Chi ha perduto la testa alla morte di Totò Riina

Pochi giornali, troppo pochi, hanno saputo resistere alla tentazione di terremotare le loro prime pagine o addirittura la loro foliazione, come si dice in gergo tecnico, per valorizzare la notizia, neppure arrivata all’ultimo momento, della morte di Totò Riina. Che era avvenuta, sempre in stato di detenzione, nell’ospedale di Parma la notte prima, non in quella di chiusura e stampa dei quotidiani in edicola. E’ stato quindi un terremoto, diciamo così, ragionato e non improvvisato.

L’arcivescovo di Monreale ci sarà rimasto male, dopo avere auspicato che del boss mafioso finalmente estinto non si facesse un mito, o un eroe. Eppure il monsignore credo che sappia di mafia e dintorni più di tanti giornalisti che ne scrivono, e persino di tanti magistrati che se ne occupano: spesso solo come antipasto per le loro future carriere politiche. Che sono state appena ridenunciate con la solita lucidità dal vecchio, saggio Emanuele Macaluso scrivendo del nuovo partito annunciato o minacciato da Antonio Ingroia. Al quale evidentemente non è bastata la ben misera sorte riservatagli dagli elettori quasi cinque anni fa, ancora fresco del suo lavoro giudiziario sulle presunte trattative fra lo Stato e la mafia nella stagione stragista di un quarto di secolo fa. Non parliamo poi dello scontro avuto dall’allora procuratore aggiunto con un presidente della Repubblica in carica, finito “casualmente” fra i suoi intercettati, sempre in ordine a quel processo che si trascina ancora a Palermo in questo autunno 2017, dopo avere perso per strada qualche imputato assolto col rito abbreviato, o in procedimenti analoghi, o morto, com’è appena accaduto a Riina.

Al cui capezzale c’è stato chi, scrivendone come in un concorso al premio Pulitzer, ha rivelato  -naturalmente dolendosi- che abbiano potuto accorrere per consolarlo negli ultimi istanti i familiari. Che invece sono stati autorizzati a raggiungerlo quando era già troppo tardi, avendo avuto il ministro della Giustizia firmato la cessazione o sospensione del regime durissimo di detenzione noto come 41 bis, dalla norma che lo disciplina, troppo tardi. E ciò -temo- per non incorrere nelle proteste o diffide della commissione parlamentare d’inchiesta parlamentare antimafia Rosy Bindi. Che nei mesi scorsi, quando già le condizioni di salute del detenuto erano peggiorate e la stessa magistratura segnalò l’opportunità di un approfondimento, si affrettò a un sopralluogo per certificarne un aggravamento non ancora abbastanza forte e la sua perdurante pericolosità come capo operoso della mafia.

Non faccio il nome di questo collega aspirante al premio Pulitzer per carità professionale, e per essermene già occupato in altre occasioni, col rischio quindi di sembrarne ossessionato.

Segnalo invece politicamente con nome e cognome un altro direttore, Michele Travaglio, che sul suo Fatto Quotidiano ha destinato o lasciato destinare “la cattiveria” di giornata, rubrica di  prima pagina, al solito Berlusconi. Per “tranquillizzare” il quale la sunnominata Bindi, conoscendone evidentemente abitudini e frequentazioni, vecchie e nuove, avrebbe annunciato che la morte di Totò Riina “non è la fine della mafia”.

La felice perfidia di Renzi nella missione affidata a sinistra a Fassino

Più che un ambasciatore, per il mandato che ha ricevuto da Matteo Renzi di ricucire quanto più possibile ciò che si è lacerato a sinistra, risparmiandole a livello nazionale lo spettacolo offerto dalle recenti elezioni regionali siciliane, Piero Fassino dovrebbe sentirsi un missionario. Che è stato scelto dal segretario del Pd non so se più con astuzia o perfidia, come ho sentito mormorare nei corridoi parlamentari dagli avversari dell’ex presidente del Consiglio, memori di Fassino non solo e non tanto come ultimo segretario dei Democratici di sinistra, confluiti nel 2007 con i post-democristiani de La Margherita di Francesco Rutelli nel Pd tenuto a battesimo da Walter Veltroni, ma come autore di un’autobiografia  pubblicata  da Rizzoli nell’estate del 2003.

“per passione”, tutto in umile minuscolo e corsivo,  era ed è  il titolo di quel libro ampiamente recensito in cui Fassino raccontava i suoi primi trent’anni di milizia e dirigenza politica. Ampiamente recensito ma -temo- rapidamente rimosso da alcuni compagni di partito, ora collocatisi a sinistra del Pd, per la coraggiosa rivisitazione della storia del Pci. Cui nessuno è arrivato con uguale e dirompente intensità: neppure i due decani -Giorgio Napolitano ed Emanuele Macaluso- dell’area “migliorista”, cioè riformatrice, di quella che fu la più grande forza della sinistra italiana.

Napolitano, per esempio, sarebbe arrivato solo sette anni dopo, nel 2010, nel decimo anniversario della morte di Bettino Craxi, a scrivere alla vedova, su carta intestata del Presidente della Repubblica, una lettera riparatrice per  liberare il leader socialista dalla prigione mediatica dove era rimasto rinchiuso per le sue vicende giudiziarie, gestite dalla magistratura -riconobbe l’allora capo dello Stato- con “una durezza senza uguali”.

Massimo D’Alema, poi, ha avuto bisogno di altri sette anni ancora per riconoscere di recente a Craxi la statura di “statista”, e solo in funzione antirenziana, cioè per contrapporlo all’attuale segretario del Pd. Che d’altronde non ha mai avuto il coraggio di rifarsi a lui, se non indirettamente  riportando adesso sulle prime pagine dei giornali il buon Fassino come missionario in terra ostile, nel disperato tentativo di ridurre, se non superare, le troppe divisioni e distanze nel campo della sinistra.

Piuttosto che ricollegarsi a Craxi, e ammetterlo nel metaforico Pantheon della sinistra, appunto, dove pure gli avrebbe fatto e farebbe comodo per sottrarsi alla rappresentazione forzata di un uomo della destra infiltrato nel Pd come un cavallo di Troia, Renzi gli ha più volte preferito la figura e il ricordo di Enrico Berlinguer, senza con questo riuscire peraltro a scaldare il cuore dei suoi irriducibili avversari.

Il doveroso e giusto rispetto per il segretario forse più amato dai militanti ed elettori del Pci, più ancora di Palmiro Togliatti, passato nella storia del partito come “il Migliore”, non ha impedito a Fassino di scriverne diciassette anni fa con grande realismo e disincanto politico, e in toni altamente drammatici. Che sono poi gli stessi con i quali si sono levati e si levano in questi giorni appelli alla sinistra a non perdersi definitivamente nei contrasti politici e personali.

“Craxi  -scrisse Fassino- coglie un punto di verità: l’Italia degli anni ’80 ha un gran bisogno, e anche una gran voglia- di modernizzazione. Di innovare cioè la struttura produttiva, le forme dello Stato sociale, gli assetti  istituzionali, il modo di essere e di vivere” (pagina 155). “Il conflitto col Pci, in particolare, diviene subito aspro. La sfida di Craxi coglie i comunisti impreparati e mette a nudo il loro ritardo nel misurarsi con la modernità ” ( pagina 156). “Craxi interpreta le domande di dinamicità di una società che cambia e chiede alla politica di stare al passo. Il Pci invece vede nei cambiamenti un’insidia, anziché un’opportunità, e si arrocca in un atteggiamento difensivo che ne ridurrà influenza e credibilità politica” (ancora pagina 156).

“È la deriva identitaria e solipistica di un partito -scrisse ancora Fassino, nel 2003, del Pci di Berlinguer degli anni Ottanta- che di fronte alle difficoltà del presente non sa opporsi al richiamo del passato. Un partito che si rifugia in un’autoconsolatoria riaffermazione di identità, di cui si rivendica la “diversità “: come se la differenza fra noi e gli altri partiti fosse un fatto genetico, e non più semplicemente programmatico. Un partito che si esilia così in una malinconica e solitaria navigazione senza bussola. Questo è quello che penso in quegli anni, e ho sempre avuto l’idea che lo stesso Berlinguer ne fosse consapevole” (pagine 160 e 161).

Mi chiedo se i problemi della sinistra di allora non siano in qualche modo, e paradossalmente, paragonabili a quelli di oggi. E se qualcuno fuori dal Pd, fatti – per carità- i debiti scongiuri, non rischi di doversi alla fine riconoscere in questa rappresentazione di Enrico Berlinguer del 1984 firmata da Fassino: “Un campione di scacchi che sta giocando la partita più importante della sua vita. La partita dura ormai da molte ore, sta giungendo alle battute finali. Guardando la scacchiera il campione si accorge che con la prossima mossa l’avversario gli darà scacco matto. Ha un solo modo per evitarlo: morire un minuto prima che l’altro muova. In fondo, la tragica fine risparmia a Berlinguer l’impatto con la crisi della sua strategia politica”.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Il ricco antipasto di Berlusconi, in attesa delle elezioni politiche

In attesa del pasto elettorale, che però non sa ancora se potrà consumare direttamente o limitarsi a vedere che lo consumi qualche uomo o donna di fiducia, perdurando il suo stato di incandidabilità impugnato davanti alla giustizia europea, a Silvio Berlusconi gli illustrissimi magistrati d’appello di Milano hanno dunque concesso un ricco antipasto. Che non è però di voti, non disponendo ancora la pur potente magistratura italiana di tanta forza o magìa, ma di soldi: più particolarmente di euro. Che sono quelli dovuti all’ex marito da Veronica Lario -nome d’arte più noto di quello vero- per averli ricevuti legittimamente, per carità, come mantenimento divorzile, in esecuzione di regolari sentenze, ordinanze e quant’altro, ma ingiustamente. E sono tanti, anche se di incerta misura.

La prima cifra di cui ho sentito parlare nei telegiornali pubblici e privati era di 70 milioni di euro, scesi poi a 60, poi ancora a “una sessantina”, a 54, a 52, a 46, infine a 42. Spero, per Berlusconi, che il calcolo si sia fermato qui e non sia destinato a scendere ancora, pur se 40 milioni di euro, per dire, sono sempre una bella cifra: sia per lui che deve riceverli, sia per la ex moglie che glieli deve restituire, essendosi finalmente i magistrati accorti che la signora, anche a causa della generosità pregressa del suo ex marito, aveva e ha di suo per mantenersi da sola, e da ricca, anzi ricchissima.

Peccato che 42 milioni di euro, di più o di meno, non siano 42 milioni di voti. Che farebbero più piacere al ricchissimo ex presidente del Consiglio: superiori persino al 50 per cento più uno dei voti richiesti ad un partito o concorrente per dire di avere conquistato la maggioranza assoluta, e di poter finalmente governare da solo, senza i condizionamenti, i capricci, gli sgambetti, le slealtà, gli ammutinamenti degli alleati. Che nella prima parte della sua avventura politica, cominciata a passo di carica nel 1994 gliene hanno fatte vedere e sentire di tutti i colori a Berlusconi: sino ad esporlo al disagio – da lui appena lamentato di nuovo nel salotto televisivo dell’amico Bruno Vespa, che da impertinente glielo aveva appena fatto notare in una interruzione- di non aver potuto mantenere al cento per cento le promesse fatte agli elettori prima del voto.

Il cento per cento. Ecco: questo è il sogno di Berlusconi. Cento per cento delle promesse mantenute. E magari anche cento per cento dei voti, senza che gli elettori ne sprechino neppure uno per gli altri, tutti al di sotto dei suoi meriti e delle sue potenzialità. E naturalmente senza che li gettino via nei cassonetti delle immondizie, quali sono quelli che contengono metaforicamente i voti degli astenuti, dei disertori dalle urne. Ecco perché i rifiuti a Roma, per esempio, traboccano in ogni quartiere e posto, anche nei sottopassaggi dei Ministeri.

Non resta a questo punto che dare a Berlusconi del buon antipasto e cercare di consolare l’ex moglie, Beppe Grillo, Matteo Renzi, Pietro Grasso, Laura Boldrini, Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e compagni. I quali ultimi con la solita lungimiranza che distingue la sinistra dagli anni del feroce anticraxismo, almeno nella fase repubblicana della storia d’Italia, per non andare ancora più indietro, scambiano spesso la propria porta per quella degli avversari.  E riescono a fare, di meraviglioso, solo le autoreti.

 

 

 

Pubblicato da ItaliaOggi il 18 novembre 2017

Indigeste per D’Alema e & le credenziali di Piero Fassino

Piero Fassino, che all’anagrafe si chiama anche Franco Rodolfo, incaricato dal segretario del Pd Matteo Renzi di tentare un’alleanza elettorale con gli scissionisti e quanti altri ne sono attratti, ha inserito anche questo incarico in quelli esercitati in quaranta anni di attività politica “per passione”. Che è poi il titolo del libro autobiografico scritto nel 2003 e pubblicato da Rizzoli, quando lui era già da un anno e mezzo segretario dei Democratici di Sinistra, come si chiamavano i provenienti dal Pci, e forse non immaginava neppure di riuscire davvero a portarli nel 2007 alla fusione con i provenienti dalla sinistra democristiana ed altri nel Partito Democratico, affidatosi alla guida di Walter Veltroni.

Già nella prefazione a quel libro Fassino avvertiva, esattamente il 30 giugno 2003, “di quale stoffa sia fatta la sinistra italiana”: una stoffa “che la può rendere grande e la può perdere”.

Dove sia arrivata questa sinistra quattordici anni dopo il libro di Fassino lo dicono i fatti che hanno indotto Renzi a richiamarne in servizio l’autore per affidargli la missione disperata di ricomporre un po’ le divisioni vecchie e nuove. E ciò per evitare che si ripeta a livello nazionale, fra qualche mese, lo scenario elettorale siciliano del 5 novembre scorso. Che ha circoscritto la contesa politica per il governo del Paese a Silvio Berlusconi e a Beppe Grillo, per chiamare coi nomi dei due protagonisti questo nuovo bipolarismo, per quanto assai curioso. Le due forze che lo compongono sono ben lontane da coprire tutto il terreno di gioco, peraltro disertato da assenteisti ormai cronici, che costituirebbero il vero partito di maggioranza.

C’è tuttavia qualcosa di perfido nella scelta di Fassino da parte di Renzi come missionario nel campo degli scissionisti ed altri avversari. Fra tutti gli ex o post-comunisti rimasti nel partito dell’ex presidente del Consiglio, Fassino è il più anomalo: ancor più di Veltroni, che pure si vanta di avere potuto militare a suo tempo nel Pci senza essere stato o essersi sentito davvero comunista.

Il libro autobiografico di Fassino fu alla sua uscita un pugno nello stomaco a uno come Massimo D’Alema, che avrebbe riconosciuto solo quattordici anni dopo a Bettino Craxi la statura di “statista”, e solo per il gusto di contrapporlo a Renzi. Il quale  dello scomparso leader socialista non vuole neppure sentir parlare come figura nel suo metaforico Pantheon, per quanto Craxi lo avesse preceduto di parecchio nella concezione di una sinistra moderna. A lui Renzi ha sempre e curiosamente preferito  come punto di riferimento Enrico Berlinguer. Cui invece Fassino con onestà intellettuale e coraggio persino fisico, coi tempi che ancora correvano nel 2003, e forse corrono ancora dalle sue parti, rimproverò di essersi lasciato battere da Craxi sul terreno della modernità, sino a morirne prima ancora del segretario socialista, scomparso ad Hammameth nel 2000.

Quello guidato da Berlinguer nel 1984, quando egli morì dopo un drammatico comizio elettorale a Padova di duro attacco al governo Craxi, “è un partito -si legge nel libro di Fassino- che non sa opporsi al richiamo delle sirene del passato. Un partito che si rifugia in una autoconsolatoria riaffermazione di identità, di cui si rivendica la “diversità”: come se la differenza tra noi e gli altri partiti fosse un fatto genetico, e non più semplicemente programmatico. Un partito che si esilia, così, in una malinconica e solitaria navigazione senza bussola”. Che è un po’ quello -diciamo la verità- che hanno improvvisato in questo 2017 Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema uscendo dal Pd e risvegliando la passione non di Fassino ma di quel “ragazzo di sinistra” che il presidente del Senato si è recentemente vantato di sentirsi ancora, emulato dalla più giovane presidente della Camera.

“Mi è capitato spesso di pensare a Berlinguer -si legge ancora nel bel libro autobiografico dell’ex sindaco di Torino, a pagina 161- come a un campione di scacchi che sta giocando la partita più importante della sua vita. La partita dura ormai da molte ore, sta giungendo alle battute finali. E guardando la scacchiera il campione si accorge che, con la prossima mossa, l’avversario gli darà scacco matto. Ha un solo modo per evitarlo: morire un minuto prima che l’altro muova. In fondo, la tragica fine risparmia a Berlinguer l’impatto con la crisi della sua strategia politica”.

Volete che con queste credenziali insieme di militante, di dirigente di partito e di storico il missionario Fassino abbia in questi giorni davvero la possibilità di ricucire per conto di Renzi con gli epigoni di Enrico Berlinguer, quali mi appaiono D’Alema e compagni? Francamente, ne dubito. Non a caso quelli del Fatto Quotidiano hanno esultato in prima pagina perché  Grasso e D’Alema, appunto,  hanno già “snobbato” il loro interlocutore.

 

 

 

Pubblicato da ItaliaOggi il 17 novembre 2017

L’attivismo politico di Grasso ricorda quello di Fanfani presidente del Senato

Solo i più anziani tra funzionari, commessi, giornalisti ed ex parlamentari che ne frequentano ancora uffici e corridoi – magari solo per misurare di persona lo stato di pericolo dei loro vitalizi, minacciati dai forti tagli del disegno di legge  del deputato renziano Richetti- ricordano un’intensità di traffico politico al Senato paragonabile a quello di questi giorni  nell’anticamera del presidente Pietro Grasso e dintorni.

Era la primavera del lontano 1973: più di 44 anni fa. Presidente dell’assemblea di Palazzo Madama era Amintore Fanfani, uno dei due “cavalli di razza” della Dc, come Carlo Donat-Cattin chiamava lui e Aldo Moro: entrambi battuti però alla fine del 1971 in una lunghissima corsa al Quirinale vinta per il rotto della cuffia natalizia da Giovanni Leone.

Proprio per effetto di quella corsa al Quirinale, chiusasi con la vantata partecipazione dei missini di Giorgio Almirante all’elezione del nuovo presidente della Repubblica, per quanto contestata dallo stesso Leone in una inusuale e risentita lettera  a Giovanni Galloni, allora direttore del giornale ufficiale del partito “Il Popolo”, si era rotta l’alleanza di centro-sinistra. I socialisti, guidati da Giacomo Mancini, erano tornati all’opposizione. E al loro posto erano stati riportati al governo i liberali di Giovanni Malagodi, in una riedizione del centrismo guidata a Palazzo Chigi da Giulio Andreotti e chiamata “centralità” dal segretario della Dc Arnaldo Forlani. Di cui Ciriaco De Mita era il vice segretario: sofferente proprio per il recupero governativo dei liberali ma legato a Forlani da un patto di rinnovamento generazionale stretto in una località allora ridente delle Marche: San Ginesio, sotto i Monti Sibillini ora tormentati dal terremoto.

Col secondo governo Andreotti felicemente in carica da un anno e Forlani in carica come segretario da quasi quattro, fu convocato per il 6 giugno del 1973 il dodicesimo congresso della Dc.

Più arrivavano dalla periferia i risultati dei precongressi, tendenzialmente favorevoli alla conferma degli equilibri politici esistenti, più il presidente del Senato Fanfani si allarmava, volendo  il ripristino dell’alleanza di governo con i socialisti. E più Fanfani si allarmava, per nulla trattenuto dal suo ruolo istituzionale, né dal fatto che a guidare il partito fosse il suo delfino Forlani, più la sua anticamera si affollava di esponenti della Dc interessati a un suo intervento. I più inquieti erano i “dorotei” di Mariano Rumor e Flaminio Piccoli, i “basisti” di De Mita, soprattutto quelli del Nord guidati da Giovanni Marcora, i “forzanovisti” di Carlo Donat-Cattin e i morotei.

La situazione sembrava definitivamente compromessa, per gli inquieti, con l’avvenuta elezione, a fine maggio, di tutti i delegati al congresso. Ma Fanfani, affiancato nei contatti con gli amici di partito dal fedelissimo Ettore Bernabei, non si diede per vinto. Dopo una lunghissima serie di incontri a due, a tre, a quattro,, il presidente del Senato promosse  il 5 giugno nel suo ufficio di Palazzo Giustiniani, attiguo a Palazzo Madama, un incontro collegiale fra tutti i capi delle correnti del partito. Che concordarono con lui la conclusione politica del congresso che si sarebbe aperto l’indomani con la relazione del segretario uscente Forlani.

Intanto, per tagliare la testa al toro e impedire ulteriori resistenze all’interno della Dc, il leader repubblicano Ugo La Malfa annunciava la fine della partecipazione del suo partito al governo, prenotando quindi la crisi. E usava come ragione, o pretesto, la non condivisione del codice postale elaborato dall’esecutivo.

Gli accordi di Palazzo Giustiniani, cioè del Senato, prevedevano il ritorno di Fanfani personalmente alla segreteria del partito, sostituito a Palazzo Madama dal collega democristiano Giovanni Spagnoli, doroteo, e il ritorno, a sua volta, di Mariano Rumor a Palazzo Chigi per un nuovo governo di centrosinistra.

Per Moro, al quale Fanfani due anni prima non aveva voluto cedere il passo per il Quirinale dopo la propria, inutile scalata al colle più alto di Roma, si pensò alla presidenza della Camera, dove sedeva però il socialista Sandro Pertini. Di cui si  decise di chiedere al presidente della Repubblica Leone la nomina a senatore a vita non appena fosse morto uno dei cinque in carica. Ce n’erano due particolarmente claudicanti.

Ma a Pertini -si chiesero Fanfani e il segretario del Psi  Francesco De Martino prima dell’incontro fra i capicorrente della Dc- chi va a sollecitare le dimissioni spontanee da presidente della Camera ? De Martino, che era tornato alla guida del Psi sostituendo Mancini, non ebbe scampo. Non poteva che toccare a lui.

Quando il segretario socialista, ricevuto già con giustificata diffidenza dal compagno di partito cui erano arrivate voci su ciò che stava bollendo nel pentolone della politica, formulò la sua proposta Pertini per poco non gli scagliò addosso la pipa ben accesa che aveva in mano. Gli risparmiò alla fine il fuoco ma lo mise alla porta chiamando i commessi perché lo accompagnassero all’uscita dal palazzo di Montecitorio e sentissero anche loro il suo monito a non coinvolgerlo in  “questo indegno mercato delle cariche istituzionali”.

Timoroso di non essere stato sufficientemente chiaro, Pertini incaricò il suo capo ufficio stampa Marco Guidotti di avvisare i giornalisti presenti nella sala stampa della Camera che il presidente sarebbe sceso di lì a poco alla buvette per prendere un caffè. E alla loro presenza, perché ne riferissero ben bene alle agenzie e ai giornali, volle augurare “lunga vita ai senatori a vita”. Che in effetti sopravvissero tutti, almeno a breve, agli accordi di Palazzo Giustiniani.

Non sopravvissero invece politicamente né Andreotti né Forlani. Il primo s’incurvò un po’ di più. L’altro si prese su Fanfani  solo la rivincita di una replica congressuale sul filo del sarcasmo, che ne fece un leader ormai autonomo. In particolare, Forlani si avventurò nella ricerca del vero, più profondo significato del diavolo. E concluse che diavolo è “colui che si trasforma”.

Fanfani si era ben trasformato, almeno agli occhi del suo ormai ex delfino.  Ed era cambiato neppure con tanta grazia perché nel suo intervento al congresso, nella doppia veste di dirigente di partito e ancòra di presidente del Senato, augurò al segretario uscente una buona Quaresima, sia pure fuori stagione, atmosferica e liturgica: una Quaresima -ricordò- alla quale “ogni buon cristiano deve credere che seguirà la Pasqua”.

La resurrezione di Forlani, almeno come segretario della Dc, sarebbe arrivata solo nel 1989, cioè 16 anni dopo, durante i quali però egli avrebbe avuto le occasioni di fare il ministro degli Esteri, peraltro negli anni della difficile e sotto certi aspetti anche drammatica stagione della “solidarietà nazionale”, contrassegnata dal sequestro e dall’assassinio di Moro, il presidente del Consiglio, il vice presidente con Bettino Craxi e il presidente del partito. Come Quaresima, certo, non fu male.

Fanfani, al contrario, avrebbe vissuto una Pasqua a dir poco difficile. Da segretario democristiano di ritorno, rifiutando la prudenza adottata da Andreotti e da Forlani sulla strada del referendum sul divorzio,  da loro rinviato nel 1972 al 1974 per il timore, rivelatosi fondato, di perderlo e di indebolire fortemente la Dc, l’aretino volle la prova di forza, piuttosto che tentare seriamente un cambiamento della legge in Parlamento. E perse guadagnandosi quella indimenticabile vignetta di Forattini che lo trasformò su Paese Sera in un tappo schizzato via dalla bottiglia di champagne dei divorzisti.

Da buon Rieccolo di conio montanelliano, Fanfani dopo la sconfitta referendaria sul divorzio e la fine anche della sua seconda segreteria di partito, sarebbe riuscito a tornare alla presidenza del Senato, e persino alla guida del governo elettorale, nel 1987, ma ormai senza più lo smalto e la forza di una volta. Egli venne onorato come un “mobile di antiquariato” da De Mita, che da segretario del partito lo mandò a Palazzo Chigi per qualche mese, solo per allontanare il mal tollerato Bettino Craxi.

Non vorrei che questa lunga rievocazione della presidenza del Senato di più di 44 anni fa potesse apparire di conforto, o addirittura di stimolo, a Pietro Grasso per il grande impegno nel quale si sta spendendo in questi giorni da “ragazzo di sinistra”. Sino a procurarsi con la presidente della Camera Laura Boldrini, impegnata pure lei su questo terreno, il ruvido giudizio del decano, ormai, del giornalismo politico italiano Eugenio Scalfari. Il quale ha scritto che i due “prima si dimettono” dalle loro cariche istituzionali “meglio è”. Meno ruvido ma sempre critico è stato un giudizio del guardasigilli Orlando.

A parte la differenza di uomini e di situazioni, vale forse anche per Grasso il famosissimo monito di Karl Marx sulla storia che “si ripete due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa”.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Dietro i numeri della lotteria televisiva di Giletti

Posso fregarmene delle lacrime e invettive per l’esclusione degli azzurri dai  mondiali di calcio e dissociarmi, senza temere insulti, dai festeggiamenti mediatici per “il successo di Giletti” -titolo del Corriere della Sera di Urbano Cairo su tutta la trentottesima pagina degli spettacoli di martedì 14 novembre- per il suo esordio su La 7, anch’essa di Cairo? Dove l’ex dipendente della Rai ha sfiorato domenica sera il 9 per cento di ascolto con la sua nuova Arena dedicata alla tragedia politica e umana di Gianfranco Fini, ai vitalizi degli ex parlamentari e alle molestie sessuali viste con gli occhi, la sensibilità e quant’altro di Lele Mora. Forse non dovrei e non potrei dissociarmi, ma lo faccio lo stesso.

Pare che l’8,9 per cento di share conquistato dal giornalista, conduttore e quant’altro sceso dal cavallo di viale Mazzini sia stato pari a un milione e 969 mila spettatori. Che sono tanti, d’accordo, ma pur sempre -permettetemi, al di là delle diverse dimensioni dei bacini d’ascolto- inferiori ai tre milioni e 767 mila spettatori del concorrente Fabio Fazio sulla prima rete della Rai, dei quattro milioni e 920 mila della fiction con Rosy Abate su Canale 5 e dei due milioni e 250 mila delle Iene su Italia 1.

Fra i quasi due milioni di telespettatori di domenica sera intrattenuti da Giletti ci sono stato anch’io, che tuttavia sono rimasto deluso dalla prestazione giornalistica del martire della Rai per quel pasticcio a dir poco sconcertante, per esempio,  fra decreto legge e disegno di legge sul taglio dal quaranta al cinquanta per cento dei vitalizi percepiti dagli ex parlamentari, o vedove, presentati ancora una volta al pubblico come indecenti sanguisughe nazionali. A difesa dei quali è stato ammesso in trasmissione un avvocato, ex parlamentare pure lui, ma per lasciarlo trattare dagli altri ospiti di studio come un mezzo scimunito, frequentatore ritardato di asili infantili. Dove solo si può opporre ai 2500 e rotti ex parlamentari favoriti dal vecchio sistema retributivo, peraltro senza distinzione fra chi vive solo del vitalizio e chi percepisce anche altri redditi, i 400 mila e più   pensionati cosiddetti baby, spesso arrivati al trattamento di quiescenza, al netto dei riscatti di lauree e servizi militari, con meno di dieci anni di servizio.

È da asilo infantile, ma questa volta davvero, anche chi, come Giletti in persona, addita al pubblico ludibrio davanti alle telecamere chi prende “seimila euro al mese per avere fatto il parlamentare un solo giorno”. Che è una cosa materialmente impossibile perché con un solo giorno da deputato o senatore si può solo avere lucrato -indecentemente, certo- su una legislatura, maturando quindi un vitalizio non di seimila, ma di ottocento euro.

Visti i numeri della lotteria televisiva di Giletti, ha forse avuto ragione Goffredo Buccini a scrivere sul Corriere della Sera – peraltro nello stesso giorno del decantato successo della nuova Arena, ma a proposito di “Di Maio, re delle gaffe”- che meno si conoscono i problemi, meno si azzeccano i congiuntivi, meno si collocano uomini e paesi nei posti giusti dell’Atlante, meno si sa fare di conto, più si può diventare popolari perché ci si “avvicina alla gente”. Come è capitato per tanto tempo ad Antonio Di Pietro, ha giustamente ricordato Buccini scherzando, ma non troppo, sulla spavalderia con cui l’allora pubblico ministero attribuiva i suoi congiuntivi a quella curiosa lingua che lui stesso chiamava “dipietrese” fra il compiacimento, anzi il divertimento, del pubblico mai pago abbastanza delle manette che “Tonino” faceva scattare, e sognare alle masse festanti sotto le finestre del suo ufficio milanese.

Lo scontato rifiuto di Bersani alle scontate aperture di Renzi

Al netto dell’esclusione dell’Italia dai campionati mondiali di calcio, si stenta a individuare la notizia della giornata, almeno di quella politica. E’ l’apertura del segretario del Pd Matteo Renzi anche agli scissionisti per un’alleanza elettorale che non lasci solo a Silvio Berlusconi e a Beppe Grillo la corsa allo scudetto di governo nella prossima primavera, com’è appena accaduto in Sicilia per la guida della regione? O è la porta chiusagli in faccia, prima ancora che la direzione del Pd votasse sulla proposta del segretario, da un Pier Luigi Bersani imbaldanzito dalla prospettiva di partecipare ad un cartello elettorale antirenziano capeggiato da una coppia addirittura istituzionale, costituita dai presidenti del Senato Pietro Grasso e della Camera Laura Boldrini?

Le domande tuttavia non finiscono qui. Sarebbe troppo semplice e troppo facile per le abitudini e i gusti degli attori della politica nazionale, e degli spettatori.

All’interno del Pd fa più notizia il consenso espresso alla relazione di Renzi dalla corrente, minoritaria al congresso, del governatore pugliese Michele Emiliano, che ha preso sul serio il segretario del partito, o l’astensione scettica del ministro della Giustizia Andrea Orlando e dei suoi amici, sospettosi – come al Fatto Quotidiano di Marco Travaglio- che l’ex presidente del Consiglio abbia fatto solo “finta” di aprire agli scissionisti, avendo rifiutato l’abiura di tutte le scelte da lui compiute sinora, al governo o al partito, o in entrambi? O la notizia vera è quella dell’adesione immediata e compiaciuta alla relazione di Renzi alla direzione del partito annunciata dal ministro Dario Franceschini? Di cui nessuno, ma proprio nessuno, nei giornali e dintorni smette di attendere invece la rottura con l’ex presidente del Consiglio.

Potrebbero seguire altre domande ancora, alle quali però preferisco -stando sempre sul piano delle notizie- la segnalazione dello scrupolo avvertito da Eugenio Scalfari di sottrarsi ai tempi del suo appuntamento domenicale con i lettori per commentare a botta calda la riunione della direzione del Pd. Egli ha promosso a pieni voti Renzi, dopo averlo criticato più volte negli ultimi tempi. E ciò sino ad attribuirgli la proposta non solo di un’alleanza elettorale con gli scissionisti, ma di un loro ritorno nel partito, avvertendo e denunciando come ostacolo ad una simile salvifica prospettiva della sinistra l’impegno politico nel quale si stanno spendendo contro Renzi i presidenti delle Camere. Ai quali il fondatore della Repubblica, sia pure di carta, ha detto con franchezza, anche ricordando la propria esperienza di deputato di tanti anni fa, che “prima di dimettono” dalle loro cariche istituzionali “meglio è”, avendo essi ormai perduto la credibilità necessaria alla neutralità dei loro ruoli.

Grasso e Boldrini faranno probabilmemte spallucce, magari consolandosi e incoraggiandosi reciprocamente al telefono, come hanno già fatto quando l’uno e l’altra sono intervenuti in circostanze diverse a gamba tesa nel dibattito politico. Ma sarebbero spallucce amare per un Parlamento già troppo delegittimato di suo per le regole incostituzionali con le quali furono elette cinque anni fa le Camere che Grasso e Boldrini presiedono: incostituzionali, non per qualche capriccioso giudizio di un passante ma per verdetto dei giudici a ciò preposti.

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Vi racconto le ultime democratiche baruffe fra Bersani e Renzi

La masochistica corsa della sinistra al suicidio

Se lo dicono pure al Fatto Quotidiano, che ha commentato la domenica di Giuliano Pisapia e compagni impegnati a costruire un’”alternativa” al Pd di Renzi con un titolo sulla sinistra che parte “col piede sbagliato”, c’è da credervi.

Il giornale di Travaglio tuttavia se la prende soprattutto con ciò che accade dietro le quinte dei raduni dei critici e degli avversari dell’ex presidente del Consiglio, dove col “manuale Cencelli” di  memoria democristiana in mano si distribuiscono posti e candidature ai soliti noti, non a gente nuova.

Ma l’aspetto più inquietante di ciò che accade a sinistra del Pd è quello istituzionale, giocandosi su quel terreno una concorrenza sempre più evidente fra i presidenti delle Camere. Che già prima della conclusione della legislatura hanno clamorosamente rinunciato alla neutralità imposta loro dal ruolo che ricoprono.

Il presidente del Senato, e potenziale supplente del capo dello Stato, dopo essersi dimesso dal Pd conservando però la carica istituzionale, non si lascia scappare occasione per mandare all’inferno il suo ex partito. Che sarebbe politicamente morto o degenerato con l’abbandono di Pier Luigi Bersani,  cui Pietro Grasso -guarda caso- deve la candidatura nel 2012 a senatore e l’elezione, nel 2013, al vertice di Palazzo Madama.

La presidente della Camera Laura Boldrini, risparmiatasi l’uscita dal Pd solo per non esservi mai entrata, essendo stata eletta a Montecitorio nelle liste del partito allora guidato da Nichi Vendola, è appena salita sulla tribuna del popolo, diciamo così, dell’ex sindaco di Milano Pisapia per sostenere che col partito di Renzi non si possono ormai fare più accordi, qualsiasi cosa voglia o possa offrire l’ex presidente del Consiglio. E pazienza se così rifiutando, anche nelle elezioni politiche nazionali si ripeterà lo scenario delle elezioni regionali siciliane appena svoltesi, cioè con una partita giocata fra gli eserciti -si fa per dire- di Silvio Berlusconi e di Beppe Grillo, o delle loro controfigure.

Il povero Walter Veltroni si sta sprecando in appelli, richiami e quant’altro evocando le tragedie politiche e umane del secolo scorso, quando le divisioni della sinistra spianarono la strada alle tirannidi di destra e della stessa sinistra. Ma non sarà l’ex sindaco di Roma -temo- a fermare  la corsa dei suoi compagni al suicidio.

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Che cosa combinano Pietro Grasso e Laura Boldrini a Matteo Renzi ?

Pubblicato su ItaliaOggi del 14 novembre 2017

Se Massimo Giletti studiasse di più prima di scendere nell’Arena

Ho cercato di dare una mano a Massimo Giletti come collega, cioè come giornalista, quale lui si vanta sempre di essere rimproverando alla sua ex azienda -la Rai- di averlo voluto trattare solo come uomo di spettacolo, negandogli spazi e temi di stringente attualità politica e sociale. L’unico modo in cui potevo aiutarlo era di preferirlo a Fabio Fazio e di sincronizzarmi su la 7 per assecondare la sua sfida professionale, purtroppo pomposamente paragonata a quella fra Davide e Golia.

L’ho seguito con interesse compiaciuto nella parte iniziale dedicata alla penosa vicenda umana, oltre che politica, dell’ex presidente della Camera Gianfranco Fini e della sua seconda famiglia. E’ stato un bel misto di inchiesta giornalistica e spettacolo, tra i lussi di Dubai, la stupidaggine sfrontata del cognato di Fini, la registrazione della telefonata dell’ex presidente della Camera “coglione” confesso, l’assordante silenzio del suo amico Corallo inseguito dal cronista, le immagini della casa di Montecarlo imprudentemente donata col testamento da una nobile militante al partito spentosi poi con la stessa fiamma che lo aveva acceso, la sua svendita a prezzi di saldo e tutto il resto. Cui curiosamente è mancata la registrazione di quel messaggio televisivo in cui l’ancora presidente della Camera si impegnava a dimettersi se fosse stata provato, come poi avvenne senza che lui lasciasse la terza carica dello Stato, il ruolo del cognato nell’affare monegasco.

I guai della nuova Arena di Giletti sono arrivati col secondo tema della serata domenicale: quello dei vitalizi degli ex parlamentari, che una legge già approvata alla Camera e ferma al Senato per i contrasti esistenti nel Pd vorrebbe ridurre dal 40 al 50 per cento ricalcolandoli col sistema cosiddetto contributivo adottato per quelli che matureranno i parlamentari in carica. Che non si chiameranno perciò più vitalizi e non potranno in ogni caso essere percepiti prima dei 65 anni di età, già inferiori ai 67 chiesti per i comuni cittadini.

Giletti ha cominciato a spararla grossa, senza che nessuno nello studio televisivo di ben mille metri quadrati messigli a disposizione osasse correggerlo, promuovendo a decreto legge, già in vigore quindi, il disegno di legge fermo al Senato. Che porta il nome del deputato del Pd Matteo Richetti, renziano come la consigliera regionale ed ex deputata Alessandra Moretti, ospite della trasmissione e spintasi a sostenere che, per quanto di dubbia costituzionalità, come lo stesso Giletti ha ammesso, debba essere approvato lo stesso. E guai se la Corte Costituzionale dovesse azzardarsi a bocciare la nuova legge per tutelare i cosiddetti e mai abbastanza disprezzati diritti acquisiti: monito condiviso dalla deputata forzista ed ex ministra alfaniana Nunzia De Girolamo, pure lei presa da sacro furore.

Il povero avvocato Maurizio Paniz, ex deputato e forzista anche lui, pur accolto persino con simpatia dal conduttore, è stato rapidamente trattato come un povero attore di commedia, e accusato di infantilismo dal giornalista Massimo Giannini di Repubblica, quando ha osato ricordare che in Italia esistono non poche centinaia o migliaia ma centinaia di migliaia di pensionati cosiddetti baby. Di cui nessuno contesta i milleduecento e persino  milleottocento euro mensili percepiti da una vita per avere lavorato a volte soltanto sette o otto anni, al netto del riscatto di laurea, servizio militare e quant’altro.  Costoro costano al bilancio dello Stato qualcosa come nove miliardi di euro.

A nessuno, dico nessuno, è venuto in testa di sostenere -chessò ?- l’opportunità di stabilire almeno dei criteri di equità sociale nell’intervenire sul migliaio o poco più di vecchi vitalizi in corso, distinguendo per esempio fra chi vive solo di questi e chi percepisce altre pensioni e/o altri redditi. No, niente da fare. Gli ex parlamentari o congiunti  sopravvissuti sarebbero la vergogna di questo Paese, e basta.

Se questa è la nuova Arena, nonostante il titolo della trasmissione dica il contrario, e Giletti si sente esonerato dall’obbligo di informarsi meglio, facendo quindi confusione non una ma più volte tra decreti legge e disegni di legge, e domani fra decreti legislativi e chissà che altro, o fra mozioni e interpellanze o interrogazioni, pago solo di offrire la sua tribuna alle peggiori pulsioni sociali, sono costretto a dare ragione a quelli che gli hanno impedito di continuare a fare tutto questo alla Rai, peraltro offrendogli così l’occasione di guadagnare di più altrove: cosa che gli dovrebbe sconsigliare, quanto meno, la parte del martire.

Blog su WordPress.com.

Su ↑