Il colpaccio di Matteo Renzi nella partita sull’Iva. E non è finita.

              A parte l’ironia di Emilio Giannelli, che sulla prima pagina del Corriere della Sera lo ha napoleonizzato facendogli cavalcare il grillo Luigi Di Maio, e salvo sorprese quando verrà varata davvero la cosiddetta legge di stabilità, fra qualche settimana, e non solo la “nota di aggiornamento” appena il manifesto.jpgapprovata dal Consiglio dei Ministri, Matteo Renzi può ben dire di avere vinto la prima partita giocata dietro e davanti alle quinte con la sua Italia Viva. E’ stata la partita dell’Iva, secondo il gioco di parole che ha ispirato il solito, felice titolo di copertina del manifesto.

              Insorto un attimo prima di Di Maio contro l’aumento pur “selettivo” studiato, predisposto e quant’altro negli uffici del Ministero dell’Economia guidato ora dal piddino Roberto Gualtieri, e sostenuto naturalmente da Dario Franceschini, il capo della delegazione del Pd al governo, Renzi ha portato a casa l’annuncio, fatto personalmente dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, della “sterilizzazione” dell’imposta, credo, fra le più impopolari. E ciò grazie al ritrovamento di 23 miliardi di euro fra le pieghe non si è ancora ben capito di quale degli abiti del bilancio.

            Non poteva, d’altronde, finire diversamente per un governo proposto a sorpresa nel Pd, quando ancora ne faceva parte, proprio da Renzi per evitare che la crisi agostana provocata dal leader leghista Matteo Salvini si concludesse con lo scioglimento anticipato delle Camere e con l’aumento quasi automatico dell’Iva, appunto, per lo scatto delle cosiddette clausole di salvaguardia lasciate in eredità ai successori dal primo e unico governo di Paolo Gentiloni. E’ una circostanza, quest’ultima, che il leghista Roberto Calderoli, tra un’intervista e l’altra sul referendum elettorale da lui fatto mettere in cantiere da otto regioni governate dal centrodestra contro ciò che resta ancora del sistema proporzionale, ha voluto polemicamente ricordare al ministro Gualtieri contestandogli “il conto di Papeete” rimproverato a Salvini per aver fatto cadere il primo governo di Conte. Al quale d’altronde il partito dello stesso Gualtieri si opponeva duramente.

            Nel richiamo in prima pagina di un retroscena di Marco Conti sul Messaggero c’è forse la sintesi più efficace di ciò che è accaduto nella partita sull’Iva. Si riferisce di un Conte che, pur Messaggero.jpgpreso alla sprovvista dall’iniziativa di uno dei suoi ultimi predecessori a Palazzo Chigi, si propone realisticamente di “sentire Renzi ogni volta che sarà necessario”, e di un Franceschini che, di rimando, commenta: “Così salta tutto”. E che, secondo altre ricostruzioni, aveva fronteggiato nel vertice notturno di maggioranza l’offensiva dei renziani, rappresentati soprattutto dalla ministra dell’agricoltura Teresa Bellanova, accusandoli di collusione, o qualcosa del genere, con gli evasori dell’Iva.

            Un altro scontro fra renziani e Pd sta maturando nella maggioranza sul tema caldissimo della giustizia, specie dopo che ne hanno discusso recentemente a Palazzo Chigi il guardasigilli grillino Alfonso Bonafede e il suo predecessore Andrea Orlando, ora vice segretario del Pd, senza la presenza di un esponente di Italia Viva, e neppure, in verità, dei liberi e uguali di Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani, forse perché consideratisi ben rappresentati da Orlando.

            “Poi vi faremo conoscere le nostre proposte”, si era limitato a reagire Renzi. E una proposta appunto, spiazzante un po’ per tutti, anche per i grillini, sta maturando sullo spinosissimo problema della prescrizione, il cui blocco con l’emissione della sentenza di primo grado scatterà il primo gennaio prossimo, in applicazione di una norma introdotta nella cosiddetta legge spazzacorrotti.

            Secondo anticipazioni del quotidiano Il Dubbio, edito peraltro dagli avvocati, in agitazione proprio per il blocco della prescrizione destinato, senza correttivi, ad allungare e non certo ad accelerare i processi, Renzi proporrebbe di escludere dal blocco, cioè dalla fine della prescrizione, le sentenze di assoluzione in primo grado. Ciò eviterebbe il processo all’infinito in caso di ricorso dell’accusa all’appello.

             Sembrerebbe, a prima vista, il classico uovo di Colombo, pur restando sul tappeto il problema dei condannati, ai quali bisognerà pur garantire un termine davvero “ragionevole”, come prescrive l’articolo 111 della Costituzione, per ottenere giustizia negli altri gradi di giudizio, considerando che le assoluzioni in secondo o terzo grado non sono certamente eccezioni.

            Non meno scabrosa è la riforma in cantiere del Consiglio Superiore della Magistratura e del suo metodo di elezione per fronteggiare i mali del correntismo così drammaticamente emersi, anzi scoppiati negli ultimi mesi, ma di ben lunga provenienza. Su questo terreno le distanze di Renzi dal Pd sono diventate vistose da quando l’ex segretario ha mostrato interesse o condivisione per il metodo del sorteggio proposto dai grillini perché le correnti in magistratura gli piacciono ancor meno di quelle da lui sperimentate politicamente col cosiddetto ”fuoco amico”  nel partito alla fine abbandonato.

            “Noi stacchiamo le correnti, non la corrente al governo”, ha detto Renzi parlandone al Foglio per rispondere a chi sospetta che lui non veda l’ora di far cadere il governo giallorosso pur dopo avere contribuito Gazzetta.jpgin modo decisivo a farlo nascere. E’ un po’ quello, paradossalmente, che il su un altro versante il vignettista della Gazzetta del Mezzogiorno Nico Pillinini fa sarcasticamente dire ai sedicenni che apprendono dalla televisione il proposito quasi unanime dei partiti di farli votare modificando in tutta i vincoli costituzionali dei 18 e 25 anni, rispettivamente, per la Camera e il Senato: “Vogliono essere mandati a quel paese anche da noi?”.

 

 

 

 

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Perché Conte l’ha fatta…franca con l’apertura al Mattarella bis

Nella volenterosa ricerca della verità sulla testata omonima di Maurizio Belpietro temo che Carlo Cambi si sia fatto prendere la mano non so se più falla fantasia o dalla malizia vedendo un diabolico piano nella inusuale apertura di un presidente del Consiglio alla rielezione del presidente della Repubblica in carica. Ciò “se mai fosse disponibile”, ha detto Giuseppe Conte di Sergio Mattarella in una intervista di qualche giorno fa, elogiandone le doti di saggezza, di equilibrio e anche di semplicità, da lui sperimentata evidentemente in un anno e mezzo di assidua frequentazione.

Data la scadenza né imminente né vicina del mandato di Mattarella, al cui compimento mancano ancora due anni e mezzo, la rielezione auspicata da Conte è apparsa a Cambi una sostanziale conferma dell’ipotesi che il presidente della Repubblica possa dimettersi anzitempo di fronte a un brusco deterioramento della situazione politica, e ad una crisi che l’obbligherebbe questa volta a sciogliere le Camere.

Piuttosto che lasciare alle nuove assemblee parlamentari, ancora sospettabili di risultare a schiacciante maggioranza di centrodestra, il compito di eleggere il suo successore, Mattarella investirebbe del problema le Camere uscenti. Che potrebbero confermare lui, appunto, o mandare al Quirinale un’altra personalità di sinistra: per esempio Romano Prodi, guarda caso espostosi durante la crisi agostana di governo a perorare la causa della maggioranza giallorossa, di cui ha anche proposto il nome italianizzando con  “Orsola” quello della tedesca Ursula von der Leyen, eletta dal Parlamento europeo alla presidenza della nuova commissione di Bruxelles con una convergenza di voti dei popolari, compresi i forzisti di Silvio Berlusconi, rimasti però all’opposizione in Italia, della sinistra e dei grillini.

Va detto, per onestà di cronaca, anche se il ricercatore della Verità di Belpietro ha omesso di farlo, che Prodi già nel 2013, per quanto fermato la prima volta da cento e più “franchi tiratori” del Pd, avrebbe potuto andare al Quirinale con una convergenza di voti piddini e pentastellati se Beppe Grillo in persona fosse riuscito nel tentativo compiuto all’ultimo momento di far recedere Stefano Rodotà dalla candidatura  frettolosamente proposta proprio dal movimento del comico genovese.

Poco importa se fatta per se stesso, ai fini della conferma, o per altri, come Prodi e affini, l’operazione attribuita Cambi su Mattarella.jpgalle intenzioni di Mattarella di anticipare la scadenza istituzionale del 2022 per cautelare il Paese dal rischio di un presidente della Repubblica di centrodestra, da Silvio Berlusconi in su o in giù, o di lato, mi sembra francamente azzardata, a dir poco. Essa presupporrebbe una concezione troppo ingiustamente luciferina e disinvolta del presidente in carica, di cui non si può distorcere sino a questo punto il silenzio di cortesia e prudenza opposto alla sortita inusuale -ripeto-del presidente del Consiglio in carica per una sua rielezione, ordinaria o anticipata che possa essere o rivelarsi.

Già a Mattarella, secondo me, è stato fatto il torto di attribuire durante la crisi agostana un specie di conflitto d’interessi quando si è detto e scritto che i sostenitori del cambio di maggioranza gli avrebbero adombrato la rielezione per ingraziarselo e scongiurare il rischio che egli cedesse alla richiesta leghista e del centro destra, ma inizialmente sostenuta anche dal segretario del Pd Nicola Zingaretti, di sciogliere le Camere in anticipo e lasciare che la scadenza istituzionale del Quirinale avvenisse durante la nuova legislatura a prevedibile trazione salviniana. Potrò sbagliare, ma penso che nessuno abbia osato prospettare la situazione in questi termini personali a Mattarella, neppure per allusioni, semplicemente per non sentirsi cacciare dal suo ufficio, o sbattere il telefono in faccia.

E’ tuttavia indubitabile che, a parte la stecca -secondo me- della lettura riservata da Cambi all’auspicio della rielezione di Mattarella espresso da Conte, sia passata sui giornali tra la sostanziale indifferenza questa sortita del presidente del Consiglio.

Durante la cosiddetta prima Repubblica, quando pure la lotta politica e, più in generale, il dibattito o confronto tra partiti, correnti, leader e leaderini era di una certa sobrietà rispetto ai tempi odierni, mancando peraltro quel micidiale propellente che è la comunicazione digitale, bastava che un segretario di partito o capo di governo si lasciasse scappare un sospiro, non di più, sulla scadenza istituzionale della Presidenza della Repubblica, vicina o lontana, perché scoppiassero incendi mediatici, se non politici. E si aprisse o si scatenasse, spesso più a torto che a ragione, con un anticipo comunque compromettente la corsa al Quirinale. Che aveva come regola la stessa del Conclave, per cui chi parte in testa, o entra da Papa, come si dice oltre Tevere, non ne esce eletto. L’eccezione sarebbe forse avvenuta nel 1978 con Aldo Moro, ma la situazione era così anomala che finì tragicamente, col sequestro e l’assassinio del candidato sicuramente più autorevole e meglio piazzato alla successione al collega di partito Giovanni Leone.

Questa volta, con la stecca -ripeto- della Verità di Belpietro, dopo la sortita di Conte è filato tutto liscio. Ognuno è rimasto al suo posto, nonostante la facilità di accesso a quella fogna a cielo aperto che diventa spesso la navigazione in internet. Se si sia trattato solo di distrazione o, finalmente, di una svolta comunicativa, e di costume, è troppo presto per dirlo.

“Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo”, scrisse Moro alla moglie Noretta nell’ultima drammatica e incompiuta lettera prima di essere ucciso parlando di quello che l’aspettava oltre la morte nei rapporti con i suoi cari. Sarebbe bellissima anche una comunicazione politica finalmente svelenita.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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