Quei 210 chilometri (soltanto) che separano Catania da Palermo

La vignetta di Makkox sul Foglio

            I duecentodieci chilometri che separano Catania da Palermo corrono naturalmente nella stessa regione e nello stesso Stato, ma non per la Giustizia, al maiuscolo. Vi corrono solo per la giustizia al minuscolo, com’è quella cui è stata ridotta dai nostri legislatori di certo, con codici, norme e quant’altro prodotte e pubblicate con tutti i timbri dovuti, ma ancor più dai magistrati che le applicano nel tempo che rimane a loro disposizione nei tribunali, dopo quello che impiegano per curare le proprie carriere e sgambettarsi a vicenda secondo moduli ormai tristemente noti. Che fanno notizia, e scandalo, più degli imputati dei loro processi.

Il Consiglio della Magistratura di Superiore, con la maiuscola voluta dalla Costituzione, ha soltanto il nome. E lo scrivo non con compiacimento o per denigrare l’istituto presieduto dal capo dello Stato, ma solo con rammarico, e perché indottovi dalle cronache che lo investono sempre di più come una barca malandata.

Il titolo di prima pagina della Verità

            Per quanti sforzi potranno o vorranno fare gli esperti o i sacerdoti dell’attuale sistema giudiziario -di cui solo a reclamare una profonda e vera riforma si rischia il linciaggio, o si viene scambiati per sovversivi- nessuno potrà mai riuscire a spiegare alla gente comune perché da uno stesso fatto contestato in uffici distanti appunto 210 chilometri, non dico un  ex ministro, com’è nel nostro caso Matteo Salvini, ma un imputato qualsiasi possa essere prosciolto -o farla franca, come direbbe un magistrato che ora ha  qualche problema più personale di cui occuparsi- o indifferentemente essere rinviato a giudizio, e magari essere condannato come un sequestratore di poveri disgraziati trattenuti sadicamente a bordo di navi, peraltro regolarmente assistite e rifornite, per il tempo necessario a definirne pratiche e destinazioni in un continente di cui condividiamo i confini meridionali.

            Lo stesso Fatto Quotidiano, che non può certamente essere considerato un giornale prevenuto contro magistrati e Magistratura, pur con caratteri simili a quelli di un bugiardino che troviamo nelle confezioni dei medicinali, ha commentato così in prima pagina il processo che l’ex ministro leghista dell’Interno ha evitato a Catania e quello che lo aspetta invece a settembre a Palermo per questioni di migranti a bordo di navi condotte verso i porti italiani: “Sequestro Gregoretti (nave della Marina): Salvini prosciolto a Catania. Per Open Arms (nave privata) invece è a processo. Ma sarebbe stato più logico il contrario”. Peraltro, le due navi si erano mosse con i loro carichi nello stesso anno e nella stessa stagione estiva: 2019.

  L’amministrazione della giustizia italiana, sempre al minuscolo, non riesce quindi a soddisfare neppure la “logica” di un giornale come quello diretto da Marco Travaglio, dove il solo termine “garantista” fa rizzare i capelli, o farli cadere a chi li ha ancora. O solo a sentir parlare di referendum sui temi e problemi della Giustizia, con la maiuscola, che il Parlamento non riesce da decenni a risolvere, si è tentati di correre in montagna per impugnare le armi contro gli invasori, Che vogliono andare alle urne solo per rispondere con una matita sì o no a domande che non possono essere stampate sulle schede senza cinquecentomila richieste e il consenso finale della Corte Costituzionale, dopo quella della Corte di Cassazione. Povera giustizia, per quanto già minuscola.

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Il Draghi uber alles che accentua la crisi di Conte anche fra i grillini

Ciò che dovrebbero fare i magistrati -parlare per atti- e invece non fanno scambiandosi messaggi più o meno cifrati, sta dimostrando di volere e saper fare il presidente del Consiglio Mario Draghi. Il quale, anziché inseguire o rintuzzare quanti gli contestano, per esempio, di avere preso il posto di Giuseppe Conte solo per imitarlo, prepara le sue decisioni di cosiddetta discontinuità in silenzio e le annuncia solo quando le adotta. Parla insomma per atti.

            Così egli fece con Domenico Arcuri rimuovendolo da commissario straordinario per l’emergenza pandemica e sostituendolo col generale degli alpini Francesco Paolo Figliuolo e così ha appena fatto rimuovendo il prefetto, generale e non so cos’altro Gennaro Vecchione dal vertice dei servizi segreti -o più precisamente dal Dis, acronimo della direzione delle informazioni e della sicurezza- e sostituendolo con l’ambasciatrice Elisabetta Belloni.

            L’idea di provocare “l’ira di Conte” o di dargli “uno schiaffo”, come ha titolato a torto o a ragione qualche giornale, non ha minimamente trattenuto il presidente del Consiglio. Che si è preoccupato solo di assicurarsi il consenso del capo dello Stato e di informare il presidente del comitato parlamentare per la sicurezza. Né lo ha trattenuto la paura del prevedibilissimo racconto  del Fatto Quotidiano, il giornale custode, diciamo così, della buona memoria del precedente governo Conte. Che in prima pagina -senza spararla, debbo riconoscerlo, più di tanto, limitandosi ad un richiamino- ha scritto di “favore ai 2 Matteo”, intesi come Salvini e Renzi, ma propendendo più per una “vittoria della Lega” che di Italia Viva. E. in più, ha lamentato che al Dis “Mancini resta e Vecchione salta”, pur essendogli stato rinnovato l’incarico nello scorso mese di novembre per altri due anni.

            Questa storia di Mancini che resta, con le sue funzioni che non sono certamente di un semplice 007, dev’essere risultata particolarmente indigesta a quanti hanno gridato allo scandalo per quel filmato diffuso da Report, su Rai 3, dello stesso Mancini a colloquio con Renzi nel piazzale di un’Autogrill sotto Natale, non certo per consegnarli una scatola di biscotti, come ha cercato di spiegare l’ex presidente del Consiglio. Che ha minimizzato, diciamo così, la circostanza che in quei giorni egli fosse alle prese con l’ancora presidente del Consiglio Conte anche per come gestiva direttamente, senza delegare niente a nessuno, proprio i servizi segreti.

            Il fatto è, questa volta al minuscolo lasciando la maiuscola all’omonimo giornale, che il Marco Mancini in così buoni rapporti con Renzi, sfortunatamente ripresi entrambi da un’attrezzata spettatrice di Report costretta ad una sosta dai bisogni fisiologici del padre, non sembra proprio un agente infedele al capo del governo di turno. Eh no, se uno che di servizi s’intende come Carlo Bonini ha appena rimproverato su Repubblica all’ex presidente del Consiglio di avere perduto tempo proprio appresso a Mancini. Così almeno ho capito -e se ho capito male, mi scuso subito con entrambi- leggendo a commento del cambio di guardia appena deciso al Dis che questo è “il momento in cui il Mediterraneo torna ed essere l’epicentro di imprevedibili nuovi rapporti di forza e il nostro Paese è chiamato a recuperare il tempo perduto negli anni in cui, a Palazzo Chigi, si è perso più tempo a dare udienza a Marco Mancini, a dare la caccia alle “infedeltà politiche” negli apparati, piuttosto che ad occuparsi di cosa diavolo avessero in mente Vladimir Putin e Recep Tyyp Erdogan sulla Libia”. E meno male -aggiungo, sempre che abbia capito bene- che il momento è arrivato e Draghi non se l’è lasciato scappare

            Non ha avuto probabilmente torto Massimo Franco a scrivere sul Corriere della Sera, sempre a commento dell’avvicendamento deciso al vertice dei servizi segreti, che “chi continua a teorizzare la continuità fra l’attuale governo e quello presieduto da Conte da ieri faticherà un po’ di più”. Ma temo che faticheranno non meno quanti ancora nel Pd, più in particolare da Enrico Letta a Goffredo Bettini, continuano a scommettere sulla stabilità, affidabilità e quant’altro dei rapporti col movimento grillino perché finito nelle mani sicure di Conte. Che mi sembrano invece ogni giorno meno sicure, e non solo per le vertenze giudiziarie o d’altro tipo con Davide Casaleggio e la sua associazione. Il cui maggiore o più ambito patrimonio è addirittura l’elenco degli iscritti che Conte non sa più a chi chiedere. O pensa di poter ottenere solo grazie ad un‘Autorità di garanzia che non ha potuto non prendersi tutto il tempo necessario anche ad essa per venire a capo di quel ginepraio improvvisato dal comico genovese.

Anche nel passaggio delicato ai vertici del Dis il povero Conte è rimasto solo nella sua ira o delusione attribuitegli dai giornali, vista la fretta con la quale il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il reggente del movimento 5 Stelle Vito Crimi hanno espresso il loro compiacimento: il primo anche per la possibilità offertagli di piazzare un fedelissimo al posto di Segretario Generale della Farnesina.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it

Blog su WordPress.com.

Su ↑