La crisi di governo è chiusa, anzi continua dopo il voto striminzito del Senato

                 Ma questa benedetta o maledetta crisi di governo, secondo i gusti, c’è stata o non c’è stata? E conseguentemente si deve intendere chiusa o continua dopo la fiducia riottenuta da Giuseppe Conte alla Camera senza problemi, con una maggioranza anche superiore alla soglia di quella assoluta, ma al Senato con una maggioranza relativa, o semplice. Che è sufficiente legalmente ma politicamente non risolutiva perché troppo striminzita, e neppure garantita in tutte le commissioni.

                I 156 voti di Palazzo Madama sono non solo inferiori di cinque alla maggioranza assoluta di 161, necessaria per passaggi legislativi di una certa importanza, ma comprensivi di cinque spuri per la loro provenienza. Vi hanno contribuito, in particolare, due forzisti aggiuntisi all’ultimo momento, fra cui Mariarosaria Rossi, potentissima e alla fine contestata ex segretaria di Silvio Berlusconi, e tre senatori a vita. Che hanno, per carità, gli stessi diritti degli altri ma l’inconveniente di non essere stati eletti, di non rappresentare quindi nessuna delle forze politiche che si contendono nelle urne la guida del Paese.

               I voti mancati questa volta potrebbero arrivare dopo, al seguito di un governo “piccolo piccolo”, come lo definisce nel titolo di prima pagina la Repubblica, o “dimezzato”, secondo la Nazione, ma rimasto in carica e quindi attrattivo, dicono i sostenitori politici e mediatici del presidente del Consiglio. Che sperano quindi nel successo differito, diciamo così, dell’appello accorato, se non disperato, di Conte ai “volenterosi”, come ispirandosi a don Luigi Sturzo, il progenitore della pur disciolta Democrazia Cristiana, lui ha voluto chiamare i “responsabili” sperimentati da Berlusconi nel 2010, per difendersi dall’abbandono di Gianfranco Fini, tra gli insulti e le proteste dei suoi avversari. I grillini, oggi forza trainante di Conte, li bollarono come “voltagabbana”, “corrotti”, “traditori”, proponendosi una riforma costituzionale per vincolare il mandato parlamentare.

               Ma, in attesa dei nuovi arrivi, la maggioranza abbandonata dai renziani – ora all’opposizione anch’essa relativa con l’astensione adottata tanto alla Camera quanto al Senato, dove tuttavia se si fossero aggiunti ai no avrebbero prodotto un devastante pareggio per il governo, per cui si sentono “determinanti”-  deve fare i conti con la sua intrinseca ed eterogenea debolezza nelle “sabbie mobili” avvertite dal manifesto. E soprattutto deve chiarire la sua origine, perché è un po’ figlia di ignoti all’anagrafe politica. Essa è nata da una crisi, come capita di solito ai governi, o da cos’altro?  

               Conte ha parlato alle Camere di una crisi “grave e incomprensibile aperta” con l’uscita delle due ministre renziane dal suo secondo governo e motivata in una conferenza stampa dallo stesso Renzi con attacchi di tale durezza e slealtà nei suoi riguardi da renderlo irrecuperabile. Ma quando e dove si è davvero aperta questa crisi per evitare la cui formalizzazione Conte si è ostinatamente rifiutato di dimettersi, come forse il presidente della Repubblica si aspettava per potere correttamente e doverosamente gestirla? Senza l’intervento del capo dello Stato tuttora in angoscia,  le consultazioni di rito, il conferimento di uno o più incarichi di presidente del Consiglio abbiamo tutti assistito a una crisi-non crisi, cioè a un pasticcio, se non vogliamo chiamarlo imbroglio.

                Il mio carissimo amico Emanuele Macaluso è morto in tempo per risparmiarsi l’epilogo di questo spettacolo politico che non avrebbe sicuramente apprezzato sferzando ancora una volta il contributo dato dai suoi ex compagni del Pd e dintorni.

 

 

 

 

 

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Quello di Conte è diventato adesso il governo della pesca continua

Se Conte, incassata la fiducia della Camera, riuscirà ad ottenere anche quella del Senato, magari pur senza raggiungere e superare la maggioranza assoluta come a Montecitorio, la crisi potrebbe ritenersi evitata, almeno sulla carta. E Sergio Mattarella al Quirinale, come hanno anticipato i giornali, farebbe probabilmente buon viso al cattivo gioco di una maggioranza complessivamente “fragile” o “debole”, secondo i titoli di Repubblica e del Messaggero, sperando con Conte e i suoi sostenitori che i voti eventualmente mancati a Palazzo Madama a maggioranza assoluta potranno arrivare in seguito. “I numeri seguono il governo”, ha detto con ottimismo Clemente Mastella, guadagnatosi in questi giorni la figura, il ruolo e quant’altro di arruolatore dei “volontari” invocati dal presidente del Consiglio.

            Ma perché i numeri seguano il governo bisognerà pur sempre cercarli o attirarli con i più diversi argomenti, anche quelli non proprio ideali. Il secondo governo Conte diverrebbe insomma quello della pesca continua. Sarebbe una fatica immane. Ad alleggerirla non so francamente se basterà la paura delle elezioni anticipate, peraltro inesistente per sei mesi da luglio in poi, quando il capo dello Stato ormai in scadenza perderà la prerogativa dello scioglimento delle Camere prima della scadenza del loro mandato. Proprio in quel semestre Conte, per quante telefonate potrà spendersi col nuovo presidente americano Joe Biden, che ha già sostituito nel suo cuore il Donald Trump del “Giuseppi”, potrà rischiare più di quanto non gli sia capitato nelle settimane scorse, da quando Matteo Renzi, prima con l’appoggio del Pd e poi da solo, gli contestò dentro la maggioranza metodi e contenuti dell’azione di governo.

            Il presidente della Repubblica, dal canto suo, nel cosiddetto semestre bianco se da una parte è o sembra depotenziato, dall’altra avrebbe più mano libera nella gestione di una eventuale crisi di governo, questa volta vera, con tanto di sfiducia e di dimissioni obbligate del presidente del Consiglio. In particolare, non potendo più sciogliere le Camere il capo dello Stato potrebbe valutare la situazione del Paese così preoccupante da promuovere la formazione di un governo difforme dalle attese, dalle ambizioni, dagli interessi dei partiti e sfidarli davanti all’opinione pubblica a bocciare un nuovo esecutivo da lui ispirato. Una sfiducia aggraverebbe la crisi in uno scenario che farebbe bene a temere Conte per primo, prodigatosi allo spasimo nei giorni scorsi per asserragliarsi o blindarsi a Palazzo Chigi.

            Chi ha assecondato o addirittura sollecitato questo arroccamento ha richiamato con poca onestà intellettuale e politica il precedente del sesto governo di Giulio Andreotti, abbandonato nel 1990 per protesta contro la legge Mammì sulle Tv da cinque ministri della sinistra democristiana e rimasto lo stesso al suo posto. I dimissionari furono sostituiti in quattro e quattr’otto dal presidente della Repubblica Francesco Cossiga su proposta del presidente del Consiglio. Ma ciò accadde perché la Dc, guidata da Arnaldo Forlani con la sinistra interna all’opposizione, lasciò isolati i ministri protestatari, cioè li scaricò, come ricorda bene Mattarella essendo stato uno dei loro. Italia viva, il partito di Matteo Renzi che inutilmente in questi giorni Conte ha cercato di spaccare irrigidendosi e proclamando “mai più al governo”, non ha sconfessato le ministre dimissionarie, e tanto meno il suo leader. Che sarà antipatico e indebolito ma è ancora lì, sul campo.

 

 

 

 

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L’assistenza “sanitaria” di Mastella e consorte al governo Conte

Meno male che c’è il sindaco di Benevento Clemente Mastella, già ministro del Lavoro col centrodestra di Silvio Berlusconi e ministro della Giustizia col centrosinistra di Romano Prodi.

Questa strana crisi-non crisi di governo, cercata da Matteo Renzi col ritiro delle sue due ministre ma negatagli dal presidente del Consiglio Conte,  sarebbe stata o di una noia o di una paura entrambi terribili entrambi se non fosse sceso in campo un quasi bipartisan Mastella, appunto.

Il mio vecchio amico Clemente, che conosco da tantissimo tempo ormai, da quando amichevolmente mi aiutava a comporre le mappe sempre provvisorie delle varie correnti della Democrazia Cristiana, seduti a parlare su qualche divano di Montecitorio, ti strappa un sorriso per la simpatica improntitudine con la quale descrive lui stesso il lavoro che fa dietro e davanti alle quinte per comporre mosaici politici in cui tutti, per ora ad eccezione di Matteo Salvini, possano ritrovarsi prima o poi.

C’è chi si diverte a ridere, anche a crepapelle, alle battute e agli spettacoli di Beppe Grillo, in verità diradatisi già prima che la pandemia virale scoppiasse e svuotasse i teatri, e chi si accontenta di sorridere alle battute e alle iniziative del più innocuo Mastella. Che ha avuto almeno la fortuna, per l’Italia, di fare e disfare dopo l’esperienza democristiana all’ombra di Ciriaco De Mita piccoli partiti, e non un movimento capace addirittura di sostituire la Dc come forza di maggioranza relativa. Grillo invece c’è riuscito e non vuole che l’incanto finisca con uno scioglimento anticipato delle Camere.

Qualcuno ogni tanto reclama o minaccia, questo scioglimento, reso però obiettivamente difficile da un’emergenza dichiarata con tanto di disposizioni legislative e reale in tempi di epidemia e di conseguenti crisi economica e sociale. Ma gli americani, viene obiettato, hanno appena votato lo stesso ed altri si accingono a farlo in Europa e altrove. Ma negli Stati Uniti ciò è potuto accadere anche grazie al voto postale, ammesso in Italia solo per gli italiani residenti all’estero. E si è visto comunque con quali contestazioni ed effetti, compreso un assalto ritorsivo al Parlamento con morti e feriti.

Al telefono 24 ore su 24, tra il Municipio di Benevento e la sua villa a Ceppaloni, nota per la piscina a forma di cozza attorno alla quale si sono ritrovati in tanti, ricchi e poveri, famosi e non, Mastella ha di fatto aperto e gestisce con la solita disinvoltura e spavalderia succursali, a seconda delle circostanze e degli interlocutori, del Quirinale e di Palazzo Chigi. “Io sono il medico della crisi”, ha appena dichiarato facendo non so se sobbalzare o ridere il presidente della Repubblica, che in questo campo si sente probabilmente, e non a torto, l’unico a poter emettere ricette, prescrivere cure ed eseguire interventi chirurgici come lo scioglimento delle Camere.

Dispensatore di consigli, oltre che di terapie, Mastella ha detto, fra l’altro, di non frequentare il presidente del Consiglio, che pure cerca di aiutare procurandogli amici parlamentari disposti a sostenerlo. Lo ha conosciuto solo in ottobre del 2019, con De Mita ed altri amici della disciolta Dc, alla commemorazione di Fiorentino Sullo, affidata in un teatro di Avellino proprio a Conte dal presidente dell’omonima fondazione Gianfranco Rotondi, deputato di Forza Italia. Che avrebbe voluto consegnare all’oratore, al termine del discorso, una tessera della Dc se avesse potuto disporne. E Conte sorrise, compiaciuto e disponibile ad altre commemorazioni che potessero ulteriormente accreditarlo nel filone dei cattolici impegnati in politica, estimatore come si era già dichiarato del compianto e conterraneo Aldo Moro. Cui anche Mastella lo ha in qualche modo paragonato in questi giorni, pur considerandolo a lui inferiore, un po’ “figlio ‘e entrocchia” quale Moro dall’alto della sua autorevolezza non si poteva certamente bollare.

In onore della terra contiana d’origine Mastella si è detto capo degli “straccioni di  Voltura Appula”,  emuli di altri straccioni: quelli di Valmy riesumati nel 1998 da Francesco Cossiga, con lo stesso Mastella al seguito, per dare a Massimo D’Alema i numeri parlamentari necessari a garantirgli la maggioranza nella successione a Romano Prodi a Palazzo Chigi, dopo che Fausto Bertinotti lo aveva fatto cadere da sinistra. Gli “straccioni” di Cossiga e Mastella invece venivano dal centrodestra. E seppero far vincere D’Alema come quelli veri di Valmy nel 1792 procurarono alla Francia rivoluzionaria e malmessa una clamorosa vittoria sulle truppe prussiane e austriache lanciate verso Parigi.

Di una curiosità, chiamiamola così, Mastella e la moglie Alessandrina Leonardo, senatrice ex forzista  candidata dai giornali a ministra della Famiglia nel governo Conte eventualmente rimpastato, non riescono a capacitarsi: del fatto che Pd e grillini, beneficiari delle terapie di Clemente, vogliano a Benevento impedirne la rielezione a sindaco in primavera. Ingrati che non sono altro.

 

 

 

 

 

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Tutto è diventato relativo sulla strada del governo Conte

            Si è fatto tutto relativo nel percorso scelto da Giuseppe Conte per la “resistenza” -ha scritto dal Quirinale Marzio Breda per il Corriere della Sera- “ad abbandonare la nave semiaffondata” del governo dopo il ritiro della delegazione renziana. Tutto comunque è “sotto la lente” del presidente della Repubblica, attento anche ai toni di Conti nella richiesta di una rinnovata fiducia parlamentare.

            Relativa, o semplice, è la maggioranza che, fallito l’aggancio di un adeguato numero di “responsabili”, “costruttori”, “mercenari”, “voltagabbana”, secondo i vari gusti di chi li giudica, Conte sembra destinato a raccogliere al Senato, al di sotto della quota fatidica  e assoluta di 161 voti, equivalenti alla metà più uno dell’assemblea. Necessaria per approvare leggi importanti come uno scostamento di bilancio o la modifica di una norma costituzionale, la maggioranza assoluta non lo è per dare la fiducia al governo. Alla quale basta la maggioranza dei presenti.

            Disporre di una maggioranza relativa, considerati i passaggi importanti nei quali è richiesta la maggioranza assoluta e i lavori nelle commissioni, dove le proporzioni della rappresentanza possono risultare diverse dall’aula, significa per un governo essere praticamente di minoranza. Esso gioca ai dadi, o quasi, ogni volta che si sottopone ad una votazione.  Conte si accontenta lo stesso, forte anche di non pochi precedenti, magari scommettendo che, una volta sfuggito alla sfiducia, possa trovare il tempo e le condizioni di raccogliere le adesioni mancategli nella preparazione del passaggio parlamentare di oggi e domani.

            Relativa è persino l’opposizione di Renzi, che è tentato dall’astensione in prima battuta, riservandosi la “durezza” nelle fasi successive, in vista delle quali tuttavia “il medico della crisi”, come si è autodefinito Clemente Mastella, cercherà di “tirarlo dentro” la maggioranza daccapo, ha detto  il sindaco di Benevento in interviste spavalde  a Repubblica e al Messaggero.

            Relativa è la solidarietà a Conte espressa dal Pd e appena ribadita nella direzione dal segretario Nicola Zingaretti. A dubitarne sono in parecchi sotto le 5 stelle, come dimostrano i titoli e gli articoli del Fatto Quotidiano che raccoglie gli umori dei parlamentari grillini meglio e più di ogni altro giornale per assonanze di cuore e di cervello.

            Relativo è l’abbraccio a Conte riproposto da Beppe Grillo in persona una vecchia foto scattata alla presenza anche di Luigi Di Maio. Neppure Grillo però riesce ormai a controllare davvero la sua creatura politica, diventata una tonnara quasi quanto il Parlamento da quando ne sono stati ridotti i seggi e nessuno ne vuole anticipare la prossima edizione a ranghi appunto ridotti.

             Quasi per cautelarsi da una lady Mastella ministra della famiglia e simili e dimostrare la loro risolutezza sulle questioni che contano i grillini si sono irrigiditi in questi giorni nel loro no ai finanziamenti europei con la sigla del Mes per il potenziamento del servizio sanitario. E lo stesso Grillo ha cambiato filosofo di riferimento, passando nel suo blog personale dallo svizzero Jean-Jacques Rousseau, caro ai Casaleggio, all’inglese e meno antico Bertrand Russell, secondo il quale “là dove l’ambiente è stupido, o prevenuto, o crudele, è un segno di merito essergli di contrasto”. E basta poco, con Grillo, perché qualcuno diventi stupido, forse anche Conte.  

 

 

 

 

 

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L’attesa della fiducia in Parlamento ha avvelenato di più i rapporti politici

            I giorni che il presidente del Consiglio per “continuare il suo lavoro”, come è tornato ad auspicare sul Corriere della Sera l’ormai immancabile oracolo del Pd Goffredo Bettini, ha voluto prendersi prima del “Rischiatutto” sulla fiducia di martedì al Senato, dove i numeri sono rimasti assai incerti, hanno prodotto più confusione che chiarimento, più veleno che altro.

            La ricerca di “costruttori” tra le opposizioni -quelli che una volta si chiamavano voltagabbana o venivano derisi per la qualifica di “responsabili” autoassegnatasi- ha esposto gli interessati agli immancabili sospetti di trasformismo, a dir poco. Che il ministro della Cultura Dario Franceschini, capo della delegazione del Pd al governo, condividendo una tesi esposta prima di lui da Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, ha considerato per niente deplorevole in un sistema elettorale proporzionale, quale di fatto sarebbe già quello in vigore, anche se in attesa di un miglioramento o potenziamento.

            Solo col sistema maggioritario bi o tripolare, presupponendosi la formazione degli schieramenti prima del voto, con tanto di designazione preventiva dei due o tre maggiori candidati alla presidenza del Consiglio, sarebbe giustificata la deplorazione dei parlamentari in transito nel corso della legislatura da una parte all’altra. Ma sarebbe stata a questo punto condivisibile, secondo il ragionamento di Franceschini, la richiesta grillina già in epoca del maggioritario, contrastata invece dal Pd, del cosiddetto vincolo di mandato da introdurre modificando l’articolo 67 della Costituzione. Che dice dal 1948: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”, appunto.

            Peraltro, pur rivalutando il mandato parlamentare senza vincolo all’ombra di un preteso e già completo ripristino del sistema proporzionale modificato nel 1993, il giornale di Travaglio è tornato a bollare come “campagna acquisti”, o mercato delle vacche, i passaggi avvenuti in questi giorni, e possibili anche nei prossimi, dai banchi grillini a quelli dell’odiatissima Lega di Matteo Salvini. Sono quindi le destinazioni a fare la differenza. Il giudizio dipende da chi può trarne beneficio. Se è Salvini, come nel 2010 fu l’allora presidente del Consiglio Berlusconi , l’operazione è marcia. Se è Conte o il Pd, dove un renziano è appena tornato forse precedendo altri molto corteggiati in queste ore per dare a Renzi la lezione che meriterebbe, avendo ritirato la sua delegazione dal governo, l’operazione è eccellente, salvifica. E’ la solita storia dell’opportunismo preferito all’opportunità, o dell’ipocrisia preferita alla franchezza.

            Franchezza per franchezza, o viceversa, è da segnalare il silenzio opposto alla rivelazione fatta da Renzi dopo essere stato bollato come “inaffidabile” dal segretario del Pd per la sua vis polemica contro il governo. “Curioso. Ho utilizzato verso Conte -ha raccontato  l’ex presidente del Consiglio alla Stampa del 15 gennaio- parole molto più gentili di quelle che usava Zingaretti su di lui nei nostri colloqui privati”. Ma per agitare le acque nel Pd stimolandone “gli irresponsabili” avvertiti o denunciati da Travaglio, l’ex presidente del Consiglio ha ugualmente proposto al partito di Zingaretti di assumere in un nuovo governo un ruolo “fondamentale”, diventato “centrale” nel titolo dell’intervista al Corriere della Sera.  

 

 

 

 

 

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Le partite parallele di Sergio Mattarella e di Giuseppe Conte

Per cercare di capire le ragioni che hanno indotto il capo dello Stato -anche a costo di fare venire dubbi a costituzionalisti di prima fila come Michele Ainis, che ha scritto su Repubblica di una “crisi in incognito”- a permettere al presidente del Consiglio di presentarsi alle Camere per verificare la fiducia al suo governo anche senza dimettersi, come se lo avesse fatto e il presidente della Repubblica lo avesse rinviato al Parlamento, bisognerebbe leggere con attenzione il quirinalista che va, peraltro meritatamente, per la maggiore. Che è Marzio Breda, abituato a frequentare il Quirinale come casa sua.

“I dossier urgenti e legati alla pandemia saranno affrontati dal prossimo esecutivo, quale che possa essere”, ha scritto Breda. Ciò significa, o sembra significare, che al Quirinale si sono interrogati sulla opportunità, se non addirittura sulla legittimità delle riunioni del Consiglio dei Ministri programmate via via dal presidente del Consiglio per questioni, appunto, urgenti anche dopo l’uscita dal governo delle due ministre renziane.

Il Capo dello Stato ha quindi ritenuto di evitare una pratica anomala di governo -in una legislatura che vive di anomalie dall’inizio- accettandone un’altra di tipo diverso. Che è quella di un presidente del Consiglio che perde un pezzo della propria compagine ministeriale e maggioranza e, volendo “parlamentarizzare” la crisi, come si dice e si invoca da ogni parte, si presenta alle Camere senza dimettersi e senza esservi stato rinviato, ripeto, dal presidente della Repubblica. E ciò per verificare, a questo punto, non se dispone ancora dello schieramento formatosi attorno a lui nel 2019 ma se dispone di una maggioranza e basta, anche diversa da quella originaria grazie ai cosiddetti “responsabili”. Che, provenienti dallo schieramento originariamente opposto, vogliono adesso essere chiamati “costruttori” per riconoscersi ed essere riconosciuti fra quelli auspicati dal capo dello Stato nel messaggio di Capodanno, contrapposti ai demolitori, o rottamatori. E qui il pensiero corre subito a Matteo Renzi, anche se l’ex premier, ora leader di Italia viva, o “Italia virus”, come sfottono sul Fatto Quotidiano, non si lascia scappare occasione per apprezzare il presidente della Repubblica e sostenere di muoversi pure lui sulla sua scia. Un  Humphrey Bogart redivivo direbbe, al posto della stampa, che è la politica, bellezza.

In teoria logica, molta teoria, il rinvio dei “dossier urgenti” al “prossimo esecutivo, quale che possa essere”, presupporrebbe la convinzione, il timore e quant’altro del capo dello Stato che Conte non riesca a superare la scommessa che ha voluto fare sui numeri, specie al Senato, dove i renziani sono o erano decisivi sulla carta per fare prevalere una parte o l’altra.  Se battuto, il presidente del Consiglio uscirebbe dalla partita della crisi, questa volta da aprire obbligatoriamente. E si aprirebbe la strada ad un “prossimo” governo davvero, di corto o largo respiro che sia, elettorale o non.

Se tuttavia Conte non fosse battuto nella prova di forza cercata così ostinatamente, il capo dello Stato si troverebbe di fronte ad un governo fiduciato, sia pure da una maggioranza diversa da quella procuratasi un anno e mezzo fa, dopo la rottura con la Lega di Matteo Salvini. E un governo fiduciato, sia pure a maggioranza variata, difficilmente si dimetterebbe. Il presidente del Consiglio avrebbe anzi i titoli logici di procedere ad un rimpasto per sostituire i due ex ministri renziani e procedere anche ad altre modifiche per soddisfare la parte nuova della maggioranza. Insomma si passerebbe senza discontinuità, per usare un termine sollevato contro Conte dal Pd nella precedente crisi e poi ritirato, da un governo Conte e basta ad un governo Conte-Mastella, anzi “lady Mastella”, come ha detto sarcasticamente Renzi preparando la crisi che non è riuscito a fare aprire formalmente.

Clemente Mastella, sindaco peraltro uscente di Benevento, dove “mezzo Pd e 5 Stelle”, come lui stesso racconta, gli vogliono togliere la guida della città, è il primo beneficiario mediatico, diciamo così, di questa crisi-non crisi, sommersa o in incognito. Egli ha personalmente e pubblicamente incoraggiato e assistito la moglie Sandra Lonardo ad uscire da Forza Italia e dal centrodestra e a transitare di fatto verso la maggioranza contiana raccogliendo e sviluppando tradizioni di famiglia, tutte praticate per “amore” dell’Italia e della politica, secondo le dichiarazioni rilasciate in questi giorni dall’ex portavoce di Ciriaco De Mita, ex ministro del Lavoro di Silvio Berlusconi, ex ministro della Giustizia di Romano Prodi, ex attendente di Francesco Cossiga alla guida degli emuli degli “straccioni  di Valmy”. Che nel 1998 consentirono la formazione del primo governo di Massimo D’Alema. Per adesso egli è riuscito, in questa stagione, a riscalare le prime pagine dei giornali rivalutando i “vietcong” e rivendicando “la dignità delle amanti”.

Convulso il mercato dei “costruttori” impegnati a salvare Conte

            Sembrano pochi, anzi pochissimi, i giorni che mancano a martedì, quando il presidente del Consiglio non dimissionario Giuseppe Conte, per quanto abbia perduto per strada due ministre e un sottosegretario, potrà vedere al Senato -dove i numeri ballano diversamente dalla Camera e si giocherà quindi la partita decisiva- se dispone ancora di una maggioranza.

            Il sottosegretario agli Esteri Riccardo Antonio Merlo ha messo a disposizione della causa di Conte il suo “Movimento associativo italiani all’estero”, noto in Parlamento con la sigla Maie, per trasformarlo da modesta componente del gruppo misto del Senato in una scialuppa di salvataggio. Vi è già saltato dentro l’ex forzista Raffaele Fantetti con la sua associazione “Italia 23”, dall’anno della fine ordinaria della legislatura, che potrebbe diventare addirittura il nome di una lista di o per Conte, se il professore volesse partecipare alle prossime elezioni.

            E’ in questa scialuppa del Maie, che ha acceso la fantasia dei giornalisti del manifesto con quel titolo di prima pagina “Mai dire Maie”, che potrebbero saltare i dissidenti o transfughi da altri gruppi per costituirne uno autonomo, cui sono necessari almeno dieci senatori, e partecipare alla fiducia di martedì col requisito della non casualità o indeterminatezza chiesto da Mattarella a Conte per travestire da maggioranza continua una maggioranza in realtà diversa, o discontinua. Ne è infatti appena uscita l’Italia viva di Renzi, o ciò che ne resterà dopo questa operazione che potrebbe togliere anche ad essa qualche senatore.

            Sembrano pochissimi, dicevo, i giorni che ci separano da martedì, ma in politica no. Essi sono abbastanza per rafforzare o anche affondare progetti, ipotesi di lavoro o comunque si vogliano chiamare quelli di Conte e dei suoi sostenitori. I senatori transfughi dall’opposizione- che con Berlusconi al governo, nel 2010, si guadagnarono insulti per la pretesa di chiamarsi “responsabili” e che ora, per non incorrere nello stesso inconveniente, hanno assunto il nome di “costruttori” prendendolo dal messaggio di Capodanno del capo dello Stato-  potrebbero rivelarsi sufficienti a fare raggiungere e magari superare a Conte la soglia fatidica dei 161 voti nell’aula di Palazzo Madama, dando per scontato il pieno dell’assemblea, o no. Potrà dipendere da tante cose, anche dal prezzo materiale dell’operazione, sottolineato impietosamente dal Messaggero con un titolo sui “responsabili che costano troppo”.

             Il sindaco di Benevento Clemente Mastella, la cui moglie Alessandrina Lonardo è passata da tempo da Forza Italia ai componenti del gruppo misto che votano per il governo, ha avvertito che i nuovi alleati di Conte “non sono fessi”. Prima ancora egli aveva detto, sempre come uno dei registi dell’operazione, che le amanti saranno pure irregolari, diciamo così, ma hanno diritto ad una loro dignità.

            In una coincidenza, diciamo così diabolica, gridata nel titolo di apertura del Riformista di Piero Sansonetti, si è scoperto che pochi giorni fa è stato concesso da Palazzo Chigi il finanziamento di un maxi parcheggio controverso di Benevento per 7 milioni di euro. Potrebbero sembrare pochi, come i giorni che mancano a martedì prossimo, ma sono pur sempre quasi 14 miliardi delle vecchie lirette. E hanno pur sempre un loro significato in quello che potrebbe anche essere chiamato il mercato dei costruttori politici a vari livelli, nazionale e locale.

 

 

 

 

 

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Conte vince il primo tempo di questa curiosa crisi di governo

             Occhio al Quirinale, dicevo. E dal Quirinale è arrivata la sorpresa che chiamerei “dell’ossimoro”. L’impaziente Mattarella, preoccupato della lunga “incertezza” del quadro politico per le tensioni nella maggioranza sfociate nelle dimissioni delle due ministre renziane, ha avuto la pazienza di acconsentire al percorso propostogli dal presidente del Consiglio. Che non si è dimesso ma ha chiesto e ottenuto di tentare una resa dei conti con Renzi ricorrendo a comunicazioni “fiduciarie” alle Camere. E per “fiduciarie” -ha spiegato il quirinalista Marzio Breda riferendo sul Corriere della Sera del colloquio fra i presidenti della Repubblica e del Consiglio- si deve intendere che i dibattiti dovranno concludersi con un voto, appunto, di fiducia.

            Alla Camera, secondo un calendario fissato rapidamente, lunedì non ci saranno problemi, non essendo i voti renziani decisivi per la maggioranza. Al Senato, dove invece lo sono, sarà “roulette giallorossa”, come ha titolato il manifesto. Ma Conte -ha assicurato Il Fatto Quotidiano, solitamente ben informato degli umori e dei progetti del presidente del Consiglio- è “ottimista” sui numeri. Egli pensa cioè di poter raccogliere tutti i cosiddetti “responsabili”, provenienti dall’opposizione di centrodestra e dintorni, necessari a sostituire i renziani, o ciò che ne resterà, essendo incerta anche la loro compattezza. Ma non chiamiamoli più, per favore, “responsabili”, visto il discredito riservato nel 2010 ai parlamentari così definiti, che dall’opposizione passarono alla maggioranza dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, contestato con una mozione di sfiducia da un partitino improvvisato da Gianfranco Fini a dispetto della sua carica di presidente della Camera. Ora vanno chiamati “costruttori” per potersi agganciare pure loro, come Renzi con le sue ripetute espressioni di elogio di Mattarella, al messaggio di Capodanno del presidente della Repubblica contro i “distruttori”.

            Due condizioni ha posto tuttavia il presidente della Repubblica per il suo ossimoro di paziente impazienza. La prima, già ottenuta, è che si faccia presto, tradotta da Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere in una vignetta su Conte che corre via di corsa dal Quirinale. L’altra, da verificare, è che i “costruttori” non vengano raccolti alla spicciolata, “di qua e di là”, come d’altronde lo stesso Conte il giorno prima, scendendo dal Colle dopo un altro incontro, aveva riconosciuto che non si potesse o dovesse fare. Essi dovranno ritrovarsi, come ha spiegato Breda, in un unico e nuovo gruppo. Che però al Senato per costituirsi ha bisogno di assumere il simbolo e la denominazione di un partito presentatosi alle ultime elezioni politiche. Renzi lo fece nel 2019 accasandosi nel Psi di Riccardo Nencini, dichiaratosi però anche lui in questa circostanza fra i “costruttori”.

            Il percorso accettato da Mattarella – penso  a sorpresa di Renzi, che non per questo probabilmente lo sfiducerà con qualche dichiarazione perché non gli gioverebbe, vista la sua già forte esposizione critica- segna sicuramente una vittoria di Conte nel primo tempo della partita di una crisi che a questo punto non si sa neppure più come chiamarla, non essendo stata formalmente aperta. E’ una crisi “tutta mediatica”, ha scritto un compiaciuto Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano. E’ una crisi “in incognito”, ha scritto più autorevolmente su Repubblica il costituzionalista Michele Ainis mostrando però perplessità, non compiacimento, per l’ossimoro del Quirinale.

 

 

 

 

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Occhio al Quirinale per gli sviluppi della crisi di governo

              Più che alle dimissioni personalmente annunciate alla fine dallo stesso Matteo Renzi delle sue due ministre e sottosegretario per materializzare una crisi di fatto in corso da mesi – che non ha certamente sorpreso il capo dello Stato, avendoci addirittura scommesso secondo l’ironica rappresentazione che ne ha fatto il vignettista del Foglio– per capire quello che bolle in pentola bisogna guardare al Quirinale. Dove non a caso, in vista proprio dell’annuncio di Renzi, il presidente del Consiglio è salito ieri “all’ora di pranzo”, ha raccontato Marzio Breda sul Corriere della Sera, uscendone alquanto diverso da come vi era arrivato: con minore prosopopea, disposto ad aprire ciò che aveva chiuso il giorno prima avvertendo praticamente: mai più con quello lì.

             Evidentemente Mattarella, già impaziente di suo per “l’incertezza”, come ha fatto sapere, che grava da troppo tempo sulla situazione politica, aveva fatto capire al suo ospite che si era incamminato su una strada troppo accidentata con quel proposito sbandierato di una resa dei conti al Senato per sostituire i renziani nella maggioranza con un pugno di transfughi dall’opposizione e dintorni, cosiddetti “responsabili” dai tempi in cui ne fece uso Silvio Berlusconi.  Che nel 2010  si salvò così da una crisi predisposta addirittura dal presidente della Camera Gianfranco Fini. “Mattarella -ha ricordato Breda- ha sempre evocato il bisogno di maggioranze solide e con un perimetro ben chiaro, altrimenti qualsiasi governo rischia di essere costruito sulla sabbia”.

                Proprio di “costruzioni sulla sabbia” non vuole sentir parlare neppure Renzi, che lo ha detto nella conferenza stampa sulle dimissioni delle sue due ministre, aperta significativamente con parole di fiducia nei riguardi del Capo dello Stato. Nel cui messaggio di Capodanno, d’altronde, il senatore di Scandicci, o di Rignano, ormai raffigurato da Vauro Senesi sulla prima pagina del Fatto Quotidiano come una “variante” del Covid 19,  si era già affrettato a riconoscersi totalmente, come per agganciarvi la fune della sua scalata sulla parete della crisi.

                Ora, con la disponibilità di Renzi a trattare, senza tuttavia escludere un cambio a Palazzo Chigi, Conte è “in notevole difficoltà” anche per ammissione del suo estimatore Eugenio Scalfari, sceso oggi su Repubblica dalle vette della filosofia per occuparsi delle beghe della politica. I titoli del giornali si sprecano sulla problematica posizione del presidente del Consiglio. Che tuttavia, diversamente da come si faceva nella cosiddetta prima Repubblica, come ha sottolineato Breda nel suo articolo dal Colle, non si è ancora dimesso, programmando anzi alcune sedute del Consiglio dei Ministri per il varo di provvedimenti urgenti.

             In un supplemento di pazienza Mattarella attende gli sviluppi della situazione, e forse anche degli umori di Conte. Probabilmente egli condivide l’urgenza dei provvedimenti in dirittura d’arrivo, compreso il nuovo scostamento di bilancio necessario a finanziare altri interventi per i danneggiati dalla pandemia virale, che intanto continua a mietere vittime. Ma prima o dopo, se Conte dovesse procrastinare con furbizia le dimissioni, o altre iniziative di chiarimento, temo che il capo dello Stato sbotterà, come ha fatto capire Breda al termine della sua corrispondenza dal Quirinale, E in modo clamoroso, come solo i pazienti, tolleranti e simili riescono a fare quando, appunto, sbottano, anche a costo di essere scambiati per matti. 

 

 

 

 

 

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Pochi e molto deplorevoli gli “interessati” alla crisi di governo

            Debbo vivere in un ambiente strano, frequentare e condividere persone singolari se mi sono sentito nel modestissimo 5 per cento degli “interessati” alla crisi di governo calcolato da uno dei sondaggi dei cui risultati ho appreso vedendo la puntata di ieri sera della trasmissione televisiva di Giovanni Floris, sulla 7. Parlo naturalmente di interessati nel senso di non contrari, fiduciosi solo che la crisi non venga sprecata, come auspica Il Foglio, per esempio. Tutti gli altri, ben più numerosi,  risultano in vario modo contrari: persino 7 su 10 secondo Alessandra Ghisleri sulla Stampa.

            Mah, è proprio vero che i sondaggi vanno presi con le pinze, non scambiati per verità accertate, come ha fatto Massimo D’Alema  accreditando la rappresentazione di Conte come dell’uomo “più popolare” d’Italia e di Matteo Renzi come dell’uomo “più impopolare”, uno sciamano intestardito a mettere in discussione il presidente del Consiglio. Evidentemente, avendogli accordato la fiducia un anno e mezzo fa, avendone anzi promosso la permanenza a Palazzo Chigi dopo la rottura con Salvini, egli si sarebbe dovuto sentire impegnato a condividerne tutte e sempre le decisioni e la condotta. Eppure anche i matrimoni hanno finito da tempo di essere indissolubili.

            Si invoca l’emergenza, che sicuramente esiste, per giunta di varia natura, per sostenere la irrazionalità, anzi lo scandalo della crisi perseguita da Renzi come sbocco di una lunga verifica della maggioranza prima osteggiata da Conte, poi subìta, infine gestita col rallentatore, sino a quando il presidente del Consiglio non si è dichiarato “impaziente” e non si è messo a “correre”. Ma lo ha fatto puntando ad arrivare nell’aula del Senato per sostituire i renziani con un po’ di transfughi  “responsabili” dal centrodestra, raccolti più  o meno alla spicciolata. Come se una maggioranza di questo tipo, peraltro contestata a Silvio Berlusconi nel 2010, in tempi meno preoccupanti di adesso, fosse più adeguata alle varie emergenze in corso e Mattarella fosse disponibile a consentirla senza il passaggio formale di una crisi.

            Tra le grida d’allarme e proteste trovo più singolari di tutte non quelle di Marco Travaglio e dei grillini, in fondo davvero “interessati” per affinità elettive, diciamo così, al salvataggio di Conte dall’”Italia Virus”, anziché viva a meno del 3 cento dei voti sottolineato dal vignettista Giannelli sul Corriere della Sera, ma quelle del Pd. Il cui vice segretario Andrea Orlando non più tardi di domenica scorsa ha cercato di spegnere l’incendio della crisi invocando due precedenti, ma da autorete, come vedremo.

         “La storia -ha detto Orlando alla Stampa– ci racconta di coalizioni in cui convivevano personalità che sicuramente non si amavano. Senza tornare indietro a Togliatti e De Gasperi”, che comunque ruppero nel 1947 senza mai più riconciliarsi, “basta ricordare Craxi e De Mita. Gli stessi Prodi e D’Alema non si amavano alla follia”, come Conte e il Renzi vichingo di queste ore.

            Ebbene, la sordida partita tra Craxi e De Mita si concluse nel 1987 col defenestramento di Craxi da Palazzo Chigi, anche se il segretario della Dc De Mita dovette aspettare un anno per succedergli, e durare solo 13 mesi. L’altrettanto sordida partita tra Prodi e D’Alema sfociò nell’autunno del 1998 con la defenestrazione di Prodi, sempre da Palazzo Chigi, anche se D’Alema ne prese il posto per durare solo un anno e mezzo, e con ben due governi. Roba, se evocata oggi, da scongiuri per Conte.

 

 

 

 

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