La presidente del Senato si smarca dall’anticraxismo militante d’aula

La presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati ha trovato il modo di riparare a un torto alla memoria di Bettino Craxi, a vent’anni dalla morte in terra tunisina, impostole dalla conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama col recente, quasi unanime no alla richiesta di commemorarlo in aula avanzata dal senatore socialista Riccardo Nencini.  Grazie al quale peraltro Matteo Renzi ha potuto costituire un gruppo autonomo uscendo dal Pd.

Craxi è stato ricordato, in compenso, dalla stessa Casellati  introducendo ieri sera a Palazzo Giustiniani un convegno promosso dalla Fondazione intestata al leader socialista, e ospitato Craxi e Casaroli.jpeg nel palazzo attiguo a quello principale del Senato, su “Accordi di libertà”. Tali sono stati definiti nel titolo del convegno le intese realizzate nel 1984 dall’allora presidente del Consiglio con la Chiesa Cattolica -modificando il Concordato mussoliniano del 1929- e altre confessioni religiose, in particolare quelle valdese ed ebraica.

I tempi non erano ancora maturi, si è ricordato nel convegno, per estendere gli accordi, come sarebbe oggi opportuno, ai mussulmani così copiosamente presenti in Italia, per quanto sia facile immaginare quanti ostacoli incontrerebbe un presidente del Consiglio che volesse tentare questa strada nel clima avvelenato dalle polemiche sui migranti e dalle troppe guerre aperte e tuttora in corso sventolando le bandiere dell’integralismo e del fanatismo islamico. Ma penso che Craxi, cui certamente non mancava il coraggio, ci avrebbe comunque tentato, e forse persino riuscito, caparbio com’era.

La presidente del Senato, rimasta silenziosa in occasione della conferenza dei capigruppo contraria alla celebrazione di Craxi, evidentemente sapendo dell’appuntamento già dato all’omonima FondazioneCraxi e Casaroli 2.jpeg voluta dalla figlia senatrice Stefania e ora presieduta dall’ex senatrice Margherita Boniver, ha definito “gli accordi di libertà” del compianto leader socialista il lascito più significativo, più importante della cosiddetta prima Repubblica.

Ciò fu possibile –ha poi ricordato come moderatore del convegno l’editorialista del Corriere della Sera Massimo Franco, che di Craxi si è occupato pure da scrittore- anche a causa del fatto che quegli accordi furono tra i più condivisi, o meno divisivi, degli anni di governo e, più in generale, dell’azione politica del leader socialista. Che era subentrato nel 1976 come segretario a Francesco De Martino col proposito dichiarato, e realizzato, di restituire il Psi ad una forte autonomia dal Pci, già compromessa in verità da Pietro Nenni nel dopoguerra col “fronte popolare” sconfitto nelle urne del 18 aprile 1948 dalla Dc di Alcide Gasperi. Che non per questo si lasciò poi tentare dalla rinuncia all’alleanza con i liberali, i repubblicani e i socialdemocratici, staccatisi nel 1947 dai socialisti in funzione anticomunista.

La riparazione sapientemente compiuta dalla presidente del Senato con l’ospitalità alla Fondazione Craxi e la partecipazione al ricordo dell’iniziativa “istituzionalmente” più importante dell’esperienza di governo craxiana  -più ancora, evidentemente, dell’intervento sulla scala mobile, per salvare i salari da un’inflazione a due cifre, e della famosa notte di Sigonella, con i Marines di Ronald Reagan costretti a rispettare la sovranità italiana- attenua certamente ma non cancella la brutta prova data dall’anticraxismo militante fattosi sentire nella conferenza dei capigruppo già ricordata, e subìta per forza dalla presidente.

A quell’anticraxismo militante è ben difficile perdonare tuttavia l’ipocrisia, quanto meno, dietro alla quale ha cercato di nascondersi sostenendo la mancanza di precedenti commemorazioni al Senato di un presidente del Consiglio che non ne avesse mai fatto, neppure per un giorno. In effetti Craxi aveva preferito farsi eleggere sempre alla Camera. Gli spettavano perciò, per uno dei paradossi di cui solo la politica è capace, funerali di Stato, rifiutati orgogliosamente dai familiari vent’anni fa al governo che li aveva deliberati, pur nel clima avvelenato dalla “latitanza” contestata dagli avversari al nemico ormai morto, ma non poteva mai spettargli un ricordo, neppure dopo vent’anni, nell’aula del Senato della Repubblica. La presidente dell’assemblea ha avuto il buon senso e il buon gusto di metterci una pezza nella prestigiosa Sala Zuccari.

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Bettini divide il Pd con la sua terapia antirenziana e allarma Franceschini

            Il capogruppo al Senato Andrea Marcucci, il più alto in grado dei renziani rimasti nel Pd dopo la scissione compiuta dall’ex presidente del Consiglio creando Italia Viva, è stato il più esplicito e duro, ma non il solo a rivoltarsi contro il “santone” Goffredo Bettini, consigliere del  segretario Nicola Zingaretti, per le sue incitazioni a spingere fuori dalla maggioranza di governo quel rompiscatole che è considerato Matteo Renzi. A sostituire il quale dovrebbero essere pezzi dell’opposizione di centrodestra promossi a “responsabili” della salvezza della legislatura di nuovo in pericolo di scioglimento anticipato delle Camere, sia pure differito di qualche mese. E’ infatti praticamente impossibile predisporre prima dell’autunno le condizioni di agibilità delle urne per rinnovare il Parlamento nella sua nuova dimensione, ridotta a 400 deputati e 200 senatori, salvo una clamorosa bocciatura referendaria della riforma il 29 marzo.

         In verità, forse su sollecitazione dello stesso, imbarazzato Zingaretti, il “santone” Bertini ha cercato di correggersi precisando di pensare ai “responsabili” esterni come aggiuntivi e non sostitutivi dei renziani, dei quali al Senato basterebbero pochissimi dissidenti a far tornare i conti alla maggioranza giallorossa. Ma la pezza si è rivelata peggiore del buco perché ha confermato il progetto dei piani alti, o bassi, del Nazareno di lavorare ai fianchi di Renzi per sottrargli parlamentari, con la conseguente reazione dell’ex presidente del Consiglio di alzare il livello dello scontro e dell’agitazione, non foss’altro per non apparire intimidito. Egli peraltro è riuscito nelle ultime ore a ingrossare i suoi gruppi di altri due arrivi.

         Oltre e più ancora di Marcucci, arrivato a definire “scandalosa” la strada trasformistica e contrattualistica tracciata da Bettini, risultano negative le reazioni, dietro le quinte, del ministro dei beni culturali e capo delegazione del Pd al governo Dario Franceschini. Che prima ancora dello stesso Renzi nell’estate scorsa, anche a costo di procurarsene il dileggio per un incidente elettorale occorsogli nella sua Ferrara a vantaggio dei leghisti, aveva proposto dalla primavera un’intesa di governo con i grillini in crescenti difficoltà di rapporti con Matteo Salvini.

           Il fatto di averci personalmente e maggiormente messo la faccia nella svolta con le 5 Stelle, ben prima -ripeto- che a Renzi passasse la voglia di godersi la crisi della maggioranza gialloverde mangiando pop corn, ha fatto Mauro.jpegscattare in Franceschini il rifiuto di concorrere in qualche modo alla liquidazione della sua linea come di una banale, ennesima avventura dai quattro cantoni in un Paese peraltro “in apnea”, secondo l’editoriale di Repubblica.

           D’altronde, anche dai grillini sono arrivate a Franceschini voci allarmate sui progetti targati Bettini. Se n’è fatto interprete Gianluca Perilli.jpegil capogruppo al Senato Gianluca Perilli dichiarando al Foglio che mai e poi mai transfughi di Forza Italia potrebbero essere considerati parte effettiva della maggioranza, partecipi di riunioni, cariche e quant’altro.

           Sono cresciute pertanto le resistenze di Franceschini alla gestione di una vicenda che ha già permesso rovinosamente al portavoce del presidente del Consiglio Rocco Casalino di giocare con “battute” al telefono sulla partenza di un nuovo treno di governo con lo stesso, insonne, instancabile conducente. E così sotto la cenere del Pd è ricomparsa la brace di una situazione per nulla tranquilla e scontata. Aumenta anche al suo interno la tentazione elettorale, perché -ha spiegato il tesoriere Luigi Zanda- “la maionese ormai è impazzita e non si può più mangiare”.

 

 

 

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Conte rischia di essere soffocato dall’abbraccio del “santone” del Pd

            Per qualche tempo, sino a quando le polemiche si consumavano prevalentemente sui temi economici, le difficoltà dell’appena nato governo Conte 2 erano riferibili alle tensioni interne al Movimento 5 Stelle. Di cui lo stesso presidente del Consiglio, dovendo peraltro ai grillini la sua conferma a Palazzo Chigi pur col ribaltamento della maggioranza, sottolineava con comprensione lo stato di sofferente “transizione” seguita alla scoppola delle elezioni europee di fine maggio. Poi sarebbero arrivate anche le scoppole locali, con l’annessa divisione fra i pentastellati sulla natura tattica o strategica del rapporto col Pd: tanto strategica da poter o dover essere estesa, secondo alcuni, nelle amministrazioni regionali e cittadine.

            Quando i contrasti sono esplosi sui temi della giustizia, la cui già forte rilevanza politica è aumentata con la promozione del guardasigilli Alfonso Bonafede a capo della delegazione delle 5 Stelle al governo, il problema più spinoso della maggioranza non è più stato il movimento di cui è ora reggente Vito Crimi. E’ diventato, ma solo in apparenza, il pur piccolo partito di Matteo Renzi, decisivo numericamente al Senato. In realtà, il problema maggiore è diventato invece il Pd. Dove la concorrenza di Renzi su garantismo e dintorni ha fatto saltare i nervi anche al “tranquillo” Zingaretti spingendolo a reclamare una più ferma reazione di Conte, pur insignito dell’allettante indicazione di punto di riferimento dei “progressisti”. Ed è cominciata la ricerca dei dissidenti renziani, capaci di neutralizzare il capo con la vecchia pratica piddina del “fuoco amico”, con tanto di nomi spifferati ai giornali e di portavoce di Conte prodigo di “battute” al telefono sull’allestimento di una terza edizione governativa del professore pugliese, sorretta da “responsabili” interni ed esterni alla maggioranza attuale.

            Appartiene all’obbiettivo dell’annientamento e della demonizzazione di Renzi anche la campagna avviata per descriverlo in segreto e solido rapporto di  collusione, per niente occasionale, con i leghisti e, più in generale, col centrodestra. Da questa campagna Renzi si è difeso ricordando che nella scorsa estate “erano altri quelli che avevano già fatto l’accordo con Salvini”. L’allusione è proprio a Zingaretti, sulla cui linea di rifiuto di un accordo con i grillini prima di un passaggio di elezioni anticipate in effetti il leader leghista aveva fatto affidamento per aprire dalle spiagge romagnole la crisi di governo, non prevedendo di poterne uscire sconfitto per la svolta nel Pd favore delle 5 Stelle.

            Nel grande tramestio fra i piddini contro Renzi, anche a costo di rompere il collo a Conte con una crisi, si è distinto con dichiarazioni, interviste e messaggi telematici -fra le significative Foglio.jpegcritiche, sul Foglio e sul Messaggero, del capogruppo al Senato Andrea Marcucci, rimasto amico di Renzi pur non avendolo seguito nella scissione del partito- l’ex parlamentare Goffredo Bettini, gran consigliere di Zingaretti, come a suo tempo di Walter Veltroni.

            Di provenienza comunista Messaggero.jpege di origini aristocratiche marchigiane, Bettini è persino amichevolmente chiamato da qualche compagno, per note frequentazioni e simpatie asiatiche, e per la sua mole fisica, “il santone”, o “il Budda de ‘no antri”. Da cui Conte rischia, senza neppure accorgersene, di essere travolto o soffocato in un abbraccio sia pure a distanza.  

 

 

 

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Il Carnevale interrotto dalle smentite di Mattarella e Conte sui loro progetti

           Le cronache del Carnevale, cui gli italiani non rinunciano in questa stagione, come a quelle del festival di Sanremo da poco trascorso, si sono mescolate con quelle politiche. Fra le quali hanno prevalso le smentite di sorpresa e irritazione opposte dal Quirinale e da Palazzo Chigi alle ricostruzioni giornalistiche dell’incontro svoltosi sabato scorso fra i presidenti della Repubblica e del Consiglio sulla turbolenta, a dir poco, situazione del governo e della maggioranza. Eppure si è trattato di ricostruzioni tutte concordi sulla convinzione espressa da Giuseppe Conte al capo dello Stato di essere sicuro del fatto suo, potendo contare sulla tenuta della sua coalizione gialloverde: o a spese della compattezza degli insofferenti renziani, che non ce la farebbero a rimanere uniti e al tempo stesso a far mancare i numeri alla maggioranza nel Senato, o grazie alla disponibilità di alcuni “responsabili”, particolarmente tra le fila berlusconiane, a lasciare l’opposizione per salvare il governo dalla crisi, sulle tracce paradossali dello stesso Berlusconi.

           L’allora presidente del Consiglio affidò nel 2010 alla regìa di Denis Verdini la ricerca di “responsabili” fra le opposizioni per salvare il suo ultimo governo di centrodestra dalla rottura con Gianfranco Fini. L’operazione ha conservato il nome di quello che è rimasto il più famoso ed emblematico dei soccorritori: Domenico Scilipoti, fuoruscito dall’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro.       

           Giorgio Napolitano, che pur di garantire l’approvazione in tempo utile del bilancio preventivo si era prodigato per rinviare di un paio di mesi la sfiducia promossa dal pur presidente della Camera Fini, dando così tempo all’allora presidente del Consiglio di preparare la sua difesa, registrò l’accaduto dal Colle con una rassegnazione o indifferenza  che sembra non Breda sul Corriere.jpegscontata nel caso di Mattarella.  Al quale lo scrupoloso quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda ha appena attribuito un certo  scetticismo sulla tregua intravista da altri, e quanto meno la tentazione di pensare, in caso di crisi, ad un “governo elettorale” pluristagionale, visto che non si potrebbe votare per varie ragioni prima dell’autunno.

            Delle smentite piovute sui giornali dal Quirinale e da Palazzo Chigi, quella di Conte è stata, diciamo così, la più circostanziata, forse perché gravava sul presidente del Consiglio anche l’incidente del suo portavoce Rocco Casalino. Che si era lasciata scappare in una telefonata, lasciandone una traccia poi  liquidata come “una battuta”, la certezza di un nuovo, terzo governo del professore pugliese in questa legislatura cominciata meno di due anni fa.

            In particolare, Conte ha assicurato di “non cercare altre maggioranze diverse da quella che attualmente sostiene il governo”, comprensiva quindi del partito di Renzi. Che non a caso -ha aggiunto il presidente del Consiglio- partecipa con i suoi rappresentanti agli incontri della cosiddetta verifica per definire la cosiddetta “agenda 2023”, proiettata cioè verso l’epilogo ordinario della legislatura. Tutto a posto allora? Per niente, permanendo l’agitazione dei renziani e del loro capo. Il quale dalle nevi pachistane raggiunte nei giorni scorsi ha mandato attraverso l’ex ministra Maria Elena Boschi ed altri amici segnali per nulla incoraggianti. Egli sente gli esponenti del  suo piccolo ma decisivo gruppo al Senato  assediati, corteggiati e forse persino minacciati per riservargli il famoso “fuoco amico” sperimentato nel Pd quando ne era segretario, e per due anni anche presidente del Consiglio. Non è una comoda condizione politicamente e umanamente per lui, ma neppure per il governo e la maggioranza.

 

 

 

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Conte riattizza il fuoco nella maggioranza e restituisce entusiasmo ai grillini

            Con l’annuncio di un’udienza pur “riservata” -racconta curiosamente il Corriere della Sera, come se gli altri incontri e “dialoghi” fra i presidenti della Repubblica e del Consiglio fossero mai stati o potessero essere pubblici, magari trasmessi in streeming, secondo la formula delle riprese internettiane- Giuseppe Conte ha voluto rialzare nella maggioranza giallorossa una temperatura politica che sembrava essersi abbassata. Almeno questa era l’impressione data dal pur turbolento Matteo Renzi annunciando, prima di assentarsi per qualche giorno, di voler fare confermare dai suoi parlamentari al governo la fiducia che esso intende porre sui prossimi, imminenti passaggi difficili, tra Camera e Senato, per la conversione di decreti legge in scadenza o altro.

            Il fuoco è stato ravvivato dal presidente del Consiglio facendo sapere di avere riferito al capo dello Stato, in qualche modo coinvolgendolo nei suoi calcoli, la certezza di potere sopravvivere politicamente in Parlamento ad ogni attacco, manovra, trabocchetto  e simili con l’appoggio di alcuni “responsabili” oggi all’opposizione, o solo spaccando i gruppi e il partito del suo ormai Scalfari.jpegantagonista in seconda, dopo Matteo Salvini, che sarebbe appunto Renzi: “il giovane che voleva farsi re”, come lo ha definito sulla sua Repubblica di carta il fondatore Eugenio Scalfari. Il quale, alla fine di un editoriale in cui si è consolato, ormai come al solito, pensando e scrivendo del “rivoluzionario” Papa Francesco, ha liquidato l’ex presidente del Consiglio come “impresentabile”.

            Le notizie e voci provenienti dal Quirinale, ma in realtà ancor più da Palazzo Chigi, hanno ridato fiato e speranza ai grillini, che dopo qualche ora hanno potuto scendere in Piazza Santi Apostoli per protestare sì contro la “restaurazione” sempre in agguato, ma incoraggiando Conte ad andare avanti sulla sua strada perché, a questo punto, egli avrebbe tutta la forza per resistere ai progetti renziani di riportare indietro il Paese. “Nessuno deve mettere Il Fatto.jpegbecco sulla prescrizione”, ha gridato il reggente del Movimento 5 Stelle, Vito Crimi, unendosi al sostegno gridato sul palco dall’ex capo  Luigi Di Maio al nuovo capo della delegazione al governo e ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Che naturalmente ha gradito l’incoraggiamento, convinto com’è che la “sua” prescrizione, abolita dal 1° gennaio con l’epilogo del primo dei tre gradi di giudizio, vada messa sullo stesso piano di tutti gli altri “privilegi” da “casta” combattuti dai pentastellati: dalle pensioni cosiddette d’oro ai vitalizi degli ex parlamentari, prima della sforbiciata praticata un anno fa e sotto ricorso nelle commissioni della giurisdizione interna alle Camere. Oltre a galvanizzare i militanti, il raduno dei grillini nella piazza romana a due passi da Palazzo Venezia e dal fatico balcone sotto il quale Mussolini riusciva a radunare molta più gente, strappando applausi festanti anche alle sue sciagurate dichiarazioni di guerra a mezzo mondo, ha rincuorato sul Fatto Quotidiano il direttore Marco Travaglio. “C’è vita nei 5stelle”, ha titolato il giornale sicuramente più letto fra i grillini. Ai quali, visto che si trovava, Travaglio ha regalato anche Cazo mattei .jpeguna vignetta, che penso si commenti da sè, contro i due Mattei, Renzi e Salvini, responsabili evidentemente di togliere il sonno anche a lui.

            La vignetta, firmata da Riccardo Mannelli, unisce l’ex presidente del Consiglio e l’ex ministro dell’Interno in una rappresentazione fallica, assegnando all’uno e all’altro il posto e la funzione dei testicoli. Questo sarebbe, pensate un po’, addirittura giornalismo.

 

 

 

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Il Conte ambivalente fra il suo secondo e terzo governo di questa legislatura

             Per oggi, giorno peraltro di paura e mobilitazione per i grillini, in piazza a Roma contro i progetti più o meno avanzati di “restaurazione” del presunto regime dei privilegi e delle caste da loro piegato con l’aiuto dei leghisti all’epoca della rimpianta -a quanto pare- maggioranza gialloverde, c’è per i lettori dei giornali l’imbarazzo della scelta fra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il suo portavoce Rocco Casalino.

            Conte, tra l’amletico e il sorridente a Gioia Tauro dopo le turbolenze dell’alleato “minore” Matteo Renzi, ininfluente numericamente alla Camera e sostituibile al Senato con un gruppetto di “responsabili” pescati soprattutto tra i berlusconiani più timorosi delle elezioni anticipate, ha mostrato di cadere dalle nuvole quando gli hanno chiesto notizie su un suo nuovo, possibile governo, il terzo della serie di questa legislatura. Che tuttavia, poco prima o poco dopo, non si sa se anche lui a Gioia Tauro o ancora a Roma, Casalino assicurava di essere già sui binari di partenza, o quasi, parlando al telefono con qualcuno poi affrettatosi a diffondere l’audio.

            Per non sbagliare quelli della Repubblica di carta se la sono cavata Schermata 2020-02-15 alle 06.46.15.jpegannunciando con un Repubblica.jpegtitolo che “Renzi frena, Conte no” e mettendo in una vignetta di Altan il pugnale in mano a un Renzi, sempre lui, che offre agli italiani la solita “serenità”, come quella garantita a cavallo tra il 2013 e il 2014 all’allora presidente del Consiglio Enrico Letta mentre egli si apprestava come nuovo segretario del Pd a licenziarlo e a prenderne il posto.

            La frenata di Renzi -apparentemente pronto a confermare la fiducia giallorossa al governo, se dovesse richiederla in Parlamento, pur in attesa di promuovere fra qualche settimana la sfiducia “individuale” al guardasigilli e capo delegazione grillina Alfonso Bonafede- è stata rappresentata con sarcasmo da due giornali politicamente Il Fatto .jpegopposti ma umoralmente convergenti come Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio e La Verità di Maurizio Belpietro. “Poltrona Viva”, al posto della sua Italia Viva, ha titolato Il Fatto Quotidiano legando con una fune Renzi sulla sedia per partecipare alla  spartizione prossima di una lunga serie di nomineLa Verità.jpeg in quello che una volta si chiamava sottogoverno. “L’unica crisi di Renzi è da fame di poltrone”, ha tirato giù pesante da destra Belpietro, che sospetto non abbia mai perdonato né voglia perdonare al senatore di Scandicci di avergli fatto perdere la direzione del quotidiano Libero ai tempi in cui guidava il governo e si accingeva alla sfortunata campagna referendaria su un’ambiziosa riforma costituzionale appena varata con la solita baldanza.

            Un contributo alla rappresentazione di Renzi in frenata, parlandone addirittura al passato sul piano politico, ha voluto darlo con una intervista anche il responsabile in seconda dei problemi Walter Verini.jpegdella giustizia per il Pd Walter Verini, dopo l’ex guardasigilli e ora vice segretario del partito Andrea Orlando. Egli ha peraltro annunciato con aria quasi trionfale l’imminente nomina di una commissione, concessa dal ministro della Giustizia in carica, per “monitorare” in tre mesi l’applicazione della prescrizione entrata in vigore il 1° gennaio scorso: quella che cessa con l’epilogo del primo dei tre gradi di giudizio. Ciò significa che il bambino, diciamo così, è nato vivo e viene osservato, in attesa che si riformi davvero il processo penale per dargli tempi certi e “ragionevoli”, come chiede la Costituzione. Tutto insomma è a posto, e nulla in ordine.

 

 

 

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Le affinità più o meno elettive dei due Mattei avversari: Renzi e Salvini

Le affinità più o meno elettive di Renzi e Salvini non derivano solo dal comune nome -Matteo- che si trovano del tutto casualmente, per responsabilità esclusiva dei loro genitori.

Oltre al nome essi hanno in comune alcuni aspetti non secondari del loro carattere. Sono entrambi ambiziosi, spavaldi, imprevedibili, abbastanza impulsivi e insofferenti ai vincoli ereditati o assunti di propria iniziativa lungo le loro strade.

Salvini non ha avuto bisogno di rompere la sua Lega per esserne diventato facilmente il leader assoluto, incontrastato, grazie ai voti che le ha personalmente  procurato dopo averne raccolto quasi le spoglie da Roberto Maroni e, prima ancora, dal pur mitico  fondatore Umberto Bossi. Ma, in compenso, egli ha strappato più volte dal suo schieramento di centrodestra.

Il primo strappo “il capitano” lo eseguì, fresco di arrivo alla guida della Lega, rifiutandosi di seguire il Cavaliere di Arcore nel 2014 sulla strada delle intese sulle riforme con Matteo Renzi, fresco a sua volta di elezione a segretario del Pd e di nomina a capo del governo.

Fu proprio dall’opposizione al governo Renzi, vera e non solo dichiarata, com’era invece quella di Berlusconi, che Salvini cominciò a costruire il suo castello elettorale erodendo voti al Cavaliere, sino a sorpassarlo nelle elezioni politiche del 2018 e a conquistare formalmente la leadership del centrodestra.

Ma, appena dopo essere riuscito nel miracolo sorprendendo un Berlusconi che aveva solo finto di metterlo nel conto, senza mai avervi davvero creduto, Salvini accantonò il centrodestra a livello nazionale per fare il governo con i grillini, che Berlusconi in campagna elettorale aveva paragonato ai nazisti, non bastandogli il paragone con i comunisti degli anni staliniani. D’altronde, Stalin e Hitler per un po’ si erano anche alleati.

Miracolo nel miracolo, Salvini riuscì ad allearsi con i grillini facendosi  persino autorizzare da Berlusconi, al quale aveva concesso nel frattempo, piegando i pentastellati, di portare Renzi e Salvini 2.jpegla fidata e fedele Maria Elisabetta Alberti Casellati alla presidenza del Senato, cioè alla seconda carica dello Stato dopo il presidente della Repubblica. Ma, più ancora che di questo, Berlusconi fu grato a Salvini di risparmiargli le elezioni anticipate, che il Cavaliere per ragioni propagandistiche reclamava non volendole in realtà per la speranza, non dichiarata naturalmente, di vedere Salvini in difficoltà con i grillini e di guadagnare il tempo necessario per rimontare il modesto svantaggio registrato nelle urne dell’8 marzo 2018: un vantaggio destinato invece ad aumentare -eccome- in tutti i successivi turni elettorali, di tipo europeo e regionale.

Renzi, diversamente da Salvini, ha dovuto spaccare il Pd, uscendone qualche mese fa, per non essere mai riuscito a domarlo davvero, nonostante nelle elezioni europee del 2014 lo avesse portato al massimo storico del 40 per cento dei voti, di ricordo e stampo democristiano. Ma fu un successo effimero, svaporato col minimo storico di meno del 19 per cento realizzato dopo quattro anni, nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento nazionale.

Prima di uscirne, tuttavia, da posizioni pur minoritarie quel diavolo di un ormai semplice “senatore di Scandicci” è riuscito nella scorsa estate a trascinarsi appresso l’esitante o persino contrario segretario del Pd  Nicola Zingaretti nella svolta dell’intesa di governo con i grillini, appena abbandonati da un Salvini smanioso Renzi e Salvini 3 .jpegdi elezioni anticipate da vincere di un soffio. E adesso, dopo essersi goduto, mangiando pop-corn, lo spettacolo del Movimento 5 Stelle logorato politicamente ed elettoralmente dai leghisti, egli si gode dagli spalti della maggioranza lo spettacolo dello stesso movimento e del suo ex Pd che, volenti o nolenti, spesso per effetto proprio delle sue iniziative, dai temi economici a quelli della giustizia, sono impegnati in una reciproca gara, insieme, di logoramento e di mutua assistenza al ribasso.

Di Renzi negli anni delle sue maggiori fortune politiche, prima della sfortunata avventura referendaria sulla riforma costituzionale, o forse della decisione di rompere con Berlusconi sul successore di Giorgio Napolitano al Quirinale, l’immaginifico e un pò devoto Giuliano Ferrara inventò  l’immagine del “royal baby” , inteso come erede del Cavaliere di Arcore. Alla cui cui villa il futuro segretario del Pd e presidente del Consiglio si era recato ancora da sindaco di Firenze guadagnandosi subito l’interesse e la simpatia del padrone di casa.

Salvini è un pò il fratello minore, almeno per età, del “royal baby”: un fratello minore decisamente ostico al fondatore del Foglio, che lo trova “truce” anche nella versione moderata che ogni tanto gli offre sul suo giornale Anna Chirico, ed ha appena riproposto ai lettori del Corriere della Sera Giancarlo Giorgetti escludendo progetti leghisti di uscita dell’Italia dall’Unione Europea e del ritorno alla sua liretta.

I due “figliocci” di Berlusconi sono per ora due carissimi nemici, che ogni tanto peraltro fanno sommare i voti dei loro parlamentari nelle commissioni della Camera e del Senato, e forse presto  e di frequente anche in aula, pur se Renzi perfidamente si è  appena preso il gusto di votare a Palazzo Madama per il processo a Salvini  per l’affare Gregoretti. Non potrebbe stupire, prima o dopo, una loro meno occasionale e tattica convergenza, accomunati come sono già da una comune diffidenza, se non ostilità, verto il presidente del Consiglio in carica, da entrambi considerato troppo camaleontico per i loro gusti.

Quello della politica, del resto, è il mondo dove mai si deve dire mai, come ammise nella Dc Carlo Donat-Cattin, che si opponeva ad un’intesa con i comunisti ma vi si adeguò negli anni della cosiddetta solidarietà nazionale .

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Conte e Renzi ai materassi. Mattarella al Quirinale con le mani nei capelli

            Sono ormai ai materassi, direttamente o a mezzo stampa, tra indiscrezioni, retroscena e altro, Matteo Renzi e Giuseppe Conte. Il quale peraltro è sorpreso sempre più di frequente dai fotografi, com’è accaduto nella cerimonia d’inaugurazione dell’anno giudiziario alla Corte dei Conti, con lo sguardo obliquo, come se volesse proteggersi da chissà cosa o chi, o solo aspettasse da qualcuno segnali informativi sugli ultimi sviluppi delle polemiche che scuotono il suo governo e la maggioranza.

            Sempre più lontano dal modello moroteo, che pure si era dato all’inizio della sua avventura politica per ragioni non foss’altro di conterraneità, essendo il primo pugliese approdato a Palazzo Chigi dopo lo statista democristiano ucciso dalle brigate rosse nel 1978, Conte ha lamentato pubblicamente la “maleducazione” di Renzi e delle sue due ministre, rifiutatesi di partecipare alla riunione del governo per l’approvazione del cosiddetto lodo sulla prescrizione, non essendo stato concordato col loro partito.

            Articolato in una complessa distinzione tra assolti e condannati nei primi due gradi di giudizio, questo lodo è stato varato dal Consiglio dei Ministri e inserito, ma solo per ora, nel provvedimento più generale della riforma del processo penale, resa ancora più urgente dopo che è entrata il vigore il 1° gennaio scorso la sostanziale abolizione della prescrizione con l’arrivo della prima sentenza. Ma il pacco, diciamo così, potrebbe essere aperto in qualsiasi momento per estrapolarvi il lodo noto come “Conte bis” e caricarlo su un altro dei tanti convogli parlamentari in transito, fra Camera e Senato, su specifici problemi della giustizia: convogli nei quali i renziani viaggiano votando spesso con l’opposizione.

            Se Renzi e i suoi sono “maleducati”, o “molestatori”, come li ha definiti il guardasigilli grillino Alfonso Bonafede senza spingersi tuttavia a qualche denuncia, visto che la molestia è pur sempre un reato, come gli ha sarcasticamente ricordato la capogruppo renziana alla Camera Maria Elena Boschi, l’ex presidente del Consiglio e ora leader di Italia Viva ha preso in giro Conte parlandone come del “genio della lampada”. E lo sfida continuamente a cercarsi davvero un altro socio della maggioranza fra i disponibili, “responsabili” e quant’altri del partito di Silvio Berlusconi. Che però, anche se ne avessero la voglia, peraltro smentita pubblicamente, avrebbero difficoltà serie a compiere un’operazione del genere lasciando a Renzi il monopolio -sia pure opaco, visto il suo sì al processo a Salvini per la vicenda della nave Gregoretti- della linea garantista minacciata dal giustizialismo dei grillini e da un Pd almeno a tratti subalterno.  

            In questa situazione è facilmente immaginabile il povero presidente della Repubblica con le mani nei capelli, di cui è ancora abbondantemente fornito, anche se i vignettisti non ancora lo hanno rappresentato così, essendosi Stefano Rolli.jpegper adesso limitati a scherzare -come ha fatto Stefano Rolli sul Secolo XIX- con Renzi che scopre il gusto del “mojto” con Salvini, accomunati come sono dai grattacapi che riescono a procurano a Conte. Credo che Mattarella non sia rimasto molto rinfrancato dalla telefonata col presidente del Consiglio di cui è stata data notizia per sottolineare le preoccupazioni, non certo infondate, del capo dello Stato.

            Siamo al deterioramento progressivo  e forse inarrestabile di una maggioranza, quella giallorossa, che pure aveva l’ambizione di durare sino al 2023 e di gestire, peraltro, l’anno prima la successione a Mattarella al Quirinale, o la sua conferma.

 

 

 

 

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I paradossi di Renzi nella partita del processo a Salvini per la nave Gregoretti

Applicherei anche o soprattutto alla posizione assunta sulla vicenda Gregoretti da Matteo Renzi la “involontaria comicità” efficacemente avvertita da Paolo Armaroli nella gestione parlamentare della richiesta del cosiddetto tribunale dei ministri di Catania di lasciare processare per sequestro di persona l’”altro Matteo”, cioè l’ex ministro dell’Interno Salvini. Che nella scorsa estate, prima di innescare la crisi di governo, vietò per quattro giorni lo sbarco di 131 migranti dalla nave della Guardia Costiera Gregoretti, appunto, in attesa che venissero collocati, cioè distribuiti, nell’area europea.

 Per una volta, in questa stagione alquanto turbolenta della maggioranza giallorossa, da lui stesso promossa in agosto e poi sottoposta a strappi e tensioni, prima sulla legge di bilancio e poi sul tema della prescrizione, Renzi si è fatto carico della sua compattezza partecipando disciplinatamente alla linea adottata dai partiti alleati contro Salvini. Lui e gli altri senatori della sua Italia Viva hanno votato con i grillini, il Pd e la sinistra dei “liberi e uguali” per il processo, pur dichiarando di “non vedere un reato” in quelli che ha definito “gli errori politici” compiuti dal leader leghista al Viminale.

Non vedere il sequestro di persona contestato dal tribunale catanese dei ministri né altri reati nella gestione della vicenda Gregoretti e, ciò nonostante, votare a favore del processo, come se fosse solo una passeggiata a Villa Borghese, è alquanto curioso, a dir poco. Eppure c’è un articolo non di giornale ma della Costituzione, il numero 96, che obbliga la magistratura a chiedere al Parlamento l’autorizzazione a procedere quando essa ravvisa un reato nell’azione di un ministro, facendo dei senatori e dei deputati, a seconda dei casi, altrettanti giudici, a tutti gli effetti. Lo ha inutilmente ricordato all’assemblea di Palazzo Madama, nel suo intervento a difesa di Salvini, l’ex ministra leghista ma soprattutto l’avvocato di meritatissimo grido Giulia Bongiorno.

Renzi non ha visto in quei quattro giorni di blocco della nave Gregoretti, sulla quale i 131 migranti non stavano certamente comodi ma erano pur sempre assistiti dopo essere stati soccorsi in acque maltesi, né un reato né le condizioni previste dalla Costituzione per mettere un presidente del Consiglio o un ministro al riparo da iniziative giudiziarie nella sua azione d governo.

Può darsi, per carità, che Salvini esageri quando si richiama retoricamente alla difesa della Patria e dei suoi confini, poco credibilmente minacciati da una nave militare italiana e da 131 migranti tenuti comunque sotto controllo; può darsi che egli esageri anche schierando in qualche modo  i suoi bambini a propria difesa per solleticare l’emozione non tanto dei senatori quanto dei suoi elettori; ma mi pare  francamente innegabile che nella richiesta di una distribuzione dei migranti in area europea, troppo a lungo e di frequente lasciati dagli altri paesi a carico solo dell’Italia per la sua scomoda posizione geografica, ci fosse il perseguimento di quel “preminente interesse pubblico” previsto dalla legge attuativa dell’articolo 96 della Costituzione per sostenere il comportamento di un ministro anche in violazione di qualche norma. Via, cerchiamo di essere seri, pur  se la lotta politica riesce a diventare tragica anche quando non è più seria.

Forse consapevole della debolezza del suo ragionamento, il senatore Renzi ha cercato di cavarsela, diciamo così, con una battuta: quella di volere “accontentare” Salvini, viso il petto offerto dal leader leghista come imputato e “cavia” ai suoi avversari, e giudici. Ma qui il senatore di Scandicci è caduto in un’altra involontaria comicità, per restare nell’immagine di Armaroli.

Renzi ha praticamente applicato a Salvini, come se fosse una ritorsione a scoppio ritardato, la logica con la quale gli elettori, anche quelli leghisti, oltre che di casa propria, che era allora il Pd, reagirono nel 2016 alla sfida che da presidente del Consiglio e segretario del partito lui lanciò nella presunzione di vincere più facilmente il referendum cosiddetto confermativo sulla riforma costituzionale che portava la targa del suo governo. Egli disse, in particolare, che se avesse perduto quel referendum, si sarebbe ritirato dalla politica. Gli elettori gli risposero, nella misura del 60 contro il 40 per cento, bocciandogli la riforma e offrendogli l’occasione, appunto, del ritiro.  Così lui ora ha fatto offrendo a Salvini l’occasione del processo, salvo ripensamenti del tribunale di Catania, dove teoricamente sarebbe ancora possibile evitare il rinvio a giudizio.  Spiazzato dalla risposta degli elettori, Renzi nel 2016 pagò il suo debito solo in parte, rinunciando a Palazzo Chigi ma conservando il Nazareno, cioè la segreteria del Pd. Seguirono una scissione -quella di Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e compagni- e nelle elezioni del 2018 un’altra sconfitta, ancora più cocente, a beneficio dei grillini.

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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