Gli incubi di Conte a Palazzo Chigi, fra le ombre di Renzi e di Salvini

           A sentire, anzi a vedere ciò che disegnano e fanno dire al politico di turno i vignettisti, che a volte arrivano al punto meglio dei cronisti cui si ispirano, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte avrebbe l’incubo di Matteo Renzi. Che ha quindi preso il posto, nelle sue paure, che fu di un altro Matteo, il leghista Salvini, nel suo primo governo. Allora il ministro dell’Interno lo scavalcava nei rapporti con le cosiddette parti sociali, per esempio,  e lo costringeva a trascorrere penosamente al telefono i suoi week end per chiedere agli omologhi europei la “cortesia personale” -sono parole dello stesso Conte, usate in pubblico- di prendersi in carico qualcuno dei migranti che il Viminale ostinatamente tratteneva fuori e negli stessi porti italiani impedendone lo sbarco da navi straniere e persino della nostra marina, che li avevano soccorsi in mare.

            Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera ci ha appena offerto Conte, col suo naso e col suo ciuffetto inconfondibile, seduto fra i ministri degli Esteri e dell’Economia, liquidare l’offerta di consigli di Matteo Renzi, nuovo e alquanto incombrante socio della maggioranza, dicendogli: “Grazie, ma so sbagliare da solo”.

           Cosi temo, sbagliando cioè da solo, che Conte abbia fatto in agosto, durante la crisi attivata da Salvini sulle spiagge alternando comizi e bagni di sole e di acqua, quando si è fatto prendere la mano dall’amicizia col presidente americano Donald Trump -quello che lo chiama affettuosamente Giuseppi- mettendo personalmente a disposizione del suo ministro della Giustizia, appositamente mandato a Roma, uomini e risorse dei servizi segreti italiani. Il problema era di farlo uscire il meglio possibile dalle grane che aveva, e continua ad avere,  alla Casa Bianca per il cosiddetto Russiagate. Che non è da confondere naturalmente con quello, dello stesso nome, che hanno in Italia a livello giudiziario uomini, amici e quant’altri dell’allora ministro Salvini in cerca d’affari l’anno scorso a Mosca anche per la Lega, secondo i sospetti degli inquirenti.

            Fra i consigli di Renzi non richiesti e non graditi da Conte, oltre a quelli su tasse e contorni che hanno infastidito non poco pure il ministro dell’Economia e il capo della delegazione del Pd al governo, c’è stato quello di non occuparsi più così direttamente e pienamente proprio dei servizi segreti, avendo il presidente del Consiglio la possibilità di alleggerirsi con qualche delega.

            La coincidenza con le polemiche ormai internazionali sulla pretesa, abitudine e quant’altro di Trump di allargarsi, diciamo così, con gli alleati nella richiesta di aiuti a risolvere i suoi problemi personali in patria, non ha naturalmente incoraggiato Conte a fidarsi del consiglio di Renzi, temendo che fosse dettato da tutt’altro desiderio che quello di procurargli quella serenità già inutilmente assicurata a suo tempo ad Enrico Letta, prima di prenderne il posto a Palazzo Chigi. Dai cui dintorni ancora adesso l’interessato, frequentemente impegnato a Parigi come insegnante di politica, si tiene lontano nei soggiorni romani per scaramanzia.

            Prenotatosi col Copasir, l’acronimo del comitato parlamentare di sostanziale controllo dei servizi segreti,  per chiarire la faccenda degli aiuti chiesti ed eventualmente ottenuti dal Raffaele Volpi.jpgpresidente americano alle prese col suo Russiagate, Conte non deve avere molto gradito le distanze, a dir poco, che è sembrato prendere da lui il presidente appena eletto dell’organismo bicamerale: l’ex sottosegretario leghista alla Difesa Raffaele Volpi. “Non è lui a decidere i nostri tempi”, ha avvertito Volpi parlando appunto di Conte e delle fretta che sembra avere.

            Nella votazione al Copasir, resasi necessaria col passaggio del precedente presidente al governo come ministro della Difesa, Volpi è prevalso sugli altri candidati dell’opposizione, cui spetta quel ruolo molto delicato di garanzia. In particolare, egli è stato preferito al “fratello d’Italia”, cioè al meloniano Adolfo Urso, ritiratosi alla fine dalla gara per cercare di conservare almeno la carica che ha di vice presidente, e al forzista, cioè berlusconiano, Elio Vito.

            Già messo così, cioè con l’approdo di un leghista, peraltro molto legato a Salvini, con cui ha condiviso per un po’ l’abitazione a Roma, l’avvicendamento al vertice del Copasir non deve avere procurato molta serenità a Conte. Che con Savini ha notoriamente rotto di brutto, processandolo a suo modo nell’aula del Senato quando ancora gli sedeva accanto, al banco del governo, come vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno. Ma ancor meno debbono essere piaciute a Conte e al suo entourage le voci che corrono dietro le quinte, a torto o a ragione, su un aiutino che Volpi avrebbe avuto nell’elezione a presidente del Copasir dalla componente renziana della nuova maggioranza: quella che si chiama Italia Viva.

            Pur di origini notoriamente e orgogliosamente pugliesi, il presidente del Consiglio è ormai un quasi toscano di adozione per il suo insegnamento di diritto a Firenze. Dove è sepolto, nella storica Basilica di Santa Croce, anche Vittorio Alfieri. Il quale raccontò di avere imparato che “la vicendevole paura è quella che governa il mondo”.

 

 

 

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Il suicidio assistito di 345 onorevoli tacchini scambiato per stupro da Sgarbi

Peggiore della riduzione dei parlamentari approvata definitivamente dalla Camera senza una contestuale riforma di altre parti della Costituzione, e della legge elettorale fatta per 945 fra deputati e senatori anziché 600, quanti ne saranno al loro rinnovo, e’ solo il modo col quale la si è contrastata da certe parti che pure avevanotabellone Camera.jpg buoni argomenti per criticarla. Sono rimasto, per esempio,Sgarbi.jpg letteralmente esterrefatto nel sentire l’amico Vittorio Sgarbi gridare nell’aula di Montecitorio allo “stupro” che sarebbe stato compiuto contro il Parlamento dai grillini e dai loro nuovi alleati di governo, come se i vecchi passati all’opposizione -i leghisti di Matteo Salvini- fossero stati contrari, e non favorevoli pure loro.

Mai rapporto politico, diciamo così, mi è apparso così consenziente, per quanto paradossale come lo spettacolo, giustamente descritto da Federico Geremicca sulla Stampa, dei “tacchini in festa a Natale”. E’ difficile dare torto, d’altronde, aDi Maio e poltrone.jpg Renata Polverini, ormai in transito da Silvio Berlusconi a Matteo Renzi, quando spegne l’entusiasmo o solo la fiducia di chi si prepara al referendum di verifica sulla riduzione dei parlamentari dicendo di sentire nel Paese “un vento che non ammette riflessioni, resistenze, pensieri ostili” ai tagli appena approvati. È ciò anche se i grillini hanno sparato, a loro favore, risparmi stellari ridotti, o demoliti, da chi sa fare di conto allo 0,007% delle spese annuali dello Stato, e forse anche meno.

Sugli umori della “ggente”, con la doppia consonante dei mercati popolari, aveva forse ragione  nel 2007 l’allora deputato Marco Boato a compiacersi dell’abolizione della pena di morte dall’inciso costituzionale “se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra” avvenuta “per fortuna” con la maggioranza parlamentare superiore ai due terzi. Cio’ le risparmio’ infatti la grave incognita del passaggio referendario: grave perché, gratta gratta, la pena di morte in certe circostanze faceva e forse fa ancora meno orrore di quanto non si ritenga.

Già esterrefatto, ripeto, per quello “stupro” gridato  a Montecitorio volendo rappresentare l’aula come vittima di una violenza, lo sono ancor più diventato quando l’ormai incontenibile Sgarbi si è mescolato alle capre per le quali scambia in televisione i dissenzienti di turno evocando un altro stupro ancora per appaiarli: quello contestato nei mesi scorsi a un figliolo di Beppe Grillo per una serata trascorsa con amici nell’appartamento familiare di Porto Cervo, in Sardegna. Beh, questo, Vittorio, l’ultragarantista Vittorio non me lo doveva, non ce lo doveva fare, in pendenza peraltro di indagini.

Non si può, non si deve rovinare cosi, e così ripetutamente, una buona causa già costretta a navigare con una certa difficoltà nelle torbide acque della demagogia. Dalle quali i sostenitori in buona fede, vecchi e nuovi, della riduzione del numero dei parlamentari potranno fare uscire la loro riforma solo se e quando avranno davvero messo in cantiere e approvato le cosiddette misure compensative, di carattere costituzionale, legislativo e regolamentare, di cui adesso  esistono solo i titoli: niente, ma proprio niente di più.

Non vorrei, peraltro, che il passaggio dagli impegni ai fatti fosse ostacolato dalla paura, dalla preoccupazione e persino dalla consapevolezza di togliere così erba sotto ai piedi di una legislatura così fortunosamente o disinvoltamente salvata durante la crisi d’agosto esasperando, diciamo così, il pericolo Salvini: un’esasperazione quanto meno pari a quella cavalcata  dallo stesso Salvini con la sua improvvisa e torrida campagna elettorale sulle spiagge, senza neppure aspettare l’apertura formale della crisi e tanto meno lo scioglimento anticipato delle Camere, prenotando corse “da solo”, ai danni dei suoi alleati locali di centro destra, e “pieni poteri”.

Diciamoci la verità, questo Parlamento eletto il 4 marzo dell’anno scorso, pur legittimamente in carica, per carità, ha perduto un po’ di penne per strada, un po’ di splendore, un po’ di salute, insomma, con le elezioni regionali e infine europee sopraggiunte alla sua nascita. Esse hanno cambiato, e di molto, i rapporti di forza fra i partiti, indebolendo tanto i grillini, per esempio, e rafforzando al contrario i leghisti, da aver fatto cambiare linea al Pd. Che ha ritenuto, a cominciare da Matteo Renzi, proprio quello delle scorte inesauribili di pop-corn da consumare sui banchi dell’opposizione, di potersi alleare al governo con i pentastellati senza indugio.

Un altro po’ di luce, di salute, di attualità il Parlamento della diciottesima legislatura l’ha perso proprio con la riduzione dei seggi della Camera e del Senato appena approvata in via definitiva, tra il giubilo dei grillini e dello Schermata 2019-10-08 alle 05.42.29.jpgstesso presidente del Consiglio. Il giorno in cui dovesse essere completata davvero questa riforma, che cosa onestamente rimarrà di valido, di attuale, di legittimo in un Parlamento eletto nel 2018, con le vecchie regole, nella vecchia composizione? Non mi sembra francamente una domanda peregrina, specie pensando alla fretta, se non alla frenesia, con la quale nel 1994 furono sciolte le Camere elette meno di due anni prima perché delegittimate -disse l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro- dalla sopraggiunta approvazione di una nuova legge elettorale.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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