Un 23 maggio maledetto, come quello di 29 anni fa a Capaci

            In una domenica che doveva essere in qualche modo la festa della riapertura, o ripartenza, l’Italia ha dovuto piangere di fronte alle immagini di una tragedia appena consumatasi, viste quasi in diretta con i soccorsi ormai in grandissima parte inutili, e di un’altra, riproposta da giornali e televisioni, di 29 anni fa. Sono due stragi che ti mozzano il fiato e il ricordo: i 14 morti, sinora, della funivia del Mottarone, sul Lago Maggiore, e i 5 morti della strage del 23 maggio 1992, studiata e attuata dalla mafia a Capaci per uccidere il magistrato che temeva di più: Giovanni Falcone. Col quale morirono la moglie e tre agenti della scorta.

            Quella del 23 maggio sembra proprio una data maledetta: dal Nord al Sud, e viceversa. Tanto diverse fra di loro, le due tragedie segnano ugualmente un Paese che 29 anni fa attendeva l’elezione di un nuovo presidente della Repubblica e ieri doveva festeggiare, ripeto, la riapertura o ripartenza.

            Sembra francamente anacronistico occuparsi, in questa sinistra coincidenza, delle solite cronache politiche, dei soliti messaggi più o meno criptici fra partiti, correnti, movimenti e quant’altri, dei soliti sondaggi che dovrebbero segnare gli umori degli elettori alimentando spesso solo nuove tensioni o polemiche fra  chi si contende un primato comunque effimero, tanto ormai è frazionato il quadro politico pur in presenza di una larga, anzi larghissima maggioranza di emergenza raccoltasi attorno al governo di Mario Draghi. Vadano in malora le chiacchiere almeno per un giorno.

            Pur nel comprensibile sgomento, sconforto o quant’altro lasciatemi tuttavia dire che trovo troppo politico, nel senso peggiore della parola, quel titolo del Giornale che, anche contro la tradizione ottimistica e fiduciosa del suo editore reale, che è l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ha gridato su tutta la prima pagina quel titolo più da menagramo che da cronaca. Esso dice: “Così precipita l’Italia”. No. Così precipita solo la speranza. E non credo che lo scrittore inglese Arnold Bennett avesse ragione quando scriveva che il pessimismo, una volta che ti ci abitui, è piacevole quanto l’ottimismo.  

Ripreso da http://www.policymakermag.it

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