Se potesse bastare davvero non chiamarli più governatori….

            Magari fosse vero quello che sostiene sul Corriere della Sera Aldo Grasso nel “padiglione” domenicale, sia pure col paradosso sottinteso nel suo modo ironico di presentare una realtà complessa come quella dei rapporti fra lo Stato e le regioni, messi così a dura prova nella gestione della pandemia. Tanto duramente che pochi giorni fa, e proprio sul Corriere, il vignettista Emilio Giannelli ha attribuito al generale degli alpini Francesco Figliuolo, ma anche al presidente del Consiglio Mario Draghi, la voglia di mettere finalmente in riga i  presidenti regionali e farli sfilare al passo dell’oca, magari davanti a Palazzo Chigi.

            Per rimettere in riga, in ordine e altro ancora i presidenti delle regioni basterebbe, o si dovrebbe almeno cominciare col chiamarli, secondo Aldo Grasso, con la loro vera e unica qualifica, che è appunto quella di presidenti, non di “governatori”. Come ci siamo abituati invece a definirli facendo loro perdere la testa e mettendoli così quasi in naturale, psicologica competizione col presidente del Consiglio di turno, il generale anche lui di turno messo magari avventatamente, secondo alcuni, alla testa di una struttura commissariale, il presidente della Repubblica e chissà chi altro.

            Noi giornalisti dovremmo naturalmente assumerci, nel ragionamento da padiglione del severo collega del Corriere, le nostre responsabilità per l’uso ormai corrente che facciamo di quella qualifica impropria, anzi arbitraria, senza neppure avere il pretesto delle “battute” per giustificare quel “governatore” preferito al “presidente” persino o soprattutto nei titoli. Quanto a battute, infatti, che più sono e più complicano la confezione di un titolo, il governatore è persino più lungo del presidente, sia pure di uno spazio soltanto, tecnicamente parlando.

            In verità, non per sembrarvi lombrosiano, più guardo le foto del presidente della Lombardia, Attilio Fontana, cui si fa un processo più o meno mediatico e politico ogni giorno,  per quanto la sua regione sia la più ricca di tutte e disponga quindi di più mezzi, più il personaggio mi sembra un sequestrato dall’emergenza, piuttosto che un esaltato e un potenziale prevaricatore nel rapporto con lo Stato. Non parliamo poi di quando guardo le immagini fotografiche e televisive del presidente di regione, diciamo così, più imprevedibile ed energico come si sforza di apparire nella sua Campania e altrove Vincenzo De Luca, però facendo spesso più ridere che paura, in concorrenza con le imitazioni praticate dal comico Maurizio Crozza.

            Il problema purtroppo è un po’ più serio, maledettamente serio, di quanto il buon Grasso per consolarsi, e consolarci, mostri di credere. Il problema è nella confusione creata in materia di competenze regionali dalle modifiche apportate nel 2001 alla Costituzione. Alla quale un esperto, uno studioso, un giurista come Sabino Cassese ha appena applicato questi aggettivi: “promessa…e poi dimenticata, elusa, a volte tradita”  nella presunzione di migliorarla, e purtroppo senza neppure “rafforzare lo Stato”, come ha invece scritto Cassese, e tanto meno “la società”, come questa volta egli ha giustamente osservato da giudice emerito della Corte Costituzionale ed ex ministro della Funzione Pubblica, con tutte le maiuscole che le spettano ma non sempre essa merita, né a livello locale né purtroppo a livello centrale.

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Il passo dietro anche ai 100 anni riservato agli ammiratori da Filippo d’Edimburgo

Credo proprio che la più bella foto in morte di Filippo d’Edimburgo sia quella comparsa su Repubblica, anche a costo di farla scambiare, per la collocazione assegnatale infelicemente in fondo, a destra, della prima pagina, per una pubblicità del cappello levato dal consorte della regina d’Inghilterra come saluto da tutti e da tutto. Se n’è andato un principe che ciascuno si è divertito a chiamare a suo modo: l’ultimo principe, il principe pirandelliano, il principe delle gaffe, il principe del passo dietro…la regale consorte. Con la cui “profonda tristezza” annunciata  alla scomparsa del consorte dopo 73 anni di matrimonio qualche giornale ha voluto scherzare senza far ridere -mi auguro- nessuno. Penso alla “cattiveria” di giornata del Fatto Quotidiano, che le ha augurato di “rifarsi una vita”, o al Tempo, che le ha fatto chiedere in romanesco ai nipoti più celebri del momento se le possono ora “presentare un amico single”. Lo spirito è una cosa che uno o ce l’ha davvero o è una disgrazia, quando lo si spreca nel momento e con la persona sbagliata.

            Quel “passo dietro” tradotto felicemente da Natalia Aspesi, su Repubblica, nell’elogio della sua “secondarietà insuperabile”, Filippo d’Edimburgo l’ha saputo tenere davvero sino all’ultimo, morendo -per esempio- sulla soglia dei cent’anni, che avrebbe compiuto fra due mesi. Egli ha voluto risparmiarsi e risparmiare una festa che pure meritava, essendo il traguardo del secolo un’occasione appunto di festa e di celebrazione da vivo.

E’ stato discreto sino in fondo quest’uomo davvero eccezionale. “Averne con quello stile”, hanno giustamente scritto sul Fatto prima di scivolare, in fondo alla prima pagina, sulla consorte regale. Il cui passo adesso sarà solitario e più lento.

Quella data magica che Mario Draghi onestamente non ha…

Capisco che le guerre di carta, come tutte le guerre commerciali, debbano contemplare posizionamenti e riposizionamenti, secondo le circostanze, fortunate o sfortunate che siano. Ma proprio perché sono di carta, e la carta resta, con le cose ben scritte -si spera- e stampate, occorrerebbe stare attenti a non contraddirsi troppo fra le varie posizioni che si assumono, e all’interno persino di ciascuna di esse.

            Al netto della soddisfazione che avrà procurato a Giuseppe Conte  -insofferente del “troppo zelo” col quale i giornali del gruppo guidato dal giovane erede e nipote dell’avvocato Gianni Agnelli seguirebbero benevolmente l’azione, la linea e quant’altro del suo successore a Palazzo Chigi- la prima pagina del concorrente Corriere della Sera di ieri lascia un po’ la bocca amara, fra una vignetta simil-militare di Emilio Giannelli e un editoriale di Walter Veltroni sulla “via d’uscita” ancora mancante alla pandemia e alle sue implicazioni, o complicazioni.

            Cominciamo dalla vignetta, nella quale ho avvertito -magari a torto, per carità- una certa eco della bizzarra convinzione recentemente espressa dalla scrittrice Michela Murgia che un generale debba evitare di andare in giro in divisa, fuori dalla caserma, da una nave e quant’altro, per evitare di sembrare e persino diventare un aspirante dittatore, o qualcosa del genere.

In particolare, accanto ad un compiacente presidente del Consiglio in abito rigorosamente civile perché non ha divise in armadio da potere indossare, sfilano nell’immaginazione del vignettista  davanti al generale e commissario straordinario della lotta alla pandemia Francesco Figliuolo, con tanto di passo dell’oca, i presidenti delle regioni che ci siamo ormai abituati a chiamare impropriamente governatori. Ma si sono in realtà rivelati un po’ indisciplinati e pasticcioni nell’esercizio delle competenze sanitarie improvvidamente affidate loro dalla Costituzione. E ciò soprattutto nell’unica parte di essa -il famoso titolo quinto- che si sia riusciti a riformare negli ultimi vent’anni, evidentemente peggiorandola.

            Passiamo ora all’articolo, sempre di piacevole lettura, per carità, del mio amico Walter Veltroni. Che, pur con tutte le cautele alle quali è abituato, con quella specie  di “manchismo” ironicamente attribuitogli quando da segretario del Pd apriva sempre a qualcosa “ma anche” a qualche altra, ha praticamente consigliato a Draghi di decidersi a fare come di solito si farebbe nelle società anglosassoni anche per questo immunizzatesi da rischi, tentazioni e quant’altro di dittature. E come, modestamente, fece anche lui, Veltroni,  ricorrendo a date certe sia come ministro dei Beni Culturali per riaprire  la Galleria Borghese e sia come sindaco di Roma per completare l’Autiditorium e la Galleria Giovanni XXIII, che collega il Foro Italico alla via Trionfale e alla Pineta Sacchetti, coprendo l’area dell’affollatissimo Policlinico Gemelli.  

            Ci vogliono insomma anche per i danneggiati dalla pandemia, che ormai invadono le piazze e possono perdere la testa, e magari farla perdere  pure alle forze dell’ordine che cercano di trattenerli, delle scadenze precise per l’uscita dai blocchi: scadenze certe che possano creare intanto fiducia, speranza. Il gioco al lotto, o simili, si sa, è sempre una tentazione fortissima, specie per chi se la passa male.

            Una data certa che Vetroni ha apprezzato e indicato come esempio è quella vicinissima del 12 aprile scelta o assegnatasi dal premier inglese Boris Johnson per riaprire bar e ristoranti oltre Manica. Un’altra data certa è quella del 4 luglio indicata o scelta dal presidente americano Joe Biden, con spirito anche patriottico coincidendo con la giornata dell’Indipendenza, per restituire gli Stati Uniti alla normalità, o a qualcosa che almeno le assomigli.

            Ad un certo punto, per salvare capra e cavoli, in una variante del “manchismo”, Veltroni ha riconosciuto a Draghi di avere assunto nella conferenza stampa appena conclusa “un impegno responsabile”, ma dopo avergliene contestata la indeterminatezza rivendicando il diritto di noi tutti, sofferenti e impazienti, di “sapere la verità, quale che che sia; una data quale che sia, in cui la vita ricomincerà; un giorno, quale che sia, al quale guardare e per il quale finalizzare sforzi e sacrifici”. E ancora, insistendo sul doppio binario del fatto e non fatto, o del detto e non detto, sempre a proposito di Draghi, “programmare -ha scritto Veltroni- è necessario in una famiglia, in un’impresa, in un Paese. Se accade in Usa o nel Regno Unito perché noi non potremmo farlo?”, in divisa o senza divisa, a passo normale o dell’oca, in piedi o seduti,  si e ci ha risparmiato Walter  di aggiungere nel suo editoriale, scritto in questa nuova vita che si è data  dopo quella “precedente” di politico, come lui stesso ha scritto dopo averne ricordato i passaggi felici -ripeto- della Galleria Borghese, dell’Auditorium e della Galleria Giovanni XXIII, tutti rigorosamente a Roma.

Pubblicato sul Dubbio

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L’assalto del Corriere a Draghi con l’ironia di Giannelli e il computer di Veltroni

Con la mania che gli è venuta  di vedere dappertutto, e non solo nella produzione dei giornali del giovane erede dell’avvocato Gianni Agnelli, “troppo zelo” a favore del suo successore a Palazzo Chigi, Giuseppe Conte sarà rimasto soddisfatto delle prestazioni odierne molto poco favorevoli a Draghi di un giornale non solo come il solito Fatto Quotidiano, dove Mannelli fa chiedere allo stesso Draghi che cosa ci stia a fare lì al posto di Conte, appunto, ma addirittura del Corriere della Sera. Che ha “sparato” contro il cosiddetto Supermario in prima pagina con la matita, il pennarello e non so quale altra diavoleria di Emilio Giannelli per quel sogno, coltivato insieme al generale Figliuolo, di vedere sfilare davanti ad entrambi al passo dell’oca gli indisciplinati e ritardatari governatori regionali. E contemporaneamente col computer urticantissimo dell’ex segretario del Pd Walter Veltroni in veste di editorialista.

            La “via d’uscita”, come s’intitola il suo articolo, indicata da Veltroni a Draghi per uscire dalle difficoltà della campagna vaccinaria e dalle proteste di strada delle categorie che si sentono maggiormente danneggiate un po’ dalla pandemia, per carità, ma un po’ anche dal modo col quale la fronteggerebbe pure il nuovo governo -con o senza le stellette del generale sotto la cui divisa, per le pose che assume, la scrittrice Michela Murgia ha visto un aspirante dittatore- è semplice. Anzi, semplicissima. Si deve fare come il premier inglese Boris Johnson, in ordine di citazione, e il presidente americano Joe Biden, che -vivaddio- hanno indicato le loro “date” ai rispettivi popoli per sollevarli dalla paura che questo casino del covid -scusate la parolaccia- duri troppo a lungo. Il primo si è impegnato a restituire la normalità, o quasi, agli inglesi già il 12 aprile, fra soli tre giorni, riaprendo bar e ristoranti. Il secondo, un po’ più prudentemente ma patriotticamente, ha indicato la data della festa dell’Indipendenza: il 4 luglio.

            Draghi invece -sembra di capire dal ragionamento di Veltroni- la  butta sul generico, non prende impegni, se la prende con le regioni lente o pasticcione e si distrae, sia pure per un’altra vicenda, quella di Ursula, occupandosi del dittatore turco Erdogan, con cui bisognare pur convivere come con tutti i suoi simili sparsi nel mondo. Egli non si è ancora accorto che le uniche comunità, chiamiamole così, immuni dalla dittatura sono quelle come l’inglese e l’americana, cui i regnanti di turno sanno indicare date precise di liberazione quando si sentono ristrette. Caspita, che intuizione e lezione di democrazia, mi viene voglia di dire all’amico Walter con tutta la poca ironia di cui sono capace.

            Fuori una data, quindi, illustrissimo presidente del Consiglio Draghi. E basta con le chiacchiere, i sorrisi, i rimbrotti, i moniti, tradotti nel solito felice titolo dal manifesto,  a chi salta la fila o, sul versante opposto, rifiuta il vaccino che gli capita a sorte perché non se ne fida. Ma le persone serie, caro Walter, non giocano con le date come ai dadi, perché il covid è maledettamente più serio, più pericoloso  persino di quel disgraziato di Hitler e dei suoi successori o imitatori di turno in carne e ossa che ogni tanto spuntano lontano e persino vicino a noi. Qui ci vogliono persone serie, responsabili, non scommettitori, alla faccia pure -se permetti, caro Walter- di Joe Biden e Boris Jhonson, questa volta in ordine rigorosamemte alfabetico dei loro cognomi.

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Che figuraccia Conte con Draghi sulla Stampa per la politica estera…

Non c’è dubbio, come ha già rilevato Paolo Delgado, che Mario Draghi stia incontrando difficoltà superiori al previsto, fra la soddisfazione anche del predecessore Giuseppe Conte, oltre che dell’opposizione dichiarata e praticata da Giorgia Meloni con i suoi fratelli d’Italia, per le complicazioni intervenute nella campagna vaccinaria, le proteste di piazza contro i perduranti divieti e relativi danni economici e infine le polemiche procuratesi con la sua prima missione estera, in Libia. Dove anche il giornale Avvenire, dei vescovi italiani, e non solo una parte del Pd e di altri settori della maggioranza gli hanno contestato i troppi riguardi, chiamiamoli così, riservati alla Guardia Costiera di quel Paese, cui peraltro l’Italia sta per rifinanziare gli aiuti, pur sapendo ch’essa contribuisce al trattamento disumano dei migranti sia in uscita sia in entrata, o in rientro, in Libia. Che li ospita, si fa per dire, in campi di sostanziale concentramento, cioè detenzione.

            Quello di cui però dubito, a proposito di Conte, è il vantaggio politico, oltre ad una comprensibile per quanto sottaciuta soddisfazione per le difficoltà di un successore che, secondo i tifosi, sostenitori e quant’altro dello stesso Conte, sarebbe arrivato a Palazzo Chigi con forzature politiche e persino istituzionali. E per il quale sarebbero stati e sarebbero tuttora in tanti, anzi in troppi, a spendersi in elogi, compiacimenti e scommesse forse troppo avventate, vista la perdurante gravità delle emergenze affidategli, col consenso fiduciario delle Camere, dal presidente della Repubblica: emergenze di carattere sanitario, sociale ed economico.

            L’ex presidente del Consiglio -preso adesso da altri e non meno gravosi compiti, come la rifondazione e il governo di un movimento a dir poco complesso e irrequieto come quello delle 5 Stelle, pur sempre dipendente alla fine dall’ultima parola del “garante”, “elevato” e non so cos’altro Beppe Grillo- è appena uscito un po’ malconcio, credo, da uno scontro che ha cercato, in una lettera,  col direttore della Stampa Massimo Giannini. Il quale, contrapponendolo di fatto a Draghi, gli aveva rimproverato limiti e contraddizioni nella gestione dei rapporti internazionali in riferimento proprio alla polveriera della Libia. Dove l’Italia ha interessi enormi da tutelare: dal petrolio al controllo di un’immigrazione clandestina diretta più in generale verso l’Europa ma per forza di cose più in particolare verso i suoi confini meridionali, che sono d’Italia.

            Nella risposta piccata alle osservazioni di Giannini, che disponeva peraltro di informazioni sue ed esclusive sulla “sostanziale inutilità” attribuito al lavoro di Conte sul versante libico dall’emiro di Abu Dhabi, Mohammed bin Zayed, l’ex presidente del Consiglio ha opposto smentite, scrivendo di “falsità” delle informazioni della Stampa, precisazioni e sarcasmo. Tale è stato, in particolare, un richiamo al mitico Talleyrand per invitare praticamente Giannini, e non po’ tutti i giornali del gruppo oggi posseduto in pratica dal giovane nipote ed erede di Gianni Agnelli, a non sostenere Draghi con “troppo zelo” perché così si rischia sempre di “servire male la causa”.

            Nella replica il direttore della Stampa non solo ha confermato tutte le sue informazioni e critiche, ma ne ha aggiunte altre facendo le pulci alle iniziative, esternazioni e omissioni anche del primo governo Conte, quello con i leghisti, durante il quale in effetti accadde un po’ di tutto: dal Salvini che da vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno si sentiva meglio a Mosca che a Roma alla coppia Di-Maio-Di Battista che andava a Parigi per simpatizzare con i dimostranti in gilet giallo impegnati a mettere a ferro e fuoco la città. Al secondo governo Conte, oltre alle sfortunate missioni dall’emiro di Abu Dhabi, alla corsa a Bengasi per farsi fotografare con Haftar in cambio del rilascio dei pescatori siciliani sequestrati con le loro imbarcazioni, ha abrasivamente ricordato la sponsorizzazione politica ottenuta dall’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump con quel Giuseppe al plurale, come – aggiungo io- ad un italiano qualsiasi di Brooklyn.

            Per finire, e non essere da meno di Conte sul piano storico e letterario, Giannini promettendo di non praticare troppo zelo nella difesa di Draghi, cui -ha assicurato- ha già cominciato a rimproverare quel che meriterebbe, ha esortato l’ex presidente del Consiglio a non praticare troppo, dal canto suo, la “”schadenfreud” -ha scritto- di Schopenhauer. E che cos’è, mi chiederete voi se non conoscete il tedesco? La “schadensfreude” che sono andato a consultare su Wikipedia, è una “gioia maliziosa”, “un piacere provocato dalla sfortuna”, insomma -mi pare di capire- un po’ di masochismo, o un po’ troppo.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 10 aprile

La sorprendente indignazione per il trattamento turco a Ursula

            Vi assicuro di non essere né un turco né un musulmano, né un amico d Erdogan, di cui neppure ricordo il nome in questo momento, ma solo un italiano aspirante ad essere davvero un europeo, e non un meticcio cui mi costringono le regole che si sono dati gli Stati dell’Unione nel definire le loro regole di convivenza e gerarchia istituzionale. Che sono le sole, nella loro confusione e ambiguità, ad avere permesso al presidente turco di fare quello che ha fatto, e ha provocato così tanta indignazione. E ciò in piedi o seduta sul sofà che si voglia vedere e ammirare la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, a distanza delle due poltrone riservate dal cerimoniale al padrone di casa e al suo omologo, in senso di pari grado, quale è stato considerato il belga Michel, presidente del Consiglio Europeo.

            Il pasticcio lo abbiamo fatto noi europei a dare valore più rappresentativo ad un presidente temporaneo ,di due anni e mezzo, del Consiglio Europeo che ad un presidente o una presidente permanente della Commissione esecutiva. Che, in quanto esecutiva può essere scambiata da chi lo voglia per una persona addetta all’esecuzione, appunto, delle cose decise dal Consiglio Europeo o, più in alto ancora sul piano della rappresentatività politica, dal Parlamento omonimo. E’ chiaro? A me sembra di sì, per cui non mi associo a tutta l’indignazione espressa a destra, a sinistra e al centro, compresa quella di una donna che stimo come Emma Bonino. La quale per essere stata prima commissaria europea, poi ministra degli Esteri e infine vice presidente del Senato italiano queste cose dovrebbe saperle e capirle meglio di un modesto, anzi modestissimo giornalista.

            Se poi si mette la questione che Massimo Gramellini sul Corriere della Sera ha brillantemente definito “sofagate”, dal sofà riservato alla presidente della Commissione di Bruxelles, sul piano di un problema di galanteria, si finisce per offendere il principio sacrosanto della parità di genere. Che viene violato, offeso, calpestato, come preferite dire, sia dal masochismo sia dal femminismo, cioè sia dal maschio che si sente superiore sia dalla femmina che reclama anch’essa superiorità, precedenza e quant’altro. E’ chiaro anche questo? A me pare di sì.

            Mi stupisce infine lo stupore, a loro volta, di quanti hanno denunciato “la gaffe”, testuale, di Erdogan, che avrebbe perciò fatto una figuraccia. Agli occhi poi di chi? Di noi europei e altri ancora, ai quali sapete  benissimo che Erdogan, per quanto sia -ahimè- un nostro alleato militare e politico, nella Nato, non ha nessuna voglia, e forse neppure interesse di risultare gradito, simpatico e simili.

La gaffe presuppone, fra l’altro, una “inesperienza”, come si legge nei dizionari della lingua italiana appena consultati apposta in questa circostanza, che mi sembra arbitrario attribuire a un presidente turco in carica non da ieri, ma ormai da un bel po’ di tempo. Lui ha solo fatto il suo gioco politico. Siamo noi europei che non abbiamo saputo fare il nostro perché non ne abbiamo alcuno, o ne abbiamo uno ammaccato come una macchina dopo uno scontro con un’autocisterna, per le regole -ripeto- che si ci siamo voluti dare pensando di essere più furbi e bravi degli altri. Siamo noi, non Erdogan, che dovremmo per galanteria -questa volta sì, a proposito- scusarci con la signora Ursula von der Leyen, considerando anche, come parte del popolo europeo, lo sforzo simpatico che ci mette parlando ogni tanto in italiano col suo inconfondibile e naturale accento tedesco.   

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Tre foto legate dal filo della perdurante precarietà degli equilibri politici

            C’è un filo che lega, nonostante le apparenze contrarie, tre foto di giornata, delle quali due vere, riprese dal vivo, e una terza d’archivio, non essendocene di scattate in diretta, sul luogo.

            La prima foto è dell’incontro a Tripoli fra il presidente del Consiglio Mario Draghi, nella sua prima missione all’estero, col nuovo premier libico finalizzato alla ripresa di quella che lo stesso Draghi ha chiamato “antica amicizia” fra i due paesi, al netto del passato remoto coloniale e del passato meno remoto della partecipazione italiana a quell’intervento internazionale voluto soprattutto dai francesi contro Gheddafi per farlo fuori, ma far fuori con lui, pur colpevole di nefandezze come tutti i dittatori, anche la stabilità o sicurezza di un’area dove l’Italia aveva ed ha interessi vitali. Fra  i quali, oltre al petrolio, c’è il controllo dell’emigrazione clandestina verso l’Europa e il suo confine meridionale. Che è appunto l’Italia, di cui ora si spera che Draghi ripristini davvero, d’intesa con gli Stati Uniti, la “centralità” perduta sull’altra costa del Mediterraneo sotto altri governi a vantaggio della Turchia e della Russia.

            La seconda foto, che è poi quella mancante perché relativa a un evento un pò clandestino, è dell’incontro fra il nuovo segretario del Pd Enrico Letta e Matteo Renzi. Del quale ultimo la foto più recente, per non risalire sempre a quella del frettoloso e irritato passaggio delle consegne a Palazzo Chigi nel 2014, è quella sul terrazzo di casa con la moglie insegnante che è risultata contagiata dal covid, più tempestivo del vaccino pur ricevuto.

            Le possibilità che fra i due si ripristini, per tornare al linguaggio di Tripoli, l’”antica amicizia”  mi sembrano francamente più scarse di quelle fra Libia e Italia. Le prospettive politiche che i due si sono scambiate sono opposte: l’uno, Letta, intenzionato a proseguire nella collaborazione più o meno privilegiata con i grillini e Renzi ormai ricredutosi del tutto dal rapporto pur da lui praticamente promosso a sorpresa, quando ancora stava nel Pd, nell’estate del 2019, pur di evitare le elezioni anticipate e la prevedibile vittoria di un centrodestra allora a forte trazione leghista.

 Giusto per seminare di chiodi la strada del suo interlocutore, Renzi gli ha proposto per le importanti elezioni amministrative d’autunno, con l’occhio naturalmente rivolto anche al Campidoglio, di giocare per la sindacatura di Bologna la carta tutta sua di una sindaca dei dintorni, chiamata curiosamente Conti, al plurale di Conte, piuttosto che concordare un candidato, o una candidata, con i grillini.

            La terza foto di giornata è quella dei disordini a Roma davanti alla Camera, con scontri tra esercenti di ristoranti e simili rovinati dalle misure antipandemiche e la Polizia: scontri deplorati da tutti, per carità, ma sulle cui motivazioni la divisione è generale, fuori e anche dentro la composita maggioranza del nuovo governo.

            Il filo che lega le tre foto, o due e mezza, è la perdurante precarietà, e a volte persino ambiguità, degli equilibri politici, visto -per esempio- che nella sua missione a Tripoli Draghi è riuscito a procurarsi le proteste di una parte del Pd e persino del giornale dei vescovi italiani. L’accusa è di non essersi fatto carico abbastanza  del trattamento disumano riservato in Libia tanto  ai migranti che riescono a partire, cioè a scappare, quanto a quelli che vi tornano.

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Una risata fuori ordinanza dai social abituati a ben altri tipi di messaggi…

            Le cifre non sono univoche, come al solito. Ma si può dire che, all’incirca, sono stati oltre 106 mila i controlli di polizia e simili, compresi -si deve presumere- i carabinieri, le guardie di Finanza e i vigili urbani, eseguiti nel giorno di Pasqua. Forse di più sono stati quelli di Pasquetta.

            In particolare, sono state 96.098 le persone controllate, sempre a Pasqua, 2.045 quelle sanzionate per mancanza di mascherine o mascherine malmesse, o altro ancora, 26 -solo 26 per fortuna- le denunciate, con tutto ciò che ne deriverà per loro negli uffici giudiziari.

            Fra i controlli non c’è stato naturalmente quello del bontempone che sui social -si chiamano così, vero, anche i nostri telefonini che ricevono messaggi scritti o fotomontati da amici o sconosciuti specializzati in questi traffici?- ha immaginato una gazzella dei carabinieri davanti alla tomba di Gesù. Il quale, fresco di resurrezione e richiesto di documenti e spiegazioni, si sente redarguire così dalla guardia: “A noi non importa di chi sei figlio….DEVI STARE A CASA!”, senza il finale -per fortuna- di quell’ufficiale di marina che ordinò al comandante Stecchino -ricordate?- di risalire a bordo della nave “Concordia” finita contro gli scogli dell’isola del Giglio.

            Ho pensato di riproporvi questo scherzo per cercare di riscattare un po’ i social dal discredito che si sono guadagnati da un bel po’ di tempo a questa parte per ben altri, più abituali messaggi. E per farci sopra una risata a dispetto del covid e derivati che continuano a metterci in croce.

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Lettera aperta di Pasqua e Pasquetta a quel bastardo di covid, e derivati….

Darti del caro, come si fa solitamente nelle lettere perfino a un infame per carità cristiana, anche nella seconda Pasqua in cui hai svuotato a Roma la piazza universalmente più aperta a tutti, quella di San Pietro, mi sembra francamente troppo. Anche darti del signore, con la minuscola naturalmente, mi sembra troppo perché non sei per niente tale. Ti darò semplicemente del covid, senza neppure la maiuscola che ti hanno ingiustamente assegnato scienziati, virologi e quant’altri.

            Dunque, maledetto covid -ecco, del maledetto penso che te lo meriti- ci hai procurato un sacco di danni e guai. Hai sconvolto le nostre le nostre vite, hai fatto crescere la povertà che quei presuntuosi dei grillini solo qualche anno fa pensavano di avere sconfitto almeno in Italia, sventolando braccia e sorrisi sul balcone imbandierato di Palazzo Chigi. Hai fatto impazzire i vignettisti anche contro il generale di Corpo d’Armata, e degli alpini, che il buon Mario Draghi ha messo a capo delle operazioni di emergenza non immaginando -credo- che ci potessero essere imbecilli capaci di appendere alle sue stellette e decorazioni caciotte, provoloni, salami, cosce di pollo e cioccolata, come non si dovrebbe fare con un bravo Figliuolo come lui.

            Hai svuotato anche le scuole, come se non fossero più capaci di contenere gli ignoranti, facendo inventare e provare, nelle occasioni in cui sono state aperte prima di essere risbarrate, banchi a rotelle di ogni dimensione e colore: magari di rotelle malmesse, a rischio di chi ci si sedeva sopra.

. Hai costretto tutto il mondo a indebitarsi, nella caccia a te e derivati, visto che hai pure dei derivati, ancor più di quanto non lo fosse già di suo per le spese, ad esempio, in armamenti perché la gente potesse sparare di più e farti concorrenza nella produzione del male. Non mi dare dello stupido pacifista, perché qui lo stupido sei solo tu, che non hai capito di stare combattendo una guerra ormai perduta. Sei diventato come un Hitler qualsiasi, chiuso nel suo bunker per disporre movimenti di armate che non hai più, vista la fortuna che hanno avuto i tuoi nemici di approntare prima del solito non uno ma più vaccini per farti la pelle, anche se qualcuno di questi ogni tanto zoppica e fa paura persino più di te. Che poi è veramente il massimo.

            Allora, carogna, perché anche questa qualifica di meriti, ti vuoi decidere come quell’Hitler cui tanto gli assomigli di prenderti la tua dose di cianuro e di farti bruciare dai tuoi derivati, senza che lascino di te neppure le tracce dell’altro, raccolte ed esaminate con cura per essere sicuri che il morto fosse proprio lui?

            Sappi, carogna dei nostri stivali, che nella sola Italia, questa piccola Italia a forma di stivale in cui ci troviamo, hai infettato dall’inizio dei conteggi, e al netto di possibili errori, in difetto o in eccesso, 3 milioni 688 mila e 64 persone facendone morire, disgraziato che non sei altro, ben 111 mila e trenta. Ma, vivaddio, quasi tre milioni di infettati da te e derivati sono guariti e stanno lì a testimoniare la tua battibilità. E ci sono ancora persone che riescono a comportarsi come persone normali, con le loro abitudini, come quel signore che anche tu avrai visto per le strade di un piccolo paese chiamato Città della Pieve andare a piedi con la famiglia a sentirsi la santa messa pasquale celebrata da un cardinale che tu, maledetto, riuscisti a infettare ma è guarito, non morto. Sei finito, credimi, nonostante la paura che continui a provocare

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La Pasqua è arrivata -auguri- ma la Quaresima da virus continua

            Scrive giustamente Ilvo Diamanti su Repubblica che “la Pasqua è arrivata, ma la Quaresima del Virus”, cioè da Virus, “non sembra finita” con i suoi “sacrifici e divieti, obblighi e vincoli”, che tuttavia sono “gli stessi italiani a indicare” come necessari, secondo l’ultimo sondaggio Demos.

Ma i sondaggi sono quelli che sono, capricciosi a dir poco. Ad Alessandra Ghisleri, per esempio, risulta da altri sondaggi cui ha provveduto lei stessa, ed ha esposto sulla Stampa, che “sette italiani su dieci dicono basta alle restrizioni”. Sarebbero quindi solo tre su dieci i responsabili, gli avveduti o, secondo gli altri sette, gli sprovveduti, gli ingenui, i manipolati dai virologi, o almeno da quelli che all’emergenza ci credono e non considerano i vaccini “acqua di fogna”, o i virus agenti pericolosi di Israele e dintorni, secondo un libro demenziale scritto a più mani, fra le quali quelle di un magistrato di Corte d’Appello. Cui è riuscito di strappare la prefazione ad un procuratore della Repubblica che frequenta spesso con foto, dichiarazioni e conferenze stampa le prime pagine dei giornali: Nicola Gratteri, naturalmente. E’ proprio lui: quello risparmiatoci come ministro della Giustizia qualche anno fa da un veto posto dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al presidente del Consiglio Matteo Renzi, che glielo aveva proposto nella lista del suo primo e unico governo portata al Quirinale nel 2014.

            Tra quei sette sprovveduti che sono stanchi delle “restrizioni” e vorrebbero proclamare festosamente finita la Quaresima da virus può anche capire di avere la voglia di arruolarsi quando si vede su un giornale la foto di quei due agenti di Polizia sprecati nel controllare documenti e quant’altro di un’innocua coppia seduta con tanto di mascherine sul naso, in una piazza per  niente affollata, sul basamento di un monumento. E magari a qualche centinaio di metri di distanza nessuno interveniva a sfoltire gli assembramenti alle bancarelle di frutta e verdura di un mercato. O altri a Brescia potevano andare in giro tranquillamente con le loro bottiglie Molotov da lanciare come bombe a mano su un centro di vaccinazioni, spero non nell’ambito di quel piano eversivo di anarchici e simili contro la salute temuto da Franco Locatelli, il presidente del Comitato Tecnico Scientifico alle cui valutazioni si attiene il governo prima di prendere le sue decisioni.

            C’è tuttavia chi in questa Quaresima Continua, con le maiuscole di un titolo da movimento politico, mostra di avere finalmente messo giudizio in fortunata astinenza televisiva. Mi riferisco all’indimenticato Michele Santoro. Che, intervistato in una delle sue giornate inoperose, ha risposto così ad una domanda sul ritorno, o sulla permanenza, dell’odiato Silvio Berlusconi sulla scena politica con la partecipazione della sua Forza Italia, o di quel che ne rimane, al governo di Mario Draghi: “Per me è drammatico che siamo ancora a Berlusconi. Come è drammatico che vada al potere un comico, Beppe Grillo, e abbiamo il servizio pubblico più controllato della storia senza un programma di satira sul potere”. Ma, visto che si trovava, Santoro ha colto l’occasione anche per pentirsi di avere votato a suo tempo per Virginia Raggi al Campidoglio, assicurando che non tornerà a farlo, forse disertando le urne, visto che la grillina rischia di essere confermata in un altro ballottaggio, non si sa ancora contro chi, con l’aiutino dei partiti per i quali Santoro ha di solito sempre votato prima della sbandata per la Raggi.

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