Non riesco ancora a spiegarmi le ragioni per le quali la destra meloniana abbia volto creare, con tutti i problemi che ha nel governo, un caso Almirante celebrando due giorni fa l’anniversario neppure tondo della morte del leader missino, spentosi 38 anni fa, nel 1988. Anche il centenario della nascita, di solito celebrato per persone guadagnatesi una certa celebrità, è passato 12 anni fa. Perché, mi ripeto, esporsi al rischio di provocare polemiche, arrivate puntualmente per ricordare e rinfacciare al defunto protagonista a lungo della destra repubblicana i momenti più controversi della sua vita, a cominciare da quelli della Repubblica sociale di Salò?
A proposito delle polemiche che ne sono derivate, la sinistra ha voluto confermare le sue peggiori abitudini di livore, e simili, essendo stato Almirante l’uomo della destra italiana col quale il Pci -ripeto il Partito Comunista Italiano- ha avuto i migliori rapporti.
Dopo averlo frequentato, pur riservatamente, per scambiarsi informazioni e consigli avendo entrambi alle spalle o di fianco terroristi, neri e rossi, che inguaiavano i rispettivi partiti, Almirante si presentò alla camera ardente di Enrico Berlinguer, nell’atrio della sede nazionale delle Botteghe Oscure, per onorarne la memoria. E a casa -raccontò poi la moglie Assunta- aveva pianto alla notizia della morte del leader comunista.
Il gesto di Almirante sorprese tanto la destra, rimasta però rispettosamente silente, quanto militanti e vertici del Pci, che andarono a ricevere e a ringraziare personalmente l’ospite davanti alla bara di Berlinguer per prevenire le solite stupidaggini di cui sono capaci i cosiddetti e presunti puri e duri. Quella cortesia, galantomeria, onestà intellettuale, umanità, chiamatela come volete, di Almirante fu ricambiata dai successori di Berlinguer alla morte del leader missino.
Questa nobile pagina, secondo me, della politica italiana è stata compromessa con le polemiche di questi giorni. Peccato. Eppure i missini non ancora curati da Gianfranco Fini con l’acqua di Fiuggi concorsero negli anni della cosiddetta prima Repubblica all’elezione di tre presidenti democristiani: Giovanni Gronchi, Antonio Segni e Giovanni Leone. Avrebbero concorso, su richiesta di Bettino Craxi a Palazzo Chigi, anche all’elezione di Arnaldo Forlani se non fosse stata allestita con qualche imbroglio appena raccontato o confermato da Clemente Mastella, coperto da Ciriaco De Mita, la candidatura di Francesco Cossiga per la successione a Sandro Pertini, nel 1985. Forlani ci avrebbe provato sette anni dopo, nel 1992, bloccato nel segreto delle urne a Montecitorio, dalla dissidenza andreottiana, nella Dc di cui pure egli era segretario, e ancor più da quella socialista di Rino Formica. Che mi auguro pentito, visto il settennato quirinalizio di Oscar Luigi Scalfaro che ne derivò.