Finalmente le toghe hanno un Patrono, con la maiuscola: il Beato Livatino

            Ora che i magistrati hanno finalmente un Patrono -e che Patrono, con la maiuscola, trattandosi di Rosario Livatino, ucciso a 38 anni nel 1990 dai mafiosi e promosso Beato con la cerimonia conclusiva svoltasi ieri nella Cattedrale di Agrigento- è augurabile che essi finiscano di cercare e assumere altri patroni, con la minuscola, come si sono abituati a fare da tanto tempo con i politici, massoni e non, finendo per intrecciare le loro funzioni e le loro carriere  col potere inteso nel peggiore dei modi.

            La preferenza dei magistrati per questo tipo di patronato, che sporca inevitabilmente entrambe le parti in causa, è stata confermata proprio in questi giorni col fastidio, a dir poco, opposto dagli uni e dagli altri al proposito annunciato da Matteo Salvini di tornare al metodo del compianto Marco Pannella. Che era quello di sottrarre i temi della giustizia alle tortuose e paralizzanti trattative fra i partiti, le loro correnti e quant’altro, comprese quelle dell’associazione nazionale dei magistrati, per lasciare la parola direttamente agli elettori. E senza più consentire, possibilmente, quella truffa che, volenti o nolenti, tutti i politici -ad eccezione dei pochi radicali- commisero nel febbraio del 1988 approvando una legge sulla responsabilità civile dei magistrati che vanificò il cristallino risultato del referendum svoltosi solo qualche mese prima, nell’autunno del 1987. In cui l’80,21 per cento degli elettori abrogò le norme del vecchio codice che proteggevano le toghe dal rischio di pagare gli effetti dei loro errori: uniche fra tutte le categorie operanti nel nostro paese, dai medici agli ingegneri.

La camicia insanguinata di Livatino nel reliquario

            Non sia mai, su questi argomenti gli elettori diventano agli occhi dei magistrati e dei politici che tengono loro banco dei pericolosi sprovveduti da chiudere a casa con due mandate, peggio che in un blocco da pandemia virale. Bisogna evitare in questo caso il contagio non da virus, ma da “buon senso”, per ripetere un’espressione felicemente usata ieri sul Corriere della Sera da Goffredo Buccini pur scrivendo non dei referendum ma solo del Beato Rosario Livatino e dell’eredità lasciata col buon esempio ai colleghi. “Oggi -scriveva testualmente Bonini a proposito di Livatino- avrebbe quasi 69 anni, più o meno la stessa età dei suoi colleghi famosi che si sbranano tra loro sui giornali e nei talk. Da quei suoi colleghi non si pretende santità: basterebbe un po’ di buon senso. La lotta inesausta tra toghe sindacalizzate suggerirebbe un passo indietro verso la compostezza, premessa dell’indipendenza e dell’equilibrio di cui parlava Livatino nel 1984 discutendo in un convegno proprio del ruolo del giudice nella società che cambia”. E pronunciandosi -aggiungo- contro la pratica già allora in uso di magistrati che passavano dai palazzi della politica ai tribunali e viceversa attraverso porte girevoli sempre ben oleate e funzionanti.

            Ora che la credibilità della magistratura è passata dal 70 per cento della falsa epopea di “Mani pulite” ad un modesto 30 per cento o poco più, quella referendaria è scambiata per un’arma nucleare dagli interessati abituati alle trattative più o meno sottobanco per risolvere le controversie sui temi giudiziari. Forza Salvini, forza radicali e quant’altri sono davvero stanchi dell’eterna crisi della giustizia e vogliono finalmente tornare a fidarsi dei magistrati, non solo ad averne paura, come non capita solo al Vittorio Feltri di oggi. Che è diverso per fortuna da quello degli anni 90, quando correva dietro alle toghe solo per vendere, coi suoi titoloni roboanti di manette, più copie di un giornale agonizzante –L’Indipendente- diretto nella illusione di salvarlo dalla chiusura.

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Le parole scolpite da Mattarella nel cuore di chi volle bene ad Aldo Moro

            In questa giornata delle vittime del terrorismo, volutamente identificata dal legislatore nella stessa in cui fu assassinato Aldo Moro il 9 maggio 1978, si distingue per poche parole condensate soprattutto in due passaggi di una lunga intervista a Repubblica l’onestà del capo dello Stato Sergio Mattarella. Che senza infingimenti, senza inutili giri di parole, ha scolpito -direi- quello che tutti abbiamo intuito e nessuno ai vertici istituzionali ha voluto sinora così chiaramente ammettere e al tempo stesso denunciare a proposito delle circostanze in cui fu possibile sequestrare l’allora presidente della Dc sterminandone la scorta come in un mattatoio. E poi tenerlo chiuso per 55 giorni in una fantomatica “prigione del popolo” uccidendolo proprio mentre maturavano fatti o decisioni -come la grazia a Paola Besuschio, detenuta per terrorismo- che potevano forse approfondire fra gli aguzzini una frattura già consumatasi nelle settimane precedenti e dare al sequestro un altro epilogo.

            “La debolezza dello Stato si manifestò soprattutto nella impreparazione, talvolta in infedeltà, nel contrastare una guerra che oggi definiremmo asimmetrica”, ha detto testualmente Mattarella al direttore di Repubblica Maurizio Molinari andato al Quirinale a intervistarlo. L’impreparazione era arcinota, provocata anche dal passaggio dei servizi segreti, proprio in quel periodo, da un certo tipo di organizzazione ad un altro per via di una riforma adottata di recente. L’infedeltà di chissà chi e quanti era meno nota, o meno ammessa, se non una volta da un magistrato particolarmente attrezzato in materia di indagini sul terrorismo, che disse ad una commissione parlamentare d’inchiesta, parlando dello Stato e delle brigate rosse: “Avevamo gli stessi consulenti”, ma uno in particolare. Di cui fece anche il nome che, ripetuto da me sul Giornale, mi procurò una causa per diffamazione che dovetti chiudere con un patteggiamento  di fronte ai tempi straordinariamente rapidi del processo, che insospettirono parecchio -e forse non a torto- il legale del quotidiano.

            “Ci sono ancora ombre, spazi oscuri, complicità non pienamente chiarite”, ha insistito Mattarella. Le cui parole, pur riferite poi in particolare al delitto Calabresi come esemplificazione, mi hanno riproposto l’inquietante particolare rilevato il 4 maggio scorso dall’allora colonnello e oggi generale in pensione dei Carabinieri Antonio Cornacchia sul mancato assalto alla prigione di Moro scoperta dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa, assassinato dopo qualche anno a Palermo dalla mafia. Cornacchia ha attribuito la responsabilità di quel mancato assalto all’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti, il cui figlio Stefano si è con me doluto- direi anche giustamente- che quell’ufficiale non avesse parlato così quando il padre era ancora vivo, e perciò in grado di replicare e documentatamente smentirlo.

            Tuttavia, a parte questo pur inquietante particolare della vicenda, sentite che cosa mi ha appena scritto il mio carissimo amico Michele Zolla, già consigliere di Oscar Luigi Scalfaro al Quirinale: “Mi sono soffermato più di una volta in via Fani, accompagnato anche da persone più esperte di me nell’uso delle armi, e la considerazione è una sola. Lo spazio è modesto e per sparare a tiro incrociato bisogna essere piuttosto esperti. Altrimenti il rischio per gli assalitori è di colpirsi a vicenda. Avevano proprio questa preparazione tutti gli autori noti o c’è stato qualche apporto estraneo non identificato? Mah”. Condivido.

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Un Conte inedito col cuore in mano parlando di Draghi e Renzi, ma non di Grillo

            Poiché la notizia notoriamente non è quella del cane che morde l’uomo ma dell’uomo che morde il cane, la prima tentazione oggi era quella di occuparmi di Piercamillo Davigo. Che una volta tanto è alle prese non con l’imputato di turno, essendo peraltro ormai in pensione, ma con alcuni magistrati per ora interessati a lui come persona informata dei fatti: inevitabilmente informata -direi- perché i fatti riguardano anche l’uso di scabrosi verbali giudiziari di Milano passati per le sue mani e per i suoi uffici quando faceva parte del Consiglio Superiore della Magistratura. Il cui acronimo solo adesso Marco Travaglio sul suo giornale si diverte a sfottere traducendolo  in Consiglio dei sordi e dei muti.

            Poi, trattenuto anche -ve lo confesso- dalla paura che ho di Davigo da quando lui stesso ammise una volta in televisione di avere l’abitudine di raccogliere gli articoli che lo riguardano in una cartella intitolata “Per una serena vecchiaia”, scommettendo evidentemente su cause per diffamazione, ho pensato che sia meglio intrattenervi sull’occasione che una volta tanto si è data l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte di parlare per “un’ora” col cuore in mano, o quasi. Ne ha riferito Francesco Verderami sul Corriere della Sera.

            Il professore si è lamentato, fra l’altro, dei “partiti”, al plurale, del suo secondo governo che pretendevano furbescamente da lui che sostituisse ministri di cui non erano soddisfatti ricorrendo al cosiddetto “rimpasto”. Di cui al solo parlare, invece, un governo si indebolisce, altro che rafforzarsi.

            Conte ha inoltre detto che, più di un complotto, avvertito dai suoi sostenitori più sofferenti, egli è rimasto vittima a Palazzo Chigi di “alcuni settori economici e politici” interessati a “voltare pagina”, di natura sicuramente nazionale, non avendo elementi per sospettare anche “incroci internazionali”. Renzi “può essere che vi sia prestato” col ritiro delle sue due ministre e del suo sottosegretario dal governo, ma forse subendo anche lui, politico a tutto tondo, l’arrivo di un “tecnico” a Palazzo Chigi, per quanto poi si sia vantato della nomina di Mario Draghi.

Fotomontaggio del Fatto

            Su quest’ultimo, da lui rappresentato per impressioni raccolte confidenzialmente come un uomo “stanco” e disinteressato a succedergli, Conte ha riconosciuto di aver potuto usare “parole venutegli male”. Che purtroppo -ma questo non lo ha aggiunto- sono state usate da suoi tifosi come Travaglio per insolentire i cronisti e gli analisti politici che sentivano odore di Draghi a Palazzo Chigi ignorandone deliberatamente la stanchezza, appunto, certificata dal presidente del Consiglio ancora in carica. Che poi Draghi lo stia inverecondamente copiando, come lo stesso Travaglio sostiene continuamente ricorrendo anche a fotomontaggi come quello di oggi sul Fatto, Conte ha onestamente riconosciuto che non è proprio vero, non foss’altro perché il successore dispone di una maggioranza diversa. La quale potrebbe proprio per la sua ampiezza creargli prima o poi problemi che lui stesso però non si augura, riconoscendo che “sarebbe l’Italia a rimetterci se questa esperienza s’interrompesse”. Spero che Travaglio ascolti.

            Non una parola Verderami ha strappato a Conte sulle difficoltà del lavoro affidatogli da Beppe Grillo di rifondare il dissestato MoVimento 5Stelle, peraltro in un ginepraio di vertenze anche giudiziarie. Sarà per un’altra volta. Tanto, c’è tempo.

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L’orribile fine di Aldo Moro che poteva essere evitata 43 anni fa

Alla celebrazione dei 43 anni dalla morte di Aldo Moro, ucciso dalle brigate rosse il 9 maggio 1978 dopo 55 giorni di prigionia, ha voluto partecipare anche Walter Veltroni, che allora aveva solo 23 anni e già si prenotava inconsapevolmente alla carica di sindaco d Roma nei panni di consigliere comunale. Lo ha fatto raccogliendo in un libro le interviste raccolte per il Corriere della Sera sul sequestro appunto di Moro in questo suo ritorno al giornalismo propedeutico -secondo i soliti, maliziosi retroscenisti- ad una partecipazione alla prossima edizione della corsa al Quirinale. A introdurre le interviste sono riflessioni molto amare su quel tragico passaggio della storia della Repubblica.

”Troppi silenzi e troppi morti in questa, ahimè, classica storia italiana della tanto ingiustamente rimpianta prima Repubblica. Tutto strano, tutto sporco”, ha scritto Veltroni, ma senza autocritiche, o non abbastanza avvertibili, per il contributo, quanto meno, fornito dal suo partito all’epilogo di quella tragedia, con tutti i misteri nei quali è ancora avvolto dopo tante inchieste giudiziarie e parlamentari. Alla cui parzialità non certo Veltroni personalmente, per il ruolo che aveva allora, ma di sicuro il suo partito -il Pci- ha contribuito avendo omesso di rilevare, chiarire e quant’altro cose che i suoi dirigenti non potevano ignorare per il peso che avevano dentro l’allora maggioranza di governo. E non certamente dietro le quinte, per quanto Andreotti avesse appena formato il suo quarto governo deludendo le attese che aveva alimentato alle Botteghe Oscure. Dove si aspettavano quanto meno l’esclusione dal monocolore democristiano di due ministri di cui erano state reclamate le teste salvate invece all’ultimo momento proprio da Moro: Antonio Bisaglia e Carlo Donat-Cattin, in ordine rigorosamente alfabetico. Probabilmente Enrico Berlinguer avrebbe disposto non più la fiducia concordata in lunghe trattative ma il ritorno all’astensione se il sequestro del presidente della Dc la mattina del 16 marzo non avesse creato quella condizioni di eccezionalità in cui la fiducia di entrambe le Camere, non di una sola, fu concessa in 24 ore, come in una sfida ai terroristi mossisi anche per far tornare il Pci all’opposizione e all’obiettivo “tradito” della rivoluzione.

Ricordo ancora nitidamente quella sera in cui il comune amico Enzo Bettiza mi raccontò a cena  -e avrebbe poi ripetuto in uno dei suoi libri- di essere andato a trovare in mattinata il ministro dell’Interno Francesco Cossiga, al Viminale, e di averlo visto e sentito deferente e quasi intimidito al telefono con Ugo Pecchioli.  Che seguiva la gestione del sequestro Moro e delle ricerche per conto del Pci reclamando informazioni sempre più precise.  Lo stesso Cossiga, imbarazzato, avrebbe invitato l’ospite e amico a rendersi conto di quanto difficile fosse diventato il suo ruolo.

Il generale Cornacchia

In prossimità del 43.mo anniversario della morte e del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro nel bagagliaio dell’auto in cui era stato assassinato, e poi posteggiata a metà strada fra le sedi della Dc e del Pci -con quella “lingua metà intrisa di sangue, indice di un’agonia non breve”, avendo “sofferto dai 15 minuti prima di spirare”, secondo chi ne avrebbe poi eseguito l’autopsia- sentite che cosa ha raccontato al Tempo il 4 maggio scorsoil generale in pensione Antonio Cornacchia, allora colonnello a capo del nucleo investigativo dei Carabinieri di Roma: “Al Viminale sapevano dov’era la prigione, l’aveva scoperta il generale dalla Chiesa. Lui aveva allestito Unis, un contingente di 30 paracadutisti che aspettavano in via Aurelia, in attesa di avere l’ok per entrare in azione e liberare Moro” nella non lontana, peraltro, via Montalcini. Caspita. Perché l’operazione non fu eseguita?

“Fu un’attesa vana. Andreotti -ha raccontato il generale- non diede mai via libera e cercò di occultare la documentazione relativa. Ma gli incartamenti sono stati trovati dal tribunale dei ministri nel 1996, solamente che il Senato”, dove Andreotti era approdato nel 1991 col laticlavio concessogli al Quirinale da Cossiga, “non concesse l’autorizzazione a procedere”.

Il generale dalla Chiesa

Sorge a questo punto il sospetto che fossero proprio le carte su quell’operazione  così ben preparata ma non eseguita che la mattina del 4 settembre 1982 agenti dei servizi segreti cercarono e portarono via dalla cassaforte dell’alloggio siciliano assegnato al generale dalla Chiesa, ucciso la sera prima dalla mafia nelle sue nuove funzioni di prefetto di Palermo. Dove si sperava che riuscisse a replicare contro la mafia, appunto, i successi conseguiti nella lotta al terrorismo, a parte -ripeto- le mani legategli per l’assalto al covo dove Moro viveva i suoi ultimi giorni, promosso addirittura a “prigione del popolo” dai suoi sequestratori.  

Neppure se fosse vera la leggenda sentita con le mie orecchie una volta alla Camera di un’operazione ritardata, e poi vanificata dalla morte dell’ostaggio, per la paura dei familiari di Moro di vederlo soccombere nell’assalto, preferendo quindi una liberazione negoziata, quella avrebbe potuto essere una ragione per rinunciarvi. Che razza di linea della fermezza era allora quella gridata ai quattro venti dal governo e giustamente liquidata da Cornacchia, pur partecipe della sua applicazione, come “un’assurdità”, anche perché “decisa e proclamata quando ancora le brigate rosse non avevano rivendicato l’agguato di via Fani”?

Non parliamo infine di quel pacco di 10 miliardi  di lire che il 6 maggio del 1978 Cornacchia andò a ritirare a Castel Gandolfo, con l’ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, don Cesare Curione, e padre Enrico Zucca, dalle mani del segretario di Papa Paolo VI, monsignor Pasquale Macchi, destinati a pagare il riscatto di Moro. Ma alle 19,35 -ha raccontato il generale- il segretario del Pontefice ricevette una telefonata che gli impedì, pallido in volto, di completare la consegna.

Pubblicato sul Dubbio

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Salvini proietta sulla crisi della giustizia il fantasma di Marco Pannella

ll fantasma di Marco Pannella a 91 anni dalla nascita appena trascorsi e a 5 dalla morte, che si compiranno il 19 maggio, è tornato ad aleggiare sulla crisi della giustizia. Che peraltro si è aggravata rispetto ai tempi in cui Pannella l’aveva già messa al centro della sua azione politica reclamando una riforma radicale: radicale come il nome del suo partito.

A scomodare Pannella, pur senza neppure nominarlo, ma limitandosi ad adottarne il metodo di lotta, è stato Matteo Salvini in una puntata di Porta a Porta tornata nell’occasione alla funzione di “terza Camera” ironicamente assegnatagli una volta dalla buonanima di Giulio Andreotti, riconoscendole il merito di precedere a volte gli annunci di solito riservati dai politici ai due rami del Parlamento. In particolare, Salvni ha lanciato sulla bilancia dell’agenda politica sia della maggioranza, di cui fa parte, sia dell’opposizione, dove già il segretario del Pd Enrico Letta lo immagina impegnato nelle ore dispari del giorno e della notte, il ricorso al referendum per sciogliere alcuni nodi della giustizia dai quali, secondo lui, pure l’espertissima e autorevolissima Marta Cartabia, già presidente della Corte Costituzionale e ora guardasigilli, rischia di rimanere soffocata. E ciò per il gioco a rimpiattino, o quasi, di due importanti partiti della coalizione governativa di emergenza che sono il Pd e il Movimento delle 5 Stelle, alla testa del quale Beppe Grillo sta quanto meno faticando a insediare davvero Giuseppe Conte.

            Pur o proprio perché partecipe dell’aggravamento della crisi della giustizia procurata dal passaggio dei grillini al Ministero della Giustizia con Alfonso Bonafede, arrivatovi nel primo governo Conte gialloverde, a partecipazione cioè anche diretta di Salvini come vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, il leader leghista si è convinto che solo passando la parola agli elettori con un po’ di quesiti referendari, come ai tempi appunto di Pannella, potranno essere mosse davvero le acque. Per la raccolta delle 500 mila firme necessarie entro il 30 settembre ad azionare il ricorso alle urne referendarie nella prossima primavera egli ha scelto come compagni di strada, esperti in materia, proprio gli eredi di Pannella: i radicali di Maurizio Turco, Rita Bernardini e altri.

  Sotto minaccia di abrogazione sono, in particolare, le norme che impediscono una vera separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, una vera responsabilità civile dei magistrati che sbagliano, autorizzata dalla stragrande maggioranza degli elettori con un referendum nel 1987 ma evasa da un’altra disciplina dopo qualche mese, e la cosiddetta legge Severino della fine del 1992. Che è rimasta celebre soprattutto per l’uso fattone nel 2013 espellendo dal Senato Silvio Berlusconi: il maggiore, o fra i maggiori contribuenti italiani condannato per frode fiscale da una sezione estiva della Cassazione in relazione a fatti precedenti a quella legge, applicata pertanto retroattivamente, e per giunta con votazione palese disposta dall’allora presidente dell’assemblea Pietro Grasso.

            Neppure a quella legge, visto l’uso cui si è prestata pur nella mobile finalità della lotta alla corruzione, la politica è riuscita in questi anni ad apportare una modifica. Anzi, sempre in nome della lotta alla corruzione è stata introdotta la prescrizione brevissima, che muore con la prima sentenza di giudizio, lasciando l’imputato teoricamente a vita sia come condannato sia come assolto ma con sentenza impugnata dall’accusa. 

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Notizie di ordinaria e straordinaria disamministrazione della giustizia

            In un giorno in cui troneggiano più o meno sulle prime pagine di tutti i giornali le notizie sulla giustizia a parti invertite, cioè non di magistrati che indagano su cittadini comuni, o anche su personalità autorevoli della politica, dell’imprenditoria e simili, ma di magistrati che indagano su altri magistrati, e di procure che si contendono competenze ballerine, con schizzi di fango che volano un po’ dappertutto e sfiorano persino il Quirinale, passano purtroppo per minori le notizie di ordinaria disamministrazione degli affari penali. E’ quella, per esempio, sottolineata dal Dubbio di un detenuto ostinatamente trattenuto in carcere tra carteggi allucinanti dai quali non ha potuto difendersi alla fine che uccidendosi in cella nel mese di gennaio del 2020.  Egli era imputato con altri sei che sono stati appena assolti nel tribunale calabrese di Locri dopo un’operazione chiamata “Canadian ‘ndragheta connection”.  

            Oltre ad essere innocente, com’è risultato dalla sentenza di assoluzione dei coimputati, il poveretto -Giuseppe Gregoraci, di 51 anni- aveva la disgrazia di essere invalido per avere perduto in un incidente di strada una gamba, sostituita con una protesi dipendente, per la sua funzionalità, da una fisioterapia che nel primo carcere di destinazione non era praticabile. Egli era stato pertanto trasferito a Voghera, dove neppure era stato possibile provvedere alle cure necessarie, mancando le quali non solo la protesi si rese inutilizzabile ma lui cadde in una depressione ancora maggiore di quella di cui già soffriva prima. E che era stata inutilmente segnalata dai difensori chiedendone quanto meno la detenzione domiciliare.  

            Mentre giudici di sorveglianza, periti, avvocati si scambiavano i soliti carteggi  fra lo sgomento degli stessi uffici penitenziari, le cui segnalazioni e sollecitazioni non producevano effetti, persa ogni speranza di ottenere almeno di cercare di curarsi a casa,  il poveretto si impiccò in cella. Sul caso ora sono aperte -ha raccontato l’avvocato Giuseppe Calderazzo- due inchieste: una a Pavia contro ignoti e una a Salerno su due giudici di sorveglianza per i quali però i pubblici ministeri hanno già chiesto l’archiviazione.

            Non so a voi, ma a me una storia come questa, destinata probabilmente a chiudersi senza che nessuno ci rimetta il posto,  procura uno sgomento ancora maggiore di un Pier Camillo Davigo, per esempio, passato in pochi giorni dalle stelle del magistrato severissimo, implacabile e altro ancora all’imbarazzo, credo, di un ex consigliere superiore della magistratura interrogato dalla Procura di Roma per fascicoli giudiziari di Milano passati anche per le sue mani su una presunta loggia massonica partecipata da giudici e capace di interferire in carriere, sentenze e quant’altro.

 Se neppure negli affari semplici, come dovrebbero ritenersi quelli di un detenuto invalido e in condizioni così rovinosamente depressive da averlo portato alla morte, si riesce a venire a capo di nulla, come pensate che il cittadino comune possa o debba avere fiducia nella possibilità di venire a capo di un affaraccio come quello di cui Davigo è stato chiamato a parlare in una Procura come persona informata dei fatti? E non condividere piuttosto, tra tanti palleggiamenti di responsabilità e competenze per presunte mancate o scarse indagini, il sospetto di Piero Sansonetti sul Riformista che “così stanno affossando l’inchiesta sulla loggia Ungheria”, sembra dall’omonima piazza di Roma.

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Processo al Pd in memoria di Franco Marini a tre mesi dalla morte

A meno di tre mesi dalla morte di Franco Marini, lo storico ex segretario generale della Cisl, poi ministro, segretario del Partito Popolare, presidente del Pd e presidente del Senato spentosi il 9 febbraio all’età di 87 anni, vittima anche lui della pandemia, l’ex parlamentare Giorgio Merlo ne ha descritto la figura con fedeltà pari all’amicizia in un libro delle Edizioni Lavoro che va ben oltre una commemorazione.

La copertina del libro di Giorgio Merlo

 La rievocazione dell’impegno politico e morale di Marini è quasi la premessa di un giudizio sostanzialmente liquidatorio del Pd. Di cui diventando presidente egli fu leader ritenuto più “onorario” che reale, quale invece avrebbe meritato di essere considerato.  E’ un giudizio liquidatorio conclusivo di un processo che direi scontato per quell’offesa immeritata, e persino disumana l’anno dopo la morte della moglie Luisa, riservatagli il 18 aprile 2013 con quei 151 voti negatigli a scrutinio segreto dai “franchi tiratori” del Pd per l’elezione a presidente della Repubblica. “Ci fu -avrebbe poi raccontato l’amico Pier Luigi Castagnetti- fuoco amico e in gran parte anche esplicito dei renziani e parte dei prodiani”, che poi non avrebbero tratto alcun vantaggio dall’operazione perché naufragò anche la candidatura dell’ex presidente emiliano del Consiglio.

            Stento tuttavia a credere -scusate la sincerità- che non avessero partecipato al boicottaggio di Marini anche esponenti della componente post-comunista, peraltro la più numerosa, del Pd: una componente ostinatamente educata, diciamo così, durante la cosiddetta prima Repubblica a scambiare uomini della Dc come Carlo Donat-Cattin e Franco Marini per nemici, considerati abusivamente di sinistra con l’aggiunta dell’aggettivo sociale. Nel Pci l’unica e vera sinistra della Dc era considerata quella chiamata “Base”, che aveva scommesso tutto sulla cosiddetta evoluzione del partito comunista e riteneva alla fine  gli alleati socialisti meno affidabili, oltre che meno numerosi.

Una foto d’archivio di Franco Marini con Giorgio Merlo

            Il giudizio liquidatorio del Pd, alla cui fondazione pure aveva contribuito Marini confluendovi con la Margherita, dove con più soddisfazione e rispetto aveva condotto precedentemente il Partito Popolare succeduto alla Dc, è rimasto nel libro di Merlo anche dopo l’avvicendamento avvenuto al vertice fra il post-comunista Nicola Zingaretti e il post-democristiano Enrico Letta.  ll cui arrivo non è bastato ad attenuare l’accusa di Merlo al Pd di avere inseguito i grillini sulla strada del populismo, dell’antipolitica e di tutto il resto che ha liquefatto i partiti. Non mi spingo a immaginare Merlo di fronte all’abbraccio metaforico di ieri di Letta a Fedez.

            Del Pd “plurale” al quale Marini volle credere dev’essere rimasto assai poco, diciamo pure niente, se Merlo ne ha in qualche modo testimoniato e provato -preferendo poi partecipare alla “Rete bianca” dei “cattolici in movimento”- l’articolazione in “correnti, gruppi, gruppuscoli, sottocorrenti e bande il più delle volte legate a un capo che usa queste estemporanee aggregazioni per ragioni di puro potere, a prescindere da ogni valenza politica e culturale” (pagina 105). Persino i popolari -quelli che dovevano ispirarsi a Marini- avrebbero finito per diventare una replica dei “dorotei”. Che furono la parte più opportunistica e discreditata della pur gloriosa Democrazia Cristiana.

            Contro la politica “liquida e improvvisata” dei nostri tempi, alla prospettiva di lasciare senza eredi la pur “grande eredità” di Marini, vista l’occasione perduta dal Pd, Merlo preferisce quella di “disseminarla in più formazioni politiche, senza un preciso ancoraggio ad un solo partito”.

            Arricchito da una prefazione dell’ex segretaria generale della Cisl Annamaria Furlan e da una introduzione di Gerardo Bianco, compartecipe di Marini nelle avventure post-democristiane del Ppi e della Margherita, ma non del Pd, il libro di Merlo si distingue anche per la forza documentativa con la quale ricostruisce la continuità al vertice della sinistra sociale democristiana fra Carlo Donat-Cattin, morto nel 1991,  e lo stesso Marini: altro che il quasi andreottiano di complemento, come qualcuno cercò di spacciarlo e che Merlo non ha degnato neppure di un riferimento esplicito.

Una foto d’archivio di Franco Marini e Giulio Andreotti

  Nelle elezioni politiche del 1992, con la preferenza unica imposta dal referendum dell’anno prima e Giulio Andreotti esentato dalla prova perché senatore a vita, Marini fu eletto a Roma nella lista scudocrociata con 116 mila voti contro i 114 mila dell’andreottiano Vittorio Sbardella. E nel 2006 sarebbe stato sempre e proprio Marini a contendere e strappare la presidenza del Senato a un Andreotti sostenuto dal centrodestra.

L’investitura di Marini a capo della sinistra sociale rimase quella del convegno annuale della corrente del 1990 a Saint Vincent, dove Carlo Donat-Cattin disse testualmente di “sentirsi più che mai vicino a Marini, quasi come passando il testimone…il che avverrà”, come se avesse avvertito l’epilogo della sua vita straordinaria, densa di grandi battaglie, e anche di grandi dolori.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it l’8 maggio

La…lotta continua di Enrico Letta alla Lega nella maggioranza

Eccovi le ultimissime dal fronte del governo, quale sta diventando come in una guerra, non si sa francamente se per responsabilità più del segretario del Pd Enrico Letta o del “capitano” della Lega Matteo Salvini. E col povero Mario Draghi in mezzo ai due fuochi a coprirsi il capo con l’elmetto… dei suoi comunicati, protesi ad una rappresentazione positiva dei rapporti con tutti, proprio tutti i partiti della sua larga maggioranza.

            E’ accaduto, in particolare, che Letta sia andato ieri da Draghi, col suo passo veloce e l’aspetto dell’uomo che non ha tempo da perdere, per parlare -parole dello stesso Draghi comunicate dall’ufficio stampa- dei “temi legati all’agenda del governo dopo la definizione del piano della ripresa, con particolare riguardo alle prospettive per il mondo del lavoro e al sostegno ai giovani”.

            Eh no, così non va, debbono aver detto al Nazareno, cioè alla sede del Pd, leggendo il comunicato di Palazzo Chigi. Pertanto hanno tenuto a precisare che Letta era andato da Draghi anche per esprimere “insoddisfazione verso il metodo Salvini”. Che sarebbe quello di “stare con un piede fuori e uno dentro” il governo e la maggioranza, senza decidersi a tenerli entrambi nella stessa parte: preferibilmente fuori, par di capire dall’ossessione ormai che Enrico Letta mostra verso lo sgradito compartecipe della maggioranza. Della cui presenza Draghi non mi sembra invece che mostri molto fastidio. E neppure, almeno da qualche giorno, il ministro del Pd Dario Franceschini, che ha realisticamente ricordato  anche al suo segretario che questo è un governo molto particolare, diciamo pure eccezionale, fatto di “avversari” costretti per un certo tempo a collaborare per le condizioni di emergenza in cui si trova il Paese.

            Naturalmente “capitan” Salvini non è rimasto fermo e zitto, intimidito dalle proteste di Enrico Letta, ma evitando di abbaiare come un cane che teme di perdere l’osso e, magari, tanto fesso da lasciarselo tirare fuori della gabbia proprio lui minaccia di sfasciarla. Salvini, sempre più in giro con quelle mani giunte come un monaco  buddista, col permesso di tutte le Madonne scolpite nelle medagliette che si porta in tasca o addosso, ha rivendicato col solito microfono più o meno metaforico del suo ufficio stampa, in servizio 24 ore su 24, la paternità di un passo avanti compiuto nella competente commissione del Senato dalle “proposte” della Lega di spendere qualcosina di tutti quei soldi a disposizione adesso del governo per aiuti anche ai genitori separati in difficoltà. E questo sarebbe il suo “metodo”: far fare sempre un passo avanti alle sue proposte, magari anche a quelle che non piacciono a Letta. Di cui intanto il Corriere della Sera ha lamentato il tentativo di nascondere dietro lo scontro con Salvini i ben più gravi problemi nei rapporti con i grillini, al solito sbandati.

            Ditemi voi chi ha più da perdere in questa situazione. Temo che sia proprio questa la domanda che si pone continuamente e silenziosamente anche il presidente del Consiglio cercando forse il momento giusto per sbottare contro chi supera sprovvedutamente il livello di guardia, o di sopportazione. Non parliamo poi di Sergio Mattarella, alle prese anche con l’avvitamento dell’altro istituto che presiede: il Consiglio Superiore della Magistratura, e delle sue correnti, o addirittura logge, come vorrebbero rivelazioni o denunce sfuggite al segreto istruttorio addirittura nelle stanze del Palazzo dei Marescialli.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Le stelle di Casaleggio e Di Battista diventano rosse, il volto di Conte terreo

Ho perso il conto delle cose più o meno importanti di cui dovremmo sentirci in attesa per chiarire le prospettive dell’Italia.  Le riforme alle quali è appesa la disponibilità effettiva degli oltre 200 miliardi di euro stanziati dall’Unione Europea, tra fondo perduto e prestiti, per il piano della ripresa e garantite personalmente dal presidente del Consiglio Mario Draghi per telefono alla presidente della Commissione di Bruxelles? Che se n’è fidata, come probabilmente non avrebbe fatto con Giuseppe Conte. La sorte della doppiezza della linea scelta dal nuovo segretario del Pd Enrico Letta, da una parte riconoscendosi in Draghi e dall’altra spingendo un giorno sì e l’altro pure la Lega di Matteo Salvini ad uscire dal governo, provocandone quindi la crisi pur con l’aria curiosa di volerne rafforzare  la struttura? La successione al Quirinale, dove a febbraio il Parlamento e i delegati regionali dovranno mandare un nuovo presidente della Repubblica, se Sergio Mattarella non deciderà di sacrificarsi ad una rielezione come avvenne con Giorgio Napolitano nel 2013, quando i partiti sfilarono sul Colle per chiedergli di restare ancora per un po’, non essendo riusciti a trovargli un erede? La sorte di un Consiglio Superiore della Magistratura che ormai, senza offesa per l’istituto, da organo di autogoverno della magistratura a garanzia della sua autonomia eccetera eccetera è diventato una sentina attraverso la quale dubito che potrà mai passare una delle riforme cui pure è appeso il già ricordato piano della ripresa, cioè quella della giustizia, o almeno dei processi per concretizzarne la “ragionevole durata” genericamente garantita dalla Costituzione?

            L’elenco è solo parziale. E ho lasciato fuori apposta il problema o la sorte dei grillini – non indifferente a quella del governo per la loro consistenza parlamentare, ancora determinante per quante perdite abbiano subito tra espulsioni ed esodi volontari, dalle elezioni del 2018- perché è di difficile decriptazione l’ultima notizia proveniente da quelle parti. Bisogna chiedersi, in particolare, se e quanto potrà destabilizzare il Movimento 5 Stelle in corso di rifondazione da parte di Giuseppe Conte, solidale con la doppiezza già accennata della linea di Enrico Letta, l’ulteriore passo verso la scissione costituito dal blog che Davide Casaleggio ha fatto proprio, sottraendolo al movimento,  colorando di rosso le stelle che erano gialle ed esibendo in copertina, diciamo così, Alessandro Di Battista.

Dibba, per gli amici, non è un parlamentare, non essendosi ricandidato nel 2018 per riservarsi la seconda cartuccia allora consentita ai grillini in carriera, ma potrebbe raccogliere umori e malumori di quanti essendo ancora al primo mandato, come lo era lui tre anni fa, si sentono in pericolo non solo per il taglio dei seggi entusiasticamente, cioè masochisticamente, apportato durante questa legislatura, ma anche per la possibilità ormai accreditata da Conte di limitare il turnover concedendo deroghe al divieto di più dei due mandati.  E’ tutto un problema di posti, insomma, altro che di linea politica, di transizione ecologica, energetica e simili. Invidio Draghi per la tranquillità olimpica che riesce ancora ad opporre a questo quadro che sembra una brutta copia dell’urlo del celebre pittore norvegese Edward Munch.

Il torto che Grillo, più ancora della Lega, non si meritava dal giovane Fedez

            Non lo scrivo per scherzo, e persino scimmiottando, più che ispirandomi al commento di Antonio Polito sul Corriere della Sera. Che ha visto un filo conduttore fra Silvio Berlusconi, “l’impresario” sceso in politica nel 1994, come scrisse Eugenio Scalfari, il comico Beppe Grillo, passato dal palcoscenico alla politica nel 2009, e questo Fedez dei nostri giorni: il rapper che ha scosso il “Concertone” del 1° maggio col monologo contro il presidente leghista della Commissione Giustizia del Senato, Andrea Ostellari, impegnato secondo lui a osteggiare il cammino parlamentare di un disegno di legge di contrasto all’omotransfobia. E’ un monologo che ha fatto più notizia delle tette al vento della cantante, sempre al festino del Lavoro, come l’ho chiamato ieri, sia per il suo contenuto tutto politico sia per un preteso tentativo di censura denunciato dallo stesso Fedez. Che, seppure miseramente fallito, potrebbe costare il posto a qualcuno alla Rai e dintorni.

La vignetta di Sergio Staino sulla Stampa

            E’ molto diversa, come vedete, la sensibilità di noi giornalisti se io, da vecchio rincitrullito, mi sono fatto distrarre dalle tette liberate e liberatorie di una cantante inneggiante all’amore, diciamo così, illimitato e non dal monologo di Fedez, pseudonomo di Federico Leonardo Lucia, rivelatosi ben più capace di assaltare e conquistare le prime pagine dei giornali e di “spaccare”, come si è scritto, il mondo politico. Il che è avvenuto fra il nuovo segretario del Pd Enrico Letta -esultante per le parole “forti” del rapper più ancora di Giuseppe Conte, forse pentito delle nomine effettuate nella Rai nei suoi anni di governo e smanioso di riscattarsene, ora che ha scoperto, o solo sospettato di che pasta censoria fossero certi dirigenti-  e una Lega e, più in generale, un centrodestra diviso a sua volta fra l’imbarazzo e la voglia di ribadire quanto meno le sue riserve sull’urgenza della legge all’esame del Senato in questi tempi di emergenza sanitaria, sociale ed economica da cui è nato il governo di Mario Draghi.

            Non lo scrivo per scherzo, dicevo, ma Beppe Grillo non si meritava questo torto fattogli, deliberatamente o a sua insaputa, dal giovane Fedez strappandogli il palcoscenico di denuncia e irrisione in un momento così critico per il comico genovese, mentre la sua famiglia anagrafica è alle prese con una scomodissima vicenda giudiziaria, stando per una volta dall’altra parte del banco solitamente preferito dell’accusa, e la sua famiglia politica -quella del MoVimento 5 Stelle- che non se la passa neppure lei molto bene. Essa infatti vive tra liti condominiali e ristrutturazioni, o addirittura, rifondazioni affidate a Conte, o contese -come preferite- da Davide Casaleggio e amici. Fra i quali si distingue, per il suo solito andare su e giù, uscire e rientrare, dire e non dire, arrabbiarsi e consolarsi, sognare e scrivere, l’ex deputato Alessandro Di Battista. Il quale chissà perché si è guadagnato nella sua eterna giovinezza sulle moto, beato lui, il soprannome di “Che Guevara di Trastevere” e non di Vigna Clara, il quartiere più borghese e snob di Roma dove in realtà egli è davvero cresciuto prima di allontanarsene.

            Questo torto, o scippo politico, a Grillo se lo poteva risparmiare il rapper milanese. E questo aiutino -in concorrenza, ripeto, col nuovo segretario del Pd- se lo poteva risparmiare di daglielo l’ex presidente del Consiglio e capo designato di non so bene quale e quanta parte di quello che fu -visti i numeri elettorali e parlamentari cambiati dopo il 2018, pur senza nuove elezioni politiche- il MoVimento 5 Stelle. A occhio e croce non attribuirei la sesta a Fedez, scommettendo su una sua modesta ambizione.

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