Le sardine protestano contro le campagne elettorali…degli altri

            Per quanto spiazzate da una sinistra appena sconfitta come peggio non poteva in Gran Bretagna, dove è stata letteralmente asfaltata dai conservatori, e da un Matteo Salvini appena vestitosi Gorgetti.jpgdi panni moderati chiedendo per il salvataggio del Paese un “comitato di salvezza nazionale”, tradotto dal suo vice Giancarlo Giorgetti in un governo Conte figo.jpgdi “tutti, da Leu a Fratelli d’Italia”, non guidato da Giuseppe Conte, neppure nella versione “Figo” sarcasticamente esposta sulla prima pagina dal Tempo, ma magari da quel “disoccupato” provvidenziale e di lusso che è Mario Draghi; per quanto spiazzate da tutto questo, dicevo,  le sardine italiane radunatesi nella piazza romana di San Giovanni si sono riproposte nella versione emergenziale contro la destra incombente sul Paese.

            “No a una campagna elettorale permanente”, ha gridato il giovane capo improvvisato della rivolta antisalviniana, Mattia Santori, con un foglietto in mano che promette di Oceano di sardine.jpgdiventare un manifesto negli appuntamenti successivi di questo “mare di sardine” promosso sul sardine rosse.jpgcampo ad “oceano” dal  Fatto Quotidiano:  sardine dipinte di rosso dagli stessi che le hanno sventolate in una piazza carissima del resto alla sinistra, per quanto violata ogni tanto dalla destra prima a trazione berlusconiana e ora a trazione leghista.

            In questo mare o oceano che sia di sardine, dalle 100 mila vantate dai promotori del raduno alle 35 mila valutate con la solita avarizia dagli organi di Polizia pur agli ordini non più di Salvini, al Viminale, ma di un governo che pensa di trarre qualche vantaggio da appuntamenti del genere, Antonio Polito ha visto e indicato sul Corriere della Sera, testualmente, “la capacità della sinistra Rolli.jpgdi resistenza alla destra” al suono e al canto, non a caso, della famosissima “Bella ciao”: una sinistra -ha precisato tuttavia l’editorialista del maggiore giornale italiano- al netto dei “rovesci elettorali, divisioni politiche, incertezze programmatiche” o equivoci, come quello appena lamentato, scusandosene, dallo stesso presidente del Consiglio. Che ha così spiegato, con la solita disinvoltura, il pasticcio di una seduta del governo contestata e disertata polemicamente dalla maggioranza dei ministri per il varo di un decreto legge di salvataggio della Banca Popolare di Bari. “Scuse accettate”, ha immediatamente risposto Matteo Renzi, che dall’esterno del governo era riuscito a portarsi appresso nella protesta i grillini reclamando più chiarezza e/o meno improvvisazione nella gestione di vicende delicate come quelle delle banche, affrontate pure da lui quando era a Palazzo Chigi, e non certamente senza polemiche.

            Agli animatori delle sardine Polito ha anche riconosciuto il merito di essere “più simpatici, autoironici e meno incazzosi dei girotondini” ai tempi di Nanni Moretti, che dalle piazze Polito sulle sardine.jpgsupplicava Massimo D’Alema di dire “finalmente qualcosa di sinistra”, o ammoniva che la stessa sinistra, con i capi che si trovava ad avere, non sarebbe mai più tornata  a vincere. “Invece vinse”, gli ha appena rinfacciato D’Alema in una lunga intervista attribuendosi  il merito della sconfitta elettorale subita nel 2006 da Berlusconi. Che però-va ricordato anche questo- si prese dopo soli due anni la rivincita, per quanto l’ultima del centrodestra a sua conduzione.

          E’ impressionante, a pensarci bene, il pendolo della sostanziale ingovernabilità di questo Paese da una trentina d’anni a questa parte, pur nel passaggio da un’edizione all’altra della Repubblica.  E dubito che possa bastare un mare o- ripeto- un oceano di sardine a cambiare la situazione.

 

 

 

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La giornata delle sardine italiane tra i guai del Tevere e quelli del Tamigi

            Il “Sardina day”, all’inglese, ispirato al manifesto dall’appuntamento che si sono date oggi a Roma le sardine d’Italia spontaneamente, per carità, e festosamente mobilitate da qualche tempo contro il sostanziale rischio di finire nel padellone della destra, sul fuoco tenuto acceso giorno e notte da Matteo Salvini e soci, deve a suo modo fare i conti non col Tevere ma col Tamigi, dopo quello che è avvenuto in Gran Bretagna. Dove la strepitosa vittoria dei conservatori, cioè della destra, è pari solo alla sconfitta della sinistra di più o meno vecchia maniera.

            Il vento arrivato da Londra, diciamo la verità, è più favorevole a Salvini che alle sardine aspiranti a salvarsi dal suo padellone, anche se il leader leghista, pur compiaciuto della vittoria del Tamigi.jpgpremier inglese e del suo partito conseguita per la voglia di lasciare finalmente e davvero l’Unione Europea, si è dovuto affrettare ad assicurare che “noi non abbiamo progetti per uscire dall’euro”. Dove d’altronde neppure gli inglesi erano mai entrati tenendosi ben stretta in tasca la loro sterlina.

            Da furbacchione come sono, nonostante la loro apparente ingenuità tanto apprezzata persino dalla fidanzata di Silvio Berlusconi, spintasi a raccomandarle all’attenzione e alla simpatia del suo attempato compagno, le sardine italiane cercheranno probabilmente di farsi forti proprio dei risultati delle elezioni bandiera britannica.jpginglesi per allertare di più il nostro Bel Paese dai rischi che corre. Sarà per loro una ragione in più per  augurare lunga vita al secondo governo di Giuseppe Conte e alla legislatura già salvata in extremis nella scorsa estate dal presidente della Repubblica, grazie all’improvvisa convergenza fra i grillini, abbandonati dai leghisti, e la sinistra di vario colore di cui sotto le cinque stelle avevano detto sino al giorno prima tutto il male possibile.

            La legislatura deve insomma continuare, secondo le sardine, nonostante il “mercato delle vacche” che sta facendo impazzire il capo ancòra del Movimento grillino Luigi Di Maio. Che, in attesa di qualche soccorso giudiziario esplicitamente sollecitato, è curioso di sapere non quanti parlamentari sia destinato a perdere ma quanto paghi al chilo Salvini quelli che stanno uscendo dai gruppi pentastellati per saltare sul Carroccio e scommettere su un futuro migliore, visto che il presente non dovrebbe avere valore alcuno trattandosi del non comodo passaggio dalla maggioranza all’opposizione.

            La legislatura deve continuare sardinamente, da sardina, nonostante la perdurante, se non crescente impossibilità del pur paziente e professorale presidente del Consiglio, fra un rinvio e l’altro, una precisazione e una smentita, un bisticcio e l’altro, una grana e l’altra, compresa quella appena scoppiata della banca popolare di Bari, di portare indenne il governo alla verifica, o qualcosa del genere, programmata nel prossimo mese per tentarne la rianimazione, anche se Conte ottimisticamente lo chiama rilancio.

 

 

 

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Quel che resta del presepe garantista di Matteo Renzi al Senato

Va bene che siamo in vista del Natale ed è quindi la stagione dei presepi, ma la discussione svoltasi al Senato sui rapporti fra i poteri dello Stato -promossa da Matteo Renzi sull’onda delle indagini riguardanti i finanziamenti della sua attività politica quando ancora faceva parte del Pd, ne scalava il vertice e si difendeva dal cosiddetto fuoco amico di cui si è liberato solo uscendo dal Nazareno e fondando la sua Italia Viva– non mi ha per niente fatto sentire nei panni di qualche ammirato e partecipe zampognaro. Non c’era francamente da festeggiare nessuno sceso dalle stelle.

Innanzitutto non mi è piaciuta per niente quell’aula che si faceva notare più per le assenze che per le presenze, a cominciare dalla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Che ha affidato le redini della seduta alla vice presidente grillina Paola Taverna: degnissima persona, per carità, al netto dei suoi comizi di una volta, quando non nascondeva la voglia di sputare addosso a qualche collega parlamentare che non gli piaceva, come l’allora senatore Silvio Berlusconi, ma credo francamente la più lontana dalla sensibilità garantistica che mi sembrava sottintendere l’accoglienza del dibattito chiesto da Renzi.

Non mi sono governo vuoto 2.jpgpiaciuti nemmeno quei banchi del governo completamente deserti, o disertati, come se all’esecutivo non dovessero e non debbano per principio interessare temi come quelli all’esame dell’aula. Una simile estraneità o neutralità, del resto, era stata smentita nei giorni precedenti dalle critiche formulate dal ministro della Giustizia, in sintonia col Consiglio Superiore della Magistratura, alle reazioni di Renzi alle inchieste che lo riguardano, almeno per ora, indirettamente.

Né mi sono piaciuti, infine, i richiami che considero tardivi dello stesso Renzi a Craxi, Moro e Leone per supportare, diciamo così, le sue forti preoccupazioni per le condizioni alle quali si è ridotta la politica per pavidità, o opportunismo del giocatore di turno, nei rapporti con la magistratura e con la piazza che l’affianca o sostituisce nei processi agli avversari del giorno o della stagione.

Di Craxi il senatore Renzi ha permesso troppo a lungo una vera e propria demonizzazione per essere ora credibile nel portarne il suo celebre discorso alla Camera nel 1992 ad esempio dell’orrore che deve procurare ad una politica degna di questo nome il vuoto che si crea con la confusione dei poteri. Di Craxi ricordavo sino all’altro ieri solo l’aggettivo “diseducativo”, o “non pedagogico”, adoperato da Renzi quando se ne parlava, riducendo quindi anche lui la storia del leader socialista a quella giudiziaria di un latitante indegno di essere ricordato con qualche targa stradale o di piazza, a Firenze e altrove.

Piuttosto, di Craxi l’allora segretario del Pd e presidente del Consiglio avrebbe fatto meglio a rivendicare una certa eredità o ispirazione nei tentativi, che volentieri riconosco anche a lui, di ammodernare la sinistra e le istituzioni. Tanto volentieri riconosco a Renzi questi tentativi da avere cercato da elettore di aiutarlo nel 2016 votando, e perdendo, nel referendum cosiddetto confermativo sula sua riforma costituzionale, per quanto in alcuni passaggi pasticciata. Sarebbe stato sempre meglio di niente, visto anche come sono andate poi le cose ai fini della governabilità del Paese.

Di Craxi avrebbe potuto ricordarsi Renzi anche quando da presidente del Consiglio, pur rivendicando “il primato” della politica, ha contribuito all’uso distorto, con dimissioni di ministri  a furor di giornali, per sospetti traffici di influenze: una fattispecie di reato che parla da sé.

Non mi ha convinto del tutto neppure il richiamo di Renzi a Moro e al suo rifiuto dei processi di piazza, di cui poi, subito dopo la morte dello stesso Moro, rimase ugualmente vittima secondo lui l’allora presidente della Repubblica Giovanni Leone, coinvolto mediaticamente, neppure processualmente, nel cosiddetto scandalo Loochhed:  il nome della società americana che produceva gli aerei da trasporto acquistati per uso militare anche dall’Italia tra voci e accuse di mazzette e simili.

Più che di quei processi di piazza Leone rimase vittima, costretto praticamente a dimettersi sei mesi Leone.jpgprima della scadenza del suo mandato al Quirinale, dell’uso politico che di essi si decise di fare dai partiti, compreso quello dello stesso Leone: la Dc. Che non volle o non seppe resistere, priva com’era rimasta di una guida come quella di Moro, alle pressioni del Pci, componente allora decisiva della maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale.

Nel 1978 Renzi aveva solo tre anni, beato lui. Qualcuno dovrà pur decidersi a raccontargli, spiegargli e quant’altro che Leone fu costretto alle dimissioni non per gli scandali contestatigli persino -ahimè- dai radicali di Marco Pannella ed Emma Bonino, destinati a pentirsene dopo una ventina d’anni, ma per le resistenze da lui opposte alla gestione del sequestro Moro da parte del governo di allora -un monocolore democristiano presieduto da Giulio Andreotti- e dei partiti che lo sostenevano.

Leone non condivise né la cosiddetta linea della fermezza immediatamente annunciata,  e da lui contestata personalmente Moro.jpgal segretario della Dc Benigno Zaccagnini in un colloquio al Quirinale, né la maniera -tra l’atroce e l’ambiguo- in cui veniva applicata. Egli poi cercò personalmente, per quanto inutilmente a causa di fughe di notizie rivelatesi funzionali solo ai giochi interni alle brigate rosse, di scongiurare l’uccisione di Moro predisponendo la grazia per Paola Besuschio, scelta personalmente dal capo dello Stato fra i 13 “prigionieri”, cioè detenuti per reati di terrorismo, con i quali gli aguzzini del presidente della Dc avevano reclamato di scambiare il loro ostaggio.

Altro che la presunta o reale trattativa fra lo Stato e la mafia per fermare le stragi del 1992 e successive, su cui si stanno ancora celebrando processi, stampando libri e consumando carriere di toghe. E’ il delitto Moro, nel 1978, il buco nero della storia della nostra Repubblica, anche più della orribile strage di Piazza Fontana di cui stiamo celebrando i 50 anni.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

I tardivi richiami di Renzi a Craxi e Moro nella difesa della politica da Procure e piazze

       La partecipazione alla maggioranza ha sicuramente aiutato Matteo Renzi a ottenere in tempi abbastanza brevi una discussione al Senato sulla vicenda giudiziaria e mediatica del finanziamento della sua attività politica, avvenuta attraverso la ormai disciolta Fondazione Open quando lui apparteneva al Pd scalandone con successo il vertice, e con esso anche quello del governo. Che l’uomo di Rignano non guidò certamente in sordina, purtroppo contribuendo, come vedremo, e a dispetto del suo linguaggio combattivo, alla situazione di cui ora si lamenta.

        Pur legittimamente promossa alla questione dei rapporti fra i poteri dello Stato, per non dire papale papale fra la magistratura e la politica, o viceversa, la discussione fortemente voluta da Renzi, che vi ha Renzi al Senato.jpgpartecipato da protagonista, circondato dai suoi nei banchi della nuova Italia Viva, ha pagato pegno, diciamo così. La presidenza della seduta, nonostante la sontuosità del tema, é stata assunta non dalla presidente stessa del Senato ma dalla vice grillina Paola Taverna: obiettivamente la più lontana, per stile e convinzioni, dallo spirito col quale il dibattito era stato voluto da Renzi, per quanto egli sia da qualche mese partecipe, come ho accennato, della stessa maggioranza in cui si riconosce l’esponente pentastellata. La quale è incline più al giustizialismo che al garantismo, almeno per il significato corrente attribuito, a torto o a ragione, ai due fenomeni o sentimenti.

         Ai banchi del governo non si è presentato nessuno, neppure uno straccio di sottosegretario, perché risultasse con la massima evidenza possibile l’estraneità, a dir poco, dell’esecutivo alla materia in esame. Già prima della discussione peraltro il ministro grillino della Giustizia Alfonso Bonafede aveva tenuto a dissentire dalle critiche di Renzi agli inquirenti, e a condividere invece le proteste levatesi con la consueta solerzia dal Consiglio Superiore della Magistratura.

         Non hanno brillato di presenze neppure i banchi parlamentari diversi da quelli renziani, dei cui vuoti diffusi si è compiaciuto in rete, con tanto di foto, il più antirenziano forse dei giornali, Il Fatto Quotidiano, per dimostrare quanto poco ormai conti l’ex presidente del Consiglio. Un po’ troppo avari di applausi o altri segni di consenso sono stati durante l’intervento di Renzi i suoi ex compagni di partito, il cui tesoriere Luigi Zanda d’altronde, già prima della discussione, aveva rimproverato al suo ex segretario  di avere usato i pur legittimi finanziamenti della Fondazione Open più per la sua personale attività politica che per le esigenze più generali e costose del Pd, in crisi anche nei rapporti con i suoi dipendenti.

        Renzi, dal canto suo, smettendola finalmente di parlarne come di un personaggio diseducativo, o qualcosa del genere, e guadagnandosi per una volta un apprezzamento del figlio Bobo, ha dovuto per una inesorabile nemesi storica richiamarsi al famoso discorso di Bettino Craxi alla Camera Craxi alla Camera.jpgcontro il “vuoto” orrendo e pericoloso che la magistratura stava creando già nel 1992. Allora il finanziamento della politica fu liquidato sommariamente come una questione giudiziaria, e di malavita. Sarebbe stato forse più saggio da parte di Renzi ricordarsi di Craxi  e delle sue preoccupazioni per la discrezionalità della magistratura quando contribuì da Palazzo Chigi  alla  diffusione  giurisdizionale di quella curiosa fattispecie del traffico d’influenze che potrebbe adesso creare problemi anche ai suoi passati, presenti e futuri finanziatori. Le leggi vanno maneggiate con cura già quando si fanno e si lasciano applicare in modo distorto.

        Scontato ed efficace, anche nella sua drammaticità, é stato il richiamo renziano al monito lanciato da Aldo Moro l’anno prima del suo Aldo Moro.jpgtragico sequestro contro la pretesa di processare “sulle piazze” gli avversari politici di turno. Meno scontato e pertinente mi è apparso invece il richiamo di Renzi alla pur dolorosa e ingiusta avventura di Giovanni Leone. Che il senatore di Scandicci crede sia stato davvero costretto alle dimissioni da presidente della Repubblica nel 1978 per la campagna scandalistica cavalcata persino dai radicali, scusatisi vent’anni dopo, sugli apparecchi militari di trasporto dell’americana Loocheed venduti con mazzette o simili all’Italia.

         Davvero Renzi crede ancora che quella pur inconsistenza campagna contro Leone, per i cui uffici non aveva potuto transitare nessuna pratica di quella fornitura di aerei, pur essendo lui amico del suo ex collega universitario e rappresentante della Loockheed in Italia, il professore di diritto della navigazione Antonio Lefebvre d’Ovidio, fu l’origine, la causa e quant’altro dello sputtanamento -consentitemi la franchezza- procurato all’allora presidente della Repubblica costringendolo alle dimissioni? Via, qualcuno si decida a raccontare e spiegare finalmente a Renzi, Leone.jpg allora bimbo di soli tre anni, che Leone fu messo in croce e costretto alla ritirata semplicemente per essersi messo di traverso sulla strada della cosiddetta linea della fermezza durante il sequestro di Aldo Moro. Per il cui salvataggio, o tentativo di salvataggio, il capo dello Stato aveva predisposto, con l’appoggio -guarda caso- solo o soprattutto di Craxi, a concedere la grazia a Paola Besuschio. Che era nell’elenco dei 13 “prigionieri”, cioè detenuti per reati di terrorismo, con i quali le brigate rosse avevano reclamato di scambiare il povero Moro, condannato a morte dal loro presunto “tribunale del popolo”.

 

 

 

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Vi invito a partecipare al gioco della ricerca della maggiore notizia politica

            Con la complicità dell’allegria natalizia che ci avvolge sempre di più, a dispetto dei problemi che non smettono neppure loro di assediarci, vi propongo un gioco: la scelta della notizia secondo voi principale, più significativa, fra tutte quelle che ha offerto la cronaca politica delle ultime ventiquattro ore.

            Comincio da quella che -non so, francamente, se a torto o a ragione, perché la scelta alla fine spetta a voi che leggete-  ha più colpito sulla prima pagina del Corriere della Sera il vignettista Emilio Giannelli: i banchi parlamentari vuoti davanti ai quali, prima che si riempissero col Conte.jpgdibattito e le votazioni, ha dovuto parlare il presidente del Consiglio Giuseppe Conte per chiedere e alla fine ottenere, bene o male, il mandato dalla sua maggioranza gialloverde a trattare al pur interlocutorio vertice europeo il controverso problema del Mes o fondo salva-Stati. Su cui il discorso si farà più stringente e decisivo solo fra qualche mese, salvo altri rinvii.

             Le aule vuote davanti ad un governo che riferisce di una questione che lacera il dibattito politico, almeno sui giornali, sono sempre uno spettacolo deludente, per quante buone ragioni si possa avere la voglia o l’occasione di cercare e proporre all’indulgenza del pubblico.

            Compiuto il passaggio alla Camera senza tanti problemi, pur sempre coi corridoi più affollati dell’aula, Conte ha dovuto affrontare il passaggio più difficile al Senato: più difficile per l’esiguità direi cronica della maggioranza a Palazzo Madama e per le particolari, crescenti turbolenze nel gruppo più consistente della maggioranza, che è quello delle 5 stelle.

            Proprio cinque sono stati i senatori grillini su cui il presidente del Consiglio ha dovuto puntare gli occhi alla fine della discussione, quando si è passati al voto. Ebbene, di questi cinque, solo uno ha votato il documento faticosamente concordato fra ministri, esperti e quant’altri dei partiti della coalizione giallorossa. Gli altri quattro grillini, nonostante l’intervento personale e telefonico dello stesso Grillo su uno di essi, non hanno votato il documento. Tre hanno preferito votare il documento del centrodestra e almeno due di essi sono stati poi visti a cena con i leghisti, in direzione dei quali sembra che stiano muovendosi almeno un’altra decina di senatori stanchi – a sentirne gli sfoghi- di vivere in una bolgia infernale, d’insofferenti non si sa se più dell’alleanza di governo col Pd o della guida del movimento recentemente confermata, con vista sui Fori Imperiali, dal fondatore, garante, “elevato” e quant’altro a Luigi Di Maio.  Del quale, raggiunto poi dalle proteste di chi si aspettava altro, Grillo secondo retroscena sinora non smentiti avrebbe detto che “per ora” non può cambiarlo.

            Come avrete notato, non ho fatto e non intendo fare i nomi dei dissidenti, chiamiamoli così, perché ritengo più importante il fenomeno pentastellatonel suo complesso, col quale siamo alle prese dalla inattesa vittoria elettorale del 4 marzo 2018, e col quale deve ora fare di più i conti, anche senza lamentarsene pubblicamente, il presidente del Consiglio.

            Dall’Albania, raggiunta come ministro degli Esteri con una tempistica, diciamo così, singolare dopo la disinvoltura con la quale per fare un giro elettorale in Sicilia non ha voluto recentemente Di Maio in Albania.jpgpartecipare ad un appuntamento in Giappone con i suoi omologhi del G20, Di Maio ha commentato le vicende romane dei suoi senatori denunciando un “mercato delle vacche”, attribuendone la regia alla Lega del suo ex alleato e amico Matteo Salvini e auspicando, chiedendo e quant’altro un intervento della solita magistratura, sulla falsariga di altre transumanze parlamentari, chiamiamole così, avvenute in anni passati da sinistra a destra, a vantaggio del partito di Silvio Berlusconi.

            Contemporaneamente però, o quasi, le agenzie di stampa hanno battuto la notizia di Salvini indagato dalla Procura di Roma per 25 voli di Stato compiuti quando era ministro dell’Interno per fini o circostanze che la Corte dei Conti non ha ritenuto congrue, diciamo così. E così l’ex vice presidenteFatto su Salvini.jpg del Consiglio, ora capo dell’opposizione perché leader del maggiore partito dello schieramento antigovernativo, ha potuto riconquistare col fotomontaggio di un ricercato, o qualcosa del genere, la prima pagina del solito e festoso Fatto Quotidiano. Che così ha potuto anche consolare giornalisticamente i lettori delle delusioni o preoccupazioni -immagino- procurate dalle cronache grilline.

           

 

Giù le mani, i piedi e il resto, per favore, dalla compianta Nilde Jotti

Mi aveva già colpito domenica scorsa, casualmente festa peraltro dell’Immacolata Concezione, leggere su Libero un curioso editoriale del direttore Piero Senaldi di critica a quanti non avevano gradito che tre giorni prima fosse uscita sul suo giornale, sotto forma di recensione ad Jotti e Togliatti.jpguna trasmissione televisiva su Nilde Jotti, un articolo in cui si era sottolineato quanto fosse, da donna e da emiliana, “brava a letto”, oltre che in cucina. Tanto brava, evidentemente, da aver saputo conquistare da giovane deputata comunista dell’Assemblea Costituente il segretario del partito Palmiro Togliatti.

Pur in un timido tentativo, fra una riga e l’altra, di “scusarsi” con quanti avevano potuto considerarsi a torto colpiti o offesi da quella “brava a letto”, nonostante il recensore televisivo avesse riconosciuto la grande prova data da Nilde Jotti da presidente della Camera, fra il 1979 e il 1992, “saggio e imparziale come pochi prima e dopo di lei”, Senaldi si era abbandonato ad una difesa a dir poco infelice, per altri sottintesi che comportava, delle qualità, meriti e quant’altro del suo ottantenne cronista e recensore, Giorgio Carbone. Che, a differenza di Togliatti, separatosi da tempo dalla moglie Rita Montagnana e morto peraltro  per un ictus nel 1964 in Crimea assistito dalla sua compagna,  “è rimasto con  figli e la moglie tutta la vita, tenendole la mano in ambulanza nel momento del trapasso”. “Mi auguro – aggiungeva Senaldi, e non dico altro- che per una donna di sinistra questo sia ancora un valore”.

Vi confesso che a quel punto per curiosità ero andato a recuperarmi nelle rassegne stampa parlamentari l’articolo di Carbone pubblicato il giorno 5. E vi avevo trovato, fra l’altro, un passaggio tutto politico sui “vent’anni d’amore” fra Nilde Jotti e “il migliore”, come veniva definito Togliatti pur dovendosi considerare, a suo avviso, “uno dei peggiori” per i rapporti avuti a Mosca e altrove con Stalin. “Per quattro lustri Nilde – diceva l’articolo- viaggiò con “uno dei peggiori” in perfetto accordo sentimentale e politico. E allora uno si chiede: è giusto considerarla un’eroina, un personaggio senza ombre quale pare voglia rappresentarlo lo sceneggiato alle 21,15 su Rai 1?”.

Mi ero detto, leggendo questo passaggio: “Meno male che Senaldi si è risparmiato di difendere nel suo editoriale anche un simile processo postumo, politico e morale, contro la Jotti. Della quale io ricordo solo la collaborazione prestata a Togliatti in un viaggio a Mosca perTogliatti .jpg sottrarsi alla decisione, suggerita al dittatore sovietico da certi compagni a Roma, di trattenervelo praticamente per lasciare il Pci nelle mani dell’ala dura, tipo Pietro Secchia. Che  sognava la rivoluzione e considerava un po’ tradita la lotta di liberazione dal nazifascismo per l’esito democratico che aveva avuto in Italia.

E’ stato pertanto con enorme stupore, e imbarazzo professionale come giornalista, che l’altra sera nello studio televisivo di Giovanni Floris, su La 7, ho assistito ad una rissa sull’affare Jotti, chiamiamolo così, alla fine della quale Senaldi è sbottato dandole della “stalinista” ancora più esplicitamente del suo vecchio cronista e critico televisivo di circostanza.

Se il giornalismo è ridotto a questo, mi pento francamente di averlo così a lungo esercitato. Mi consola solo la possibilità di dare, all’età che ho, qualche testimonianza utile ai giovani e meno giovani che lo praticano. Per rimanere alla Jotti, vi posso raccontare che alla sua prima elezione Jitti a Montecitorio.jpgal vertice di Montecitorio noi giovani cronisti le davamo un po’ malevolmente della “zarina”, finendo però per pentircene subito perché scoprimmo che, dai modi in cui sapeva muoversi e guidare la Camera, spesso e volentieri mandando di traverso la saliva ai compagni di partito e di gruppo,  era una regina vera, non appezzata ma ammirata da tutti.

I commessi, funzionari e quant’altri di Montecitorio rimasero di stucco- per ripetervene una raccontata in questi giorni dal suo ex fidatissimo portavoce Giorgio Frasca Polara- quando si affrettarono a fare allestire l’appartamento della presidente, all’ultimo piano del Palazzo di Montecitorio, per evitare i rischi  dei trasferimenti pluriquotidiani dalla sua casa di Montesacro alla Camera. La presidente si fece allestire solo le due camerette addette alle persone di servizio, di cui fece a meno bastando e avanzando le sue braccia per accudirvi. E dello stesso mio amico e collega Giorgio, giornalista dell’Unità, quando il funzionario di turno chiese alla presidente a quanto dovesse ammontare il suo compenso, si sentì rispondere con aria quasi stupita: ”Quel che tocca ad un metalmeccanico di terza, come usiamo al partito”.

Un’ultima e personalissima testimonianza è quella del 1983, quando mi toccarono sette giorni di arresti domiciliari per avere pubblicato sulla Nazione un documento sulle connessioni internazionali del terrorismo: documento depositato nella commissione parlamentare d’inchiesta sul delitto Moro e sospettato – a torto, come si venne poi a scoprire- di essere coperto da segreto di Stato. Essendo alla vigilia delle elezioni e avendo i comunisti paura di subirne contraccolpi per il coinvolgimento di alcuni paesi del Patto Varsavia, fui raggiunto da una gragnuola di attacchi e insinuazioni da quelle parti politiche. Ebbene, Nilde Jotti, su carta intestata della Presidenza della Camera, mi fece portare a mano da un motociclista una lettera di stima e di solidarietà di cui vado ancora orgoglioso.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Conte è nei guai sui giornali, ma ne ride allegramente col portavoce Casalino

              Per quanto destinatario ogni giorno di qualche proposta o offerta di aiuto- dalla “verifica” di vecchio stile del Pd al “cronoprogramma” di Luigi Di Maio da lui subito apprezzato, dal patto addirittura di Maurizio Landini, il capo della Cgil, perché “o si lavora tutti insieme o non si va da nessuna parte”, ai contatti privatissimi attribuiti dai soliti retroscenisti ai maggiordomi e altri collaboratori di Silvio Berlusconi, smaniosi di soccorrere Palazzo Chigi all’occorrenza con assenze parlamentari o voti segreti all’insegna della solita “responsabilità”- il presidente del Consiglio Giuseppe Conte continua a non passarsela molto bene sulle prime pagine dei giornali. Che sembrano un pò impegnati quotidianamente a rimproverargli o sottolineare debolezze, anche quando il professore fa loro la cortesia di qualche intervista a muscoli tirati per farsi apprezzare non dico come l’uomo forte atteso o desiderato dal 48 per cento degli italiani ma quasi, come quando ha detto al Corriere che non starà “appeso” a niente e a nessuno perché non è nel suo “carattere”.

            A spulciare o sfogliare la rassegna stampa di oggi 11 dicembre, giornata peraltro decisiva per un appuntamento parlamentare con la sua maggioranza sulla grana del Mes, non si sa se lasciarsi Repubblica.jpgimpressionare più dal “vizio di un Paese che non sa decidere” messo sulle spalle del presidente del Consiglio da Repubblica, o dalla “fattura” rinfacciatagli dal Giornale della famiglia Il Giornale.jpgBerlusconi, che lo inguaierebbe nei rapporti col vecchio amico e maestro Guido Alpa ai fini della sua carriera universitaria, o dai “conti di “Giuseppi” che secondo Il TempoIl Tempo.jpg fanno a pugni con la realtà”, o dalla colpa attribuitagli in blu dal Foglio, che pure Il Foglio 2 .jpgspesso supera persino Il Fatto Quotidiano nell’elogiarlo, di essersi “consegnato col Pd alle parole morte della politica per attestare un’illusione di sistema”, o dalla fulminante e rossa bocciatura,Il Foglio 1 .jpg sempre da parte del Foglio, della versione grillina della verifica, chiamata “cronoprogramma“ e liquidata brutalmente come “una boiata pazzesca”, alla maniera fantozziana del compianto Paolo Villaggio.

            Eppure, contro questo scenario francamente preoccupante, che potrebbe ispirare persino un moto di simpatia e di solidarietà verso questo professore e avvocato -a sentirne i critici- incautamente prestatosi alla politica, e a  una vita obiettivamente infernale, costretto a fare mille parti in commedia per puntellare la maggioranza di turno, si staglia sui cosiddetti social, in pallidissima concorrenza con le piazze stipate di sardine, la foto di un Conte allegrissimo che non sa trattenersi dalle risate di fronte al suo portavoce ormai a tempo pieno Rocco Casalino, sorridente  pure lui alle prese con una carta: magari, una barzelletta del repertorio berlusconiano.

            Il tempo pieno di Casalino deriva dal fatto che, applicato al presidente del Consiglio alla nascita del suo primo governo, quello gialloverde con i leghisti di Matteo Salvini, come l’uomo praticamente più importante e fidato della comunicazione del Movimento 5 Stelle, il quarantasettenne e baldanzoso ingegnere elettronico e gestionale, tutto sommato simpatico anche per la sua provenienza televisiva dall’esperienza del “Grande fratello”, di origini pugliesi come Conte, si è perso letteralmente il conto delle correnti, correntine, anime, animelle e quant’altro in cui si è frammentato il movimento grillino man mano che perdeva voti nelle elezioni di ogni tipo successive a quelle politiche del 4 marzo scorso.

              Molto giustamente o opportunamente, dal suo punto di vista, Casalino ha deciso di interessarsi meno del movimento e più del governo e del presidente che riesce a tenere allegro nonostante Schermata 2019-12-11 alle 08.19.55.jpgtutti i guai che lo assediano. Almeno in questo Conte  ha finito per essere fortunato, dopo tutti i problemi creatigli dal portavoce quando si lasciò scappare, per esempio, tra mille proteste e richieste di destituzione, la minaccia di una mezza epurazione al Ministero dell’Economia. allora guidato da Giovanni Tria, per le resistenze alla guerra alla povertà. La cui presunta vittoria fu celebrata lo stesso sul balcone di Palazzo Chigi con Luigi Di Maio sventolando una sera il 2,4 per cento del deficit, prima che a Bruxelles lo riportassero al 2,04.

 

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Giuseppe Conte si appende pure lui all’antica “verifica” della maggioranza

              Dopo l’impeto di generosità più o meno natalizia condiviso col suo ministro dell’Economia risparmiando ai furbetti dell’Imu sulle seconde case truccate come prime, e perciò esenti dall’imposta, grazie a cambi di residenza sostanzialmente fittizi, il presidente del Consiglio Giuseppe Cionte.jpgConte ha avuto impeti d’orgoglio, di ottimismo, di forza, direi quasi muscolari –suggeriti al sempre immaginifico manifesto nel titolone di copertina dalla vicenda olimpica di Putin e dei suoi atleti russi- annunciando al Corriere della Sera che non rimarrà “appeso” alle tensioni, contraddizioni e quant’altro dei suoi alleati di governo perché -ha assicurato- “non è nel mio carattere”.

            Allora il professore -avrà pensato qualcuno- ha deciso di dimettersi non appena avrà assolto al dovere istituzionale, ricordatogli continuamente dal preoccupato presidente della Repubblica, di fare approvare entro l’anno in corso, ormai ex “bellissimo”, come lo aveva preannunciato, il bilancio dello Stato e la connessa manovra finanziaria. E ciò sia pure a colpi di voti di fiducia che stanno impensierendo i presidenti delle Camere per lo strozzamento derivante al dibattito parlamentare garantito dalla Costituzione, oltre che dal buon senso.

            No, per niente. A dispetto della “maggioranza senza bussola” appena contestagli anche nel titolo dell’editoriale Maggioranza senza bussola.jpgdal giornale La Repubblica, Conte sembra deciso a restare al suo posto appendendosi -è proprio il caso di dire per i precedenti della prima, seconda e non so se davvero cominciata terza Repubblica, quella vera, non di carta- ad una “verifica” per “il rilancio”, o tentativo di rilancio, del suo governo dopo i primi cento giorni di vita. Che pure, di solito, sono o dovrebbero essere i migliori, nella logica o nell’abitudine americana della “luna di miele” del presidente appena eletto, ma che nel caso del secondo governo Conte sembrano essere stati un po’ al di sotto, diciamo così, delle aspettative.

            Molti dei presidenti del Consiglio che mi è capitato di conoscere facevano le corna ogni volta che erano costretti dalle non facili circostanze politiche a chiedere o subire “verifiche”, sapendo bene che di solito si moriva, non si viveva di quei riti, un po’ paragonabili alle estreme unzioni per gli effetti che potevano produrre, quasi sistematicamente opposti a quelli desiderati. Al massimo, cioè nella migliore delle ipotesi, se ne usciva col rinvio delle questioni più spinose e con qualche fragile, fragilissima tregua.

            Va detto tuttavia con onestà che i presidenti delle Camere non stanno meglio del presidente del Consiglio. Quello di Montecitorio, il grillino Roberto Fico, se n’è appena uscito con una filippica Fico.jpgche poteva francamente risparmiarsi, viste le sue funzioni studiate più per la loro neutralità che per la partigianeria politica, sul tema fortemente divisivo, fuori e dentro la stessa maggioranza, della sostanziale abolizione della prescrizione con la sentenza di primo grado. Che è stata introdotta l’anno scorso nel codice, ma a decorrere dal 1° gennaio prossimo, nella speranza o in attesa di una riforma del processo penale che non è invece sopraggiunta, per cui ora si rischia di rimanere imputati a vita anche se assolti in primo grado con sentenza contestata dall’accusa.

            La filippica del presidente della Camera è stata contro i ricchi e i loro altrettanto ricchi ma anche bravi avvocati che avrebbero saputo tirare alla lunga i processi fino alla decadenza dei reati. E’ una convinzione, questa, che Mattia Feltri ha definito sulla Stampa e giornali collegati “una scemenza”, ricordando a Fico gli ultimi dati del Ministero della Giustizia, guidato dal suo collega di partito Alfonso Buonafede, secondo i quali dei 129 mila processi prescritti nel 2017, quasi centomila non sono neppure arrivati in un’aula di giustizia perché estinti negli uffici e tra le scartoffie delle Procure, dove gli avvocati di solito non toccano neppure palla.

            Visto poi che si trovava, il mio amico Mattia ha anche ricordato a Fico che, stando alle statistiche dei processi e dei loro esiti, quando si riesce a farli svolgere, e dei danni risarciti dallo Stato agli innocenti, “ogni otto ore uno Ogni otto ore.jpgdi noi va in galera anche se non ha fatto nulla”.  Dovrebbe essere roba da brividi anche per un uomo così olimpico e serafico come appare di solito, con i suoi modi generalmente gentili e un  filo di sorriso costante sulle labbra, il presidente della Camera.

            La presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati -spero di non avere dimenticato o storpiato nulla del suo lungo nome- è invece riuscita a sua insaputa nel miracolo di farmi trovareIl Fatto.jpg d’accordo con Marco Travaglio. Che sul Fatto Quotidiano, pur col solito montaggio fotografico in prima pagina che ha del forzato già di suo, le ha contestato le lettere che fa recapitare dagli avvocati di Padova di sua conoscenza e frequentazione a casa dei giornalisti di quella testata che l’hanno criticata. Le missive  annunciano o minacciano, secondo la sensibilità di chi le riceve, cause civili per le critiche formulate alle iniziative o scelte dell’eletta.

            Travaglio le ha definite “lettere minatorie” protestando anche perché a lui arrivano al giornale e non a casa. Io le definirei perniciose, per il Lettera minatoria.jpgdanno che producono non solo ai destinatari ma anche all’immagine della presidente. Alla quale non potrà sfuggire la sproporzione oggettiva e imbarazzante esistente, anche contro la volontà dei magistrati eventualmente incaricati di occuparsene, fra lei, seconda carica dello Stato, e i giornalisti che le hanno dedicato la loro pur critica attenzione.  Via, signora Presidente, lasci perdere dall’alto della Sua, con la maiuscola, carica o funzione.

 

 

 

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Regalo natalizio di Gualtieri ai furbetti dell’Imu che truccano le seconde case

Vi confesso una debolezza, o bassezza, come preferite. E’ la soddisfazione avvertita leggendo della decisione attribuita genericamente al governo, prima che il superministro dell’Economia Roberto Gualtieri smentisse o ne prendesse le distanze, di una stretta -si dice così- nella lotta all’evasione fiscale sulle cosiddette seconde case e successive. Che diventano magicamente prime case, esenti perciò dalla tassa conseguente, quando se le intestano altri membri della stessa famiglia fissando la loro residenza nei rispettivi Comuni. Dove in realtà vanno solo in vacanza, o vi mandano amici e simili, o le affittano.

Ho goduto all’annuncio un po’ perché circondato, nel mio piccolo, da furbi e furbetti nel posto dove risiedo in estate pagando al Comune il dovuto da solitario o quasi, e un po’ perché finalmente educato – o, magari, diseducato, secondo i gusti- dai tanti succedutisi nei governi, di ogni colore e durata, invitandomi direttamente e indirettamente a odiare gli evasori, all’ingrosso e al minuto, come nemici personali. Che mi obbligano a pagare i loro debiti effettivi o potenziali con la comunità nazionale, anche a costo di privarmi del necessario, con quel che mi resta della pensione -o mi restava dello stipendio negli anni passati- al netto delle imposte, delle trattenute assicurative, dei contributi di solidarietà  per niente volontari, come dovrebbero essere con l’uso corretto di qualsiasi dizionario della lingua italiana, e quant’altro.

Chissà quante volte ho rischiato di sputare in faccia alla persona sbagliata fidandomi delle apparenze o delle casualità, come capitò -vi giuro- ad un collega che andò a prendere all’asilo il figliolo e vide prelevarne da una mamma in Porsche l’amichetto esente dalla retta per esiguità del reddito familiare.

Ebbene, il sogno consolatorio, e per qualcuno forse anche meschino, di vedere fatta giustizia coi furbi e furbetti delle prime, e non seconde, case fasulle è durato lo spazio di una notte. Perduti imperdonabilmente i telegiornali della sera, ho appreso dai quotidiani del giorno dopo che non se ne farà niente per uno scrupolo sopraggiunto nel titolatissimo ministro dell’Economia, fra uno scontro e l’altro con quegli insolenti o addirittura terroristi della Lega, e un po’ anche con quei rompiscatole dei grillini nostalgici dell’avventura gialloverde con Matteo Salvini. E’ stato, in particolare, lo scrupolo di fare un torto immeritato a quei coniugi che lavorano in Comuni diversi ed hanno avuto la sventatezza di volere abitare in appartamenti di loro proprietà, forse allergici all’idea di una casa in affitto, e magari con minori spese di manutenzione, o di aspirare magari a ricongiungersi il più rapidamente possibile anche nel luogo di lavoro.

Non so francamente, e non riesco neppure ad immaginare, quanti possano essere in Italia i coniugi così dannatamente sfortunati da lavorare in Comuni diversi e da permettersi di abitare in case di loro proprietà, magari di una soglia sotto il livello del lusso che li priverebbe dell’esenzione dall’Imu. So tuttavia che sono state valutate, temo in difetto,  attorno alle 135 mila le abitazioni di false seconde case, promosse a prime con l’espediente della residenza finalizzata all’evasione fiscale. L’ammontare delle imposte evase sarebbe non inferiore ai duecento milioni di euro.

Non è un fenomeno da poco, specie per quei Comuni sistematicamente privati di risorse ogni anno, e da tempo, dal governo di turno, oltre che dagli sprechi dei loro amministratori.

Vedere tanta, improvvisa, direi pure sfacciata tolleranza, o generosità, o complicità coi furbetti dell’Imu, chiamiamoli così, fa una certa impressione, oltre che sorpresa. Non vorrei che, accorgendosene pure loro, specie se senza casa, le sardine sparse in questo periodo in tante piazze e strade sardine in piazza.jpgitaliane, così inoffensive da essere piaciute anche a Francesca Pascale, la giovane e non certo indigente fidanzata di Silvio Berlusconi, cambiassero natura e imparassero improvvisamente a volare. Così potrebbero divorare nello spazio i frammenti delle cinque e tante altre stelle in caduta per il solo gusto poi di vomitarli, come una volta disse Beppe Grillo di noi giornalisti, forse prima di ravvedersi e di farsi venire la voglia di farlo anche o solo con Luigi Di Maio, stando a certi retroscena che impensieriscono, fra una smentita e l’altra, il così giovane e già ministro degli Esteri d’Italia.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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