiglio nei suoi riguardi e non si deciderà a porre la questione nel Pd, non foss’altro per verificare se veramente può ritenere di contribuire ancora a rappresentarlo con la carica di vice segretario, peraltro unico.

Quinto Fabio Massimo…Franceschini temporeggia coi grillini incalzati dal Pd

Dario Franceschini, ministro dei beni culturali e capo della delegazione del Pd al governo, ha rotto un silenzio che probabilmente si è in qualche modo divertito a vedere interpretare nei modi più diversi, come soleva fare nella Dc Aldo Moro nei tempi più difficili. Lo ha rotto lasciandosi contattare da Repubblica, forse non a caso, il giorno dopo un’intervista del suo collega di partito e governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini al Corriere della Sera un po’ impaziente nei riguardi dei grillini. “Ho il massimo rispetto -aveva detto Bonaccini- per le fibrillazioni di tutti, ma siamo qui per risolvere i problemi del Paese, non delle singole forze politiche”. E già era una concessione ai grillini accomunarli generalmente ad altri partiti, di maggioranza e persino di opposizione, visto che neppure nel centrodestra mancano disagi capaci di ripercuotersi sull’intero Paese.

Bonaccini, si sa, era considerato prima delle elezioni regionali del 20 e 21 settembre come il più probabile candidato alla successione di Nicola Zingaretti alla segreteria del partito in caso di sconfitta. Che non c’è stata, o si è rivelata di tali modeste dimensioni rispetto al temuto, con la perdita della “sola” regione Marche e il salvataggio della Puglia, della Campania e della Toscana, che molti l’hanno interpretata o scambiata -ha scritto il solito, impietoso Massimo Cacciari- per una vittoria.

Problemi tuttavia ne sono rimasti sul tappeto, con la consapevolezza per primo dello stesso Zingaretti, che chiede un giorno sì e l’altro pure al presidente del Consiglio un cambiamento di passo del governo, anche a costo di aumentare le difficoltà, a dir poco, dei grillini in crisi d’identità e di voti. E Bonaccini, come si è visto, lo incalza su questo terreno lasciandosi immaginare, volente o nolente, ancora in corsa per una nuova segreteria, sia pure in tempi più lunghi o meno convulsi delle previsioni antecedenti al recente turno di elezioni amministrative.

Alle impazienze di Bonaccini e -penso- dello stesso Zingaretti per fronteggiarne la concorrenza Franceschini ha opposto una certa tattica temporeggiatrice, alla maniera del patrizio romano Quinto Fabio Massimo Verrucoso, di oltre il 200 avanti Cristo. “Sull’Europa e sui temi economici mi pare che i 5Stelle abbiano fatto molti passi avanti. Certo, se nasci come movimento anti-sistema e poi ti trovi di colpo al governo, passando da una coalizione con la lega ad una col Pd, è normale che hai degli sbandamenti”, ha osservato con comprensione Franceschini. Che si è mostrato perciò fiducioso, senza neppure bisogno di dare loro dei “consigli”, che i grillini sapranno rinunciare da soli anche agli “slogan anti-Palazzo”, ora che vi stanno dentro. E non si lasciano scappare occasione -aggiungerei- per starvi sempre di più, vista la puntualità e a volte persino la smania con la quale partecipano alle nomine ed altre pratiche del sottogoverno.

Di questa necessaria evoluzione, chiamiamola così sfidando l’ira di chi la chiama involuzione fra i pentastellati, Franceschini ha proposto ai grillini questa motivazione che una volta nella Dc sarebbe stata definita “dorotea”: “Non credo che tra loro ci sia qualcuno che voglia regalare il Paese alla destra con 200 miliardi di euro da spendere”, quelli dei fondi europei per la ripresa, ”e un presidente della Repubblica da eleggere” nel 2022. Magari mandando al Quirinale Conte, o facendo andare come garante proprio lui, Franceschini. Che ha però liquidato il sospetto di una sua partecipazione alla corsa al Colle come “gioco di società piuttosto sciocco”, bastandogli ed avanzandogli -ha assicurato- “l’aspirazione a fare bene il ministro della Cultura e del Turismo”. Spero a questo punto, per lui, che grillini e quant’altri non lo prendano in parola.

Neppure l’intervento del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco a favore dell’utilizzo rapido del cosiddetto fondo europeo salva-Stati, noto come Mes, per il potenziamento del servizio sanitario e indotto ha fatto recedere Franceschini dalla prudenza imposta dalla persistente opposizione dei grillini a questo tipo di finanziamento. “Sul Mes -ha detto- bisogna deideologizzare lo scontro. Vediamo cosa serve alla sanità, quali progetti e quante risorse servono e poi affronteremo il tema insieme al Recovery fund”, seguendo praticamente il calendario lentissimo di Luigi Di Maio. Che nei rapporti col Pd ha fretta solo di preparare insieme, con candidature comuni o simili, le elezioni comunali del prossimo anno, vista la ingloriosa fine degli accordi tentati a livello regionale.

Ma, a sorpresa, proprio sul terreno municipale Franceschini si è messo di traverso rispetto a Di Maio, privilegiando un negoziato eventualmente fra il primo e il secondo turno. E comunque avvertendo che “ci sono dei nomi che rappresentano un impedimento a qualsiasi accordo”. Egli ha evitato così una lite in famiglia, essendo la moglie Michela Di Biase la ex capogruppo del Pd in Campidoglio, ora alla regione Lazio, decisamente contraria alla conferma cui aspira la sindaca pentastellata di Roma Virginia Raggi. Alla quale, in una recente intervista, la signora Franceschini ha fatto capire di potersi anche contrapporre proponendosi alle primarie del partito.

 

 

 

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I grillini fra rantoli, sfide politiche e minacce agli alleati di governo

            Finalmente ho trovato un politico partecipe in qualche modo dell’area giallorossa dalle sue postazioni di governatore dell’Emilia Romagna e di presidente della Conferenza Stato-Regioni, che ha avuto l coraggio di dire davvero come stanno le cose. Parlo naturalmente di Stefano Bonaccini. Il quale, intervistato da Maria Teresa Meli per il Corriere della Sera sui condizionamenti, ritardi e quant’altro che il presidente del Consiglio  Giuseppe Conte subisce per la crisi interna del movimento che lo portò a Palazzo Chigi nel 2018, e ne impose la conferma l’anno dopo al Pd subentrato alla Lega di Matteo Salvini, ha detto testualmente: “Ho il massimo rispetto per le fibrillazioni di tutti, ma siamo qui per risolvere i problemi del Paese, non delle singole forze politiche”.

            L’Italia insomma, e non solo il Pd, pur rinfrancato dal fatto di avere perduto nell’ultima tornata elettorale “solo” la regione Marche, e non anche la Puglia e la Toscana, non può rimanere appesa all’albero ormai spelacchiato di Beppe Grillo e amici, o soci. Altri due anni e mezzo così, quanti ne mancano all’incirca all’epilogo ordinario della legislatura, non li può reggere nessuno, seppure bene assistito in quella specie di reparto di rianimazione che è diventato il Quirinale per Conte: “il doroteo della post politica”, lo ha appena definito sulla Stampa Massimiliano Panarari. Doroteo nella Dc era diventato sinonimo di opportunista.

            Pur con tutti gli apprezzamenti che merita la severità di Bonaccini, e la paura che ne dovrebbero avere sotto le cinque stelle come possibile concorrente, prima o poi, del più paziente o indeciso Nicola Zingaretti alla guida del Pd, sarebbe forse auspicabile una ulteriore dose di franchezza per chiamare come merita davvero la crisi cosiddetta identitaria del movimento grillino.

            Gregorio De Falco, il capitano di fregata noto per la sfuriata contro il comandante della nave Concordia Francesco Stecchino naufragata nel 2012 all’isola del Giglio, ha conosciuto bene da senatore il movimento grillino. Della cui “morte lenta, lentissima” ha appena parlato al Corriere dicendo che il Paese è diventato “ostaggio di questa agonia”.

            D’accordo, può esserci del risentimento nelle parole del parlamentare espulso per indisciplina dal quasi partito di Grillo. Ma sentite come lo ha appena descritto addirittura con compiacimento il pentastellato presidente dell’Antimafia Nicola Morra, insegnante consapevole -credo- del significato delle parole che usa: “Il movimento 5 Stelle è un qualcosa di liquido, che dinamicamente deve evolvere senza snaturarsi”. Qualcosa di liquido, o persino di gassoso, da cui pure partono esibizioni di forza e minacce come quelle del capogruppo della Camera Davide Crippa. Che ha appena ricordato sul Corriere della Sera che “qualsiasi cosa si voglia fare, si deve passare da noi”. E al presidente del Consiglio espostosi ad accennare a restrizioni necessarie anche al cosiddetto e abusato reddito di cittadinanza ha risposto: “Conte sa benissimo che il Movimento è la forza più leale che ha in Parlamento e che non può prescindere da noi”.

            L’agonizzante, insomma, per restare all’immagine di De Falco, alterna rantoli, sfide e minacce, in uno spettacolo a dir poco anacronistico, per non parlare della “guerra fra bande” lamentata dal presidente grillino della Camera Roberto Fico parlando degli imminenti Stati Generali del movimento, o “generici”, come ha dovuto ammettere il solitamente adorante direttore del Fatto Quotidiano.

 

 

 

 

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La “bufera” Tridico si trasforma nella solita fiera delle ipocrisie

           Sarebbe il colmo, da comica finale, se il secondo governo di Giuseppe Conte a maggioranza giallorossa, diversamente da quella gialloverde del primo, scivolasse su una buccia di banana come quella dello stipendio del presidente dell’Inps Pasquale Tridico. Sarebbe il colmo se fosse travolto dalla “bufera” annunciata dal Messaggero a proposito di questa vicenda, per fortuna non ancora tradotta su altri giornali in una tromba d’aria o in una bomba d’acqua, cui cominciano ad abituarci anche in Italia. Sarebbe davvero il colmo. E infatti non accadrà.

            Vedrete che di questa faccenda, al netto o al lordo degli arretrati controversi, rimarrà sul tappeto, quando e se mai se ne tireranno le somme, solo la conferma dell’infimo stato di ipocrisia e doppiezza in cui è stata ridotta la politica italiana. E ciò solo per  inseguire sotto l’arco del Tito di turno- prima Umberto Bossi, a cavallo tra la prima e la seconda Repubblica, e poi Beppe Grillo- le farfalle della demagogia e del moralismo.

           Stento, anzi mi rifiuto di considerare uno scandalo, sperando di non contribuire con questo a danneggiare l’interessato, che al presidente di un ente come l’Inps si autorizzi da parte delle autorità competenti, o vigilanti, uno stipendio annuo di 150 mila euro lordi, dai 62 mila iniziali, che rimane pur sempre inferiore di 90 mila euro a quello dei 40 suoi direttori generali. E che questa verità non abbia avuto il coraggio di dirla o rivendicarla, riservandosi invece di riflettere e informarsi, l’attuale ministro degli Esteri Luigi Di Maio, cui Tridico deve la sua nomina al vertice dell’Inps, la dice lunga sulla credibilità e dimensione politica -o persino umana- dell’ex capo forse addirittura rientrante del Movimento 5 Stelle. Attorno ai cui gruppi parlamentari ruotano da più di due anni e mezzo i cosiddetti equilibri politici nazionali, cioè squilibri.

            L’idea che il giovane Tridico possa essere cacciato via dall’Inps non per gli errori commessi nella valutazione, per esempio, del cosiddetto reddito di cittadinanza di stampo grillino, che avrebbe dovuto abolire la povertà in Italia, o nella gestione delle misure di emergenza virale disposte dal governo nel campo dell’assistenza e della previdenza, ma per il tentativo di ottenere un compenso meno basso di quelli riservati ai dirigenti che lo affiancano, o dovrebbero affiancarlo, non mi fa ridere ma indignare. Altrettanto dico della pausa di riflessione e informazione che si è preso non solo Di Maio, proveniente dalle scalinate dello stadio di Napoli con birre e simili a tracolla da vendere agli spettatori, ma anche l’avvocato civilista e professore di diritto Giuseppe Conte.

            Sul piano più strettamente politico è a dir poco penoso il palleggio di responsabilità in corso a livello di cosiddetta vigilanza, con i ministri attuali dell’Economia e del Lavoro che ritengono di dover giustificare il loro sì all’aumento di stipendio di Tridico, risalente al 7 agosto, con l’accordo preso e le procedure avviate in quella direzione dai loro predecessori l’anno scorso, quando la maggioranza era gialloverde e non giallorossa.

            Mi chiedo ciceronianamente sino a quando riterranno di abusare  della pazienza degli italiani sia i governanti di oggi sia quelli di ieri, che ora dall’opposizione -parlo naturalmente dei leghisti- usano Tridico come un pupazzo sputandogli addosso e reclamandone le dimissioni, dopo averne consentito la carriera di pubblico amministratore.  

 

 

 

 

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Sulla testa di Zingaretti la tegola del sondaggista Nando Pagnoncelli

               Temo che Nando Pagnoncelli abbia fatto andare storto il caffè questa mattina al segretario del Pd Nicola Zingaretti con quel sondaggio Ipsos per il Corriere della Sera che dà il centrodestra in vantaggio “con ogni legge elettorale”, come dice impietosamente un titolo in prima pagina. “Con il sistema elettorale attuale o con il Germanicum” -su cui Zingaretti sta trattando con i grillini fra un rinvio e l’altro dell’approdo della riforma nell’aula della Camera per il suo primo passaggio parlamentare- ”non importa: il risultato non cambia. Il centrodestra avrebbe sempre la maggioranza”.

                L’unica consolazione lasciata da Pagnoncelli a Zingaretti, e anche a Silvio Berlusconi, è che “Salvini e Meloni avrebbero però bisogno di Forza Italia”. Ma è una consolazione per modo di dire perché il Pd sarebbe comunque destinato a tornare all’opposizione dopo avere aiutato i grillini, col cambio di maggioranza l’anno scorso, ad evitare elezioni tanto anticipate quanto distruttive per il movimento 5 Stelle, dimezzato nelle urne per il rinnovo del Parlamento europeo da Salvini dopo meno di dodici mesi di governo insieme.

            Quella di Pagnoncelli non è stata tuttavia l’unica notizia brutta per Zingaretti. Non gli deve essere piaciuta molto neppure un’intervista di Massimo Cacciari alla Verità che ripropone come “una leggenda” la vittoria generalmente attribuita al Pd nelle elezioni regionali di domenica e lunedì scorso per avere ceduto al centrodestra solo le Marche -la quindicesima regione su venti ora nella disponibilità politica degli avversari- e non anche le Puglie e soprattutto la Toscana, apparse in bilico per una buona parte della campagna elettorale.

            Ma oltre a contestargli la  “leggenda” più o meno metropolitana della vittoria elettorale del 21 settembre Cacciari, che non si può certamente considerare un elettore di centrodestra con tutta la storia politica e amministrativa che ha sulle spalle, ha segnalato a Zingaretti la situazione per niente statica della Lega. Dove “Zaia rimedia agli errori di Salvini”, in tandem -aggiungo io- con Giancarlo Giorgetti. Che non avrà i voti dell’ora governatorissimo leghista del Veneto ma i  rapporti giusti con l’Europa sì, dove d’altronde il primo governo Conte, quello gialloverde, stava per mandarlo l’anno scorso, prima della crisi, per rappresentare l’Italia nella nuova Commissione di Bruxelles. E se lo stesso Giorgetti, allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, si tirò indietro parlandone col capo dello Stato, lo fece diffidando non tanto di Salvini e della comune Lega ma dei grillini, da lui considerati sotto sotto, nonostante l’appoggio poi fornito ad Ursula Von der Leyen per l’elezione a presidente di quella Commissione, più sovranisti ed euroscettici del “capitano”.

            Ciò che si sta muovendo nella Lega, tra la segreteria in cantiere e i “pali” e paletti di Zaia e Giorgetti, non piace per niente naturalmente al Fatto Quotidiano, sulla cui prima pagina Vauro Senesi ha espresso bene i sogni di Marco Travaglio rappresentando Salvini in galera, impegnato a dare spallate alla porta della cella. Gratta gratta, è sempre lì, fra le sbarre o in manette nel passaggio da un tribunale all’altro, che Travaglio vorrebbe quelli che non gli stanno simpatici, prima o dopo -magari- anche qualcuno fra i grillini resistenti ai suoi consigli. Il lupo, dice un vecchio proverbio, perde il pelo ma non il vizio. E il lupo è già più nobile, diciamo così, dello sciacallo.

 

 

 

 

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Giorgetti assicura sulla Lega: “Non siamo completamente tonti”.

Anche se è la confusione crescente fra i grillini, nonostante il tonico sì referendario alle Camere tagliate con le loro forbici, ad attirare la maggior parte dell’attenzione degli osservatori politici, penso sia più interessante, e decisivo per le prospettive politiche persino di questa legislatura un po’ ingessata, ciò che sta accadendo fra i leghisti.  Una cui evoluzione potrebbe, in particolare, ridurre le remore del capo dello Stato ad uno scioglimento anticipato delle Camere in caso di crisi, prima che cominci il suo cosiddetto semestre bianco, cioè l’ultima frazione del mandato presidenziale in cui gli è preclusa l’interruzione, appunto, della legislatura.

In una coincidenza non so se più casuale o fortunata  l’ormai  governatorissimo del Veneto Luigi Zaia -con quel 76 e rotti per cento di voti ottenuto nella sua regione- e il vice segretario del partito Giancarlo Giorgetti hanno posto il problema di un aggiornamento, a dir poco, del programma del movimento.

Zaia, intervistato dal Corriere della Sera, pur liquidando come “manfrine” i tentativi di contrapporlo a Salvini e di coinvolgerlo nelle polemiche interne, tenendo anzi a riconoscere al “capitano” il merito di avere raccolto “un cadavere eccellente” per riportalo “nell’Olimpo”, ha detto che “una persona”, per quanto molto votata in un certo momento, non basta per vincere se le manca -si presume, come adesso- “un consolidato programma politico”. Che il governatorissimo ha paragonato a “un palo”, inteso come “supporto per continuare a crescere”.

Non mi sembrano parole dette così, a caso, da chi peraltro è in politica non da ieri, o l’altro ieri. Sono parole di un ancora più grande significato, o portata, se collegate a quelle dell’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giorgetti pronunciate nel contesto di un’intervista a Repubblica centrata sul problema di una nuova legge elettorale questa volta interamente proporzionale, in linea di massima concordata fra Pd e Movimento 5 Stelle con una incertezza per ora riguardante solo o soprattutto la cosiddetta soglia di accesso per partecipare alla distribuzione dei seggi parlamentari. E’ una soglia che Giorgetti sospetta sia destinata a scendere via via sotto il 5 per cento originariamente previsto, allo scopo di soddisfare i partiti minori dell’attuale coalizione di governo, a cominciare dall’Italia dei Valori di Matteo Renzi. Che Alessandra Ghisleri ha appena valutato sulla Stampa, in base ai risultati delle elezioni in cui il nuovo partito si è misurato domenica e lunedì scorso, attorno al 3,7 per cento, contro il 5,1 attribuitosi dall’ex presidente del Consiglio.

Ebbene, Giorgetti ha detto a Repubblica che “va sicuramente precisato e affinato quello che la  Lega propone all’Italia”. “Di questo -ha precisato- abbiamo discusso con Matteo Salvini.  E’ chiaro che il lockdown e il cambiamento che si è avuto nella società impone una riflessione. Dobbiamo preparare una proposta per le politiche….Dobbiamo essere inclusivi e aprirci a mondi che ci guardano ancora con diffidenza e sospetto. E, se abbiamo fatto degli errori, li dobbiamo correggere”.

Non credo che Giorgetti, già sbottato in campagna elettorale con quel no referendario gridato ai tagli dei seggi parlamentari ancora difeso da Salvini, potesse essere più chiaro ed esplicito. Invece ha voluto esserlo quando ha spiegato che fra “i mondi” ancora sospettosi verso i leghisti c’è quello europeo. Dove Salvini ha preferito l’alleanza con la francese  Marine Le Pen piuttosto che il dialogo col Partito Popolare, facendosi peraltro sorpassare dai grillini nel passaggio parlamentare di Strasburgo in cui fu eletta Ursula von der Leyen  a presidente della nuova Commissione Europea. I grillini infatti votarono a favore risultando decisivi per lo scarto di nove voti col quale l’allora ministra tedesca della Difesa fu eletta. I leghisti, tanto tentati dall’astensione da avere ottenuto “la comprensione” della Le Pen, essendo essi ancora al governo in Italia, ebbero invece all’ultimo momento l’ordine di votare contro. Errori da correggere, dice adesso Giorgetti forse pensando proprio o anche a quell’infortunio politico. E’ difficile chiamarlo diversamente.

In ogni caso, anche da responsabile della politica estera leghista Giorgetti ha rivelato che sta “riflettendo” con Salvini sulla collocazione della Lega in Europa per una decisione cui poi i parlamentari del Carroccio dovranno adeguarsi, senza pretendere di essere loro a decidere. “Siccome non siamo completamente tonti, ragioniamo”, ha precisato il vice di Salvini oosservando che “è il lockdown che ha cambiato l’Europa e l’atteggiamento della Commissione” nei riguardi dell’Italia, non quindi la sostituzione della Lega col Pd nel governo di Giuseppe Conte  e nella maggioranza. E’ ciò che d’altronde va dicendo e spiegando da qualche tempo, in polemica col suo successore Roberto Gualtieri, anche l’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria, convinto che l’Unione Europea venga immiserita quando si attribuisce la sua evoluzione solidaristica al ruolo non più di governo ma di opposizione della Lega.

            Di fronte ad un movimento leghista che pur si muove, come diceva Galileo Galilei dalla terra, è francamente difficile dire quanto ancora potrà durare la parte strumentale della rappresentazione fatta dell’Italia da Giuseppe Conte, Beppe Grillo, Matteo Renzi e Nicola Zingaretti, in ordine rigorosamente alfabetico, come di un Paese minacciato dal revanscismo fascista e sovranista della Lega di Salvini e perciò condannato a tenersi questa pur sofferta e sofferente maggioranza sino all’epilogo ordinario della legislatura, non potendosene prevedere costituzionalmente una proroga. A meno che Di Maio dalla Farnesina a tempo debito non dichiari la guerra alla Repubblica di San Marino per fare scattare la clausola bellica dell’articolo 60 della Costituzione per la proroga, appunto, di un Parlamento scaduto.

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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I leghisti superano i grillini nel fare notizia. Zaia manda a dire a Salvini…

            No. La notizia politica del giorno non è quella offerta  dalla generalità dei quotidiani in prima pagina sul crescente stato confusionale dei grillini.  Che sta stufando persino Marco Travaglio, spazientito a tal punto da liquidare sul suo Fatto Quotidiano per “Stati generici” gli “Stati Generali” sulla cui preparazione si distinguono e litigano i pentastellati non abituati alla pratica dei congressi di partito.

            Ormai classificatisi a sinistra anche o proprio per le divisioni nelle quali si stanno perdendo, come ha loro contestato il vignettista del Secolo XIX Stefano Rolli, i grillini sono riusciti a produrre persino “il paradosso”, lamentato sul Corriere della Sera da Massimo Franco, di disertare le loro assemblee interne quando vi partecipano i capi, capetti e simili, e di frequentarle invece in abbondanza quando quelli non ci sono e loro possono più liberamente parlarne male.

            Persino il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha dato una mano a questo paradosso convocando una riunione interministeriale a Palazzo Chigi proprio nelle ore dell’assemblea congiunta dei gruppi parlamentari 5 Stelle. Dove l’assenza di Luigi Di Maio, per esempio, ha probabilmente contribuito alla decisione del “reggente” Vito Crimi  di  rinunciare a un’assenza già annunciata.

            No, dicevo. La notizia politica del giorno non viene dai grillini ma dalla Lega. Il cui leader Matteo Salvini non è solo alle prese con i processi per i presunti reati ministeriali che gli vengono contestati, addirittura di sequestro di migranti, o per le indagini che lo sfiorano sui soldi della sua formazione politica. Ora egli è alle prese anche con una certa fronda politica interna di crescente visibilità, affacciatasi durante la campagna elettorale col no di Giancarlo Giorgetti ed altri alla conferma referendaria delle Camere sforbiciate dai grillini e sviluppatasi sino a coinvolgere in qualche modo Luca Zaia. Che non è il governatore ma il governatorissimo del Veneto, con quel 76,7 per cento bulgaro di voti che ha portato a casa superando alla grande con la sua lista praticamente personale quella del partito “per Salvini”.

            Già il titolo di richiamo in prima pagina di un’intervista di Zaia al Corriere della Sera è pruriginoso, diciamo così: con quell’annuncio che “alla Lega serve un progetto politico solido”, evidentemente mancante, o non sufficientemente chiaro e visibile. Un progetto che nel testo dell’intervista diventa “un palo”, inteso come “supporto per poter continuare a crescere” e non vanificare “il lavoro strepitoso”, per carità, compiuto da Salvini prendendo “in mano un cadavere eccellente” e portandolo “nell’Olimpo”.

             Sotto questa superficie sparsa di zucchero in polvere, comprensiva della ritrosia opposta inizialmente- “non sono minimamente interessato”- al tentativo dell’intervistatore di trascinarlo nelle vicende interne alla Lega, rimane la necessità e forse persino l’urgenza avvertita dalla personalità ora più popolare della Lega di dare al movimento un “progetto politico” che l’affranchi forse da quella dose eccessiva di sovranismo, o di euroscetticismo, tradottasi nell’alibi più comodo degli avversari per allearsi contro di lui e tenere in piedi con la respirazione ufficiale la legislatura in corso. Che senza lo spauracchio del “capitano” leghista smanioso di “pieni poteri” e troneggiante in un centrodestra dove solo Silvio Berlusconi si illude di poterlo ancora  condizionare, sarebbe già bella che finita con lo scioglimento anticipato delle Camere.

 

 

 

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I curiosi aiuti al governo Conte da Roberto Fico e Beppe Grillo in persona

            Come aiuto a Giuseppe Conte o contributo alla stabilità del governo, che il presidente del Consiglio difende anche dall’ipotesi di un rimpasto “rivelando” al direttore della Stampa, in una intervista telefonica, che “nessuna forza” della maggioranza gliel’ha chiesto, è quanto meno stravagante quello che gli ha offerto il presidente della Camera Roberto Fico. Il quale ha chiesto per il suo movimento in crisi di identità, e di voti, “Stati Generali permanenti”.

             Dal niente, qual è stato sino ad ora il congresso annunciato per la primavera scorsa e poi rinviato per l’emergenza virale, anche se Davide Casaleggio lo immaginava elettronico, al solito, con la “piattaforma” da lui gestita, si vuole passare al troppo. Che è appunto un congresso permanente, continuo come  la “lotta continua” a suo tempo offerta agli italiani da Adriano Sofri, con tutti gli inconvenienti che ne derivarono, compreso l’omicidio del commissario Luigi Calabresi nel 1972.

            Un congresso continuo, credo a questo punto di natura ancor più elettronica, con i computer di qualche decina di migliaia di militanti, o simili, sempre accesi perché i loro titolari possano tastare -da tasto- i loro umori e dettare la linea ai “portavoce”, come da quelle parti si chiamano e vengono percepiti i parlamentari, terrebbe il governo ancor più di adesso in un clima di incertezza e confusione. Sarebbe altro che la “nuova fase”, più di fatti che di parole, chiesta dal Pd di Nicola Zingaretti già prima del turno elettorale di domenica e lunedì scorsi e riproposta dopo il voto nella convinzione di disporre adesso di un maggiore potere contrattuale, con i grillini superati generalmente nelle urne anche dai fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Persino Vauro, sulla prima pagina del Fatto Quotidiano, ha canzonato i festeggiamenti elettorali dei pentastellati, sopra e sotto il balcone.

            Il congresso continuo, o permanente, teorizzato dal presidente della Camera sarebbe l’amplificazione, non la sostituzione di quella che lo stesso Fico ha definito “la guerra per bande” in corso nel suo movimento. Dove c’è gente che vuole battersi davvero dentro casa, mica per finta. “Congresso vero, non accetto farse”, ha fatto dire La Stampa in prima pagina ad Alessandro Di Battista, che ha definito quella appena raccolta nelle urne la maggiore sconfitta del movimento grillino nella sua storia, per niente mitigata dalla vittoria del sì referendario alle Camere sforbiciate.

            Dopo quel sì che ha gonfiato il petto di Luigi Di Maio, caricandolo di nuova forza nel supplemento della campagna elettorale in cui è impegnato per i ballottaggi comunali  del 4 ottobre cui sono arrivati i sia pur pochi candidati comuni di 5Stelle e Pd, il futuro del Parlamento italiano è stato indicato con la solita sbrigatività, o il solito sadismo politico, da Beppe Grillo in persona. Che, caricato ulteriormente dalla circostanza di parlarne in collegamento col presidente del Parlamento europeo, ha riproposto il sorteggio, non l’elezione dei rappresentanti del popolo. Grillo “chiude il Parlamento”, hanno tradotto in prima pagina quelli del manifesto, non esagerando per niente di fronte alla “democrazia diretta”, continua ed elettronica come il congresso teorizzato da Fico, riproposta dal fondatore, “elevato” e quant’altro del movimento attorno ai cui problemi interni ruota questa legislatura, giunta solo a metà del suo percorso. Figuriamoci l’altra metà che ci aspetta.

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