Un 23 maggio maledetto, come quello di 29 anni fa a Capaci

            In una domenica che doveva essere in qualche modo la festa della riapertura, o ripartenza, l’Italia ha dovuto piangere di fronte alle immagini di una tragedia appena consumatasi, viste quasi in diretta con i soccorsi ormai in grandissima parte inutili, e di un’altra, riproposta da giornali e televisioni, di 29 anni fa. Sono due stragi che ti mozzano il fiato e il ricordo: i 14 morti, sinora, della funivia del Mottarone, sul Lago Maggiore, e i 5 morti della strage del 23 maggio 1992, studiata e attuata dalla mafia a Capaci per uccidere il magistrato che temeva di più: Giovanni Falcone. Col quale morirono la moglie e tre agenti della scorta.

            Quella del 23 maggio sembra proprio una data maledetta: dal Nord al Sud, e viceversa. Tanto diverse fra di loro, le due tragedie segnano ugualmente un Paese che 29 anni fa attendeva l’elezione di un nuovo presidente della Repubblica e ieri doveva festeggiare, ripeto, la riapertura o ripartenza.

            Sembra francamente anacronistico occuparsi, in questa sinistra coincidenza, delle solite cronache politiche, dei soliti messaggi più o meno criptici fra partiti, correnti, movimenti e quant’altri, dei soliti sondaggi che dovrebbero segnare gli umori degli elettori alimentando spesso solo nuove tensioni o polemiche fra  chi si contende un primato comunque effimero, tanto ormai è frazionato il quadro politico pur in presenza di una larga, anzi larghissima maggioranza di emergenza raccoltasi attorno al governo di Mario Draghi. Vadano in malora le chiacchiere almeno per un giorno.

            Pur nel comprensibile sgomento, sconforto o quant’altro lasciatemi tuttavia dire che trovo troppo politico, nel senso peggiore della parola, quel titolo del Giornale che, anche contro la tradizione ottimistica e fiduciosa del suo editore reale, che è l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ha gridato su tutta la prima pagina quel titolo più da menagramo che da cronaca. Esso dice: “Così precipita l’Italia”. No. Così precipita solo la speranza. E non credo che lo scrittore inglese Arnold Bennett avesse ragione quando scriveva che il pessimismo, una volta che ti ci abitui, è piacevole quanto l’ottimismo.  

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Il Pd trucca la partita delle eredità cambiando la proposta di tassarle di più

            Solo il manifesto, con le minuscole eleganti della testata del “quotidiano comunista” esibite orgogliosamente da 50 anni, ha continuato a tenere in prima pagina, accentuandone anzi l’evidenza, la campagna di Enrico Letta per l’aumento delle tasse di successione, con un’addizionale progressiva, per finanziare una dote di diecimila euro ai diciottenni meno abbienti. Tra titolo di copertina –Di Letta e digoverno– e titolo interno – Enrico il barricadero: “Solo in Italia la tassa sui ricchi è eresia”- il giornale più a sinistra d’Italia ha incoronato il segretario del Pd in concorrenza solo con una vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX. In cui a Letta che chiede, incredulo, se “adesso il Pd non può dire cose di sinistra” l’intervistatore risponde: “E’ che non siamo abituati…”.

            Nonostante tanta insistenza reclamizzata dal manifesto e dal vignettista del giornale ligure della catena di Repubblica con epicentro ormai a Torino, gli altri quotidiani hanno ignorato la lotta del segretario del Pd dandola evidentemente per persa o scaduta di attualità di fronte alla tranciante liquidazione del presidente del Consiglio Mario Draghi. Secondo il quale in questo periodo di crisi, epidemica e di altro tipo ancora, si debbono “dare e non chiedere soldi” agli italiani. Non se n’è occupato neppure il giornale della Confindustria Il Sole 24 Ore, i cui lettori, oltre che proprietari, dovrebbero essere pur considerati particolarmente interessati alla questione.

Il fotomontaggio del Fatto

            C’è qualcosa che evidentemente non ha funzionato e non funziona nella gestione mediatica e politica di questa faccenda che sembrava avere creato due giorni fa un clamoroso conflitto tra Letta e Draghi, o viceversa, solo apparentemente attenuato da una “cordiale” e “lunga” telefonata fatta dall’uno all’altro compromettendone un’agenda fitta di appuntamenti alquanto importanti. E’ accaduto che al manifesto per ragioni politiche, di orario o non so cos’altro non hanno voluto o potuto accorgersi della partita nel frattempo truccata dal segretario del Pd, e non dal Draghi travestito sul Fatto Quotidiano da prestigiatore. La soglia del valore patrimoniale di un milione di euro inizialmente indicata da Letta per proporre una maggiore e progressiva tassazione sull’eccedenza è stata spostata a cinque milioni di euro: direi anche ragionevolmente spostata, perché con la nuova soglia è forse più giusto parlare dei “ricchi”, come li ha definiti il segretario del Pd, ai quali poter chiedere qualcosa di più.

Cesare Damiano
Massimiliano Fedriga

            Quando questo ripiegamento, chiamiamolo così, è stato fatto notare nel salotto televisivo di Veronica Gentili, su Rete 4, dal presidente leghista della Regione Friuli- Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, l’ex ministro piddino del Lavoro Cesare Damiano ha cercato inutilmente di smentire, negare e quant’altro. Ma Fedriga, spalleggiato da Daniele Capezzone e dalla stessa conduttrice, che come collaboratrice del Fatto non mi sembra giusto classificare a destra, è stato implacabile nel documentare l’intervenuta correzione di rotta della sinistra riscoperta, riabbracciata e non so cos’altro ancora da Enrico Letta. Del quale forse si potrebbe quanto meno sospettare che si pieghi senza spezzarsi. O, come diceva il compianto sindacalista socialista Fernando Santi del collega di partito Francesco De Martino alle prese con la Dc a destra e col Pci a sinistra: “Resiste fino a un momento prima di cedere”.

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Di cordiali solo i saluti nella telefonata di Enrico Letta a Mario Draghi

Titolo del manifesto

            Apprendo da buona fonte che di “cordiale”, come hanno annunciato al Nazareno, ma un pò  anche a Palazzo Chigi per ragioni di comprensibile diplomazia, la “lunga” telefonata di Enrico Letta a Mario Draghi -lunga, peraltro, a dispetto anche dei molti impegni di giornata del presidente del Consiglio, alle prese con l’ospite Ursula von der Leyen a Roma- ha avuto solo i saluti d’inizio e fine chiamata. Per il resto è stata una conversazione difficile, con ciascuno degli interlocutori fermo sulle sue posizioni nello scontro consumatosi in pubblico, sia pure a distanza, sull’aumento delle tasse di successione per finanziare una “dote” ai diciottenni bisognosi: una cosa che il segretario del Pd considera molto di sinistra e fortemente “identitaria” per il suo partito, già in enorme difficoltà per la convivenza con i leghisti nella maggioranza di emergenza creatasi attorno al governo.

            Nessuna difficoltà invece sembra avvertire il partito di Enrico Letta per la confusione, a dir poco, in cui si trova il partito ancora maggiore della coalizione, cioè il MoVimento 5 Stelle affidato da Beppe Grillo a un Giuseppe Conte che non riesce ancora ad avere neppure l’elenco degli iscritti. Ormai quella sembra essere avvertita al Nazareno come una confusione “ordinaria”, di “assestamento”: una “transizione”, come la chiamava lo stesso Conte quando era ancora a Palazzo Chigi e cercava di puntellare il suo secondo governo in ogni modo, inseguendo uno per uno i senatori del gruppo misto ed altri di cui via via aveva bisogno per l’uscita dei renziani dalla maggioranza.

            Terrorizzato, a quanto sembra, dalla paura di fare la fine di Pier Luigi Bersani, che nel 2013 perse le elezioni, o mancò la vittoria, come preferì dire, per avere sostenuto troppo un altro governo di emergenza, ch’era quello tecnico o simil-tecnico di Mario Monti, il segretario del Pd avrebbe chiesto a Draghi di essere almeno più discreto nel contestare proposte considerate intempestive o persino dannose. Ma questa maggiore discrezione  varrebbe solo per il Pd, non anche per la Lega, che andrebbe invece contrastata sino alla provocazione, apparendo ormai il partito di Salvini come il regolo della combinazione di governo imposta dalla pandemia e dalle emergenze ad essa collegate.

            Deciso a non deporre l’elmetto metaforicamente infilatosi con la proposta di far piangere finalmente anche i ricchi, come da sinistra una volta fu chiesto ad un governo di Romano Prodi, il segretario del Pd si sarebbe riservato di descrivere meglio a Draghi in un incontro i contenuti della sua proposta tanto decisiva per le sorti del partito. Dove peraltro è tutta da verificare l’esistenza di una reale maggioranza sul progetto in questione. A meno che -si sussurra al Nazareno- la franchigia del milione di valore del patrimonio da tassare maggiormente non salga almeno a cinque per colpire davvero i ricchi, e non quelli che sembrano tali.

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Lo “scontro finale” mancato nella prigione di Moro per liberarlo

Del senatore Luigi Zanda, già capogruppo del Pd e tesoriere del partito, è nota come leggendaria la riservatezza. Cui è stato allenato in famiglia dal padre, il mitico prefetto Efisio Zanda Loy, e in politica da Francesco Cossiga. Di cui fu consigliere, portavoce, amico, confidente, quasi un secondo figlio sia a Palazzo Chigi sia al Viminale, peraltro nei lunghi, terribili 55 giorni della prigionia di Aldo Moro, sequestrato dalle brigate rosse la mattina del 16 marzo 1978 fra il sangue della scorta, decimata come in un mattatoio, e ucciso pure lui il 9 maggio, mentre stavano maturando le condizioni per cercare di liberarlo con le buone o le cattive maniere.

L’intervista a Repubblica

            Non poteva pertanto che fare notizia la decisione presa dal senatore di parlare in questi giorni  a Repubblica di quel sequestro, e di altri eventi successivi, come l’attentato a Papa a Roma e quello ad Enrico Berlinguer in Bulgaria, legati da un filo rosso quale può essere considerato il terrorismo nazionale e internazionale di quei tempi.

            Proprio per effetto di quel filo, per venire a capo del quale giustamente Zanda ha scommesso in qualche modo sugli storici e sui ricercatori degli archivi ancora segreti, si sono levate contro l’intervista voci perplesse e critiche: di chi si aspettava qualcosa di più specifico, magari col sospetto che il senatore abbia voluto trattenere per sé chissà cosa e chissà quanto per coprire chissà quali responsabilità, statuali o personali.

            “Eh no, senatore Zanda, noi non ci stiamo”, gli ha gridato dal Fatto Quotidiano l’ex senatrice Sandra Bonsanti, aggiungendo: “Non è che si possa chiudere i conti con il passato senza mai parlare di responsabilità, rinviando la verità solo agli archivi internazionali……come se le cose in Italia fossero avvenute solo sotto l’influsso magico e mefitico di uno scontro internazionale perenne. La Guerra Fredda è stata terribile, certo, dentro quel quadro si sono dispiegate dinamiche intrigate e ancora in parte oscure, ma stiamo all’Italia e all’assassinio di Aldo Moro: c’era una classe dirigente che ha fatto o non ha fatto delle scelte”. Sulle quali, sempre secondo Sandra Bonsanti, ma par di capire anche per un collega del giornale La Verità, non si può calare un velo evocando “una fantomatica pista sovietica”.

            Trovo personalmente queste reazioni alquanto esagerate e ingenerose di fronte allo strappo fatto da Zanda alla sua -ripeto- leggendaria riservatezza parlando, per esempio, proprio della vicenda sulla quale più lo ha tallonato, diciamo così, la mia amica Sandra: la vicenda Moro.

            A quest’ultimo proposito, vorrei riproporvi un passaggio della lunga intervista di Zanda a Repubblica rispondendo alla domanda su cosa ricordasse di quel sequestro: “Appresi la notizia dell’attentato, ancora molto confusa, appena varcata la soglia del Viminale. Dopo un paio d’ore, verso le 11, mi mandò a chiamare Cossiga, che era già stato in via Fani e dal presidente del Consiglio. “Da questo momento dimenticati della mia vita politica perché politicamente sono finito”. Poi mi avrebbe affidato un documento da conservare in cassaforte. Era la lettera di dimissioni da ministro del’Interno, ma su alcuni fogli a parte ne variò l’incipit: nel caso in cui Moro fosse stato ucciso, liberato, liberato ma ferito nello scontro finale”.

            Quel “poi” mi sembra significare non qualche momento o ora successiva al primo incontro con Cossiga reduce da via Fani e dall’ufficio del presidente del Consiglio Giulio Andreotti,a Palazzo Chigi. Mi sembra riferirsi, piuttosto, ad eventi anche di parecchio successivi, quando ancora Moro era in vita e, per quanti errori, disguidi e altro si fossero verificati nelle indagini e nelle ricerche, si pensava ancora possibile quello che Zanda ha definito “scontro finale”. Che altro non poteva essere evidentemente se non l’assalto alla prigione di Moro che, secondo recentissime rivelazioni dell’allora colonnello dei Carabinieri Antonio Cornacchia, il generale dell’Arma Carlo Alberto dalla Chiesa aveva individuato attendendo inutilmente l’autorizzazione all’assalto con un gruppo specializzato di una trentina di paracadutisti alloggiati in via Aurelia.

            Di quella rilevazione, riferita su queste colonne, Stefano Andreotti, figlio del compianto presidente del Consiglio chiamato in causa da Cornacchia, si è con me doluto, in comprensibile difesa della memoria del padre, chiedendosi e chiedendomi perché mai l’allora capo dell’ufficio  investigativo dei Carabinieri a Roma non avesse parlato quando l’ormai ex capo del governo era ancora in vita, e in grado quindi di replicargli.

            Ora, Andreotti o non Andreotti, Cornacchia o non Cornacchia, dall’onesto racconto di Zanda si può dedurre che uno “scontro finale” ad un certo punto della vicenda era effettivamente diventato, o quanto meno, apparso possibile. Vi sembra poco? A me no, per niente. E sono grato al senatore Zanda per avermi dato quanto meno un concreto motivo di riflessione. Che sarebbe ancora più utile e produttivo se condiviso, adoperato e quant’altro dai tanti -forse troppi, a questo punto- che scrivono e si occupano della peggiore tragedia della politica italiana.

Pubblicato sul Dubbio

Altro che Salvini o Conte, il problema di Draghi è diventato Enrico Letta

            Dario Franceschini, ancora capo della delegazione del Pd al governo, se qualcuno al Nazareno non lo ha rimosso senza dirci nulla, ha provato inutilmente nelle settimane scorse a ridurre la conflittualità del nuovo segretario del partito Enrico Letta con Matteo Salvini, ricordandogli che la coalizione guidata da Mario Draghi è speciale, di emergenza, fatta di avversari che si debbono sopportare per il bene del Paese, e non strattonarsi ogni giorno perché uno dei due caschi dal banco o dal palco.

Titolo di Repubblica

            Poiché  Enrico Letta ha finto di non capire e non sentire ed ha continuato nella sua linea comunemente chiamata di sinistra, secondo i vecchi schemi politici accantonati al Quirinale da Sergio Mattarella mandando Draghi a Palazzo Chigi, è dovuto intervenire abbastanza infastidito lo stesso presidente del Consiglio. Che ha liquidato pubblicamente la proposta del segretario del Pd, fatta apposta per inseguire la pur nebulosa, ormai, del Movimento 5 Stelle, di aumentare progressivamente, sino al 20 per cento, le tasse di successione sui patrimoni sopra il milione di euro per finanziare una “dote” di diecimila euro ad almeno una metà dei diciottenni. Molti dei quali dovrebbero pagarsi questa dote come eredi di genitori non abbienti che passano a miglior vita, e non possono certo pagare loro la maggiore imposta dall’aldilà.

Vignetta del Foglio
Fotomontaggio del Fatto

            Un milione di euro sembra tantissimo, ma -se ci pensate su con un po’ più giudizio di Enrico Letta- capirete subito che bastano due appartamenti in città e un conto in banca di cento o duecentomila euro per entrare nel pollaio dove il segretario del Pd vorebbe fare entrare una volpe assatanata del fisco. Draghi, che i conti sa farli appunto meglio di Letta, e non è certamente quel Re Sole ridicolmente vestito e imparruccato dal Fatto Quotidiano sulla prima pagina di oggi, ha liquidato come inopportuna, quanto meno, la proposta del segretario del Pd in un momento in cui il governo si è proposto di dare e non togliere soldi agli italiani colpiti dalla pandemia e dal resto. Più rudemente, ed efficacemente, il vignettista del Foglio, Makkox, ha tradotto così la risposta del presidente del Consiglio: “Enrico, questo è il momento di consolare i coglioni, non di romperli”.

Presumo che Enrico, appunto, non abbia gradito, visto che gli è stata attribuita questa replica dalla Stampa ed altri giornali: “Io guido la sinistra”. Cioè, vorrebbe guidare la sinistra scavalcando i suoi ex compagni di partito usciti ai tempi di Matteo Renzi al seguito di Pier Luigi Bersani. Che ancora ieri sera, a Piazza Pulita, ospite di Corrado Formigli, si lasciava sbeffeggiare sorridendo da Alessandro Di Battista. Il quale ormai sta al Movimento 5 Stelle affidato da Grillo alle ambizioni di Giuseppe Conte come lo stesso Bersani al Pd del già citato Renzi.

            Peccato che non ve ne possa fare il nome per vincoli di riservatezza violando i quali non riceverei più confidenze da nessuno, ma un signore abbastanza autorevole del Pd mi ha parlato di Enrico Letta come certi cardinali nel 1978 parlavano fra di loro dell’appena eletto Papa Luciani per le stranezze che, secondo loro, diceva riuscendo pericolosamente, sempre secondo loro, a piacere a molti fedeli. Il Papato Luciani durò, come si sa, solo 32 giorni, che Letta ha tuttavia felicemente superato, essendo stato eletto segretario del Pd il 14 marzo scorso, cioè più di due mesi fa. La notizia di una “cordiale” telefonata intervenuta in giornata con Draghi non ha francamente chiarito granché della posizione del segretario del Pd.

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Mattarella cerca di prenotare il riposo, ma non è detto che ci sia posto

            Che Sergio Mattarella abbia voglia di riposarsi per il gran lavoro procuratogli dal mandato quirinalizio è più che comprensibile. Di fatiche i partiti generalmente incapaci, per il loro stato generalmente liquido, di risolvere i problemi per la cui soluzione si sono tutti proposti agli elettori gliene hanno procurate in quantità industriale, direi.

Quella in corso, cominciata solo tre anni fa, è stata la legislatura repubblicana più anomala di tutte. E forse anche la più drammatica a causa della pandemia, che ha procurato più morti del terrorismo, col quale hanno dovuto fare i conti i predecessori di Mattarella: da Giovanni Leone a Sandro Pertini e a Francesco Cossiga.

Il povero Pertini si appoggiava alle bare delle vittime anche per non cadere, “straziato” com’era, e come mi confidò, dallo spettacolo  di uno Stato che a volte sembrava proprio non ce la facesse a venire a capo di quella tragedia. Alla quale si accompagnò peraltro un terremoto in Campania che scatenò la lingua del presidente della Repubblica contro il governo in carica, presieduto da Arnaldo Forlani, e quelli che lo avevano preceduto. Pertini era fatto così. E piaceva anche per questo agli italiani.

Titolo del Fatto Quotidiano

            Mattarella, dicevo, ha non buone ma ottime ragioni per sentirsi stanco e volersi riposare fra otto mesi, quando scadrà il suo mandato, come ha ricordato alla scolaresca che ieri è andato a trovare a Roma. Ma non è per niente detto che riuscirà a trovare il posto di riposo che ha cercato di prenotare con la sua sortita. Che peraltro ha prodotto politicamente l’effetto opposto a quello cui sembrava diretto se su un giornale non certamente sprovveduto come Il Riformista hanno addirittura attribuito a caratteri di scatola in prima pagina a Mattarella, sia pur con una “grande eleganza”, la voglia, la disponibilità e quant’altro a ricandidarsi: non importa se per un altro mandato intero o per una sua frazione, come capitò nel 2013 a Giorgio Napolitano. Che incorse nell’accusa del solito Marco Travaglio di avere trescato politicamente per quel risultato, e con una bravura tale da farsi pregare, in fila al Quirinale, da quasi tutti i partiti impantanatisi nella inutile ricerca di un successore.

Vignetta di Stefano Rolli
Vignetta di Sergio Staino

            Tra vignette, titoli e commenti Mattarella ha riscosso più insuccesso che successo, dal suo punto dichiarato di vista o di attesa. Il vecchio Sergio Staino sulla Stampa si è messo addirittura a rimpiangere la Monarchia per la stabilità apparentemente maggiore della Repubblica. Stefano Rolli sul Secolo XIX ha rimproverato allo stanco Mattarella la irresponsabilità, o quasi, di volerci “lasciare soli con quelli là”, cioè i partiti che in qualche modo proprio lui ha dovuto commissariare mandando Mario Draghi a Palazzo Chigi, dopo una crisi preparata e scritta con inchiostro giallo, diciamo così: tanto che ancora si parla di complotti e cose del genere.

            Pur sotto quel titolo un po’ grigio del “non eterno riposo”, e con quella esagerazione di “una decina d’anni” di lavori forzati al Quirinale per un uomo che sta per compierne 80, condivido col caffè di Massimo Gramellini, sul Corriere della Sera, la convinzione che per Mattarella “non sia ancora arrivato il momento di tirare i remi in barca”, perché “altrimenti sparisce la barca”, per quanto almeno un remo sia nelle mani di Draghi.

Gli avversari fanno bene a temere Il Salvini in felice versione pannelliana

Certo, l’iniziativa d’impannellarsi, diciamo così, cioè  di adottare la pratica referendaria di Marco Panella sulla strada di una radicale riforma della giustizia, inutilmente tentata da decenni, è stata tutta di Matteo Salvini. Che ha spiazzato persino i radicali nelle loro diverse anime o correnti, accorsi comunque alla richiesta di aiuto e di collaborazione del leader leghista. Ma lasciatemi pensare che il primo a compiacersene sia stato proprio Marco Pannella dall’aldilà, dove non avrà trovato -credo- il nulla che temeva e non ha smesso di seguire a suo modo la cosa che in vita seppe fare come pochi altri con quel misto di passione, di fantasia, di astuzia, di spregiudicatezza, di ostinazione che non gli preclusero neppure l’interesse e persino la simpatia di qualche Papa: la politica.

            Non mi si venga a dire, per favore, neppure da Emma Bonino, sorprendentemente espostasi al Senato a votare a favore dei processi contro l’ex ministro leghista dell’Interno per gli sbarchi ritardati degli immigrati clandestini soccorsi in mare nel 2019, che Pannella mai e poi mai si sarebbe affiancato o si sarebbe lasciato affiancare da uno come Matteo Salvini. Del quale pare che non si possa fare a meno di parlare sempre peggio senza perdere il diritto di appartenere ad una comunità civile.

Solo qualche giorno fa, concorrendo a celebrare in anticipo il quinto anniversario della morte di Pannella, Saverio Romano ha addirittura scritto sul Foglio -ripeto, Il Foglio libertario, garantista e quant’altro fondato da Giuliano Ferrara con l’aiuto di Silvio Berlusconi e di Marcello Pera e ora diretto da Claudio Cerasa- che Matteo Salvini è “un bullo e cazzaro mostruoso”, anche nella nuova versione incoraggiata dal già ricordato Pera e da Giancarlo Giorgetti di sovranista relativo, diciamo così, consapevole del nuovo, solidale corso adottato dall’Unione Europea di fronte ai guasti della pandemia virale.

            Pannella non faceva davvero sconti agli avversari di turno, li prendeva a parolacce più ancora di quanto avrebbe fatto dopo di lui Beppe Grillo, sino a scambiare per una “cupola mafiosa”, per esempio, la Corte Costituzionale dirimpettaia del Quirinale. Ma mai scambiava gli avversari per nemici da debellare, da erbaccia da estirpare, da gente da sbattere in galera buttando la chiave della cella nella prima fogna a portata di piede. Ed  era capace di ammettere i suoi errori e di scusarsene in pubblico, come fece col povero Giovanni Leone pur dopo vent’anni dall’avere concorso ad allontanarlo ingiustamente dal Quirinale dopo il compimento della tragedia di Aldo Moro. In soccorso del quale, per quanto inutilmente, l’allora presidente della Repubblica seppe e volle muoversi più dello stesso Pannella e di altri che pure contestavano la cosiddetta linea della fermezza, propedeutica all’assassinio dell’ostaggio come epilogo della mattanza della scorta compiuta 55 giorni prima in via Fani. E fu proprio il coraggio di mettersi di traverso contro quella linea che costò a Leone l’uso strumentale della campagna moralistica radicale contro di lui precedente al sequestro del presidente della Dc, sino a interromperne il mandato sei mesi prima della scadenza ordinaria, come se ne fosse stato indegno.

            Al netto di quello sciagurato abbaglio, ripeto, Pannella fu un professionista delle cause difficili, disposto ad allearsi pure col diavolo per raggiungere i suoi obbiettivi. Solo lui il 20 febbraio del 1982, quando ancora la politica discriminatoria del cosiddetto “arco costituzionale” teorizzata dalla sinistra democristiana e dal Pci faceva di Giorgio Almirante un appestato, col quale aveva paura di confrontarsi in televisione persino uno come Indro Montanelli, che delegava ad altri, compreso me, la rappresentanza del suo Giornale nelle tribune politiche:  solo lui, dicevo, poteva avere il coraggio di irrompere al congresso del Movimento Sociale raccogliendone compiaciuto gli applausi. Dopo tre anni lo imitò in qualche modo il presidente socialista del Consiglio Bettino Craxi incontrando ufficialmente Alimirante a Montecitorio per sondarne la disponibilità a votare per il  Quirinale il vice presidente democristiano del Consiglio Arnaldo Forlani, alla scadenza del mandato di Sandro Pertini. Ma prevalse la soluzione di Francesco Cossiga, preferita da Ciriaco De Mita e sostenuta da Alessandro Natta per il Pci.

            Si deve a Pannella la funzione sorprendentemente riformatrice del referendum abrogativo, disciplinato nel 1970 – ben 22 anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione- solo per contrastare l’innovazione del divorzio. A reclamare l’attuazione dell’istituto referendario fu infatti  la Dc come condizione per lasciare passare alla fine di quell’anno in Parlamento, col suo voto contrario, la legge sul divorzio promossa dai liberali e dai socialisti. La convinzione coltivata a Piazza del Gesù era che la maggioranza degli elettori la volesse abolire. Accadde invece il contrario. E da allora il leader radicale cavalcò il referendum, promuovendone a iosa, per fare avanzare il Paese e i partiti che ancora erano solidi, prima di diventare liquidi come oggi. Se anche Salvini lo ha capito, peraltro mentre Giuseppe Conte si è mobilitato con i “suoi” grillini contro la riforma del processo penale in cantiere nel Ministero della Giustizia, a me sta bene, come a Pannella da lassù. E pazienza per gli insulti che potrò guadagnarmi.

Battiato faceva bene a diffidare dei salotti. Addio, Francuzzo

E’ stato persino lirico Marco Travaglio, che ne fu sicuramente e meritatamente amico, oltre che estimatore, come tantissimi altri a sinistra e a destra, in tutti i sensi, a descrivere gli ultimi anni e momenti di Franco Battiato, finalmente “libero” con la morte da tutti i lacci e limiti di una vita troppo angusta per contenere uno come lui: un “pazzo di Dio” e un “genio”, come lo ha felicemente definito Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera.

            Battiato si è liberato anche da quella specie di camicia di forza in cui da morto mi è sembrato di vederlo, magari a torto, nella rappresentazione quasi scenografica fattane nel salotto televisivo di Lilli Gruber, riproponendone la partecipazione ad una festa del Fatto Quotidiano, in pur simpatica esibizione canora con lo stesso Travaglio, intonato a dovere e comprensibilmente commosso nel rivedersi e risentirsi. Direi persino spiazzato dalla generosità della conduttrice. Ma ancora più spiazzato poi, nel collegamento dal suo ufficio, dalla collega del Sole 24 Ore Lina Palmerini. Che di tutte le cose dette in vita da Battiato ha preferito ricordare e condividere, parolacce a parte, quel “Parlamento di troie” sfuggitogli quando era anche assessore alla cultura della giunta regionale siciliana. Da cui si affrettò a dimettersi, avendo capito di averla detta troppo grossa per far finta di niente lasciando nei guai l’amico presidente Rosario Crocetta. Il quale, intervistato da Repubblica, ha assicurato di non avere fatto alcuna pressione per strappargli quelle dimissioni. E gli credo, permettendomi di avere di Battiato più considerazione, stima e ammirazione di quanti adesso lo piangono manipolandone spirito, idee, fantasia, poesia e musica.

            Capita purtroppo ai morti di essere persino casualmente abusati, o traditi, ancor più che da vivi per la loro irrimediabile incapacità di difendersi. Addio Francuzzo, come ti chiamavano gli amici, a cominciare naturalmente da Travaglio.

Pubblicato sul Dubbio

In memoria di Franco Battiato, e a dispetto dei suoi manipolatori…

Titolo di Libero
Titolo del Giornale

            Non credo che Lilli Gruber abbia reso un buon servizio all’indimenticabile Franco Battiato, capace con la sua musica, poesia, canto e quant’altro di piacere sia a sinistra sia a destra, schiacciandone ieri sera nella sua trasmissione su La 7 l’immagine e la memoria sotto Il Fatto Quotidiano. Del cui direttore Marco Travaglio, egli era sicuramente amico, per carità, lasciandosi chiamare come gli intimi “Francuzzo”, accettando una volta l’invito ad una festa del giornale e cantando persino con lui, “intonato” almeno nella musica. Ma da qui a farne, con la sceneggiatura del collegamento alla testata e il resto, una specie di sponsorizzatore di quel giornale che è il più politico fra tutti quelli che si stampano in Italia, impegnato in questi durissimi mesi di crisi identitaria a tenere accese le cinque stelle pur non più brillanti di Beppe Grillo e di Giuseppe Conte, ce ne corre.

Titolo della Stampa

            Lo stesso Travaglio, d’altronde, con una onestà e un pudore di cui gli dò volentieri atto, ha chiuso l’editoriale dedicato a quell’”essere speciale” che fu sicuramente Battiato, come è stato definito anche da altri giornali nella loro titolazione, descrivendone così, quasi liricamente, gli ultimi anni e momenti di vita fiaccati dalla malattia: “Il suo spirito se n’era già andato da qualche parte, nomade in cerca degli angoli della tranquillità. L’altra notte li ha trovati tutti. Ora è finalmente libero”. Libero -mi permetto di aggiungere polemicamente- anche dall’anagrafe politica attribuitagli dalla Gruber e certificata imprudentemente dal Fatto con quel titolo su tutta la prima pagina ricavato dalla manipolazione di un disco e di un album celeberrimo di Battiato: “La voce del padrone”, diventata “La voce contro il padrone”. “Contro” -guarda caso- come il titolo del libro di Alessandro Di Battista, con l’aggiunta del punto esclamativo, appena pubblicato dal Fatto Quotidiano e reclamizzato proprio oggi accanto alla testata.

Vignetta sul Secolo XIX

            Spiace che, sempre nel salotto televisivo della Gruber, e neppure su iniziativa di Travaglio ma della giornalista del Sole 24 Ore ospite della serata, sia stata giustificata e difesa una delle poche cazzate -scusate la parolaccia- scappate in vita a Battiato, piaciuta probabilmente alla parte peggiore, più qualunquista del Paese e costatagli la carica di assessore regionale alla cultura assegnatagli pochi mesi prima dall’allora presidente Rosario Crocetta. Mi riferisco naturalmente alle famose “troie che stanno in Parlamento e farebbero qualsiasi cosa” per restarvi, disse Battiato. Mostrò peraltro di credervi nei mesi scorsi anche Conte cercando disperatamente al Senato i voti sostitutivi di quelli decisivi di Matteo Renzi mancatigli a rischio di elezioni anticipate. Così dicevano i contiani considerando Mario Draghi troppo “stanco” -aveva detto lo stesso Conte-  e per niente disponibile a fare il governo che invece è in carica.

Rosario Crocetta

            “Io -ha raccontato Crocetta a Repubblica delle reazioni a quella clamorosa sortita di Battiato- volevo trattenerlo in giunta, me ne sarei fregato. Quelli che l’attaccavano ce l’avevano con me più che con lui. Non ne volle sapere. Mi disse: “Io me ne vado perché non puoi governare con il contrasto del Senato, della Camera e del Parlamento europeo”. L’addio alla giunta fu un atto d’amore. Me ne dispiacqui molto”. “Si dimise. Ci sono gli atti formali”, ha aggiunto Crocetta rispondendo ad una domanda sulle “cronache” di quei giorni, secondo le quali era stato lui a “cacciarlo”. Grande, grandissimo Battiato anche nelle sue ingenuità e negli errori cui sapeva rimediare,  a dispetto dei suoi manipolatori postumi.

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Il coprifuoco di Enrico Letta può restare alle ore 22 in funzione anti-Salvini

Il fotomontaggio del Fatto Quotidiano

            Chissà se il segretario del Pd Enrico Letta per rimanere fedele alla sua linea antisalviniana di difesa del cosiddetto coprifuoco continuerà anche domani a non uscire da casa, o a rientrarvi, alle ore 22 rinunciando alla riduzione appena decisa da Draghi. Che ormai sul Fatto Quotidiano viene rappresentato per dileggio col mojto del leader leghista dei mesi del “Papete” di due anni fa. Magari, il segretario piddino continuerà a rispettare il “suo” coprifuoco alle 22 anche dopo il 7 giugno, quando per gli altri si accorcerà di un’altra ora per essere soppresso il 21, sempre del mese prossimo. “Io resto a casa”, potrebbe scrivere l’ex esule parigino su un cartello appeso con tanto di foto al portone  del palazzo nel quartiere di Testaccio dove abita a Roma.

            Mi è apparsa francamente incredibile questa “ossessione” di Letta, come la chiama non a torto Salvini commentando le sue quotidiane uscite contro di lui. L’ultima delle quali, in difesa delle riforme, particolarmente quella della giustizia, che la Lega non vorrebbe sostenere in Parlamento preferendo la via breve dei referendum abrogativi di memoria pannelliana, è stata appena smentita clamorosamente -e ancora una volta- dal nuovo ma non ancora insediato leader pentastellato Giuseppe Conte. Che, dopo avere affondato la candidatura di Nicola Zingaretti al Campidoglio per rilanciare quella della sindaca uscente Virginia Raggi, ha deciso di silurare anche la riforma in cantiere del processo penale, e della cosiddetta prescrizione breve introdotta dall’ex ministro grillino della Giustizia Alfonso Bonafede.

            La notizia del sostanziale altolà di Conte l’ha appena data Repubblica con un titolo in prima pagina raccontandola così all’interno con la firma di Liana Milella: “Di domenica per la prima volta Conte incontra Bonafede e i deputati della commissione (Giustizia della Camera). Sul tavolo l’elenco delle lamentele….che vanno dalla prescrizione all’appello. Conte suggerisce di chiedere un incontro alla Guardasigilli: un “bilaterale, come viene definito durante la riunione, che metta sul tavolo le proposte che il Movimento 5 Stelle ritiene inaccettabili. E tra queste ci sono sia la prescrizione che l’inappellabilità delle sentenze: una riforma che, per il Movimento, sa tanto di Berlusconi”. Che pure è l’uomo col quale il segretario del Pd vorrebbe stringere accordi più stretti per isolare nella maggioranza Salvini così tanto da indurlo ad uscire spontaneamente, o a cacciarlo via.

            In questa ossessione antisalviniana non vorrei che il segretario del Pd sorridesse compiaciuto anche davanti alla vignetta del Foglio di oggi, che scherza -diciamo così- sull’ambizione ormai dichiarata da Giorgia Meloni di superare Salvini nella scalata a Palazzo Chigi. Dove Benito Mussolini lavorò per un po’ a suo tempo come ministro degli Esteri e la sorella dei Fratelli d’Italia potrebbe invece arrivare dopo un fortunato turno elettorale, ordinario o anticipato che sia, come “Ducia”. Avremmo così anche la prima donna finalmente alla guida del governo italiano, dopo che Letta è riuscito a portare due donne solo alla guida dei gruppi parlamentari del Pd, alla Camera e al Senato. La causa della parità di genere con Giorgia a Palazzo Chigi sarebbe completa: completissima, se si potesse dire, anche con l’attuale guardasigilli Marta Cartabia al Quirinale per sottrarla all’assedio di Conte al Ministero di via Arenula.   

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