Quel piccone di Pietro Grasso contro la ministra della Sanità Beatrice Lorenzin

            Comunque finirà la sua avventura politica alla guida dei Liberi e uguali, Leu in acronimo, Pietro Grasso potrà vantarsi con la sinistra, che ama da ragazzo, di avere scoperto, denunciato e forse anche neutralizzato un’infiltrata  pericolosa e troppo a lungo sfuggita ai radar mediatici. Che sono stati probabilmente distratti dal gradevole aspetto fisico, dalla maternità e anche da qualche buona iniziativa della ministra della Sanità nei tre governi succedutisi durante la diciassettesima legislatura. Si tratta infatti proprio di lei, Beatrice Lorenzin, ex Forza Italia e ora in groppa a quel cavallo di Troia che il presidente uscente del Senato ha individuato in Civica Popolare, come si chiama il movimento di recentissima formazione dove si sono raccolti uomini e donne di tradizione moderata, fra cui Pier Ferdinando Casini, convinti che la collaborazione col Pd sperimentata negli ultimi cinque anni al governo possa proseguire.

            Di questa collaborazione è stato in qualche modo partecipe per quattro anni, nove mesi e qualche giorno dal suo pur alto scranno istituzionale anche Grasso, sino a quando non si è dimesso dal gruppo parlamentare del Pd. E non è trasmigrato altrove, peraltro rifiutandosi di pagare al partito di provenienza un debito di 80 mila euro e rotti, per contributi rapportati alle indennità parlamentari, accusando l’amministratore di non avergli chiesto il saldo nei tempi e soprattutto nei modi dovuti, più in pubblico che in privato. Eppure quel debito l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani, artefice dell’arrivo di Grasso al Senato e poi anche della sua incoronazione al vertice di Leu, lo ha pagato senza fare tante storie, staccando un assegno e basta.

            Comunque, almeno per quanto riguarda l’estrema pericolosità politica, il carattere inquinante della Lorenzin per la sinistra e via dicendo, o sproloquando, meglio tardi che mai. Una volta che ha scoperto il bubbone, da procuratore generale della sinistra, emulo della missione giudiziaria compiuta contro la mafia, e un po’ anche da chirurgo, Grasso si è mosso con  energia. E ha spiegato personalmente nel salotto televisivo di Porta a Porta, dove peraltro l’interessata gli è subentrata sulla poltrona dell’ospite ricevendone anche un disinvolto saluto sorridente, di avere reclamato e ottenuto dal governatore uscente della regione Lazio Nicola Zingaretti l’esclusione della Lorenzin dal perimetro del cosiddetto centrosinistra.

            Informatone, come  ha poi avuto la bontà di rivelare la ministra della Sanità,  il segretario del Pd Matteo Renzi se n’è doluto molto, ma nulla di più ha potuto fare per non compromettere l’unico caso di alleanza con gli scissionisti nelle elezioni regionali abbinate a quelle politiche del 4 marzo. Se in cuor suo, almeno, se ne sia doluto anche il piddino Zingaretti subendo il diktat del procuratore generale della sinistra, non si sa. E forse non è neppure il caso di saperlo per non mettere ingiustamente a rischio la simpatia che si è conquistato nel vasto pubblico televisivo l’incolpevole fratello di Zingaretti. Che è Luca, l’ormai mitico commissario Montalbano.    

Irrompe nella campagna elettorale anche il fantasma di Bettino Craxi

            A quasi diciannove anni dalla morte di Bettino Craxi in terra tunisina d’esilio, altro che di latitanza, come si ostinano a chiamarla i suoi persecutori, ci voleva il vecchio e saggio Sergio Staino con la sua felicissima matita a ricordarne la lezione a una sinistra smemorata. Che continua a procurarsi danni irreparabili costruendosi in casa, più che fuori, il nemico da combattere e da distruggere con ogni mezzo.

            Negli anni Novanta, cavalcando le inchieste giudiziarie sul fenomeno politico più diffuso e tollerato per decenni come il finanziamento irregolare dei partiti e delle loro correnti, i comunisti, post-comunisti e quant’altri si liberarono di quel rompiscatole del leader autonomista del partito socialista. Che aveva osato essere appunto autonomista, collaborare con la Dc senza l’autorizzazione di lor signori delle Botteghe Oscure, strapparle persino Palazzo Chigi,  dopo avere “tagliato la barba” a Marx, come gli aveva rimproverato Eugenio Scalfari alla guida della sua Repubblica di carta, e sostenere una grande riforma della Costituzione per far camminare il Paese al passo della modernità.

            Il risultato della guerra a Craxi fu per la sinistra tanto apparentemente vittorioso, col segretario socialista costretto a riparare all’estero e a morirvi, quanto concretamente disastroso per chi l’aveva condotta. La sinistra fu clamorosamente battuta nelle elezioni politiche del 1994, quelle dell’esordio della cosiddetta seconda Repubblica, da un esordiente della politica –Silvio Berlusconi- che aveva improvvisato un partito dandogli il nome di un grido allo stadio: Forza Italia.

            Pur di riprendersi dalla botta la sinistra post-comunista incoronò un leader pescato nel mondo della Dc, Romano Prodi, per fargli poi le scarpe, sino a candidarlo al Quirinale, nel 2013, giusto per bocciarlo a scrutinio segreto nell’aula di Montecitorio. Nel frattempo quella sinistra, imprudentemente fusasi con i resti della sinistra democristiana, aveva trovato sulla sua strada un giovanotto intraprendente contro il quale finì poi per maturare lo stesso odio nutrito contro Craxi. E ciò, per quanti sforzi facesse il giovanotto –naturalmente Matteo Renzi- di esorcizzare il fantasma del leader socialista preferendogli nei discorsi la buonanima di Enrico Berlinguer, e negandogli nella sua Firenze la titolazione anche di un vicolo.

            E’ proprio in odio a Renzi che la sinistra ha consumato la scissione del Pd e ha allestito un nuovo movimento al solo scopo, neppure nascosto, di far perdere al fiorentino le elezioni del 4 marzo: un movimento nel quale anacronisticamente Massimo D’Alema, sempre in odio a Renzi, per contrapporglielo, ha scoperto col solito ritardo di vent’anni e più le qualità di Craxi, sino a conferirgli la qualifica di statista, e a vantarsi di avere inutilmente cercato di farlo almeno morire in patria.

            La vignetta di Staino, affidata al Dubbio, è tanto più apprezzabile e significativa quanto più si riflette sulle circostanze in cui è stata confezionata: a pochi giorni, come dicevo, dal diciottesimo anniversario della morte di Craxi, che ricorre il 19 gennaio, e mentre Silvio Berlusconi, salvo ripensamenti, si accinge a raggiungerne la tomba addirittura per “cominciare” da lì –come ho letto su qualche giornale- la sua campagna elettorale per il rinnovo delle Camere.

            Non è la prima volta che Berlusconi s’improvvisa e si propone anche con una certa disinvoltura come erede politico, e non solo come amico in vita, del leader socialista. E ciò profittando, questa volta, della perdurante paura di Matteo Renzi di richiamarsi a Craxi e alle sue battaglie per l’ammodernamento della sinistra che pure qualcuno, fra i post-comunisti, ha avuto il coraggio di riconoscergli senza le strumentalizzazioni di D’Alema. Mi riferisco a Piero Fassino, che da ultimo segretario dei Ds- ex Pci  ha scritto di Craxi  anni fa, nel suo libro autobiografico “Per passione”,  come dell’uomo di sinistra rivelatosi più moderno di tutti, tanto da mettere Enrico Berlinguer in una crisi dalla quale non ne sarebbe uscito vivo.

            E’ proprio a Fassino –guarda caso- che Renzi si è rivolto in questa stagione politica  per gestire i rapporti con i potenziali o possibili alleati del Pd. Mi chiedo a questo punto che cosa aspetti ancora l’ex presidente del Consiglio a non farsi più intimidire dagli ormai perduti compagni della sinistra di Liberi e uguali, annessi e connessi, e a non lasciare a Berlusconi la memoria di Craxi, che  tirerebbe quanto meno le orecchie all’amico di Arcore per i pasticci politici che sta facendo nei rapporti di alleanza con Matteo Salvini.  

Una mano non richiesta, forse immeritata, ma dovuta a Carlo De Benedetti

Di fronte al clamore del processo mediatico aperto col solito rito sommario contro Carlo De Benedetti vi confesso di avere pensato che fossero ammontati a 600 milioni di euro i guadagni da lui realizzati in Borsa nel 2015. Quando lui puntò sulle banche popolari che il governo di Matteo Renzi si apprestava a riformare con un decreto legge.

Ma, stropicciandomi gli occhi, mi sono reso conto che il guadagno fu di 600 mila euro, pari a poco più del dieci per cento dei 5 milioni investiti. Allora sono chiesto che razza di “soffiata” De Benedetti avesse ricevuto da Renzi, peraltro sulla porta dell’ascensore di Palazzo Chigi, dopo avere fatto colazione con lui, per investire e guadagnare così poco. Una soffiata, sempre secondo la versione dell’accusa mediatica, evidentemente molto poco convincente agli occhi di un imprenditore abituato a ordinare al suo agente di borsa l’acquisto di pacchetti di titoli da non meno di venti milioni di euro  l’uno, e per un ammontare complessivo –in una stagione- di 600 milioni.

Per giunta, quel pacchettino anomalo di cinque milioni di euro fu ordinato da De Benedetti con un supplemento di cautela, al costo di una specie di assicurazione indicativa di una certa incertezza sull’investimento. Eppure, sempre secondo l’accusa mediatica ricavata dalle carte di un’inchiesta giudiziaria finita nei cassetti della commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, e da lì alle redazioni delle agenzie di stampa e dei giornali, la soffiata dell’allora presidente del Consiglio era stata preceduta da notizie raccolte personalmente poco prima dallo stesso De Benedetti in Banca d’Italia. A carico dei cui dirigenti nessun giornale ha sollevato dubbi, essendo abitudine generale dei benpensanti passare davanti alla sede dell’ex istituto di emissione, in via Nazionale, levandosi doverosamente il cappello, anche sotto la pioggia.

A completare il quadro delle informazioni e farmi puzzare ulteriormente di bruciato il processo mediatico contro l’ingegnere, come De Benedetti viene comunemente chiamato, al pari di come si faceva con Gianni Agnelli dandogli dell’avvocato, è intervenuta la notizia –certificata dall’insospettabile Fatto Quotidiano di Marco Travaglio- della richiesta di archiviazione dell’indagine della Procura di Roma su quei maledetti 600 mila euro risalente a giugno del 2016:  più di un anno e mezzo fa.

Mi sono chiesto e mi chiedo tuttora perché mai il giudice investito di quella richiesta si sia preso tanto tempo per decidere, finendo per doverlo fare forse nel momento peggiore, quando il processo mediatico è andato già a sentenza, naturalmente di condanna, e qualsiasi ordinanza di quel magistrato si presterà a cattive letture.

Se sarà per l’archiviazione, la decisione del giudice sembrerà a molti una grazia a De Benedetti, anche se l’indagato – a dire il vero- non è lui ma solo il suo agente di Borsa. E questo per un gioco complesso di modelli 22 e 45 dei registri della Procura di Roma che Travaglio, da par suo, ha cercato di spiegare ai lettori senza riuscire a convincere quel testone che sono io.

Se sarà rinvio a giudizio o richieste di indagini suppletive, o imputazione “coatta” di De Benedetti e del suo amico Renzi, come vorrebbero forse Travaglio, nessuno toglierà dalla testa di un bel po’ di testoni come me che il magistrato è caduto, magari inconsapevolmente, nella trappola del clima giustizialista ed elettorale in cui viviamo.

Che un giornale come Il Fatto Quotidiano abbia deriso gli argomenti a difesa di De Benedetti, continuando a sparare a pallettoni di carta contro l’ingegnere e Renzi, non mi ha stupito. Che una volta tanto quello stesso giornale non si sia riconosciuto nella posizione di un pubblico ministero, insolitamente convintosi della necessità di archiviare l’inchiesta, neppure mi ha sorpreso.

Mi ha invece stupito, da ingenuo che sono, la decisione del giornale di cui De Benedetti è stato “editore a lungo”, come ha ricordato un editoriale di qualche giorno fa, di comportarsi come Ponzio Pilato di fronte agli argomenti della difesa. E di unirsi di fatto al processo mediatico contro il padre dell’editore attuale pur di liberarsi dal sospetto –ma forse sarebbe bene dire dal complesso- di uno scomodo “conflitto d’interessi”, come ha scritto l’estensore anonimo dell’editoriale di pratico commiato di Repubblica dall’ingegnere.

Vedete, la tolleranza a lungo avuta da De Benedetti verso i processi mediatici contro i suoi concorrenti o avversari, se non vogliamo parlare addirittura di una sua attiva partecipazione, potrebbe indurmi a dire, di fronte a ciò che gli sta accadendo, che se l’è cercata. Ma non lo dico per il rispetto che ho ancora di questa benedetta professione che si chiama giornalismo, e per la coerenza che comporta il garantismo. Che vale sempre, non a giorni, a circostanze, a persone alterne. Un garantismo che mi spinge anche ad augurare a De Benedetti un esito favorevole del processo d’appello in programma il 7 febbraio a Torino contro di lui per omicidio plurimo colposo, che gli è costato in primo grado una condanna a cinque anni di reclusione, in relazione alle morti per amianto avvenute nel vecchio stabilimento della sua allora Olivetti.

 

 

 

            Pubblicato su Il Dubbio

Il non detto di Eugenio Scalfari sul suo ex editore Carlo De Benedetti

            L’omelia laica di Eugenio Scalfari su Repubblica nella seconda domenica del tempo ordinario di questo 2018 era particolarmente attesa dai suoi fedeli lettori dopo le prese di distanza della direzione del suo giornale dall’”editore di lunga data” Carlo De Benedetti. Che, pur non imputato in tribunale, o non ancora, per i 600 mila euro guadagnati nel 2015 giocando in Borsa sulle banche popolari, dopo averne appreso sulla porta di un ascensore di Palazzo Chigi l’imminente riforma dall’allora presidente del Consiglio e amico Matteo Renzi, è incorso in un processo mediatico col solito rito sommario. Cui, dopo qualche esitazione, il quotidiano fondato da Scalfari nel lontano 1976 non si è sentito di sottrarsi in veste di accusatore, rifiutando la parte di difensore che forse l’ingegnere –noto per la sua mancata professione come il compianto avvocato Gianni Agnelli- si aspettava non solo per i soldi da lui spesi in azienda per tanti anni ma anche, e forse soprattutto, per i buoni argomenti di cui dispone. Tanto buoni, questi argomenti,  da essere stati condivisi dal pubblico ministero della Procura di Roma, che ha chiesto più di un anno e mezzo fa l’archiviazione dell’inchiesta condotta, sia pure solo contro l’operatore di borsa del finanziere incaricato per telefono di investire sulle banche popolari, in quella maledetta mattina di tre anni fa, 5 dei 20 milioni che costituivano il pacchetto abituale di quel tipo di interventi. E, per di più, al costo aggiuntivo di una specie di assicurazione che tradiva una certa insicurezza davanti alla “soffiata” attribuita a Renzi.

            Ebbene, di tutta questa vicenda Scalfari ha ritenuto di non occuparsi nel suo appuntamento domenicale con i lettori di Repubblica, dedicato per i tre quarti abbondanti ai problemi dell’Europa, troppo grandi per essere evidentemente immiseriti dai fatti del suo ex editore, ora solo presidente onorario della nuova società proprietaria del giornale. Una vicenda che però Scalfari ha ritenuto troppo modesta, o imbarazzante, per spendervi anche solo un’allusione nella parte finale e succinta dell’omelia dedicata alla politica italiana, in particolare alle elezioni politiche e regionali del 4 marzo. A proposito delle quali Barpapà –nome d’arte, in redazione, del fondatore di Repubblica- ha esortato praticamente Renzi a non strapparsi le vesti per il mancato accordo fra tutte le componenti della sinistra a favore del candidato ch’egli ha scelto alla guida della regione Lombardia: Giorgio Gori, inviso ai Liberi e uguali di Pietro Grasso e compagni per i trascorsi come dipendente e poi fornitore televisivo di Berlusconi.

            Neppure col sostegno di cotanta sinistra combattiva e un po’ anche razzista, diciamo la verità, almeno sul piano politico, Gori ce l’avrebbe potuta fare a vincere la partita del Pirellone, vista la forza della destra leghista e berlusconiana in Lombardia, ha avvertito Scalfari. Che ritiene la capacità attrattiva di Gori più utile a Renzi a livello nazionale. Dove il segretario del Pd ha ancora buone carte da giocare, pur avendo perso negli ultimi tempi anche la stima di De Benedetti, che di recente ne ha parlato criticamente, ancor più di quanto avesse già fatto due anni fa alla Consob liquidandone il governo a qualcosa di inconsistente, ridotto a “quattro persone” che lui –l’ingegnere- gratificava di sopportazioni e inviti conviviali. Ma neppure di questo Scalfari ha ritenuto di occuparsi nella sua omelia, avendo deciso evidentemente di buttare De Benedetti nel “cono d’ombra” dove di solito egli vanta di gettare impietosamente  chi perde la sua fiducia, amicizia e quant’altro, trattandolo peggio di un estinto.

            Si può quindi ben dire, o sospettare, che il non detto di Scalfari su De Benedetti nella seconda domenica –ripeto- del tempo ordinario della liturgia di questo 2018 sia persino peggiore di quel che avrebbe potuto dire. E pensare che l’ingegnere fra meno di un mese, come gli ha appena ricordato in prima pagina il Giornale della famiglia Berlusconi, dovrà affrontare nella sua Torino il processo d’appello per omicidio plurimo colposo con l’amianto del vecchio stabilimento dell’Olivetti, che gli è costato in primo grado una condanna a cinque anni di reclusione.

             

Una campagna elettorale degna del Carnevale che l’accompagna

            Già sfibrata e sfibrante di suo per la lunghezza che la contraddistingue, essendo praticamente in corso da più di un anno, cioè da quando Matteo Renzi perse il referendum sulla Costituzione e la guida del governo, la campagna elettorale ci sta offrendo un supplemento, un sovrappiù di stranezze, di vicende contrarie al buon senso, di guerriglia coi mortaretti  per sintonia con la stagione in cui è entrata cavalcando la scopa della Befana. E’ la stagione del Carnevale, degli scherzi ammessi, che si concluderà quest’anno il 13 febbraio con un martedì grasso, al minuscolo, che chissà cosa potrà riservarci, a meno di un mese – in quel momento- dall’appuntamento con le urne per il rinnovo delle Camere. Bisognerà infine vedere se e quali sorprese potranno darci i pochi giorni di Carnevale suppletivo garantito col rito ambrosiano a Milano. Dove peraltro la politica ha già offerto spettacolo più che altrove.

            E’ esplosa a Milano, per esempio, la zuffa nella Lega fra Roberto Maroni e il segretario del suo partito Matteo Salvini. Che ha preteso da Berlusconi, procurandosi la qualifica di “stalinista”, l’impegno pubblico a tenere lontano da Palazzo Chigi e dintorni dopo le elezioni il governatore uscente e volontariamente non rientrante della Lombardia, sospettato di reconditi progetti per  boicottare la candidatura, a quei  posti, proprio di Salvini. E tutto questo nell’ipotesi, quanto meno improbabile, che il centrodestra nel suo insieme, al netto di tutte le divisioni che lo attraversano, riesca a guadagnare la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, e non solo quella relativa che gli attribuiscono i sondaggi.

            E’ esploso a Milano anche il pallone politico gonfiato di Grasso, questa volta al maiuscolo, leader incontrastato dei Liberi e uguali raccoltisi attorno a lui qualche settimana fa con l’unico e per niente nascosto obiettivo di far perdere le elezioni al Pd perché guidato da Matteo Renzi.

            Piuttosto che accorrere nella città della Madonnina per misurarsi con l’ala più dura e prevalente del suo movimento, contraria ad accantonare per una volta un antirenzismo di spirito quasi razzista pur di tentare nelle elezioni regionali la conquista del Pirellone lasciato da Maroni alla candidatura del leghista non famosissimo Attilio Fontana, il presidente del Senato è rimasto a Roma. Dove ha patrocinato, senza correre rischio alcuno di essere messo in minoranza, il sostegno alla conferma al vertice della regione Lazio del governatore uscente Nicola Zingaretti. La cui colpa di appartenere al Pd è attenuata dalla disponibilità a fare le scarpe a Renzi alla prima occasione possibile, anche a costo di usare la polizia del commissario televisivo Montalbano, che è il fratello del governatore.

            Sempre Grasso, e sempre al maiuscolo, ha ritrovato però tutte le sue doti di “comando” apprezzate particolarmente da Massimo D’Alema, che di queste cose s’intende, liquidando sbrigativamente l’opposizione dichiarata dalla presidente della Camera Laura Boldrini, anche lei di Liberi e uguali, all’ipotesi di un accordo di governo con i grillini dopo le elezioni. “Decideremo dopo il voto”, appunto, ha dichiarato il presidente del Senato, ma dopo avere avvertito con piglio da caporale, secondo versioni giornalistiche non smentite sino al momento in cui scrivo: “Qui comando io”. O “decido io”, al singolare, che è la stessa cosa.

            Anche fra i grillini non scherzano a….scherzi. Uniti contro tutti gli altri, brutti e cattivi, sporchi e ladri, fra di loro se ne danno sopra e sotto la cintola profittando della momentanea distrazione, diciamo così, del “garante” Beppe Grillo. Che ogni tanto dà l’impressione –si vedrà se a torto o a ragione- di essere preoccupato, o addirittura spaventato, di ciò che ha politicamente prodotto nel Paese col movimento delle 5 stelle, nonché delle grane giudiziarie che gli ha procurato la sua gestione.

            E’ Carnevale anche per certa magistratura e per certa stampa che le corre dietro, o cerca di strumentalizzarla trasformando nei soliti processi mediatici,  e sommari, indagini vere o presunte, come quella appena annunciata dall’ex giornale della Fiat su una finta vendita cinese del Milan di Berlusconi per chissà quali oscure manovre finanziarie. Non parliamo poi dell’inchiesta, questa volta vera ma di cui è stata chiesta l’archiviazione a Roma un anno e mezzo fa, sui guadagni di borsa da bruscolini, per i suoi giri di euro, dollari e altre valute, che Carlo De Benedetti avrebbe realizzato nel 2015 acquistando e rivendendo azioni delle banche popolari dopo avere appreso dall’allora presidente del Consiglio, sulla porta dell’ascensore di Palazzo Chigi, dopo una delle solite colazioni insieme di prima mattina, che stava finalmente arrivando la riforma di quel tipo di banche inutilmente tentata dai governi precedenti, e auspicata dalla vigilanza di via Nazionale.

            Ne era così condizionato, fu così riconoscente De Benedetti di quella “soffiata” e dei guadagni di seicentomila miserabili euro, per lui, che gli avrebbe procurato Renzi quella mattina sulla porta dell’ascensore della Presidenza del Consiglio, da parlare l’anno dopo alla Consob del suo governo  come di una compagnia di giro di “quattro persone”, accomunate solo dalle frequentazioni conviviali con lui.  

Repubblica scarica De Benedetti nel processo mediatico con Renzi

            Per eterogenesi dei fini, contrappasso o come altro volete chiamarlo, Carlo De Benedetti sta sperimentando sulla propria pelle la pratica del giustizialismo che da “editore a lungo” di Repubblica, come lo ha definito un editoriale anonimo del suo stesso ormai ex giornale, ha permesso o condiviso, come preferite.

            Il rapporto fra De Benedetti e Repubblica, già logorato da qualche incidente, come quello occorso all’allora editore quando fu costretto dalla redazione a rinunciare a un affare finanziario concordato col nemico di sempre Silvio Berlusconi, o quello della nomina di Mario Calabresi a direttore, che per poco non compromise la collaborazione col fondatore Eugenio Scalfari, si è rotto per le operazioni in Borsa di tre anni fa sulle banche popolari.

            Quelle operazioni fruttarono all’ingegnere 600 mila euro di utili  su 5 milioni investiti col sospetto, giunto sino alla Procura di Roma, di avere potuto fornire al suo operatore di borsa informazioni privilegiate, e quindi illecite, ottenute dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi. Col quale De Benedetti si  vantò poi nel 2016, ascoltato dalla Consob, di avere l’abitudine di fare spesso colazione di prima mattina, riservando invece ai suoi potenti ministri dell’Economia Pier Carlo Padoan e delle riforme Maria Elena Boschi inviti domestici a cena. “Quello lì- disse l’ingegnere alla Consob- si chiama governo, ma non è un governo. Sono quattro persone, ecco”. La quarta persona, dopo Renzi, Padoan e la Boschi, era forse l’allora sottosegretario a Palazzo Chigi e ora ministro dello Sport Luca Lotti, finito poi col padre di Renzi e altri nelle indagini romane appena prorogate per l’ingarbugliatissima vicenda della Consip.

            Nonostante l’archiviazione chiesta ben un anno e mezzo fa con carte trasmesse col vincolo della segretezza dalla Procura di Roma alla commissione parlamentare d’inchiesta, ma finite anche in qualche redazione giornalistica per responsabilità da accertare, l’incartamento degli inquirenti si è tradotto nel solito, sommario processo mediatico. Dove gli stessi imputati hanno identità incerte. L’indagato vero è stato ed è l’operatore di borsa incaricato da De Benedetti di acquistare e poi vendere proficuamente le azioni delle banche popolari sottoposte a riforma con la procedura d’urgenza del decreto legge, ma il processo mediatico ha investito soprattutto l’ingegnere e l’allora presidente del Consiglio Renzi. Che adesso è “solo” segretario del Pd, e tra i protagonisti di una campagna elettorale forse ancora più rischiosa, per lui, di  quella referendaria del 2016 perduta sulla riforma costituzionale.

            Di argomenti a difesa di De Benedetti e di Renzi, per quanto imputati impropri sul piano delle regole giudiziarie, ce ne sarebbero. Ed anche di buoni, come si ha il diritto di presumere dalla richiesta di archiviazione. Ma nel tribunale popolare, diciamo così, di Repubblica hanno deciso di farne lo stesso uso di un signore passato infaustamente alla storia col nome di Ponzio Pilato. E così l’estensore dell’articoletto di fondo solennemente intitolato “Indipendenza e libertà al servizio dei lettori” ha tenuto solo ad assicurare il suo pubblico che “prese di posizione, campagne di stampa, scelte editoriali ed errori li abbiamo fatti da soli”, non al servizio degli interessi dell’allora editore, E neppure delle sue frequentazioni conviviali di prima e tarda mattina o di sera. E neppure dei suoi giudizi, liquidatori o meno, dei governi succedutisi nella storia della Repubblica, quella vera e non di carta, e incorsi di volta in volta nelle valutazioni “libere” e autonome dei direttori, editorialisti, redattori e collaboratori del giornale.

             Non si venga quindi a sospettare –sembra di poter leggere fra le righe dell’avviso ai naviganti appena pubblicato su Repubblica– che le aperture, per esempio, di Scalfari al fu  governo Renzi e a Renzi personalmente, pur tra ramanzine e consigli, fossero dipese dagli interessi, dalle frequentazioni e dagli umori mutevoli dell’allora editore. Mutevoli, perché è abbastanza recente l’accusa rivolta da De Benedetti a Scalfari, in una intervista al Corriere della Sera, di “nuocere” al giornale continuando a sostenere Renzi e dichiarando di preferire ai grillini persino Berlusconi.

           

Le domande scomode su Renzi, De Benedetti, banche popolari e giudici

            Siamo proprio sicuri che l’aspetto più sconcertante, più dubbio, diciamo pure più scandaloso dell’affare De Benedetti esploso in questi giorni sui giornali, di destra e di sinistra, sia quello dei 600 mila euro guadagnati dall’editore di Repubblica nel gennaio 2015? Quando  investì 5 milioni sulle banche popolari alla vigilia di una riforma di cui egli aveva avuto conferma dal presidente del Consiglio Matteo Renzi, peraltro dopo averne parlato anche in Banca d’Italia. Furono  cinque milioni investiti su quelle banche rispetto ai 600 milioni mossi dallo stesso De Benedetti in borsa in quel periodo, per cui egli si sarebbe tanto fidato delle notizie apprese tra via Nazionale e Palazzo Chigi da avere scommesso il meno possibile. Mah, sarò ingenuo ma non mi sembra che sia questo lo “scandalo” gridato in sintonia dalla destra, dalla sinistra e dai grillini a meno di due mesi dalle elezioni del 4 marzo per sparare non tanto su De Benedetti quanto su Renzi, risparmiando la Banca d’Italia. Davanti alla cui sede, accessibile a De Benedetti, sembra essere vietato passare, anche sotto la pioggia, senza levarsi il cappello.

            La domanda e le osservazioni che ho posto all’inizio sono le stesse con cui hanno fatto i conti  negli uffici della Procura di Roma quando furono investiti, tre anni fa, dell’affare segnalato dalla Consob, con tanto di intercettazione della disposizione telefonicamente data da De Benedetti al suo operatore in borsa. E la risposta che si diedero i magistrati inquirenti fu una richiesta di archiviazione dell’indagine presentata al giudice competente: acronimo del giudice delle indagini preliminari.

            A quella domanda e a quelle osservazioni se ne aggiunsero forse altre sul rapporto fra il guadagno realizzato da De Benedetti giocando in borsa sulle banche popolari e quello, valutato dalla Consob, sui ricavi realizzati complessivamente in borsa sui movimenti relativi alle banche in procinto di essere riformate. Il rapporto era di 600 mila euro rispetto a 10 milioni: il 6 per cento. Sul rimanente 94 per cento di cosiddette plusvalenze realizzate dagli investitori interessati alle banche popolari –si chiesero forse alla Procura di Roma esaminando le carte della Consob- nulla da dire e da indagare? E da segnalare da parte dell’autorità di vigilanza sulle operazioni in Borsa?  

            Ma torniamo al problema iniziale di individuare l’aspetto davvero più curioso, anomalo, inquietante di tutta questa vicenda esplosa con la solita fuga di notizie: questa volta non dagli uffici di una procura ma da quelli di una commissione parlamentare d’inchiesta, al cui presidente gli inquirenti romani hanno chiesto di specificare  quanti abbiano avuto accesso alle carte giudiziarie spedite alla stessa commissione col vincolo della segretezza. Già, perché la richiesta di archiviazione delle indagini è ancora giacente negli uffici del giudice competente, senza risposta.

            Si è generalmente scritto in questi giorni che la richiesta di archiviazione risale a giugno, da molti frainteso per giugno scorso, del 2017. E già più di sei mesi avrebbero potuto, anzi dovuto provocare riflessioni sui tempi strani della giustizia. Ma dall’informatissimo e insospettabile Fatto Quotidiano di Marco Travaglio -impegnatissimo naturalmente a sparare proiettili per fortuna di carta contro quella che il Giornale della famiglia Berlusconi, facendogli in qualche modo da spalla, ha definito “la coppia di danari” De Benedetti e Renzi-  si è appena appreso che non si tratta del giugno scorso, ma del giugno 2016.

            Non mi pare proprio che tempi del genere –più di un anno e mezzo- siano accettabili. Vi è ora, peraltro, l’inconveniente che il giudice si trovi a decidere nel clima meno adatto ad una valutazione serena, sotto il fuoco di una campagna elettorale e mediatica che può distorcere agli occhi della opinione pubblica qualsiasi risultato, a favore o contro la sunnominata coppia di danari, per cui Renzi può sentirsi dare del graziato o del condannato ad un processo, che pure non potrebbe riguardarlo direttamente in tribunale, secondo i gusti e il metro non di un giudice, ma della piazza.

Il fuoco incrociato di destra, sinistra e grillini contro il solito toscano

            Uno vede la prima pagina del Giornale della famiglia Berlusconi, la paragona a quella del Fatto Quotidiano di Marco Travaglio sui 600 mila euro guadagnati tre anni fa da Carlo De Benedetti,  giocando in borsa sulle banche popolari grazie anche a informazioni assunte personalmente in Banca d’Italia prima e a Palazzo Chigi  poi, e si sente un po’ nei panni del tenente dell’ancora regio esercito italiano Alberto Innocenzi. Che sulle coste venete del 1943, inconsapevole dell’armistizio dell’8 settembre, e interpretato nel 1960 dal grandissino Alberto Sordi nel film “Tutti a casa”,  finisce sotto il fuoco dei tedeschi e ne ricava la convinzione che la Germania di Hitler si sia alleata improvvisamente con gli Stati Uniti.

            Il centrodestra una volta tanto davvero unito, senza i soliti sgambetti fra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, o fra lo stesso Salvini e il governatore uscente della Lombardia Roberto Maroni all’interno della Lega, i grillini e la sinistra dura e pura di Pietro Grasso, ormai sotto l’ala protettrice del giornale di Travaglio in funzione antirenziana, mitragliano il convoglio del Pd con le munizioni appunto di quei 600 milioni di euro guadagnati in borsa nel 2015 da Carlo De Benedetti grazie a informazioni attinte dall’allora presidente del Consiglio.

            In verità, come ho già accennato, l’editore di Repubblica aveva da poco  parlato quella volta delle banche popolari anche in Banca d’Italia con un dirigente di altissimo livello e di fiducia del governatore Ignazio Visco. Risulta dalla stessa telefonata di De Benedetti al suo operatore di borsa registrata dalla Guardia di Finanza e finita alla commissione parlamentare d’inchiesta sugli istituti di credito, tra le carte chieste alla  Procura di Roma e ottenute con i soliti vincoli di riservatezza.

            Ma del ruolo che potrebbe in teoria avere giocato nell’affare borsistico di De Benedetti la Banca d’Italia né al Fatto Quotidiano di Travaglio né al Giornale della famiglia Berlusconi interessa molto. Anzi, non interessa per niente, forse per il rispetto dovuto al sacrale istituto ex di emissione di via Nazionale, già difeso da entrambi i fronti di carta dall’”’imprudente assalto” -ricordate ?- condotto inutilmente dal Pd di Renzi addirittura nell’aula di Montecitorio con un documento accolto persino dal governo. Che, poi avrebbe ugualmente confermato Visco a governatore. Storie, o cronache, recentissime di ordinaria confusione politica.

              Adesso, a meno di due mesi dalle elezioni del 4 marzo, il problema principale per le opposizioni combinate di destra e di sinistra –di terra, di mare e di aria, fra le stelle di Grillo-  è di affondare Renzi e il suo partito. E in questa linea di fuoco va naturalmente affondata anche la Procura della Repubblica di Roma, che ha osato chiedere al giudice competente l’archiviazione dell’indagine condotta sul penultimo, terz’ultimo, non so, affare di De Benedetti. Ora la Procura ha protestato col presidente della commissione d’inchiesta parlamentare sulle banche contro la diffusione di atti coperti ancora dal segreto istruttorio, ma figuratevi se qualcuno si preoccuperà di questo problema, e delle indagini che potrebbero derivarne.

             Che cosa potrà uscire da una campagna elettorale condotta in questo modo sul fronte mediatico, con incroci a dir poco disinvolti di interessi, partiti e leader, o presunti tali, è facile immaginare: un Paese ancora più opaco e ingovernabile.

Il processo di Travaglio al segretario del Pd per Insider Renzing

             In quel pentolone che è la commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche  l’acqua continua evidentemente a bollire, anche dopo che, sciogliendo le Camere, il presidente della Repubblica ha spento il fuoco con dichiarato sollievo del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni nella conferenza stampa del 28 dicembre scorso.

            Proprio da quella commissione, che ha collezionato una quantità enorme di carte di varia provenienza, anche giudiziaria, è uscita una notizia che si ritrova su diversi giornali ma ha scatenato in modo particolare la curiosità, diciamo così, del Fatto Quotidiano e del suo infaticabile direttore Marco Travaglio. Ne è nato, sol solito fotomontaggio a tutta pagina, un nuovo processo a mezzo stampa contro l’altrettanto solito Matteo Renzi. Che in veste di presidente del Consiglio avrebbe anticipato nel gennaio del 2015 all’editore e finanziere Carlo De Benedetti il decreto legge di riforma delle banche popolari, consentendogli così di guadagnare in borsa seicentomila euro con disposizioni telefoniche intercettate dalla Guardia di Finanza.

            Il reato di questo processo mediatico in piena campagna elettorale sarebbe di Insider trading, come si chiama in inglese lo sfruttamento di notizie riservate per speculazioni finanziarie, tradotto politicamente nel titolo del suo  editoriale da Travaglio in  Insider Renzing con un’abilità professionale che sarebbe disonesto negargli.

            Ma l’abilità si ferma qui perché lo stesso Travaglio ha svelato la inconsistenza giudiziaria dell’affare sparato sulla prima pagina del suo giornale scrivendo della natura e del contenuto delle carte della commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche usate per montare il caso, nonostante il deposito di una richiesta di archiviazione delle indagini condotte in materia dagli organi preposti: la Consob e la Procura della Repubblica di Roma.

            Di queste indagini lo stesso Travaglio ha scritto che “non sono state fatte a dovere”, nonostante la fiducia ch’egli è solito riporre nella magistratura, per cui “la lista completa degli affaristi che beneficiarono di soffiate sottobanco per riempirsi le tasche resterà avvolta nella nebbia”. In mezzo alla quale, provvisto di un suo potentissimo radar, Travaglio ha deciso di correre col suo giornale a tutta velocità, convinto di uscirne senza danni, a parte quelli che naturalmente potrà provocare ai nemici  di turno. Che poi sono sempre i soliti, anche se scrivendo al plurale, a nome di tutti quelli che lavorano con lui, egli ha scritto, testualmente: “Abbiamo spesso criticato Renzi per le sue politiche, ma sempre pensato che fosse onesto”. Al passato, quindi, pur al netto delle cronache giudiziarie, per esempio, della Consip. Ora che del tutto casualmente è campagna elettorale, par di capire che anche dell’onestà del segretario del Pd si possa dubitare, sin forse a spingersi a sospettare che egli abbia soffiato qualcosa all’amico e –allora- ammiratore De Benedetti proprio per fargli guadagnare un bel po’ di soldi, e magari ottenerne contropartite.

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