Uno schiaffo al Parlamento, e al Quirinale, la fiducia sull’emergenza virale

            Più della mascherina indossata disciplinatamente dalla presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati, più di quell’insolito spettacolo dell’aula trasformata dalle misure di sicurezza sanitaria in un anfiteatro surreale, più Schermata 2020-04-10 alle 06.03.55.jpegdegli insulti che si sono scambiati due parlamentari, uno dei quali dava all’altro dell’”untore” perché non aveva adottato la mascherina giusta, o l’aveva indossata male, della seduta del Senato per l’approvazione del decreto legge chiamato enfaticamente dal presidente del Consiglio “Cura Italia” sull’emergenza del coronavirus è destinato a rimanere nella storia parlamentare il sostanziale schiaffo dato dal governo, con la minuscola, all’assemblea di Palazzo Madama. Tale è stato di fatto il ricorso alla cosiddetta questione di fiducia su un argomento di quel genere, e nelle attuali circostanze politiche.

            Non c’era nessun ostruzionismo delle opposizioni da vincere, avendo il centrodestra ridotto al minimo le sue proposte di modifica per la conversione in legge del decreto. Il governo poteva solo temere incidenti della sua maggioranza, molto più divisa anche sull’emergenza virale di quanto non sia già apparso da cronache, retroscena e quant’altro, per cui avrebbero potuto incrociarsi i suoi dissensi interni con quelli del centrodestra e prevalere nell’esito delle votazioni.

            Ma soprattutto il governo ha dato l’impressione di volere obbligare il centrodestra a negare la fiducia perché non si potesse materializzare in alcun modo, neppure indiretto, quel clima di unità nazionale pubblicamente e ripetutamente auspicato, anzi chiesto dal presidente della Repubblica. Del quale pertanto si può dire che abbia ricevuto metaforicamente uno schiaffo non meno clamoroso di quello subìto, più in generale, dal Parlamento.

            Ne ho viste tante nella mia non breve storia professionale di giornalista specializzato, diciamo così, nelle vicende politiche, e in circostanze anch’esse drammatiche come quella, per esempio, del terrorismo durante i 55 giorni del drammatico sequestro di Aldo Moro. Allora in un “transatlantico”, alla Camera, affollato di deputati appena raggiunti dalla notizia, e in attesa della presentazione del governo monocolore appena ricostituito da Giulio Andreotti negoziando il voto di fiducia con i comunisti,  un esagitato Ugo La Malfa invocò il ripristino della pena di morte contro chi aveva rapito,  fra il sangue della sua scorta sterminata, il leader democristiano di cui lui poco più di sei anni prima aveva impedito l’elezione a presidente della Repubblica solo perché sarebbe stato votato anche dai comunisti.   

            Le contraddizioni, evoluzioni, giravolte sono ordinarie nella politica. Eppure, col bollettino quotidiano dei morti e dei malati, non solo dei guariti, da coronavirus lo spettacolo del governo al Senato in questo passaggio dell’emergenza virale mi è parso francamente inaudito, per Rolli.jpegquanto conforme, per carità, alle norme costituzionali e a quelle regolamentari. E tutto lascia purtroppo ritenere o temere che lo spettacolo si ripeterà alla Camera sullo stesso decreto e in entrambi i rami del Parlamento sui decreti successivi, essendo l’emergenza virale lontana dalla fine, vista la proroga dei regimi di blocco appena annunciata sino al 3 maggio, con la sarcastica reazione attribuita dal vignettista Stefano Rolli, sul Secolo XIX, a due coronavirus, dei quali uno chiede all’altro se ha fretta.

La carta segreta di Conte con Macron rischia la fine del ponte di Aulla

            Si vocifera nei palazzi della politica che la carta segreta di Giuseppe Conte, nella sempre più difficile partita dell’emergenza virale, che ha riaperto crepe profonde nella maggioranza giallorossa Conte e Macron.jpege fatto saltare l’aggancio con l’opposizione di centrodestra pur patrocinato dal presidente della Repubblica, sia un’intesa con la Francia di Emmanuel Macron per fare cambiare registro all’Unione Europea. In tal modo egli spiazzerebbe  contemporaneamente, e un po’ grillinamente, il Pd, Matteo Renzi e i sovranisti di destra sulla strada di un’uscita alla grande dalla guerra del coronavirus.

            Se così fosse davvero, c’è il rischio che  il presidente del Consiglio stia andando incontro a una delusione. Anzi, a un disastro, perché il ponte con Macron, dopo gli abbracci di febbraio a Napoli, potrebbe crollare come quello di Aulla, in Toscana, appena finito ingloriosamente sulle prime pagine di tutti i giornali.

            Anche il quotidiano dei vescovi italiani ha voluto dare una mano a Conte accreditando il suo braccio di ferro con Berlino e dintorni sui “coronabond” e simili per far soffiare finalmente sulle vele italiane Avvenire su Conte.jpegil vento di un’Europa davvero solidale. “Conte sferza l’Unione: intesa o ognuno per sé”, ha titolato Avvenire, in significativa sintonia con una intervista del presidente del Consiglio all’Osservatore Romano nell’edizione elettronica su cui ha dovuto ripiegare il giornale del Vaticano in questi giorni di crisi. “Per chi ha veramente a cuore l’Unione Europea, per chi crede in un’Europa unita, forte Vauro sulla UE.jpege solidale, all’altezza della sua storia e della sua civiltà, questo è il momento di compiere passi risoluti, sostenendo e promuovendo tutti i mezzi per la ricostruzione e la rinascita”, ha detto Conte. Gli mancava solo il corredo della vignetta del Fatto Quotidiano in cui quell’impertinente di Vauro Senesi ha affidato in qualche modo al coronavirus, come ad una sfera di cristallo, “il futuro della Ue”.

            Peccato, per Conte e per quanti ne condividono piani e speranze nella pur tormentata evoluzione della situazione politica italiana, in cui si continua peraltro con gli annunci di decreti legge e simili che impiegano poi giorni per essere materialmente scritti, e spesso male; peccato per Conte, dicevo, che proprio mentre lui alza tanto la voce in Europa uno storico, sociologo e politologo francese fra i più e pochi estimatori veri dell’Italia, Marc Lazar, abbia descritto in modo spietatamente abrasivo storia e prospettive dei rapporti fra Parigi e Roma alla luce di quelli fra Parigi e Berlino.

            “Francia e Germania -ha detto Lazar in un’intervista al Dubbio raccolta da Daniele Zaccaria- sono come una vecchia coppia un po’ stanca. Nei momenti di crisi la Francia si ricorda di avere una bellissima amante, l’Italia. Ma Marc Lazar.jpegquesto non deve illudere nessuno. Alla fine la Francia ritorna sempre a casa e quando corteggia l’amante lo fa per rilanciare la coppia”. L’alternativa, d’altronde, sarebbe per l’Italia ugualmente negativa: quella di un’Europa, chiamiamola così, mediterranea a conduzione solo e spietatamente francese, in qualche modo giù sperimentata dall’Italia con la disastrosa gestione della crisi della Libia prima e dopo la caduta e la morte di Gheddafi.

 

 

 

 

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Guido Bertolaso guarito e operoso a dispetto dei suoi avversari

             Pur nel solito, assordante silenzio dei giornali, Guido Bertolaso – 70 anni compiuti il 20 marzo scorso, quattro giorni prima di essere ricoverato per avere contratto il coronavirus mentre lo contrastava come consigliere del governatore della Lombardia allestendo un ospedale di emergenza nei locali della Fiera di Milano-  ce l’ha dunque fatta davvero. Non solo è riuscito, pur continuando ad occuparsene a distanza da malato, a realizzare l’ospedale nel frattempo deriso dai critici per le dimensioni ridotte rispetto al progetto originario, a causa delle difficoltà di approvvigionamento delle attrezzature, ma Bertolaso è completamente guarito. E continuerà il suo benemerito lavoro, anche a costo di rompere, suo malgrado, gli zebedei agli avversari. Che, imputandogli di essere “la bandiera” del centrodestra, per questo scartato dal presidente del Consiglio per un uso a livello nazionale nell’emergenza virale, avrebbero voluto che lui fosse rimasto lontano dall’Italia, nel suo rifugio sudafricano di medico e operatore sanitario.

             Bertolaso ha lasciato l’ospedale San Raffaele di Milano con le sue gambe e il suo stile irriducibilmente ottimista. E con tutti i suoi pur non folti ma inconfondibili capelli al loro posto, dopo Bertolaso guarito.jpegche alcuni avevano pensato che li avesse perduti scambiandolo con l’amico calvo e grassoccio cui lui aveva affidato il compito di leggere un messaggio di compiacimento nel giorno in cui l’ospedale nella Fiera veniva ultimato e benedetto dall’arcivescovo di Milano davanti alle maestranze, al sindaco della città e al governatore della regione lombarda: tutti alle più o meno dovute distanze sanitarie ma ugualmente attaccati dai soliti rosiconi, soddisfatti solo dell’assenza e del disinteresse, diciamo così, degli esponenti nazionali della Protezione Civile una volta guidata dallo stesso Bertolaso. Non parliamo poi del governo.

             L’amico e delegato scelto da Bertolaso per leggere, con tanto di mascherina addosso, il messaggio di compiacimento per i nuovi posti letto messi a disposizione degli ammalati di coronavirus, era -ed è- il nobile Schermata 2020-04-08 alle 07.22.18.jpegGerardo Solaro del Borgo, capo del Centro di Soccorso italiano del Sovrano Ordine di Malta: un’aggravante -temo- alle orecchie, agli occhi e alle abitudini cerebrali, diciamo così, degli avversari e degli instancabili pubblici accusatori ad honorem dell’ex imputato di corruzione e non ricordo di che altro, assolto nei tribunali o scampato alla condanna, come dice generalmente degli innocenti sopravvissuti ai processi il pur consigliere superiore della magistratura Piercamillo Davigo. Che è sempre compiaciuto dei paradossi che gli sfuggono nei salotti televisivi, accolto di solito come un campione e un Santo protettore vivente della legalità.

            Di Davigo -visto che ci siamo- sarei curioso di conoscere il parere su due notizie arrivate da parti lontanissime in coincidenza con la guarigione dell’ex imputato Bertolaso. Una è il risarcimento di oltre 660 mila euro per ingiusta detenzione, con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, all’ex numero 2 del Sisde Bruno Contrada, arrestato clamorosamente la vigilia di Natale del lontano 1992, cioè 28 anni fa. L’altra notizia, proveniente dall’Australia, è l’assoluzione in appello dall’accusa di pedofilia del cardinale George Pell. Al Fatto Quotidiano, Schermata 2020-04-08 alle 06.53.54.jpegdove Davigo è metaforicamente di casa per sintonia di idee e battute, hanno liquidato con sarcasmo entrambi i fatti, o personaggi, come “salvi di fine stagione”, continuando peraltro a definire l’88.enne Contrada “pregiudicato per mafia”.

 

 

 

 

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La maggioranza giallorossa a rischio di contagio… confusionale

Ah, potere entrare come una mosca, peraltro fuori stagione, nello studio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e ascoltarne gli sfoghi col segretario generale del Quirinale, Ugo Zampetti, o col suo consigliere, amico e direttore dell’ufficio stampa, Giovanni Grasso, o entrambi: tutti alle prese con notizie, retroscena e quant’altro sulle tensioni nella maggioranza e nel governo che hanno preceduto, accompagnato e seguito il varo, da parte del Consiglio dei Ministri, del provvedimento a favore dei crediti necessari alle imprese danneggiate dall’emergenza del coronavirus.

Non che al Quirinale, sia chiaro, non sapessero di quel che era bollito nella pentola della maggioranza giallorossa, perché sul colle più alto di Roma ci sono, per antiche tradizioni, antenne  attrezzatissime per captare i segnali della politica: sia di quella con la maiuscola, pur ridottasi via via da qualche decennio a questa parte, sia di quella con la minuscola, di gran moda nella seconda e forse ancora di più in questa incipiente terza Repubblica.

Questa volta, tuttavia, credo, che i giornali tra cronache e retroscena abbiano rivelato, a proposito delle tensioni nella maggioranza, più di quanto non sapessero già sul colle, con quella strana pretesa dei due maggiori partiti della coalizione di governo di controllare “la gestione” -parola del pur paludato notista del Corriere della Sera e mio carissimo amico Massimo Franco- dei crediti alle imprese. Che ingenuamente si potrebbe ritenere di competenza esclusiva o prevalente delle banche erogatrici dei prestiti, sia pure garantii in tutto o in parte, direttamente o indirettamente, dallo Stato.

Al netto comunque di queste ed altre osservazioni che potrebbero essere formulate sulle tensioni riemerse nella e dalla maggioranza, se mai fossero state davvero sopite all’insorgenza della pandemia virale, intervenuta tra voci e manovre di piazza, strade, stradine e vicoli su quel famoso “terzo governo Conte” sfuggito come una battuta al portavoce addirittura del presidente del Consiglio; al netto, dicevo, di queste ed altre osservazioni, mi chiedo che senso abbia la pur faticosa concessione fatta da Conte in persona al capo dello Stato a coinvolgere le opposizioni nella gestione -stavolta a proposito, e non a sproposito- di un passaggio così drammatico della storia del Paese.

Gli incontri, confronti e come altro vogliamo chiamarli fra il governo e le opposizioni, a Palazzo Chigi e dintorni, col rispetto di tutte le distanze sanitarie di sicurezza, e sempre seguiti dalle dichiarazioni dei delegati del centrodestra a microfoni e telecamere spiegate in piazza Colonna, ci sono stati indubbiamente. Ma dubito che siano andati oltre ”il cortese ascolto” lamentato da Matteo Salvini in veste di “capitano”, questa volta, dell’opposizione.

D’altronde, per confrontarsi davvero con l’opposizione una maggioranza -questa giallorossa, condotta da Conte dopo averne guidato una di segno opposto sino all’estate scorsa, o un’altra di qualsiasi colore e da chiunque diretta, fosse pure un Mosè prestatoci per qualche tempo dal buon Dio- dovrebbe prima chiarirsi e compattarsi all’interno. Sennò il confronto va a farsi benedire, anzi maledire, e magari tradursi persino in un aumento della confusione, con intrecci perversi, sotterranei o visibili, fra parti della maggioranza e parti dell’opposizione.

Ciò accadde, del resto, ai vecchi tempi della cosiddetta prima Repubblica, quando il centro-sinistra faticosamente preparato prima da Amintore Fanfani e poi da Aldo Moro perse la famosa “delimitazione della maggioranza a sinistra” -non a caso nell’anno passato alla storia come quello della contestazione, il 1968- e si aprì all’opposizione comunista per quella edizione che l’allora segretario della Dc Mariano Rumor, prima di approdare a Palazzo Chigi o proprio per approdarvi, definì  “più coraggiosa e incisiva” dell’alleanza di governo fra democristiani, socialisti, socialdemocratici e repubblicani.

Da interlocutori i comunisti, bravi d’altronde com’erano, diventarono registi, insidiando i governi o alcuni dei partiti che li componevano, e spingendo per crisi in direzione di equilibri che il socialista Francesco De Martino definiva “più avanzati”: tanto avanzati da sfociare in un governo monocolore democristiano, guidato da un uomo che certamente di sinistra non era, come Giulio Andreotti, ma appoggiato esternamente dagli ex alleati e dai comunisti.

Prego Salvini, se dovesse capitargli di leggermi, di non montarsi la testa e di non pensare di poter ripetere, da destra, l’impresa compiuta allora a sinistra da Enrico Berlinguer. Adesso anche lui  deve fare i conti con questa curiosa stagione virale  della domenica delle Palme senza palme e di una Pasqua che fra qualche giorno non ci farà purtroppo uscire automaticamente dalla Quaresima.

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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Gli slalom di Conte tra i contrasti nel governo e la sicurezza del passeggio

            La verità -al minuscolo per non confonderla con quella al maiuscolo dell’omonimo giornale diretto a destra dal mio amico Maurizio Belpietro- sta nelle 400 battute del sintetico richiamo della nota di Massimo Franco, nella prima pagina del Corriere della Sera, sul provvedimento appena sfornato dal Consiglio dei Ministri per far rovesciare sulle imprese messe in difficoltà La Gazzetta .jpegdal coronavirus quella che La Gazzetta del Mezzogiorno ha generosamente chiamato in un titolone “cascata di miliardi”. Che -400 o 200 che siano, visto che nei titoli e negli articoli dei giornali si fa una certa confusione fra una cifra e l’altra- potranno essere accordati dalle banche a tasso zero e ad alta garanzia dello Stato.

            Ma rileggiamo insieme le 400 battute -queste certamente sicure perché le ho fatte contare dal computer- della prima pagina del più diffuso giornale italiano: “L’accordo sui prestiti alle imprese c’è, e si tratta di una cifra corposa, dopo unaSintesi Corriiere.jpeg trattativa sfibrante a Palazzo Chigi. Ma sconcerta il ritardo di giorni, figlio di uno scontro di potere tra M5S e Pd sulla gestione del finanziamento alle imprese in epoca di coronavirus: 200 miliardi di euro. E allunga un’ombra sulla compattezza della maggioranza  proprio mentre si intravede un’uscita lenta dalla pandemia”.

            I problemi quindi del governo, alle prese con questo passaggio della lotta al coronavirus e della difesa del sistema produttivo del Paese che ne sta uscendo a pezzi, o quasi, non sono venuti dal confronto tanto decantato, e reclamato dal presidente della Repubblica in persona, con le opposizioni di centrodestra, per quanto i loro rappresentanti siano entrati e usciti più volte in questi giorni da Palazzo Chigi per essere “ascoltati”, non di più. I problemi sono venuti al governo tutti e soli dalla sua stessa maggioranza, divisa fra i grillini e il Pd rappresentato non tanto dal capo formale della delegazione, che è il ministro della Cultura Dario Franceschini, quanto dal superministro dell’Economia Roberto Gualtieri.

            In questa situazione, pur nella consapevolezza che deve essersi diffusa nel governo che alla fine tutti potranno contare di essere promossi, come ha praticamente assicurato agli studenti delle scuole Tutti promossi.jpegnel frattempo chiuse la ministra pentastellata del settore, ha qualcosa di francamente esagerato quel senso di sicurezza, fiducia e quant’altro che mostra il presidente del Consiglio uscendo, regolarmente scortato, dal palazzo dove lavora da quasi due anni. E dove intende rimanere -lo ha appena confermato in una intervista- sino al 2023, per rimanere “nell’orizzonte della legislatura” partorita delle urne del 2018.

            Va bene che siamo a Roma, e non nella Milano del governatore leghista Attilio Fontana, dove Conte avrebbe potuto essere fermato dal primo vigile di passaggio e multato, ma lasciatemi dire che mi sembra fuori posto quel presidente del Consiglio ostentatamente in giro senza le dovute distanze di sicurezza e la  mascherina, indossata peraltro disciplinatamente dagli addetti alla sua protezione.

            Con Conte, tutto preso evidentemente a sfidare quelli di Libero, che hanno già contestato la “vanità” del suo comportamento, al fotografo del manifesto  non capiterà mai di sorprenderlo a stendere le il manifesto.jpegsue mascherine come calzini e altri indumenti più o meno intimi. Lui è super, come la benzina delle auto che lo scorrazzano tra la sorpresa, a dir poco, dei romani costretti a scansarle ogni volta che le vedono o sentono sfrecciare davanti ai loro occhi e piedi.

 

 

 

 

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Ora che Conte ha perduto anche il suo gigantesco angelo custode

            So che sto per scrivere qualcosa di facilmente e sgradevolmente equivocabile, di una ironia troppo spinta in un periodo tragico come questo intestabile al coronavirus: una ironia troppo confinante, se non simile, a quella che ho personalmente contestato tante volte a colleghi che odiano l’uso della frizione o dei freni.

            Pur consapevole del terreno scivoloso su cui sto avventurandomi, non riesco a trattenermi dallo sfottò che Giorgio Guastamacchia.jpegsi è involontariamente guadagnato Giuseppe Conte con la pur meritevole e sentita partecipazione al lutto dei familiari di un validisssimo uomo della sua scorta: Giorgio Guastamacchia. Che, gigante già di suo con quel fisico che aveva e con le arti marziali che aveva esercitato, e forse ancora esercitava nel suo tempo libero, è morto a 52 anni neppure compiuti, lasciando due figli e la moglie, per essersi contagiato del coronavirus chissà dove.

            Di casa ormai a Palazzo Chigi per avere fatto la scorta anche agli ultimi tre predecessori di Conte, cioè Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, senza contare altri leader politici solo affacciatisi in quel palazzo in veste di vice presidente del Consiglio come Marco Follini, il compianto Guastamacchia è stato ricordato da Conte non solo per lo zelo che metteva nel suo mestiere di “angelo custode” del capo del governo, ma anche per “i suoi sorrisi ravvivati da un chiaro di filo di ironia”.

            Non so, francamente, se avesse ceduto all’ironia anche con i predecessori di Conte, come ho sospettato leggendone il ricordo della vedova in una intervista piena di dignità e di orgoglio per la fortuna avuta di dividere una parte della sua vita con un uomo del genere, ma lasciatemi dire che l’ironia se l’è meritata in modo particolare l’attuale presidente del Consiglio. Di cui non sarà sfuggita a Guastamacchia, di buon umore già di suo, una certa improvvisazione. I suoi sponsorizzatori politici, cioè i grillini, si erano d’altronde limitati nella campagna elettorale del 2018 a immaginarlo, e proporlo anzitempo al Quirinale in una lista inusualmente consegnata al Segretario Generale, solo come ministro della Funzione Pubblica o, come si diceva una volta, della Riforma Burocratica, con tutte le maiuscole -ma solo le maiuscole- al loro posto, viste le missioni sostanzialmente incompiute dei vari titolari di quel dicastero.

            Non credo di mancare di rispetto personale a Conte lamentandone, come ho già fatto altre volte, i limiti tutti politici dell’esperienza a Palazzo Chigi, sempre a capo di maggioranze troppo composite e affrettate per risultare  idonee alla gravità dei problemi del Paese, prima ancora che diventassero drammatici come in questo periodo di epidemia, anzi di pandemia. OccorrerebbeCalenda.jpeg un “governissimo” davvero, da unità nazionale come quelli degasperiani successivi alla seconda guerra mondiale.  Ma la ciliegina sulla torta dell’inadeguatezza dell’attuale esecutivo penso che l’abbia appena messa l’ex ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda rivelando, peraltro all’insospettabile Fatto Quotidiano, la fine fatta dalla disponibilità da lui offerta a collaborare col commissario della Protezione Civile Domenico Arcuri nel campo dirimente degli “approvvigionamenti” sanitari, mascherine comprese: quelle vere, non di carta igienica.

          “Mi è stato detto che Mattarella.jpegsarebbe stato un problema politico, e amen”, ha raccontato Calenda su Arcuri.jpegCalenda. Non ditelo, per favore, al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che con tutti i capelli che ha, rimasto com’è senza barbiere in questo periodo di domicilio coatto pure per lui, se li strapperebbe tutti per la delusione, anzi per la rabbia, pur non consona al suo mite temperamento.

 

 

 

 

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Ed ecco la domenica delle palme senza palme, inedita nella vita di un cristiano

            Mette una tristezza infinita questa domenica che delle palme ha conservato solo il nome liturgico, non essendovene materialmente da distribuire Messaggero sul Papa.jpegdavvero ai fedeli: neppure dal Papa, solitario nella desertificata nella Basilica di San Pietro. Non siamo esonerati, né dallo Stato né dalla Chiesa, dall’obbligo di restarcene in casa per risparmiarci e risparmiare contagi.

            E’ stupido attendersi dalle varie polizie la chiusura di un occhio, o di entrambi, per evitare una multa per molti superiore a quella dello stipendio mensile o della pensione appena incassata, se cestino palme.jpegnon una denuncia penale, se positivi, per epidemia colposa o addirittura l’arresto e l’ergastolo, con ancora pame.jpegprocesso per direttissima, nel caso in cui l’aggettivo fosse trasformato da un magistrato malintenzionato da colposo a volontario. Qui non si scherza, neppure in un Paese come il nostro, abituato persino tragicamente agli scherzi, e portato a profittare di tutte le occasioni possibili e impossibili per cantarci e ballarci sopra, magari solo su un ballatoio o un terrazzo.

            Ma oltre alla tristezza, questa prima domenica delle palme senza palme, la prima e spero l’unica della mia vita non breve di cristiano, al netto dei peccati e peccatucci generosamente perdonatimi ad ogni accenno di confessione, mi mette addosso -lo confesso- la paura di non farcela ad uscire vivo da questa specie di guerra che combatto praticamente disarmato, al pari Mascherina di Rollo .jpegdi tanti altri. Non ho neppure lo straccio di una mascherina a disposizione –magari del tipo del vignettista Carol Rocco sul 7 del Corriere della Sera-  anche  per non avere nel condominio dove abito cinesi che altrove, a dispetto del nome che si sono fatti col coronavirus  e degli insulti che ricevono un giorno sì e l’altro pure dal presidente americano in persona e dai suoi emuli italiani, hanno infilato nelle cassette della posta dei vicini, quasi per scusarsi e redimersi, non una ma buste di mascherine, e delle migliori.

            Non bastano tuttavia né la tristezza né la paura di morire e di compromettere la salute e sopravvivenza dei familiari, colpevoli solo di questa familiarità, appunto, a volte neppure voluta, com’è quella dei figli, che non vengono concepiti e non nascono certamente di loro volontà. Sono assalito ogni tanto, a dispetto Scalfari su Conte.jpegdella fiducia appena rinnovata a Giuseppe Conte sulla sua Repubblica di carta dallo stagionatissimo Eugenio Scalfari, anche da un sentimento di rabbia per l’insipienza che, volenti o nolenti, stanno dimostrando i signori al governo, ma anche all’opposizione, in questo passaggio drammatico della storia nazionale. O storia  universale, come il reddito che i grillini hanno colto l’occasione per proporre con uno starnuto pericolosissimo in questi tempi, non essendo evidentemente bastati gli sperperi del reddito di cittadinanza voluto nel loro primo anno di esercizio del potere addirittura per conseguire la sconfitta della povertà. Che fu annunciata con sprezzo del ridicolo dal balcone di Palazzo Chigi una sera del 2018  dall’allora vice presidente del Consiglio, ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro Luigi Di Maio. Vi ricordate? Adesso per fortuna, si fa per dire, egli dispone “solo”, e spero ancora per poco, della Farnesina: una palazzone Farnesina.jpegdavanti al  quale, quando potevo muovermi liberamente, passavo in auto ogni giorno, o quasi, senza mai scorgervi il ministro su un balcone, o qualcosa che potesse o possa assomigliarvi in quell’architettura littoria del Ministero degli Esteri. Che, pensate un po’, avrebbe dovuto sorgere addirittura dalle parti del Colosseo, su via dei Fori Imperiali. L’avrei tenuto almeno più lontano da casa.

 

 

 

 

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Conte appeso ormai solo alla solidarietà provenzana di Silvio Berlusconi

            Mentre i comuni, comunissimi cittadini si chiedono ogni giorno più sconcertati – fra gli annunci del presidente del Consiglio e le battute del capo della Protezione Civile, e in quella che Stefano Folli ha definito Folli su confusione.jpegnon a torto su Repubblica “la tortura della confusione”-  quanto potranno o dovranno durare le misure che li tengono a casa, o cercano di far loro passare la voglia di uscire, titolari, ospiti e frequentatori dei palazzi della politica si chiedono quanto potrà davvero durare il secondo governo di Giuseppe Conte. Che, per quanto asserragliatosi nel bunker metaforico dell’emergenza da coronavirus, appare molto meno Libero su Conte.jpegsicuro di quanto non cerchi di far credere, con parole e opere, il presidente del Consiglio permettendosi anche gesti o condotte vanitose come quella, appena rimproveratagli da Libero, di non mettersi la mascherina. Il professore appulo-toscano si limita ad avvicinare ogni tanto il fazzoletto al naso, più per sentirne forse il profumo, spruzzatogli diligentemente ogni mattina, che per difendersi da quel perfido virus che sembra addirittura diffondersi nell’aria da solo, senza che nessuno lo espella con qualche colpo di tosse.

            Uno dei frequentatori più solerti dei palazzi politici, Francesco Verderami, nel suo appuntamento settimanale con i lettori del Corriere della Sera non a caso titolato “Settegiorni”, in verde, ha Corriere.jpegappena previsto “almeno” un rimpasto nel futuro più o meno vicino del governo: un rimpasto, come si diceva una volta, per spostare qualche ministro troppo affaticato o incidentato e assumerne altri troppo smaniosi di promozione. Ma già nel primo capoverso del suo articolo il “rimpasto” del titolo viene archiviato come una ipotesi davvero minore, o inadeguata alle circostanze.

            Infatti Verderami ha scritto, testualmente, pur senza fare nomi, cognomi o soprannomi, che “nel Pd come dentro il M5S”, che non è una variante del vecchio MSI di Giorgio Almirante, predecessori e successori, ma l’acronimo del quasi partito pentastellato, sorvegliato a distanza dal fondatore Beppe Grillo, ”c’è chi non scommette che Conte firmerà la prossima leVerderami.jpeggge di Stabilità”, o finanziaria, come si chiamava una volta. E Verderami si è fermato, bontà sua, al Pd di Nicola Zingaretti, amici e compagni e al movimento affidato alla “reggenza” di Vito Crimi dopo il passo indietro, o di lato, come pensano altri, di Luigi Di Maio. Se si fosse affacciato o avvicinato alle porte, anticamere e simili dell’Italia Viva improvvisata nella scorsa estate dall’ex segretario del Pd Matteo Renzi, vagante nei sondaggi tra prefissi telefonici, l’esploratore del Corriere della Sera avrebbe avvertito spifferi di ben altra portata.

            Ormai, a parte la fiducia ostentata per motivi di ufficio dai vertici del Pd davanti ai microfoni e alle telecamere di turno, ma contraddetta dagli umori che poi sfuggono e si raccolgono in privato, il più convinto non tanto della forza di Conte, per carità, quanto della inopportunità di farla già finita col suo secondo governo,  è dal ritiro in Provenza, dove si è rifugiato per difendersi Berlusconi.jpegmeglio dal coronavirus, il sempre imprevedibile Silvio Berlusconi. Che, anche a costo di smentire e di buttare metaforici secchi d’acqua addosso al suo amico Renato Brunetta, trattenuto a Roma dalla irrefrenabile voglia di esternare contro la debolezza e l’inadeguatezza del governo e della sua maggioranza giallorossa, manda continuamente al “comandante” Conte messaggi di comprensione e solidarietà. Con quanto sollievo ciò venga recepito fra i grillini di ogni tendenza e colore, per non parlare dei piddini, che fanno pure rima, vi lascio immaginare.

 

 

 

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Vittima del coronavirus Gaetano Rebecchini, di grandissima fede religiosa e civile

Perdere un amico -e che amico, trattandosi di Gaetano Rebecchini- è sempre doloroso. Ma perderlo in questi giorni di coronavirus, nelle circostanze che ti impediscono di portargli l’ultimo saluto, di abbracciarne i familiari, di partecipare fisicamente alle loro preghiere, di onorarne la memoria nel funerale, è doppiamente, insopportabilmente doloroso. Mi consola solo la certezza di saperlo arrivato in serenità alla fine dei suoi intensi 95 anni e già nel suo Paradiso, avendone ben conosciuto la bontà e la fede, pari solo alla sua cultura e alla sete che aveva di conoscenza e informazione.

Figlio di uno dei più storici sindaci di Roma, Salvatore, in carica tra la fine del 1946 e il 1956,  tra gli Salvatore Rebecchini.jpegartefici della ricostruzione e della rinascita della Capitale dopo i lutti e le rovine della  seconda guerra mondiale, ho trovato Gaetano nella nostra lunga frequentazione sempre più uguale al padre. Che avevo avuto il piacere di conoscere agli inizi del mio lavoro giornalistico. Gli somigliava in tutto e per tutto, anche nella concezione sanamente patriarcale della famiglia.

Parlare con Gaetano di uomini, situazioni e problemi era sempre appagante. Raccoglierne gli sfoghi, le preoccupazioni e le delusioni, pur in una visione sempre fiduciosa della vita per il suo forte radicamento religioso, con quella cupola della Basilica di San Pietro che lui vedeva illuminata dal suo letto, quando si apprestava a riposare, e si ritrovava splendente di luce naturale al risveglio, era davvero un piacere. Mi mancherà moltissimo, per quanti sforzi potranno fare  per  supplirvi la moglie  amatissima Marilù, per fortuna convalescente dopo l’infezione condivisa col marito, e i suoi figlioli, a cominciare naturalmente dal delizioso Salvatore, che porta simpaticamente e dignitosamente il nome del nonno.

Gaetano è stato anche un animatore, discreto ma influente, della politica romana e nazionale degli anni a cavallo fra la prima e ormai malmessa prima Repubblica, non so se più suicidatasi o ammazzata, come lui amava ripetere, dalla politicizzazione della giustizia e di almeno una parte di chi l’amministrava, e l’allora incipiente seconda Repubblica.  A casa sua e dintorni si delinearono i contorni, e non solo quelli, del bipolarismo intestatosi poi da Silvio Berlusconi con la creazione di Forza Italia e la vittoria elettorale del centrodestra nel 1994.  Che colse di sorpresa gran parte della cultura e militanza politica italiana, non solo la famosa e “giocosa macchina da guerra” improvvisata dall’ultimo segretario del Pci  e primo segretario del Pds Achille Occhetto.

Si deve anche alla sagacia, all’influenza e alle preghiere di Gaetano Rebecchini, come lui stesso una volta mi disse scherzando ma non troppo, l’evoluzione della destra italiana dalle origini fasciste o post-fasciste dei tempi del padre, che per un po’ ne aveva avuto anche il sostegno come sindaco di Roma col beneplacito del suo partito, la Democrazia Cristiana, allo spirito europeista e democratico di Alleanza Nazionale, sostituitasi a tutti gli effetti al vecchio Movimento Sociale.

Addio, Gaetano. Anzi, arrivederci cristianamente, anche se dubito di poter meritare come te il Paradiso, dove sei arrivato senza le raccomandazioni dei tanti Papi che hai conosciuto e frequentato, e preceduto lassù.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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