Di Maio si riprende la piazza a Napoli ed apre il forno delle cinque stelle

            Sicuramente aiutato anche dal fatto di giocare in casa, nella quasi sua Napoli, Luigi Di Maio ha Grillo ridens.jpgpareggiato, quanto meno, il bagno di folla fatto Grillo ridens 2 .jpgil giorno prima da Giuseppe Conte al raduno dei pentastellati, nel decimo anniversario della nascita del movimento di Beppe Grillo. Che, sornione, si è divertito a dare spettacolo fra il suo pubblico tenendosi lontano dal dibattito che lo divide dopo il repentino cambiamento di maggioranza e di alleati seguito, con la sua spinta decisiva, alla crisi agostana di governo provocata da Matteo Salvini.

            Il dibattito, al netto di tutte le cortine fumogene che sollevano quanti lo vogliono nascondere, fuori e dentro il movimento, è sulla natura tattica o strategica, provvisoria o permanente, straordinaria o sistemica, dell’alleanza col Pd: l’ex partito di Bibbiano, come era stato liquidato sotto le cinque stelle quando il partner di governo era Salvini e all’opposizione stavano Nicola Zingaretti e Matteo Renzi ancora insieme. Come insieme, ma da separati, ciascuno per conto suo, stanno per adesso nella nuova maggioranza

            Di Maio, diversamente da Conte e da quella parte consistente del Pd che vorrebbe trasformare in una corazza l’attuale maggioranza, per quanto giù divisa e litigiosa sul bilancio e, più in generale, sui temi dell’economia, tanto da far gridare sulla prima pagina di Repubblica Repubblica.jpgche “fra i tre litiganti l’Italia non gode”, ha preso come occasione, o pretesto, le difficoltà che emergono progressivamente in periferia per applicarvi lo schema romano, per lanciare questo messaggio: “Quella dell’Umbria non è un’alleanza col Pd, ma un’operazione civica”. Che, in quanto tale, par di capire che non possa essere scambiata per un’operazione nazionale, a meno che non si voglia pensare che anche alle elezioni politiche i partiti vogliano o possano decentemente nascondersi dietro qualche candidatura mascherata, o travestirsi.

            Ancora più chiaramente il capo ancòra del movimento grillino ha spiegato così al suo pubblico i rapporti col nuovo, principale alleato: “Allora -mi chiederete- non possiamo più parlare male del Pd? E io vi rispondo: sì che potrai farlo, ma sei sicuro che serve ancora parlare male degli altri?”. E quindi -debbo presumere- anche dei leghisti?  Coi quali i grillini hanno governato per 14 mesi e potrebbero tornare a farlo se col Pd non si riuscisse ad andare sempre d’accordo, par di capire -ripeto- dal ragionamento di Di Maio. E ciò, vista anche la premura con la quale egli ha rivendicato il ruolo ormai centrale del suo movimento, una volta che è stata salvata la legislatura uscita dalle urne l’anno scorso, in Parlamento i gruppi pentastellati detengono la maggioranza relativa  e vendono il loro pane a chiunque, persino rovesciando la parabola andreottiana dei due forni ai tempi della Dc. Che si offriva modestamente, a suo modo, da cliente e non da fornaio.

            La reversibilità delle alleanze rivendicata da Di Maio nella versione non più “rabbiosa” ma buonista, starei per dire, del suo movimento ormai evoluto, o stanco di dieci anni di improperi a tutti e per tutto, si è casualmente e immediatamente incrociata con una svolta almenoSalvini al Foglio.jpg lessicale proprio del leader leghistaLega non truce.jpg Matteo Salvini in una lunga intervista al Foglio raccolta da Annalisa Chirico. Che Giuliano Ferrara, il fondatore del giornale, si diverte a chiamare Chirichessa perdonandole le incursioni nei campi da lui considerati nemici. E’ un’intervista che parla da sola già nei titoli: “Prove di Salvini 2.0” in prima pagina e “Idee per una Lega non truce” all’interno.  Non male, editorialmente, bisogna ammetterlo.

            A parte una contestazione di Conte aspra e sistematica, comprensibile d’altronde dopo tutto quello che si è sentito dire ancora da ministro dell’Interno nell’aula del Senato nel mese di agosto dal Salvini su Di Maio.jpgpresidente No Salvini a Italexit.jpgdel Consiglio, e uno sfottò -diciamo così- a Di Maio come ministro degli Esteri per l’improvviso approccio a competenze obiettivamente estranee alla sua esperienza politica, Salvini si è prestato di buon grado a tutte le occasioni generosamente offertegli dall’intervistatrice per farsi apprezzare, o scoprire, dai cultori delle buone maniere, dagli europeisti e dagli atlantisti.  anche se Donald Trump in questi giorni -va detto con tutta onestà- sta un po’ troppo pasticciando con i valori occidentali. Egli è arrivato a  rimproverare ai curdi di non avere partecipato allo sbarco in Normandia, quasi per giustificare la carneficina che ne vuole fare ora in Siria il sultano della Turchia.

            In veste di ormai ex Truce, con la maiuscola applicatagli da Giuliano Ferrara, che peraltro sa essere truce pure lui quando prende di mira uno che gli sta soltanto antipatico, Salvini si è in qualche modo scusato anche di quei “pieni poteri” reclamati sulle spiagge nella intempestiva campagna i pieni poteri.jpgelettorale d’agosto. Egli ha ammesso che è stata ed è “un’espressione forse equivoca”, che gli è costata il governo. Dove comunque egli ottimisticamente conta di tornare guidandolo, con l’ingresso a Palazzo Chigi “dal portone principale”, e senza bisogno di chiedere o guadagnarsi gli oracoli dell’inquilino di turno alla Casa Bianca. Ogni allusione a Conte, e al “Giuseppi” di Trump, è naturalmente voluta.   

 

 

 

 

 

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Che fatica per Di Maio il bagno di folla di Conte a Napoli sotto le cinque stelle

            Il bagno di folla di Giuseppe Conte a Napoli, sommerso dagli applausi e dall’entusiasmo del pubblico delle 5 stelle accorso a festeggiare i dieci anni del movimento fondato da Beppe Grillo, e già al centro degli equilibri politici com’era la Dc durante la cosiddetta prima Repubblica, dev’essere stato un boccone amaro per Luigi Di Maio, al di là e anche contro il buon viso che egli ha dovuto naturalmente fare.

            Ripreso di spalle, di lato, di fronte, di sbieco, con o senza il microfono che gli ha pure colpito la bocca, e al netto dell’audio che a Napoli -si sa- ha il suo peso, il presidente del Consiglio è Conte di profilo.jpgapparso come il vero capo del quasi partito che in campagna elettorale, non più tardi di un anno e mezzo fa, lo aveva adottato solo come candidato a ministro di quella che una volta si chiamava riforma burocratica. Essa veniva affidata ai principianti, anche se non mancarono, fra quelli, alcuni votati a una grande carriera, come Francesco Cossiga. Che scalando scalando arrivò al Ministero dell’Interno, alla Presidenza del Consiglio, alla Presidenza del Senato e infine alla Presidenza della Repubblica, fermandosi lì perché, almeno in Italia, non c’era altra vetta più alta da raggiungere.

            Graziato da Grillo in persona, dietro e davanti alle quinte del raduno, dell’unico difetto trovatogli sino ad ora, che è quello “delle adenoidi”, per cui i suoi discorsi non sono proprio di un’oratoria trascinante, né in Parlamento e tanto meno nelle piazze, dove i napoletani sono abituati da generazioni a ben altro, Conte ha riservato al suo ministro degli Esteri, che lo ha ricevuto come padrone di casa, solo la cortesia -deve avere pensato- di cogliere l’occasione offertagli da una domanda per escludere gelato di Conte.jpgdi voler fondare un suo partito, per quanto certi sondaggi già gli attribuiscano poco meno o più del venti per cento dei voti. Che è poi il livello al quale il movimento grillino è ridotto adesso nelle cosiddette intenzioni di voto, risalendo di qualche punto dal 17 cui l’aveva calato Matteo Salvini, nelle elezioni europee del 26 maggio scorso, dopo meno di un anno di governo gialloverde: quasi la metà del 32 per cento  e rotti delle elezioni politiche del 4 marzo 2018.

            Da capo del movimento pur ancora formalmente in carica, con tutti i certificati che gli passa all’occorenza Davide Casaleggio ristampandogli i risultati dei referendum elettronici gestiti dalla famosa piattaforma Rousseau, ora nota persino nel Palazzo di vetro delle Nazioni Unite a New York, dove lo stesso Casaleggio ne ha illustrato recentemente le meraviglie, Di Maio non può francamente sentirsi sereno. Lo può solo nel senso sinistro dato alla serenità, Di Maio a Napoli.jpgdefenestrando Enrico Letta da Palazzo Chigi nel 2014, il  suo nuovo alleato Matteo Renzi. Col quale peraltro il capo pur contestato del  movimento grillino sembra avere instaurato un rapporto davvero imprevisto e curioso di affinità. Essi hanno appena condotto insieme nel nuovo governo, mettendo alle corde Conte, il ministro dell’Economia, il Pd  e la sinistra radicale dei D’Alema, Bersani, Grasso e altri, la battaglia contro l’aumento o la cosiddetta rimodulazione dell’Iva. E hanno fatto spallucce a quanti -dentro la già assai variopinta maggioranza realizzatasi per scongiurare le elezioni anticipate che Salvini si aspettava dalla crisi avendo preso per buona la postazione pro-voto poi abbandonata dal segretario del Pd Nicola Zingaretti- si sono messi a ironizzare sulla strana coppia costituita appunto da loro due.

            Incoraggiati, anzi, dal successo conseguito nella battaglia sull’Iva, Di Maio e Renzi si ritrovano adesso insieme anche in un’azione di contenimento del tentativo congiunto di Conte e Zingaretti di dare valenza strategica e non più soltanto tattica, cioè momentanea, all’intesa fra grillini e Pd, estendendola il più possibile in periferia e proiettandola sulle elezioni politiche, ordinarie -nel 2023-o anticipate che potranno rivelarsi.

            “Dopo questa esperienza” in funzione antisalviniana “avversari come prima”, ha appena avvertito per conto di Renzi la sua capogruppo alla Camera Maria Elena Boschi. “E’ prematuro parlarne”, le ha fatto un po’ da coro il renziano Andrea Marcucci rimasto nel Pd, alla testa del gruppo del Senato, ma che potrebbe andarsene pure lui e aderire a Italia Viva se proprio la prospettiva dell’alleanza strategica dovesse diventare davvero realistica, come vorrebbe fra i piddini Dario Franceschini, non messo certamente a caso da Zingaretti, e da Conte, nel governo giallorosso come capo della delegazione del Pd.

            Su questa storia dell’alleanza fra pentastellati e piddini strategica e non tattica, definitiva e non provvisoria, bisognerà aspettare l’ultima parola di Grillo. Che per ora ha mandato a fare a quel posto .una volta tanto anche alcuni del suo movimento, presenti e assenti da Napoli,  per “i piagnistei” sugli attuali rapporti di collaborazione e di alleanza col Pd. Ma parlo, appunto, dei rapporti “attuali”. Su quelli futuri vedremo se e quali riflessioni maturerà “l’elevato” e si degnerà di trasmettere al suo pubblico pagante e non. Ogni previsione è naturalmente prematura.

 

 

 

 

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Gioie e dolori del raduno dei grillini a Napoli per i loro 10 anni di vita

                  Preceduti tanto casualmente quanto felicemente dalla scoperta, negli scavi della vicina Pompei, da un antico affresco di due gladiatori, i capi, sottocapi, sotto-sottocapi, parlamentari, militanti e, più in generale, il “popolo” del Movimento 5 Stelle -assenti, pare, solo alcuni inconsolati o inconsolabili ex ministri e l’ormai solito Alessandro Di Battista, fuori dalle grazie di Dio, almeno sino al momento in cui scrivo, per il rapido e disinvolto cambio di alleati al governo- festeggiano in quel di Napoli il loro primo decennio di vita politica. Se sarà pure l’ultimo, è francamente difficile dirlo, anche se tutto in politica è diventato terribilmente rapido, e pure effimero.

                   Chi avrebbe mai potuto prevedere, per esempio, che sarebbe bastato meno di un anno a Matteo Salvini per dimezzare letteralmente i voti  dei grillini nelle urne limitandosi a governare con loro? E chi, d’altro canto, avrebbe potuto immaginare che a Salvini, sempre lui, sarebbero bastate due o tre settimane di bagni di sole e di acqua per sprecare quel successo e fornire ai suoi nuovi e vecchi avversari l’occasione di allearsi e rimandarlo all’opposizione a fare i conti con Silvio Berlusconi e con Giorgia Meloni, per non parlare degli uffici giudiziari che qua e là si occupano direttamente di lui o dei suoi amici? E ciò in un Paese in cui è dannatamente frequente una certa commistione, a dir poco, di cronache giudiziarie e politiche.

                  Per tornare alle immagini dei gladiatori di Pompei e applicarle in qualche modo al raduno festoso dei grillini a Napoli, senza peraltro scomodare Beppe Grillo dall’alto -o “elevato”- in cui si è divertito a collocarsi, sino a confondersi con le stelle del suo movimento e a far giungere a terra la sua voce come Dio a Mosè, uno dei due gladiatori può ben essere indicato in Luigi Di Maio. Che del resto ci tiene moltissimo, vista la frequenza con la quale rivendica direttamente, o fa rivendicare dagli amici del giro stretto, la sua qualifica di capo, confermata con tanto di quasi-plebiscito elettronico anche dopo la scoppola delle elezioni europee del 24 maggio scorso. I retroscenisti assicurano che egli si sia occupato anche dei dettagli del raduno napoletano negli spazi di tempo sottratti alla Farnesina e dintorni, dove dirige anche la politica estera italiana e non solo il suo movimento, dalla grana dei curdi alle prese con i soliti turchi.

               L’altro gladiatore sotto le cinque stelle  è sembrato essere un po’ negli ultimi tempi il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, grillino onorario -diciamo così- da quando ha smentito di avere aderito del tutto al movimento, come parve invece di capire a qualcuno che lo sentì saltare l’anno scorso sul palco dell’analoga festa al Circo Massimo di Roma, quando anche lui credette all’annuncio fatto dal suo vice Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi che fosse stata sconfitta la povertà in Italia.

             Delle sofferenze, dei disagi, delle preoccupazioni procurate a Di Maio, sempre lui, dall’accresciuto ruolo di Conte, non a caso rivelatosi capace di restare al proprio posto tranquillamente pur cambiando alleati, maggioranza e un po’ anche programma, avendo i nuovi soci chiesto di mettervi mano per non fare troppo chiaramente la figura delle comparse, sono state e sono fin troppo piene le cronache dei giornali per starle qui a ripetere.

            Ma proprio alla vigilia del raduno partenopeo si è proposto come gladiatore, sporgendo la testaFico inmandierato.jpg fra una bandiera e l’altra che gli sventolano quotidianamente accanto per i suoi impegni istituzionali, il presidente della Canera Roberto Fico. Il quale, rispettosamente intervistato dal Corriere della Sera, ha aggiunto al compiacimento Fico 1 .jpgper la “crescita” del movimento, sicuramente anagrafica se non vogliamo stare a immiserirci con i voti perduti a maggio, il rammarico che non ci sia “un luogo dove poter discutere anche le critiche” e liberare così le potenzialità insiste nelle “differenze di vedute”, cioè nei contrasti che dividono, dilaniano e quant’altro un partito, o quasi partito, vista la ritrosia a chiamarlo così, che pure è rimasto quello di maggioranza relativa dopo lo scampato pericolo dello scioglimento anticipato delle Camere.

            Di partiti dove non si hanno molte sedi per discutere, almeno in modo trasparente, o non  se ne hanno proprio, ce ne sono anche altri in Italia, ridotti ad uno stato praticamente personale, o di cerchio piò o meno magico. Forza Italia, per esempio, non è in condizioni migliori del movimento grillino, anche se si è e ci ha risparmiato la piattaforma tipo Rousseau, disinvoltamente presentata da Davide Casaleggio ed esegeti come nuova forma di democrazia interna, magari esportabile in un Parlamento messo a dieta anche di seggi.

            Neppure Matteo Salvini mi sembra francamente molto sensibile al problema della democrazia interna della sua o delle sue Leghe. I fratelli d’Italia con quello stesso nome che si sono dati mostrano di voler essere più una famiglia che un partito, cui basta e avanza quella Margareth Tachter giovane e in miniatura che sembra Giorgia Meloni. Ma i grillini, ahimè, pur dicendolo senza rendersene forse conto davvero, sono -ripeto- il movimento di maggioranza relativa nelle Camere salvate apposta dallo scioglimento anticipato per conservargli questo ruolo per forza di cose centrale. Saperlo praticamente privo di una democrazia interna per ammissione dell’esponente più alto in grado sul piano istituzionale, non mi sembra francamente di poco conto.  

 

 

 

 

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Nel pentolone referendario potrebbero svanire i calcoli degli spazzaparlamentari

Ho sentito dare del pazzo in Transatlantico, alla Camera, al mio amico Roberto Giachetti perché aveva appena annunciato in aula il suo voto a favore della riduzione dei seggi parlamentari e, al tempo stesso, la decisione di raccogliere le 126 firme necessarie dei deputati per chiedere il referendum cosiddetto confermativo, in realtà abrogativo della legge. Che Giachetti aveva criticato analiticamente, e coerentemente col precedente passaggio, sempre a Montecitorio, ma allora votando anche contro, al pari di tutti i colleghi di partito, che era ancora il Pd.

Centoventisei firme da raccogliere, pari al quinto dell’assemblea richiesto dall’articolo 138 della Costituzione, non sono obiettivamente poche rispetto agli appena 14 voti contrari espressi contro la legge grillina nell’ultimo scrutinio di Montecitorio. Non sono pochi neppure se volessimo considerare contrari alla legge spazzaseggi, chiamiamola così, quella sessantina di deputati assenti al momento opportuno, alcuni dei quali anche grillini.

Ma è davvero pazzo il mio amico Giachetti, come la sua collega renziana del Senato Laura Garavini, impegnata pure lei a raccogliere le 64 firme necessarie a Palazzo Madama, e più in generale gli esponenti della Fondazione Einaudi messisi all’opera per convincere i parlamentari alla causa referendaria, e poi anche per la raccolta delle firme di 500 mila elettori, se dovessero fallire i tentativi in Parlamento, o per allertare cinque Consigli regionali anch’essi abilitati dalla Costituzione a promuovere il referendum? Non mancano d’altronde regioni, le più piccole naturalmente, che rischiano di perdere ogni rappresentanza parlamentare con la forte riduzione dei seggi comtemplata dalla nuova norma costituzionale, a meno che non si metta mano alla legge elettorale e ad altro ancora, secondo gli impegni -ma non di più di questi- presi con i nuovi soci di maggioranza dai grillini, che intanto hanno preteso e ottenuto di incassare subito la cambiale della legge spazzaseggi. Che sembra ad occhio e croce una variante della legge spazzacorrotti, sempre grillina, nella quale i leghisti l’anno scorso, quando erano al governo, lasciarono imprudentemente infilare come una supposta la norma che per i reati commessi dal 1° gennaio prossimo blocca la prescrizione, cioè l’abolisce, con l’emissione della sentenza di primo grado, di condanna ma anche di assoluzione, per cui l’accusa avrà davanti a sé una prateria infinita su cui muoversi.

In soccorso di Giachetti e amici, se la vogliamo buttare in letteratura, si può invocare il Polonio di Wiliam Shakespeare, che scopre e indica felicemente del “metodo nella follia” di Amleto. C’è del metodo, cioè della logica, e della ragione, anche nella pazzia quindi apparente tagli in piazza.jpgdei sostenitori del referendum contro una legge approvata a così larga maggioranza dal Parlamento, festeggiando come i tacchini il Natale, e festeggiata in piazza dai grillini nella convinzione della sua popolarità per la carica anti-casta che contiene. Si è un po’ ripetuto davanti a Montecitorio lo spettacolo di Luigi Di Maio affacciatosi l’anno scorso al balcone di Palazzo Chigi per festeggiare la sconfitta della povertà.

Il diavolo, si sa, fa le pentole ma non i coperchi. Il referendum potrebbe ritorcersi contro chi spavaldamente non lo teme. E ciò a causa di errori, sottovalutazioni e novità impreviste: per esempio, se per forza di cose e per l’abilità dei suoi promotori il referendum dovesse trasformarsi in un tentativo di plebisicito per un governo nato all’improvviso e tra un disorientamento a dir poco diffuso per il repentino cambiamento di linea del Pd, per giunta promosso da chi al suo interno -Matteo Renzi, prima di andarsene e creare la sua attuale Italia Viva– più si era battuto contro un accordo con i grillini, preferendo aspettarne la crisi mangiando quantità industriali di pop-corn.

Nel momento in cui questa curiosa, sorprendente svolta  si è cercato di estenderla anche a livello locale, cresce fra i grillini la paura di perdere ancor più voti di quanti non ne abbiano perduti durante l’alleanza di governo con i leghisti e la sovraesposizione rappresentativa dei pentastellati, già emersa dalla batosta delle elezioni europee del 24 maggio, aumenta in un Parlamento a sua volta sovrappopolato di fronte alle nuove, ridotte dimensioni volute da loro stessi, il referendum Giachetti -chiamiamolo così- potrebbe diventare ben altra cosa. Da folle potrebbe diventare una iniziativa geniale.

Ricordiamo l’infortunio di Matteo Renzi col referendum del 2016 sulla sua riforma costituzionale, diventato la sua fossa politica, o quasi, nel momento in cui l’allora presidente del Consiglio ne fece un plebiscito su di sè. E, accortosi dell’errore pubblicamente segnalatogli persino dall’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano, non fece in tempo a correggerlo, o comunque a porvi rimedio.

Senatus mala bestia, diceva Marco Tullio Cicerone. O gli si attribuisce. Si può pensarlo e dirlo anche dell’elettorato, referendario e non.

 

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

C’è del metodo nella “follia” del referendum contro i tagli alle Camere

            A prima vista non è francamente né comoda né lineare la posizione di quei parlamentari, a cominciare naturalmente dal deputato renziano Roberto Giachetti, che si stanno prodigando nella raccolta delle firme per il referendum di verifica della riduzione del numero dei parlamentari dopo averla approvata, sia pure per sola e dichiarata disciplina di partito, o di gruppo, motivando nei propri intervento in aula le ragioni che avrebbero dovuto indurli a votare contro. O solo tacendo e votando a malincuore. A Montecitorio, per esempio, dovrebbero essere in 126, pari al 20 per cento dell’assemblea, a chiedere il referendum dopo avere votato contro solo in 14

            Nonostante la maggioranza superiore ai due terzi ottenuta nella quarta ed ultima votazione dalla legge festeggiata dai grillini in piazza con forbici e quant’altro, l’accesso al referendum confermativo per iniziativa di un quinto della Camera o del Senato, o di cinque Consigli regionali, o di 500 mila elettori, è consentito dall’articolo 138 della Costituzione perché quella quantità di voti necessaria per evitare una verifica popolare avrebbe dovuto verificarsi anche nella penultima votazione svoltasi al Senato. Dove i parlamentari del Pd, della sinistra radicale e altri, allora all’opposizione del governo gialloverde presieduto da Giuseppe Conte, avevano votato contro. Poi -si sa- con la crisi provocata dalla Lega di Matteo Salvini è cambiato il governo ed è cambiata la posizione dei nuovi soci della maggioranza, in cambio dell’impegno -non più di questo, per il momento- di completare successivamente la riforma con altre misure “conpensative”, fra le quali una nuova legge elettorale che risparmi, fra l’altro, ad alcune regioni il rischio o la certezza di rimanere senza rappresentanza parlamentare, vista la fortemente ridotta composizione della Camera e del Senato.

            Apparentemente contraddittoria, capricciosa, balsana e quant’altro, per quanto legittima, conforme cioè a ciò che è consentito dalla Costituzione, sino a poter procurare a Giachetti quella parolaccia -faccia da c….- da lui gridata una volta in una riunione di partito ad un collega che si era pronunciato contro il sistema elettorale maggioritario dopo averlo a lungo sostenuto, la mobilitazione referendaria del deputato di recente passato col suo amico Matteo Renzi dal Pd all’Italia Viva, ha una sua logica, Se ne potrebbe parlare e scrivere come William Shakespeare nella seconda scena del secondo atto del suo Amleto: “ C’è del metodo in quella follia”.

            E’ in fondo lo stesso metodo, alla rovescia, sperimentato ai propri danni nel 2016 dall’allora presidente del Consiglio Renzi, e da Giachetti che lo spalleggiava come vice presidente della Camera, caricando di significato e di portata controproducenti il referendun -anch’esso confermativo, di verifica- sulla sua riforma pur organica e sotto molti aspetti largamente condivisa della Costituzione, per esempio nella parte in cui eliminava il superatissimo e dispendioso Consiglio Nazionale dell’Economia.

            Diventato per incauta decisione dello stesso Renzi, che cercò di correggersi quando era ormai troppo tardi, in una prova generale su di lui e sul suo governo, sino a impegnarsi non solo alle dimissioni da presidente del Consiglio, come poi fece con un ripiegamento, ma persino al ritiro dalla politica in caso di sconfitta, quel referendum fu rovinosamente perduto. E, per quanto si fosse fermato nella sconfitta a quel mitico 40 per cento dei voti raggiunto due anni prima nelle elezioni europee come segretario del Pd e presidente del Consiglio, Renzi non riuscì a sopravvivervi politicamente.

             Il colpo di grazia glielo diede il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, pur da lui voluto l’anno prima al Quirinale anche a costo di rompere l’alleanza stretta con Silvio Berlusconi sulle riforme. Il capo dello Stato negò le elezioni anticipate reclamate da Renzi nella consapevolezza, in verità non infondata, che ormai la legislatura, giunta ad un anno dalla sua scadenza ordinaria, avesse di fatto esaurito la sua funzione col fallimento del principale obiettivo che si era data: quello appunto della riforma costituzionale.

            Sulla riduzione del numero dei seggi parlamentari, riducendone 230 alla Camera e 115 al Senato, per quanto siano riusciti all’ultimo momento a coprirsi con la conversione dei nuovi soci di maggioranza, passati repentinamente da no al sì, a condizioni però tutte ancora da verificare, quando già l’amputazione è diventata legge, i grillini stanno un po’ compiendo lo stesso errore di Renzi nel 2016 con la sua pur diversa e organica -ripeto- riforma costituzionale. L’hanno trasformata in un paradigma che potrebbe rivelarsi controproducente, se non fatale per loro, più ancora che per gli altri piegatisi all’ultimo momento ad assecondarli pur di scongiurare un turno di elezioni anticipate vinto alla grande da Salvini.

            Non è detto che la bandiera dell’anti-casta nella quale Beppe Grillo e compagni hanno avvolto da sempre la riduzione del numero dei parlamentari, con stratosferische previsioni di risparmi ridottesi però allo 0,007% di spese in meno nel bilancio dello Stato, funzioni sino in fondo in una campagna referendaria dove altri potrebbero riuscire a mettere e a fare avvertire altri temi, propri o impropri che siano: per esempio, la natura non più eccezionale o emergenziale ma sistemica, e diffusa in periferia, della maggioranza giallorossa subentrata a quella gialloverde.

           Dimezzatisi di voti in un solo anno per effetto della loro alleanza di governo con i leghisti, i grillini potrebbero perderne altri, stavolta per l’alleanza con la sinistra, e dare agli elettori proprio col referendum Giachetti, chiamiamolo così, un’occasione per affondare la lama. La prova referendaria in fondo potrebbe mettere a nudo -specie col defilamento o col sostanziale boicottaggio praticato contro Renzi nel 2016 da molto dei suoi stessi compagni allora di partito- la debolezza intrinseca ormai di un movimento che dopo la batosta delle elezioni europee del 24 maggio scorso, è semplicemente o miracolosamente sopravvalutato nelle attuali Camere a composizione sprezzantemente definita pletorica, e lo sarebbe ancora di più in Camere a composizione virtuosamente ridotta.

            Il vento Giachetti e Renzi.jpgormai per i grillini è cambiato, per quanti vantaggi essi possano ancora ricavare dall’attuale -e per giunta disprezzata, ripeto-  consistenza del Parlamento. E Giachetti, ma non solo lui, con la sua vecchia scuola radicale alle spalle, e nell’acquario renziano in cui ha deciso di continuare a nuotare, potrebbe davvero trovarsi nei panni di chi sembra pazzo ma non lo è per niente.

 

 

 

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Gli incubi di Conte a Palazzo Chigi, fra le ombre di Renzi e di Salvini

           A sentire, anzi a vedere ciò che disegnano e fanno dire al politico di turno i vignettisti, che a volte arrivano al punto meglio dei cronisti cui si ispirano, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte avrebbe l’incubo di Matteo Renzi. Che ha quindi preso il posto, nelle sue paure, che fu di un altro Matteo, il leghista Salvini, nel suo primo governo. Allora il ministro dell’Interno lo scavalcava nei rapporti con le cosiddette parti sociali, per esempio,  e lo costringeva a trascorrere penosamente al telefono i suoi week end per chiedere agli omologhi europei la “cortesia personale” -sono parole dello stesso Conte, usate in pubblico- di prendersi in carico qualcuno dei migranti che il Viminale ostinatamente tratteneva fuori e negli stessi porti italiani impedendone lo sbarco da navi straniere e persino della nostra marina, che li avevano soccorsi in mare.

            Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera ci ha appena offerto Conte, col suo naso e col suo ciuffetto inconfondibile, seduto fra i ministri degli Esteri e dell’Economia, liquidare l’offerta di consigli di Matteo Renzi, nuovo e alquanto incombrante socio della maggioranza, dicendogli: “Grazie, ma so sbagliare da solo”.

           Cosi temo, sbagliando cioè da solo, che Conte abbia fatto in agosto, durante la crisi attivata da Salvini sulle spiagge alternando comizi e bagni di sole e di acqua, quando si è fatto prendere la mano dall’amicizia col presidente americano Donald Trump -quello che lo chiama affettuosamente Giuseppi- mettendo personalmente a disposizione del suo ministro della Giustizia, appositamente mandato a Roma, uomini e risorse dei servizi segreti italiani. Il problema era di farlo uscire il meglio possibile dalle grane che aveva, e continua ad avere,  alla Casa Bianca per il cosiddetto Russiagate. Che non è da confondere naturalmente con quello, dello stesso nome, che hanno in Italia a livello giudiziario uomini, amici e quant’altri dell’allora ministro Salvini in cerca d’affari l’anno scorso a Mosca anche per la Lega, secondo i sospetti degli inquirenti.

            Fra i consigli di Renzi non richiesti e non graditi da Conte, oltre a quelli su tasse e contorni che hanno infastidito non poco pure il ministro dell’Economia e il capo della delegazione del Pd al governo, c’è stato quello di non occuparsi più così direttamente e pienamente proprio dei servizi segreti, avendo il presidente del Consiglio la possibilità di alleggerirsi con qualche delega.

            La coincidenza con le polemiche ormai internazionali sulla pretesa, abitudine e quant’altro di Trump di allargarsi, diciamo così, con gli alleati nella richiesta di aiuti a risolvere i suoi problemi personali in patria, non ha naturalmente incoraggiato Conte a fidarsi del consiglio di Renzi, temendo che fosse dettato da tutt’altro desiderio che quello di procurargli quella serenità già inutilmente assicurata a suo tempo ad Enrico Letta, prima di prenderne il posto a Palazzo Chigi. Dai cui dintorni ancora adesso l’interessato, frequentemente impegnato a Parigi come insegnante di politica, si tiene lontano nei soggiorni romani per scaramanzia.

            Prenotatosi col Copasir, l’acronimo del comitato parlamentare di sostanziale controllo dei servizi segreti,  per chiarire la faccenda degli aiuti chiesti ed eventualmente ottenuti dal Raffaele Volpi.jpgpresidente americano alle prese col suo Russiagate, Conte non deve avere molto gradito le distanze, a dir poco, che è sembrato prendere da lui il presidente appena eletto dell’organismo bicamerale: l’ex sottosegretario leghista alla Difesa Raffaele Volpi. “Non è lui a decidere i nostri tempi”, ha avvertito Volpi parlando appunto di Conte e delle fretta che sembra avere.

            Nella votazione al Copasir, resasi necessaria col passaggio del precedente presidente al governo come ministro della Difesa, Volpi è prevalso sugli altri candidati dell’opposizione, cui spetta quel ruolo molto delicato di garanzia. In particolare, egli è stato preferito al “fratello d’Italia”, cioè al meloniano Adolfo Urso, ritiratosi alla fine dalla gara per cercare di conservare almeno la carica che ha di vice presidente, e al forzista, cioè berlusconiano, Elio Vito.

            Già messo così, cioè con l’approdo di un leghista, peraltro molto legato a Salvini, con cui ha condiviso per un po’ l’abitazione a Roma, l’avvicendamento al vertice del Copasir non deve avere procurato molta serenità a Conte. Che con Savini ha notoriamente rotto di brutto, processandolo a suo modo nell’aula del Senato quando ancora gli sedeva accanto, al banco del governo, come vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno. Ma ancor meno debbono essere piaciute a Conte e al suo entourage le voci che corrono dietro le quinte, a torto o a ragione, su un aiutino che Volpi avrebbe avuto nell’elezione a presidente del Copasir dalla componente renziana della nuova maggioranza: quella che si chiama Italia Viva.

            Pur di origini notoriamente e orgogliosamente pugliesi, il presidente del Consiglio è ormai un quasi toscano di adozione per il suo insegnamento di diritto a Firenze. Dove è sepolto, nella storica Basilica di Santa Croce, anche Vittorio Alfieri. Il quale raccontò di avere imparato che “la vicendevole paura è quella che governa il mondo”.

 

 

 

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Il suicidio assistito di 345 onorevoli tacchini scambiato per stupro da Sgarbi

Peggiore della riduzione dei parlamentari approvata definitivamente dalla Camera senza una contestuale riforma di altre parti della Costituzione, e della legge elettorale fatta per 945 fra deputati e senatori anziché 600, quanti ne saranno al loro rinnovo, e’ solo il modo col quale la si è contrastata da certe parti che pure avevanotabellone Camera.jpg buoni argomenti per criticarla. Sono rimasto, per esempio,Sgarbi.jpg letteralmente esterrefatto nel sentire l’amico Vittorio Sgarbi gridare nell’aula di Montecitorio allo “stupro” che sarebbe stato compiuto contro il Parlamento dai grillini e dai loro nuovi alleati di governo, come se i vecchi passati all’opposizione -i leghisti di Matteo Salvini- fossero stati contrari, e non favorevoli pure loro.

Mai rapporto politico, diciamo così, mi è apparso così consenziente, per quanto paradossale come lo spettacolo, giustamente descritto da Federico Geremicca sulla Stampa, dei “tacchini in festa a Natale”. E’ difficile dare torto, d’altronde, aDi Maio e poltrone.jpg Renata Polverini, ormai in transito da Silvio Berlusconi a Matteo Renzi, quando spegne l’entusiasmo o solo la fiducia di chi si prepara al referendum di verifica sulla riduzione dei parlamentari dicendo di sentire nel Paese “un vento che non ammette riflessioni, resistenze, pensieri ostili” ai tagli appena approvati. È ciò anche se i grillini hanno sparato, a loro favore, risparmi stellari ridotti, o demoliti, da chi sa fare di conto allo 0,007% delle spese annuali dello Stato, e forse anche meno.

Sugli umori della “ggente”, con la doppia consonante dei mercati popolari, aveva forse ragione  nel 2007 l’allora deputato Marco Boato a compiacersi dell’abolizione della pena di morte dall’inciso costituzionale “se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra” avvenuta “per fortuna” con la maggioranza parlamentare superiore ai due terzi. Cio’ le risparmio’ infatti la grave incognita del passaggio referendario: grave perché, gratta gratta, la pena di morte in certe circostanze faceva e forse fa ancora meno orrore di quanto non si ritenga.

Già esterrefatto, ripeto, per quello “stupro” gridato  a Montecitorio volendo rappresentare l’aula come vittima di una violenza, lo sono ancor più diventato quando l’ormai incontenibile Sgarbi si è mescolato alle capre per le quali scambia in televisione i dissenzienti di turno evocando un altro stupro ancora per appaiarli: quello contestato nei mesi scorsi a un figliolo di Beppe Grillo per una serata trascorsa con amici nell’appartamento familiare di Porto Cervo, in Sardegna. Beh, questo, Vittorio, l’ultragarantista Vittorio non me lo doveva, non ce lo doveva fare, in pendenza peraltro di indagini.

Non si può, non si deve rovinare cosi, e così ripetutamente, una buona causa già costretta a navigare con una certa difficoltà nelle torbide acque della demagogia. Dalle quali i sostenitori in buona fede, vecchi e nuovi, della riduzione del numero dei parlamentari potranno fare uscire la loro riforma solo se e quando avranno davvero messo in cantiere e approvato le cosiddette misure compensative, di carattere costituzionale, legislativo e regolamentare, di cui adesso  esistono solo i titoli: niente, ma proprio niente di più.

Non vorrei, peraltro, che il passaggio dagli impegni ai fatti fosse ostacolato dalla paura, dalla preoccupazione e persino dalla consapevolezza di togliere così erba sotto ai piedi di una legislatura così fortunosamente o disinvoltamente salvata durante la crisi d’agosto esasperando, diciamo così, il pericolo Salvini: un’esasperazione quanto meno pari a quella cavalcata  dallo stesso Salvini con la sua improvvisa e torrida campagna elettorale sulle spiagge, senza neppure aspettare l’apertura formale della crisi e tanto meno lo scioglimento anticipato delle Camere, prenotando corse “da solo”, ai danni dei suoi alleati locali di centro destra, e “pieni poteri”.

Diciamoci la verità, questo Parlamento eletto il 4 marzo dell’anno scorso, pur legittimamente in carica, per carità, ha perduto un po’ di penne per strada, un po’ di splendore, un po’ di salute, insomma, con le elezioni regionali e infine europee sopraggiunte alla sua nascita. Esse hanno cambiato, e di molto, i rapporti di forza fra i partiti, indebolendo tanto i grillini, per esempio, e rafforzando al contrario i leghisti, da aver fatto cambiare linea al Pd. Che ha ritenuto, a cominciare da Matteo Renzi, proprio quello delle scorte inesauribili di pop-corn da consumare sui banchi dell’opposizione, di potersi alleare al governo con i pentastellati senza indugio.

Un altro po’ di luce, di salute, di attualità il Parlamento della diciottesima legislatura l’ha perso proprio con la riduzione dei seggi della Camera e del Senato appena approvata in via definitiva, tra il giubilo dei grillini e dello Schermata 2019-10-08 alle 05.42.29.jpgstesso presidente del Consiglio. Il giorno in cui dovesse essere completata davvero questa riforma, che cosa onestamente rimarrà di valido, di attuale, di legittimo in un Parlamento eletto nel 2018, con le vecchie regole, nella vecchia composizione? Non mi sembra francamente una domanda peregrina, specie pensando alla fretta, se non alla frenesia, con la quale nel 1994 furono sciolte le Camere elette meno di due anni prima perché delegittimate -disse l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro- dalla sopraggiunta approvazione di una nuova legge elettorale.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

I festeggiamenti prematuri per il Parlamento light voluto dai grillini

             Con quei numeri sul tabellone di Montecitorio dopo la votazione finale -553 sì, 14 no, 2 astenuti- e col clima che c’è nel Paese contro la cosiddetta casta, e tutto ciò che può a torto o a ragione assomigliarle, con e pure senza l’aiuto degli spettacoli in piazza, davanti allo stesso Montecitorio Di Maio in piazza.jpge altrove, tra striscioni, forbici e poltrone da rottamare, presente quello stesso Luigi Di Maio che l’anno scorso, di questi tempi, si affacciò al balcone di Palazzo Chigi come vice presidente del Consiglio e pluriministro per annunciare gioiosamente e prematuramente addirittura la fine della povertà; con tutto questo, ripeto,  c’è francamente ben poco da dire, e tanto meno da scommettere su un referendum che possa riesumare i 345 seggi parlamentari tagliati fra Camera e Senato.

            Ciò non toglie tuttavia -e se ne accorgeranno prima o poi anche molti di quelli che hanno festeggiato e continueranno a farlo nei prossimi giorni- che si è ripetuto con i tagli ai seggi parlamentari lo stesso errore compiuto una trentina d’anni fa con i referendum e poi con le leggi ordinarie per passare dal sistema elettorale proporzionale al sistema via via più o meno maggioritario.

            L’errore comune alle due imprese è quello di pretendere di poter costruire la casa cominciando non con le fondamenta ma con il tetto. Si volle passare al sistema maggioritario senza mettere mano, prima o quanto meno contemporaneamente, ad una Costituzione pensata ed approvata per un Parlamento da eleggere col sistema proporzionale.

           Pertanto, cestinata la prima nelle Procure, abbiamo assistito per tutta la cosiddetta seconda e terza Repubblica, che molti considerano già cominciata da tempo, alla sostanziale finzione dei governi e dei loro presidenti eletti direttamente dal popolo, con tanto di schede contenenti i nomi dei candidati a Palazzo Chigi, ferma restando la prerogativa costituzionale del capo dello Stato di nominarli  a quel posto e di sostituirli ad ogni esplosione di crisi senza necessariamente ricorrere a nuove elezioni.

            Il governo in carica, pur a presidente del Consiglio fortunosamente invariato, ne è la prova vivente, così come lo era il precedente, essendo stato formato da Giuseppe Conte senza essere stato proposto agli elettori in quella veste, e composto da partiti furiosamente contrappostisi nella campagna per il rinnovo delle Camere alla scadenza ordinaria del loro tormentatissimo mandato, in cui si erano avvicendati altri tre governi -di Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni- per niente proposti agli elettori. O sbaglio? Non credo proprio di stare raccontando fantasie, menzogne e quant’altro.

            I sostenitori del cosiddetto sistema elettorale maggioritario, in tutte le sue gradualità o varianti, non potevano francamente gestire e servire peggio la loro causa, così come temo -per la salute del Paese e della democrazia- saranno costretti ad ammettere i sostenitori oggi festanti del Parlamento light, diciamo così, alleggerito di 115 senatori e di 230 deputati, per un totale di 345 persone.

            Gli altri tentativi, peraltro tutti falliti, di ridurre il numero dei parlamentari furono almeno compiuti nell’ambito di riforme costituzionali più o meno organiche, distinguendo anche i compiti delle due Camere per evitarne la sovrapposizione, nella consapevolezza quanto meno che non si può costruire cominciando dal tetto, come dicevo.  Questo tentativo no, è stato compiuto proprio cominciando dal tetto e rinviando ad altri momenti il resto pur riconosciuto necessaro, bontà di lor signori, e indicato nei titoli -non più dei titoli- delle leggi costituzionali e dei regolamenti parlamentari da predisporre e approvare.

           “Facciamo a fidarci”, si sono detti praticamente i grillini, portando a casa subito ciò che volevano per soddisfare lo spirito anti-casta su cui sono nati e cresciuti, e i loro nuovi alleati di governo rinunciando all’opposizione praticata ai tagli dei seggi parlamentari nei precedenti passaggi al Senato e alla Camera. Si fa presto a fidarsi quando si è appena fatto un governo e non si ha naturalmente voglia di disfarlo immediatamente per la paura di ritrovarsi in condizioni peggiori davanti allo stesso pericolo, quello delle elezioni anticipate, appena evitato, con la presunzione peraltro dichiarata di durare per tutto il resto della legislatura, sino alla scadenza ordinaria del 2023.

            Il guaio è, per lor signori, a cominciare dal presidente del Consiglio, affrettatosi nell’aula di Montecitorio a felicitarsi col suo ex vice ma ugualmente capo ancòra in carica del maggiore partitoCONTE E DI MAIO.jpg della coalizione, nonché ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che quanto più si dovesse mettere davvero mano alle modifiche costituzionali, legislative e regolamentari imposte -per loro stessa ammissione- dal taglio dei parlamentari, tanto più si avvicinerebbe non la scadenza ma la decadenza di fatto di questo Parlamento. Che già vive -non dimentichiamo neppure questo- nella non felice condizione di rappresentare un quadro politico -quello uscito dalle urne del 4 marzo 2018- letteralmente sconvolto dai risultati delle elezioni europee del 24 maggio scorso e dalle precedenti, non poche né irrilevanti elezioni regionali.

            Giuseppe Conte ai guai che già ha di suo, con la vicenda poco edificante dei servizi segreti messi a disposizione di un altro paese, per quanto alleato, su cui dovrà riferire al Comitato parlamentare di controllo appena si insedierà il nuovo presidente, ha aggiunto -volente o nolente- con l’approvazione dei tagli parlamentari la scomodità di trovarsi un pò nei panni di Bertoldo. Che trascorreva il suo tempo cercando l’albero al quale lasciarsi appendere da chi lo aveva condannato. In quelle condizioni si può tirare a campare, non certo a governare, anche se il compianto Giulio Andreotti preferiva tirare a campare piuttosto che tirare le cuoia, come disse una volta a un impaziente e critico Ciriaco De Mita.

 

 

 

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Conte in versione palestrata: “Non sono servo di nessuno. Sono più duro di Craxi”

             Neppure scrutandone le foto scattategli nei momenti d’impegno politico più vicino a uno scontro che ad un’affabulazione, parlamentare o di piazza, avrei immaginato francamente un Giuseppe Conte muscolare, e tanto meno palestrato, con palestrato.jpgo senza tatuaggi. Conte in camicia.jpgInvece il presidente del Consiglio ha voluto appena fornire di sé, alle prese con i problemi e le polemiche di questa stagione politica forse più calda di quanto gli avesse lasciato prevedere la più larga estensione della sua nuova maggioranza giallorossa, l’immagine di un uomo forte, attrezzato in tutti i sensi.

             “Non sono servo di nessuno”, ha assicurato il professore evidentemente contestando, in particolare, la docilità attribuitagli nei rapporti col presidente degli Stati Uniti d’America. Che gli dà pubblicamente del Giuseppe, anzi del Giuseppi, al plurale, elogiandone entrambi i governi, per ringraziarlo forse di avere messo a disposizione del suo ministro della Giustizia, appositamente mandato a Roma, i servizi segreti italiani a dargli una mano nell’affare Russiagate, che lo infastidisce da tempo a Washington. E potrebbe costargli la stessa Casa Bianca.

            “Sono più duro di Bettino Craxi a Sigonella”, ha detto ancora Conte immaginandosi forse con la pistola in pugno nella base siciliana della Nato a ordinare il fuoco contro i marines americani, che invece l’allora presidente socialista del Consiglio italiano si si limitò nel 1985 a fare circondare e neutralizzare dagli avieri italiani perché non assaltassero l’aereo egiziano dirottato e fatto attrerrare dai caccia statunitensi su quella pista per impadronirsi e portare via  i sequestratori della nave Achille Lauro. Che Craxi invece trattenne e fece processare in Italia, lasciando fuggire verso la Iugoslavia, tra le proteste e le dimissioni poi rientrate del ministro repubblicano della Difesa Giovanni Spadolini, il referente palestinese protetto dalla diplomazia egiziana, come da accordi presi a livello internazionale per chiudere il sequestro della nave italiana senz’altre vittime, dopo il passeggero americano di religione ebraica di cui era stata nascosta l’uccisione durante il negoziato.

            Conte non si è trovato, evidentemente, a disagio a confrontare le sue difficoltà di oggi con quegli eventi, né la sua persona con gli uomini di allora. Egli deve avere evidentemente un’alta, molto alta considerazione di se stesso, dimostrata peraltro sin dall’inizio della sua avventura politica, quando si promosse, per le comuni origini pugliesi, a emulo persino di Aldo Moro.  Del quale peraltro, visto che ci sono, mi auguro che egli  si premuri in questi giorni a difendere la memoria reclamando e cercando personalmente la verità sull’ultimo, l’ennesimo mistero emerso su quell’autentica tragedia della Repubblica: l’omesso intervento contro la prigione dove Moro era tenuto prigioniero dalle brigate rosse anche dopo la segnalazione della sua località pervenuta addirittura alla moglie dell’allora capo dello Stato Giovanni Leone, analoga peraltro a quella già pervenuta al vice segretario della Dc Remo Gaspari, anch’essa inutilmente comunicata al Ministero dell’Interno.

            Rispetto a quei fatti, e all’inquietudine che provano le circostanze che via via ancora emergono a più di 41 anni di distanza, i problemi di Conte e della sua nuova maggioranza, al di qua e persino al di là dell’Atlantico, tra le discussioni sul nucleo fiscale, sull’Iva e sulle audizioni al Copasir sollecitate dai due Mattei – Salvini dall’opposizione e Renzi dall’interno della maggioranza-che sembra togliere il sonno al presidente del Consiglio, non c’è paragone che tenga, francamente.

            Lascia il tempo che trova persino il monito levatosi qualche giorno fa da un articolo del buon Antonio Padellaro sul Fatto Quotidiano, peraltro da lui fondato e diretto con ben altro stile rispetto Padellaro sui Mattei.jpgal successore Marco Travaglio, non foss’altro per ragioni di esperienza, avendone  il primo ben più del secondo. “Conte, Salvini e Renzi: ne resterà vivo uno solo”, ha scritto e vaticinato Padellaro persino nel titolo. Vedremo chi sopravviverà, e con quale alleanza funesta fra gli altri due, naturalmente.

 

 

 

 

 

 

 

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